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(AGI) – Miami, 27 lug. – Ricevere una notifica sul proprio
smartphone mentre si e’ alla guida, ha lo stesso effetto, in
termini di distrazione dalla guida, di usare attivamente il
cellulare per inviare messaggi o per fare ricerca di un nome
sulla rubrica. Lo rivela uno studio realizzato da un gruppo di
ricercatori dell’Universita’ della Florida che ha pubblicato i
risultati della propria ricerca sulla rivista Journal of
Experimental Psycology.”Anche se queste notifiche (sia
semplici squilli che vibrazioni) arrivano, inducono nella mente
del guidatore pensieri e distrazioni che danneggiano le
prestazioni di chi sta guidando” scrivono gli autori della
ricerca condotta da Cary Stothart. “Le notifiche del telefono
cellulare possono perturbare in modo significativo le
prestazioni sulla guida, anche quando i partecipanti non
interagiscono direttamente con un dispositivo mobile”. “Anche
un lieve distrazione puo’ avere gravi effetti potenzialmente
fatali se quella distrazione avviene nel momento sbagliato”, ha
detto Stothart. “Quando si guida, e’ impossibile sapere quando
‘il momento sbagliato’ si verifichera’. I nostri risultati
suggeriscono che e’ piu’ sicuro per la gente silenziare o
spegnere i loro telefoni e metterli fuori di vista durante la
guida”, ha concluso.
.

(AGI) – Londra, 24 lug. – Uomini e donne con un’eta’ superiore
ai 50 anni, con una bella carriera alle spalle, un buon livello
di salute, istruiti e benestanti sono piu’ propensi a consumare
livelli nocivi di alcol ogni settimana. In particolare, gli
uomini hanno piu’ probabilita’ di bere oltre 21 unita’
alcoliche a settimana e le donne oltre le 14 unita’. Almeno
questo e’ quanto emerso da uno studio della charity britannica
Age UK, pubblicato sul British Medical Journal. I ricercatori
hanno analizzato i dati di 9.250 persone, raccolti nel 2009 e
poi nel 2011. Le donne sono risultate avere maggiori
probabilita’ di aumentare il consumo di alcolici in pensione.
Gli uomini hanno un picco di consumo intorno ai 60 anni d’eta’.
“Il problema del bere a livelli nocivi tra le persone con 50
anni o piu’ in Inghilterra – hanno spiegato i ricercatori – e’
un fenomeno borghese: le persone in buona salute, con il
reddito piu’ elevato, con un maggiore livello di istruzione e
socialmente piu’ attivi sono propensi a bere a livelli nocivi”.
In pratica, i risultati dello studio dimostrerebbero che il
consumo dannoso di alcol in eta’ avanzata e’ piu’ diffuso tra
le persone che hanno un livello di benessere alto. “La nostra
analisi – hanno sottolineato gli studiosi – suggerisce che i
messaggi di salute pubblica non raggiungono i gruppi ad alto
reddito che sono piu’ a rischio”. (AGI)

(AGI) – Milano, 24 lug. – Con un semplice pap test le donne
potranno conoscere il rischio individuale di sviluppare uno dei
quattro tumori femminili piu’ frequenti (seno, ovaio, collo
dell’utero, endometrio) e salvare la propria vita. Questo
l’obiettivo di FORECEE, un programma di ricerca finanziato
dalla Commissione Europea, con il contributo della Onlus
inglese Eve Appeal, per un totale di 8,9 milioni di euro, una
cifra mai stanziata prima per uno studio clinico innovativo. Il
progetto quadriennale e’ coordinato da University College
London (UCL) e raggruppa 14 partner in Europa, fra cui
l’Istituto Europeo di Oncologia. Il reclutamento iniziera’ il
primo settembre e sono previste in tutto 6.000 donne, di cui
1.000 italiane. L’idea innovativa di FORECEE e’ cercare
indicatori di rischio per tutti i quattro tumori analizzando le
cellule prelevate con il pap-test. Di queste cellule, che
provengono dalla cervice uterina, solo il 3 per cento viene
utilizzato per la diagnosi precoce delle displasie cervicali,
lasciando quindi molto materiale disponibile per altri test.
Una recente ricerca condotta da UCL ha dimostrato che le
modifiche molecolari tipiche dei tumori mammari, ovarici e
dell’endometrio possono essere presenti anche in altre cellule
epiteliali, in particolare in quelle cervicali prelevate con il
pap test. Un semplice esame permettera’ quindi di valutare
mutazioni genetiche che possono predisporre al rischio dei piu’
frequenti tumori femminili, rendendone possibile la diagnosi
precoce. Ma FORECEE non si fermera’ allo studio del rischio
genetico. IL progetto usera’ un approccio che integra lo studio
di tutti i fattori di rischio conosciuti, per indicare a ogni
donna la probabilita’ di sviluppare uno dei quattro tumori nei
successivi 5 o 10 anni. Il nuovo test che nascera’ si chiamera’
WID, Women’s cancer risk IDentification.

(AGI) – New York, 24 lug. – La voglia di abbuffarsi puo’ essere
provocata da uno squilibrio ormonale. Bassi livelli di GLP-1
(glucagon-like peptide-1) sono legati a una preferenza per cibi
grassi e al mangiare per piacere e non per fame. Queste, in
estrema sintesi, le conclusioni di uno studio della Rutgers
University (Usa), pubblicate sulla rivista Cell Reports. I topi
a cui e’ stato ridotto GLP-1 nel sistema nervoso centrale hanno
mangiato piu’ cibo ad alto contenuto di grassi. Quando invece
l’ormone e’ stato aumentato, i topi hanno mangiato di meno sono
risultati meno attratti dai cibi grassi. I peptidi GLP-1 sono
piccole sequenze di amminoacidi che hanno varie funzioni, tra
cui quella di regolare l’alimentazione. Sono secreti dalle
cellule dell’intestino tenue e del cervello, al quale segnalano
quando il corpo e’ pieno. Finora non era chiaro come GLP-1
contribuisse alla regolazione dell’appetito. Ora pero’ gli
scienziati hanno suggerito che, mirando ai neuroni del circuito
di ricompensa del cervello, noto come sistema sistema
dopaminergico mesolimbico, e non a tutto il corpo, potrebbe
essere un modo efficace per controllare l’eccessivo consumo di
cibo e l’obesita’. Secondo i ricercatori, questi risultati
potrebbero essere significativi anche nell’affrontare la
tossicodipendenza e l’alcolismo. (AGI)

(AGI) – Bruxelles, 24 lug. – L’European Medicines Agency ha
espresso parere positivo sul primo vaccino al mondo contro la
malaria. Secondo l’agenzia europea, infatti, “Mosquirix jab”
sarebbe sicuro ed efficace anche per i bambini che vivono nelle
aree piu’ a rischio del’Africa. Il vaccino e’ stato sviluppato
da GlaxoSmithKline, in collaborazione con il “Path Malaria
Vaccine Initiative”. E’ il primo al mondo che presto potrebbe
essere utilizzato contro la malaria, una malattia che colpisce
200 milioni di persone ogni anno, e che solo nel 2013 ha ucciso
oltre 580.000 persone. Ora l’Organizzazione Mondiale della
Sanita’ dovra’ fare le sue valutazione che dovrebbero essere
pronte entro un anno. “Questo e’ un momento estremamente
significativo”, ha detto Ripley Ballou, responsabile della
ricerca sui vaccini a GSK. “Ho lavorato su questo vaccino per
30 anni e questo A� un sogno che si avvera”, ha aggiunto. La
societa’ non ha rivelato il prezzo del vaccino, ma ha promesso
di non voler realizzare profitti con esso. (AGI)

(AGI) – Roma, 24 lug. – L’Agenzia Europea per i Medicinali
(Ema) ha accettato la domanda di autorizzazione all’immissione
in commercio (MAA) per grazoprevir/elbasvir , terapia
sperimentale costituita da una compressa in
monosomministrazione giornaliera per il trattamento dei
pazienti adulti con epatite C cronica. L’Ema, come riferosce
MSD in una nota, avviera’ la revisione della MAA con procedura
accelerata, prevista per i prodotti che rispondono a bisogni
medici non soddisfatti o rappresentano un miglioramento
significativo rispetto alle opzioni di trattamento disponibili,
con un impatto rilevante in termini di sanita’ pubblica.
“Considerata la diversita’ delle popolazioni di pazienti
affetti da epatite C cronica, inclusi i 15 milioni stimati di
persone affette da questa malattia in Europa, e’ fondamentale
offrire diverse opzioni di trattamento a pazienti e medici”, ha
dichiarato Roy Baynes, Senior Vice President of Clinical
Development, Merck Research Laboratories. “Siamo lieti di
collaborare con le autorita’ di regolamentazione per mettere a
disposizione l’associazione di grazoprevir/elbasvir ai pazienti
idonei in tutto il mondo con epatite C cronica”, ha aggiunto.
Il Comitato per i medicinali per uso umano (CHMP) monitorera’
lo stato della valutazione accelerata durante l’intero processo
di valutazione della MAA. (AGI)

(AGI) – Campobasso, 23 lug. – Le condizioni di stress
psico-fisico di un rave party possono, da sole, causare
alterazioni neurologiche simili a quelle provocate
dall’ecstasy. I ricercatori del laboratorio di
Neurofarmacologia, dipartimento di Patologia molecolare, Ircca
Neuromed di Pozzilli (IS) hanno pubblicato i risultato di una
loro ricerca sulla rivista scientifica internazionale
Pharmacological Research. Sovraffollamento, luci intermittenti
e suoni ad alto volume generano, in modelli animali,
disfunzioni in aree cerebrali critiche per i processi di
apprendimento e memoria, anche senza assunzione di droghe. I
‘rave party’ vengono di solito considerati eventi ad alto
rischio per i giovani, principalmente per via delle droghe che
spesso sono assunte dai partecipanti, prima fra tutte la
cosiddetta ecstasy (Mdma nella denominazione chimica). Ma,
anche senza l’uso di droghe, le particolari condizioni
ambientali di un evento del genere sono capaci di creare
disfunzioni neurologiche simili a quelle provocate dalla droga
sintetica. “Questo esperimento – dice Carla Letizia Busceti,
del laboratorio di Neurofarmacologia del Neuromed, primo autore
del lavoro scientifico – fa seguito ad una nostra precedente
ricerca nella quale avevamo visto come l’ecstasy provocasse
alterazioni neurochimiche estremamente simili a quelle della
malattia di Alzheimer nell’ippocampo, una regione cerebrale che
sappiamo essere profondamente implicata nei processi di
apprendimento e memoria. Ma l’ecstasy e’ una droga molto usata
nel contesto dei rave party. Ci siamo cosi’ chiesti se anche le
condizioni esterne tipiche di quegli eventi particolarmente
stressanti potessero avere, indipendentemente dalle droghe, un
qualche effetto neurologico. Ed e’ proprio quello che abbiamo
trovato: i topi sottoposti ad una situazione di stress analoga
a quella di un ‘rave’ presentavano alterazioni nelle capacita’
di apprendimento e memoria”. Lo studio ha permesso di svelare
uno stretto parallelismo tra gli effetti neurochimici associati
all’uso di ecstasy e quelli indotti dalla esposizione ad una
condizione di stress multifattoriale rappresentata da fattori
ambientali che ricalcano le condizioni della musica techno ad
alto volume. “Abbiamo trovato – continua Busceti – alterazioni
comportamentali e neurochimiche simili a quelle che si
riscontrano dopo l’assunzione di Mdma. Ad essere colpita, in
particolare, e’ la proteina Tau, un componente critico della
struttura cellulare dei neuroni. Gli effetti, come nel caso
dell’ecstasy, erano principalmente a carico dell’ippocampo. Ed
ancora una volta, sono caratteristiche simili a quelle che si
riscontrano nella malattia di Alzheimer. Ci troviamo di fronte
– ha spiegato la ricercatrice – ad un potenziale fenomeno
subdolo, nel quale non c’e’ un malessere evidente eppure le
capacita’ cognitive sono alterate, e lo rimangono nel tempo”..
Le alterazioni del comportamento e gli effetti neurochimici
osservati negli animali esposti allo stress multifattoriale
erano transitorie, ma non per tempi brevi: il picco delle
alterazioni si aveva a trentasei ore dall’inizio delle
stimolazioni stressanti. Questo vuol dire che per un periodo
critico di tempo il cervello rimane comunque alterato in quei
processi critici che negli esseri umani sono legati allo
studio, alla concentrazione sul lavoro e alla capacita’ di
usare macchinari o guidare un’automobile”.

(AGI) – Roma, 23 lug. – La Commissione Europea ha approvato
pembrolizumab, l’innovativa terapia anti-PD-1, per il
trattamento del melanoma avanzato (non resecabile o
metastatico) negli adulti. Ad annunciarlo e’ stata MSD, che
produce il trattamento, in una nota. L’approvazione della
Commissione Europea si basa su dati provenienti da tre studi
clinici condotti in piu’ di 1.500 pazienti con melanoma
avanzato di prima linea e precedentemente trattati.
Pembrolizumab ha ricevuto l’approvazione dalla Commissione
Europea sulla base di dati di Fase 3 che hanno dimostrato che
pembrolizumab e’ la prima e unica terapia anti-PD-1 ad offrire
un beneficio a in termini di sopravvivenza a statisticamente
superiore rispetto a ipilimumab, l’attuale standard di cura per
il melanoma avanzato. “L’approvazione europea rafforza il
nostro obiettivo di accelerare la ricerca in immuno-oncologia a
beneficio dei pazienti in tutto il mondo a ha dichiarato Roger
M. Perlmutter, presidente dei Merck Research Laboratories a
siamo convinti che la grande quantita’ di dati a sostegno di
questa approvazione sia fondamentale per far capire il
potenziale enorme di pembrolizumab nel trattamento del melanoma
avanzato, una malattia devastante”. Pembrolizumab e’ un
anticorpo monoclonale umanizzato che blocca l’interazione tra
il PD-1 e i suoi ligandi, PD-L1 e PD-L2. Legandosi al recettore
PD-1 e bloccando l’interazione tra ligandi e recettore,
pembrolizumab ripristina la naturale capacita’ del sistema
immunitario di riconoscere e colpire le cellule tumorali.
.

(AGI) – Milano, 23 lug. – Importanti progressi clinici e della
ricerca legati allo sviluppo in laboratorio di nuovi modelli
animali per la Distrofia Miotonica di tipo 1 e 2, e novita’ dal
punto di vista terapeutico. Questi alcuni dei risultati dei
lavori del consorzio Internazionale sulle Distrofie Miotoniche,
ai quali ha contribuito la Fondazione Malattie Miotoniche. Per
la Distrofia Miotonica di tipo 1 e’ chiamata anche distrofia di
Steinert ed e’ stata delineata una suddivisione in 5 forme
legata all’eta’ di insorgenza e al quadro clinico del paziente.
La prima, chiamata forma congenita si manifesta gia’ durante la
vita intrauterina e appena dopo e comporta una grave
disabilita’ intellettuale, la forma infantile � che ha esordio
dal primo anno di vita – si manifesta con una disabilita’
intellettuale e molteplici difficolta’ motorie. La forma
giovanile, con esordio a partire dall’undicesimo anno di vita
e’ caratterizzata da difficolta’ di socializzazione e
scolastiche. La forma adulta, con esordio intorno ai 20 anni
comporta una compromissione multi organo, in ultimo la forma
tardiva, con esordio intorno ai 50-60 anni che presenta lieve
miotonia e cataratta. Sul fronte della ricerca gli studiosi
stanno tentando di indurre l’espressione del gene malato della
distrofia di Steinert in diversi periodi di vita dell’animale
studiandone la correzione dell’anomalia. I maggiori progressi
provengono dal punto di vista dell’evoluzione terapeutica e in
particolare di quella genica. E’ in fase II il Trial DMPK-Rx
che prevede l’utilizzo di un oligonucleotide antisenso che ha
lo scopo di sostituire un piccolo pezzo di DNA. Finalita’ della
terapia e’ quella di ridurre la quantita’ di RNA tossico in
modo da comportare una stabilizzazione o, al meglio, un netto
miglioramento dei sintomi della malattia. Al momento il farmaco
e’ in fase di sperimentazione in 7 centri statunitensi e entro
fine 2015 saranno disponibili i primi risultati. Gli effetti
della terapia dovrebbero portare a un cambiamento nella forza
muscolare e nella miotonia. “La speranza terapeutica e’ legata
nel breve termine allo sviluppo del Trial DMPK-Rx per arrivare
al trattamento della miotonia e della dorza muscolare grazie
all’impiego di oligonucleotidi antisenso; sul lungo termine
invece si tentera’ di intraprendere nuove strade come
l’identificazione di piccole molecole responsabili della
neutralizzazione dell’RNA tossico, lo sviluppo di nuovi metodi
per tagliare le ripetizioni a livello del DNA, con la speranza
che queste possano passare dalla fase di laboratorio a quella
dei trials clinici””, ha detto Giovanni Meola, presidente della
Fondazione Malattie Miotoniche.
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(AGI) – Washington, 23 lug. – Un tipo di farmaco antidiabete
potrebbe contribuire a prevenire il morbo di Parkinson. A
scoprirlo e’ stato un gruppo di ricercatori della London School
of Hygiene and Tropical Medicine in uno studio pubblicato sulla
rivista Plos Medicine. Dai risultati e’ emerso che le persone
che assumono glitazone hanno meno probabilita’ di ammalarsi di
Parkinson rispetto ai pazienti che prendono altri farmaci per
il diabete. Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori
hanno confrontato le cartelle cliniche di 44.597 persone a cui
e’ stato prescritto il glitazone con quelle di 120.373 persone
che seguono altri trattamenti contro il diabete. Ebbene, nel
gruppo di soggetti che hanno assunto glitazone sono stati
rilevati un minor numero di casi di Parkinson. Il farmaco pero’
non ha avuto alcun beneficio duraturo. Qualsiasi potenziale
protezione, infatti, e’ scomparsa una volta che i pazienti
hanno cambiato terapia. “I nostri risultati – ha detto Ian
Douglas, autore principale dello studio – forniscono una prova
unica che ci auguriamo possa condurre a ulteriori indagini su
potenziali trattamenti per il Parkinson”. Lo scienziato
suggerisce che queste terapie potrebbero essere piu’ utili
nelle prime fasi della malattia, quando i nervi sono
danneggiati poco. Tuttavia, siccome il glitazone e’ stato gia’
collegato a gravi problemi cardiaci e alla vescica, gli
studiosi precisano che le persone sane non dovrebbero
assumerli. Invece, suggeriscono di effettuare ulteriori
ricerche sull’argomento.
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