Newsletter
Ultime News
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

(AGI) – Washington, 20 lug. – Non c’e’ alcun legame tra la
terapia a base di testosterone e lo sviluppo di coaguli di
sangue nelle vene. A dimostrarlo e’ stato un gruppo di
ricercatori della The University of Texas Medical Branch di
Galveston in uno studio pubblicato sulla rivista Mayo Clinic
Proceedings. Il tromboembolismo venoso (Tev) e’ una malattia in
cui si formano coaguli di sangue nelle vene, intasandole. Le
forme piu’ comuni sono la trombosi venosa profonda, che si
verifica spesso nelle gambe, e l’embolia polmonare, che e’ un
coagulo nei polmoni. La Tev e’ la terza malattia
cardiovascolare piu’ comune, dopo l’infarto e l’ictus. Non
molto tempo fa questa patologia e’ stata associata ai
trattamenti a base di testosterone. Tanto che nel 2014 la
Federal Drug Administration ha richiesto ai produttori di
aggiungere sull’etichetta dei loro prodotti a base di
testosterone un avvertimento sui potenziali rischi di Tev. I
timori si basavano essenzialmente su “case report” e non su
studi comparativi su larga scala. Ora i ricercatori hanno
pubblicato uno studio che ha coinvolto 30.572 uomini con
un’eta’ uguale o superiore ai 40 anni, che hanno ricevuto una
diagnosi di Tev, che hanno ricevuto un farmaco anticoagulante o
un filtro cavale intravascolare nei 60 giorni successivi alla
diagnosi. Dai risultati e’ emerso che non c’e’ alcuna
associazione tra la terapia a base di testosterone e il Tev.
Secondo i ricercatori, queste conclusioni dovrebbero
rassicurare gli uomini a cui viene prescritta una terapia per
sopperire alla carenza di testosterone e i medici che fino ad
oggi sono stati restii a prescriverla. (AGI)

(AGI) – New York, 20 lug. – L’assunzione di antibiotici
nell’infanzia puo’ aumentare il rischio di sviluppare l’artrite
giovanile. Almeno questo e’ quanto emerso da uno studio degli
Usa, condotto dalla Rutgers University, dalla University of
Pennsylvania e dal Nemours A.I. duPont Hospital for Children. I
risultati sono stati pubblicato sulla rivista Pediatrics. I
ricercatori hanno rilevato che i bambini che hanno ricevuto
antibiotici hanno anche avuto il doppio delle probabilita’ di
sviluppare l’artrite giovanile. E piu’ cicli di antibiotici
hanno seguito e piu’ elevato e’ risultato il rischio associato.
L’artrite giovanile e’ una malattia autoimmune che comporta
l’infiammazione cronica delle articolazioni e degli occhi.
Questa patologia puo’ causare dolore, perdita della vista e
disabilita’. Si stima che la genetica sia responsabile solo di
un quarto dei casi di bambini con artrite, il che significa che
potrebbero esserci fattori ambientali che svolgono un ruolo
importante nell’insorgenza della malattia. I ricercatori hanno
cosi’ deciso di analizzare il possibile legame con l’uso di
antibiotici, gia’ associati in precedenti studi ad altre
malattie autoimmuni. Utilizzando un database con informazioni
su oltre 11 milioni di persone nel Regno Unito, gli studiosi
hanno confrontato i dati dei bambini con artrite giovanile con
coetanei sani. Dei circa 450mila bambini studiati, 152 hanno
ricevuto una diagnosi di artrite giovanile. Dopo aver tenuto
conto di altri fattori potenzialmente influenti, i ricercatori
hanno rilevato che i bambini che hanno ricevuto prescrizioni di
antibiotici avevano piu’ probabilita’ di sviluppare la
patologia autoimmune. Inoltre, gli studiosi hanno anche
scoperto che le infezioni del tratto respiratorio superiore
trattate con gli antibiotici sono risultate piu’ fortemente
associate all’artrite giovanile. “Questo e’ un indizio molto
importante circa l’eziologia di questa malattia grave e
potenzialmente paralizzante. Se confermato, avremo anche un
mezzo per la prevenzione”, ha detto Brian Strom, uno degli
autori dello studio. (AGI)

(AGI) – Roma, 20 lug. – Non esistono differenze cliniche o
comportamentali tra i bambini autistici con selettivita’
alimnetare e senza. Hanno infatti lo stesso quoziente
intellettivo, stessi problemi e stesse abilita. Il rifiuto di
alcuni o di molti cibi, quindi, non accresce ne’ e’ determinato
dalla gravita’ della patologia. Queste, in estrema sintesi, le
conclusioni di uno studio dell’Ospedale Pediatrico Bambino
Gesu’ di Roma, pubblicato sulla rivisat Appetite.La
selettivita’ alimentare e’ un problema rilevante tra chi e’
affetto da autismo, interessa infatti 1 bambino su 2. La
selettivita’ e’ un comportamento alimentare atipico che porta i
bambini a discriminare i cibi in base a parametri diversi.
Riguarda circa il 30 per cento della popolazione pediatrica
generale. Tra i bambini con sindrome dello spettro autistico la
percentuale cresce considerevolmente: oltre il 50 per cento,
infatti, seleziona gli alimenti in base a forma, colore e
consistenza, rendendo il pasto un momento difficile che puo’
incidere sul loro benessere e su quello della famiglia. A
questo problema i ricercatori hanno dedicato uno studio
specifico, il primo a indagare le differenze tra bambini
autistici con selettivita’ alimentare e senza selettivita’. E’
stato condotto su un gruppo di 158 bambini e ragazzi tra i 3 e
i 18 anni con sindrome dello spettro autistico, la meta’ dei
quali con abitudini alimentari molto particolari. Nella ricerca
sono stati coinvolti anche i genitori. Dallo studio e’ emerso
che non esistono differenze cliniche o comportamentali tra i
bambini autistici selettivi e non selettivi. Si e’ scoperto,
invece, che la selettivita’ incide significativamente sulla
percezione che i genitori hanno della gravita’ della malattia
del proprio figlio. A parita’ di condizioni cliniche tra i due
gruppi, i bambini selettivi vengono ritenuti da mamma e papa’
piu’ problematici rispetto a quelli non selettivi e per questo
motivo vengono trattati in modo diverso. Alla luce di quanto
emerso dall’indagine, i ricercatori del Bambino Gesu’ stanno
sviluppando nuove modalita’ di trattamento destinate alle
famiglie con bambini autistici selettivi. La seconda fase dello
studio puntera’ infatti sul “parent training”: una serie di
tecniche comportamentali da insegnare ai genitori per
prepararli a gestire il momento complicato del pasto, far
alimentare in maniera adeguata i figli e migliorare l’approccio
al problema abbassando la soglia di preoccupazione e di ansia.

(AGI) – New York, 17 lug. – Solo pochi riescono a perdere peso
e a mantenerlo a lungo termine. Uno studio decennale del King’s
College di Londra ha infatti scoperto che un uomo obeso su 210
e una donna obesa su 124 raggiungono effettivamente un peso
corporeo sano. “Una volta che un adulto diventa obeso e’ molto
improbabile che torni a un peso corporeo sano”, ha detto Alison
Fildes, autrice dello studio pubblicato sull’American Journal
of Public Health. “Sono necessari nuovi approcci urgenti per
affrontare questo problema”, ha aggiunto. Per arrivare a queste
conclusioni i ricercatori hanno analizzato le fluttuazioni di
peso di quasi 280mila uomini e donne britanniche tra il 2004 e
il 2014. I risultati suggeriscono che anche quando qualcuno
riesce a perdere peso, e’ molto improbabile che riesca a
mantenerlo. Un terzo delle persone infatti e’ vittima
dell’effetto yo-yo, cioe’ perde i chili per poi rimetterli
subito dopo. Tra coloro che sono riusciti a perdere il 5 per
cento di peso, il 53 per cento lo rimette su in due anni e il
78 percento entro 5. In particolare, i ricercatori hanno
scoperto che gli uomini obesi, cioe’ quelli con indice di massa
corporea tra i 30 e i 35, ha lo 0,47 per cento di probabilita’
di raggiungere un peso sano, cioe’ un indice di massa corporea
inferiore a 25. Le donne obese sono invece risultate avere lo
0,8 per cento di probabilita’ di successo. In generale, piu’ si
e’ grassi e piu’ diventa difficile raggiungere e mantenere un
peso sano. Gli uomini gravemente obesi, cioe’ con un indice di
massa corporea uguale o superiore a 40, hanno avuot solo lo
0,08 per cento di probabilita’ di raggiungere un peso sano:
praticamente solo uno su 1.290. E solo una donna su 677 (0,15
per cento) gravemente obesa e’ stata in grado di perdere peso.
“Questi risultati – hanno commentato i ricercatori –
suggeriscono che il sistema attuale non funziona per la
stragrande maggioranza degli obesi”. (AGI)

(AGI) – Londra, 17 lug. – Ci sarebbero una serie di cambiamenti
biochimici nel Dna dei malati a rendere alcuni tumori al seno
resistenti alla terapia ormonale. A scoprirli e’ stato un
gruppo di ricercatori del Garvan Institute di Sidney in uno
studio pubblicato sulla rivista Nature Communications. Un
quarto dei tumori mammari diventa resistente alla terapia
ormonale. Questo trattamento viene utilizzato nelle donne con
cancro al seno “positivo al recettore dell’estrogeno”, un tipo
di tumore diagnosticato nel 70 per cento delle pazienti con
cancro al seno. Ora i ricercatori hanno scoperto cosa succede
quando all’improvviso il tumore diventa resistente alla terapia
ormonale. I risultati permetteranno di capire in anticipo se un
tumore e’ resistente alla terapia ormonale, aiutando in questo
modo a sapere tempestivamente a quale trattamento sottoporre la
paziente. Questo significa migliorare le possibilita’ di
sopravvivenza. “Le donne che hanno questo tipo di cancro al
seno tollerano la terapia endocrina molto bene, ma circa il 23
per cento sviluppano una resistenza, e una volta che questo
accade le possibilita’ di sopravvivenza sono piuttosto scarse”,
ha spiegato Susan Clark, una delle autrici dello studio.
“Volevamo capire il meccanismo responsabile di questo, cosi’
abbiamo potuto comprendere perche’ succede e come trattare
queste donne”, ha aggiunto. Secondo i ricercatori il
trattamento endocrino, che blocca gli estrogeni, non funziona
piu’ quando intervengono dei movimenti “epigenetici”, cioe’
modifiche biochimiche nel Dna di una persona. “Ora possiamo
scoprire se una donna e’ gia’ resistente alla terapia ormonale
prima di sottoporla al trattamento, oltre a essere in grado di
seguire le donne nel corso del trattamento per capire se e
quando sviluppano una resistenza”, ha detto Clark. “Ci sono
anche nuove terapie in fase di sperimentazione – ha continuato
– che combinano nuove terapie ‘epigenetiche’ che, se combinate
con la terapia endocrina, potrebbero invertire l’effetto di
eventuali modifiche del Dna e sensibilizzare il tumore al
trattamento”. Ora che sono state identificate le cause della
resistenza, e’ possibile anche sviluppare nuovi test
diagnostici che consentono un monitoraggio dettagliato dei
malati di cancro al seno prima e durante, migliorando
significativamente le opzioni di trattamento. (AGI)

(AGI) – Washington, 17 lug. – Le persone che parlano due o piu’
lingue hanno piu’ materia grigia in alcune parti del cervello,
responsabili dell’attenzione e della memoria a breve termine.
Ma non c’e’ alcuna differenza se la seconda lingua e’ quella
dei segni. Almeno questo e’ quanto emerso da uno studio del
Medical Center della Georgetown University di Washington DC,
pubblicato sulla rivista Cerebral Cortex. In passato si
riteneva che i bambini bilingue potevano essere svantaggiati
perche’ la presenza di due vocabolari si pensava potesse
compromettere lo sviluppo del linguaggio. Ma una ricerca
recente ha dimostrato che i bambini che parlano almeno due
lingue hanno un rendimento migliore nei compiti che richiedono
attenzione e memoria a breve termine rispetto ai compagni
monolingue. Ora il nuovo studio ha trovato che i poliglotti
hanno piu’ materia grigia, dimostrando che gestire due o piu’
lingue puo’ cambiare il cervello. “Abbiamo scoperto che
l’esperienza con due lingue e la maggiore necessita’ di
controllo cognitivo per usarle in modo appropriato comporta dei
cambiamento nel cervello dei bilingui spagnolo-inglese rispetto
ai monolingui di lingua inglese”, ha detto Guinevere Eden, che
ha coordinato lo studio. “E in effetti abbiamo osservato una
maggiore presenza di materia grigia nei bilingui nelle regioni
frontali e parietali del cervello coinvolte nel controllo
esecutivo”, ha aggiunto. Queste differenze di materia grigia,
secondo i ricercatori, potrebbero essere spiegate dalle
maggiori esperienze di chi parla piu’ lingue. (AGI)

(AGI) – Brescia, 17 lug. – Crescono i disturbi della tiroide
anche nel sesso maschile, guadagnando il secondo posto delle
malattie endocrine dopo il diabete per numero di casi con
500mila pazienti solo in Italia. Le forme subcliniche anche nei
maschi aumentano il rischio di fratture ossee, cosi’ come
sottolineato anche da una metanalisi pubblicata su JAMA. E’ la
notizia emersa a margine del Congresso Cuem (Clinical update in
Endocrinologia e metabolismo) che si e’ svolto a Brescia
durante la sessione dedicata alle patologie tiroidee,
generalmente appannaggio del sesso femminile. La ricerca ha
preso in esame oltre 70mila uomini, al 5,8 per cento dei quali
e’ stata riscontrata una forma subclinica di ipotiroidismo e al
3,2 per cento ipertiroidismo subclinico, quelle condizioni in
cui i valori ormonali sono al limite della patologia. “Lo
studio, che ha preso in considerazione un numero pari di uomini
e donne ha mostrato che un basso livello di TSH (l’ormone
tireotropo, prodotto dall’ipofisi anteriore che regola la
produzione tiroidei T3 e T4) e una tiroide che tende a
funzionare troppo sono associati ad un piu’ alto rischio di
fratture d’anca e vertebrali, il doppio del rischio dei
soggetti con valori tiroidei normali”, ha spiegato Andrea
Giustina, Ordinario di Endocrinologia presso l’Universita’ di
Brescia e presidente del Congresso. “La relazione tra ormoni
tiroidei e fragilita’ ossea e’ data da un aumento del turn-over
osseo causato anche da un lieve eccesso di ormoni tiroidei
circolanti”, ha aggiunto. Un basso livello di TSH e’ associato
ad un rischio di 1,6 volte superiore di fratture d’anca e di
1,9 volte per tutte le ossa. Mentre i soggetti con una tiroide
pigra non sembrano avere aumentato rischio di fragilita’
scheletrica. Buone notizie invece per quel che riguarda i
noduli tiroidei, la maggior parte sono benigni e molti possono
essere tenuti sotto osservazione senza necessita’ di
trattamento. “I noduli sono un evento molto frequente nella
popolazione generale e interessano dal 30 al 50 per cento delle
persone”, ha spiegato il Sebastiano Filetti. “Nella maggior
parte dei casi non danno disturbi e vengono scoperti durante
controlli casuali. Di questi, l’80 per cento – ha proseguito –
sono formazioni benigne, il 16,5 per cento hanno un profilo
indeterminato da sottoporre quindi ad ulteriori controlli e
solo il 3,5 per cento presentano un sospetto di malignita’”.

(AGI) – Rho (Milano), 17 lug. – L’attivita’ fisica per
prevenire le patologie croniche non trasmissibili, ma anche per
intervenire sulla psicologia, soprattutto dei piu’ piccoli,
prevenendo i disturbi dell’alimentazione che riflettono spesso
i disagi legati alla crescita. La dottoressa Carmela Bagnato,
dietologa dell’asl di Matera, ha spiegato oggi, nell’ambito di
uno dei workshop organizzati dal Ministero della Salute a Expo
Milano 2015, come uno stile di vita che alla sana alimentazione
associ abitudine al movimento, sia fondamentale non solo per il
corpo ma anche per la mente. “Prima di tutto – ha spiegato il
medico – c’e’ distinzione tra attivita’ fisica e sport. Ai fini
della prevenzione e’ sufficiente dell’attivita’ fisica, va bene
anche solo camminare a passo veloce per 45 minuti almeno per 5
giorni alla settimana. Naturalmente, e’ un discorso valido per
persone giovani, adulte e sane, perche’ in presenza di
patologie o di invecchiamento le raccomandazioni sono diverse
ed e’ bene farsi consigliare dal proprio medico”. Con questa
prassi, secondo quanto sottolineato da Carmela Bagnato, si fa
opera di prevenzione per le malattie croniche come quelle
cardiovascolari e il diabete, ma anche sui disturbi
dell’alimentazione: “l’attivita’ fisica – ha chiarito – aiuta a
migliorare l’aspetto fisico, l’autostima, la socializzazione,
ed e’ quindi molto utile per gli adolescenti ma anche per i
piu’ piccoli: disturbi dell’alimentazione e della nutrizione
sono, infatti, sempre piu’ spesso riscontrati in eta’
pediatrica”. Diventa quindi importante intervenire
sull’educazione: “le ultime evidenze scientifiche – ha concluso
l’esperta – dimostrano che i programmi di prevenzione nelle
scuole portati avanti per periodo di durata maggiore a sei mesi
hanno dato risultati. E’ quindi molti importante l’alleanza tra
il mondo della salute e la scuola”

(AGI) – Roma, 16 lug. – E’ il solo trattamento che abbia
cambiato in meglio la vita delle persone affette da
protoporfiria eritropoietica, una malattia rara caratterizzata
da una grave fotosensibilita’. Un recente studio condotto dai
centri per le Porfirie del San Gallicano e dell’Universita’ di
Zurigo, pubblicato sul British Journal of Dermatology, conferma
che il farmaco afamelanotide, disponibile in Italia dal 2010,
e’ un trattamento sicuro ed efficace anche quando il suo
utilizzo e’ prolungato nel tempo. Nel 2008 si era conclusa la
sperimentazione mondiale di fase III del farmaco afamelanotide,
e’ stato poi eseguito un follow-up su 173 pazienti: 120 seguiti
presso l’Istituto San Gallicano e 53 presso il Centro per le
Porfirie di Zurigo. “Qualita’ di vita migliorata, alta adesione
alla terapia e bassa percentuale di pazienti che ha sospeso la
terapia”, queste le conclusioni al termine del periodo di
osservazione. L’afamelanotide e’ un farmaco pigmentante ed un
potente antiossidante, in grado di prevenire i danni delle
patologie fotoindotte. Viene somministrato ogni 60 giorni
attraverso un impianto sottocutaneo bioriassorbibile. “Abbiamo
osservato per circa 8 anni 120 pazienti ambulatoriali che sono
stati trattati con un totale di 1023 impianti afamelanotide”,
ha spiegato Gianfranco Biolcati, responsabile del Centro per le
Porfirie e Malattie Metaboliche Ereditarie ISG, recentemente
premiato a Parigi in occasione dell’EPP (Protoporfiria
Eritropoietica) Expert Meeting per aver contribuito con il
maggior numero di pazienti al trial clinico sull’afamelanotide.
“Di questi il 23 per cento – ha proseguito – ha interrotto il
trattamento per motivi contingenti, come ad esempio una
gravidanza. Per il resto dei pazienti la qualita’ di vita,
misurata tramite questionario EPP-specifico e’ aumentata fino a
oltre il 70 per cento dall’inizio del trattamento e durante
tutto il periodo di follow-up”.

(AGI) – Roma, 16 lug. – Le donne colpite da carcinoma
dell’ovaio non mucinoso o borderline che devono affrontare un
trattamento antiblastico, subito dopo la diagnosi, devono
svolgere un test genetico per valutare la presenza di mutazioni
del gene BRCA. L’esame deve essere prescritto solo ed
esclusivamente da un oncologo, genetista o dal ginecologo con
specifiche competenze. Sono queste le principali
raccomandazioni contenute in un documento sull’uso dei test
genetico BRCA nella cura del carcinoma ovarico stilato
dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) insieme
alla Societa’ Italiana di Genetica Umana (SIGU), Societa’
Italiana di Biochimica e Biologia Molecolare Clinica (SIBIOC) e
la Societa’ Italiana di Anatomia Patologica e Citologia
diagnostica (SIAPEC-IAP). I risultati di questo test
forniscono informazioni sia per la scelta terapeutica che per
individuare un rischio nei familiari di sviluppare un altro
tumore. Per un’adeguata esecuzione del test, secondo gli
esperti, e’ necessaria per i laboratori una comprovata
validazione ed un controllo di qualita’ esterno del test
proposto. E’ ancora indispensabile definire percorsi aziendali
in cui vengano indicate, in modo chiaro per le pazienti ed i
loro familiari, le funzioni e le responsabilita’ dell’equipe
oncologica, del laboratorio e dell’equipe di genetica clinica
oncologica nelle varie fasi del percorso individuato. Questi
percorsi, come hanno specificato gli esperti, devono sempre
prevedere per il rischio familiare la disponibilita’ di un
counselling genetico. “Quello dell’ovaio rappresenta il 3 per
cento di tutti i tumori femminili e lo scorso anno ha colpito
4.900 italiane”, ha detto Carmine Pinto presidente nazionale
AIOM. “Otto diagnosi su 10 – ha continuato – arrivano quando il
cancro e’ ormai in fase avanzata e, in questi casi, la
sopravvivenza a 5 anni delle pazienti e’ solo del 35 per cento.
I test genetici rappresentano un’arma in piu’ a nostra
disposizione per sconfiggere la malattia. Attraverso un
semplice prelievo di sangue e’ possibile sapere se una donna e’
predisposta ad ammalarsi di cancro e se rispondera’
positivamente o meno ad alcuni farmaci. L’esame deve pero’
essere svolto seguendo specifici criteri stabiliti dai vari
specialisti. Con questo nostro documento vogliamo favorire
l’implementazione del test BRCA nei percorsi assistenziali e
terapeutici delle donne colpite dalla neoplasia”. (AGI)