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(AGI) – Washington, 31 lug. – Partecipare ad attivita’ sportive
durante l’adolescenza protegge per tutto il resto della vita e
riduce il rischio di cancro e di morte in eta’ piu’ avanzata.
Lo rivela uno studio realizzato da un gruppo di ricercatori del
Vanderbilt Epydemiology Center i cui risultati sono stati
pubblicati sulla rivista Cancer Epidemiology, Biomarkers &
Prevention. Lo studio ha preso in analisi un campione di 75.000
donne. Tra queste, quelle che avevano fatto attivita’ fisica
per almeno un ora e mezzo a settimana durante l’adolescenza
avevano il 16 per cento di rischio in meno di morire per cancro
e il 15 per cento di rischio in meno di morire per altre cause,
rispetto a tutte le altre donne che non avevano fatto sport.
(AGI)

(AGI) – Ginevra, 31 lug. – Sono “promettenti” e “entusiasmanti”
i primi risultati del vaccino contro Ebola. A dirlo e’ Margaret
Chan, direttore dell’Organizzazione mondiale della Sanita’, che
ha tenuto una conferenza stampa per illustrare i dati relativi
all’applicazione del VSV-Ebov, sviluppato da Merck e NewLink
Genetics. “E’ efficace”, ha aggiunto Chan, “ed e’ destinato a
rappresentare un punto i svolta nella gestione dell’attuale
epidemia di Ebola e nelle eventuali future”. (AGI)

(AGI) – Oslo, 29 lug. – C’e’ un legame molto stretto tra
disturbi del sonno e autolesionismo nei ragazzi. A rilevarlo un
gruppo di ricercatori dell’Universita’ di di Bergen in
Norvegia, che hanno pubblicato i risultati delle loro ricerche
sulla rivista British Journal of Psychiatry. Secondo lo studio
condotto da Mari Hysing, ha riguardato oltre 10mila adolescenti
norvegesi con eta’ compresa tra i 16 e i 19 anni. Circa il 7,2
per cento del campione esaminato ha segnalato problemi legati
all’autolesionismo, e tra questi, piu’ della meta’, il 55 per
cento, ha segnalato due o piu’ episodi di lesioni autoinflitte.
Le piu’ a rischio sono le ragazze, mentre il taglio e’ la forma
di lesione piu’ diffusa. Ebbene, dallo studio e’ emerso che i
giovani cui erano associati anche forme di disturbo del sonno,
come insonnia, sono 4 volte piu’ a rischio rispetto agli altri

(AGI) – New York, 29 lug. – Il cortisolo, il cosiddetto “ormone
dello stress”, puo’ ridurre la dipendenza da eroina. Almeno
questo e’ quanto emerso da uno studio dell’Universita’ di
Basilea (Svizzera), pubblicato sulla rivista Translational
Psychiatry. In ricerche precedenti i ricercatori hanno scoperto
che il cortisolo diminuisce la possibilita’ di recuperare i
ricordi. In particolare, l’assunzione dell’ormone dello stress
ha ridotto la capacita’ del cervello di ricordare. Questo
potrebbe ad esempio essere usato per alleviare i sintomi dei
pazienti che soffrono di disturbi d’ansia, inibendo la loro
capacita’ di ricordare episodi ansiosi. I ricercatori hanno poi
ipotizzato che il cortisolo possa avere un effetto inibitorio
anche sulla memoria legata alla dipendenza e quindi anche il
desiderio della sostanza che crea dipendenza. In questo studio,
sono stati coinvolti 29 pazienti sottoposti a terapia assistita
con eroina, ai quali e’ stato dato del cortisolo o del placebo
prima di ricevere l’eroina. Ebbene, il cortisolo ha provocato
una diminuzione del desiderio di eroina in media del 25 per
cento nei tossicodipendenti. Questa diminuzione e’ stata pero’
osservata solo nei pazienti che avevano sviluppato una
dipendenza relativamente bassa all’eroina e non in quelli
altamente dipendenti. Non e’ ancora chiaro se l’effetto
inibitorio del cortisolo sul desiderio dell’eroina influenzi
anche i comportamenti legati alla dipendenza. “Per questo
motivo, vogliamo verificare se il cortisolo puo’ aiutare a
ridurre il dosaggio dell’eroina o a rimanere astinenti piu’ a
lungo”; ha detti Marc Walter, uno degli autori dello studio

(Agi) – Londra, 29 lug. – In un futuro neanche troppo lontano,
al posto degli esercizi fisici potremmo assumere una semplice
pillola. Sara’ lei infatti a incaricarsi di innescare quei
salubri effetti benefici che altrimenti sono indotti
dall’attivita’ fisica sull’organismo. Ne sono convinti alcun
ricercatori dell’Universita’ inglese di Southampton, che hanno
messo appunto una molecola, chiamata ‘composto 14′ che potrebbe
essere usata nella terapia contro il diabete o l’obesita’. La
nuova molecola inibisce la funzione di un particolare enzima,
ATIC, che a sua volta, e’ coinvolto nel metabolismo attraverso
la produzione di una molecola che induce le cellule ad essere
affamate e ad aumentare il loro assorbimento di glucosio. La
scoperta e’ stata pubblicata sulla rivista Chemistry and
Biology. Nei primi test incoraggianti, la molecola e’ stata
somministrata a due gruppi di topi che sono stati alimentati o
con una dieta normale o con una dieta ricca di grassi che li
rende obesi e fa loro compromettere la loro tolleranza al
glucosio (uno dei segni clinici di pre-diabete). Quando i topi
con una dieta normale sono stati trattati con il composto 14, i
loro livelli di glucosio nel sangue e il peso e’ rimasto
normale. Tuttavia, in topi obesi con una dieta ad alta
percentuale di grassi una singola dose di composto 14
determinato un abbassamento della loro elevata glicemia vicino
a livelli quasi normali. Inoltre, una dose giornaliera di
composto 14 somministrato per sette giorni ai topi obesi ha
comportato una migliore tolleranza al glucosio e 1,5 grammi di
perdita di peso (circa il cinque per cento del peso corporeo)

(AGI) – Bari, 29 lug. – Il caffe’ fa bene a patto che venga
preso con moderazione e costantemente alle stesse dosi. E’
questo il risultato di uno studio condotto da ricercatori
presso l’Universita’ di Bari, Aldo Moro, dell’IRCCS “Casa
Sollievo della Sofferenza”, di San Giovanni e dell’Istituto
Superiore di Sanita’ (ISS) di Roma. I ricercatori hanno
analizzato e messo in correlazione tra loro la comparsa di
segni di decadimento cognitivo lieve (MCI) condizione
considerata come prodromica della malattia di Alzheimer – e il
consumo di caffe’ su un campione di quasi 1500 persone con eta’
compresa tra 65 e gli 84 anni. Dai risultati e’ emerso che le
persone che avevano mantenuto costante il loro modo di
consumare il caffe’ (una tazza al giorno) avevano meno rischi
di incorrere nella MCI rispetto agli altri che o avevano
modificato le loro abitudini, oppure consumavano piu’ o meno
caffe’. In particolare e’ emerso che gli individui
cognitivamente normali piu’ anziani che modificato le loro
abitudini, aumentando con il tempo la loro quantita’ di consumo
di caffe’ (piu’ di una tazza di caffe’ al giorno) avevano circa
due volte piu’ alto il tasso di MCI rispetto a quelli con
abitudini ridotte (meno di una tazza di caffe’ al giorno). Allo
stesso tempo, le stesse persone avevano un tasso piu’ alto di
circa una volta e mezzo rispetto a quelle con abitudini
costanti (ne’ piu’ ne’ meno di un caffe’ al giorno). Inoltre,
coloro che abitualmente avevano consumato quantita’ moderata di
caffe’ (1 o 2 tazze di caffe’ al giorno) avevano un tasso
ridotto dell’incidenza di MCI rispetto a coloro che
abitualmente non consumavano mai se non raramente, caffe’.
Nessuna associazione significativa e’ stata verificata tra chi
abitualmente consumate piu’ alti livelli di consumo di caffe’
(piu’ di 2 tazze di caffe’ al giorno) e l’incidenza di MCI
rispetto a quelli che non hanno mai o raramente consumato
caffe’. “Il consumo di caffe’ moderato e regolare puo’ avere
effetti neuroprotettivi anche contro MCI conferma studi
precedenti sugli effetti protettivi a lungo termine di caffe’ o
di te’ contro il declino cognitivo e demenza”, ha detto
Vincenzo Solfrizzi, dell’Universita’ di Bari e uno dei
principali autori della ricerca.
.

(AGI) – Washington, 29 lug. – Ha avuto del miracoloso il
trapianto riuscito di entrambe le mani e gli avambracci subito
da una bambino di solo 8 anni che aveva perso entrambe le
appendici, oltre ad un piede, quando aveva solo 2 anni per una
gravissima infezione. Il piccolo, Zion Harvey, e’ apparso ieri
sorridente in una conferenza stampa al Penn Medicine and
Children’s Hospital di Philadelphia. L’intervento, dopo
l’intervento durato oltre 10 ore, era stato effettuato
all’inizio del mese ma i medici hanno voluto aspettare che non
si verificassero episodi di rigetto, sempre possibili nei
trapianti, prima di dare la notizia. Nel mondo ci sono stati
solo 25 trapianti di mano ma questa e’ la prima volta che
l’intervento ha avuto successo su un bambino.
.

(AGI) – Roma, 28 lug. – Riducendo la quantita’ (concentrazione)
di steroli vegetali nel sangue si riduce l’aterosclerosi e
dunque il rischio di infarto. Lo ha scoperto un gruppo di
ricercatori dell’Universita’ Cattolica del Sacro Cuore e del
Policlinico Agostino Gemelli di Roma. Grazie all’analisi
dettagliata dei dati di una ricerca clinica giapponese appena
pubblicata sul Journal of the American College of Cardiology, i
risultati potrebbero avere ricadute importanti. Fino a oggi si
e’ ritenuto che gli steroli vegetali avessero unicamente un
effetto positivo a aiutano, anche se di poco, a ridurre il
colesterolo cattivo. Invece, alla luce del nuovo studio,
proprio in questi steroli finora considerati amici del cuore,
potrebbe celarsi un altro nemico della salute cardiovascolare.
Lo studio giapponese ha dimostrato che l’aggiunta alla terapia
classica anti-colesterolo con statine di un secondo farmaco
chiamato Ezetemibe riduce la gravita’ dell’aterosclerosi
coronarica in misura maggiore rispetto alle sole statine.
L’Ezetemibe e’ un farmaco che inibisce la assorbimento
intestinale di colesterolo e di steroli vegetali. Invece le
statine inibiscono la sintesi del colesterolo nel fegato. I
ricercatori italiani, analizzando in profondita’ i dati dello
studio giapponese, hanno osservato che l’effetto favorevole
dell’Ezetemibe sull’aterosclerosi coronarica e’ associato a una
riduzione dei livelli ematici di steroli vegetali.

(AGI) – Roma, 28 lug. – Segni e sintomi non sempre conducono
alla diagnosi di alterata funzione della tiroide. Questo uno
dei dati emersi grazie a Tiroide in Primo Piano, la campagna di
sensibilizzazione promossa dalla Fondazione Cesare Serono. Dai
1.203 questionari compilati da utenti con diagnosi confermata
di alterata funzione della tiroide e’ infatti emerso che, in un
terzo dei casi , alla diagnosi non si e’ arrivati grazie a
segni o sintomi tipici delle malattie della tiroide. E’ inoltre
emerso che le tiroiditi si associano piu’ spesso (nel 70 per
cento dei casi) ad alterazioni della funzione tiroidea e che,
nella maggioranza dei casi (52 per cento), ci si rivolge al
medico di medicina generale per definire la presenza di questi
disturbi. Buona la aderenza ai trattamenti: oltre il 90 per
cento delle persone con alterazioni della funzione della
tiroide assume le cure prescritte, mentre emerge una generale
insoddisfazione per l’assistenza offerta dal Servizio
Sanitario, considerata “scarsa” dal 58 per cento di questi
utenti. Di contro, oltre la meta’ delle persone si e’ detta
soddisfatta per come i medici hanno gestito il loro problema
tiroideo. Oltre al questionario dedicato alle persone con
accertata alterata funzione tiroidea, la Campagna Tiroide in
Primo Piano ne ha proposto un altro per chi non ha mai ricevuto
una diagnosi di questo tipo. Questo secondo questionario e’
stato compilato da 3.388 utenti del sito. I risultati hanno
evidenziato che facile irritabilita’ e stanchezza
ingiustificata sono i sintomi che, rispettivamente, il 74 per
cento e il 72 per cento degli utenti hanno dichiarato di
avvertire. Altri segni e sintomi segnalati con frequenza minore
sono stati: alterata sensibilita’ al caldo o al freddo (61 per
cento) e alterazioni della frequenza dei battiti del cuore (60
per cento). A fronte del fatto che tutti questi segni e
sintomi, pur se abbastanza generici, possono essere provocati
da alterazioni della funzione della tiroide, solo poco piu’ di
un terzo di questi utenti, come si rileva dall’analisi dei
questionari, ha eseguito esami di controllo della funzione
tiroidea nei due anni precedenti.

(AGI) – Milano, 28 lug. – La carenza di vitamina D, non solo e’
associata a un aumentato del rischio di infarto e insufficienza
cardiaca acuta, ma peggiora anche gli esiti e le conseguenze.
La conferma arriva da uno studio prospettico del Centro
Cardiologico Monzino, condotto su 814 pazienti ricoverati con
infarto miocardico, recentemente pubblicato sulla rivista
Medicine.”Abbiamo riscontrato – ha dichiarato Giancarlo
Marenzi, Responsabile della Terapia Intensiva Cardiologica del
Monzino e coordinatore dello studio – che l’80 per cento dei
pazienti colpiti da infarto presentano un deficit, totale o
parziale, di vitamina D, scoprendo inoltre che chi ha i valori
piu’ bassi sviluppa una peggiore progressione della malattia
nel tempo, un aumentato rischio di mortalita’ e maggiori
complicanze cliniche intra-ospedaliere e a un anno dal
ricovero”. E’ stato osservato che esiste una relazione tra i
livelli di questa vitamina e la salute del cuore: “gli infarti,
ad esempio, sono piu’ frequenti – ha detto Marenzi – nei mesi
invernali che nei mesi estivi, e la loro incidenza nella
popolazione aumenta via via che dall’equatore si sale verso il
polo”. Da qui l’ipotesi che ci fosse un collegamento con la
vitamina D, che e’ attivata dal sole. “I dati raccolti
dimostrano l’esistenza di questo legame”, ha concluso Marenzi.

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