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(AGI) – Roma, 10 lug. – Un gruppo di ricercatori delle
Universita’ di Verona, Cambridge (UK) e Milano-Bicocca, ha
condotto uno studio che dimostra la presenza di meccanismi di
plasticita’ corticale in ratti affetti da encefalomielite
autoimmune sperimentale (EAS), un modello di sclerosi multipla.
Il lavoro e’ stato descritto sul Journal of Neuroscience. Fin
dai primi anni 2000, la Risonanza Magnetica Funzionale (fMRI)
ha dimostrato come il cervello di pazienti affetti da sclerosi
multipla (SM) per assolvere alle funzioni motorie, cognitive e
sensoriali compromesse dalla patologia sia in grado di
reclutare aree corticali supplementari e definire connessioni
alternative. Questo fenomeno, noto come plasticita’ o
riorganizzazione cerebrale, e’ stato ampiamente studiato ed e’
considerato uno dei meccanismi compensatori innescati per
limitare o ritardare i danni funzionali e irreversibili che
colpiscono i pazienti con SM. Le basi molecolari e cellulari di
questo fenomeno non sono state del tutto chiarite, come ancora
non sono state esaminate in profondita’ le possibili
interazioni fra riorganizzazione corticale e terapie. Nel nuovo
studio, i ricercatori hanno usato la risonanza magnetica
funzionale e morfologica, in combinazione con indagini
istologiche post-mortem, per studiare le caratteristiche del
rimodellamento corticale in animali da laboratorio affetti da
EAS durante l’evoluzione della malattia, dai primi segni
clinici fino alla cronicizzazione dei sintomi. Negli animali
affetti da EAS, il reclutamento di aree cerebrali silenti negli
animali sani e’ accompagnato, oltre che da sensibili variazioni
volumetriche della materia bianca e grigia, anche da un
persistente stato infiammatorio e da segni di patologia a
livello delle sinapsi. Questi dati sono in accordo con quanto
riportato dalla letteratura scientifica clinica nell’uomo e
qualificano il modello sperimentale come una robusta
piattaforma di studio non solo per l’analisi dei meccanismi
fisiopatologici alla base della sintomatologia, ma anche per ma
anche per lo sviluppo di strategie terapeutiche innovative nel
trattamento della SM progressiva.
.

(AGI) – Londra, 10 lug. – Il fumo puo’ aumentare il rischio di
sviluppare psicosi, schizofrenia e altre gravi malattie
mentali. Almeno questo e’ quanto emerso da uno studio del King
College di Londra, pubblicato sulla rivista Lancet Psychiatry.
I ricercatori hanno scoperto che le persone affette da malattie
mentali psicotiche sono anche quelle che piu’ probabilmente
fumano. Fino ad oggi si pensava che questo collegamento fosse
piu’ legato alla tendenza dei malati a cercare “conforto” nel
fumo. Per la prima volta uno studio invece ha trovato una
possibile connessione causale. Analizzando i dati di quasi
290mila persone, i ricercatori hanno trovato che quelle con
psicosi sono piu’ propense a fumare perche’ questa cattiva
abitudine, in combinazione con fattori genetici e ambientali.
potrebbe essere la causa del disturbo. “Anche se e’ sempre
difficile determinare una connessione di causalita’, i nostri
risultati indicano che il fumo dovrebbe essere preso seriamente
in considerazione come fattore di rischio per lo sviluppo della
psicosi, e non liquidato semplicemente come una conseguenza
della malattia”, ha detto James MacCabe, uno degli autori dello
studio. Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno
analizzato i dati di 61 studi che hanno coinvolto 15mila
fumatori e 273mila non fumatori. Dai risultati e’ emerso che il
57 per cento delle persone trattate per un primo episodio di
psicosi era fumatore. In pratica, i pazienti psicotici avevano
tre volte piu’ probabilita’ di fumare rispetti alle persone
senza la malattia mentale. Lo studio ha anche mostrato che, in
media, i fumatori diventano psicotici un anno prima rispetto ai
non fumatori. Il legame messo in luce e’ puramente statistico.
Ma, speculando sulle possibili cause, gli studiosi ritengono
che ci possa essere un legame tra fumo e dopamina, una sostanza
chimica che ha un ruolo nel modo in cui il cervello vive un
emozione. Secondo questa ipotesi, e’ possibile che
l’esposizione alla nicotina aumenti il rilascio di dopamina,
provocando di conseguenza lo sviluppo della psicosi.
.

(AGI) – New York, 10 lug. – Per la prima volta si e’ riusciti a
separare i benefici medici della cannabis dai suoi effetti
collaterali. Ad annunciarlo e’ stato un gruppo di ricercatori
della University of East Anglia, in collaborazione con
l’Universita’ Pompeu Fabra di Barcellona.Si tratta dello stesso
team di studiosi che ha scoperto come il principale ingrediente
psicoattivo della cannabis, noto come Thc, sia in grado di
ridurre la crescita del tumore nei pazienti oncologici.
Nell’ultimo studio, pubblicato sulla rivista Plos Biology, si
e’ scoperto che gli effetti cognitivi di Thc, come perdita di
memoria e ansia, sono innescati da un particolare “percorso”
che e’ separato da quelli responsabili degli altri effetti, tra
cui il sollievo dal dolore. Questo percorso coinvolge sia un
recettore die cannabinoidi che un recettore della serotonina.
Quando viene bloccato, il Thc puo’ ancora avere gli altri
effetti benefici, evitando quindi le perdite di memoria. La
ricerca e’ stata condotta sui topolini e si spera aprira’ la
strada a future terapie a base di cannabis sicure, che non
provocano alterazioni dell’umore, della percezione e della
memoria. “Thc, il principale componente attivo della marijuana,
ha un ampio uso medico, come ad esempio per alleviare il
dolore, la nausea e l’ansia”, ha detto Peter McCormick, uno
degli autori dello studio. “La nostra ricerca precedente ha
anche scoperto che potrebbe ridurre le dimensioni del tumore
nei pazienti affetti da cancro. Tuttavia e’ anche noto – ha
continuato – che puo’ indurre numerosi effetti collaterali
indesiderati, come disturbi della memoria, ansia e dipendenza.
Vi e’ un notevole interesse medico nella comprensione dei
meccanismi molecolari all’opera in Thc, in modo da poter
sfruttare gli effetti benefici senza gli effetti collaterali”.
Thc agisce attraverso una famiglia di recettori delle cellule
chiamati recettori dei cannabinoidi. “La nostra precedente
ricerca – ha spiegato McCormick – ha rivelato che questi
recettori sono responsabili degli effetti antitumorali di Thc.
Questa nuova ricerca dimostra come alcuni degli effetti
benefici possano essere separati dai suoi effetti collaterali
indesiderati”. I ricercatori hanno effettuato studi
comportamentali sui topi e hanno studiato come i percorsi del
cervello operano con Thc. Hanno cosi’ scoperto che l’assenza di
un particolare recettore della serotonina, chiamato 5HT2AR, ha
ridotto alcuni degli effetti di Thc, come la perdita di
memoria. Ma il trattamento per ridurre 5HT2AR non ha avuto
alcuna conseguenza sugli altri effetti di Thc, come quello del
sollievo dal dolore. “Questa ricerca e’ importante perche’
identifica un modo per ridurre alcune delle cose che, nella
terapia medica, sono solitamente associate agli effetti
collaterali indesiderati di Thc, pur mantenendo alcuni
importanti vantaggi tra cui la riduzione del dolore”.
.

(AGI) – Washington, 9 lug. – Dopo soli due anni, il diabete di
tipo 2 puo’ compromettere la capacita’ di regolare il flusso
sanguigno nel cervello, contribuendo a una riduzione delle
abilita’ cognitive e mnemoniche, e influendo negativamente
sulle attivita’ quotidiane. Almeno questo e’ quanto emerso da
uno studio dell’Harvard Medical School di Boston, pubblicato
sulla rivista Neurology. “La normale regolazione del flusso
sanguigno permette al cervello di ridistribuire il sangue nelle
aree cerebrali che hanno una maggiore attivita’ durante
l’esecuzione di determinate attivita’”, ha detto Vera Novak,
autrice principale dello studio. “Le persone con diabete di
tipo 2 – ha continuato – hanno un’alterata regolazione del
flusso di sangue. I nostri risultati suggeriscono che il
diabete e la glicemia alta comportano un effetto negativo
cronico sulle capacita’ cognitive e decisionali”. Per arrivare
a queste conclusioni i ricercatori hanno coinvolto nello studio
40 persone con un’eta’ media di 66 anni. Di questi, 19 avevano
il diabete di tipo 2 e 21 no. Le persone con diabete sono state
trattate per una media di 13 anni. I partecipanti sono stati
testati all’inizio dello studio e di nuovo due anni dopo. I
soggetti sono stati sottoposti a test cognitivi e mnemonici, a
una risonanza magnetica per verificare il volume del cervello e
il flusso di sangue, e ad analisi del sangue per misurare il
controllo di zucchero nel sangue e l’infiammazione. Dopo due
anni, le persone con diabete hanno subito una diminuzione della
loro capacita’ di regolare il flusso di sangue nel cervello.
Gli stessi soggetti avevano anche punteggi piu’ bassi in
diversi test di memoria e cognitivi. Nelle persone con minore
capacita’ di regolazione del flusso di sangue all’inizio dello
studio sono state riscontrate riduzioni maggiori nella
capacita’ di completare le attivita’ quotidiane. Gli elevati
livelli di infiammazione sono stati associati con una maggiore
diminuzione della regolazione del flusso di sangue, nonostante
le persone avessero un buon controllo della loro pressione
sanguigna e del diabete. Nei test di apprendimento e mnemonici,
i punteggi delle persone con diabete sono diminuiti del 12 per
cento, nel corso dei due anni di studio, mentre i punteggi
delle persone senza diabete sono rimasti sempre gli stessi.
Inoltre, la regolazione del flusso di sangue nel cervello si e’
ridotta del 65 per cento nelle persone con diabete.

(AGI) – Milano, 9 lug. – Due puntatori laser che cercano le
informazioni nella mente. E’ cosi’� che funzionano i nostri
occhi quando devono ricordare le informazioni archiviate nella
memoria a breve termine. Il nostro cervello memorizza le
informazioni sistemandole ordinatamente da sinistra a destra. E
quando dobbiamo recuperarle dalla memoria, esploriamo lo spazio
mentale muovendo gli occhi nella stessa direzione. Lo dimostra
una ricerca dell’Universita’ di Milano-Bicocca, condotta in
collaborazione con l’Universita’ di Zurigo, pubblicata sulla
rivista Cognition.I ricercatori hanno chiesto a 10 partecipanti
di memorizzare una sequenza di cinque numeri, che comparivano
uno alla volta al centro di uno schermo che avevano di fronte.
Poi, hanno mostrato loro altri numeri (e hanno chiesto ai
partecipanti di indicare verbalmente se questi facessero o meno
parte della sequenza memorizzata. Infine, in un’ultima fase, i
partecipanti hanno dovuto ripetere i numeri verbalmente,
secondo l’ordine di memorizzazione. I ricercatori, utilizzando
il sistema EyeSeeCam, un sistema ad infrarossi che cattura la
posizione degli occhi, hanno registrato i movimenti oculari
spontanei per studiare le strategie di visualizzazione interna
che i partecipanti hanno messo in atto per svolgere il compito.
Dall’analisi dei movimenti oculari e’ emerso che i partecipanti
ricorrevano a una strategia visiva ben definita per ricercare
nella memoria le informazioni. In particolare, gli occhi si
muovevano da sinistra a destra in base alla posizione del
numero da ricordare, a suggerire non solo che le sequenze
ordinate sono organizzate spazialmente nella nostra memoria, ma
che muoviamo gli occhi anche per esplorare lo spazio mentale.
“Questi risultati � hanno spiegato Luisa Girelli e Luca
Rinaldi, autori dello studio e rispettivamente associato di
Psicobiologia e Psicologia Fisiologica e dottorando di ricerca
presso il Dipartimento di Psicologia dell’Universita’ di
Milano-Bicocca – mostrano quindi come il nostro cervello si
avvalga di strategie visuo-spaziali per codificare e
rappresentare dell’informazione puramente verbale.
L’informazione memorizzata, infatti, viene rappresentata
spazialmente dal nostro cervello e gli occhi orienterebbero la
nostra attenzione proprio lungo tale rappresentazione”.

(AGI) – Washington, 9 lug. – I pazienti che hanno subito
ustioni e traumi potrebbero riportare profondi cambiamenti in
100 trilioni di batteri all’interno del tratto
gastrointestinale. Un gruppo di ricercatori della Loyola
University Chicago Health Sciences Division ha scoperto che nei
pazienti con gravi ustioni si verifica un aumento significativo
di Enterobatteri, una famiglia di batteri potenzialmente
pericolosi. Allo stesso tempo si verifica una corrispondente
riduzione di batteri benefici che normalmente mantengono i
batteri nocivi sotto controllo. I risultati dello studio,
pubblicato sulla rivista Plos One, suggeriscono che i pazienti
potrebbero trarre benefici da trattamenti a base di probiotici.
La stessa cosa, secondo i ricercatori, potrebbe valere per i
pazienti che hanno subito un trauma, comprese lesioni cerebrali
traumatiche. Negli individui sani, il tratto gastrointestinale
contiene piu’ di 100 trilioni di batteri (microbioma), che
vivono in simbiosi e offrono numerosi vantaggi. Se questo
equilibrio si interrompe, si verifica uno stato chiamato
disbiosi, che e’ collegato a molte condizioni, tra cui malattie
infiammatorie intestinali, obesita’, artrite reumatoide e
diabete. Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno
esaminato campioni di feci di 4 pazienti gravemente ustionati
che sono stati trattati nel centro ustioni del Medical Center
della Loyola University. I campioni sono stati prelevati 5-17
giorni dopo le ustioni. Il microbioma di questi pazienti sono
stati confrontati con il microbioma di un gruppo di controllo
di otto pazienti che avevano subito solo lievi ustioni. Nei
pazienti gravemente ustionati, gli Enterobatteri rappresentato
in media il 31,9 per cento dei batteri del microbioma
intestinale. Al contrario, gli Enterobatteri rappresentavano
solo lo 0,5 per cento del microbioma dei pazienti che avevano
subito lievi ustioni. Gli Enterobatteri appartengono a una
famiglia di batteri che includono anche batteri patologici,
come E. coli e Salmonella. Secondo i ricercatori, gli squilibri
dei batteri possono contribuire al rischio sepsi o ad altre
complicazioni infettive che causano il 75 per cento di tutti i
decessi nei pazienti con gravi ustioni. Lo squilibrio potrebbe
compromettere le pareti del tratto gastrointestinale,
permettendo ai batteri nocivi di fuoriuscire dall’intestino e
raggiungere il flusso sanguigno. I ricercatori hanno in
programma ulteriori studi per confermare questa ipotesi.

(AGI) – Trieste, 9 lug. – La proteina prionica (PrP) potrebbe
ridurre l’insorgenza di attacchi epilettici. A confermarlo e’
stato uno studio internazionale, che ha coinvolto anche
ricercatori della Scuola Internazionale Superiore di Studi
Avanzati (Sissa) di Trieste. Precedenti studi avevano gia’
suggerito che PrP impediva l’insorgere di crisi epilettiche,
probabilmente modulando l’azione di canali sinaptici specifici,
ma alcuni avevano messo in dubbio la validita’ della ricerca.
“In passato, l’idea e’ che i modelli animali non erano
abbastanza specifici e che le osservazioni erano il prodotto un
errore sperimentale sistematico”, ha spiegato Giuseppe Legname,
ricercatore della Sissa di Trieste e tra gli autori dello
studio. “Con il nostro lavoro – ha continuato -abbiamo voluto
fugare ogni dubbio. Abbiamo usato 4 modelli animali per testare
realmente l’ipotesi della funzione neuroprotettiva di PrPC
contro l’epilessia”. Il risultato? “PrPC sicuramente gioca un
ruolo nella prevenzione delle convulsioni e, quando viene a
mancare, sono molto piu’ frequenti”, ha sottolineato il
ricercatore. Questo studio e’ un importante punto di
riferimento nel settore.

R01 (AGI) – Napoli, 9 lug. – “Otto italiani su 10 non sanno che
il fumo passivo puo’ provocare il tumore del polmone. Una
diffusa ignoranza che preoccupa, visto che la meta’ (il 49 per
cento) ammette di accendersi spesso una “bionda” in presenza di
bambini. E per il 43 per cento smettere con le sigarette non
riduce il rischio di sviluppare questa patologia. Sono alcuni
dei dati emersi dal sondaggio condotto dall’Associazione
Italiana di Oncologia Medica (AIOM) su oltre 3.000 cittadini.
L’indagine e’ stata presentata oggi all’Istituto Nazionale
Tumori Fondazione G. Pascale di Napoli e fa parte della
campagna nazionale di sensibilizzazione sul tumore del polmone.
L’iniziativa, promossa dall’AIOM con il patrocinio della
Fondazione “Insieme contro il Cancro” e dell’associazione di
pazienti WALCE (Women Against Lung Cancer in Europe), prevede
un tour in otto regioni ed e’ realizzata con il supporto di
Boehringer Ingelheim. “Il cancro del polmone si caratterizza di
un forte stigma sociale”, ha detto Nicola Normanno, Direttore
del Dipartimento di Ricerca dell’Istituto Nazionale Tumori
Fondazione G. Pascale di Napoli. “Il 59 per cento degli
intervistati – ha continuato – ritiene che chi e’ colpito dalla
malattia, soprattutto se si tratta di un tabagista, sia
‘colpevole’ della sua condizione. In Campania il 22,9 per cento
della popolazione fuma regolarmente. Si tratta di un dato
superiore alla media nazionale (20,9 per cento). Ricordiamo che
respirare sigarette, proprie e altrui, determina il 90 per
cento del totale dei tumori del polmone. E il fumo passivo e’
un importante fattore di rischio, che aumenta fino al 30 per
cento le probabilita’ di sviluppare la malattia. Ma, come
risulta dal sondaggio, troppi ignorano le regole fondamentali
della prevenzione. Per questo abbiamo deciso di promuovere un
progetto nazionale rivolto a cittadini, oncologi e
Istituzioni”. (

(AGI) – Denver, 8 lug. – La dieta seguita dalla madre durante
la gravidanza spinge in futuro i bambini a cedere alla “voglia”
di alcol e sigarette. Se infatti la donna incinta si rimpinza
di cibo spazzatura, il cervello del bambino viene “programmato”
per godere della combinazione di drink alcolici e nicotina in
futuro. A scoprirlo e’ stato un gruppo di ricercatori della
Rockefeller University in uno studio presentato in occasione
del meeting annuale della Society for the Study of Ingestive
Behavior a Denver. Per arrivare a queste conclusioni gli
scienziati hanno effettuato una serie di esperimenti sui topi:
hanno confrontato la propensione alla nicotina e all’alcol di
topi “adolescenti” figli di mamme che in gravidanza hanno
seguita una dieta a base di cibi grassi o una dieta sana.
Ebbene, i topolini esposti a una dieta grassa prima della
nascita hanno cercato di ottenere una dose di nicotina e alcol,
molto piu’ di quanto hanno fatto i topi esposti a una dieta
sana. Secondo i ricercatori, le stesse conclusioni potrebbero
valere anche per gli esseri umani. (AGI)
.

(AGI) – New York, 8 lug. – I cattivi stili di vita – come
fumare, bere, essere in sovrappeso e inattivi – possono ridurre
la durata della vita di una persone di ben 23 anni. Queste le
conclusioni allarmanti di uno studio della Cambridge
University, pubblicato sulla rivista Jama. Secondo i
ricercatori, una combinazione di malattie cardiache e diabete
puo’ ridurre la vita di oltre un decennio. Ma, se una persona
sviluppa il diabete o soffre di ictus o infarto prima dei 40
anni d’eta’, l’aspettativa di vita puo’ essere ridotta di 23
anni. Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno
analizzato i dati di oltre 135mila decessi tra piu’ di un
milione di partecipanti allo studio. Gli studiosi hanno
calcolato il calo dell’aspettativa di vita associato a una
storia di malattie cardiometaboliche, in combinazione con
diabete, ictus e attacchi cardiaci. Mentre la letteratura
scientifica e’ ricca di evidenze sul rischio di morte precoce
se si soffre di una di queste condizioni, sono scarsi gli studi
sull’associazione tra riduzione dell’aspettativa di vita e
tutte e tre le condizioni insieme. Cosi’ i ricercatori hanno
dimostrato che esiste un legame molto forte tra morte e queste
malattie sia negli uomini che nelle donne. Tuttavia, gli uomini
hanno meno probabilita’ di sopravvivere a queste condizioni
rispetto alle donne. Queste malattie sono prevenibili
attraverso il mantenimento di un peso sano, con l’esercizio
fisico regolare, con un’alimentazione sana, senza bere troppo o
fumare. “Abbiamo dimostrato che una combinazione di diabete e
malattie cardiache e’ associata a una speranza di vita
notevolmente inferiore”, ha detto Emanuele Di Angelantonio,
autore dello studio. “Un individuo sulla sessantina che ha
entrambe le condizioni ha una riduzione media dell’aspettativa
di vita di circa 15 anni”, ha aggiunto. Gli effetti sono stati
ancora piu’ evidenti a 40 anni d’eta’: con tutte e tre le
condizioni l’aspettativa di vita e’ stata ridotta di 23 anni
negli uomini e di 20 nelle donne. Gli uomini di 60 anni d’eta’
affetti da tutte le condizioni hanno perso in media 14 anni di
vita in media, mentre le donne 16 anni. (AGI)

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