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I forzati della sanità a pagamento. Sono 19,6 milioni gli italiani che nell’ultimo anno, per almeno una prestazione sanitaria essenziale prescritta dal proprio medico, hanno provato a prenotare nel Servizio sanitario nazionale e poi, constatati i lunghi tempi d’attesa, hanno dovuto rivolgersi alla sanità a pagamento, privata o intramoenia.

In 28 casi su 100 i cittadini, avuta notizia di tempi d’attesa eccessivi o trovate le liste chiuse, hanno scelto di effettuare le prestazioni a pagamento (il 22,6% nel Nord-Ovest, il 20,7% nel Nord-Est, il 31,6% al Centro e il 33,2% al Sud). È quanto emerge dal IX Rapporto Rbm-Censis presentato oggi al “Welfare Day 2019”, una grande indagine su un campione nazionale di 10.000 cittadini maggiorenni statisticamente rappresentativo della popolazione.

I numeri del rapporto parlano chiaro: transitano nella sanità a pagamento il 36,7% dei tentativi falliti di prenotare visite specialistiche (il 39,2% al Centro e il 42,4% al Sud) e il 24,8% dei tentativi di prenotazione di accertamenti diagnostici (il 30,7% al Centro e il 29,2% al Sud). I Lea, a cui si ha diritto sulla carta, in realtà sono in gran parte negati a causa delle difficoltà di accesso alla sanità pubblica. Che costringe gli italiani, sottolinea il rapporto, a “surfare” tra pubblico e privato a pagamento per avere le prestazioni necessarie.

Il 62% di chi ha effettuato almeno una prestazione sanitaria nel sistema pubblico, infatti, ne ha effettuata almeno un’altra nella sanità a pagamento: il 56,7% delle persone con redditi bassi, il 68,9% di chi ha redditi alti. E sono 13,3 milioni le persone che a causa di una patologia hanno fatto visite specialistiche e accertamenti diagnostici sia nel pubblico che nel privato, per verificare la diagnosi ricevuta (una caccia alla “second opinion”). Combinare pubblico e privato è ormai il modo per avere la sanità di cui si ha bisogno.

Oltre a tentare di prenotare le prestazioni sanitarie nel sistema pubblico e decidere se attendere i tempi delle liste d’attesa oppure rivolgersi al privato, di fronte a una esigenza di salute stringente, molti cittadini si sono rassegnati, convinti che comunque nel pubblico i tempi d’attesa sono troppo lunghi. Nell’ultimo anno il 44% degli italiani si è rivolto direttamente al privato per ottenere almeno una prestazione sanitaria, senza nemmeno tentare di prenotare nel sistema pubblico. È capitato al 38% delle persone con redditi bassi e al 50,7% di chi ha redditi alti. Ancora una volta: tutti, al di là della propria condizione economica, sono chiamati a mettere mano al portafoglio per accedere ai servizi sanitari necessari.

Chi ha la mano con un sesto dito ha una marcia in più. Lo sostiene Andrea Serino, neuroscienziato dell’Università di Losanna, a conclusione del suo studio sulla polidattilia, un’anomalia genetica caratterizzata da dita in soprannumero nelle mani o nei piedi.

Chi nasce con un dito in più collocato tra il pollice e l’indice è più bravo a manipolare gli oggetti e può svolgere con una sola mano compiti che normalmente ne richiederebbero due. Insomma, si legge su Focus che riprende le parole del ricercatore – è come se possedesse mani “potenziate”.  

“Da tempo la fantascienza ipotizza la possibilità di migliorare le capacità motorie di questa preziosa parte del nostro corpo”, spiega Serino, “ma nessuno aveva mai indagato scientificamente questioni fondamentali come la possibilità per il cervello di controllare eventuali arti aggiuntivi. E le persone con sei dita, che quindi si trovano ad avere qualcosa in più fin dalla nascita, sono il modello ideale per questo tipo di ricerche”.

Serino, insieme ad alcuni colleghi di Friburgo e Londra, ha messo a confronto le abilità di persone che presentano questa particolare forma di polidattilia e quelle di persone con mani a cinque dita.  Lo studio ha dimostrato che il dito soprannumerario ha muscoli propri (la mano a sei dita ha quindi in totale più muscoli e nervi) che lo muovono anche in modo indipendente, oltre che in perfetta coordinazione con le altre dita.

Inoltre, nel cervello, esiste un’area dedicata della corteccia motoria che controlla i movimenti di quel dito in più. “E questo senza che il movimento totale della mano ne risulti rallentato o danneggiato in qualsiasi modo, anzi. Il che significa che anche il cervello, in un certo senso, è ‘potenziato’”, aggiunge Serino.

Cos’è e come si manifesta

La polidattilia – si legge sul sito Scienza e salute –  interessa lo 0,2% della popolazione mondiale. Si può presentare da sola o in concomitanza con altre anomalie genetiche, come la Sindrome di Down, la Sindrome di Patau o altre. L’anomalia alle dita si presenta solitamente ai piedi, quasi sempre con lo sviluppo di sei dita, definito esadattilia.

I sintomi della polidattilia sono dunque la presenza di più dita nelle mani o nei piedi e questa anomalia può verificarsi in modalità diverse. Quando la polidattilia si presenta sulle mani, solitamente si manifesta come un mignolo in più. Nella maggior parte dei casi il dito è una piccola escrescenza carnosa, ma talvolta può formarsi come un dito intero, completo di ossa e funzionante. 

Normalmente, le dita in più vengono rimosse alla nascita. Fino ad alcuni anni fa si interveniva dopo il secondo anno di vita, ma oggi, grazie all’avanzamento delle tecniche chirurgiche, si preferisce effettuare l’intervento fra i 6 e 18 mesi di età. La ricerca, tuttavia, dimostra che, nel caso siano ben sviluppate, sarebbe meglio valutare la possibilità di lasciarle al loro posto.

Durante lo studio, infatti, le persone con 6 dita hanno svolto diversi compiti con una o due mani (riconoscere la forma di un oggetto, piegare un tovagliolo, allacciare le scarpe e comporre sulla tastiera determinate sequenze in risposta alle richieste di un videogioco).

Nel frattempo, per confronto, uomini e donne con 5 dita erano invitati a fare le stesse cose. Risultato: chi possedeva il sesto dito tra pollice e indice svolgeva alcuni compiti più velocemente, altri con più precisione. Il dito soprannumerario infatti, in questa particolare conformazione della mano è in parte opponibile (come il pollice) e questo dà all’arto grande versatilità. “Nelle persone esaminate erano presenti movimenti unici che coinvolgono pollice, indice e il dito in più, movimenti non possibili alle mani a 5 dita”, conclude Serino.

“Sicuramente i soggetti con 6 dita sono avvantaggiati nel suonare strumenti musicali. Tra l’altro, una delle persone che abbiamo testato gioca come portiere in Brasile e sostiene di essere forte perché ha le mani più grandi ed afferra meglio il pallone”.

I polidattili più famosi

            •          Hrithik Roshan, attore di Bollywood.

            •          Antonio Alfonseca, un giocatore della Major League Baseball.

            •          Hound Dog Taylor, chitarrista blues.

            •          Gary Sobers, giocatore di cricket indiano 

            •          Gemma Arterton, attrice britannica

            •          Carlo VIII, Re di Francia dal 1483 al 1498

            •          Toyotomi Hideyoshi, samurai, militare e politico giapponese, 

            •          Anna Bolena, seconda moglie di Enrico VIII

            •          Robert Chambers, giornalista e scrittore scozzese 

Medicinali, prodotti di lusso, alimenti, elettronica: la contraffazione nell’Unione Europea registra una crescita grazie ai social network e alle nuove vie commerciali con l’Asia, favorendo soprattutto la criminalità organizzata.

A rivelarlo è la prima edizione della Valutazione delle minacce dei reati contro la proprietà intellettuale, realizzata da Europol in collaborazione con l’Ufficio dell’Unione Europea per la proprietà intellettuale (Euipo), secondo cui “oltre alle tradizionali categorie di abbigliamento, calzature e prodotti di lusso contraffatti, esiste un commercio crescente di prodotti falsificati che possono potenzialmente nuocere alla salute umana”. Tra questi, spicca “il commercio di medicinali contraffatti per il trattamento di malattie gravi, che sembra essere in aumento”.

“Questa valutazione delle minacce rappresenta un quadro ben preciso della portata e dell’estensione della contraffazione e della pirateria nell’UE, e dei danni che possono essere causati alle attività commerciali legittime e ai consumatori”, ha dichiarato Christian Archambeau, direttore dell’Euipo. ”Mediante la nostra collaborazione con l’Europol, intendiamo sostenere gli sforzi delle autorità di contrasto nella loro lotta contro la criminalità nel campo della PI, in particolare nell’ambiente online»

Annual reports, environmental policy, financial information… The EUIPO’s Transparency Portal gives you easier access to documents relating to our key areas of activity: https://t.co/QPdUreVO9v pic.twitter.com/ZZXjwlE96M

— European Union Intellectual Property Office (@EU_IPO)
6 giugno 2019

Come si legge nel rapporto, nel periodo tra il 2015 e il 2017 “le merci contraffatte e usurpative potevano rappresentare fino al 6,8 per cento delle importazioni dell’UE, per un totale di 121 miliardi di Euro”, ma negli ultimi anni tale importo è “aumentato in modo significativo”.

Gradualmente diminuito dal 2013 è invece il numero annuo di sequestri di merci contraffatte, “sebbene il numero dei beni sequestrati e il loro valore stimato siano calati a un ritmo inferiore, con una ripresa temporanea nel 2015 e 2016”, si legge nel rapporto. Proprio questo andamento decrescente, per l’Europol, sarebbe indice di un aumento dell’efficacia delle operazioni, che tuttavia devono fare i conti con un sempre maggiore traffico tramite “piccoli colli”, spediti direttamente all’utente finale e più difficilmente intercettabili.

“Spesso i contraffattori utilizzano rotte commerciali complesse per trasportare le proprie merci dal paese di produzione verso i mercati di destinazione – si legge nel rapporto -. Sebbene la spedizione di merci contraffatte verso l’UE avvenga ancora in gran parte in carichi alla rinfusa attraverso il trasporto merci, negli ultimi anni si è registrato un forte aumento del trasporto espresso”, conseguenza dell’espansione di mercati online.

Questi mercati ricorrono sempre più al crescente numero di collegamenti ferroviari tra la Cina e l’UE per offrire ai contraffattori la possibilità di diversificare le rotte e i modi di trasporto. “La maggior parte dei prodotti contraffatti proviene ancora dalla Cina, ma per alcune categorie specifiche di prodotti anche altri paesi giocano un ruolo significativo”.

“Questa relazione mostra chiaramente che la pirateria e la contraffazione non sono reati senza vittime. I gruppi di criminalità organizzata che producono e vendono tali beni non hanno alcuna considerazione della qualità, che assai spesso presenta rischi per la salute e la sicurezza”, precisa il direttore esecutivo dell’Europol, Catherine De Bolle.

“Assieme agli Stati membri e ai partner dell’UE, l’Europol s’impegna al fine di fermare le reti criminali dietro a questo commercio illegale e pericoloso. La sicurezza e la salute dei consumatori europei rivestono la massima importanza per noi.”

Ma oltre alla contraffazione di prodotti fisici, le organizzazioni concentrano la loro analisi anche sulla pirateria e sui beni immateriali: “La crescita di internet ha offerto ai contraffattori opportunità uniche per sviluppare la pirateria, la vendita e la distribuzione di libri, giochi, film e musica non autorizzati”, si legge nel rapporto. “I proprietari di queste piattaforme generano profitti grazie alla pubblicità digitale, nella quale spesso compaiono messaggi pubblicitari tradizionali di marchi importanti. In molti casi, questi siti web sono

utilizzati anche per prendere di mira i consumatori con tentativi di phishing o per la diffusione di malware”. Ulteriore mercato della pirateria poi risulta essere quello fondato sulla tecnologia IPTV (Internet Protocol Television – Televisione via internet), che consente  la trasmissione in chiaro di trasmissioni normalmente sottoposte ad abbonamento da server esteri, con gravi perdite per le aziende televisive.

Scarica qui il rapporto
 

*L’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale (EUIPO) è un’agenzia decentrata dell’UE, con sede centrale ad Alicante (Spagna). L’Ufficio gestisce la registrazione dei marchi dell’Unione europea (MUE) e i disegni e modelli comunitari registrati (DMC) e svolge attività di cooperazione con gli uffici di proprietà intellettuale (PI) nazionali e regionali dell’UE. L’EUIPO svolge ricerche e attività per combattere la violazione dei diritti di proprietà intellettuale tramite l’Osservatorio europeo sulle violazioni dei diritti di proprietà intellettuale

Il 30 per cento delle donne con un cancro al seno non può togliersi la parrucca dopo le cure. Con gravi ripercussioni sulla qualità della loro vita. Per questo la Società italiana di dermatologia medica, chirurgica, estetica e delle malattie sessualmente trasmesse (Sidemast) ha finanziato uno studio multicentrico italiano, iniziato a gennaio 2018, che seguirà l’evoluzione dei capelli nel tempo su un campione di 100-150 donne sottoposte a chemioterapia per cancro della mammella.

Lo studio avrà una durata approssimativa di 2 anni e ha lo scopo di indagare le cause dell’alopecia e le possibili cure. In particolare, l’obiettivo è quello di capire come prevenire o curare la forma di alopecia permanente. Sebbene, infatti, i grandi progressi terapeutici abbiano reso il cancro una malattia curabile e l’87 per cento dei pazienti sia vivo a 5 anni dopo la terapia, il 90 per cento delle donne con cancro alla mammella curate con alcune tra le più usate chemioterapie è colpito da alopecia temporanea. E in un 30 per cento dei casi i capelli non ricrescono più.

L’alopecia permanente inoltre interessa anche i bambini: il 10 per cento dei piccoli colpiti da leucemia resteranno con pochi capelli per tutta la vita, uno stigma evidente anche se superano la malattia. Una prospettiva per i pazienti oncologici che sopravvivono in grado di peggiorare in modo pesante la loro qualità di vita. Di alopecia da farmaci si parlerà durante il congresso mondiale di Dermatologia a Milano. “Le ricadute psicologiche per una donna costretta a indossare parrucche o foulard per tutta la vita o per un lungo lasso di tempo, sono molto pesanti”, spiega Bianca Maria Piraccini, professore associato in dermatologia presso il dipartimento di Medicina specialistica, diagnostica e sperimentale dell’Università di Bologna. “Secondo uno studio americano, il 4 per cento delle pazienti con diagnosi di cancro della mammella sotto i 35 anni rifiuta la chemioterapia, accettando di mettere a rischio la vita, per paura di guardarsi allo specchio e vedersi calva”.

Un problema molto serio che finora non è stato sufficientemente considerato, la cosa fondamentale era salvare la vita. Ma oggi va rivalutato alla luce dei successi dell’oncologia. Sidemast ha promosso un trial denominato “Alopecia permanente da chemioterapici”, uno studio interventistico sperimentale senza farmaco che si focalizza sulle caratteristiche epidemiologiche, cliniche, dermoscopiche, istopatologiche e sulla microscopia confocale.

“Alla ricerca partecipano pazienti di sesso femminile, osservate prima, durante e dopo la chemioterapia. Vogliamo capire come prevedere i casi di alopecia permanente, come prevenirla e offrire le soluzioni terapeutiche più adeguate”, dice Piergiacomo Calzavara-Pinton, presidente Sidemast.

Usciranno dalla sartoria del carcere di San Vittore e saranno a disposizione delle donne in cura all’Istituto nazionale per i tumori, nella stessa Milano: sono turbanti colorati, trasformati in accessori alla moda e nel simbolo di un’alleanza fra detenute e malate.

Il progetto si chiama “La vita Sotto il turbante” ed è nato dalla collaborazione tra l’associazione Go5-Per mano con le donne, una Onlus dedicata alle pazienti del reparto di Ginecologia Oncologica dell’Istituto dei Tumori di Milano, e la Cooperativa Alice per Sartoria SanVittore.

L’idea è venuta alle volontarie di Go5 e si è poi concretizzata fino ad ottenere, grazie all’attenzione dell’assessorato alle Politiche Sociali, il patrocinio del Comune di Milano e della Camera Penale di Milano. Circa un anno fa la stilista di Sartoria SanVittore, Rosita Onofri, ha studiato un modello semplice e innovativo, costruito con tessuti naturali e abbinati a stoffe colorate provenienti da India, Marocco, Mauritania. 

Dopo essere stati testati dalle stesse pazienti che hanno suggerito qualche ritocco, nei mesi scorsi ha preso il via la produzione dei turbanti “made in carcere”: le detenute hanno confezionato capi che saranno disponibili dietro una donazione con lo scopo di raccogliere fondi da destinare alla ricerca scientifica per la diagnosi precoce del tumore ovarico.

Allo stesso tempo, commissionando i turbanti a Sartoria SanVittore si potrà offrire lavoro a coloro che, pur lontane da casa, con il loro stipendio cercano di sostenere il bilancio familiare. L’iniziativa, inoltre, propone un messaggio di solidarietà tra donne che soffrono, seppure per motivi diversi. Il turbante infatti, può portare le donne che si trovano in carcere fuori dalla cella, consentendo loro di instaurare un dialogo, sebbene ideale, con la città e e anche tra le carcerate e le pazienti.

“Il cancro è uno dei tabù della nostra società – spiega in una nota Francesco Raspagliesi, direttore dell’Unità di Oncologia Ginecologica della Fondazione Irccs Istituto Nazionale dei Tumori di Milano – e rappresenta simbolicamente l’aspetto oscuro della vita. Nonostante i fantastici progressi della terapia, sono ancora gli insuccessi che colpiscono maggiormente l’attenzione e ne definiscono l’immagine pubblica”.

 

Tecnicamente si chiama Coxiella Burnetii ed è un parassita delle capre. Ma può contagiare anche l’uomo provocando febbre alta, forti dolori alle articolazioni, infezioni polmonari. È la cosiddetta “Febbre Q“, che sta determinando una certa preoccupazione nelle zone di confine tra l’Ossola e il Canton Ticino, Piemonte e la Svizzera.

È in allarme in modo particolare la zona delle valli vicine alla Vallemaggia, l’area del basso Ticino nel quale da alcuni giorni si sono verificati alcuni episodi di questa malattia. Sono al momento almeno una decina i casi trattati dall’ospedale della zona, ma la dimensione del fenomeno non è stata ancora completamente definita.

Il focolaio sarebbe stato individuato in cinque allevamenti di capre che si trovano a breve distanza l’una dall’altra nella zona di Avegno-Gordevio, a pochi chilometro da Locarno, e vicinissimo al valico italiano di confine di Ponte Ribellasca in val Vigezzo. La preoccupazione è generata soprattutto dalla facilità con cui il batterio si propaga dall’animale all’uomo.

La malattia viene trasmessa attraverso l’inalazione dei batteri, ma il passaggio può avvenire anche tra animale e animale, e interessare anche altre specie. Da qui la preoccupazione nelle vallate che temono la diffusione dell’infezione agli allevamenti che pascolano vicino al confine. Per ridurre al minimo i rischi di infezione, l’ufficio del veterinario cantonale elvetico ha ordinato la vaccinazione di tutti gli animali delle aziende interessate, il divieto di ogni movimento da e per l’azienda (ma non il trasferimento estivo in alpeggio), la disinfezione di stalle e apparecchiature.

Sono state prese anche misure che riguardano il cibo, come l’obbligo di pastorizzazione e il divieto di vendita di formaggio a base di latte crudo, per evitare la trasmissione attraverso prodotti caseari, considerata comunque improbabile. “Se non in casi rarissimi – dice il medico cantonale Giorgio Merlani – la malattia non si trasmette da persona a persona”.

Il veterinario cantonale Luca Bacciarini evita ogni catastofismo: “La Coxiella burnetii- ha spiegato ai microfoni della Radio della Svizzera italiana – è un batterio comunemente presente nella popolazione non solo caprina, ma anche ovina e bovina, oltre che in animali selvatici. Nelle bestie puo’ causare infertilità, aborti o parti difficili. Per questo, comunque, in generale le persone pià facilmente contagiate sono gli allevatori stessi e i veterinari. La probabile concausa di questa improvvisa diffusione fra gli esseri umani va ricercata nella primavera secca e ventosa, ambiente in un cui la Coxiella sopravvive molto bene”

Le autorità sanitarie svizzere considerano il fenomeno “sotto controllo”. Al momento non sono segnalati casi in territorio italiano. Ma resta alta la soglia di attenzione nel Verbano Cusio Ossola.

Ha proprietà anti-tumorali, anti-ossidanti, antimicrobiche, antifungine e immunostimolanti. Regala, inoltre, un buon sapore ai cibi al punto di essere una delle spezie principe dei piatti indiani. Basterebbe questo a spiegare perché sempre più persone scelgono di inserire la curcuma nella loro alimentazione, sotto forma di polvere o di integratori.

Il Ministero della Salute mette in guardia chi sceglie questa seconda soluzione: alcuni integratori a base di curcuma sono accusati di provocare una forma particolare di epatite (colestatica acuta, non infettiva e non contagiosa). Finora si sono registrati 16 casi mentre prosegue di pari passo l’indagine da parte del Ministero per individuare da dove possa essere partita la contaminazione. Nel frattempo, le autorità invitano i consumatori a sospenderne momentaneamente l’utilizzo.

I 21 integratori da evitare

Questa la lista dei prodotti da non usare: 

Curcuma Piperina Abbè Roland prodotta da Studio 3  Farma s.r.l.
ArtDol Naturetica, in confezione da 30 tavolette (32,85 grammi) – lotto 18N142  con scadenza 12/2022 – prodotto da Naturetica Bielli S.a.s.
Curcuma Max Naturetica, in confezione da 30 capsule (19,5 grammi) – lotto 181214 con scadenza 12/2022 –  prodotto da Naturetica Bielli S.a.s.
Curcuma Max Naturetica, in confezione da 60 capsule (39 grammi) – lotto 181210 con scadenza 12/2022 – Naturetica Bielli S.a.s.
Good Joint Benessere Pharma, in confezione da 120 compresse (96 grammi) – lotto 190503 con scadenza 05/2023 prodotto da Benessere Pharma S.r.l.
Versalis – lotto I 0187 con scadenza 01/2022 – Geofarma s.r.l. – prodotto da Labomar s.r.l.
Rubigen curcuma e piperina – lotto 250119 – Naturfarma
Curcumin+piperin – Vegavero – prodotto da Vanatari International GMBH, Berlino
Tendisulfur Forte bustine – Laborest Italia s.r.l. prodotto da Nutrilinea s.r.l.
Cartijoint Forte – lotto 24/18 – Fidia Farmaceutici s.p.a. prodotto da Sigmar Italia s.p.a.
Curcuma liposomiale più pepe nero – lotto 1810224, scadenza 10/21, prodotto da Laboratories Nutrimea con sede e stabilimento di produzione rue des Petits Champs 20, FR 75002, Parigi
Curcuma 95% Maximum – lotto 18L264, scadenza 10/2021, prodotto da Ekappa Laboratori s.r.l. per conto di Naturando s.r.l.
Curcuma complex – B.A.I. aromatici per conto di Vitamin shop
Tumercur – Sanandrea
MOVART – lotto M70349scadenza 08/2019 – Scharper S.p.A., Farmaceutici Procemsa spa Nichelino
Curcuma Meriva 95% 520mg Piperina 5 mg – Farmacia dr. Ragazzi, Malcontenta
Curcuma “Buoni di natura” – Terra e Sole
Curcumina Plus 95% – lotto 18L823 – NI.VA prodotto da Frama
Curcumina 95% Kline – lotto 18M861 – NI.VA prodotto da Frama
Curcumina Plus 95% piperina linea@ – lotto 2077-LOT 19B914 – NI.VA prodotto da Frama
Curcumina Plus 95% piperina linea@ – 18c590 – NI.VA prodotto da Frama

 

Come si ottiene (e si assume) la curcuma

La polvere di curcuma, spiega il sito Alimenti e Sicurezza, si ottiene dal rizoma (radice ingrossata con funzione di riserva) della specie Curcuma, pianta coltivata in India e nel Sud-Est asiatico, Cina e Perù. È una molecola abbastanza stabile e per tale motivo può essere usata per gli alimenti trattati termicamente. Le specifiche JECFA definiscono la curcumina come la molecola attiva estratta solamente da substrati naturali, anche se può essere prodotta sinteticamente (non utilizzata come additivo alimentare).

La curcuma si ottiene per estrazione (solventi di estrazione: etilene acetato, acetone, diossido di carbonio, diclorometano, n-butanolo, metanolo, etanolo, esano, propan-2-olo – Reg. 231/2012) dai rizomi della Curcuma longa L. e successiva cristallizzazione dell’estratto.

Nonostante i numerosi benefici apportati, il suo scarso assorbimento, la sua insolubilità e la rapidità di eliminazione, hanno portato i ricercatori a cercare delle soluzioni che potessero aumentarne la biodisponibilità. Una di queste soluzioni prevede l’utilizzo dell’alcaloide piperina, cui si deve il sapore piccante del pepe nero, il quale è in grado di aumentare la biodisponibilità favorendone l’impiego clinico.

Il boom degli integratori

Secondo uno studio di Federsalus, l’Associazione Nazionale Produttori e Distributori di prodotti salutistici, l’Italia è al primo posto dei mercati europei per dimensioni e crescita di uso di integratori. Nel 2018 sono state 226 milioni le confezioni vendute, per un consumo pro capite di 7 scatole. Il valore di mercato del comparto è di 3,3 miliardi, mentre l’utilizzo degli integratori coinvolge il 65% della popolazione italiana (32 milioni di persone).

Bere venticinque tazzine di caffé non comporta nessun rischio per il cuore o le arterie. Lo sostiene uno studio della British Heart Foundation (Bhf) che smentisce le conclusioni a cui erano arrivate precedenti ricerche sull’impatto nocivo della bevanda per il nostro organismo. Nessuna preoccupazione, dunque, per chi ne fa un uso eccessivo, per lavoro o per piacere personale. 

L’esperimento ha coinvolto più di 8 mila persone ai quattro angoli della Gran Bretagna che hanno bevuto quotidianamente dalle due alle venticinque tazzine di caffé. Questo numero però è risultato ininfluente: le ripercussioni sulle arterie, secondo lo studio, sono state le stesse di chi ne ha bevuto soltanto una.

 

Esperti della Queen Mary University of London hanno suddiviso i partecipanti in tre gruppi in base al numero di caffé consumati. I risultati delle analisi hanno evidenziato effetti molto simili: un consumo di questo tipo non porta all’ostruzione delle arterie, a prescindere da età e peso. Nessun dato alterato neanche di fronte a un soggetto fumatore.

“Nonostante l’immensa popolarità mondiale del caffé, molti studi hanno impedito alla gente di goderselo. Ora questo studio evidenzia che non esiste un legame diretto causa-effetto. La bevanda non è così dannosa per le arterie, diversamente da quanto illustrato da ricerche pregresse” ha confermato Kenneth Fung della Queen Mary University of London.

In passato è stato affermato che numerose dosi di caffé fossero la causa di patologie arteriose. L’accusa era quella di un aumento della pressione sul cuore con il conseguente aumento del rischio di un attacco cardiaco. Per questo veniva consigliato ai bevitori assidui di ridurne il consumo
 

Ai quattro angoli del pianeta i morsi di serpente mettono in pericolo di vita gli umani, ma rispetto ad altre minacce finora è stata sottovalutata, passata sotto silenzio. Ora, dopo anni di attesa, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha deciso di far fronte a questa vera e propria emergenza sanitaria con una strategia ad hoc per la prevenzione e il controllo dell’avvelenamento dai rettili. Una battaglia per la salute umana che ora implica il coinvolgimento di governi e organizzazioni donatrici, con più mezzi finanziari e strumenti concreti a disposizione.

 

Morso di serpente, colpisce i più deboli e uccide più di malattie tropicali 

Ogni anno circa 5,4 milioni di persone vengono morse da serpenti, di cui fino a 2,7 milioni vengono avvelenate, portando a oltre 100 mila decessi, e disabilità o deformità permanenti per 400 mila individui. L’avvelenamento da morso di serpente colpisce soprattutto le comunità povere rurali, tra cui lavoratori itineranti, agricoltori, persone sfollate in fuga da conflitti o violenza, e uccide più persone di qualunque altra malattia inclusa nella lista di Malattie Tropicali Neglette dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms).

Leggi anche: Sono tornate le vipere. Breve guida contro gli attacchi

In prima linea in molti scenari difficili del Sud del mondo, l’ong Medici senza frontiere (Msf) è testimone dell’impatto devastante dei morsi di serpente sulle vittime e le loro famiglie e comunità in molte delle aree in cui opera. Oltre a morte e disabilità gravi, i sopravvissuti al morso di serpente soffrono spesso anche di stigma e discriminazione, e molte famiglie arrivano a indebitarsi per ottenere il trattamento.

“Il bilancio umano dell’avvelenamento da serpente a livello mondiale ne fa una vera e propria epidemia nascosta” spiega Gabriel Alcoba, esperto di medicina tropicale per Msf.

Ciononostante la risposta globale a questa tragica situazione è stata, fino a tempi recenti, deludente. I tentativi di affrontare questa crisi di salute pubblica negli ultimi tre decenni sono falliti e i fondi nazionali e internazionali attualmente allocati da governi e donatori sono del tutto insufficienti.

 

La strategia dell’Oms ridà speranza a operatori e vittime

“Ci incoraggia vedere che la strategia dell’Oms enfatizzi la necessità di rafforzare il ruolo delle comunità e dei sistemi sanitari per ridurre l’impatto globale del morso di serpente. Questa malattia deve essere affrontata in maniera olistica, mettendo il paziente al centro, e con programmi di salute preventiva a livello della comunità che possano ridurre i rischi in maniera sostanziale” prosegue Alcoba di Medici senza frontiere.

Finora i costi per i trattamenti del morso di serpente sono principalmente ricaduti sulle disponibilità delle vittime, che spesso hanno risorse limitate e non vengono ascoltate dalla politica. Il fatto che la strategia dell’Oms includa chiari requisiti economici rappresenta un importante passo avanti che dovrebbe consentire ad operatori sanitari sul terreno di condurre azioni rapide e di successo. 

“Siamo cautamente ottimisti che la strategia dell’Oms per il morso di serpente possa essere un punto di svolta nell’affrontare questa malattia. I governi, i donatori e gli altri stakeholder non devono sprecare questa opportunità, ma fornire un concreto supporto politico e finanziario per garantire che abbia successo” sottolinea Julien Potet, esperto in malattie tropicali dimenticate della Campagna per l’Accesso ai Farmaci di Msf. Secondo lui “occorre sfruttare questo momentum e porre fine una volta per tutte a morti e disabilità non necessarie dovute al morso di serpente”.

 

Facilitare accesso a cure gratuite e sicure, ora tocca ai governi 

Il morso di serpente è curabile, ma la grande maggioranza delle sue vittime non riesce a raggiungere un trattamento efficace. Le dosi di antidoto necessarie alla cura possono costare centinaia di dollari e, soprattutto nelle aree rurali, spesso non sono disponibili e mancano anche i servizi di trasferimento e ambulanza, e personale sanitario specializzato. A causa dei prezzi elevati degli antidoti, le persone sono portate a rivolgersi a terapie tradizionali non testate o antidoti più economici di dubbia qualità, e questo contribuisce agli alti tassi di morti e disabilità dovute al morso di serpente. Diverse aziende farmaceutiche hanno recentemente interrotto la produzione di antidoti destinati all’Africa, perché non sufficientemente remunerativa, aumentando il rischio di una grave crisi delle forniture. 

Con l’avvio della strategia dell’Oms i governi sono chiamati ad azioni concrete per aumentare l’accesso ad antidoti sicuri già esistenti sul mercato e per dare priorità allo sviluppo di nuovi e migliori farmaci contro l’avvelenamento da morso di serpente. “Molte più vite potrebbero essere salvate se tutte le vittime del morso di serpente avessero accesso a trattamenti adeguati e tempestivi” dice ancora Potet di Msf. “Per garantire la disponibilità di antidoti di buona qualità a prezzi accessibili, bisogna valutare con urgenza l’efficacia dei prodotti esistenti e mettere a disposizione ulteriori fondi per sviluppare un meccanismo internazionale che supporti e garantisca una fornitura stabile di antidoti. I trattamenti devono essere disponibili e gratuiti per le vittime dei morsi di serpenti, per le quali l’accesso ai farmaci è una questione di vita o di morte” insiste l’esperto sanitario.

Per Medici senza frontiere è positivo che la strategia includa una chiara raccomandazione perché i prodotti attuali e futuri siano sicuri ed economicamente accessibili, insieme a piani ambiziosi per aumentare i tassi di trattamento e accesso agli antidoti nelle regioni colpite.

La strategia sottolinea anche la necessità di informare e sensibilizzare sulle modalità di prevenzione, primo soccorso e centri sanitari dove cercare trattamenti adeguati, attraverso attività di promozione della salute a livello comunitario e formazione del personale medico, soprattutto nell’ambito dei servizi di pronto soccorso e cure mediche di base. Linee guida cliniche garantiranno l’utilizzo appropriato dei costosi antidoti per ridurne gli sprechi da parte del personale medico. 

 

Dal Sud Sudan l’appello di Medici senza frontiere

“Alcune persone arrivano troppo tardi o non arrivano affatto in ospedale. Per questo, non conosciamo l’esatta entità del problema nell’area. Sappiamo che il problema è esteso e che le persone continuano a morire perché non hanno accesso a cure adeguate” testimonia Jacob Chol Atem, coordinatore medico Msf ad Agok, in Sud Sudan.

In quell’ospedale l’ong cura 300 morsi di serpenti ogni anno, la maggior parte durante la stagione delle piogge, periodo in cui scappano dall’acqua ed entrano nelle case, il luogo in cui circa la metà delle vittime viene morsa.

Particolarmente a rischio sono i bambini che giocano in strada e le persone che lavorano nei campi. Ma ovunque siano morsi, il problema è lo stesso per tutti: ricevere le cure. La maggior parte delle vittime di serpenti vive in aree remote e deve percorrere lunghe distanze per raggiungere un ospedale. Un problema aggravato dalle piogge, quando le strade diventano impraticabili e che ci vogliono anche diversi giorni per raggiungere la struttura sanitaria più vicina.

L’altra sfida riguarda le cure a disposizione. In passato, Medici senza frontiere utilizzava un antidoto chiamato FAV-Afrique, efficace contro il veleno di 10 tipologie di serpenti diversi dell’Africa sub-sahariana. Ma i produttori hanno deciso di interromperne la produzione e l’ultimo lotto è scaduto a giugno 2016. Dopo aver cercato trattamenti alternativi, oggi vengono utilizzati due nuovi antidoti in Sud Sudan: EchitabPlus e SAIMR-Polyvalent. Ma la cura è più complessa, occorre selezionare l’antidoto in base ai sintomi e può risultare difficile per personale non specializzato.

 

Servono “cure non rane”, la storia emblematica di Awien

Due mesi fa, Awien, una bimba di 10 anni, è stata morsa da un serpente mentre dormiva. Come tante altre vittime di morsi di serpenti in Africa sub-sahariana, non ha potuto ricevere cure tempestive. Vive in un piccolo villaggio del Sud Sudan, lontano dalla strada più vicina e ancora di più da un ospedale. In aree rurali come questa, la prima reazione a un morso di serpente è usare rimedi tradizionali. La famiglia di Awien ha provato diversi metodi: ha tagliato in due una rana e l’ha poggiata sul morso per rimuovere il veleno; le ha fatto bere uova crude e un misto di semi e foglie, per indurre il vomito e facilitare l’espulsione del veleno. Ma quando nessuno di questi rimedi ha funzionato, lo zio ha deciso di portarla in spalla all’ospedale più vicino. Ha impiegato un’intera notte per arrivare alla città di Agok, dove Medici senza frontiere gestisce l’unico ospedale della regione. 

Quando è arrivata, era in condizioni critiche e ha ricevuto tre dosi di antidoto. Aveva perso conoscenza ed è rimasta in queste condizioni per i primi cinque giorni, poi si è risvegliata e le sue condizioni hanno iniziato a migliorare. E’ stata portata in sala operatoria ben 19 volte, per subire diverse operazioni chirurgiche tese a rimuovere i tessuti morti, perché i muscoli del braccio erano gravemente danneggiati dalla cosiddetta “sindrome compartimentale”. Si tratta di una conseguenza del gonfiore dovuto al veleno che aumenta la pressione all’interno di un compartimento muscolare, causando mancato apporto di sangue, ossigeno e nutrimento fino alla necrosi dei tessuti.

Dopo due mesi in ospedale e i numerosi interventi subiti il braccio destro di Alwien è stato salvato dall’amputazione. Anche se ha il braccio braccio danneggiato oltre ogni possibilità di recupero, che rimarrà sempre appeso a una fascia intorno al collo,  la sua fortuna più grande è quella di essere ancora viva .

Ma come Awien in Sud Sudan e altrove ci sono tantissimi bambini che non hanno potuto ricevere le cure tempestive che servivano per sopravvivere al morso di un serpente. 

La lotta al problema atavico delle liste d’attesa, la difesa dei fondi per la sanità pubblica, il tema spinoso dei vaccini: è stato un anno intenso per Giulia Grillo al ministero della Salute, ricco di cose fatte (“come voto mi do un bel 7”, dice), ma che lascia ancora tante cose da fare: “Dobbiamo fare molto di più per mamme e bambini, ad esempio”, ammette. Dodici mesi dopo il giuramento nelle mani di Mattarella, il ministro-medico targato 5 stelle racconta la sua esperienza in un lungo colloquio con l’Agi, elencando i punti del suo programma ancora da attuare, “se il mio mandato andrà avanti – confida, pensando anche all’esito del voto europeo – come spero”.

 

Ministro Grillo, il 1° giugno 2018 il governo Conte si insediava formalmente, e lei entrava al ministero della Salute. È tempo di primi bilanci, insomma. Specie per un ministero così delicato come quello da lei guidato. La prima domanda è secca: lei che voto si darebbe?

“È già passato un anno dal giuramento nelle mani del presidente Mattarella, mi sembra ieri. Il tempo è corso velocissimo, le cose fatte sono state tante, ma sono solo l’inizio di un programma che ha bisogno di tutti i 5 anni per essere attuato, per questo mi do come voto un bel 7, perché ho trovato una situazione difficile piena di nodi da sciogliere, ma vorrei arrivare a un voto ancora più alto, perché c’è tanto da fare e bisogna farlo bene”.

“Nel frattempo sono anche diventata mamma, mi sembra tutto incredibile: in pochi mesi tanti cambiamenti. E per le mamme e i bambini dobbiamo fare molto di più”.

In una parola, come definirebbe il suo anno al ministero? E quali sono secondo lei i principali risultati ottenuti?

“La parola che userei per caratterizzare il mio mandato è innovazione. Perché è quello che sto cercando di fare per rilanciare l’SSN che come dico sempre è la nostra più grande infrastruttura. Il sistema salute dà lavoro a oltre due milioni di persone e garantisce le cure a chiunque ne abbia bisogno a prescindere da dove si trovi o dalle sue condizioni economiche”.

L’Ssn genera valore, ricchezza, produce idee, ricerca, modelli di gestione e terapeutici. Dobbiamo esserne molto più consapevoli.

“L’Ssn siamo noi e per questo ho messo mano alle fondamenta del sistema: liste d’attesa, nomine dirigenziali, governance del farmaco (che porterà presto a un nuovo prontuario) e dei dispositivi medici (a partire dalla tenuta dei registri per una maggiore sicurezza), formazione post laurea dei medici, rilancio dell’edilizia sanitaria, nuovi modelli organizzativi per superare il sovraffollamento nei pronto soccorso e sto lavorando a misure per superare la carenza dei medici e degli infermieri.  Senza lasciare indietro i territori più fragili: per questo ho fortemente combattuto per un decreto legge che finalmente affondasse come un bisturi nella situazione calabrese, dove la sanità costa di più e funziona di meno”.

“Il decreto Calabria, che commissaria completamente la sanità regionale pretendendo dai nuovi commissari risultati certi e misurabili, è una misura emergenziale e temporanea per una situazione eccezionale: mai nessuno aveva avuto il coraggio di spezzare il legame tossico politica-sanità e di farlo in un territorio funestato dalla criminalità organizzata. Tra poco i cittadini calabresi avranno i risultati di questo provvedimento e anche chi mi ha criticato dovrà ricredersi”.

Ha nominato uno dei problemi più sentiti dai cittadini, quello dei tempi di attesa. Concretamente come è intervenuta per migliorare la situazione, che soprattutto in alcune zone d’Italia purtroppo innesca il passaggio nel privato o addirittura la rinuncia alle cure?

“A pochi giorni dal mio insediamento ho preso di mira il dramma delle liste d’attesa che tanto impattano sulla salute dei cittadini: il piano nazionale che ne avrebbe dovuto gestire l’organizzazione mancava da 10 anni ed era stato lungamente disatteso. Liste d’attesa infinite nella sanità pubblica significano cure inaccessibili per i pazienti, che poi per tagliare i tempi si rivolgono al privato, se possono permetterselo, ma in troppi finiscono per rinunciare alle cure”.

“Ho chiesto alle Regioni di inviarci i dati sulle varie prestazioni per avere una fotografia aggiornata della situazione, ogni territorio ha una situazione diversa, i dati sono praticamente poco comparabili. Per questo ci siamo messi a lavorare a un nuovo Pngla, il piano nazionale per la gestione delle liste d’attesa, che a febbraio è stato recepito dalla conferenza stato-regioni e ora ogni Regione è impegnata ad aggiornare il proprio sistema. Per sostenere la digitalizzazione dei sistemi di prenotazioni abbiamo stanziato 350 milioni”.

“L’efficienza è una questione di organizzazione e per questo pretendo che il buon funzionamento delle liste d’attesa sia uno dei parametri per valutare i direttori generali, chi è inefficiente a livello organizzativo non può dirigere un’azienda sanitaria o un ospedale: il sistema cambia se le regole vengono applicate con serietà. Credo allo scambio di buone pratiche, dove si fa bene è giusto esportare modelli efficienti per aiutare i territori in difficoltà”.

Sicuramente tra le questioni più spinose che ha dovuto affrontare dal suo arrivo al ministero c’è quella dei vaccini. Non è un segreto che una parte del suo elettorato è contraria alla legge Lorenzin con le sue dieci vaccinazioni obbligatorie. D’altra parte lei è un medico, e non ha mai offerto sponde alle estremizzazioni dei no-vax.

“Come ho detto fin dal primo giorno, la legge Lorenzin va superata perché è stato un provvedimento emergenziale legato al calo di coperture vaccinali, ma è insufficiente perché non mette in campo azioni di lungo periodo, si limita a imporre senza spiegare”.

“Io ho insediato al ministero un tavolo di esperti indipendenti (tavolo Nitag) per definire le politiche vaccinali. Dobbiamo recuperare un rapporto di fiducia con i genitori, che devono conoscere i rischi a cui espongono i figli non vaccinandoli”.

“Abbiamo un disegno di legge molto articolato all’esame del Parlamento. Da lì dovremo ripartire, fermo restando l’obiettivo del 95% delle coperture così come impone l’Oms”.

Altro tema spinoso per la sanità pubblica: i fondi. Tutti i governi giurano di voler aumentare le risorse, ma poi quasi sempre qualcosa viene dirottato su altre voci di spesa. Su questo punto, che poi è storicamente uno dei temi qualificanti del Movimento 5 stelle, qual è il suo bilancio?

“Quest’anno abbiamo aumentato il Fondo sanitario nazionale di 1 miliardo, ma ne abbiamo stanziati 4,5 per il triennio, una cifra mai stanziata prima e che rivendico. Riusciremo poi a chiudere il Patto per la salute che traccerà la rotta per la nostra sanità per il prossimo triennio”.

“La nostra sanità è stata messa in ginocchio dalla cattiva politica che l’ha usata come un bancomat. Sto lavorando alla concretezza, senza troppi annunci: mi reco di persona sui territori, visito gli ospedali per rendermi conto delle situazioni e non faccio vita di rappresentanza. Lavoro in modo tenace, senza fronzoli, e taglio pochi nastri. Sono una donna concreta e il tempo sembra non bastare mai per fare tutto”.

A questo proposito, l’ultima domanda è sul futuro: ci sono, almeno in teoria, ancora quattro anni di mandato. Quali sono le sue prossime priorità, le cose ancora da fare?

“La nostra sanità è fatta di grandissimi professionisti, donne e uomini che ogni giorno ci mettono testa, cuore e orgoglio. Sono il mio primo pensiero e per questo, se il mio mandato andrà avanti come spero, dobbiamo riaprire la stagione dei contratti risolvendo due nodi: quello della dirigenza pubblica, con il ccnl bloccato da 10 anni e quello della sanità privata con contratti fermi da 12 anni. Il lavoro va pagato in modo equo e anche se il mio ministero non può chiudere i contratti farò il possibile perché Funzione Pubblica, Mef e organizzazioni datoriali facciano la loro parte. I lavoratori sono il pilastro del Sistema sanitario”.

“Ringrazio tutti loro, ogni giorno perché costruiscono con il loro lavoro il nostro sistema sanitario che accoglie tutti, e dobbiamo esserne fieri”.

“Sono riuscita a ottenere dal Mef ben 8mila borse di specializzazione per i giovani medici italiani, noi in quasi un anno di governo abbiamo stanziato 1.800 borse in più. Tutti i governi precedenti ne avevano messi in totale 1.000 dal 2014 al 2017”.

“La scorsa settimana le aziende farmaceutiche hanno finito di pagare i debiti che avevano con lo Stato, nello specifico con le Regioni. Abbiamo guidato una mediazione con Regioni e Industria e chiuso una partita che durava da 6 anni, portando 2,4 miliardi nelle casse delle regioni. Una cifra che permetterà alle Regione di rifiatare e di avviare le assunzioni che non possono più aspettare”.

“Nei prossimi mesi vorrei concretizzare i tanti provvedimenti a cui abbiamo lavorato, portando avanti misure per valorizzare ancora di più il diritto alla salute, che deve tornare a essere in cima alle priorità della politica”.