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La prevalenza del diabete di tipo 2 negli adolescenti e nei giovani adulti (sotto i 40 anni) sta aumentando notevolmente. È l’allarme lanciato dagli esperti in occasione del 55esimo congresso della European Association for the Study of Diabetes (Easd), in corso a Barcellona. La Società italiana di diabetologia (Sid) stima che, negli ultimi 10 anni, la popolazione dei giovani con diabete di tipo 2 è raddoppiata, arrivando a interessare circa 150 mila soggetti. Non solo. L’insorgenza del diabete in giovane età è associata ad una più lunga esposizione alla malattia e ad un aumentato rischio di complicanze croniche, sia macro che micro-vascolari, legate ad un periodo maggiore di esposizione ad elevati livelli di glicemia.

Inoltre, si stanno accumulando prove del fatto che il diabete di tipo 2 a esordio giovanile abbia un fenotipo patologico più aggressivo, che porta allo sviluppo prematuro di complicanze, con effetti negativi sulla qualità della vita e effetti sfavorevoli sugli esiti a lungo termine.

“Il diabete di tipo 2 nei giovani – si legge in una nota della Sid – è associato a grave resistenza all’insulina e ad un progressivo deterioramento della funzione delle cellule beta pancreatiche. Contrariamente al diabete di tipo 2 adulto, il declino della funzione delle cellule beta nel diabete di tipo 2 giovanile è da tre a quattro volte più veloce e i tassi di fallimento terapeutico sono significativamente più alti nei giovani che negli adulti. Il diabete di tipo 2 a esordio precoce colpisce infine anche piu’ individui in eta’ lavorativa, accentuando gli effetti sociali avversi della malattia”.

Le opzioni terapeutiche per questa condizione sono fortemente ridotte, e gli studi disponibili ancora pochi. “Insieme alle modifiche dello stile di vita, di importanza capitale, la metformina – spiegano gli esperti – rimane la terapia di prima linea per gli adolescenti con diabete di tipo 2, sebbene la maggior parte progredisca rapidamente verso l’insuccesso del trattamento e la terapia insulinica.

Esiste un motivo in più per la prevenzione dell’obesita’ negli adolescenti e nei giovani: arrestare l’aumento del numero di giovani con diabete tipo 2. L’onere della prevenzione non ricade solo sui medici, ma inizia dalla famiglia, dalla scuola, dai responsabili delle politiche sanitarie, e coinvolge varie componenti della società, inclusa l’industria alimentare”. 

I nuovi farmaci

Non più solo il controllo della glicemia, ma anche proteggere le persone con diabete di tipo 2 da tutte le complicanze connesse alla malattia. Questo è uno dei temi affrontati in occasione del 55esimo congresso della European Association for the Study of Diabetes (Easd), in corso a Barcellona.

Negli ultimi 10 anni l’armamentario farmacologico per la cura del diabete mellito di tipo 2 si è arricchito di almeno 3 nuove classi di farmaci, a ciascuna delle quali sono riconducibili diverse molecole. Inoltre, negli ultimi 3-5 anni, i dati di numerosi studi clinici controllati hanno dimostrato che il trattamento con alcune di queste molecole è in grado, specialmente in soggetti già affetti da malattia cardiovascolare, di ridurre il rischio di sviluppare ulteriori eventi. Hanno mostrato queste potenzialità molecole appartenenti alla classe degli agonisti recettoriali del GLP-1 e alla classe degli inibitori del trasportatore renale del sodio e del glucosio (SGLT2 inibitori). 

“Nell’ambito del congresso dell’EASD – dice Agostino Consoli, presidente eletto della Societa’ Italiana di Diabetologia (SID) – vengono presentati ulteriori dati circa le proprietà di alcune molecole di queste classi e ulteriormente discussi dati che dimostrano come gli effetti di protezione cardiovascolare di un agonista recettoriale del GLP-1 a lunga durata di azione possano essere osservati non solo in soggetti diabetici già affetti da malattia cardiovascolare, ma anche in soggetti diabetici che non hanno ancora avuto eventi cardiovascolari maggiori, ma che sono ad alto rischio di svilupparli”.

Questo congresso porta quindi nuove acquisizioni e conoscenze sul trattamento del diabete mellito di tipo 2 con farmaci innovativi, che sempre piu’ si dimostrano preziosi ed in alcuni casi insostituibili per il trattamento corretto del diabete mellito di tipo 2.

“Purtroppo – conclude Consoli – in Italia l’utilizzo di questi farmaci innovativi e’ ancora largamente al di sotto di un livello ottimale; sono infatti attualmente utilizzati solo nell’8 per cento delle persone con diabete, secondo i dati dell’ultimo Rapporto ARNO (il prossimo rapporto ARNO, con gli ultimi dati sull’utilizzo dei farmaci anti-diabete in Italia sarà presentato a Bologna, il prossimo 20 novembre), e troppe persone con diabete sono ancora trattate con terapie che stanno rapidamente diventando obsolete.

Questo è sicuramente dovuto anche a ineludibili considerazioni di carattere economico. Ogni sforzo dovrebbe tuttavia essere fatto per coniugare appropriatezza e sostenibilità e garantire i benefici connessi ad un approccio moderno alla malattia diabetica al numero piu’ ampio possibile delle persone che di esso possano avvantaggiarsi”

 

Presto, quando ci ammaleremo, un naso elettronico ci dirà se dovremo assumere antibiotici o meno. Il dispositivo creato da James Covington della Warwick University funziona più o meno come l’etilometro. Una volta che il paziente ha soffiato in un tubo, il naso elettronico analizza il campione e ne individua i batteri.

I vantaggi sono duplici, assicura Covington: in primo luogo questo macchinario aiuta a ridurre le prescrizioni – inutili – di antibiotici. Gli esperti auspicano un 20% in meno. In secondo luogo  mette in guardia da malattie del tratto respiratorio alla vigilia di un intervento. Infine, prescrivere meno antibiotici significa allungare la vita di questi farmaci, più efficaci più a lungo se non se ne fa un abuso.

“I risultati preliminari del processo del progetto BreathSpec, guidato da Imspex, suggeriscono un’accuratezza dell’80%”, ha dichiarato Covington al British Science Festival. Per 18 mesi, gli scienziati hanno reclutato 1.112 partecipanti provenienti da sette ospedali tra Liverpool, Leicester, Cardiff, Edimburgo e Blackpool. Tra queste, 520 persone avevano infezione delle vie respiratorie inferiori, 272 delle quali non batteriche e 248 batteriche. Le altre186 non avevano nulla.

“In sostanza, abbiamo raggiunto una precisione di circa l’80%, il che è abbastanza buono per una situazione di screening generale”, ha dichiarato Covington.

Frenare l’uso e abuso di antibiotici non sarebbe una cosa da poco. L’assunzione illimitata di questi farmaci sta causando una preoccupante antibioticoresistenza, che rende i batteri immuni agli antibiotici, e quindi praticamente invincibili. Un fenomeno allarmante anche in Italia, che anzi presenta numeri da record che la collocano al di sopra della media europea per la presenza di questi “super-batteri”.

Secondo i dati pubblicati su The Lancet Infectious Diseases dall’ECDC, il nostro risulta essere il primo Paese per numero medio di infezioni e di morti attribuibili ad antibiotico resistenza. “Con oltre 200 mila infezioni – riporta il Sole24Ore–  stacchiamo la Francia, “seconda in classifica” di 80 mila unità e rispetto alla Germania ne contiamo il quadruplo. Quanto a morti attribuibili a questa causa l’Italia nel 2015 ne ha registrate oltre 10 mila, il doppio della Francia e – di nuovo – il quadruplo di Germania e Regno Unito, solo per considerare paesi con un numero simile di abitanti”.

olo in Europa, poi, sarebbero 33 mila le persone morte nel 2015 per infezioni resistenti alle cure. “Per fare un paragone, è lo stesso numero dei morti per influenza, tubercolosi e HIV/AIDS messi insieme. 671.689 sono state le infezioni riscontrate (dato mediano) e 170 i DALY, cioè gli anni persi in salute, su 100 mila persone. Il 39% delle morti è causato da infezioni batteriche resistenti a antibiotici di ultima generazione come carbapenemi e colistina. E se non si farà presto qualcosa, è l’allarme degli scienziati, entro il 2050 l’antibiotico resistenza ucciderà 10 milioni di persone all’anno.

L’analisi del suolo desertico dell’Atacama, in Cile, ha rivelato un tesoro di batteri che potrebbe aiutare la ricerca scientifica a combattere alcune malattie. A raccontarlo è uno studio pubblicato su Extremophiles nel 2017 e condotto da un team di ricercatori guidato da Juan Asenjo (Universidad de Chile), Alan Bull (Kent University), Michael Goodfellow (Newcastle University) e Marcel Jaspars  (Aberdeen University). 

Nel corso del 2018 quarantasei molecole sono state isolate da alcuni batteri che popolano il deserto più estremo del pianeta, la distesa di dune dell’Atacama. Alcune di queste molecole hanno mostrato importanti proprietà antibiotiche, antivirali e anticancro.

In che modo il più antico e arido deserto del mondo, sottoposto a livelli estremi di radiazioni ultraviolette, può aiutarci a combattere alcune tra le malattie più pericolose? Michael Goodfellow, microbiologo della Newcastle University,  sostiene che è proprio l’inospitalità di questo luogo la risposta alla domanda. “La premessa di partenza era: viste le condizioni estreme che il deserto di Atacama presenta,  gli organismi devono per forza di cose adattarsi”.

Nel 2008 viene consegnato a Goodfellow un campione di terreno prelevato da un’area centrale ‘iper-arida’ del deserto, cioè da una zona in cui si suppone non piova da diversi milioni di anni. Una zona da considerare totalmente inospitale.

“Francamente, non ci aspettavamo di isolare nulla”, ha ammesso Goodfellow. Tuttavia, con grande sorpresa dello scienziato, da quel campione si riuscì a far crescere una popolazione diversificata di batteri, dando avvio ad un decennio di ricerche sulla fauna microbica del deserto sudamericano. Ne ha parlato anche la BBC.

Ad attirare l’attenzione è stato uno specifico produttore di spore che pare trovarsi a suo agio in questa distesa di dune roventi: si chiama actinobacteria. Gli actinobacteria sono famosi tra i microbiologi per la loro capacità di secernere composti chimici organici noti come ‘metaboliti secondari’. Composti che li aiutano a respingere i microbi rivali.

Lo Streptomyces griseus, una specie di actinobacteria rintracciabile e reperibile in qualsiasi giardino, se collocato all’interno di una colonia di mycobacterium tubercolosi rilascia una sostanza chimica che impedisce ai suoi ‘fratelli unicellulari’ di coltivare le proteine di cui necessitano per sopravvivere.

Quando gli scienziati della Rutgers University riuscirono a isolare questa sostanza chimica – siamo nel 1944 – ne ricavarono il primo trattamento antibiotico per la tubercolosi. Un trattamento che ha garantito una cura salva-vita per centinaia di milioni di pazienti.

Negli ultimi anni i ricercatori hanno esplorato il mondo alla ricerca di habitat sempre più ostili. E hanno trovato, contro ogni previsione, diverse colonie di batteri in attività. Alcune di loro si sono ‘appaesate’ in Islanda, all’interno di crateri vulcanici appena eruttati. Altre sono state ritrovate, ancora dormienti, nel permafrost siberiano. Ma non è tutto.

Nel 1998 un sommergibile giapponese in esplorazione nella Fossa delle Marianne (11 mila metri di profondità) ha individuato dei batteri in grado di prosperare ad una pressione 700 volte superiore rispetto a quella della superficie terrestre.

E nel 2009 la geomicrobiologa Jill Mikucki ha annunciato la scoperta di una popolazione di microbi sopravvissuti per milioni di anni sotto 400 metri di ghiaccio in Antartide. Questo grazie alla loro capacità di ricavare energia dai depositi di ferro presenti.  

Il ruolo di queste ricerche

Questo tipo di ricerche ha ridefinito la consapevolezza umana dell’ambiente circostante. Ha fatto luce sui modi ingegnosi grazie a cui i batteri si sono evoluti per sopravvivere nei luoghi ostili che popolano.  Si tratta di batteri che oggi possono essere alleati dell’uomo per combattere la resistenza agli antibiotici raggiunta da altri super batteri. Super batteri, responsabili di centinaia di migliaia di morti in tutto il mondo ogni anno, che l’OMS definisce “una delle più grandi minacce a salute, sicurezza alimentare e sviluppo globale”.

I microbiologi di tutto il mondo stanno costruendo una biblioteca sempre più grande sui composti chimici che presentano proprietà bioattive.

Molti scienziati sostengono l’importanza di continuare l’esplorazione del mondo naturale per aggiornare la loro conoscenza in campo biochimico. Questo approccio si chiama ‘bioprospettiva’. Tra i suoi sostenitori c’è anche Marcel Jaspars, chimico dell’Università di Aberdee. A suo avviso “il 70% – 75% di tutti gli antibiotici provengono dalla natura. Dovremmo cercare di capire ancora più a fondo come in natura vengono prodotte certe molecole, come la natura le trasforma e come da queste possiamo effettivamente ricavarne composti antibiotici”.

Molte delle molecole estratte da questi ‘batteri estremi’ probabilmente non diventeranno mai farmaci. Per ogni antibiotico che cambia (e salva) il mondo, come la penicillina, gli scienziati hanno dissotterrato centinaia e centinaia di composti chimici. Di questi molti o sono troppo tossici o semplicemente non sono abbastanza efficaci da essere fruibili in campo medico.

Le potenzialità del batterio cileno

I batteri isolati dal suolo desertico nel nord del Cile, invece, potrebbero non solo fornire antibiotici ma anche nuovi tipi di protezione solare e catalizzatori industriali. Secondo la microbiologa cilena Cristina Dorador, esperta di microbioma Atacama, “dovremmo apprezzare anche la capacità di questi batteri di resistere ad un alto taso di aridità e salinità. E questo perché potrebbe aiutare le piante a crescere in condizioni molto ostili”.

Dorador sostiene che bisognerebbe realizzare studi sulla capacità di questi batteri a metabolizzare la materia inorganica: “Ciò offrirebbe uno spunto da investire nell’industria mineraria del rame in Atacama, che costituisce la spina dorsale dell’economia cilena”. Infatti l’adattamento dei batteri al loro ambiente desertico potrebbe renderli particolarmente adatti ad aiutare l’uomo nell’attività estrattiva.

Il mondo dei batteri è (ancora) un mondo sconosciuto

Oggi i ricercatori potrebbero aver guardato solo ad una piccola parte del potenziale dell’Atacama. Ad oggi solo l’1% di tutti i microrganismi nel mondo naturale sono stati isolati e coltivati. Tuttavia le nuove tecniche di sequenziamento genetico stanno aiutando ricercatori come la Dorador ad avere una percezione più attendibile degli esseri microscopici che popolano la Terra.

“Sappiamo che sono lì, sappiamo che disponiamo di una grande diversità microbica ma non conosciamo pienamente il suo potenziale – sottolinea la studiosa. Eppure nel deserto dell’Atacama c’è davvero un intero universo microbico da scoprire”.

L’espressione anomala delle proteine della neurochinina B e kisspeptina, così come dei loro recettori, potrebbe essere associato alla sindrome dell’ovaio policistico (Sop). Queste, in estrema sintesi, le conclusioni di uno studio condotto dal Centro Ivi Siviglia, insieme all’Instituto de Investigaciones Quimicas, e pubblicato sul Journal of Assisted Reproduction & Genetics. La presenza e la funzione delle proteine studiate a livello dell’ipotalamo è stata ampiamente descritta, trattandosi di regolatori essenziali dell’asse ormonale riproduttivo.

La novità di questo studio consiste principalmente nel fare luce sul loro ruolo a livello molecolare nell’ovaio, ossia su come vengono fabbricati o sintetizzati e qual è la loro funzione lì, oltre alla loro possibile implicazione nel Sop. In questo studio sono state coinvolte, da una parte, 43 pazienti con trattamenti di riproduzione assistita e affette da SOP e, dall’altra, 46 donatrici di ovuli.

Le donne di entrambi i gruppi sono state sottoposte ad un trattamento di stimolazione ovarica controllata per indurre lo sviluppo e la maturazione di follicoli ovarici multipli – le strutture in cui maturano gli ovuli. L’ipotesi dell’equipe di ricerca era che, se l’espressione della neurochinina B, la kisspeptina e/o i loro recettori risultava alterata nelle pazienti affette da SOP rispetto alle donatrici fertili, questo poteva rappresentare un fattore genetico coinvolto nell’insorgenza della malattia.

“Per questo – spiega Victor Blasco, principale ricercatore dello studio ed embriologo di Ivi Siviglia – abbiamo analizzato i livelli di espressione di questi geni nel liquido follicolare ed effettivamente abbiamo riscontrato che erano alterati nelle pazienti affette da SOP rispetto alle donatrici. Questi livelli anomali potrebbero contribuire allo sviluppo follicolare anomalo e ai problemi di ovulazione osservati in queste pazienti”. Aggiunge Daniela Galliano, direttrice del Centro Ivi di Roma : “Tale scoperta potrebbe aprire la porta allo sviluppo di farmaci che consentano di correggere la sintomatologia della malattia. Nelle fasi successive del lavoro sarà studiato se l’espressione di questi geni sia presente anche nei casi di avanzata eta’ materna, endometriosi e bassa risposta ovarica”.

Una foto di Roberto Speranza, neo ministro della Salute, di spalle mentre accompagna per mano i due figli a scuola, con tanto di citazione di Jovanotti “E’ per te la campanella a scuola. E’ per te ogni cosa che c’è…”, è sufficiente per scatenare la consueta ridda di commenti “no vax” sulla sua bacheca.

Sotto al post pubblicato dal ministro questa mattina, oltre a svariati commenti di auguri e di apprezzamento, sono diversi gli interventi di altro tenore, conditi dai soliti punti esclamativi e lettere maiuscole: “Sarebbe bellissimo che tutti i genitori potessero provare l’emozione del primo giorno di scuola… purtroppo grazie alle 119/17 i bimbi vengono esclusi senza pensare minimamente ciò che questo provoca…”, scrive Veronica. “Buon anno scolastico ai suoi figli!! MA SI RICORDI CHE TUTTI DEVONO AVERE IL DIRITTO DI ANDARE A SCUOLA!! NESSUNO ESCLUSO!!”, commenta Marika. E ancora, Maria: “E’ un’emozione portare i bimbi a scuola. Scuola aperta a TUTTI! vaccinati, poco vaccinati, non vaccinati, TUTTI!”.

Sara fa un discorso piuù articolato: “Buon fine anno scolastico a tutti bambini che non hanno potuto frequentare la scuola grazie al decreto lorenzin… Perché non segnalare questi bimbi con una stella gialla come si faceva in passato? “Tu non puoi entrare” libertà di scelta sé c’è rischio non ci può essere obbligo… le vaccinazione sono importanti, bisogna fare una campagna informativa…però bisogna essere Liberi di poter scegliere!!!!”. Mentre Lorella va dritta al punto: “La campanella lei forse non lo sa. E’ STATO IN ITALIA IN QUESTI ULTIMI 2 ANNI?…PERCHE’ LA CAMPANELLA NON SUONA X TUTTI..SI ATTIVI ALLORA E VEDA COSA C’E’ SOTTO QUESTA LEGGE…”.

Ulteriore conferma che il tema vaccini, come per il suo predecessore Giulia Grillo, sarà un banco di prova impegnativo per Speranza. Attualmente è rimasta in vigore la legge Lorenzin, che prescrive dieci vaccini obbligatori pena la non iscrizione all’asilo nido e multe per i genitori dei bambini più grandi, mentre è rimasto congelato in commissione Sanità del Senato, dopo l’estate di crisi di governo, il provvedimento che introdurrebbe il cosiddetto “obbligo flessibile”, cioè da modulare in base ai dati epidemiologici, criticato però da numerose realtà del mondo medico-scientifico secondo cui, in poche parole, sarebbe come introdurre l’obbligo di cinture di sicurezza dopo aver fatto l’incidente.

Google mette al bando le pubblicità di cure mediche “non approvate o sperimentali”, comprese la maggior parte delle terapie geniche o con cellule staminali. “Alcuni contenuti relativi all’assistenza sanitaria non potranno essere visualizzati negli annunci in alcun modo, mentre altri potranno essere promossi solo se l’inserzionista ha la certificazione Google pertinente e indirizza i propri annunci solo verso i Paesi ammessi”, spiega Google nella sua nuova linea guida pubblicata.

La società – prosegue la controllata di Alphabet – è regolata da norme pubblicitarie in materia di assistenza sanitaria e medicinali, pertanto garantisce che le pubblicità che compaiono sul suo sito Web “debbano essere conformi alla legge e agli standard di settore corrispondenti”. “Prendiamo molto sul serio le violazioni di questa politica (ad esempio, attività criminali o pubblicità ingannevoli) e le consideriamo gravi, poiché rappresentano un rischio per la sicurezza dei nostri utenti o delle loro proprietà”, avverte. Per determinare se un inserzionista o un sito web di destinazione viola questa politica, Google potrà esaminare le informazioni provenienti da varie fonti, tra cui annunci, siti, account e altre fonti di terze parti. 

Il gigante di Internet ha preso questa decisione dopo aver notato – spiegano dall’azienda – “un aumento degli attori malintenzionati” cercando di trarre vantaggio dai pazienti offrendo “trattamenti ingannevoli e non dimostrati”. “Questi trattamenti possono portare a esiti pericolosi per la salute e non possono avere spazio sulle nostre piattaforme. Proibiremo la pubblicità di trattamenti che non hanno una base biomedica o scientifica consolidata”.

In alcune pubblicità, le cliniche che usano cellule staminali hanno detto ai pazienti che i loro trattamenti possono aiutarli con malattie come la degenerazione maculare, la sclerosi laterale amiotrofica (Sla), la sclerosi multipla e le malattie polmonari degenerative. Scienziati e associazioni mediche hanno criticato il fatto che queste compagnie intendono approfittare delle speranze di pazienti gravemente malati. 

I passi avanti della ricerca medica, gli avanzamenti di quella farmacologica, l’adozione di nuove terapie capaci di dare risposte a patologie fin qui incurabili: tanto progresso che rischia di essere vanificato da una semplice scelta di un paziente, quella di non curarsi, oppure dall’incapacità di rispettare le posologie o gli orari di carichi terapeutici importanti, a volte di una decina di diversi medicinali.

Da quasi due anni, un gruppo di medici, psicologi, farmacologi delle Università di Lodz, Porto e della Maugeri sta lavorando a un progetto europeo per fornire al mondo sanitario, così come ai caregivers, familiari e professionisti, nuove competenze e strumenti per migliorare, nel rapporto col paziente, l’aderenza alle cure.

Il progetto, denominato Skills4Adherence, è cofinanziato nell’ambito di Erasmus+, il programma europeo a sostegno della mobilità e dello scambio fra professionisti. La mancata aderenza alle terapie è un problema internazionale e l’Italia non ne è certo immune: nel gennaio scorso, il Comitato Italiano per l’Aderenza alla Terapia – CIAT, che riunisce società scientifiche, professionali e dei pazienti, ha fornito il quadro di molte patologie croniche in cui la scelta del paziente di non curarsi – omissione, dimenticanza, difficoltà di discernimento – è ancora troppo elevata.

Assume regolarmente le terapie solo 57,5% degli ipertesi, il 63,4 dei diabetici, il 52,1% di chi è ammalato di osteoporosi, fino arrivare al record, negativo, del 13,4% nel caso delle sindromi ostruttive delle vie respiratore, come la terribile Broncopnuemopatia cronica ostruttiva-BPCO.

Un quadro davvero preoccupante, che si incrocia a quello dell’invecchiamento della popolazione, visto che, come riporta ancora il CIAT, il 50% degli anziani nel nostro Paese, pari 6,8 milioni di over 65, soffre di almeno una malattia cronica. Nel caso di questa popolazione, le punte di mancata aderenza possono raggiungere quota 70%, anche perché 11 su 100, pari a 1,5 milioni di persone, devono assumere ogni giorno 10 o più farmaci.

“Da questi primi anni di lavoro in rete”, spiega Anna Giardini, psicologa all’IRCCS Montescano (Pv) e coordinatrice del progetto per parte Maugeri, “risulta sempre più evidente che la mancata aderenza alle prescrizioni, con stime intorno al 50%, costituisce un problema diffuso in tutto il mondo, con conseguenze negative sulla salute individuale e con ricadute di tipo economico”.

Una dieta vegetariana o vegana aumenta il rischio di ictus, ma riduce quello di infarto. Lo stabilisce uno studio dell’Oxford University pubblicato sulla rivista scientifica British Medical Journal. Secondo i ricercatori, un’alimentazione priva di carne abbassa il livello di colesterolo totale e riduce l’apporto di vitamine  – soprattutto B12 e D – che fungono da protezione contro l’ictus. Dallo studio, che ha preso in esame nell’arco di 10 anni, 50 mila britannici di età superiore ai 18 anni, è emerso che i vegetariani e vegani hanno il 20% di possibilità in più di essere colpiti da un ictus rispetto a chi consuma carne.

Il rovescio, positivo, della medaglia è che la stessa dieta riduce del 22% il rischio di infarto e malattie cardiache. Secondo gli esperti i motivi potrebbero essere legati a un più basso indice di massa corporea, a una bassa pressione sanguigna e a una minor incidenza di diabete.  “La ricerca suggerisce che la dieta vegetariana potrebbe non essere un’opzione universalmente vantaggiosa per tutti gli aspetti legati alla salute”, ha dichiarato al Telegraph  Stephen Burgess, dell’università di Cambridge.

Ma lo studio non convince tutti. “E’ probabile che le persone che seguono diete alternative abbiano meno probabilità di assumere farmaci per l’ipertensione e di conseguenza soffrono di ictus”, ha suggerito al Guardian il professor Tom Sanders del King’s College di Londra. Tra i limiti indicati dagli esperti c’è il fatto che la ricerca si basa su autodichiarazioni. Inoltre, lo studio ha coinvolto principalmente i bianchi che vivono nel Regno Unito, non è chiaro dunque se i risultati sarebbero stati gli stessi anche per altre popolazioni.

Ad ogni modo, secondo Frankie Phillips, dietista della British Dietetic Association, vegetariani e vegani non dovrebbero essere allarmati dai risultati, perché lo studio non dimostra un rapporto di causa ed effetto. Al contrario, “tutti potrebbero trarre beneficio dal consumo di più vegetali”. “Ciò non significa necessariamente diventare completamente vegani o vegetariani” ma aumentare il consumo di verdure a sfavore della carne.

La febbre di Lassa spaventa la Liberia, dove almeno 21 persone sono morte a partire da gennaio. Secondo le autorità locali sono oltre 90 i casi segnalati ma ‘solo’ 25 sono quelli accertati. Sebbene sia endemica in Liberia come in altre parti dell’Africa occidentale – tra cui Sierra Leone, Guinea e Nigeria – il contagio sta avvenendo in un periodo dell’anno insolito. Ed è questo che preoccupa le autorità sanitarie. Ma cos’è e come si trasmette?

Cos’è?

La febbre di Lassa fa parte del gruppo delle febbri emorragiche virali (Fev). In generale, spiega l’Istituto Superiore di Sanità, gli agenti responsabili delle Fev sono virus a Rna (arenavirus, bunyavirus, filovirus, flavivirus), la cui sopravvivenza è garantita da serbatoi naturali come animali o insetti.

La patologia prende il nome dalla città nigeriana in cui, nel 1969, due infermiere missionarie morirono a causa di questa malattia, fino a quel momento sconosciuta.

Come si trasmette?

Come per tutte le febbri emorragiche, gli uomini non sono serbatoi naturali per il virus, ma possono essere infettati attraverso il contatto con animali infetti (principalmente roditori). In particolare si trasmette con il contatto diretto con escrementi o saliva di roditori. In alcuni casi, dopo la trasmissione accidentale, può avvenire la trasmissione da uomo a uomo, per contatto diretto con sangue, tessuti, secrezioni o escreti di persone infette, soprattutto in ambito familiare e ospedaliero.

Nell’80% dei casi, la febbre di Lassa è una patologia lieve o addirittura asintomatica, ma può presentarsi come malattia sistemica grave nel restante 20%. Il tasso di mortalità complessivo è inferiore al 1%, mentre sale al 15-20% se non trattata.

I sintomi

L’esordio della febbre di Lassa è graduale e il periodo di incubazione può arrivare anche a 3 settimane. I sintomi iniziali sono piuttosto generici: febbre, cefalea, mialgie, mal di gola, difficoltà ad alimentarsi, tosse secca, dolore toracico, crampi addominali, nausea, vomito e diarrea. Il peggioramento delle condizioni cliniche si manifesta con edema del volto e del collo, insufficienza respiratoria, versamento pleurico e pericardico, proteinuria, encefalopatia, sanguinamento delle mucose. Non sono rari ipotensione e shock.

Nelle zone dove la malattia è endemica, la prevenzione dell’infezione consiste essenzialmente nell’adozione di norme igieniche che riducano l’accesso dei roditori nelle case. In particolare, occorre conservare i cereali e altre provviste in contenitori sigillati, tenere i contenitori dei rifiuti lontano dalle abitazioni e mantenere le case il più pulite possibile. Anche i gatti domestici possono contribuire ad allontanare i roditori. Familiari e operatori sanitari dovrebbero evitare il più possibile il contatto con il sangue o altri fluidi corporei dei malati.

Che rischi corriamo in Italia?

Sono rari i casi in cui i viaggiatori che soggiornano in aree dove la malattia è endemica possono esportarla verso altri Paesi. Anche se altre malattie tropicali sono più frequenti, spiega l’ISS, la febbre di Lassa dovrebbe essere presa in considerazione per la diagnosi quando il paziente torna dall’Africa occidentale, soprattutto se è stato in zone rurali.

Negli estratti dei fiori della Filipendula vulgaris, un arbusto perenne appartenente alla famiglia delle Rosacee, sono stati identificati dei componenti capaci di riprogrammare il metabolismo di un tumore raro e molto aggressivo, il mesotelioma. Lo ha scoperto uno studio del gruppo di ricerca dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (IRE) coordinato da Sabrina Strano e Giovanni Blandino, ricercatori del laboratorio di Oncogenomica ed Epigenetica.

I risultati sono stati pubblicati sul Journal of Experimental and Clinical Cancer Research. Il mesotelioma è una neoplasia che colpisce principalmente i foglietti della pleura polmonare. Dal punto di vista eziologico il mesotelioma è una patologia occupazionale correlata all’esposizione professionale alle fibre d’amianto. “Gli effetti antitumorali dell’estratto di fiore – illustrano i ricercatori – sono stati caratterizzati in modelli ‘in vitro’ e ‘in vivo’ di mesotelioma. A livello molecolare, sono stati usati due approcci ‘omici’ per studiare il meccanismo d’azione antitumorale dei fiori di ‘Dropwort’: l’analisi del profilo metabolico e quello proteico delle cellule di mesotelioma.

I risultati rivelano che i composti naturali di questa pianta riducono la proliferazione cellulare, la vitalità e la migrazione delle cellule tumorali del mesotelioma e presuppongono quindi implicazioni chemio-preventive e antitumorali per la gestione della patologia”. Dopo 25 anni dalla messa al bando nel nostro paese della produzione dell’amianto, l’incidenza del mesotelioma non decresce in quanto nell’ambiente ne rimangono 5 quintali per cittadino, 32 milioni di tonnellate.

L’Italia è stato uno dei maggiori produttori europei di amianto insieme all’URSS, ed è uno dei paesi più colpiti dalle malattie amianto-correlate. La mortalità costituisce il 4 per cento di quella globale per tumore in tutte le età a prescindere dal sesso, secondo il Registro Italiano del Mesotelioma. Si caratterizza per la lunga latenza, l’andamento silente, la mancanza di specifici biomarcatori e la resistenza alle terapie convenzionali quali Cisplatino e Pemetrexed.

“Gli estratti dei fiori della Filipendula vulgaris – illustrano Sabrina Strano e Giovanni Blandino, autori dello studio – presentano dei componenti capaci di riprogrammare il metabolismo del mesotelioma e di bloccare l’attività oncogenica di YAP e TAZ, due proteine da tempo studiate nei nostri laboratori, inibendo così la proliferazione, la migrazione e l’invasione di cellule del mesotelioma”. Inoltre, secondo i ricercatori, l’attività antitumorale della pianta potenzia il trattamento chemioterapico con Cisplatino o Pemetrexed, farmaci utilizzati nel trattamento del mesotelioma.

“Tale studio – sottolinea Gennaro Ciliberto, direttore scientifico IRE – potrebbe contribuire al miglioramento del trattamento del mesotelioma. E’ compito della ricerca validarne l’efficacia poiche’ in un momento di forte enfasi sui nutraceutici, occorre precisare che non sempre naturale equivale ad efficace e sicuro per la nostra salute. Questa scoperta sebbene molto promettente necessita di ulteriori approfondimenti per una applicazione clinica ma siamo orientati a continuare su questa linea e validare sempre di più, attraverso test scientifici rigorosi, il meccanismo di azione antitumorale di sostanze naturali”.