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Tutti sappiamo come si è formato un medico: libri e articoli, ore e ore sul campo. Il modo in cui funziona l'intelligenza artificiale è meno intuitivo. Abbiamo deciso di chiarirlo, anche perché l'AI sarà sempre più importante per la diagnostica. È questo il ragionamento che ha spinto Quartz a fare un esperimento: allenare due algoritmi a riconoscere un cancro ai polmoni. In un paio d'ore.

L'esperimento

Diciamolo subito: un “medico artificiale” efficiente ha bisogno di più tempo e molti più dati. Il test, condotto grazie al co-fondatore della startup MD.ai Leon Chen e al radiologo Luke Oakden-Rayner, vuole dare un'idea di come funzionino questi “cervelli”. Che presto potrebbero salvarci la vita. Se un oncologo impara dai manuali e dall'esperienza, l'intelligenza artificiale apprende solo dai dati: circa 190.000 immagini, bidimensionali e in 3D, con noduli maligni, benigni o privi di qualsiasi formazione. Un nodulo è un piccolo pezzo di tessuto  di tessuto che non è normalmente presente nei polmoni. Già individuarlo non è semplice. Perché è piccolo e spesso poco visibili. E può essere confuso con altre formazioni. Poi il passo successivo: saper distinguere tra un nodulo maligno e uno che non lo è.

Cosa impara l'AI in 75 minuti

Dopo una ventina di minuti e dopo aver digerito le prime 50.000 immagini, l'algoritmo inizia a dare i primi risultati (ancora scarsi). Individua correttamente circa il 46% dei noduli. Ma non ha ancora cognizione di cosa siano di preciso. A volte, infatti, confonde i vasi sanguigni con un possibile cancro. Dopo mezz'ora, gli algoritmi hanno analizzato 95.000 radiografie. Riescono a individuare il 60% dei noduli. E nel 69% sono in grado di dire con esattezza se sono maligni. “In questa fase, il sistema ha un'estrema sicurezza quando rileva noduli di grandi dimensioni (oltre il centimetro di diametro)”. Mentre “non ha ancora imparato alcune nozioni semplici”.

Anzi, molto semplici. È tarato solo per riconoscere i noduli polmonari, ma non sa cosa sia esattamente un polmone. Individua quindi formazioni in zone del corpo dove i "noduli polmonari" non possono esserci. Per il semplice fatto che sono, appunto, polmonari. In altre parole, spiega Quartz: l'intelligenza artificiale è priva di buon senso perché si attiene ai soli dati. A questo stadio, quindi, combina risultati discreti con falle elementari. “Anche un bambino di tre anni sa distinguere pancia e petto". L'AI invece "non sa cosa siano”. A tre quarti dell'esperimento, dopo quasi un'ora e 143.000 immagini, l'intelligenza artificiale comincia a possedere la materia. Ed evidenzia risultati che Quartz definisce “piuttosto buoni”. Ha ancora difficolta a individuare i noduli (l'accuratezza è del 64%). Anche in questo caso, la pecca è la mancanza di buon senso. Il medico artificiale indica noduli in zone dove è molto raro che ci siano.

Confondendoli spesso con piccole cicatrici. Un medico umano, in questo, è molto più efficiente. Inizia a essere significativa l'accuratezza delle formazioni maligne: 76.38%. Fine dell'esperimento, dopo 75 minuti e oltre 190.000 immagini. L'accuratezza nell'individuazione dei noduli sfiora il 68%. E la capacità di capire quali sono maligni è dell'82.82%. L'intelligenza artificiale è migliorata ancora. Ancora troppo spesso i noduli vengono scambiati con altro. Ma, quando succede, l'AI giudica la formazione benigna. “La risposta terapeutica per il paziente – scrivono gli autori del test – sarebbe quindi simile”.

Conoscenza ed esperienza

“L'intelligenza artificiale funziona molto bene, anche se non è ancora al livello di un radiologo”, conclude Quartz. Molto dipende da un corredo di dati ancora troppo esiguo. Ma se questi sono i risultati ottenuto in meno di due ore e con 190.000 immagini, pensate cosa potrebbe fare un sistema più complesso, con un archivio fatto di centinaia di migliaia di contenuti. Come quelli prodotti ogni giorno da cliniche e ospedali.

Allo stesso tempo, l'esperimento sottolinea i pregi dell'uomo, in grado di usare “le conoscenze pregresse come un'impalcatura”. L'intelligenza artificiale, invece, ha bisogno di costruirla ogni volta. E può farlo solo grazie a una mole enorme di esempi. In questo caso ne sono serviti 50.000 per “insegnare” alle macchine quello che uno studente imparerebbe con un solo manuale. Solo che nessun medico è in grado di leggere un libro in 17 minuti. Il futuro della diagnostica dipenderà dalla capacità di fondere le doti di ognuno: la conoscenza umana con l'esperienza artificiale.  

L’era digitale sta cambiando il nostro cervello. Se da un lato, com’è normale che sia, ci stiamo abituando ad immagazzinare rispetto al passato una quantità di informazioni decisamente maggiore dall’altro la continua lettura di testi attraverso uno schermo sta mutando il nostro approccio logico verso ciò che apprendiamo, nello stesso identico modo in cui la lettura ha cambiato ai tempi il nostro modo di approcciare la realtà. Trattasi di semplice allenamento, niente di esageratamente complesso da capire, come una coperta troppo corta che se tiri da una parte ne resta scoperta un’altra. Come ha scritto Sherry Turkle, studiosa del MIT, “non erriamo come società quando innoviamo, ma quando ignoriamo ciò che interrompiamo o diminuiamo mentre innoviamo”.

Per il Guardian, Maryanne Wolf ha sviluppato una ricerca rispetto alla sua preoccupazione circa quella che lei chiama “lettura profonda”, che sarebbe esattamente ciò che stiamo perdendo giorno dopo giorno, la capacità, in un realtà, virtuale e non, che ci bombarda di input e informazioni, di approfondire, creare addirittura empatia, con ciò che apprendiamo. “La mia ricerca – sostiene la Wolf – spiega come il cervello attualmente consente tramite la lettura lo sviluppo di alcuni dei nostri più importanti processi intellettuali e affettivi: conoscenza interiorizzata, ragionamento analogico e inferenza; presa di prospettiva ed empatia; analisi critica e generazione di intuizioni”, tutte cose che la lettura digitale silenziosamente ci sta portando via.

Tutto ciò viene ogni giorno ampiamente dimostrato, sempre al Guardian, Mark Edmundson, studioso e insegnante di letteratura inglese riferisce come i suoi allievi non riescano più a leggere classici del 19esimo e 20esimo secolo perché troppo lunghi e impegnati. A Stavanger, in Norvegia, la psicologa Anne Mangen e i suoi colleghi hanno studiato come un gruppo di alunni possa recepire in maniera diversa lo stesso testo se letto con due supporti diversi. Il gruppo di Mangen ha proposto la lettura del romanzo Jenny, Mon Amour   consegnando a metà classe il testo per Kindle, e all'altra metà l’edizione economica cartacea.

Leggi anche: Sui telefonini in classe Bussetti seguirà la linea Macron?

I risultati hanno indicato che gli studenti che hanno letto su carta erano decisamente più preparati rispetto ai colleghi che hanno letto il romanzo sullo schermo, in particolare di molto superiore è stata la loro capacità di ricostruire i dettagli e la trama in ordine cronologico. Ovviamente la cosa non riguarda solo i giovani, anzi, negli adulti il problema può risultare ancora più grave, per esempio per quanto riguarda il giornalismo, la mancanza di tempo e capacità per sviluppare un’analisi critica rispetto alle notizie che leggiamo ci porta il più delle volte, come dimostrato anche questo nella suddetta ricerca, a fidarci ciecamente di una testata senza informarci ulteriormente o paragonare il modo in cui viene riportata una notizia con altre fonti.

In Italia il momento è delicato perché da alcuni mesi si sta discutendo l’uso degli smartphone in classe come vero e proprio mezzo didattico, con un preciso decalogo da rispettare, chiaramente, ma portando una rivoluzione nelle aule italiane che non si sa esattamente dove possa portare. È importante essere informati, e su questo non c’è alcun dubbio, ma è altrettanto importante capire attentamente ciò che stiamo leggendo, assimilarlo. I libri, ancora oggi insomma, come ripetono allo sfinimento i più nostalgici, resta tutt’oggi un’altra cosa. 

Un ricercatore dell'Ateneo di Pisa ha scoperto i meccanismi che provocano le allergie dovute ai pollini. Lo studio sui pollini allergenici di Franco Ruggiero, dottorando del dipartimento di Biologia dell'Università di Pisa, è stato così premiato per il miglior articolo di ricerca del 2018 dall'International Association for Aerobiology (IAA). Il riconoscimento gli sarà consegnato con una cerimonia formale nel corso dell'11^ Congresso Internazionale in Aerobiologia che si svolgera' a Parma dal 3 al 7 settembre. È quanto si legge in una nota dell'Università. La ricerca di Franco Ruggiero, realizzata in collaborazione con il professore Gianni Bedini dell'Ateneo pisano, ha rivelato alcuni meccanismi che sono alla base dell'insorgenza, anche stagionalmente precoce, delle allergie ai pollini. L'indagine si è concentrata sui cipressi, che insieme ai ginepri e tassi, sono fra i principali responsabili di riniti ed attacchi di asma allergica in tutto il mondo.

Ruggero è riuscito a osservare per la prima volta direttamente nell'atmosfera gli 'orbiculi', cioè minuscoli vettori di sostanze allergeniche, con dimensioni tra 0.494 e 0.777 micron, e altre particelle sub-microniche ancora più piccole che i cipressi disperdono in concentrazioni otto volte maggiori rispetto ai "normali" e piu' grandi granuli pollinici. "In passato i ricercatori avevano ipotizzato la presenza degli 'orbiculi' nell'aria e il loro potenziale ruolo nella insorgenza di allergopatie respiratorie – ha spiegato Gianni Bedini -, ma non era mai stata fatta un'osservazione diretta di queste particelle come invece ha fatto Franco Ruggiero".

Il procedimento è stato possibile grazie a protocollo di campionamento che consiste nel raccogliere l'aria aspirata attraverso un campionatore (una sorta di aspirapolvere) su un vetrino analizzato poi con un microscopio "confocale" ancora piu' potente di quello ottico. "La scoperta di queste particelle sub-microniche e nanometriche rilasciate in atmosfera, potrebbe quindi finalmente spiegare l'insorgenza delle pollinosi ancor prima del rilevamento degli stessi granuli pollinici mediante gli strumenti di campionamento ad oggi in uso, ma soprattutto, anche gli attacchi d'asma allergica – aggiunge Franco Ruggiero – infatti, le loro dimensioni permettono di permanere in atmosfera molto più a lungo rispetto ai granuli pollinici e una volta inalate, di raggiungere facilmente le vie aree respiratorie più profonde innescando immediate ed intense reazioni allergiche".

"Poiché il rilascio di queste minuscole particelle in atmosfera puo' contribuire alla esacerbazione delle allergie nei soggetti che soffrono di questo disturbo – conclude Gianni Bedini – è auspicabile che il controllo della loro concentrazione sia integrato nell'attuale monitoraggio, per migliorarne la funzione di prevenzione, basti pensare che nella sola Pisa ad esempio, nel periodo pre-primaverile cipressi, ginepri e tassi rilasciano in atmosfera grandi quantità di granuli pollinici, arrivando a coprire circa il 41% dell'intero spettro pollinico allergizzante".

Suona la prima campanella nelle scuole di tutta Italia e si moltiplicano gli allarmi per il presunto caos vaccini, alimentato da dichiarazioni, annunci di provvedimenti, polemiche, appelli. In realtà, al momento, le cose sono abbastanza definite: rimane in vigore la legge Lorenzin, quindi l'obbligo di 10 vaccini (anti-poliomelitica; anti-difterica; anti-tetanica; anti-epatite B; anti-pertosse; anti Haemophilusinfluenzae tipo B; anti-morbillo; anti-rosolia; anti-parotite; anti-varicella) per l'iscrizione a scuola, pena il non ingresso in classe per i bimbi fino ai 6 anni, e multe da 100 a 500 euro per i genitori dei ragazzi fino ai 16 anni.

Fin qui la legge Lorenzin, a cui si aggiunge l'indicazione contenuta nella circolare Grillo-Bussetti, datata 5 luglio 2018, che consente (non obbliga, e questo è un punto cruciale) agli istituti scolastici di "accontentarsi" dell'autocertificazione delle avvenute vaccinazioni. La legge infatti fissava al 10 luglio scorso la deadline per mettersi in regola e presentare alle scuole il certificato della Asl, mentre con la circolare questo termine di fatto viene "allentato". Una misura, si è sempre sottolineato dal Ministero, pensata per venire incontro soprattutto a chi, magari per cambi di residenza da una regione a un'altra o addirittura dall'estero, avesse ancora difficoltà a ottenere i certificati dall'azienda sanitaria di origine. Nessun condono mascherato, è dunque la posizione del dicastero retto da Giulia Grillo, ma solo una semplificazione burocratica che non libera affatto i genitori dall'obbligo.

Il nodo delle autocertificazioni

La circolare dispone che nelle Regioni in cui non è ancora entrata a regime l'anagrafe vaccinale, che sgrava i genitori dall'onere della documentazione da produrre, solo per l'anno scolastico 2018-19 i dirigenti scolastici "potranno ammettere i minorenni alla frequenza sulla base delle dichiarazioni sostitutive presentate entro il termine di scadenza per l'iscrizione". Nelle Regioni dove invece l'anagrafe vaccinale c'è l'autocertificazione andava presentata entro il 10 luglio, o in alternativa era sufficiente la richiesta di prenotazione delle vaccinazioni.

Le autocertificazioni saranno poi verificate dalle Asl, a cui è previsto che gli istituti scolastici inviino i dati. Difficile, insomma, che possano diventare un passepartout per saltare a piè pari l'obbligo vaccinale. Oltretutto, come detto, la circolare non obbliga i presidi, nè tantomeno i comuni (a cui fanno capo gran parte degli asili nido), ad accettare le autocertificazioni: in queste settimane molti sindaci hanno dichiarato di preferire comunque la versione "originale" della legge Lorenzin, con i certificati della Asl a provare l'avvenuta vaccinazione. Cosa perfettamente compatibile con la circolare stessa. Anche il singolo preside può decidere in tal senso. In ogni caso, ha sempre sottolineato anche il ministro dell'Istruzione Bussetti, la responsabilità di una dichiarazione falsa non ricade mai sui dirigenti scolastici: è sempre individuale.

Rimane il punto più controverso, ossia il fatto che con l'autocertificazione, almeno finché non vengono completate le verifiche della Asl, di fatto non si può essere certi se i bambini in classe siano vaccinati o meno. Punto su cui verte, tra le altre, la petizione su Change.org promossa da genitori di bimbi immunosoppressi – per i quali venire a contatto con un virus potrebbe essere anche fatale – che ha raggiunto le 300 mila firme. Di sicuro la situazione è provvisoria: il ddl di iniziativa parlamentare incardinato in Commissione Sanità al Senato prevede l'"obbligo flessibile", ossia una modulazione dell'obbligatorietà dei singoli vaccini regione per regione, in base alle coperture e ai dati epidemiologici. Mentre l'emendamento Lega-M5s al dl Milleproroghe, che semplicemente rinvia di un intero anno l'obbligo, sembra avviato su un binario morto, visto che la legge andrà in aula solo il 10 settembre e non sarà approvata prima di fine mese, quando ormai in tutta Italia i bambini saranno entrati in classe.

La dieta mediterranea è considerata la più salutare e seguirla tutti i giorni riduce del 10 per cento la mortalità da cancro. Per questo l'Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) e la Fondazione Aiom lancia la campagna Cooking, Comfort, Care. L'obiettivo è promuovere a 360 gradi una nuova e corretta dieta tra i pazienti oncologici e il resto della popolazione.

Parte oggi e prevede un mini-sito web (su www.aiom.it e dal 10 settembre su www.fondazioneaiom.it) con notizie e informazioni sulla dieta mediterranea e la nutrizione del malato di cancro, una forte attività sui social media e la distribuzione di materiale informativo su tutto il territorio nazionale. Riprendono inoltre le pubblicazioni de Il Ritratto della Salute News, il primo free press elettronico della prevenzione che sarà incentrato sulla corretta alimentazione. La newsletter settimanale conterrà interviste agli oncologi e dietisti, approfondimenti, ricette e notizie di benessere. 

Cooking, Comfort, Care

Per Cooking, Comfort, Care sono state ideate alcune speciali ricette per piatti gustosi e adatti sia al malato con tumore del pancreas che alla sua famiglia (qui l'opuscolo in formato pdf). Secondo l'Aiom, le cattive abitudini alimentari sono sempre più diffuse nel nostro paese. Il 42 per cento degli italiani è in eccesso di peso, più del 10 per cento addirittura obeso. Solo un adulto su dieci invece mangia tutti i giorni le cinque porzioni di frutta e verdura raccomandate dagli esperti. E l'alimentazione riveste un ruolo sempre più importante anche per chi sta affrontando gravi e insidiose neoplasie.

Problemi di malnutrizione e conseguente perdita di peso interessano tuttavia ben sette pazienti su dieci con tumore del pancreas. Da qui l'esigenza di promuovere una dieta adeguata e anche gustosa per questa particolare categoria di malati. "Negli ultimi 30 anni la ricerca medico-scientifica si è concentrata sullo studio dei collegamenti tra nutrizione e malattie oncologiche", afferma Stefania Gori, presidente nazionale dell'Aiom.

"È stimato che un terzo di tutte le neoplasie – continua – sono riconducibili alle nostre abitudini alimentari. La dieta è considerata l'unico fattore in grado sia di prevenire che di favorire l'insorgenza dei tumori. Con la nuova campagna vogliamo far capire, a tutti gli italiani, che il cancro si vince giocando d'anticipo. E lo si può affrontare meglio anche prestando molta attenzione a cosa e quanto si mangia tutti i giorni". 

Dieta mediterranea salvavita anche per over 65

A ribadire l'efficacia della dieta mediterranea c'è anche una ricerca del Dipartimento di Epidemiologia e Prevenzione dell'Irccs Neuromed di Pozzilli, in Molise, pubblicata sulla rivista British Journal of Nutrition, che ha analizzato il rapporto tra alimentazione mediterranea e mortalità in un campione di oltre 5 mila persone di età superiore a 65 anni, reclutate nell'ambito dello studio 'Moli-sani'.

I ricercatori hanno anche passato al setaccio altri studi epidemiologici pubblicati finora in diversi Paesi del mondo, per un totale di dodicimila soggetti analizzati. I risultati indicano chiaramente che la dieta mediterranea resta un autentico scudo salvavita, in grado di ridurre sensibilmente il rischio di mortalità anche nelle persone meno giovani. E questo nonostante la dieta mediterranea sia notevolmente cambiata nel corso degli anni, per via dell'ingresso nelle nostre dispense di prodotti della grande distribuzione alimentare e di uno stile di vita profondamente diverso da quello dei contadini del Mediterraneo ai quali la dieta mediterranea di fatto appartiene.

"La novità del nostro studio sta nell'aver puntato la lente d'ingrandimento su popolazioni over 65 – spiega Marialaura Bonaccio, epidemiologa del Dipartimento e primo autore dello studio – Sappiamo da tempo che la dieta mediterranea è efficace nella riduzione del rischio di mortalità nella popolazione generale, ma non sapevamo ancora quanto potesse esserlo anche per gli anziani. I dati dello studio Moli-sani mostrano chiaramente che un modello tradizionale di dieta mediterranea, ricco di frutta, verdura, pesce, legumi, olio di oliva e cereali, poca carne e latticini e un moderato consumo di vino ai pasti, si associa a una importante riduzione media del 25% della mortalità per tutte le cause, con vantaggi, in particolare, per la mortalità cardiovascolare e cerebrovascolare".

Consumo moderato di bevande alcoliche toccasana per la salute 

Tra gli alimenti capaci, nell'ambito di un modello mediterraneo, di offrire una maggiore protezione si distinguono l'elevato consumo di grassi monoinsaturi (largamente presenti nell'olio extra vergine di oliva) e di pesce, ma anche il consumo moderato di alcol, preferibilmente durante i pasti principali.

"Le nostre ricerche considerano l'alimentazione nel suo insieme, ma è comunque interessante capire quali sono i cibi che 'trainano' l'effetto della dieta mediterranea – spiega Bonaccio – I nostri dati confermano quanto già osservato in numerosi studi epidemiologici e meta-analisi condotte sull'argomento, e cioè che il consumo moderato di bevande alcoliche, se inserito in un contesto alimentare di tipo mediterraneo, rappresenta un fattore di protezione per la nostra salute". 

È possibile combattere l'obesità prendendo di mira l'area del cervello che controlla l'appetito. Un gruppo d ricercatori dell'Università di Aberdeen (Scozia) ha individuato uno specifico interruttore in grado di "spegnere" la fame. Si tratta di un gruppo di cellule, chiamate neuroni POMC, che se "accese" producono l'ormone della pienezza, quello che l'organismo invierà al cervello dopo un pasto.

Secondo gli studiosi, accendere queste cellule potrebbe avere un impatto significativo e rapido sul comportamento alimentare. I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista Cell Metabolism. Nei test condotti sui topi, quando sono stati attivati i neuroni POMC le cavie hanno iniziato a mangiare di meno. "La nostra scoperta apre le porte a nuovi farmaci che potrebbero essere sviluppati per controllare l'appetito e migliorare la salute", dice Lora Heisler, che ha coordinato lo studio. 

L'Italia è tra i sette Paesi europei ad aver superato i 1.000 casi di morbillo nel 2018. Gli altri sei sono Francia, Serbia, Grecia, Russia, Georgia e Ucraina

E' quanto sottolinea l'Oms nel suo bollettino periodico, specificando che in tutti questi Paesi ci sono stati dei morti, 34 totali dall'inizio dell'anno, 14 solo in Serbia. "Una buona salute per tutti – dice Zsuzsanna Jakab, direttore regionale Oms per l'Europa – parte dalla vaccinazione, e finché non elimineremo il virus non riusciremo a tener fede agli impegni per gli obiettivi di sviluppo sostenibile". L'Ucraina è stata la più colpita, con oltre 23 mila casi di morbillo dall'inizio dell'anno.

Secondo l'ultima valutazione della Commissione europea di verifica regionale per il morbillo e l'eliminazione della rosolia (RVC), 43 stati membri su 53 hanno hanno interrotto la trasmissione endemica della malattia, mentre 42 lo hanno fatto per la rosolia.

Chi non è immune è vulnerabile, nessuno escluso

La Commissione ha, infine, espresso preoccupazione per la scarsa copertura vaccinale in alcune aree e ha rilevato che le catene di trasmissione del morbillo sono proseguite per oltre 12 mesi in alcuni Paesi, riportando il livello del loro stato a "endemico".

"Ciò dimostra – spiega Nedret Emiroglu, direttore di la Divisione delle emergenze sanitarie e delle malattie trasmissibili presso l'Ufficio regionale per l'Europa dell'Oms – che ogni persona che non è immune rimane vulnerabile, non importa dove vive, e ogni Paese deve continuare a spingere per aumentare la copertura vaccinale". I rappresentanti di tutti i Paesi, ricorda infine l'Oms, si vedranno a Roma dal 17 al 20 settembre per verificare i progressi verso l'eliminazione.

Dall’inizio dell’anno i casi sono oltre duemila

L'allarme lanciato oggi dall'Oms trova conferma negli ultimi dati forniti dal ministero il mese scorso: nel primo semestre del 2018 si contano già 2.029 casi di infezione nel nostro Paese. 

Un dato eloquente, ma anche incoraggiante rispetto al boom dell'anno scorso, quando da gennaio a luglio si contarono addirittura 4.080 infezioni.

Finora l’89,4% dei casi si è verificato in sette Regioni:

  • Sicilia (1.066),
  • Lazio (204),
  • Calabria (144),
  • Lombardia (131),
  • Campania (128),
  • Emilia Romagna (77)
  • Toscana (64).

La Regione Sicilia ha riportato l’incidenza più elevata (422 casi per milione di abitanti).

 

Quattro i decessi, molte le complicanze

Sono stati segnalati quattro decessi che si aggiungono ai quattro  segnalati nel 2017. Nel 91,3% dei casi chi si è preso il morbillo era non vaccinato al momento del contagio, mentre il 5,4% aveva effettuato una sola dose. E che il morbillo non sia uno scherzo lo conferma il fatto che quasi metà dei malati, il 48,9%, ha sviluppato almeno una complicanza; il 59,5% dei casi totali è stato ricoverato. Infine sono stati segnalati 87 casi tra operatori sanitari, di cui 41 complicati (47,1%).

La reticenza aumenta l’incidenza

"Se i casi di morbillo sono in aumento in Europa gran parte della responsabilità va alla recalcitranza verso i vaccini. In Italia il record lo abbiamo avuto lo scorso anno con più di 5mila casi". Lo ha detto all'AGI Gianni Rezza, direttore del Dipartimento malattie infettive dell'Istituto Superiore di Sanità, commentando l'ultimo allarme morbillo lanciato dall'Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

"L'anno peggiore per il nostro Paese è stato il 2017, quando eravamo preceduti solo dalla Romania", spiega. "Quest'anno la situazione è leggermente migliorata, complice anche l'obbligo vaccinale che quest'anno è stato introdotto anche in Francia. Ma serve fare una precisazione: i casi registrati – precisa – non sono dovuti solo ai bambini, ma anche agli adulti che non hanno avuto il morbillo e che non si sono immunizzati".

Secondo Rezza, le coperture vaccinali nel nostro paese non sono ottimali. "Siamo al 92,5 per cento e serve fare di più per eradicare questa malattia molto contagiosa", conclude.

La notizia proviene direttamente dal sito ufficiale della Food and Drug Administration, ente governativo americano che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici insieme al Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti: via libera al primo anello vaginale contraccettivo che può essere usato per un anno intero.

Biodegradabile, flessibile, Annovera (così è stato chiamato) può essere utilizzato dalle donne per tre settimane e poi necessità di una di pausa, così per un anno. A base di estradiolo e progesterone non richiede la conservazione in frigo, ma basta lavarlo e riporlo in una custodia in un luogo dove non vengano superati i 30 gradi centigradi.

Annovera prima di avere il nulla osta per la vendita ha dovuto superare tre test clinici fatti su donne sane di età compresa tra i 18 e i 40 anni, alla fine è risultato che solo al massimo quattro di loro sono rimaste incinte durante il periodo di prova del nuovo contraccettivo. Dai test risulta anche che Annovera provoca gli stessi effetti collaterali di altri prodotti contraccettivi ormonali come mal di testa, nausea e dolori addominali.

Controindicato l’uso a donne fumatrici sopra i 35 anni, dato che il fumo combinato all’uso di questo genere di contraccettivi aumenta il rischio di problemi cardiovascolari.

Sui vaccini i medici parlano bene e razzolano male. "Solo il 10-15% dei camici bianchi favorevoli ai vaccini si sottopongono alle vaccinazioni contro l'influenza alle quali sarebbero moralmente obbligati a rispondere positivamente ogni anno". L'affermazione è del professor Umberto Tirelli, l'ex direttore del dipartimento di oncologia del Cro di Aviano, senza timore di essere smentito, riportata dal Messaggero Veneto di Udine.

Il tema è caldo e Tirelli dunque getta benzina sul fuoco dichiarandosi pro vaccini e criticando il comportamento della categoria. Parallelamente interviene la federazione regionale degli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri, lo fa per dirsi "assolutamente contraria alla proroga dell'obbligo di vaccinazione". La Federazione si prepara infatti a "mettere in atto tutte le azioni di informazione alla cittadinanza per far comprendere meglio i vantaggi scientificamente dimostrati dei vaccini e per contrastare il fenomeno delle fake news".

Tirelli e gli Ordini dei medici la pensano allo stesso modo, ma il noto oncologo non manca di aprire un nuovo fronte di polemica invitando i colleghi a dare per primi il buon esempio. "Non mi piacciono – scrive in una nota pubblicata anche qui – le affermazioni con toni da crociate di chi sembra avere la verità rivelata in tasca contro coloro che non sono a favore dei vaccini (no-vax) anche perchè chi le porta avanti, parlo soprattutto dei miei colleghi medici, è a parole pro-vax ma nei fatti è spesso no-vax".

Tirelli snocciola i dati sulla "scarsissima adesione dei medici all'antinfluenzale" e ricorda che i colleghi "sarebbero moralmente obbligati a vaccinarsi per proteggere le persone immunodepresse, i pazienti tumorali in chemioterapia, i trapiantati di midollo e di organo solido nonchè i pazienti con malattie immunologiche. Persone con le quali questi medici vengono in contatto negli ospedali e negli ambulatori alle quali possono trasmettere una patologia potenzialmente mortale come l'influenza".

Questi pazienti – sono sempre le parole dell'oncologo riportate dal quotidiano – "sono molti di più dei bambini immunodepressi che sono a rischio a causa dei coetanei non vaccinati con i quali vengono a contatto negli asili e nelle scuole". Tirelli ogni anno fa l'antinfluenzale e lo comunica al mondo, ma – dice lui – con scarso "effetto sui colleghi medici e l'altro personale sanitario che si comportano da no-vax e non si vaccinano".

L'oncologo usa parole forti anche quando entra nel merito del consenso informato medico-paziente che, sottolinea, "imporrebbe ai miei colleghi medici di sottolineare ai genitori dei bambini da vaccinare non solo i grandi vantaggi dei vaccini ma anche i pur molto rari effetti collaterali severi che si possono verificare". E soffermandosi sugli effetti collaterali, Tirelli cita quelli documentati dal Center for disease control di Atlanta e le polivaccinazioni a cui sono stati sottoposti i militari reduci dal Kosovo che "possono essere stati la causa di malattie linfoproliferative e autoimmuni alle quali sono andati incontro".

Un farmaco usato per trattare il glaucoma, una malattia che porta alla cecità, potrebbe avverare il sogno di molti golosi: mangiare i cibi grassi senza mettere su chili. Lo ha scoperto un gruppo di scienziati della prestigiosa Università di Yale in uno studio pubblicato sulla rivista Science. Gli studiosi hanno trovato un modo per manipolare le "porte" che permettono al grasso di essere assorbito dal corpo, appiattendole e limitando significativamente la capacità delle particelle di grasso di passare.

In particolare, sono stati identificati due geni chiave nelle cellule intestinali che, una volta rimossi, trasformano le cellule da "bottoni", da cui può passare più facilmente il grasso, a "cerniere". Per dimostrarlo, i ricercatori hanno fatto seguire a un gruppo di topi senza i due geni una dieta ricca di grassi per otto settimane. Hanno così visto che gli animali non aumentavano di peso, mentre i topi usati come gruppo di controllo sono diventati rapidamente obesi.

"Abbiamo creato un topo che mangia grassi ma non ingrassa", spiega Feng Zhang, l'autore principale dello studio. "Il grasso viene assorbito nel corpo dall'intestino attraverso le 'porte' dei vasi linfatici chiamati chiliferi … Nei topi che abbiamo creato – continua – i chiliferi diventano una 'cerniera' e le particelle di grasso non possono più penetrarli. I grassi vengono espulsi piuttosto che assorbiti e il topo non guadagna molto peso anche se viene alimentato con una dieta ricca di grassi".

Questa ricerca è la prima a dimostrare che i chiliferi hanno un ruolo chiave nel passaggio del grasso dall'intestino al flusso sanguigno. Sebbene possano essere chiusi geneticamente, questa non sarebbe un'opzione valida per gli esseri umani. Quindi il team ha esaminato l'effetto di molecole chiamate inibitori della chinasi-Rho (Rock), usate già per trattare il glaucoma. "Questo inibitore, quando viene iniettato in topi normali, rilassa la tensione citoscheletrica (il supporto interno della cellula, ndr) e porta anche alla trasformazione da bottone a cerniera dei chiliferi, interrompendo l'assorbimento del grasso", aggiunge Zhang.