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Individuato un nuovo meccanismo molecolare in grado di bloccare la crescita dei tumori caratterizzati da un’alterazione della via di segnale di Hedgehog, una via coinvolta nello sviluppo di numerosi tumori. Lo ha annunciato uno studio condotto dal Dipartimento di Medicina Molecolare della Sapienza in collaborazione l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. I risultati del lavoro sono stati pubblicati sulla rivista Nature Communications.

La via di segnalazione di Hedgehog è fondamentale nel corretto sviluppo di un organismo, ma allo stesso tempo può diventare estremamente dannosa se stimolata in modo inappropriato. L’attivazione incontrollata di questa via è infatti responsabile dell’insorgenza di una vasta gamma di tumori, compreso il medulloblastoma, il tumore cerebrale più diffuso nell’infanzia. Per questo motivo, comprendere i meccanismi che regolano la via di Hedgehog e studiarne il coinvolgimento nei processi che conducono alla formazione dei tumori, rappresenta un punto cruciale nello sviluppo di nuove strategie terapeutiche personalizzate e sempre meno tossiche.

I ricercatori hanno studiato il ruolo di ERAP1 (una proteina coinvolta nella risposta immunitaria) nella progressione tumorale, identificando in questa molecola un importante regolatore della via di Hedgehog e un promettente bersaglio terapeutico per la cura dei tumori.

I ricercatori impegnati in questo progetto, finanziato dalla Fondazione Airc, hanno dimostrato in diversi modelli sperimentali sia in vitro, sia in vivo, che la proteina ERAP1, se inattivata, innesca una cascata di eventi virtuosi che determinano il blocco della crescita tumorale. In un precedente lavoro il team aveva dimostrato che l’inattivazione del gene ERAP1 avvia un potente meccanismo di rigetto da parte del sistema immunitario mediato dai linfociti T citotossici e dalle cellule Natural Killer, due tipi di cellule immunitarie deputate all’attività antitumorale.

“In questo studio – spiega Lucia Di Marcotullio della Sapienza – aggiungiamo un nuovo tassello alla funzione di ERAP1 nella tumorigenesi dimostrando che l’inibizione di ERAP1 blocca la progressione tumorale su più fronti, agendo direttamente sulla proliferazione cellulare e indirettamente rendendo le cellule tumorali piu’ suscettibili all’eliminazione ad opera delle cellule immunitarie”.

Questa nuova scoperta potrebbe avere grandissime potenzialità e offrire nuovi importanti scenari terapeutici. È inoltre molto probabile che anche in altri tumori, sia pediatrici che dell’adulto, l’uso di farmaci in grado di inibire ERAP1 possa aprire la strada per una nuova strategia terapeutica finalizzata alla cura dei tumori.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità un appassionato di musica coscienzioso dovrebbe tenere le cuffie nelle orecchie per non più di un’ora al giorno con un volume che non superi il 60% del potenziale del proprio supporto, nella maggior parte dei casi ormai quasi certamente uno smartphone. Caratteristiche molto complesse da riscontrare anche negli ascoltatori più disinteressati, a causa probabilmente di una ormai estrema facilità di accesso a qualsiasi contenuto audio e video.

Fatto sta che i danni causati dall’esposizione del nostro udito a costanti stimolazioni sono tanto gravi quanto tangibili. Spiega María José Lavilla, presidente della Commissione di Audiologia della Società Spagnola di Otorinolaringoiatria e Chirurgia Cervico Facciale: “A 40 anni si stanno manifestando i tipici disturbi delle persone sulla sessantina”, quindi in pratica il nostro udito invecchia molto più velocemente.

“Oltre un miliardo di giovani rischia di perdere l’udito semplicemente facendo un’attività che ama, ovvero ascoltare regolarmente la musica attraverso le cuffie”, ha dichiarato a El Mundo la dottoressa Shelly Chadha, funzionario tecnico ed esperta di problemi dell’udito presso l’Oms. “Noi proponiamo alcune funzioni come la limitazione o la riduzione automatica del volume e il parental control per i genitori, in modo che quando qualcuno supera il volume consigliato, il dispositivo lo abbasserà automaticamente a un livello sicuro per l’ascolto”.

Un incubo insomma per chi non può fare a meno, e grazie alla nuova discografia ‘mobile e portatile’ sono sempre di più, di ascoltare musica ovunque. Ma un sacrificio necessario perché i dati riportati dall’Oms sono incontrovertibili, quello incontro al quale stiamo andando a tutta velocità è un burrone muto e inevitabile, un burrone dove già troviamo più di una persona su 20, 432 milioni di adulti e 34 milioni di bambini al momento in tutto il mondo, persone che hanno una perdita uditiva invalidante che ha un impatto decisivo sulla qualità della vita.

A loro potrebbero aggiungersi, sempre secondo i dati della ricerca svolta in collaborazione con l’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni, un miliardo di giovani tra i 12 e i 35 anni. Avete difficoltà a recepire al meglio conversazioni che avvengono in luoghi particolarmente rumorosi? Vi ritrovare a chiedere spesso al vostro interlocutore “Cosa?”, “Che?”, “Puoi ripetere? Non ho capito”, potrebbero essere questi i primi segnali di un problema che, se ignorato, può diventare molto serio.

Josefa Donderis Sala, specialista in Otorinolaringoiatria e Patologia Cervico-Facciale presso l’Ospedale Denia-Marina Salud, ad Alicante, afferma che negli ultimi due anni “il numero di adolescenti portati dai genitori da uno specialista per questo problema è cresciuto in modo esponenziale”, ma il problema non è soltanto la musica ascoltata in cuffia chiaramente, più in generale infatti la dottoressa aggiunge che “è necessario evitare l’esposizione a suoni di breve durata e alta intensità, come quelli generati da macchinari, petardi e traffico urbano tipo i clacson”, il consiglio, sempre da parte della dottoressa Donderis è quello di preferire le cuffie agli auricolari cui “intensità è concentrata nel condotto uditivo e, inoltre, il suono è più vicino all’orecchio interno”.

Grande importanza naturalmente hanno i controlli, l’American Academy of Pediatrics raccomanda almeno due visite fondamentali, la prima tra gli 11 e 14 anni e la seconda tra 15 e 17 anni, ma non sono prassi comune, solitamente si finisce dall’otorino solo quando si notano problemi evidenti, snobbando danni magari in atto dei quali non ci rendiamo conto immediatamente. 

Il tumore ovarico rappresenta la principale causa di morte per tumore ginecologico e la quinta per tumore nelle pazienti dei Paesi sviluppati. Questa patologia colpisce ogni anno 5200 donne in Italia e poco meno di 300 mila nel mondo, e nel 75% dei casi viene diagnosticata in fase avanzata. Il carcinoma sieroso ad alto grado è il sottotipo più comune e rappresenta l’80% circa dei tumori ovarici in stadio avanzato, spesso associati a una prognosi infausta.

Lo studio dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena, condotto con il sostegno di AIRC, porta alla luce un meccanismo attraverso cui le mutazioni della proteina p53 rendono più aggressivo questo sottotipo, creando un inaspettato sistema di comunicazione fra i segnali. La scoperta potrebbe migliorare la classificazione della malattia e portare allo sviluppo di nuove terapie. “Mancano a oggi bersagli terapeutici specifici per il tumore dell’ovaio sieroso ad alto grado, una delle forme con rischio di recidiva elevato. I risultati del nostro studio individuano alcuni eventi che risultano essenziali per orchestrare le attività pro-metastatiche di questo sottotipo tumorale: un passo indispensabile per la messa a punto di strategie terapeutiche mirate.” A parlare è Anna Bagnato, autrice del lavoro condotto dalla sua equipe dell’Unità di modelli preclinici e nuovi approcci terapeutici in collaborazione con Giovanni Blandino, dell’Unità di Oncogenomica ed Epigenetica dell’Istituto nazionale dei tumori Regina Elena di Roma, con il sostegno di Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro.

I risultati sono pubblicati sulla prestigiosa rivista Nature Communications. “Spesso nei tumori sierosi ad alto grado dell’ovaio sono presenti mutazioni della proteina p53, – spiega la Bagnato – I tumori con queste mutazioni sono particolarmente aggressivi. Per cercare di capirne la ragione, i ricercatori hanno scoperto che, in molti casi, la p53 mutata si lega ad un’altra proteina chiamata YAP, uno degli interruttori generali del cancro, in una ‘liaison’ pericolosa che porta i tumori a resistere alla chemioterapia”.

Al centro di tutto sembra esserci l’attivazione del recettore dell’endotelina, che ha come partner un’importante molecola: la beta-arrestina. Grazie a una serie di esperimenti condotti con cellule tumorali che derivano dal paziente, i ricercatori hanno dimostrato che, insieme, le tre proteine, beta-arrestina, p53 mutata e YAP, costituiscono una piattaforma di coordinamento per altri segnali che consentono alle cellule tumorali di eludere la risposta al cisplatino, il farmaco di elezione nel trattamento del carcinoma ovarico. Giovanni Blandino precisa: “L’interazione fisica tra le tre proteine rende le cellule tumorali capaci di dare origine alle metastasi e di non rispondere alle terapie”.

La scoperta potrebbe avere una notevole rilevanza traslazionale. Chiarita la catena di eventi responsabili dell’aggressività tumorale, i ricercatori del Regina Elena hanno capito che è possibile interromperla utilizzando dei farmaci in uso clinico in grado di bloccare i recettori dell’endotelina. In esperimenti condotti in laboratorio, i ricercatori hanno verificato che un farmaco capace di bloccare questi recettori rallenta la capacità di formare metastasi, rendendo le cellule tumorali sensibili alla chemioterapia. “Abbiamo identificato una nuova vulnerabilità delle cellule tumorali – sottolinea Gennaro Ciliberto, direttore scientifico IRE – che una volta colpita può ridurre l’aggressività delle cellule del tumore sieroso dell’ovaio”.

Nel tessuto tumorale la presenza contemporanea del recettore dell’endotelina insieme a YAP e beta-arrestina è associata a un decorso peggiore della malattia. È questa un’ulteriore prova dell’importanza della relazione pericolosa messa in luce dai nostri ricercatori, analizzando un gruppo di pazienti con tumore all’ovaio sieroso di alto grado con alta frequenza delle mutazioni della proteina p53. Questa scoperta, se ulteriormente validata, potrebbe avere significative ricadute cliniche nello sviluppo di nuove strategie terapeutiche e prognostiche. 

Un test del sangue sarà in grado di diagnosticare l’Alzheimer 20 anni prima della comparsa dei primi sintomi. È l’ultima e potenzialmente rivoluzionaria scoperta nel trattamento della complessa malattia neurodegenerativa. Il test è stato messo a punto dagli scienziati della Scuola di Medicina della Washington University di St Louis, in Missouri. Gli esperti spiegano che l’analisi è in grado di identificare i cambiamenti del cervello con un’accuratezza del 94%, in modo più semplice ed economico rispetto a una PET. 

I risultati della ricerca sono stati pubblicati giovedì dalla rivista scientifica Neurology. “Al momento gli screening prevedono esami di diagnostica per immagini costosi e lunghi. Impieghiamo anni per cercare volontari e analizzarli”, spiega Randall Bateman, uno degli autori dello studio e professore di neurologia. “Ma con un prelievo del sangue, potremmo esaminare migliaia di persone ogni mese. Ciò vuol dire che riusciremmo a trovare volontari più velocemente, e ad arrivare presto a individuare cure più specifiche, risparmiando soldi e sofferenze a chi è affetto dal morbo”.

Ma come funziona? I ricercatori hanno trovato una chiave per misurare i livelli nel sangue della proteina beta-amiloide, un indicatore chiave del morbo di Alzheimer. La concentrazione della proteina è una spia del suo accumulo nel cervello.

Questa analisi, poi, va combinata con altri due importanti fattori di rischio: l’età e la presenza della variante genetica APOE4. In questo modo è possibile identificare con precisione i cambiamenti rilevanti nel cervello.

E secondo i ricercatori poiché i grumi di proteine ​​iniziano a formarsi nel cervello fino a due decenni prima dell’inizio della caratteristica perdita di memoria, i test potrebbero essere utilizzati per diagnosticare in anticipo l’Alzheimer. La diagnosi precosissima non aiuta però ad arrestare la malattia in quanto ad oggi non esistono trattamenti in grado di farlo.

Chiunque avesse l’occasione di trascorrere anche una sola giornata insieme a una delle famiglie toccate da malattie che causano disabilità importanti e per cui non esiste una cura, non avrebbe alcuna difficoltà a intuire l’impatto che l’applicazione di una terapia risolutiva, come può essere, per esempio, una terapia genica, possa produrre a tutti i livelli della vita dell’intera famiglia. Oltre all’incalcolabile valore in termini di qualità della vita – oppure di alternativa tra vita e non vita- l’accesso alla terapia significa minore necessità di usufruire dei servizi sanitari e sociali, la possibilità per entrambi i genitori di lavorare a tempo pieno e per il bambino di diventare un adulto attivo.

Nella pratica, questo calcolo oggi sfugge o è, più o meno significativamente, sottovalutato da chi  deve prendere la decisione finale che consente l’accesso dei pazienti alle terapie avanzate. Ciò è anche dovuto alla sostanziale impermeabilità tra comparti i sanitario e sociale che rende difficile arrivare a una stima esaustiva dell’impatto.

La sfida dell’accesso alle terapie avanzate

Le terapie avanzate esistono, come categoria farmaceutica, dal 2007 quando sono state introdotte come classe a sé stante dal parlamento europeo. Da allora 14 terapie avanzate sono state registrate in Europa e 4 di queste -le prime ad arrivare alla registrazione- sono state poi ritirate dall’azienda produttrice principalmente per ragioni di scarsa convenienza.

La Alliance for Regenerative Medicine (ARM) – organo internazionale di advocacy a cui aderiscono centri di ricerca, società scientifiche, enti finanziatori, aziende farmaceutiche e biotech- ha presentato in questi giorni un rapporto che pone l’attenzione sugli ostacoli che possono interferire con l’accesso dei pazienti alle terapie avanzate e propone alcune raccomandazioni per superarli. Il documento parte dall’analisi di questi processi in Francia, Germania, Italia, Spagna, Svezia e UK e propone soluzioni declinabili in tutti i paesi europei. La registrazione di una terapia come farmaco è il primo fondamentale requisito per renderla fruibile ai pazienti, ma non è sufficiente. Per completare il percorso bisogna deve fare i conti con altri passaggi cruciali.

Il rapporto ARM parla di un vero e proprio “paradosso” per cui, sebbene l’iter regolatorio per queste terapie sia spesso facilitato in virtù del loro portato innovativo e dei bisogni medici insoddisfatti a cui si rivolgono, tale vantaggio viene spesso perso nella fase di accesso al mercato.

In questa fase entra in gioco il ruolo del cosiddetto “pagatore” che, con modalità diverse in base ai sistemi sanitari, valuta il bilancio costi/benefici dell’adozione della terapia e decide se e come introdurla nella pratica medica del proprio paese. E i metodi utilizzati finora per valutare i farmaci tradizionali non fotografano in modo adeguato l’impatto a lungo termine delle terapie avanzate che, tipicamente, richiedono un ingente esborso iniziale, anche a fronte di un complesso sistema di produzione e somministrazione, ma, nella maggior parte dei casi, cambiano definitivamente la vita del paziente e di chi si prende cura di lui.

Da dove partire

Le raccomandazioni proposte nel rapporto ARM per superare questo impasse derivano, oltre che dalla fotografia della situazione attuale, dal dialogo con i rappresentanti di tutti le parti coinvolte, quindi anche i pagatori e gli organi di Health Technology Assessment che sono deputati a svolgere proprio i “calcoli” di cui sopra.

Dall’indagine di ARM emerge l’esigenza di potenziare la raccolta dei cosiddetti “dati di vita reale” che permettono di analizzare nel tempo l’impatto globale delle terapie sulla vita dei pazienti. In altre parole, l’osservazione della vita quotidiana delle famiglie di cui parlavamo all’inizio deve tradursi in dati quantificabili e utilizzabili, quindi affidabili.

E le infrastrutture per la raccolta di questi dati dovrebbero essere, idealmente, predisposte al livello europeo in modo da ottenere informazioni omogenee da una popolazione più ampia possibile. Anche valorizzando anche gli strumenti già in uso come i registri di patologia e gli studi di storia naturale della malattia.

Nuovi modelli economici

La capacità di valutare l’impatto, complessivo e nel lungo periodo, delle terapie avanzate costituisce la base per l’elaborazione di modelli innovativi di pagamento specifici per le caratteristiche di queste terapie. L’obiettivo è costruire un sistema sostenibile e in grado di assorbire anche le terapie che arriveranno a registrazione nei prossimi anni dagli oltre mille studi clinici attualmente in corso con strategie di questo tipo. A tale scopo il rapporto ARM propone anche la costituzione di fondi, nazionali ed europei, dedicati a sostenere l’accesso dei pazienti alle terapie avanzate.

Nel documento si sottolinea anche l’esigenza di rivedere la cornice legislativa e amministrativa che regola la mobilità dei pazienti all’interno del continente europeo, perché la complessità di produzione e somministrazione delle terapie avanzate fa sì che, nella maggior parte dei casi, queste siano disponibili solo presso pochi centri di riferimento.

L’esempio di Aifa

È interessante notare che tra le ricette da cui trarre ispirazione per sostenere l’accesso dei pazienti alle terapie avanzate alcune fondamentali proposte provengono proprio dal nostro paese. Le raccomandazioni del rapporto ARM fanno, infatti, riferimento a strumenti innovativi creati dall’Agenzia italiana del farmaco.

Tra questi si analizzano in particolare gli accordi che consentono la condivisione del rischio, tra produttore e pagatore, sulla base di obiettivi concordati relativi all’impatto delle terapie nel tempo, come il cosiddetto modello “pay by result”, e la costituzione di un fondo dedicato ai farmaci innovativi che consente di gestire in modo rapido l’accesso a queste terapie senza distinzioni su base regionale.

Queste pratiche virtuose introdotte da AIFA sono nate anche nel contesto delle prime terapie avanzate sviluppate in Italia per malattie rare e neglette. Patologie per le quali vale sicuramente la pena di promuovere al livello europeo una valutazione ad hoc sulla gestione trans-nazionale dell’accesso alla cura.

Gli italiani spendono un miliardo e 200 milioni di euro in più all’anno per avere in farmaco di marca. Diffidenti verso i generici e poco informati, sono gli ultimi in Europa per utilizzo di farmaci equivalenti. Il motivo è solo culturale e mostra un’Italia spaccata in due, con il Nord che ne acquista di più (e spende meno) e il Sud più restio.

Lo conferma Enrique Häusermann, presidente Assogenerici, secondo cui un ruolo fondamentale nella diffusione della cultura del generico è giocato dai professionisti sanitari. “I farmacisti sono stati i primi alleati dei pazienti e del SSN nella conoscenza e nella diffusione sul mercato di questi prodotti, grazie al supporto di disposizioni normative che hanno introdotto la possibilità della sostituzione al bancone. Da uno studio pubblicato circa un anno fa emerge che – a fronte di una ricetta medica priva della dicitura ‘non sostituibile’ – i farmacisti propongono al paziente un medicinale equivalente nel 74% dei casi, mentre il 26% si dichiara riluttante a dispensare l’equivalente in assenza di una specifica richiesta da parte del paziente”.

Maggior cautela emerge in presenza di pazienti fragili o con particolari patologie (malattie cardiovascolari, diabete, ecc.). “In questi casi – continua Häusermann – solo il 31% dei farmacisti dichiara di proporre sempre lo switching a un farmaco equivalente. Allo stesso modo se è il paziente a esprimere dei dubbi sull’efficacia di un medicinale equivalente, l’85% dei farmacisti intervistati provvede a consegnare quanto richiesto dal paziente”.

Leggi anche: Il paradosso tutto italiano dei farmaci generici

C’è però una buona notizia: “L’epoca delle resistenze da parte dei camici bianchi alla novità rappresentata dai generici risale a oltre un decennio fa ed è esaurita da un pezzo:  da alcune statistiche emerge che, fatte 100 le prescrizioni di medicinali fuori brevetto (siano essi brand o uno specifico generico) la clausola di non sostituibilità – prevista dalle normative a tutela della sacrosanta  libertà prescrittiva del medico – è utilizzata dai professionisti solo nel 3% dei casi”, conclude Häusermann.

Per il presidente di Federfarma, Marco Cossolo, è vero che in Italia la cultura del farmaco generico è poco diffusa “ma questo non dipende certo dai farmacisti”. In farmacia, dichiara Cossolo, “consigliamo sempre i generici. Abbiamo fatto numerose campagne di informazione, fin dalla prima nel lontano 2001 in collaborazione con il Ministero della Salute. Successivamente abbiamo collaborato anche con Cittadinanzattiva, nella campagna “Io Equivalgo””.

Qual è allora la ragione di questa ‘resistenza’? “Spesso, purtroppo, sono i cittadini a rifiutarli perché continuano a considerarli una sottomarca di scarsa qualità. Questo pregiudizio è duro a morire, e sarebbe bello se anche tutti gli altri operatori sanitari incoraggiassero maggiormente l’uso degli equivalenti, tranquillizzando il paziente circa la loro sicurezza ed efficacia. C’è da dire anche che, in alcuni casi, soprattutto gli anziani e i pazienti che assumono più farmaci preferiscono avere sempre la scatoletta a cui sono abituati”, sostiene Cossolo.

Nessun conflitto di interessi dei farmacisti, garantisce il presidente della Federazione.“Sui generici la legge prevede per la farmacia una remunerazione più alta, che nella maggioranza dei casi rende più conveniente per il farmacista dispensare la confezione equivalente rispetto a quella del corrispondente farmaco di marca. Quindi il farmacista non ha alcun interesse ad ostacolare l’utilizzo dei generici.”.

 

Le sigarette elettroniche sono “indubbiamente dannose” e vanno regolamentate: lo afferma l’Organizzazione mondiale della Sanità che ha messo in guardia i fumatori che vi ricorrono per smettere di fumare. In un rapporto globale sul fumo, l’Oms ha spiegato che anche se il contenuto di nicotina è inferiore e si evitano il catrame e i molti gas tossici contenuti nel fumo di pipa, sigari e sigarette, le ‘e-cig’ pongono “rischi per la salute”.

L’intervento dell’Oms arriva dopo le preoccupazioni espresse da molti governi per la nuova forma di dipendenza che sta creando la sigaretta elettronica. “Anche se il livello di rischio non è stato ancora stimato in modo definitivo”, si legge nel comunicato dell’Oms, le sigarette elettroniche sono indubbiamente dannose e andrebbero quindi regolamentate”.

Non ci sono inoltre prove sufficienti per dimostrare che siano di aiuto per i fumatori che intendono smettere, anche perché “la maggior parte le usa in parallelo alle sigarette tradizionali”. Inoltre “la disinformazione” delle compagnie di tabacco sulle ‘e-cig’ viene definita “una minaccia presente e reale”.

L’Oms ha comunque sollecitato un aumento dei servizi per chi intende smettere di fumare, osservando che ha la possibilità di accedervi “solo il 30% della popolazione mondiali”. Senza aiuto, solo il 4% dei tentativi di smettere di fumare va a buon fine.
Nel mondo ogni anno sono otto milioni le persone che muoiono a causa del fumo, compreso quello passivo. I fumatori nel mondo sono un miliardo e 400 milioni, per lo più uomini. 

Una mela al giorno leva il medico di torno, e lo fa grazie ai milioni di batteri che contiene. Uno studio austriaco conferma il detto popolare individuandone le basi scientifiche.

Secondo Gabriele Berg, docente dell’Università di Tecnologia di Graz e a capo della ricerca, il potere magico della mela risiede nei batteri benefici che vanno a colonizzare il nostro intestino contribuendo al benessere del microbiota. “I batteri, i funghi e i virus contenuti nel cibo che mangiamo colonizzano temporaneamente il nostro intestino”, ha spiegato Berg al Guardian. Ma per ottenere benefici è importante che verdure e frutta non vengano cotte perché “la cottura uccide questi microbi”. 

Lo studio ha analizzato le mele in tutte le sue parti: stelo, buccia, polpa, semi e calice. E è venuto fuori che, sebbene la quantità di batteri sia la stessa nelle mele biologiche e quelle convenzionali, quelle organiche vantano una colonia più diversificata che, secondo i ricercatori, le renderebbe anche più sane e più gustose delle mele convenzionali.

La varietà nel microbiota sembrerebbe essere, infatti, la chiave per un intestino sano. Più la dieta è varia, meno batteri nocivi vi si trovano. Lo studio confermerebbe, dunque, anche la tesi di coloro che affermano di saper riconoscere una mela biologica da una che non lo è solo assaggiandole. La ricerca ha mostrato nelle mele cresciute naturalmente una maggiore presenza dei metilobatteri, che donano un leggero sapore di fragola alla frutta.

“Lo studio rappresenta un importante passo in avanti perché dimostra come il cibo possa avere un ruolo importante sull’equilibrio del microbiota e quindi sulla salute delle persone”, commenta all’Agi Michele Guarino, dell’unità di gastroenterologia del Policlinico universitario Campus biomedico. “Bisogna però fare una precisazione: il cibo è solo uno dei tanti aspetti che incidono sul microbiota. Non ha un effetto totalizzate. E’ importante sottolinearlo perché il rischio è quello di far passare un messaggio sbagliato, ovvero più mele mangio meglio sto”, dichiara Guarino. 

“Una cosa è certa e lo conferma anche lo studio: maggiore è la diversità del microbiota più ci si allontana dalla malattia. Nelle patologie infatti c’è una ridotta diversità di batteri”.

Ma come si diversifica il microbiota? “La dieta, quella mediterranea, aiuta moltissimo, ma in parte siamo segnati: il nostro microbiota si forma nel primo anno di vita, ma poi la sua composizione cambia solo in parte nel resto della vita”, spiega il gastroenterologo. “L’obiettivo ambiziosissimo è quello di mappare il microbiota come si fa oggi con il genoma in modo da correggere poi il difetto. Ma mentre con il patrimonio genetico umano siamo già alle terapie geniche, con il microbiota siamo ancora molto lontani dal raggiungimento del traguardo. Anche perché i geni del microbiota sono circa un milione contro i 23 mila dell’essere umano. La diversità è anche nella complessità”.

Guarino è scettico sugli effetti benefici del cibo crudo citati dai ricercatori di Graz. “E’ vero ma fino a un certo punto. Sono le fibre, contenute in questo caso dalla mela, a rappresentare il substrato della crescita dei batteri che avviene attraverso la fermentazione. Questo perché non abbiamo l’enzima per digerire alcune fibre e quindi lo fanno i nostri batteri. La cottura o meno di un alimento non è così decisiva”. 

Una cosa è certa: la mela è un alimento prezioso. Oltre ai batteri benefici per il microbiota, “buccia e polpa contengono i polifenoli, prodotti attraverso frequentazione, che vantano un’azione antiossidante, antitumorale, antinfiammatoria”, conclude Guarino. 

Oltre tre studenti italiani su 100 hanno problemi di apprendimento. Difficoltà di lettura, scrittura, calcolo sono in aumento vertiginoso, al punto che si stima un incremento del 450% in soli 7 anni. Il termine tecnico che li identifica è “disturbi specifici dell’apprendimento” – DSA – e comprende tra gli altri la dislessia, la discalculia, la disgrafia.

Secondo i dati resi noti dalle aziende sanitarie nell’anno scolastico 2010-2011 i ragazzi dislessici o disgrafici, riconosciuti tramite i documenti delle aziende sanitarie, erano appena lo 0,7% del totale. Sette anni dopo, nel 2017-2018 rappresentavano il 3,2% della popolazione studentesca per un totale di 276 mila.

Ma perché questo aumento? Semplicemente parte di quelle ‘caratteristiche’ che una volta portavano a bollare un ragazzo come “intelligente ma svogliato” oggi ha un nome. E, cosa più importante, un trattamento, da iniziare prima possibile affinché il bambino riesca a studiare senza problemi. In realtà c’è anche un secondo fattore che ha determinato il boom: l’introduzione nel 2010 della legge 170 sulle “Nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico”.

La normativa non solo riconosce al bambino le varie difficoltà di apprendimento, ma permette allo studente con diagnosi Dsa di usufruire di “appositi provvedimenti dispensativi e compensativi di flessibilità didattica nel corso dei cicli di istruzione e formazione e negli studi universitari”.

Solo negli ultimi quattro anni, riporta Il Messaggero, le certificazioni per la dislessia sono salite da circa 94 mila a 177 mila, con un tasso di crescita dell’88,7%, le certificazioni di disgrafia sono passate da 30 mila a 79 mila, con una crescita del 163%, quelle di disortografia sono cresciute del 150% passando da circa 37 mila a 92 mila alunni e la certificazione per discalculia è aumentata del 160% crescendo da 33 mila a poco meno di 87 mila casi.

Quanto all’area geografica, le certificazioni sono state rilasciate soprattutto nelle regioni del Nord-Ovest, Centro e Nord-Est. Crollano invece al Sud. Tra le singole regioni, i Dsa certificati sono più numerosi in Valle d’Aosta e Liguria, in Piemonte e in Lombardia, quasi assenti in Calabria, Campania e Sicilia. I casi certificati sono più numerosi nelle scuole medie con il 5,6% del totale, calano nelle scuole superiori al 4,7% mentre, alle elementari, viene registrata la percentuale più bassa con il 2% anche se i primi segnali emergono in seconda o terza media elementare.

Ma senza una certificazione, il rischio per gli studenti è alto visto che il disturbo investe la sfera personale nel suo insieme, non solo la scuola: “Il fallimento scolastico – spiega al quotidiano Andrea Novelli del consiglio direttivo dell’Associazione italiana dislessia – può provocare scarsa autostima e incidere sulla personalità del ragazzo, che potrebbe così lasciare la scuola: una scelta che si potrebbe evitare se lo studente avesse a disposizione i provvedimenti dispensativi e compensativi. È fondamentale quindi individuare e prevenire in tempo. Nella scuola italiana si registra un boom di certificazioni grazie alla maggiore attenzione verso questi disturbi ma non siamo ancora in linea con i dati internazionali che oscillano dal 5% al 15%: siamo ancora al di sotto della media”.

Troppi zuccheri negli alimenti destinati ai bambini sotto i 6 mesi di età, che peraltro andrebbero nutriti solo con l’allattamento. È l’allarme lanciato dall’Oms, alla luce di due nuovi studi dell’Oms Europa secondo cui un’alta percentuale di alimenti per l’infanzia sono commercializzati erroneamente come adatti per i bambini di eta’ inferiore a 6 mesi e molti di questi contengono livelli eccessivi di zucchero.

“Una buona alimentazione nell’infanzia e nella prima infanzia rimane fondamentale per assicurare una crescita e uno sviluppo ottimali del bambino e migliori risultati di salute in futuro – compresa la prevenzione di sovrappeso, obesità e malattie non trasmissibili legate all’alimentazione (NCD) – rendendo così l’obiettivo di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite per garantire una vita sana e promuovere il benessere per tutti in tutte le età molto più realizzabile”, afferma Zsuzsanna Jakab, direttore regionale dell’Oms Europa.

L’Oms ha sviluppato una bozza di modello di profilo nutritivo per bambini di età compresa tra 6 e 36 mesi per guidare le decisioni su quali alimenti sono inappropriati per questa fascia di età, e ha anche sviluppato una metodologia per l’identificazione di alimenti per neonati disponibili in commercio e per la raccolta di dati sui contenuti nutrizionali, l’etichettatura e la promozione. Questa metodologia è stata utilizzata per raccogliere dati su 7.955 prodotti alimentari o bevande commercializzati per neonati e bambini da 516 negozi in 4 località nella regione europea dell’Oms (Vienna, Austria, Sofia, Bulgaria, Ungheria, e Haifa, Israele) tra novembre 2017 e gennaio 2018. In tutte e 4 le città, una parte sostanziale dei prodotti, compresa tra il 28% e il 60%, è stata commercializzata come adatta per i bambini di età inferiore ai 6 mesi.

Il che in Europa è perfettamente lecito, ma contravviene esplicitamente alle linee guida dell’Oms, secondo cui gli alimenti complementari per l’infanzia non vanno somministrati prima dei 6 mesi di età. “Gli alimenti per lattanti e bambini sono tenuti a rispettare diverse raccomandazioni nutrizionali e di composizione. Nondimeno, vi sono preoccupazioni sul fatto che molti prodotti possano essere ancora troppo ricchi di zuccheri”, conferma Joao Breda, capo dell’ufficio europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie non trasmissibili dell’Oms.

In 3 delle città in esame, la metà o più dei prodotti ha fornito oltre il 30% delle calorie totali degli zuccheri. Circa un terzo dei prodotti annovera zucchero, succo di frutta concentrato o altri agenti dolcificanti tra gli ingredienti. Questi aromi e zuccheri aggiunti, avverte l’Oms, potrebbero influenzare lo sviluppo delle preferenze di gusto dei bambini, aumentando il loro gradimento per cibi più dolci.