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Un uomo è morto a New York dopo che la sua gola e l'esofago sono andati in necrosi per l'abuso di cocaina. Secondo quanto riporta il New York Post, l'uomo, un 50enne della Pennsylvania, è stato portato al pronto soccorso da un amico dopo che per tre volte aveva vomitato sangue. I medici hanno scoperto che la sua gola e l'esofago erano in necrosi avanzata, fatto che attribuiscono all'uso continuo di cocaina e di alcol (circa 4-5 lattine di birra al giorno, secondo quanto ha riferito colui che lo ha soccorso). 

L'uomo, arrivato in ospedale privo di conoscenza, è stato rianimato e gli è stato somministrato un inibitore della pompa protonica via endovena, ma 12 ore dopo il ricovero è morto. Secondo fonti sanitarie, la necrosi dell'esofago e della gola è una malattia causata da agenti chimici estremamente poco frequente, al punto che quello della Pennsylvania è il quarto caso conosciuto in tutto il mondo. 

Mettendo da parte le suggestioni letterarie come quella del Ritratto di Dorian Gray, il cui protagonista rimane giovane lasciando a un suo ritratto il compito di invecchiare per lui, nel mondo gli studiosi si interrogano su quale sia la correlazione tra l’età anagrafica e quella percepita. Perché secondo numerosi studi un legame c’è, e sarebbe essenziale per capire la ragione per la quale alcune persone sembrano fiorire con il passare degli anni, mentre altre no.

“La misura in cui gli anziani si sentono molto più giovani di quanto non siano può influenzare importanti decisioni su quello che faranno nella loro quotidianità come nella vita”, ha detto Brian Nosek all'Università della Virginia, citato dalla Bbc in un approfondimento sul tema. Ma il rapporto tra l’età percepita e quella anagrafica potrebbe anche essere determinante nell’esaminare le condizioni di salute di una persona. Secondo uno studio pubblicato dall’American Psychological Association, potrebbe essere possibile predire le condizioni di salute di un individuo conoscendone l’età soggettiva. Compreso il rischio di morte.

Un nuovo approccio agli studi sull'invecchiamento

Questo nuovo approccio alle fasi dell’invecchiamento ha avuto inizio tra gli anni ‘70 e ‘80, per poi sfociare in una più massiccia produzione di ricerche negli ultimi dieci anni. In uno studio pubblicato nel 1989 e disponibile nella US National Library of Medicine, per esempio, si legge che “i risultati di una ricerca condotta tra 188 uomini e donne tra i 14 e gli 83 anni d’età, hanno rivelato che individui ‘teenager’ sono caratterizzati da una maggiore età soggettiva, mentre nei primi anni dell’età adulta gli adulti manifestano un’età percepita più coerente con quella reale”. Lo studio prosegue aggiungendo che “intorno alla mezza età e oltre, gli individui riportano una più giovane età percepita e le donne manifestano una più giovane età rispetto agli uomini in questa fase della vita”.

Oltre alle condizioni di salute, è generalmente accettato che l’età percepita possa influenzare anche la personalità degli individui. Con l’avanzare degli anni infatti si tende a essere meno estroversi o inclini a fare nuove esperienze, a meno che non ci si percepisca più giovani “dentro”. La percezione di essere più giovani rispetto alla propria età anagrafica sembra anche ridurre il rischio di depressione o disturbi mentali. Ma questo si traduce anche in una migliore salute fisica, che aiuta a prevenire il rischio di demenza o di dover ricorrere a delle cure mediche. La gran parte delle persone si sente di otto anni più giovane rispetto alla propria età, secondo uno studio condotto dal ricercatore dell’Università di Montpellier, Yannick Stephan. E chi percepisce di avere tra gli 8 e i 13 anni in più rispetto a quelli reali, incorre in un maggiore rischio di morte tra il 18 e il 25 per cento.

Uno studio condotto da Brian Nosek e Nicole Lindner, dell’Università della Virginia, ha investigato la relazione tra l’età percepita e quella reale nell’arco di una vita. Gli studiosi hanno rivelato che i giovani si sentono più vecchi di quanto non siano fino a circa i venticinque anni. Da questa età in poi la percezione di essere più giovani di quanto non dica la carta d’identità aumenta velocemente: a 30 anni il 70 per cento del campione si sente più giovane di quanto non sia. “Per la gran parte delle persone – scrivono Nosek e Lindner – l’età soggettiva sembra assimilabile a quella di Marte, dove dieci anni terrestri corrispondono a 5,3 anni marziani”.

Ci sono certi argomenti sui quali l’italiano duro e puro non vuole essere nemmeno sfiorato. Tra questi, certamente al primo posto, c’è il cibo. È con questa tenera malinconia che si può giustificare il caos creato da una bufala che circola non solo in rete ma anche su parecchie prime pagine di giornali italiani.

Bufala secondo la quale l’Organizzazione Mondiale della Sanità stia programmando un processo a tre eccellenze della nostra cultura gastronomica: olio, parmigiano e prosciutto crudo. Ma riavvolgiamo il nastro.

A quanto pare tutto parte da una relazione, nello specifico un documento chiamato Time to Deliver, un semplice studio, prassi per quanto riguarda l’Oms, un’agenzia dell’Onu che, per costituzione, ha come obiettivo “il raggiungimento da parte di tutte le popolazioni del livello più alto possibile di salute”, dove si suggerisce, in sintesi, una regolamentazione per quanto riguarda il commercio di cibi considerati poco salutari.

Come scrive Il Post nel suddetto documento “si consiglia in modo vago ai governi nazionali di collaborare coi produttori di 'bevande non alcoliche e cibo' per quanto riguarda 'l’etichettatura e la regolamentazione della commercializzazione' di quei prodotti. Il documento dice poi che i governi dovrebbero 'limitare la commercializzazione di prodotti non salutari (quelli contenenti una quantità eccessiva di zuccheri, sale, grassi saturi e trans) ai bambini'. In un ultimo punto, la commissione dell’OMS dice che 'incentivi e disincentivi fiscali dovrebbero essere presi in considerazione per incentivare stili di vita salutari, promuovendo il consumo di prodotti sani e limitando la commercializzazione, la disponibilità e il consumo di prodotti non salutari'. In una nota, poi, si parla vagamente della possibilità di migliorare le indicazioni sulle etichette per indicare la quantità di sale nei prodotti”. Stop.

Se la vista non ci tradisce, nessun accenno a olio, parmigiano e prosciutto crudo. Nessun riferimento, in realtà, ad alcun prodotto specifico, né italiano né estero.

Eppure il Sole24Ore, il primo a riportare la notizia, martedì titola in prima pagina “Onu, agroalimentare sotto accusa. Parmigiano e olio come il fumo". L’attacco dell’articolo, poi, è ancora più inquietante, un vero colpo al cuore per il nostro sensibile, italico, orgoglio nazionale “il parmigiano reggiano, il Prosciutto di Parma, ma anche la pizza, il vino e l’olio d’oliva. Tutti rischiano di fare la fine delle sigarette: tassati, e con tanto di immagini raccapriccianti sulle confezioni per ricordare che “nuocciono gravemente alla salute”.

Nel pezzo nessun riferimento ad atti ufficiali, ma tutto sarebbe stato dedotto dalla lettura del documento succitato. La notizia inizia furiosamente e giustamente a girare, essendo clamorosa (qualora fosse vera ovviamente) e arrivando da fonte senza dubbio autorevole; così tutti i giornali seguono a ruota, e in men che non si dica le nostre eccellenze della gastronomia, nell’immaginario comune, si ritrovano sul banco degli imputati.

Non importa l’immediata smentita di Francesco Branca, direttore del dipartimento di nutrizione dell’OMS: "Le notizie di bollini neri dell’Oms su tale o tale alimento non sono corrette, l‘Oms non criminalizza determinati alimenti ma raccomanda politiche che promuovano un consumo parsimonioso degli alimenti che hanno alti contenuti di sodio, zuccheri o grassi saturi. Tra le misure suggerite" continua Branca "un’etichettatura dei prodotti in grado di fornire chiare informazioni sul loro contenuto" e aggiunge "anche le politiche dei prezzi possono essere utili: in particolare, se prodotti non sani sono disponibili a prezzi bassi è più alta la probabilità che il loro consumo aumenti".

Come funziona lo spiega bene Valigia Blu che riporta il portale Epicentro dell'Istituto Superiore di Sanità, secondo cui nel rapporto Time to Deliver sono elencate sei raccomandazioni, tra cui la numero 4 ("collaborate and regulate") al punto E chiede di considerare l'introduzione di incentivi e disincentivi fiscali per incoraggiare stili di vita salutari, scoraggiando la commercializzazione, la disponibilità e il consumo dei prodotti non salutari. "È un'affermazione abbastanza generica. In ogni caso, anche in questo punto, non si parla né di formaggi né di prosciutti italiani, né si prende di mira qualsiasi altro prodotto Made in Italy" scrive Valigia Blu che tuttavia rileva come in un'altra pagina del documento si parla di "front-of-pack labelling", cioè della etichettatura dei prodotti alimentari (in quel punto viene suggerita allo scopo di scoraggiare il consumo di sale).

In alcuni Paesi, ricorda il sito, sono state introdotte etichettature cosiddette "semaforo". Le etichette nutrizionali, che tutti vediamo sui prodotti, indicano il valore energetico e la quantità di carboidrati, proteine, grassi, sali minerali, vitamine contenuti in un alimento. Le "etichette semaforo" sono chiamate così perché aggiungono un colore alle informazioni nutrizionali. Verde, giallo o rosso, a seconda che la quantità dei nutrienti che è opportuno limitare (come gli zuccheri e il sale) sia bassa, media o alta. In Francia è stato adottato il Nutri-Score, un sistema di etichettatura che utilizza cinque colori, ognuno associato alla lettera A, B, C, D o E. A ogni prodotto vengono assegnati un colore e una lettera, in base a un punteggio che considera la quantità dei diversi nutrienti contenuta in quel prodotto. In Italia di recente si è aperto un dibattito sull'opportunità di introdurre etichettature nutrizionali di questo tipo e sulla loro utilità per i consumatori. 

Niente di clamoroso. Niente che possa considerarsi fuori dai binari della normale attività dell’Oms. Nessuna guerra, soprattutto, ai prodotti italiani. Ma ormai il sasso è finito nel lago e le onde si propagano. La fake news è ufficiale: l’Onu ha intenzione di trattare i vanti della nostra tavola come le sigarette, timbrandoli con quelle foto agghiaccianti per dissuadere il più possibile dall’acquisto.

Apriti cielo. La rete rumoreggia furiosamente. Come si permettono? Toccateci tutto ma non il parmigiano. Affogateci nell’olio. Imbalsamateci nel crudo di Parma. Anche il nostro ministro dell’Interno, che su altre questioni ha mostrato orgogliosamente un certo cinismo, dal suo profilo Facebook tuona “All’Onu sono matti, giù le mani dai prodotti italiani”.

Si unisce al coro di polemiche anche il ministro dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio che commenta “Se così fosse siamo alla pazzia pura. Ritengono che facciano bene alla salute prodotti come la Coca Cola o altri perché light e poi ci condannano il Parmigiano o altri prodotti dell’enogastronomia italiana. Su questo faremo una battaglia molto dura”.

Nel frattempo ci prova, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, sempre sentita dal Post, a ribadire che nessuno sta raccomandando l’uso di “etichette raccapriccianti” né tassazioni speciali; e in ogni caso non ci sarà nessuna imposizione. Persino Riccardo Deserti, direttore del Consorzio del Parmigiano Reggiano, è intervenuto in difesa dell’Oms dichiarando, dopo la lettura del documento Time to Deliver come “risulta evidente che l’Oms non ha messo sotto accusa le eccellenze italiane, né tantomeno il Parmigiano Reggiano”.

Ma ormai la bufala veleggia spensierata di bacheca in bacheca. Ma il tutto, ripetiamo, va preso con un sorriso; il cibo e la nazionale di calcio sono, senza timore di smentita, gli unici due argomenti che ci tengono uniti come popolo. E pazienza se a metterci tutti dalla stessa parte, stavolta, è stata una bufala.   

 

Mettere al mondo più bambini può essere molto gratificante per una donna. Ma potrebbe non esserlo per la sua salute. Uno studio condotto dalla Seoul National University, pubblicato sulla rivista Neurology, ha scoperto che le donne che danno alla luce 5 o più bambini hanno maggiori probabilità di ammalarsi di Alzheimer.

Come gli scienziati hanno raggiunto questa conclusione

A rischio sono anche le donne che hanno abortito, volontariamente o meno. Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno combinato i dati di due studi indipendenti che hanno coinvolto un totale di 3.549 donne con un'età media di circa 71 anni. Le partecipanti hanno fornito informazioni sulla loro storia riproduttiva e i ricercatori ne hanno monitorato la salute dopo una media di 46 anni dal loro primo parto. Durante quel periodo, i partecipanti hanno fatto dei test sulla memoria e sulle capacità di pensiero per vedere se avevano sviluppato la malattia di Alzheimer o il suo precursore, un lieve deterioramento cognitivo.

In totale, 118 donne si sono ammalate di Alzheimer e 896 donne hanno sviluppato un lieve deterioramento cognitivo. Ebbene, le donne che avevano dato alla luce cinque o più bambini avevano il 70 per cento di probabilità in più di sviluppare la malattia di Alzheimer rispetto alle donne che hanno dato alla luce un numero inferiore di figli. Delle 716 donne con cinque o più bambini, 59 hanno sviluppato la malattia di Alzheimer, rispetto alle 53 delle 2751 donne con meno figli. I risultati sono rimasti gli stessi dopo che i ricercatori hanno preso in considerazione altri fattori. Non solo.

La differenza nella probabilità di sviluppare l'Alzheimer

I risultati hanno evidenziato che le donne che avevano avuto un aborto avevano circa la metà delle probabilità di sviluppare l'Alzheimer. Delle 2375 donne che hanno avuto un aborto, infatti, 47 hanno sviluppato la malattia di Alzheimer, rispetto a 71 delle 1.174 donne che non hanno mai avuto un aborto. Nei test sulla memoria e sulla capacità di pensiero, le donne che avevano cinque o più figli hanno ottenuto punteggi più bassi rispetto alle donne che avevano meno figli. Secondo i ricercatori, queste differenze potrebbero essere dovute agli ormoni. "E' possibile che l'aumento modesto dei livelli di estrogeno nel primo trimestre di gravidanza rientri nell'intervallo ottimale per proteggere le capacità di pensiero", spiega l'autore dello studio Ki Woong Kim. "Se questi risultati verranno confermati in altre popolazioni, e' possibile arrivare allo sviluppo di strategie ormonali per la malattia di Alzheimer", conclude. 

Esiste una nuova malattia che colpisce il sistema immunitario e che è legata ad una mutazione genetica. A scoprirla un team di ricercatori italiani del Centro di Ricerca Pediatrico Romeo ed Enrica Invernizzi dell'Università di Milano, in collaborazione con il Boston Children's Hospital e la Harvard Medical School. In un articolo apparso sulla rivista Journal of Clinical Investigation, i ricercatori hanno spiegato infatti di aver individuato la sindrome legata a questa specifica mutazione come una vera e propria nuova malattia che hanno denominato "sindrome dell'iper TH-17".

La malattia colpisce i soggetti portatori di una mutazione di un recettore "P2X7R" che interferisce con la risposta immunitaria. I ricercatori hanno dimostrato per la prima volta il ruolo di questo recettore nel controllo dei linfociti T durante l'attivazione del sistema immunitario in condizioni di normalità, scoprendo come la sua mutazione, che interessa circa il 2 per cento della popolazione, si associa ad una alterazione della sua funzione che conduce ad una malattia immunologica vera e propria finora sconosciuta.

La mutazione del recettore P2X7R blocca il processo che regola la risposta immunitaria dell'organismo agli agenti esterni, determina lo sviluppo di linfociti T dannosi portando ad uno stato di fragilità del sistema immunitario che puo' avere conseguenze importanti soprattutto per pazienti già a rischio come i trapiantati, nei quali puo' condurre a rigetto d'organo, o con malattie a patogenesi immunologica, come il diabete. "Questa mutazione assume una rilevanza per la nostra salute importantissima" afferma Paolo Fiorina, Professore Associato di Endocrinologia all'Università Statale di Milano e Direttore del Centro di Ricerca Internazionale sul Diabete di Tipo 1 presso il Centro di Ricerca Pediatrico Romeo ed Enrica Invernizzi. Sarà necessario effettuare ulteriori studi per determinare la rilevanza della mutazione del recettore P2X7 nei soggetti diabetici e non trapiantati per capire l'associazione con lo sviluppo di eventi immunologici.

"Questo è un altro successo del Centro di Ricerca Pediatrica-Romeo ed Enrica Invernizzi che si aggiunge a quelli già recentemente presentati – commenta il direttore Gian Vincenzo Zuccotti – Questo Centro nato da cosi' poco ma che sta facendo cosi' tanto in termini di ricerca deve diventare un punto di riferimento per la ricerca scientifica in Italia, un polo all'avanguardia anche per la scoperta e la diagnosi di nuove malattie". 

È oggi disponibile anche in Italia atezolizumab, la prima immunoterapia anti-PD-L1 sviluppata da Roche e approvata da AIFA per il trattamento in monoterapia di pazienti adulti affetti da carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC) localmente avanzato o metastatico, precedentemente sottoposti a chemioterapia. La pubblicazione della determina AIFA del 14 luglio in Gazzetta Ufficiale rende di fatto atezolizumab, anticorpo monoclonale pensato per interferire con la proteina PD-L1, ora prescrivibile nel nostro Paese.

Il tumore al polmone, di cui la tipologia NSCLC rappresenta l'85% dei casi, rimane, ancora oggi, una delle neoplasie più complesse che gli oncologi si trovano ad affrontare, responsabile ogni anno di 1.6 milioni di decessi al mondo. Atezolizumab rappresenta una vera e propria rivoluzione nel campo delle immunoterapie: la molecola ha ottenuto lo status di Farmaco Innovativo dall'AIFA, grazie ai dati dello studio di fase II POPLAR e dello studio di fase III OAK che hanno mostrato come sia in grado di assicurare una maggiore sopravvivenza rispetto al trattamento con docetaxel.

"Atezolizumab rappresenta un'evoluzione nell'ambito degli anticorpi monoclonali, classe di farmaci che ha rivoluzionato la pratica clinica dei tumori, essendo il primo anti PD-L1 con un'elevata componente di innovazione biotecnologica" spiega Fortunato Ciardiello, Professore Ordinario di Oncologia Medica e Presidente della Scuola di Medicina e Chirurgia dell'Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli e, attualmente, Past President di ESMO (European Society for Medical Oncology).

Il fast food toglie il fiato. Letteralmente. Secondo un recente studio condotto dai ricercatori dell’università del Sichuan (Cina), l’accoppiata hamburger, patate fritte, salse e bibite gassate aumenta in misura importante il rischio di provocare danni al sistema respiratorio. Che si sommano ai già accertati rischi di sviluppare diabete e obesità.

La premessa

Secondo gli studiosi, la prevalenza di asma e malattie atopiche come eczema (dermatite atopica), rinite allergica (febbre di polline) e rinocongiuntivite è drasticamente aumentata negli ultimi decenni. I fattori che ne hanno determinato l’aumento rimangono poco chiari. Ma ciò che è cambiato è l’introduzione anche in Asia di cibi prettamente americani: quelli da fast food, carichi di carboidrati raffinati, sodio, zuccheri, colesterolo, additivi come conservanti e coloranti, con alte concentrazioni di grassi saturi

Mai tre volte a settimana

I ricercatori hanno analizzato 16 studi svolti in precedenza su questo tema arrivando a una conclusione: mangiare tre volte a settimana cibi carichi di grassi nocivi e zuccheri aumenti i casi di asma, respiro sibilante e molte altre malattie allergiche come l’eczema e la rino-congiuntivite. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Respirology

“Indipendente dal reddito”

Per la ricerca, il coordinatore Gang Wang e i suoi colleghi, hanno sfruttato banche dati aggiornate al febbraio 2018. Il loro studio è più che altro il risultato di un’associazione relativa alla dose, motivo per cui – sostiene lo studioso – “Sono necessari ulteriori studi per confermare le relazioni osservate in questa analisi e per identificare potenziali associazioni causali tra il consumo di fast food e le malattie allergiche”. L’impennata del rischio di malattie respiratorie, poi, è indipendente dal reddito dei consumatori, che può fare la differenza tra una dieta più o meno salutare, sui controlli medici e in generale sulla qualità della vita. 

Findus ha ritirato diversi lotti di 4 tipi di minestroni per il rischio di contaminazione da batterio Listeria. Lo ha annunciato l'azienda sul suo sito web, annunciando che è in corso un richiamo volontario in via del tutto precauzionale dei seguenti lotti di produzione:

  • Minestrone Tradizione 1 KG L7311 L7251 L7308 L7310 L7334 
  • Minestrone Tradizione 400g L7327 L7326 L7304 L7303 
  • Minestrone Leggeramente Sapori Orientali 600g L7257 L7292 L7318 L8011 
  • Minestrone Leggeramente Bontà di semi 600g L7306.

"La decisione, volontaria e in via del tutto precauzionale, di richiamare questi prodotti – spiega Findus – è stata presa a seguito della segnalazione del fornitore Greenyard, della potenziale contaminazione da Listeria di una partita di fagiolini, utilizzati in minima parte all'interno dei prodotti oggetto del richiamo. Findus tiene a precisare che la categoria dei prodotti oggetto del richiamo prevede il consumo solo previa cottura, come chiaramente indicato sulle confezioni". 

Leggi l'articolo sul Messaggero

La situazione in Italia

Al momento nessun focolaio di infezione in Italia, il ritiro dei prodotti in via precauzionale. La ministra della Salute, Giulia Grillo, rassicura sul pronto intervento attuato dal ministero in questa vicenda. "Sto seguendo con la massima attenzione la vicenda del batterio Listeria. I miei uffici hanno subito predisposto tutti i controlli e le misure necessarie". I ritiri fanno seguito a una segnalazione di allerta europea proveniente dall'Ungheria, relativa alla presenza di Listeria monocytogenes in vegetali surgelati. La Listeria è resistente alle basse temperature e provoca tossinfezioni alimentari. Comunque viene inattivato con la cottura. Al momento non risultano focolai di infezione in Italia ed il ritiro dei prodotti sono effettuati in via precauzionale.

La posizione di Coldiretti

"Gli ultimi allarmi alimentari, dalla mucca pazza al latte per l'infanzia Il ritiro di lotti contaminati dalla Listeria in Italia ed in tutta Europa è purtroppo solo l'ultimo della serie di allarmi alimentari che si propagano rapidamente in Europa rispetto ai quali l'esperienza di questi anni dimostra l'importanza di una informazione corretta con l'obbligo di indicare in indicare in etichetta l'origine dei prodotti che va esteso a tutti gli alimenti senza ma anche la necessità di togliere il segreto sui flussi commerciali con l'indicazione pubblica delle aziende che importano i prodotti dall'estero per consentire interventi rapidi e mirati". È quanto afferma la Coldiretti in occasione degli annunci da parte della Findus e della catena distributiva Lidl del ritiro di lotti di minestrone, mais e verdure surgelate per il rischio di contaminazione da Listeria segnalata dall'azienda belga Greenyard. 

Leggi l'articolo sul Post

"Di fronte all'atteggiamento incerto e contradditorio dell'Unione Europea che obbliga ad indicare l'origine in etichetta per le uova ma non per gli ovoprodotti, per la carne fresca ma non per quella trasformata in salumi, per l'ortofrutta fresca ma non per i succhi, le conserve di frutta o per gli ortaggi conservati, l'Italia che è leader europeo nella trasparenza e nella qualità ha il dovere – sottolinea la Coldiretti – di fare da apripista nelle politiche alimentari comunitarie anche con una profonda revisione delle norme comunitarie. Un'esigenza dinanzi a rischi alimentari – spiega la Coldiretti – in una situazione in cui sono stati 2.925 gli allarmi scattati nell'Unione Europea in un anno". In tutti i casi, conclude in una nota l'associazione dei coltivatori, "è emerso evidente che con la globalizzazione degli scambi commerciali e delle informazioni le emergenze si diffondono rapidamente nei diversi Paesi e continenti e che le maggiori preoccupazioni sono determinate dalla difficoltà di rintracciare rapidamente i prodotti a rischio per toglierli dal commercio, con pericolose conseguenze per la salute dei cittadini ma anche sul piano economico per gli effetti sui consumi poichè non si riesce a confinare l'emergenza". 

Cosa è successo in Sicilia

Il rischio di contaminazione da Listeria, dopo aver indotto Findus a ritirare diversi lotti di quattro tipologie di minestrone, ha portato al ritiro di due prodotti 'Freshona' venduti da Lidl esclusivamente in Sicilia. È l'azienda belga Greenyard, la stessa che aveva segnalato a Findus la contaminazione di una partita di fagiolini, ad aver disposto il richiamo al consumatore dei seguenti prodotti:

  • Art. 79520 "Freshona" Mais surgelato, 450g Codice a barre 20417963
  • Art. 12105 "Freshona" Mix di verdure surgelate, 1000g – Assortimento Gemusemix – Mix di verdure Codice a barre 20039035.

"Non è possibile escludere – sottolinea l'azienda – che tali prodotti possano essere stati contaminati da Listeria monocytogenes. La Listeria monocytogenes può essere una causa di gravi malattie allo stomaco/intestino (listeriosi) e sintomi simili a un'infezione influenzale. Per alcuni tipi di individui (donne incinte, bambini piccoli, anziani e soggetti immunodepressi) la malattia può degenerare in forme anche molto gravi. A causa di tale rischio per la salute, i consumatori devono prestare molta attenzione a questo richiamo e non mangiare i prodotti sopra indicati. I prodotti interessati dell'azienda belga GREENYARD N.V. sono stati venduti da Lidl Italia solo ed esclusivamente nella Regione Sicilia.

Leggi l'articolo sul Corriere della Sera

Per motivi precauzionali, Lidl Italia si è immediatamente attivata ritirando dalla vendita i prodotti interessati. Questi prodotti possono essere restituiti in tutte le filiali Lidl. Il prezzo di acquisto sarà rimborsato, anche senza presentazione dello scontrino. Il richiamo riguarda solo ed esclusivamente la Regione Sicilia ed è riferito ai soli prodotti sopra indicati dell'azienda belga GREENYARD N.V. Tutti gli altri surgelati venduti da Lidl Italia, in particolare quelli del marchio Freshona di altri produttori, non sono interessati dal richiamo. L'azienda belga GREENYARD N.V. si scusa con tutti gli interessati per gli eventuali disagi causati". 

In quali cibi si può annidare il batterio

È resistente, prospera con il caldo ma resiste anche al gelo, tanto da sopravvivere anche in alimenti surgelati. Il batterio Listeria monocytogenes, causa dell'infezione listeriosi, potenzialmente mortale, è tornato a far parlare di sè dopo la segnalazione di una ditta belga sulla possibile contaminazione di alcuni prodotti, che ha portato tra l'altro al ritiro di diversi lotti di minestroni Findus dagli scaffali.

La listeriosi è generalmente dovuta all'ingestione di cibo contaminato e pertanto classificata fra le malattie trasmesse attraverso gli alimenti (tossinfezioni alimentari). Nonostante evidenze della malattia siano state descritte fin dalla fine dell'800 in diverse specie animali, ricorda l'Istituto Superiore di Sanità, il primo caso umano di listeriosi è stato riportato nel 1929, e il primo caso perinatale nel 1936. Nei Paesi occidentali, la malattia si sta rivelando sempre più un importante problema di sanità pubblica. Seppur relativamente rara, infatti, si può manifestare con un quadro clinico severo e tassi di mortalità elevati soprattutto in soggetti fragili quali neonati, anziani, donne gravide e adulti immuno-compromessi.

Inoltre, negli ultimi anni, si sono verificate frequenti epidemie, soprattutto in seguito alla distribuzione di cibo contaminato attraverso le grandi catene di ristorazione. Il batterio che causa la listeriosi è ubiquitario, molto diffuso nell'ambiente e si trova comunemente nel suolo, nell'acqua, nella vegetazione e nelle feci di numerose specie animali, senza che questi mostrino sintomi apparenti. Può contaminare qualunque livello della catena di produzione e consumo degli alimenti. Può crescere e riprodursi a temperature variabili da 0 a 45 C, tende a persistere nell'ambiente e quindi essere presente anche in alimenti trasformati, conservati e refrigerati.

Leggi anche: Rischio batteri nei surgelati: Lidl e Findus ritirano alcuni prodotti in Sicilia

Gli alimenti principalmente associati all'infezione da listeriosi comprendono: pesce, carne e verdure crude, latte non pastorizzato e latticini come formaggi molli e burro, cibi trasformati e preparati (pronti all'uso) inclusi hot dog, carni fredde tipiche delle gastronomie, insalate preconfezionate, panini, pesce affumicato.

Più raramente le infezioni possono verificarsi attraverso il contatto diretto con animali, persone o l'ambiente contaminato. Il rischio di sviluppare la malattia si ha anche con bassi livelli di carica batterica, anche se la maggior parte dei soggetti adulti in buona salute non presenta alcun sintomo dopo il consumo di alimenti contaminati o può presentare sintomi gastroenterici quando la contaminazione è molto elevata.

La listeriosi può assumere diverse forme cliniche, dalla gastroenterite acuta febbrile più tipica delle tossinfezioni alimentari, che si manifesta nel giro di poche ore dall'ingestione (ed è autolimitante nei soggetti sani), a quella invasiva o sistemica. Le donne in gravidanza di solito manifestano una sindrome simil-influenzale con febbre e altri sintomi non specifici, come la fatica e dolori. Tuttavia, le infezioni contratte in gravidanza possono comportare serie conseguenze sul feto (morte fetale, aborto, parto prematuro, o listeriosi congenita). In adulti immuno-compromesse e anziani, la listeriosi può causare meningiti, encefaliti, gravi setticemie. Queste manifestazioni cliniche sono trattabili con antibiotici, ma la prognosi nei casi più gravi è spesso infausta.

Come si manifesta Listeria

L'incubazione media è di 3 settimane (ma può prolungarsi fino a 70 giorni). La migliore strategia di lotta alla listeriosi passa attraverso una efficiente prevenzione, che si può facilmente attuare applicando le generali norme di igiene e attenzione previste per tutte le altre tossinfezioni alimentari, rispetto soprattutto al lavaggio e alla manipolazione degli alimenti, ma anche alla cucina. Dal punto di vista istituzionale, la listeriosi rientra nel gruppo di malattie per le quali sono stati stabiliti sia negli Stati Uniti che in Europa reti di sorveglianza sulla sicurezza alimentare con obbligo di denuncia.

Queste reti, volte a individuare focolai di infezione e determinarne la causa, permettono di agire sia ritirando i prodotti dal mercato che adottando le necessarie misure nei confronti degli impianti di produzione e informando la popolazione a rischio. Data la sua natura batterica, il trattamento della malattia passa attraverso una terapia antibiotica, sia per gli adulti che per i bambini. Una cura antibiotica somministrata precocemente a una donna incinta può prevenire la trasmissione della malattia al feto. 

Restare intrappolati in una grotta somiglia a un lutto. Le fasi di elaborazione di un dramma come quello che stanno vivendo i 12 ragazzini e il loro allenatore in Thailandia ricordano quelli di chi ha subito una perdita: negazione, rabbia, disperazione, accettazione. E bisogna capire cosa sta passando nella loro testa per aiutarli ad affrontare il momento – felicissimo, ma ancora lontano – in cui torneranno alla luce.

"Nei giorni precedenti alla sua scoperta, è probabile che i ragazzi e l'allenatore siano passati attraverso una serie di emozioni tra cui negazione, rabbia, disperazione, accettazione e contrattazione. Queste sono reazioni comuni nelle persone che stanno cercando di venire a patti con un evento estremamente stressante" ha detto al Guardian Neil Greenberg, docente di salute mentale al King's College di Londra, "Quando i due sommozzatori sono arrivati nella loro caverna, è probabile che, dopo un momento di incredulità, abbiano sperimentato euforia, ma solo per un breve momento, prima che l'incertezza su quando e come potranno essere salvati prendesse il sopravvento".

"Tuttavia, ci sono una vasta gamma di fattori che potrebbero influenzare il modo in cui affrontano la situazione, compreso lo spirito di squadra, la loro salute e l'approccio dei soccorritori" ha aggiunto, "È anche probabile, data la loro età, che incida il modio di comunicare con le famiglie: l'ansia espressa dai parenti può facilmente erodere la capacità di recupero di un bambino. D'altra parte un approccio positivo, del tipo 'andrà benissimo' può essere un modo efficace per placare le loro paure".

Secondo Greenberg molti del gruppo potrebbero avere difficoltà a tornare alla normalità, mentre l'allenatore attenderà con timore il giudizio del 'mondo esterno'. "L'allenatore può ovviamente essere preoccupato di come verrà giudicato quando la situazione sarà finalmente risolta" dice, "Più a lungo termine, molti del gruppo troveranno difficile tornare alla normalità, ma nel lungo periodo saranno psicologicamente più forti. Dobbiamo sperare che se qualcuno di loro non riuscirà a liberarsi dall'angoscia avrà la possibilità di avere un buon supporto e un'assistenza professionale".

La vaccinazione per andare a scuola resterà obbligatoria, ma i genitori non dovranno presentare alcun documento della Asl per dimostrare che i figli sono in regola, basterà una dichiarazione sostitutiva di avvenuta vaccinazione per poterli iscrivere all’anno scolastico 2018-2019. L’atto andrà consegnato entro il 10 luglio prossimo, il termine già fissato dalla legge Lorenzin, e sarà valido un anno. Sono previsti controlli a campione per verificare la regolarità delle autocertificazioni. Lo ha confermato la ministra della Salute Giulia Grillo, in conferenza stampa insieme al collega all’Istruzione Marco Bussetti, illustrando la circolare congiunta in merito all’obbligo vaccinale. Si tratta di un provvedimento che di fatto permetterà a tutti di entrare a scuola, senza dover fare una legge. 

Le novità

La circolare prevede l'autocertificazione per i minori da 0 a 6 anni e nessuna comunicazione, invece, per i ragazzi da 6 a 16 anni per i quali resta in vigore la documentazione presentata per l'anno scolastico 2017-2018 appena concluso. L'autocertificazione è prevista anche per i minori da 6 a 16 anni in caso di prima iscrizione.

Una legge M5s-Lega sull'obbligo

La circolare emanata – spiega Il Fatto Quotidiano – non tocca però l’aspetto generale dell’obbligatorietà delle vaccinazioni, che sarà tema di dibattito parlamentare. “La legge sarà modificata da un’altra legge a firma M5s-Lega“, ha chiarito Grillo, spiegando che la circolare serve a snellire intanto le pratiche dei genitori per il prossimo anno scolastico. L’intenzione del governo è quella di introdurre un obbligo "flessibile" che tenga conto delle "diverse situazioni".

Grillo alle famiglie: "Non fate false autocertificazioni"

Il ministro della Salute si è rivolta poi alle famiglie invitandole in ogni caso a non produrre delle false dichiarazioni che attestino le vaccinazioni dei figli per poter frequentare la scuola. "Se ci sono dei genitori che hanno dei dubbi legittimi – si legge su Tgcom24 – si rivolgano a noi e al ministero per avere chiarimenti. La via da seguire è infatti la corretta informazione, sapendo che i vaccini sono importanti e che le famiglie devono essere tranquille".

Un tavolo di esperti indipendenti

Ma – spiega la Repubblica – per affrontare la questione, è stato annunciato un tavolo di esperti indipendenti e privi di conflitti di interesse si occuperà di raccogliere e fornire alla politica informazioni e dati sui vaccini. Questo sia per aggiornare il Piano nazionale vaccini, sia per affrontare il fenomeno della diffidenza e del dissenso vaccinale. Gli esperti saranno scelti da ministero e Regioni nel campo professionale, scientifico, istituzionale e sociale. "A questo tavolo di esperti tengo molto – ha aggiunto Grillo – perché non voglio ci siano dubbi che creino diffidenza sull'indipendenza di chi si occupa di vaccini". Infine la ministra ha chiarito che "I prezzi dei vaccini non aumenteranno per i prossimi 4 anni e resteranno in fascia C".

Il ministro in dolce attesa

Rispondendo a una domanda dei giornalisti durante la conferenza stampa, Grillo ha rivelato di essere in attesa di un figlio, sottolineando la propria intenzione di vaccinarlo.