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Un reagente chimico, brevettato ed unico al mondo, per la diagnostica rapida in oncologia capace di ridurre tempi (da tre giorni a due ore) e costi dei test tumorali: è stato inventato da un ex dottorando dell’università di Bologna ed attualmente è utilizzato anche sui pazienti dell’ospedale Bellaria, centro di eccellenza a livello europeo in ambito oncologico.

Timido all’apparenza ma sicuro delle proprie idee, lo startupper ‘sfuggito’ quasi per caso ad una carriera accademica si chiama Enrico Di Oto, bolognese di 35 anni fondatore ed amministratore delegato di “Oncology and Cytogenetic Products – OaCp”, società spin-off dell’Alma Mater, nata ufficialmente a fine giugno 2017 dopo essere stata ‘concepita’ in vari incubatori d’impresa tra l’Italia, la Silicon Valley, l’Irlanda fino alla Cina. 

La ‘miccia’ imprenditoriale, racconta lo statupper all’Agi, è stata accesa nel 2013 proprio al Bellaria dove l’allora dottorando, laureato in biologia (con specializzazione in patologia clinica) era tirocinante.

Come è nata l’idea del reagente superveloce?

“Mentre lavoravo all’ospedale Bellaria come dottorando, il mio responsabile disse che era necessario fare un maggior numero di test diagnostici in meno tempo ed a parità di costo, questo per uniformarsi ad una nuova direttiva del Sistema sanitario regionale. L’unica soluzione presente sul mercato era troppo costosa quindi io ed una mia collega abbiamo lavorato in laboratorio per un anno e mezzo.  Alla fine siamo riusciti a sviluppare una serie di miscele chimiche che semplicemente vengono aggiunte nel corso delle normali procedure dei test diagnostici e consentono di ridurre del 97 per cento i tempi per l’ottenimento del risultato: da tre giorni lavorativi a poco più di due ore. Inoltre, si ha una riduzione del costo che può arrivare fino al 60%. Questo crea un beneficio sia ai pazienti e sia al Sistema sanitario”.

In quale ambito della diagnostica oncologica si applica il vostro test?

“Il paziente sa già di avere un tumore perché è già stato refertato. Il nostro reagente si applica nella diagnostica di secondo grado mirata a capire, attraverso un esame sulle cellule del dna, la tipologia e la gravità del tumore ed il percorso da seguire: una terapia mirata, la cosiddetta targeted therapy, oppure una cura classica come la chemioterapia. Il brevetto è stato depositato nel febbraio 2014”.

Che cosa l’ha spinta a non pubblicare lo studio scegliendo invece di fondare una start up?

“La scelta era tra una carriera universitaria, tramite la pubblicazione scientifica dei risultati della ricerca oppure il ‘salto nel burrone’ come aspirante startupper. Il sistema più efficiente per veicolare una tecnologia, secondo me è andare sul mercato. Pubblicare avrebbe significato avere solo una ‘coccarda’ da ricercatore. Ma questa scoperta sarebbe rimasta sulla carta”.

Ci sono state delle validazioni scientifiche?
“Si nel corso del dottorato abbiamo applicato un controllo-studio molto ampio. Ovvero, casi già testati con la metodica standard sono stati esaminati una seconda volta con il test rapido. I dati sono risultati completamente sovrapponibili. I risultati sono stati depositati insieme al brevetto”.

Chi sono i vostri clienti?
“Noi lavoriamo tramite distributore all’estero e direttamente in Italia. I nostri referenti principali sono gli ospedali. L’Azienda Usl di Bologna è un nostro cliente. All’ospedale Bellaria, ad esempio, alcuni test oncologici vengono eseguiti con uno dei nostri prodotti. Abbiamo, inoltre, già avviato contatti con strutture sanitarie di diverse città italiane: Padova, Verona, Cuneo, Torino, Parma. Per quanto riguarda l’estero stiamo promuovendo i nostri prodotti in Giappone, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda, Austria, Lettonia, Libano, Emirati, Arabia Saudita”.

La vostra start up è stata selezionata in Italia e all’estero da diversi programmi di accelerazione imprenditoriale

“Si questo è stato fondamentale per imparare come affrontare il mercato, per costruirsi un network di relazioni e per ottenere finanziamenti. Il primo step è stato l’Unibo Launch Pad poi abbiamo trascorso tre settimane in Silicon Valley con il Tvlp Istitute. Molto intensi, infine, sono stati i quattro mesi nel 2016 a Cork, in Irlanda, insieme ad altre 11 start up selezionate, a livello mondiale, dal capital venture Sosv che ha finanziato OaCp, complessivamente, con 250mila euro”

Qual è la vostra strategia per il futuro?

“Stiamo cercando dei finanziamenti per consolidare lo sprint su ricerca e sviluppo. Nei prossimi cinque anni, l’obiettivo è diventare appetibili per una delle grandi multinazionali nostre competitor in modo da essere acquisiti”. 

I disturbi alimentari sono in allarmante aumento e l'età di esordio più frequente per anoressia e bulimia è tra i 15 e i 25 anni. Ma sono in crescita i casi dagli 11/12 anni. Rifiuto del cibo o, al contrario, grandi abbuffate restano i problemi più frequenti, ma ad essere in aumento è anche è anche la risposta maschile della vigoressia (fenomeno in aumento anche nelle donne).

La causa? Un profondo disagio personale che trasforma la voglia di essere magri e "belli" in una patologia, aggravata dall'utilizzo dei social, che consentono ai loro utenti di crearsi dei profili online, utilizzati in questo caso per mettersi in mostra in una vetrina cui tutti hanno libero accesso e, dunque, facilitano confronti con modelli di bellezza irraggiungibili. A lanciare l'allarme è Annalisa Venditti, psicologa esperta dei disturbi del comportamento alimentare presso il Gruppo INI (Istituto Neurotraumatologico Italiano).

Anoressiche, poi bulimiche, poi obese

"I disturbi dell’alimentazione sono diversi – spiega Venditti -. L'anoressia e bulimia, legate al controllo del peso (nel primo caso una restrizione patologica alimentare che porta ad un forte dimagrimento e nel secondo con mangiate incontrollate a cui seguono condotte compensative quali vomito, abuso di lassativi/diuretici e sport estremo), sono i più diffusi, soprattutto per le donne, che più spesso tendono a seguire modelli di bellezza estetica. Stanno però aumentando le forme miste, in cui si passa dall'anoressia nervosa alla bulimia nelle diverse fasi della vita, e il disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating disorder), una sorta di bulimia senza comportamenti di compenso che porta frequentemente all’obesità: è stimato che circa il 30 per cento degli obesi sia affetto da questo disturbo".

In generale, i disturbi alimentari colpiscono più le donne (soprattutto per anoressia e bulimia) e l'esordio è più frequente nell'adolescenza. 'L’età si sta abbassando, già con l'ingresso nella scuola media ci si sente donne, ci si trucca, si utilizzano i cellulari come vetrina e c'è il desiderio di essere belle", dice Venditti.

Condizionamenti familiari

"Ma il problema è aumentato anche negli uomini, sempre più attenti al fisico: la vigoressia, o anoressia reversa, è una forma di dismorfismo corporeo che porta la persona ad una continua ossessione per il tono muscolare, l'allenamento, la massa magra, una dieta ipocalorica e iperproteica, uno stile alimentare dannoso per ottenere un fisico pompato, a cui spesso si aggiunge l'uso di sostanze illegali per raggiungere tale obiettivo", aggiunge. I fattori di rischio sono diversi. "I bambini nascono sani con bisogni di fame e sazietà che fanno regolare il peso – osserva Venditti, responsabile del Corso "Per dimagrire fai pace con il cibo" che si tiene in questi giorni presso la struttura Villa Alba di Roma del Gruppo INI -. Poi subentrano tutta una serie di condizionamenti, ad esempio familiari”.

Ci sono famiglie “che elogiano troppo la magrezza, che mettono i figli a dieta da piccoli. Decidono gli altri cosa mangiare, iniziano i divieti e il cibo diventa un nemico".

I campanelli d'allarme sono tanti. "Un improvviso controllo estremo del cibo con paura di ingrassare (con crisi eccessive se non si riescono a rispettare le regole imposte), difficoltà a mangiare con gli altri, bassa autostima, attività fisica eccessiva, scomparsa di grandi quantità di cibo e ritrovamento di cibo in posti anomali (camera da letto, armadi, cassetti per bulimia e binge eating), rituali alimentari particolari, estrema selettività alimentare, problemi gastrointestinali, tanto per fare alcuni esempi dei campanelli d'allarme", conclude Venditti.

Un cocktail di farmaci epigenetici e immunoterapici nella lotta contro il tumore. Ma soprattutto un mix farmacologico in grado di 'risvegliare' il sistema immunitario e metterlo nelle condizioni di riconoscere la malattia, anche quando questa si 'nasconde'. Questo l'obiettivo di una ricerca che si sta portando avanti a Siena nel centro di immunoncologia dell'Azienda ospedaliera universitaria, grazie a uno studio della Fondazione Nibit (Network italiano per la bioterapia dei tumori), presentato, anche se in fase sperimentale a Chicago al congresso annuale dell'American association for cancer research.

Cos'è l'epigenetica 

La ricerca ha lo scopo di capire gli effetti della combinazione di un farmaco epigenetico e di un farmaco immunterapico nel trattamento di un melanoma in metastasi. Uno studio completamente italiano e anche supportato dall'associazione italiana per la ricerca sul cancro. "Per capire occorre comprendere cosa è l'epigenetica" – spiega Alessia Covre chimico farmaceutico coordinatore dei laboratori di ricerca preclinica del centro di immunoncologia senese. 

"L'epigenetica è una scienza relativamente nuova (che si affianca alla genetica) che provoca cambiamenti a livelli del Dna non imputabili a modificazioni della sequenza dello stesso. Le mutazioni del Dna sono irreversibili mentre quelle dell'epigenetica sono delle modificazioni chimiche dello stesso Dna ma reversibili. Per cui con l'utilizzo di farmaci epigenetici si è in grado di far regredire il fenomeno che noi osserviamo. Le modificazioni epigenetiche avvengono normalmente nel nostro organismo e sono dinamiche e vengono sfruttate molto dal tumore. E' stato visto recentemente che attraverso queste modificazioni il tumore è in grado di nascondersi dal sistema immunitario".

Il che ovviamente lo rende meno attaccabile ai tentativi tradizionali di cura. Aggiunge Covre. "Faccio un esempio. Il tumore esprime normalmente degli antigeni espressi solo da lui che quindi il sistema immunitario riconosce e li distrugge. E questo capita normalmente. Succede quando il sistema immunitario è molto forte". Ma non accade sempre, perché per diverse ragioni ci sono meccanismi che consentono al tumore di impedire agli antigeni di esprimersi per cui il sistema immunitario non riconosce la malattia.

"Lavorando in questa struttura del policlinico – sottolinea la dottoressa – abbiamo possibilità di avere a disposizione molti pazienti per cui studiamo le caratteristiche del tumore trattandolo con farmaci epigenetici e le eventuali modificazioni. Ma cerchiamo anche di capire quali sono le modificazioni epigenetiche che avvengono nel tumore che non risponde ad un trattamento di immunoterapia. Il nostro focus su tali modificazioni è capire il loro ruolo, soprattutto quando il sistema immunitario non è più in grado di riconoscere il tumore. Su questo tipo di strategia sono dodici anni che sto lavorando. Ciò che abbiamo visto è che trattando le cellule del melanoma – ma lo abbiamo fatto su qualsiasi tipo di tumore, con farmaci epigenetici , si era in grado di far esprimere solo dal tumore e non dai tessuti sani, delle molecole dove il sistema immunitario le riconosce".

Lo studio sui topi

Con passare del tempo si sono fatti passi avanti passando dallo studio in vitro all'utilizzo dei topi . "Un volta osservate in vitro tutte queste evidenze, in laboratorio, – aggiunge la ricercatrice- abbiamo pensato di utilizzarli. L'idea è stata quella di rendere più aggredibile il tumore dal sistema immunitario provandolo su questi animali, lavorando per anni in fase preclinica. Abbiamo modificato l'immunogenicità del tumore e tolto il freno al sistema immunitario permettendogli di produrre linfociti (i globuli bianchi che l'organismo utilizza per combattere le malattie ndr).

Abbiamo visto che i topi trattati con questa combinazione avevano una riduzione del volume tumorale significativamente diversa da quelli trattati con i singoli agenti riducendo la crescita tumorale dell'80%. Anni di esperienze in vitro e anni di esperienze in vivo ci hanno fatto decidere di portare queste nostre esperienze in clinica, puntando sullo studio denominato Nibit -M4, il primo sul melanoma in cui i pazienti vengono trattati con il farmaco epigenetico per rendere più visibile il tumore. Abbiamo lavorato su 19 pazienti. I dati sono ancora preliminari e non sono ancora stati pubblicati. Quello che possiamo dire e' che la combinazione del farmaco epigenetico di seconda generazione, la guadecitabina con l'anticorpo anti CTLA4 è tollerata". Lo studio continua ovviamente. "Ora stiamo cercando – precisa Covre- di aumentare le risposte del sistema immunitario".

"L'influenza di quest'anno colpirà circa 5 milioni di persone e il picco è atteso per la fine di gennaio". Lo afferma Fabrizio Pregliasco, virologo dell'Università degli studi di Milano e direttore sanitario degli Irccs Galeazzi di Milano. "La stagione è ancora nella fase iniziale – spiega Pregliasco all'AGI – complici le temperature miti delle festività che hanno fatto spostare in avanti l'inizio dell'epidemia vera e propria. Fino ad ora hanno lavorato alla grande i virus simil influenzali, sollecitati dagli sbalzi termici, ma il clima rigido di questi giorni sta scatenando la vera influenza. Ad oggi – annota il virologo – sono un milione e mezzo gli italiani colpiti, piu' di 250 mila circa nell'ultima settimana".

La curva epidemica è alla terza settimana di crescita, rispetto all'anno passato la crescita è più lenta e l'incidenza dei casi piu' bassa ma gli esperti potranno regolarsi meglio dopo il 7 gennaio, quando riapriranno le scuole e il virus si diffonderà in maniera più rapida. L'anno scorso era circolato molto un virus di tipo B, quest'anno invece prevalgono due virus: l'A-H3N2, particolarmente rischioso per gli anziani e l'A-H1N1, diffuso maggiormente al Sud.

"Sono virus che mettono a rischio anche i bambini, perché il loro organismo non è mai entrato in contatto con essi e quindi non sono immunizzati", spiega Pregliasco. Quest'anno, comunque, l'ondata influenzale si presenta più leggera rispetto a quella del 2017-2018 e l'impatto della malattia potrebbe essere ridotto dall'elevato numero di vaccini richiesti, al punto che molte Asl hanno esaurito le scorte.

"La stagione passata è stata la peggiore degli ultimi 15 anni – sottolinea il virologo – con 8 milioni e mezzo di persone a letto, 160 casi di morte diretta per polmonite grave, e circa 10 mila persone decedute per complicanze a livello cardiaco e respiratorio". Non dimentichiamo, dice, che l'influenza è una malattia banale, ma colpisce molti soggetti e tra questi anche persone fragili, per cui si verificano casi di morte. Come curarsi quando appaiono i classici sintomi delle ossa rotte, febbre e tosse? Ricordarsi prima di tutto che la malattia è contagiosa e si trasmette facilmente.

"Esistono antivirali – ricorda Pregliasco – ma utilizziamoli solo in casi gravi. Altrimenti suggerisco l'automedicazione responsabile, seguendo le indicazioni contenute nella scheda tecnica dei farmaci, per attenuare i sintomi ma non azzerarli. Gli antipiretici non sono curativi, riducono solo il fastidio. Se però li assumiamo in dosi massicce facciamo il gioco del virus, perché la febbre è una risposta immunitaria buona dell'organismo e dobbiamo ascoltarla".

Se la febbre non passa, oppure passa e poi ricomincia, questo può essere il segnale di un'infezione batterica e quindi è opportuno rivolgersi subito al medico di famiglia. Bene assumere i probiotici, la vitamina B e la C perché aiuta a rinforzare le difese immunitarie. E naturalmente attenzione agli sbalzi termini che ci predispongono al contagio.

È scontro tra la ministra della Sanità, Giulia Grillo, e l’Osservatorio delle malattie rare sulla legge di Bilancio e i cosiddetti farmaci orfani, medicine spesso costose ma necessarie alla prevenzione e al trattamento appunto delle malattie rare. Farmaci che secondo l’Osservatorio sarebbero stati esclusi da un principio di tutela che era stato introdotto nella precedente legislatura, sotto il Ministro Lorenzin. Si tratta di farmaci che nel 90% dei casi non hanno alternativa terapeutica e per produrre i quali servono investimenti ingenti da parte dei produttori, poco invogliati a fare ricerca visto il basso impatto commerciale. 

Cosa ha scritto l’Osservatorio

Scontro che è nato dopo un blog pubblicato dal direttore dell’Osservatorio, Ilaria Ciancaleoni Bartoli, sul sito dell’Agi. “Con l’ultima legge di Bilancio – ha scritto Ciancaleoni Bartoli – sono stati spazzati via sia il principio che i farmaci orfani, tutti, sono da tutelare, sia il principio di solidarietà per cui le big pharma aiutano le aziende impegnate nelle malattie rare. Si è infatti stabilito che gli orphan like e gli orfani che abbiano perso l’esclusività si tornino a pagare, liberando le Big Pharma da questo piccolo onere. Si parla di un totale di circa 200 milioni di euro ogni anno che vengono sottratti alle aziende che si occupano di malattie rare, denaro che finiva principalmente in ricerca, ma anche in progetti di aiuto ai pazienti.  200 milioni di euro che tornano nelle casse dello Stato e che servivano per far tornare i difficili conti della Legge di Bilancio? No, 200 milioni che vanno nelle casse di Big Pharma”.

Ancora il direttore dell’Omar: “Un regalo, sostanziale ma anche simbolico e significativo, del Governo alle grandi multinazionali del farmaco: difficile credere che un ministro del Movimento 5 Stelle abbia fatto questo, ma i fatti sono nel testo pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Se poi il Governo decidesse di tornare sui suoi passi, così come sembra che farà per la norma che penalizza il volontariato, ben venga: ma certo che il cattivo segnale ai malati rari è arrivato forte e chiaro”.

Ancora il direttore dell’Omar: “Un regalo, sostanziale ma anche simbolico e significativo, del Governo alle grandi multinazionali del farmaco: difficile credere che un ministro del Movimento 5 Stelle abbia fatto questo, ma i fatti sono nel testo pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Se poi il Governo decidesse di tornare sui suoi passi, così come sembra che farà per la norma che penalizza il volontariato, ben venga: ma certo che il cattivo segnale ai malati rari è arrivato forte e chiaro”

Leggi qui il post integrale.

La replica della ministra

Giulia Grillo ha scelto la sua pagina Facebook per contestare questa lettura dei fatti: “La legge di bilancio 2019 ha introdotto importanti novità nel settore farmaceutico, portando un meccanismo di EQUITÀ che prima, nella norma che regola i tetti di spesa sulla farmaceutica, non c’era. Il ripiano (cosiddetto payback) in caso di sforamento dei tetti di spesa programmati avverrà in base alla propria quota di fatturato e non attraverso metodi astrusi che hanno portato nel tempo a oltre 350 ricorsi e a un mancato incasso per le regioni di oltre 2,5 miliardi di euro solo per il periodo 2013-2017.

Giulia Grillo spiega che è stata introdotta una franchigia per “TUTTE le aziende (principio di progressività) e dunque i primi 3 milioni di euro di fatturato non partecipano al meccanismo di ripiano. Un vantaggio che agevolerà moltissime PMI del settore che rappresentano oltre il 90% del nostro sistema economico. Questo significherà maggiori opportunità di investimento in ricerca e sviluppo per molte più aziende rispetto a prima con ricadute positive per tutto il settore. Insomma, applicando il principio di progressività, CHI PIÙ FATTURA PIÙ PAGA, non faccio nessun “regalo a big pharma” come ha scritto qualcuno in modo FUORVIANTE E SCORRETTO, ma si applicherà un sistema decisamente più equo che in passato”.

Una polemica non politica

A stretto giro la replica dell’Osservatorio al post della ministra della Sanità. “La prima cosa che intendo precisare è che nel precedente post non c’è assolutamente un attacco politico, né al Ministro né, tantomeno, al Movimento 5 Stelle. Proprio durante la discussione della legge di Bilancio è stato reso merito dell’approvazione di un emendamento, proprio a firma M5S, sul tema dello screening neonatale, segno che verso queste forze politiche non c’è alcun pregiudizio. Per quanto riguarda, invece, la mancata approvazione del Piano Nazionale Malattie Rare e di alcuni atti necessari alla concreta applicazione dei nuovi LEA si tratta di fatti difficilmente contestabili”

Quella fatta da Ciancaleoni Bartoli vuole essere una critica su un atto specifico, “anche questo difficilmente contestabile: l’esclusione di ben 39 farmaci destinati ai malati rari da un principio di tutela che era stato introdotto nella precedente legislatura, sotto il Ministro Lorenzin. Si tratta di farmaci che nel 90% dei casi non hanno alternativa terapeutica.

Nella risposta del Ministro Grillo si fa confusione tra due cose differenti: uno è il meccanismo di equità “chi più fattura più paga” introdotto in questa legge di Bilancio, e con il quale si può anche essere d’accordo, altra cosa è l’esclusione di questi farmaci orfani da un principio di tutela precedentemente introdotto nel nostro Paese. Non era questa tutela la causa dei ricorsi che il Ministro cita, poiché questi riguardavano il principio stesso del Payback e non l’esclusione degli orfani”. 

Chi ci guadagna?

Ancora Ciancaleoni Bartoli: “Il danno prodotto al settore dei farmaci orfani è pari a circa 200 milioni l’anno: una cifra che non penalizzerà le aziende che fatturano di più, bensì un gruppo eterogeno di farmaci orfani che, per motivi ben diversi dal fatturato, non sono inclusi nella lista europea a cui il Ministro fa riferimento: lista che la Commissione Europea ha creato per tutt’altro uso. È dunque corretto dire, e non si tratta certo di disinformazione, che si è fatto un passo indietro sulla tutela dei farmaci orfani rispetto al passato, e che questo va a beneficio delle grandi aziende che prima ripianavano il debito al posto di questi 39 farmaci orfani. Senza che ci sia alcun beneficio per il Bilancio dello Stato”. 

Grillo assicura: “I pazienti prima di tutto”

La polemica non si ferma qui. Il Blog Delle Stelle pubblica la versione della ministra, che si conclude con un attacco frontale: “Chi racconta inesattezze su queste nuove regole, in realtà non lo fa a beneficio dei pazienti, ma lo fa per i super big del Pharma, quelli con i più grossi fatturati. È di ieri, per fare un esempio, la notizia che una delle più grandi aziende detentrice di brevetti di medicinali orfani (tra i quali un solo farmaco orfano che ha fatturato nel 2017 ben 193 milioni di euro) è stata acquisita per 74 miliardi di euro. Dunque nel nuovo sistema non c’è alcun intento punitivo per l’industria (ci mancherebbe!!!), ma un più giusto sistema di monitoraggi e pagamenti. Nessun diritto o agevolazione per i malati rari è stata toccata. I pazienti vengono prima di tutto”.

Binetti sottolinea: la legge di bilancio non aiuta i bambini con malattie rare

Nella polemica interviene anche Paola Binetti, presidente del gruppo interparlamentare sulle malattie rare. "La vigilia della Befana non sarà così bella e piena di speranza per i bambini che hanno una malattia rara e sono spesso alla ricerca di uno di quei farmaci che possa mutare la storia naturale della loro malattia", afferma, "La legge di bilancio quest'anno è stata particolarmente avara con loro e ha messo in moto un processo che disincentiva la ricerca di questi farmaci".

"Il ministro della Salute, Giulia Grillo cerca di contestare questa interpretazione dei fatti, sostenendo che la legge quest'anno ha innescato un meccanismo di equità che prima non c’era", prosegue Binetti, "In realtà quando si tratta di malattie rare e di farmaci orfani c'è un solo modo di intendere cosa sia equo e cosa non lo sia, ed è l'interesse di malati penalizzati da una ricerca avara di risultati e da una diagnosi che giunge sempre troppo tardi per garantire risultati positivi. Equità non è trattare in modo uguale aziende che uguali non sono. Una piccola azienda che faticosamente persegue obiettivi di nicchia, destinati ad un numero ridottissimo di pazienti, non può essere messa sullo stesso piano di una grande azienda, una multinazionale che distribuisce farmaci ben sperimentati su di un mercato in costante espansione".

!La vera equità è garantire la piccola azienda, sostenendola nella sua attività di ricerca e di distribuzioni di farmaci, non a caso definiti orfani, il cui costo non può essere calcolato sull'esiguo numero di pazienti a cui viene somministrato. E di conseguenza neppure i ricavi di queste piccole aziende possono essere minimamente paragonati a quelli delle grandi aziende", aggiunge.

Una questione controversa

Il team di fact checking di Agi (Pagella Politica) ha preso in carico la disputa e la valutazione delle due versioni e nei prossimi giorni pubblicherà un rapporto dettagliato sulla questione dei farmaci orfani e delle tutele previste nell’ultima legge di Bilancio.

La fame continua a mietere vittime tra i bambini: 3 milioni solo nel 2017 con altri 200 milioni che soffrono di malnutrizione. Ma se questo dato del rapporto Unicef “Diamogli peso” dovrebbe muovere a compassione i Paesi più ricchi, ce n'è un altro che li riguarda direttamente: il numero di bambini sovrappeso si fa sempre più preoccupante.

Nel 2000 i bambini del mondo (sotto i 5 anni) con qualche tacca in più sulla bilancia erano poco più di 30 milioni; 17 anni dopo superano i 38 milioni: il 5,6% della popolazione infantile mondiale, un bambino su tre per quanto riguarda l’Europa.

E in Italia? Il rapporto ci dice che dal 1975 al 2016 il numero di bambini e adolescenti obesi è triplicato. Questa percentuale non è dovuta soltanto alla cattiva alimentazione, motivo per cui, tra l’altro, e non è complesso intuirne le motivazioni, cresce in quasi tutti i Paesi industrializzati. E' la vita sedentaria a favorire il consumo di zuccheri e grassi e per dimostrarlo l'Unicef  fa riferimento ai dati Istat, che  dicono che circa la metà (48,8%) dei bambini tra i 3 e i 5 anni fanno una vita troppo sedentaria. Un dato che poi arriva al 20,8% (percentuale comunque altissima) intorno alla maggiore età.

E' un aspetto della malnutrizione che rappresenta il nucleo del problema alimentazione per ciò che riguarda un Paese ad alto reddito come il nostro. Un rapporto col cibo sbagliato oggi per un bambino, potrebbe significare il verificarsi di disturbi alimentari molto più seri in età adolescenziale.

Disturbi che, in questo momento, a livello internazionale, colpiscono il 7,1% dei maschi e il 13,4% delle femmine tra i 9 e i 14 anni. Puntualizza Francesco Samengo, Presidente dell’Unicef Italia: “Quando si parla di malnutrizione il nostro immaginario ci porta direttamente a situazioni legate ai Paesi più poveri. Infatti, uno dei maggiori problemi per l’infanzia nel mondo è quello dei bambini malnutriti a causa della sotto-alimentazione. Tuttavia, malnutrizione non significa solo non avere da mangiare a sufficienza, ma anche mangiare in modo errato o malsano. Per questo, attraverso questo rapporto, vogliamo mettere in luce anche il problema dell’obesità infantile che sta assumendo le caratteristiche di una vera e propria epidemia. Infine, grazie al contributo di esperti, vogliamo presentare altri due aspetti legati alla questione della cattiva alimentazione, in particolare nel nostro paese. Il primo è quello della sicurezza alimentare: anche in Italia bambini e bambine che vivono nei nuclei familiari più poveri non hanno accesso a fonti di cibo sicure e sufficienti. Il secondo è quello dei disordini alimentari, che porta alla luce una forma crescente di disagio tra gli adolescenti e presta il fianco ad una serie di altre problematiche quali quelle del bullismo legato all’immagine fisica”.

 

Monococco, khorasan, amaranto, quinoa, sorgo, miglio, farro e teff sono solo alcuni dei popolari grani antichi arrivati a noi da tempi e paesi lontani e che, oggi, arricchiscono gli scaffali e i menù di tutto il mondo. Un vero esempio d’integrazione senza gommoni che continua ancora nel 2018. Basti sapere che è in arrivo dall’ Africa Occidentale il grano antico fonio (Digitaria exilis) , una pianta erbacea della savana priva di glutine, come il miglio, l’amaranto, la quinoa, il grano saraceno e il riso.  Ingredienti di un mercato di nicchia in netta espansione che è esploso nel 2010 e ha visto un incremento delle vendite del 269% dopo soli 12 mesi. Numerose sono le evidenze scientifiche che dimostrano i benefici di una dieta integrata con i grani antichi, anche sotto forma di pane e pasta, a tal punto da essere paragonati a elisir protettori poiché riducono il rischio di malattie croniche, come quelle cardiovascolari. E parliamoci chiaro: qui le bufale non c’entrano nulla.

Le certezze sono poche

Ma è notizia di questi giorni che il potere salutistico dei grani antichi sembrerebbe essere decaduto a seguito di accurate analisi di laboratorio, le stesse che anzitempo li hanno definiti i più efficaci tutori della biodiversità, rispetto ai grani moderni (o grani “migliorati”).

Negazionismo, revisionismo o fretta? Oggi esistono poche certezze alimentari basate sull’evidenza scientifica e una di queste riguarda l’assunzione quotidiana di grani integrali, e non raffinati, che aiuta a prevenire la mortalità da malattie cardiovascolari.  Partendo da questa pietra miliare, lo studio made in Italy, pubblicato dal giornale canadese Food Research International, opera delle distinzioni tra genotipi antichi e moderni coltivati in Italia. Gli autori dimostrano che farine integrali ottenute da genotipi antichi di grano duro (ad esempio, Russello, Etrusco, Dauno III e Senatore Cappelli) contengono quantità di proteine e glutine più alte di quelle dei genotipi moderni (ad esempio Sfinge, L14 e PR22D89), nonostante l’indice di glutine (che misura la forza del glutine) sia più basso. Non tutti i grani antichi, però, sono uguali.

Nuove fonti di proteine

Sebbene gli antichi Perciasacchi e Dauno III abbiano livelli di glutine e indice di glutine analoghi a quelli del moderno L14, essi detengono la più alta concentrazione di proteine. Una dote nutrizionale da non disprezzare, soprattutto in tempi in cui si propongono grilli e cavallette come nuove sorgenti naturali di proteine commestibili per un pianeta affollato.

Gli autori, ricreando in modo artificiale il normale processo di digestione, hanno osservato che le gliadine e le glutenine (proteine tipiche del grano) di alcuni frumenti antichi (come il Russello) generano quantità di peptidi immunogenici e tossici simili a certi grani moderni (come la Sfinge), nonostante tutte le altre varietà antiche integrali analizzate abbiano un potenziale immunogenico superiore a quello delle varietà moderne. Secondo i quotidiani, tutto ciò si tradurrebbe in un maggior rischio per i consumatori di entrare a far parte di quell’1% della popolazione affetta da celiachia (grave malattia infiammatoria dell’intestino) oppure di quel 6-8% di individui intolleranti al glutine ma non celiaci

Anche qui il clima è fondamentale

È tanto il clamore suscitato da questo studio in vitro, sebbene alcuni studi clinici, forse meno noti al pubblico, abbiano dimostrato che i celiaci tollerino meglio il glutine dell’antico monococco rispetto al riso (notoriamente senza glutine) e i grani moderni siano più ricchi di Glia-alfa9 , una proteina tossica del glutine. Al fine di aiutare a comprendere meglio il tutto, nonostante gli studi discordanti allontanino, per il momento, sentenze definitive, non va dimenticato che la scarsità delle piogge e le alte temperature ambientali durante il periodo di riempimento del grano, potrebbero contribuire a far elevare i livelli di glutine e delle sue proteine tossiche (come le gliadine omega-5), indipendentemente dal genotipo.

Fattori che andrebbero considerati quando si selezionano i grani da utilizzare in una dieta. Sebbene l’argomento sia controverso, non abbiamo abbastanza prove per ignorare che i livelli di glutine tossico nei grani possano dipendere dalla loro coltivazione. Ma i grani antichi possono essere discriminati tout court sulla base del loro rapporto glutine-gliadine, nonostante alcuni di loro ne siano privi per natura?

Nel 2012, le analisi del sangue di volontari sani, reclutati come gruppo controllo, avevano rivelato livelli di anticorpi anti-glutine più alti dei celiaci.   Un’evidenza che ha fomentato lo scetticismo degli scienziati sul ruolo assoluto del glutine alimentare nell’innescare la celiachia o il danno infiammatorio della barriera intestinale, a tal punto da indurli a chiamare, per la prima volta, sul banco degli imputati il glutine non alimentare contenuto nelle plastiche, in alcuni farmaci, integratori vitaminici, cibo per animali, plastiline e negli apparecchi ortodontici . Ma questa è un’altra storia.  

Questioni di amido

Oltre al glutine, i meno noti Fodmap, cioè i polimeri oligosaccaridi a catena corta del fruttosio, galatto-oligosaccaridi, disaccaridi, monosaccaridi e alditoli (come sorbitolo, mannitolo, xilitolo e maltitolo) fermentabili, sembrerebbero non essere privi di colpe.

Come cambia il contenuto in fibre, carboidrati e amido nei grani antichi rispetto a quelli moderni? In questo ci viene in aiuto lo studio italiano . Emerge, infatti, che le farine integrali dei grani antichi e moderni analizzati hanno lo stesso contenuto in fibre alimentari, solubili e insolubili. I carboidrati e l’amido totale, invece, sono più alti nelle farine integrali “moderne”, sebbene quelle “antiche” contengano maggiori quantità di amido resistente ovvero non digeribile da parte delle alfa-amilasi dell’intestino tenue. L’amido resistente, come tutte le fibre solubili, contribuisce a rimodellare il microbiota intestinale favorendo un aumento dei Bacteroidetes, batteri del colon che, fermentando le fibre solubili, generano gli stessi acidi grassi a catena corta (propionato, acetato, idrossibutirrato) tipici del digiuno, e dalle straordinarie proprietà epigenetiche nel favorire l’espressione di geni protettivi , anche prima di un intervento chirurgico.

Ed ecco che i ricercatori italiani aggiungono un dato d’interesse ristoceutico. Dopo la cottura, le percentuali di amido resistente nella pasta integrale fatta con farina “antica” si riducono da oltre il 6% a quasi il 2%, mentre aumentano fino all’1,7% nella pasta integrale “moderna”. I dati presenti nell’articolo, però, non permettono di accertare quanto amido resistente residuo sia stato gelatinizzato ovvero reso digeribile, anche se il raffreddamento della pasta lo renderebbe nuovamente fermentabile.

Battaglie del grano

Nell’attesa di nuovi studi clinici e meccanismi più chiari, la guerra dei grani non sembra trovare pace. Nel 2018, infatti, la stessa rivista canadese (Food Research International)  ha pubblicato i risultati di uno studio, condotto da un altro gruppo di ricercatori italiani, che suggerisce come gli effetti anti-infiammatori dei grani antichi siano dovuti a una migliore interazione tra vari composti chimici (molti ancora trascurati) diversi dalle proteine .

Mentre la ricerca va avanti, è importante ricordare che i grani antichi di oggi sono molto diversi dal frumento della dieta dell’Uomo di Altamura o degli abitanti dell’Impero Romano, perché, sebbene siano sopravvissuti alla Battaglia del Grano del ventennio fascista e alla Rivoluzione Verde degli anni ‘60 , hanno subìto spontanei adattamenti di tipo genetico all’ambiente e alle tecniche di coltivazione (come l’uso di fertilizzanti azotati).  Nonostante questa eredità, i grani antichi, più ricchi di micronutrienti (come zinco, magnesio, ferro, calcio), alcune vitamine (come l’acido folico), polifenoli e carotenoidi, potrebbero subire la castrazione genetica dei peptidi più immunogenici della gliadina usando tecnologie di ingegneria genetica, che interferiscono con  l’espressione del suo RNA.

Ma sarà davvero necessario? Al nuovo anno l’ardua sentenza.

Rintracciare le cause della "lenta ma progressiva diminuzione della quantità e della qualità dello sperma, in termini di mobilità e morfologia" è l'obiettivo del nuovo studio di Institut Marquès volto a sfatare il mito che riconosce come cause tradizionalmente collegate all’infertilità maschile lo stress, i pantaloni attillati e gli alcolici. Il team di ricerca della clinica ha individuato nelle sostanze chimiche tossiche a cui gli uomini sono esposti – quotidianamente, a partire dal grembo materno – il reale fattore di rischio per il peggioramento della qualità spermatica.

Esame del seme gratuito a partire dai 18 anni

Il centro internazionale di riproduzione assistita offre a tutti i romani maggiorenni l'opportunità di testare la qualità dei loro spermatozoi gratuitamente e in modo anonimo. "Questo genere di informazioni potrà aiutarli, se necessario, ad affrontare eventuali alterazioni seminali mediante una diagnosi precoce" spiega Marisa López-Teijón, direttrice dell'Istituto. A preoccupare gli esperti sono proprio le caratteristiche morfologiche degli spermatozoi – forma e struttura – insieme alla capacità di muoversi correttamente attraverso il tratto riproduttivo femminile (motilità).

Lo stato della fertilità maschile in Italia

In 6 casi su 10 di coppie che ricorrono a trattamenti di riproduzione assistita sono state rilevate alterazioni dello sperma più o meno gravi. L'Italia è il paese con un tasso di natalità tra i più bassi al mondo – nel 2017 si sono registrate 7,6 nascite ogni 1.000 abitanti – e con un tasso di fertilità in calo: si parla di 1,34 figli per donna nell'ultimo anno.

Gli accertamenti finora condotti da Institut Marquès sui campioni a disposizione hanno dimostrato che, oltre ai fattori genetici come l'età e la storia medica (come le malattie o la chirurgia), la fertilità maschile può essere influenzata negativamente da sostanze tossiche ambientali che sono spesso sconosciute alla popolazione. È confermata, inoltre, una minore qualità dello sperma nelle aree in cui la presenza di sostanze chimiche è più elevata.

Sostanze chimiche tossiche dannose a partire dal grembo materno

Si tratta di prodotti chimici da composti organici persistenti (chiamati COP) comunemente usati nell'industria, nell'agricoltura e in casa. Possono interferire con lo sviluppo dei testicoli e compromettere la capacità riproduttiva.

Il primo contatto con questi prodotti chimici tossici comincia all’inizio della vita – si legge in una nota della clinica – poiché essi arrivano dal sangue materno, attraverso la placenta, all'embrione. Il tipo di tossine e la quantità dipenderanno dai livelli di sostanze tossiche presenti nell’organismo della madre. Queste sostanze sono molto resistenti alla biodegradazione, sono presenti negli alimenti e nell'ambiente, si accumulano nel corpo, specialmente nel grasso, e l’organismo degli esseri umani e degli animali non è in grado di eliminarle.

Il peggioramento della qualità dello sperma dovuto alle sostanze tossiche si sta verificando sia nelle aree industrializzate sia nelle zone rurali a causa del contatto con i pesticidi, pertanto esistono ampie variazioni geografiche. Per prenotare l’esame basta accedere al portale www.lesostanzetossichehannorottolepalle.it, compilare un questionario e scegliere giorno e ora per la consegna del campione di sperma. Dopo aver analizzato il campione, uno specialista fornirà una relazione completa di persona, via telefono o skype.

Oltre sette milioni di morti ogni anno. È il drammatico dato delle vittime dell'inquinamento, secondo l'Oms, che fotografa una situazione ormai al limite. L'allarme sui rischi dei cambiamenti climatici viene rilanciato al convegno promosso a Roma dall'Istituto Superiore di Sanità, da oggi al 5 dicembre, che varerà una Carta Internazionale firmata dai più importanti esperti su salute e clima alla presenza di oltre 500 ricercatori provenienti da più di 30 Paesi, nel corso del primo Simposio Internazionale Health and Climate Change.

Sempre più caldo, sempre più gelo, sempre più alluvioni

Gli scenari futuri prevedono che un aumento della popolazione mondiale a 8 miliardi di persone entro il 2030 potrebbe comportare gravi carenze di cibo, acqua ed energia e di conseguenza ci potrebbero essere forti ripercussioni sulla salute e sulla disponibilità di risorse. La perdita dei servizi forniti dagli ecosistemi naturali comporterà la necessità di trovare alternative dispendiose.

In tutto il Sud Europa, Italia inclusa, ricorda l'Iss, i cambiamenti climatici stanno causando un aumento degli eventi meteorologici estremi come ondate di calore, piogge intense e allagamenti costieri, una espansione di nuove specie di vettori di malattia e sono associati ad un peggioramento della qualità dell’aria e al rischio incendi aggravato dalla siccità.

Un’Italia torrida e fragile

Secondo le stime più recenti in Italia entro il 2100 i giorni di ondata di calore aumenteranno in modo esponenziale, da 75 fino a 250 giorni all’anno, secondo i due scenari estremi di più basse e più alte emissioni di gas serra. Il “profilo italiano” sul clima che cambia e il suo impatto sulla salute mette in evidenza come l’Italia, per la sua posizione geografica, per l’estensione longitudinale, le sue caratteristiche orografiche e idrografiche, l’estrema eterogeneità meteo-climatica, lo stato diffuso di inquinamenti post-industriali, unito a una vulnerabilità idro-geologica e sismica, è un vero e proprio laboratorio di ricerca sull’impatto del cambiamento climatico sulla salute. Mostra in modo chiaro e inequivocabile come siano necessarie, per tutelare la salute umana, azioni specifiche di prevenzione, politiche e strategie nazionali di mitigazione e di adattamento ai cambiamenti climatici in atto.

Città trappole mortali

Secondo l’OMS, come detto, sette milioni di persone ogni anno muoiono prematuramente di malattie non trasmissibili a causa dell’inquinamento. Molti contaminanti atmosferici danneggiamo anche il clima. L’Oms ritiene che, diminuendo il livello di un particolare tipo di inquinante (conosciuto come PM10), si potrebbe ridurre la mortalità nelle città inquinate del 15% l’anno.

L’OMS denuncia che solo il 12% delle grandi città rispetta i valori guida per la qualità dell’aria e pertanto raccomanda un intervento urgente di riduzione dell’inquinamento urbano. Un effetto potenzialmente associato al surriscaldamento globale dovuto all’emissione di agenti inquinanti è la maggior facilità di diffusione delle malattie, favorite anche dall’aumento, grazie alle condizioni climatiche, di molti insetti vettori.

Aumentano anche le malattie infettive

In Europa, per esempio, si prevede l’aumento della diffusione della zanzara tigre e con essa le patologie che la puntura di questo insetto comporta. Inoltre già nel 2010 l’Iss ha analizzato i numeri di casi per malattie trasmesse da agenti legati in modo diretto o indiretto all’acqua, pubblicati nella banca dati del Ministero relativi ad alcune malattie nel periodo 2003/2009, e si è visto, correlandoli ai dati presenti nel database delle alluvioni che l’incidenza di alcune patologie infettive (Epatite A, legionellosi, Malattie infettive) era incrementata in alcune regioni dove si erano verificati importanti eventi alluvionali.

In Italia, stima il CNR, dal 2010 ad oggi 45mila persone sono state evacuate a causa di eventi meteo estremi o a questi legati. Non solo: i ricercatori del MIT hanno osservato come, a fronte del generale aumento di un grado centigrado, le patologie psicologiche di media entità sono salite del 2%. Le malattie rilevate includono: depressione, stati di ansia, insonnia, paure, malesseri psichici generalizzati.

I minori sono i più esposti

I bambini piccoli sono ovviamente più vulnerabili rispetto ai cambiamenti climatici perché alcuni organi e apparati come per esempio l’apparato respiratorio o il sistema di termoregolazione sono ancora in via di sviluppo e perché è, in generale, ancora in corso lo sviluppo fisico, mentale e cognitivo. Inoltre i bambini hanno, rispetto agli adulti, una maggiore esposizione per unità di peso corporeo, ed è quindi più probabile che, a parità di esposizione, per loro vengano superate le dosi soglia di rischio. Secondo l’OMS nel mondo circa il 50% dei decessi in età pediatrica è causato da diarrea, malaria e infezioni delle basse vie respiratorie, tutti fattori di rischio associati ai cambiamenti climatici.

In Italia uno studio che ha valutato gli effetti del caldo sui ricoveri ospedalieri in bambini residenti in 12 aree ha evidenziato un significativo incremento del 12% nei ricoveri pediatrici per cause respiratorie, associato ad una variazione della temperatura giornaliera (pari in media a un incremento di circa 4 gradi).

Lo scienziato cinese che ha suscitato forti critiche per la nascita di due gemelle con Dna alterato, ha annunciato una sospensione degli esperimenti. "Devo presentare le mie scuse per la diffusione inaspettata dei risultati", ha affermato He Jiankui, alla platea di una conferenza a Hong Kong, sottolineando che "la sperimentazione clinica è stata messa in pausa a causa della situazione attuale".

Intanto "un'altra potenziale gravidanza" realizzata con embrioni dai geni alterati è nella sua fase iniziale, ha detto He, citato da Bbc e Bloomberg. 

He Jiankui si è scusato per la divulgazione della scoperta ma ha difeso il proprio progetto. Parlando allo Human Genome Editing Summit, la conferenza che si tiene a Hong Kong sulle alterazioni del Dna, lo scienziato ha rivelato che lo "studio è stato sottoposto a una rivista scientifica per la revisione", senza specificare quale rivista, e ha confermato che la Southern University of Science and Technology di Shenzhen, nel sud-est della Cina, presso cui lavorava fino a febbraio scorso prima dell'inizio del periodo di congedo non pagato, non era al corrente dello studio che stava conducendo.

He ha poi difeso la sua ricerca, di cui si è detto "fiero", e che ritiene possa proteggere le due bambine, Lulu e Nana, secondo i nomi di fantasia date a loro, dal contrarre il virus dell'Hiv, che provoca l'Aids. Lo scienziato cinese ha spiegato in un video la metodologia, noto in campo medico come Crispr-Cas9 per l'alterazione del Dna, che ha attirato molte critiche da parte degli stessi scienziati cinesi, 122 dei quali hanno denunciato la mossa di He come l'apertura di un "vaso di Pandora" da richiudere "prima che sia troppo tardi".

Sulle affermazioni del ricercatore di Shenzhen hanno aperto inchieste anche la Commissione Nazionale per la Sanità cinese e il ministero della Scienza e della Tecnologia cinese: il vice ministro, Xu Nanping, si è detto "scioccato" ieri dalle affermazioni del professore associato, ribadendo che esperimenti di questo tipo sono vietati in Cina dal 2003.