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Ha proprietà anti-tumorali, anti-ossidanti, antimicrobiche, antifungine e immunostimolanti. Regala, inoltre, un buon sapore ai cibi al punto di essere una delle spezie principe dei piatti indiani. Basterebbe questo a spiegare perché sempre più persone scelgono di inserire la curcuma nella loro alimentazione, sotto forma di polvere o di integratori.

Il Ministero della Salute mette in guardia chi sceglie questa seconda soluzione: alcuni integratori a base di curcuma sono accusati di provocare una forma particolare di epatite (colestatica acuta, non infettiva e non contagiosa). Finora si sono registrati 16 casi mentre prosegue di pari passo l’indagine da parte del Ministero per individuare da dove possa essere partita la contaminazione. Nel frattempo, le autorità invitano i consumatori a sospenderne momentaneamente l’utilizzo.

I 21 integratori da evitare

Questa la lista dei prodotti da non usare: 

Curcuma Piperina Abbè Roland prodotta da Studio 3  Farma s.r.l.
ArtDol Naturetica, in confezione da 30 tavolette (32,85 grammi) – lotto 18N142  con scadenza 12/2022 – prodotto da Naturetica Bielli S.a.s.
Curcuma Max Naturetica, in confezione da 30 capsule (19,5 grammi) – lotto 181214 con scadenza 12/2022 –  prodotto da Naturetica Bielli S.a.s.
Curcuma Max Naturetica, in confezione da 60 capsule (39 grammi) – lotto 181210 con scadenza 12/2022 – Naturetica Bielli S.a.s.
Good Joint Benessere Pharma, in confezione da 120 compresse (96 grammi) – lotto 190503 con scadenza 05/2023 prodotto da Benessere Pharma S.r.l.
Versalis – lotto I 0187 con scadenza 01/2022 – Geofarma s.r.l. – prodotto da Labomar s.r.l.
Rubigen curcuma e piperina – lotto 250119 – Naturfarma
Curcumin+piperin – Vegavero – prodotto da Vanatari International GMBH, Berlino
Tendisulfur Forte bustine – Laborest Italia s.r.l. prodotto da Nutrilinea s.r.l.
Cartijoint Forte – lotto 24/18 – Fidia Farmaceutici s.p.a. prodotto da Sigmar Italia s.p.a.
Curcuma liposomiale più pepe nero – lotto 1810224, scadenza 10/21, prodotto da Laboratories Nutrimea con sede e stabilimento di produzione rue des Petits Champs 20, FR 75002, Parigi
Curcuma 95% Maximum – lotto 18L264, scadenza 10/2021, prodotto da Ekappa Laboratori s.r.l. per conto di Naturando s.r.l.
Curcuma complex – B.A.I. aromatici per conto di Vitamin shop
Tumercur – Sanandrea
MOVART – lotto M70349scadenza 08/2019 – Scharper S.p.A., Farmaceutici Procemsa spa Nichelino
Curcuma Meriva 95% 520mg Piperina 5 mg – Farmacia dr. Ragazzi, Malcontenta
Curcuma “Buoni di natura” – Terra e Sole
Curcumina Plus 95% – lotto 18L823 – NI.VA prodotto da Frama
Curcumina 95% Kline – lotto 18M861 – NI.VA prodotto da Frama
Curcumina Plus 95% piperina linea@ – lotto 2077-LOT 19B914 – NI.VA prodotto da Frama
Curcumina Plus 95% piperina linea@ – 18c590 – NI.VA prodotto da Frama

 

Come si ottiene (e si assume) la curcuma

La polvere di curcuma, spiega il sito Alimenti e Sicurezza, si ottiene dal rizoma (radice ingrossata con funzione di riserva) della specie Curcuma, pianta coltivata in India e nel Sud-Est asiatico, Cina e Perù. È una molecola abbastanza stabile e per tale motivo può essere usata per gli alimenti trattati termicamente. Le specifiche JECFA definiscono la curcumina come la molecola attiva estratta solamente da substrati naturali, anche se può essere prodotta sinteticamente (non utilizzata come additivo alimentare).

La curcuma si ottiene per estrazione (solventi di estrazione: etilene acetato, acetone, diossido di carbonio, diclorometano, n-butanolo, metanolo, etanolo, esano, propan-2-olo – Reg. 231/2012) dai rizomi della Curcuma longa L. e successiva cristallizzazione dell’estratto.

Nonostante i numerosi benefici apportati, il suo scarso assorbimento, la sua insolubilità e la rapidità di eliminazione, hanno portato i ricercatori a cercare delle soluzioni che potessero aumentarne la biodisponibilità. Una di queste soluzioni prevede l’utilizzo dell’alcaloide piperina, cui si deve il sapore piccante del pepe nero, il quale è in grado di aumentare la biodisponibilità favorendone l’impiego clinico.

Il boom degli integratori

Secondo uno studio di Federsalus, l’Associazione Nazionale Produttori e Distributori di prodotti salutistici, l’Italia è al primo posto dei mercati europei per dimensioni e crescita di uso di integratori. Nel 2018 sono state 226 milioni le confezioni vendute, per un consumo pro capite di 7 scatole. Il valore di mercato del comparto è di 3,3 miliardi, mentre l’utilizzo degli integratori coinvolge il 65% della popolazione italiana (32 milioni di persone).

Bere venticinque tazzine di caffé non comporta nessun rischio per il cuore o le arterie. Lo sostiene uno studio della British Heart Foundation (Bhf) che smentisce le conclusioni a cui erano arrivate precedenti ricerche sull’impatto nocivo della bevanda per il nostro organismo. Nessuna preoccupazione, dunque, per chi ne fa un uso eccessivo, per lavoro o per piacere personale. 

L’esperimento ha coinvolto più di 8 mila persone ai quattro angoli della Gran Bretagna che hanno bevuto quotidianamente dalle due alle venticinque tazzine di caffé. Questo numero però è risultato ininfluente: le ripercussioni sulle arterie, secondo lo studio, sono state le stesse di chi ne ha bevuto soltanto una.

 

Esperti della Queen Mary University of London hanno suddiviso i partecipanti in tre gruppi in base al numero di caffé consumati. I risultati delle analisi hanno evidenziato effetti molto simili: un consumo di questo tipo non porta all’ostruzione delle arterie, a prescindere da età e peso. Nessun dato alterato neanche di fronte a un soggetto fumatore.

“Nonostante l’immensa popolarità mondiale del caffé, molti studi hanno impedito alla gente di goderselo. Ora questo studio evidenzia che non esiste un legame diretto causa-effetto. La bevanda non è così dannosa per le arterie, diversamente da quanto illustrato da ricerche pregresse” ha confermato Kenneth Fung della Queen Mary University of London.

In passato è stato affermato che numerose dosi di caffé fossero la causa di patologie arteriose. L’accusa era quella di un aumento della pressione sul cuore con il conseguente aumento del rischio di un attacco cardiaco. Per questo veniva consigliato ai bevitori assidui di ridurne il consumo
 

Ai quattro angoli del pianeta i morsi di serpente mettono in pericolo di vita gli umani, ma rispetto ad altre minacce finora è stata sottovalutata, passata sotto silenzio. Ora, dopo anni di attesa, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha deciso di far fronte a questa vera e propria emergenza sanitaria con una strategia ad hoc per la prevenzione e il controllo dell’avvelenamento dai rettili. Una battaglia per la salute umana che ora implica il coinvolgimento di governi e organizzazioni donatrici, con più mezzi finanziari e strumenti concreti a disposizione.

 

Morso di serpente, colpisce i più deboli e uccide più di malattie tropicali 

Ogni anno circa 5,4 milioni di persone vengono morse da serpenti, di cui fino a 2,7 milioni vengono avvelenate, portando a oltre 100 mila decessi, e disabilità o deformità permanenti per 400 mila individui. L’avvelenamento da morso di serpente colpisce soprattutto le comunità povere rurali, tra cui lavoratori itineranti, agricoltori, persone sfollate in fuga da conflitti o violenza, e uccide più persone di qualunque altra malattia inclusa nella lista di Malattie Tropicali Neglette dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms).

Leggi anche: Sono tornate le vipere. Breve guida contro gli attacchi

In prima linea in molti scenari difficili del Sud del mondo, l’ong Medici senza frontiere (Msf) è testimone dell’impatto devastante dei morsi di serpente sulle vittime e le loro famiglie e comunità in molte delle aree in cui opera. Oltre a morte e disabilità gravi, i sopravvissuti al morso di serpente soffrono spesso anche di stigma e discriminazione, e molte famiglie arrivano a indebitarsi per ottenere il trattamento.

“Il bilancio umano dell’avvelenamento da serpente a livello mondiale ne fa una vera e propria epidemia nascosta” spiega Gabriel Alcoba, esperto di medicina tropicale per Msf.

Ciononostante la risposta globale a questa tragica situazione è stata, fino a tempi recenti, deludente. I tentativi di affrontare questa crisi di salute pubblica negli ultimi tre decenni sono falliti e i fondi nazionali e internazionali attualmente allocati da governi e donatori sono del tutto insufficienti.

 

La strategia dell’Oms ridà speranza a operatori e vittime

“Ci incoraggia vedere che la strategia dell’Oms enfatizzi la necessità di rafforzare il ruolo delle comunità e dei sistemi sanitari per ridurre l’impatto globale del morso di serpente. Questa malattia deve essere affrontata in maniera olistica, mettendo il paziente al centro, e con programmi di salute preventiva a livello della comunità che possano ridurre i rischi in maniera sostanziale” prosegue Alcoba di Medici senza frontiere.

Finora i costi per i trattamenti del morso di serpente sono principalmente ricaduti sulle disponibilità delle vittime, che spesso hanno risorse limitate e non vengono ascoltate dalla politica. Il fatto che la strategia dell’Oms includa chiari requisiti economici rappresenta un importante passo avanti che dovrebbe consentire ad operatori sanitari sul terreno di condurre azioni rapide e di successo. 

“Siamo cautamente ottimisti che la strategia dell’Oms per il morso di serpente possa essere un punto di svolta nell’affrontare questa malattia. I governi, i donatori e gli altri stakeholder non devono sprecare questa opportunità, ma fornire un concreto supporto politico e finanziario per garantire che abbia successo” sottolinea Julien Potet, esperto in malattie tropicali dimenticate della Campagna per l’Accesso ai Farmaci di Msf. Secondo lui “occorre sfruttare questo momentum e porre fine una volta per tutte a morti e disabilità non necessarie dovute al morso di serpente”.

 

Facilitare accesso a cure gratuite e sicure, ora tocca ai governi 

Il morso di serpente è curabile, ma la grande maggioranza delle sue vittime non riesce a raggiungere un trattamento efficace. Le dosi di antidoto necessarie alla cura possono costare centinaia di dollari e, soprattutto nelle aree rurali, spesso non sono disponibili e mancano anche i servizi di trasferimento e ambulanza, e personale sanitario specializzato. A causa dei prezzi elevati degli antidoti, le persone sono portate a rivolgersi a terapie tradizionali non testate o antidoti più economici di dubbia qualità, e questo contribuisce agli alti tassi di morti e disabilità dovute al morso di serpente. Diverse aziende farmaceutiche hanno recentemente interrotto la produzione di antidoti destinati all’Africa, perché non sufficientemente remunerativa, aumentando il rischio di una grave crisi delle forniture. 

Con l’avvio della strategia dell’Oms i governi sono chiamati ad azioni concrete per aumentare l’accesso ad antidoti sicuri già esistenti sul mercato e per dare priorità allo sviluppo di nuovi e migliori farmaci contro l’avvelenamento da morso di serpente. “Molte più vite potrebbero essere salvate se tutte le vittime del morso di serpente avessero accesso a trattamenti adeguati e tempestivi” dice ancora Potet di Msf. “Per garantire la disponibilità di antidoti di buona qualità a prezzi accessibili, bisogna valutare con urgenza l’efficacia dei prodotti esistenti e mettere a disposizione ulteriori fondi per sviluppare un meccanismo internazionale che supporti e garantisca una fornitura stabile di antidoti. I trattamenti devono essere disponibili e gratuiti per le vittime dei morsi di serpenti, per le quali l’accesso ai farmaci è una questione di vita o di morte” insiste l’esperto sanitario.

Per Medici senza frontiere è positivo che la strategia includa una chiara raccomandazione perché i prodotti attuali e futuri siano sicuri ed economicamente accessibili, insieme a piani ambiziosi per aumentare i tassi di trattamento e accesso agli antidoti nelle regioni colpite.

La strategia sottolinea anche la necessità di informare e sensibilizzare sulle modalità di prevenzione, primo soccorso e centri sanitari dove cercare trattamenti adeguati, attraverso attività di promozione della salute a livello comunitario e formazione del personale medico, soprattutto nell’ambito dei servizi di pronto soccorso e cure mediche di base. Linee guida cliniche garantiranno l’utilizzo appropriato dei costosi antidoti per ridurne gli sprechi da parte del personale medico. 

 

Dal Sud Sudan l’appello di Medici senza frontiere

“Alcune persone arrivano troppo tardi o non arrivano affatto in ospedale. Per questo, non conosciamo l’esatta entità del problema nell’area. Sappiamo che il problema è esteso e che le persone continuano a morire perché non hanno accesso a cure adeguate” testimonia Jacob Chol Atem, coordinatore medico Msf ad Agok, in Sud Sudan.

In quell’ospedale l’ong cura 300 morsi di serpenti ogni anno, la maggior parte durante la stagione delle piogge, periodo in cui scappano dall’acqua ed entrano nelle case, il luogo in cui circa la metà delle vittime viene morsa.

Particolarmente a rischio sono i bambini che giocano in strada e le persone che lavorano nei campi. Ma ovunque siano morsi, il problema è lo stesso per tutti: ricevere le cure. La maggior parte delle vittime di serpenti vive in aree remote e deve percorrere lunghe distanze per raggiungere un ospedale. Un problema aggravato dalle piogge, quando le strade diventano impraticabili e che ci vogliono anche diversi giorni per raggiungere la struttura sanitaria più vicina.

L’altra sfida riguarda le cure a disposizione. In passato, Medici senza frontiere utilizzava un antidoto chiamato FAV-Afrique, efficace contro il veleno di 10 tipologie di serpenti diversi dell’Africa sub-sahariana. Ma i produttori hanno deciso di interromperne la produzione e l’ultimo lotto è scaduto a giugno 2016. Dopo aver cercato trattamenti alternativi, oggi vengono utilizzati due nuovi antidoti in Sud Sudan: EchitabPlus e SAIMR-Polyvalent. Ma la cura è più complessa, occorre selezionare l’antidoto in base ai sintomi e può risultare difficile per personale non specializzato.

 

Servono “cure non rane”, la storia emblematica di Awien

Due mesi fa, Awien, una bimba di 10 anni, è stata morsa da un serpente mentre dormiva. Come tante altre vittime di morsi di serpenti in Africa sub-sahariana, non ha potuto ricevere cure tempestive. Vive in un piccolo villaggio del Sud Sudan, lontano dalla strada più vicina e ancora di più da un ospedale. In aree rurali come questa, la prima reazione a un morso di serpente è usare rimedi tradizionali. La famiglia di Awien ha provato diversi metodi: ha tagliato in due una rana e l’ha poggiata sul morso per rimuovere il veleno; le ha fatto bere uova crude e un misto di semi e foglie, per indurre il vomito e facilitare l’espulsione del veleno. Ma quando nessuno di questi rimedi ha funzionato, lo zio ha deciso di portarla in spalla all’ospedale più vicino. Ha impiegato un’intera notte per arrivare alla città di Agok, dove Medici senza frontiere gestisce l’unico ospedale della regione. 

Quando è arrivata, era in condizioni critiche e ha ricevuto tre dosi di antidoto. Aveva perso conoscenza ed è rimasta in queste condizioni per i primi cinque giorni, poi si è risvegliata e le sue condizioni hanno iniziato a migliorare. E’ stata portata in sala operatoria ben 19 volte, per subire diverse operazioni chirurgiche tese a rimuovere i tessuti morti, perché i muscoli del braccio erano gravemente danneggiati dalla cosiddetta “sindrome compartimentale”. Si tratta di una conseguenza del gonfiore dovuto al veleno che aumenta la pressione all’interno di un compartimento muscolare, causando mancato apporto di sangue, ossigeno e nutrimento fino alla necrosi dei tessuti.

Dopo due mesi in ospedale e i numerosi interventi subiti il braccio destro di Alwien è stato salvato dall’amputazione. Anche se ha il braccio braccio danneggiato oltre ogni possibilità di recupero, che rimarrà sempre appeso a una fascia intorno al collo,  la sua fortuna più grande è quella di essere ancora viva .

Ma come Awien in Sud Sudan e altrove ci sono tantissimi bambini che non hanno potuto ricevere le cure tempestive che servivano per sopravvivere al morso di un serpente. 

La lotta al problema atavico delle liste d’attesa, la difesa dei fondi per la sanità pubblica, il tema spinoso dei vaccini: è stato un anno intenso per Giulia Grillo al ministero della Salute, ricco di cose fatte (“come voto mi do un bel 7”, dice), ma che lascia ancora tante cose da fare: “Dobbiamo fare molto di più per mamme e bambini, ad esempio”, ammette. Dodici mesi dopo il giuramento nelle mani di Mattarella, il ministro-medico targato 5 stelle racconta la sua esperienza in un lungo colloquio con l’Agi, elencando i punti del suo programma ancora da attuare, “se il mio mandato andrà avanti – confida, pensando anche all’esito del voto europeo – come spero”.

 

Ministro Grillo, il 1° giugno 2018 il governo Conte si insediava formalmente, e lei entrava al ministero della Salute. È tempo di primi bilanci, insomma. Specie per un ministero così delicato come quello da lei guidato. La prima domanda è secca: lei che voto si darebbe?

“È già passato un anno dal giuramento nelle mani del presidente Mattarella, mi sembra ieri. Il tempo è corso velocissimo, le cose fatte sono state tante, ma sono solo l’inizio di un programma che ha bisogno di tutti i 5 anni per essere attuato, per questo mi do come voto un bel 7, perché ho trovato una situazione difficile piena di nodi da sciogliere, ma vorrei arrivare a un voto ancora più alto, perché c’è tanto da fare e bisogna farlo bene”.

“Nel frattempo sono anche diventata mamma, mi sembra tutto incredibile: in pochi mesi tanti cambiamenti. E per le mamme e i bambini dobbiamo fare molto di più”.

In una parola, come definirebbe il suo anno al ministero? E quali sono secondo lei i principali risultati ottenuti?

“La parola che userei per caratterizzare il mio mandato è innovazione. Perché è quello che sto cercando di fare per rilanciare l’SSN che come dico sempre è la nostra più grande infrastruttura. Il sistema salute dà lavoro a oltre due milioni di persone e garantisce le cure a chiunque ne abbia bisogno a prescindere da dove si trovi o dalle sue condizioni economiche”.

L’Ssn genera valore, ricchezza, produce idee, ricerca, modelli di gestione e terapeutici. Dobbiamo esserne molto più consapevoli.

“L’Ssn siamo noi e per questo ho messo mano alle fondamenta del sistema: liste d’attesa, nomine dirigenziali, governance del farmaco (che porterà presto a un nuovo prontuario) e dei dispositivi medici (a partire dalla tenuta dei registri per una maggiore sicurezza), formazione post laurea dei medici, rilancio dell’edilizia sanitaria, nuovi modelli organizzativi per superare il sovraffollamento nei pronto soccorso e sto lavorando a misure per superare la carenza dei medici e degli infermieri.  Senza lasciare indietro i territori più fragili: per questo ho fortemente combattuto per un decreto legge che finalmente affondasse come un bisturi nella situazione calabrese, dove la sanità costa di più e funziona di meno”.

“Il decreto Calabria, che commissaria completamente la sanità regionale pretendendo dai nuovi commissari risultati certi e misurabili, è una misura emergenziale e temporanea per una situazione eccezionale: mai nessuno aveva avuto il coraggio di spezzare il legame tossico politica-sanità e di farlo in un territorio funestato dalla criminalità organizzata. Tra poco i cittadini calabresi avranno i risultati di questo provvedimento e anche chi mi ha criticato dovrà ricredersi”.

Ha nominato uno dei problemi più sentiti dai cittadini, quello dei tempi di attesa. Concretamente come è intervenuta per migliorare la situazione, che soprattutto in alcune zone d’Italia purtroppo innesca il passaggio nel privato o addirittura la rinuncia alle cure?

“A pochi giorni dal mio insediamento ho preso di mira il dramma delle liste d’attesa che tanto impattano sulla salute dei cittadini: il piano nazionale che ne avrebbe dovuto gestire l’organizzazione mancava da 10 anni ed era stato lungamente disatteso. Liste d’attesa infinite nella sanità pubblica significano cure inaccessibili per i pazienti, che poi per tagliare i tempi si rivolgono al privato, se possono permetterselo, ma in troppi finiscono per rinunciare alle cure”.

“Ho chiesto alle Regioni di inviarci i dati sulle varie prestazioni per avere una fotografia aggiornata della situazione, ogni territorio ha una situazione diversa, i dati sono praticamente poco comparabili. Per questo ci siamo messi a lavorare a un nuovo Pngla, il piano nazionale per la gestione delle liste d’attesa, che a febbraio è stato recepito dalla conferenza stato-regioni e ora ogni Regione è impegnata ad aggiornare il proprio sistema. Per sostenere la digitalizzazione dei sistemi di prenotazioni abbiamo stanziato 350 milioni”.

“L’efficienza è una questione di organizzazione e per questo pretendo che il buon funzionamento delle liste d’attesa sia uno dei parametri per valutare i direttori generali, chi è inefficiente a livello organizzativo non può dirigere un’azienda sanitaria o un ospedale: il sistema cambia se le regole vengono applicate con serietà. Credo allo scambio di buone pratiche, dove si fa bene è giusto esportare modelli efficienti per aiutare i territori in difficoltà”.

Sicuramente tra le questioni più spinose che ha dovuto affrontare dal suo arrivo al ministero c’è quella dei vaccini. Non è un segreto che una parte del suo elettorato è contraria alla legge Lorenzin con le sue dieci vaccinazioni obbligatorie. D’altra parte lei è un medico, e non ha mai offerto sponde alle estremizzazioni dei no-vax.

“Come ho detto fin dal primo giorno, la legge Lorenzin va superata perché è stato un provvedimento emergenziale legato al calo di coperture vaccinali, ma è insufficiente perché non mette in campo azioni di lungo periodo, si limita a imporre senza spiegare”.

“Io ho insediato al ministero un tavolo di esperti indipendenti (tavolo Nitag) per definire le politiche vaccinali. Dobbiamo recuperare un rapporto di fiducia con i genitori, che devono conoscere i rischi a cui espongono i figli non vaccinandoli”.

“Abbiamo un disegno di legge molto articolato all’esame del Parlamento. Da lì dovremo ripartire, fermo restando l’obiettivo del 95% delle coperture così come impone l’Oms”.

Altro tema spinoso per la sanità pubblica: i fondi. Tutti i governi giurano di voler aumentare le risorse, ma poi quasi sempre qualcosa viene dirottato su altre voci di spesa. Su questo punto, che poi è storicamente uno dei temi qualificanti del Movimento 5 stelle, qual è il suo bilancio?

“Quest’anno abbiamo aumentato il Fondo sanitario nazionale di 1 miliardo, ma ne abbiamo stanziati 4,5 per il triennio, una cifra mai stanziata prima e che rivendico. Riusciremo poi a chiudere il Patto per la salute che traccerà la rotta per la nostra sanità per il prossimo triennio”.

“La nostra sanità è stata messa in ginocchio dalla cattiva politica che l’ha usata come un bancomat. Sto lavorando alla concretezza, senza troppi annunci: mi reco di persona sui territori, visito gli ospedali per rendermi conto delle situazioni e non faccio vita di rappresentanza. Lavoro in modo tenace, senza fronzoli, e taglio pochi nastri. Sono una donna concreta e il tempo sembra non bastare mai per fare tutto”.

A questo proposito, l’ultima domanda è sul futuro: ci sono, almeno in teoria, ancora quattro anni di mandato. Quali sono le sue prossime priorità, le cose ancora da fare?

“La nostra sanità è fatta di grandissimi professionisti, donne e uomini che ogni giorno ci mettono testa, cuore e orgoglio. Sono il mio primo pensiero e per questo, se il mio mandato andrà avanti come spero, dobbiamo riaprire la stagione dei contratti risolvendo due nodi: quello della dirigenza pubblica, con il ccnl bloccato da 10 anni e quello della sanità privata con contratti fermi da 12 anni. Il lavoro va pagato in modo equo e anche se il mio ministero non può chiudere i contratti farò il possibile perché Funzione Pubblica, Mef e organizzazioni datoriali facciano la loro parte. I lavoratori sono il pilastro del Sistema sanitario”.

“Ringrazio tutti loro, ogni giorno perché costruiscono con il loro lavoro il nostro sistema sanitario che accoglie tutti, e dobbiamo esserne fieri”.

“Sono riuscita a ottenere dal Mef ben 8mila borse di specializzazione per i giovani medici italiani, noi in quasi un anno di governo abbiamo stanziato 1.800 borse in più. Tutti i governi precedenti ne avevano messi in totale 1.000 dal 2014 al 2017”.

“La scorsa settimana le aziende farmaceutiche hanno finito di pagare i debiti che avevano con lo Stato, nello specifico con le Regioni. Abbiamo guidato una mediazione con Regioni e Industria e chiuso una partita che durava da 6 anni, portando 2,4 miliardi nelle casse delle regioni. Una cifra che permetterà alle Regione di rifiatare e di avviare le assunzioni che non possono più aspettare”.

“Nei prossimi mesi vorrei concretizzare i tanti provvedimenti a cui abbiamo lavorato, portando avanti misure per valorizzare ancora di più il diritto alla salute, che deve tornare a essere in cima alle priorità della politica”.

Le persone che mangiano grandi quantità di cibi lavorati rischiano di morire prima. Lo assicura un nuovo studio pubblicato sulla rivista medica “British Medical Journal”, secondo cui cibi come muffin e gelati, pasti pronti e cereali per la colazione lavorati aumentano il rischio di infarto.

I risultati della ricerca, condotta in parallelo da due team di esperti in Spagna e in Francia, vanno sommarsi ad altre scoperte recenti sul legame tra cibi processati e malattie. In particolare, sulla corrispondenza tra l’assunzione puntuale e massiccia di ingredienti industriali e la predisposizione a malattie quali cancro, obesità e ipertensione.

Per lo studio “French NutriSanté” condotto dai ricercatori dell’università di Parigi sono state raccolte informazioni sulla dieta di oltre 105 mila persone. Nei 5 anni di osservazione, coloro che hanno assunto cibi ultra-processati hanno manifestato una maggiore tendenza a sviluppare problemi cardiovascolari e infarto. Quando la percentuale di cibi lavorati nella dieta supera di 10 punti percentuale la quota regolarmente assunta il rischio sale del 12%.

Lo studio non dimostra che gli alimenti ultra-trasformati sono causa di malattie. Né che i consumatori di cibi spazzatura più accaniti sono più malati. Ma i risultati mostrano un aumentato rischio e suggeriscono che ogni anno si verificano 277 casi di malattie cardiovascolari in 100.000 consumatori pesanti di cibi ultra-elaborati, contro 242 casi nello stesso numero di consumatori bassi.

Mathilde Touvier, membro del team francese, assicura però che ci sono prove sufficienti per le autorità sanitarie pubbliche per raccomandare alle persone di ridurre questo tipo di cibo per precauzione. “Il pubblico dovrebbe evitare questi alimenti il ​​più possibile”, ha detto, “abbiamo bisogno di tornare a diete più basilari.”

 

Ciclicamente la letteratura scientifica si arricchisce di nuovi esperimenti in cui si dimostra l’efficacia di un particolare trattamento per ridurre il peso corporeo. I più famosi sono gli studi in cui si svelano nuove pillole capaci di far perdere in poche settimane decine e decine di kg accumulati in mesi o anni di alimentazione sbagliata.

Accanto a questi studi esistono, però, altri metodi sperimentali per contrastare l’obesità. Uno dei degli ultimi proposti è tramite l’utilizzo della stimolazione magnetica transcranica, un trattamento non-farmacologico che permette di interferire con l’attività elettrica cerebrale riuscendo a potenziare la risposta di aree malfunzionanti o inibendo l’attività di aree ipersensibili. La sua efficacia è ormai conclamata a livello mondiale per quanto riguarda alcune malattie psichiatriche come la depressione maggiore o per le malattie neurologiche come il Parkinson o l’Alzheimer.

Per quanto riguarda la sua applicazione sui pazienti obesi, un gruppo Italiano ha appena pubblicato un nuovo studio in cui si dimostra l’efficacia di questa tecnica di neurostimolazione nel ridurre dell’7-8% la massa corporea in pazienti obesi. Sono bastati 3 sedute settimanali per poco più di un mese per raggiungere immediati risultati significativi.

Ma cosa ha provocato a livello cerebrale questa stimolazione magnetica? I ricercatori hanno provato a stimolare l’attività di alcune aree del sistema emotivo (corteccia prefrontale e insula) per far recuperare ai pazienti obesi un equilibrio neurofisiologico che era andato perso durante gli anni di malattia. Equilibrio che si è perso a causa del sintomo principale di questi paziente che è la compulsione legata al consumo del cibo.

Le neuroscienze hanno ampiamente descritto il meccanismo che è alla base delle compulsioni comportamentali, caratterizzato dalla perdita di regolazione elettrofisiologica (es. ridotta attività metabolica, funzionamento o connettività) che viene a mancare tra il sistema del reward (nucleus accumbens, area ventrale tegmentale) e le strutture prefrontali (corteccia orbitofrontale e cingolo anteriore).

Un’alterazione che non è solo funzionale ma anche strutturale. Alcuni ricercatori Olandesi hanno, infatti, dimostrato che gli obesi hanno una riduzione della materia grigia nelle aree del piacere (sistema del reward). Gli autori suggeriscono che questa scoperta potrebbe fornire una fondamentale base organica al disturbo psichiatrico legato all’obesità. In altre parole, la compulsione al consumo di cibo può essere legata al tentativo (fallimentare) di arrivare ad una soddisfazione psicologica che non si riesce a placare a causa del malfunzionamento dell’area cerebrale del piacere. L’obesità non nascerebbe da un bisogno di saziarsi di cibo, ma di saziarsi del piacere primario che il cibo fornisce a livello neurochimico.

 

Come si diventa obesi

Quasi 2 adulti australiani su 3 sono in sovrappeso o obesi, mentre in Inghilterra, secondo le ultime statistiche epidemiologiche, siamo al 61% degli adulti in stato di sovrappeso o di obesità. In Italia nel 2015, risultavano più di un terzo della popolazione adulta (35,3%) in sovrappeso, mentre una persona su dieci è obesa (9,8%). Ma le statistiche sono in continuo aumento in tutto il mondo.

L’obesità può nascere come conseguenza di un alterato comportamento alimentare che viene alimentato o rinforzato da due particolari fattori: uno sociologico e l’altro psicologico. A livello psicologico il principale substrato su cui poggia il comportamento compulsivo legato al cibo è la depressione. Mentre a livello sociale il più importante fattore che influenza l’insorgenza di questi fenomeni è lo stato economico. Esiste un’antica quanto comprovata relazione tra basso livello socioeconomico, depressione e obesità.

Da quello che emerge da numerose ricerche è che il livello economico si associa con un continuo disagio sociale e psicologico che può condurre a comportamenti alimentari orientati al cibo spazzatura, cioè basso prezzo e alto contenuto calorico. Questa tipologia di cibi ha una particolare proprietà: fornire un immediato e potente soddisfacimento sia a livello sensoriale ma soprattutto a livello cerebrale. Non è un caso che le attività commerciali come paninoteche e fast-food aumentano a dismisura e la guerra commerciale non si basa tanto sulla qualità del prodotto quanto sulla quantità.

Secondo l’Università di Liverpool, è possibile rintracciare fenomeni di obesità in persone provenienti anche da fasce sociali agiate, sebbene la motivazione potrebbero essere differenti. Infatti, a differenza delle popolazioni svantaggiate, dove l’induzione di comportamenti patologici legati al cibo si associa non tanto al disagio di per sé, ma a strategie di gestione del disagio (es. “mangio per dimenticare, per non pensare”), nelle fasce di popolazione agiate è la noia (es. “mangio perché non ho niente da fare”) il principale fattore scatenante il rischio di un’alimentazione emotiva.

I primi sintomi di comportamenti patologici legati al cibo si intercettano già a 7 anni, proprio nella fascia di età in cui il bambino esce dal nucleo famigliare per cominciare a confrontarsi con l’ambiente esterno (es. la scuola). I primi contrasti, problemi e delusioni, in aggiunta ad una situazione famigliare non capace di gestire o contenere lo stato di disagio emotivo del bambino/a possono contribuire ad amplificare il rischio di un’alimentazione emotiva. Rischio che aumenta con lo sviluppo se il bambino/a, diventando ragazzo/a apprenderà che per contrastare i momenti di disagio e di basso stato dell’umore il cibo è il rifugio migliore.

Il legame tra depressione e obesità non è solo psicologico ma anche neurobiologico. Numerose sono le proteine che rientrano nei meccanismi patologici legati all’obesità. L’ultima descritta è la FKBP51, la quale se viene inibita non solo migliora lo status clinico degli obesi ma anche quelli dei pazienti depressi. Altri ricercatori dell’Università di Glasgow, hanno pubblicato su Translational Psychiatry, dimonstrando come alcuni enzimi che vengono prodotti dall’ipotalamo quando si raggiunge il livello di sazietà sono coinvolti anche nei meccanismi della depressione. Il legame tra queste patologie è confermato anche dall’evidenza clinica che gli antidepressivi funzionano male negli obesi rispetto alla popolazione generale. 

Infine l’ultimo metodo per il trattamento dell’obesità, che è anche quello più conosciuto ma anche il più estremo perché utilizzato nelle condizioni gravi, è quello chirurgico. Tramite la chirurgia bariatrica è possibile effettuare una serie di interventi riducendo la dimensione dello stomaco con un bendaggio gastrico, mediante resezione chirurgica oppure attraverso la creazione di una piccola tasca gastrica collegata direttamente ad una sezione dell’intestino tenue.

 

Quale trattamento scegliere?

Considerato che per la sua natura cronica l’obesità va tenuta sotto stretto controllo medico, tra tutti i trattamenti proposti ce n’è uno che è poco conosciuto e pubblicizzato, ma che al momento è forse il metodo più efficace per lavorare sull’obesità soprattutto nelle fasi iniziali: la psicoterapia. In particolare, l’approccio cognitivo-comportamentale è quello che ha prodotto maggiori risultati sia a livello di perdita di peso nei pazienti obesi, sia nei pazienti sottoposti a chirurgia bariatrica.

È noto infatti che una buona fetta di pazienti sottoposti a trattamento chirurgico ritornano, comunque, a riprendere peso perché l’intervento non ha “curato” la natura del problema che non è sull’effettore finale (lo stomaco) ma sul centro di innesco della disfunzione comportamentale (l’area del piacere). Per questa tipologia di pazienti un trattamento psicoterapico prima e dopo il trattamento chirurgico previene fenomeni di recupero del peso e dei vecchie abitudini alimentari dannose. 

Un supergrano così ricercato da voler essere brevettato. Ci aveva pensato un imprenditore olandese ma nei mesi scorsi la corte dell’Aia ha sancito la nullità delle autorizzazioni ottenute fino ad allora nei Paesi Bassi. Si tratta del Teff, un cereale privo di glutine simbolo dell’Etiopia, con dimensioni molto ridotte ma notevoli qualità. Per questo tale Jans Roosjen, un agronomo che collaborava con l’Istituto etiope di conservazione della biodiversità per la ricerca e lo sviluppo, ha tentato di brevettare le sementi del Teff. E in realtà c’e anche riuscito.

La vicenda riguarda l’antica questione dei diritti di proprietà intellettuale sulle sementi. In Etiopia c’era già stato un caso simile e aveva riguardato la catena di Starbucks e tre varietà di caffè, tra le più pregiate. Alla fine, anche dopo una campagna di denunce di Oxfam, l’azienda si impegnò ad aiutare il paesea commercializzare e promuovere la distribuzione delle tre pregiate varietà di chicchi”.

Il Teff è un cereale versatile, apprezzato per l’alto contenuto di ferro, magnesio, rame e calcio. Dalla lavorazione si ottiene l’injera che è il piatto tipico dell’Etiopia, una sorta di pancake fermentato che si usa come base per ogni pietanza. Nel corno d’Africa si coltiva da almeno duemila anni. È ad elevato contenuto di fibre e basso indice glicemico, per questo consigliato a bimbi, anziani e molto ricercato dagli sportivi. Ma soprattutto perché indicato nelle diete prive di glutine, come quelle rivolte ai celiaci.

Per questo l’agronomo olandese Jans Roosjen da anni tenta di accaparrarsene il brevetto, per sdoganarlo e inserirlo tra gli ingredienti del mercato internazionale di alimenti privi di glutine. Dopo i primi avvicinamenti negli anni duemila e alcune parziali concessioni a un’azienda poi fallita, nel 2007 ottenne un brevetto con la società “Ancientgrain” ().

L’accordo stipulato con l’European Patent Office prevedeva lo stoccaggio e la lavorazione della farina di teff e dei suoi derivati in vari paesi, tra cui l’Italia. L’episodio scatenò parecchia indignazione in Etiopia che rimase esclusa dall’export del teff, non solo a causa della sua instabilità economica.

Poi nel 2014 emerse un conflitto giudiziario. Un’altra azienda olandese, la Bakels Senior, aveva iniziato a vendere dei prodotti ottenuti dalla lavorazione del teff. Così la “Ancientgrain” denuncio la concorrente segnalando una presunta infrazione per “violazione di brevetto”. La causa è stata molto controversa ma a novembre 2018 la Corte ha emesso la sentenza, pubblicata pochi mesi fa. Secondo la distrettuale dell’Aia “non vi era alcuna violazione di brevetti” e nel provvedimento ha precisato che i brevetti depositati dalla “Ancientgrain” “mancavano di inventiva” e quindi non è possibile applicarlo nei Paesi Bassi.

Il provvedimento ha riconosciuto il ruolo degli agricoltori etiopi come “custodi della biodiversità sviluppata in Etiopia” e la notizia nel Corno d’Africa è stata accolta con entusiasmo. Anche perchè la Bakels Senior ha fatto sapere che “presenterà ricorso anche negli altri paesi in cui si detengono dei brevetti sulla farina di teff”, compreso in Italia (oltre a Regno Unito, Germania, Belgio e Austria).

In Etiopia negli ultimi anni è cresciuto il prezzo dell’injera e a fronte di una notevole domanda, la produzione è rimasta stabile. “La ‘coltura’ del teff ha dei limiti biologici e agronomici e per questo non se ne riesce a produrre di più. Inoltre non vi sono ulteriori grandi superfici da seminare a teff”, dice Tiberio Chiari responsabile ad Addis Abeba dell’Aics (Agenzia per la cooperazione e lo sviluppo) ed esperto agronomo. Anche per questo – con degli accordi sostenibili – il supergrano potrebbe finire nella grande distribuzione e nel supermarket vicino casa, sugli scaffali, tra crackers e confezioni di pasta tradizionali

Uno studio italiano pubblicato su Science Translational Medicine ha dimostrato come sia possibile aggirare uno degli ostacoli principali per l’applicazione della terapia genica nelle forme ereditarie di cecità. È stato realizzato da un gruppo di ricercatori dell’Istituto Telethon di Pozzuoli coordinato da Alberto Auricchio, group leader del Tigem e professore di Genetica Medica all’Università Federico II di Napoli.

Le cecità ereditarie colpiscono oltre 200 mila persone solo nell’Unione Europea e sono dovute nella maggior parte dei casi ad alterazioni di geni che codificano, per proteine localizzate nei fotorecettori, le cellule nervose dell’occhio responsabili della visione. La terapia genica è oggi una delle strategie più promettenti per provare a superare problemi di questo tipo. Tutto grazie a un’iniezione fatta direttamente nell’occhio di vettori di origine virale modificati in modo da essere incapaci di replicarsi e in grado di trasportare versioni corrette dei geni difettosi nei pazienti.

Nel dicembre del 2017 è stato approvato negli Stati Uniti – e un anno dopo anche in Europa – il primo farmaco di terapia genica per una rara forma di retinopatia ereditaria, l’amaurosi congenita di Leber, al cui sviluppo hanno contributo anche i ricercatori del Tigem. I vettori utilizzati sono quelli adeno-associati (AAV), già ampiamente utilizzati in ambito clinico e fortemente adatti al trasferimento genico nel tessuto oculare.

“Uno dei punti di forza dei vettori AAV per la cura di malattie umane risiede nel fatto che sono piccoli e diffondono bene attraverso i vari tessuti – spiega Auricchio -. Questo è però anche un limite dal momento che, essendo di dimensione così ridotta, trasportano una limitata quantità di DNA. Questo non ci permette di utilizzarli così come sono per il trasporto di geni di grosse dimensioni, come per esempio quelli responsabili della malattia di Stargardt o di altre forme di amaurosi di Leber. Per questo da diversi anni siamo al lavoro per studiare come risolvere il problema: in questo caso ci siamo ispirati a un sistema tipico di organismi unicellulari come le alghe cianobatteri, che attraverso un meccanismo di ‘cuci e taglia’ producono proteine lunghe a partire da precursori piu’ corti”.

In particolare, i ricercatori hanno costruito dei vettori AAV codificanti, ciascuno una delle porzioni di una grossa proteina che non potrebbe essere codificata per intero con un solo vettore, dato appunto il limite di trasporto di AAV. Le varie porzioni della proteina vengono poi riassemblate in una proteina intera e funzionale utilizzando il meccanismo di “taglia e cuci” mutuato appunto dai batteri.

“Con questo sistema siamo riusciti a ripristinare in modo efficiente la produzione della proteina mancante in modelli murini di cecità ereditaria come la malattia di Stargardt o la amaurosi di tipo 10, che si è tradotta in un significativo ripristino della capacità visiva”, spiegano Patrizia Tornabene e Ivana Trapani, prime autrici del lavoro. “Il sistema si conferma quindi promettente per trasferire geni di grosse dimensioni, ovviando a un ostacolo tecnico che fino ad oggi ha precluso l’applicazione della terapia genica in molte malattie genetiche incurabili”.

Ma le possibilità aperte dallo studio non finiscono qui. “Stiamo testando la possibilità di applicare questo sistema a proteine e malattie che colpiscono tessuti al di fuori della retina, per esempio il fegato dove anche il sistema sembra promettente. Inoltre, stiamo cercando di avanzare i nostri studi – continuano – nella retina per la malattia di Stargardt dal laboratorio al letto del paziente. Presumibilmente questo passaggio richiederà delle collaborazioni industriali, considerati i costi elevati di questi aspetti di ricerca traslazionale”. 

Nelle salse cremose, nei formaggi e nei dolci soffici che ogni giorno consumiamo ci sono, nella maggior parte dei casi, anche se non sempre ce ne accorgiamo, un gran numero di coloranti, addensanti e additivi. Si tratta per lo più di componenti aggiunte volontariamente dall’industria alimentare per rendere il prodotto più appetibile ai nostri occhi. In alcuni casi parliamo di particelle ingegnerizzate di piccolissime dimensioni come il biossido di titanio (anche conosciuto come E171) il cui utilizzo è oggetto di studi e controversie.

Già noto e contestato per l’utilizzo diffuso nelle creme solari ma anche nelle protesi dentarie e diversi cibi, l’E171 viene prodotto in forma nanometrica rappresentando così un rischio nel rischio in quanto più insidioso. Il dibattito sui pericoli è oggi più che mai controverso. Non ci sono dubbi, ad esempio, sulla sua pericolosità quando viene respirato visto che, nel 2006, in caso di inalazione, è  stato definito “possibile cancerogeno per l’uomo” dalla Iarc.

Sulle possibili conseguenze relative all’ingerimento, invece, le informazioni sono quasi nulle. C’è, però, una ricerca firmata nel 2017 dall’Istituto nazionale francese per la ricerca agronomica (Inra) che ha evidenziato come, per la prima volta, un’esposizione cronica al biossido di titanio, tramite ingestione, provochi “stadi precoci di cancerogenesi”.

Lo studio ha poi portato il governo francese a sospendere l’immissione sul mercato di tutti i prodotti che contengono questo additivo, a partire da gennaio 2020. L’Europa, dal canto suo, non ha ancorato mostrato segnali di reazione tangibili.

I rischi risultano addirittura amplificati se le particelle sono nanometriche, perché proprio le dimensioni ridottissime consentono di penetrare fin nelle cellule danneggiandole e coinvolgendo persino il Dna. Per il consumatore, del resto, non è possibile evitarle, considerata la difficoltà nel riconoscerle.

Una controversia legislativa complica ancor di più tutto il discorso. L’articolo 18 del Regolamento UE 1169/2011 prevede infatti che tutti gli ingredienti presenti sotto forma di nanomateriali debbano essere espressamente dichiarati in etichetta, mentre il 1363/2013 esclude questo obbligo per i nanoingredienti di additivi autorizzati, come nel caso del biossido di titanio.

Per verificare se la presenza dell’additivo si limita alle quantità dichiarate dall’etichetta o è presente in cristalli in forma nano e micro, Il Salvagente ha portato in laboratorio 12 prodotti tra snack, confetti al cioccolato e alle mandorle, gomme da masticare e compresse farmaceutiche, con risultati poco rassicuranti.

Circa metà dei campioni analizzati hanno infatti confermato la presenza di E171 anche nelle morfologie più pericolose che il cristallo di biossido di titanio può assumere, ad esempio in forma di anatasio. Grazie alla tecnica innovativa messa a punto dai laboratori è stato possibile misurare le dimensioni delle nano e micro particelle; i ricercatori hanno così scoperto che, in seguito all’ingerimento del prodotto, una quantità non indifferente di E171 invade l’organismo e produce conseguenze tossicologiche molto difficili da quantificare.

Intervistato in merito ai risultati dell’inchiesta, il professor Manzo della Facoltà di Medicina e Chirurgia presso l’Università di Pavia ha dichiarato che “una sostanza in dimensione infinitesima spesso acquista anche proprietà biologiche che altrimenti non eserciterebbe. In molti casi aumenta la reattività biologica, e ciò comporta interferenze nei processi cellulari, capacità di promuovere reazioni infiammatorie, interazioni con componenti del sistema immunitario e altri effetti che possono avere conseguenze sfavorevoli, specie se il contatto con l’organismo è prolungato nel tempo. Inoltre, proprio per le minute dimensioni, le nanoparticelle (che sono 10mila volte più piccole di un capello) attraversano le membrane delle cellule e vengono più facilmente assorbite attraverso l’apparato respiratorio ed anche per ingestione”. 

 

Sarebbe stato il morbo della mucca pazza a uccidere la donna di 59, morta a Ravenna il 5 maggio scorso. Per avere la conferma bisognerà attendere l’esito dell’autopsia eseguita lunedì all’obitorio dell’ospedale ‘Bellaria’ di Bologna. Intanto la procura ha iscritto nel registro degli indagati una quarantina di persone fra medici e infermieri che avrebbero scambiato la malattia per una polmonite.

La donna, riporta il sito Fanpage, era in cura per un linfoma all’Irst di Meldola, era stata ricoverata la prima volta il 7 aprile per via di un malessere che le è stato diagnosticato come polmonite. Nonostante le cure, però, le sue condizioni non sono migliorate. E così la 59enne è tornata al pronto soccorso e da lì è passata prima al reparto Infettivi e poi in Neurologia, per una encefalite auto-immune. Poi la situazione è precipitata. Il primo maggio è entrata in coma e pochi giorni dopo è deceduta. La donna sarebbe morta per il morbo Creutzfeldt-Jakob, che causa la mucca pazza. Esclusa invece una recidiva del tumore.

“Non vogliamo trovare dei colpevoli, vogliamo trovare delle cause e una risposta. Ci arriveranno a seguito di tutti questi esami”:  così Francesco Furnari, l’avvocato della figlia della donna morta. “La denuncia – spiega il legale – sicuramente è nata dalla voglia di questa ragazza di capire che cosa è accaduto alla madre per un mese viene sballottata tra vari reparti dell’ospedale di Ravenna senza che nessuno facesse una diagnosi: si passa da una encefalite, a polmonite a “mucca pazza”. Saranno gli esami a dare o meno delle conferme”. 

Per i risultati completi dell’autopsia ci potrebbero volere settimane.

Cos’è e come si manifesta

Se l’autopsia dovesse confermare il sospetto, questo sarebbe il terzo caso in Italia degli ultimi due anni, dopo un’anziana donna in Toscana nel 2017 e un macellaio della provincia di Venezia l’anno successivo. Il morbo della mucca pazza, è causato da un prione, una proteina definita “agente infettivo non convenzionale”: non essendo né un virus né un batterio, si trasmette in maniera peculiare, inducendo le proteine sane ad assumere una forma molecolare anomala. In altre parole, il prione, avviando una modifica nella struttura delle proteine sane, uccide i neuroni e genera dei veri e propri “buchi” nel tessuto cerebrale, che prende un caratteristico aspetto spugnoso.

Dopo un lungo periodo di incubazione del tutto asintomatico, la malattia si presenta con vertigini, visione offuscata , che rapidamente peggiorano nell’arco di giorni. Nelle fasi precoci, compaiono perdita di memoria, modificazioni comportamentali, irritabilità, depressione, affaticabilità e disturbi del sonno. Si ritiene che il contagio avvenga quando l’animale introduca nel proprio organismo, mediante l’alimentazione, tessuti di animali infetti.

Le farine animali, ricavate dagli animali morti e usate per l’alimentazione bovina fino allo scoppio della malattia, sono state ritenute la causa prima di questa pestilenza. Il contagio può avvenire anche per ingestione di materiale infetto.

In passato ha causato vere e proprie epidemie, la più grave, ricorda il Post, delle quali si era verificò tra il 1998 e il 2002, quando più di duecento persone morirono in tutto il mondo, soprattutto nel Regno Unito. La paura era stata tale che in tutta la Ue erano state introdotte restrizioni al consumo di carne bovina.. In Italia si sono verificati in totale 144 casi.