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Uomini e topi: un’accoppiata antica quanto la civiltà. Dove vive l’uomo c’è anche il topo che trasmette malattie e contribuisce allo sviluppo dei super-batteri. La tesi trova conferma in due studi pubblicati sulla rivista mBio. I ricercatori della Columbia University e dell’US Centers for Disease Control hanno analizzato campioni di fegato, di reni e di feci prelevati da oltre 400 topi che vivono in cinque edifici residenziali e due edifici commerciali in diverse zone di New York: Laconia (Brooklyn), Allerton (Bronx), Upper West Side e Chelsea (Manhattan) e Fresh Meadows (Queens).

I superbatteri si rafforzano nei topi

Dall’analisi gli studiosi hanno riscontrato agenti patogeni in grado di farci ammalare, e alcuni dei microbi in grado di rendere i batteri resistenti a determinati antibiotici. Più nello specifico, i topi sono portatori di diverse malattie infettive per l’uomo, quali:

·      Salmonella

·      Escherichia coli

·      Shigella

·      Klebsiella pneumoniae

·      Clostridium perfringens

·      Leptospira

Ma a preoccupare di più i ricercatori è la presenza nei campioni prelevati dai topi di 22 batteri in grado di trasformare infezioni assolutamente curabili in superbatteri resistenti agli antibiotici.

Ma per ora i newyorkesi stanno bene

Siamo spacciati? Non esattamente. Nonostante i ricercatori abbiano scoperto virus che sembrano essere stati trasmessi da maiali o cani ai topi, e che potenzialmente mutare per infettare anche gli umani, non ci sono prove che i roditori stiano facendo ammalare i newyorkesi. Di certo, afferma Quartz, è meglio tenerli d’occhio. E non solo quelli di New York: se i roditori della Grande Mela sono portatori di agenti patogeni e batteri, è molto probabile che anche quelli delle città di tutto il mondo lo siano.

 

Il cervello ha fame. E sete. Forse non ne abbiamo mai avuto la consapevolezza ma oltre che a influire sulle arterie, sullo stomaco, sulla pelle e sul cuore, il cibo che ingeriamo ha un determinato peso anche sul cervello. Che in questo modo si difende dal rischio Alzheimer e resta lucido e reattivo più a lungo. Lo sa bene Lisa Mosconi, neuroscienziata di origini italiane e vicedirettrice della Clinica per la prevenzione dell’Alzheimer presso il Weill Cornell Medical College/NewYork-Presbyterian Hospital, che ha appena pubblicato il libro: “Nutrire il cervello – Tutti gli alimenti che ti rendono più intelligente”. Ma quali sono i cibi giusti da inserire nella dieta? Eccoli uno per uno, spiegati dalla stessa Mosconi in un’intervista a Focus.

Il cervello ha sete

 

Il primo elemento essenziale per il nostro cervello è l’acqua. “Oltre l'80% del contenuto del nostro cervello è composto di acqua”, spiega Mosconi. “Ogni reazione chimica che ha luogo nel cervello ne ha bisogno, compresa la produzione di energia nel cervello. Niente acqua, niente energia. E anche una minima perdita di acqua, come una diminuzione del 3-4%, può causare sintomi neurologici come mente annebbiata, affaticamento, vertigini e confusione. Non solo: gli studi di imaging cerebrale hanno dimostrato che la disidratazione lieve (subclinica) fa restringere il cervello e perdere volume. Ecco perché abbiamo bisogno di bere molto per il nostro cervello”. I tipici 8 bicchieri (1,5 litri) al giorno sono un buon inizio, ma molti ricercatori suggeriscono di superare i 2 litri.

 

Zucchero sì ma dipende quale

 

Chi lo ha detto che lo zucchero fa sempre male? Al cervello serve eccome: “Quando il cervello ha bisogno di energia, si basa esclusivamente sul tipo di energia rapida dei carboidrati (gli zuccheri semplici) e in particolare uno zucchero specifico chiamato glucosio.

Il 99% dell'energia cerebrale deriva dal glucosio in condizioni fisiologiche normali. Inoltre, il glucosio è il substrato di molti neurotrasmettitori (i messaggeri chimici del nostro cervello), come il glutammato e il GABA, che sono l'interruttore unico di tutte le nostre cellule cerebrali. Quindi sì, il glucosio fa bene al cervello”. Non per questo però bisogna sentirsi autorizzati a consumare cioccolata e caramelle, Mosconi consiglia fonti naturali di glucosio quali:

 

  • Cipolle
  • Rape
  • Rutabaga (anche conosciuta come la rapa svedese)
  • Miele 
  • Sciroppo d'acero 
  • Kiwi
  • Uva
  • Datteri
  • Barbabietola rossa

 

“Soltanto una piccola barbabietola rossa – la caramella della natura – contiene il 31% di tutto il glucosio necessario per la giornata”.

 

Perché il pesce fa bene al cervello

 

Per anni ci è stato detto che mangiare pesce fa bene al cervello. “Per il fosforo”, ci hanno anche spiegato. Sbagliato. Secondo Mosconi, la ragione per cui fa bene al nostro cervello è un’altra: “Il pesce grasso dei mari freddi è il cibo numero uno per il cervello a causa del suo alto contenuto di acidi grassi omega-3, in particolare di un tipo specifico chiamato DHA. Il 70% dei grassi di cui è composto il cervello, è composto da Omega-3 DHA. Questo grasso proviene esclusivamente dalla dieta, quindi abbiamo bisogno di consumarne abbastanza, su base regolare.

 

Quali pesci preferire?

 

  • Il salmone è una fonte eccellente
  • Il pesce azzurro
  • Lo sgombro
  • Le sarde
  • Le acciughe

La ricerca mostra che le persone la cui dieta aveva meno di 4 grammi di omega 3 al giorno avevano i più alti tassi di contrazione del cervello nel tempo (che ovviamente non è un risultato positivo), e il più alto rischio di Alzheimer. Coloro la cui dieta quotidiana prevedeva 6 grammi o più, avevano il cervello più sano e più "giovane”.

 

L’importanza di uno stomaco in salute

 

Anche i nostri batteri intestinali comunicano con le nostre cellule cerebrali e influenzando il nostro umore, la depressione e i livelli di ansia – “quindi è importante mangiare cibi che supportino i batteri buoni”, spiega Mosconi. “La nostra salute dell'intestino dipende dal consumo regolare di cibi prebiotici e probiotici.

I prebiotici sono letteralmente cibo per i buoni microbi del nostro corpo. Questo perché questi alimenti sono particolarmente ricchi di un particolare tipo di carboidrati chiamati oligosaccaridi, che sono i preferiti della flora intestinale e provengono da cibi che, sebbene non particolarmente dolci, hanno un retrogusto sempre leggermente dolce.

Le fonti di prebiotici:

  • Cipolle
  • Asparagi
  • Carciofi
  • Carote
  • Rape
  • Aglio
  • Banane
  • Avena
  • Latte

 

Oltre ai prebiotici, i nostri microbi intestinali bramano cibi probiotici. Questi alimenti contengono batteri vivi (probiotici) che, dopo aver raggiunto l'intestino, reintegrano i batteri buoni del microbioma.

 

I probiotici sono naturalmente forniti da alimenti fermentati e coltivati:

 

  • Yogurt
  • Kefir
  • Verdure come i crauti

 

 

Le diete migliori? Quelle con molta verdura

 

In “Nutrire il cervello” la ricercatrice prende in esame le diete più salutari del mondo, dalla dieta mediterranea alla dieta di Okinawa, cercando le cose che hanno in comune. Ebbene, prescindendo dalle differenze si è scoperto che sono tutte diete ricche di nutrienti per almeno l'80% vegetale (vegetariano).

“Per ciascuna di queste diete, il consumo regolare di verdure selvatiche e fresche è integrale”, chiosa Mosconi. “Queste verdure sono dotate di un arsenale di vitamine, minerali e antiossidanti che le cellule cerebrali hanno bisogno di rimanere in salute e comunicative. La frutta fresca, raccolta matura dagli alberi, è un'eccellente fonte di dolcezza naturale che allo stesso tempo frena l'appetito per gli zuccheri raffinati. Noci e semi sono un altro alimento base di molte comunità centenarie, così come i cereali integrali locali, i fagioli e gli amidi, che forniscono un lento rilascio di carboidrati e fibre di supporto del cervello, riducendo il carico glicemico del pasto, evitando i picchi e gli sbalzi di zucchero. In particolare, le patate dolci sono i punti principali delle diete delle popolazioni più longeve”.

 

Poca carne rossa, zucchero e latticini

 

Ma non è solo quello che si mangia a fare la differenza. “Un'altra lezione importante è che non si tratta solo di ciò che si mangia, ma anche di ciò che non si fa.

Tutte le diete che gli studi e le ricerche collegano alla longevità sono caratterizzate da un consumo raro di carne rossa, zucchero e latticini”.

Oltre 400 contagi in due mesi (di cui la metà nella sola Sicilia). Decine di casi medio-gravi. Quattro morti. Il morbillo torna a far paura, e dopo il rallentamento registrato negli ultimi mesi dello scorso anno l'epidemia torna a galoppare, trainata proprio dal caso siciliano. E a fare la parte del leone non sono, come ci si potrebbe attendere, i bambini, che peraltro hanno giovato della legge che reintroduce l'obbligo per dieci vaccinazioni e che, pur tra mille polemiche, ha fatto tornare le coperture (anche se i dati ufficiali sono ancora in elaborazione) a livelli accettabili, sopra il 90%. Ad ammalarsi (e a morire) di più sono gli adulti.

I numeri dell'Istituto Superiore di Sanità parlano chiaro: nei 411 casi rilevati dal primo gennaio al 28 febbraio di quest'anno, l'età media è stata di 25 anni, mentre 92 sono i contagi riferiti a bambini sotto i 5 anni di età, di cui 28 con meno di un anno.

Anche le morti fotografano questa situazione: una grave insufficienza respiratoria legata al morbillo ha ucciso prima una persona di 38 anni, poi una di 41, mentre una polmonite ha stroncato una ragazza di 25 anni a Catania. A fare eccezione il caso di ieri, con la morte di un bimbo di appena dieci mesi sempre a Catania, non vaccinato perchè troppo piccolo, che pure probabilmente era stato contagiato da un adulto.

"In effetti la campagna legata alla legge sui vaccini ha sensibilizzato la popolazione sulla necessità di proteggere i più piccoli – spiega Gianni Rezza, direttore del dipartimento di epidemiologia dell'Istituto Superiore di Sanità – ma forse è arrivato meno un altro concetto, altrettanto importante: anche gli adulti si possono vaccinare gratuitamente, ed è bene che lo facciano soprattutto in casi a rischio, per la presenza di altre patologie o se immunocompressi".

Sono queste categorie ovviamente a rischiare di più le diverse complicanze causate dal morbillo, che non sono poche: degli oltre 400 che si sono ammalati quest'anno, il 42,9% dei casi ha riportato almeno una complicanza. Si va dalla diarrea, riportata in 73 casi (17,8%), alla polmonite (43 casi), fino all'insufficienza respiratoria (18 casi, tra cui come detto quelli fatali), la stomatite (90 casi) e addirittura l'epatite (34 casi).

Il morbillo insomma, specie per chi si ammala in età più avanzata, non è uno scherzo. Non a caso quasi un malato su tre, il 60%, è stato ricoverato in ospedale, e un ulteriore 13,9% si è rivolto ad un Pronto Soccorso.

Questa recrudescenza dell'epidemia è fotografata dai numeri: dopo i picchi di marzo, aprile e maggio dello scorso anno (in tre mesi oltre 2.600 casi) i contagi erano scemati: appena 67 a novembre e 114 a dicembre. Poi l'inversione di tendenza, con i numeri che tornano a salire: 188 ammalati a gennaio, 223 a febbraio. Con un inatteso boom in Sicilia, che nel 2017 non era stata tra le regioni più colpite.

In questo scorcio di 2018, invece, solo a Catania si sono registrati oltre 200 casi sui 411 totali. Perchè? "Evidentemente c'è una coda dell'epidemia del 2017 – spiega ancora Rezza – nei mesi scorsi avevamo assistito a un numero di casi superiore in altre regioni, dalla Lombardia al Lazio, ora l'epidemia si è spostata in Sicilia".

È presto per dire se questo fenomeno è legato a una scarsa adesione alle vaccinazioni: "I dati sulle coperture vaccinali saranno pronti nel giro di due settimane – ricorda l'epidemiologo – ma per ora possiamo dire che le coperture sono aumentate dopo la legge Lorenzin, ma l'anno scorso erano molto basse, quindi è prevedibile che ancora qualche focolaio come quello siciliano si sviluppi ancora".

Secondo le autorità sanitarie locali, comunque, il dato riferito alla provincia di Catania non è incoraggiante: l'85% di copertura tra i bambini, dieci punti sotto rispetto alla 'quota di sicurezza dell'Oms per essere certi di tenere sotto controllo la malattia. I medici parlano di "epidemia in atto" a Catania, tanto che il ministero della Salute ha avviato un piano di monitoraggio per capire come evolve la situazione. La paura, insomma, non è finita. Malgrado i risultati superiori alle aspettative della legge Lorenzin: mesi di campagne 'no vax', con manifestazioni di piazza e feroci attacchi sui social, alla fine hanno partorito un topolino, con pochi bambini respinti dagli asili perchè non vaccinati, sporadici casi di intervento dei vigili urbani a sanare le controversie, e nel complesso un'adesione massiccia, pur penalizzata obiettivamente da strutture vaccinali non sempre all'altezza e da diverse carenze nella fornitura dei sieri.

Tanto che i dati ancora parziali parlano di un ottimo 95% di copertura per il vaccino esavalente, un livello che non si vedeva da dieci anni, e un 93% per morbillo-parotite-rosolia, dato che se confermato segnerebbe un record assoluto per l'Italia. "Sicuramente il trend è positivo – spiega Rezza – segno che la legge funziona. L'obiettivo non era colpevolizzare i genitori, ma alzare le coperture vaccinali per la tutela della salute di tutti".

Certo mancano all'appello ancora migliaia di bambini: 30 mila, secondo il past president della società italiana di igiene Carlo Signorelli, mentre arrivano alla spicciolata i primi numeri dalle Regioni: in Veneto ad esempio risultano 8.500 bimbi ancora non in regola (ma essendo una delle dieci regioni con procedura elettronica i tempi si allungano). Nel Lazio la copertura è altissima, oltre il 97%: per la fascia di età 0-3 anni risultano appena 30 casi ancora da regolarizzare. In Toscana ci sono più problemi, con oltre 13 mila bambini non vaccinati. E se Umbria e Puglia sono in linea con i primi dati nazionali, ossia una copertura del 95%, nelle Marche mancano ancora all'appello quasi 14 mila bambini (ma in questo caso il dato è sulla fascia 0-16 anni).

L'Italia è sempre più anziana: aumentano ictus, lesioni del midollo spinale e sclerosi multipla. E soprattutto, entro 25 anni le demenze negli over 80 raddoppieranno. Se ne è parlato ieri a Trieste, durante il 18 Congresso Nazionale della Società Italiana di Riabilitazione Neurologica – SIRN, presieduto dal Prof Carlo Cisari, Presidente SIRN. "L'invecchiamento della popolazione è tipicamente accompagnato da un aumento del carico delle malattie non trasmissibili – Stefano Paolucci, Direttore U.O. complessa Riabilitazione Solventi Fondazione S. Lucia – IRCCS di Roma – come quelle cardiovascolari, il diabete, la malattia di Alzheimer e altre patologie neurodegenerative, tumori, malattie polmonari croniche ostruttive e problemi muscoloscheletrici. Per esempio, il World Alzheimer Report riporta che il numero attuale di 47 milioni di persone affetti da demenza è destinato a salire, a causa dell'invecchiamento della popolazione, a 131 milioni entro il 2050".

La riabilitazione è un lavoro di gruppo che riguarda più professionalità: il medico, il fisioterapista, il terapista occupazionale, lo psicologo, l'infermiere, il bioingegnere. Nella SIRN, infatti, non sono iscritti solo medici, ma tutti gli operatori del team riabilitativo. "Il soggetto invecchia normalmente e perde giornalmente le sue competenze, da un punto di vista cognitivo e fisico – spiega Carlo Cisari, Presidente della SIRN –  è ovvio che noi dobbiamo stimolare, nell'ambito della popolazione normale, una serie di attività per ridurre questo invecchiamento, con esercizi ad hoc che stimolino corpo e mente, promuovendo uno stile di vita atto a vivere in maniera sana, senza eccessi, come fumo, stress, malnutrizione e alcol. Purtroppo si è visto che anche molti pazienti neurologici, invecchiando, perdono più rapidamente le loro abilità motorie, quindi anche quelli in fase cronica devono essere riabilitati costantemente per mantenerle attive. Lasciati a sè, infatti, perdono drasticamente le loro capacità". 

È soprattutto l'ictus, la lesione celebrale focale, la malattia più frequente legata all'invecchiamento. I numeri sottolineano, però, una lieve diminuzione di incidenza rispetto agli anni scorsi, ma sono anche migliorate le capacità di cura in fase acuta, soprattutto con la trombolisi. A preoccupare, peroò, sono anche le demenze: queste, nel 2050, supereranno i 130 milioni di casi al mondo. In Italia ne è affetto un over 80enne su 4, per un totale di circa 1 milione e 200 mila casi, ma nell'arco di 25 anni i casi diventeranno 2 milioni e mezzo e riguarderanno un over 80enne su 2.

"Molto frequenti, tra le patologie legate all'età, anche la sclerosi multipla – aggiunge Cisari – nonchè le lesioni del midollo spinale, l'Alzheimer e il Parkinson: tutte queste malattie sono in aumento, costante e preoccupante. Soprattutto il Parkinson, essendo strettamente legato all'aumentare dell'età. Malattie che non si possono prevenire, ma per cui occorre instaurare precocemente una terapia farmacologica corretta e una terapia riabilitativa intensa e continuativa". 

Punti di fumo, temperatura, acidi grassi: quando si versa dell’olio in una padella sarebbe meglio che ognuno di noi avesse padronanza con questi concetti. Il motivo è semplice: sono loro che fanno la differenza tra una frittura sana (per quanto possa esserlo questo tipo di cottura) e una nociva.

Lo sanno nei ristoranti dove spesso, per motivi economici, si sceglie di percorrere la strada meno salutare e rischiare di imbattersi in una multa salata per “utilizzo di olio alterato”. Ma forse ne siamo meno consapevoli quando ci mettiamo ai fornelli a casa. Eppure è facile mettere a dura prova la stabilità di un olio e rischiare che vada incontro a una ossidazione da cui si sprigionano alcune sostanze nocive. Ecco allora come eseguirla in modo sicuro.

Come si riconosce un olio alterato?

Secondo quanto scrive su Alimenti e Sicurezza Sabina Rubini, biologa ed esperta in sicurezza degli alimenti, la progressiva alterazione dell'olio e dei grassi, durante il processo di frittura, si evidenzia attraverso una serie di cambiamenti fisico-chimici quali:

  • Intensificazione del colore o imbrunimento
  • Aumento della viscosità
  • Aumento della tendenza a formare schiuma
  • Abbassamento del punto di fumo

Quest’ultimo rappresenta la temperatura alla quale un olio inizia spontaneamente a ossidarsi per contatto con l’aria e produce una colonna di fumo simile a quello di una sigaretta. In generale non bisognerebbe mai friggere a una temperatura inferiore a 160 e superiore a 180 gradi. È in questo intervallo che, con un tempo adeguato, si ottiene la migliore cottura senza la liberazione di sostanze tossiche. Per essere sicuri di non raggiungere l punto di fumo ci si dovrebbe dotare di un termometro da cucina. 

Quale olio preferire

Non ce n’è uno migliore in assoluto, si legge sul magazine della Fondazione Veronesi. “Ci sono alcune regole da rispettare, però. Un olio è più resistente se contiene una quota maggiore di acidi grassi monoinsaturi”. È il caso, ad esempio, dell’olio di oliva, il cui contenuto di acido oleico è superiore a tutti gli altri. Ma anche l’olio di arachide ha un’alta resistenza che lo rende ideale per una buona frittura. L’extravergine di oliva, non essendo raffinato e quindi dotato di una scorta di acidi grassi liberi superiore, ha una quota di sostanze che lo rendono pregiato, ma che ad alte temperature vengono degradate, assieme all’aroma, che tende a svanire. “Ecco perché, se non a basse temperature o in presenza di una bassa acidità (ma il pH non è indicato in etichetta), il suo utilizzo nelle fritture non è consigliato. Gli oli di semi di girasole, mais e soia tendono a deteriorarsi facilmente se esposti all’aria e ad alte temperature”. 

Le regole di una buona frittura

Ecco alcune norme indicate dal Fatto alimentare e dalla Fondazione Veronesi per realizzare una buona frittura:

  • Innanzitutto occhio alla quantità di olio, che deve sempre essere adeguata. Quando se ne usa poco e si cuoce tutto assieme, la temperatura scende anche fino a 150 gradi e gli alimenti tendono ad assorbire l’olio, senza completare la cottura.


  • Utilizzare preferibilmente una friggitrice elettrica. Il termostato regolabile, di cui sono forniti tali elettrodomestici, consente il controllo preciso della temperatura, che sarebbe impossibile con il fornello a gas. Inoltre le friggitrici sono progettate per non oltrepassare i 190 °C, quindi la frittura rimane al di sotto del punto di fumo della maggior parte degli oli. Alcuni modelli sono dotati di un apposito coperchio che lascia uscire il vapore d’acqua ma limita il contatto dell’olio bollente con l’aria, ritardando in questo modo sia l’idrolisi che l’ossidazione dei trigliceridi.
  • Scartare l’olio quando si nota che il colore inizia ad imbrunire, o se il liquido prende fuoco accidentalmente.
  • Evitare il “flaming wok”, la finta frittura infuocata tipica di alcuni ristoranti asiatici e anche di qualche cuoco occidentale). Il sistema conferisce un retrogusto pungente ritenuto una prelibatezza da alcuni consumatori per la formazione di acroleina e di acidi grassi liberi.  Questo sistema di frittura non ha nulla a che vedere con la tecnica flambé.
  • Quanto al riutilizzo, in casa è sempre meglio evitarlo. Se proprio necessario, comunque, è meglio non rabboccarlo. Una volta finita la cottura, conviene gettare l’olio vecchio e metterne altro in padella.

Le regole per i ristoratori

Il Ministero della Salute già nel 1991 ha emanato una circolare con la quale ha fissato per gli esercizi pubblici e le aziende che producono cibi fritti alcune regole che assicurano l’utilizzo e l’eventuale riutilizzo sicuro degli oli.

Tra queste regole le più importanti, facilmente verificabili nel caso di un controllo sono:

  1. Utilizzare per la frittura solo oli e grassi idonei a questo utilizzo;
  2. Non fare superare all’olio la temperatura di 180 gradi: per questo motivo è obbligatorio utilizzare friggitrici dotate di termostato;
  3. Sostituire frequentemente l’olio da frittura: un olio non più utilizzabile si riconosce dall’imbrunimento, dalla viscosità e dall’eccessiva produzione di fumo durante la cottura;
  4. Filtrare l’olio usato, prima del riutilizzo;
  5. Non mescolare mai olio nuovo e olio già usato per friggere.

Il punto 3) però, osserva il sito La legge per tutti, non impone un limite esplicito al riutilizzo, cioè non dice se l’olio può essere riutilizzato 2, 10 o 100 volte. La circolare del Ministero vieta però di riutilizzare per friggere un olio che al suo interno contenga più di 25 grammi di “costituenti polari” ogni 100 grammi di olio. Per evitare di superare la soglia di legge, gli esperti consigliano di non riscaldare l’olio più di due volte. La Corte di Cassazione ha stabilito che il ristoratore o il responsabile dell’azienda che violi una delle regole imposte dalla circolare e, soprattutto, utilizzi per friggere olio che contenga al suo interno un tasso di “costituenti polari” superiori al consentito, commette il reato di preparazione, somministrazione o vendita di alimenti nocivi. Chi viene denunciato rischia la pena dell’arresto da tre mesi a un anno e dell’ammenda da € 2582 a € 46481. Nei casi più gravi o quando il responsabile ha già commesso in precedenza altri reati in materia di alimenti, il giudice può anche ordinare la chiusura definitiva dell’esercizio o dello stabilimento.

Negli ultimi 18 mesi sono aumentate del 1.600 per cento in alcune regioni del Regno Unito le vendite del frutto di baobab, che potrebbe diventare presto un nuovo supercibo consumato in tutta Europa. Lo riferisce il quotidiano keniano 'Daily Nation', sottolineando che il frutto dalle numerose proprietà, già note da tempo in Africa, ha ormai varcato i confini del continente. Da cinque anni sta conquistando il mercato britannico, importato dal marchio bio Aduna, con diversi prodotti in vendita nella catena di supermercati con sede a Bristol, Yeo Valley.

In soli quattro anni di commercializzazione nel Regno Unito gli acquisti hanno registrato una crescita del 200 per cento. Il baobab è un albero tipico dei paesaggi delle savane africane, che incuriosisce per la sua forma caratteristica e insolita, soprannominato "albero della vita", "albero magico" o "albero della longevità". Le popolazioni indigene ne utilizzano le diverse parti ad uso alimentare o come rimedio naturale, efficace e sicuro. Cresce in 32 paesi del continente, tra cui Madagascar, Kenya e Tanzania, dove un'altra specie di albero è stata scoperta nel 2012. Negli ultimi anni i prodotti a base di frutto di baobab venduti sul mercato britannico vengono importati dallo Zimbabwe e da altri produttori dell'Africa occidentale, ma il boom delle vendite impone di rivolgersi ad altri fornitori.

Il frutto del baobab essicca direttamente sul ramo dell'albero prima di venire raccolto, i semi sono estratti successivamente e ridotti in polvere. Questa polvere può essere inserita nei succhi di frutta, servire per zuccherare yogurt e altri alimenti o aggiunta come ingrediente a diverse ricette. La polvere di baobab, dal gusto simile a una miscela tra ananas e melone, contiene tre volte più vitamina c di un'arancia oltre ad essere estremamente ricca di antiossidanti, magnesio e ferro.

Inoltre aiuta a regolare l'intestino, il livello di zucchero nel sangue ed è considerato un efficace antistress naturale nonché antinfiammatorio. Secondo la rivista britannica 'The Grocer', che cita Ocado, supermercato leader della spesa on-line in Gran-Bretagna, dall'inizio del 2018 le vendite settimanali di prodotti a base di frutto di baobab sono cresciute del 27% con l'introduzione delle "colazioni liquide". Alcune società agroalimentari africane stanno inserendo nella filiera del biologico altri prodotti tra cui cibo per animali e cosmesi. Per molti nutrizionisti il frutto del baobab ha "tutte le caratteristiche per diventare il prossimo super-cibo in Occidente".

La sua commercializzazione nell'Unione europea è stata autorizzata dieci anni fa. Il mercato potenziale è enorme se si considera che, secondo i dati diffusi da diverse ricerche, in Gran-Bretagna e altri paesi europei solo il 23% circa della popolazione ha sentito parlare di questo frutto africano. Nel 2017 i mercati africani, europei e medio-orientali rappresentavano il 43% della domanda mondiale. Una tendenza in crescita fino al 2022, anche negli Stati Uniti, successivamente destinata a diminuire, diversamente dai mercati dell'Asia e del Pacifico che saranno allora in piena espansione. Ambientalisti e negozianti hanno già espresso il timore che una richiesta troppo elevata dai mercati internazionali possa minacciare gli alberi stessi di baobab, modificare la biodiversità locale e ipotecare i consumi locali se non si dovessero regolamentare tempi di essiccatura e raccolta. 

Il “nemico” sono i tumori. Gli alleati i globuli rossi, che “mimetizzano” e trasportano un cocktail di farmaci specifico per ogni paziente per prolungarne la presenza all’interno del corpo, ridurre la frequenza della terapia e ridurre gli effetti secondari dovuti a possibili sovradosaggi. L'idea è di un team italiano tutto femminile (Giustina Casagrande, Monica Piergiovanni ed Elena Bianchi) e si chiama mEryLo'.

Che cosa fa mEryLo'

Il progetto (uno dei due italiani assieme a Helperbit) è tra i 19 finalisti che si giocheranno la Global Social Venture Competition, il concorso mondiale riservato ai progetti di impresa a impatto sociale e ambientale. “Tutto è nato una decina di anni fa presso il Laboratorio LaBS del Politecnico di Milano – spiega Giustina Casagrande – anche se l’idea di mettere a punto un dispositivo è stata sviluppata negli ultimi anni”. Il nome è un acronimo che spiega ciò che fa il dispositivo: mEryLo’ sta per micro Erytrocyte Loader, ovvero “dispositivo microfluidico di caricamento degli eritrociti”. Con cartucce monouso poco invasive e che limitano il contatto tra il sangue e l’ambiente esterno, potenziale causa di contaminazione e infezioni. Al momento esiste un prototipo da laboratorio che permette di trattare piccole quantità di sangue. Il prossimo passo sarà lo sviluppo del dispositivo per l’applicazione sui pazienti.

Perché si parte dalla leucemia

Anche se il sistema potrebbe essere usato in diversi contesti clinici, le tre ricercatrici hanno scelto di concentrarsi inizialmente sulla leucemia. Soprattutto per due motivi: “La prima – spiega Casagrande – sta nel fatto che per la cure attuali si utilizzano farmaci con molti effetti collaterali, che noi miriamo a ridurre mimetizzando parte del farmaco nei globuli rossi. La seconda è legata al fatto che in altri contesti oncologici c'è un nemico ben localizzato da combattere, spesso anche chirurgicamente o con radioterapia mirata, mentre nella leucemia pervade tutto il sistema vascolare, dove sono presenti in grande quantità proprio i globuli rossi in cui il farmaco viene caricato”. Il passo più complicato, come spesso succede, è passare dalla laboratorio all'impresa. “Questa è proprio la grande sfida”, sottolinea Casagrande. Fino ad oggi mEryLo’ è stato un progetto di ricerca, ora la nostra startup sta cercando la sua collocazione sul mercato. Dopo un primo piccolo seed, stiamo svolgendo attività di fund raising per supportare le diverse fasi di validazione, necessarie per portare il progetto più vicino all’applicazione clinica”.

Tre donne tra ricerca e impresa

Durante questo percorso essere donne complica le cose? “Non riteniamo – risponde Casagrande – che, nella ricerca, il fatto di essere donne ci abbia penalizzato. Il mondo tecnologico-biologico sta divenendo sempre più 'femminile', anche perché curiosità, precisione e intuito femminile sono determinanti. Un po' diverso è il mondo dell’imprenditoria, ma siamo abituate a gestire le difficoltà di ogni giorno con positività. E con questo spirito, che ci ha permesso di arrivare fino a qui, continueremo nella nostra avventura”. La partecipazione alla Global Social Venture Competition ha già permesso alle tre ricercatrici di presentare mEryLo’ a un pubblico di investitori. E in occasione delle finali (in programma a Milano dall’11 al 13 aprile) ci sarà la possibilità di proporlo a una platea internazionale. “Potremo spiegare che il nostro dispositivo ha le potenzialità per rivoluzionare la somministrazione di farmaci per via endovenosa, primi tra tutti i farmaci chemioterapici utilizzati in leucemia”.

 

Tre vittime dall'inizio dell'anno; quattro se si considera anche l'episodio del settembre scorso. C'è un caso Sicilia, dentro il quale ce n'è uno catanese. E' in atto una epidemia di morbillo, viene ripetuto.

Venerdì è toccato a un bimbo di 10 mesi perdere la vita. Il piccolo, deceduto come gli altri a Catania, era già sofferente per un difetto interatriale ed era stato ricoverato dal 3 al 16 marzo in Pediatria nel presidio di Nesima per una broncopolmonite e bronchiolite in presenza di un virus respiratorio sinciziale.

Da qui era stato dimesso perché in miglioramento ed era stato programmato un controllo a distanza di dieci giorni. Successivamente, era stato ricoverato il 27 marzo, nel reparto di Pediatria dell'ospedale di Acireale, per aver contratto il morbillo. Nel pomeriggio del 4 aprile le condizioni respiratorie e cardiocircolatorie si erano aggravate tanto da richiedere la necessità di un trasferimento in Rianimazione del Garibaldi-Centro, dove è morto.

"Il piccolo è stato contagiato da chi non era vaccinato e sappiamo che la mamma aveva contratto il morbillo", afferma il primario del reparto di Rianimazione dell'ospedale Garibaldi Sergio Pintaudi, "tutto questo deve essere di monito. E' essenziale vaccinarsi per proteggere se stessi e gli altri. In Sicilia è in atto una epidemia da morbillo e il picco è registrato a Catania".

L'assessore regionale alla Salute Ruggero Razza spiega che nel capoluogo etneo si è raggiunta una copertura vaccinale del 91,5%. In aumento, ma non abbastanza considerato che la quota di sicurezza è il 95%. L'Istituto superiore di sanità lo spiega a chiare lettere: l'Isola è di gran lunga la regione con più casi di contagio nei primi mesi del 2018: oltre 200 malati sui 411 casi totali. Di tutti gli episodi di morbillo quest'anno, insomma, la metà è stata registrata in Sicilia.

"Evidentemente c'é una coda dell'epidemia del 2017 – spiega all'Agi Gianni Rezza, direttore dei dipartimento malattie infettive dell'Istituto Superiore di Sanità – nei mesi scorsi avevamo assistito a un numero di casi superiore in altre regioni, dalla Lombardia al Lazio, ora l'epidemia si è spostata in Sicilia". Così, su direttiva del ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, la Direzione generale della Prevenzione sanitaria e l'Iss stanno svolgendo una intensa attività di monitoraggio dei fatti accaduti e della situazione sanitaria del territorio interessato, in stretto raccordo che le autorità regionali e locali. 

Il tasso di obesità infantile è in aumento in gran parte del mondo, ma non ad Amsterdam dove i bambini si stanno piano piano rimettendo in forma. Il tutto grazie a un programma pensato su misura per loro. I risultati non tardano ad arrivare: in 4 anni Amsterdam ha registrato un calo del 12% di bambini in sovrappeso o obesi. Le autorità ci vanno caute ma i numeri sono incoraggianti.

Tyrell, in forma a 9 anni con palestra e ‘gite’ al supermercato

È passato circa un anno da quando la scuola contattò Janine van der Wees per metterla al corrente di un fatto: nel caso non se ne fosse accorta, suo figlio Tyrell, 9 anni, era obeso. Dodici mesi dopo, Tyrell sorride: è in forma, salta, corre, respira a pieni polmoni e il suo cuore pompa sangue in modo… sano. Lo dicono i test di agilità ed equilibrio e le misurazioni del peso cui vengono sottoposti oggi tutti i bambini di Amsterdam.

Come ci è riuscito? Grazie all’aiuto di Kristel de Lijster, infermiera per la salute infantile. Kristel ha offerto alla famiglia Kristel de Lijster un pacchetto completo di aiuti che comprende un piano dieta, corsi in palestra e visite a casa da parte di un volontario. Il tutto rigorosamente gratis. “La cosa più importante è far capire che non esiste un metodo standard perché tutti ormai sanno che mangiare zucchero o cibi del fast food non è sano”, ha dichiarato Kristel che in un’intervista alla BBC ha spiegato come riesce ad aiutare famiglie come i van der Wees.

“È necessario lanciare messaggi che sia i genitori che il bambino possano comprendere bene”. “E così di fronte a un figlio in sovrappeso è molto importante che la mamma e il papà sappiano indicare dove, secondo loro, hanno sbagliato”. Nel caso di Tyrell, ad esempio, la colpa di tutto per Janine era delle ore trascorse davanti al pc al rientro da scuola e dei frequenti snack poco sani. E aveva ragione. La conferma gliel’ha data Daniphra Millerson, una dei volontari che fanno parte della rete di assistenza per famiglie con problemi di peso.  Tra le altre cose, durante una delle sue visite settimanali, Daniphra ha portato Tyrell al supermercato e gli ha insegnato la differenza tra cibi sani e quelli spazzatura. E poi lo ha introdotto alle attività extra-scolastiche. Oggi Tyrell gioca a tennis, frequenta la palestra ed è un bambino molto attivo. “Sono felice di avere tutto questo sostegno dalla città. Vorrei solo averlo saputo prima”, ha dichiarato Janine.

Tra gli immigrati il tasso più alto di obesità

Ad Amsterdam, il problema dell’obesità infantile è particolarmente diffuso nei quartieri più poveri abitati dalle comunità di immigrati provenienti dal Nord Africa, dalla Turchia e dal Suriname. È qui che il “programma peso sano” della città si concentra maggiormente ed è sempre qui che si registrano i risultati migliori”. In un centro sociale nel nord della città, le donne tagliano le verdure e cucinano zuppe di pollo mentre una dietista spiega loro come utilizzare metodi di cottura più salutari. “Sono le donne a fare la spesa e a cucinare i cibi ed è a loro che vogliamo insegnare le basi dell’alimentazione”, dichiara alla BBC Fatima Ouahou, un’altra volontaria della rete di supporto.

Perché un programma municipale e quanto costa

Nel 2012, un bambino su 5 ad Amsterdam era in sovrappeso o obeso. Per estirpare il male della cattiva alimentazione, il Consiglio e Dipartimento di Stato per la salute hanno messo a punto l’ “Amsterdam Healthy Weight Programme”, un piano a lungo termine la cui fine è prevista per il 2033. Ma perché farsene carico? Secondo la visione dell’amministrazione della città olandese, “la salute di un bambino non è solo una responsabilità dei suoi genitori, ma di tutti e coinvolge anche i vicini di casa, gli insegnanti, i politici e l’industria alimentare”. Alla base di tutto “ci sono 3 semplici regole: cibi e bevande sane, esercizio e riposo”. Il costo della ‘rivoluzione alimentare’ è di circa 6 milioni di euro all’anno. Una cifra che richiede oculatezza nella spesa. E così invece di assumere nuovo staff, si lavora con figure professionali volontarie per veicolare il messaggio. Si va dagli insegnanti ai dottori, agli infermieri fino ai nutrizionisti. Per le famiglie più povere sono previsti dei sussidi per l’iscrizione dei bambini ad attività sportive.

Alle elementari niente succhi e feste di compleanno

Per rendere ancora più efficace l’operazione, la città ha messo al bando le pubblicità del McDonalds, della Coca Cola e dei cibi spazzatura sotto la metro e durante gli incontri sportivi ed è al lavoro con negozi e supermercati per promuovere cibi sani. Il programma ha riscosso molto entusiasmo tra le mamme e i papà ma non sono mancate le lamentele di chi non vuole sentirsi dire “come fare il genitore”. Soprattutto quelli della scuola elementare De Achtsprong che sono insorti contro la decisione del preside di vietare succhi di frutta a scuola: i bambini possono bere solo acqua o latte. “Abbiamo avuto discussioni molto accese. Gli abbiamo spiegato il problema dello zucchero dicendo loro che a casa avrebbero potuto anche bere i succhi di frutta, ma a scuola avrebbero bevuto solo acqua”. Stesse reazioni per lo stop alle feste di compleanno durante le quali i bimbi si rimpinzano di dolci e bevande zuccherate.

Il girovita dei bambini italiani

Secondo gli ultimi dati rilasciati dal ministero della Salute, in meno di 10 anni sono diminuiti del 13% i bambini obesi e in sovrappeso nel nostro Paese. In particolare, l’indagine coordinata dall’ISS mostra che la percentuale di bambini obesi di età compresa tra i 6 e i 10 anni scende dal 12% del 2008/09 al 9,3% del 2016, e quella dei bambini in sovrappeso passa dal 23,2% del 2008/9 al 21,3% del 2016. I dati sono stati raccolti su un campione di 48.946 bambini di 8-9 anni e 48.464 genitori, rappresentativo di tutte le regioni italiane. I bambini sono stati misurati (peso e statura) all’interno delle scuole da operatori formati con metodologia standardizzata.

Ma il dato, seppur in diminuzione, denuncia l’avanzamento dell’Italia nella classifica dei peggiori Paesi europei per obesità infantile. Lo dimostra la “Childhood Obesity Surveillance Initiative – COSI” della Regione europea dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), iniziativa internazionale a cui partecipano più di 30 Paesi e in cui l’Italia figura tra le nazioni con i più elevati livelli di sovrappeso e obesità.

“L’obesità è diventata uno dei maggiori problemi di sanità pubblica in Italia. Nonostante il miglioramento registrato dagli ultimi dati restano forti differenze geografiche tra Nord e Sud, a discapito di quest’ultimo – dichiara Walter Ricciardi, Presidente dell’ISS – La diminuzione del tasso di obesità nei bambini è un segno che le politiche sanitarie messe in atto cominciano a dare i primi risultati ed è contemporaneamente il segnale che dobbiamo concentrare maggiormente gli sforzi in questa direzione. Tuttavia – prosegue Ricciardi – resta molto da fare, soprattutto nella promozione della consapevolezza sui corretti stili di vita. I genitori devono fare la loro parte: infatti, questi dati ci dicono che circa il 40% delle madri di bambini in sovrappeso o obesi ritiene che il peso del proprio figlio sia nella norma”.

Chi si è trovato a passare per il centro di Roma nella notte di Pasqua avrà visto la Camera dei Deputati e la fontana del Quirinale illuminate di blu. La stessa luce emanata nel frattempo dall'Empire State Building a New York, dalle vele del Teatro dell'Opera di Sidney, dalla statua del Redentore che domina su Rio de Janeiro e da tanti altri iconici monumenti di tutto il mondo. È il messaggio di solidarietà globale lanciato per la Giornata mondiale della consapevolezza sull'autismo, istituita dalle Nazioni Unite nel 2007 per creare maggiore sensibilità intorno a una malattia ancora piena di incognite, per la quale non esiste al momento una cura. 

In Italia stimati tra i 300 mila e i 500 mila casi

L'autismo solo in Italia colpirebbe tra le 300 e le 500 mila persone ed è considerato un fenomeno in aumento a livello mondiale, forse anche perché negli ultimi 30 anni i medici sono diventati più capaci nel diagnosticarlo. In realtà, dati certi e soprattutto pubblici sul numero dei soggetti coinvolti non esistono. L'Angsa, l'associazione nazionale genitori soggetti autistici, riferisce sul suo sito che "le ricerche condotte negli USA dal Center for Disease Control (CDC) stimano una prevalenza della sindrome per 1 caso su 150 nati, mentre il confronto delle ricerche internazionali stima una percentuale media dell'1%.

"In Italia", si legge ancora sul sito dell'Angsa, "l'ultimo rapporto Istat sull'integrazione degli alunni con disabilità nelle scuole primarie e secondarie di primo grado stima gli alunni con disabilità pari al 3,1% del totale (86.985 nella scuola primaria e 66.863 nella scuola secondaria di I grado). Di questi il 41,9% nella scuola primaria e il 49,8% nella secondaria di I grado hanno una disabilità intellettiva mentre seguono con il 26% e il 21,4% i disturbi dello sviluppo e del linguaggio".

Cosa dicono gli studi genetici

L'autismo è una sindrome (un insieme di sintomi) determinata da fattori biologici che influiscono sullo sviluppo cerebrale in epoca precoce, cioè durante io sviluppo fetale o nei primi tre anni di vita. Soltanto alcune cause sono note. Tra queste la maggior parte è di natura genetica. La frequenza dell'autismo in fratelli di soggetti autistici è intorno ai 3%, con un rischio relativo nei fratelli circa 10-30 volte maggiore rispetto alla frequenza nella popolazione generale. Diversi studi epidemiologici su gemelli dello stesso sesso suggeriscono che l'elevato rischio di ricorrenza familiare abbia una base genetica, in quanto la concordanza dell'autismo nelle coppie di gemelli monozigotici è elevata (60%), mentre nelle coppie di gemelli dizigotici la frequenza è simile a quella riportata per i fratelli di individui affetti. Gli studi sui gemelli indicano anche che la predisposizione genetica all'autismo possa essere estesa ad un gruppo più ampio di disturbi sociali e/o di comunicazione, con caratteristiche simili a quelle dell'autismo classico, ma presenti in forma isolata o meno grave (il cosiddetto broader phenotype") nei familiari dei soggetti con autismo. 

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