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“Se il presidente Trump è così sicuro delle soluzioni che propone, allora perchè non inizia lui a farsi delle iniezioni di disinfettante per dimostrarne l’efficacia e soprattutto la non pericolosità?”. Lo ha detto all’AGI Massimo Andreoni, primario del reparto di Malattie infettive del policlinico Tor Vergata di Roma e direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit).

“Una persona così autorevole, come il presidente degli Stati Uniti, deve fare molta attenzione ai messaggi che lancia soprattutto quando possono rivelarsi letali”, aggiunge l’esperto che ha dedicato ampio spazio al problema della fake news nel libro ed ebook “Covid-19. Il virus della paura”, un’iniziativa divulgativa targata Consulcesi.

“È bene ribadire che la somministrazione di disinfettanti per via endovenosa non ha alcuna base scientifica e che può essere molto pericolosa per la salute”, sottolinea Andreoni. “I disinfettanti destinati all’uso umano sono generalmente per uso topico, anche se il presidente degli Stati Uniti sembra pensarla diversamente”.

Morbillo, pertosse e rosolia. Ma anche varicella e difterite. Sono molte e diverse le malattie che, in tempi di Covid-19, potrebbero dare a luogo a pericolosi focolai. La colpa è del rallentamento o addirittura della sospensione dell’offerta vaccinale da un lato e del timore dei genitori di recarsi ai centri vaccinali dall’altro. “Nel nostro paese abbiamo registrato un calo delle vaccinazioni che si aggira tra il 10 e il 20 per cento”, dice all’AGI Giuseppe Mele, presidente della Società Italiana di Medici Pediatri e responsabile scientifico dei corsi Ecm di Consulcesi dedicati ai vaccini.

“In alcune regioni il calo è stato più significativo di altre e anche il solo rallentamento potrebbe creare modifiche nelle tempistiche, che andrebbero invece rispettate, e che alla fine potrebbero vanificare il nostro impegno di immunizzare adeguatamente i bambini”, aggiunge.

In Calabria il calo delle vaccinazioni è stato tra i più evidenti. In un’intervista rilasciata alla Gazzetta del Sud Domenico Minasi, presidente della sezione calabrese della Società italiana di pediatria e dell’Associazione pediatri ospedalieri italiani, parla di una gravissima riduzione delle immunizzazioni. “Nella nostra provincia, il calo nei vari centri vaccinali, che non hanno mai chiuso, ha raggiunto punte del 70-80% in meno rispetto allo stesso periodo del 2019”.

Nella Capitale, il calo è un po’ sopra la media nazionale. “Nonostante abbiamo continuato a garantire la disponibilità dei servizi vaccinali, pur adeguandoci alle misure di precauzione per l’emergenza Covid-19, da marzo ad aprile 2020 abbiamo registrato un calo delle vaccinazioni del 28-29 per cento rispetto allo stesso periodo nel 2019”, riferisce Roberto Ieraci, referente scientifico per le vaccinazioni della Asl Roma 1.

“Un piccolo rallentamento ce lo aspettavamo, considerate le misure necessarie di distanziamento e igiene che ogni centro deve garantire, ma il calo è dipeso probabilmente più dai timori dei genitori che da una variazione della nostra disponibilità”, aggiunge. Cosa che invece non è successa in regioni ben più colpite dall’emergenza, come l’Emilia Romagna.

“Per fare un esempio, nell’Asl di Piacenza, nonostante la necessaria riorganizzazione dei servizi vaccinali, rispetto al primo trimestre del 2019, in quello del 2020 abbiamo registrato un calo del 3,5 per cento nella somministrazione della prima dose di esavalente e un calo del 4 per cento nella somministrazione del trivalente, quello de morbillo, parotite e rosolia”, riferisce all’AGI Giacomo Biasucci, presidente della sezione dell’Emilia Romagna della Società italiana di pediatria.

Da una ricognizione sui servizi vaccinali effettuata da Cittadinanzattiva emerge un quadro piuttosto disomogeneo. In generale, si evince che le regioni del Nord tendono a limitare gli accessi, sospendendo o rimandando alcune vaccinazioni. Si tratta prevalentemente di quelle rivolte agli adolescenti, adulti, viaggi. “Alcune regioni – si legge in una nota di Cittadinanzattiva – però come le Marche, la Provincia Autonoma di Trento e l’Umbria non completano neanche i cicli delle vaccinazioni obbligatorie.

Chiudono completamente i servizi vaccinali in Piemonte fino a data da destinarsi, mentre la Lombardia nonostante la gravità della situazione sanitaria ha riaperto regolarmente tutte le vaccinazioni dal 14 aprile, e non è comprensibile perché la decisione di chiudere sia stata adottata anche in Sicilia dove i contagi sono nettamente inferiori: Messina chiude e a Palermo sono garantite solo le prime inoculazioni. Così come sono regolarmente attivi in Lazio, Valle d’Aosta, Calabria e Puglia”.

Veneto, Abruzzo, Sardegna e Toscana – sempre secondo la ricognizione di Cittadinanzattiva – garantiscono al momento solo le vaccinazioni obbligatorie previste per la fascia 0-6, chiudendo quindi alla possibilità dei richiami previsti oltre quella fascia di età. L’Emilia Romagna presenta poi una situazione molto disomogenea: mentre a Ferrara si può fare qualsiasi vaccinazione, Bologna  sospende solo quelle per necessità legate ai viaggi, Imola conferma solo le pediatriche, Parma sospende le vaccinazioni Hpv e conferma solo chi già prenotato. Ultime, nelle Marche e a Trento si fanno solo le vaccinazioni per la fascia 0-2 anni. 

L’allentamento delle misure di distanziamento sociale e di confinamento prese in Italia e l’apertura della fase due potrebbe far salire il numero dei decessi fino a settantamila persone entro il primo anno di epidemia e cioè, febbraio 2021, con un ulteriore strascico anche per l’anno prossimo.

In vista della prossima fine dei provvedimenti di lockdown e dell’avvio della fase 2, lo studio dell’Università di Trento appena pubblicato su Nature Medicine è una vera e propria doccia fredda, che però, ha spiegato all’AGI, Giulia Giordano, la ricercatrice che ha messo a coordinato la ricerca, può essere attenuata “a patto di una campagna a tappeto di tipo diagnostico (tamponi e test sierologici) in grado di individuare tempestivamente l’insorgenza di ogni nuovo focolaio”.

Questo modello considera otto fasi di infezione e differenzia le persone diagnosticate da quelle non diagnosticate e potrebbe fornire ai responsabili politici in Italia e altrove uno strumento con cui valutare le conseguenze di possibili strategie, tra cui blocco e distanziamento sociale, nonché test e tracciamento dei contatti. Lo studio mostra che le misure di allontanamento sociale adottate sono necessarie ed efficaci e dovrebbero essere prontamente applicate nella fase iniziale.

Le misure di blocco possono essere alleviate in sicurezza solo in presenza di test diffusi e tracciabilità dei contatti, suggeriscono i risultati. La fine della pandemia globale COVID-19 richiede l’implementazione di strategie multiple a livello di popolazione, ma l’efficacia di tali strategie e la loro capacità di “appiattire la curva” rimane incerta.

Un nuovo modello epidemiologico

Il nuovo modello epidemiologico per la pandemia di COVID-19, è chiamato “SIDARTHE”, e distingue tra casi rilevati (diagnosticati) e casi non rilevati (non diagnosticati) e tra diverse gravità della malattia. I ricercatori hanno diviso la popolazione in otto fasi della malattia: suscettibile (non infetto); infetto (asintomatico o con pochi sintomi, infetto, non rilevato); diagnosticato (infetto asintomatico, rilevato); malato (sintomatico infetto, non rilevato); riconosciuto (infetto sintomatico, rilevato); minacciato (infetto da sintomi potenzialmente letali, rilevato); guarito (recuperato); ed estinto (morto).

Gli autori hanno utilizzato i dati provenienti dall’Italia dal 20 febbraio 2020 (giorno 1) al 5 aprile 2020 (giorno 46) per mostrare come le restrizioni progressive, incluso il blocco più recente applicato dal 9 marzo 2020, abbiano influenzato la diffusione della pandemia in Italia. “Da un lato – ha spiegato Giordano – abbiamo cercato di riprodurre quello che è già successo. Utilizzando i dati fino ai primi di aprile, ci aspettavamo di arrivare al picco degli infetti effettivi – perché noi distinguiamo tra gli infetti che ci sono veramente e quelli che sono stati diagnosticati – intorno al 9-10 aprile. Come ci aspettavamo e poi è quello che sta succedendo in questi giorni, il picco degli infetti diagnosticati – continua – è arrivato in ritardo, una decina di giorni dopo, tra il 15 e il 20 aprile”.

Il lockdown non è l’unica contromisura

La ricercatrice e il suo team è andato oltre. “Abbiamo pensato a possibili scenari futuri – dice Giordano – sulla base delle misure adottate. Dallo scenario in cui il lockdown viene reso ancora più draconiano – alla ‘cinese’, con limitazioni più severe degli spostamenti – fino all’epidemia il nostro modello ci suggerisce un numero di morti vicino a quello a cui siamo arrivati adesso. Continuare con il lockdown consentirebbe lo spegnimento dell’epidemia nel giro di qualche mese. Invece allentando le misure di lockdown ci possiamo aspettare circa 70 mila morti solo nel primo anno”.

Conta che aumenterebbe anche l’anno successivo, stando allo studio. “Il nostro modello ci dice – spiega – che le misure adottate erano indispensabili e che allentarle potrebbe portare a una situazione disastrosa”. Ma c’è un altro messaggio la conta dallo studio. “In realtà, non abbiamo solo il lockdown come possibile contromisura. Un’altra – spiega Giordano – potrebbe essere quella di effettuare test sierologici e tamponi a tappeto sull’intera popolazione e un tracciamento accurato dei contatti, in modo da poter isolare qualunque focolaio emergente dal principio. Isolare infetti, fornire cure e arrestare la diffusione. Questa è l’unica possibilità se si vuole allentare il lockdown ed evitare la ripartenza dei focolai. Ma nel caso in cui non si faccia una campagna massiccia di test e le contromisure vengano allentate nel giro di un anno saremmo ancora nel pieno dell’epidemia”.

Il mondo spera, i mercati ci credono, gli scienziati ci puntano: e’ l’antivirale Remdesivir, un medicinale originariamente sviluppato per combattere l’ebola, che, stando a quanto comunica il portale sanitario Stat, dimostrerebbe una straordinaria efficacia nei confronti del coronavirus.

In particolare, i fari sono puntati sull’ospedale di Chicago: quasi tutti i 125 pazienti – di cui 113 gravi – curati ogni giorno con il Remdesivir sono stati dimessi nel giro di una settimana.

Anche se ancora non ci sono conferme indipendenti dei risultati, l’impatto sulle borse è stato immediato.Secondo l’analista Joshua Mahony di Ig, citato dal Guardian, “i risultati di Chicago hanno portato una nuova ondata di ottimismo sui mercati, molto vedono questo come un possibile inizio della fine della crisi da coronavirus”. L’ampiamente citato portale ‘Stat’ riferisce di una videoconferenza dell’università di Chicago – la cui veridicità è stata confermata dai partecipanti – nella quale si mostrano i risultati della somministrazione dell’antivirale: i pazienti trattati hanno rapidamente superato i classici sintomi del Covid-19, ossia la febbre e le affezioni dell’apparato respiratorio. Ma soprattutto, quasi tutti i soggetti sottoposti alla sperimentazione hanno potuto lasciare l’ospedale nel giro di sette giorni.

“Questa è una grande notizia, e sono stati solo due i decessi”, ha commentato Kathleen Mullane, la specialista esperta di virologia dell’Università di Chicago incaricata di supervisionare gli studi sul Remdesivir per l’ospedale della città americana.

Si esprime invece con cautela la stessa azienda farmaceutica Gilead Sciences, affermando che “stiamo ancora aspettando ulteriori dati dagli altri studi in corso”. È sempre ‘Stat’ ad affermare che la sperimentazione con il Remdesivir è in corso anche presso altre istituzioni sanitarie o scientifiche, ma sottolinea comunque che “c’è grande eccitazione” sulla vicenda.

Non è la prima volta che si parla del medicinale della Gilead come di una sostanza moto “promettente”. A quanto sottolinea Stat, si tratta di un farmaco che inibisce la replicazione del genoma dei cosiddetti virus a Rna, classe di virus a cui appartengono quelli della Sars, della normale influenza, dell’ebola, dell’epatite C e, appunto, del Covid-19.

Non a caso, l’Oms aveva posto già tempo fa il Remdesivir tra le priorità nella ricerca facendo in modo che venisse testato a livello mondiale come medicinale anti-coronavirus all’interno dei cosiddetti ‘Solidarity Studies”.

Questo mentre l’Agenzia europea per i medicinali (Ema, European Medicines Agency) ha raccomandato ad inizio aprile di ricorrere a questo antivirale come alternativa di cura per i malati più gravi. Tra gli altri, anche l’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) “ha autorizzato il programma di uso compassionevole del medicinale antivirale Remdesivir nei soggetti con polmonite da Covid-19”, sottolineando che “tale programma e’ attivo in 10 studi clinici italiani”. Idem l’Istituto tedesco per i medicinali (Bfarm), che ha permesso di testare l’antivirale con i pazienti più gravi, pur aggiungendo sulla sua pagina Internet che “non è presente ancora una concessione ufficiale” con indicazioni mediche specifiche.

Anche gli analisti di Goldman Sachs consigliano prudenza agli investitori: il Remdesivir potrebbe rappresentare una ipotesi valida di cura contro il Covid, ma si tratta comunque finora della conclusione di un unico studio. A detta della banca d’affari americana, i dati riportati il 10 aprile dal New England Journal Medicine sono sicuramente “degni di nota” e dimostrano che il farmaco “ha un certo grado di attività clinica” ma si preferisce comunque attendere quelli definitivi degli ultimi test, previsti per la fine di questo mese (sui pazienti gravi) e a fine maggio (sui pazienti di moderata gravita’).

“Avvertiamo – dicono gli analisti – che questi dati non sono stati rilasciati o verificati da Gild” (ossia la Gilead Sciences Inc). Proprio perché intorno al farmaco si è creata una notevole animazione e molta aspettativa, si sono mosse anche altri analisti di primo piano: Michael J. Yee di Jefferies ritiene che le notizie in arrivo da Chicago siano da valutare positivamente, ma ipotizza che il titolo di Gilead torni a calare quando si comprenderà che non siamo ancora alla determinante “fase tre” della sperimentazione.

Per gli analisti di JPMorgan, l’esperienza clinica di Chicago “appare essere un altro momento incoraggiante, ma ancora largamente aneddotico”, benché si tratti di “un candidato farmaceutico di alto profilo” nella lotta alla pandemia. Nondimeno, proprio dal mondo della scienza arrivano voci ben più ottimiste. Tra le varie, uno studio approfondito sul Remdesivir lo sta conducendo l’immunologo tedesco Matthias Goette della University of Alberta in Canada, che ha pubblicato con il suo team uno studio sulla rivista specializzata Journal of Biological Chemistry: qui si afferma, in sostanza, che il farmaco inibisce con successo le polimerasi, che sono enzimi presenti in tutte le forme di vita e che permettono la riproduzione del patrimonio genetico.

Dice lo scienziato che “se finiscono nel mirino le polimerasi, il virus non puo’ diffondersi: pertanto si tratta di un approccio molto logico per i trattamento della malattia”. Secondo Goette, il Remdesivir “inganna” il coronavirus “imitando i suoi tasselli genetici” impedendo in questo modo la sua riproduzione. Se questa ipotesi dovesse essere confermata, suonerebbe come uno scacco matto alla pandemia. 

Starnuti a raffica e occhi gonfi sono in agguato. La primavera è sbocciata con tale forza che nell’aria abbondano anche i ‘soffioni’di graminacee, cipressi, noccioli e betulle. Siamo ufficialmente nel periodo in cui le allergie da pollini colpiscono alcuni milioni di persone, tra il 10 ed il 20% dei cittadini.

In questo momento particolare in cui imperversa il coronavirus il sovrapporsi delle patologie allergiche potrebbe complicare alquanto la diagnosi. Ma gli specialisti di Auxologico hanno fatto chiarezza su questo punto, e ci offrono una sorta di vademecum con le  principali differenze e le similitudini tra i sintomi delle allergie stagionali e la pandemia in corso.

Veniamo ai sintomi particolari e frequenti dovuti alle allergie da pollini. Eccoli: raffreddore “acquoso” e lacrimazione profusa che, al contrario, non sono tipiche dell’infezione da covid-19; mentre la congiuntivite e la tosse sono sintomi in comune. Altra differenza: nelle forme allergiche non si ha la febbre che è invece quasi costante nell’infezione virale. 

Gli esperti ricordano che la febbre è solo da infezione, non da allergia e quindi rappresenta un sintomo importante nella diagnosi differenziale. Ciò detto è sempre utile ricordare che esistono soggetti portatori del virus del tutto asintomatici. Questo ribadisce da un lato l’importanza di una corretta terapia per l’allergia e per l’asma allergico in particolare, dall’altro l’osservanza di tutte le norme comportamentali più volte segnalate dagli organi competenti per tutta la popolazione.   

Particolare attenzione deve averla chi soffre di asma. Sia chiaro, allergia e asma non sono fattori predisponenti all’infezione da Coronavirus, ma se si ha un’asma non controllata, una sovrainfezione sia di questo che di altri virus o da batteri può avere complicazioni.

Le abituali terapie con antistaminici e cortisonici nasali nelle forme rinitiche, opportunamente prescritte dagli allergologi, sono efficaci, assicurano gli esperti. Il problema è che il 50% degli allergici sono anche asmatici e questi pazienti spesso non seguono adeguatamente le terapie suggerite dagli pneumologi e allergologi, o le sospendono quando pensano di stare bene e non hanno evidenti sintomi. Ma è da ricordare che l’asma è una malattia cronica con una componente genetica e va quindi sempre adeguatamente trattata a seconda della gravità e dei valori della spirometria.

Nelle forme più lievi di asma e in assenza di esposizione agli allergeni è possibile utilizzare spray cortisonici aggiungendo spray contenenti anche un broncodilatatore all’inizio delle allergie.

Purtroppo solo una piccola percentuale dei pazienti allergici segue correttamente queste direttive e quindi, in questo periodo di esposizione ad allergeni stagionali, ci potrebbe essere una maggior necessità di differenziare i sintomi dell’allergia da quelli dell’infezione da Coronavirus o da altre infezioni virali più comuni e tutt’ora presenti da virus influenzale o da rinovirus.

Infine un suggerimento. La tanto ambita mascherina chirurgica torna doppiamente utile, usiamola: può diminuire l’inalazione di pollini, che sono ben più ‘grossi’ dei virus, e quindi diminuire le fastidiose conseguenze.

 

“I conti li faremo alla fine, i dati fortunatamente sono in miglioramento, ma tante sono ancora le persone nei nostri ospedali. Le terapie intensive si riducono, ma sono ancora piene e le persone che escono hanno bisogno comunque di un lungo periodo di riabilitazione e probabilmente manterranno ‘cicatrici’ sui polmoni e altre problematiche per tutta la vita, e andranno seguite”. Lo ha detto l’assessore lombardo al Welfare, Giulio Gallera, parlando dell’emergenza coronavirus collegato con Mattino 5.

Dalla prossima settimana la Lombardia inizierà ad effettuare dei test sierologici per capire chi ha sviluppato gli anticorpi contro il coronavirus, ha aggiunto l’assessore lombardo: “È un test non rapidissimo, ma che ci consente di raddoppiare i numeri che abbiamo. Inizieremo in maniera selettiva tra operatori sanitari e cittadini che devono tornare al lavoro, 20 mila al giorno tra virologici e sierologici, inizieremo pian pianino, e speriamo di aumentare la capacità anche di questi test come numeri”.

Gallera ha quindi aggiunto: “Auspicheremmo di avere la possibilità di fare test velocissimi a tutti. Purtroppo tutti gli scienziati ci dicono che i test con la gocciolina di sangue, per ora, non hanno valore diagnostico. Questo test che si fa col prelievo del sangue, e non con la gocciolina, ha scopo di riscontrare se anticorpi sono immunizzanti, cioè se hanno bloccato e soffocato il virus. Se arrivassimo a test sierologici più veloci e affidabili saremmo i primi ad attivarli”.

“La Lombardia è stata l’epicentro di questa epidemia. Si sono ridotte drasticamente le previsioni più nefaste grazie al distanziamento sociale. I dati che avevamo i primi giorni, se non avessimo adottato alcuna misura, erano agghiaccianti” ha concluso Gallera, “Il fatto che la gente abbia fatto questo grosso sacrificio è servito tantissimo. Dobbiamo però ricominciare in modo graduale, qualche giorno in più per prepararci è necessario”

Circa l’80% dei pazienti con diagnosi di Covid-19 perde completamente l’olfatto e una percentuale ancora più elevata (88%) soffre di un certo grado di alterazione del gusto. E’ quanto emerge dal primo studio pubblicato finora sulla presenza di questi sintomi in pazienti con infezione da coronavirus lieve o moderata.

Le conclusioni dello studio sono state pubblicate sull’European Archives of Oto-Rhino-Laryngology e sono state condotte dal gruppo Young Investigators della International Federation of Otorhinolaryngology Societies (Yo-Ifos), con il sostegno della Società Spagnola per Otorinolaringoiatria e Chirurgia Cervico Facciale (Seorl-Ccc) e altre società europee.

In totale, sono stati analizzati 417 pazienti provenienti da 12 ospedali in 4 diversi paesi (Spagna, Belgio, Francia e Italia). Tra le conclusioni, emerge che il 79% dei pazienti analizzati non presentava sintomi come ostruzione nasale o naso che cola, sintomi comunemente associati ad altre infezioni virali a livello nasale.

E’ inoltre significativa la maggiore propensione delle donne a soffrire di alterazioni dell’olfatto. Per quanto riguarda il gusto, l’88 percento dei pazienti ha riscontrato difficoltà nell’identificare aromi diversi come dolce, salato o amaro.

Come spiegato dal dottor Carlos M. Chiesa, coordinatore del gruppo di ricerca, i dati clinici provenienti dal continente asiatico hanno evidenziato come sintomi frequenti febbre, tosse, mancanza di respiro, secrezioni spesse, dolori muscolari o articolari, diarrea, mal di testa, mal di gola o naso che cola.

“Tuttavia, abbiamo visto come la diffusione di Covid-19 in Spagna e in Europa sia stata accompagnata da due nuovi sintomi come l’alterazione del senso dell’olfatto e del gusto”, ha spiegato.

Fino ad ora, sono state descritte solo alterazioni dell’olfatto associate all’infezione da altri virus, come il virus Epstein-Barr, la parainfluenza, il rinovirus o persino altri virus della famiglia dei coronavirus.

Esistono diverse ipotesi che potrebbero spiegare perché i pazienti nel continente europeo con il Covid-19 abbiano sviluppato sintomi o cambiamenti sensoriali nell’area del naso e della gola.

Questi includono la predisposizione alla malattia di alcuni individui o le mutazioni genetiche subite dal virus recentemente descritte da ricercatori italiani, ha sottolineato Pablo Parente, coordinatore del gruppo di lavoro sul Covid-19 e direttore delle relazioni internazionali al Seorl-Ccc.

Al momento, i risultati sono preliminari e non consentono ancora di comprendere appieno il significato di questo sintomo nella malattia o la percentuale di pazienti che sono riusciti a recuperare. “Tuttavia, il loro monitoraggio ci aiuterà

a raccogliere una maggiore quantita’ di dati per offrire informazioni corrette e verificate ai nostri pazienti”, ha affermato il dottor Christian Calvo.

 

Per molti sono il futuro, anzi il presente: i laboratori privati sono pronti a partire a tappeto, Veneto e Lombardia aspettano solo il via libera, il Governo si aspetta risposte dai suoi scienziati per poter programmare la ripartenza, superando i ben più complessi tamponi. Ma I test sierologici, in grado di individuare in tempi rapidi se c’è stata risposta immunitaria a un’infezione (in questo caso ovviamente al coronavirus), e quindi non solo a stabilire chi è malato ma anche chi lo è stato, sono ancora inaffidabili, perchè troppe variabili sono ancora poco note sulla reazione del nostro organismo al virus. È la posizione dell’associazione microbiologi clinici (Amcli), che in un documento lancia l’allarme sull’attendibilità dei test, considerando rischioso al momento utilizzarli a fini clinici.

“La diagnostica molecolare è l’unico metodo, al momento, raccomandato per l’identificazione dei casi infettivi”, sottolineano gli esperti. Mentre “i test sierologici (per la rilevazione anticorpale o antigenica) saranno destinati a rivestire un ruolo importante nella ricerca e nella sorveglianza ma non sono, ad oggi, affatto raccomandati per l’individuazione dei casi”.

Domande senza risposta

Soprattutto perché ci sono molte domande ancora senza risposta: “I test che rilevano la presenza di antigeni virali sono in grado di individuare in modo elettivo e sistematico il virus, o possono determinare risultati falsamente negativi?”, si chiedono i microbiologi. “Esistono cross-reazioni con altri Coronavirus, responsabili di patologie diffuse e benigne, tali da determinare risultati falsamente-positivi?”.

E ancora: “A che distanza dalla comparsa dei sintomi è possibile identificare IgM nel siero dei pazienti? Per quanto tempo le IgM specifiche perdurano (IgM-positivo significa infezione recente o passata)?; Quando compaiono le IgG specifiche dopo la comparsa dei sintomi e a che distanza dalla scomparsa delle IgM (sieroconversione)?; Per quanto tempo le IgG specifiche perdurano nel tempo?; la presenza di IgM o IgG specifiche è sinonimo di protezione (attività neutralizzante)?

Pare evidente – sottolinea Amcli – che le risposte a tali quesiti non sono affatto di poco conto: il loro chiarimento serve a non fraintenderne il risultato, a condizione di rispondere correttamente ai quesiti diagnostici: la persona che ho davanti ha o non ha il virus SARS CoV-2? oppure ha un altro Coronavirus diverso da SARS CoV-2? è o non è guarita? è o non è in grado di infettare ancora i suoi contatti? È evidente che non si può correre il rischio di dare risposte errate, non interpretabili o di incerta interpretazione. D’altra parte i test di laboratorio che si utilizzano per la diagnosi di tutte le malattie infettive sanno rispondere a queste domande, e sono utilizzati solo quando a queste domande sanno effettivamente dare risposta”. 

I metodi di rilevazione

​Sono, ad oggi, disponibili test che utilizzano, per la rilevazione di anticorpi anti-SARS CoV-2, metodi in chemiluminescenza, in EIA ed in immunocromatografia: i primi due, quantitativi, comportano che siano effettuati in laboratorio; “il terzo, qualitativo – definibile “rapido” (tempi di risposta di circa 15 minuti) – potrebbe essere utilizzato anche in situazioni di reale emergenza, al di fuori del laboratorio. Questi ultimi sono però gravati da sensibilità e specificità variabile (in particolare per IgM) e sono assolutamente “operatore-dipendente” nella loro interpretazione, oltre a consentire una gestione assolutamente incontrollata del loro utilizzo se fossero licenziati per un utilizzo anche extra-ospedaliero”.

Il censimento dei test sierologici disponibili sul mercato mondiale annovera prodotti di più di 100 aziende, di molte delle quali è difficile, sottolineano tuttavia gli esperti, identificare produttore e distributore. “Le conoscenze attuali – fatti salvi alcune casistiche assai limitate e alcuni case report, certamente interessanti ma ancora solo aneddotici – confermano che la cinetica anticorpale del virus SARS CoV-2 è sconosciuta, sia in fase iniziale di COVID-19, sia in fase conclamata sia, da ultimo, dopo la risoluzione clinica della malattia”.

“Alcuni dati preliminari indicano che la comparsa degli anticorpi (IgM, IgG ed IgA) si sviluppa dopo diversi giorni dall’infezione (7-14, mediamente 10, tanto che sembrerebbe che solo il 20% dei soggetti malati presenti anticorpi dopo 4 giorni), che la positività non è rilevabile in tutti i pazienti ricoverati e che i dati (ancora pochi) nei pazienti clinicamente guariti non sono interpretabili”, prosegue l’associazione, “d’altra parte, dati di sieroprevalenza effettuati nei confronti del virus SARS hanno confermato la positività per IgG specifiche per un tempo limitato (2 anni), cui ha fatto seguito – a far corso dal terzo anno – dalla negativizzazione, lasciando immaginare la possibilità di reinfezioni dopo tale periodo dall’esposizione. D’altra parte, non sono neppure note le performance analitiche dei singoli kit diagnostici disponibili in commercio, la cui variabilità è verosimilmente estesa e comunque, certamente, da valutare”.

Quindi, in conclusione, “se i metodi biomolecolari si confermano ancora oggi fondamentali quali test diagnostici (meno per finalità epidemiologiche), quelli sierologici potranno essere utilizzati massimamente per valutazioni di sieroprevalenza (per le quali le tecnologie biomolecolari non risultano appropriate) e meno – se non in associazione sulla base di precisi e rigorosi algoritmi diagnostici – a fini clinici”. 

Le persone con diabete non hanno un rischio maggiore di contrarre il covid-19, ma hanno invece maggiori probabilità di sviluppare complicanze se si ammalano. È questo il messaggio contenuto in una lettera pubblicata sul Journal of Endocrinological Investigation da un gruppo di ricercatori dell’Università di Padova, autori di uno studio che aiuta a fare chiarezza su uno dei temi più sentiti tra le persone con diabete. 

In questi giorni i centralini delle società scientifiche di diabetologia sono sommersi di chiamate da parte di persone con diabete, spaventate rispetto al loro rischio contagio. Anche per questo motivo nei giorni scorsi le principali società scientifiche (Sid, Amd e Sie), hanno deciso di istituire un numero verde per dare risposte qualificate alle persone con diabete. E ora si aggiunge anche una nuova notizia rassicurante sul versante scientifico. I ricercatori padovani hanno dimostrato che le persone con diabete non sono ad aumentato rischio di infezione da Covid-19, ma i pazienti che contraggono l’infezione sono a maggior rischio di complicanze.  

I ricercatori dell’ateneo patavino hanno effettuato una metanalisi, combinando i dati riportati in 12 studi cinesi (su un totale di 2108 pazienti) e alcuni dati preliminari italiani. I risultati di questo studio evidenziano che, tra quanti avevano contratto l’infezione, la percentuale di soggetti affetti da diabete non era superiore rispetto alla prevalenza del diabete nella popolazione generale.

Pertanto, il diabete non sembra esporre ad un rischio aumentato di contrarre l’infezione da nuovo coronavirus. Le persone con diabete hanno normalmente un rischio maggiore di sviluppare complicazioni nel corso di qualunque malattia acuta, infezioni comprese. I risultati di questo studio confermano questa regola generale.

Tra le persone con infezione da Covid-19 con decorso sfavorevole, la prevalenza di persone con diabete è risultata maggiore. Quindi, in caso di infezione, le persone con diabete presentano, come atteso, un maggior rischio di complicanze. Va comunque sottolineato che i pazienti con andamento peggiore erano mediamente molto anziani e affetti anche da altre patologie. Pertanto, al momento, non è possibile stabilire quale sia il reale contributo del diabete nel determinare la prognosi dell’infezione da nuovo coronavirus e quali possano essere i meccanismi coinvolti.

Gli autori dello studio concludono dunque che “il diabete non aumenta il rischio di infezione da SARS-CoV-2, ma i medici devono essere a consapevoli del fatto che una maggiore attenzione va posta ai pazienti diabetici durante l’infezione”.

“Questo studio – commentano Francesco Purrello, presidente della Società italiana di diabetologia, Paolo Di Bartolo, presidente dell’Associazione medici diabetologi, e Francesco Giorgino, presidente della Società italiana di endocrinologia – aiuta a fare chiarezza rispetto al tema diabete e Covid-19 che sta ingenerando grande preoccupazione tra le persone affette da questa condizione cronica (in Italia 4 milioni). I risultati dimostrano chiaramente che le persone con diabete non sono ad aumentato rischio di contagio. Devono tuttavia essere prudenti, come e più del resto della popolazione, e seguire scrupolosamente le misure di prevenzione più volte ribadite dal ministero della Salute e dall’Istituto superiore di sanità: distanziamento sociale – cioè stare a casa per quanto possibile, mantenere la distanza di almeno un metro dalle altre persone, stare lontani da persone con sintomi respiratori (tosse, starnuti) – e lavare (o disinfettare) frequentemente le mani. Nel caso in cui una persona con diabete contragga l’infezione da Covid-19, i medici dovranno vigilare con maggiore attenzione, per gestire l’aumentato rischio di complicanze alle quali questa popolazione risulta esposta”. 

 

Nuove speranze contro il coronavirus potrebbero venire da un vecchio farmaco. Al laboratorio di virologia del San Raffaele di Milano sono stati condotti test in laboratorio su Plaquenil, farmaco in uso da quasi 70 anni contro la malaria. E i test hanno dato risultati oggettivamente incoraggianti. Lo ha annunciato sul suo sito Medical Facts il virologo Roberto Burioni.

Nel 2005, ricorda Burioni, “alcuni ricercatori statunitensi si sono accorti” che l’antimalarico “aveva in laboratorio una forte attività antivirale contro il coronavirus responsabile della SARS, sparito nel 2004. Siccome l’attività antivirale era diretta contro un virus non più esistente la notizia era passata inosservata. Naturalmente quando è saltato fuori questo nuovo virus, cugino di quello della SARS, molti hanno pensato di utilizzare il Plaquenil per curare questa infezione”.

L’efficacia di questa terapia non è ancora chiara e non sono neanche chiari i meccanismi attraverso i quali il Plaquenil infastidisce la replicazione virale. E siccome fare gli esperimenti sulle persone è sicuramente più complicato, spiega il virologo, “molti ricercatori hanno pensato di studiare l’effetto del Plaquenil sul nuovo coronavirus in laboratorio, tra questi noi. Per studiare un virus in laboratorio bisogna prenderlo e metterlo a contatto con cellule nelle quali si possa replicare: in generale l’effetto è la loro completa distruzione. Dunque: abbiamo preso il coronavirus e l’abbiamo messo a replicare, aggiungendo una quantità di Plaquenil abbondantemente raggiungibile nel polmone dopo la somministrazione del farmaco”.

 ​”Però – aggiunge Burioni – abbiamo esplorato non una, ma tre possibilità. Nella prima abbiamo aggiunto il Plaquenil DOPO l’infezione delle cellule con il virus, simulando la situazione in cui si troverebbe un paziente se il farmaco gli venisse somministrato al momento della diagnosi, quando è già infettato. Poi abbiamo provato ad aggiungerlo solo PRIMA dell’infezione delle cellule, simulando l’uso del Plaquenil in profilassi. E poi abbiamo fatto anche un terzo tentativo: l’abbiamo aggiunto sia PRIMA che DOPO l’infezione delle cellule, simulando una somministrazione continuativa del farmaco”. I risultati sono stati che l’esito nettamente migliore per le cellule infettate si è avuto con il farmaco somministrato prima e dopo l’infezione.

“Chiaramente questo non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza – aggiunge il virologo – i dati che abbiamo ottenuto suggeriscono che una sperimentazione clinica di questo farmaco dovrebbe essere svolta somministrando il farmaco non solo quando il paziente sta già male, ma già prima dell’infezione agli individui che sono a maggior rischio. Non correte a comprare il Plaquenil e non assumetelo di testa vostra – raccomanda – mentre l’efficacia non è ancora certa, gli effetti collaterali del farmaco sono comunque possibili. In ogni caso, però, se uno studio clinico riuscisse a confermare che il Plaquenil è utile nel modo in cui questo studio suggerisce, ovvero associando profilassi e terapia, avremmo fatto un passo verso il ridimensionamento di questo virus. Un passo che, per esempio, potrebbe rappresentare una protezione in più per tutti i colleghi in primissima linea nella gestione clinica de pazienti infetti. Quanto grande sarà questo passo non possiamo saperlo, ma è di questi passi che è fatto il ritorno alla vita normale. Vorrei qui ringraziare – oltre a Massimo Clementi che coordina tutto il laboratorio – anche Nicasio Mancini e Nicola Clementi che hanno diretto il gruppo di giovanissimi ricercatori che ha svolto questo lavoro: Elena Criscuolo, Roberta Antonia Diotti, Roberto Ferrarese e Matteo Castelli. Perché fare gli esperimenti con questo virus non è una cosa da poco: bisogna maneggiarlo, e maneggiare un virus potenzialmente letale è cosa che significa letteralmente rischiare la vita mentre si fanno gli esperimenti”.