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Non avrei mai immaginato che esperimenti eseguiti nell’estate del 2008, volti a testare in laboratorio un nuovo approccio per rigenerare il cuore dopo un infarto, mi avrebbero indotto, dopo 8 anni di studi, a coniare la parola “ristoceutica” un neologismo  sincratico da ristorazione e nutraceutica. La ristoceutica, per la prima volta celebrata alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa in occasione della Notte Europea dei Ricercatori in Toscana 2018, è una nuova linea di ricerca che vuole utilizzare le più recenti biotecnologie per generare un pasto funzionale ovvero un’associazione di diversi alimenti funzionali che migliorano lo stato di salute dell’uomo grazie al loro contenuto in composti biologicamente attivi.

Chi è il ristoceuta

Il ristoceuta è lo scienziato che si lascia contaminare da diverse conoscenze provenienti dal mondo della biomedicina e delle biotecnologie, come da quello delle agrobioscienze e delle scienze dell’alimentazione. Egli dovrà saper dialogare con i medici e i produttori agroalimentari e si dovrà dedicare allo studio:

  • dell’interazione tra diversi alimenti funzionali (al fine di favorire sicure sinergie piuttosto che pericolosi antagonismi),
  • degli effetti delle tecniche di conservazione e cottura sui composti nutraceutici presenti negli alimenti funzionali (al fine di mantenerne le concentrazioni efficaci), 
  • delle interazioni tra i nutraceutici epigeneticamente attivi degli alimenti funzionali e i farmaci o le comorbidità degli individui.

I ricercatori del Trancrilab dell’Istituto di Scienze della Vita della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa hanno dimostrato che i composti biologicamente attivi e commestibili, come il beta-glucano d’orzo, i sulforafani delle crucifere, i polifenoli, come quelli dell’ olio extravergine d’oliva, del cacao, delle mele del Casentino o del pomodoro nero, gli omega-3 del pesce azzurro o delle noci, i microRNA delle bacche d’uva Sangiovese e l’acido lipoico del grano antico biofortificato con ferro e zinco mediano reazioni chimiche dose-dipendenti a livello del DNA e/o degli istoni che favoriscono l’espressione di geni protettivi negli organi vitali, come il cuore e il cervello.

I menù funzionali

In occasione di RistoHealth, il primo showcooking funzionale che ha visto la ristoceutica trasferirsi dai laboratori ai fornelli della notte europea dei ricercatori, il professore di cucina Innocente Galluzzi dell’IPSSEOA di Polignano a Mare, insieme ai suoi collaboratori, ha fatto toccare con mano, e non solo, un gustoso menù funzionale che attinge alle più recenti scoperte scientifiche. Come hanno testimoniato i membri del panel test, che hanno esplorato in anteprima i nuovi piatti composti fino a 8 alicamenti, un menù funzionale che tutela la salute è ricco di sapori, odori, consistenze e colori, pur non richiedendo un surplus di calorie.

Gli effetti cardioprotettivi dell'acido ialuronico, butirrico e retinoico

Ma torniamo a quel caldo agosto del 2008, quando tutti i laboratori del mondo testavano l’effetto terapeutico delle cellule staminali nei cuori infartuati. E’ un giorno di agosto quello in cui mi accingo a osservare gli effetti cardioprotettivi della somministrazione di un triestere di acido ialuronico, butirrico e retinoico. La risonanza magnetica cardiaca, dopo 4 settimane dall’infarto, rivelava che il cuore trattato non si era scompensato e presentava una cicatrice molto più piccola di quella di un cuore non trattato, senza ricorrere al trapianto di cellule staminali.

Per la prima volta, quella notte, osservai gli effetti cardioprotettivi di composti simili a quelli che ritroviamo in alimenti convenzionali, come l’acido butirrico contenuto nel grasso del latte o sintetizzato dal microbiota a partire dalle fibre alimentari e l’acido retinoico dei vegetali a colorazione giallo-arancione, e che sono sintetizzati esclusivamente dal nostro corpo, come l’acido ialuronico, dopo l’ingestione di cibi ricchi di magnesio (tuberi amidacei, mandorle), zinco (ostriche, frutti di mare, carne rossa, cereali biofortificati), isoflavonoidi (legumi vari, finocchio) e vitamina C (peperoncino, melograno, cedro, limone, arancia, bergamotto).

Nel 2008, quel cocktail di composti da me somministrati avevano favorito un’aumentata espressione di fattori di crescita cardioprotettivi in modo epigenetico ovvero aumentando i livelli di acetilazione degli istoni della cromatina. Una novità che sorprese me e scandalizzò la maggior parte dei membri della comunità scientifica dei cardiologi di ieri, nonostante alcuni cardioscienziati, che non scoraggiavano pubblicamente i numerosi test clinici con le cellule staminali, iniziavano a dedicarsi ad un approccio stem cell-free lontano dai riflettori congressuali.

Oggi la cardioprotezione da inibitori delle istondeacetilasi, anche quelli commestibili, è stata verificata nei laboratori di tutto il mondo e si è guadagnata la fiducia della comunità dei cardiologi americani e dell’impresa farmaceutica, mentre la cardioepigenetica continua ad attrarre gli interessi di migliaia di ricercatori in tutto il mondo.

Il programma di nutraceutical discovery 

Quello studio, pubblicato sul prestigioso The Journal of Biological Chemistry con un titolo coraggioso, mi incoraggiò nel 2011 ad attivare un programma di nutraceutical discovery avente come obiettivo la scoperta di naturali inibitori delle istondeacetilasi ad azione cardioprotettiva, come il beta-glucano d’orzo, capaci di agire direttamente sulle cellule del cuore, anche se veicolati da alimenti che possono arricchire il menù di casa nostra, di una scuola o di un ospedale, ma anche quello di un buon ristorante, come la pasta fatta con farina di orzo beta.

Come si dice dalle mie parti, “dove c’è gusto non c’è perdenza” anche se costa tanto sacrificio.

Nel 2018 in Italia verranno diagnosticati 373.300 nuovi casi di tumore, 194.800 riguarderanno gli uomini e 178.500 le donne, con un aumento in termini assoluti di 4.300 diagnosi rispetto al 2017.

Sono questi alcuni dei dati che emergono dall'ottava edizione del volume 'I numeri del cancro in Italia 2018', frutto della collaborazione tra l'Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom), l'Associazione Italiana Registri Tumori (Airtum), la Fondazione Aiom e Passi (Progressi delle Aziende Sanitarie per la Salute in Italia). Ogni giorno circa 1.000 persone ricevono una nuova diagnosi.

In aumento la sopravvivenza

Nel 2018, sono quasi 3 milioni e quattrocentomila (3.368.569) gli italiani che vivono dopo una diagnosi di tumore, che rappresentano il 6% dell'intera popolazione italiana (uno su 19): un dato in costante aumento – spiega Tgcom 24 – Ma le percentuali sulla sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi fotografano un Paese spaccato in due: al Nord si registrano i tassi migliori, in particolare nelle prime tre posizioni si collocano:

  • Emilia-Romagna, Toscana (56% uomini e 65% donne in entrambe le Regioni) 
  • Veneto (55% e 64%).

In coda invece il Sud con:

  • Sicilia (52% uomini e 60% donne),
  • Sardegna (49% e 60%)
  • Campania (50% e 59%).

Differenze che possono essere spiegate soprattutto con la scarsa adesione in queste aree ai programmi di screening che consentono di individuare la malattia in stadio iniziale, quando le possibilità di guarigione sono più alte, e con la preoccupante diffusione in queste Regioni di fattori di rischio come fumo, sedentarietà ed eccesso di peso.

"Nel nostro Paese – afferma Stefania Gori, presidente nazionale Aiom e direttore dipartimento oncologico, Irccs Ospedale Sacro Cuore Don Calabria-Negrar – ogni giorno circa 1.000 persone ricevono una nuova diagnosi. Negli uomini, continua il calo dei tumori del polmone e della prostata e nelle donne dell'utero e dell'ovaio. Nella popolazione generale, diminuiscono le neoplasie dello stomaco e del colon-retto.

Leggi anche: In Italia nuova immunoterapia contro il cancro al polmone

Crescono però quelle del pancreas, della tiroide e il melanoma, e, nelle donne, i tumori della mammella e del polmone, quest'ultimo per la sempre maggiore diffusione dell'abitudine al fumo nella popolazione femminile. I tumori – continua la Presidente Gori – non solo sono curabili ma anche guaribili, grazie a terapie sempre più efficaci e alle campagne di prevenzione. Il 27% dei pazienti vivi dopo la diagnosi torna ad avere (dopo un periodo di tempo diverso in base al tipo di tumore, al sesso, all'età di insorgenza) la stessa aspettativa di vita della popolazione generale: nel 2010 erano 704.648, nel 2018 sono 909.514, con un incremento del 29%".

Le differenze regionali

Secondo la pubblicazione i tumori colpiscono meno nel Meridione, infatti il tasso d'incidenza è più basso del 13% tra gli uomini e del 16% tra le donne al Sud rispetto al Nord. Le tre Regioni con il più alto numero di diagnosi stimate nel 2018 sono Lombardia (64.200), Lazio (33.850) e Veneto (31.850). "Le stime dei casi attesi – afferma Lucia Mangone, presidente Airtum – sono importanti anche a livello regionale, perché i servizi diagnostici e terapeutici devono essere programmati su questi ordini di grandezza.

Oggi in Italia il 63% delle donne e il 54% degli uomini sono vivi a 5 anni dalla diagnosi. Il nostro Paese, se valutato nel complesso, presenta un quadro di sopravvivenza pari o superiore alla media europea, ma, scendendo nel dettaglio regionale, la residenza diventa un determinante prognostico importante che indica una disomogeneità nell'accesso a programmi di diagnosi precoce e a cure di alta qualità, con una discriminazione dei cittadini del Meridione purtroppo ancora presente, sebbene la tendenza sia in miglioramento rispetto al passato".

I dati sulla mortalità

Inoltre nel Sud, dove gli screening oncologici sono ancora poco diffusi, non si registra la riduzione della mortalità e dell'incidenza dei tumori della mammella, del colon-retto e della cervice uterina, osservata invece nelle altre Regioni in cui l'adesione a questi programmi è più alta. Nel 2015 (ultimo anno disponibile) nel nostro Paese sono stati 178.232 i decessi attribuibili al cancro. La prima causa di morte oncologica è costituita dal carcinoma del polmone – si legge su Repubblica.it –  (33.836 decessi nel 2015), seguito dal colon-retto (18.935), mammella (12.381), pancreas (11.463) e fegato (9.675).

Seguire la dieta mediterranea può aiutare a prevenire la depressione, ma servono ancora maggiori evidenze. Queste, in estrema sintesi, le conclusioni di una revisione di 41 studi condotta dall'University College London. I risultati, pubblicati sulla rivista Molecular Psychiatry, dimostrerebbero che una dieta a base di frutta, verdura, cereali, pesce, noci e olio d'oliva, ma non con troppa carne o latticini, ha benefici in termini di umore.

Finora ci sono prove che hanno evidenziato che gli alimenti che consumiamo possono fare la differenza nel ridurre il rischio di depressione, anche se non ci sono ancora prove cliniche concrete. Spiegare il perché di questo legame tra umore e cibo è complicato. Ci sarebbero infatti molti altri fattori che possono essere coinvolti.

Più felici, più sani

Essere depressi può causare perdita di appetito e qualcuno che si sente giù potrebbe non prendersi cura di se stessi così bene. Le persone felici, invece, possono avere maggiori probabilità di condurre stili di vita più sani. Senza studi strettamente controllati, non è quindi chiaro quanto grande possa essere l'impatto della dieta mediterranea. "Sono necessarie più prove", dice Naveed Sattar, professore di medicina metabolica all'Università di Glasgow.

"L'unico modo per dimostrare se il legame (tra dieta mediterranea e rischio depressione, ndr)è autentico, consiste nel condurre ampi studi randomizzati su persone a rischio di depressione, il che richiederebbero uno sforzo considerevole, ma sembrano utili da condurre", aggiunge. 

L’80% del pesce che mangiamo proviene dall’estero, i dati Istat elaborati da Coldiretti pubblicati dalla Stampa parlano chiaro: nei mari italiani vengono pescate ogni anno 180 mila tonnellate di pesce, ma le importazioni ammontano a più di un milione; il calcolo risulta facile anche a chi non mastica troppo la matematica.

Spagna, Paesi Bassi e Grecia sono i Paesi sul podio, mentre il 40% del pesce che arriva sulle nostre tavole viene da nazioni extracomunitari. Ma il dato più preoccupante è che la maggior parte del pesce che importiamo – la stragrande parte sarebbe più corretto dire – non sarebbe fresco. Non solo: è di infima qualità e in molti casi non è nemmeno il pesce che crediamo di mangiare. Famosi stanno diventando i casi di pesci venduti e spacciati per altri: Pangasio del Mekong spacciato per cernia; halibut per sogliola, squalo smeriglio al posto del pescespada. Per non parlare del filetto di brosme, ottima controfigura del baccalà; del pesce ghiaccio che diventa bianchetto o del pagro con la maschera che indossa i panni del dentice rosa.

Sicuri di quello che mangiate?

In questo senso, secondo Coldiretti, i pericoli maggiori provengono dai ristoranti dove, sempre stando ai dati Istat, consumiamo il 50% del pesce che mangiamo. Tutto ciò senza considerare la percentuale di pesce surgelato che viene venduto come fresco o quello estero spacciato come nazionale. Le irregolarità infatti hanno numeri impressionanti: nel solo 2017 le Capitanerie di porto hanno effettuato 21.112 verifiche lungo tutta la filiera, rilevando 2.814 illeciti, più del 13%.

La Stampa cita un focus dei Nas che conferma le irregolarità, che però non sono solo sull’import: dal gennaio 2017 al giugno 2018 su 2.476 controlli effettuati sono state riscontrate 697 situazioni di 'non conformità', circa il 27% (ristorazione esclusa), con 310 mila kg di prodotti sequestrati e 70 strutture chiuse.

Le irregolarità penali (237 i denunciati) vanno dalla tentata frode in commercio (pesce congelato venduto come fresco o in cattivo stato di conservazione) fino alle lesioni per aver somministrato ai clienti prodotti infestati dalla larva dell’anisakis o contaminati da istamina, sostanza che si sviluppa nel pesce vecchio o mal conservato e che può provocare una reazione allergica nota come “sindrome sgombroide”.

Niente allarmismi

Ma Giuseppe Palma, medico veterinario nonché segretario generale di Assoittica, associazione che riunisce un centinaio di aziende del settore, sempre sentito da La Stampa, tenta di ridimensionare eventuali allarmismi: “Non esiste Paese al mondo in cui ci sia maggior qualità dei controlli. Io dico sempre che i sequestri ci sono perché ci sono gli accertamenti. Un rischio reale non c’è. Tutta l’Europa importa; il pesce importato offre maggiori varietà, servizio e prezzi calmierati. Uno dei problemi principali non è la mancanza di pesce nostrano, ma che sono cambiate le abitudini alimentari degli italiani. Il pesce fresco va pulito, puzza, va consumato in fretta, e il consumatore si rivolge sempre di più verso un prodotto con servizio: pulito e sfilettato”.

Nel frattempo la flotta di pescherecci italiani scende vertiginosamente (da 18.000 a 12.500 negli ultimi 25 anni) e dal 1993 le importazioni sono cresciute dell’84%, in pratica un mercato rifondato. Tonino Giardini, direttore generale di Coldiretti Impresa Pesca, sostiene che “tutto è cambiato alla fine degli anni ’80, quando ci si è resi conto che le risorse ittiche non erano inesauribili”, da allora, per evitare lo spopolamento del mare, problema gravissimo specie nel Mediterraneo dove le specie a rischio sarebbero circa il 70%, si è attuato un fermo barca, che ancora oggi, da Roma a Brindisi e dal Tirrenio e lo Ionio tengono i pescatori sulla terra ferma. Successivamente sono arrivati gli incentivi alla rottamazione dei pescherecci, che solo nell’ultimo anno hanno tolto dal mare 220 imbarcazioni".

I limiti della nobile battaglia della sostenibilità

Ma la nobile e opportuna ricerca della sostenibilità ambientale presenta anche un aspetto poco considerato secondo Luigi Giannini, presidente della Federpesca: “La situazione odierna è inaccettabile, frutto di un’operazione fallimentare che promana l’Unione Europea per incentivare in ogni modo l’abbandono del settore. Così ci ritroviamo a proteggere il nasello e il gambero del Canale di Sicilia mentre magari Tunisia ed Egitto li pescano al posto nostro”. Una soluzione potrebbe arrivare dall’acquacoltura, settore in cui l’Italia, per esempio per quanto riguarda trote e vongole, è il primo produttore europeo, il secondo dopo la Cina per il caviale.

Pier Antonio Salvador, presidente dell’Associazione Piscicoltori Italiani dice: “Dobbiamo solo rassicurare i consumatori che mangiare i prodotti di acquacoltura è sicuro perché i mangimi sono sottoposti a controlli severissimi”. Dati comunque molto preoccupanti quelli diffusi dall’Istat, tecnicismi a parte anche incredibili considerati i più di 8mila km di coste vantati dall’Italia. Di certo il problema parrebbe prima aggravarsi che risolversi.

Non è andato a buon fine il primo tentativo di trapianto facciale in Italia, effettuato nei giorni scorsi al S.Andrea di Roma. Le condizioni generali della paziente permangono buone e non ci sono preoccupazioni per la sua vita, riferiscono i medici, ma in considerazione del permanere della sofferenza del microcircolo, a causa di un sospetto rigetto, si è deciso di procedere alla ricostruzione temporanea del volto con tessuti autologhi della paziente, in attesa di una eventuale ulteriore ricostruzione con tessuti facciali da nuovo donatore. Il prossimo bollettino medico è previsto intorno alle ore 12.00 di domani, 25 settembre.

Ti sconto l'assicurazione sulla vita se in cambio fai esercizio fisico. E' la proposta di alcune compagnie, tra le quali l'americana John Hancock Insurance. Una possibilità offerta dalla tecnologia. E in particolare da smartwatch e bracciali per il fitness.

Sono i dispositivi indossabili, infatti, a fornire le prove dell'attività fatta dagli assicurati. Le compagnie ci guadagnano perché avere clienti in salute significa, in media, che avranno vite più lunghe. Ricevono quindi premi più a lungo e passa più tempo prima di dover sborsare la cifra assicurata.

Ghiotti incentivi

La salute, però, potrebbe non essere un incentivo sufficiente per i clienti. Ecco perché John Hancock ha studiato una serie di incentivi. Chi accetta di indossare un bracciale intelligente, paga premi ridotti e ha sconti sui prodotti di alcune società e su alcune piattaforme online. Un altro incentivo riguarda la possibilità di avere un dispositivo gratuito.

John Hancock offre di finanziare l'acquisto, tra gli altri, di Apple Watch e Fitbit. Se il cliente fa sport e raggiunge gli obiettivi del suo allenamento, paga rate minime o nulle. Se invece si dimostra pigro, il prezzo sale, fino a quindici dollari al mese. In sostanza, quindi, mantenersi in forma permette di avere gratis smartwatch che costano qualche centinaio di dollari e di risparmiare sui premi.

Dati a go-go

In cambio, le compagnie assicurative come John Hancock possono contare su un altro vantaggio. Oltre a un flusso di denaro più duraturo, ottengono dati. Informazioni sensibili, perché riguardano la salute, rilevate (potenzialmente) 24 o ore su 24. Non è necessario indossare sempre lo smartwatch. Quando si slaccia il cinturino, si deve però attivare il gps dello smartphone per provare che si sta correndo al parco o si stanno facendo esercizi in palestra.

John Hancock ha spiegato a Quartz che i dati non sono condivisi o venduti a terze parti. Restano solo a disposizione della società. Che, a quanto pare, non avrebbe avuto rimostranze dei clienti sulla privacy. Forse perché custodire dati sensibili non è una novità per le compagnie assicurative. Ci sono anche altre società, come United Healthcare e la startup Oscar, che utilizzano gli orologi intelligenti in cambio di condizioni più favorevoli.

Sarà questo il futuro delle assicurazioni sulla vita? Possibile, anche perché – come dimostra l'elettrocardiografo mondato sull'Apple Watch 4 – i nuovi wearable iniziano a puntare non solo sul benessere ma anche sulla sanità. Tuttavia, questo tipo di contratti non è adatto a tutti. Tendono infatti a escludere o penalizzare chi ha problemi tali da ridurre la sua capacità di muoversi, come impedimenti fisici e depressione.

E' tecnicamente riuscito l'intervento di trapianto della faccia eseguito su una donna di 49 anni presso l'Azienda ospedaliero-universitaria Sant'Andrea.

Alle 5 di domenica mattina, dopo 27 ore, si è conclusa l'operazione in cui si sono alternate in sala equipe di chirurghi, anestesisti e infermieri strumentisti. La donna, sottoposta a terapia immunosoppressiva antirigetto, è in coma farmacologico indotto ed è in isolamento in terapia intensiva in prognosi riservata. La paziente era affetta da neurofibromatosi di tipo I, una malattia genetica che causa gravi manifestazioni sulla pelle, negli occhi e nervose.

Il trapianto multitessuto, con pelle, fasce muscolari e cartilagine ha richiesto tre anni di preparazione, da parte dell'organizzazione e del personale. La donatrice è una 21enne morta in un incidente stradale che ha donato anche fegato e reni.

Nel mondo sono già stati realizzati una cinquantina di trapianti di faccia, in Europa una decina e la maggior parte di questi in Francia.

Associare il principio attivo del Viagra, il sildenafil, a uno dei farmaci già in uso contro la Fibrosi polmonare idiopatica migliora l'efficacia delle cure. Lo ha scoperto uno studio internazionale coordinato da esperti della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS – Università Cattolica e pubblicato sul New England Journal of Medicine.

Cos'è la Fibrosi polmonare

La Fibrosi polmonare idiopatica è una patologia dei polmoni caratterizzata da una progressiva perdita della funzione respiratoria, che conduce alla morte generalmente per insufficienza respiratoria in media dai 3 ai 5 anni dopo la diagnosi (purtroppo solo circa il 30 per cento dei pazienti sopravvive 5 anni dopo la diagnosi, una prognosi peggiore della maggior parte delle patologie oncologiche). Si calcola che in Italia circa 5.000 nuovi casi di malattia siano diagnosticati ogni anno. I maschi sono più frequentemente affetti delle femmine e, benché la malattia possa colpire a tutte le età, la maggioranza dei casi viene diagnosticata in persone che hanno più di 65 anni. Il nuovo studio, coordinato a livello globale dalla Cornell University di New York, è stato condotto in:

  • Australia
  • Belgio
  • C​​anada
  • Francia
  • Germania
  • India
  • Italia
  • Giappone
  • Messico
  • Spagna
  • Regno Unito
  • Stati Uniti

In tutto sono stati arruolati 274 pazienti, di cui 5 presso la Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCSS.

"L'idea di usare questa associazione farmacologica – spiega Luca Richeldi, ordinario di Malattie dell'Apparato Respiratorio dell'Università Cattolica e Direttore dell'Unità Operativa Complessa di Pneumologia della Fondazione Policlinico Agostino Gemelli IRCCSi – deriva da un precedente studio che ha valutato il solo sildenafil confrontandolo con placebo, da cui pareva ci fosse un effetto benefico. Il nuovo studio ha voluto valutare l'associazione dei due farmaci".

Lo studio

Nel nuovo studio i ricercatori hanno dimostrato che uno dei farmaci già approvati per il trattamento della fibrosi polmonare idiopatica (nintedanib) nei pazienti con malattia lieve-moderata, può essere usato anche nei pazienti più gravi (nei quali al momento non è autorizzato per l'uso). "Inoltre abbiamo visto che aggiungere il principio attivo del Viagra alla terapia con nintedanib migliora l'efficacia delle cure", dice Richeldi. "Anche se l'endpoint primario (la finalità) dello studio (la qualità di vita misurata con il questionario 'Saint George') ha dato esito negativo, i risultati suggeriscono che l'associazione dei due farmaci (almeno nei pazienti più gravi) dà performance migliori del solo nintedanib per preservare la funzionalità polmonare", aggiunge.

I risultati sono interessanti sia perché riferiti a una popolazione di pazienti gravi per i quali abbiamo poche possibilità di trattamento, sia perché il sildenafil è un farmaco generico in gran parte del mondo (e quindi a basso costo). Anche se il meccanismo attraverso il quale il sildenafil riduce la progressione della fibrosi non è completamente noto, si ritiene che l'azione principale avvenga a livello dei vasi polmonari, riducendo la produzione di fattori pro-fibrotici da parte delle cellule endoteliali.

"Alla luce di questo studio – dice Richeldi – è possibile che le autorità regolatorie europee (inclusa l'AIFA) consentano l'uso del farmaco anche nei pazienti più gravi (come del resto già avviene in Paesi come gli Stati Uniti). E' anche possibile che, essendo il sildenafil un farmaco generico, esso sia associato con il nintedanib, almeno nei pazienti più gravi". 

Andrew Wardle, di Manchester, ha fatto l'amore per la prima volta a 45 anni. Prima non gli era stato proprio possibile. L'uomo è nato con una condizione rara chiamata estrofia della vescica, che colpisce un uomo su 28 milioni e che di fatto lo rende privo di pene.

La sua vita sessuale era praticamente inesistente, fino a quando non è stato sottoposto a un intervento pionieristico di impianto di una protesi. Precisamente un pene dal valore di 50 mila sterline, impiantatogli all'University College Hospital London lo scorso giugno con un intervento durato 10 ore in cui sono stati utilizzati tessuti prelevati dal braccio e nervi prelevati dalle gambe.

Andrew ha atteso sei settimane dall'intervento prima di poter mettere alla prova il nuovo organo, poi finalmente è riuscito a coronare il suo sogno con la 28enne Fedra Fabian, sua fidanzata da 6 anni. E' bastato spingere un pulsante nel suo inguine per attivare l'erezione grazie a un fluido salino erogato da una valvola inserita nello scroto: "E' stato bello e naturale ed è cosi' che volevo che fosse", ha raccontato l'uomo al Sun. Il rapporto è durato 30 minuti circa e sarebbe stato "fantastico". "Sono cosi' soddisfatto", ha detto l'uomo. La protesi è collegata ai testicoli e questo potrebbe permettere alla coppia di avere dei figli. 

La percentuale di casi di tumore in Europa risulta in aumento ma diminuisce il tasso di mortalità. Emerge dall'ultimo rapporto dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) sulla "Salute in Europa". Il 2,4% della popolazione nei 53 Paesi della "regione Europa" dell'Oms ha avuto il cancro nel 2014, pari ad un incremento del 50% rispetto al 2000. Negli Stati nordici come la Svezia, la Norvegia, la Finlandia, la Danimarca e l'Islanda, la percentuale di casi di tumore è al 5% mentre è all'1,8% in 10 ex repubbliche sovietiche.

Nell'Unione europea, nel 2013, la percentuale di tumori era al 2,8%, con una maggiora diffusione tra le donne (2,9%) rispetto agli uomini (2,7%). I nuovi casi di tumore al seno sono saliti del 30% tra il 2000 e il 2014 quando sono stati registrati 110 casi ogni 100.000 donne. Il tasso di mortalità per tumore al seno, dagli anni Novanta, è diminuito a 20 vittime ogni 100.000 donne nel 2015, pari al 21% nell'Ue, dal 26,8% nel 2000.

I casi di tumore al collo dell'utero risultano in progressiva diminuzione e le morti sono state praticamente dimezzate nell'Unione europea da dagli anni Settanta, con tre vittime ogni 100.000 donne nel 2015. Anche i tumori ai bronchi, alla trachea e ai polmoni presentano variazioni in seno alla "regione Europa". In Francia, ad esempio, tra il 2000 e il 2015, sono raddoppiati da 47 a 70 casi ogni 100.000 persone, a fronte di un incremento dell'11% registrato in media nell'Ue.

Nella "regione Europa" sono risultati in media invariati a 40 casi per 100.000 abitanti nel 2014. Le morti, per questo tipo di tumori, sono scese nell'intera area del 13% rispetto al 2000 con alcune eccezioni. In Francia il tasso di moralità ha subito una discesa di appena il 2%, con 34,6 morti ogni 100.000 abitanti mentre in Portogallo è aumentato del 10% nello stesso periodo.