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Su 10 persone a cui viene consigliato l’utilizzo degli integratori alimentari, 8 seguono il suggerimento di medici o farmacisti. Preferiti dai soggetti in età attiva (il 63% dei 35-64enni), sono ormai una componente stabile delle strategie individuali per assicurarsi una buona salute. E il loro valore sociale fa decollare il mercato (3,3 miliardi di euro nel 2018: +126% dal 2008) e l’occupazione del settore (+44% in tre anni).

Lo rivela il Censis, che ha reso noti i risultati di una ricerca (“Il valore sociale dell’integratore alimentare”) presentata oggi a Roma. Sono esattamente 32 milioni gli italiani che consumano integratori alimentari. Lo fanno abitualmente più di 18 milioni (tutti i giorni o qualche volta alla settimana) e più di 4 milioni qualche volta al mese.

Li utilizzano maggiormente le persone in età attiva (il 62,8% degli utilizzatori ha tra 35 e 64 anni) e le donne (il 60,5%). Sono numeri che descrivono un consumo di massa trasversale rispetto a genere, età, livello di scolarità, territorio di residenza, condizione economica. Ad accomunare le scelte di usare gli integratori alimentari da parte di tante persone diverse è il contributo che viene da questi prodotti per la prevenzione e la tutela della salute.

Il consiglio di medici e farmacisti

Consigliati da medici e farmacisti. Il 57,3% degli italiani ha ricevuto il consiglio di utilizzare integratori alimentari. Tra questi, l’82,4% ha ricevuto il suggerimento da un medico (un medico di medicina generale o uno specialista) o da un farmacista. Per il restante 17,6% il consiglio arriva da canali diversi: familiari, amici, web, tv, riviste. Nel 2018 il 95% del mercato passa da farmacie (86%) e parafarmacie (9%), il residuale 5% dalla grande distribuzione organizzata. L’uso degli integratori alimentari non è l’esito di pulsioni consumiste, ma una tendenza diffusa ispirata dall’obiettivo della prevenzione e della tutela della salute, in cui il medico e il farmacista sono spesso riconosciuti come riferimenti nella scelta e nell’utilizzo.

Il 74% degli italiani (l’80% tra i laureati, il 76,9% tra le donne, il 75,1% tra i 35-64enni) che hanno utilizzato integratori alimentari ne valuta positivamente le conseguenze sul proprio organismo. Solo l’1,7% lamenta esiti non positivi. Chi ha assunto integratori alimentari ha registrato effetti positivi in linea con gli obiettivi attesi. Importante è la funzione svolta dagli integratori per la prevenzione. Il 58,1% di chi assume integratori gode di uno stato di salute ottimo o buono. Gli integratori alimentari diventano così una componente stabile di strategie individuali, con il riferimento del medico o del farmacista in gran parte dei casi, per assicurarsi una buona salute.

Il decollo del settore

In Italia il mercato degli integratori alimentari ha realizzato nel 2018 un valore di 3,3 miliardi di euro. Siamo al primo posto come quota del mercato europeo (23%), seguiti da Germania (13%), Francia (9%) e Regno Unito (8%). Il settore cresce grazie alla propensione degli italiani a consumare con responsabilità e con grande attenzione agli impatti sulla salute.

Questo è il trend sociale che spiega il successo del settore: il valore dei consumi è cresciuto del 126% negli ultimi dieci anni (periodo 2008-2018), a fronte di una riduzione dello 0,8% dei consumi complessivi delle famiglie. Gli addetti del settore sono aumentati del 43,9% nel giro di tre anni (periodo 2014-2017), mentre nell’economia complessiva si registrava solo un +5,3% di occupati.

L’export del settore è lievitato del 48,5% negli anni 2014-2017 a fronte del +12% riferito al totale del sistema economico. Se l’economia italiana stenta a ripartire, il settore degli integratori alimentari invece decolla, perché intercetta una nuova attenzione sociale, orientata dai professionisti della salute, a fare prevenzione nella vita quotidiana.

Il “vaccino contro lo stress” a lungo teorizzato potrebbe trovare la sua chiave di volta nei batteri che vivono nella sporcizia. Questa la teoria di Christopher Lowry, professore di fisiologia presso l’Università del Colorado Boulder e del suo team di ricerca, che nel 2018 hanno pubblicato uno studio secondo cui il Mycobacterium vaccae – questo il nome scientifico del “batterio dello sporco” – è in grado di diminuire il carico di stress nei topi.

Lo studio

Secondo quanto riportato da Psychology Today, i ricercatori hanno iniettato il Mycobacterium vaccae nei roditori prima di esporli a un evento stressante. Hanno notato così che in questo modo riuscivano a prevenire il disturbo da stress post-traumatico (PTSD).

Lo studio ha spianato la strada alla comprensione dell’effetto ma perché ciò accade è rimasto un mistero. Fino a oggi. Quest’anno Lowry e il suo team hanno pubblicato un nuovo studio che spiega come i ricercatori abbiano identificato e isolato un acido grasso (noto anche come lipide) nel batterio che sembra responsabile degli effetti. Facendo un ulteriore passo avanti, il team è stato anche in grado di sintetizzare chimicamente il lipide per analizzare punto per punto come interagisce con le cellule immunitarie. “Sapevamo che funzionava, ma non sapevamo perché”, ha detto Lowry in un comunicato stampa. “Questo nuovo studio aiuta a chiarirlo.”

Come funziona

Secondo quanto scoperto dai ricercatori, il lipide si lega con i recettori all’interno delle cellule immunitarie e blocca alcune sostanze chimiche che causano l’infiammazione. Quando gli scienziati hanno “pretrattato” le cellule con il lipide e tentato di stimolare una risposta infiammatoria, hanno scoperto che le cellule erano resistenti agli effetti. In altre parole, le cellule sono state efficacemente vaccinate contro l’infiammazione. “Sembra che questi batteri abbiano un asso nella manica “, ha detto Lowry.

Cosa significa questo per noi? Si tratta di una scoperta fondamentale per trasformare in realtà il sogno di un vaccino anti-stress. Non solo. Il lipide potrebbe diventare il punto focale per lo sviluppo di farmaci in grado di trattare il PTSD e di indebolire altri tipi di reazioni infiammatorie.

Gli italiani non mangiano più il pesce azzurro. addio ad alici e sgombri, quindi e, di conseguenza, a uno dei cibi più sani che il nostro mare ha da offrire. Gli acquisiti, secondo i dati di Coldiretti Impresapesca, sono crollati del 5% per le sarde e del 10% per le alici fino al 15% per lo sgombro.

Il rapporto ‘SOS pesce italiano’ elaborato dall’associazione sulla base di dati relativi al primo quadrimestre del 2019 dell’Ismea mostra che il consumo pro capite degli italiani è di circa 28 kg di pesce all’anno, superiore alla media europea, ma decisamente basso se confrontato con quello di altri Paesi che hanno un’estensione della costa simile, come ad esempio il Portogallo, dove se ne mangiano quasi 60 kg, praticamente il doppio.

Non a caso il pesce rappresenta solo la sesta voce di spesa nel carrello alimentare delle famiglie italiane per un valore che nel 2018 è stato di 488 euro, sostanzialmente sui livelli di dieci anni fa, secondo un’analisi Coldiretti su dati Istat. E intanto la flotta peschereccia italiana è scesa a quota 12 mila imbarcazioni, il 35 per cento in meno rispetto agli anni ’80.

Ma in realtà a subire un netto calo sono anche gli acquisti di pesce bianco con la riduzione dei consumi che coinvolge soprattutto le triglie, in calo del 14,2%, i merluzzi – 4,3%, le sogliole -3,6%, e le orate -2,1% mentre in controtendenza le spigole in aumento del 6,1%. In forte crescita è invece la domanda dei molluschi, dai polpi (+18,6%) alle seppe (+10,6%) fino alle vongole (+25,6%). Un fenomeno che si spiega soprattutto con gli effetti del cambiamento degli stili di vita e la nuova tendenza da parte dei consumatori a preferire tipologie di pescato più facile da utilizzare in cucina, meglio se privo di spine o comunque semplice da pulire, oltre che dal sapore più delicato.

Questo trend è sostenuto anche dalla produzione dell’acquacoltura, dalle spigole alle orate. Ma ormai nei laghetti artificiali italiani si produce persino il caviale Made in Italy che nel giro di pochi anni ha conquistato i mercati di tutto il mondo, a partire da quello russo, patria delle pregiate uova, per un valore delle esportazioni che nel 2018 ha raggiunto il valore di oltre 20 milioni di euro, in crescita del 32%. 

Ma la diminuzione del consumo di pesce azzurro impatta direttamente anche sulla salute degli italiani, visto che questo tipo di prodotti ittici ha importanti caratteristiche nutrizionali, essendo il più ricco in assoluto per contenuto di Omega3, che proteggono il cuore, sostengono il metabolismo e combattono l’invecchiamento. Mangiare pesce, soprattutto azzurro, fa bene a tutte le età e nelle diverse fasi della vita, dall’infanzia, all’adolescenza, all’età adulta, alla gravidanza e menopausa, fino alla terza età, al punto che molte raccomandazioni internazionali e nazionali ne consigliano il consumo almeno 2 volte a settimana.

Come riconoscere il prodotto appena pescato? Innanzitutto è preferibile acquistarlo, laddove possibile, direttamente dal produttore che ne garantisce la freschezza, verificando anche sul bancone l’etichetta, che per legge deve prevedere la zona di pesca. Occorre poi controllare che la carne abbia una consistenza soda ed elastica, che le branchie abbiano un colore rosso o rosato e siano umide e gli occhi non siano secchi o opachi, mentre l’odore non deve essere forte e sgradevole. Per molluschi e mitili, è essenziale che il guscio sia chiuso, mentre per i gamberi serve verificare che non abbiano la testa annerita. Meglio, infine, non scegliere i pesci già mutilati della testa e delle pinne. 

Generosi, in crescita rispetto all’anno scorso ma sempre pochi rispetto alla domanda: sono i donatori di sangue che oggi celebrano la giornata a loro dedicata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Dopo anni di trend negativo, riporta Fatto Quotidiano, nel 2018 i donatori di sangue sono stati 1,6 milioni (quasi tutti iscritti alle associazioni di volontari), cioè uno 0,2 per cento in più rispetto al 2017.

Identikit del donatore italiano

La maggior parte dei donatori è avanti con l’età. Il 25 per cento ha tra i 36 e 45 anni; mentre il 29 per cento tra i 46 e 55. Quelli dai 18 ai 25 ormai stanno sparendo dal 2013. Lo scorso anno sono risultati poco più di 210 mila (erano 237mila nel 2013), appena il 12 per cento del totale. Quelli nella fascia 26-35 invece rappresentano il 17 per cento (290 mila contro i 333 mila del 2013).

Sempre meno anche i nuovi donatori, ovvero quelli che per la prima volta e una volta soltanto durante l’anno hanno donato il sangue. Il numero è sceso del 3,7 per cento (circa 371mila). Tra le regioni che hanno registrato un incremento maggiore di donazioni la provincia autonoma di Bolzano (+8,7%), la Lombardia (+7,1%) e il Lazio (+1,9%). Ma è il Friuli Venezia-Giulia ad avere il rapporto tra donatori e abitanti più alto: 39,5 ogni mille. La carenza di nuovi donatori si è registrata principalmente in Campania (-6,7%), Abruzzo (-4,7%), Calabria (-4,6%) e Sardegna (-4%). Del sangue donato hanno beneficiato 630 mila trasfusi per un totale di quasi tre milioni di trasfusioni.

Autosufficienti, ma non basta

La quantità raccolta di plasma (840 mila chilogrammi, quattromila in più rispetto al 2017) ci consenta ancora l’autosufficienza, fissata al 70 per cento, in linea con gli obiettivi del Programma nazionale plasma che prevede una totale autonomia solo a partire dal 2024. Oggi il restante lo acquistiamo soprattutto dagli Stati Uniti e dalla Germania dove il plasma viene ceduto dietro un compenso. All’estero, infatti, i donatori vengono pagati a ogni prelievo di sangue. Da noi non è necessario, riporta Il Giornale, oltre a essere vietato per legge. “I volontari ci sono comunque, anche senza ricompensa, in nome di un altruismo che, una volta tanto, racconta il volto di un’Italia sana”.

Quanto vale?

Il business della donazione del sangue è enorme ma, a differenza di altri Paesi europei, è gestito interamente a livello pubblico e tracciabile in ogni sua tappa. A conti fatti, una trasfusione costa 400 euro: 180 euro per produrre un’unità di globuli rossi e per acquistare la sacca per la raccolta, che da sola vale circa 20 euro. E poco più di 200 euro occorrono per sostenere le spese relative a medici, infermieri e materiale necessario al prelievo, dalle garze sterili alle siringhe. Significa che in un anno investiamo oltre un miliardo di euro per gestire le entrate e le uscite dalla banca delle sacche, “società” di cui tutti (da donatori o riceventi) prima o poi potremmo avere un’“azione”.

Negli Stati Uniti il sangue è un prodotto commerciale come gli altri: si vende e si compra al pari di qualsiasi altro bene, plasma in particolare. Le aziende farmaceutiche lo acquistano per lavorarlo e per rimetterlo sul mercato sotto forma di farmaci, gli emoderivati. E lo stesso avviene in Germania, in Repubblica Ceca, in Austria, legittimamente. In Italia invece il sangue è proprietà delle Regioni. Non viene venduto ma al massimo ceduto da una regione all’altra, o da un ospedale all’altro, a seconda delle esigenze e delle quantità raccolte. Beninteso, lo scambio delle sacche non è regolato da semplice spirito di solidarietà e mutuo aiuto.

Quanto costa il mio sangue?

Esiste un tariffario, approvato dal ministero della Salute, che fissa i prezzi di ogni elemento di sangue nel momento in cui viene ceduto da una regione all’altra. “I globuli rossi valgono 181 euro a sacca, il plasma da aferesi (cioè estratto dal sangue intero) 171 euro, le piastrine hanno prezzi che variano da 19 a 418 euro, i linfociti 478 euro. Ovviamente il rimborso per la cessione sale se in ballo ci sono le cellule staminali da aferesi, in cui valore è pari a 668 euro per ogni unità. Il tariffario a cui le regioni si affidano per regolare lo scambio del sangue stabilisce anche le tariffe standard per i trattamenti: il lavaggio manuale delle cellule costa 27 euro, il processo di congelamento e scongelamento va da 148 a 246 euro”

I forzati della sanità a pagamento. Sono 19,6 milioni gli italiani che nell’ultimo anno, per almeno una prestazione sanitaria essenziale prescritta dal proprio medico, hanno provato a prenotare nel Servizio sanitario nazionale e poi, constatati i lunghi tempi d’attesa, hanno dovuto rivolgersi alla sanità a pagamento, privata o intramoenia.

In 28 casi su 100 i cittadini, avuta notizia di tempi d’attesa eccessivi o trovate le liste chiuse, hanno scelto di effettuare le prestazioni a pagamento (il 22,6% nel Nord-Ovest, il 20,7% nel Nord-Est, il 31,6% al Centro e il 33,2% al Sud). È quanto emerge dal IX Rapporto Rbm-Censis presentato oggi al “Welfare Day 2019”, una grande indagine su un campione nazionale di 10.000 cittadini maggiorenni statisticamente rappresentativo della popolazione.

I numeri del rapporto parlano chiaro: transitano nella sanità a pagamento il 36,7% dei tentativi falliti di prenotare visite specialistiche (il 39,2% al Centro e il 42,4% al Sud) e il 24,8% dei tentativi di prenotazione di accertamenti diagnostici (il 30,7% al Centro e il 29,2% al Sud). I Lea, a cui si ha diritto sulla carta, in realtà sono in gran parte negati a causa delle difficoltà di accesso alla sanità pubblica. Che costringe gli italiani, sottolinea il rapporto, a “surfare” tra pubblico e privato a pagamento per avere le prestazioni necessarie.

Il 62% di chi ha effettuato almeno una prestazione sanitaria nel sistema pubblico, infatti, ne ha effettuata almeno un’altra nella sanità a pagamento: il 56,7% delle persone con redditi bassi, il 68,9% di chi ha redditi alti. E sono 13,3 milioni le persone che a causa di una patologia hanno fatto visite specialistiche e accertamenti diagnostici sia nel pubblico che nel privato, per verificare la diagnosi ricevuta (una caccia alla “second opinion”). Combinare pubblico e privato è ormai il modo per avere la sanità di cui si ha bisogno.

Oltre a tentare di prenotare le prestazioni sanitarie nel sistema pubblico e decidere se attendere i tempi delle liste d’attesa oppure rivolgersi al privato, di fronte a una esigenza di salute stringente, molti cittadini si sono rassegnati, convinti che comunque nel pubblico i tempi d’attesa sono troppo lunghi. Nell’ultimo anno il 44% degli italiani si è rivolto direttamente al privato per ottenere almeno una prestazione sanitaria, senza nemmeno tentare di prenotare nel sistema pubblico. È capitato al 38% delle persone con redditi bassi e al 50,7% di chi ha redditi alti. Ancora una volta: tutti, al di là della propria condizione economica, sono chiamati a mettere mano al portafoglio per accedere ai servizi sanitari necessari.

Chi ha la mano con un sesto dito ha una marcia in più. Lo sostiene Andrea Serino, neuroscienziato dell’Università di Losanna, a conclusione del suo studio sulla polidattilia, un’anomalia genetica caratterizzata da dita in soprannumero nelle mani o nei piedi.

Chi nasce con un dito in più collocato tra il pollice e l’indice è più bravo a manipolare gli oggetti e può svolgere con una sola mano compiti che normalmente ne richiederebbero due. Insomma, si legge su Focus che riprende le parole del ricercatore – è come se possedesse mani “potenziate”.  

“Da tempo la fantascienza ipotizza la possibilità di migliorare le capacità motorie di questa preziosa parte del nostro corpo”, spiega Serino, “ma nessuno aveva mai indagato scientificamente questioni fondamentali come la possibilità per il cervello di controllare eventuali arti aggiuntivi. E le persone con sei dita, che quindi si trovano ad avere qualcosa in più fin dalla nascita, sono il modello ideale per questo tipo di ricerche”.

Serino, insieme ad alcuni colleghi di Friburgo e Londra, ha messo a confronto le abilità di persone che presentano questa particolare forma di polidattilia e quelle di persone con mani a cinque dita.  Lo studio ha dimostrato che il dito soprannumerario ha muscoli propri (la mano a sei dita ha quindi in totale più muscoli e nervi) che lo muovono anche in modo indipendente, oltre che in perfetta coordinazione con le altre dita.

Inoltre, nel cervello, esiste un’area dedicata della corteccia motoria che controlla i movimenti di quel dito in più. “E questo senza che il movimento totale della mano ne risulti rallentato o danneggiato in qualsiasi modo, anzi. Il che significa che anche il cervello, in un certo senso, è ‘potenziato’”, aggiunge Serino.

Cos’è e come si manifesta

La polidattilia – si legge sul sito Scienza e salute –  interessa lo 0,2% della popolazione mondiale. Si può presentare da sola o in concomitanza con altre anomalie genetiche, come la Sindrome di Down, la Sindrome di Patau o altre. L’anomalia alle dita si presenta solitamente ai piedi, quasi sempre con lo sviluppo di sei dita, definito esadattilia.

I sintomi della polidattilia sono dunque la presenza di più dita nelle mani o nei piedi e questa anomalia può verificarsi in modalità diverse. Quando la polidattilia si presenta sulle mani, solitamente si manifesta come un mignolo in più. Nella maggior parte dei casi il dito è una piccola escrescenza carnosa, ma talvolta può formarsi come un dito intero, completo di ossa e funzionante. 

Normalmente, le dita in più vengono rimosse alla nascita. Fino ad alcuni anni fa si interveniva dopo il secondo anno di vita, ma oggi, grazie all’avanzamento delle tecniche chirurgiche, si preferisce effettuare l’intervento fra i 6 e 18 mesi di età. La ricerca, tuttavia, dimostra che, nel caso siano ben sviluppate, sarebbe meglio valutare la possibilità di lasciarle al loro posto.

Durante lo studio, infatti, le persone con 6 dita hanno svolto diversi compiti con una o due mani (riconoscere la forma di un oggetto, piegare un tovagliolo, allacciare le scarpe e comporre sulla tastiera determinate sequenze in risposta alle richieste di un videogioco).

Nel frattempo, per confronto, uomini e donne con 5 dita erano invitati a fare le stesse cose. Risultato: chi possedeva il sesto dito tra pollice e indice svolgeva alcuni compiti più velocemente, altri con più precisione. Il dito soprannumerario infatti, in questa particolare conformazione della mano è in parte opponibile (come il pollice) e questo dà all’arto grande versatilità. “Nelle persone esaminate erano presenti movimenti unici che coinvolgono pollice, indice e il dito in più, movimenti non possibili alle mani a 5 dita”, conclude Serino.

“Sicuramente i soggetti con 6 dita sono avvantaggiati nel suonare strumenti musicali. Tra l’altro, una delle persone che abbiamo testato gioca come portiere in Brasile e sostiene di essere forte perché ha le mani più grandi ed afferra meglio il pallone”.

I polidattili più famosi

            •          Hrithik Roshan, attore di Bollywood.

            •          Antonio Alfonseca, un giocatore della Major League Baseball.

            •          Hound Dog Taylor, chitarrista blues.

            •          Gary Sobers, giocatore di cricket indiano 

            •          Gemma Arterton, attrice britannica

            •          Carlo VIII, Re di Francia dal 1483 al 1498

            •          Toyotomi Hideyoshi, samurai, militare e politico giapponese, 

            •          Anna Bolena, seconda moglie di Enrico VIII

            •          Robert Chambers, giornalista e scrittore scozzese 

Medicinali, prodotti di lusso, alimenti, elettronica: la contraffazione nell’Unione Europea registra una crescita grazie ai social network e alle nuove vie commerciali con l’Asia, favorendo soprattutto la criminalità organizzata.

A rivelarlo è la prima edizione della Valutazione delle minacce dei reati contro la proprietà intellettuale, realizzata da Europol in collaborazione con l’Ufficio dell’Unione Europea per la proprietà intellettuale (Euipo), secondo cui “oltre alle tradizionali categorie di abbigliamento, calzature e prodotti di lusso contraffatti, esiste un commercio crescente di prodotti falsificati che possono potenzialmente nuocere alla salute umana”. Tra questi, spicca “il commercio di medicinali contraffatti per il trattamento di malattie gravi, che sembra essere in aumento”.

“Questa valutazione delle minacce rappresenta un quadro ben preciso della portata e dell’estensione della contraffazione e della pirateria nell’UE, e dei danni che possono essere causati alle attività commerciali legittime e ai consumatori”, ha dichiarato Christian Archambeau, direttore dell’Euipo. ”Mediante la nostra collaborazione con l’Europol, intendiamo sostenere gli sforzi delle autorità di contrasto nella loro lotta contro la criminalità nel campo della PI, in particolare nell’ambiente online»

Annual reports, environmental policy, financial information… The EUIPO’s Transparency Portal gives you easier access to documents relating to our key areas of activity: https://t.co/QPdUreVO9v pic.twitter.com/ZZXjwlE96M

— European Union Intellectual Property Office (@EU_IPO)
6 giugno 2019

Come si legge nel rapporto, nel periodo tra il 2015 e il 2017 “le merci contraffatte e usurpative potevano rappresentare fino al 6,8 per cento delle importazioni dell’UE, per un totale di 121 miliardi di Euro”, ma negli ultimi anni tale importo è “aumentato in modo significativo”.

Gradualmente diminuito dal 2013 è invece il numero annuo di sequestri di merci contraffatte, “sebbene il numero dei beni sequestrati e il loro valore stimato siano calati a un ritmo inferiore, con una ripresa temporanea nel 2015 e 2016”, si legge nel rapporto. Proprio questo andamento decrescente, per l’Europol, sarebbe indice di un aumento dell’efficacia delle operazioni, che tuttavia devono fare i conti con un sempre maggiore traffico tramite “piccoli colli”, spediti direttamente all’utente finale e più difficilmente intercettabili.

“Spesso i contraffattori utilizzano rotte commerciali complesse per trasportare le proprie merci dal paese di produzione verso i mercati di destinazione – si legge nel rapporto -. Sebbene la spedizione di merci contraffatte verso l’UE avvenga ancora in gran parte in carichi alla rinfusa attraverso il trasporto merci, negli ultimi anni si è registrato un forte aumento del trasporto espresso”, conseguenza dell’espansione di mercati online.

Questi mercati ricorrono sempre più al crescente numero di collegamenti ferroviari tra la Cina e l’UE per offrire ai contraffattori la possibilità di diversificare le rotte e i modi di trasporto. “La maggior parte dei prodotti contraffatti proviene ancora dalla Cina, ma per alcune categorie specifiche di prodotti anche altri paesi giocano un ruolo significativo”.

“Questa relazione mostra chiaramente che la pirateria e la contraffazione non sono reati senza vittime. I gruppi di criminalità organizzata che producono e vendono tali beni non hanno alcuna considerazione della qualità, che assai spesso presenta rischi per la salute e la sicurezza”, precisa il direttore esecutivo dell’Europol, Catherine De Bolle.

“Assieme agli Stati membri e ai partner dell’UE, l’Europol s’impegna al fine di fermare le reti criminali dietro a questo commercio illegale e pericoloso. La sicurezza e la salute dei consumatori europei rivestono la massima importanza per noi.”

Ma oltre alla contraffazione di prodotti fisici, le organizzazioni concentrano la loro analisi anche sulla pirateria e sui beni immateriali: “La crescita di internet ha offerto ai contraffattori opportunità uniche per sviluppare la pirateria, la vendita e la distribuzione di libri, giochi, film e musica non autorizzati”, si legge nel rapporto. “I proprietari di queste piattaforme generano profitti grazie alla pubblicità digitale, nella quale spesso compaiono messaggi pubblicitari tradizionali di marchi importanti. In molti casi, questi siti web sono

utilizzati anche per prendere di mira i consumatori con tentativi di phishing o per la diffusione di malware”. Ulteriore mercato della pirateria poi risulta essere quello fondato sulla tecnologia IPTV (Internet Protocol Television – Televisione via internet), che consente  la trasmissione in chiaro di trasmissioni normalmente sottoposte ad abbonamento da server esteri, con gravi perdite per le aziende televisive.

Scarica qui il rapporto
 

*L’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale (EUIPO) è un’agenzia decentrata dell’UE, con sede centrale ad Alicante (Spagna). L’Ufficio gestisce la registrazione dei marchi dell’Unione europea (MUE) e i disegni e modelli comunitari registrati (DMC) e svolge attività di cooperazione con gli uffici di proprietà intellettuale (PI) nazionali e regionali dell’UE. L’EUIPO svolge ricerche e attività per combattere la violazione dei diritti di proprietà intellettuale tramite l’Osservatorio europeo sulle violazioni dei diritti di proprietà intellettuale

Il 30 per cento delle donne con un cancro al seno non può togliersi la parrucca dopo le cure. Con gravi ripercussioni sulla qualità della loro vita. Per questo la Società italiana di dermatologia medica, chirurgica, estetica e delle malattie sessualmente trasmesse (Sidemast) ha finanziato uno studio multicentrico italiano, iniziato a gennaio 2018, che seguirà l’evoluzione dei capelli nel tempo su un campione di 100-150 donne sottoposte a chemioterapia per cancro della mammella.

Lo studio avrà una durata approssimativa di 2 anni e ha lo scopo di indagare le cause dell’alopecia e le possibili cure. In particolare, l’obiettivo è quello di capire come prevenire o curare la forma di alopecia permanente. Sebbene, infatti, i grandi progressi terapeutici abbiano reso il cancro una malattia curabile e l’87 per cento dei pazienti sia vivo a 5 anni dopo la terapia, il 90 per cento delle donne con cancro alla mammella curate con alcune tra le più usate chemioterapie è colpito da alopecia temporanea. E in un 30 per cento dei casi i capelli non ricrescono più.

L’alopecia permanente inoltre interessa anche i bambini: il 10 per cento dei piccoli colpiti da leucemia resteranno con pochi capelli per tutta la vita, uno stigma evidente anche se superano la malattia. Una prospettiva per i pazienti oncologici che sopravvivono in grado di peggiorare in modo pesante la loro qualità di vita. Di alopecia da farmaci si parlerà durante il congresso mondiale di Dermatologia a Milano. “Le ricadute psicologiche per una donna costretta a indossare parrucche o foulard per tutta la vita o per un lungo lasso di tempo, sono molto pesanti”, spiega Bianca Maria Piraccini, professore associato in dermatologia presso il dipartimento di Medicina specialistica, diagnostica e sperimentale dell’Università di Bologna. “Secondo uno studio americano, il 4 per cento delle pazienti con diagnosi di cancro della mammella sotto i 35 anni rifiuta la chemioterapia, accettando di mettere a rischio la vita, per paura di guardarsi allo specchio e vedersi calva”.

Un problema molto serio che finora non è stato sufficientemente considerato, la cosa fondamentale era salvare la vita. Ma oggi va rivalutato alla luce dei successi dell’oncologia. Sidemast ha promosso un trial denominato “Alopecia permanente da chemioterapici”, uno studio interventistico sperimentale senza farmaco che si focalizza sulle caratteristiche epidemiologiche, cliniche, dermoscopiche, istopatologiche e sulla microscopia confocale.

“Alla ricerca partecipano pazienti di sesso femminile, osservate prima, durante e dopo la chemioterapia. Vogliamo capire come prevedere i casi di alopecia permanente, come prevenirla e offrire le soluzioni terapeutiche più adeguate”, dice Piergiacomo Calzavara-Pinton, presidente Sidemast.

Usciranno dalla sartoria del carcere di San Vittore e saranno a disposizione delle donne in cura all’Istituto nazionale per i tumori, nella stessa Milano: sono turbanti colorati, trasformati in accessori alla moda e nel simbolo di un’alleanza fra detenute e malate.

Il progetto si chiama “La vita Sotto il turbante” ed è nato dalla collaborazione tra l’associazione Go5-Per mano con le donne, una Onlus dedicata alle pazienti del reparto di Ginecologia Oncologica dell’Istituto dei Tumori di Milano, e la Cooperativa Alice per Sartoria SanVittore.

L’idea è venuta alle volontarie di Go5 e si è poi concretizzata fino ad ottenere, grazie all’attenzione dell’assessorato alle Politiche Sociali, il patrocinio del Comune di Milano e della Camera Penale di Milano. Circa un anno fa la stilista di Sartoria SanVittore, Rosita Onofri, ha studiato un modello semplice e innovativo, costruito con tessuti naturali e abbinati a stoffe colorate provenienti da India, Marocco, Mauritania. 

Dopo essere stati testati dalle stesse pazienti che hanno suggerito qualche ritocco, nei mesi scorsi ha preso il via la produzione dei turbanti “made in carcere”: le detenute hanno confezionato capi che saranno disponibili dietro una donazione con lo scopo di raccogliere fondi da destinare alla ricerca scientifica per la diagnosi precoce del tumore ovarico.

Allo stesso tempo, commissionando i turbanti a Sartoria SanVittore si potrà offrire lavoro a coloro che, pur lontane da casa, con il loro stipendio cercano di sostenere il bilancio familiare. L’iniziativa, inoltre, propone un messaggio di solidarietà tra donne che soffrono, seppure per motivi diversi. Il turbante infatti, può portare le donne che si trovano in carcere fuori dalla cella, consentendo loro di instaurare un dialogo, sebbene ideale, con la città e e anche tra le carcerate e le pazienti.

“Il cancro è uno dei tabù della nostra società – spiega in una nota Francesco Raspagliesi, direttore dell’Unità di Oncologia Ginecologica della Fondazione Irccs Istituto Nazionale dei Tumori di Milano – e rappresenta simbolicamente l’aspetto oscuro della vita. Nonostante i fantastici progressi della terapia, sono ancora gli insuccessi che colpiscono maggiormente l’attenzione e ne definiscono l’immagine pubblica”.

 

Tecnicamente si chiama Coxiella Burnetii ed è un parassita delle capre. Ma può contagiare anche l’uomo provocando febbre alta, forti dolori alle articolazioni, infezioni polmonari. È la cosiddetta “Febbre Q“, che sta determinando una certa preoccupazione nelle zone di confine tra l’Ossola e il Canton Ticino, Piemonte e la Svizzera.

È in allarme in modo particolare la zona delle valli vicine alla Vallemaggia, l’area del basso Ticino nel quale da alcuni giorni si sono verificati alcuni episodi di questa malattia. Sono al momento almeno una decina i casi trattati dall’ospedale della zona, ma la dimensione del fenomeno non è stata ancora completamente definita.

Il focolaio sarebbe stato individuato in cinque allevamenti di capre che si trovano a breve distanza l’una dall’altra nella zona di Avegno-Gordevio, a pochi chilometro da Locarno, e vicinissimo al valico italiano di confine di Ponte Ribellasca in val Vigezzo. La preoccupazione è generata soprattutto dalla facilità con cui il batterio si propaga dall’animale all’uomo.

La malattia viene trasmessa attraverso l’inalazione dei batteri, ma il passaggio può avvenire anche tra animale e animale, e interessare anche altre specie. Da qui la preoccupazione nelle vallate che temono la diffusione dell’infezione agli allevamenti che pascolano vicino al confine. Per ridurre al minimo i rischi di infezione, l’ufficio del veterinario cantonale elvetico ha ordinato la vaccinazione di tutti gli animali delle aziende interessate, il divieto di ogni movimento da e per l’azienda (ma non il trasferimento estivo in alpeggio), la disinfezione di stalle e apparecchiature.

Sono state prese anche misure che riguardano il cibo, come l’obbligo di pastorizzazione e il divieto di vendita di formaggio a base di latte crudo, per evitare la trasmissione attraverso prodotti caseari, considerata comunque improbabile. “Se non in casi rarissimi – dice il medico cantonale Giorgio Merlani – la malattia non si trasmette da persona a persona”.

Il veterinario cantonale Luca Bacciarini evita ogni catastofismo: “La Coxiella burnetii- ha spiegato ai microfoni della Radio della Svizzera italiana – è un batterio comunemente presente nella popolazione non solo caprina, ma anche ovina e bovina, oltre che in animali selvatici. Nelle bestie puo’ causare infertilità, aborti o parti difficili. Per questo, comunque, in generale le persone pià facilmente contagiate sono gli allevatori stessi e i veterinari. La probabile concausa di questa improvvisa diffusione fra gli esseri umani va ricercata nella primavera secca e ventosa, ambiente in un cui la Coxiella sopravvive molto bene”

Le autorità sanitarie svizzere considerano il fenomeno “sotto controllo”. Al momento non sono segnalati casi in territorio italiano. Ma resta alta la soglia di attenzione nel Verbano Cusio Ossola.