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I polmoni dei bambini contagiati dal nuovo coronavirus possono subire danni. Dalle immagini catturate con la Tomografia assiale computerizzata (Tc) si evince chiaramente che i polmoni dei piccoli pazienti possono riempirsi di liquido e tessuto infiammato. Lo ha scoperto un gruppo di ricercatori del Boston Children’s Hospital in uno studio pubblicato sulla rivista American Journal of Roentgenology. Gli studiosi hanno analizzato le immagini relative a 20 bambini per valutare se esiste il rischio di danni ai polmoni.

“Circa i due terzi dei pazienti pediatrici presentava segni di infiammazione diffusa, in grado di aumentare le difficoltà respiratorie”, spiega Alexandra Foust, autrice della ricerca. “Sebbene i bambini sembrino essere meno colpiti dall’alto tasso di contagio di Covid-19, essi possono essere più vulnerabili in alcuni casi”, commenta la ricercatrice. Il suo team ha valutato i risultati degli esami radiologici di bambini affetti dal nuovo coronavirus per confrontarli con quelli di piccoli pazienti che avevano contratto altre patologie respiratorie. 

“Sappiamo ancora molto poco su Covid-19, specialmente su cosa provochi nei bambini. Secondo i dati di Centers for Disease Control and Prevention, i minori di 18 anni rappresenterebbero solo l’1,7 per cento dei casi di infezione”, aggiunge Foust, ricordando un altro studio, condotto dagli esperti di Wuhan e pubblicato su Pediatric Pulmonology, secondo cui gran parte dei 20 pazienti pediatrici analizzati presentava il cosiddetto “segno dell’alone”, che può essere un indicatore specifico di aspergillosi polmonare invasiva o di gravi infezioni.

“Questa caratteristica sembra essere peculiare dei pazienti Covid-19 e non era stata documentata con le altre malattie. Ad ogni modo, tutte le ricerche in merito stanno evidenziando aspetti prima ignoti del nuovo coronavirus. Speriamo che gli sforzi della scienza saranno efficaci il prima possibile per trovare una cura e arginare la pandemia”, afferma ancora Foust.

“I bambini nel complesso sembrano meno colpiti rispetto agli adulti. In uno studio condotto su 2.143 soggetti sembrava emergere che il 94,1 per cento aveva contratto la malattia mostrando sintomi lievi o nulli. Dobbiamo continuare a indagare su questa malattia, che ha ancora molti aspetti sconosciuti”, sottolinea la ricercatrice. 

Sta accadendo qualcosa di strano nei contagiati dal covid-19 che i medici non riescono a spiegare: nell’ultimo mese un numero crescente di persone, arrivate in ospedale con un livello di ossigeno sotto la soglia di sicurezza, riesce a riprendersi senza bisogno dell’aiuto di ventilatori.

Fino a poche settimane fa la scarsa presenza di ossigeno, sotto il 95 per cento, era il primo segnale di un quadro clinico destinato al peggioramento: nel giro di pochi giorni i pazienti sarebbero andati incontro a una grave crisi respiratoria, al danneggiamento degli organi e, infine, alla morte.

In alcuni ospedali, da New York a Londra, sta accadendo qualcosa che, al momento, appare inspiegabile: le persone riprendono a respirare senza bisogno di aiuto, al punto che i medici stanno cominciando a pensare a terapie alternative, che non prevedono il ricorso ai preziosi ventilatori. “In passato – spiega al Wall Street Journal un medico dello Stony Brook Hospital di New York, Scott Weingart – partivi dall’idea che senza intubarli, li avresti persi”.

Nel Regno Unito il 58,8 per cento di contagiati bisognosi di ventilatori è morto, quasi il doppio rispetto alle vittime per altre patologie respiratorie come la polmonite. A New York l’88 per cento dei 320 pazienti sottoposti a ossigenazione meccanica non ce l’ha fatta, mentre tra quelli che non ne hanno avuto bisogno il tasso di mortalità è stato dell’11,7. “Adesso non è più cosi'”, conferma Wingart. Respirano, restano coscienti, si riprendono da soli. Questi tipi di pazienti sono stati ribattezzati “ipossemici felici”, riferimento al paradosso tra il basso livello di ossigeno nel sangue e la facilità con cui riescono a respirare.

Tra questi, il caso di un uomo di 42 anni, arrivato al pronto soccorso con un livello di ossigeno così basso che sarebbe dovuto essere in stato di incoscienza, invece i medici lo avevano trovato seduto sul letto, a parlare e scherzare. Per rialzare il livello è bastato utilizzare cannule di ossigeno, meno invasive dei ventilatori, composti invece da tubi che arrivano fino alla trachea e che, generalmente, venivano usate in sala operatoria o per assistere pazienti malati di cancro ai polmoni, sclerosi, danni cerebrali.

Il fenomeno, analizzato dal Wall Street Journal, in realtà è stato raccontato per la prima volta un mese fa, grazie a un sito americano specializzato in notizie mediche, Statnews, che ha raccontato storie di pazienti che, nonostante l’ipossemia accertata, non presentavano problemi di respirazione. Il sito chiedeva se non fosse il caso di prevedere terapie alternative meno invasive. Il fenomeno potrebbe avere ripercussioni sulle strategie per combattere il virus e portare, finalmente, una buona notizia: la mancanza di ventilatori, all’inizio della pandemia, è stata una delle grandi emergenze che i governi hanno dovuto affrontare, al punto da prospettare, negli ospedali, il ricorso a una macabra scelta su chi salvare, in mancanza di ventilatori per tutti. Adesso potrebbe non essere più un fattore di preoccupazione. Un minore ricorso a questi strumenti potrebbe, inoltre, produrre un altro effetto positivo sui pazienti ricoverati: la riduzione del rischio di infezioni polmonari, che un uso prolungato dei ventilatori può provocare. 

​Un documento tecnico dell’Inail di fine aprile, un recentissimo studio del Politecnico di Torino, le linee di indirizzo del ministero della Salute e un documento dell’Istituto superiore di Sanità. Sono queste le ‘basi’ da cui aziende di ogni tipologia devono trarre spunto per avviare la procedura di pulizia e sanificazione degli ambienti in vista della ripresa della cosiddetta Fase 2.

“Se io fossi un’azienda – spiega all’AGI il professor Americo Cicchetti, ordinario di economia all’Università Cattolica del sacro Cuore e direttore di Altems, Alta scuola economia e management dei sistemi sanitari – e dovessi sanificare gli ambienti di lavoro per riprendere l’attività con il rientro in sede del personale per prima cosa prenderei come riferimento le indicazioni fornite dall’Inail, soggetto quindi istituzionale, che illustra le misure di contenimento e prevenzione nei luoghi di lavoro”.

“L’Inail – chiarisce Cicchetti – sulla base di tre variabili (esposizione, prossimità e aggregazione) ci dice ad esempio che gli ambienti o le categorie professionali ad alto rischio contagio sono le farmacie, le forze dell’ordine, la sanità, gli atleti professionisti, le agenzie funebri e i parrucchieri. A rischio medio-alto sono le aziende che fanno attività di manutenzione, e poi i corrieri, chi lavora nella ristorazione, nel mondo dello spettacolo, badanti e colf”.

“Quello che magari Inail non dice nel dettaglio, e mi riferisco all’organizzazione spicciola del lavoro in un’azienda, lo spiega molto chiaramente il Politecnico di Torino che fornisce una serie di raccomandazioni sulle procedure operative da adottare in questa fase 2, settore per settore. Viene illustrato come scaglionare gli ingressi, come studiare i flussi di passaggio delle persone interne ed esterne alla sede lavorativa, come regolare gli spostamenti interni dei lavoratori, come gestire le riunioni (visto che quelle in presenza sarebbero da evitare), come usare gli spazi comuni (dagli ascensori alla mensa, all’area ristoro con le macchinette che distribuiscono bevande e snack), più tutta una serie di suggerimenti sull’utilizzo dei dispositivi di prevenzione e protezione”. 

Sul tema della sanificazione degli ambienti, in particolare, secondo il professor Cicchetti “sono importante le linee di indirizzo rese note dal ministero della Salute, secondo cui la procedura di pulizia aziendale deve essere affidata a società specializzate che debbono avere determinate caratteristiche e requisiti ben precisi, così come prevede un decreto del 1997. E’ invece l’Istituto superiore di Sanità a indicare quali sono i prodotti migliori da utilizzare per pulire gli ambienti di lavoro o anche quelli di casa. Ogni azienda avrà ovviamente un suo referente, di solito è quello che si occupa di prevenzione e sicurezza, e sarà il servizio di igiene delle Asl competenti per territorio a controllare eventualmente se le procedure di sanificazione ambientali siano state seguite in modo corretto dalle singole aziende”. 

 

L’Istituto superiore di sanità ha dato il via libera alla realizzazione delle mascherine di protezione fatte in casa. A livello di popolazione generale quello che viene raccomandato a livello internazionale è che le mascherine devono essere multistrato e uno può anche confezionarle in proprio, fermo restando che invece i modelli piu sofisticati Ffp2 e Ffp3 sono per uso diverso, ha detto il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, Silvio Brusaferro, nel punto stampa all’Iss sull’andamento dell’epidemia. 

La recente vicenda di un uomo che indossando una maschera N95 alla guida ha perso i sensi e si è schiantato contro un palo, è iun esempio di come alcune persone potrebbero non rendersi conto che le maschere possono fare più danni che benefici se indossate in modo improprio.

In particolare, le N95 sono indispensabili per gli operatori essenziali, ma l’utente medio potrebbe non capire esattamente come utilizzare questo tipo di maschere realizzate appositamente per gli operatori sanitari.

La dottoressa Shawn Nasseri, specializzata ad Harvard, ha definito le differenze tra le tipologie di mascherine:

N95 – Le maschere respiratorie o N95 in realtà richiedono una formazione su come usarle in modo efficace. Proteggono chi lo indossa dal 95% di particelle più piccole di 3 micron, ma possono anche ridurre l’ossigeno del 25%.

Chirurgico: una maschera chirurgica ha tre strati con tessuto occlusivo per formare una barriera protettiva, un secondo strato di filtrazione e uno strato interno di cotone come secondo strato di filtrazione. Sono considerati efficaci all’80-90% nel ridurre l’esposizione di chi lo indossa alle goccioline respiratorie.

Fai-da-te – La loro efficacia dipende da come sono realizzati, ma le maschere fai-da-te possono aiutare anche se non sono efficaci quanto le maschere chirurgiche o respiratorie.

Luoghi essenziali da indossare: non è necessario indossare una maschera mentre si è in macchina a meno che non si condivida la corsa. Dovrebbero essere indossate all’esterno in luoghi in cui non è possibile mantenere una distanza di almeno un metro dagli altri, ad esempio negozi di alimentari, attività commerciali, trasporti pubblici o su un marciapiede in cui non è possibile mantenere una distanza adeguata.

Durata: idealmente si dovrebbe indossare una maschera solo per un’ora o due alla volta. Quando si è al lavoro e si sta condividendo uno spazio con ricilcolo d’aria, indossare una maschera è essenziale, ma è meglio non farlo per più di 3-4 ore. A quel punto andare in bagno o uscire per fare una pausa dall’uso e prendere aria fresca.

Uso corretto: assicurarsi che calzi bene perché se la si sposta durante l’utilizzo si perde qualsiasi beneficio. Non toglierla, a meno che non ci si trovi in ​​un luogo sicuro. Quando si creano maschere a casa, dovrebbero essere più aderenti al viso e andare 2,5 centimetri sopra il naso e un 2,5 centimetri sotto il mento.

Non è ancora certo che il coronavirus sviluppi anticorpi di protezione, se, cioè chi si è ammalato sia protetto contro la possibilità di ammalarsi di nuovo, ma gli scienziatio hanno fatto un importante passo avanti nella terapia per il Covid-19  

“Questo virus ancora non ci dice con certezza se sviluppa anticorpi di protezione o meno” ha detto Francesco Le Foche, immunologo clinico, intervenendo ai microfoni di Rai Radio2, “Dobbiamo essere molto cauti sull’interpretazione di questi test sierologici. Certo è che ci sono dei progressi importantissimi, come per esempio l’anticorpo chimera, il cui nome tecnico è 47d11, un anticorpo un po’ particolare che ci dice essere sicuramente neutralizzante. Questa è una notizia importante. L’università di Utrecht, in Olanda, ha pubblicato su Nature, di aver sviluppato un anticorpo monoclonale. Un anticorpo fatto in laboratorio, che si può riprodurre continuativamente”.

“Questo anticorpo – chiarisce Le Foche – si lega all’arpione del virus e non permette all’arpione del virus di agganciare la cellula. È un anticorpo neutralizzante che non è un vaccino. Si chiama immunoterapia passiva. Oggi si parla molto del plasma, questa è una cosa simile, ma fatta in laboratorio e con gli anticorpi selettivi, che funzionano. Insomma, è stato trovato un anticorpo che potrebbe essere utilizzato per una terapia. Non è una cosa immediata, ma un progresso fondamentale perché può essere utilizzato come anticorpo neutralizzante ed essere attivo su questo virus, perché è specifico. Questo anticorpo era già stato studiato per la Sars, si è visto che questo studio è stato messo in campo già all’epoca. Poi non è stato utilizzato – spiega ancora l’immunologo – perché la Sars nel luglio del 2003 se ne è andata completamente. Probabilmente succederà anche con il Covid-19. Spero non si utilizzi mai questo anticorpo, ma è un ausilio fondamentale. Il coronavirus sembra comunque ridurre la sua potenza virologica e dare delle sindromi meno gravi”.

Potrebbe essere nel sangue dei guariti la chiave per curare, almeno nei casi più seri, i malati di Covid-19. La terapia con il plasma, ricco degli anticorpi sviluppati dal guarito, è una delle strade che si stanno percorrendo per trovare una cura a un virus per il quale al momento non esistono soluzioni definitive. In Italia si sta sperimentando al San Matteo di Pavia, insieme all’ospedale Carlo Poma di Mantova, e i primi risultati, a detta dei ricercatori, sono incoraggianti.

La tecnica è complessa ma nota agli scienziati da molti anni: “Noi alla Emory University – spiega il virologo Guido Silvestri – lo abbiamo usato già nel 2015 in pazienti con Ebola”. E anche nel caso del coronavirus, ci sono studi internazionali pubblicati ormai da mesi, quando il plasma è stato testato sui pazienti in Cina durante la prima fase della pandemia. In America il trattamento è approvato dalla FDA a marzo, e a oggi negli Usa sono state fatte 4.400 infusioni con plasma donato da oltre 8mila convalescenti.

Ma di cosa si tratta?

Il plasma, ovvero la parte piu’ ‘liquida’ del nostro sangue, è composto da acqua, proteine, nutrienti, ormoni, quindi senza elementi corpuscolati (ossia globuli rossi, globuli bianchi e piastrine). Per questo e’ di colore chiaro e non più rosso. Ma soprattutto, contiene una quota di anticorpi che si sono formati dopo la battaglia vinta contro il virus, i cosiddetti anticorpi neutralizzanti, che si legano all’agente patogeno e lo marcano.

Sui risultati dei vari studi, sottolinea Silvestri in un suo intervento sul portale Medicalfacts, “l’impressione preliminare è che si tratti di un approccio molto promettente. Tra i vantaggi, oltre al precedente di Ebola e al razionale fisio-patologico, citerei l’entusiasmo dei donatori (noi ne abbiamo davvero tantissimi, anche se non tutti hanno un titolo alto di anticorpi anti-SARS-CoV-2), il basso costo, e la minima tossicità. Lo svantaggio principale, non insormontabile, è la virtuale impossibilità di standardizzare vista la variabilità da donatore a donatore”.

In effetti, anche se i risultati sono buoni, non bisogna dimenticare i due problemi principali: la disponibilità appunto, e il fatto che il plasma, e le proteine che contiene, deve essere compatibile con l’individuo a cui si fa l’infusione. Per questo all’Istituto Mario Negri si sta testando un’altra strada, come spiega all’AGI il fondatore Silvio Garattini: “Si sta cercando di non somministrare tutto il plasma, ma di estrarre solo gli anticorpi neutralizzanti, proprio per evitare problemi di incompatibilita’. In tempi non lunghissimi, entro la fine di maggio, dovremmo avere le prime risposte”.

In generale, comunque, anche per Garattini quella del plasma “è una via assolutamente da seguire, i primi dati disponibili sembrano interessanti. Ma non sarà ‘la’ terapia, si tratta di una cura per l’emergenza, finché non verranno messi a punto farmaci specifici, anche perché il trattamento deve essere in ambito ospedaliero, e solo su pazienti in condizioni serie”.

Molti studi sembrano concordare che ci sia un legame tra la mortalità per Covid-19 e l’inquinamento. Ma per quasi tutto non è chiara la causa precisa. A fare un’ampia disamina sull’argomento è stata la rivista New Scientist, che ha passando in rassegna alcuni studi che hanno come oggetto la presunta correlazione tra cattiva qualità dell’aria e tasso di mortalità della malattia.

“Abbiamo analizzato i dati raccolti da oltre 120 stazioni di monitoraggio in tutta l’Inghilterra per raccogliere informazioni sul tasso di infezione e di mortalità del coronavirus in base alla qualità dell’aria”, spiega Marco Travaglio dell’Università di Cambridge. Il suo team ha analizzato i livelli di biossido di azoto (NO2) e di monossido di azoto (NO) nelle varie zone, e dallo studio sembra emergere un legame tra i livelli più elevati di inquinamento e il tasso di infezione e mortalità del virus.

“Saranno necessari ulteriori studi per confermare questi dati: dobbiamo cercare di rintracciare la causa della correlazione, più che un’eventuale prova a riguardo. Ad ogni modo le condizioni di salute che conseguono all’esposizione prolungata ad ambienti con scarsa qualità dell’aria sono notevolmente simili a quelle che provocano vulnerabilità al coronavirus”, aggiunge il ricercatore.

Uno studio simile è stato condotto dai ricercatori dell’Università Martin Luther di Halle-Wittenberg, in Germania, in cui sono stati mappati i livelli di biossido di azoto in relazione dei decessi da Covid-19 a livello regionale in Italia, Spagna, Francia e Germania. “Abbiamo scoperto che un’esposizione prolungata all’inquinamento atmosferico potrebbe essere un fattore rilevante nell’aumento della mortalità”, dichiara Yaron Ogen, che ha guidato le ricerche.

Anche il team di Dario Caro dell’Università di Aarhus in Danimarca ha indagato nello stesso campo. “Gli abitanti nelle zone più inquinate avevano un livello più elevato di cellule infiammatorie delle citochine, il che li rende potenzialmente più vulnerabili al nuovo coronavirus”, osserva Caro. “Per ogni microgrammo di particolato fine le persone potrebbero essere esposte ad un aumento dell’8 per centi nel tasso di mortalità”, afferma Francesca Dominici, dell’Università di Harvard. “Il problema principale delle ricerche condotte finora è che il collegamento tra esposizione all’aria inquinata e aumento di mortalità potrebbe essere dovuto ad altri fattori, non abbiamo la certezza di una relazione causa-effetto”, precisa Benjamin Barratt, ricercatore presso il King’s College di Londra.

“Dobbiamo ad esempio considerare parametri come la densità di popolazione, o livelli di traffico, che produce NO. Le zone considerate più a rischio da questi studi presentano tantissime peculiarità che vanno considerate. Sostenere che l’inquinamento favorisce la diffusione del coronavirus con questi dati sarebbe come affermare che il consumo di pollo fritto nelle città più popolate provoca lo stesso risultato”, commenta Barratt.

“Ci sono studi che tengono conto di altri fattori, come l’età media e l’etnia della popolazione, o i livelli di particolato, ma si tratta di stime che analizzano vaste aree geografiche. È troppo presto per valutare i risultati in maniera significativa”, concorda Jonathan Grigg della Queen Mary University di Londra. “Non abbiamo ancora una risposta definitiva, per sapere se l’inquinamento può influire nella diffusione e nella pericolosità del virus saranno necessari i rapporti più dettagliati. Non è irragionevole ipotizzare che i danni di salute derivanti dall’esposizione prolungata all’inquinamento atmosferico possano rendere le persone più vulnerabili, ma non possiamo ancora trarre conclusioni affrettate”, dichiara ancora Barratt.

“Sappiamo con certezza, però, che possiamo e dobbiamo impegnarci per mantenere pulita la nostra aria. Correlazione o meno, questa non sarà l’ultima pandemia che affronteremo, e dobbiamo avere la lungimiranza di proteggere la nostra salute”, conclude Stephen Holgate, dell’Università di Southampton.

“Non è chiaro quanto le persone che risultano positive al nuovo coronavirus per un periodo di tempo prolungato siano o meno infettive. E’ certamente un aspetto epidemiologico da valutare e seguire con grande attenzione”. Lo ha detto all’AGI Giovanni Maga, direttore dell’Istituto di Genetica Molecolare del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Pavia, a commento del caso del calciatore Paulo Dybala che sarebbe risultato positivo al Sars-Cov2 39 giorni dopo la prima rilevazione.

“In un numero ristretto di pazienti durante il corso dell’epidemia, in questi mesi, sono stati riscontrati casi in cui non avveniva la negativizzazione dei tamponi anche dopo un lungo periodo dalla scomparsa del quadro clinico caratteristico dell’infezione. Parliamo quindi di persone che risultavano positive al tampone dopo 2-3 settimane dalla fine della sintomatologia”, riferisce Maga.

“Questo non stupisce, nel senso che è noto anche in altre infezioni – continua – che non tutti i soggetti sono in grado di eliminare completamente il virus e una non perfetta eliminazione del virus, che magari permane a bassi livelli, è anche probabilmente all’origine di quelli che sono stati dapprima identificati come re-infezioni e che invece con tutta probabilità sono riattivazioni del virus che non era stato completamente eliminato dal sistema immunitario”. Al momento, precisa l’esperto, “tutti questi casi sono in un numero molto limitato e rientrano nella variabilità che ciascuna persona ha nella sua risposta immunitaria”, dice.

“Quello che ancora non è chiaro – prosegue – è quanto queste persone sono infettive. La positività al tampone non correla con la capacità di trasmettere il virus perchè dipende anche dalla quantità di virus presente nella vie respiratorie che può essere rilasciata da una persona soprattutto se non ha sintomi, cioè non starnutisce e non tossisce. Se la casistica dovesse aumentare di numero, bisognerà considerare anche questa eventualità all’interno delle misure di contenimento e di valutazione dei pazienti che dovranno essere adottate”. 

“Se il presidente Trump è così sicuro delle soluzioni che propone, allora perchè non inizia lui a farsi delle iniezioni di disinfettante per dimostrarne l’efficacia e soprattutto la non pericolosità?”. Lo ha detto all’AGI Massimo Andreoni, primario del reparto di Malattie infettive del policlinico Tor Vergata di Roma e direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit).

“Una persona così autorevole, come il presidente degli Stati Uniti, deve fare molta attenzione ai messaggi che lancia soprattutto quando possono rivelarsi letali”, aggiunge l’esperto che ha dedicato ampio spazio al problema della fake news nel libro ed ebook “Covid-19. Il virus della paura”, un’iniziativa divulgativa targata Consulcesi.

“È bene ribadire che la somministrazione di disinfettanti per via endovenosa non ha alcuna base scientifica e che può essere molto pericolosa per la salute”, sottolinea Andreoni. “I disinfettanti destinati all’uso umano sono generalmente per uso topico, anche se il presidente degli Stati Uniti sembra pensarla diversamente”.

Morbillo, pertosse e rosolia. Ma anche varicella e difterite. Sono molte e diverse le malattie che, in tempi di Covid-19, potrebbero dare a luogo a pericolosi focolai. La colpa è del rallentamento o addirittura della sospensione dell’offerta vaccinale da un lato e del timore dei genitori di recarsi ai centri vaccinali dall’altro. “Nel nostro paese abbiamo registrato un calo delle vaccinazioni che si aggira tra il 10 e il 20 per cento”, dice all’AGI Giuseppe Mele, presidente della Società Italiana di Medici Pediatri e responsabile scientifico dei corsi Ecm di Consulcesi dedicati ai vaccini.

“In alcune regioni il calo è stato più significativo di altre e anche il solo rallentamento potrebbe creare modifiche nelle tempistiche, che andrebbero invece rispettate, e che alla fine potrebbero vanificare il nostro impegno di immunizzare adeguatamente i bambini”, aggiunge.

In Calabria il calo delle vaccinazioni è stato tra i più evidenti. In un’intervista rilasciata alla Gazzetta del Sud Domenico Minasi, presidente della sezione calabrese della Società italiana di pediatria e dell’Associazione pediatri ospedalieri italiani, parla di una gravissima riduzione delle immunizzazioni. “Nella nostra provincia, il calo nei vari centri vaccinali, che non hanno mai chiuso, ha raggiunto punte del 70-80% in meno rispetto allo stesso periodo del 2019”.

Nella Capitale, il calo è un po’ sopra la media nazionale. “Nonostante abbiamo continuato a garantire la disponibilità dei servizi vaccinali, pur adeguandoci alle misure di precauzione per l’emergenza Covid-19, da marzo ad aprile 2020 abbiamo registrato un calo delle vaccinazioni del 28-29 per cento rispetto allo stesso periodo nel 2019”, riferisce Roberto Ieraci, referente scientifico per le vaccinazioni della Asl Roma 1.

“Un piccolo rallentamento ce lo aspettavamo, considerate le misure necessarie di distanziamento e igiene che ogni centro deve garantire, ma il calo è dipeso probabilmente più dai timori dei genitori che da una variazione della nostra disponibilità”, aggiunge. Cosa che invece non è successa in regioni ben più colpite dall’emergenza, come l’Emilia Romagna.

“Per fare un esempio, nell’Asl di Piacenza, nonostante la necessaria riorganizzazione dei servizi vaccinali, rispetto al primo trimestre del 2019, in quello del 2020 abbiamo registrato un calo del 3,5 per cento nella somministrazione della prima dose di esavalente e un calo del 4 per cento nella somministrazione del trivalente, quello de morbillo, parotite e rosolia”, riferisce all’AGI Giacomo Biasucci, presidente della sezione dell’Emilia Romagna della Società italiana di pediatria.

Da una ricognizione sui servizi vaccinali effettuata da Cittadinanzattiva emerge un quadro piuttosto disomogeneo. In generale, si evince che le regioni del Nord tendono a limitare gli accessi, sospendendo o rimandando alcune vaccinazioni. Si tratta prevalentemente di quelle rivolte agli adolescenti, adulti, viaggi. “Alcune regioni – si legge in una nota di Cittadinanzattiva – però come le Marche, la Provincia Autonoma di Trento e l’Umbria non completano neanche i cicli delle vaccinazioni obbligatorie.

Chiudono completamente i servizi vaccinali in Piemonte fino a data da destinarsi, mentre la Lombardia nonostante la gravità della situazione sanitaria ha riaperto regolarmente tutte le vaccinazioni dal 14 aprile, e non è comprensibile perché la decisione di chiudere sia stata adottata anche in Sicilia dove i contagi sono nettamente inferiori: Messina chiude e a Palermo sono garantite solo le prime inoculazioni. Così come sono regolarmente attivi in Lazio, Valle d’Aosta, Calabria e Puglia”.

Veneto, Abruzzo, Sardegna e Toscana – sempre secondo la ricognizione di Cittadinanzattiva – garantiscono al momento solo le vaccinazioni obbligatorie previste per la fascia 0-6, chiudendo quindi alla possibilità dei richiami previsti oltre quella fascia di età. L’Emilia Romagna presenta poi una situazione molto disomogenea: mentre a Ferrara si può fare qualsiasi vaccinazione, Bologna  sospende solo quelle per necessità legate ai viaggi, Imola conferma solo le pediatriche, Parma sospende le vaccinazioni Hpv e conferma solo chi già prenotato. Ultime, nelle Marche e a Trento si fanno solo le vaccinazioni per la fascia 0-2 anni.