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Il 6 marzo l’Aspirina compie 120 anni e nonostante l’età è ancora il più comune antinfiammatorio in commercio. Dell’Aspirina non ricordiamo nemmeno il principio attivo (l’acido acetilsalicilico), la chiamiamo semplicemente con il suo nome di battesimo. L’assumiamo – non sempre in modo corretto – in caso di raffreddore, febbre, dolori mestruali e non solo. Ha inoltre un effetto protettivo su cuore e circolazione. E a pochi giorni dal suo compleanno, una ricerca italiana finanziata da Airc e da fondazione Cariplo, pubblicata sulla rivista British Journal of Cancer, conferma un’ipotesi che circola da tempo: i Fans, i farmaci antinfiammatori non steroidei di cui fa parte anche l’Aspirina, contrastano lo sviluppo di diversi tipi di neoplasie maligne, quali quelle del colon-retto, del seno e dell’ovaio.

Breve storia dell’aspirina

I primi studi sull’aspirina risalgono al 1828. Si legge sul sito Educational.Rai che nel 1828 il chimico italiano, Raffaele Piria, scoprì l’acido salicilico e nel 1853 Charles Frédéric Gerhardt, un chimico francese, produsse l’acido acetilsalicilico, anche se in forma impura, con gusto sgradevole e spesso con riflessi negativi sulla mucosa gastrica. Il merito di aver ideato un farmaco ben tollerato dai pazienti, e avente gli stessi effetti, va appunto a Felix Hoffmann, che può essere definito il vero e proprio inventore dell’Aspirina.

Nel 1897 un giovane chimico della Bayer, Felix Hoffmann, iniziò a condurre degli studi per trovare  un composto efficace e tollerabile, per alleviare i dolori reumatici del padre, che non tollerava il salicilato di sodio. Hoffmann tentò di nobilitare l’acido salicilico per migliorarne la tollerabilità e riuscì nel suo intento mediante l’acetilazione, cioè attraverso la combinazione di acido salicilico con acido acetico.

Il 10 agosto 1897 descrisse nelle sue note di laboratorio l’acido acetilsalicilico (ASA), da lui sintetizzato in forma chimicamente pura e stabile. Prima della sua registrazione, l’ASA fu sottoposto a sperimentazione clinica, una prassi fino ad allora sconosciuta. I risultati furono così positivi che la direzione dell’azienda non esitò ad avviare la produzione del farmaco. Il 1 febbraio 1899 venne depositato il marchio Aspirina che un mese dopo, il 6 marzo, fu registrato nella lista dei marchi di fabbrica dell’Ufficio Imperiale dei Brevetti di Berlino.

7 cose sull’Aspirina

Il nome deriva da un fiore –  Il nome è formato dal prefisso “a-“ per il gruppo acetile, con “spir-“ dal fiore Spiraea, da cui deriva l’acido salicilico, e col suffisso “-in”, usato generalmente per i farmaci all’epoca.

Fin sulla luna – Il 12 luglio 1969, l’astronauta americano Neil Armstrong diventa il primo uomo a poggiare piede sulla luna. Per il suo viaggio il dottor Charles Berry, direttore sanitario dell’Ente Aeronautico e Spaziale Statunitense (NASA), aveva inserito nell’armadietto dei medicinali di primo soccorso del modulo lunare Apollo XI anche l’Aspirina. La Bayer commentò: “Non ci sono dubbi che l’Aspirina verrà utilizzata per sempre come rimedio universale”.

La più usata del secolo scorso – L’Aspirina è il farmaco più venduto del Novecento. Si stima che ogni anno ne vengano consumate circa 40.000 tonnellate e fa parte dei farmaci considerati indispensabili dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

La concorrenza nel primo dopoguerra – Anche se il nome Aspirin fu inizialmente il marchio commerciale coniato dalla Bayer, l’azienda perse il diritto ad usarlo in molte nazioni dopo la Prima Guerra Mondiale. Sul mercato apparvero quindi aspirine prodotte da numerose case farmaceutiche.

Un nome globale – Attualmente, “aspirina” è un nome comune in:

  • Australia,
  • Argentina,
  • Francia,
  • India,
  • Irlanda,
  • Nuova Zelanda,
  • Pakistan,
  • Filippine,
  • Sudafrica,
  • Regno Unito,
  • Stati Uniti.

Vietata ai bambini – L’Aspirina non deve essere somministrata a bambini e adolescenti, perché causa di aumento del rischio di sviluppo della sindrome di Reye: una malattia grave caratterizzata da encefalopatia acuta e da steatosi epatica. Al suo posto vengono usati il paracetamolo o i FANS non salicilati, come l’ibuprofene​

La leggenda napoletana – Secondo una storia diffusa nella città di Napoli, il nome “Aspirina” deriva da “Aspreno”, uno dei santi protettori della città partenopea, il cui culto è rimasto in voga fino agli anni ’20 del secolo XX. Infatti, prima dell’uso tradizionale della compressa, buona parte della popolazione afflitta da mal di testa si recava nella chiesa omonima, sita nei pressi di Piazza della Borsa, ove inseriva il cranio ben rasato in una piccola teca in cui erano conservate le reliquie del Santo. Si narra, allora, che, in una sua visita alla città, l’allora amministratore delegato dell’azienda Bayer, in visita nel capoluogo partenopeo, udì questa storia e al rientro in Germania diede alla molecola brevettata il nome che derivava da “Aspreno”, Aspirina, appunto.

Su richiesta dei consumatori, i fast food propongono alternative al classico hamburger-patatine con una crescente offerta di piatti “salutari”, ma non fatevi ingannare da insalate e panini vegetariani. Negli ultimi 30 anni i menù sono sempre più calorici, salati e le porzioni sempre più abbondanti. A lanciare l’allarme è il ‘Journal of the Academy of Nutrition and Dietetics’, in una nuova analisi dei ricercatori della Boston University che ha dimostrato come tra il 1986 e il 2016 antipasti, contorni e dessert siano aumentati significativamente in porzioni, calorie e sale.

Una ricerca della Boston University

Per farlo hanno passato in rassegna i dati raccolti dalla guida ‘The Fast Food Guide’, informazioni online dei dieci fast-food più popolari negli Stati Uniti. Numeri alla mano, in 30 anni, la quantità media degli antipasti è aumentata di 39 grammi, 90 calorie e contiene 13,8% di sale in più. Stesso trend per il contorno classico, le patatine, con 42 calorie e 12% di sodio in più. Ancora peggio con i dolci, le cui porzioni sono più grandi di 72 grammi, con un’aggiunta di 186 calorie. Nel contempo, precisano i ricercatori, la varietà dei piatti nei menù è aumentata del 226%, ma queste nuove alternative tendono anche ad essere meno salutari di quelle disponibili tre decenni fa.

In 4 dei 10 ristoranti presi in esame dallo studio, erano disponibili informazioni sul contenuto di calcio e ferro: il primo è aumentato significativamente in antipasti e dessert, mentre i livelli di ferro sono aumentati solo nei dessert. “Il cambiamento dei livelli di calcio e ferro, in particolare i dessert, è un aspetto positivo poiché questi nutrienti sono importanti per la salute delle ossa e prevengono l’anemia”, scrivono i ricercatori, sottolineando tuttavia che ci sono fonti migliori per poterli assumere, che non arrivano da cibi con un così alto contenuto di calorie e sale. 

Il 40% degli americani sono obesi

“Il nostro studio offre alcuni spunti su come il cibo dei fast food contribuisca ad aggravare i problemi di salute cronici più costosi e letali negli Stati Uniti, tra cui l’obesità e le patologie cardiache” ha spiegato Megan A. McCrory, ricercatrice dell’Università di Boston e co-autrice della nuova ricerca. Negli Stati Uniti il 40% degli adulti soffre di obesità, una condizione che colpisce anche la popolazione più giovane; secondo fattore di rischio della disabilità e quarta causa di rischio morte. “Alcune di queste catene sono più sane di altre, ma le calorie, le porzioni e il contenuto di sodio nel complesso sono peggiorati nel tempo e rimangono a livelli elevati” ha ribadito la McCrory.

“Abbiamo bisogno di trovare strategie migliori per aiutare le persone a consumare meno calorie e sodio nei ristoranti fast-food”, concludono gli autori. Tra le possibili soluzioni, la ricerca suggerisce l’offerta di menù in quantità più ridotte e l’indicazione più chiara delle calorie per ogni piatto. Secondo l’ultimo rapporto dei ‘Centers for Diseases Control’, un americano su due va tutti i giorni al fast-food per un pasto o almeno uno spuntino.

In Italia monitoraggio calorie 

In Italia invece, più che monitorare l’andamento quantitativo e calorico dei pasti consumati nei fast food, gli studi si concentrano sulla trasparenza delle informazioni fornite ai consumatori e fanno confronti tra le varie catene. Del resto su ogni singola confezione di molti brand è possibile leggere le specifiche dei vari prodotti che compongono i menù. Il classico pasto con panino, patatine e bibita delle firme presenti nel Paese fornisce in media circa mille calorie.

Il nodo non riguarda l’apporto calorico ma bensì le quantità di proteine, grassi, zuccheri e sale contenuti da quei prodotti. Ad esempio uno dei panini più amati dagli italiani, il Big Mac, fornisce 509 calorie, di cui 27 g di proteine – il 53% del fabbisogno medio quotidiano di un adulto – 36 g di grassi di cui 10 saturi, 42 g di carboidrati – solo il 16% del nostro fabbisogno – e ben 2,3 g di sale, il 38% delle dosi da non superare in una giornata. Il classico bicchiere di Coca Cola alla spina contiene 160 calorie con 42 g di carboidrati e altrettanti di zuccheri, quindi da solo copre il 47% del nostro fabbisogno quotidiano di zuccheri.

A confronto il menù base delle catene di pizza – una fetta di pizza margherita e una Coca Cola – raggiunge al massimo 535 calorie per le porzioni più abbondanti. Per fare il confronto, un piatto di pasta al pomodoro contiene circa 350 calorie e una quantità considerevole di grassi in meno.

Due milioni di ‘junk food lover’

Un recente rapporto Censis ha rivelato che in Italia quasi due milioni di persone seguono cattive abitudini alimentari, definendosi ‘junk food lover’. Nel 2017 McDonald’s Italia ha visto i ricavi crescere del 10,63%, a circa 1,2 miliardi di euro, con circa il 9% di visite di clienti in più nei suoi 557 punti vendita.

“La buona dieta italiana – si legge nel rapporto – spiega molto del basso tasso di obesità degli italiani. Se adottassimo il modello alimentare degli Usa, nei prossimi anni il numero di obesi potrebbe salire di oltre 15 milioni di persone”. Tuttavia oggi un italiano su dieci è obeso e uno su tre è in sovrappeso.

I consigli dei dietologi e Yazio

Tra i consigli dei dietologi per chi non può fare a meno di un pasto al fast-food: dire no a patatine – del resto la porzione ideale secondo una ricerca di Harvard è di solo sei – e bibite gassate e zuccherate, riducendo così l’apporto di 350 calorie. Al posto del panino i bocconcini di pollo e bevande light, evitando di aggiungere snack e dolci. Altrimenti menù e dolce vanno divisi in due per dimezzare le calorie assunte.

In nostro soccorso ora c’è anche Yazio, una app che offre un conteggio automatico delle calorie dei cibi che scegliamo per i nostri pasti. Tra gli obiettivi alimentari che possiamo selezionare sull’app c’è anche quello di evitare di consumare pasti veloci e calorici per almeno un mese, con tanto di countdown. Anche perché diversi studi hanno dimostrato che il ‘junk food’ agisce sul nostro cervello come una sorta di droga: più ne mangiamo e più ne vorremmo mangiare.

Così i nutrizionisti invitano i consumatori a prendere conoscenza delle calorie contenute in ogni menu e le percentuali di grassi e zuccheri apportati in un solo pasto. L’obiettivo è quello di arrivare a considerare il fast food come uno strappo alla regola e non un comfort food da concederci ogni volta che siamo tristi, abbiamo fretta o non abbastanza budget per andare al ristorante.

Chiedono al Parlamento una moratoria per la tecnologia 5G, il wireless di quinta generazione perché “privo di studi preliminari sul rischio per la salute pubblica”, che vengano avviate al più presto ricerche “indipendenti, di lungo termine e a largo raggio (non solo sui soggetti ‘sani’)”, hanno lanciato da mesi una campagna di sensibilizzazione sul tema, le cui risorse sono state raccolte con una campagna di crowdfunding.

Sono i cittadini di Alleanza Stop 5G, gruppo che ha raccolto l’adesione del magazine Terra Nuova, di Oasi Sana, dell’Associazione italiana elettrosensibili, dell’Associazione elettrosmog Volturino, dell’Istituto Ramazzini, dell’Associazione obiettivo sensibile, dei comitati Oltre la MCS e No Wi-Fi Days, dell’equipe che ha realizzato il docufilm Sensibile.

Leggi anche: Il dossier di Agi sul 5G

Il gruppo ha anche consegnato al Parlamento una petizione con 11 mila firme. ‘Per scongiurare – si legge – l’invasione di milioni di nuove mini-antenne a microonde millimetriche su tutto il territorio nazionale e l’innalzamento dei limiti di legge per l’irradiazione elettromagnetica’. “Non è un’associazione, ma un gruppo sostenuto dal mensile Terra Nuova, dalle associazioni e dai firmatari della petizione” hanno spiegato dall’Alleanza. Uno dei membri, Fiorella Belpoggi, Direttrice dell’area ricerca del Centro per la Ricerca sul Cancro Cesare Maltoni dell’Istituto Ramazzini di Bologna, è stata ascoltata come esperta ricercatrice in Commissione Trasporti, Poste e Telecomunicazioni della Camera, in merito all’indagine conoscitiva sulle nuove tecnologie delle telecomunicazioni, con particolare riguardo alla transizione verso il 5G e alla gestione dei Big Data.

Per sabato poi il gruppo ha organizzato “#Stop5G, emergenza politica di precauzione”, convegno sul tema in programma a Vicovaro, a 30 chilometri da Roma. 

Introduzione senza cautela

Fiorella Belpoggi ha spiegato che “l’introduzione senza cautela del 5G, nonostante gli allarmi, sembra non aver insegnato nulla ai governi rispetto alle lezioni del passato: i governi dovrebbero prendere tempo in attesa di valutazioni accurate sulla pericolosità di questa tecnologia innovativa con studi sperimentali appropriati. L’Istituto Ramazzini – ha aggiunto – ha ancora in essere l’apparato espositivo utilizzato per studiare le frequenze del 3G e si rende disponibile a condividere la propria struttura con le parti interessate, cittadini, istituzioni e industria. Si tratta a questo punto solo di volontà politica, agire per garantire la salute pubblica sarebbe solo un fatto di democrazia”.

Gli studi sul 2G e 3G

Nel 2018, ha ricordato Belpoggi, sono stati pubblicati due studi molto importanti sul tema. Negli Usa settemila topi da laboratorio sono stati sottoposti per tutta la vita a radiazioni corrispondenti all’intensità solo del 2G e 3G. Nello stesso tempo, l’Istituto Ramazzini di Bologna ha portato avanti la stessa ricerca, usando frequenze più basse. Entrambi gli studi, “a 10 mila km di distanza”, sono arrivati alle stesse conclusioni. “Come negli Usa, abbiamo constatato un aumento ‘statisticamente rilevante’ del numero dei tumori, schwannomi in particolare, al cervello e al cuore – ha spiegato – bisogna agire in fretta, fermare l’avanzata del 5G e informare adeguatamente la popolazione sui rischi”.

Leggi anche: Il 5G più utile sarà quello meno spettacolare

Uno tsunami elettromagnetico

“Il 5G prevede una copertura dell’intero territorio nazionale nel 98% del suolo pubblico: non solo smart city, ma anche parchi, aree naturali, zone rurali e perfino centri con scarsa densità abitativa” ha spiegato Maurizio Martucci, autore del libro “Manuale di autodifesa per elettrosensibili” (Terra Nuova Edizioni) e portavoce dell’Alleanza. Ha parlato di “tsunami elettromagnetico”. Oltre ai “24 mila hot spot wifi pubblici e alle attuali 60 mila stazioni radio base (le antenne di telefonia mobile spesso sui tetti dei palazzi, sistemi 2G, 3G e 4G), col 5G sarà installato un imprecisato numero di mini-antenne a microonde millimetriche, quantificabili persino in milioni se diffuso dai nuovi lampioni della luce LED, riconvertiti in ripetitori wireless. E c’è anche il progetto del wifi dallo spazio, dai tombini dei marciapiedi (lo smart pavement in sperimentazione a Reggio Calabria) e la messa in orbita di droni satellitari (in sperimentazione a Torino)”.

Si tratta di “una infrastruttura tecnologica di avanguardia per l’irradiazione di radiofrequenze totalmente inesplorate e senza uno studio preliminare sul rischio sanitario ,che irradieranno costantemente tutta la popolazione, 24 ore al giorno, 7 giorni su sette, tutto l’anno”. Per Martucci “le conseguenze potrebbero portare a rivisitare i limiti soglia stabiliti per legge, portando gli attuali 6 V/m di campo elettrico al valore picco di 61 V/m, ovvero 110 volte in più della potenza oggi misurata”. Saremo immersi, secondo il giornalista, “in un brodo elettromagnetico senza precedenti per l’umanità”.

La risposta dei produttori, “nessuna prova che sia pericoloso”

Nulla prova che le onde millimetriche del 5G rappresentino un pericolo per la salute umana replica Zhang Wanchun, Senior Vice President e Responsabile Wireless Product di Zte, che al Mobile World Congress di Barcellona ha illustrato il funzionamento delle reti wireless messe a punto dal colosso cinese che in Italia ha in atto la sperimentazione della nuova tecnologia a L’Aquila e a Prato. “Abbiamo discusso a lungo con gli operatori e con le autorità locali” ha detto “la potenza del segnale del 5G E’ maggiore rispetto a quella delle 4G, ma non va confusa con la quantità di energia emessa. Le antenne 4G sviluppano 320 W di potenza, contro i 200 W delle antenne 4G. Il fatto che le antenne di ultima generazione sfruttino l’intelligenza artificiale e algoritmi più sofisticati permette di indirizzare meglio il segnale e di sfruttarlo al suo massimo”.

Secondo Zhang quello della sicurezza per gli organismi viventi rispetto alle radiazioni del 5G “semplicemente non è un tema”. “Lo abbiamo studiato a lungo con gli operatori di ogni Paese per essere sicuri di essere sempre all’interno dei parametri previsti da ogni singola legislazione, ma ciò non toglie che continueremo a monitorare lo sviluppo di questa tecnologia per garantire la sua sicurezza”.

Appena 110 euro, ora scontato a 77. Tanto costa il paio di scarpe che ha tradito Zion Williamson, il cestista della Duke e annunciata stella del futuro del basket statunitense. Dopo pochi secondi dall’inizio della sfida contro North Carolina, la sua Nike Pg 2.5 sinistra è letteralmente esplosa, facendolo cadere e provocandogli una “lieve distorsione al ginocchio” (parola del suo coach Mike Krzyzewski).

L’ha disegnata un campione Nba, ma la scarpa è all’altezza?

L’insolito episodio capitato a Williamson sta facendo discutere per due ragioni: innanzitutto per la caratura dell’atleta che, da mesi, è il favorito a essere selezionato come prima scelta al Draft Nba della prossima estate; e poi per il modo in cui la scarpa si è lasciata andare.

La scarpa in questione è la Nike Pg 2.5, un modello disegnato da Paul George, affermato campione degli Oklahoma City Thunder, per uno di quegli accordi commerciali chiamati signature shoe. Praticamente le stelle del basket statunitense immaginano la scarpa dei sogni e si accordano con le grandi aziende, come Nike e Adidas, per produrle e lanciarle poi sul mercato con il proprio nome. Non è la prima sneaker disegnata da Paul George: il modello precedente, la PG 1, è stata una calzatura di successo anche tra i professionisti, e non solo tra giovani promesse e tifosi. Come si legge nell’infografica di Espn, nella scorsa stagione 42 atleti dell’Nba hanno indossato la PG 1. La PG 2.5, quella al centro delle polemiche, risulta però la più economica tra quelle firmate dai campioni.

11 current players have a signature shoe with a U.S.-based basketball company. These were the most popular among active NBA players this season. pic.twitter.com/j0knBc5TwZ

— NBA on ESPN (@ESPNNBA)
31 maggio 2018

Una scarpa può esplodere?

In molti si chiedono come sia possibile che la scarpa indossata da Williamson sia esplosa: “Credeteci oppure no, ma può capitare”, ha scritto 247 Sports, sito specializzato negli sport americani. “Le suole possono distruggersi quando gli atleti usano modelli economici e poco resistenti per durate più lunghe del dovuto”. All’origine di quanto accaduto, sostiene l’autore Brad Crawford, ci sarebbero quindi un mix di motivi: una scarpa già consumata, quasi a fine vita, e le sollecitazioni a cui è sottoposta, tra dribbling, cambi di direzione, salti e atterraggi.

“Se guardate la sneaker sinistra di Williamson vedete che la tomaia è completamente intatta – fa notare 247 Sports – e l’intersuola in phylon (il materiale usato, ndr) si rompe a causa della schiuma indebolita”. Che la Nike sia esplosa, insomma, non è un buon segno in assoluto (e infatti l’azienda ha annunciato l’avvio di indagini interne), ma un campione come quello di Duke avrebbe forse dovuto prestare più attenzione alla calzatura scelta. Ciò che è capitato a Williamson, un gigante da 201 centimetri e quasi 130 chili, “non accadrà per la maggior parte dei giocatori”.

Questione di sponsor

Non è chiaro il motivo per cui Williamson sia sceso in campo con quella specifica scarpa. Quel che è certo è che la sua squadra, nel 2015, ha rinnovato l’accordo con Nike di fornitura del materiale tecnico da indossare sul parquet. Una partnership nata nel 1992 e che proseguirà fino al 2027, a meno che l’infortunio spinga Duke a riconsiderare il contratto. In ogni caso va sottolineato che ogni atleta ha a disposizione diversi modelli di sneaker: lo stesso Williamson, in questa stagione, ne ha calzate dieci modelli diversi. Dalle nuovissime Adapt BB che si allacciano da sole, prezzo di listino 350 dollari, alle Kyrie 5 (un altro modello firmato da un giocatore Nba, Kyrie Irving). 

Mani bioniche sempre più simili a quelle “naturali”. Un sogno inseguito dai nostri ricercatori per oltre 10 anni e che, passo dopo passo, sta portando a risultati straordinari. Non è un caso se oggi la rivista Science Robotics ha pubblicato due studi made in Italy che, oggi, sono anche al centro di un evento organizzato all’Accademia dei Lincei a Roma. Protagonista del primo studio è Clara, una 40enne palermitana doc, che ha perso la sua mano sinistra più di 30 anni fa.

Da allora Clara ha imparato a fare tutto solo con quella destra: dal lavarsi i denti ad arricciarsi i capelli, fino a stappare una bottiglia di prosecco o cucinare e apparecchiare la tavola. Per tutto questo tempo ha rifiutato qualsiasi altra protesi che non fosse solo “estetica”. Ma ora che ha provato quello che la tecnologia può restituirle per lei è praticamente impossibile pensare di ritornare indietro.

Il nuovo mondo di Clara si è aperto grazie al progetto Sensibilia, promosso da Inail e dall’Università Campus Biomedico di Roma. I ricercatori sono riusciti a “umanizzare” il più possibile le protesi mioelettriche, quelle cioè che rispondono generalmente ai relativi segnali muscolari inviati da chi la indossa. È così che Clara è riuscita per esempio a utilizzare la mano bionica per mettersi il rossetto, scrivere al pc e versarsi un bicchiere d’acqua sentendo realmente quello che stava facendo. È riuscita addirittura a giocare al biliardo.

Non solo. Ha potuto sentire gli oggetti, ad esempio capire con il solo tocco se sono morbidi o duri. Tutto questo bendata e con la musica alta nelle cuffie. E forse un giorno potrà ritornare a fare quello che più le manca da quel maledetto giorno in cui ha perso la sua mano. “Uno dei momenti più brutti della mia vita da quando ho solo una mano – racconta – è stata sempre quella di pensare di non poter tenere più in mano una faccia. Come si fa proprio quando si accarezza il viso di una persona a cui si vuole bene”.

 “L’obiettivo che ci siamo posti per questa sperimentazione – sottolinea Loredana Zollo, professore associato di Bioingegneria e responsabile ingegneristica del progetto – è stato quello di sviluppare e rendere fruibile in 36 mesi un sistema protesico che avesse una capacità di controllo sensori-motorio basato sulla comunicazione bidirezionale con il sistema nervoso e la sensibilità tattile, tale da consentire il riapprendimento delle abilità manuali fini e la manipolazione degli oggetti, nonché la possibilità di restituire il senso del tatto al paziente attraverso le interfacce neurali impiantate nei suoi nervi. Il risultato finale ci sembra positivo e schiude nuovi scenari nelle prospettive di impianto di arti bionici, probabilmente anche attraverso nuove tecnologie non invasive, per tanti pazienti del Centro Protesi INAIL come Clara”.

Nell’altro studio pubblicato su Sciences Robotics, due gruppi di scienziati presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, il Politecnico di Losanna, Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS e Università Cattolica, sono riusciti ad avvicinarsi ancora di più all’ambizioso obiettivo del recupero completo delle sensazioni della mano dopo un’amputazione. I ricercatori hanno lavorato su una protesi robotica di nuova generazione impiantata nei nervi del paziente, in grado di ricevere informazioni sensoriali quando entra in contatto o manipola oggetti. In sostanza hanno superato uno dei limiti più grandi delle attuali protesi, cioè quello di non sentire gli oggetti.

E lo hanno fatto utilizzando la stimolazione intraneurale: tramite impulsi elettrici inviato da elettrodi inseriti nei nervi dell’arto superiore amputato è possibile ripristinare il normale flusso di informazioni che giungono dall’esterno. In definitiva, il paziente dopo un apposito training impara progressivamente a tradurre questi impulsi in sensazioni di natura tattile e/o propriocettiva, cioè a considerare la protesi come una parte naturale del proprio corpo.

Questo approccio ha permesso a due soggetti amputati di riguadagnare un’elevata “acuità propriocettiva”, con risultati paragonabili a quelli ottenuti in soggetti sani. La simultanea presenza di un feedback propriocettivo e di uno tattile ha consentito ad entrambi gli amputati di distinguerele dimensioni e la forma di quattro oggetti con un importante livello di accuratezza (75,5 per cento). 

“Questo importante risultato – dice Paolo Maria Rossini, responsabile clinico degli studi – segue di poco il nostro recente studio pubblicato su Annals of Neurology dove abbiamo dimostrato nei pazienti coinvolti che è possibile utilizzare a lungo termine (molti mesi) questo tipo di tecnologia esplorandone anche la valenza clinica. Inoltre, nei pazienti con dolore da ‘arto fantasma’ (dolore percepito nella mano amputata) la mano robotica sensorizzata ha determinato un sensibile miglioramento”.

Oggi è la Giornata mondiale della sindrome di Asperger, una lieve forma di autismo in cui chi ne è colpito fatica a capire i pensieri e le emozioni delle altre persone, con conseguente difficoltà a interagire. Fino a che punto lo spiega un utente su Twitter: “Dovreste pensare a noi Aspie come a robot da programmare. Più siete precisi con noi e più riuscite ad ottenere ciò che chiedete. Non è trattarci da deficienti: è parlare il nostro linguaggio”.

Ma non è solo questo: il più delle volte gli Asperger si sentono a disagio, incompresi, non comprendono le “regole delle società” e si comportano in modo bizzarro. Ma hanno anche un’intelligenza nella norma o superiore alla media. Tutto ciò che c’è da sapere sulla sindrome di Asperger.

Cos’è la sindrome di Asperger

La sindrome di Asperger (abbreviata in SA) è considerata un disturbo pervasivo dello sviluppo, imparentato con l’autismo, che tuttavia non presenta compromissione dell’intelligenza, della comprensione e dell’autonomia, a differenza delle altre patologie classificate in questo gruppo. Colpisce 6 persone ogni 10 mila. Per questa ragione è comunemente considerata un disturbo dello spettro autistico “ad alto funzionamento”.

Il termine fu coniato dalla psichiatra inglese Lorna Wing in una rivista medica del 1981 in onore di Hans Asperger, uno psichiatra e pediatra austriaco, il cui lavoro non fu riconosciuto fino agli anni novanta. Gli individui portatori di questa sindrome, la cui causa è ignota, presentano una persistente compromissione delle interazioni sociali, schemi di comportamento ripetitivi e stereotipati, attività e interessi in alcuni casi ristretti. Diversamente dall’autismo, però, non si verificano significativi ritardi nello sviluppo del linguaggio o nello sviluppo cognitivo.

Gli Aspie geniali

Gli “Asperger” dimostrano spesso un talento non comune, hanno la capacità di essere molto sistematici e di applicarsi in maniera focalizzata ai propri compiti, e a questa loro caratteristica si potrebbero forse attribuire alcuni progressi significativi nell’arte e nella scienza, si legge sul Corriere. Tanto che secondo alcuni studi sarebbe possibile attribuire forme più o meno marcate di sindrome di Asperger a personaggi del calibro di Mozart, Alan Turing, Charles Darwin, Vincent van Gogh e soprattutto Albert Einstein, grande scienziato, capace di pensare in modo “diverso”, ma uomo considerato scarsamente capace di affetti personali profondi. E ancora, Friederich Nietzsche ed Ettore Maiorana.

Tra i personaggi famosi che hanno la sindrome di Asperger c’è anche Susanna Tamaro che lo definisce “la mia sedia a rotelle invisibile”. “Ai miei tempi – ha raccontato al Foglio – non si conosceva questo problema. Esistevano solo bambini obbedienti e disobbedienti, non c’erano altre categorie. Il mio sogno era di essere obbediente, io non volevo dar fastidio a nessuno, neanche ai miei due fratelli maschi. Volevo essere la più amata, la più obbediente, ma, avendo questo nemico nella testa che nessuno riusciva a mettere a fuoco, io per prima non mi comportavo da bambina obbediente. Avevo grandi attacchi di rabbia per la strada, mi spaventavano i rumori, la folla, gli avvenimenti inaspettati. In più non comunicavo con l’esterno, stavo per morire di peritonite perché non avevo detto che mi faceva male la pancia. Ho sempre sofferto tanto […]. Una ragazzina infelice, solitaria, totalmente incompresa, che a quindici anni, quindi nei primi anni Settanta, viene spedita in una casa famiglia, perché i Servizi sociali avevano deciso che non era più il caso di dormire a casa di sua madre. “Andavo a scuola, poi tornavo nella casa famiglia, dove vivevo in compagnia di borderline miei pari”.

Più di recente la diagnosi è stata formulata anche per Syd Barret, il “diamante pazzo” dei Pink Floyd che si isolò dal gruppo e visse come un eremita in balia dei suoi disturbi per oltre 40 anni, fino alla morte avvenuta nel 2006.

Perché si celebra oggi la giornata dedicata

La data scelta per focalizzare l’attenzione sulla sindrome coincide con quella di nascita di Asperger, nato a Vienna nel 1906. Asperger andò oltre gli studi di una pedata russa e formulò le sue teorie basandosi sull’osservazione del comportamento dei bambini ricoverati nell’ospedale in cui lavorava. Il medico notò in questi soggetti alterazioni importanti nella comunicazione e nel controllo delle emozioni, così come la tendenza a razionalizzare i sentimenti. Notò come l’empatia non fosse così matura come ci si potesse aspettare considerando le capacità intellettuali dei bambini.

Descrisse inoltre un sottogruppo di bambini con la tendenza ad avere problemi di comportamento, ciò che costituiva una delle ragioni principali per le quali questi bambini gli venivano segnalati. La loro comprensione sociale era limitata, avevano difficoltà a farsi degli amici e la tendenza a sentirsi infastiditi. Si riscontrava pure una preoccupazione egocentrica per un interesse o una tematica specifica che dominava i loro pensieri, ed i bambini necessitavano, per compiti di autonomia, maggior assistenza di quanto ci si potesse aspettare.

Hans Asperger osservò un’importante goffaggine nell’andatura e nella coordinazione ed un’estrema sensibilità di alcuni bambini a suoni o gusti particolari. Notò inoltre che alcuni genitori, in particolare i padri, sembravano condividere alcune caratteristiche della personalità con i loro figli. Scrisse che il quadro descritto fosse dovuto più a cause genetiche o neurologiche invece che a fattori psicologici o ambientali. E soprattutto distinse questo disturbo dalla schizofrenia.

Come riconoscere un bimbo Asperger

Ecco le principali caratteristiche dei bambini affetti dalla sindrome di Asperger:

  • Ritardo nella maturità sociale e nel pensiero sociale.
  • Difficoltà nel fare amicizie e spesso vittime di bullismo.
  • Difficoltà nel controllo e nella comunicazione delle emozioni.
  • Insolite capacità linguistiche che includono un ampio vocabolario e una sintassi elaborata ma in concomitanza con capacità di conversazione immature, prosodia insolita e tendenza ad essere pedanti.
  • Interessi insoliti per argomento o intensità.
  • Profilo insolito nelle difficoltà di apprendimento.
  • Necessità di assistenza nell’organizzazione e nell’auto-aiuto.
  • Goffaggine nel modo di camminare e nella coordinazione.
  • Sensibilità a suoni, sapori e consistenze specifiche o sensibilità tattili.

Al ristorante la mozzarella “è fresca” e il pesce è stato “pescato nella notte”. Al mercato, invece, l’insalata è “appena arrivata dal campo del contadino” e le uova “di giornata”. Eppure, stando all’ultimo rapporto sulle Agromafie di Coldiretti non è sempre vero. Molti sono i prodotti adulterati, dalla mozzarella sbiancata con la soda al pesce rinfrescato con acidi e acqua ossigenata, fino al miele ‘tagliato’ con lo sciroppo di mais. Come essere certi, allora, della qualità del cibo?

Tra non molto per essere sicuri della freschezza degli alimenti che mangiamo basterà avvicinarli a un cellulare. La spettroscopia farà il resto. Il progetto, della tedesca Osram Opto Semiconductors, una tra le aziende leader mondiali nel settore dell’illuminazione, è in fase di realizzazione. Ma di cosa si tratta?

Come funziona la spettroscopia mobile

La spettroscopia vicino all’infrarosso basata sulla tecnologia LED, detta NIRED,  sfrutta l’assorbimento caratteristico della luce di alcuni composti molecolari. Se un definito spettro luminoso è diretto verso un campione, dalla distribuzione della lunghezza d’onda della luce riflessa è possibile determinare la presenza e la quantità di alcuni ingredienti. È possibile, ad esempio, misurare il contenuto di acqua, grassi, carboidrati, zuccheri o proteine degli alimenti.

Ogni molecola assorbe la luce a diverse lunghezze d’onda specifiche. Questo spettro di assorbimento è unico e agisce come un’impronta digitale per una particolare molecola. Differenti gruppi funzionali assorbono caratteristiche frequenze della radiazione infrarossa. Utilizzando vari accessori di campionamento, gli spettrometri a infrarossi possono analizzare un’ampia gamma di tipi di campioni come gas, liquidi e solidi. I NIRED fungono da sorgente luminosa compatta per gli spettrometri.

Come si misura la freschezza dei cibi

Gli spettrometri compatti si collegano a database sul cloud per confrontare i dati rilevati con le specifiche di riferimento dei materiali. Analizzando lo spettro di assorbimento di un materiale sconosciuto e confrontando questa misura con un database di molecole note, è possibile determinare la presenza e la quantità di alcuni ingredienti, come la percentuale di cacao in una tavoletta di cioccolato. I consumatori, garantisce la società Osram, possono utilizzare il proprio smartphone per verificare la freschezza degli alimenti al supermercato, misurare le calorie dei propri pasti o verificare se un farmaco è valido e contiene gli elementi prescritti, semplicemente scansionando ogni articolo con il proprio smartphone.

I primi dispositivi che utilizzano questa nuova tecnologia NIRED sono già stati presentati al mondo consumer: un esempio è il micro-spettrometro SCiO, introdotto dalla startup israeliana Consumer Physics. Gestito dallo smartphone e collegato al cloud, questo dispositivo che utilizza i NIRED di Osram, assomiglia per forma e dimensioni a una scatola di fiammiferi.

Le altre applicazioni

La spettroscopia vicino all’infrarosso è solo agli inizi, saranno presto identificati nuovi campi di applicazione sia per i consumatori, sia per l’uso professionale. Nel settore professionale, ad esempio, la spettroscopia a infrarossi può aiutare ad implementare soluzioni di agricoltura intelligente. Gli agricoltori possono determinare il momento giusto per il raccolto semplicemente scansionando frutta, verdura o cereali con il NIRED e uno spettrometro installato in uno smartphone o tablet fornirà loro informazioni affidabili sul contenuto di zucchero, acqua, grassi e proteine.

Il tumore al seno non è una patologia che affligge solo le donne. Sebbene molto più raramente, può colpire anche i maschi. In Italia si ammalano in media 500 uomini ogni anno, e la velocità di diagnosi è fondamentale. Anche nei maschi, riporta il sito dell’Airc, sono presenti piccole quantità di tessuto mammario che, come succede nella donna, possono mutare e dare il via alla formazione del cancro e alla sua successiva diffusione negli organi a distanza.

Quanto è diffuso

Il tumore del seno è una delle neoplasie più diffuse tra le donne (colpisce una donna su 8), ma nell’uomo è molto raro. Il carcinoma della mammella maschile rappresenta lo 0.5-1 per cento di tutti i tumori della mammella. Si stima che in Italia interessi un uomo ogni 620 circa. L’incidenza sta tuttavia lievemente aumentando come per la donna e si estende alla fascia di età sotto i 45 anni, anche se l’età più a rischio resta quella tra i 60 e i 70 anni. Per l’Italia, nel 2017, il Registro nazionale tumori ha stimato circa 500 nuovi casi di tumore maschile della mammella (contro gli oltre 50.000 delle donne).  

Chi è a rischio

Con l’avanzare dell’età aumenta anche nell’uomo il rischio di tumore del seno, che in genere viene diagnosticato poco prima dei 70 anni, mentre quando la malattia colpisce un uomo giovane si può pensare a fattori di rischio di tipo ereditario. La presenza di casi di tumore della mammella in familiari molto stretti può essere un campanello d’allarme: un uomo su cinque ha parenti stretti – maschi o femmine – colpiti dalla stessa malattia. A livello genetico, sono molto importanti le mutazioni presenti nel gene BRCA2, responsabili del 4-14 per cento circa dei tumori mammari maschili, mentre quelle nel gene BRCA1 sembrano meno legate all’aumento del rischio. Infine, anche alcune sindromi genetiche presenti alla nascita, come la sindrome di Klinefelter o l’esposizione del torace a radiazioni, per esempio come radioterapia, possono influenzare in modo negativo il rischio.

Come nella donna, poi, anche nell’uomo gli ormoni giocano un ruolo fondamentale nello sviluppo e nella crescita del tumore mammario. Può far aumentare il rischio di malattia tutto ciò che sposta l’equilibrio ormonale: disturbi a carico dei testicoli (rimozione, discesa incompleta o assente eccetera), terapia ormonale per curare un tumore della prostata, obesità (che induce la produzione di livelli più elevati di estrogeni), ma anche abuso di alcol e malattie del fegato.

Quali sono i sintomi

In genere il cancro della mammella nelle fasi iniziali non provoca dolore o altri sintomi particolari. Per questo motivo gli unici campanelli d’allarme sono rappresentati dalla formazione di noduli che possono essere riconoscibili al tatto o addirittura visibili e da cambiamenti della pelle che si arrossa o che cambia aspetto o del capezzolo che si ritrae o fa fuoriuscire del liquido.

Il trattamento

Data la rarità è frequente un certo ritardo diagnostico (molti uomini ignorano di potersi ammalare) e anche una attenzione limitata da parte del’oncologia. La maggior parte delle informazioni relative al trattamento del tumore del seno derivano dall’esperienza di medici e ricercatori nel trattamento della malattia nelle donne: è difficile, infatti, riuscire a organizzare uno studio clinico che coinvolga solo pazienti maschi. Il trattamento è farmacologico e prevede quasi sempre la chirurgia radicale.

“Quando un uomo si ammala di tumore al seno quasi sempre si opta per una chirurgia radicale – spiega Paolo Veronesi,presidente della Fondazione Umberto Veronesi e direttore del programma senologia dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano -. Per questi pazienti, non esistono indicazioni a una chirurgia conservativa. La mammella maschile è molto piccola e il tumore interessa quasi sempre la parte centrale, per cui si asporta completamente la ghiandola. Nella mia esperienza i pazienti, per la maggior parte non giovanissimi, quasi mai si sono lamentati per la menomazione, che di solito è poco evidente anche in ragione della ricrescita dei peli”.

Esiste una proteina, che ha per nome una sigla quasi impronunciabile, che si sta confermando come una molecola chiave per comprendere le malattie del cuore. Si tratta della proteina ‘PCSK9‘. Con due diversi studi, i ricercatori Centro Cardiologico Monzino e dall’Università degli Studi di Milano, sono infatti riusciti a comprendere che questa proteina è implicata anche nell’attivazione e nell’aggregazione delle piastrine, all’origine dei processi trombotici che scatenano infarti e ictus, e persino nella calcificazione della valvola aortica. Si tratta di due funzioni che si aggiungono a un altra già nota, e cioè quella legata alla ipercolesterolemia, che fanno di questa molecola una delle più interessanti per la salute dell’intero sistema cardiocircolatorio. I risultati delle due ricerche sono stati pubblicati sulla rivista JACC (Journal of the American College of Cardiology). 

A guidare il team di ricerca guidati da Marina Camera, responsabile dell’Unità di ricerca di Biologia cellulare e molecolare cardiovascolare presso il Cardiologico Monzino e professoressa di farmacologia presso l’Università degli Studi di Milano, insieme a Paolo Poggio, dell’Unità per lo studio delle patologie aortiche, valvolari e coronariche dell’IRCCS milanese. Con gli inibitori di PCSK9, anticorpi monoclonali in grado di disattivare questa proteina, è stato possibile contrastare con successo l’ipercolesterolemia, fino a raggiungere una riduzione del colesterolo LDL del 60-70%, in particolare nelle forme più severe e resistenti al trattamento con i farmaci tradizionalmente in uso e nei pazienti trattati si è ottenuta una riduzione del rischio del 15% di eventi come infarto e ictus.

D’altra parte è stato riscontrato che i soggetti che geneticamente hanno livelli ridotti di PCSK9 sono protetti dall’incidenza di eventi cardiovascolari. “Questi dati – sottolinea la professoressa Marina Camera – ci hanno spinto a ipotizzare che i benefici in termini di eventi cardiovascolari prevenuti bloccando PCSK9 potessero dipendere non soltanto dalla riduzione di colesterolo ottenuta. Abbiamo pensato che potesse esserci di più, che l’azione di questa proteina potesse estendersi oltre il metabolismo dei lipidi, e così abbiamo iniziato a cercare”.

Si era già osservato, del resto, che un elevato livello di PCSK9 nel sangue fosse un predittore di eventi cardiovascolari nei pazienti con malattia coronarica e con fibrillazione atriale. E uno studio genomico aveva rilevato una correlazione tra alti livelli di PCSK9 e la presenza di stenosi calcifica della valvola aortica. “Abbiamo così avviato nei nostri laboratori studi in vitro ed ex vivo con esiti sorprendenti”, dichiara Marina Camera. “È emerso infatti che PCSK9 ha un ruolo cruciale nell’attivazione delle piastrine umane, nella loro capacità di aggregarsi formando i trombi che, a loro volta, provocano infarti e ictus” – spiega la professoressa. “Questo potrebbe essere pertanto uno dei meccanismi responsabili della maggior incidenza di eventi cardiovascolari riscontrati nei pazienti affetti da patologia coronarica e fibrillazione atriale”.

Ma c’è di più. “I nostri dati hanno evidenziato l’esistenza di un effetto diretto di PCSK9 sullo sviluppo e la progressione della stenosi calcifica della valvola aortica, ed è un’osservazione che ci entusiasma profondamente incoraggiandoci a proseguire su questa linea di ricerca” – spiega Paolo Poggio. “Vogliamo ricordare che negli ultimi decenni tutti gli sforzi fatti per mettere a punto una terapia medica in grado di prevenire o fermare la progressione della malattia non hanno portato i risultati sperati. Per i malati di stenosi valvolare aortica attualmente le prospettive terapeutiche sono l’intervento chirurgico o percutaneo. Per questa ragione guardiamo con speranza alla prospettiva che l’inibizione di PCSK9 possa rappresentare una nuova possibilità terapeutica: significherebbe segnare una svolta nel trattamento di questa malattia degenerativa che è piuttosto comune nella popolazione anziana. Nei paesi sviluppati la stima raggiunge il 7% negli over 65 ed è un numero in crescita considerando l’invecchiamento della popolazione” – chiarisce il ricercatore.

“I risultati ottenuti sono solo un punto di partenza – conclude Marina Camera – dovremo infatti avviare nuovi studi clinici, e abbiamo la necessità e il desiderio di comprendere quali siano i meccanismi molecolari che stanno alla base dei fenomeni osservati. Per il momento ciò che ci sembra davvero evidente è che questa proteina gioca un ruolo nella nostra salute cardiovascolare che si estende ben oltre il controllo del colesterolo agendo su molteplici fronti, e apre davanti a noi scenari di prevenzione e cura davvero promettenti”.

Rivedere non solo la norma sull'Ires ma anche quella sui farmaci orfani. Lo hanno chiesto oltre 50 associazioni di malati rari in un appello lanciato al ministro della Salute, Giulia Grillo, in cui si dichiarano "colpiti due volte dalla Legge di bilancio".

“Un colpo terribile”

"L'anno appena concluso con l'approvazione della Legge di bilancio sarà ricordato dai malati rari più per le delusioni e le mancanze che per le conferme e gli obiettivi raggiunti", scrivono. "Siamo stati colpiti dalla norma che penalizza alcune importanti realtà del terzo settore – continuano – attraverso l'aumento della tassazione Ires che, da quanto previsto, raddoppierebbe dal 12 al 24 per cento per gli istituti di assistenza sociale, società di mutuo soccorso, enti ospedalieri, di assistenza e beneficenza, corpi scientifici, fondazioni e associazioni scientifiche”.

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“Questo per noi è un colpo terribile perché, in un settore così povero di ricerca e specifica assistenza come quello delle malattie rare, queste realtà non profit sono davvero una spina dorsale”, si legge nella lettera, “Come se non bastasse siamo stati e saremo ulteriormente penalizzati dalla modifica della norma che tutelava tutti i farmaci orfani esonerandoli dal pagamento del payback: una misura di incentivo adottata in tutta Europa e attuata da anni nel nostro Paese".

I timori delle associazioni

Le associazioni temono che la penalizzazione economica di questi farmaci possa avere forti ripercussioni, sia nella disponibilità dei farmaci stessi, sia nella possibilità per le aziende di sostenere – come avviene oggi – programmi di assistenza e supporto che concorrono a migliorare la nostra qualità di vita.

"Attraverso la Legge di bilancio – spiegano le associazioni – sembra quasi si siano inopinatamente puniti tutti i soggetti che aiutano noi malati rari: le associazioni e le aziende che ricercano e producono farmaci di nicchia. Non ci aspettavamo questo da Lei e dal Movimento che ha fatto della tutela degli ultimi una bandiera; siamo davvero sorpresi e amareggiati. Forse non è stato un effetto voluto, vogliamo credere che non fossero queste le intenzioni verso di noi quanto piuttosto un grave errore dovuto alla concitazione che c'è stata intorno alla Legge di Bilancio". Per questo i pazienti chiedono al ministro e al Governo di rivedere la norma sull'Ires e quella sui farmaci orfani.