Newsletter
Ultime News
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Circa l’80% dei pazienti con diagnosi di Covid-19 perde completamente l’olfatto e una percentuale ancora più elevata (88%) soffre di un certo grado di alterazione del gusto. E’ quanto emerge dal primo studio pubblicato finora sulla presenza di questi sintomi in pazienti con infezione da coronavirus lieve o moderata.

Le conclusioni dello studio sono state pubblicate sull’European Archives of Oto-Rhino-Laryngology e sono state condotte dal gruppo Young Investigators della International Federation of Otorhinolaryngology Societies (Yo-Ifos), con il sostegno della Società Spagnola per Otorinolaringoiatria e Chirurgia Cervico Facciale (Seorl-Ccc) e altre società europee.

In totale, sono stati analizzati 417 pazienti provenienti da 12 ospedali in 4 diversi paesi (Spagna, Belgio, Francia e Italia). Tra le conclusioni, emerge che il 79% dei pazienti analizzati non presentava sintomi come ostruzione nasale o naso che cola, sintomi comunemente associati ad altre infezioni virali a livello nasale.

E’ inoltre significativa la maggiore propensione delle donne a soffrire di alterazioni dell’olfatto. Per quanto riguarda il gusto, l’88 percento dei pazienti ha riscontrato difficoltà nell’identificare aromi diversi come dolce, salato o amaro.

Come spiegato dal dottor Carlos M. Chiesa, coordinatore del gruppo di ricerca, i dati clinici provenienti dal continente asiatico hanno evidenziato come sintomi frequenti febbre, tosse, mancanza di respiro, secrezioni spesse, dolori muscolari o articolari, diarrea, mal di testa, mal di gola o naso che cola.

“Tuttavia, abbiamo visto come la diffusione di Covid-19 in Spagna e in Europa sia stata accompagnata da due nuovi sintomi come l’alterazione del senso dell’olfatto e del gusto”, ha spiegato.

Fino ad ora, sono state descritte solo alterazioni dell’olfatto associate all’infezione da altri virus, come il virus Epstein-Barr, la parainfluenza, il rinovirus o persino altri virus della famiglia dei coronavirus.

Esistono diverse ipotesi che potrebbero spiegare perché i pazienti nel continente europeo con il Covid-19 abbiano sviluppato sintomi o cambiamenti sensoriali nell’area del naso e della gola.

Questi includono la predisposizione alla malattia di alcuni individui o le mutazioni genetiche subite dal virus recentemente descritte da ricercatori italiani, ha sottolineato Pablo Parente, coordinatore del gruppo di lavoro sul Covid-19 e direttore delle relazioni internazionali al Seorl-Ccc.

Al momento, i risultati sono preliminari e non consentono ancora di comprendere appieno il significato di questo sintomo nella malattia o la percentuale di pazienti che sono riusciti a recuperare. “Tuttavia, il loro monitoraggio ci aiuterà

a raccogliere una maggiore quantita’ di dati per offrire informazioni corrette e verificate ai nostri pazienti”, ha affermato il dottor Christian Calvo.

 

Per molti sono il futuro, anzi il presente: i laboratori privati sono pronti a partire a tappeto, Veneto e Lombardia aspettano solo il via libera, il Governo si aspetta risposte dai suoi scienziati per poter programmare la ripartenza, superando i ben più complessi tamponi. Ma I test sierologici, in grado di individuare in tempi rapidi se c’è stata risposta immunitaria a un’infezione (in questo caso ovviamente al coronavirus), e quindi non solo a stabilire chi è malato ma anche chi lo è stato, sono ancora inaffidabili, perchè troppe variabili sono ancora poco note sulla reazione del nostro organismo al virus. È la posizione dell’associazione microbiologi clinici (Amcli), che in un documento lancia l’allarme sull’attendibilità dei test, considerando rischioso al momento utilizzarli a fini clinici.

“La diagnostica molecolare è l’unico metodo, al momento, raccomandato per l’identificazione dei casi infettivi”, sottolineano gli esperti. Mentre “i test sierologici (per la rilevazione anticorpale o antigenica) saranno destinati a rivestire un ruolo importante nella ricerca e nella sorveglianza ma non sono, ad oggi, affatto raccomandati per l’individuazione dei casi”.

Domande senza risposta

Soprattutto perché ci sono molte domande ancora senza risposta: “I test che rilevano la presenza di antigeni virali sono in grado di individuare in modo elettivo e sistematico il virus, o possono determinare risultati falsamente negativi?”, si chiedono i microbiologi. “Esistono cross-reazioni con altri Coronavirus, responsabili di patologie diffuse e benigne, tali da determinare risultati falsamente-positivi?”.

E ancora: “A che distanza dalla comparsa dei sintomi è possibile identificare IgM nel siero dei pazienti? Per quanto tempo le IgM specifiche perdurano (IgM-positivo significa infezione recente o passata)?; Quando compaiono le IgG specifiche dopo la comparsa dei sintomi e a che distanza dalla scomparsa delle IgM (sieroconversione)?; Per quanto tempo le IgG specifiche perdurano nel tempo?; la presenza di IgM o IgG specifiche è sinonimo di protezione (attività neutralizzante)?

Pare evidente – sottolinea Amcli – che le risposte a tali quesiti non sono affatto di poco conto: il loro chiarimento serve a non fraintenderne il risultato, a condizione di rispondere correttamente ai quesiti diagnostici: la persona che ho davanti ha o non ha il virus SARS CoV-2? oppure ha un altro Coronavirus diverso da SARS CoV-2? è o non è guarita? è o non è in grado di infettare ancora i suoi contatti? È evidente che non si può correre il rischio di dare risposte errate, non interpretabili o di incerta interpretazione. D’altra parte i test di laboratorio che si utilizzano per la diagnosi di tutte le malattie infettive sanno rispondere a queste domande, e sono utilizzati solo quando a queste domande sanno effettivamente dare risposta”. 

I metodi di rilevazione

​Sono, ad oggi, disponibili test che utilizzano, per la rilevazione di anticorpi anti-SARS CoV-2, metodi in chemiluminescenza, in EIA ed in immunocromatografia: i primi due, quantitativi, comportano che siano effettuati in laboratorio; “il terzo, qualitativo – definibile “rapido” (tempi di risposta di circa 15 minuti) – potrebbe essere utilizzato anche in situazioni di reale emergenza, al di fuori del laboratorio. Questi ultimi sono però gravati da sensibilità e specificità variabile (in particolare per IgM) e sono assolutamente “operatore-dipendente” nella loro interpretazione, oltre a consentire una gestione assolutamente incontrollata del loro utilizzo se fossero licenziati per un utilizzo anche extra-ospedaliero”.

Il censimento dei test sierologici disponibili sul mercato mondiale annovera prodotti di più di 100 aziende, di molte delle quali è difficile, sottolineano tuttavia gli esperti, identificare produttore e distributore. “Le conoscenze attuali – fatti salvi alcune casistiche assai limitate e alcuni case report, certamente interessanti ma ancora solo aneddotici – confermano che la cinetica anticorpale del virus SARS CoV-2 è sconosciuta, sia in fase iniziale di COVID-19, sia in fase conclamata sia, da ultimo, dopo la risoluzione clinica della malattia”.

“Alcuni dati preliminari indicano che la comparsa degli anticorpi (IgM, IgG ed IgA) si sviluppa dopo diversi giorni dall’infezione (7-14, mediamente 10, tanto che sembrerebbe che solo il 20% dei soggetti malati presenti anticorpi dopo 4 giorni), che la positività non è rilevabile in tutti i pazienti ricoverati e che i dati (ancora pochi) nei pazienti clinicamente guariti non sono interpretabili”, prosegue l’associazione, “d’altra parte, dati di sieroprevalenza effettuati nei confronti del virus SARS hanno confermato la positività per IgG specifiche per un tempo limitato (2 anni), cui ha fatto seguito – a far corso dal terzo anno – dalla negativizzazione, lasciando immaginare la possibilità di reinfezioni dopo tale periodo dall’esposizione. D’altra parte, non sono neppure note le performance analitiche dei singoli kit diagnostici disponibili in commercio, la cui variabilità è verosimilmente estesa e comunque, certamente, da valutare”.

Quindi, in conclusione, “se i metodi biomolecolari si confermano ancora oggi fondamentali quali test diagnostici (meno per finalità epidemiologiche), quelli sierologici potranno essere utilizzati massimamente per valutazioni di sieroprevalenza (per le quali le tecnologie biomolecolari non risultano appropriate) e meno – se non in associazione sulla base di precisi e rigorosi algoritmi diagnostici – a fini clinici”. 

Le persone con diabete non hanno un rischio maggiore di contrarre il covid-19, ma hanno invece maggiori probabilità di sviluppare complicanze se si ammalano. È questo il messaggio contenuto in una lettera pubblicata sul Journal of Endocrinological Investigation da un gruppo di ricercatori dell’Università di Padova, autori di uno studio che aiuta a fare chiarezza su uno dei temi più sentiti tra le persone con diabete. 

In questi giorni i centralini delle società scientifiche di diabetologia sono sommersi di chiamate da parte di persone con diabete, spaventate rispetto al loro rischio contagio. Anche per questo motivo nei giorni scorsi le principali società scientifiche (Sid, Amd e Sie), hanno deciso di istituire un numero verde per dare risposte qualificate alle persone con diabete. E ora si aggiunge anche una nuova notizia rassicurante sul versante scientifico. I ricercatori padovani hanno dimostrato che le persone con diabete non sono ad aumentato rischio di infezione da Covid-19, ma i pazienti che contraggono l’infezione sono a maggior rischio di complicanze.  

I ricercatori dell’ateneo patavino hanno effettuato una metanalisi, combinando i dati riportati in 12 studi cinesi (su un totale di 2108 pazienti) e alcuni dati preliminari italiani. I risultati di questo studio evidenziano che, tra quanti avevano contratto l’infezione, la percentuale di soggetti affetti da diabete non era superiore rispetto alla prevalenza del diabete nella popolazione generale.

Pertanto, il diabete non sembra esporre ad un rischio aumentato di contrarre l’infezione da nuovo coronavirus. Le persone con diabete hanno normalmente un rischio maggiore di sviluppare complicazioni nel corso di qualunque malattia acuta, infezioni comprese. I risultati di questo studio confermano questa regola generale.

Tra le persone con infezione da Covid-19 con decorso sfavorevole, la prevalenza di persone con diabete è risultata maggiore. Quindi, in caso di infezione, le persone con diabete presentano, come atteso, un maggior rischio di complicanze. Va comunque sottolineato che i pazienti con andamento peggiore erano mediamente molto anziani e affetti anche da altre patologie. Pertanto, al momento, non è possibile stabilire quale sia il reale contributo del diabete nel determinare la prognosi dell’infezione da nuovo coronavirus e quali possano essere i meccanismi coinvolti.

Gli autori dello studio concludono dunque che “il diabete non aumenta il rischio di infezione da SARS-CoV-2, ma i medici devono essere a consapevoli del fatto che una maggiore attenzione va posta ai pazienti diabetici durante l’infezione”.

“Questo studio – commentano Francesco Purrello, presidente della Società italiana di diabetologia, Paolo Di Bartolo, presidente dell’Associazione medici diabetologi, e Francesco Giorgino, presidente della Società italiana di endocrinologia – aiuta a fare chiarezza rispetto al tema diabete e Covid-19 che sta ingenerando grande preoccupazione tra le persone affette da questa condizione cronica (in Italia 4 milioni). I risultati dimostrano chiaramente che le persone con diabete non sono ad aumentato rischio di contagio. Devono tuttavia essere prudenti, come e più del resto della popolazione, e seguire scrupolosamente le misure di prevenzione più volte ribadite dal ministero della Salute e dall’Istituto superiore di sanità: distanziamento sociale – cioè stare a casa per quanto possibile, mantenere la distanza di almeno un metro dalle altre persone, stare lontani da persone con sintomi respiratori (tosse, starnuti) – e lavare (o disinfettare) frequentemente le mani. Nel caso in cui una persona con diabete contragga l’infezione da Covid-19, i medici dovranno vigilare con maggiore attenzione, per gestire l’aumentato rischio di complicanze alle quali questa popolazione risulta esposta”. 

 

Nuove speranze contro il coronavirus potrebbero venire da un vecchio farmaco. Al laboratorio di virologia del San Raffaele di Milano sono stati condotti test in laboratorio su Plaquenil, farmaco in uso da quasi 70 anni contro la malaria. E i test hanno dato risultati oggettivamente incoraggianti. Lo ha annunciato sul suo sito Medical Facts il virologo Roberto Burioni.

Nel 2005, ricorda Burioni, “alcuni ricercatori statunitensi si sono accorti” che l’antimalarico “aveva in laboratorio una forte attività antivirale contro il coronavirus responsabile della SARS, sparito nel 2004. Siccome l’attività antivirale era diretta contro un virus non più esistente la notizia era passata inosservata. Naturalmente quando è saltato fuori questo nuovo virus, cugino di quello della SARS, molti hanno pensato di utilizzare il Plaquenil per curare questa infezione”.

L’efficacia di questa terapia non è ancora chiara e non sono neanche chiari i meccanismi attraverso i quali il Plaquenil infastidisce la replicazione virale. E siccome fare gli esperimenti sulle persone è sicuramente più complicato, spiega il virologo, “molti ricercatori hanno pensato di studiare l’effetto del Plaquenil sul nuovo coronavirus in laboratorio, tra questi noi. Per studiare un virus in laboratorio bisogna prenderlo e metterlo a contatto con cellule nelle quali si possa replicare: in generale l’effetto è la loro completa distruzione. Dunque: abbiamo preso il coronavirus e l’abbiamo messo a replicare, aggiungendo una quantità di Plaquenil abbondantemente raggiungibile nel polmone dopo la somministrazione del farmaco”.

 ​”Però – aggiunge Burioni – abbiamo esplorato non una, ma tre possibilità. Nella prima abbiamo aggiunto il Plaquenil DOPO l’infezione delle cellule con il virus, simulando la situazione in cui si troverebbe un paziente se il farmaco gli venisse somministrato al momento della diagnosi, quando è già infettato. Poi abbiamo provato ad aggiungerlo solo PRIMA dell’infezione delle cellule, simulando l’uso del Plaquenil in profilassi. E poi abbiamo fatto anche un terzo tentativo: l’abbiamo aggiunto sia PRIMA che DOPO l’infezione delle cellule, simulando una somministrazione continuativa del farmaco”. I risultati sono stati che l’esito nettamente migliore per le cellule infettate si è avuto con il farmaco somministrato prima e dopo l’infezione.

“Chiaramente questo non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza – aggiunge il virologo – i dati che abbiamo ottenuto suggeriscono che una sperimentazione clinica di questo farmaco dovrebbe essere svolta somministrando il farmaco non solo quando il paziente sta già male, ma già prima dell’infezione agli individui che sono a maggior rischio. Non correte a comprare il Plaquenil e non assumetelo di testa vostra – raccomanda – mentre l’efficacia non è ancora certa, gli effetti collaterali del farmaco sono comunque possibili. In ogni caso, però, se uno studio clinico riuscisse a confermare che il Plaquenil è utile nel modo in cui questo studio suggerisce, ovvero associando profilassi e terapia, avremmo fatto un passo verso il ridimensionamento di questo virus. Un passo che, per esempio, potrebbe rappresentare una protezione in più per tutti i colleghi in primissima linea nella gestione clinica de pazienti infetti. Quanto grande sarà questo passo non possiamo saperlo, ma è di questi passi che è fatto il ritorno alla vita normale. Vorrei qui ringraziare – oltre a Massimo Clementi che coordina tutto il laboratorio – anche Nicasio Mancini e Nicola Clementi che hanno diretto il gruppo di giovanissimi ricercatori che ha svolto questo lavoro: Elena Criscuolo, Roberta Antonia Diotti, Roberto Ferrarese e Matteo Castelli. Perché fare gli esperimenti con questo virus non è una cosa da poco: bisogna maneggiarlo, e maneggiare un virus potenzialmente letale è cosa che significa letteralmente rischiare la vita mentre si fanno gli esperimenti”. 

Una piattaforma digitale gratuita che mette in comunicazione da remoto i professionisti della sanità con i pazienti e che consente di effettuare video appuntamenti: uno spazio progettato per i chi ha bisogno di continuare ad avere accesso all’assistenza sanitaria.

Sullo sfondo l’emergenza Coronavirus e gli obblighi imposti per arginare il contagio. La piattaforma si chiama Care Connect, l’ha sviluppata KRY, un’azienda svedese nata nel 2015 che si occupa di sanità digitale. La piattaforma da ieri è disponibile anche in Italia (dopo Francia, Germania, UK, Svezia e Norvegia), proprio nel giorno in cui il Ministero dell’Innovazione ha invitato enti ed organizzazioni pubbliche e private a sottoporre soluzioni tecniche di tele assistenza per pazienti, sia per patologie legate al Covid-19, sia per altre patologie di carattere cronico. 

1,6 milioni gli appuntamenti digitali

Basata a Stoccolma, fondata da Fredrik Jung Abbou, Joachim Hedenius, Johannes Schildt, Josefin Landgård, KRI ha raccolto dalla sua costituzione 219 milioni di euro di finanziamenti, grazie al sostegno di investitori tecnologici europei, come Index Ventures, Accel e Creandum. La compagnia dichiara che la piattaforma ha fornito dal suo lancio 1,6 milioni gli appuntamenti digitali ai medici in tutta Europa. La società “lavora in partnership con le autorità sanitarie nazionali e locali per fornire capacità aggiuntive ai servizi di assistenza primaria – ha spiegato il CEO Johannes Schildt – nel Regno Unito, ad esempio, lavoriamo con diversi gruppi di Commissione per l’assistenza sanitaria nazionale (NHS Care Commissioning Group) per fornire cure primarie “digital first” a 3 milioni di pazienti. In risposta diretta a COVID-19, offriamo gratuitamente il nostro servizio”.

Il caso Italia

L’Italia è uno dei paesi più colpiti dalla pandemia e con un numero sempre maggiore di pazienti in auto-isolamento. Per Johannes Schildt la piattaforma, “completamente criptata” in termini di tutela dei dati sensibili, ha l’obiettivo di “soddisfare la crescente domanda dei pazienti di avere un servizio di consulenza e guida sanitaria a distanza e non pesare ulteriormente sugli operatori sanitari, ora più che mai, sotto pressione. L’uso della piattaforma va anche beneficio dei medici che hanno bisogno di continuare a vedere i loro pazienti da remoto, offrendo un’opzione semplice e sicura come i video appuntamenti, senza costi aggiuntivi. L’estensione del nostro servizio in Italia – ha spiegato – è un passo ovvio. È urgente che i medici continuino a visitare i pazienti, sia che siano affetti da Coronavirus, ma anche da altri problemi sanitari.

Soluzione digitale per la pandemia

“Abbiamo lanciato Care Connect di KRY in risposta alla crescente richiesta da parte dei medici di una soluzione digitale per la pandemia COVID-19 – ha aggiunto Schildt – per i medici che hanno bisogno di continuare a vedere i loro pazienti, questo offre un’opzione semplice e sicura per la progettazione di appuntamenti video, senza costi aggiuntivi”.

Non solo Coronavirus

“Per molti pazienti che si auto isolano a casa, urge il bisogno di accedere alla sanità anche per altre esigenze oltre al coronavirus – ha detto anche Annette Alaeus, responsabile delle malattie infettive di KRY – con gli ospedali che dirottano le risorse verso la cura dei pazienti affetti da COVID-19, Care Connect di KRY garantirà a chi si trova a casa la possibilità di rimanere in contatto con medici in grado di fornire loro cure specifiche, questo è vitale per chi soffre di patologie croniche come il diabete, e per assicurare che la nostra popolazione possa rimanere in salute il più a lungo possibile”.

Dottoressa Gatti, la Lombardia è l’epicentro di questa emergenza sanitaria perché più esposta di altre aree del Paese all’inquinamento atmosferico dell’aria prodotto dalle industrie, dai riscaldamenti e dal traffico delle auto. È plausibile?
“Si, è plausibile. È stato detto che molte persone per lo più anziane (la media è 80 anni) sono morte non di coronavirus ma con il virus. Persone già debilitate, cioè con patologie anche innescate da inquinamento ambientale, non disponevano più di un sistema immunitario efficiente. Ricordo che al momento non ci sono medici capaci di diagnosticare una patologia da polveri. In un progetto Europeo (DIPNA) di nanotossicologia, noi abbiamo già dimostrato che cellule attaccate da nanopolveri non hanno più un sistema di difesa capace di reagire”.

Antonietta Gatti è una fisica, tra i maggiori esperti di tossicità delle nanoparticelle a livello internazionale. Ha guidato il laboratorio dei biomateriali del dipartimento di neuroscienze all’università di Modena e Reggio Emilia, ed è stata consulente della commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito. È a lei che si devono gli studi decisivi sulle morti (di tumore) dei militari italiani tornati dai Balcani, fu  lei – nel 2004 – a trovare le nanoparticelle nei tessuti degli agnelli malformati nati in Sardegna vicino al Poligono Interforze di Salto di Quirra. Nanoparticelle prodotte dall’esplosione di proiettili e granate. Ha firmato decine di pubblicazioni e articoli scientifici.

Dottoressa Gatti, le polveri sottili presenti nell’aria possono compromettere le difese dell’organismo umano ‘attaccato’ dal coronavirus?
“È già stato dimostrato dalla Scuola di Leuven (Belgio) che polveri nanometriche (0.1micron), se arrivano agli alveoli, passano la barriera polmonare in 60 secondi e in un’ora possono arrivare a fegato e reni e da lì raggiungere tutti i siti del corpo, nessuno escluso. Questo fatto è noto dagli scienziati, tanto che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha già stimato in 7.000.000 ogni anno le morti per patologie polmonari, cardiovascolari e cerebrali dovute all’inquinamento. E’ ovvio che, in un sistema già compromesso dalle polveri ambientali che sono responsabili di uno stato infiammatorio, un ulteriore insulto, per di più infettivo, può accelerare la morte”.

Questa relazione tra ‘efficacia’ del virus e smog non è stata ancora scientificamente dimostrata, ma se esistesse questa relazione, perché città inquinate come New Delhi è stata colpita finora solo marginalmente dal Covid-19
“Per prima cosa, c’è da chiedersi quali valutazioni siano state fatte sulla popolazione. C’è da considerare che la massima parte dei portatori del virus è perfettamente asintomatica e, dunque, sfugge alla rilevazione. Poi, non sappiamo se in un futuro vicino possa scatenarsi anche là un’epidemia. Ci può essere, però, anche un’alta, spiegazione. Il virus non resiste a temperature superiori a meno di una trentina di gradi, cioè è sensibile al calore e si denatura, non si replica e muore”.

Il tema della relazione tra virus e inquinamento atmosferico sta guadagnando attenzione da parte dei media e della comunità scientifica in questi giorni di emergenza sanitaria.  La Società italiana di medicina ambientale, l’Università Aldo Moro di Bari e l’Alma Mater di Bologna hanno appena pubblicato un ‘position paper’ su questo tema. “Riguardo agli studi sulla diffusione dei virus nella popolazione – si legge – vi è una solida letteratura scientifica che correla l’incidenza dei casi di infezione virale con le concentrazioni di particolato atmosferico (es. PM10 e PM2,5) (1, 2). Nel caso di precedenti casi di contagi virali, le ricerche scientifiche hanno evidenziato alcune caratteristiche della diffusione dei virus in relazione alle concentrazioni di particolato atmosferico”.

I dodici ricercatori che hanno firmato il paper ricordano alcuni precedenti:

(2010) l’influenza aviaria può essere veicolata per lunghe distanze attraverso tempeste asiatiche di polveri che trasportano il virus. I ricercatori hanno dimostrato che vi è una correlazione di tipo esponenziale tra le quantità di casi di infezione (Overall Cumulative Relative Risk RR) e le concentrazioni di PM10 e PM2.5 (μg m-3) (4)

(2016) esiste una relazione tra la diffusione del virus respiratorio sinciziale umano (RSV) nei bambini e le concentrazioni di particolato. Questo virus causa polmoniti in bambini e viene veicolato attraverso il particolato in profondità nei polmoni. La velocità di diffusione del contagio (Average RSV positive rate %) è correlata alla concentrazione di PM10 e PM2.5 (μg m-3) (5).

(2017) il numero di casi di morbillo su 21 città cinesi nel periodo 2013-2014 varia in relazione alle concentrazioni di PM2.5. I ricercatori dimostrano che un aumento delle concentrazioni di PM2.5 pari a 10 μg/m3 incide significativamente sull’incremento del numero di casi di virus del morbillo (6). I ricercatori suggeriscono di ridurre le concentrazioni di PM2,5 per ridurre la diffusione dell’infezione.

(2020) uno dei maggiori fattori di diffusione giornaliera del virus del morbillo in Lanzhou (Cina) sono i livelli di inquinamento di particolato atmosferico (7). In relazione all’evidenza che l’incidenza del morbillo sia associata all’esposizione a PM2.5 ambientale in Cina, i ricercatori suggeriscono che politiche efficaci di riduzione dell’inquinamento atmosferico possono ridurre l’incidenza del morbillo.

Il grafico evidenzia una relazione lineare (R2=0,98), raggruppando le Province in 5 classi sulla base del numero di casi infetti (in scala logaritmica: log contagiati), in relazione ai superamenti del limite delle concentrazioni di PM10 per ognuna delle 5 classi di Province (media per classe: media n° superamenti lim PM10/n° centraline Prov.)  Tale analisi sembra indicare una relazione diretta tra il numero di casi di COVID-19 e lo stato di inquinamento da PM10 dei territori, coerentemente con quanto ormai ben descritto dalla più recente letteratura scientifica per altre infezioni virali. (Fonte: Sima)

La relazione tra i casi di COVID-19 e PM10 suggerisce un’interessante riflessione sul fatto che la concentrazione dei maggiori focolai si è registrata proprio in Pianura Padana mentre minori casi di infezione si sono registrati in altre zone d’Italia. (Fonte: Sima)

Dottoressa, l’inquinamento dell’aria è un vettore di trasmissione che può favorire la diffusione di un virus?
“L’aria è piena di polveri come ben sappiamo dai valori delle centraline dell’ARPA e i limiti di legge sono ripetutamente superati anche molto abbondantemente. Quelle controllate sono polveri di dimensione 10-2,5 micron, ma ci sono anche polveri ben sotto il micron: Polveri che hanno dimensioni comparabili con quelle di un virus. Una interazione non è solo possibile, ma è probabile. La creazione di un’entità organica-inorganica, una volta nel corpo umano, non è facilmente debellabile. Questa interazione può capitare anche dentro gli alveoli già pieni di polveri. Su questi substrati il virus può replicarsi facilmente”.

Che idea si è fatta di questo virus sotto il profilo molecolare? Perché è così letale rispetto ad altri coronavirus?
“La creazione di un’entità organico-inorganico non è debellabile con i normali farmaci. Da anni noi stiamo studiando questa nano-bio-interazione di nanoparticelle con proteine del corpo umano e abbiamo identificato queste nuove entità organiche-inorganiche nel sangue di pazienti con patologie come, ad esempio, la leucemia. Questo virus attacca i polmoni, e quelli degli anziani, dei fumatori e di chi ha altre patologie come, ad esempio, il diabete, che hanno capacità di difesa che, in alcuni casi, possono rivelarsi insufficienti”.

Il contrasto al contagio attraverso l’isolamento delle persone ha prodotto effetti in Cina, non ancora in Italia. È così che si ‘spegne’ un virus, impedendogli di diffondersi? È giusta questa strategia sostenuta dalla totalità dei virologi?
“Ogni epidemia ha una fase ascendente che può essere anche rapida ed una fase discendente. Si può cercare di arginare l’infezione isolando la gente sana da quella malata, così si evita il contagio. Purtroppo, non abbiamo altre armi di difesa. In questo mondo così globalmente interagente un battere d’ali in un punto si ripercuote anche a grandi distanze, tanto da diventare un temporale in un punto lontano. Il problema è che anche l’economia seguirà questo andamento”.

La comune influenza contagia e uccide migliaia di persone ogni anno ed è in piedi la discussione su quanto questa infezione sia peggiore di altre. Lo è?
“Influenze che esitavano in polmoniti erano già presente da ottobre scorso in Italia. Basta chiedere ai medici di famiglia e agli ospedali. Ogni anno l’influenza fa parecchie migliaia di morti, stimate in 20.000 /anno. Basta controllare le statistiche dell’Istituto Superiore di Sanità”.

Il paper curato dalla Sima e dalle università di Bologna e Bari è una base di lavoro che andrà sviluppata. Sebbene, leggiamo ancora, “tali analisi sembrano dimostrare che, in relazione al periodo 10-29 Febbraio, concentrazioni elevate superiori al limite di PM10 in alcune Province del Nord Italia possano aver esercitato un’azione di boost, cioè di impulso alla diffusione virulenta dell’epidemia in Pianura Padana che non si è osservata in altre zone d’Italia che presentavano casi di contagi nello stesso periodo. A questo proposito è emblematico il caso di Roma in cui la presenza di contagi era già manifesta negli stessi giorni delle regioni padane senza però innescare un fenomeno così virulento. Oltre alle concentrazioni di particolato atmosferico, come fattore veicolante del virus, in alcune zone territoriali possono inoltre aver influito condizioni ambientali sfavorevoli al tasso di inattivazione virale. Il gruppo di lavoro sta approfondendo tali aspetti per contribuire ad una comprensione del fenomeno più approfondita”.

I pesci oggi corrono rischio di infezione circa 283 volte maggiore rispetto a 40 anni fa. Questo è quanto sostengono i ricercatori dell’Università di Washington, che hanno pubblicato un articolo sulla rivista Global Change Biology. Lo studio si basa sull’analisi della presenza del parassita Anisakis tra il 1978 e il 2015.

“Abbiamo raccolto dati riportati su 123 diverse ricerche che indagano riguardo il numero medio di parassiti trovati su 56.778 pesci appartenenti a 215 specie. I risultati indicano che rispetto a 40 anni fa i pesci di oggi sono colpiti mediamente 283 volte più frequentemente”, afferma Chelsea Wood dell’Università di Washington.

“L’Anisakis inizia il suo ciclo vitale nell’intestino dei mammiferi marini, viene escreto poi tramite le feci e infetta i pesci, i piccoli crostacei, o le larve dei krill, di cui i pesci si nutrono, provocando delle cisti nel proprio tessuto muscolare. I mammiferi marini si nutrono poi dei pesci infetti e il ciclo ricomincia”, spiega il ricercatore.

“Consumare pesci infetti crudi, affumicati o congelati in modo improprio può portare gli esseri umani a contrarre il parassita, che non prolifera nell’intestino umano, ma può provocare una reazione immunitaria, che a sua volta può portare a problemi intestinali, come nausea, vomito o diarrea”, sostiene ancora Wood, sottolineando che la pericolosità è comunque molto bassa.

“Io continuo a mangiare sushi, so che gli chef sanno individuare e rimuovere i parassiti. Non sappiamo da cosa derivi l’aumento della presenza di Anasakis, ma potrebbe essere collegato all’innalzarsi della temperatura del mare”, conclude Wood, sperando di riuscire in futuro di contribuire a ridurre il numero di parassiti presenti nel sushi e nel pesce che mangiamo abitualmente.

Sono immagini scioccanti quelle diffuse dai ricercatori dell’Istituto nazionale di malattie infettive Spallanzani di Roma in uno studio che verrà pubblicato sull’International Journal of Infectious Diseases (immagini diffuse con l’esplicito consenso della figlia dei due coiniugi). Sono le radiografie e le immagini della Tac dei polmoni appartenenti alle prime due persone risultate infette in Italia, due turisti cinesi in vacanza, e che dimostrano quanto può essere devastante il nuovo coronavirus.

I due pazienti, un uomo di 67 anni e una donna di 65, erano in forma e in salute. Seguivano solo una terapia orale per tenere a bada l’ipertensione. Dopo aver riscontrato problemi respiratori e febbre, la coppia è stata sottoposta a test di laboratorio che hanno confermato l’infezione con il virus SARS-COV-2. Entrambi i pazienti hanno continuato ad aggravarsi fino a sviluppare la sindrome da distress respiratorio dell’adulto (ARDS).

Ci sono voluti solo quattro giorni per arrivare all’insufficienza respiratoria e due giorni dopo entrambi i pazienti respiravano solo grazie a un ventilatore. Le prime radiografie effettuate sui pazienti mostrano “opacità del vetro smerigliato”.

Immagine pubblicata dal Journal of Infectious Diseases (credit: Science Direct)

In pratica, gli spazi aerei nei loro polmoni si erano riempiti di liquido, generalmente pus, sangue o acqua. L’opacità del vetro smerigliato è spesso associata all’ispessimento o al gonfiore dei tessuti molli, noto come consolidamento. È stato anche visto un fenomeno chiamato “pavimentazione pazza”, che indica un ispessimento del setto e del setto intralobulare, che può inibire le prestazioni. I pazienti con Covid-19 hanno mostrato sacche piene di liquidi o muco nei polmoni, che possono peggiorare progressivamente con lo sviluppo della malattia.

Lo studio ha anche scoperto che i vasi sanguigni che trasportano il sangue dal cuore ai polmoni per ossigenarsi si stavano allargando. Questa condizione, nota come ipertrofia, riduce lo spazio per l’aria, causando difficoltà respiratorie e problemi respiratori. È probabile che questo segno sia correlato all’iperemia – eccesso di sangue nei vasi polmonari – causato dall’infezione virale.

“I modelli polmonari in entrambi i pazienti sono caratterizzati da ipertrofia dei vasi polmonari, che sono aumentati di dimensioni, in particolare nelle aree con danno interstiziale più pronunciato”, spiegano i ricercatori.

“Questa nuova evidenza radiologica suggerisce un diverso modello di coinvolgimento polmonare rispetto a quelli osservati nelle altre infezioni note gravi causate da coronavirus (Sars e Mers)”, aggiunge. I ricercatori affermano i loro risultati concordano con quelli precedenti, ma la presenza di infiltrati polmonari – una sostanza anormale che si accumula gradualmente all’interno delle cellule o dei tessuti corporei – potrebbe descrivere un predittore precoce della compromissione polmonare. 

C’è da dire, per completezza, che sono oggi pochi i malati di coronavirus che arrivano a questo stato di cose. Oggi in Italia sono in terapia intensiva il 6,6 per cento dei malati, e molti guariscono, proprio come è successo ai due cittadini cinesi. Dunque anche uno stato così avanzato di danneggiamento dell’attività polmonare in presenza di ventilatori e letti per la terapia intensiva può essere reversibile.

Da inizio marzo, il governo ha approvato una serie di provvedimenti per contrastare la diffusione del nuovo coronavirus in Italia. Una delle misure più restrittive, imposta su tutto il territorio nazionale, riguarda gli spostamenti delle persone: senza una valida ragione, giustificata da motivi di lavoro  o per ragioni di salute o per altre necessità, è richiesto e necessario restare a casa.

È la prima volta che nella storia della Repubblica italiana viene adottata una misura di tale portata, che ha – e avrà – grosse conseguenze non solo sull’economia del Paese, ma anche sulla vita sociale dei cittadini italiani.

In particolare, che cosa dicono gli scienziati a proposito degli impatti psicologici di questa forma di semi-isolamento sulle popolazioni colpite dal coronavirus? Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza sulla questione, che oltre all’Italia e alla Cina, ormai sta coinvolgendo diversi Paesi europei, come la Spagna.

Un cambio di stile di vita e la paura

“L’impatto più grosso è che ci viene chiesto un radicale cambiamento dello stile di vita quotidiano, dove ci viene chiesto paradossalmente non di fare più cose, come la società moderna ci ha abituati a fare, generando il cosiddetto “stress per le tante cose da fare”, ma di non fare, di “restare a casa””, ha spiegato a Pagella Politica Gianluca Castelnuovo, professore ordinario di Psicologia clinica all’Università Cattolica di Milano.

Tutto questo può avere delle conseguenze sul piano psicologico per le persone, a cominciare dal nostro rapporto con la paura.

“In questo contesto di incertezza e di preoccupazione, la paura può essere funzionale, perché si può trasformare in attivazione e maggiore attenzione, per esempio per rispettare i protocolli di igiene, come lavarsi le mani e indossare i dispositivi di protezione individuale”, ha chiarito Castelnuovo. “I problemi possono però verificarsi in quelle persone che hanno maggiori difficoltà a gestire l’ansia, in cui questo stato può diventare disfunzionale”.

Che cosa ci dicono a proposito i precedenti della Sars e di altre epidemie?

Quali sono i precedenti…

Il 26 febbraio scorso, la prestigiosa rivista scientifica The Lancet ha pubblicato uno studio, realizzato da sette ricercatori del Dipartimento di psicologia medica dell’università britannica King’s College di Londra, dedicato proprio agli impatti psicologici della quarantena da coronavirus, suggerendo alcuni accorgimenti da prendere.

Seguendo le indicazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), gli scienziati non hanno condotto un vero e proprio esperimento, che avrebbe richiesto tempi più lunghi, ma hanno fatto una panoramica della letteratura scientifica (quella che in gergo specialistico si chiama review) in materia di quarantena per trarre delle conclusioni applicabili alla pandemia da Covid-19.

In totale, i ricercatori hanno trovato sul tema 3.166 pubblicazioni scientifiche, da cui hanno selezionato oltre 20 studi, condotti in dieci Paesi diversi – dalla Cina al Canada, passando per la Liberia e il Senegal – e dedicati alle misure di quarantena messe in campo dal 2003 in poi per contrastare la diffusione di malattie come la Sars, l’Ebola o l’influenza pandemica H1N1.

… e che cosa ci dicono

Chiariamo subito che questi precedenti sono basati su numeri più ristretti a quelli di cui sentiamo parlare in questi giorni (lo studio più grande usa un campione di oltre 6.200 persone, quello più piccolo 10), e non per tutti ci sono dati precisi (per esempio, per alcuni studi non è disponibile sapere la durata dell’isolamento).

In ogni caso, come hanno rilevato i ricercatori su The Lancet, queste ricerche ci permettono di trarre alcune conclusioni utili – pur con alcuni limiti, come vedremo meglio più avanti – per comprendere e ridurre l’impatto psicologico della quarantena forzata sulle persone.

Una ricerca pubblicata nel 2004 ha mostrato che 338 membri di uno staff medico a Taiwan, messi in quarantena durante l’epidemia della Sars, hanno rilevato nei giorni immediatamente successivi alla fine dell’isolamento disturbi acuti da stress e una maggior propensione a vivere stati d’ansia e di insonnia.

Un altro studio, uscito nel 2009 e sempre relativo all’epidemia della Sars, ha evidenziato come in un campione di oltre 500 dipendenti di un ospedale cinese la quarantena abbia aumentato la probabilità di mostrare sintomi da stress post-traumatico. Un’evidenza, questa, raccolta anche da un’altra ricerca, uscita nel 2013, che ha avuto per oggetti i bambini e i loro genitori sottoposti a quarantena o altre misure di isolamento.

Nella popolazioni analizzate dopo giorni di quarantena, “gli studi riportano in generale sintomi psicologici come disturbi emotivi, depressione, stress, disturbi dell’umore, irritabilità, insonnia e segnali di stress post-traumatico”, scrivono i ricercatori del King’s College, che hanno anche cercato di capire, dalla letteratura disponibile sul tema, se ci fossero delle caratteristiche individuali o demografiche che “facilitassero”, in un certo senso, l’insorgere di questi sintomi.

Qui le evidenze raccolte con il metodo scientifico sono ancora meno chiare. Un punto fermo sembra comunque essere che tra i soggetti più colpiti ci siano proprio i medici e gli staff ospedalieri, così come i soggetti in giovane età.

“Un rischio nel futuro prossimo è che passata questa crisi potremmo trovarci molti casi di burnout tra il personale che era in prima linea nel contrastare l’emergenza coronavirus”, ha evidenziato Castelnuovo.

Come hanno sottolineato quattro ricercatori cinesi in una lettera pubblicata da The Lancet il 4 marzo scorso, si sa comunque ancora poco sugli impatti psicologici (e fisici) che i periodi di quarantena possono avere sui bambini, che in queste settimane sono costretti a restare in casa, lontani dalla scuola.

Altre fasce della popolazioni più a rischio, come evidenziano i Centers for disease control and prevention statunitensi (Cdc), sono gli anziani, i cittadini con malattie croniche e le persone che già soffrono di disturbi mentali, anche lievi.

Che cosa peggiora la quarantena

Altre evidenze scientifiche portano a ipotizzare il rafforzamento, sotto quarantena, di diversi stressor, ossia di quegli stimoli esterni che sono fonte di stress. Tra questi, gli stressor più diffusi sono la durata della quarantena, la paura di essersi contagiati (e anche quella di poter contagiare gli altri, in particolare i famigliari), la noia, la frustrazione e l’essere privi di beni necessari, non solo alimentari o per la salute, ma anche immateriali, come quelli legati all’informazione.

“La mancanza di chiarezza, in particolare sui diversi livelli di rischio, ha portato i partecipanti allo studio a temere il peggio”, scrivono gli studiosi del King’s College, commentando una ricerca pubblicata nel 2017 e relativa all’epidemia di Ebola in Africa occidentale, scoppiata tra il 2014 e il 2016.

Esistono poi degli stressor che aumentano di molto il rischio di mostrare difficoltà psicologiche una volta finita la quarantena. In particolare, i ricercatori si sono concentrati sul quantificare gli effetti causati dalle perdite economiche e dallo stigma sociale che vivevano i soggetti isolati una volta liberi.

Tra le evidenze scientifiche, risulta per esempio che chi ha livelli di reddito più bassi mostra una necessità di supporto maggiore, sia economico che psicologico, durante e dopo i periodi di quarantena.

“Non vanno inoltre sottovalutati i problemi legati ai disturbi alimentari”, ha sottolineato Castelnuovo. “Il rischio in questo periodo di semi-isolamento è quello di badare più alla quantità del cibo, che alla qualità. Questo contesto può essere utile per rigustare il piacere del cibo, mangiando lentamente e a piccole dosi, associandola anche a un po’ di attività fisica, rispettando sempre le regole, dal momento che non viviamo in un regime di coprifuoco”.

Che cosa possiamo fare

Come sottolineano gli stessi ricercatori, la review uscita su The Lancet ha diversi limiti, anche se ad oggi resta la pubblicazione scientifica più dettagliata su questo tema, per lo meno legata alla diffusione del nuovo coronavirus.

Nello specifico, gli studi da cui sono state tratte le evidenze viste sopra sono stati condotti per lo più su un ristretto campione di persone, e in pochi casi c’è stato un confronto diretto tra soggetti isolati e soggetti non isolati.

In ogni caso, questa review fornisce una base scientifica a quello che già il buon senso sembra suggerire: i periodi di quarantena possono avere effetti psicologici profondi e duraturi, soprattutto sulle fasce della popolazione più deboli.

Secondo i ricercatori, è possibile rendere i periodi di isolamento “più tollerabili per il maggior numero di persone possibile”, seguendo una serie di accorgimenti.

Una delle misure necessarie da adottare da parte di un governo è quella di spiegare con chiarezza che cosa sta succedendo, garantendo una comunicazione istituzionale trasparente e rinforzando il senso di altruismo nella cittadinanza.

“È necessario però non travolgere i lettori con le notizie angoscianti, ma comunicare le buone notizie, per esempio i casi di persone guarite dopo aver contratto il nuovo coronavirus”, ha spiegato Castelnuovo. “Un ulteriore aiuto poi, in un’epoca in cui sono fortemente criticate e demonizzate, può arrivarci dalle tecnologie, che grazie alle videochiamate permettono a chi è isolato di avere un contatto sociale più solido di quello coltivato solo con dei messaggi”.

Un discorso diverso vale per chi non vive da solo e magari in questi giorni è obbligato a condividere gli spazi domestici con dei famigliari.

“In questi casi è fondamentale strutturare la giornata, dividere i tempi e gli spazi in base a schemi e ritmi, rassicurando in particolare i bambini”, ha sottolineato Castelnuovo. “Questo periodo di semi-isolamento è troppo lungo per essere lasciato al caso, serve organizzazione del proprio tempo, con ampi margini dedicati non a semplici passatempi, ma alle proprie passioni personali e ai propri talenti”.

Inoltre, un altro elemento molto importante, che ha un impatto significativo sulla dimensione psicologica dei cittadini, è quello di garantire con facilità l’accesso a beni primari, come quelli alimentari, e a consulenze di supporto psicologico.

Il progetto “Solidarietà digitale”, promosso dal governo per permettere a imprese e associazioni di fornire servizi gratuiti alla cittadinanza, va anche in questa direzione. Sul sito ufficiale dell’iniziativa, è possibile consultare i servizi gratuiti offerti da diverse realtà che si occupano, per esempio, di organizzare colloqui psicologici in videochiamata.

Inoltre, come spiega il Ministero della Salute, “è disponibile un servizio di supporto psicologico per affrontare le emozioni durante il momento difficile di questa emergenza”, chiamando il numero verde 800.06.55.10 (attivo 24 ore su 24, 7 giorni su 7).

Conclusione

Da diversi giorni, la popolazione italiana sta vivendo una forma di semi-isolamento forzato, a causa dell’emergenza coronavirus, una situazione già vissuta da Paesi come la Cina e più recentemente avviata anche da Stati europei come la Spagna.

Una delle questioni più pressanti in questo momento – oltre ai risvolti economici dell’emergenza – riguarda gli impatti psicologici dell’isolamento sui cittadini.

In base a esperienze di quarantene passate, gli scienziati suggeriscono che lunghi periodi di isolamento possano portare a sintomi psicologici come disturbi emotivi, depressione, stress, disturbi dell’umore, irritabilità, insonnia e segnali di disturbi da stress post-traumatico.

Ma come ha sottolineato Gianluca Castelnuovo, professore ordinario di Psicologia clinica all’Università Cattolica di Milano, questo periodo di radicale cambiamento dello stile di vita quotidiano può diventare anche un’opportunità per ripensare al nostro rapporto con le nostre passioni e con il cibo, e non solo una fonte di preoccupazioni.

Entro la fine del mese il numero dei posti letto in terapia intensiva nelle terapie intensive italiane dovrebbe salire a circa 6100 unità con un incremento di circa il 20 per cento del totale. Sono le stime raccolte da Agi dalla varie Regioni italiane. Si tratta solo di un primo parziale risultato che mostra bene la corsa che gran parte delle Regioni stanno facendo per allestire nuovi posti di terapia intensiva per far fronte all’emergenza coronavirus.

Come infatti ormai è ampiamente dimostrato sono proprio ventilatori, macchine per la respirazione artificiale e sistemi di isolamento biologico la linea di difesa più efficace contro il virus. In media, stando ai dati della Protezione civile un italiano ogni dieci italiani infettati dal virus finisce poi con lo sviluppare infezioni gravi dell’apparato respiratorio tale da metterne a rischio la sopravvivenza. Per questo è necessario ricorrere a questo particolare tipo di terapia, a cui, e lo dimostrano anche i casi di cronaca come per esempio quello del paziente 1 di Lodi, occorre sottoporsi per periodi anche molto lunghi di tempo.

Per questo, al primo posto degli interventi previsti dal nuovo decreto di spesa del governo c’è il potenziamento dei servizi di terapia intensiva. Prima dell’inizio della crisi, secondo i dati del Prontuario statistico nazionale, in Italia c’erano 5090 posti letto in totale tra strutture pubbliche e private con un rapporto di 12 a 1 in favore del Servizio Pubblico. Ora, secondo la circolare emanata dal Ministero della Salute lo scorso 4 marzo, il numero dei posti letto dei reparti di terapia intensiva nei diversi ospedali deve aumentare del 50 per cento, ovvero di altri 2500 unità circa.

Di questi, secondo i dati raccolti da AGI almeno 1210 nuovi posti dovrebbero essere disponibili già a partire dalla fine del mese con diverse regioni che hanno già completato una prima fase di potenziamento. Come per esempio la Lombardia, che è passata da circa 900 a 1067 nell’arco di poche settimane, o come l’Emilia Romagna che ha allestito già altri 211 posti di terapia intensiva portando il totale dei letti disponibili a circa 650.

Si tratta di numero importanti ai quali si aggiungono i 153 ulteriori posti che il Lazio ultimerà nelle prossime due settimane nei diversi centri della Regione incluso il nuovo Columbus Covid-19 Hospital della Columbus i cui costi sono stati sostenuti dall’Eni, che entro dieci giorni sarà completato con una dotazione complessiva di 74 posti letto singoli e 59 posti letto di terapia intensiva, interamente dedicato ad accogliere e trattare pazienti con Coronavirus Covid-19. Interventi importanti in questo senso sono stati messi in atto anche al Sud, in Campania dove la Regione ha già provveduto ad ampliare di altre 80 posti le terapie intensive e in Puglia dove l’aumento dei posti letto in terapia intensiva già realizzato è di 209 unità.

Secondo le stime elaborate da Giuseppe e Andrea Remuzzi per l’Istituto Mario Negri di Milano, in collaborazione con l’Università degli Studi di Bergamo,  pubblicate sulla rivista The Lancet, entro la metà di aprile, quando si prevede possa esserci il picco dell’epidemia di coronavirus, il fabbisogno di posti letto in terapia intensiva potrebbe salire a circa 4000 unità. Si tratta di un numero importante tenuto conto che non tutti i posti letto disponibili in Italia sono dedicati a pazienti affetti da coronavirus.

Inoltre occorre considerare che dalle esperienze fin qui acquisite, i tempi di ricovero dei pazienti con coronavirus nei reparti di terapia intensiva sono molto più lunghi della media: 30 giorni circa, contro  14. Ogni anno i 5090 posti letto di rianimazione sono occupati con un tasso del 48,4 per cento. Questo significa che, sperando che tutti i posti siano sempre in perfetta efficienza e immediatamente utilizzabili, oltre al fabbisogno ordinario si possono avere circa 2.500 posti letto per la terapia dei pazienti affetti da coronavirus, ai quali si aggiungerebbero i nuovi posti che sono stati realizzati dalle Regioni in queste settimane.

Il totale sarebbe intorno ai 3.700 posti letto disponibili. La stima elaborata dall’AGI potrebbe essere errata per difetto e i numeri dei posti letto effettivamente disponibili potrebbero essere anche un po’ di più di quelli fin qui elaborati, avvicinandosi così alla soglia delle 4000 unità. “Ci rendiamo conto – conclude Giuseppe Remuzzi – che è molto verosimile che a questo numero di posti letto di terapia intensiva non si possa arrivare. Una percentuale speriamo significativa di pazienti accederà alla terapia intensiva, gli altri saranno trattati con supporti respiratori meno invasivi. Questa è una grossa sfida per l’Italia, perché ora ci sono poco più 5.200 posti letto in terapia intensiva in totale.

Teniamo conto poi che abbiamo solo poche settimane per l’approvvigionamento di personale, attrezzature tecniche, e materiali. Sappiamo che il governo è al lavoro per approvare una legge che consentirà al servizio sanitario di assumere 20.000 medici e infermieri e di fornire altri 5.000 ventilatori agli ospedali italiani. Queste misure rappresentano un passo nella giusta direzione, ma il nostro modello ci dice che devono essere attuate con urgenza, nel giro di pochi giorni”.