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Grazie alla stampante 3D è possibile ricreare delle piastre di titanio che permettono di ricostruire la mandibola anche nei casi dove questa, per effetto di gravi forme di tumore, è maggiormente deformata.

La nuova tecnica, messa a punto grazie a una collaborazione tra la Scuola di Specializzazione in chirurgia orale e maxillo-facciale, Policlinico S. Orsola di Bologna, diretta da Claudio Marchetti, ed Eos, il più importante fornitore di tecnologie a livello mondiale nel campo della stampa 3D che sono riuscite a mettere a punto una tecnologia innovativa che permette di ottenere importanti risultati, sia in termini di salute che di risparmio dei costi degli interventi.

"Questa tecnologia – ha spiegato Salvatore Battaglia, il chirurgo del Sant'Orsola che ha condotto gran parte degli interventi di sostituzione della mandibola – permette di ottenere dei grandi vantaggi sia per i pazienti che per le strutture ospedaliere". Questo delle tecnologie a stampa 3D per la ricostruzione della mandibola è, sotto il profilo chirurgico "un importante passo in avanti che abbiamo cominciato a sperimentare nel 2011 e che ormai è stato adottato in almeno una cinquantina di casi con risultati davvero importanti, soprattutto in termini di riscontro sulla salute dei pazienti" ha spiegato all'Agi Battaglia.

Uno degli aspetti maggiori di questa tecnica consiste nel fatto che la tecnologia ricostruttiva messa in campo permette una rimodellazione della mandibola del paziente quasi perfetta rispetto allo stato originale.

Si tratta di un punto davvero molto importante dal momento che la mandibola determina i lineamenti del paziente. "Il nostro approccio – spiega Battaglia – ci permette di ricostruire in maniera molto dettagliata il profilo del paziente, attraverso un processo che prevede prima una analisi con una TAC della mandibola da sostituire che poi viene rimodellata, non solo sulla base dei dati morfologici del paziente, ma anche con un database sul quale riusciamo a trovare le informazioni che ci permettono di arrivare al risultato finale".

Il modello viene così ricostruito prima graficamente e poi concretamente attraverso le stampanti 3D che producono le placche di titanio destinate ad essere impiantate chirurgicamente. Il margine di errore è di circa 0,2 millimetri. A provvedere alla parte della acquisizione dei dati necessari alla Stampa 3D è la tecnologia Eos.

"Sotto il profilo clinico – spiega Battaglia – il risultato è davvero incoraggiante". Intanto si riducono i tempi dell'intervento ricostruttivo, appena 30 minuti contro i 60 necessari per la terapia tradizionale, "e poi si riducono anche i tempi di follow-up ospedaliero del paziente (meno di 14 giorni contro i 17 degli interventi tradizionali e si riduce, anzi scompare anche il numero delle complicanze post-operatorie. Se prima su un campione di 20 pazienti avevamo due casi di complicazione, oggi su un campione analogo non abbiamo avuto nessun tipo di complicanze". La minor ospedalizzazione compensa i costi per la produzione delle protesi in titanio e consente un risparmio, si legge in una relazione elaborata da Battaglia pari a circa 2.500 euro per ciascun intervento. 

A seguito della globalizzazione e della crescente passione per i cibi provenienti dai Paesi lontani in Italia si stanno diffondendo moltissimi alimenti prima sconosciuti. Alcuni sono delle trovate commerciali, ben studiate per fare guadagnare chi le produce e/o commercializza, ma altri sono degli alimenti molto preziosi per la salute umana oltre che buoni. Non lasciatevi ingannare dal colore insolito: la farina blu è una preziosa alleata perla salute. Al punto che sta prendendo piede sempre di più, e non solo in Italia. Ma cos’è? E cosa la differenzia dalla 00?

La vera farina blu, spiega il sito Alimenti e Sicurezza, quella ricca di proprietà salutistiche, si ottiene dal Mais blu (antica varietà originaria del Centro America in passato molto diffusa tra le popolazioni Inca, Maya e Azteca). Attenzione a non confonderla con le farine blu raffinate, quelle 00, sempre più utilizzate nelle pizzerie per ottenere una pasta soffice che non si disgrega perché ricche di glutine e che lievita in tempi brevi.

Una preziosa alleata del cuore

La farina blu è ricca di fibre, di antiossidanti (polifenoli, ma soprattutto di antocianine) in brado di abbassare il colesterolo, di sali minerali (ferro, fosforo ed altri), vitamine (A, B1, PP, ecc.) e non è OGM (cioè non è un Organismo Geneticamente Modificato).

Grazie a questo mix di sostanze questa farina agisce positivamente sulla salute e in modo specifico sull’apparato cardio-circolatorio. Ma non solo: essendo integrale – spiega il sito Starbene, non crea picchi di glicemia è quindi consigliata a chi soffre di diabete e rappresenta inoltre un’ottima alternativa per i celiaci.

Solo business?

Birre, biscotti, pani, prodotti da forno: è un momento d’oro per i grani antichi. L’Italia – si legge su Bi Mag – vanta circa 500 varietà, divise tra tenero e duro, molte fino a qualche anno fa erano dimenticate. Oggi però, complice l’esplosione dell’ipersensibilità al glutine, tornano alla ribalta: Timilia, Russello, Perciasacchi, Senatore Cappelli. Ma è solo una moda? Franco Berrino, epidemiologo, già direttore del Dipartimento di medicina preventiva e predittiva dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano, li benedice. “Alcuni lavori scientifici suggeriscono che la sostituzione dei prodotti a base di grani moderni con quelli antichi potrebbe esercitare azioni benefiche sulla colesterolemia, sullo stato infiammatorio, sul danno ossidativo. Questi effetti dipendono in gran parte dalla ricchezza di polifenoli in queste varietà di semi di cereali”.

 

 

Se siete tra quei genitori che ogni sera sono pronti a lanciarsi in lunga lotta pur di togliere il tablet dalle mani dei vostri figli, sappiate che la scienza è dalla vostra parte. Lo schermo di smartphone e tablet disturbano il sonno e riducono le ore di riposo. La notizia non è nuova, ma il nuovo studio condotto dall’università del Colorado-Boulder pubblicata sulla rivista Pediatrics va oltre e fissa alcune regole utili. In particolare, di 454 adolescenti presi in esame il 60% va a letto con il cellulare e il 45% lo usa come sveglia. Supera invece il 90% la percentuale di bambini e ragazzi tra i 5 e i 17 anni, oggetto di studio che vanno a letto più tardi e che dormono poco e male”.

Ma perché? Tre sono le principali cause secondo i ricercatori

  1. I contenuti sono troppo stimolanti, soprattutto se si tratta di videogiochi
  2. La luce e la lunghezza d’onda emanata dai dispositivi incide sui ritmi circadiani e sulla fisiologia del sonno, abbassando drasticamente il livello di melatonina del corpo (quello che ci dice quando andare a dormire, per dirla con parole povere).
  3. Il rimpicciolimento dello schermo dalla tv al cellulare) permette a bambini e ragazzi di vedere di nascosto una puntata della propria serie preferita quando dovrebbero dormire

I più piccoli sono ovviamente più a rischio “perché i loro occhi non sono completamente sviluppati e perché sono molto più sensibili agli stimoli esterni”. Su soggetti così giovani entrano in gioco fattori biologici, neuronali e ambientali. “La luce è il nostro orologio naturale”, spiega Monique LeBourgeois, professore associato del dipartimento di Fisiologia al CU Boulder e autrice dello studio.  “Quando la luce colpisce la nostra retina durante le ore serali, invia una cascata di segnali al sistema circadiano al fine di tenere a bada la melatonina e a ritardare il sonno”. “Sappiamo, inoltre, che i più giovani hanno pupille più grandi e quindi sono più vulnerabili”. Gli studiosi sottolineano che esposti alla stessa intensità di luce, adulti e bambini producono una risposta diversa, con i secondi che vedono crollo doppio di melatonina rispetto ai primi.

Per evitare problemi, gli autori dello studio di rimuovere rutti i dispositivi elettronici dalla stanza dei bambini, inclusa la tv, e di stabilire delle regole. In più sottolineano di educare i bambini all’importanza del sonno di qualità. Ecco di seguito le 3 regole auree per il buon sonno dei più piccoli.

  1. Limitare l’uso dei media prima di andare a letto
  2. Spegnere tutti i dispositivi elettronici e spostarli fuori dalla stanza da letto
  3. Sii un modello da seguire

Il caso della bambina milanese morta a Bergamo riporta sotto i riflettori la meningite: una malattia che non ha mai smesso di uccidere e di fare paura. L'incremento di nuovi casi negli ultimi due anni, a partire dal focolaio che si è sviluppato in Toscana, ha riportato al centro dell'attenzione una patologia che nella percezione comune sembrava pressoché scomparsa. E che invece continua a mietere vittime. Ma che cos'è, come si previene e, nel caso, quali sono i sintomi?

La meningite, si legge sulla scheda dell'Istituto Superiore di Sanità, è un'infiammazione delle membrane (le meningi) che avvolgono il cervello e il midollo spinale. La malattia è generalmente di origine infettiva e può essere virale, batterica o causata da funghi. La forma virale, detta anche meningite asettica, è quella più comune: di solito non ha conseguenze gravi e si risolve nell'arco di 7-10 giorni. La forma batterica, quella tornata a colpire in questi mesi, è più rara ma estremamente più seria, e può avere conseguenze fatali. Il Neisseria meningitidis (meningococco) alberga nelle alte vie respiratorie (naso e gola), spesso di portatori sani e asintomatici (2-30% della popolazione). È stato identificato per la prima volta nel 1887, anche se la malattia era già stata descritta nel 1805 nel corso di un'epidemia a Ginevra. Si trasmette da persona a persona attraverso le secrezioni respiratorie.

Dal contagio al decorso

Il meningococco è un batterio che risente delle variazioni di temperatura e dell'essiccamento. Dunque, fuori dell'organismo sopravvive solo per pochi minuti. La principale causa di contagio è rappresentata dai portatori sani del batterio: solo nello 0,5% dei casi la malattia è trasmessa da persone affette dalla malattia. Esistono 13 diversi sierogruppi di meningococco, ma solo sei causano meningite e altre malattie gravi: più frequentemente A, B, C, Y e W135 e molto più raramente in Africa, X. In Italia e in Europa, i sierogruppi B e C sono i più frequenti. I sintomi non sono diversi da quelli delle altre meningiti batteriche, ma nel 10-20% dei casi la malattia è rapida e acuta, con un decorso fulminante che può portare al decesso in poche ore anche in presenza di una terapia adeguata. I malati di meningite o altre forme gravi sono considerati contagiosi per circa 24 ore dall'inizio della terapia antibiotica specifica. La contagiosità è comunque bassa, e i casi secondari sono rari.

I rischi per chi è vicino ai malati

l meningococco può tuttavia dare origine a focolai epidemici. Per limitare il rischio di casi secondari, è importante che i contatti stretti dei malati effettuino una profilassi con antibiotici. Nella valutazione di contatto stretto (che deve essere fatta caso per caso) vengono tenuti in considerazione: i conviventi considerando anche l'ambiente di studio (la stessa classe) o di lavoro (la stessa stanza); chi ha dormito o mangiato spesso nella stessa casa del malato; le persone che nei sette giorni precedenti l'esordio hanno avuto contatti con la sua saliva (attraverso baci, stoviglie, spazzolini da denti, giocattoli); i sanitari che sono stati direttamente esposti alle secrezioni respiratorie del paziente (per esempio durante manovre di intubazione o respirazione bocca a bocca). La sorveglianza dei contatti è importante per identificare chi dovesse presentare febbre, in modo da diagnosticare e trattare rapidamente eventuali ulteriori casi. Questa sorveglianza è prevista per 10 giorni dall'esordio dei sintomi del paziente.

Il periodo di incubazione è generalmente 3-4 giorni (da 2 fino a 10 giorni). Inoltre, bisogna considerare che il meningococco può causare sepsi meningococcica (un quadro clinico, talvolta molto severo, per la presenza del meningococco nel sangue con febbre alta, ipotensione, petecchie, insufficienza da parte di uno o più organi fino anche ad un esito fatale) che può presentarsi da solo o coesistere con le manifestazioni cliniche della meningite. I sintomi della meningite sono indipendenti dal germe che causa la malattia.

Riconoscere i sintomi

I sintomi più tipici includono: irrigidimento della parte posteriore del collo (rigidità nucale); febbre alta; mal di testa; vomito o nausea; alterazione del livello di coscienza; convulsioni. L'identificazione del microrganismo responsabile viene effettuata su un campione di liquido cerebrospinale o di sangue. Nei neonati, alcuni di questi sintomi non sono evidenti. Si può però manifestare febbre, convulsioni, un pianto continuo, irritabilità, sonnolenza e scarso appetito. Sul fronte della lotta al meningococco, sono attualmente disponibili vaccini polisaccaridici contro i sierogruppi A, C, Y e W 135, che però forniscono una protezione di breve durata ai soli soggetti di età maggiore di 2 anni, il vaccino coniugato contro il sierogruppo C (usato attualmente nei calendari vaccinali in Italia) e il vaccino coniugato contro i sierogruppi A, C, Y e W 135. È di recente introduzione (2014) sia nel mercato che nell'offerta vaccinale di alcune regioni un vaccino per prevenire le forme invasive da meningococco di sierogruppo B.

L’appuntamento annuale con il cambio dell’ora e con l’arrivo dell’inverno per molti è causa di malinconia. Ma c’è chi vive il passaggio in modo più serio e duraturo, al punto da ritrovarsi a fare i conti con una vera e propria “tristezza invernale” i cui sintomi toccano sia la sfera psicologica che quella fisica. In particolare, chi ne soffre lamenta mancanza di energia, problemi di sonno e mancanza di stimoli. Ma secondo il Guardian, per il 6% dei britannici e il 2-8% della popolazione dei Paesi più a nord, la “tristezza invernale” si fa sentire con sintomi talmente severi da rendere difficile a chi ne è affetto svolgere le normali funzioni o lavorare. Si tratta di una forma di depressione innescata dai cambi di stagione, chiamata appunto “disordine affettivo stagionale o Sad”.

Come riconoscerla

Oltre ad essere demotivati, le persone affette da questa particolare forma di Sad presentano vari sintomi che vanno dal bisogno di dormire tantissimo al desiderio incontenibile di carboidrati, che li porta poi a mettere su peso. Frequenti sono anche i sintomi opposti: difficoltà a prendere sonno o a fare un sonno rigenerante e perdita di appetito. Spesso confusa con una forma più leggera di depressione, la tristezza stagionale è una diversa espressione della stessa malattia. Non più lieve, né meno grave. Semplicemente diversa. “Le persone che ne soffrono sono malate proprio come i depressi cronici. Ed è importante ricordare che moltissime persone soffrono di quella che noi chiamiamo depressione subsindromica”.

Una persona su 10 ha il mal d’inverno

Secondo le stime, il 10-15% della popolazione soffre di ‘mal d’inverno’. Queste persone lottano per tutto l’autunno e l’inverno e lamentano gli stessi sin tomi dei depressi pur non essendo definiti ufficialmente tali. E nell’emisfero nord il tasso aumenta a uno su tre. Le più colpite sono le donne che rappresentano l’80% dei casi. La percentuale scende tra le più anziane.

Le cause risalgono all’era glaciale

Il dato ha portato i ricercatori a credere che una delle cause della depressione stagionale risieda nell’evoluzione. “Diecimila anni fa, durante l’era glaciale, gli ominidi avevano questa tendenza a rallentare con l’arrivo dell’inverno al fine di preservare l’energia. E questo era particolarmente utile per le donne in età riproduttiva perché la gravidanza era un evento molto impegnativo a livello fisico. Ma ora viviamo 24 ore al giorno e ci si aspetta il massimo rendimento da noi”, sostiene Robert Levitan, professore dell’Università di Toronto.

Ma anche la serotonina fa il suo

“Sappiamo già che la dopamina e la noradrenalina giocano un ruolo determinante nel modo in cui ci svegliamo al mattino e in cui il cervello si energizza”, spiega Levitan. In particolare è stato dimostrato che nelle persone affette da Sad “il livello di melatonina, che controlla il sonno, è rallentato al punto da inviare messaggi erronei al corpo sulle diverse fasi del giorno”. Fondamentale è anche “la serotonina, un neurotrasmettitore che regola l’ansia, la felicità e l’umore”.  Quando la luce diminuisce in inverno, anche il complesso sistema di interdipendenza degli ormoni ne risente. Al punto che uno dei nuovi metodi messi a punto per contrastare alcuni tipi di depressione consiste in una terapia a base di luce. 

Quasi 200mila casi l'anno solo in Italia, di cui il 20% non sopravvive, e 50mila persone che devono convivere con gravi disabilità. Sono i numeri dell'ictus, la terza causa di morte, la prima causa di disabilità nell'adulto e la seconda causa di demenza a livello mondiale, di cui oggi si celebra la giornata mondiale. Malgrado in Italia, come negli altri paesi europei, il tasso di mortalità sia diminuito negli anni, il nostro Paese rimane tra i più a rischio per questa patologia, come spiega Simona Giampaoli, del dipartimento Malattie cardiovascolari, dismetaboliche e dell'invecchiamento dell'Istituto Superiore di Sanità.

I rischi della dieta mediterranea

"L'Italia è un Paese ad elevato rischio di ictus – spiega l'esperta – sia per la sopravvivenza più elevata rispetto ad altri Paesi (l'ictus colpisce in età più avanzata rispetto alla cardiopatia ischemica), sia per alcune caratteristiche comportamentali". Nel mirino paradossalmente la dieta mediterranea, che da sempre la medicina indica come un regime alimentare sano ed equilibrato. Una dieta però, sottolinea Giampaoli, "caratterizzata da un elevato consumo di sale, fattore non indifferente nello sviluppo di ipertensione arteriosa, di malattie cardio-cerebrovascolari, di patologie renali, di tumori del tubo digerente, di osteoporosi". Inoltre, alcune condizioni che si ritrovano più frequenti in età avanzata sono riconosciute come predittori dell'ictus (per esempio, la fibrillazione atriale, l'ipertrofia ventricolare sinistra, lo spessore medio-intimale delle arterie, l'infarto del miocardio).

Ma il 50% degli eventi può essere prevenuto

Tutti fattori che è fondamentale conoscere, perchè l'ictus non è una condanna inevitabile: "La ricerca epidemiologica – conferma l'esperta – ha dimostrato che più del 50% degli eventi può essere prevenuto e, considerando le dimensioni epidemiologiche di questa patologia, l'impatto socio-economico e le sue conseguenze in termini di mortalità, disabilità e disturbi della capacità cognitiva, diventa fondamentale implementare azioni di prevenzione a livello di popolazione generale, sia sulle persone ad elevato rischio e su coloro che hanno già avuto un evento".

Allora cosa fare? "Per coloro che già hanno avuto un evento cardiovascolare o soffrono di episodi di fibrillazione atriale esistono oggi terapie molto efficaci che permettono di vivere con una buona qualità di vita; tutti questi trattamenti però sono più efficaci e ci permettono di vivere meglio se accompagnati da stili di vita sani. È stato osservato ad esempio che persone che hanno episodi di fibrillazione atriale, durante i mesi estivi registrano meno episodi, così come durante i fine settimana. Un andamento che rispetta l'aumento del movimento: in estate, come durante i fine settimana si tende a svolgere più attività fisica che durante la stagione invernale".

I trattamenti farmacologici non rappresentano, dunque, una alternativa agli stili di vita ma devono essere sempre accompagnati da un cambiamento di abitudini che tenda verso quelli più sane:

  • abolizione del fumo;
  • riduzione del consumo di bevande alcoliche (non più di un bicchiere di vino al giorno);
  • diminuzione del consumo di sale (facendo attenzione anche alla quantità contenuta negli alimenti preconfezionati)
  • riduzione dei grassi animali e colesterolo, in particolare di carni, burro, panna, formaggi e uova.

Quanta attività fisica?

Ma anche chi non ha mai avuto problemi di questa natura deve attenersi a semplici indicazioni: "L'attività fisica (nel senso di movimento quotidiano, camminata a passo svelto, andare in bicicletta, salire le scale a piedi) deve impegnare almeno 150 minuti a settimana, e nei bambini almeno 60 minuti al giorno; l'alimentazione deve essere varia e bilanciata con molta verdura e frutta, legumi, cereali integrali, pesce e poca carne, tutto in porzioni modeste".

Perchè ictus e stili di vita camminano a braccetto, specie con il boom di sovrappeso e obesità di questi ultimi decenni: "L'ictus, come gran parte delle malattie cronico-degenerative – spiega Giampaoli – riconosce una eziologia multifattoriale; è possibile valutare il proprio rischio di andare incontro a un evento cerebrale maggiore sulla base di otto fattori di rischio: età, sesso, pressione arteriosa sistolica, terapia antipertensiva, colesterolemia totale e HDL, abitudine al fumo e diabete. Esiste uno strumento, applicato in sanità pubblica, il punteggio individuale, che permette di sapere quante persone su 100 con le nostre stesse caratteristiche andranno incontro a un evento coronarico o cerebrovascolare maggiore nei prossimi 10 anni. Tuttavia, il punteggio individuale non permette di definire quali saranno queste persone".

Solo il 5-10% delle persone hanno uno stile di vita sano

Purtroppo le persone che adottano stili di vita sani "costituiscono un gruppo poco numeroso della popolazione generale (circa il 5-10%) e sono quelle che si ammalano di meno, hanno eventi meno gravi e dichiarano di avere una qualità di vita buona o eccellente in età avanzata". Il fenomeno non è da sottovalutare: se è vero, come riporta il Global Burden of Disease, che i decessi causati da ictus si sono ridotti negli ultimi 20 anni in tutti i paesi dell'Unione Europea, uno studio inglese realizzato dal King's College di Londra prevede un aumento del 34 per cento dell'incidenza della patologia nei prossimi 20 anni (dai 613.148 nuovi casi all'anno nel 2015 agli 819.771 nel 2035), a causa del progressivo invecchiamento della popolazione. I costi collettivi dell'ictus sono valutati nello studio in 3,7 miliardi di euro, il 4 per cento della spesa sanitaria nazionale.

Le sei regioni italiane che hanno un programma di riabilitazione

Un terzo è rappresentato dalle spese di trattamento nella fase acuta. Gli altri due terzi sono costi generati dalla disabilità. Ci sono poi gli oneri che cadono sulle spalle delle famiglie. "È fondamentale che in Italia si arrivi ad avere un protocollo uniforme da seguire per la riabilitazione di pazienti post-ictus", è l'appello lanciato da Nicoletta Reale, presidente di Alice Italia Onlus. "La riabilitazione deve iniziare fin dalla fase di ricovero per poi proseguire in modo continuativo, senza interruzioni e senza rigide limitazioni temporali, in strutture idonee e nei distretti sanitari territoriali", sottolinea. Peccato che solo 6 regioni in Italia presentano percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali aggiornati e attivi per la riabilitazione di pazienti post-ictus. Sono Valle d'Aosta, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Liguria, Emilia-Romagna e Marche. Per le altre la strada è ancora lunga.

Addio incubi. O benvenuti, se vogliamo vivere un film dell’orrore sapendo di essere al sicuro. Diventare registi dei propri sogni (letteralmente) non solo è possibile ma c’è un metodo scientifico grazie al quale, una volta compresa la tecnica, tutti possono decidere la trama e l’esito della loro avventura notturna. Il metodo, tutt’altro che facile, è oggetto di studio di alcuni ricercatori dell’Università di Adelaide. 

Cos’è l’onironautica

Il nome scientifico è "onironautica" , meglio conosciuta come “sogno lucido”. Ed è il fenomeno di prendere coscienza durante il sogno del fatto di stare dormendo, e la conseguente capacità di muoversi coscientemente all'interno di un sogno. Il "sognatore lucido", detto anche onironauta, può, con la pratica, esplorare e modificare a piacere il proprio sogno. L’obiettivo, insomma, è quello di riuscire a produrre un racconto in cui, appunto, è possibile determinare i fatti a comando partendo dalla consapevolezza di essere in un sogno. 

Uno studio, tre tecniche

I ricercatori hanno chiesto a 170 volontari di sperimentare una tra tre diverse tecniche per favorire questa esperienza,  riporta la rivista Focus. A labbra serrate: La prima tecnica consisteva nell'introdurre piccoli test di controllo della realtà in fase di veglia, nella speranza di innescare un'abitudine da riprendere durante il sonno. Ai volontari è stato chiesto, per esempio, di abituarsi, da svegli, a serrare le labbra e inspirare: se nell'arco della notte avessero percepito la stessa posizione dei muscoli facciali, avrebbero potuto pensare per alcuni istanti di essere svegli.

Il post-it: La seconda tecnica prevedeva di svegliarsi per alcuni minuti dopo cinque ore di sonno e poi tornare a dormire. La frase chiave: La terza consisteva nel fare la stessa cosa, ma dopo essersi ripetuti più volte: "La prossima volta che starò sognando, mi ricorderò che sto sognando". Il metodo chiamato MILD (mnemonic induction of lucid dreams), sfrutta la memoria prospettica, cioè la capacità di appuntarsi mentalmente delle cose da fare in futuro.

Tre, il numero perfetto

Prima dell'esperimento, i partecipanti hanno tenuto per una settimana un diario sui propri sogni, e solo l'8% di quelli riportati è stato di tipo lucido. Quindi i volontari sono stati divisi in tre gruppi, che nella seconda settimana hanno rispettivamente sperimentato solo la prima tecnica, solo la prima e la seconda o tutte e tre insieme. 

L'unione dei tre metodi ha dato i migliori risultati: chi era finito nell'ultimo gruppo – quello in cui si utilizzavano tutti e tre i metodi –  ha riferito un sogno lucido nel 17% dei casi.

Restare svegli per 5 minuti non vi dispiacerà

In particolare l'aggiunta della tecnica MILD a quella del rimanere svegli 5 minuti e poi tornare a dormire ha portato a un incremento del 46% di sogni lucidi rispetto al solo "svegliarsi e riaddormentarsi". I test di controllo di realtà, da soli, non hanno invece portato a risultati significativi. "Un'ultima nota: l'esperienza del sogno lucido non è sembrata influire sulla qualità del sonno dei soggetti.

Perché è importante questa tecnica

Raffinare questa tecnica – osserva Focus – potrebbe un giorno servire a sfruttare i sogni lucidi nel trattamento del disturbo post traumatico da stress o dei sonni funestati da incubi. Nel frattempo, la si utilizzerà per aumentare la quantità di queste esperienze "a comando", da studiare a fini di ricerca. "Questi risultati ci portano un passo avanti verso lo sviluppo di tecniche di induzioni lucide altamente efficaci che ci permetteranno di studiare i numerosi vantaggi potenziali del sogno lucido, come il trattamento per gli incubi e il miglioramento delle abilità fisiche e delle abilità attraverso la prova nell’ambiente del sogno lucido”, ha dichiarato Denholm Aspy, della School of Psychology dell'Università di Adelaide in Australia. 

Una mela al giorno toglie il medico di torno. A patto che sia ben lavata. Ci sono mele in commercio talmente belle, di un invitante rosso lucido, che viene subito voglia di addentarle. Ma a meno che non siano biologiche, non fatelo. I pesticidi utilizzati in agricoltura per tenere lontano i nemici della crescita sono tutti depositati sulla buccia. E non basta strofinarle con un fazzoletto di carta per eliminarli. Cosa fare? Ecco 5 modi naturali (+1 chimico) per mangiare una mela in tutta sicurezza senza rinunciare al piacere di addentarla (e alle fibre contenute nella buccia).

Le 3 soluzioni di Lili He

Lili He, ricercatrice e chimica dell’Università del Massachussettes, Amherst, ha adottato tre soluzioni. Prima di procedere agli esperimenti, spiega Quartz,  i ricercatori della He hanno spruzzato un funghicida al tiabendazolo e un insetticida al fosmet e li hanno lasciati agire per 24 ore. Poi, sono passati al lavaggio, in tre modi diversi:

  1. Hanno sciacquato ogni mela con acqua semplice
  2. Hanno utilizzato l’amuchina
  3. Hanno lavato il frutto con una soluzione di acqua e 1% di bicarbonato di sodio

I ricercatori hanno avuto conferma del fatto che dopo 2 minuti il bicarbonato di sodio aveva rimosso più pesticidi rispetto agli altri due metodi. Dopo 15 minuti sia il funghicida che l’insetticida erano spariti dalla buccia. E se anche una minima parte penetrasse fino alla polpa, non costituirebbe un pericolo per la salute. Per limitare al massimo l’esposizione, Lili He suggerisce di utilizzare un cucchiaio di bicarbonato ogni due tazze di acqua.

E 3 metodi green

Alle tre soluzioni di Lili He, se ne aggiungono altre tre suggerite dal sito “Green Me”. Rigorosamente, verdi.

Acqua e sale

Lavare le mele (ma in generale tutta la frutta e le verdure) con acqua leggermente salata rimuoverà gran parte dei residui di pesticidi normalmente presenti sulle superfici degli alimenti. Il semplice lavaggio con acqua fredda rimuove il 75-80% dei residui di pesticidi presenti sulle bucce. Il Center For Science And Environment (Cseindia), poi, suggerisce di lavare due o tre volte uva, mele, prugne, pesche, pere e pomodori. Lavate bene l'insalata, procedendo foglia per foglia. Anche l'immersione in acqua bollente e l'esposizione al vapore aiuterebbero ad eliminare i residui di pesticidi dagli alimenti.

Soluzione di acqua e aceto 

Come fare? Versate in una ciotola 1 parte d'aceto e 2 parti d'acqua (ad esempio, 1 bicchiere d'aceto e 2 bicchieri d'acqua). Immergete la frutta e la verdura in questa soluzione per 15-30 minuti. Strofinate bene con una spazzolina per rimuovere eventuali residui di sporcizia. Quindi risciacquate sotto l'acqua fredda per 15-30 secondi.

Spray al bicarbonato e limone

In sostituzione dei detergenti “lavafrutta” è possibile preparare uno spray fai-da-te per la pulizia di frutta e verdure. Basta mescolare 1 cucchiaio di succo di limone, 2 cucchiai di bicarbonato di sodio e una tazza d'acqua (250 ml circa). Unite in una ciotola tutti gli ingredienti indicati e mescolate fino a quando il bicarbonato non si sarà disciolto. Quindi versate la soluzione ottenuta in un flacone con spruzzino. Vaporizzate il preparato sulla frutta e sulla verdura. Lasciate agire per 5-10 minuti e poi risciacquate ed eventualmente spazzolate per eliminare i residui di povere e sporcizia.

 

 

Passeggiare nei boschi, ammirare il foliage, raccogliere frutti e piante spontanee e poi tornare a casa e usarli per cucinare dei deliziosi piatti. Sono molti gli italiani che in questo periodo dell’anno scelgono di trascorrere una giornata a contatto con la natura. E diversi quelli che si improvvisano raccoglitori di erbe e piante, pagando il prezzo della disinformazione con un’intossicazione, nel migliore dei casi.

A settembre una coppia di Cona, in provincia di Venezia, è morta a causa di un'intossicazione da colchicina, polvere gialla molto simile allo zafferano che si estrae dal colchio d'autunno. Giuseppe Agodi, 70 anni, e la moglie Lorenza Frigatti, 69 anni, avevano raccolto i fiori di questa pianta scambiandola per zafferano e, una volta a casa, l’hanno utilizzata per preparare il risotto.

A fine settembre, invece, un’intera famiglia è finita in ospedale per intossicazione dopo aver mangiato una confezione di spinaci, che secondo le analisi conteneva mandragora: una pianta allucinogena nell’aspetto molto simile agli spinaci.

5 casi in cui uno scambio potrebbe costare la vita

La mandragora scambiata per borragine: La mandragora (Atropa mandragora o Mandragora officinarum) è una pianta appartenente alla famiglia delle Solanaceae, la radice ha una forma caratteristica che somiglia ad una figura umana e tradizionalmente nota per le sue proprietà anestetiche, sedative ed analgesiche.

Nel passato se ne attribuivano proprietà magiche ed è ancora conosciuta nella tradizione popolare come erba del diavolo o delle streghe proprio per la sua azione allucinogena. Si tratta di una pianta spontanea molto simile alla Borago officinalis (commestibile) di cui si differenzia tra l'altro per le foglie più piccole.

Tra più potenti veleni sono di origine vegetale, la scopolamina è ottenuta proprio da piante appartenenti alla famiglia delle solanaceae. Può avere diversi effetti sull'organismo a seconda delle dosi ingerite e delle condizioni del soggetto; l’alcaloide causa agitazione, confusione, allucinazioni e nei casi più gravi persino il coma.

ll colchico autunnale confuso con lo zafferano: Il colchico (Crocus sativus) contiene l’alcaloide colchicina il quale in dosi farmacologiche ha proprietà antiinfiammatorie, mentre in caso di ingestioni accidentali l'intossicazione può portare anche alla morte nel giro di pochi giorni se non riconosciuta in tempo.

Tra i sintomi causati da questo alcaloide, bruciore alla bocca, nausea, vomito, diarrea sanguinolenta, aumento della frequenza cardiaca e dolori toracici. I primi compaiono precocemente, da 2 a 5 ore dopo l’ingestione di parti della pianta. I sintomi tardivi (oltre le 24 ore), invece, consistono in febbre e insufficienza epatica e renale. La febbre può persistere per alcune settimane.

Il veratro scambiato per genziana: È una pianta tossica sia per l'uomo che per gli animali. Numerosi sono gli avvelenamenti per aver bevuto liquori casalinghi preparati, anziché con le radici aromatiche e amare della genziana, con quelle del veratro (Veratrum album) velenoso mortale.

La somiglianza tra le due piante è in effetti notevole e sono ancor più facilmente confondibili perché crescono nello stesso habitat, prati e pascoli dai 1000 ai 2000 metri. Ma qualcosa le differenzia: il veratro ha fiori verdi o biancastri e foglie ellittiche, prive di picciolo erette e rigide, disposte in modo alternato sul fusto.

La genziana ha invece fiori gialli punteggiati di bruno e foglie leggermente concave opposte a due a due lungo il fusto. Il rischio di confonderla con la genziana aumenta in autunno, momento adatto per la raccolta della radice, quando le piante sono ormai appassite. Basta osservare le radici, a ciuffo corte e sottili nel veratro, a forma invece di lungo rizoma cilindrico giallo chiaro nella genziana.

L’aconito al posto del radicchio selvatico: L’Aconito è una pianta perenne che s'incontra nei pascoli alpini. Si riconosce facilmente per le foglie fortemente incise e per il tipico pennacchio di fiori blu-violetti o gialli. Un occhio poco esperto lo potrebbe confondere con il radicchio selvatico (o cicoria comune).

Ma l’aconico è velenoso: tutte le parti della pianta contengono alcaloidi particolarmente tossici, che agiscono sul sistema nervoso, prima stimolando poi paralizzando. La loro ingestione è mortale. Non solo: gli alcaloidi possono anche essere assorbiti attraverso la cute, quindi anche la raccolta dei fiori d'Aconito può risultare pericolosa, provocando torpori, vomito.

Belladonna scambiata per mirtillo: È la più conosciuta fra le “erbe delle streghe” ed è stata associata ai riti satanici. L'intossicazione infatti è caratterizzata da allucinazioni e disordini psicomotori che provocano in chi l’ha ingerita risa, urla, sensazione di levitazione. Si è ipotizzato che il sabba delle streghe fosse il risultato dell'uso rituale di belladonna.

Il nome del genere, Atropa, allude alla Parca che tagliava il filo della vita. A una prima fase eccitatoria e allucinatoria seguono i classici sintomi dell'avvelenamento muscarinico: dilatazione delle pupille, secchezza delle fauci, rossore cutaneo, disturbi cardiocircolatori e infine paralisi respiratoria. Prima dell'avvento degli anestetici di sintesi era usata come anestetico chirurgico. Gli effetti sono dovuti ad alcaloidi (atropina, scopolamina, iosciamina) che vengono sintetizzati nelle radici e poi traslocati nel resto della pianta, soprattutto in frutti e semi, come avviene in molte Solanaceae.

Il frutto è una bacca con un colore simile a quello del mirtillo: la maggior parte degli avvelenamenti da belladonna riguardano bambini, che non conoscendo la pianta ne assaggiano i frutti attratti dal colore. Ad aggravare la probabilità di ingestione, vi è anche il fatto che, sorprendentemente per un frutto contente alcaloidi, non ha sapore spiccatamente amaro.

Se il sashimi di tonno è pericoloso, quello di pollo è anche peggio. Al punto da portare alla morte. Chi lo mangia? A quanto pare molti. Troppi. È scoppiata la moda del sashimi di pollo che dagli yakitori bar del Giappone, si sta estendendo a macchia d’olio negli Usa e in Gran Bretagna. E il rischio è che sbarchi presto anche in Italia. Mentre il pesce crudo necessita di essere abbattuto per diventare quasi del tutto innocuo, la carne cruda di pollo è una bomba batteriologica che è possibile disinnescare solo con la cottura. Il rischio (altissimo) è quello di contrarre Salmonella, Escherichia Coli e il Campylobacter. Ciò significa, spiega Luciano Oscar Atzori, biologo ed esperto di sicurezza alimentare che nel migliore dei casi, “mangiando sashimi di pollo crudo, potrebbero determinarsi gastroenteriti, dolori addominali, diarrea, vomito e febbre. Ma per gli immunodepressi il rischio è di sviluppare patologie importanti”.

I numeri del contagio

“La pericolosità di questo batterio è sottovalutata – fa notare Atzori – in Europa si calcolano circa duecentomila casi di persone infettate all’anno. Numeri sottostimati. Pare siano quasi circa otto-nove milioni. E solo negli Usa, secondo il Center for Desease Control and Prevention, ci siano 800-900 mila casi all’anno di campylobatteriosi”. I sintomi sono la diarrea, dolori addominali, mal di testa, nausea, mal di testa, febbre. “Spesso sono confusi con altre patologie, anche perché quasi mai immediati al consumo di carne bianca (il tempo di incubazione varia da due a sette giorni). In genere i malanni durano qualche giorno e passano da soli. Ma, in caso di bambini, anziani o immunodepressi, si possono sviluppare patologie importanti. Sono state dimostrate connessioni con malattie molto gravi come l’artrite reattiva, alcune infiammazioni dei reni e del fegato e la sindrome di Guillain-Barré. Questa può portare a paralisi progressiva degli arti. In casi estremi, la Campylobatteriosi può portare anche a una meningite e al decesso”. Per eliminarlo basta semplicemente cuocere il pollo a 75 gradi per tre minuti e il Campylobacter”.

L’allarme dei governi

Intanto i governi cercano di frenare questa pericolosissima moda. In Gran Bretagna è intervenuta la Food Standard Agency, che ha messo in guardia i consumatori sui rischi del consumo di pollo crudo.. Mentre a la giugno dello scorso anno il ministero della Salute giapponese ha pubblicato un avviso per spingere i ristoratori a cuocere il pollo a 75 gradi prima di servirlo. Tuttavia, sono in molti a limitarsi tutt’oggi a bollirlo per una decina di secondi. Un tempo insufficiente per distruggere la carica batterica. Il proprietario di uno yakitori bar di Tokyo ha raccontato all’Asahi Shimbun che il sashimi di pollo e il tataki – petto e fegato scottati – sono i piatti forte del suo locale da oltre 50 anni. “Sono molto attento al Campylobacter”, afferma l’uomo che spiega di acquistare solo carne di polli macellati la mattina stessa e di bollirli finché la superficie non diventa bianca. In realtà, la sua tecnica non basta a dichiarare il sashimi fuori pericolo.

Il problema nasce negli allevamenti intensivi

Secondo Atzori, il problema “nasce prevalentemente dagli allevamenti intensivi. In base a una direttiva Ue del 2007 – precisa – gli allevamenti aviari possono avere una densità massima di 33 kg di peso vivo per metro quadro. Significa, per un pollo di peso medio di circa 2 kg, 15-16 polli per metro quadro. Si può anche, in deroga, arrivare a 42 kg per metro quadro ovvero a circa 20-22 polli per metro quadro. Il sovraffollamento provoca stress nell’animale. C’è poi la tecnica dello “sfoltimento”: circa sette giorni prima di avviare al macello tutti i polli allevati nel capannone si prelevano un terzo o un quarto dei polli presenti e si portano al mattatoio. Questo per dare spazio a quelli rimanenti, in modo tale da farli aumentare di peso e quindi massimizzare la produttività (rispettando la normativa europea). La pratica crea uno stress aggiuntivo sia ai polli prelevati sia a quelli che rimangono nel capannone. Come effetto di ciò i polli producono un neurotrasmettitore, la noradrenalina, che facilita la migrazione del Campylobacter dall’intestino ad altri organi e alle carni. Ecco perché il pollo, soprattutto se allevato in modo intensivo, è portatore di Campylobacter”.

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