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AGI – Potrebbe essere legato al livello degli estrogeni associati alla menopausa un fattore di rischio per lo sviluppo della malattia di Alzheimer. A scoprirlo uno studio realizzato da un gruppo di ricercatrici del Cnr-Ibbc che è stato pubblicato sulla rivista Progress in Neurobiology. Gli estrogeni tendono infatti a sfavorire nelle donne l’utilizzo dell’ippocampo, la struttura cerebrale deputata alla formazione della memoria a lungo termine e all’orientamento spaziale, e proprio il suo minore uso potrebbe essere alla base di una sua maggiore vulnerabilità agli effetti dell’invecchiamento, tra i quali la riduzione di volume e la formazione di placche.

Il ruolo della menopausa

A essere più colpite da questa forma di demenza sono le donne e questo è dovuto all’ingresso in menopausa e al conseguente calo degli estrogeni, evento che determina la maggiore vulnerabilita’ femminile alla malattia, poiche’ questi ormoni svolgono una funzione protettiva contro la morte cellulare (apoptosi) e l’infiammazione che favorisce la formazione di placche di Beta amiloide, il cui accumulo è tra le cause della patologia.

Proprio alla migliore comprensione delle ragioni che determinano la sua maggiore diffusione nel sesso femminile ha lavorato un team formato da Giulia Torromino dell’Istituto di biochimica e biologia cellulare del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ibbc) e coordinato da Elvira De Leonibus del Cnr-Ibbc e del Telethon Institute of Genetics and Medicine della Fondazione Telethon, con il contributo di Adriana Maggi dell’università di Milano, all’interno di un progetto di ricerca finanziato dall’Associazione americana per la malattia di Alzheimer.

“Se si chiede alle persone – spiega De Leonibus – di imparare a orientarsi in una città nuova per spostarsi da casa al lavoro, la maggior parte dei maschi tende a costruire una visione dall’alto della città, organizzata in una mappa spaziale, le femmine tendono invece a utilizzare una strategia ‘route-finding’ (ovvero, destra-sinistra, dritto, etc.). L’utilizzo di queste due diverse strategie (la mappa e il route-finding) si basa sull’attivazione di circuiti cerebrali diversi: la creazione di una mappa richiede necessariamente il coinvolgimento dell’ippocampo, struttura del cervello che svolge un ruolo importante nella formazione della memoria a lungo termine e nell’orientamento spaziale, e che costituisce la regione piu’ colpita dalla malattia di Alzheimer; per il ‘route-finding’ si possono usare invece altre regioni cerebrali, ad esempio il circuito fronto-striatale”.

Uso diverso dell’ippocampo tra uomini e donne

Ma perché le donne non utilizzano l’ippocampo per compiti cognitivi che negli uomini sono tipicamente dipendenti proprio da quest’area del cervello? “Dall’analisi della letteratura corrente – aggiunge – abbiamo osservato che la presenza di testosterone (ormone maschile), rispetto agli estrogeni (ormoni femminili), durante lo sviluppo del cervello, favorisce un maggiore sviluppo e una crescita neuronale dell’ippocampo. Inoltre, le evidenze sperimentali dimostrano che le fluttuazioni cicliche dei livelli di estrogeni nelle femmine adulte conferiscono instabilità alla rete ippocampale da cui dipendono i meccanismi della memoria, mentre nei maschi c’è una relativa stabilita’ dei livelli di testosterone”.

Nelle donne, la variazione dei livelli di estrogeni agisce quindi sulla memoria. “Queste mutazioni ormonali, indipendenti dal fatto che ci sia qualcosa da memorizzare, attiva la risposta dei neuroni ippocampali e ne rafforza le connessioni, fenomeno che abbiamo definito ‘engramma da estrogeno’. Ma dal momento che questo processo non è legato a una memoria da formare abbiamo ipotizzato che esso possa produrre una sorta di ‘rumore’ nella rete ippocampale, che disturba la stabilità degli altri ricordi”, precisa De Leonibus.

“Dunque, essendo l’ippocampo più sensibile di altre regioni all’effetto degli estrogeni, viene utilizzato meno dalle donne e proprio questo suo scarso utilizzo potrebbe essere ciò che lo rende nel tempo più esposto agli effetti dell’invecchiamento, secondo un meccanismo ‘use or loose it’ (se non lo usi lo perdi). Non bisogna infatti credere che a invecchiare per lo scarso utilizzo siano solo i muscoli, lo stesso accade anche alla funzionalità cerebrale”.

Allenare il cervello per combattere l’invecchiamento

Per aiutare l’ippocampo a “restare in forma” è fondamentale svolgere programmi di esercizio fisico e di allenamento cognitivo, strategie alle quali le donne rispondono meglio degli uomini. Proprio per questo De Leonibus e il suo team, per prevenire l’Alzheimer nelle donne, propongono il ricorso, oltre che alla terapia sostitutiva a base di estrogeni, a trattamenti comportamentali specificamente progettati. “Tra gli sport che potrebbero aiutare le donne ad allenare la rete ippocampale sin dalla giovane età, c’è l’orienteering – conclude la ricercatrice – uno sport ancora poco noto in Italia: consiste nell’effettuare un percorso a tappe in un ambiente naturale, generalmente un bosco, con il solo aiuto di una bussola e di una cartina geografica dettagliata in scala. Come detto, l’ippocampo è una regione altamente specializzata per l’orientamento spaziale, per cui questo tipo di allenamento coinvolge questa struttura cerebrale più di altre. È importante comunque sottolineare che le differenze di genere nell’utilizzo delle diverse strategie cognitive possono essere modulate da fattori ambientali legati all’educazione e che non tutte le donne mostrano il profilo di ‘non ippocampo-user”‘.

Questi risultati rafforzano ulteriormente l’importanza degli studi che mirano a identificare le differenze di genere e a verificare se queste si associano a un profilo a più alto rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer. 

AGI – La combinazione di una molecola, Abemaciclib, in combinazione con la terapia endocrina adiuvante standard, riduce del 25,3% il rischio di recidiva del cancro al seno rispetto alla sola terapia adiuvante, in pazienti con carcinoma mammario in fase iniziale ad alto rischio di recidiva, positivo al recettore ormonale (HR +) e negativo per il recettore del fattore di crescita epidermico umano (HER2-).

È quanto dimostrato dallo studio di fase III monarchE, condotto su 5.637 pazienti con carcinoma mammario in fase iniziale HR +, HER2- ad alto rischio in più di 600 centri di 38 Paesi. I dati sono stati presentati oggi al Presidential Symposium del Congresso virtuale 2020 della European Society for Medical Oncology (ESMO) e contemporaneamente pubblicati sul Journal of Clinical Oncology.

La terapia ha comportato anche una riduzione clinicamente significativa del 28,3% del rischio di ricadute di malattia a distanza, ovvero dello sviluppo di malattia metastatica. Il farmaco  sviluppato e prodotto da Eli Lilly. “Questi dati costituiscono una novità decisiva per le persone con un carcinoma mammario in fase iniziale HR +, HER2- ad alto rischio, pari a circa il 20-30% dei 53.500 casi di tumore al seno che si registrano ogni anno in Italia: potenzialmente si tratta di uno dei più importanti progressi nel trattamento di questa popolazione di pazienti negli ultimi due decenni”, osserva Valentina Guarneri, professore associato di Oncologia Medica presso L’Università di Padova-Istituto oncologico veneto. “In questi pazienti con un rischio di recidiva elevato Abemaciclib, aggiunto alla terapia endocrina adiuvante, ha migliorato significativamente la sopravvivenza libera da ripresa di malattia. L’effetto è infatti molto evidente non solo sulle recidive locali, ma soprattutto su quelle a distanza che sono poi responsabili di malattia metastatica: evitarle implica perciò non soltanto allungare la sopravvivenza, ma soprattutto aumentare la probabilità di guarigione. Questo tipo di analisi sono pianificate fin dall’avvio delle sperimentazioni per monitorarne l’andamento in momenti predefiniti, dopo un certo periodo di tempo o quando si è verificato, come in questo caso, un numero sufficiente di eventi per consentire l’analisi: i dati raccolti sono molto positivi e incoraggiano senz’altro a proseguire”. 

AGI – Durante l’ultimo anno, nonostante negli ultimi sei mesi anche il mondo della ricerca sia stato travolto dalla pandemia da Covid-19, si sono accese grandi speranze per i malati di Sclerosi Laterale Amiotrofica (Sla), una malattia neurodegenerativa progressiva dell’età adulta che conduce alla paralisi dei muscoli volontari fino a coinvolgere anche quelli respiratori.

Lo ricorda la Società italiana di neurologia in vista della Giornata nazionale contro la Sla, che si celebra domenica prossima. “Innanzitutto la comunità scientifica nazionale ed internazionale ha affrontato l’emergenza producendo rapidamente linee guida per la gestione clinica e domiciliare dei pazienti affetti da Sla, pubblicando inoltre numerosi lavori scientifici su temi come la telemedicina e l’impatto della malattia in relazione alla pandemia”, si legge in una nota della Sin.

Sono stati pubblicati numerosi studi sperimentali – afferma Andrea Calvo, coordinatore del Gruppo di Studio Malattie del Motoneurone della Sin e docente del Dipartimento di Neuroscienze Rita Levi Montalcini Università degli Studi di Torino AOU Città della Salute e della Scienza di Torino – di cui due sono usciti sul New England Jourmal of Medicine, la più prestigiosa rivista scientifica in campo medico: il primo è inerente ai risultati della fase 1-2 della sperimentazione sui pazienti affetti da Sla con mutazione genetica del gene SOD1 con gli Oligonucleotidi Antisenso (ASO), cioè brevi molecole a singolo filamento di DNA complementari a una specifica sequenza. L’ASO, legandosi a una specifica molecola di mRNA ne blocca la traduzione, impedendo la sintesi della proteina mutata. È in corso la fase 3, che coinvolge, tra i vari centri nel mondo, anche il CRESLA di Torino. Analoga sperimentazione è in corso per le forme con mutazione C9ORF72. Si tratta, quindi, di risultati sulle mutazioni genetiche più frequenti nella Sla che giustificano una concreta speranza”.

Il secondo lavoro riguarda uno studio americano su un’associazione di due molecole, il fenilbutirrato e l’acido taurodesossicolico.

“Questo studio – commenta Gioacchino Tedeschi, presidente della Sin – ha dimostrato un rallentamento significativo della progressione di malattia nei pazienti in trattamento rispetto al gruppo di controllo sottoposto a placebo. Inoltre, a breve partira’ uno studio confermativo di fase 3. È in corso da un anno anche uno studio multicentrico europeo coordinato dall’Italia per valutare l’efficacia dell’acido taurodesossicolico nella Sla”. 

Non solo se, ma anche quanto. Un nuovo test di A. Menarini Diagnostics per la ricerca dell’antigene è in grado non solo di individuare, in 12 minuti, se un paziente è positivo al COVID-19, ma anche di dare un’indicazione sulla sua carica virale, così da identificare subito i pazienti maggiormente infettivi e più a rischio.

Questi test si differenziano da quelli in biologia molecolare perché, anche se il mezzo utilizzato per prelevare il campione è sempre il tampone nasofaringeo, i test antigenici non ricercano il materiale genetico del virus, ma rilevano la presenza dell’antigene e quindi di un’eventuale infezione, attraverso la ricerca di proteine specifiche del virus.  E lo fanno attraverso una strumentazione facile da trasportare e di semplice utilizzo, più veloce, meno costosa e con risultati altrettanto affidabili.

Come la piattaforma Point of Care AFIAS, distribuita da A. Menarini Diagnostics in Italia e in altri Paesi europei, che può essere utilizzata in contesti operativi decentralizzati rispetto al laboratorio analisi, quali pronto soccorso, aeroporti o sedi in cui c’è la necessità di avere un primo risultato affidabile in poco tempo.

Sono attualmente disponibili due modelli: AFIAS 1, che consente di eseguire un test alla volta, e AFIAS 6 che permette l’esame di 6 campioni contemporaneamente. Con la medesima piattaforma è possibile, inoltre, eseguire anche i test sierologici, rilevando la presenza e la quantità di anticorpi IgM e IgG da un campione di sangue del paziente.

Con l’utilizzo di AFIAS 6, per esempio, tre pazienti possono avere contemporaneamente, in 12 minuti, i risultati del test sierologico e antigenico. “E’ estremamente importante fornire test affidabili che consentano uno screening su larga scala e un rapido rilevamento di casi positivi per contenere la diffusione del COVID-19” – ha dichiarato Fabio Piazzalunga, Global Head di A. Menarini Diagnostics – “In definitiva, la vita e le economie saranno vincolate sempre più anche alla disponibilità e all’efficienza di questi strumenti diagnostici”.

Come funziona la piattaforma AFIAS?

L’operatore sanitario preleva il campione dal paziente con un tampone nasofaringeo e, attraverso una serie di passaggi, lo inserisce all’interno della piattaforma AFIAS che, in caso di infezione, rileverà la presenza dell’antigene tramite una reazione biochimica che mostrerà un segnale fluorescente. Questo segnale ha un grado di sensibilità elevato che permette non solo di rilevare l’eventuale presenza del virus, ma anche di fornire all’operatore una indicazione della carica virale del paziente esprimendo un valore numerico; infatti, tanto più intensa sarà la fluorescenza, quanto più alta sarà la carica virale. La stessa strumentazione AFIAS può essere utilizzata, con una diversa applicazione, per l’indagine sierologica misurando la quantità di anticorpi IgM e IgG presenti nel sangue del paziente.

Il procedimento è il medesimo, differisce solo la tipologia del campione da analizzare che, in questo caso, verrà raccolto tramite digito puntura (prelievo capillare) o attraverso un prelievo venoso.

AGI – Il naso costantemente chiuso e la sensazione di non riuscire a respirare. È così che vivono i pazienti affetti dalla sindrome da naso vuoto, in crescita per colpa della aumentata richiesta di chirurgia funzionale ed estetica nasale. I ripetuti interventi chirurgici di riduzione dei turbinati inferiori, le strutture osteo-mucose poste all’interno delle cavità nasali, sono all’origine del sintomo paradosso tipico di questa sindrome: più si asporta tessuto con le operazioni, più il paziente ha la sensazione che ci sia un’ostruzione da eliminare.

Il sintomo del naso-paradosso porta la persona a rivolgersi nuovamente al chirurgo che, intervenendo nuovamente, potrebbe aggravare la situazione. “A quel punto – spiega il professor Stefano Di Girolamo, responsabile della unità di Otorinolaringoiatria del policlinico Tor Vergata – in alcuni pazienti si potrebbe arrivare a danni irreversibili delle delicate strutture del naso, simili a ciò che avviene in coloro che fanno abuso di cocaina. L’aria non segue più un flusso dinamico ma turbolento e il paziente non percependo piu’ il flusso dell’aria per la distruzione dei recettori mucosali, lamenta un’ostruzione cronica”.

Il rischio di infezioni locali

Spesso si accompagna ad infezioni locali: sulle croste si annidano dei patogeni che provocano una particolare forma di rinite cronica con la percezione di cattivo odore continuo, un sintomo molto fastidioso che penalizza la qualità della vita del paziente. Esistono varie tecniche per ricostruire i turbinati inferiori. Quella ideata da Di Girolamo prevede di ruotare lateralmente la mucosa dal pavimento del naso dello stesso paziente senza utilizzare materiali estranei o prelevati da altre zone, ad eccezione di un inserto di cartilagine del padiglione auricolare.

“La popolazione che finora si è sottoposta all’intervento, fra il 2019 e quest’anno, fa parte della fascia di età fra i 40-50 anni – commenta il professore -. I risultati sono molto buoni anche in base ai test specifici. La modalità è in day hospital, con un recupero ottimale in pochi giorni e senza rischio di rigetto perché il tessuto è autologo e proviene dalla stessa sede. Per ottimizzare la neo struttura inoltre è possibile intervenire con delle iniezioni di acido ialuronico per aumentarne il volume”.

L’intervento è stato descritto nel volume curato da Di Girolamo, dal titolo Atrophic rhinitis. From the voluptuary nasal pathology to the empty nose syndrome, pubblicato a settembre dalla Springer, la prestigiosa casa editrice specializzata in testi scientifici. L’opera contribuisce a una piu’ completa conoscenza della sindrome grazie a una attenta revisione della letteratura e alla collaborazione dei maggiori esperti internazionali. 

AGI – Negli ultimi anni l’immunoterapia ha rivoluzionato il trattamento dei tumori, raggiungendo sorprendenti risultati clinici, anche nelle neoplasie polmonari. La buona notizia è che una discreta percentuale di pazienti con tumori del polmone, che in precedenza avevano una prognosi infausta, rispondono all’immunoterapia con inibitori di PD-1/PD-L1 e diventano lungo sopravviventi. Purtroppo però questo non accade in tutti i casi perché una parte non trascurabile di pazienti non beneficia del trattamento.

Un recente studio del team guidato da Marcello Maugeri-Saccà, oncologo presso la Divisione di Oncologia Medica 2 dell’ IRCCS Istituto Nazionale Tumori Regina Elena, pubblicato su Annals of Oncology (rivista ufficiale dell’European Society for Medical Oncology, ESMO), rivela che un sottogruppo di pazienti con adenocarcinomi polmonari, che presentano mutazioni contemporanee nei geni KEAP1, PBRM1, SMARCA4 e STK11, è particolarmente svantaggiato perché ha un basso indice di sopravvivenza ed è resistente alla immunoterapia. Si tratta del 10 per cento di tutti i soggetti con adenocarcinoma polmonare, un numero importante se si considera che in Italia le nuove diagnosi all’anno sono circa 42mila.

L’identificazione a priori dei pazienti cosiddetti non-rispondenti può permettere da un lato di evitare di sottoporli inutilmente a una terapia per loro inefficace e con effetti collaterali talvolta pericolosi, dall’altro di studiare i meccanismi di resistenza. La chiave di volta per l’individuazione di pazienti con tumore del polmone non rispondenti a immunoterapia è nell’assetto di alterazioni molecolari presenti in tumori particolarmente aggressivi: scoprire quali esse siano è la grande sfida del momento.

È in tale direzione che va il lavoro dell’equipe multidisciplinare coordinata da Maugeri-Saccà dell’Istituto Regina Elena con la collaborazione del Polo Oncologico Sapienza. Lo studio esplora da un lato le risposte cliniche di centinaia di pazienti trattati, sia in Italia che in altre parti del mondo, con immunoterapia anti-PD-1 o anti-PD-L1, dall’altro dati genomici e immunologici di caratterizzazione dei loro tumori. “Perché questi tumori siano immunologicamente ‘freddi’ e non rispondano all’immunoterapia nonostante mostrino un livello mutazionale alto – dichiara Maugeri-Saccà – è sorprendente. Questo ci deve far riflettere su quanto dobbiamo ancora capire e studiare. Siamo tuttavia fiduciosi nell’aiuto delle tecnologie genomiche e nella capacità crescente di integrarli con i dati clinici”. 

AGI – Grazie all’impiego di un modello d’Intelligenza Artificiale in grado di simulare alcune funzioni del cervello umano, sono stati chiariti alcuni meccanismi alla base dello sviluppo iniziale della malattia di Alzheimer, la più comune causa di demenza. Ad annunciarlo è stato un gruppo di ricercatori dell’Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Istc), dell’Università Campus Bio-Medico di Roma e dell’Irccs Istituto Neurologico Mediterraneo Neuromed.

I risultati sono stati pubblicati sul Journal of Alzheimer’s Disease. Alcuni studi, condotti presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma, l’Irccs Fondazione S. Lucia di Roma e l’Università di Sheffield (UK), avevano recentemente mostrato come il malfunzionamento di una piccola area situata in profondità nel cervello, l’area tegmentale ventrale (VTA), potesse essere uno dei primissimi eventi associati alla malattia di Alzheimer.

La VTA è composta prevalentemente da neuroni che producono dopamina, un neurotrasmettitore molto importante per la regolazione dell’umore e della motivazione. Basandoci sui risultati ottenuti in questi studi, abbiamo simulato al computer i processi patologici che si innescano nelle primissime fasi della malattia”, spiegano Daniele Caligiore e Massimo Silvetti del Cnr-Istc.

I due colleghi dell’Università Campus Bio-Medico e del Neuromed, Marcello D’Amelio e Stefano Puglisi-Allegra, sottolineano l’importanza del lavoro per la comprensione delle possibili cause dell’Alzheimer: “Questo lavoro ha consentito di chiarire come la degenerazione iniziale della VTA alteri a cascata la funzione di altri circuiti neuromodulatori, causando inizialmente sintomi simili alla depressione (tipici delle prime fasi della malattia) e favorendo in seguito l’accumulo di proteine neurotossiche che caratterizza la malattia (placche extra-cellulari di Beta-amiloide e grovigli intracellulari della proteina Tau), con conseguente distruzione di neuroni in aree del cervello funzionali alla memoria e ad altre funzioni cognitive”.

Il sistema d’Intelligenza Artificiale usato dai ricercatori è stato in grado di fornire una teoria unificante, capace di spiegare molti dati relativi alla malattia di Alzheimer, delineando uno schema interpretativo che consente di far combaciare i molti tasselli di questo complesso puzzle. “Essendo l’attività dei neuroni della VTA legata alla gestione delle emozioni e dello stato motivazionale, la nostra scoperta evidenzia l’importante ruolo dello stato psicologico del paziente, suggerendo come la riduzione della motivazione e la graduale perdita di interessi, fenomeni spesso sottostimati dai pazienti e dai loro familiari, possano accelerare l’avanzamento della malattia”, conclude il Gianluca Baldassarre, coordinatore del team del Cnr-Istc.

La ricerca apre una nuova strada alla diagnosi precoce e allo sviluppo di terapie da attuare nella fase iniziale della malattia, per riuscire a rallentare, se non addirittura a bloccare, la degenerazione di aree del cervello coinvolte nella produzione e nell’utilizzo della dopamina.

AGI – Le tinture per capelli potrebbero non essere correlate con una maggiore incidenza della maggior parte dei tipi di cancro, anche se con alcune eccezioni. Questo è quanto emerge da uno studio, pubblicato sulla rivista British Medical Journal e condotto dagli esperti del Dipartimento di epidemiologia presso l’Università di medicina di Vienna, che hanno seguito 117.200 donne statunitensi per 36 anni.

“Si tratta del più grande studio condotto finora sull’argomento – dichiara Eva Schernhammer, capo del Dipartimento di epidemiologia presso l’Università di medicina di Vienna – che ha coinvolto infermiere americane in un’analisi specifica dei dati di uno studio di coorte. I nostri dati mostrano che la colorazione regolare dei capelli non ha avuto effetti significativi sulla maggior parte dei tipi di cancro, ma abbiamo evidenziato alcune potenziali pericolosità”.

L’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC), parte dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), ha classificato l’esposizione professionale alle tinture per capelli come probabilmente cancerogena per l’uomo, come ad esempio per le categorie professionali dei parrucchieri, mentre non può è stato classificato l’uso personale delle tinture per capelli.

“Le prove epidemiologiche finora erano tutt’altro che conclusive – aggiunge l’esperta – per cui vi era preoccupazione per queste sostanze. Volevamo fare chiarezza”. Il team ha esplorato il legame tra l’uso personale di tinture per capelli permanenti e il rischio della maggior parte dei tumori e della mortalità correlata al cancro. “Sembra esistere un’associazione positiva – precisa la ricercatrice – per il rischio di carcinoma a cellule basali, e per il carcinoma mammario aggressivo. Abbiamo tuttavia rintracciato prove di eterogeneità dovuta al colore naturale dei capelli”.

L’autrice aggiunge che i risultati sembrano suggerire un aumento del rischio di linfoma di Hodgkin nelle donne con capelli naturalmente scuri e un rischio più elevato di carcinoma basocellulare in chi aveva i capelli naturalmente chiari.

“Il presente studio prospettico – commenta Schernhammer – potrebbe rassicurare riguardo la possibilità che l’uso personale di tinture per capelli non sia associato a un aumento del rischio di cancro o mortalità. Abbiamo trovato una correlazione positiva per il rischio di alcuni tumori, ma i nostri risultati si riferiscono solo alle donne statunitensi dalla pelle bianca”. L’esperta sottolinea che questi dati potrebbero non estendersi ad altre popolazioni.

“Saranno necessarie ulteriori ricerche – conclude Schernhammer – per estendere i risultati a popolazioni, genotipi e suscettibilità differenti, compresa la distinzione tra l’uso personale e quello professionale. Le stime dovranno essere interpretate alla luce della totalità delle prove”.

Nessun patentino di immunita ma “un importante valore epidemiologico per capire la suscettibilità di una categoria” rispetto al contagio da coronavirus. È in questo modo che – secondo Silvestro Scotti, segretario nazionale della Federazione Italiana Medici di Famiglia – bisogna invogliare gli insegnanti a sottoporsi allo screening con il test pungidito, da fare dal proprio medico di base.

Scotti ne ha parlato con l’AGI precisando in che termini ancora un 30% di quelli contattati dai dottori non hanno accettato di farlo: “Abbiamo un gruppo di sorveglianza di circa mille medici, standardizzati per età, genere e pazienti, che fanno le rilevazioni con valore statistico. I colleghi si sono attenuti agli elenchi di pazienti risultati personale docente e non docente della scuola e li hanno contattati d’iniziativa. La risposta è stata il diniego nel 30% dei casi”. Tuttavia “la maggior parte delle volte il no è arrivato da pazienti, professori o bidelli, che erano ancora in vacanza”. Un gap che dunque “contiamo di recuperare entro lunedì”.

La questione importante, però, è comunicare bene il valore di questa indagine: “Si può dire che con questo screening di massa si mette la scuola in sicurezza?”, si domanda Scotti. “Bisogna spiegare come: non lo si può vendere come un percorso di sicurezza individuale, dicendo che una volta testato l’insegnante non infetta. Piuttosto, è necessario spiegare che sottoponendosi al sierologico si dà la possibilità di raccogliere dati per comprendere su larga scala il comportamento di una determinata categoria”.

Ovvero capire quanto gli insegnanti siano esposti al rischio, e quanti possano essere considerati soggetti fragili. “In questo modo sarà più facile elaborare modelli e prendere decisioni per il futuro”, conclude Scotti.

AGI – Tamponi, test rapidi e test sierologici. Queste le diverse armi per la caccia al virus. Ciascuna con vantaggi e svantaggi.

Il tampone nasofaringeo è un esame che serve per ricercare il virus e quindi per diagnosticare l’infezione in atto. E’ considerato lo standard per individuare gli infetti. Gli esami vengono eseguiti dai laboratori del servizio sanitario nazionale selezionati. Il tampone si effettua tramite una specie di cotton fioc nella gola e nel naso della persona che consente il prelievo delle secrezioni respiratorie. Il campione viene analizzato per riconoscere l’Rna del virus e i risultati sono pronti, in genere, dalle 24 alle 48 ore dopo.

Invece i test rapidi, come quelli che la Regione Lazio ha deciso di adottare negli aeroporti, si effettuano sempre con un tampone ma danno risposta nel giro mezz’ora o meno. Sono i cosiddetti antigenici perché cercano le proteine del virus, cioè gli antigeni, sempre nelle secrezioni respiratorie. Non sono considerati affidabili al 100 per cento, ma sono utili per effettuare screening di massa piuttosto veloci o comunque per individuare le persone infette che presentano un’alta carica virale, e come tali sono stati validati dall’ospedale Spallanzani.

Ci sono poi test rapidi al polpastrello, i cosiddetti “pungidito”, che analizzano una gocciolina di sangue e danno il risultato in 15 minuti. Ce ne sono di diversi tipi in quasi tutti i laboratori privati, ma non sono validati e l’affidabilità è molto variabile.

Invece, i test sierologici non servono a diagnosticare il Covid-19, tuttavia può dirci se una persone è positiva o lo è stata in passato. Questi test consistono nel rilevare la presenza nel sangue di anticorpi (immunoglubuline IGG e IGE) eventualmente sviluppati da chi è entrato a contatto con il virus.

Si tratta di un esame del sangue piuttosto semplice e i risultati potrebbero essere pronti in meno di mezz’ora. Il test viene fatto anche in laboratori privati, ma in caso di positività bisogna fare comunque il tampone per vedere se l’infezione è ancora in atto.

Il test per la conferma della malattia è attualmente a carico del Sistema sanitario nazionale ed è organizzato dalla ASL o dall’ospedale. Il test sierologico non è dirimente per la diagnosi di infezione in atto, in quanto l’assenza di anticorpi non esclude la possibilità di un’infezione in fase precoce, con relativo rischio che un individuo, pur essendo risultato negativo al test sierologico, risulti contagioso.