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Per la maggioranza degli italiani che hanno finito le vacanze nel weekend appena trascorso, il ritorno nelle case lasciate vuote per molto tempo può nascondere pericoli in dispensa o nel frigorifero: il grande caldo che mette a rischio la conservazione degli alimenti con il pericolo di fastidiose intossicazioni alimentari. È quanto afferma la Coldiretti che, in occasione del controesodo, ha stilato un manuale di ‘sopravvivenza a tavola’ per il rientro delle ferie con l’obiettivo di aiutare a fare le verifiche necessarie a garantire l’integrità dei cibi che si portano a tavola, a partire dal controllo delle date di scadenza.

Una particolare attenzione deve essere riservata alla verifica di freezer e congelatore per sincerarsi che non vi siano state interruzioni del funzionamento. La prova che ci sia stata interruzione del freddo è data dallo sviluppo di ghiaccio sulle confezioni esterne di surgelati o anche della carne, a quel punto è quindi consigliabile non consumare i prodotti interessati. All’interno del frigorifero – continua la Coldiretti – vanno eliminate le confezioni già aperte di latte, succhi di frutta o conserve come pure quelle di tonno e sottoli se l’olio non copre integralmente il prodotto.

Anche le vaschette di yogurt che si presentano gonfie in modo anomalo sono pericolose perché possono essersi verificate fermentazioni indesiderate. Eliminare in ogni caso gli omogeneizzati già aperti ed anche i salumi già affettati che presentano segni di ossidazione come pure gli eventuali “avanzi” dimenticati alla partenza. Un consiglio che a maggior ragione va seguito se i prodotti già aperti sono stati lasciati fuori dal frigorifero di casa.

Occhio anche all’eventuale sviluppo di muffe su formaggi o salumi e per tutti gli alimenti in scatola con le confezioni integre, collocati sia fuori che dentro il frigo, prima di un eventuale consumo vanno sempre verificate le date di scadenza e il periodo consigliato per il consumo. La frutta e verdura deve essere controllata eliminando i pezzi avariati che fanno marcire anche gli altri. Nei legumi già sgusciati potrebbero nascondersi insetti mentre nelle confezioni già aperte la perdita di fragranza per biscotti o snack sta a significare l’assorbimento di umidità.

Anche il portapane va controllato perché il permanere di residui o briciole può favorire le formiche o scarafaggi che spesso si annidano anche nella spazzatura se non è stata eliminata prima delle vacanze. La presenza di insetti che si manifestano con larve o minuscole farfalline può riguardare anche le confezioni già aperte di riso o pasta sulla quale si possono sviluppare muffe.

Si chiama Salt, è una megattera che vive nel mare al largo della costa del Massachusetts e potrebbe aiutare la ricerca a trovare un modo di sconfiggere il cancro. Era il 2011 quando un team di scienziati a bordo della nave da ricerca Shearwater, capitanato da Jooke Robbins, direttore della ricerca delle megattere presso il Center for Coastal Studies di Provincetown, nel Massachusetts, riuscì a prelevare un campione di pelle di Salt per metterlo a disposizione di un team supportato dall’Arizona Cancer Evolution Center (ACE) dell’Arizona State University, che otto anni dopo, lo scorso maggio, ha pubblicato sul Molecular Biology and Evolution i risultati:  Salt e altri cetacei – il gruppo di mammiferi che comprende balene, delfini e focene – hanno sviluppato modi intelligenti per affrontare il cancro, tra cui una serie di geni che sopprimono il tumore.

Nemmeno la dottoressa Robbins, come ammette a Quartz, poteva mai aspettarsi un riscontro del genere: “Non pensavo anni fa che una delle cose che avremmo studiato con questa popolazione sarebbe stata il cancro. È inaspettato e molto prezioso, ma non lo avrei mai pianificato”. Inaspettato sì, ma non del tutto inedito, tecnicamente questo modo diverso che hanno i tumori di agire sulle cellule degli animali rispetto a come si muovono nel nostro organismo è chiamato Peto’s Paradox, in onore dell’epidemiologo britannico Richard Peto, che negli anni ‘70 fece notare come ci fosse una sorta di selezione naturale per la soppressione del cancro, per fare un esempio: gli esseri umani vivono molto più a lungo dei topi pur essendo molto più grandi, avendo quindi più cellule a rischio cancerogeno, eppure uomini e topi prendono il cancro in percentuali simili.

Scrive Quartz: “Nel 2011, i ricercatori dell’ACE, insieme agli scienziati di altre 11 istituzioni in tutto il mondo, hanno iniziato a notare come il paradosso di Peto si manifesta nei genomi delle megattere confrontando le informazioni nei geni di Salt con quelle di altri cetacei. Secondo i risultati, le parti del genoma di una balena che determinano come e quando una cellula si divide si sono evolute rapidamente e coincidono con il periodo in cui quegli animali sono cresciuti arrivando alle loro attuali enormi dimensioni”.

Nel 2015 la guida dell’ACE è passata nelle mani di Marc Tollis, un biologo della School of Informatics, Computing e Cyber ​​Systems della Northern Arizona University, che si è prefissato la missione di riuscire ad isolare uno di questi “supergeni” che sviluppano i grandi mammiferi per soffocare il cancro e metterlo nel corpo di un essere vivente più piccolo, prima i topi, poi gli umani. Una pista perfettamente battibile che conferma altri studi su questo gene capace di ciò che al momento la ricerca considererebbe un vero e proprio miracolo.

Nel 2012 infatti Joshua Schiffman, un oncologo pediatrico dell’Università dello Utah, ha iniziato a studiare le difese del cancro negli animali dopo aver appreso che avevano copie extra di un gene capace di combattere i tumori; lo stesso gene che mancava ai suoi pazienti con sindrome di Li-Fraumeni, un raro disturbo ereditario che predispone i malati allo sviluppo del cancro. Tre anni dopo, siamo dunque nel 2015, lo stesso Schifman firmerà un articolo all’interno del Journal of American Medical Association dove conferma che questo gene capace di schiacciare il tumore innesca una sorta di morte cellulare “programmata” che di fatto evita il sopraggiungere del cancro, viene chiamata apoptosi: cioè quando una cellula si divide e subisce un qualche tipo di danno al DNA, ad esempio da agenti chimici, la cellula tenterà di ripararsi o autodistruggersi per impedire alle mutazioni di diffondersi ad altre cellule.

“Le persone sono intelligenti, ma la natura è molto più intelligente – ha detto Schiffman – La natura ha capito le soluzioni ad alcuni dei nostri problemi di salute in centinaia di milioni di anni di evoluzione”. Ventidue delle 90 specie di cetacei esistenti al mondo hanno avuto il proprio genoma sequenziato e aggiunto al database del National Center for Biotechnology Information, un’archiviazione che grazie alle nuove tecnologie si fa sempre più semplice ed economica.

Gli scienziati hanno anche sequenziato i genomi di tutte e tre le specie di elefanti vivi oggi, il problema potrebbe sorgere nel momento in cui verrà a mancare la materia prima; in pratica il segreto per metterci alle spalle una delle più mortifere piaghe della storia dell’uomo potrebbe risiedere nel DNA di una specie che l’uomo giorno dopo giorno sta sterminando. Le creature diventano più difficili da trovare e le normative che le proteggono diventano più rigide, ritardando la ricerca di anni. Hal Whitehead, uno specialista cetaceo della IUCN da dichiarato che “le specie che sono state colpite nel modo peggiore sono quelle con il contatto più stretto con gli umani”.

I risultati delle ricerche suggeriscono che da qualche parte, nascondendosi nel codice genetico e nella storia evolutiva dei grandi mammiferi, potrebbe esserci un nuovo trattamento del cancro per l’uomo. Ma se i ricercatori hanno ragione, la finestra per studiare queste megafauna potrebbe chiudersi mentre gli umani continuano a minacciare la popolazione degli animali e la biodiversità dei loro habitat. Secondo Cristiana Pașca Palmer, segretaria esecutiva della Convenzione delle Nazioni Unite sulla diversità biologica, l’impatto della perdita di habitat e specie sulla ricerca medica in senso lato è ancora sconosciuto, “Davvero, quando agiamo per preservare la biodiversità, stiamo agendo per preservare noi stessi”.

L’Ebola potrebbe presto diventare una malattia “prevenibile e curabile”. Le speranze arrivano da uno studio su due farmaci che ha mostrato tassi di sopravvivenza significativamente migliorati, pari al 90% dei casi  L’annuncio arriva dall’Us National Institute of Allergy and Infectious Diseases (Niaid). Nella Repubblica democratica del Congo, una delle zone maggiormente soggette ai focolai del virus che finora ha ucciso almeno 1.800 persone, sono state infatti testate quattro terapie.

Anthony Fauci, direttore dell’istituto Nazionale di Allergie e Malattie infettive degli Stati Uniti che ha co-condotto il processo, ha accolto positivamente la svolta. “Diminuisce in modo significativo la mortalità associata all Ebola”, ha detto alla BBC.

Two of the four #Ebola drugs being tested in #DRC, have been shown to be more effective. They are the ones that will be used with future patients https://t.co/Jcq97oP55t pic.twitter.com/H96wcwG2CI

— World Health Organization (WHO) (@WHO)
August 12, 2019

L’uso dei trattamenti in questione sarà ora allargato a tutti i pazienti colpiti nel paese africano. I farmaci, battezzati Regn-Eb3 e mAb114, agiscono contro il virus Ebola neutralizzando il suo impatto sulle cellule umane. “Si tratta di una buona notizia – ha detto ancora Fauci – perché parliamo dei primi risultati positivi ottenuti dalle terapie anti-Ebola. Ora, prima di esultare, occorre vedere come reagiscono sul campo. Per ora è una sperimentazione”.

Le quattro terapie fanno parte della ricerca ‘Palm’, The Pamoja Tulinde Maisha la cui sperimentazione è iniziata il 20 novembre scorso proprio nella Repubblica democratica del Congo. Da allora sono stati interessati 681 pazienti su un totale di 725 arruolati nei centri specialistici di Beni, Katwa, Butembo e Mangina. 

Lunghe ore di attesa al Pronto Soccorso? Un’esperienza che abbiamo avuto senz’altro in molti. Talvolta forse anche giustificata ai nostri occhi dal fatto che ci sono davanti a noi casi effettivamente molto gravi e urgenti. In altri casi, senz’altro, la nostra percezione è di una fatica e difficoltà organizzativa della struttura che pare non essere adeguata o in grado di gestire gli afflussi in modo efficace.

Cambiare il volto del Pronto Soccorso in Italia è l’ambizione della riforma recepita di recente dalla Conferenza Stato-Regioni. Grazie ad alcuni accorgimenti, già in vigore e dunque dimostratisi efficaci in diverse realtà italiane, i reparti di medicina d’urgenza dei nostri ospedali potrebbero alleggerirsi del sovraccarico cronico di accessi. Tra le novità principali, la rivoluzione dei codici colori, trasformati in numeri dall’1 al 4 (oggi identificati dal rosso al bianco) con l’aggiunta di un quinto per le non urgenze e l’imposizione di un tetto massimo di attesa per ogni tipologia.

Con questo nuovo schema prima di essere convocati per la visita e iniziare il trattamento, si dovrebbe aspettare ad esempio per un codice giallo (urgenza ma non emergenza) non più di un quarto d’ora. Quando, invece, oggi con lo stesso codice si è costretti in alcuni casi a pazientare anche 7-8 ore in più. Lo dicono i numeri dell’Agenzia Nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) che ogni anno monitora lo stato di salute del sistema di assistenza e cure.

Gli ultimi dati disponibili, pubblicati sul sito dell’Agenzia, sono quelli relativi al 2017 e descrivono una situazione chiara: nei nostri Pronto soccorsi non si fa che aspettare, dopo la registrazione per la visita, e poi ancora per i risultati degli esami. Eppure, in molti, anzi troppi scelgono di recarvisi in ogni caso, anche quando non ce ne sarebbe il bisogno. I cosiddetti codici bianchi, assegnati ai pazienti che dovrebbero rivolgersi ai medici di altre sedi, rappresentano più di un decimo degli accessi annuali. E con questo peso in più, i reparti d’urgenza finiscono con l’entrare in affanno.

Quanto dura l’attesa al pronto soccorso

I dati del programma nazionale esiti, la piattaforma aggiornata anno dopo anno dall’Agenas e consultabile liberamente online previa registrazione, devono essere letti con estrema cautela. Ad esempio, i minuti di attesa per un codice giallo risultano molto diversi tra le varie strutture. Ma queste differenze potrebbero essere spiegate in alcuni casi con eventi extra ordinari e imprevedibili, che non c’entrano con il buon funzionamento degli ospedali.

Così i 543 minuti, oltre 8 ore, che hanno messo l’Istituto ortopedico Galeazzi spa di Milano davanti a tutti gli altri potrebbero essere stati causati, ad esempio, da un picco di influenze nella stagionale invernale. E lo stesso vale per Il Centro traumatologico ortopedico di Torino (514), il Presidio ospedaliero cervello di Palermo (433) o il Presidio ospedaliero nord di Latina (422). Così a scendere anche per gli altri ospedali d’Italia, le cui attese possono essere individuate con una semplice ricerca nella tabella di seguito.

Stando alle definizioni ufficiali dell’Agenzia, per “attesa” s’intende il tempo che passa tra la registrazione al triage e la prima visita da parte del medico o di un infermiere specializzato. I minuti indicati in precedenza rappresentano appunto il tempo entro il quale il 95% dei pazienti in codice giallo viene sottoposto a visita. Si tratta, insomma, di un limite massimo o un tetto, oltre il quale ha aspettato di più soltanto il restante 5% dei degenti.

Attenzione: questo dato non è da confondere con l’attesa media a cui normalmente si potrebbe andare incontro. Innanzi tutto, essendo dati del 2017, non riflettono gli andamenti del Pronto Soccorso in tempo reale. Poi, è vero che sono dati reali perché raccolti in tutti gli ospedali e non solo a campione. Ma la raccolta di questi dati non è fatta per stilare una graduatoria.

Al contrario, serve per capire dove ci sono delle criticità e per individuare quali possono essere le cause dietro a situazioni croniche di ritardo, che possono quindi essere migliorate, e quali invece derivino da situazioni eccezionali, come appunto il caso di un Pronto Soccorso preso d’assalto durante un picco di epidemia di influenza o altra emergenza sanitaria, non facilmente prevedibile e senz’altro più complessa da gestire per qualunque ospedale.

Per facilitare un’informazione in tempo reale ai cittadini, consentendo loro di recarsi in ospedale consapevoli sullo stato della coda in un certo momento, conviene scaricare delle app specifiche come Salutile della Regione Lombardia, quando disponibili, o collegarsi ai portali messi a disposizioni dalle Regioni come “Pronto soccorso Lazio”.

Le permanenze che vanno oltre le 24 ore

Le ore che si trascorrono dopo il triage non sono le uniche che il paziente è tenuto a sopportare. Succede spesso, infatti, che superato il primo scoglio, quando finalmente si viene convocati per iniziare il trattamento, cominci una nuova estenuante trafila. Questo perché se il numero degli accessi al Pronto soccorso è elevato, quasi certamente lo sarà pure quello degli esami diagnostici e delle analisi che si svolgono all’interno del reparto.

Il rischio concreto, quindi, è quello di dover aspettare ancora molto prima di capire se nelle proprie condizioni si possa tornare a casa o se, invece, si renda necessario il ricovero. L’arco temporale che abbraccia complessivamente l’esperienza al Pronto soccorso dalla registrazione alle dimissioni o al ricovero si chiama “permanenza” e per i motivi appena spiegati, ma anche per la particolarità delle condizioni del paziente, può spingersi fino a diversi giorni. Per fortuna, però, nella maggioranza dei casi (93%) termina prima di 12 ore e solo in limitate circostanze si attesta tra le 12 e le 24 ore (4,2%) o supera la giornata (2,8%).

Le nuove linee guida in materia, d’altronde, non vietano che si arrivi a lunghe permanenze, anche giornaliere. L’importante è che restino al di sotto delle 36 ore, un limite in realtà oggi non sempre rispettato. Prendendo di nuovo in considerazione i codici gialli, infatti, in alcune strutture il tempo di permanenza nel 2017 ha superato addirittura i quattro giorni. Si tratta del Presidio Ospedaliero Cervello di Palermo (6310 minuti) già citato, l’Ospedale degli infermi di Rivoli a Torino (6152), il Policlinico di Torvergata a Roma (6144), l’Ospedale Mauriziano Umberto I di Torino (6060). Il Policlinico di Torvergata è anche quello con la proporzione più elevata di permanenze superiori alle 24 ore (17,6%), seguito dal Presidio ospedaliero San Filippo Neri (17,5%) e dall’Azienda ospedaliera Sant’Andrea (16,9%), tutti ospedali della capitale.

Quanto pesano sul Pronto soccorso i codici bianchi

Se queste ore trascorse in sala d’attesa oppure in barella non hanno un solo responsabile, almeno una delle cause è piuttosto evidente: l’eccesso dei codici bianchi. Ossia quei pazienti che pur non avendo la necessità di recarsi in Pronto soccorso perché non presentano delle urgenze, lo fanno in ogni caso perché non possono o non vogliono rivolgersi al proprio medico di base, non si sentono sufficientemente sicuri del consiglio di una guardia medica oppure perché pensano in questo modo di saltare le lunghe liste d’attesa per le visite specialistiche.

Con il risultato che oggi una persona su dieci che arriva al Pronto soccorso non è nel posto più adatto alle sue cure. Precisamente, i codici bianchi nel 2017 sono stati il 12,97% del totale, una percentuale che si conferma simile a quella degli anni precedenti. La situazione in generale per tutte le tipologie sembra da anni quasi cristallizzata. I codici rossi, cioè i degenti in pericolo di vita per fortuna costituiscono la minoranza con appena l’1,72% dei casi su oltre 20 milioni di accessi. La maggioranza è rappresentata dai codici verdi (62,92%), i pazienti dalle cure differibili perché non mostrano lesioni vitali. E nel mezzo ci sono i codici gialli, che per la parziale compromissione delle funzioni principali sono delle urgenze (21,6%).

I codici bianchi non pesano, però, allo stesso modo su tutto il territorio nazionale. Pur essendo un fenomeno trasversale da nord a sud, in alcune regioni è un fatto evidente e netto, in altre quasi trascurabile. Una facile elaborazione sui dati di Agenas ci suggerisce che in Liguria (52,3%), Valle D’Aosta (44,8%) e Veneto (39,3%) un paziente su tre viene classificato al Pronto soccorso con un codice bianco. Cosa che non succede nella Provincia Autonoma di Bolzano (3,2%), in Puglia 4,1%) e in Lazio (4,2%) dove le percentuali sono di gran lunga inferiori.

Questo uso spasmodico del Pronto soccorso, è evidente, tradisce delle lacune nell’assistenza primaria territoriale. L’Agenas svolge, infatti, quest’attività di monitoraggio proprio per capire in quali realtà siano localizzate le criticità più acute per poter procedere al miglioramento. Che si realizza, sia con un intervento diretto sul funzionamento della medicina d’urgenza, come quello appena effettuato con questa riforma, sia col potenziamento del sistema di assistenza primaria sul territorio, per garantire cure adeguate anche in altre sedi.

La riforma dovrebbe dunque dare maggiori certezze in termini di aspettativa dell’attesa prima della visita e poi della permanenza nella struttura. E le nuove pratiche dovrebbero consentire anche alle strutture stesse di distinguere tra le situazioni croniche, dove i ritardi sono probabilmente associabili più a una difficoltà organizzativa o alla scarsità di risorse, e quelle che invece vedono picchi di attesa determinati da situazioni eccezionali.

Va ricordato in ogni caso che i dati e il monitoraggio vanno sempre giudicati sulla base di molteplici fattori anche di contesto, tra i quali ad esempio la popolazione di riferimento, l’accessibilità di un ospedale per la popolazione stessa con mezzi pubblici o meno, l’insieme delle prestazioni che quell’ospedale offre rispetto a un altro e via dicendo.

Migliorare la gestione del Pronto Soccorso di molti dei nostri ospedali è senz’altro utile per riuscire a rispondere in modo efficace a quelle che sono le reali emergenze e per distinguerle da trattamenti che possono essere eseguiti al di fuori della struttura del Pronto Soccorso. Il nodo però rimane secondo alcuni comunque quello delle risorse, come ricorda sul suo sito la Società Italiana di Medicina d’Urgenza, che sottolinea che mancano oggi oltre 2000 medici e 10 mila infermieri e che “se non si procederà a una trasformazione organizzativa complessa dell’emergenza, la riforma rischia di rimanere lettera morta”.

Aumenta l’incidenza del tumore del colon retto nei giovani. È l’allarme lanciato dalla Società italiana di gastroenterologia ed endoscopia digestiva (Sige), sulla base dei risultati di uno studio statunitense effettuato su circa 500 mila uomini e donne che dimostra, accanto ad una riduzione dell’incidenza del cancro del colon-retto nei soggetti di età pari o superiore ai 55 anni (merito dei programmi di screening), un aumento di questo tumore al di sotto dei 50 anni con un picco di aumento soprattutto nella fascia di età compresa tra i 20 e i 29 anni.

“Risultati analoghi – riferisce la Sige – sono emersi da uno studio condotto in 20 paesi europei tra 188 mila giovani adulti, che dimostra un aumento dell’incidenza del cancro del colon retto nella fascia tra i 20 e i 39 anni. Conferme arrivano anche dal nostro paese: uno studio condotto di recente a Milano dimostra un aumento dell’incidenza di questa forma tumorale nei soggetti al di sotto dei 50 anni nel periodo compreso tra il 1999 e il 2015”.

In Italia l’implementazione degli esami di screening per il cancro del colon-retto ha dimostrato di essere in grado di ridurre l’incidenza e la mortalità nelle popolazioni screenate, quelle tra i 50 e i 69 anni. “Ma non è il caso di cantare vittoria – afferma Luigi Ricciardiello, professore associato di Gastroenterologia dell’Università di Bologna, Chairman del Research Committee, United European Gastroenterology – il tumore del colon retto resta, tuttavia, uno dei grandi big killer: secondo dati Aiom-Airtum nel 2018 nel nostro paese sono circa 28.800 i nuovi casi di colon retto negli uomini e 22.500 nelle donne”.

Tra le possibili cause della comparsa di questa forma tumorale in età sempre più giovane sono stati invocati uno stile di vita errato, l’aumento di prevalenza dell’obesità giovanile e un elevato consumo di carni rosse. Un’indagine realizzata in Italia nel 2016 da “OKkio alla salute” (“Sistema di Sorveglianza nazionale sullo stato ponderale e i comportamenti a rischio nei bambini” dell’Istituto Superiore di Sanità) tra i bambini di 8-9 anni, ha registrato una prevalenza di sovrappeso e obesità più elevata al Centro-Sud.

La media italiana rivela che il 21,3 per cento dei bambini è in sovrappeso, il 7,2 per cento obeso e l’1,2 per cento affetto da obesità grave. “Alla luce di questi dati epidemiologici relativi all’obesità in età infantile e ‘precoce’ adolescenziale e dal possibile legame causale tra obesità e carcinoma del colon retto al di sotto dei 50 anni di età è fondamentale puntare su programmi di prevenzione dell’obesità mirati ai giovani e ai giovanissimi”, dice la Sige.

Secondo il presidente della Sige Domenico Alvaro “a scendere in campo per queste iniziative devono essere non solo le società scientifiche ma anche le scuole, dove sono diventanti improcrastinabili programmi educazionali volti ad insegnare ai nostri bambini ed adolescenti i corretti stili di vita oltre che le nozioni basilari di come si possono prevenire malattie ad alto impatto sociale”.

Il volanesorsen, un farmaco innovativo, riduce il rischio pancreatite acuta nei pazienti che, a causa della sindrome iperchilomicronemica, hanno alti livelli di trigliceridi. A dimostrarlo è stato uno studio internazionale, a cui ha partecipato l’Università Sapienza di Roma. I risultati sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine. La sindrome iperchilomicronemica è una rara malattia genetica causata da un grave deficit nel sistema enzimatico che riguarda lo smaltimento dei trigliceridi nel sangue, soprattutto quelli che si formano dopo un pasto. È caratterizzata da livelli molto alti di trigliceridi (tipicamente 2000-3000 mg/dl, rispetto a livelli normali inferiori a 150 mg/dl) e si accompagna a un elevato rischio di pancreatite acuta, una complicanza che oltre a causare la distruzione del pancreas espone chi ne è colpito al pericolo di morte.

Il volanesorsen permette di ottenere una significativa riduzione della trigliceridemia. In particolare, l’azione del farmaco si basa sul blocco dell’espressione genica di una proteina che ostacola il metabolismo dei trigliceridi e la cui neutralizzazione è in grado di attivare la degradazione di questi grassi dal sangue. Nel corso della somministrazione, i pazienti che hanno ricevuto il farmaco con iniezioni sottocute una volta alla settimana hanno visto ridursi la trigliceridemia del 77 per cento dopo solo 3 tre mesi, e questa riduzione si manteneva fino alla fine dello studio. Inoltre, nella maggior parte dei pazienti tali valori scendevano al di sotto del livello di rischio di pancreatite.

“Il nostro lavoro – spiega Marcello Arca, uno degli autori dello studio della Sapienza – ci permette di essere ottimisti su una cura per una malattia così rara e finora considerata ‘orfana’. Il farmaco deve essere usato da mani esperte perché può dare origine a qualche effetto avverso che però nel corso del nostro anno di studio si e’ dimostrato controllabile. Aspettiamo fiduciosi l’esame dell’Agenzia italiana del farmaco per la prescrizione in Italia”. I risultati, che hanno ottenuto una prima approvazione da parte della Agenzia europea del farmaco (Ema), aprono la strada a possibili cure e creano le basi per le prime e innovative terapie.

Sbarca in Italia la prima terapia a base di cellule CAR-T, che manipola geneticamente le cellule del sistema immunitario per renderle in grado di individuare e contrastare efficacemente le cellule tumorali. Novartis e AIFA hanno infatti raggiunto il primo, e ad oggi unico, accordo per dare il via all’accesso a tisagenlecleucel (Kymriah) su tutto il territorio italiano.

Il farmaco intreccia le tre tecnologie più d’avanguardia in campo oncologico: immunoterapia, terapia cellulare e terapia genica. Tisagenlecleucel è l’unico CAR-T a essere indicato in bambini e ragazzi con Leucemia Linfoblastica Acuta (LLA) a cellule B e in adulti con Linfoma diffuso a grandi cellule B (DLBCL), che siano diventati resistenti alle altre terapie, o nei quali la malattia sia ricomparsa dopo una risposta ai trattamenti standard. Una nuova occasione per questi pazienti con forme aggressive di tumori ematologici per i quali non vi sarebbero più altre opzioni di cura.

Un’innovazione a 360 gradi. Si tratta infatti di un “trattamento vivo”, una immunoterapia cellulare autologa, prodotta a partire dai linfociti T del paziente, riprogrammati per identificare ed eliminare le cellule esprimenti CD19, in modo altamente personalizzato. Tisagenlecleucel è infatti in grado di restituire al sistema immunitario del paziente, attraverso un processo altamente personalizzato per ogni individuo, la sua naturale capacità di riconoscere ed eliminare le cellule tumorali. Con tecniche di ingegneria genetica si inserisce un gene nei linfociti T che così esprimeranno il recettore chimerico per l’antigene (CAR -Chimeric Antigen Receptor).

Chimerico perché, come la chimera, la figura mitologica formato da parti del corpo di animali diversi, tisagenlecleucel è costituito da porzioni di molecole diverse: un anticorpo che, come un radar, riconosce l’antigene da aggredire (il CD19) e porzioni co-stimolatorie (4-1BB) che attivano il linfocita contro quel bersaglio. Così il linfocita T diventa un’arma potentissima che intercetta le cellule tumorali distruggendole. È proprio il dominio co-stimolatorio 4-1BB ad assicurare l’espansione dei linfociti ingegnerizzati e la loro sopravvivenza, garantendone a lungo la permanenza nel corpo del paziente. Inoltre, induce una maggior differenziazione delle cellule CAR-T in linfociti T della memoria, così che all’azione antitumorale persistente si affianca un’attività di immunosorveglianza nei confronti delle cellule cancerose.

Il rivoluzionario meccanismo di azione di questo trattamento fa in modo che possano essere curati i pazienti con leucemia a cellule B e DLBCL refrattari e/o recidivanti che non rispondono più alle terapie standard. L’efficacia di tisagenlecleucel è infatti dimostrata solo per queste forme particolari di Leucemia e Linfoma giunte ad uno stadio finora considerato non curabile. L’utilizzo di tisagenlecleucel per altre tipologie tumorali è ancora in fase di ricerca e come tale non ci sono dati a supporto per il suo utilizzo al di fuori di tali indicazioni se non all’interno di studi clinici.

La leucemia linfoblastica acuta è la forma di tumore più frequente nei bambini e tisagenlecleucel rappresenta ora una speranza di cura per quei bambini che non avrebbero altre opzioni terapeutiche a disposizione. “Al valore scientifico di questa assoluta novità terapeutica si aggiunge il valore clinico perché la sua efficacia è profonda e duratura, anche in pazienti molto fragili” – spiega Andrea Biondi, direttore della Clinica pediatrica dell’Università Milano Bicocca presso la Fondazione Monza e Brianza per il Bambino e la sua Mamma all’Ospedale San Gerardo d Monza, l’unico centro in Italia a sperimentare tisagenlecleucel in ambito pediatrico e che ad oggi ha trattato dieci bambini.

“Tisagenlecleucel rappresenta una reale opportunità per questi pazienti e per le loro famiglie, dato che ha dimostrato un tasso di remissione globale dell’81%, con una risposta dal carattere completo e una sopravvivenza libera da recidiva duratura al follow-up, in oltre il 55% dei casi”. È bene sottolineare che siamo solo all’inizio di una nuova pagina della medicina: gestione del profilo di tollerabilità del trattamento, sostenibilità della produzione e del sistema, sono elementi che rendono necessario continuare ad investire in questo settore da tutti gli attori coinvolti nel Sistema”.

Considerando i tempi tecnici necessari per la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dell’accordo con AIFA, presumibilmente il trattamento sarà disponibile dal prossimo settembre. L’iter prevede inoltre che le Regioni identifichino i centri ematologici autorizzati a erogare il trattamento, centri che saranno opportunamente qualificati sulle procedure necessarie a somministrare tisagenlecleucel a cura di Novartis, in linea con le richieste dell’Agenzia Europea (EMA).

Individuato un nuovo meccanismo molecolare in grado di bloccare la crescita dei tumori caratterizzati da un’alterazione della via di segnale di Hedgehog, una via coinvolta nello sviluppo di numerosi tumori. Lo ha annunciato uno studio condotto dal Dipartimento di Medicina Molecolare della Sapienza in collaborazione l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma. I risultati del lavoro sono stati pubblicati sulla rivista Nature Communications.

La via di segnalazione di Hedgehog è fondamentale nel corretto sviluppo di un organismo, ma allo stesso tempo può diventare estremamente dannosa se stimolata in modo inappropriato. L’attivazione incontrollata di questa via è infatti responsabile dell’insorgenza di una vasta gamma di tumori, compreso il medulloblastoma, il tumore cerebrale più diffuso nell’infanzia. Per questo motivo, comprendere i meccanismi che regolano la via di Hedgehog e studiarne il coinvolgimento nei processi che conducono alla formazione dei tumori, rappresenta un punto cruciale nello sviluppo di nuove strategie terapeutiche personalizzate e sempre meno tossiche.

I ricercatori hanno studiato il ruolo di ERAP1 (una proteina coinvolta nella risposta immunitaria) nella progressione tumorale, identificando in questa molecola un importante regolatore della via di Hedgehog e un promettente bersaglio terapeutico per la cura dei tumori.

I ricercatori impegnati in questo progetto, finanziato dalla Fondazione Airc, hanno dimostrato in diversi modelli sperimentali sia in vitro, sia in vivo, che la proteina ERAP1, se inattivata, innesca una cascata di eventi virtuosi che determinano il blocco della crescita tumorale. In un precedente lavoro il team aveva dimostrato che l’inattivazione del gene ERAP1 avvia un potente meccanismo di rigetto da parte del sistema immunitario mediato dai linfociti T citotossici e dalle cellule Natural Killer, due tipi di cellule immunitarie deputate all’attività antitumorale.

“In questo studio – spiega Lucia Di Marcotullio della Sapienza – aggiungiamo un nuovo tassello alla funzione di ERAP1 nella tumorigenesi dimostrando che l’inibizione di ERAP1 blocca la progressione tumorale su più fronti, agendo direttamente sulla proliferazione cellulare e indirettamente rendendo le cellule tumorali piu’ suscettibili all’eliminazione ad opera delle cellule immunitarie”.

Questa nuova scoperta potrebbe avere grandissime potenzialità e offrire nuovi importanti scenari terapeutici. È inoltre molto probabile che anche in altri tumori, sia pediatrici che dell’adulto, l’uso di farmaci in grado di inibire ERAP1 possa aprire la strada per una nuova strategia terapeutica finalizzata alla cura dei tumori.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità un appassionato di musica coscienzioso dovrebbe tenere le cuffie nelle orecchie per non più di un’ora al giorno con un volume che non superi il 60% del potenziale del proprio supporto, nella maggior parte dei casi ormai quasi certamente uno smartphone. Caratteristiche molto complesse da riscontrare anche negli ascoltatori più disinteressati, a causa probabilmente di una ormai estrema facilità di accesso a qualsiasi contenuto audio e video.

Fatto sta che i danni causati dall’esposizione del nostro udito a costanti stimolazioni sono tanto gravi quanto tangibili. Spiega María José Lavilla, presidente della Commissione di Audiologia della Società Spagnola di Otorinolaringoiatria e Chirurgia Cervico Facciale: “A 40 anni si stanno manifestando i tipici disturbi delle persone sulla sessantina”, quindi in pratica il nostro udito invecchia molto più velocemente.

“Oltre un miliardo di giovani rischia di perdere l’udito semplicemente facendo un’attività che ama, ovvero ascoltare regolarmente la musica attraverso le cuffie”, ha dichiarato a El Mundo la dottoressa Shelly Chadha, funzionario tecnico ed esperta di problemi dell’udito presso l’Oms. “Noi proponiamo alcune funzioni come la limitazione o la riduzione automatica del volume e il parental control per i genitori, in modo che quando qualcuno supera il volume consigliato, il dispositivo lo abbasserà automaticamente a un livello sicuro per l’ascolto”.

Un incubo insomma per chi non può fare a meno, e grazie alla nuova discografia ‘mobile e portatile’ sono sempre di più, di ascoltare musica ovunque. Ma un sacrificio necessario perché i dati riportati dall’Oms sono incontrovertibili, quello incontro al quale stiamo andando a tutta velocità è un burrone muto e inevitabile, un burrone dove già troviamo più di una persona su 20, 432 milioni di adulti e 34 milioni di bambini al momento in tutto il mondo, persone che hanno una perdita uditiva invalidante che ha un impatto decisivo sulla qualità della vita.

A loro potrebbero aggiungersi, sempre secondo i dati della ricerca svolta in collaborazione con l’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni, un miliardo di giovani tra i 12 e i 35 anni. Avete difficoltà a recepire al meglio conversazioni che avvengono in luoghi particolarmente rumorosi? Vi ritrovare a chiedere spesso al vostro interlocutore “Cosa?”, “Che?”, “Puoi ripetere? Non ho capito”, potrebbero essere questi i primi segnali di un problema che, se ignorato, può diventare molto serio.

Josefa Donderis Sala, specialista in Otorinolaringoiatria e Patologia Cervico-Facciale presso l’Ospedale Denia-Marina Salud, ad Alicante, afferma che negli ultimi due anni “il numero di adolescenti portati dai genitori da uno specialista per questo problema è cresciuto in modo esponenziale”, ma il problema non è soltanto la musica ascoltata in cuffia chiaramente, più in generale infatti la dottoressa aggiunge che “è necessario evitare l’esposizione a suoni di breve durata e alta intensità, come quelli generati da macchinari, petardi e traffico urbano tipo i clacson”, il consiglio, sempre da parte della dottoressa Donderis è quello di preferire le cuffie agli auricolari cui “intensità è concentrata nel condotto uditivo e, inoltre, il suono è più vicino all’orecchio interno”.

Grande importanza naturalmente hanno i controlli, l’American Academy of Pediatrics raccomanda almeno due visite fondamentali, la prima tra gli 11 e 14 anni e la seconda tra 15 e 17 anni, ma non sono prassi comune, solitamente si finisce dall’otorino solo quando si notano problemi evidenti, snobbando danni magari in atto dei quali non ci rendiamo conto immediatamente. 

Il tumore ovarico rappresenta la principale causa di morte per tumore ginecologico e la quinta per tumore nelle pazienti dei Paesi sviluppati. Questa patologia colpisce ogni anno 5200 donne in Italia e poco meno di 300 mila nel mondo, e nel 75% dei casi viene diagnosticata in fase avanzata. Il carcinoma sieroso ad alto grado è il sottotipo più comune e rappresenta l’80% circa dei tumori ovarici in stadio avanzato, spesso associati a una prognosi infausta.

Lo studio dell’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena, condotto con il sostegno di AIRC, porta alla luce un meccanismo attraverso cui le mutazioni della proteina p53 rendono più aggressivo questo sottotipo, creando un inaspettato sistema di comunicazione fra i segnali. La scoperta potrebbe migliorare la classificazione della malattia e portare allo sviluppo di nuove terapie. “Mancano a oggi bersagli terapeutici specifici per il tumore dell’ovaio sieroso ad alto grado, una delle forme con rischio di recidiva elevato. I risultati del nostro studio individuano alcuni eventi che risultano essenziali per orchestrare le attività pro-metastatiche di questo sottotipo tumorale: un passo indispensabile per la messa a punto di strategie terapeutiche mirate.” A parlare è Anna Bagnato, autrice del lavoro condotto dalla sua equipe dell’Unità di modelli preclinici e nuovi approcci terapeutici in collaborazione con Giovanni Blandino, dell’Unità di Oncogenomica ed Epigenetica dell’Istituto nazionale dei tumori Regina Elena di Roma, con il sostegno di Fondazione AIRC per la Ricerca sul Cancro.

I risultati sono pubblicati sulla prestigiosa rivista Nature Communications. “Spesso nei tumori sierosi ad alto grado dell’ovaio sono presenti mutazioni della proteina p53, – spiega la Bagnato – I tumori con queste mutazioni sono particolarmente aggressivi. Per cercare di capirne la ragione, i ricercatori hanno scoperto che, in molti casi, la p53 mutata si lega ad un’altra proteina chiamata YAP, uno degli interruttori generali del cancro, in una ‘liaison’ pericolosa che porta i tumori a resistere alla chemioterapia”.

Al centro di tutto sembra esserci l’attivazione del recettore dell’endotelina, che ha come partner un’importante molecola: la beta-arrestina. Grazie a una serie di esperimenti condotti con cellule tumorali che derivano dal paziente, i ricercatori hanno dimostrato che, insieme, le tre proteine, beta-arrestina, p53 mutata e YAP, costituiscono una piattaforma di coordinamento per altri segnali che consentono alle cellule tumorali di eludere la risposta al cisplatino, il farmaco di elezione nel trattamento del carcinoma ovarico. Giovanni Blandino precisa: “L’interazione fisica tra le tre proteine rende le cellule tumorali capaci di dare origine alle metastasi e di non rispondere alle terapie”.

La scoperta potrebbe avere una notevole rilevanza traslazionale. Chiarita la catena di eventi responsabili dell’aggressività tumorale, i ricercatori del Regina Elena hanno capito che è possibile interromperla utilizzando dei farmaci in uso clinico in grado di bloccare i recettori dell’endotelina. In esperimenti condotti in laboratorio, i ricercatori hanno verificato che un farmaco capace di bloccare questi recettori rallenta la capacità di formare metastasi, rendendo le cellule tumorali sensibili alla chemioterapia. “Abbiamo identificato una nuova vulnerabilità delle cellule tumorali – sottolinea Gennaro Ciliberto, direttore scientifico IRE – che una volta colpita può ridurre l’aggressività delle cellule del tumore sieroso dell’ovaio”.

Nel tessuto tumorale la presenza contemporanea del recettore dell’endotelina insieme a YAP e beta-arrestina è associata a un decorso peggiore della malattia. È questa un’ulteriore prova dell’importanza della relazione pericolosa messa in luce dai nostri ricercatori, analizzando un gruppo di pazienti con tumore all’ovaio sieroso di alto grado con alta frequenza delle mutazioni della proteina p53. Questa scoperta, se ulteriormente validata, potrebbe avere significative ricadute cliniche nello sviluppo di nuove strategie terapeutiche e prognostiche.