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Un padre decide di denunciare pubblicamente su Facebook gli aggressori del figlio 13enne pubblicando l’immagine del volto del ragazzo con i lividi e i bozzi per far capire cosa significhi realmente essere vittima di un branco. Il post è diventato virale in pochissimo tempo e ha spaccato l’opinione pubblica, da un lato, i sostenitori del padre e gli accusatori dei bulli che dovrebbero essere messi alla gogna mediatica ed etichettati come carnefici a vita e dall’altra, coloro che si preoccupavano che il ragazzo potesse essere etichettato nel corso degli anni come vittima di bullismo e quindi subire ancora quella condizione emotiva. 

E' stata un scelta giusta o controproducente?

E’ stata efficace o meno la scelta di mettere online il volto tumefatto del proprio figlio bullizzato? Oppure è stata del tutto controproducente? E che effetto avrà questa improvvisa sovraesposizione dei ragazzi, sul lungo periodo? E’ ovvio che quando si tratta di queste situazioni così al limite sia sempre molto delicato prendere una posizione, ci sono però delle evidenze da cui partire. 
  • Innanzitutto, queste forme di violenze rivolte verso i coetanei sono una piaga sociale che non è arginabile se non si fa muro ed è per questo che dilagano a macchia d’olio. Se ne parla e spesso anche straparla, del bullismo e del cyberbullismo, viene definito e catalogato tutto come bullismo anche quando si tratta di altre forme di reato, solo perché fa notizia. C’è infatti una profonda disinformazione in merito. Ci sono migliaia di bambini e adolescenti che vivono l’età della spensieratezza come un calvario, che sono vittime di una cattiva gestione del problema da parte di insegnanti, Dirigenti Scolastici e genitori. Ci sono minori che non sanno più dove aggrapparsi che si trovano in balia dell’omertà, dell’ignoranza e della aggressività gratuita nascosta sotto un vestito del gioco o dello scherzo. 
  • Si passa dalla giustizia fai da te, alle profonde ingiustizie subite ulteriormente e gratuitamente dalle vittime. Ma cosa fare ad un bullo o ad un branco? Non c’è una legge, non sono imputabili sotto i 14 anni, vengono sospesi, sanzionati, messi nei casi più gravi un po’ in prova o ai servizi sociali. Ma pensate che questa sia giustizia per chi è vittima che magari poi subisce anche le ritorsioni per aver denunciato?. Siamo in un Paese in cui si ha paura di denunciare per le conseguenze, le vittime non sono realmente tutelate e quotidianamente noi esperti nel settore assistiamo ai tristi silenzi di chi ha paura delle ritorsioni. Questa è la infelice verità. 
  • E’ raro trovare interventi efficaci a lungo termine che abbiamo messo un punto al bullismo perché si deve smuovere una macchina a più livelli che coinvolga tutti gli istituti educativi. 
  • Tante volte questi gesti più evidenti ed eclatanti, come quello del padre che ha deciso di far vedere le foto del figlio a tutti, nascono dalla esasperazione, dalla voglia di reagire, di dire no e mettere un punto a tutto queste ingiustizie. La finalità di lanciare un segnale chiaro ed efficace che dica che non c’è veramente niente di cui vergognarsi, né oggi, né mai, se si è subito una qualsiasi forma di violenza. Si può e si deve camminare a testa alta perché chi deve abbassare lo sguardo sono solo coloro che in maniera così vigliacca approfittano della loro supremazia numerica e fisica. 

Perché mettere l’immagine invece che limitarsi a descrivere l’accaduto? 

Siamo nell’era delle immagini che ormai hanno sostituito il canale della comunicazione verbale, il racconto non è più efficace e la capacità immaginativa è soppressa dalle video-foto testimonianze. 
  • Si è credibili solo se si è muniti di immagini, altrimenti il livello di attenzione, e di conseguenza anche l’ascolto, cala vertiginosamente. Le parole hanno perso la loro valenza e potenza  comunicativa.
  • La comunicazione diventa efficace solo se è instant, in tempo reale, smart ed iconica, e a tutto questo, si aggiunge la vetrina dei social e la rapida diffusione. Gli occhi sono un mezzo usato per denunciare, per far aumentare la portata e l’efficacia della sensibilizzazione sui fenomeni come questo e rendere consapevoli tutti.
  • I social oggi fanno parte integrante delle nostre vite e non c’è niente di cui meravigliarsi se si utilizzano anche per scopi sociali. Se si arriva a fare questo tipo di denunce è perché il problema è grave, non è un non credere nella giustizia, è che è più rapido ed immediato. Arriva a tutti, ci si indentifica in un attimo con un genitore, con chi ha subito prepotenze, si vive sulla propria pelle come se fosse capitato al proprio figlio. 

Ovviamente tutto questo ha anche dei contro

Stiamo parlando di  un minore e una decisione presa da un genitore, che deve sempre e comunque tutelare la salute del figlio. Il rischio è un etichetta a vita? No, in questo specifico caso non è tanto questo il problema. Il problema vero è il cambiamento repentino e drastico del suo ruolo e della sua vita. Se un ragazzo ha un buon sostegno genitoriale, è abituato al dialogo, ha delle buone risorse individuali e capacità di resilienza, un buon inserimento nel gruppo classe e dei pari, una rete sociale di riferimento, l’evento che ha vissuto non risulta traumatico, crea uno scossone e poi piano piano ci si riadatta.
 
Il problema è che con il movimento social e mediatico, con la bufera che è stata sollevata, non si dà il tempo al ragazzo di rielaborare ciò che è accaduto, di fermarsi a cercare di capire quando tutto questo è entrato prepotentemente nella sua vita e come gestire le emozioni che ha attivato. Si è vittima di un’attenzione eccessiva che forse, a quell’età, non si è ancora in grado di gestire in autonomia. Si ha voglia di andare avanti e di lasciarsi tutto alle spalle ma non si può perché i commenti e le condivisioni continuano, perché la stampa ne continua a parlare ininterrottamente, perché a scuola e con gli amici qualcosa è cambiato.
 
Nel fare una denuncia così pubblica l’etichetta non la porta avanti nel corso del tempo il ragazzo vittima, ma gli aggressori, massacrati dalla rete, dalla rabbia e violenza dei commenti, anche di chi li avrebbe fatto di tutto, dalle torture medioevali alla lapidazione. Sono minori anche loro e sono vittime anche loro di un fallimento educativo.

Il vero problema del bullismo è l'omertà

Questo poi può avere anche delle profonde ritorsioni, non ci dimentichiamo che il VERO problema del bullismo è l’OMERTA’, è la paura di parlare e di raccontare per poi affrontare la rabbia di chi viene pubblicamente accusato. La maggior parte delle vittime NON parla per questa ragione, per paura. In questo caso il piccolo ragazzo si trova a dover gestire una situazione che non è in grado di affrontare perché a quell’età non si hanno gli strumenti. Viene accusato anche da chi non è il suo carnefice, dai loro amici, da coloro che lo circondano, si subiscono troppo spesso minacce, intimidazioni, si può arrivare anche a vere e proprie spedizioni punitive.
 
Gli adolescenti non capiscono il senso di una denuncia pubblica, non tutti gli staranno vicino nella scelta del padre e il suo ruolo nel gruppo cambierà di conseguenza senza che lui lo abbia chiesto e  voluto. Si dovrebbe fare rete e muro intorno alla vittima, la famiglia, la scuola e il gruppo degli amici dovrebbero stare accanto a chi subisce tutto questo e blindarlo e far capire che non si ha paura di denunciare perché non può vincere l’omertà, ma deve vincere la giustizia. 


Per approfondire:

Di tumore, in Italia, si muore di meno che in passato. I decessi per la prima volta sono diminuiti: 1.134 morti in meno sono state registrate nel 2013 (176.217) rispetto al 2012 (177.351). In diciassette anni (dal 1990 al 2007) gli italiani che hanno sconfitto il cancro sono aumentati, si registra un +18% per gli uomini e un +10% per le donne, ma secondo l'ultimo rapporto Aiom-Airtum, che ogni anni fa il punto sui numeri del cancro in Italia, l'evoluzione epidemiologica dei tumori è però a due facce: cala la mortalitàe cala anche l'incidenza tra gli uomini, ma aumenta nettamente tra le donne. 

Ecco tutti i dati:

  • Totale casi registrati nel 2016365.800 contro i 363.300 del 2015
  • Donne – 176.200 (46%) nel 2016 contro i 168.900 del 2015 – 7.300 casi in più
  • Uomini – 189.600 (54%) nel 2016 contro i 194.400 del 2015 – 4.800 casi in meno

Cosa è cambiato

  • La prevenzione primaria, e in particolare la lotta al tabagismo.
  • La diffusione degli screening su base nazionale
  • Il miglioramento diffuso delle terapie in un ambito sempre più multidisciplinare e integrato

Le donne si ammalano di più

Ogni giorno, in Italia, circa 1000 persone ricevono una diagnosi di tumore, tra i casi più frequenti ci sono:

  • Colon-retto – 52.000
  • Seno – 50.000 (48.000 nel 2015). L'incidenza è aumentata particolarmente tra i 45 e i 49 anni.
  • Polmone – 40.000 
  • Prostata – 35.000 
  • Vescica – 26.000.

Donneè in aumento l'incidenza dei timori a:

Donne – diminuiscono quelli a: 

  • Stomaco
  • Vie biliari
  • Ovaio
  • Cervice uterina

Uomini – l'incidenza generale dei tumori si riduce in maniera significativa (-2,5%), soprattutto per quelli che venivano considerati i "big killer".

Diminuiscono:

  • Polmone
  • Prostata
  • Colorettali
  • Vie aero-digestive
  • Esofago
  • Stomaco
  • Fegato

Aumentano:

  • Pancreas
  • Testicolo
  • Rene
  • Melanoma

 

Il cancro uccide di meno

In Italia la mortalità continua a diminuire in maniera significativa in entrambi i sessi. Secondo i dati forniti dall'Istat, 176.217 degli oltre 600.000 decessi verificatisi nel 2013 (ultimi dati disponibili) sono attribuibili a tumore (1000 in meno rispetto al 2012), collocando le neoplasie al secondo posto per le cause di morte dopo le malattie cardio-circolatorie (37%).

I tumori che uccidono di più:

  • Polmone – 33.483
  • Colon-retto – 18.756
  • Seno – 12.072
  • Pancreas – 11.201
  • Stomaco – 9595
  • Prostata – 7203

La sopravvivenza è il principale outcome in campo oncologico e permette di valutare l'efficacia del sistema sanitario nel suo complesso nei confronti della patologia tumorale. La sopravvivenza, infatti, è condizionata da due aspetti:

  • La fase nella quale viene diagnosticata la malattia
  • L'efficacia delle terapie intraprese

In Italia, la sopravvivenza dei pazienti oncologici è mediamente più elevata rispetto alla media europea per molte sedi tumorali e per i tumori oggetto di screening. In generale, nel nostro Paese la sopravvivenza a cinque anni è pari al 68% per i tumori più frequenti e al 55% per i tumori rari.

Le due neoplasie più frequenti per genere (prostata e seno) presentano sopravvivenze a 5 anni che si avvicinano al 90%, con percentuali ancora più elevate quando la malattia è diagnosticata in stadio precoce.


Nord e Sud a confronto

Si conferma una differenza nel numero di nuovi casi fra Nord e Sud. In particolare, il tasso d'incidenza standardizzato (sulla popolazione europea) per tutti i tumori è più basso, sia tra gli uomini che tra le donne, al Centro e al Sud, rispetto al Nord. Due i fattori in gioco:

  • La persistenza, nelle Regioni meridionali, di fattori protettivi verso determinate neoplasie
  • La minore attivazione degli screening programmati al Sud

I tumori rari

Ogni 12 mesi in Italia 89mila persone ricevono una diagnosi di tumore raro. Un numero che richiede attenzione e necessita di percorsi dedicati a questi pazienti (e alle loro famiglie) che, per la frammentazione delle competenze o in mancanza di punti di riferimento, sono spesso costretti a spostamenti con costi sociali elevati. 

 

E' l'Italia il Paese in cui si mangia meglio al mondo, e non è una questione di palato: la dieta mediterranea, che detta le regole in tavola, rende gli italiani il popolo più in salute in assoluto. E' quanto emerge dal "Bloomberg Global Health Index" che passa al microscopio le abitudini alimentari di 163 Paesi, concludendo che un bambino nato in Italia ha un'aspettativa di vita di oltre 80 anni contro i 52 anni di un bimbo della Sierra Leone. 

La dieta mediterranea fa vivere fino a 80 anni

La crescita economica italiana è stagnante da decenni – sottolinea Bloomberg -, il 40 percento dei giovani è disoccupato e il Paese si ritrova con un debito pubblico tra i più alti al mondo rispetto alla sua economia. Tuttavia "gli italiani sono molto più in forma degli americani (che si attestano al 34esimo posto), dei candesi (17esimi) e dei britannici (23esimi), impegnati a combattere con pressione alta, colesterolo e problemi mentali. Il perché è da ricercare nel piatto: vegetali, frutta, olio di oliva, carne e pesce sono alla base della dieta. Tutti alimenti sani, spiega Adam Drewnowski, direttore del Center for Public Health Nutrition dell’Università di Washington. A conferma di ciò arriva anche il buon piazzamento della Spagna, che è sesta.


La TopTen:

  1. Italia
  2. Islanda
  3. Svizzera
  4. Singapore
  5. Australia
  6. Spagna
  7. Giappone
  8. Svezia
  9. Israele
  10. Lussemburgo

Islanda e Svizzera chiudono il podio. Ben diversa, ma ugualmente salutare, l'alimentazione degli islandesi che ha fatto guadagnare al Paese dei Ghiacci il secondo posto nella classifica. Seguono Svizzera, Singapore e Australia. Gli Usa sono penalizzati dal tasso di obesità

Dal Porramatur islandese al formaggio svizzero, i piatti dei Paesi più sani

Ma quali sono i piatti tipici dei Paesi più virtuosi? In Islanda, pesce, patate e pecora la fanno da padrone, ma gli islandesi non disprezzano il muschio – proprio così – che fanno essiccare  e che utilizzano nelle minestre e nel pane. Il piatto forte è il Porramatur, un mix di pesce e carne d’agnello accompagnato da pane di segale e burro. Si prepara testicoli di montone, marmellata  di testa di pecora, sanguinaccio di ovino e pesce essiccato. 

Nel rispetto di tutti gli stereotipi, sulle tavole svizzere non mancano mai i formaggi. Segue la polenta. Mentre tra i piatti tipici troviamo il fegato alla griglia. Tra i dolci, il re è il cioccolato, in buona compagnia con i dolci alle mele.

Anche la cucina di Singapore, come quella mediterranea, è ricca di pesce e frutti di mare e risente delle influenze di tradizioni diverse: dal laksa, una ricca zuppa di noce di cocco, arricchita da spaghetti di riso, vongole e gamber; al ayam golek, piatto a base di pollo cotto in un’abbondante salsa speziata, arricchito con cipolle, pomodori, aceto e l’onnipresente latte di cocco.

 

Il morbillo, che si credeva ormai debellato grazie alle vaccinazioni, torna a far paura in Italia. Dal mese di gennaio 2017 è stato registrato un preoccupante aumento del numero di casi, che sono più che triplicati: a fronte degli 844 casi di morbillo segnalati nel 2016, dall'inizio dell'anno sono già stati registrati più di 700 casi, con un incremento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, in cui si erano verificati 220 casi, di oltre il 230%.

Dove si sono verificati più casi

La maggior parte dei casi sono stati segnalati in sole quattro Regioni e più della metà rientra nella facsia di età 15-39 anni. 

  • Lazio
  • Lombardia
  • Topscana
  • Piemonte

Perchè i casi si sono moltiplicati

Il morbillo continua a circolare nel nostro Paese, spiega il Ministero, a causa della presenza di sacche di popolazione suscettibile non vaccinata o che non ha completato il ciclo vaccinale a 2 dosi. Ciò è in gran parte dovuto al numero crescente di genitori che rifiutano la vaccinazione, nonostante le evidenze scientifiche consolidate e i provvedimenti di alcune Regioni che tendono a migliorare le coperture, anche interagendo con le famiglie e i genitori.

La malattia dimenticata che può uccidere

Il morbillo, causato da un virus del genere morbillivirus (famiglia dei Paramixovidae), è una malattia molto contagiosa che colpisce spesso i bambini tra 1 e 3 anni, per cui viene detta infantile, come la rosolia, la varicella, la pertosse e la parotite. Si trasmette solo nell'uomo. I malati vengono isolati nel periodo di contagio.

 

Il commento: Se crollano i vaccini questo è solo l'inizio

 

E se è vero che in genere non ha sintomi gravi (provoca principalmente un'eruzione cutanea, simile a quelle della rosolia o della scarlattina, e dura tra i 10 e i 20 giorni), in alcuni casi può essere addirittura fatale: il morbillo, si legge nella scheda che gli dedica l'Istituto Superiore di Sanità sul portale EpiCentro, è pur sempre responsabile di un numero compreso tra le 30 e le 100 morti ogni 100.000 persone colpite. Le complicazioni sono dovute principalmente a superinfezioni batteriche: otite media, laringite, diarrea, polmonite o encefaliti (infiammazioni del cervello). Si riscontrano più spesso nei neonati, nei bambini malnutriti o nelle persone immunocompromesse.

I sintomi

I primi sintomi sono simili a quelli di un raffreddore (tosse secca, naso che cola, congiuntivite) con una febbre che diventa sempre più alta. Successivamente appaiono dei puntini bianchi all'interno della bocca. Dopo 3-4 giorni, appare l'eruzione cutanea caratteristica (esantema), composta di piccoli punti rosso vivo, prima dietro le orecchie e sul viso, e poi su tutto il resto del corpo. L'eruzione dura da 4 a 7 giorni, l'esantema scompare a cominciare dal collo. A volte, rimane una desquamazione della pelle per qualche giorno. Di solito la diagnosi si fa solo per osservazione clinica. Eventualmente si possono ricercare nel siero degli anticorpi specifici diretti contro il virus del morbillo, dopo 3 o 4 giorni dall'eruzione.

Incubazione e contagiosità

Il periodo di incubazione è di circa 10 giorni: inizia all'entrata del virus nell'organismo e finisce all'insorgenza della febbre. La contagiosità si protrae fino a 5 giorni dopo l'eruzione cutanea, ed è massima tre giorni prima, quando si ha la febbre. Il morbillo è una delle malattie più trasmissibili. Il contagio avviene tramite le secrezioni nasali e faringee, probabilmente per via aerea tramite le goccioline respiratorie che si diffondono nell'aria quando il malato tossisce o starnutisce. ù

Le cure

Non esiste una cura specifica. Si possono trattare i sintomi (terapia sintomatica) ma non la causa: paracetamolo per abbassare la febbre, sciroppi per calmare la tosse, gocce per gli occhi. Esiste un rischio di prematurità per i bambini che hanno la madre infetta durante la gestazione.

Il vaccino

In Italia il vaccino non è obbligatorio, tranne per le reclute all'atto dell'arruolamento, ma viene raccomandato dalle autorità sanitarie. Il vaccino esiste sotto forma di un complesso vaccinale contro il morbillo, la parotite e la rosolia (Mpr). Si consiglia una prima dose del Mpr prima del 24esimo mese di vita, preferibilmente al 12-15esimo mese, con un richiamo verso 5-6 anni o 11-12 anni. Fino a 6-9 mese, il neonato può essere protetto dagli anticorpi che gli vengono dalla madre se questa è immunizzata. La durata di immunizzazione del neonato è inferiore se la madre è stata immunizzata da un vaccino e non dal morbillo stesso. Come per tutti i vaccini vivi attenuati, la vaccinazione non viene effettuata negli individui con deficit immunitario o sotto terapia immunosoppressiva (corticoidi, antineoplastici, antirigetto), nè, per precauzione, nelle donne gravide o che desiderano esserlo nel mese successivo. Invece, è consigliato alle persone infette da Hiv che non hanno ancora sviluppato l'Aids.

Lorenzin: "Intervenire rapidamente"

"Nonostante il Piano di eliminazione del morbillo sia partito nel 2005 – sottolinea il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin – e la vaccinazione contro il morbillo sia tra quelle fortemente raccomandate e gratuite, nel 2015 la copertura vaccinale contro il morbillo nei bambini a 24 mesi (coorte 2013) è stata dell'85,3% (con il valore più basso pari al 68% registrato nella PA di Bolzano e quello più alto in Lombardia con il 92,3%), ancora lontana dal 95% che è il valore soglia necessario ad arrestare la circolazione del virus nella popolazione. E' ora indispensabile – precisa – intervenire rapidamente con un impegno e una maggiore responsabilità a tutti i livelli, da parte di tutte le istituzioni e degli operatori sanitari, per rendere questa vaccinazione fruibile, aumentandone l'accettazione e la richiesta da parte della popolazione". 

Iss:"Non abbassare la guardia sui vaccini"

Non solo morbillo. Abbassare la guardia sui vaccini può fare ricomparire anche malattie che non vediamo da tempo, come la poliomelite e la difterite. A lanciare l'allarme è il presidente dell'Istituto Superiore di Sanità, Walter Ricciardi, interpellato dall'Agi sul boom dei casi di morbillo registrato in Italia (+240% in un anno).

Leggi anche: Vaccini, con boom allarmismi crolla copertura dei bimbi

"La prima preoccupazione è per la difterite – spiega il professore -. Ci sono stati casi purtroppo mortali in Belgio e in Spagna. In Italia ci sono stati due contatti, fortunatamente neutralizzati, ma potevano infettare un bambino non vaccinato. L'altra grande preoccupazione è la poliomielite – prosegue Ricciardi -. E' una malattia che noi non vediamo da tanti anni, ma che ha avuto dei casi in alcuni paesi lontani ma non tanto, come l'Ucraina, l'Albania, la Siria. Per non parlare del tetano per il quale abbiamo il record negativo di mortalità in Europa".

 "La vaccinazione rimane una cosa da consigliare a tutti – spiega il professore -, abbiamo abbassato troppo la guardia. In questo momento sono migliaia i bambini non vaccinati contro il morbillo, soprattutto in alcune regioni come il Piemonte, la Lombardia e il Lazio, che più delle altre hanno tardato ad adeguarsi". C'è poi un altri rischio. I bambini non coperti possono trasmettere la malattia ai più grandi "e il morbillo quando si prende in età adulta è molto fastidioso e può essere ancora più pericoloso".

Per approfondire:

Non dobbiamo assolutamente stupirci di questo allarme lanciato dal Ministero della Salute in merito alla comparsa di così tanti nuovi casi di morbillo. Dopo che, negli ultimi anni avevamo assistito a una progressiva ma inesorabile riduzione del numero di persone vaccinate e dunque del tasso di copertura vaccinale della popolazione, c'era da attendersi, che presto o tardi questo abbassamento delle nostre difese immunitarie sociali favorisse un ritorno consistente del morbillo.

Non poteva, del resto essere altrimenti, con questo particolare virus (Paramyxovirus) che è estremamente veloce nel diffondersi e ha un tasso di contagiosità quattro volte piùelevato di quello dell'influenza. Si tratta di un virus da non sottovalutare.

Quando il morbillo arrivò per la prima volta nelle isole Fiji alla fine dell'800, trovando una popolazione priva di difese immunitarie, uccise 30000 persone.

 

In un contesto del genere, vedere dati come quelli resi noti oggi dal Ministero (700 casi in soli due mesi contro gli 844 dello scorso anno, un incremento pari al 230 per cento) davvero non sorprende. La riduzione del numero dei bambini vaccinati soprattutto contro il morbillo è la diretta conseguenza di un caso emblematico di post-verità scientifica. Nel 1998 un medico Britannico, Andrew Wakefield pubblicò una ricerca su una importante rivista scientifica in cui si dimostrava che esisteva un rischio autismo per i bambini che venivano vaccinati con il vaccino trivalente.

Nonostante successivamente sia stato dimostrato che Wakefield aveva falsificato i dati, e la sua conseguente radiazione da parte dell'ordine dei medici, quella bufala scientifica ha alimentato un vasto fronte di opinione pubblica da sempre diffidente nei confronti dei vaccini in particolare e della scienza in generale. Se il livello di vaccinazione scende sotto una certa soglia che è quella del 95 per cento è difficile contenere la diffusione del virus, soprattutto all'interno di settori della popolazione ben definiti.

Purtroppo negli ultimi anni si è diffusa e consolidata una certa resistenza contro la vaccinazione da parte dei genitori dei bambini in età prescolare che, a loro volta sono scoperti dalla vaccinazione. Così il virus passa, attraverso le famiglie dalle scuole ai luoghi di lavoro e nel breve giro di una settimana è in grado di diffondersi in una intera città. Il sistema attuale della vaccinazione consigliata e gratuita non funziona e questi dati indicano con certezza che è arrivato il momento di avviare sul punto una discussione molto seria. Serve la vaccinazione obbligatoria.

Impedire che il tumore del seno riprenda a svilupparsi, anche dopo la chemioterapia, potrebbe diventare possibile in un futuro non troppo distante, grazie a una ricerca dei ricercatori dell'Istituto Europeo di Oncologia, dell'Istituto Firc di Oncologia molecolare e dell'Università Statale di Milano, sostenuta dall' Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro. I risultati, pubblicati su EMBO Molecular Medicine, dimostrano, in un modello preclinico, che una classe di farmaci già in fase di sviluppo clinico, le Nutline, è in grado di eliminare le cellule staminali del cancro che non vengono colpite dalla chemioterapia e sono le responsabili della ripresa e della diffusione del tumore. Associando la chemioterapia, che distrugge la maggior parte delle cellule tumorali, alle Nutline, che distruggono le cellule staminali tumorali, le probabilità di guarigione aumentano.

Si tratta di una scoperta per ora limitata al campo sperimentale pre-clinico che dovrà essere convalidata da adeguati studi clinici. "Un farmaco che colpisce le cellule staminali del tumore del seno è un traguardo storico", commenta Daniela Tosoni, Ricercatrice presso il Programma di Medicina Molecolare dell'Istituto Europeo di Oncologia (IEO) e prima firmataria del lavoro.

Combinazione di due farmaci contrasta la recidiva

La dottoressa Tosoni spiega: "In molte pazienti che si sottopongono a chemioterapia, il tumore va inizialmente in remissione, ma si ripresenta quando la terapia viene interrotta a causa della resistenza delle cellule staminali alla chemioterapia stessa. La ricerca sta dimostrando che questo fenomeno, chiamato chemioresistenza, è dovuto alla presenza delle cellule staminali tumorali, cioè quelle "cellule madri" che continuano a riprodursi all'infinito e che sono in grado di promuovere la crescita dei tumori, anche se le "figlie" vengono distrutte dai farmaci chemioterapici. Noi abbiamo scoperto che un farmaco, la Nutlina-3, ha come bersaglio specifico le cellule staminali e l'abbiamo associato al Paclitaxel, un comune chemioterapico. I risultati ottenuti nel modello preclinico dimostrano che questa combinazione aumenta la risposta del tumore alla chemioterapia e ostacola la ripresa di malattia dopo la sospensione del trattamento".

Cellule staminali tumorali proliferano se proteina Numb è carente

"E' una scoperta importante che si colloca in una linea di ricerca di cui IEO, IFOM e UNIMI sono pionieri: la relazione che esiste, nei tumori del seno, tra aggressività della malattia e presenza di cellule staminali e il ruolo della proteina Numb – aggiunge Salvatore Pece, Vice-direttore del Programma di Medicina Molecolare dello IEO e Professore dell'Università di Milano -. In studi precedenti abbiamo scoperto che la proteina Numb è un soppressore tumorale nella ghiandola mammaria ed è legato a un'altra proteina che ha a sua volta un ruolo noto nell'arrestare la proliferazione tumorale: p53. Se il gene Numb viene danneggiato, i livelli di p53 diminuiscono e questo meccanismo di doppia perdita causa lo sviluppo di tumori più aggressivi e particolarmente arricchiti di cellule staminali. Abbiamo allora studiato il legame fra Numb e cellule staminali, trovando che la perdita di Numb, con la conseguente riduzione di p53, aumenta la possibilità di comparsa e proliferazione di staminali tumorali. Così, in carenza di Numb, il tumore del seno si forma, si riforma e si diffonde, anche dopo trattamento chemioterapico".

La Nutina-3 ripristina lo scudo che ferma cellule tumorali

"La sfida era dunque ristabilire i livelli di p53, lo scudo che ferma le staminali, nei tumori più gravi e chemioresistenti – conclude Pier Paolo Di Fiore, Direttore del Programma di Medicina Molecolare dello IEO, Group Leader presso l' IFOM e Professore dell' Università di Milano -. Abbiamo scoperto che una molecola già in fase di sviluppo clinico, la Nutlina-3, è in grado di ripristinare la quantità di p53 nei tumori del seno che hanno carenza di Numb, rendendo così il tumore meno aggressivo e meno ricco di staminali. Abbiamo inoltre sperimentato che l'associazione di Nutina-3 con il Paclitaxel ottiene il doppio effetto di potenziare l'efficacia della chemioterapia e ostacolare la ricrescita post-trattamento. Questi risultati emergono dallo studio di un modello preclinico e bisogna ora "tradurli" in qualcosa che possa essere di reale beneficio per le pazienti tramite appropriati studi clinici. Bisogna esser cauti e prudenti perché non sempre le ricerche precliniche sono coronate da successo nel trasferimento alla clinica. In questo caso abbiamo buone speranze che la cosa possa funzionare, anche con l'obiettivo di ottenere terapie non solo più efficaci ma anche meno tossiche". Così la ricerca entra anche nel delicato campo della qualità della vita dei pazienti oncologici.

Per approfondire:

Il caso di Vigevano sta rimbalzando su tutti i giornali nazionali. Un gruppo di una decina di adolescenti, la maggior parte 15enni e di buona famiglia, avrebbe messo in atto una serie di prevaricazioni di una violenza inaudita, scegliendo come vittime predilette ragazzi coetanei molto fragili e incapaci di reagire e di difendersi. Per mesi sono state perpetrate umiliazioni, denigrazioni, violenze fisiche, ma anche violenze a sfondo sessuale andando completamente a distruggere le varie vittime da un punto di vista fisico e psichico. 
Il dato che fa riflettere non è tanto l'età di questi ragazzi, ma l'essere di buona famiglia. Oggi non dobbiamo più andare a cercare la violenza dentro condizioni particolarmente svantaggiate o pensare a ragazzi con dei profili a rischio ben evidenti e conclamati. Troviamo la violenza in quelli che possono essere considerati agli occhi di genitori e insegnanti adolescenti in un certo senso "normali". 
Negli ultimi anni, infatti, la devianza minorile ha subito profonde trasformazioni. Apparentemente a questi ragazzi, non manca niente e possono veder soddisfatta ogni loro richiesta, ma manifestano una marcata onnipotenza, non si accontentano e devono cercare nella messa in atto di queste condotte un altro modo di manifestare il proprio potere e nascondere a se stessi il vuoto interiore e il bisogno di riconoscimento. 

Cos'è una baby gang? 

Le baby gang sono gruppi di ragazzi, tendenzialmente maschi, che si uniscono già a partire dai 10-11 anni d’età, che vivono e sperimentano le loro scorribande nella strada e in giro per la città. Hanno un posto di ritrovo fisso e sono anche abbastanza abitudinari. La gang ha spesso e volentieri un carattere deviante e differisce da altri gruppi di adolescenti perché è più aggressiva e ha finalità distruttive e violente. Le sue attività sono orientate al raggiungimento di scopi concreti che richiedono un’organizzazione più strutturata e una solidarietà maggiore tra i membri del gruppo, che mette in atto una serie di comportamenti in maniera sistematica. Ogni occasione è motivo di misurarsi con se stessi e con gli altri e a volte inventato giochi violenti, tanto per “divertirsi”, per noia, per sfida e per sentirsi potenti davanti alla loro impotenza.
Infatti, generalmente sono ragazzi che canalizzano il proprio disagio interiore attraverso comportamenti a rischio come il fumo, l’abuso di alcol e l’utilizzo di droghe e attraverso condotte aggressive eterodirette come risse, cioè più persone coinvolte contemporaneamente in una lite o in una colluttazione violenta in cui c’è l’intento di ledere l’altro e atti vandalici, ovvero sferrare l’attacco contro lampioni, cartelli stradali, panchine dei parchi, cabine telefoniche, ma anche contro beni appartenenti a privati, auto parcheggiate, e qualsiasi cosa trovino sulla strada.

Quali sono i numeri in Italia?

Secondo i dati dell'Osservatorio Nazionale Adolescenza su un campione di 7.000 adolescenti sul territorio nazionale, il 6,5 per cento degli adolescenti fa parte di una gang, che intenzionalmente sferra attacchi nei confronti dei loro coetanei o danneggiano strutture pubbliche o private, come la scuola, compiendo furti o veri e propri atti di vandalismo. Il 16 per cento ha commesso atti vandalici e 3 ragazzi su 10 hanno partecipato a risse.

Il ruolo della tecnologia come mezzo per manifestare il proprio coraggio 

Ovviamente, oggi non può mancare il supporto della tecnologia, la condivisione che aumenta la portata e alimenta maggiormente gli animi. Si cerca intenzionalmente la popolarità, rappresenta un'ulteriore sfida, una condizione che li fa sentire ancora più potenti di quanto si sentano. Tutte queste aggressioni sono state rigorosamente riprese attraverso gli smartphone e condivise nelle varie chat e i profili dei social network. Infatti, ormai, anche le gang si sono digitalizzate, e spesso, condividono le loro “gesta” sui vari social media, creando gruppi appositi che fungono da rinforzo e condivisione di condotte delinquenziali. A volte questi adolescenti utilizzano questi canali per rendere direttamente pubblico il loro operato, anche come sfida aperta alle autorità, e per essere rinforzati dai “mi piace” della rete che li rendono ancora più onnipotenti.

Cosa scatta nella testa di questi ragazzi?

Le baby gang ruotano intorno al meccanismo della DERESPONSABILIZZAZIONE e dell’EFFETTO BRANCO, perché nel gruppo è come se ci fosse una divisione della responsabilità, la condivisione di ciò che viene fatto aumenta anche la portata e la potenziale gravità delle azioni commesse. Ci si sente meno colpevoli e ciò che viene fatto in gruppo con elevata probabilità non si farebbe mai da solo. La spinta degli altri aiuta e tante volte lo si fa appunto perché lo fanno altri membri del gruppo, non ci si può tirare indietro, significherebbe essere dei codardi e dei vigliacchi. La gang ha una sorta di modus operandi e una sorta di "codice" da rispettare, altrimenti si è tagliati fuori. Si arriva a sviluppare una sorta di identità gruppale che funziona in maniera differente rispetto a quella individuale, in cui ci si riconosce, identifica e si appartiene.

Il sistema dei ticket va rivisto e nel Patto della salute c'è anche un progetto per farlo, "però va concertato con tutta la riforma fiscale". Lo ha affermato la ministra della Sanità, Beatrice Lorenzin che, in un'intervista a La Repubblica, ha anche commentato le grandi differenze tra Regioni nella spesa media pro capite per la cosiddetta compartecipazione dei cittadini per visite ed esami.

"Perché in Sicilia il cittadino spende un terzo che in Veneto?"

Ci sono realtà, come Sicilia e Campania, dove i pazienti sborsano in media meno di 10 euro a testa ogni anno, ed altre, come Veneto, Toscana, Emilia, dove il dato supera i 35 euro. "Tra le regioni ci sono dislivelli retributivi e fiscali – ha detto il ministro – Purtroppo abbiamo più poveri, e quindi più esenti, ma anche sacche di evasione fiscale".

"All'articolo 8 del Patto della salute avevamo preso l'impegno, con le Regioni, di rivedere il ticket alla luce dei cambiamenti demografici e delle nuove difficoltà in cui si trovano molte persone che hanno perso il lavoro o sono in una famiglia numerosa. Quella parte è rimasta inapplicata, perché ancorata anche alla riforma fiscale, e sarà un tema su cui impegnarci quest'anno. Poi possiamo fare di più su un altro fronte".

La resa dei ticket? si potrebbe farne a meno

I ticket, ha detto, "oggi rendono 3 miliardi di euro l'anno, che rispetto ai 113 del fondo sanitario in effetti sono marginali. Ma per alcuni territori sono importanti. Certo, portando avanti il processo di spending review del Patto della salute si potrebbero togliere, o comunque reinvestire nelle prestazioni più solidali. Penso agli anziani o a quelle fasce di popolazione che rischiano di non essere intercettate dal sistema sanitario pubblico, agli invisibili". 

Anche stavolta, davanti alla tragedia di Soverato che ha visto coinvolti tre quattordicenni, le cronache nazionali hanno subito dipinto il fatto come l’ennesimo gesto irrazionale di ragazzi che cercavano di stupire sui social i loro amici facendosi dei selfie mentre arrivava il treno. Pare che le cose in realtà siano andate diversamente e che quei ragazzi stessero solo facendo una scorciatoia per tornare a casa e che siano stati vittime di un incidente.

Questa diversa ricostruzione deve però farci riflettere sul modo in cui l’opinione pubblica nazionale, percepisce, giudica e interpreta il rapporto adolescenti e social networks.

Lo smartphone è il mezzo, non la causa

Credo che sia arrivata l'ora di finirla di fare crociate contro la tecnologia e di dare la colpa ai selfie o ai social network delle problematiche e dei comportamenti apparentemente folli dei ragazzi. La spinta è interna, non è esterna. Lo smartphone è un mezzo, non è la causa: è il più o meno silente testimone di tutte le trasgressioni e stranezze giovanili. Forse i primi a farne un uso distorto di tutti i dispositivi collegati alla rete sono gli adulti, coloro che attaccano a spada tratta il mondo adolescenziale, coloro che tante volte abusano di chat e social network e che mediano le relazioni con i figli con una telecamera, dimenticandosi che perdono il contatto con loro e li educano normalizzando una condivisione della vita privata.

Chiudiamo gli adolescenti in un mondo che non sanno ancora gestire

Davanti a queste tragedie ci si domanda il perché, si attacca il mondo adolescenziale considerandoli dementi, privi di logica e di valori, chiamandoli imbecillì per non dire altro. E' facile lavarsene le mani così e dare la colpa ad una generazione e ad un periodo storico. Non ha senso generalizzare perché i ragazzi non nascono con i geni della deficienza, sono il frutto dell'educazione, della concatenazione di più fattori ambientali, genetici, sociali, familiari e culturali. I ragazzi sentono il peso di una generazione che non crede in loro, che non comprende il loro mondo così lontano da quello degli adulti, percepiscono che c'è un muro intergenerazionale troppo spesso per vedere oltre, che li distacca ancora di più, li fa chiudere in un mondo in cui non hanno ancora gli strumenti per gestirlo da completamente da soli, nonostante si sentano grandi.

Video: una bravata o un incidente

Bisogna andare oltre le apparenze e cercare di capire le motivazioni interne e soprattutto il senso di determinati comportamenti, perché queste condotte – quando ci sono veramente – esprimono spesso un disagio che si esprime attraverso una modalità disadattiva.

Non sono le mode del momento

Innanzitutto, questo tipo di comportamenti è sempre esistito. Si chiamano comportamenti a rischio perché i ragazzi, appunto, mettono a rischio la propria salute e a volte anche la propria vita.

Farsi i selfie quando il treno è in arrivo, non è la moda del momento è una moda di sempre. E' cambiato il fatto che oggi ci sono le testimonianze delle proprie gesta, c'è quell'immagine che fissa un momento in cui ci si sente onnipotenti e si sfida il destino. Non è il primo e non è neanche l'ultimo, lo fanno di giorno e di notte, dove il rischio è maggiore, nelle stazioni del treno e della metro. Lo fanno per scommessa, per pochi soldi, come atto dimostrativo e per popolarità. Forse quello che veramente è cambiato è proprio la popolarità. Se dobbiamo sottolineare un aspetto diverso rispetto alle generazioni precedenti, è proprio legato alla portata di una potenziale diffusione mediatica.

Non in questo specifico caso, ma oggi, tanti ragazzi, sono mossi dalla ricerca di scattare una foto o un video che diventerà poi virale. Rischiano per aumentare le condivisioni. Questo ha portato ad alzare la posta in gioco perché non si deve dimostrare il proprio coraggio solo a un numero circoscritto di persone, ma si ha il confronto con tutta la rete. Un ricerca di sé, dei propri limiti, una vita piatta da un punto di vista emotivo che ha bisogno di scossoni forti per "sentirsi" e per sperimentare la propria auto-efficacia e quindi realizzarsi, almeno nella loro testa.

Cacciatori di sensazioni

Si chiama sensation seeking, è la ricerca di qualcosa di diverso, di deviante e loro sono chiamati i risk taker, che si sentono vivi sperimentando il rischio, anche quello di morire.

Se analizziamo i dati, è indubbio che non sia un problema da sottovalutare, circa 1 adolescente su 10 fa selfie pericolosi in cui mette anche a repentaglio la propria vita e oltre il 12% è stato sfidato a fare un selfie estremo per dimostrare il proprio coraggio (Dati Osservatorio Nazionale Adolescenza, su 8000 adolescenti in tutta Italia).

Sono condotte tipiche di un periodo adolescenziale, di una fase in cui emergono anche tratti della personalità più trasgressivi e di rottura delle regole. E' un modo per sancire la propria autonomia e indipendenza, per rinforzare la propria identità, per definire i propri confini ricercando i propri limiti.

Fin dove mi posso spingere? Fin dove posso arrivare? Una sfida? Un ricerca di un'emozione forte, di un brivido, di un sentirmi potente. Un modo di sperimentare una botta di adrenalina in una vita, non appiattita dai social media, ma da tutto l'insieme che li circonda, un bisogno di evadere, di andare oltre a ciò che hanno. Forse hanno troppo e nello stesso momento non hanno niente, una cosa è certa, non hanno un senso di sé e degli altri, non hanno una responsabilità e un'autonomia sufficiente per prendere decisioni in autonomia e per dire di no, senza farsi condizionare. In queste circostanze non si deve mai sottovalutare l'effetto gruppo o branco. Questi comportamenti a rischio non si metterebbero mai in atto senza un gruppo, salvo che non si sia in presenza di disturbi di personalità o del comportamento. L'effetto deresponsabilizzante del gruppo è fondamentale e in genere, è proprio per la "divisione" della responsabilità, che porta a sottovalutare le conseguenze e il reale rischio che si sta correndo.

Un confuso senso della morte

Il problema sta proprio qui, sulla reale consapevolezza di ciò che fanno, non hanno la reale percezione di quello che può accadere e non sono in grado di fare una valutazione oggettiva delle conseguenze delle proprie azioni. Hanno davanti l'emozione e l'adrenalina generata dal gesto che stanno mettendo in atto, non ciò che accadrà realmente dopo. E' vero che si rendono conto che è rischioso ciò che fanno, lo cercano apposta, ma è vero che il senso della morte non lo hanno chiaro, di quanto realmente siano concrete le probabilità di morire, della totale irreversibilità della morte, purtroppo lo hanno chiaro solo a livello cognitivo e non emotivo, non sono quindi pienamente consapevoli. Non sono educati alla morte e a quanto sia facile morire. Probabilmente hanno un apprendimento sbagliato della morte, soprattutto attraverso le serie tv, film, video e videogiochi dove uccidono e muoiono tutte le volte che vogliono.

Si parla troppo poco di morte e di rischi concreti che si corrono mettendo in atto determinati comportamenti e di quanto sia facile morire. Un ragazzo che rischiava spesso la vita con tutta una serie di condotte del tipo guidare senza fari nella notte o passare a tutta velocità con il rosso, un giorno mi disse: "se avessi avuto qualcuno che mi avesse preso seriamente per l'orecchio facendomi capire realmente la gravità di ciò che stavo facendo, forse tante cose me le sarei risparmiate".

La paura gioca un ruolo fondamentale, perché la paura è quell'emozione primaria che ci aiuta a mettere un freno, un limite, che ci dà uno stop e ci fa capire che andando oltre ci possiamo fare male. E' la paura di morire che alza l'asticella dell'attenzione. Non hanno più paura di niente, non hanno paura della scuola, degli insegnanti, delle punizioni, dei genitori, della società. Esistono le regole ma se le infrangono non succede niente, sono minacciati di essere puniti e sanzionati e poi hanno sempre ragione. Non c'è un limite, ed è indubbio che anche un abuso della rete vada a rinforzare un vuoto e una sensazione di onnipotenza in una generazione in cui l'omologazione e il bisogno di essere riconosciuti è sempre più condiviso, globalizzando anche la profonda solitudine di questi ragazzi.

Alcuni topolini sono riusciti a orientarsi alla luce dopo che avevano perso la vista, grazie a una innovativa retina artificiale messa a punto dai ricercatori dell'Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) di Genova. In un articolo pubblicato sulla rivista Nature materials, i ricercatori dell'IIT, guidati da Fabio Benfenati, hanno spiegato non solo di essere riusciti a ripristinare in un gruppo di cavie la capacità di orientarsi alla luce, ma anche altre attività legate alla funzionalità degli occhi, attivate a distanza di dieci mesi dall'impianto di questo nuovo tipo di retina artificiale.

La sperimentazione

I topolini, che non potevano vedere perché erano portatori di una mutazione in uno dei geni che è legato alla retinite pigmentosa, oltre alla capacità di orientarsi, hanno dimostrato di aver ripristinato il riflesso pupillare, le risposte corticali elettriche e metaboliche agli stimoli luminosi e la capacità di discriminazione spaziale (acuità visiva).

I partecipanti alla ricerca

Allo studio e alla realizzazione della retina hanno partecipato anche ricercatori del Centro di Neuroscienze e Tecnologie Sinaptiche (NSYN) di Genova e Centro di Nanoscienze e Tecnologie (CNST) di Milano in collaborazione con il Dipartimento di Oftalmologia dell'Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar (Verona), Innovhub-SSI Milano e l'Università dell'Aquila che hanno utilizzato anche finanziamenti della Fondazione Telethon, del ministero della Salute e da fondazioni private. 

"Importante alternativa ai metodi usati fino ad oggi"

''Questo approccio – precisa Fabio Benfenati, direttore del Centro IIT-NSYN di Genova – rappresenta un'importante alternativa ai metodi utilizzati fino a oggi per ripristinare la capacità fotorecettiva dei neuroni. Rispetto ai due modelli di retina artificiale attualmente disponibili basati sulla tecnologia del silicio, il nostro prototipo presenta indubbi vantaggi quali la spiccata tollerabilità, la lunga durata e totale autonomia di funzionamento, senza avere la necessità di una sorgente esterna di energia. Questi vantaggi "strutturali" sono accompagnati da un ripristino della funzione visiva non solo per quanto riguarda la sensibilità alla luce, ma anche l'acuità visiva e l'attività metabolica della corteccia visiva''.

Come è fatta la protesi

In particolare la protesi consiste in un doppio strato di polimeri organici alternativamente semiconduttore e conduttore stratificati su un base di fibroina, una proteina che in natura costituisce la seta. Tale dispositivo è in grado di convertire gli stimoli luminosi in un'attivazione elettrica dei neuroni retinici risparmiati dalla degenerazione. In questo modo, la stimolazione luminosa dell'interfaccia provoca l'attivazione della retina priva di fotorecettori, mimando il processo a cui sono deputati i coni e bastoncelli presenti nella retina sana.

I prossimi passi

"Speriamo di riuscire a replicare sull'uomo gli eccellenti risultati ottenuti su modelli animali – ha spiegato Grazia Pertile, direttore del Dipartimento di Oftalmologia dell'Ospedale Sacro Cuore Don Calabria. L'obiettivo è quello di ripristinare parzialmente la vista in pazienti resi ciechi dalla degenerazione dei fotorecettori che si verifica in numerose malattie genetiche della retina come ad esempio la retinite pigmentosa. Contiamo di poter effettuare la prima sperimentazione sull'uomo nella seconda metà di quest'anno e raccogliere i risultati preliminari nel corso del 2018. Questo impianto potrebbe rappresentare una svolta nel trattamento di patologie retiniche estremamente invalidanti''. 

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