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AGI – Marmotte, cani della prateria e altri roditori che finiscono preda dei cacciatori: sono questi i veicoli attraverso i quali il batterio della peste continua a mietere vittime nel mondo. Gli ultimi casi di peste bubbonica si sono verificati in Mongolia provocando allarme nel governo cinese. E’ nel mantello di quei piccoli animali che vivono le pulci portatrici dello Yersina Pestis, il batterio responsabile della malattie tanto temuta dall’uomo. Il caso dei due cacciatori della Mongolia che hanno contratto l’infezione, spingendo le autorità cinesi a mettere in stato di allarme sanitario una intera provincia. Non si tratta comunque di una novità. Nel periodo 2010-2015, ad esempio, si contano nel mondo 3.248 casi di contagio e 584 morti, mentre tra il primo agosto e il 17 novembre del 2017 sono stati registrati 2.267 contagi e 195 vittime.

Nel 2019 sono stati riportati diversi episodi isolati in Cina e negli Stati Uniti, probabilmente a seguito di pasti a base di marmotte e cani della prateria. Nel solo mese di novembre dello scorso anno, nella Mongolia Interna sono stati rintracciati ben due casi di peste polmonare e un caso di peste bubbonica, quest’ultimo probabilmente dovuto all’ingerimento di carne cruda di coniglio selvatica infetta. 

“Globalmente – riporta l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) –l’ultima vera e propria epidemia urbana di peste negli Stati Uniti è stata nel 1924-25, a Los Angeles, e da allora la malattia si manifesta soprattutto nelle aree rurali al ritmo di 10-15 casi all’anno, principalmente in due zone: quella del New Mexico, nord Arizona e sud Colorado e tra California, sud dell’Oregon e Nevada occidentale”. Gli ultimi episodi restano pertanto piuttosto locali e non acquistano rilievo epidemico, in parte anche grazie alla tempestività delle cure, che riduce notevolmente il tasso di mortalità associato alla malattia.     

“Al momento – precisa l’Iss – non è disponibile un vaccino contro la peste, per cui non è possibile effettuare un trattamento preventivo di questa malattia. Diventa quindi essenziale riconoscerne i sintomi rapidamente e intervenire nelle prime ore dalla loro comparsa. La peste polmonare si manifesta con febbri, mal di testa, debolezza, e un rapido sviluppo di polmonite, con i suoi segnali caratteristici: respiro corto, dolori toracici, tosse. Se il trattamento non è rapido, il paziente può morire nel giro di pochi giorni. Per ridurre le probabilità di morte è essenziale trattare con antibiotici entro le prime 24 ore dalla comparsa dei sintomi”.     

Sul sito ufficiale dei Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie americani è stata pubblicata una raccolta di raccomandazioni per la prevenzione della peste. Tra queste, la disinfezione delle superfici potenzialmente contaminate, il trattamento con antibiotici per sette giorni anche alle persone che potenzialmente entrate a contatto con il malato, la cura per l’igiene degli animali domestici e la consultazione di specialisti in caso di manifestazioni di sintomi associati alla malattia, come febbre, bubboni, piaghe, dolori polmonari o anche in caso di contatti con persone infette. 

AGI – La Commissione europea ha rilasciato un’autorizzazione condizionata all’immissione in commercio del medicinale Remdesivir, il primo medicinale autorizzato a livello UE per il trattamento contro COVID-19. L’autorizzazione, secondo una procedura accelerata, è subordinata a una raccomandazione dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema), seguita da un’approvazione da parte degli Stati membri.

“La protezione della salute pubblica è una priorità fondamentale della Commissione e, come tale, i dati su Remdesivir sono stati valutati in tempi eccezionalmente brevi attraverso una procedura di revisione periodica, un approccio utilizzato dall’Ema durante le emergenze di sanità pubblica per valutare i dati non appena disponibili – fa sapere Bruxelles- ciò ha permesso di concedere rapidamente l’autorizzazione nel contesto della crisi del coronavirus, entro una settimana dalla raccomandazione dell’Ema, rispetto ai soliti 67 giorni.

Secondo Stella Kyriakides, Commissaria per la salute e la sicurezza alimentare, “L’autorizzazione odierna di un primo medicinale per il trattamento di COVID-19 è un importante passo avanti nella lotta contro questo virus. Stiamo concedendo questa autorizzazione meno di un mese dopo la presentazione della domanda, dimostrando chiaramente la determinazione dell’UE a rispondere rapidamente ogni volta che diventano disponibili nuovi trattamenti. Non lasceremo nulla di intentato nei nostri sforzi per garantire trattamenti efficienti o vaccini contro il coronavirus”.

Quanta scorta si potrà fare?

Resta però da capire quante scorte potrà fare l’Ue del farmaco: l’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) sta lavorando per verificare le notizie secondo cui gli Usa hanno fatto incetta di Remdesivir. “Siamo a conoscenza delle notizie circa l’acquisto di scorte e ovviamente lavoriamo con i nostri colleghi e partner per chiarire e verificare tali notizie”, ha assicurato Mike Ryan, direttore esecutivo del programma per le emergenze sanitarie dell’Oms, in conferenza stampa a Ginevra. “Ci sono molte persone malate nel mondo”, ha aggiunto, “dobbiamo assicurarci che tutti abbiano accesso a trattamenti salvavita come Remdesivir, siamo impegnati come organizzazione in un accesso equo a terapie come questa”.

Che cosa è il Remdesivir

È un farmaco nato per combattere il virus di Ebola il primo medicinale approvato in Usa e da oggi anche nell’Unione Europea per contrastare la malattia causata dal virus Sars-CoV2. È stato messo a punto da Gilead e candidato, sin dall’inizio della pandemia, ad essere una delle “armi” più utili contro il virus. Ecco un identikit dell’antivirale che potrebbe (ma il condizionale e’ d’obbligo) rappresentare una svolta terapeutica.

Come nasce

Il farmaco è stato sviluppato intorno agli anni 2000 grazie a una tecnologia – ProTide – messa a punto da Chris McGuigan all’Università di Cardiff. Si tratta di una tecnologia che permette di sintetizzare in maniera efficace una serie di molecole che sono precursori del farmaco vero e proprio – si chiamano profarmaci – e che in genere si attivano grazie alla interazione con l’organismo umano.

Come funziona 

Il Remdesivir è un profarmaco monofosforamidato di un analogo dell’adenosina che ha un ampio spettro antivirale tra cui filovirus, paramyxovirus, pneumovirus e coronavirus. È un potente inibitore della replicazione della SARS-CoV-2 nelle cellule epiteliali delle vie respiratorie nasali e bronchiali umane. In un modello non letale di macaco rhesus di infezione da SARS-CoV-2, la somministrazione precoce di remdesivir ha dimostrato di avere effetti antivirali e clinici significativi (riduzione degli infiltrati polmonari e titoli virali nei lavaggi broncoalveolari rispetto al solo veicolo).

La sperimentazione con il virus Ebola

Il farmaco è stato sviluppato molto velocemente per poter essere impiegato nell’epidemia di ebola del 2013-2016 in Africa Occidentale, e dopo i test sugli animali, venne somministrato a un paziente. Il farmaco è stato poi utilizzato nel corso dell’epidemia di Ebola del 2018 in Congo dove è stato dichiarato inefficace dai funzionari sanitari congolesi dopo la sperimentazione di altri farmaci a base di anticorpi monoclonali.

Efficace contro gli altri coronavirus 

Nei test di laboratorio il Remdesivir è risultato efficace nei confronti degli altri coronavirus che negli anni scorsi hanno dato luogo a una serie di focolai pandemici: quello della Sars e quello della Mers. In vitro, Remdesivir inibisce tutti i coronavirus umani e animali testati fino ad oggi, incluso SARS-CoV-2, e ha mostrato effetti antivirali e clinici in modelli animali di infezioni SARS-CoV-1 e sindrome respiratoria mediorientale (MERS) -CoV.

Quando è stato usato contro il Sars-Cov2?

Visti i risultati in vitro contro gli altri coronavirus, il farmaco è stato messo a disposizione da subito all’inizio della prima fase epidemica a Wuhan. Il Remdesivir è stato al centro di numerose applicazioni prima in Cina e poi anche in Europa e anche in Italia. Il nostro Paese è stato tra i primi ad adottarlo. Era infatti presente già nei protocolli terapeutici che vennero applicati per curare i primi due pazienti cinesi che a febbraio vennero ricoverati allo Spallanzani di Roma. Tra i pazienti affetti da coronavirus cui è stato somministrato il Remdesivir c’è stato anche il primo paziente americano cui è stato somministrato “per uso compassionevole” dopo che aveva sviluppato la polmonite. Il paziente era rimpatriato dopo essere stato messo in quarantena sulla nave da crociera Diamond Princess che attraccò a Yokohama, in Giappone.

Lo studio su Lancet

I risultati della sperimentazione clinica del Rendesivir sono apparsi prima su Lancet. La rivista inglese ha pubblicato i risultati di una sperimentazione effettuata in Cina tra il 6 febbraio 2020 e il 12 marzo 2020, su un gruppo di 237 pazienti che sono stati arruolati e assegnati in modo casuale a un gruppo di trattamento (158 a Remdesivir e 79 a placebo). In quello studio i ricercatori non avevano rivelato alcun beneficio statisticamente rilevante associato al farmaco nel decorso della malattia dei pazienti. L’unico indizio che emerse da quella ricerca a favore del farmaco fu un dato “non statisticamente significativo” secondo il quale i pazienti che hanno ricevuto Remdesivir hanno avuto un tempo numericamente più veloce di miglioramento clinico rispetto a quelli che hanno ricevuto placebo tra i pazienti con durata dei sintomi di 10 giorni o meno.

La sperimentazione in Usa e il via libera

Lo studio condotto dal National Institute of Health (NIH) è quello che ha chiarito gli effetti del farmaco su più ampia scala. Lo studio è stato infatti condotto su un campione più ampio di pazienti: 1063 ed è iniziato il 21 febbraio. I pazienti ospedalizzati con COVID-19 avanzato e coinvolgimento polmonare che hanno ricevuto Remdesivir si sono ripresi più rapidamente rispetto a pazienti simili che hanno ricevuto placebo.

I risultati preliminari indicano che i pazienti che hanno ricevuto Remdesivir hanno avuto un tempo di recupero più veloce del 31% rispetto a quelli che hanno ricevuto placebo. In particolare, il tempo mediano al recupero è stato di 11 giorni per i pazienti trattati con Remdesivir rispetto a 15 giorni per coloro che hanno ricevuto placebo. I risultati hanno anche suggerito un beneficio in termini di sopravvivenza, con un tasso di mortalità dell’8,0% per il gruppo trattato con Remdesivir rispetto all’11,6% per il gruppo placebo. Risultati che a maggio hanno indotto a sbilanciarsi il normalmente compassato Anthony Fauci, il “super virologo” della Casa Bianca, secondo cui il farmaco “può bloccare il virus”. Da cui il boom in Borsa di Gilead, anche se l’Oms ha frenato sottolineando che “ci vorranno mesi per avere dati definitivi”. 

AGI – Utilizzando il Pap test, che consiste nel prelievo di cellule dal collo dell’utero e dal canale cervicale, è possibile diagnosticare i tumori dell’ovaio in fase precoce attraverso l’impiego di nuove tecnologie di sequenziamento del DNA. La scoperta è frutto di una ricerca, pubblicata sull’autorevole rivista scientifica Jama Network Open, condotta dall’Istituto di Ricerche Farmacologiche ‘Mario Negri’ IRCCS di Milano, in collaborazione con l’Ospedale San Gerardo di Monza e l’Università di Milano-Bicocca, con il supporto della Fondazione Alessandra Bono Onlus.

Il carcinoma ovarico è il sesto tumore più diffuso tra le donne ed è il più grave per la sua alta mortalità rientrando tra le prime 5 cause di morte per tumore tra le donne di età compresa tra i 50 e i 69 anni. Ogni anno, nel mondo, colpisce oltre 250.000 donne e ne uccide 150.000. In Italia circa 50.000 donne convivono con questo tumore, ogni anno si diagnosticano 5.200 nuovi casi.

L’innovativa procedura riveste una grande importanza in quanto la maggioranza delle pazienti con carcinoma dell’ovaio non presentano sintomi specifici e la diagnosi della malattia avviene in fase tardiva, quando il tumore è avanzato e molto difficile da curare. Se il tumore ovarico viene diagnosticato in stadio iniziale la possibilità di sopravvivenza a 5 anni è del 75-95% mentre la percentuale scende al 25% per i tumori diagnosticati in stadio molto avanzato.

L’ipotesi di partenza è consistita nel fatto che dalla tuba di Falloppio dove nascono la maggior parte dei carcinomi sierosi di alto grado dell’ovaio (che sono l’80% dei tumori maligni dell’ovaio) si potevano staccare, fin dalle fasi precoci, delle cellule maligne che, raggiunto il collo dell’utero, potevano essere prelevate con un test di screening come il Pap test.

Noi oggi sappiamo che fin dalle prime fasi della trasformazione tumorale, le cellule acquisiscono nel loro DNA delle peculiari mutazioni a carico della proteina Tp53, un gene che funge da guardiano del genoma che una volta alterato, guideranno le successive fasi della trasformazione maligna della cellula tumorale.

Lo studio, sottolineano i ricercatori, deve essere considerato con prudenza perché attuato in pochi casi, ma i dati sono estremamente convincenti ed incoraggianti. “Il dato più interessante – afferma Maurizio D’Incalci, che dirige il Dipartimento di Oncologia dell’Istituto Mario Negri e ha guidato queste ricerche – è che abbiamo dimostrato la presenza di DNA tumorale, che deriva dal carcinoma ovarico, in PAP test prelevati in pazienti affette da tumore ovarico anni prima della diagnosi di carcinoma dell’ovaio. Questo ci indica che già 6 anni prima le analisi molecolari messe a punto oggi avrebbero potuto consentire teoricamente di diagnosticare il tumore. Credo che l’applicazione di questo test possa salvare moltissime vite umane”.

In alcuni casi in cui erano disponibili diversi PAP test eseguiti 6 e 4 anni prima alla stessa paziente, è stata identificata in modo inequivocabile la stessa mutazione clonale della proteina p53 che si ritrova nel tumore, e questo rafforza l’idea che si tratti di alterazioni molecolari specifiche che sono alla base dello sviluppo della malattia.

Robert Fruscio, professore associato di Ginecologia e Ostetricia dell’Università di Milano-Bicocca e responsabile clinico della sperimentazione presso l’Ospedale San Gerardo di Monza, sottolinea che “l’importanza dei risultati ottenuti da questo progetto è straordinaria, in quanto l’applicazione di questo test potrà permettere di diagnosticare precocemente il carcinoma dell’ovaio. Nelle pazienti che hanno mutazioni di BRCA1 o 2, con un’alta probabilità di ammalarsi di carcinoma dell’ovaio, una raccolta prospettica di PAP test è già iniziata e questo ci consentirà di verificare la validità della metodica in tempi ragionevolmente brevi”. 

AGI – Un italiano su tre: a tanti nel corso della vita verrà diagnosticato un carcinoma basocellulare della cute, il tumore della pelle più frequente con 64 mila nuovi casi ogni anno. Ed è più che raddoppiata in 20 anni l’incidenza del carcinoma cutaneo a cellule squamose, che con 19 mila casi l’anno è il secondo tumore della pelle più comune. Sono i due tumori della pelle più comuni, ma in pochi li conoscono e così, anche se in entrambi i casi il 95-99% dei pazienti guarisce con l’intervento chirurgico, tuttora non mancano casi più complessi dovuti spesso proprio a diagnosi tardive.

Così per 1500 italiani all’anno il bisturi non è una strada percorribile perché i tumori sono in zone come palpebre, naso, orecchie dove l’intervento sarebbe troppo demolitivo o deturpante, oppure perché il carcinoma è in stadio già avanzato o metastatico. La prevenzione, che passa da un’esposizione limitata al sole e dall’uso costante di filtri solari con fattore di protezione da 30 in su da riapplicare ogni 2 ore, resta perciò fondamentale. 

Proprio per spiegare a pazienti e cittadini come proteggersi Fondazione AIOM ha pubblicato, con il contributo educazionale di Sanofi, due Quaderni Informativi sul carcinoma cutaneo a cellule squamose e sul carcinoma cutaneo basocellulare, che spiegano in maniera semplice e completa i fattori di rischio, come si esegue la diagnosi e quali sono i trattamenti a disposizione.

Ultime novità terapeutiche

Le ultime novità terapeutiche portano infatti concrete speranze di una completa guarigione anche per i casi più difficili: è stata approvata da AIFA nelle scorse settimane la rimborsabilità per cemiplimab, un’immunoterapia specifica facile da seguire e ben tollerata che per la prima volta consente la regressione o, in alcuni casi, la guarigione del carcinoma cutaneo a cellule squamose anche nei casi più complessi, localmente avanzati o metastatici, che non è possibile trattare con la chirurgia.

Da poco è inoltre disponibile una terapia somministrabile per via orale e ben tollerata anche per i carcinomi basocellulari localmente avanzati. I due Quaderni saranno disponibili da domani sul sito www.fondazioneaiom.it, dove si potrà rivedere anche la loro presentazione di oggi nell’area dedicata a Fondazione AIOM TV.

“Il carcinoma cutaneo a cellule squamose – afferma Stefania Gori, Presidente di Fondazione AIOM e Direttore del Dipartimento Oncologico IRCCS Sacro Cuore Don Calabria, Negrar di Valpolicella – colpisce soprattutto in età avanzata perché è un tumore che si sviluppa con l’esposizione cronica ai raggi del sole: l’eta’ media dei pazienti è 70 anni ed è più a rischio chi lavora all’aperto e chi ha un fototipo chiaro, con capelli biondi e occhi azzurri. Il Quaderno Informativo nasce per far conoscere ai cittadini questo tumore e come proteggersi, ma anche per sottolineare come oggi sia molto più curabile rispetto al passato anche nelle forme avanzate e metastatiche, peraltro rare”.

Il carcinoma cutaneo a cellule squamose, si trova nella maggior parte dei casi su aree costantemente esposte al sole, soprattutto il volto e gli avambracci. Si manifesta con lesioni rosa/rossastre nodulari o con ulcerazioni anomale, può essere risolto con l’asportazione chirurgica nel 95% dei casi; nel 5% dei pazienti però viene riconosciuto quando è ormai in stadio avanzato oppure è inoperabile perché l’intervento sarebbe deturpante o provocherebbe danni funzionali, per esempio se si trova su una palpebra.

“L’impatto del carcinoma localmente avanzato o metastatico è visivamente molto elevato, sia a livello psicologico perché i pazienti si isolano per il loro aspetto, sia a livello clinico perché si tratta di un tumore molto aggressivo, nel quale il controllo di malattia non superava di solito pochi mesi (circa 4)”, aggiunge interviene Paola Queirolo, direttore della Struttura di Oncologia Medica del Melanoma, Sarcoma e Tumori Rari all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano e Coordinatore Nazionale Linee Guida AIOM Tumori Cutanei Non-Melanoma.

Finora non avevamo armi contro i tumori non operabili, l’immunoterapia specifica con cemiplimab offre invece speranze concrete anche a questi pazienti: il carcinoma cutaneo a cellule squamose risponde infatti molto bene a questo anticorpo anti-PD-1, che ‘sblocca’ la risposta immunitaria del paziente. Si tratta infatti di un tumore che si sviluppa a causa di numerose mutazioni che portano alla comparsa di altrettanti neoantigeni tumorali: rimuovendo il freno al sistema immunitario, la risposta contro il tumore e’ rapida ed efficace. I dati mostrano che la mediana di ottenimento di una risposta per una regressione del tumore è due mesi, mentre la mediana di una risposta completa per circa il 20% dei pazienti e’ un anno. Inoltre, la risposta al trattamento, che prevede infusioni endovenose ogni 3 settimane per 2 anni, migliora e aumenta nel tempo. Complessivamente questa terapia fornisce il 75% di controllo clinico del tumore, composto da risposte e stabilizzazioni”. 

AGI – Complicazioni cerebrali che potrebbero essere legate al Covid-19 sono state notate in alcuni pazienti sopravvissuti a forme particolarmente violente dell’infezione. Secondo uno studio pubblicato dalla rivista The Lancet, scienziati britannici hanno condotto una ricerca su alcuni dei casi più gravi di coronavirus in 153 ospedali della Gran Bretagna che mostrano una serie di complicanze a livello neurologico e psichiatrico che potrebbero essere legate alla malattia.

Tuttavia, avverte lo studio, non è possibile trarre conclusioni sulla percentuale totale di pazienti COVID-19 che probabilmente saranno interessati da questi danni, anche se l’obiettivo  è stabilire i meccanismi con cui sviluppare possibili cure

Benedict Michael, dell’Università di Liverpool, e autore dello studio, ha sottolineato che fino ad ora le associazioni tra infezione Covid-19 e possibili danni di questo tipo sono state limitate ai risultati estratti dagli studi di un massimo di dieci pazienti. “È importante notare che si concentra su casi che sono abbastanza gravi da richiedere il ricovero in ospedale”, ha detto Michel. 

Secondo Sarah Pett dell’University College di Londra e coautrice della ricerca, i dati raccolti forniscono una visione “importante” di quelle complicanze legate al cervello causate dal virus nei pazienti ospedalizzati. Gli esperti hanno scoperto che il danno più comune osservato è l’ictus, registrato in 77 su 125 pazienti, 57 dei quali soffrivano di un coagulo di sangue nel cervello. Nove di questi pazienti hanno subito un ictus causato da emorragia cerebrale e uno ha avuto un altro causato dall’infiammazione dei vasi sanguigni cerebrali.

Inoltre 39 pazienti hanno mostrato segni di confusione o cambiamenti comportamentali. Nove hanno sofferto di disfunzione cerebrale non specificata, nota come encefalopatia, mentre sette hanno sofferto di infiammazione cerebrale 
Tuttavia sono ancora necessari studi per valutare la durata e la gravità delle complicanze identificate. 

AGI – Le persone con il gruppo sanguigno A hanno maggiori probabilità di sviluppare sintomi più gravi di Covid-19. A confermarlo è una ricerca scientifica internazionale pubblicata sulla rivista scientifica New England Journal of Medicine che ha coinvolto centri di ricerca italiani, norvegesi, tedeschi e spagnoli. In Italia lo studio è stato coordinato dal Policlinico di Milano e ha coinvolto anche l’Istituto Clinico Humanitas e l’Ospedale San Gerardo di Monza.

Gli scienziati hanno preso in esame 1.600 pazienti di Italia e Spagna, i due Paesi più colpiti dall’emergenza coronavirus, scoprendo tra le altre cose che il gruppo sanguigno 0 sarebbe associato a sintomi più lievi: informazioni preziose, che consentiranno ai medici di prevedere per tempo eventuali complicazioni e che potranno migliorare le possibilità di cura sui pazienti positivi al virus Sars-CoV-2.

“Con la nostra ricerca abbiamo stabilito che il gruppo sanguigno – spiega Luca Valenti, coordinatore italiano dello studio e medico del Centro Trasfusionale del Policlinico di Milano – è uno dei principali fattori ereditari che predispongono a sviluppare una malattia più grave per il Covid-19.

In particolare, i risultati ci dicono che il gruppo sanguigno A ha un rischio aumentato di compromissione polmonare severa, mentre chi appartiene al gruppo 0 è più protetto. E dato che il gruppo sanguigno è ereditario, è possibile concludere che è ereditaria anche la predisposizione ai sintomi più gravi per questa malattia”.

Il sospetto che i gruppi sanguigni influenzassero in qualche modo la gravità dei sintomi da Covid-19 era già emerso in un precedente studio cinese: “La novità della nostra ricerca – commenta Daniele Prati, direttore del Centro Trasfusionale del Policlinico di Milano – è che nei pazienti presi in esame abbiamo analizzato tutti i marcatori dell’intero genoma, confermando per la prima volta in maniera sistematica che il gruppo sanguigno è uno dei fattori principali che portano a predire la gravità dei sintomi”.

I meccanismi di sintomatologia non ancora del tutto chiari

I ricercatori hanno individuato anche un’ulteriore porzione del Dna che sarebbe legata ad una maggiore gravità del coinvolgimento respiratorio di Covid-19: si tratta di una regione del cromosoma 3, anche se il meccanismo con cui questa porzione di codice genetico agirebbe sulla malattia non è stato ancora del tutto chiarito.

“Per ora abbiamo due marcatori genetici che indicano un aumento del rischio alla gravità della patologia: uno è il gruppo sanguigno, che conosciamo meglio – prosegue Valenti – e l’altro è una regione del cromosoma 3 che comprende alcuni co-recettori del virus e fattori infiammatori, ma è ancora in corso di definizione. Al momento, comunque, conoscendo questi due fattori sarà possibile prevedere, nel caso l’infezione persista nella popolazione o si verifichi una seconda ondata, quali persone saranno più suscettibili a eventuali complicazioni. In questo modo i medici potranno preparare in anticipo le migliori strategie di prevenzione e trattamenti piu’ mirati. Inoltre, questa scoperta è fondamentale per la ricerca scientifica, perché può contribuire nella messa a punto di vaccini efficaci contro Sars-CoV-2”.

L’esatto meccanismo con cui uno specifico gruppo sanguigno porterebbe a sintomi più gravi (o, al contrario, un altro gruppo porterebbe ad attenuarli) non è ancora stato del tutto chiarito, ma è proprio da qui che partiranno ricerche più approfondite:

“Capendo quali sono i fattori predisponenti – dice Daniele Prati – riusciremmo a capire meglio quali sono i meccanismi della malattia e quindi ad elaborare delle terapie più efficaci”. La cosa fondamentale, concludono i due esperti, è sottolineare che non ci sono al momento certezze che i gruppi sanguigni influenzino il rischio di contrarre il coronavirus. Sappiamo però che quando vengono contagiate le persone di gruppo A, è più probabile che sviluppino una forma più grave. 

AGI – Aifa comunica che si è concluso anticipatamente, dopo l’arruolamento di 126 pazienti (un terzo della casistica prevista), lo studio randomizzato per valutare l’efficacia del tocilizumab, somministrato in fase precoce, nei confronti della terapia standard in pazienti affetti da polmonite da Covid-19 di recente insorgenza che richiedevano assistenza ospedaliera, ma non procedure di ventilazione meccanica invasiva o semi-invasiva”.

Lo studio – interamente realizzato in Italia – “non ha mostrato alcun beneficio nei pazienti trattati né in termini di aggravamento (ingresso in terapia intensiva) né per quanto riguarda la sopravvivenza. In questa popolazione di pazienti in una fase meno avanzata di malattia lo studio può considerarsi importante e conclusivo, mentre in pazienti di maggiore gravità si attendono i risultati di altri studi tuttora in corso”.

Dei 126 pazienti randomizzati, tre sono stati esclusi dalle analisi perché hanno ritirato il consenso. L’analisi dei 123 pazienti rimanenti ha evidenziato una percentuale simile di aggravamenti nelle prime due settimane nei pazienti randomizzati a ricevere tocilizumab e nei pazienti randomizzati a ricevere la terapia standard (28.3% verso 27.0%).

Nessuna differenza significativa è stata osservata nel numero totale di accessi alla Terapia Intensiva (10.0% verso il 7.9%) e nella mortalità a 30 giorni (3.3% verso 3.2%). “Nell’ambito del trattamento dei pazienti con Covid-19 – conclude l’Aifa il tocilizumab si deve considerare quindi come un farmaco sperimentale, il cui uso deve essere limitato esclusivamente nell’ambito di studi clinici randomizzati”.

Lo studio, promosso dall’Azienda Unità sanitaria Llcale-IRCCS di Reggio Emilia (Principal Investigators i professori Carlo Salvarani e Massimo Costantini), è stato condotto con la collaborazione di 24 centri.

AGI – Mentre veniva operato per ridurre i sintomi del Parkinson, il paziente compilava il cruciverba, una sua passione, e collaborava con i medici. L’intervento è stato effettuato ieri l’altro all’ospedale di L’Aquila, nel reparto di neurochirurgia, tramite l’applicazione neurostimolatore dotato di tecnologia per la lettura dell’attività cerebrale delle strutture profonde dell’encefalo per la DBS (Deep Brain Stimulation).

Si tratta della cosiddetta neurochirurgia funzionale, una tecnica che l’ospedale aquilano pratica da oltre un anno. Sul paziente operato, abruzzese, le terapie farmacologiche non davano più risposte, di qui la necessità di sottoporlo alla stimolazione cerebrale profonda che consente di ridurre i sintomi della malattia, facendo diminuire il tremore e la rigidità e, più in generale, migliorando le abilità manuali e la qualità di vita.

L’intervento è stato eseguito dal neurochirurgo Francesco Abbate, coadiuvato dal suo collega Francesco Di Cola, mentre il monitoraggio intraoperatorio, con la valutazione clinica, è stato possibile grazie ai neurologi Patrizia Sucapane, Davide Cerone, Nicola Modugno e all’anestesista Donatella Trovarelli.

La procedura adottata prevede l’utilizzo di neuro-stimolatore che eroga corrente elettrica e, attraverso dei sottili elettrodi posizionati nei nuclei profondi del cervello, genera impulsi capaci di ‘liberare’ la corteccia cerebrale motoria, migliorando i sintomi della malattia.

“Questi trattamenti”, dichiara il manager Roberto Testa, “rappresentano un’eccellenza a disposizione non solo dell’Abruzzo ma anche delle Regioni limitrofe e contribuiranno ad elevare il livello di qualità della nostra azienda”. Finora con la neurochirurgia funzionale sono stati compiuti circa 30 interventi ma quello di giovedì scorso è stato particolarmente importante perché l’ospedale di L’Aquila, tra i primi in Italia, ha utilizzato un generatore di nuova concezione.

Il nuovo dispositivo è l’unico sistema di stimolazione cerebrale profonda a essere dotato di tecnologia per la lettura dell’attività cerebrale delle strutture profonde dell’encefalo. È in grado di rilevare, in tempo reale, l’attività dei neuroni cerebrali direttamente dagli elettrodi impiantati mentre viene somministrata la terapia (stimolazione elettrica) a pazienti con Parkinson.

Ciò consente il tracciamento dell’attività cellulare e la possibilità di regolare le impostazioni di stimolazione. Il raggiungimento di questi traguardi è stato possibile grazie alla consolidata collaborazione tra i reparti di Neurochirurgia, Neurologia e Neuroradiologia, diretti, nell’ordine, da Alessandro Ricci, da Carmine Marini e da Carlo Masciocchi. Nella neurochirurgia funzionale rientrano interventi di stimolazione cerebrale profonda, neuromodulazione spinale e sacrale, chirurgia della spasticità e dell’epilessia, effettuati grazie alla collaborazione di Mauro Marrelli. 

AGI – È riuscito all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù il trapianto di midollo per il bimbo di 6 anni, affetto da leucemia linfoblastica acuta, che, nel mese di marzo, era risultato positivo al nuovo coronavirus con tutta la famiglia (mamma e papà). Lo comunica l’ospedale in una nota aggiungendo che “per favorire l’eliminazione del virus, il bambino era stato ricoverato al Centro Covid di Palidoro e sottoposto in via compassionevole al trattamento con plasma ottenuto da un soggetto guarito dall’infezione virale. Una volta negativizzato, è stato possibile eseguire l’atteso trapianto con le cellule staminali emopoietiche prelevate dal papà, anche lui nel frattempo guarito dal virus. Ora il bambino sta bene, non ha avuto complicanze e verrà sottoposto ai normali controlli post-trapianto. 

Nell’ottobre 2019, la famiglia arriva in Italia da Londra, dove risiede, per curare al Bambino Gesù una recidiva della malattia da cui il piccolo e’ affetto, la leucemia linfoblastica acuta. “È necessario un trapianto di midollo – afferma ancora l’ospedale – e l’équipe del Dipartimento di Oncoematologia e Terapia Cellulare e Genica dà il via al programma di terapie preparatorie: il bambino viene sottoposto a chemio e immunoterapia per abbassare la ‘carica’ della malattia sino alla soglia che consente al trapianto di avere le migliori probabilità di successo, ovvero di guarire definitivamente dalla leucemia. Nel corso dei mesi, durante i quali si alternano assistenza a domicilio e trattamenti in ospedale, le cure producono l’effetto sperato e si avvicina il momento del trapianto.

Non avendo trovato un donatore compatibile, si decide di procedere con il trapianto di cellule staminali emopoietiche da genitore. A marzo 2020, in piena pandemia, i genitori del bambino vengono sottoposti alle indagini necessarie per stabilire quale sarà il candidato alla donazione di midollo. Nella serie di esami è previsto anche lo screening per il COVID-19. Bambino e genitori risultano positivi al test: papà e figlio sono asintomatici, la mamma con lievi sintomi (pauci-sintomatica). Per procedere con il trapianto bisogna però attendere che tutti siano negativi, in particolare il piccolo paziente che ha le difese immunitarie già compromesse dalla leucemia. Al tempo stesso, è necessario rispettare il programma di intervento per scongiurare una nuova recidiva del tumore.

Per dare al bambino delle ‘armi’ in più per eliminare virus e per ridurre il rischio di complicanze indotte dall’infezione virale, mettendo in circolo una carica di anticorpi ‘forti’, si opta per l’infusione di plasma iperimmune. Ottenuta l’autorizzazione per uso compassionevole dal Comitato Etico del Bambino Gesù e il nulla osta del Centro Regionale Sangue, il trattamento viene effettuato il 9 maggio nel Centro Covid di Palidoro (dove il piccolo era stato ricoverato in via precauzionale). Il trattamento è stato reso possibile grazie alla collaborazione sviluppata con l’Ospedale Spallanzani (per il reclutamento del donatore di plasma con il migliore titolo di anticorpi neutralizzanti, cioè in grado di prevenire il legame di proteina spike di SARS-CoV-2 al suo recettore presente sulle cellule umane) e l’Ospedale San Camillo (per la raccolta del plasma tramite aferesi, inattivazione – procedura con cui vengono bloccati gli eventuali patogeni presenti – e congelamento).

Nel frattempo, anche il papà del bambino, donatore di midollo prescelto, risulta finalmente negativo al tampone e tutto è pronto per procedere con gli ultimi controlli prima del trapianto.Il 29 maggio, nella sede del Bambino Gesù del Gianicolo, al bambino vengono infuse le cellule staminali del papà, appositamente manipolate per eliminare i linfociti T alfa/beta+, cellule pericolose per l’organismo del ricevente. Si tratta della tecnica messa a punto dall’équipe del professor Franco Locatelli, direttore del Dipartimento di Onco-ematologia e Terapia Cellulare e Genica e sviluppata nell’Ospedale Pediatrico della Santa Sede con la più ampia casistica al mondo (circa 700 i trapianti da genitore effettuati sino ad oggi) su bambini affetti da leucemie e tumori del sangue. Il piccolo ora è in ottime condizioni generali, non ha avuto complicanze post-trapianto, le cellule del papà si stanno moltiplicando e si avvia verso la guarigione completa. Con le metodiche di manipolazione cellulare attualmente disponibili, la percentuale di guarigione con il trapianto di midollo da uno dei 2 genitori è sovrapponibile a quella ottenuta utilizzando un donatore perfettamente idoneo”.

“Questo caso è la dimostrazione – commenta il professor Franco Locatelli, direttore del Dipartimento di Oncoematologia e Terapia Cellulare e Genica del Bambino Gesù e professore di Pediatria alla Sapienza Università di Roma – di come la collaborazione tra centri di eccellenza presenti nella regione Lazio, improntata allo scrupolo rispetto delle corrette procedure cliniche e scientifiche, consenta di ottenere le risposte piu’ efficaci per i pazienti anche in tempi di pandemia. Voglio ringraziare personalmente i colleghi dell’Ospedale Spallanzani, in particolare il professor Giuseppe Ippolito, e i colleghi dell’Ospedale San Camillo, con cui abbiamo il piacere di condividere questo risultato positivo”. 

AGI – “Le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità stabiliscono che i tamponi devono essere eseguiti sui sintomatici e sui loro contatti, e per quanto ne sappiamo il virus è contenuto nelle secrezioni mucose degli asintomatici in quantità simili ai pazienti in cui la malattia si manifesta” Lo ha detto all’AGI il virologo Giorgio Palù, professore emerito di Microbiologia dell’università di Padova, commentando le dichiarazioni di Maria Van Kerkhove, epidemiologa specializzata in malattie infettive emergenti presso l’Organizzazione Mondiale della Sanità, secondo cui il contagio da parte degli asintomatici è da considerarsi meno probabile. 

“Inizialmente il contagio veniva attribuito solo ai sintomatici, poi studi internazionali hanno dimostrato che anche gli asintomatici possono contagiare le persone con cui entrano in contatto, da qui la necessità di eseguire tamponi alla popolazione sintomatica e non”, ricorda l’esperto, sottolineando poi che la contagiosità dipende dalla carica virale.

“Il principio che vale per tutte le malattie contagiose o communicable, per dirlo in inglese, che si tratti di un microbo, un virus, un parassita o una tossina, è che le probabilità di manifestazione patologica da parte di un agente trasmissibile dipendono dalla concentrazione microbica. Lo sosteneva anche l’alchimista svizzero Paracelso, ‘Omnia venenum sunt: nec sine veneno quicquam existit. Dosis sola facit, ut venenum non sit’, Tutto è veleno: nulla esiste di non velenoso. Solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto”, commenta ancora Palù.

“Pensiamo di aprire una lattina in cui è contenuta la tossina botulinica: gli effetti che ne deriveranno dipendono ovviamente dalla quantità di sostanza tossica. Con i virus possiamo ragionare allo stesso modo”, spiega l’esperto, specificando che attualmente sono pochi gli studi ad aver analizzato i livelli di carica virale in maniera diffusa e che la letteratura a riguardo si compone solo di piccoli studi, per cui saranno necessarie ulteriori indagini per comprendere i meccanismi alla base di questi fenomeni di contagio.

“La letteratura scientifica ci dice che gli asintomatici possono contagiare e diffondere l’infezione. Per questo stiamo facendo il possibile proprio per identificare e isolare tutti i casi, sintomatici e non, ma ad ogni modo la capacità di contagio dipende dalla carica virale”, conclude Palù.