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AGI – “Denunciamo la gravissima situazione che si sta determinando negli ospedali del nostro Paese a danno dei pazienti cardiologici a causa della pandemia. Dalla Lombardia alla Sicilia vengono ridotti i posti letto cardiologici per fare posto ai pazienti Covid, addirittura vengono chiuse intere unità di terapia intensiva cardiologica (UTIC) e convertite in terapie intensive per pazienti Covid. L’intasamento dei Pronto Soccorso ed i percorsi promiscui in questi servizi di pronto intervento, che provocano i contagi del personale medico ed infermieristico, stanno inoltre determinando la paralisi delle attività di importanti hub cardiologici. Non possiamo permettere che si protragga questa situazione, il rischio concreto è di avere nelle prossime settimane più morti per infarto che per Covid perché le patologie cardiovascolari sono tempo-dipendenti”. È l’allarme lanciato da FOCE (Federazione degli oncologi, cardiologi e ematologi), di fronte al progressivo depauperamento delle cardiologie e delle terapie intensive cardiologiche.

Minuti di ritardo che possono essere fatali

“Durante la prima ondata della pandemia, uno studio della Società Italiana di Cardiologia (SIC), condotto in 54 ospedali italiani, ha valutato la mortalità dei pazienti acuti ricoverati nelle Unità di Terapia Intensiva Coronarica, confrontandola con quella dello stesso periodo dello scorso anno – afferma il Prof. Ciro Indolfi, Vicepresidente FOCE e Presidente SIC -. A marzo 2020, si è registrata una mortalità tre volte maggiore rispetto allo stesso periodo del 2019, passando al 13,7% dal 4,1 %. Un aumento dovuto nella maggior parte dei casi a un infarto non trattato o trattato tardivamente.

La tempestività dell’intervento può fare la differenza fra la vita e la morte. Ogni 10 minuti di ritardo nella diagnosi e nel trattamento di un infarto miocardico grave, la mortalità aumenta del 3% e un intervento successivo ai 90 minuti dall’esordio dei sintomi può addirittura quadruplicare la mortalità. Non possiamo permettere il depotenziamento delle cardiologie ed è necessario ri-organizzare negli ospedali percorsi ad hoc per i pazienti cardiopatici acuti che dal territorio si ricoverano in urgenza”.

“Va preservata la rete dell’emergenza”

“Mi risulta che, anche nel Lazio, si stiano penalizzando le strutture cardiologiche e si stiano chiudendo anche alcuni dei centri che eseguono elevati numeri di angioplastiche primarie – spiega il Prof. Francesco Romeo, Segretario FOCE e Presidente Fondazione Italiana Cuore e Circolazione Onlus -. Più in generale, il numero di ricoveri per patologie cardiovascolari è crollato. Invece, va preservata la rete dell’emergenza cardiologica. Chiediamo a tutti di segnalarci situazioni di disagio per i pazienti”.

“Noi siamo i medici che curano e seguono ogni giorno gli undici milioni di cittadini in Italia colpiti da patologie oncologiche, cardiologiche e ematologiche – spiega il Prof. Francesco Cognetti. Presidente di FOCE -. Ne conosciamo le necessità, i bisogni e le problematicità. Abbiamo il dovere di proteggerli e di garantire loro la continuità dell’assistenza di diagnosi e cura, che per queste persone è cruciale e di primaria importanza. Siamo le antenne sul territorio che possono cogliere e denunciare le criticità a loro danno. E assistiamo con grande preoccupazione alla sottrazione di chances di cura, che rischia di vanificare vent’anni di progressi nella riduzione della mortalità. Chiediamo al Governo di stilare atti formali di indirizzo e coordinamento, per porre un argine a questa situazione. Uno degli otto punti irrinunciabili per la tutela delle persone con malattie oncologiche e cardiologiche, alla cui realizzazione è chiamato a lavorare il Tavolo Tecnico fra il Governo e FOCE da poco istituito, riguarda proprio la garanzia della piena operatività di tutte le strutture di oncologia medica (degenze ordinarie e day hospital), cardiologia (degenze cardiologiche e unità di terapie intensive cardiologiche) e ematologia (degenze ordinarie, day hospital, degenze per trapianto di midollo), anche a livello ambulatoriale”.

AGI – È tornato in sella alla sua moto P.G., 40 anni, dopo un intervento al Rizzoli di Bologna di ricostruzione della spalla sinistra in 3D: all’uomo, in seguito ad accertamenti che avevano messo in evidenza una lesione alla scapola, era stato diagnosticato un osteosarcoma, tumore alle ossa raro quanto aggressivo, che aveva reso necessario l’asportazione della parte di osso malata. 

La buona notizia è che l’intervento poteva essere conservativo, perché il tumore non si era ancora esteso e la funzione del braccio poteva quindi essere preservata. Ma è la scapola a determinare il movimento del braccio, ed è concreta – viene spiegato dai medici – la prospettiva di una fortissima riduzione delle funzioni dell’arto. Nasce così un’ avventura che porta al lieto fine. 

Evitata l’asportazione della scapola

Il centro di riferimento italiano è l’Istituto Ortopedico Rizzoli: il caso viene seguito dal dottor Giuseppe Bianchi della Clinica di Ortopedia Oncologica diretta dal Professor Davide Donati. 

“Abbiamo deciso di utilizzare la metodica ad oggi più moderna per la ricostruzione di segmenti scheletrici a geometria complessa quale è la scapola, vale a dire la resezione ‘misurata’ con guide di taglio e ricostruzione con protesi personalizzata utilizzando la stampa 3D ed evitando l’asportazione completa della scapola che avrebbe portato a una grave menomazione funzionale con perdita di movimento della spalla – spiega il dottor Bianchi. – Il tutto mantenendo comunque i criteri di adeguatezza chirurgica per quanto concerne gli aspetti oncologici”.

L’intervento è stato eseguito nell’autunno del 2019, a distanza di un anno e con un programma di riabilitazione costantemente seguito dalla Medicina Fisica e Riabilitativa del Rizzoli diretta dalla prof. Maria Grazia Benedetti il paziente è arrivato a recuperare la funzionalità del braccio al punto di poter rimontare sulla sua moto e riprendere appieno la sua vita. Al termine dell’ultima visita di controllo, ha ricevuto la tessera di socio onorario del Moto Club Ior, associazione di dipendenti amanti delle due ruote impegnati in iniziative a favore dell’Istituto. E appena la situazione epidemica lo consentirà l’azienda della sua moto lo inviterà in visita al quartier generale di Bologna.

“Casi come questo spiegano perché è importante che i pazienti con tumori delle ossa siano curati in un centro di riferimento come l’Istituto Ortopedico Rizzoli, dove e’ nata l’ortopedia oncologica italiana – commenta il direttore generale del Rizzoli Anselmo Campagna. – Competenze integrate di più specialisti e ricerca di livello internazionale hanno consentito di ridurre la mortalità e di applicare l’innovazione tecnologica in sala operatoria per migliorare la qualità della vita dei pazienti, anche con soluzioni alternative alle amputazioni. E nell’emergenza Covid i percorsi oncologici continuano a essere garantiti e sicuri.”

AGI – Il vaccino contro il Covid-19 sviluppato dalla società AstraZeneca in collaborazione con l’Università di Oxford produce una “forte risposta immunitaria negli anziani”.

È quanto risulta dai dati dei primi studi pubblicati sulla rivista medica The Lancet. 

I risultati della fase uno e della fase due suggeriscono che uno dei gruppi più a rischio di morte o malattia grave da Covid-19 sia in grado di costruire l’immunità.

Circa 560 volontari adulti sani hanno preso parte ai test di fase due, in cui sono state somministrate due dosi del candidato vaccino, o un placebo. 

Non sono stati segnalati effetti collaterali gravi, si legge nella relazione. 

AGI – Impianti rivestiti di batteri potrebbero essere utilizzati durante gli interventi chirurgici per fratture ossee in modo da accelerare la guarigione e prevenire le infezioni post-operatorie. È l’idea di Lei Tan dell’Università Hubei di Wuhan, in Cina, descritta in un articolo pubblicato sulla rivista Science Advances.

Quando qualcuno subisce una frattura, a volte è necessario un intervento chirurgico per consentirgli una guarigione completa e corretta. Una tecnica comune consiste nell’utilizzare un impianto metallico per aiutare le ossa rotte a rimanere allineate durante la guarigione. Mentre si ripara l’osso si fonde con il metallo. Nel nuovo studio i ricercatori hanno testato un rivestimento nell’impianto a base di batterio Lactobacillus casei, che si trova nello yogurt. Questa specie è nota per regolare l’ambiente immunitario. Questo potrebbe favorire e supportare la generazione di tessuti e rilasciare sostanze antibatteriche.

I test sono stati condotti su ratti con fratture alla tibia: tre animali hanno ricevuto impianti in titanio standard e altri tre hanno avuto impianti in titanio rivestiti con batteri L. casei morti. Dopo quattro settimane, il team ha riscontrato un aumento del 27 per cento del tessuto osseo nei ratti con gli impianti ricoperti di batteri rispetto a un aumento del 16 per cento nei ratti con gli impianti standard.

Un aumento del tessuto osseo è un segno che la frattura sta guarendo. Un potenziale rischio di questi impianti è l’infezione nel sito in cui l’impianto incontra l’osso. Per verificare se il loro impianto trattato con L. Casei fosse più resistente alle infezioni i ricercatori lo hanno rivestito con batteri batteri MRSA resistenti ai farmaci, che possono causare infezioni.

Dopo 12 ore, i ricercatori hanno scoperto che il 99,9 per cento di questi patogeni era morto. “I batteri svolgono un ruolo importante nel microbioma intestinale e ci sono prove crescenti che suggeriscono che i loro benefici possono essere sfruttati anche al di fuori dell’intestino”, afferma Matthew Wook Chang della National University di Singapore. 

AGI –  Più la città è attanagliata da smog e polveri sottili, più il virus corre veloce, aumentando numero di contagi e carica virulenta. A sostenere la drammatica connessione fra il Covid e il Pm 10 sono due ricerche condotte da un team italo-francese: i professori Cosimo Magazzino dell’Università Roma Tre, Marco Mele dell’Università Niccolò Cusano e Nicolas Schneider della Sorbonne di Parigi hanno messo a punto un innovativo algoritmo che è stato in grado di analizzare i dati di tre principali città della Francia (Parigi, Lione e Marsiglia), una italiana (Milano) e diverse indiane, scoprendo il legame inscindibile fra livelli di polveri sottili e aggressività del virus.

L’indagine, così apprezzata dall’OMS da spingere l’Organizzazione Mondiale della Sanità a invitare i docenti alla conferenza alla “COVID-19 Virtual Press Conference” in programma a gennaio 2021, nelle prossime settimane sarà ampliata, focalizzandosi esclusivamente sul caso Italia. Secondo quanto dichiarato da Marco Mele, sarà divisa “in zone in base ai livelli di inquinamento da PM10, PM2.5 e N2O e successivamente utilizzeremo un algoritmo “D2C” in grado di stimare con precisione il nesso di causalità predittiva tra queste variabili e la diffusione del coronavirus”.

Pubblicati su due riviste di riferimento per il mondo accademico-scientifico, “Applied Energy” e “Environmental Science and Pollution Research”, gli studi hanno evidenziato per la prima volta come, superato il valore soglia di Pm10 e Pm 2.5, si inneschi un meccanismo che agevola l’aggravamento e la morte da Covid-19. 

Una relazione che, attraverso la modellistica complessa di Machine Learning, lega insieme crescita economica, inquinamento e morti per Covid-19. L’algoritmo messo a punto da Marco Mele, Cosimo Magazzino e Nicolas Schneider contribuirebbe così a spiegare come mai in alcune parti d’Italia il virus si diffonda più velocemente e sia, al contempo, più aggressivo, impegnando seriamente il sistema sanitario locale.

Non sarà dunque un caso se, anche in questa seconda ondata, la carica virulenta del Covid sia più forte in alcuni Paesi rispetto ad altri. Perché è di poche ore fa la notizia della condanna da parte della Corte di Giustizia europea nei confronti dell’Italia per aver violato “in maniera sistematica e continuativa” i valori massimi di concentrazione di Pm 10. “Il Covid 19 – spiega Marco Mele, docente dell’Università Niccolò Cusano per le facoltà di Economia e Giurisprudenza – colpisce prevalentemente le vie respiratorie.

Le polveri sottili Pm 10 e Pm 2.5 potrebbero aver creato, attraverso l’effetto avverso sui polmoni, un terreno fertile sul quale il virus ha amplificato un processo di infiammazione, probabilmente, già preesistente. In aggiunta, le polveri sottili possono assurgere – date le dimensioni specialmente del PM10- al ruolo di carrier del virus proprio come avviene nella diffusione aerosol tra le persone”.

“Dal momento che le nostre ricerche hanno evidenziato che il livello di concentrazione delle polveri sottili ammesso dalla Direttiva (2008/50/EC – EU) è molto elevato in condizioni pandemiche da virus respiratori – consiglia il professore dell’Unicusano – sarebbe opportuno ridurre tale limite almeno di 10 punti. Pertanto, è necessario passare dai 40 microgrammi per metro cubo per il PM10 a 30 e da 25 microgrammi per metro cubo per il PM2.5 a 15”. 

AGI – Dopo la “tregua” del lunedì tornano a impennarsi contagi e tamponi: sono 35.098 i nuovi casi oggi (ieri 25.271), a fronte però di 217mila tamponi, 70mila più di ieri, tanto che cala la percentuale positivi/tamponi, da 17,1 a 16,1%.

E’ netto invece l’aumento dei decessi, 580 oggi, mai così tanti addirittura dal 14 aprile (ieri erano 356), per un totale di 42.330 vittime dall’inizio dell’epidemia. E’ quanto emerge dal bollettino settimanale del ministero della Salute. 

Ancora in forte crescita le terapie intensive, +122 oggi (ieri +100), per un totale di 2.971, mentre i ricoveri ordinari salgono di 997 unita’ (ieri 1.196), e arrivano a 28.633, a un passo dal record di 29mila segnato ad aprile, in piena prima ondata.

La regione più colpita è sempre la Lombardia, che anzi oggi allarga il divario facendo segnare 10.955 casi, seguita da Piemonte (+3.659), Veneto (+2.763), Campania (+2.716), Lazio (+2.608) e Emilia Romagna (2.430). Il totale dei casi dall’inizio dell’epidemia arriva a 995.463.

In forte crescita il numero dei guariti, 17.334 (ieri 10.215), per un totale di 363.023. Il numero delle persone attualmente positive sale così di altre 16.776 unita’, arrivando a 590.110. Di questi, sono in isolamento domiciliare 558.506 pazienti. 

AGI – Nell’Europa alle prese con la seconda ondata di Covid-19 a far paura sono anche i visoni, portatori di mutazioni del virus trasmesso all’uomo, rappresentando un pericolo per la sua immunità in vista di un futuro vaccino. Dopo che sia scattata l’allerta rossa in Danimarca per il contagio di 12 persone, spingendo le autorità a procedere ad un abbattimento di massa del piccolo mammifero, anche la Gran Bretagna in lockdown ha deciso di tutelarsi, decretando l’obbligo di quarantena per chi arriva dal Paese scandinavo

Numeri alla mano, in Danimarca lo State Serum Institute, che si occupa di malattie infettive, ha riscontrato dallo scorso giugno almeno 214 persone infette da versioni del coronavirus legate proprio ai visoni. A riferirlo è stato il quotidiano britannico Guardian, anche se finora solo 12 persone sono state infette dal ceppo mutato, riscontrato in cinque allevamenti. La mutazione del virus trasmessa dal visone non ha, però, effetti gravi sugli uomini ma diminuisce l’efficacia degli anticorpi umani, minacciando la realizzazione di un vaccino contro il Covid-19.  

Il pericolo visone è stato subito recepito dal Regno Unito che, con un provvedimento d’urgenza varato dal governo di Boris Johnson, impone la quarantena per chi arriva o rientra dalla Danimarca da stanotte. La misura restrittiva che riguarda il Paese del Nord Europa, uno dei pochissimi ancora esentato da questa cautela, è stata firmata dal ministro dei Trasporti britannico, Grant Shapps, e prevede l’auto-isolamento precauzionale di 14 giorni per chi proviene dal territorio danese

Massima attenzione anche dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) secondo cui “nel ceppo riscontrato nei visoni in Danimarca, gli scienziati non hanno ancora notato modifiche che rendono il virus più grave, maggiormente trasmissibile o influenzano la reinfezione umana”. Tuttavia per avere certezze in merito servono ulteriori studi. È in questa direzione che l’Oms sta lavorando con le autorità danesi, portando avanti ricerche congiunte oltre a sforzi per controllare il fenomeno.

Dopo la preoccupante scoperta le autorità della Danimarca hanno deciso di far abbattere l’intera popolazione di visoni, tra 15 e 17 milioni di esemplari. Un abbattimento di massa definito “necessario” dalla premier danse Mette Frederiksen, in un Paese che è il primo esportatore mondiale della sua pregiata pellicia. Per Frederiksen continuare ad allevare visoni implicherebbe un rischio molto più alto per la salute pubblica, sia in Danimarca che all’estero. In conferenza stampa per annunciare il provvedimento, ha detto che “gli occhi del mondo sono puntati su di noi”, sottolineando il “senso di responsabilità”. Nel Nord del Paese, secondo alcuni dati statistici locali il 50% dei 783 pazienti contagiati dal Covid-19 è stato correlato in qualche modo al visone, quale possibile causa di trasmissione del virus.  

L’epicentro della ‘crisi dei visoni’ è la regione del Jutland del Nord, dove le autorità hanno decretato un lockdown in vigore da ieri, impedendo ai residenti di uscire dalla zona in cui si sono verificati i casi di contagi dal visone all’uomo. La decisione dell’abbattimento di massa è stata accolta da proteste degli allevatori che hanno bloccato le strade con trattori e veicoli agricoli.  

Su 5,8 milioni di danesi, 50.530 si sono finora contagiati con il Covid-19, e i morti sono stati 729. 

AGI – Analizzare il cerume per misurare l’ormone dello stress. Questo l’obiettivo, descritto in un articolo pubblicato sulla rivista accademica Heliyon, di un team dell’University College di Londra (UCL) e del King’s College di Londra, che hanno sviluppato un dispositivo in grado di valutare il livello di alterazione e stress sulla base delle secrezioni dell’orecchio.

“Il campionamento del cerume potrebbe essere un modo economico ed efficace per misurare l’ormone cortisolo – spiega Andres Herane-Vives dell’UCL – monitorare la depressione e le condizioni legate allo stress”.

Lo strumento del team può essere utilizzato a casa senza supervisione clinica, facilitando i controlli medici e assicurando il distanziamento sociale, e, stando alle dichiarazioni degli scienziati, potrebbe avere il potenziale per misurare il glucosio o gli anticorpi COVID-19 che si accumulano nel cerume.

“Il campionamento del cortisolo è notoriamente difficile – continua il ricercatore – perché poiché i livelli dell’ormone possono variare, per cui un campione potrebbe non essere un riflesso accurato dei livelli cronici della sostanza e i metodi di campionamento stessi potrebbero influenzare i risultati. Ma l’ormone sembra essere più stabile nel cerume”.

L’autore afferma che il cortisolo è stato considerato come un possibile biomarcatore della depressione, ma le ricerche precedenti sono state ostacolate dalle difficoltà nella misurazione accurata dei livelli di cortisolo.

“La tecnica più comune è con i campioni dei capelli – osserva Herane-Vives – ma si tratta di una misurazione soggetta a fluttuazione, e non tutti i pazienti hanno abbastanza capelli per un campione affidabile e il cerume rappresenta un’alternativa sicura, stabile e più affidabile”.

Per sviluppare il nuovo dispositivo, gli scienziati si sono ispirati al favo delle api, una cera naturale nota per la conservazione e per la resistenza alla contaminazione batterica. “Il nostro strumento è simile a un batuffolo di cotone – commenta l’esperto – è dotato di un freno che impedisce al tampone di entrare troppo in profondità nell’orecchio e causare danni. La punta è ricoperta da una spugna di materiale organico”.

Il gruppo di ricerca, formato da scienziati affiliati a istituti in Regno Unito, Cile e Germania, ha testato il dispositivo su 37 partecipanti, combinando anche altre tecniche di campionamento del cortisolo, come analisi del sangue, studio dei capelli e prelievi.

“L’analisi del cerume – sostiene lo studioso – si è rivelata la più affidabile, la più pratica e, potenzialmente, la più economica. Stiamo fondando una società, Trears, per portare sul mercato il dispositivo”. Nei prossimi studi, il team prevede di valutare la possibilità di misurare anche i livelli di glucosio da campioni di cerume, per monitorare il diabete, ed eventualmente l’analisi degli anticorpi COVID-19.

“Dopo questo studio pilota di successo – conclude Herane-Vives – se i prossimi controlli con studi più ampi dovessero portare risultati altrettanto promettenti, speriamo di trasformare la diagnostica e la cura di milioni di persone affette da depressione o da condizioni correlate al cortisolo, come la malattia di Addison e la sindrome di Cushing”.

AGI –  Nel mondo oltre mezzo miliardo di bambini e ragazzi soffre di allergia. Ne esistono tanti tipi: respiratoria, alimentare, ai farmaci, al veleno degli insetti, ciascuna con manifestazioni e trattamenti diversi che condizionano la vita dei piccoli allergici. A questo tema di interesse globale è dedicato il nuovo numero di “A Scuola di salute” il magazine digitale dell’Istituto per la Salute del Bambino Gesù diretto dal prof. Alberto G. Ugazio

Una guida chiara e completa con le informazioni degli esperti su tutti i tipi di allergia, dalle cause alle terapie più innovative, i consigli alle famiglie per gestire al meglio la malattia e le indicazioni per prevenire reazioni molto gravi come lo shock anafilattico. 

“Con oltre 1 miliardo di persone nel mondo con rinite allergica e 1 miliardo con asma, l’umanità sta vivendo uno tsunami allergico” sottolinea Alessandro Fiocchi, responsabile di Allergologia del Bambino Gesù.    

“L’allergia è considerata una malattia del “mondo sviluppato”. La crescita, infatti, si registra soprattutto nei Paesi occidentali e coinvolge strati sempre più ampi della popolazione. In Europa si stima che 8 milioni di persone soffrano di allergie alimentari, una fonte di preoccupazione soprattutto tra i più piccoli: almeno 1 bambino su 20, infatti, è allergico a uno o più alimenti. In Italia i bambini da 0 a 14 anni colpiti da rinite, asma e allergie alimentari sono più di 6 milioni”.

L’allergia è una reazione anomala ed esagerata del sistema immunitario provocata dall’esposizione a sostanze normalmente innocue, denominate allergeni, presenti nell’ambente come componenti dell’aria (pollini, muffe, polveri), del cibo, dei farmaci o del veleno di insetti come api, vespe e calabroni. L’allergia si manifesta in modi molto diversi e con gravità variabile, è predisposta dalla presenza di casi in famiglia e può comparire a qualsiasi età

La guida del Bambino Gesù prende in esame tutte forme che possono colpire i bambini, dalle più frequenti come rinite e asma, a quelle meno comuni come le allergie crociate o la sindrome frutta-lattice. Per ciascun tipo gli esperti illustrano nel dettaglio le cause, i sintomi con cui si manifesta, i test per la diagnosi certa (prick test e dosaggio degli anticorpi IgE specifici nel sangue), i farmaci (come agiscono, a chi e come vanno somministrati, eventuali effetti collaterali) e i percorsi terapeutici più efficaci.

Ad oggi – sottolineano gli allergologi – l’unica terapia in grado di curare sia la causa che i sintomi dell’allergia è l’immunoterapia specifica che crea una barriera protettiva tramite la ripetuta somministrazione di specifici allergeni. I benefici sono stati documentati per rinite, congiuntivite, asma e veleno di insetti, mentre non esistono ancora studi definitivi sull’efficacia per l’allergia alimentare. Per i casi più complessi di allergia agli alimenti si sta invece rivelando promettente un farmaco biologico sperimentale (il cui prototipo è l’omalizumab), in grado di ridurre il rischio di reazioni gravi come lo shock anafilattico.

Nel volume, consultabile sul sito dell’Ospedale, si spiega anche la differenza tra allergie e intolleranze, disturbi con caratteristiche diverse. L’intolleranza, infatti, non coinvolge il sistema immunitario, ma consiste nell’incapacità, totale o parziale, di digerire o di metabolizzare varie sostanze contenute nei cibi. 

Alcune intolleranze hanno una causa genetica e compaiono precocemente, fin dall’infanzia. Vengono diagnosticate con esami specifici (breath test, test del DNA) e la cura consiste nell’escludere dalla dieta gli alimenti “incriminati”.

AGI – In attesa che le misure annunciate dal Governo nel nuovo Dpcm producano i primi effetti, l’attuale impennata di contagi rischia di rimettere in ginocchio le terapie intensive. Non solo per il numero insufficiente di posti letto, ma anche e soprattutto per la carenza di personale.

Secondo il sindacato degli anestesisti rianimatori Aaroi-Emac, già prima dell’emergenza Covid-19, mancavano all’appello ben 4mila specialisti. Nel pubblico ci sono 12mila specialisti, 18mila totali. Ma stando all’Aaroi-Emac ne mancano 4mila per coprire il fabbisogno ordinario.

«Servono soluzioni rapide e tempestive», sottolinea Mario Dauri, responsabile della UOC Anestesia e Rianimazione dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Policlinico Tor Vergata di Roma e direttore della Scuola di specializzazione in Anestesia Rianimazione, Terapia Intensiva e del Dolore dello stesso ateneo.

«Un’idea potrebbe essere quella di coinvolgere maggiormente altri specialisti dal profilo equipollente all’area critica, come gli specialisti in Medicina di Emergenza e Urgenza e Pneumologia, allo scopo di potenziare le Terapie Sub-Intensive che rappresentano un setting cruciale nella gestione della pandemia, come peraltro accade nella stragrande maggioranza delle strutture in Europa e negli USA. Purtroppo, la carenza di specialisti in Anestesia e Rianimazione, che attualmente rappresenta a livello nazionale un fattore particolarmente critico, solo da quest’anno accademico ha trovato una risposta attraverso un significativo aumento dei posti ma che darà i suoi effetti non prima di 3-4 anni», aggiunge lo specialista. Si tratta di un esperimento ben riuscito già in alcune strutture ospedaliere. 

«Al Policlinico Tor Vergata di Roma lo facciamo già da tempo. Questa collaborazione – dice Dauri – si è rivelata fondamentale e molto proficua». Su questo la formazione e l’aggiornamento continuo è davvero necessario. «Il Covid-19 è un’infezione che ha un decorso molto particolare che con l’esperienza abbiamo imparato a capire e molto spesso a prevedere», spiega Dauri, arruolato da Consulcesi, realtà impegnata nella formazione dei medici, come responsabile del corso ECM FAD “Covid-19 e insufficienza respiratoria. L’ossigenoterapia e le tecniche di ventilazione».

Se all’inizio i medici erano poco preparati alla gestione dei pazienti Covid-19, ora sono stati perfezionati dei trattamenti diversi e personalizzati. «Sono tre i livelli di intervento che si sono rivelati fondamentali nella gestione del paziente in terapia intensiva: la ventilazione non invasiva, l’utilizzo di tecniche di ventilazione invasiva avanzate, la pronosupinazione e l’Ecmo, una tecnica di circolazione e supporto respiratorio extracorporeo, riferisce Dauri. Abbiamo imparato in che situazioni e condizioni è utile procedere con questi specifici interventi», aggiunge. Ragionando al di là dell’emergenza, la carenza di specialisti nei reparti di terapia intensiva è un problema che può essere risolto solo agendo a monte.

«A cominciare dall’aumento dei posti nelle scuole di specializzazione», sottolinea Dauri. «Anche se quest’anno sono quasi raddoppiati, i numeri continuano a essere insufficienti», aggiunge. La pandemia ha reso ancora più evidente quanti pochi specialisti vengono formati per andare poi a rimpinguare i reparti di terapie intensiva. La carenza di medici, tuttavia, non è però l’unico problema.

A essere necessaria è una vera e propria riforma del sistema terapie intensive. Considerato troppo spesso la Cenerentola degli ospedali, oggi abbiamo capito che riveste un ruolo centrale, sottolinea Dauri. «È ormai chiaro che si tratta di una specialità molto trasversale e che per questo si è necessaria una riorganizzazione complessiva che superi l’attuale modello delle terapie intensive polivalenti», aggiunge.

In previsione di nuove possibili epidemie e in considerazione dell’aumento dell’aspettativa di vita, e quindi della necessità di gestire svariate condizioni patologiche, Dauri propone un modello più evoluto. «Ad esempio, si potrebbe pensare di distinguere le terapie intensive post-chirurgiche da quelle che si occupano della gestione di pazienti affetti da altre condizioni», spiega Dauri. In questo modo, anche l’arrivo di emergenze improvvise come questa, secondo l’esperto, ci troverà più preparati. E allo stesso tempo si potranno garantire assistenza e cure che rientrano nell’ordinario.