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Neanche il tempo di tirare un sospiro di sollievo per la fine della stagione influenzale che migliaia di italiani si ritrovano di nuovo ko. Sono all’incirca 200 mila i connazionali a letto con febbre, mal di gola, raffreddore, diarrea, vomito.

“Perché se anche quest’ultima stagione influenzale si sta chiudendo, i virus non scompaiono”, dice all’AGI Giovanni Maga direttore del laboratorio di Virologia Molecolare presso l’Istituto di Genetica Molecolare del Cnr di Pavia. “Durante tutto l’anno circolano costantemente molti altri patogeni virali, che normalmente danno infezioni caratterizzate da una intensità e gravità minori di quelli influenzali, ma pur sempre responsabili di sintomi molto fastidiosi e, in presenza di altre patologie, anche potenzialmente pericolosi”, spiega l’esperto.

“Si tratta soprattutto di virus che colpiscono il tratto gastro-intestinale, come i rotavirus e i norovirus, e i più a rischio sono i bambini”, sottolinea Maga, secondo il quale questi patogeni sarebbero i principali responsabili di epidemie negli ambienti scolastici. “Danno febbre, nausea, vomito e possono causare gastroenteriti acute. Ma sono presenti anche virus – spiega l’esperto – che interessano il tratto respiratorio, come l’adenovirus e i coronavirus; e il cosiddetto virus respiratorio sinciziale, che causa starnuti, mal di gola, tosse e mal di testa. Ma possono portare a complicanze come bronchiti e polmoniti”.

Allerta dell’Agenzia del Farmaco su alcuni antibiotici di uso comune, quelli contenenti fluorochinoloni (ciprofloxacina – levofloxacina – moxifloxacina – pefloxacina – prulifloxacina – rufloxacina – norfloxacina – lomefloxacina) e chinoloni.

 “Sono state segnalate con gli antibiotici chinolonici e fluorochinolonici – scrive l’Aifa in una comunicazione ai medici – reazioni avverse invalidanti, di lunga durata e potenzialmente permanenti, principalmente a carico del sistema muscoloscheletrico e del sistema nervoso. Di conseguenza, sono stati rivalutati i benefici ed i rischi di tutti gli antibiotici chinolonici e fluorochinolonici e le loro indicazioni nei paesi dell’UE. I medicinali contenenti cinoxacina, flumechina, acido nalidixico e acido pipemidico verranno ritirati dal commercio”.

L’agenzia raccomanda di non prescrivere questi medicinali “per il trattamento di infezioni non gravi o autolimitanti (quali faringite, tonsillite e bronchite acuta); per la prevenzione della diarrea del viaggiatore o delle infezioni ricorrenti delle vie urinarie inferiori; per infezioni non batteriche, per esempio la prostatite non batterica (cronica); per le infezioni da lievi a moderate (incluse la cistite non complicata, l’esacerbazione acuta della bronchite cronica e della broncopneumopatia cronica ostruttiva – BPCO, la rinosinusite batterica acuta e l’otite media acuta), a meno che altri antibiotici comunemente raccomandati per queste infezioni siano ritenuti inappropriati; ai pazienti che in passato abbiano manifestato reazioni avverse gravi ad un antibiotico chinolonico o fluorochinolonico”.

Si chiede inoltre di prescrivere questi medicinali “con particolare prudenza agli anziani, ai pazienti con compromissione renale, ai pazienti sottoposti a trapianto d’organo solido ed a quelli trattati contemporaneamente con corticosteroidi, poiché il rischio di tendinite e rottura di tendine indotte dai fluorochinoloni può essere maggiore in questi pazienti. Dev’essere evitato l’uso concomitante di corticosteroidi con fluorochinoloni”.

Inoltre i pazienti vanno informati “d’interrompere il trattamento ai primi segni di reazione avversa grave quale tendinite e rottura del tendine, dolore muscolare, debolezza muscolare, dolore articolare, gonfiore articolare, neuropatia periferica ed effetti a carico del sistema nervoso centrale, e di consultare il proprio medico per ulteriori consigli”.

Per 99 anni ha vissuto con gli organi invertiti ma non se ne è mai accorta. A scoprirlo sono stati, per caso, gli studenti di anatomia della Oregon Health and Science University di Portland.

Rose Marie Bentley era una delle pochissime persone che nascono con il “situs inversus“, una condizione congenita in cui gli organi si formano in posizione speculare rispetto alla normalità, come davanti a uno specchio. Prima di andarsene, Rose, morta quasi centenaria per cause naturali, aveva deciso di donare il suo corpo all’università per aiutare la ricerca. Lo stesso aveva fatto il marito.

Una fortuna per il gruppo di futuri dottori, che hanno potuto esaminare di persona l’anatomia di una persona così rara da trovare. “Credo – ha detto alla Cnn il professor Cameron Walker, docente di anatomia all’ateneo di Portland – che le probabilità di trovare un’altra persona come Rose Marie siano una su 50 milioni. Non penso che nessuno di noi dimenticherà quello che ha visto”.

L’arteria di destra del cuore era, in realtà, a sinistra. Lo stomaco, invece che a sinistra, era a destra, mentre il fegato risultava a sinistra. Questo “ribaltamento” degli organi colpisce un bambino ogni ventiduemila: solo tra il 5 e il 13 per cento supera i 5 anni di vita. Finora erano state due le persone che avevano vissuto più a lungo: un ragazzo di 13 anni e un uomo di 73. La vita della signora Bentley è sempre corsa parallela alla scienza. “Mia madre – ha raccontato la maggiore delle figlie, Patti Helig, 78 anni – sarebbe voluta diventare un’infermiera, ma non ne ha mai avuto la possibilità. Lo ha fatto solo come ausiliaria volontaria durante la seconda guerra mondiale. Era una sopravvissuta al vaiolo, tutte le volte che qualcuno la cercava per farsi raccontare la sua storia, era emozionata”.

Il fatto di avere gli organi in posizione opposta non ha mai rappresentato un problema né le ha causato fastidi. Solo al momento di essere operata di appendicite, il chirurgo lasciò una nota per dire che l’appendice non era dove si aspettava di trovarla. Ma la cosa non ebbe seguito. 

Dopo aver guadagnato più di quattro miliardi di dollari dalla vendita di un farmaco a base di oppioidi, che generava dipendenza, avrebbero scoperto un nuovo filone per gli affari: vendere i farmaci per curare la dipendenza. Sarebbe questo il piano messo in piedi dalla famiglia Sackler, proprietaria da generazioni della Purdue Pharma, l’industria farmaceutica che ha costruito le sue fortune recenti dalla vendita dell’OxyContin, un analgesico più potente della morfina, che provoca dipendenza.

E’ quanto emerge, secondo il New York Times, dall’inchiesta che la Procura dello Stato di New York ha aperto per fare luce sul giro di società, tra cui alcune off-shore, in cui i ricavi della famiglia, circa 13 miliardi di dollari, sono finiti in questi anni. I Sackler sono una storica famiglia di Brooklyn, formata da medici, studiosi e filantropi: tra i beneficiari delle loro ricche donazioni, il MoMa di New York, al punto che un’ala del museo d’arte contemporanea porta il nome della famiglia.

Ma nel campo degli affari i Sackler hanno mostrato un altro volto: come risulterebbe da alcuni documenti in mano alla procura, riuniti sotto il nome di “Tango Project“, l’azienda era consapevole di fare affari sfruttando la dipendenza che i loro stessi farmaci inducono nei pazienti: “Trattamento del dolore e dipendenza sono naturalmente legati”, si legge nel documento. Lo schema prevedeva la diffusione del farmaco per lenire i dolori e poi, generando dipendenza del paziente, immettere sul mercato un altro farmaco per lenire la dipendenza.

Nel mirino ogni tipo di paziente, dalla “donna di cinquant’anni con dolori cronici alla schiena – si legge in un documento interno – all’atleta di diciotto anni reduce da infortunio, dal più ricco al più povero”. Gli avvocati della famiglia hanno negato qualsiasi intento da parte dei Sackler di voler monetizzare gli effetti collaterali dei farmaci, contestando l’ipotesi di aver volutamente favorito il fenomeno della dipendenza per accrescere gli affari.

Da quando l’OxyContin è uscito sul mercato, più di 200 mila americani sono morti per overdose legata alla prescrizione di oppioidi, un dato inquietante che – secondo quanto racconta il New York Times – poteva rivelarsi cattiva pubblicità per il prodotto. La strategia sarebbe stata quella di dare la colpa ai pazienti. “Dobbiamo martellare in ogni maniera chi ne fa abuso – avrebbe affermato Richard Sackler, rivolgendosi ai suoi dipendenti – loro sono i colpevoli e il problema. Sono criminali imprudenti”. 

Non c’è alcuna relazione tra il fatto di non avere figli e l’incidenza del cancro al seno. E’ categorico Matteo Lambertini, oncologo presso l’Ospedale San Martino Genova e professore aggiunto all’Università di Genova, selezionato a giugno 2018 per la seconda volta tra i migliori giovani ricercatori oncologici del mondo a Chicago.

 “Sulla correlazione tra fattori riproduttivi, come ad esempio avere figli o allattare, e tumore, esistono effettivamente dei dati”dice, “Soprattutto per quanto riguarda il tumore della mammella. Ma non esiste alcun rapporto causa-effetto”. L’oncologo fa così chiarezza sulla polemica riguardante una delle relatrici del Congresso delle famiglie di Verona. Babette Francis, fondatrice dell’organizzazione Endeavour Forum, avrebbe sostenuto la tesi per cui “il cancro colpisce le donne che non fanno figli”, sostenendo che “se non avete figli avete un rischio parecchio più alto di ammalarvi di cancro al seno”.

Il professor Lambertini, contattato da Tpi, fa una premessa: “E’ importante chiarire che il tumore non è una malattia che ha una causa precisa. Ad esempio, il fumo è uno dei fattori di rischio per lo sviluppo del tumore al polmone. Ma non tutte le persone che fumano sviluppano il tumore al polmone e, viceversa, ci sono persone che non fumano, ma sviluppano ugualmente questa patologia. In altre parole, non è vero che se fumo sviluppo il tumore al polmone. E questo è ancora meno vero per i fattori riproduttivi. Infatti, mentre il fumo è un fattore di rischio importante, nel senso che l’80 per cento dei tumori ai polmoni sono collegati al fumo di sigarette, per quanto riguarda i fattori riproduttivi, la loro correlazione col rischio di sviluppo del tumore è comunque minima”, sottolinea il professore.

“In particolare” spiega Matteo Lambertini “quello che sappiamo sui fattori riproduttivi è che effettivamente avere avuto una gravidanza, a lungo termine, diventa un fattore protettivo verso il rischio di sviluppare il tumore della mammella, quindi le donne che hanno avuto una gravidanza hanno un rischio minore di svilupparlo, rispetto a donne che non hanno mai avuto figli. Lo stesso è vero per l’allattamento: una donna che allatta al seno ha un rischio inferiore di sviluppare il tumore alla mammella. Ma stiamo parlando di un rischio, non è vero che una donna che non ha figli sviluppa un tumore della mammella. Assolutamente no”.

E’ vero quindi che avere una gravidanza protegge dal tumore alla mammella? “In realtà il discorso è un po’ più complesso” chiarisce l’oncologo “Con gli ormoni della gravidanza, per qualche anno, le donne hanno all’inizio un rischio più elevato di sviluppare un tumore della mammella e col tempo invece, molti anni dopo aver avuto un figlio, si crea questo effetto protettivo. Di recente è stato pubblicato uno studio su questo, ma sono notizie che conosciamo già da 25 anni”.

Secondo la scienza, quindi, dopo aver avuto dei figli il rischio di tumore alla mammella sale per alcuni anni, ma a lungo termine aver avuto una gravidanza diventa un fattore protettivo per questo tipo di tumore. Il professor Lambertini spiega che bisogna comunque tenere in considerazione la relazione con gli altri fattori di rischio. “Anche per il fumo, che come dicevo è un fattore di rischio molto più importante rispetto ai fattori riproduttivi, non c’è un rapporto causa-effetto con l’insorgenza del tumore, perché per questa malattia non funziona così. Ci sono una serie di fattori che, tutti insieme, determinano il rischio di sviluppare un tumore”. 

Stavolta ci sono tutte le premesse giuste per arrivare a dare concretezza al Piano Nazionale Malattie Rare. Si tratta di una occasione unica, importante da cogliere, per corrispondere alle attese delle persone che vivono con una malattia rara e che aspettano risposte almeno ad una parte dei loro bisogni.

Gli esperti ci sono, e sono pronti. A fine febbraio infatti, il Ministro della Salute, Giulia Grillo ha nominato un gruppo di esperti che dovrà lavorare alla stesura e alla elaborazione del nuovo Piano Nazionale Malattie Rare (PNMR).

Se si procede velocemente si può ragionevolmente pensare che di qui a qualche mese potremmo avere il nuovo piano.

Due milioni di persone coinvolte

Quello vecchio, il primo ad essere stato approvato in Italia dal Ministero della Salute, era stato infatti articolato per il periodo 2013 -2016, ed era ormai scaduto da quasi tre anni e per di più era rimasto largamente inattuato.

Non c’è dunque bisogno di inventarsi chissà cosa di nuovo, le linee d’azione erano già state tracciate e visto che non sono state attuate che in minima parte basta apportare qualche aggiornamento e soprattutto indicare obiettivi ed azioni concrete da fare.

Oltre agli esperti però occorre trovare anche i soldi necessari a sostenere questo settore che coinvolge direttamente, o indirettamente, quasi 2 milioni di persone.

Recentemente, nel corso del convegno organizzato al Senato dal Movimento 5 Stelle “Malattie rare: confronto, ascolto, azione”, ho lanciato un appello a promuovere un confronto tra tutte le parti interessate e lavorare in direzione del finanziamento del nuovo Piano Nazionale delle Malattie Rare.

Il primo Piano Nazionale Malattie Rare non aveva finanziamenti, e questo è probabilmente uno dei motivi principali per cui è di fatto rimasto inattuato.

Bisogna fare in modo che questo secondo piano abbia un destino diverso: bisogna dotarlo di risorse economiche.

I soldi, si sa, sono importanti e il settore delle malattie rare ha già subito, per effetto della modifica delle tutele dei farmaci orfani in Legge di Bilancio, un taglio di quasi 100 milioni di euro l’anno. Questa riduzione delle risorse destinate a sostenere i farmaci, non è compensata dai 4 milioni in più che sono stati invece destinati per promuovere lo screening neonatale (emendamento Leda Volpi).

Si tratta certo di un intervento graditissimo ma per un importo che non può, da solo, compensare l’altra perdita di fondi: ai malati rari mancano ancora oltre 90 milioni di euro l’anno solo per stare nelle condizioni del 2018.

Forse non cade nel vuoto

Perché dunque non approfittare del secondo Piano Nazionale Malattie Rare, per ridare qualcosa al settore? Il piano nazionale malattie rare ha bisogno di finanziamenti e il settore tutto ha bisogno di investimenti, sarebbe un’azione salutata con grande favore, e nel corso del convegno questa opinione l’hanno già espressa tutti i rappresentanti delle maggiori federazioni di pazienti.

La stessa senatrice Paola Binetti, presidente dell’Intergruppo Parlamentare Malattie Rare ha sottolineato che “un piano senza fondi finirebbe per essere nuovamente e solo una bella dichiarazione di intenti”.

Sarebbe anche l’occasione per promuovere un tavolo di confronto che veda presenti le Istituzioni, i pazienti, ma anche le aziende e tutti gli stakeholder che a vario titolo hanno a cuore i malati rari, anche perché poi per applicare il Piano Nazionale Malattie Rare servirà la fattiva collaborazione di tutti.

Questo mio appello non sembra essere caduto nel vuoto. Al convegno era infatti presente il Senatore Pierpaolo Sileri  che oltre ad essere medico e ricercatore, presiede la Commissione Sanità del Senato, e può farsi promotore di un percorso partecipato come quello da noi proposto. Per questa ragione, a lui abbiamo chiesto pubblicamente di farsi garante di questo percorso. Ci ha fatto molto piacere accogliere la sua disponibilità. Ora speriamo di poter presto cominciare a vedere i primi risultati concreti: i malati hanno bisogno di risposte.   

La primavera è sinonimo di risveglio della natura e con lei riprendono l’attività anche le vipere. A marzo gli esemplari maschi ricominciano a vagare alla ricerca di una compagna: in questo periodo sono meno accorti ed è più facile incontrarli, col rischio di un morso in caso di mossa sbagliata. E con i mesi più caldi potrebbe nuovamente scattare l’allarme vipere. Ma come riconoscerle e cosa fare in caso di morso?

Quattro specie di vipere, unico serpente velenoso in Italia

Le vipere sono gli unici serpenti velenosi esistenti in Italia. Le quattro specie presenti nel Paese sono distribuite in tutte le regioni, ad eccezione della Sardegna, dove non vi sono serpenti velenosi.  Le vipere italiane appartengono alla Famiglia dei Viperidi ed al Genere Vipera, caratteristico dell’Europa, del Nord-Africa, del Medio Oriente.

La vipera aspis è diffusa sulle Alpi e sugli Appennini. Il suo habitat preferito è costituito da luoghi caldi e asciutti, dalla pianura fino ad oltre 2500 metri di quota. Ha un’indole mite e solitamente fugge se molestata. 

La vipera berus o marasso palustre, si trova solitamente in montagna, in genere nel Nord Italia, ma la si può trovare anche in acqua. Essendo una specie piuttosto aggressiva se viene provocata attacca facilmente.

La vipera ammodytes o vipera del corno è facilmente riconoscibile per la presenza di un piccolo corno sulla punta del muso. Si concentra soprattutto nel nord-est, Dolomiti incluse. Predilige un habitat costituito da zone aride, pendii e pietraie. È poco aggressiva, ma il suo veleno è il più pericoloso fra le specie presenti in Italia.

La vipera ursinii o vipera dell’Orsini, è per lo più presente nell’Appennino Abruzzese ed Umbro-Marchigiano, in particolare sul Gran Sasso. Di dimensioni piuttosto piccole è la meno pericolosa.

Dove e quando incontrare le vipere

La vipera è un animale schivo, molto legato al territorio. Essendo a sangue freddo è difficile avere un incontro ravvicinato durante le stagioni fredde, periodo in cui osserva una specie di ibernazione, solitaria o in gruppo. Alcune specie, pur non percorrendo lunghe distanze, tendono a migrare a quote più basse durante la stagione invernale.

La sua attività vera e propria inizia a marzo, quando i maschi vagano alla ricerca di una compagna. In questo periodo, essi sono meno accorti ed è più facile incontrarli.Passato il periodo degli accoppiamenti, le vipere si spostano poco e cacciano piccoli mammiferi, più raramente piccoli uccelli.

Solitamente il territorio in cui le vipere vivono e si riproducono spontaneamente è costituito da erbe alte, prati, zone collinari e boschi fino al limite delle praterie in quota. Tendenzialmente gli escursionisti potrebbero trovarsi di fronte una vipera su pietraie, cumuli di pietre o mucchi d’erba nelle ore mattutine, al sorgere del sole, quando esce per riscaldarsi ai primi raggi.

È proprio in quel momento della giornata che la vipera, essendo più lenta nei movimenti, sarà più in pericolo e piuttosto che scappare tenderà a difendersi con il fatidico morso.

Un’altra considerazione da fare è che la vipera, come qualsiasi altro essere vivente, necessita di acqua, seppur in minima quantità, quindi solitamente non la troveremo in zone troppo aride. Predilige le aree vicine a ruscelli, pozze d’acqua, incavi della roccia dove si possono accumulare piccole quantità d’acqua con una certa costanza.

In Italia in passato l’allarme ha riguardato la zona di Vittorio Veneto, dove questi serpenti si sono spinti sino ai giardini delle scuole, invadendo cortili e orti.

Come riconoscere una vipera?

Trovandosi di fronte un serpente, d’istinto la prima reazione è la paura e la fuga. Poi in caso di incontro ravvicinato col ‘nemico’ in genere si tratta davvero di pochi secondi. Tuttavia è importante per la propria incolumità aver presente i segni caratteristici con cui distinguere le vipere da altri serpenti non velenosi, come ad esempio la biscia. 

La testa della vipera è più schiacciata e vista dall’alto ha una forma quasi triangolare ed è più larga rispetto a quella dei serpenti non velenosi. Ha un colore che va dal grigio al marrone rossiccio. Può avere una lunghezza massima di 80 centimetri ed il suo corpo presenta dei “disegni” a zig-zag. L’occhio della vipera ha una pupilla verticale, come quella dei gatti, mentre quella degli altri serpenti è circolare.

Quando invece intravediamo solo la sagoma del corpo mentre si allontana rapidamente, la caratteristica che salta all’occhio è la sua forma. La vipera ha un corpo piuttosto tozzo con coda a punta molto corta. I serpenti non velenosi, al contrario, hanno una forma più allungata ed affusolata. Il diametro del loro corpo dalla testa verso la coda è graduale e ben visibile.

Sintomi in caso di morso

Nel caso capitasse di venire morsi senza essere riusciti a vedere bene come fosse il rettile, se si tratta di una vipera il segno lasciato sulla cute è ben riconoscibile. Sono evidenti due punti rossi più grandi degli altri, distanziati tra di loro di circa un centimetro. Sono i segni dei denti veleniferi presenti nelle vipere. Se nel morso è presente un solo unico punto più grande degli altri si tratta sempre di una vipera che ha perso uno dei suoi due denti veleniferi. Se il morso è invece quello di un serpente non velenoso si vede una fila di piccoli puntini tutti della stessa dimensione.

Oltre ai segni lasciati dai denti veleniferi, il morso della vipera provoca arrossamento, gonfiore, formicolio, dolore oltre ad un colore bluastro della cute (cianosi) localizzati nei primissimi minuti successivi nella zona circostante, ma rapidamente si espandono. Nel giro di un’ora sopraggiungono gli altri effetti quali nausea, vomito, a volte con sangue, dolori muscolari, diarrea, collasso cardiocircolatorio e shock con perdita di coscienza.

Il morso della vipera è al centro di accesi dibattiti e sul tema circolano anche false informazioni. Secondo alcuni esperti di montagna, nei confronti delle vipere esiste una paura non proporzionale all’effettivo pericolo che rappresentano. Uno degli argomenti centrali riguarda l’incidenza dei casi di morte a causa del suo morso. In base a statistiche condivise dai paesi europei, si registra un decesso in media su un periodo che va da uno a cinque anni. Quindi un dato piuttosto basso rispetto alla totalità delle persone morse.  

Primi soccorsi e cura

I primi soccorsi vanno svolti con rapidità e molta attenzione in modo tale che il morso di vipera non si riveli effettivamente mortale. La gravità del morso dipende da diversi fattori: l’età della persona colpita – bambini ed anziani sono i soggetti più vulnerabili –, peso corporeo, condizioni generali di salute, sede e profondità del morso e quantità di veleno iniettato. Mediamente la quantità di veleno iniettato con il morso è inferiore del 50% rispetto alla dose mortale per un uomo adulto e buono stato di salute. 

Ecco la procedura da seguire e le manovre da non compiere:

– L’infortunato deve essere sdraiato e mantenuto tranquillo per evitare che compia qualsiasi movimento, che velocizzerebbe la distribuzione del veleno nell’organismo.

– È comunque indispensabile trasportare l’infortunato al pronto soccorso più vicino, avendo cura di muoverlo il meno possibile.

– La zona del morso va lavata con acqua e sapone e poi disinfettata con sostanze che non contengano alcool, in quanto l’alcool aumenta la tossicità del veleno.

– Se il morso è localizzato nell’arto superiore, vanno sfilati anelli, bracciali e orologi prima della comparsa del gonfiore.

– Va applicato un laccio a qualche centimetro a monte della ferita. Non deve essere troppo stretto per fermare la circolazione linfatica – che veicola il veleno – e non quella sanguigna. Quando la parte si sarà gonfiata mettere un secondo laccio più a monte e solo dopo togliere il primo, evitando di far andare in circolo il veleno bloccato prima.

– Sulla zona del morso può essere applicato del ghiaccio. Si possono somministrare all’infortunato bevande eccitanti come tè o caffè lungo che contiene più caffeina perché aiutano ad evitare un pericoloso calo pressorio.

– Assolutamente non succhiare il sangue dalla ferita con la bocca per evitare che anche il soccorritore assuma a sua volte del veleno attraverso microferite in bocca che spesso non sappiamo nemmeno di avere. Si tratta di rispettare le più banali norme di igiene:  il sangue di altra persona direttamente in bocca è grosso veicolo di trasmissione di qualsiasi tipo di malattia, anche se il ferito ne sia portatore sano come ad esempio l’epatite B.

– Invece può essere usata una pompetta aspiraveleno in vendita in farmacia. Ne esistono di vari tipi ma in generale ha l’aspetto di una grossa siringa. Se si procede con questo strumento – è un procedimento assolutamente indolore – è opportuno aspirare il prima possibile dalla zona del morso.

– Non è consigliabile incidere la cute tra i fori dei denti veleniferi.

– Non devono essere somministrate bevande alcooliche, come grappa o birra o vino, in quanto l’alcool è un vasodilatatore che favorisce l’abbassamento della pressione arteriosa.

– Sul ricorso al siero antiofidico/antivipera –  il Viperfav prodotto dalla Sanofi, mancante per diversi mesi, tornato disponibile nel 2019 – non tutti sono propensi al suo utilizzo. La dose di siero deve essere assolutamente conservata ad una temperatura costantemente bassa – tra i 2° e i 6° Celsius – poiché a temperature più elevate anche di pochi gradi perde la sua efficacia, fino a diventare addirittura potenzialmente tossico. In alcuni casi la sua somministrazione potrebbe provocare una reazione allergica più grave e difficile da gestire rispetto al problema stesso del morso di vipera. Parte dei decessi sono stati determinati proprio da reazioni anafilattiche al siero.

Prevenire il morso della vipera

Il sito per le guide delle Dolomiti è uno dei tanti a fornire una serie di consigli per chi fa escursioni in montagna onde ad evitare di trovarsi in condizioni di aggressione da parte di una vipera:

– Indossare calzature alte oppure calzettoni di lana pesante: le vipere più piccole difficilmente riusciranno a mordere efficacemente e comunque il morso non conterrà una dose eccessiva di veleno.

– Camminare con passo cadenzato e pesante battendo le erbe e le pietre con un bastone: le vipere hanno un udito poco sviluppato, ma sono invece più sensibili al movimento.

– Non raccogliere istintivamente ogni cosa da terra: prima di cogliere qualsiasi cosa, smuovere le erbe e le pietre con un bastone per allontanare ogni possibile minaccia.

– Ispezionare attentamente il luogo in cui ci si desidera sedere.

– Non appoggiarsi su tronchi ricoperti di foglie, su pagliai e su fascine di legna.

– Non mettere le mani sotto rocce, sassi o dentro le fessure del terreno.

– Prestare attenzione quando ci si disseta ad una fonte e quando si cammina su una pietraia.

La prima volta in cui la sigla Bpa (acronimo che indica il pericoloso Bisfenolo A) ha fatto il proprio ingresso nel dibattito pubblico sulla salute dei consumatori erano i primi anni duemila, quando è emersa la sua capacità di alterare lo sviluppo del sistema ormonale incidendo sulla fertilità.

Le interferenze endocrine di questo composto sintetico, utilizzato nella produzione della plastica, sono alla base di possibili anomalie riproduttive, cancro a seno e prostata, diabete e malattie cardiache.

Bandito dai biberon europei nel 2011, oggi è però rintracciabile in concentrazioni elevate in quasi tutti i cartoni per la pizza.

Lo dimostra un’inchiesta svolta dal Salvagente, la rivista mensile interamente dedicata ai diritti dei consumatori. Sotto esame sono finiti tre contenitori da asporto in cartone, destinati a contenere l’alimento italiano per eccellenza, la pizza. Le misurazioni hanno rilevato come il composto pericoloso sia contenuto in quantità non indifferenti in due campioni su tre.

Il rischio è la contaminazione del prodotto stesso: secondo le analisi del Salvagente nella pizza ospitata dai cartoni marchiati Garcia de Pou e Izmir la migrazione di bisfenolo è stata di 179 ppb e 331 ppb (parti per miliardo).

Questa quantità sarebbe illegale se proveniente da un contenitore di plastica, ma non ci sono norme che regolano carta e cartone; l’assenza di leggi deriva soprattutto dal fatto che nessuno, nemmeno il legislatore, si aspettava di trovare il bisfenolo in questi materiali.

Nonostante le pressioni dell’Echa (l’Agenzia europea delle sostanze chimiche) per la messa al bando di questo composto sintetico, il Parlamento europeo e la Commissione Envi Ambiente hanno semplicemente abbassato i limiti consentiti (da 600 a 50 parti per miliardo) e portato a zero la soglia negli involucri per alimenti destinati a neonati e bambini.

L’origine di questa contaminazione (tipica delle plastiche e delle resine epossidiche) che coinvolge la carta è probabilmente da attribuirsi all’inquinamento del cartone riciclato utilizzato in fase di produzione.

Secondo la Direzione generale per l’igiene e la sicurezza degli alimenti e la nutrizione, in Italia “l’uso di carta riciclata nei cartoni per pizza d’asporto è vietato. L’articolo del Salvagente evidenzia l’assenza di una norma armonizzata nell’Unione europea su questo settore che solo in alcuni Stati Membri è regolamentata da disposizioni sanitarie. Infatti a partire dal 1973 il ministero della Sanità aveva disciplinato i materiali ed oggetti destinati a venire a contatto con gli alimenti (MOCA) stabilendo per le carte e cartoni requisiti specifici e limitazioni d’uso”. “In Italia – ricordano dal ministero – l’uso di carte e cartoni di riciclo è consentito soltanto per alcuni tipi di prodotti alimentari, i cosiddetti “solidi secchi “(sale, zucchero, riso, pasta secca etc.), tra i quali non rientra la pizza”.

Nonostante il divieto formale, tuttavia, non è la prima volta che l’uso di carta riciclata per i cartoni take away finisce nell’occhio del ciclone di polemiche e inchieste.

Se ne era occupato proprio Il Salvagente già nel 2006, evidenziando come i contenitori per pizze analizzati contaminassero il cibo con almeno sei tipologie differenti di fenolici, benzeni e naftaleni e persino dietilesilftalato, una sostanza da tempo bandita da ogni oggetto di largo consumo per la sua tossicità.

Anche altri team di esperti che hanno studiato il caso sono giunti ad una conclusione simile e non meno preoccupante. Su tutti il laboratorio di Ricerche analitiche alimenti e ambiente dell’Università di Milano, diretto dal professor Fernando Tateo, che nel 2006 ha analizzato 8 cartoni per la pizza di uso comune rintracciando ftalati, sostanze non autorizzate per la fabbricazione di pellicole di cellulosa, e soprattutto di-isobutilftalato “in quantità altamente preponderante rispetto a tutti gli altri componenti della frazione volatile (…) già alla temperatura di 60°”.

Nonostante siano passati ben 13 anni dai primi test che hanno evidenziato i rischi di sostanze tossiche e contaminanti nei cartoni per la pizza, la situazione sembra quindi immutata. 

A prescindere da quanti studi siano stati condotti sull’influenza che la musica ha sulle nostre attività quotidiane, nessuno ha mai avuto dubbi sulla veridicità di questo assunto. Oggi la scienza però ha fatto un passo in avanti arrivando a stabilire in quali modalità, per quali attività ed esattamente come reagisce il nostro cervello quando ci perdiamo appresso alle canzoni preferite.

Ascoltare musica permette al nostro cervello di rilasciare grandi quantità di dopamina, un neurotrasmettitore che riduce stress e ansia. Per provarlo è stato condotto uno studio su pazienti in procinto di subire una delicata operazione; ad una prima metà sono stati somministrati farmaci ansiolitici, alla seconda è stata proposta una selezione di brani.

I risultati, pubblicati sulla rivista Trends in Cognitive Sciences, ci dicono che i pazienti che hanno curato la propria ansia con la musica hanno avuto effetti largamente più tangibili rispetto a chi era toccato di ingurgitare pillole. Solo una conferma, in molti penseranno che non ci fosse bisogno di pagare un’equipe di ricercatori per capire quanto sia piacevole e rilassante ascoltare la musica. D’altra parte ormai la musica è diventata più “trasportabile” che mai, la conserviamo nei i nostri smartphone o è sempre a nostra disposizione sui cloud. Ma siamo sicuri di avere sempre la musica scientificamente adatta ad ogni situazione? Cosa ascoltate, per esempio, quando lavorate?

Se vi lasciate andare alla vostra canzone preferita, quella con quel testo così coinvolgente, che così tante emozioni rievoca nel vostro cuore e nella vostra mente, sappiate che state commettendo un grave errore. Pare infatti che uno studio abbia dimostrato che ascoltare musica con testi, quindi cantata, diminuisca notevolmente la nostra capacità di concentrazione, cosa che non accade con la musica semplicemente suonata.

Così se desiderate aumentare le vostre performance in ufficio senza negarvi il relax di un sottofondo musicale, puntate a una buona selezione di musica classica, o Hip Hop se magari avete bisogno di un ritmo più serrato, va bene qualsiasi cosa non comprenda parole che possano in qualche modo mischiarsi a quelle che avete in testa e rallentarvi.

Ma ciò ovviamente non vale solo per chi è già entrato nel mondo del lavoro. Un altro studio, pubblicato su Psychology of Music, ci dice che sarebbe l’ideale anche per gli studenti poter ascoltare musica durante alcune fasi dello studio, per esempio quando hanno a che fare con test che richiedono un lungo lasso di tempo di concentrazione.

La rivista Quartz ha sentito lo psicologo sportivo Costas Karageorghis che ha condotto una ricerca specifica sull’effetto della musica durante un’altra fase importante della nostra giornata: l’attività fisica. “Durante i miei esperimenti personali, – sostiene il dottor Karageorghis – ho scoperto che la musica aiuta ad aumentare significativamente l’intensità, la velocità e la durata dei miei allenamenti.

Aumenta il mio umore nei giorni in cui non ho voglia di esercitarmi e mi ha aiutato a mantenere la mia abitudine di allenarmi cinque giorni a settimana”. Per tutti i pigri là fuori, incapaci di alzarsi dal divano, ipnotizzati davanti alla propria serie tv preferita: forse non è colpa vostra ma solo della playlist sbagliata. 

Oggi si celebra la Giornata mondiale del Sonno, istituita nel 2008 dalla World Sleep Day Committee della World Sleep Society. Una ricorrenza per celebrare i benefici di un sonno ristoratore e salutare, porre l’attenzione sulle problematiche legate ai disturbi del sonno, le relative cure e dare consigli per dormire meglio.

“Dormire bene per invecchiare bene”: è lo slogan della giornata 2019, incentrata sull’importanza di godere di un riposo notturno ottimale a qualsiasi età. Per stare bene non basta una sana alimentazione e un’attività fisica regolare, ma è necessario riuscire a dormire profondamente e in modo ininterrotto, secondo alcuni esperti tra 7 e 8 ore, anche se sul tempo necessario i parametri sono molto variabili da una persona all’altra.

Dormire bene non è una ‘fortuna’ che tutti hanno. Secondo le stime, la problematica del cattivo riposo notturno ha un’estensione globale che minaccia salute e qualità della vita del 45% della popolazione mondiale. Inoltre un recente studio di ricercatori svizzeri ha rivelato che dopo i 50 anni, un uomo su due e una donna su quattro si ritrovano a fare i conti con il russamento patologico e le apnee ostruttive del sonno, disturbi che nella maggior parte dei casi non vengono individuati precocemente.

Dormire bene è vitale

È ormai assodato che dormire bene fa vivere meglio. Il sonno – al quale dedichiamo in media un terzo della nostra vita – ha un ruolo essenziale sull’organismo umano e sulla salute, sin dalla nascita: stimola la crescita, la maturazione cerebrale, lo sviluppo e il mantenimento delle capacità cognitive. Innanzitutto si dorme per consentire al fisico e alla mente di recuperare energie dopo una giornata in piedi, a lavorare o compiere altre attività, e a prepararsi ad affrontare nuovi impegni diurni il giorno dopo.

Mentre l’organismo è in modalità di riposo, le connessioni neuronali si riorganizzano, consentendo all’uomo di adattarsi al suo ambiente. Il sonno è anche un attivatore di importanti funzioni che mettono in gioco numerosi meccanismi fisiologici, tra cui le secrezioni ormonali, la rigenerazione dei muscoli, l’eliminazione delle tossine, la stimolazione delle difese immunitarie e la memorizzazione di informazioni acquisite da svegli.

Le fasi del sonno

Il sonno non è continuativo, ma ad ogni fascia di età – dall’infanzia fino alla vecchiaia – si caratterizza da cicli che si ripetono ogni notte tra quattro e cinque volte. Ogni ciclo dura tra 90 e 120 minuti e si suddivide in fasi dette del sonno lento e quelle del sonno paradossale.

Il sonno lento comporta due stadi che corrispondono al sonno leggero: lo stadio N1, di transizione tra la veglia e il sonno durante il quale si ha la sensazione di sonnecchiare. Lo stadio N2 è quello del sonno confermato. Il sonno profondo corrisponde allo stadio N3 durante il quale è difficile risvegliare chi dorme. Il sonno rapido o paradossale, noto anche come REM (Rapid Eye Movement) corrisponde allo stadio R, durante il quale avvengono i sogni. Il sonno paradossale è una fase primordiale del sonno che ci consente di recuperare mentalmente mentre il sonno lento è fondamentale per il recupero fisico. La durata del sonno e la ripartizione delle varie fasi variano in base all’età.

Se dormire bene è vitale, studi hanno evidenziato che non abbiamo tutti bisogno della stessa durata di sonno per recuperare e attivare tutte le funzioni correlate. Leonardo da Vinci faceva solo pisolini mentre Winston Churchill arrivava al massimo a 4 ore di sonno. Barack Obama dorme 6 ore, Bill Gates 7 e a Silvio Berlusconi bastano poche ore per notte.

Ancor più del numero di ore in cui dormiamo è fondamentale la qualità del sonno.

Disturbi del sonno e problematiche del cattivo riposo

A disturbare le notti di molte persone, spesso senza accorgersene, è il russamento patologico e le apnee ostruttive che comportano gravi rischi cardiaci. “Russare non è sinonimo di dormire bene e diventa patologico se, mentre si dorme, l’ostruzione delle vie aeree superiori causa anche apnee del sonno, ossia arresti respiratori di oltre 10 secondi che possono arrivare, nei casi più gravi, a 40 apnee a notte con oltre 400 microrisvegli in 6-7 ore”, spiega Fabrizio Salamanca del Centro per la Diagnosi e la Cura della Roncopatia dell’Humanitas San Pio X di Milano.

In occasione della Giornata mondiale del Sonno, il centro milanese promuove l’iniziativa “Dormi bene, non dormirci su”, con l’Associazione italiana pazienti con apnee del sonno (Aipas). In programma visite gratuite per aiutare a riconoscere i principali sintomi dei disturbi del riposo notturno, consigli di prevenzione, trattamento e cura, con la possibilità di riconoscere e riconoscersi nei vari tipi di russamento grazie alla ‘snore experiencing room’, un’esperienza immersiva. 

A lungo andare chi non riposa bene durante la notte per queste patologie può trovarsi a fare i conti con una serie di conseguenze negative per la salute: diabete, ipertensione, patologie cardiache, aumento del peso e perdita del desiderio sessuale. Per non parlare poi delle ripercussioni negative sulla capacità lavorativa, del rischio aumentato di colpi di sonno al volante, con un più alto rischio di incidenti stradali, o infortuni sul lavoro.

I disturbi del sonno vanno curati e non sottovalutati

La terapia per chi soffre di russamento patologico dipende dalla gravità del problema. “Si va da consigli per il sonno fino alla chirurgia che, senza demolire tessuti o strutture anatomiche, risolve il cedimento dei muscoli oro-faringei, la principale causa di apnee ostruttive notturne”, riferisce Salamanca dell’Humanitas San Pio X di Milano.

Inoltre i disturbi del sonno non vanno presi sottogamba, anche tra giovani e sportivi, come rivela uno studio recentemente pubblicato su ‘ERJ Open Research’. Anche in queste due categorie il cattivo riposo può portare a problemi ancora più gravi. Dall’analisi della qualità del sonno in un campione di giovani atleti di rugby statunitensi, i ricercatori hanno osservato in quasi la metà di loro (43%) disturbi legati alla respirazione notturna, riscontrando inoltre in questi atleti una frequenza cardiaca a riposo più alta rispetto agli atleti che godevano di un sonno salutare, oltre che una maggiore tendenza a sperimentare battiti cardiaci irregolari. Dalle prime conclusioni dei ricercatori statunitensi emerge un possibile legame tra i disturbi della respirazione durante il sonno, come il russamento e le apnee, e anomalie cardiache. Un’associazione che potrebbe forse far comprendere qualcosa in più su alcuni decessi inspiegabili riguardanti alcuni giovani del mondo dello sport.

Vademecum della Buonanotte

Ecco allora dei consigli da tenere a mente per chi russa e vorrebbe dormire meglio: evitare cibi piccanti, alcool e fumo perché possono indurre il russamento e preferire una posizione prona o di lato invece che supina quando si va a dormire. Ma attenzione anche alla qualità e alla temperatura dell’aria della stanza da letto – attorno ai 19-20 °C – perché aria secca e temperature elevate possono causare gonfiore dei turbinati e peggiorare il russamento.

In generale una delle regole che vale per tutti per dormire meglio è quella di consumare una cena leggera. Cibi troppo pesanti, infatti, rendono la digestione difficoltosa in quanto ci si sveglia poi di continuo. Inoltre anche diete troppo drastiche o anche digiuni di sera mettono in seria crisi il riposo. Per dormire meglio un altro suggerimento è quello di evitare di fare il sonnellino pomeridiano o quanto meno non dormire più di 20 minuti. Dormire di giorno, infatti, molte volte crea problemi a prendere poi sonno la sera.

Tutti gli esperti, poi, consigliano nell’ora precedente al riposo notturno di limitare non solo l’esposizione alla luce ma anche l’utilizzo dello smartphone o del tablet. Questi ultimi, infatti, sono dei dispostivi nemici del sonno in quanto tengono il cervello sempre in attività. Per dormire meglio, poi, sarebbe buona abitudine anche non fumare. La nicotina, infatti, è una sostanza eccitante per cui stimola il sistema nervoso e la sera rende faticoso il sonno e soprattutto l’addormentamento. Se fumare crea problemi e non fa dormire bene anche bere alcolici provoca frequenti risvegli e aumenta la percentuale di sonno leggero. La raccomandazione è quindi quella di bere alcolici nelle quattro ore antecedenti al momento in cui ci si vuole coricare.

Infine, l’ultimo suggerimento è quello di bere caffè nelle sei ore precedenti al sonno in quanto, come si sa, la caffeina è uno stimolante del sistema nervoso. Si dovrà anche fare attenzione ad alimenti nei quali la caffeina è presente come il cacao, il tè ed il cioccolato nonché a bevande gassate come la Coca Cola e a quelle energetiche.

Una camera da letto che concili il sonno

Dormire bene è vitale quindi anche la camera da letto come ambiente è un luogo da curare nei minimi dettagli: deve essere confortevole, accogliente, del colore giusto, dare un senso di equilibrio tra arredi e complementi. Tutte accortezze che possono giocare un ruolo decisivo per un buon sonno ristoratore.

‘Habitissimo’, il portale che mette in contatto persone che hanno bisogno di una ristrutturazione o riparazione con professionisti del settore, dà qualche consiglio pratico e di facile esecuzione.

In camera da letto la luce deve essere calda e soffusa: sì dunque a tendaggi dai tessuti lievi per garantire la giusta privacy senza impedire il passaggio dei rinvigorenti raggi solari. Anche per la luce artificiale è consigliabile preferire la luce indiretta per non stancare lo sguardo e non disturbare il riposo, optando per più punti luce all’interno della stanza in modo da poterli gestire di volta in volta a seconda delle necessità.

Per quanto riguarda i colori, gli esperti suggeriscono morbidi colori pastello o colori freddi: le tonalità che vanno dal blu al viola, dal verde al turchese sono l’ideale per donare vero relax in camera da letto, perché ispirano calma e rallentano la frequenza cardiaca. Una recente ricerca ha dimostrato che chi sceglie i colori freddi – il blu in particolare – dorme di più e meglio, svegliandosi con una sensazione di felicità e positività. Riscuote anche un certo successo una stanza che ricalca lo spirito nordico, con tonalità neutre, tessuti naturali, caldo legno per il pavimento, tocchi pastello qua e là per regalare lunghi periodi di perfetto riposo.

Sfatato il mito che le piante in camera da letto fanno male, quindi via libera degli esperti al verde in camera. Le piante aiutano a creare un ambiente rilassato e a prevenire l’insonnia. Se è vero che di notte consumano ossigeno e producono anidride carbonica, tuttavia la quantità consumata e prodotta da una singola pianta è tutto sommato trascurabile. Non tutte le piante poi seguono questo processo: alcune, come la Sansevieria o la Zamioculcas, al contrario assorbono anidride carbonica nelle ore notturne, apportando notevoli benefici.

Niente di meglio di una camera con vista sul verde, per creare un continuum visivo tra il paesaggio esterno e la propria stanza da letto. Chi vive in contesti immersi nel verde e non ha vicini di casa dovrebbe pensare a non mettere tende per consentire al paesaggio di ‘entrare’ direttamente nella camera, offrendo un risveglio in simbiosi con la natura.