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AGI – L’uso delle sigarette elettroniche non aiuta a smettere di fumare, ma provoca ricadute frequenti. A dichiararlo, uno studio condotto dall’Università della California San Diego e dall’UC San Diego Moores Cancer Center, pubblicato su JAMA Network.

La ricerca va in direzione contraria alle dichiarazioni di molti centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie che evidenziano i benefici del passaggio allo svapo di sigarette elettroniche per ridurre o smettere di fumare.

“I nostri risultati suggeriscono che le persone che hanno smesso di fumare e sono passate alle sigarette elettroniche hanno aumentato il rischio di una ricaduta al fumo nell’anno successivo di 8,5 punti percentuali rispetto a coloro che hanno smesso di usare tutti i prodotti del tabacco”, ha affermato il primo autore John P. Pierce, della Herbert Wertheim School of Public Health e UC San Diego Moores Cancer Center.

Ai fini dello studio, i ricercatori hanno utilizzato i dati dello studio longitudinale PATH (Population Assessment of Tobacco and Health) rappresentativo a livello nazionale, condotto dal National Institute on Drug Abuse (NIDA) e dal FDA Center for Tobacco Products.

Inoltre, i ricercatori hanno eseguito due indagini su 13.604 fumatori tra il 2013 e il 2015 per esplorare i cambiamenti nell’uso di 12 prodotti del tabacco. Al follow-up a un anno, il 9,4% dei fumatori aveva smesso e di questi il 62,9% è rimasto senza tabacco, mentre il 37,1% era passato a un’altra forma di consumo di tabacco. Di questi, il 22,8% ha iniziato a usare le sigarette elettroniche.

Al secondo follow-up annuale, gli autori hanno confrontato gli ex fumatori che erano senza tabacco con quelli che erano passati alle sigarette elettroniche o ad altri prodotti del tabacco. Gli individui che sono passati a qualsiasi altra forma di consumo di tabacco, comprese le sigarette elettroniche, avevano maggiori probabilità di ricaduta rispetto agli ex fumatori che avevano smesso di fumare, per un totale di 8,5 punti percentuali.

Tra i recenti ex fumatori che si sono astenuti da tutti i prodotti del tabacco, il 50% ha smesso di fumare per 12 o più mesi al secondo follow-up e si è ritenuto che avesse smesso con successo di fumare; questo rispetto al 41,5% dei recenti ex fumatori che sono passati a qualsiasi altra forma di consumo di tabacco, comprese le sigarette elettroniche.

Secondo lo studio, le persone che cambiavano avevano maggiori probabilità di ricadere nel fumo, ma avevano anche maggiori probabilità di tentare di smettere di nuovo e di smettere di fumare per almeno tre mesi al secondo follow-up.

È necessario un ulteriore sondaggio di follow-up per identificare se questi risultati danno nuove informazioni sulle abitudini dei fumatori oppure sono un passaggio intermedio verso lo smettere di fumare definitivamente, hanno affermato i ricercatori.

AGI – L’organo cerebrale umano è associato a una firma unica che cambia costantemente nel tempo e puo’ essere rilevata in meno di due minuti. Questo affascinante risultato emerge da uno studio, pubblicato sulla rivista Science Advances, condotto dagli scienziati della Swiss National Science Foundation (SNSF) e della Scuola Politecnica Federale di Losanna. Il team, guidato da Enrico Amico, ha esaminato le reti e le connessioni all’interno del cervello, in particolare i collegamenti tra le varie aree, allo scopo di ottenere informazioni sui meccanismi alla base delle funzioni cerebrali. “Abbiamo utilizzato le scansioni a risonanza magnetica – spiega l’autore – misurando l’attività cerebrale in un determinato periodo di tempo”. Il gruppo di ricerca ha generato grafici e matrici per rappresentare la variazione dell’attività cerebrale dei partecipanti, tramite una mappa, chiamata connettoma, in grado di ricostruire la rete neurale.

“I connettomi – continua Amico – cambiano in base all’attività svolta e alle parti del cervello coinvolte. Già da qualche anno è stato dimostrato che questi schemi possono essere associati in modo relativamente semplice a un determinato individuo, noi abbiamo cercato di stabilire il tempo minimo necessario per questa scansione”. Stando ai risultati degli scienziati, basta un minuto e 40 secondi per riconoscere la firma cerebrale e rilevare dati utili.

“Le informazioni necessarie per l’elaborazione di un’impronta digitale cerebrale – sottolinea Amico – possono essere ottenute in tempi molto brevi. Il prossimo step sarà quello di confrontare le impronte digitali cerebrali dei pazienti sani con quelle di persone con morbo di Alzheimer. Sulla base delle scoperte iniziali, direi che le caratteristiche che rendono unica un’impronta digitale cerebrale scompaiano costantemente con il progredire della malattia, è come se una persona con demenza iniziasse a perdere la sua identità cerebrale”.

“Il nostro lavoro – conclude Amico – rappresenta un piccolo passo verso la comprensione di ciò che rende unico il nostro cervello. Il ritorno pratico delle informazioni che scopriremo è praticamente illimitato. Siamo davvero entusiasti di questi risultati preliminari e affascinati dalle prospettive future”. 

AGI – L’aria inquinata uccide. Secondo l’OMS, ogni anno nel mondo sono almeno 4,2 milioni i decessi (per ictus, infarto, BPCO e tumore del polmone) attribuibili all’inquinamento dell’aria.

E se è abbastanza intuitivo che la riduzione dell’aspettativa di vita possa essere legata ad un aumento di malattie dell’apparato respiratorio, meno chiari sono i meccanismi che legano l’inquinamento atmosferico alle patologie cardiovascolari, e in particolare al rischio di infarto miocardico e di arresto cardiaco.

Ma uno studio appena pubblicato su JACC Cardiovascular Imaging dalla cardiologia della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS ha individuato alcuni di questi meccanismi causali. In particolare è stata evidenziata un’associazione tra i livelli di esposizione alle polveri fini (PM2,5) e la presenza di placche aterosclerotiche più infiammate ed aggressive, cioè pronte a causare un infarto per rottura di placca, il peggiore tra i vari meccanismi che portano all’infarto.

“La nostra ricerca – spiega il primo autore dello studio, il dottor Rocco A. Montone, cardiologo interventista e di terapia intensiva cardiologica, presso la Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS – ha preso in esame 126 pazienti con infarto miocardico, sottoposti ad Optical Coherence Tomography (OCT), un’indagine con uno speciale microscopio che permette di visualizzare le placche coronariche direttamente dall’interno dei vasi”.

Le caratteristiche delle placche rilevate all’OCT, sono state quindi correlate con la precedente esposizione, per un periodo di almeno due anni, a vari inquinanti ambientali (PM2,5, PM10, monossido di carbonio), desunti dai dati delle centraline di rilevamento della qualità dell’aria, poste in prossimità della residenza dei pazienti. 
 “Questo studio – prosegue il dottor Montone – ha dimostrato per la prima volta che i pazienti che respirano a lungo aria inquinata, in particolare il particolato fine, che penetra in profondità nei polmoni (PM2,5) soprattutto respirando dalla bocca, presentano placche aterosclerotiche coronariche più ‘aggressive’ e prone alla rottura (sono più ricche di colesterolo e hanno un cappuccio fibroso più sottile).

E infatti, nelle persone esposte ad elevati livelli di PM2,5, il fattore scatenante dell’infarto, risulta essere più spesso la rottura della placca aterosclerotica; le loro placche appaiono più ‘infiammate’ (cioè infiltrate da macrofagi) ed è presente anche un maggior livello di infiammazione sistemica, testimoniato dall’aumento dei livelli di proteina C reattiva (PCR) nel sangue”.

Questo studio, osservazionale e preliminare, rappresenta la prima indagine condotta ‘in vivo’ nell’uomo ad aver individuato un nesso patogenetico tra esposizione a lungo termine all’inquinamento ambientale e meccanismi di vulnerabilità e instabilità della placca coronarica, nei pazienti con infarto miocardico acuto.

“L’importanza di questi risultati è duplice – commenta il dottor Montone – da una parte ribadiscono l’importanza di adottare comportamenti individuali e politiche volte a contenere l’inquinamento dell’aria; dall’altra, una migliore comprensione dei meccanismi patogenetici alla base degli infarti correlati all’esposizione all’aria inquinata, potrebbe aprire la strada a terapie mirate, volte a minimizzare gli effetti negativi dell’inquinamento.

“Negli ultimi anni – commenta il professor Filippo Crea, Direttore UOC di Cardiologia della Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS, Ordinario di Malattie dell’apparato cardiovascolare all’Università Cattolica ed editor in chief di European Heart Journal – diversi studi hanno suggerito che l’inquinamento ambientale contribuisca ad aumentare il rischio di eventi cardiovascolari. La nostra ricerca ci permette di compiere un passo in avanti nella comprensione dei meccanismi patogenetici che legano l’inquinamento ambientale all’aumentato rischio di infarto miocardico. In particolare, il nostro lavoro dimostra che un ruolo cruciale è svolto ancora una volta da un’aumentata risposta infiammatoria sia a livello di placca coronarica, che sistemica”.

AGI – Si apre ufficialmente in Italia la stagione influenzale, per la quale c’è molta attesa sui numeri dell’epidemia dopo la sostanziale sparizione del virus lo scorso inverno. L’Istituto Superiore di Sanità riferisce che sono stati identificati due casi sporadici di influenza di tipo A/H3 nel Nord del nostro Paese in due bambini.

Come da protocollo operativo della rete di sorveglianza InfluNet & CovidNet per la stagione 2021-2022, la sorveglianza virologica sarà effettuata a partire dalla 46a settimana 2021, che inizia lunedì 18 ottobre. Queste le caratteristiche dei casi isolati: un caso di virus influenzale A/H3 identificato a Varese e confermato presso l’Università di Milano in un bambino con sintomatologia influenzale; un caso di virus influenzale A/H3 identificato presso l’Ospedale Amedeo di Savoia di Torino in un bambino con un quadro di polmonite.

Sono in corso le conferme virologiche da parte del laboratorio di riferimento nazionale dell’ISS sul secondo caso identificato a Torino. La vaccinazione antinfluenzale, ricorda l’Iss, è il mezzo più efficace e sicuro per prevenire la malattia e ridurne le complicanze.

Il periodo indicato per la vaccinazione antinfluenzale è quello autunnale a partire dal mese di ottobre. Intanto, come detto, partono il 18 ottobre le attività stagionali del sistema nazionale di sorveglianza integrata dell’influenza InfluNet, secondo quanto stabilito dal “Protocollo operativo InfluNet & CovidNet”.

Il documento fissa, come ogni anno, l’inizio e la fine della rilevazione epidemiologica rispettivamente alla 42sima settimana del 2021 e alla 17sima settimana del 2022. Per quanto riguarda le attivita’ di monitoraggio virologico, l’inizio è previsto per la 46sima settimana del 2021 (15 novembre 2021) e si protrarranno fino alla 17sima settimana del 2022. L’analisi dei dati sarà effettuata dall’Iss. 

L’influenza è potente quando trova degli organismi non pronti a difendersi. Quest’anno sarà più grave perché da due anni non abbiamo modo di entrare in contatto con l’influenza”. Risponde così il virologo Matteo Bassetti alla domana posta nel corso del format “I Lunatici” su Rai Radio2.

Su di noi l’influenza fa male – spiega – perché per due anni i nostri anticorpi non l’hanno vista e non avendola vista non si sono rafforzati. Attenzione, quando arrivera’. Bisogna mettere in atto anche qui una importante campagna vaccinale. Il vaccino ci aiuta a difenderci meglio dall’influenza in un caso su due”. 

Articolo aggiornato alle ore 14,00

AGI – Le persone vaccinate con il monodose Johnson & Johnson possono avere benefici da una dose di richiamo di Pfizer o Moderna. È quanto emerge dai risultati preliminari di uno studio statunitense finanziato dal National Institutes of Health (NIH) e atteso con impazienza negli Stati Uniti perché ha preso in esame la possibilità di “mischiare” i vaccini – utilizzando un vaccino diverso rispetto alle dosi iniziali per la vaccinazione di richiamo – una procedura è attualmente non consentita nel Paese.

Lo studio è stato condotto su 458 adulti vaccinati con uno dei tre sieri approvati negli Stati Uniti (Pfizer, Moderna o J&J) da almeno 12 settimane.  Questi tre gruppi sono stati divisi ciascuno in tre nuovi gruppi ai quali è stato somministrato uno dei vaccini disponibili come richiamo. I nove gruppi erano composti da circa 50 persone ciascuno. I ricercatori hanno quindi analizzato i livelli di anticorpi 15 giorni dopo l’iniezione di richiamo.

Per le persone originariamente inoculate con J&J, i livelli di anticorpi erano quattro volte più alti dopo un richiamo J&J, 35 volte più alti dopo un richiamo Pfizer e 76 volte più alti dopo un richiamo Moderna.

E i livelli di anticorpi per coloro che avevano originariamente ricevuto le dosi di Moderna erano più alti “indipendentemente dal vaccino di richiamo somministrato”, rispetto a quelli che avevano inizialmente ricevuto Pfizer o J&J, afferma lo studio.
Inoltre, “non sono stati identificati problemi di sicurezza” dopo la somministrazione di dosi di richiamo.

Lo studio, che non è ancora stato sottoposto a revisione paritaria, presenta tuttavia diversi limiti: il numero di partecipanti era limitato e la risposta immunitaria potrebbe evolvere nel tempo, oltre i 15 giorni osservati durante lo studio.

Lo studio potrebbe alimentare il dibattito nel comitato di esperti della Food and Drug Administration (FDA) statunitense, che dovrebbe prendere in considerazione le richieste di una dose di richiamo da Moderna e J&J rispettivamente giovedì e venerdì.

Un richiamo di Pfizer è già stato approvato negli Stati Uniti per alcune popolazioni, come le persone di età pari o superiore a 65 anni, gli adulti sensibili e coloro che svolgono lavori in cui sono frequentemente esposti al coronavirus.

AGI – È quasi un nuovo Eldorado, quello dei tamponi anti-Covid. Il prezzo del test è calmierato a 8 euro per i minori di 18 anni e a 22 euro dai 18 anni in su, ma nelle strutture private va incontro a escursioni notevoli: dai 30 euro di Palermo ai 95-140 e oltre di Milano. In mezzo, ad esempio, c’è Firenze, dove – pur restando nello stesso circuito di strutture sanitarie – si pagano 65 euro.

Tolti i ‘picchi’ in alto o in basso, il prezzo medio di un tampone nelle strutture private è di 50 euro. Ma è il costo di oggi, 12 ottobre, quando l’obbligo di green pass sui luoghi di lavoro non è ancora scattato. Cosa faranno le leggi della domanda e dell’offerta da lunedì-martedì della prossima settimana lo si può immaginare ma non pronosticare con certezza.

Il ricorso alle strutture private rischia di essere inevitabile. Fino a oggi in Italia vengono fatti circa tra 1,6 e 1,9 milioni di tamponi a settimana negli ospedali, nei ‘drive-in’ e nelle strutture prevalentemente pubbliche o, come nel caso delle farmacie, a prezzi controllati. 

Le stime che ieri hanno fatto lanciare l’allarme da parte delle regioni parlano di circa 2 milioni di lavoratori non vaccinati che dovranno fare un tampone ogni 48 ore. Un totale di 6 milioni di test che si aggiungono ai circa due milioni di tamponi da analizzare dell’attuale ‘normalità’. 

Il governatore del Veneto, Luca Zaia, ha stimato che ai circa 60-70 mila tamponi quotidiani si dovrebbero aggiungere, tre volte a settimana, quelli di oltre 300 mila lavoratori non vaccinati. E il sistema pubblico regionale non è in grado di sostenere questo carico.

AGI – Le vaccinazioni contro la polio in calo di un punto. Quelle contro il morbillo del 2,7%, e contro la varicella dell’1,1%. Sono in calo nel 2020 le coperture vaccinali per l’infanzia e l’adolescenza che fissano valori ben al di sotto dell’immunità di gregge per diverse patologie importanti.

I dati diffusi dal ministero della Salute indicano che la copertura nazionale a 24 mesi (relativa ai bambini nati nel 2018) nei confronti della polio (usata come proxy per le vaccinazioni contenute nell’esavalente) scende al 94,02% diminuendo di quasi un punto percentuale rispetto al 2019.

Le regioni che superano il 95% sono passate da 14 nel 2019 a 9 nel 2020. Altre 2 regioni hanno valori superiori al 94%. Due regioni hanno una copertura inferiore al 90%. La tendenza è in peggioramento anche nel caso della copertura per la prima dose di vaccino contro il morbillo, pari al 91,79% nel 2020, con una diminuzione del 2,7% rispetto all’anno precedente.

Le regioni che superano il 95% sono 3 mentre 4 hanno una copertura inferiore al 90%. Si osserva una diminuzione anche delle coperture per varicella pari all’89,36% nel 2020 con una diminuzione dell’1,14% rispetto al 2019, e meningococco B (-2,68%: 66,30% nel 2020 vs 68,98% nel 2019).

Diminuiscono anche le coperture nei confronti della vaccinazione anti-pneumococcica (-1,42%: 90,58 nel 2020 vs 92,00% nel 2019). Salgono invece le vaccinazioni per rotavirus: +36,65%: 62,80% nel 2020 vs 26,15% nel 2019, infatti questa vaccinazione è stata introdotta in tutti i nuovi nati a partire dalla coorte 2018.

Il trend generale negativo, rileva il ministero, è confermato anche dalle coperture vaccinali nazionali a 36 mesi (relative ai bambini nati nell’anno 2017). Riguardo alle vaccinazioni in età pre-scolare, generalmente somministrate a 5-6 anni (relative ai bambini nati nell’anno 2013), si registra una diminuzione del 2,7% per la quarta dose di anti-polio (85,92% nel 2020 vs 88,62% nel 2019) e dell’1,76% per la seconda dose (ciclo completo) di anti-morbillo (85,82% nel 2020 vs 87,58% nel 2019).

Per le vaccinazioni eseguite entro gli 8 anni (relative ai bambini nati nell’anno 2012) si registra un aumento dello 0,96% per quanto riguarda il morbillo (seconda dose) raggiungendo l’88,54% (rispetto al dato registrato al 31 dicembre 2019 nella stessa coorte) mentre l’aumento della copertura nei confronti della polio (quarta dose) è più contenuto, pari allo 0,14% arrivando all’88,76%; riguardo alle coperture per le vaccinazioni effettuate nell’adolescenza, la rilevazione è stata fatta su due coorti: i sedicenni (coorte 2004) e i diciottenni (coorte 2002).

Soprattutto in questa fascia d’età si conferma un notevole peggioramento delle coperture vaccinali, in contrasto con la tendenza al miglioramento che si era riscontrata negli ultimi anni per quanto riguarda l’anti-difterica (quinta dose) che nei sedicenni diminuisce dello 8,38% (62,49% nel 2020 vs 70,87% nel 2019) mentre l’antimorbillo (seconda dose) cresce lievemente (+0,19 %: 89,81% nel 2020 vs 89,62% nel 2019); nei diciottenni si osserva una lievissima diminuzione (0,11%) per anti-difterica mentre una crescita del 3,43% per la seconda dose di anti-morbillo.

Come negli anni precedenti, anche nel 2020 si osservano differenze tra le regioni. In particolare, la copertura a 24 mesi contro la polio è superiore al 95% in 9 Regioni/Province autonome (Valle d’Aosta, PA Trento, Emilia Romagna, Toscana, Umbria, Lazio, Molise, Campania, Sardegna), con 2 Regioni con valori superiori al 94% (Piemonte e Lombardia). Valori inferiori al 90% sono stati registrati nella P.A. di Bolzano (80,83%) e in Sicilia (89,19). La copertura vaccinale per morbillo a 24 mesi mostra un intervallo molto ampio (dal 43,43% della Basilicata al 95,67 della Toscana).

Nel 2020 solo Lazio, Toscana e PA Trento hanno raggiunto una copertura superiore al 95%, raccomandata dall’OMS, mentre 4 regioni/PA (Bolzano, Abruzzo, Basilicata e Calabria) hanno registrato valori inferiori all’80%. E’ da sottolineare l’aumento della copertura vaccinale per rotavirus, che, col PNPV 2017-2019 è stata introdotta in tutti i nuovi nati a partire dalla coorte 2018 e offerta gratuitamente. L’obiettivo di raggiungere una CV 95% appare lontano. Tuttavia, si sottolinea che questa vaccinazione e’ quella piu’ sensibile ai problemi organizzativi, poiche’ il ciclo vaccinale di questi vaccini deve essere completato entro le 24 o le 32 settimane di età, a seconda del tipo di vaccino impiegato.

AGI – L’Organizzazione mondiale della sanità ha approvato il vaccino contro la malaria per i bambini, il primo contro la malattia trasmessa dalle zanzare e che uccide più di 400mila persone ogni anno. “È un momento storico: il tanto atteso vaccino contro la malaria per i bambini è una svolta per la scienza, la salute dei bambini e la lotta contro la malaria”, ha affermato in una nota il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus.

“L’utilizzo di questo vaccino in aggiunta agli strumenti esistenti per prevenire la malaria potrebbe salvare decine di migliaia di vite di bambini ogni anno”. Il vaccino, battezzato RTS,S, si è dimostrato efficace sei anni fa; ora, dopo il successo dei programmi pilota di immunizzazione in Ghana, Kenya e Malawi, l’Oms invita a distribuirlo nell’Africa subsahariana e nelle altre regioni dove la trasmissione della malaria è da moderata a elevata.

A child dies from #malaria every two minutes.
One death is one too many.

Today, WHO recommends RTS,S, a groundbreaking malaria vaccine, to reduce child illness & deaths in areas with moderate and high malaria transmission https://t.co/xSk58nTIV1#VaccinesWork pic.twitter.com/mSECLtRhQs

— World Health Organization (WHO) (@WHO)
October 6, 2021

Il vaccino costituisce una pietra miliare storica tanto dal punto di vista scientifico che umano, poiché è il primo messo a punto da una piattaforma di scienziati africani e perché previene una malattia che causa il 94% delle sue vittime nell’Africa subsahariana; inoltre ha la particolarità di essere il primo sviluppato contro un parassita nell’uomo.

AGI – Via libera del ministero della Salute alla somministrazione concomitante del vaccino per il Covid e di quello per l’influenza. Lo prevede una circolare a firma del direttore generale della Prevenzione Gianni Rezza, che allega un documento congiunto di Css, Iss e Aifa.

“In considerazione dell’avvicinarsi della campagna di vaccinazione anti-influenzale – si legge nel documento – è possibile che alcune categorie di soggetti per le quali la vaccinazione antinfluenzale stagionale è raccomandata e offerta attivamente e gratuitamente siano allo stesso tempo eleggibili per la vaccinazione antiSARS-CoV-2/COVID-19 (ad esempio gruppi target della dose addizionale o booster, persone over 60 non ancora vaccinate, ecc). Sebbene nelle schede tecniche dei vaccini anti-SARS-CoV-2/COVID-19 autorizzati da EMA non siano presenti, a oggi, indicazioni relative alla loro somministrazione concomitante con altri vaccini, tenuto conto delle attuali indicazioni espresse dalle principali autorità di Sanità Pubblica internazionali e relativi Comitati Consultivi e dei dati preliminari relativi alla co-somministrazione di vaccini anti-SARS-CoV-2/COVID-19 con vaccini antinfluenzali, sarà possibile programmare la somministrazione dei due vaccini, nel rispetto delle norme di buona pratica vaccinale, nella medesima seduta vaccinale, fermo restando che una eventuale mancanza di disponibilità di uno dei due vaccini non venga utilizzata come motivo per procrastinare la somministrazione dell’altro”.

Sarà possibile inoltre “effettuare la somministrazione concomitante (o a qualsiasi distanza di tempo, prima o dopo), di un vaccino anti-SARS-CoV-2/COVID-19 utilizzato in Italia e un altro vaccino del Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale, con l’eccezione dei vaccini vivi attenuati, per i quali puo’ essere considerata valida una distanza minima precauzionale di 14 giorni prima o dopo la somministrazione del vaccino anti SARS-CoV-2”. 

AGI – Il molnupiravir, pillola antivirale prodotta da Merck, dimezza il rischio di ricovero e morte nei pazienti affetti da Covid-19. Lo comunica la casa farmaceutica americana, la quale ha annunciato che chiederà alla Food and Drugs Administration statunitense che il farmaco venga autorizzato.

Merck ha fatto sapere di aver concluso la fase 3 di uno studio clinico, dopo che un’analisi ad interim aveva mostrato che il 7,3% dei pazienti che avevano ricevuto il farmaco erano morti, mentre tra coloro che avevano ricevuto un placebo il tasso di decessi è risultato pari al 14,1%.

Un’analisi dei dati su 775 pazienti, fa sapere ancora Merck, ha mostrato che nessuno dei soggetti che aveva ricevuto il molnupiravir era morto durante i primi 29 giorni dello studio, a fronte di 8 decessi tra chi aveva assunto un placebo.

Se il farmaco venisse approvato, diventerebbe il primo del suo genere. La pillola va assunta due volte al giorno per cinque giorni da chi si è visto diagnosticare di recente il Covid-19. Merck ha riferito che chiederà l’autorizzazione di emergenza in Usa entro le prossime due settimane per poi domandarla in altri Paesi.

Il farmaco, fa sapere l’azienda, ha dimostrato una “efficacia consistente” nei confronti di numerose varianti del nuovo coronavirus, compresa la variante Delta. Tutti i pazienti coinvolti nello studio presentavano almeno un fattore di rischio, come il diabete, l’obesità o l’età avanzata.

“Essendo il primo antivirale orale che mostra un beneficio nei pazienti di diagnosi recente, è piuttosto notevole”, ha commentato Nick Kartsonis, vicepresidente della ricerca clinica di Merck, “è chiaramente un importante punto di svolta nell’evoluzione della nostra lotta contro il Covid-19”.

Merck prevede di produrre 10 milioni di cicli di trattamento entro la fine dell’anno. Il governo degli Stati Uniti ha firmato un accordo per ottenerne circa 1,7 milioni. L’antivirale è stato prodotto in partnership con la Ridgeback Biotherapeutics, una compagnia di Miami a conduzione familiare. Finora gli unici trattamenti disponibili per curare il Covid-19 erano gli anticorpi monoclonali prodotti da Regeneron, Eli Lilly e GlaxoSmithKline, che vengono somministrati per via intravenosa.

L’avvento di una pillola antivirale è considerato dagli esperti una tappa fondamentale nella lotta per porre fine alla pandemia. La necessità che il farmaco, per essere efficace, preveda che il Covid-19 sia stato diagnosticato di recente pone nondimeno una sfida alle autorità sanitarie. Un precedente test svolto su pazienti ricoverati aveva infatti avuto risultati deludenti.