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Oltre sette milioni di morti ogni anno. È il drammatico dato delle vittime dell'inquinamento, secondo l'Oms, che fotografa una situazione ormai al limite. L'allarme sui rischi dei cambiamenti climatici viene rilanciato al convegno promosso a Roma dall'Istituto Superiore di Sanità, da oggi al 5 dicembre, che varerà una Carta Internazionale firmata dai più importanti esperti su salute e clima alla presenza di oltre 500 ricercatori provenienti da più di 30 Paesi, nel corso del primo Simposio Internazionale Health and Climate Change.

Sempre più caldo, sempre più gelo, sempre più alluvioni

Gli scenari futuri prevedono che un aumento della popolazione mondiale a 8 miliardi di persone entro il 2030 potrebbe comportare gravi carenze di cibo, acqua ed energia e di conseguenza ci potrebbero essere forti ripercussioni sulla salute e sulla disponibilità di risorse. La perdita dei servizi forniti dagli ecosistemi naturali comporterà la necessità di trovare alternative dispendiose.

In tutto il Sud Europa, Italia inclusa, ricorda l'Iss, i cambiamenti climatici stanno causando un aumento degli eventi meteorologici estremi come ondate di calore, piogge intense e allagamenti costieri, una espansione di nuove specie di vettori di malattia e sono associati ad un peggioramento della qualità dell’aria e al rischio incendi aggravato dalla siccità.

Un’Italia torrida e fragile

Secondo le stime più recenti in Italia entro il 2100 i giorni di ondata di calore aumenteranno in modo esponenziale, da 75 fino a 250 giorni all’anno, secondo i due scenari estremi di più basse e più alte emissioni di gas serra. Il “profilo italiano” sul clima che cambia e il suo impatto sulla salute mette in evidenza come l’Italia, per la sua posizione geografica, per l’estensione longitudinale, le sue caratteristiche orografiche e idrografiche, l’estrema eterogeneità meteo-climatica, lo stato diffuso di inquinamenti post-industriali, unito a una vulnerabilità idro-geologica e sismica, è un vero e proprio laboratorio di ricerca sull’impatto del cambiamento climatico sulla salute. Mostra in modo chiaro e inequivocabile come siano necessarie, per tutelare la salute umana, azioni specifiche di prevenzione, politiche e strategie nazionali di mitigazione e di adattamento ai cambiamenti climatici in atto.

Città trappole mortali

Secondo l’OMS, come detto, sette milioni di persone ogni anno muoiono prematuramente di malattie non trasmissibili a causa dell’inquinamento. Molti contaminanti atmosferici danneggiamo anche il clima. L’Oms ritiene che, diminuendo il livello di un particolare tipo di inquinante (conosciuto come PM10), si potrebbe ridurre la mortalità nelle città inquinate del 15% l’anno.

L’OMS denuncia che solo il 12% delle grandi città rispetta i valori guida per la qualità dell’aria e pertanto raccomanda un intervento urgente di riduzione dell’inquinamento urbano. Un effetto potenzialmente associato al surriscaldamento globale dovuto all’emissione di agenti inquinanti è la maggior facilità di diffusione delle malattie, favorite anche dall’aumento, grazie alle condizioni climatiche, di molti insetti vettori.

Aumentano anche le malattie infettive

In Europa, per esempio, si prevede l’aumento della diffusione della zanzara tigre e con essa le patologie che la puntura di questo insetto comporta. Inoltre già nel 2010 l’Iss ha analizzato i numeri di casi per malattie trasmesse da agenti legati in modo diretto o indiretto all’acqua, pubblicati nella banca dati del Ministero relativi ad alcune malattie nel periodo 2003/2009, e si è visto, correlandoli ai dati presenti nel database delle alluvioni che l’incidenza di alcune patologie infettive (Epatite A, legionellosi, Malattie infettive) era incrementata in alcune regioni dove si erano verificati importanti eventi alluvionali.

In Italia, stima il CNR, dal 2010 ad oggi 45mila persone sono state evacuate a causa di eventi meteo estremi o a questi legati. Non solo: i ricercatori del MIT hanno osservato come, a fronte del generale aumento di un grado centigrado, le patologie psicologiche di media entità sono salite del 2%. Le malattie rilevate includono: depressione, stati di ansia, insonnia, paure, malesseri psichici generalizzati.

I minori sono i più esposti

I bambini piccoli sono ovviamente più vulnerabili rispetto ai cambiamenti climatici perché alcuni organi e apparati come per esempio l’apparato respiratorio o il sistema di termoregolazione sono ancora in via di sviluppo e perché è, in generale, ancora in corso lo sviluppo fisico, mentale e cognitivo. Inoltre i bambini hanno, rispetto agli adulti, una maggiore esposizione per unità di peso corporeo, ed è quindi più probabile che, a parità di esposizione, per loro vengano superate le dosi soglia di rischio. Secondo l’OMS nel mondo circa il 50% dei decessi in età pediatrica è causato da diarrea, malaria e infezioni delle basse vie respiratorie, tutti fattori di rischio associati ai cambiamenti climatici.

In Italia uno studio che ha valutato gli effetti del caldo sui ricoveri ospedalieri in bambini residenti in 12 aree ha evidenziato un significativo incremento del 12% nei ricoveri pediatrici per cause respiratorie, associato ad una variazione della temperatura giornaliera (pari in media a un incremento di circa 4 gradi).

Lo scienziato cinese che ha suscitato forti critiche per la nascita di due gemelle con Dna alterato, ha annunciato una sospensione degli esperimenti. "Devo presentare le mie scuse per la diffusione inaspettata dei risultati", ha affermato He Jiankui, alla platea di una conferenza a Hong Kong, sottolineando che "la sperimentazione clinica è stata messa in pausa a causa della situazione attuale".

Intanto "un'altra potenziale gravidanza" realizzata con embrioni dai geni alterati è nella sua fase iniziale, ha detto He, citato da Bbc e Bloomberg. 

He Jiankui si è scusato per la divulgazione della scoperta ma ha difeso il proprio progetto. Parlando allo Human Genome Editing Summit, la conferenza che si tiene a Hong Kong sulle alterazioni del Dna, lo scienziato ha rivelato che lo "studio è stato sottoposto a una rivista scientifica per la revisione", senza specificare quale rivista, e ha confermato che la Southern University of Science and Technology di Shenzhen, nel sud-est della Cina, presso cui lavorava fino a febbraio scorso prima dell'inizio del periodo di congedo non pagato, non era al corrente dello studio che stava conducendo.

He ha poi difeso la sua ricerca, di cui si è detto "fiero", e che ritiene possa proteggere le due bambine, Lulu e Nana, secondo i nomi di fantasia date a loro, dal contrarre il virus dell'Hiv, che provoca l'Aids. Lo scienziato cinese ha spiegato in un video la metodologia, noto in campo medico come Crispr-Cas9 per l'alterazione del Dna, che ha attirato molte critiche da parte degli stessi scienziati cinesi, 122 dei quali hanno denunciato la mossa di He come l'apertura di un "vaso di Pandora" da richiudere "prima che sia troppo tardi".

Sulle affermazioni del ricercatore di Shenzhen hanno aperto inchieste anche la Commissione Nazionale per la Sanità cinese e il ministero della Scienza e della Tecnologia cinese: il vice ministro, Xu Nanping, si è detto "scioccato" ieri dalle affermazioni del professore associato, ribadendo che esperimenti di questo tipo sono vietati in Cina dal 2003.

 

L’incidenza delle malattie infiammatorie croniche dell’intestino è in netto aumento. E si espande, per condizioni non ancora scientificamente certe, non solo nei Paesi storicamente interessati, come Europa e Nord America, ma soprattutto nei nuovi Paesi sviluppati. Un'emergenza che non trova riscontro, al momento, in un'adeguata assistenza nei confronti del paziente, tra terapie non adeguate, notevole impatto sulla qualità di vita e costi sempre maggiori per la spesa pubblica. Per cercare di far fronte a questo gap divulgativo e scientifico, si terrà da giovedì 29 novembre sino al 1 dicembre a Firenze, presso il Convitto della Calza, il IX Congresso Nazionale IG-IBD (Italian Group for the study of Inflammatory Bowel Disease, ossia Gruppo Italiano per lo studio delle Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali), organizzato dalla società scientifica IG-IBD.

La malattia delle economie che crescono

Oltre cinquecento gli specialisti partecipanti, provenienti da tutta Italia. Le principali tematiche del programma scientifico del Congresso comprendono i nuovi dati di epidemiologia e decorso clinico in Europa e nel mondo, il trattamento di queste patologie tra passato, presente e futuro, le controversie nelle diverse strategie di trattamento. Focus anche su medicina personalizzata, prevenzione delle infezioni e gestione di situazioni speciali, in particolare la gestione dei pazienti con storia oncologica.

"Le malattie infiammatorie croniche intestinali sono in aumento ovunque nel mondo, soprattutto nei Paesi dalle economie in maggiore crescita, come la Cina e l’India – spiega il Prof. Alessandro Armuzzi, Segretario Generale IG-IBD, Fondazione Policlinico Gemelli IRCCS – Università Cattolica, Roma – Le IBD vengono attualmente considerate come malattie globali, mentre solo 30 anni fa erano per lo più localizzate in Europa e Nord America. In questi ultimi anni si sono maggiormente diffuse, proprio per via dell'industrializzazione e della globalizzazione. A contribuire fortemente è la componente ambientale, che agisce in maniera ancora ignota, e che, insieme alla predisposizione genetica, determina ad un certo punto della vita di un individuo una risposta immunologica abnorme nell'intestino. Ma se influisca maggiormente il cibo, l'inquinamento o qualche altro fattore, ancora non si sa".

In Italia i casi sono 200 mila

Si stima che oltre 5 milioni di persone nel mondo siano affette da malattie infiammatorie croniche dell'intestino, di cui circa 1.6 milioni nel Nord America e quasi 3 milioni in Europa, con un'incidenza media intorno ai 20 casi per 100.000 abitanti, ed una prevalenza media intorno ai 250 casi per 100.000 abitanti, rispettivamente. In Italia, pur mancando dati epidemiologici nazionali, vengono stimate oltre 200mila persone affette da colite ulcerosa o malattia di Crohn.

Circa il 50% dei pazienti con malattia di Crohn e fino al 20% dei pazienti con colite ulcerosa, inoltre, necessitano di intervento chirurgico entro 10 anni dalla diagnosi. Confermata, inoltre, una qualche predisposizione familiare nello sviluppo della malattia; infatti, un paziente su cinque ha uno o più parenti stretti affetti da malattia di Crohn o colite ulcerosa.

Pazienti sempre più giovani

Negli ultimi anni, inoltre, si è riscontrato un rapido e progressivo aumento dei casi a esordio in età pediatrica, con alcuni molto precoci, quelli definiti "very early onset", che possiamo vedere dai 2 di età anni in su.

"In Italia – spiega il Prof. Armuzzi – manca ancora un registro nazionale, quindi le cifre non sono certificate. Si può però dire che il 40% di questi 200mila casi è affetto dalla malattia di Crohn, mentre il restante 60% da colite ulcerosa. Le malattie infiammatorie croniche intestinali hanno il picco di incidenza tra i 20 e i 30 anni di età. Nel 20% della popolazione italiana le malattie infiammatorie croniche intestinali esordiscono in età pediatrica, provocando un decorso più aggressivo. La gestione di questi casi richiede un'attenzione notevole: i bambini affetti potrebbero rischiare di incorrere in un ritardo di crescita, ma anche in ricoveri ospedalieri ed interventi chirurgici".

Donazione di sangue “volontaria obbligatoria” nelle scuole. Con questo ossimoro il vicepremier, Matteo Salvini, ha annunciato di essere già al lavoro col ministro dell’Istruzione per promuovere la cultura del dono tra gli studenti. “Perché se li becchi a 18 anni – ha spiegato – poi te li tieni per i successivi 40 anni”. 

Cosa voglia dire "volontaria e obbligatoria" non è stato chiarito dal ministro, che ha avanzato la proposta durante la conferenza stampa per la firma del protocollo d'intesa fra l'associazione Donatorinati Polizia e Vigili del Fuoco. 

Per il ministro dell'interno la donazione del sangue è anche “una questione di sicurezza nazionale, perché se non lo raccogli lo compri ed in altri Paesi non ci sono i controlli rigorosi presenti in Italia”. Salvini ha quindi ribadito l’intenzione “di far sì che milioni di ragazzi che potrebbero donare lo facciano. La paura dell’ago – ha aggiunto – fa ridere. Anche io ce l’ho”.

La risposta delle associazioni di volontariato

La proposta di Salvini non pare destinata ad andare lontano – spiega Repubblica – non foss'altro che per la sua incostituzionalità. Avis, Civis e Cns (Centro Nazionale Sangue), con un comunicato congiunto si sono comunque premurate di rispondere. 

"Lascia perplessi l’ipotesi dell’obbligatorietà, anche se probabilmente si è trattato solo di una 'provocazione' durante la conferenza stampa, che condividiamo come obbligatorietà di corretta informazione e formazione ai giovani, a partire dalle scuole di ogni ordine e grado, sulla donazione biologica". "Siamo convinti – continua la nota – che si possa e si debba continuare a lavorare insieme sulla promozione di un gesto importantissimo, ma che deve sempre attenere a una motivazione personale di solidarietà".

Chi può donare

Ecco i requisiti richiesti per poter donare:

  • avere un'età compresa tra i 18 e i 65 anni (tra i 65 e i 70 anni la donazione è a discrezione del medico)
  • peso non inferiore ai 50 chilogrammi
  • stile di vita e stato di salute buoni

Principali criteri di sospensione dalla donazione

  • 4 mesi: dopo piercing, tatuaggi, rapporti sessuali a rischio non reiterati (occasionali, promiscui), interventi chirurgici maggiori, agopuntura, endoscopie (es. gastroscopia, colonscopia).
  • 6-12 mesi: dopo il rientro da viaggi in zone dove esiste il rischio di contrarre malattie infettive tropicali.
  • 6 mesi: dopo il parto.
  • Periodi differenti: per vaccinazioni, patologie infettive, assunzione di medicine.
  • Esclusione permanente: positività per test HIV, epatite B e C, malattie croniche.

Leggi anche: Salute: in Italia 1,7 mln donatori di sangue, pochi giovani 

Il Dna diventa moneta. Nebula Genomics vuole essere il “primo mercato online dei geni”. A definirlo così sono i fondatori della startup: George Church, Dennis Grishin e Kamal Obbad. Funziona così: la società sequenzia l'intero genoma gratis o per pochi dollari. Gli utenti, in cambio, decidono di mettere a disposizione di università e case farmaceutiche il proprio corredo genetico e altri dati sanitari.

Risparmiano, in alcuni casi guadagnano e ricevono informazioni sulla propria salute senza spendere nulla. La loro moneta non è nel portafogli ma ce l'hanno nel sangue.

Come funziona Nebula Genomisc

Nebula Genomisc è stata fondata nel 2016 ed è appena stata lanciata. Ha già raccolto 4,3 milioni di dollari da importanti venture capital, tra i quali Khosla Ventures. La genomica ha un impatto potenzialmente enorme sulla medicina, perché permette di avere terapie personalizzate, in base ai propri geni. “La tecnologia per rendere possibile tutto questo esiste già – spiegano i fondatori sul sito della startup – ma manca l'accesso ai dati su larga scala”. E senza informazioni (tante informazioni) non ci sono casi sufficienti per creare un archivio. Perché? Un po' per i costi necessari per sequenziare il Dna (che però sono già in netto calo), ma soprattutto perché – secondo Nebula Genomics – “i consumato sono riluttanti e preoccupati per la propria privacy”.

La piattaforma punta a sciogliere entrambi i nodi: il primo con un sistema di incentivi, il secondo usando la blockchain (il registro distribuito nato con Bitcoin) e la crittografia per gestire le informazioni. Partiamo da qui. Nebula Genomics non archivia le informazioni, a meno che non sia l'utente (spinto dalle ricompense) a volerlo. È il cliente a scegliere dove custodire il Dna: sul proprio dispositivo o su un servizio in cloud. La startup non ha un proprio “caveau” genetico (cioè non ha un server centrale). Solo dopo esplicito consenso, le informazioni saranno condivise con ricercatori e imprese. Resteranno anonime e non potranno essere scaricate dalla piattaforma. Per farlo serve un registro distribuito, la blockchain, accessibile (dietro specifiche autorizzazioni) sia a chi fornisce geni sia a chi intende studiarli.

Il baratto genico: chi ci guadagna e come

A chi conviene? Nebula Genomics guadagna facendo da intermediario. Università e case farmaceutiche potrebbero avere accesso a un serbatoio capiente e diversificato quanto mai prima, ottenendo informazioni che oggi è difficile reperire. Gli utenti ottengono una mappatura di geni completa. È la base per conoscere dettagli sulla propria salute. Non saranno però immediatamente disponibili. Ed è qui che si inserisce il sistema di ricompense.

Gli utenti riceveranno token (gettoni digitali) se, oltre al proprio Dna, decideranno di rivelare altre informazioni sanitarie, preziose per individuare una relazione tra geni e malattie. Ad esempio, potrebbero dire se hanno il diabete o l'artrite. I gettoni guadagnati possono essere spesi per avere servizi aggiuntivi e “acquistare informazioni”. Tradotto: ti consegno i miei dati e in cambio mi dici (gratis) se rischio di sviluppare cancro o Alzheimer. Un baratto genico. La startup sta valutando se concedere un'altra opzione: convertire i gettoni digitali in dollari. In pratica (anche se indirettamente) le case farmaceutiche pagherebbero in contanti per comprare Dna.

La differenza con i servizi attuali

Già oggi ci sono società che mappano il genoma umano. La più nota è 23andMe, guidata da Anne Wojcicki, ex moglie del fondatore di Google Sergey Brin e sorella sorella di Susan, ceo di YouTube. Anche 23andMe usa i dati come merce, condividendoli su esplicito consenso degli utenti. Qual è la differenza con Nebula Genomics? La prima è tecnica: la startup offre una mappatura completa del genoma, mentre la maggior parte di servizi simili ne cattura solo una parte. “È la stessa differenza che c'è – spiegano i fondatori – tra leggere un libro intero e cercare di capirlo scorrendo solo una pagina”.

Le altre distinzioni riguardano costi e dati. I test di 23andMe sono sempre a pagamento. Le informazioni ottenute possono essere girate ai clienti, sempre in forma anonima. Nebula Genomics sottolinea che, al contrario delle società esistenti, “non possiede i dati e non li vende”. È vero che non ha una propria cassaforte ma un registro distribuito ed è vero che guadagna offrendo un servizio. La differenza è però, nella prassi, piuttosto sottile. La vera novità è un'altra: la startup offre ricompense e rende più esplicito e trasparente l'accordo con gli utenti.

Il rischio di chiusura dell’Ebri, l’istituto di ricerca fondato e fortemente voluto da Rita Levi Montalcini, sembra scongiurato. Il governo ha promesso di intervenire con un emendamento, dopo che i vertici dell'istituto scientifico con un appello al presidente della Repubblica hanno fatto notare la mancanza, per la prima volta in 10 anni, del contributo straordinario nella legge di Stabilità. 

L’importanza del contributo

La mancata riconferma del contributo straordinario renderebbe impossibile all’entemantenere la struttura con cui portare avanti i progetti in corso, con conseguenze quali la restituzione dei finanziamenti ricevuti dall’estero, il licenziamento dei ricercatori, l’interruzione di dottorati di ricerca e delle tesi di laurea, e i mancati rinnovi di borse di studio per i giovani ricercatori. Attraverso i brevetti e con i finanziamenti competitivi ottenuti dalle istituzioni internazionali e dalla Commissione Europea l’Ebri si autofinanzia, coprendo però solo metà del fabbisogno. Attualmente la rete delle collaborazioni scientifiche con i centri di ricerca internazionali comprende: Londra, Cambridge, Edimburgo, Dresda e Jena, Aarhus, Salamanca e Madrid, Bordeaux, Karolinska Institute, Vienna, Hebrew University, Mc Gill University, New York University. 

Di cosa si occupa l’Ebri

L’Ebri (l'European Brain Research Institute ) è stato costituito nel 2002, per volontà del premio Nobel Rita Levi-Montalcini e risponde alla necessità di avere in Italia un centro in cui condurre ricerche di natura fondamentale sul cervello con l’obiettivo di individuare nuove strategie terapeutiche per malattie neurodegenerative, come l’alzheimer, e per altri gravi disturbi del sistema nervoso.  Negli ultimi anni hanno fatto parte del comitato scientifico dell’ente ben cinque Premi Nobel. Rappresenta una assoluta eccellenza nelle ricerche sulla malattia di alzheimer, per la quale oggi non c’è una cura. Il Nerve Growth Factor (NGF), la scoperta che ha dato il Nobel alla Montalcini e sul quale Ebri è leader mondiale, rappresenta una nuova speranza terapeutica per il trattamento della malattia di Alzheimer. Ebri ha sviluppato una variante del NGF, la cosiddetta forma ‘painless NGF’, che ha enormi potenzialità per il trattamento dell’alzheimer e di numerose altre patologie. I ricercatori dell’istituto scientifico hanno poi sviluppato anticorpi terapeutici contro le due proteine killer della malattia, la proteina Tau ed i cosiddetti oligomeri di Ab.

Neurologo: “E’ chiudere le porte alla speranza”

Per il professor Leandro Provinciali, neurologo ed ex presidente della Società italiana di neurologia (Sin) “rischiare la chiusura di un ente così importante per la ricerca su questo tipo di malattie è come chiudere le porte alla speranza.  Le malattie neurodegenerative non vanno sottovalutate perché colpiscono un numero molto alto di persone, di più di quelle che vengono colpite da forme tumorali e da malattie cardiocircolatorie”.  

L’appello al presidente Mattarella

 “Rivolgiamo un appello al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, perché intervenga con la Sua autorevolezza affinché il Parlamento discuta ed approvi un emendamento alla legge di bilancio che mantenga in vita l’Ebri (European Brain Research Institute”. E’ l’appello di Antonino Cattaneo e Giuseppe Nisticò, rispettivamente presidente e direttore Generale della Fondazione Ebri al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. “Nel corso di questi anni l’ente di ricerca ha raggiunto importanti traguardi scientifici, diventando un fiore all’occhiello delle ricerche sul cervello, a livello nazionale ed internazionale. Nuovi approcci terapeutici per la malattia di Alzheimer e per altre gravi patologie neurologiche sono nati dalle nostre ricerche. Sulla base dei risultati raggiunti e di una progettualità innovativa, l’Ebri ha conquistato prestigiosi finanziamenti internazionali competitivi, dall’Alzheimer Association Usa ed inglese, alla Comunità Europea. Paradossalmente, nonostante questi successi, i giovani ricercatori non possono partecipare ai bandi per accedere ai fondi di ricerca del ministero dell’Istruzione o del ministero della Salute. I nostri ricercatori sono ‘invisibili’ per il sistema della ricerca nazionale.  Conoscendo la sensibilità del Presidente per il problema della ricerca scientifica e dell’innovazione tecnologica, rivolgiamo questo appello, affinché la sopravvivenza stessa dell’Ebri non sia messa a repentaglio”. Il professor  Giuseppe Nisticò, direttore generale dell’Ebri, ha poi sottolineato che “nonostante questi successi, oggi l’ente vive una fase delicata in quanto dovrebbe essere assicurata dal governo la continuità dei finanziamenti necessari per condurre le ricerche già approvate dalla Commissione Europea e da altri prestigiosi organismi internazionali. Sarebbe insensato, per la nostra società, dopo lo straordinario impegno da noi profuso per trovare risorse private per la realizzazione dei laboratori di avanguardia dell’Istituto Rita levi-Montalcini, disperdere questo capitale di conoscenza e sviluppo, nato dalla volontà e dalla visione del nostro premio Nobel, e valorizzato e sviluppato dai nostri giovani ricercatori che lo Stato considera invisibili. Per questi motivi ci appelliamo al presidente della Repubblica, che ha già dimostrato concretamente di avere a cuore i problemi della ricerca e dei giovani ricercatori, perché sensibilizzi il Parlamento e le Istituzioni affinché venga garantita la continuità dei finanziamenti per mantenere in vita l’Istituto creato e voluto da Rita Levi-Montalcini, unico premio Nobel in Medicina del nostro Paese negli ultimi 40 anni”.

La rassicurazione del Governo

“Siamo fiduciosi e confidiamo nella promessa che autorevoli fonti governative ci hanno fatto”, ha dichiarato all’Agi il professor Antonino Cattaneo, presidente Ebri. “Al momento è solo una promessa, ma non abbiamo motivo di credere che non sia mantenuta”. 

L’hanno definita come una delle più grandi epidemie del nostro secolo. I numeri parlano chiaro: secondo le stime dell’International Diabetes Federation, nel 2017 si contavano nel mondo circa 425 milioni di persone con diabete. E si prevede che nel 2030 saranno molti di più, all’incirca 552 milioni. In Italia è diventata già un’emergenza. La Società italiana di diabetologia  stima che nel nostro paese ci siano circa 4 milioni di persone con diabete, a cui bisogna aggiungere un altro milione che ancora non sa di essere malato e altri 7 milioni di italiani in condizione di pre-diabete, vicini quindi alla completa manifestazione della malattia. 

Ma anche se sappiamo che per il diabete c'è una predisposizione genetica, numerosi studi scientifici hanno ormai dimostrato che le persone “a rischio”" possono ridurre le probabilità di ammalarsi con stili di vita corretti. In particolare, secondo gli esperti per prevenire il diabete, senza fare sacrifici inutili, basta seguire almeno 20 regole di base.

Leggi anche: Non solo prevenzione, con la dieta il diabete si può combattere e sconfiggere

1) Dire addio a bibite gassate e zuccherate, merendine e alimenti da fast food. Mentre alimenti ricchi di fibre (frutta, verdura, legumi, cereali integrali) contribuiscono a tenere sotto controllo i livelli di zucchero nel sangue.

2) Se si è in sovrappeso, perdere anche solo cinque chili può ridurre in maniera significativa il rischio di contrarre il diabete, migliorando il benessere generale dell’organismo.

3) Numerosi studi suggeriscono che le vitamine C e K e il magnesio possono limitare la probabilità di ammalarsi di diabete di tipo 2. Particolarmente consigliati ananas, verdure a foglia verde scuro e avocado.

4) Trenta minuti al giorno di esercizio fisico sono sufficienti per tenere sotto controllo il peso corporeo e la glicemia.

5) Mangiare legumi e pesce perchè hanno meno grassi rispetto alla carne e aiutano a ridurre il rischio di diabete

6) Limitare quanto più possibile i consumo di formaggi.

7) Consumare con molta moderazione insaccati e carni rosse. Mangiare troppo grassi saturi aumenta le probabilità di ammalarsi.

8) Non fumare e non sottoporsi al fumo passivo protegge dal pericolo di ammalarsi di diabete.

9) Fare attività fisica, anche moderata. Basta infatti anche una passeggiata di 30 minuti circa al giorno per ridurre il rischio.

10) Bere caffè. Studi scientifici hanno dimostrato che le contiene molecole bioattive contenute in questa bevanda aiutano a regolare i livelli di zucchero nel sangue.

11) Va bene mangiare cioccolato, ma meglio quello fondente.

12) Sì alla pasta, ma a dosi moderate. In generale, i carboidrati non sono vietati ma è preferibile optare per quelli integrali.

13) Consumare olio extravergine d’oliva, ma senza esagerare con la quantità.

14) Evitate il vino o al massimo consumare uno o due bicchieri al giorno. Vietati i liquori.

15) Se si ha la glicemia compresa tra 100 e 125 mg/dl, andrebbe rimisurata ogni 6-12 mesi.

16) Se si ha un genitore o un fratello con diabete di tipo 2, bisogna cominciare a misurare la glicemia una volta l’anno, dopo i 30 anni d’età.

17) Se si hanno spesso infezioni genitali o urinarie o della cute o molte carie, meglio misurare la glicemia.

18) Chi ha più di 45 anni, dovrebbe misurare la glicemia e se è del tutto normale ripeterla entro i prossimi tre anni.

19) Le donne in gravidanza dovrebbero stare più attente alla dieta per evitare di esporre il nascituro a eventuali rischi da adulto.

20) Consultare il medico in presenza di particolari sintomi, come eccessiva sete o fame, frequente bisogno di urinare, perdita drastica di peso, vista annebbiata ed estremità intorpidite.

Cinque fra le più importanti statue maschili del patrimonio artistico italiano si illuminano di azzurro per la sensibilizzazione sul tumore alla prostata. Ha preso il via il 29 ottobre “Novembre Azzurro”, la prima campagna nazionale, organica e coordinata sul tema promossa da Europa Uomo, l’associazione italiana che da oltre 15 anni è impegnata nel campo dell’informazione sulle patologie prostatiche. “Fai luce su di te” è il claim della campagna – patrocinata dal Ministero della Salute e dall’Istituto Superiore di Sanità – che punta a promuovere maggior consapevolezza della malattia nell’universo maschile, e a fornire strumenti per affrontarla. 

Il carcinoma prostatico è divenuto, nell’ultimo decennio, la neoplasia più frequente nella popolazione maschile nei Paesi occidentali, e rappresenta oltre il 20% di tutti i tumori diagnosticati a partire dai 50 anni di età. In Italia si stimano 458.000 persone con pregressa diagnosi di carcinoma prostatico, circa il 30% dei maschi con tumore; oltre 14 milioni di uomini sono a rischio per fascia d’età, familiarità o altri fattori, e solo per il 2018 sono stimate circa 35.000 nuove diagnosi, 100 nuovi casi al giorno (Fonte: Rapporto Aiom-Airtum 2018). 

La diagnosi precoce porta il 95% dei pazienti asintomatici a scoprire il tumore alla prostata con 10 anni di anticipo, aumentando notevolmente la possibilità di sconfiggerlo; secondo l’European Randomized study of Screening for Prostate Cancer (ERSPC) la prevenzione riduce del 20% il rischio di morte.  C’è un gap molto elevato tra gli uomini e le donne rispetto alla consapevolezza del rischio di sviluppare una patologia cancerogena e dell’importanza della prevenzione; tuttavia si possono riscontrare dei parallelismi tra il carcinoma alla prostata e quello al seno, entrambi legati a squilibri ormonali e dalla forte incidenza nella vita personale e sessuale dei pazienti. Si può quindi immaginare un ideale passaggio di testimone tra Ottobre Rosa – mese dedicato alla salute femminile – e Novembre Azzurro 

Gli appuntamenti della campagna

Per 5 settimane, dal 29 ottobre al 2 dicembre, la campagna coinvolgerà altrettante Regioni – Lazio, Calabria, Campania, Piemonte e Lombardia – con iniziative di sensibilizzazione nelle scuole e distribuzione di materiale informativo, oltre a tavole rotonde presiedute da esperti del settore. Con il patrocinio del Ministero per i beni e le attività culturali, dal 29 ottobre al 4 novembre a Roma si illuminerà di azzurro la statua del Discobolo nel Museo Nazionale Romano di Palazzo Massimo; a Reggio Calabria (5-11 novembre) i Bronzi di Riace del Museo Archeologico Nazionale; a Napoli (12- 18 novembre) l’Ercole Farnese del Museo Archeologico Nazionale; a Torino (19–25 novembre) l’Atleta dei Musei Reali e a Milano (26 novembre- 2 dicembre) il Napoleone Bonaparte del Palazzo di Brera. 

“Abbiamo deciso – sottolinea Maria Laura De Cristofaro, Presidente di Europa Uomo – di parlare a tutti gli uomini attraverso il linguaggio dell’arte, scegliendo delle statue simbolo di virilità maschile. Il tumore alla prostata è una patologia che incide moltissimo sul vissuto, come il tumore al seno: ma se le donne sono più abituate ad occuparsi della propria salute e a parlare con i medici, gli uomini sono meno inclini alla prevenzione. La prostata non deve essere più un tabù e nell’uomo deve aumentare la consapevolezza che le buone abitudini sono alla base della conoscenza del proprio corpo. Con Novembre Azzurro, per la prima volta in Italia si organizza una campagna organica in 5 regioni, con particolare attenzione a quelle meridionali; il nostro obiettivo è di estenderla, entro il 2022, a tutto il Paese”.

Le tavole rotonde saranno presiedute da alcuni fra i massimi esperti del settore: Giuseppe Morgia dell’Università degli Studi di Catania (9 novembre a Reggio Calabria), Domenico Prezioso dell’Università Federico II di Napoli (12 novembre a Napoli), Paolo Gontero dell’Università degli Studi di Torino (21 novembre a Torino) e Riccardo Valdagni dell’Istituto Nazionale dei Tumori (26 novembre a Milano).

Saranno inoltre previste delle attività di crowdfunding per sostenere due progetti portati avanti da Europa Uomo. Il primo, di natura sociale, è l’estensione del programma “I Venerdì di Europa Uomo” alle città coinvolte in questa prima edizione della campagna: gli appuntamenti, già attivi a Milano, sono dedicati a chi è stato colpito dal tumore alla prostata e ai suoi familiari coinvolti in un percorso di sostegno. Il secondo è la promozione di uno studio rivolto al miglioramento del percorso diagnostico terapeutico, mediante un’indagine rivolta a un campione di pazienti colpiti da questa patologia: l’obiettivo è di rilevare quali sono i problemi che si incontrano durante l’iter diagnostico per migliorarne i punti deboli.

Il vademecum in 7 punti 

1)      Segui uno stile di vita sano: fai attività fisica ed evita di bere alcol e di fumare; segui una dieta bilanciata, riduci il consumo di carne rossa e bevande zuccherate.

2)     Informati correttamente sulla prostata e sulle patologie prostatiche in generale confrontandoti con il tuo medico.

3)      Parlane con la tua partner: la prostata non deve più essere un tabù.

4)   Controlla il valore del PSA dai 50 anni in poi quando fai l’esame del sangue. Se hai casi   in famiglia di tumore alla prostata, controlla il valore dai 40 anni.

5)       Fai la sorveglianza attiva in caso di diagnosi di tumore indolente.

6)    Tieni presente che in caso di tumore, puoi sempre scegliere tra la chirurgia e la radioterapia.

7)     Affidati sempre a una struttura dedicata con un team pluridisciplinare di professionisti. La multidisciplinarietà è fondamentale per superare la malattia.

La quasi totalità dei cittadini che vivono in una città dell'Unione europea respira aria dannosa per la sua salute. È quanto si legge nel rapporto dell'Agenzia europea dell'ambiente (AEA) secondo cui il 95-98% delle persone che vivono nelle città dell'UE sono esposte a livelli di ozono superiori ai livelli stabiliti dalle linee guida emesse dalla World Heath Organization (WHO).

Secondo il rapporto dell'AEA intitolato "Air quality in Europe 2018", il trasporto su strada è una delle principali fonti di inquinamento atmosferico in Europa, in particolare di inquinanti nocivi quali il biossido di azoto e il particolato. Anche le emissioni provenienti dall'agricoltura, dalla produzione di energia, dall'industria e dai nuclei domestici contribuiscono a inquinare l'atmosfera. Il rapporto presenta gli ultimi dati ufficiali sulla qualità dell'aria comunicati nel 2016 da oltre 2 500 stazioni di monitoraggio presenti in tutta Europa ed evidenzia che "il settore agricolo è responsabile di oltre il 90% delle emissioni di ammoniaca nell'UE: l'ammoniaca contribuisce alla deposizione acida e all'eutrofizzazione, influenzando negativamente la qualità del suolo e dell'acqua. Inoltre reagisce nell'aria per formare particelle secondarie".

Secondo l'AEA "mentre altre emissioni sono diminuite, le emissioni di ammoniaca dall'agricoltura sono aumentate nel periodo 2013-2016". All'inizio di quest'anno, la Commissione europea ha confermato che avrebbe inviato Germania, Regno Unito, Francia, Italia, Romania e Ungheria alla giurisdizione europea per non aver migliorato costantemente la qualità dell'aria. Spagna, Slovacchia e Repubblica Ceca sono state risparmiate ulteriori azioni legali, ma hanno avvertito che i loro sforzi sarebbero stati monitorati da vicino.

Altro dato allarmante di un'altra autorevole fonte: nove bambini su dieci respirano aria pericolosamente inquinata che ogni anno costa la vita a 600 mila bambini sotto i 15 anni. I numeri scioccanti emergono in questo caso da un rapporto dell'Organizzazione mondiale per la sanità (Oms). I dati dimostrano che in totale 1,8 miliardi di giovani di età inferiore ai 15 anni, tra cui 630 milioni sotto i 5 anni, respirano ogni giorno aria inquinata: il 93% della popolazione totale. E le conseguenze sono tragiche: nel solo 2016, circa 600 mila bambini sono morti per infezioni acute delle basse vie respiratorie causate da aria inquinata, sempre secondo il rapporto dell'Oms.

"L'aria inquinata sta avvelenando milioni di bambini e rovina le loro vite", ha dichiarato il capo dell'Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus. "Questo è imperdonabile: ogni bambino dovrebbe essere in grado di respirare aria pulita in modo che possa crescere e realizzare il suo pieno potenziale".

Sabato notte potrebbe finire l’ultima ora legale della storia, perlomeno nei paesi dell’Unione Europea. L’idea già da tempo gira dalle parti di Bruxelles, ma l’esposizione del presidente Jean-Claude Juncker fa sospettare che stavolta le intenzioni siano decisamente più serie: “La gente vuole questo e lo faremo”.

Alla base della scelta diversi sono gli aspetti da analizzare. Il primo è quello economico: l’ora solare permette di rimandare di un’ora l’accensione delle luci, ciò vuol dire un enorme risparmio energetico. Come abbiamo scritto in passato “Terna – la società che gestisce la rete elettrica nazionale – stima un minor consumo di energia elettrica pari a circa 562 milioni di kilowattora, quantitativo corrispondente al fabbisogno medio annuo di circa 200 mila famiglie. Considerando che un kilowattora costa in media al cliente domestico tipo circa 20,62 centesimi di euro al lordo delle imposte, la stima del risparmio economico per il sistema relativo al minor consumo elettrico nel periodo di ora legale per il 2018 è pari a 116 milioni di euro”. Quindi risparmio energetico, che ci interessa tradurre in risparmio economico, entrambi comunque non indifferenti.

La seconda motivazione che spingerebbe ad eliminare definitivamente l’ora legale sarebbe più che altro di natura medica. I Paesi del Nord scongiurano l’Unione Europea da anni per essere salvati da quella che il Guardian ha chiamato “depressione invernale”, sindrome della quale soffre tra il 2 e l’8% della popolazioni scandinava. Studi approfonditi hanno stabilito che, come Agi scriveva tempo fa, “oltre ad essere demotivate, le persone presentano vari sintomi che vanno dal bisogno di dormire tantissimo al desiderio incontenibile di carboidrati, che li porta poi a mettere su peso. Frequenti sono anche i sintomi opposti: difficoltà a prendere sonno o a fare un sonno rigenerante e perdita di appetito. Spesso confusa con una forma più leggera di depressione, la tristezza stagionale è una diversa espressione della stessa malattia”.

Una questione molto seria insomma, che va ben oltre un semplice malumore. Una commissione parlamentare finlandese ha così avanzato tempo fa una proposta che prevede l'abolizione dell'ora legale partendo da 70 mila firme raccolte da un singolo cittadino. Tutto è in mano all’Unione Europea che difende da sempre la volontà di creare una sorta di “armonia” degli orari su tutto il suolo europeo, obbligando con una direttiva tutti gli Stati membri a introdurla fra il 25 e il 31 marzo di ogni anno e a rimuoverla fra il 25 e il 31 ottobre.

Ma sarebbero diversi gli Stati pronti ad appoggiare Juncker nella sua battaglia: alla richiesta dei Paesi nordici, si sono uniti alcuni Stati membri dell'Est, ma non è stata registrata una maggioranza a favore. Nel febbraio del 2018, l'Europarlamento ha rigettato una proposta in questo senso, sottolineando che numerosi studi scientifici "non sono riusciti a giungere a conclusioni definitive" sui danni del cambio di ora.

All'interno della stessa Commissione di Jean-Claude Juncker c'è una fronda, guidata della commissaria ai Trasporti Violeta Bulc, contraria a modificare le regole in vigore per l'impatto negativo sul mercato interno.

Ma a chi venne in mente per primo l'idea dell’ora legale? Il nome è noto, ed è quello di Benjamin Franklin, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti d’America. Fu lui, grande scienziato (fu lui l’inventore del parafulmine), che per primo, mentre si trovava a Parigi, con il suo saggio “Un progetto economico per diminuire il costo della luce”, ipotizzò la creazione dell’ora legale. Ma, come scrive Focus “Il suggerimento di Benjamin Franklin cadde nel vuoto. Fu riconsiderato però a inizio Novecento (1907) da un inglese, William Willett, che propose di attuarlo alla Camera dei Comuni britannica. E siccome in tempo di guerra il risparmio energetico era importante, nel 1916 venne attuato. Non solo nel Regno Unito, ma anche in Italia e in altri Paesi di Europa”.