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Regalo di compleanno amaro per l’ex first lady Michelle Obama da parte dell’amministrazione di Donald Trump. La Casa Bianca, nel giorno in cui Michelle ha compiuto 56 anni, ha annunciato l’intenzione di eliminare tutti gli standard minimi di frutta e verdura nei pasti scolastici voluti dall’ex first lady in prima linea nella lotta contro l’obesità.

Il Washington Post ha ricordato la volontà del vice segretario dell’United States Department of Agriculture (USDA)​ Brandon Lipps di proporre nuove regole per il servizio scolastico che consentirebbe agli istituti di ridurre la quantità di frutta e verdura richiesta a pranzo e colazione, e dando la possibilità di inserire alimenti più “tradizionali” pizza, hamburger e patatine. L’agenzia è responsabile della gestione dei programmi nutrizionali che coinvolgono quasi 30 milioni di studenti in 99 mila scuole americane.

Lipps non si è schierato apertamente contro la riforma voluta dall’ex First Lady ma ha voluto introdurre dei cambiamenti per aiutare a risolvere quelle che ha descritto come “conseguenze non intenzionali delle normative messe in atto durante l’amministrazione Obama”.  Effetti collaterali non previsti intenzionalmente, insomma, dovuti alle norme troppo restrittive. Norme che avrebbero, inoltre, fatto aumentare la quantità di cibo sprecato e non consumato.  

Le nuove regole danno così alle scuole una maggiore flessibilità “perché loro conoscono meglio i loro studenti”, spiega in una nota il ministero dell’Agricoltura. “I distretti scolastici continuano a segnalare che c’è troppo spreco di cibo e che serve maggior buon senso per fornire agli studenti pasti nutrienti e appetibili. Abbiamo ascoltato le loro richieste e ora ci siamo messi al lavoro”, ha dichiarato il ministro Sonny Perdue

Il Washington Post riporta anche alcune voci contrarie a quello che molti ritengono un passo indietro nella lotta contro l’obesità che affligge molti adolescenti statunitensi. Colin Schwartz, vicedirettore degli affari legislativi del Center for Science in the Public Interest, ha sottolineato come le regole proposte, se dovessero diventare legge, “creerebbero un enorme cambiamento nelle linee guida sull’alimentazione scolastica, dando ai bambini la chance di optare per cibi come pizza, hamburger e patatine fritte”. Pietanze ricche di calorie e grassi saturi al posto di pasti scolastici equilibrati. Davanti alla scelta tra un piatto di verdure e uno di patatine è difficile che i ragazzi optino per il primo.

Schwartz ha poi puntato il dito sulla “lobby delle patate” che “ha spinto per questo cambiamento”. Rapida è arrivata la risposta di Kam Quarles, amministratore delegato del National Potato Council che ha ricordato il valore nutrizionale delle patate “che contengono più potassio di una banana e il 30 percento del fabbisogno giornaliero di vitamina C” e forniscono “proteine, fibre e carboidrati che i bambini delle scuole devono ingerire per dare il meglio durante le ore scolastiche”.

Nancy Roman, presidente di Partnership for a Healthier America, ha sottolineato come questa nuova proposta di Trump “sembra un passo nella direzione sbagliata” poiché “la scienza degli ultimi anni suggerisce che abbiamo bisogno di ancora più frutta e verdura ad ogni pasto”. Tenendo conto anche di come vengono cucinate queste pietanze. “Tutto ciò non riguarda solo ciò che viene servito nel piatto, ma anche come è stato preparato”. Questo discorso, in particolare, vale per i bambini che hanno bisogno di ingerire frutta e verdura non particolarmente trattata e per quanto si possa, servita nel modo più naturale possibile.

Le misure introdotte da Michelle Obama

L’Healthy, Hunger-Free Kids Act del 2010 è stata un’iniziativa voluta da Michelle Obama all’interno di quella che riteneva una missione fondamentale della Casa Bianca nella lotta contro l’obesità infantile. Per questo aveva fatto sì che le mense aumentassero la loro offerte di frutta e verdura, servissero solo latte scremato o magro e tagliassero drasticamente i grassi e il sodio dal menu per gli studenti.  

Il provvedimento, costruito seguendo le raccomandazioni di un gruppo di esperti, medici e nutrizionisti, mirava anche a incoraggiare comportamenti virtuosi all’interno delle abitazioni per spingere intere famiglie a mangiare meglio, limitando le qualità di cibo ingerito e preferendo cibi sani per combattere l’aumento di peso.  

La Gran Bretagna ha dato il via libera a uno studio su larga scala con lo scopo di testare un vaccino anti-colesterolo più potente delle statine. Si spera che questo possa prevenire 30 mila decessi per infarti e ictus. Lo studio coinvolgerà decine di migliaia di pazienti che riceveranno due iniezioni del nuovo vaccino all’anno con lo scopo di dimezzare i livelli di “colesterolo cattivo”.

Il vaccino funziona in due sole settimane e riduce significativamente il rischio di malattie cardiache. La molecola, l’inclisiran, funziona “silenziando” il gene PCSK9 e questo permette al fegato di assorbire più colesterolo “cattivo”. Il trattamento sarà inizialmente somministrato a 40 mila uomini e donne di mezza età il cui colesterolo rimane alto, nonostante assumano statine ogni giorno.

Ma l’obiettivo finale è quello di distribuire il vaccino a circa 30 mila pazienti all’anno, a partire già dal prossimo anno. Le stime suggeriscono che questo potrebbe prevenire 55.000 infarti e ictus in un decennio, salvando 30.000 vite.

Lo studio parte a seguito di un accordo, non proprio “ortodosso”, tra la Novartis che produce il farmaco e il governo, che punta ad accelerare l’accesso ai trattamenti innovativi. Secondo gli esperti, questo potrebbe rivoluzionare la prevenzione delle malattie cardiache, uno dei più grandi killer del Regno Unito. “Sono determinato a trovare il modo di salvare quante più vite possibili e fare del mio meglio per impedire a condizioni terribili come le malattie cardiache di portare via troppo presto le persone dalla propria famiglia e dai propri amici”, dichiara Matt Hancock, ministro della Salute britannico.

“Questa partnership è una notizia fantastica ed è un grande passo in avanti nell’aiutare a raggiungere questo obiettivo”, aggiunge. L’anno scorso uno studio internazionale, condotto dall’Imperial College London, ha scoperto che le persone sottoposte al trattamento hanno beneficiato di un dimezzamento del colesterolo.

Il risultato è stato buono almeno quanto una statina ad alto dosaggio e di gran lunga superiore ai farmaci a basso dosaggio. Ed è stato mantenuto semplicemente facendo il vaccino ogni sei mesi. Il vaccino, almeno inizialmente, dovrebbe essere usato come le statine dai pazienti con diagnosi di malattie cardiache. Ma i cardiologi credono che con il tempo i vaccini possano diventare un’alternativa per milioni di persone.

Isolati e identificati per la prima volta al mondo due nuovi fitocannabinoidi dalla Cannabis Sativa. A farlo è stato un gruppo di ricerca guidato da Giuseppe Cannazza del Dipartimento di Scienze della Vita dell’Università di Modena e Reggio Emilia (Unimore), in collaborazione con il CNR-Nanotec di Lecce, la sezione di Farmacologia dell’Università della Campania e il Dipartimento di Chimica dell’Università La Sapienza di Roma.

I due cannabinoidi appena scoperti, grazie a nuove tecniche di spettrometria di massa, sono il THCP e il CBDP estratti dalla cannabis medicinale FM2 prodotta dall’Istituto Chimico Farmaceutico Militare di Firenze. Lo studio in vivo ha evidenziato che il composto THCP ha un’interazione con i recettori per i cannabinoidi 33 volte superiore rispetto al THC e proprio grazie a questa sua maggiore attività psicotropa nei test in vivo, condotti sui topi da laboratorio, il THCP è attivo a dosi più basse.

I meccanismi di azione, invece, del CBDP sono ancora poco conosciuti come quelli del CBD.

La scoperta, pubblicata sulla rivista Scientific Reports, apre nuove strade verso la comprensione dell’efficacia in ambito terapeutico della cannabis, come la terapia del dolore, l’epilessia o il trattamento di ansia e depressione. “La conoscenza della composizione chimica della cannabis – spiega Cannazza – è la base per comprendere gli effetti terapeutici delle diverse varietà già utilizzate come farmaci per patologie quali forme di epilessia grave nei bambini o nel trattamento del dolore neuropatico dei malati di sclerosi multipla e cancro”.

Aggiungono i ricercatori Cinzia Citti e Pasquale Linciano di Unimore: “L’importanza di questa scoperta risiede nel fatto che finora nessuno ha mai cercato il THCP nelle diverse varietà di cannabis. Il prossimo passo sarà quello di ricercare la concentrazione di questi cannabinoidi in altre varietà al fine di scoprire il motivo per il quale alcune varietà con un basso livello di THC hanno proprietà psicotrope estremamente elevate. E una risposta potrebbe essere il THCP. Riguardo al CBD, invece, non sappiamo assolutamente che attività farmacologica potrebbe avere”.

“La scoperta dimostra che sappiamo ancora cosi’ poco sulla cannabis e che occorrono nuove e ulteriori valutazioni prima di consentirne la coltivazione e l’uso” dice all’AGI Silvio Garattini, presidente dell’Istituto Mario Negri di Milano e membro dell’Aifa in Consiglio d’amministrazione. “Per questo ritengo che l’ultima sentenza della Cassazione possa rappresentare un pericolo per la salute“, aggiunge.

Per Garattini sono necessarie ulteriori valutazioni sia sulla caratterizzazione dei cannabinoidi che sulla loro quantita’. “Non basta solo sapere che c’è un cannabinoide 33 volte più forte del Thc, ma bisogna anche quantificarne le concentrazioni: se sono molto basse il fatto che sia più forte non è poi così influente”, spiega l’esperto. “Allo stesso modo è sbagliato consentire la coltivazione di due piantine in casa se non possiamo sapere la quantità di Thc o di altri cannabinoidi o se in che quantità una persona ne fa uso”, conclude.

Uno studio sui derivati degli edulcoranti artificiali coordinato dall’Università di Firenze apre nuove prospettive per le terapie che bloccano la crescita delle cellule malate. Dai dolcificanti artificiali, due derivati che potranno essere il punto di partenza per sviluppare nuovi farmaci antitumorali. È la prospettiva aperta dallo studio di un team internazionale guidato da Claudiu Supuran,  e pubblicato sul Journal of Medicinal Chemistry.

“Ricerche recenti hanno messo in luce che, a dispetto dei timori per gli effetti sulla salute umana emersi negli scorsi decenni, le sostanze che compongono molti dei dolcificanti artificiali possono uccidere le cellule cancerose umane – spiega Supuran, ordinario di Chimica farmaceutica dell’Ateneo fiorentino – Il nostro studio si è posto l’obiettivo di individuare una versione di tali sostanze in grado di inibire con ancora maggiore efficacia un enzima, l’anidrasi carbonica, che favorisce nei tumori il meccanismo di crescita delle cellule malate”.

I ricercatori – appartenenti all’Università di Firenze, all’Università della Florida, alla King Saud University e agli istituti egiziani National Research Center e Kafrelsheikh University – hanno studiato oltre venti sostanze combinandole con il sulfonammide/sulfamato contenuto negli edulcoranti, per sfruttare e potenziare le capacità di tale gruppo chimico di bloccare l’azione dell’anidrasi carbonica. “Alcuni dei composti che abbiamo studiato, legati in posizioni specifiche con le strutture chimiche dei dolcificanti artificiali presi in esame – chiarisce il ricercatore – hanno mostrato una capacità ancora superiore rispetto agli edulcoranti stessi nel selezionare le varianti dannose dell’anidrasi carbonica, bloccando così cellule tumorali polmonari, prostatiche e del colon, ma senza danneggiare le cellule sane”.

L’esperimento, condotto in vitro, ha permesso di individuare in particolare due molecole che in futuro potranno aprire la strada a nuove terapie antitumorali con effetti collaterali sempre più ridotti.

È morta a 24 ore dal ricovero d’urgenza agli Spedali Civili di Brescia: il cuore di Marzia Colosio 48enne originaria di Tavernola ma residente a Predore non ha retto alla forma aggressiva di meningite. La donna è morta per sepsi da meningococco ma è ancora da verificare se sia il ceppo C dei tre precedenti casi verificatesi a Villongo sul lago d’Iseo. E’ il quarto caso in un mese.

Ats e comuni del lago d’Iseo si sono attivati per avviare la profilassi per i parenti e per coloro che hanno avuto un contatto con la donna negli ultimi giorni. Il sindaco di Predore, Paolo Bertazzoli, è intervenuto chiedendo collaborazione alla popolazione: “Ho appreso in data odierna di un presunto caso di meningite che avrebbe colpito la nostra concittadina Marzia Colosio, resistente in Via Carrobbio. Invito tutta la popolazione a stringersi intorno ai suoi cari per far percepire alla famiglia la vicinanza della nostra Comunità. In ogni caso, si invitano tutti i congiunti e quanti ritengano di aver avuto contatti non sporadici con la persona colpita negli ultimi giorni, a prendere contatto con Ats Trescore al n. 035/385456, con il proprio medico di base o con la Guardia Medica al fine di concordare l’avvio immediato della profilassi antibiotica. Non appena concorderemo con Ats nuove iniziative di prevenzione, queste saranno subito comunicate alla popolazione”. 

Google ha sviluppato un sistema di intelligenza artificiale in grado di eguagliare o addirittura superare i medici nel rilevare il cancro al seno. Anche se continuano a esserci casi in cui i camici bianchi battono la macchina. Queste, in estrema sintesi, le conclusioni di uno studio condotto da ricercatori britannici e americani e pubblicato sulla rivista Nature. Per addestrare l’intelligenza artificiale sono state utilizzate migliaia di mammografie di donne nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Alla fine si è riusciti a ottenere un modello in grado di individuare i tumori che erano stati inizialmente ignorati dai medici e di ridurre i falsi positivi nei pazienti che non avevano il cancro. In particolare, il sistema di intelligenza artificiale è stato testato su mammografie di oltre 25mila donne nel Regno Unito e 3mila donne negli Stati Uniti.

Dai risultati è emerso che il modello di Google ha ridotto i falsi negativi (cioè i casi di cancro non individuati dai medici) del 9,4 per cento negli Stati Uniti e del 2,7 per cento nel Regno Unito rispetto alle diagnosi radiologiche originali. Ha inoltre ridotto i “falsi positivi” rispettivamente del 5,7 per cento e dell’1,2 per cento. Nel Regno Unito, dove in genere due radiologi leggono una mammografia, lo studio ha scoperto che il modello di Google non ha avuto prestazioni peggiori rispetto al secondo “lettore” e potrebbe potenzialmente ridurre il carico di lavoro dell’88 per cento.

Tuttavia, gli scienziati hanno specificato che l’algoritmo non è ancora pronto per l’uso clinico. Anche se i radiologi e gli specialisti dI Intelligenza artificiale considerano questo nuovo sistema come promettente e i funzionari di Google Health hanno affermato che potrebbe eventualmente supportare i radiologi nel rilevamento del carcinoma mammario, migliorando l’efficienza nella lettura della mammografia, e potrebbe aiutare i medici a stabilire la prognosi di ogni caso. “Utilizzare questo tipo di tecnologia è un’enorme opportunità per rendere lo screening più equo e più accurato, non solo nel carcinoma mammario”, afferma Dominic King, responsabile di Google Health nel Regno Unito. “Sembra che questo sia un altro passo verso questa tecnologia che potrebbe fare davvero la differenza nel mondo reale”, aggiunge.

No al digiuno e sì all’astinenza da alcol e bevande zuccherate. Limitare i dolci e bere un litro e mezzo o due di acqua al giorno. Meno condimenti e più attività fisica. Sono alcuni dei consigli di Giacinto Abele Donato Miggiano, direttore dell’Unità di Nutrizione Clinica della Fondazione Policlinico Gemelli Irccs di Roma, per trascorrere in buona salute il post feste e “depurarsi” dalle abbuffate.

“Non sperate di risolvere tutto bruscamente”, precisa all’AGI l’esperto. “Per riprendersi da queste feste – aggiunge – occorrono almeno 10-15 giorni, qualche piccolo sacrificio e un po’ di attività fisica in più”. La prima regola è: vietato digiunare. “Non serve a risolvere il problema”, sottolinea l’esperto. “Oltre a essere inutile e a far male al nostro metabolismo – continua – difficilmente si riesce a rimanere digiuni per più di un paio di giorni. Meglio quindi seguire una dieta ipocalorica“. Altro suggerimento è quello di procrastinare il consumo di alcolici e bevande zuccherate. “Anche se sono avanzati, non sono prodotti che vanno a male – sottolinea Miggiano – e nel post-feste, l’ideale sarebbe non consumarne neanche un goccio”.

Nello stesso periodo è bene limitare o evitare i dolci. “L’ideale sarebbe quello di non toccarli – spiega Miggiano – ma se proprio non si riesce a farne a meno, quantomeno bisognerebbe ridurre significativamente le porzioni”. Si raccomanda di bere acqua e, “se il freddo ne abbassa la voglia – dice Miggiano – potrebbe essere utile ricorrere anche ad altre bevande, magari più calde come le tisane, la camomilla, il finocchio, ecc. Purché non si aggiunga dello zucchero”.

Secondo l’esperto, bisogna fare attenzione ai condimenti: “Niente burro, ma al massimo due cucchiai di olio extravergine al giorno”, precisa. “Se proprio non si riesce a rimanere in questi limiti – aggiunge – in alternativa si possono usare anche aceto e limone per insaporire il cibo”. Qualche piccola accortezza anche con il sale: “Meglio – spiega l’esperto – ridurne la quantità. In questo modo si evita la ritenzione idrica e ci si sgonfia più facilmente”. Altra regola è quella secondo cui bisogna evitare di consumare pasta e pane insieme: “Per i giorni post-feste – dice Miggiano – non mangiare pane e pasta nello stesso pasto. Se a pranzo si mangia la pasta, meglio se con i legumi, non si deve toccare il pane. E a cena viceversa”. 

Vietato mangiare fritti, mentre vanno bene pesce fresco e carne bianca. “Come secondo il pesce e la carne bianca possono rappresentare una buona scelta”, spiega l’esperto. “Specialmente se cucinati in modo semplice e leggero”, aggiunge. Sì a frutta e molta verdura che possono aiutarci a riempirci la pancia.

“La frutta e soprattutto la verdura – dice l’esperto – potrebbero contribuire a farci raggiungere la sazietà prima. La frutta, che qualche zucchero lo contiene, è meglio se consumata a colazione, nello spuntino a metà mattina e nel pomeriggio; la verdura cotta, come nel minestrone, va benissimo sia a pranzo che a cena”. Infine, bisogna aumentare l’attività fisica:”Niente di impegnativo. Ma chi non ama lo sport – precisa Miggiano – può anche fare lunghe e belle passeggiate” che fanno benissimo, anche all’umore.

La nuova frontiera della lotta alla depressione potrebbe passare dai funghi allucinogeni o, come vengono chiamati, “magici”. Naturalmente le visioni e le epifanie derivanti dall’assunzione di quei funghi, di “magico” non hanno alcunché, tutto deriva da un ingrediente psicoattivo presente nella variante “droghereccia” del prodotto.

Si chiama psilocibina ed al momento è al centro di uno studio clinico di fase 1 portato avanti da un team di psichiatri del King’s College di Londra. Ad ottantanove volontari sono state date dosi di psilocibina o placebo, chi ha assunto la sostanza ha avuto previste esperienze psichedeliche tra cui allucinazioni, euforia e stati d’animo alterati, ma non si sono manifestati effetti negativi sul funzionamento cognitivo o emotivo.

James Rucker, capo investigatore del King’s Institute of Psychiatry, Psychology & Neuroscience, ha dichiarato: “I risultati dello studio sono clinicamente rassicuranti e supportano l’ulteriore sviluppo della psilocibina come trattamento per i pazienti con problemi di salute mentale che non sono migliorati con la terapia convenzionale, come la depressione resistente al trattamento”.

Parliamo di scienza naturalmente, la psilocibina è stata prodotta dalla Compass Pathways, una start-up che si occupa di portare avanti un approccio innovativo ai problemi di salute mentale; per eseguire l’esperimento non sono stati distribuiti funghetti allucinogeni come ad un party ad Amsterdam. I risultati di questi primi test comunque sono stati accolti con entusiasmo durante la riunione annuale dell’American College of Neuropsychopharmacology, tanto che Compass sta già sponsorizzando uno studio clinico di fase 2 che esaminerà l’effetto della psilocibina su 216 pazienti in Europa e Nord America con depressione “testarda”; i risultati sono attesi per il 2021.

“Abbiamo i primi segnali di efficacia da piccoli studi”, ha dichiarato Ekaterina Malievskaia, co-fondatrice di Compass. “Ora stiamo studiando i segnali attraverso una scienza più rigorosa”. Avanti senza paura insomma, anche quando si opera con una sostanza illegale in quasi tutti i Paesi del mondo, “Ciò rende molto più difficile e costoso eseguire studi clinici. – ha affermato il dott. Rucker – Abbiamo bisogno di una licenza Home Office per ogni fase, dalla produzione iniziale alla consegna della capsula al partecipante, e ci sono requisiti pratici di sicurezza che dobbiamo soddisfare”. Il tutto, naturalmente, fatto per combattere un male sempre più dilagante; in Italia sono quasi 3 milioni le persone che soffrono di depressione.  

Uno studio, realizzato dalla Food and Drug Administration degli Stati Uniti e pubblicato sul Journal of American Medical Association, riferisce che il 27,5% degli studenti delle scuole superiori e il 10,5% degli studenti delle scuole medie intervistati hanno usato sigarette elettroniche nel 2019. Numeri che a quanto pare risultano quasi moltiplicati rispetto agli anni precedenti. Viene chiamato “vaping” e negli Stati Uniti sta riscuotendo particolare preoccupazione, specie dopo che sono stati segnalati, solo pochi mesi fa, quasi 2 mila casi di lesioni polmonari legate allo “svapo” con 37 relativi decessi.

L’amministrazione Trump aveva annunciato guerra aperta alle sigarette elettroniche aromatizzate, promessa ribadita a settembre, specie per quanto riguarda i più giovani, dopo che gli ultimi sondaggi, alla vigilia del boom di vendite dell’alternativa elettronica, avevano riferito del raggiungimento di un minimo storico in merito al consumo di sigarette (quelle classiche) tra gli studenti. “Le persone ascolteranno ciò che stiamo dicendo e i genitori saranno molto più severi con i loro figli” ha dichiarato il Presidente Trump.

La metà degli studenti intervistati per la ricerca, sia di scuole medie che superiori, hanno ammesso di consumare prodotti della Juul, azienda che, ironia della sorte, ha sede proprio a San Francisco, che è la prima città degli Stati Uniti ad aver vietato con una legge, da giugno, le sigarette elettroniche. Juul naturalmente non si è arresa ed ha speso ben 11,5 milioni di dollari per promuovere una campagna che permetta di ribaltare la decisione ma i cittadini, consultati in materia, hanno optato per il mantenimento del divieto. 

Buone notizie per gli oltre 4 milioni di italiani con diabete tipo 2. È infatti ora disponibile anche in Italia, rimborsato dal servizio sanitario nazionale, Semaglutide. Si tratta di un farmaco, come riporta una nota della Novo Nordisk, agonista del recettore del GLP-1 di ultima generazione che può essere somministrato per via iniettiva, con una comoda penna pre-riempita, una sola volta a settimana indipendentemente dai pasti. Semaglutide unisce, rispetto ai farmaci disponibili, superiore efficacia nel controllo della glicemia e del peso corporeo a benefici per il cuore e, in ultima analisi, la riduzione del rischio di complicanze del diabete.

“Il GLP-1 è un ormone fisiologico che svolge molteplici azioni nella regolazione del glucosio e dell’appetito, nonché nel sistema cardiovascolare. Semaglutide è un analogo del GLP-1, omologo al 94 per cento a quello umano, le cui modifiche strutturali consentono la somministrazione settimanale”, commenta Agostino Consoli, professore di Endocrinologia presso l’Università degli Studi “G. D’Annunzio” Chieti-Pescara.

Grazie alla sua efficacia, fino al 79 per cento dei pazienti raggiunge il target di emoglobina glicata, e quindi l’obiettivo terapeutico, e il documento di consenso delle società scientifiche americana ed europea ADA/EASD 2018 riconosce semaglutide come una valida ed efficace opportunità già in una fase precoce del trattamento.

“Le persone con diabete del nostro paese godono complessivamente di un buon controllo della malattia, soprattutto rispetto alla situazione che si riscontra in molte altre nazioni”, dice Carlo Bruno Giorda, direttore della struttura complessa Diabetologia dell’ASL Torino 5. “Ciononostante, secondo i dati degli Annali AMD 2018 di Associazione Medici Diabetologi, nel diabete tipo 2 solo una persona su due, esattamente il 50,9 per cento, ha un valore di emoglobina glicata (HbA1c) inferiore al 7 per cento, soglia richiesta dalle principali linee guida di cura della malattia”, aggiunge.

Il valore dell’emoglobina glicata (HbA1c) è il parametro che indica il livello di controllo della malattia ossia misura l’efficacia della cura. “Il primo obiettivo da perseguire, come medici diabetologi, è quello di mantenere la glicemia il più possibile sotto controllo, perché è ampiamente dimostrato quanto la riduzione del livello di emoglobina glicata di un solo punto percentuale sia in grado di ridurre drasticamente le complicanze del diabete: di oltre un terzo (-37 per cento) quelle microvascolari, responsabili ad esempio del danno renale, del 14 per cento l’infarto cardiaco, del 12 per cento l’ictus e del 21 per cento la morte correlata alla malattia”, spiega Francesco Giorgino, professore di Endocrinologia presso l’Universita’ di Bari Aldo Moro. Semaglutide mostra, inoltre, un importante effetto di riduzione del peso corporeo.

“Un’azione che ha un significato rilevante”, spiega Basilio Pintaudi, medico diabetologo presso l’ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda. L’altro punto di forza di semaglutide è la riduzione del rischio cardiovascolare: “la prima causa di morte e disabilità nel diabete tipo 2 a livello mondiale – chiarisce Angelo Avogaro, professore di Endocrinologia e Malattie del Metabolismo presso l’Università degli Studi di Padova, che aggiunge “una persona con diabete tipo 2 ha un rischio di andare incontro a coronaropatia o infarto sino a quattro volte superiore alle persone sane”. Semaglutide riduce il rischio cardiovascolare, rispetto al placebo, del 26 per cento.