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AGI – I risultati di un nuovo sondaggio dell’Accademia europea di dermatologia e venereologia (Eadv) presentato al Simposio di primavera dell’Eadv mostrano che l’1,71 per cento della popolazione europea adulta ha riferito di avere il cancro della pelle, il che significa che si stima che circa 7.304.000 europei siano affetti dalla malattia.

Questo sebbene il cancro della pelle sia il cancro più prevenibile, poiché per la maggior parte dei casi è generato dai danni dei raggi ultravioletti del sole. I dati dello studio mostrano anche che il controllo dei nei o lo screening per un eventuale cancro della pelle sono stati i motivi principali per cui i pazienti hanno consultato un dermatologo negli ultimi 12 mesi, con oltre un quinto (22,3 per cento) degli appuntamenti con uno specialista della pelle presi per controllare un neo o una lesione.

I risultati del sondaggio “Burden of Skin Disease” (Bosd) dell’Eadv su 44.689 adulti provenienti da 27 Paesi indicano la necessità di “un’espansione dell’educazione sul cancro della pelle in tutta Europa per aiutare la popolazione a fare scelte più sicure relative alla loro salute cutanea”, secondo quanto riferito dai principali dermatologi dell’organizzazione.

Delle persone intervistate, lo 0,6 per cento ha riportato una diagnosi di melanoma, la forma più letale di cancro della pelle. Tuttavia, i carcinomi dei cheratinociti, che includono i carcinomi a cellule basali e squamocellulari, sono di gran lunga i più diffusi tra tutti i tumori e quelli in più rapido aumento con un’incidenza che dovrebbe aumentare di oltre il 40 per cento fino al 2040.

Marie-Aleth Richard, professoressa presso l’Ospedale universitario di La Timone, Marsiglia e membro del consiglio EADV che ha guidato l’indagine, ha affermato che i risultati “dimostrano la necessità di agire per prevenire il cancro della pelle, che ha una buona prognosi se diagnosticato precocemente”.

Richard ha affermato di ritenere che il sondaggio “sottolinei la necessità di una migliore consapevolezza sul cancro della pelle”. “Il cancro della pelle fa parte del 40 per cento dei tumori prevenibili e la cui incidenza potremmo ridurre considerevolmente se fornissimo un’istruzione piu’ coerente e diffusa alla popolazione“, ha aggiunto. 

AGI – Il 53 per cento dei pazienti affetti da fibromialgia ha problemi significativi sul lavoro. Questo è uno dei dati emersi da una ricerca, presentata oggi a Roma durante il sesto convegno nazionale del Comitato Fibromialgici Uniti (CFU). Il lavoro ha stimolato la nascita dell’Osservatorio Salute e Benessere sul Luogo di Lavoro. L’occasione è la Giornata Mondiale della malattia, identificata con un fiocco viola.

Secondo i calcoli di CFU i fibromialgici in Italia 2 milioni, circa il 3 per cento della popolazione. La ricerca, durata 3 anni, su 1179 persone, aveva tra i suoi obiettivi di individuare sia i fattori facilitatori e quelli che costruiscono una barriera, in alcuni casi molto alta, ad una vita lavorativa soddisfacente e produttiva.

“È la presenza di barriere che ostacolano il ‘funzionamento’ che determina lo status di ‘disabilita” e non la condizione in se'”, spiega Barbara Suzzi, Presidente del Comitato Fibromialgici Uniti. “Non si tratta di uno stratagemma semantico ma della definizione ufficiale dell’ICF (International Classification of Functioning disability and health). Se un cieco lavorasse al buio non sarebbe una situazione per lui disabilitante, mentre lo sarebbe per una persona vedente, ecco, questo esempio serve per comprendere come il contesto sia fondamentale”, aggiunge.

In molti casi nascondono la malattia per non essere giudicati, etichettati, marginalizzati. Il livello di benessere sul lavoro purtroppo non è alto. Solo il 14 per cento degli intervistati ne è soddisfatto. Il 53 per cento ha riferito problemi significativi, il 16 per cento non ci va volentieri mentre il 17 per cento manifesta un vero e proprio stato di ansia con preoccupazione di perderlo.

Il livello di mansioni non rappresenta un vantaggio: anche il 60 per cento degli imprenditori ha problemi che li hanno costretti a cambiare anche drasticamente la quantità di ore lavorate o il tipo di attività. Il 69 per cento degli insegnanti ha problemi pratici ma teme meno di perdere il lavoro per le maggiori tutele offerte dall’impiego pubblico.

La stanchezza è riferita dal 93 per cento dei lavoratori, tristezza e umore instabile rappresentano il 55 per cento. Difficoltà legate ad orario, assenze e ritmi di lavoro sono state abbastanza bilanciate: in 467 hanno trovato accoglimento e soluzione e in 492 casi invece non sono state risolte.

Il lavoro di ricerca si è concentrato anche sui cosiddetti “accomodamenti ragionevoli”, ossia le soluzioni per modificare gli ambienti di lavoro, renderli inclusivi e permettere anche a chi ha una malattia cronica di essere produttivo, sostenersi, mantenere un ruolo sociale.

Sono così definiti ai sensi della Convenzione Onu e della Direttiva Europea 2000/78/CE che vuole favorire le pari opportunità sul luogo di lavoro. Nel caso della fibromialgia si tratta di sedie, postazioni, illuminazione, possibilità di fare pause anche brevi.

Nei questionari è emerso che sulla qualità del lavoro incidono fattori diversi ed eterogenei: strumenti ma anche mansioni, postazioni, livello di partecipazione, qualita’ delle relazioni. Mentre durante i focus group sono emerse le criticità: il mix di malattia invisibile (il dolore non si vede), richiesta di malattia, mansioni impossibili da svolgere e mancato riconoscimento da parte del SSN, fanno si che il soggetto fibromialgico sia considerato “improduttivo”.

“È un eufemismo per dire che alla persona con fibromialgia sono attribuiti: debolezza, scarsa volontà, mancanza di senso di responsabilità, inaffidabilità”, dice Suzzi. “Si tratta di una forma di stigma a tutti gli effetti. Inoltre nella scelta tra un dipendente sano e uno con fibromialgia – continua – per il quale il datore di lavoro non gode di vantaggi fiscali, come quelli per le categorie protette, è quest’ultimo a farne le spese. Ma anche quando la persona protetta riesce a mantenere il posto di lavoro, ciò ha un prezzo elevatissimo su salute e qualità di vita”. In alcuni casi i pazienti assumono farmaci che interferiscono con lucidità e capacità di concentrazione, soffrono di emicranie e hanno esigenze speciali per ciò che riguarda la temperatura degli ambienti. 

AGI – Per i consumatori sia di sigarette tradizionali che di sigarette elettroniche non si riduce il rischio di malattie cardiovascolari rispetto alle persone che fumano solo sigarette tradizionali. A rilevarlo, una nuova ricerca pubblicata oggi su Circulation, la rivista dell’American Heart Association, condotta dalla Boston University School of Public Health.

È confermato da molti studi che il fumo di sigaretta tradizionale contribuisca ad un’ampia gamma di gravi patologie: quasi un decesso su 5 negli Stati Uniti ogni anno è attribuito al fumo di sigaretta e all’esposizione al fumo passivo, secondo la Heart Disease and Stroke Statistic – 2022 Update dell’American Heart Association.

Le sigarette elettroniche, che contengono molte sostanze chimiche tossiche, stanno diventando sempre più popolari come un altro modo per le persone di consumare nicotina. “Il fatto che il duplice uso, utilizzando sia sigarette tradizionali che sigarette elettroniche, abbia un rischio di malattie cardiovascolari simile al solo fumo di sigarette è una scoperta importante poiché molti americani stanno assumendo sigarette elettroniche nel tentativo di ridurre il fumo per ciò che percepiscono è un rischio inferiore“, ha affermato Andrew C. Stokes, corrispondente e autore senior dello studio e assistente professore nel dipartimento di salute globale presso la Boston University School of Public Health.

Per esaminare la relazione tra le malattie cardiovascolari, l’uso di sigarette elettroniche e il duplice uso di sigarette tradizionali e sigarette elettroniche, i ricercatori hanno esaminato i dati dello studio sulla valutazione della popolazione del tabacco e della salute (Path), uno studio rappresentativo a livello nazionale sull’uso di prodotti a base di nicotina raccolte dal 2013 al 2019.

Lo studio su 24 mila persone

Lo studio si è concentrato su più di 24 mila adulti, di cui il 50% aveva 35 anni o meno e il 51% erano donne. I partecipanti sono stati classificati come fumatori se avevano fumato più di 100 sigarette tradizionali nella loro vita. I fumatori di sigarette elettroniche sono stati identificati dall’autosegnalazione da parte dei partecipanti durante qualsiasi round della raccolta dei dati.

Le classificazioni di gruppo erano: 1) nessun uso corrente di sigaretta elettronica o fumo di sigaretta tradizionale (14.832 persone, questo gruppo potrebbe includere ex fumatori o ex utenti di sigarette elettroniche); 2) uso esclusivo di sigaretta elettronica (822 persone); 3) solo uso di sigaretta tradizionale (6.515 persone); 4) doppio uso sia di sigarette tradizionali che di sigarette elettroniche (1.858 persone).

La ricerca ha rilevato più di 1.480 casi di qualsiasi malattia cardiovascolare e più di 500 casi di infarto, insufficienza cardiaca o ictus. Rispetto alle persone che fumavano solo sigarette tradizionali, le persone che fumavano sia sigarette tradizionali che sigarette elettroniche non avevano differenze significative nel rischio di malattie cardiovascolari né per il rischio di infarto, insufficienza cardiaca o ictus.

Secondo i dati, il 62% delle persone che usavano solo sigarette elettroniche e il 54% dei doppi utenti aveva meno di 35 anni, rispetto al 51% dei partecipanti classificati come non utilizzatori che non fumavano sigarette tradizionali o non usavano sigarette elettroniche.

I ricercatori hanno notato che, rispetto all’esclusivo fumo di sigaretta tradizionale, l’uso esclusivo di sigarette elettroniche era associato a eventi di malattie cardiovascolari autoriferiti inferiori del 30%-40%, sebbene l’associazione fosse significativa solo per qualsiasi esito cardiovascolare, che include condizioni come il cuore congenito malattia o miocardite e non specificamente per infarto, insufficienza cardiaca o ictus (15 eventi segnalati da utilizzatori di sigarette elettroniche contro 242 segnalati da fumatori di sigarette).

I ricercatori sottolineano che, sebbene lo studio Path fornisca dati longitudinali essenziali sull’uso delle sigarette tradizionali ed elettroniche, i dati sono autoriportati, la durata dello studio è breve e il tasso di eventi è ancora basso, soprattutto nei giovani.

Poiché l’uso della sigaretta elettronica è ancora relativamente nuovo, non esiste ancora un solido ‘corpus’ di prove a lungo termine per determinare l’eventuale rischio dell’utilizzo di questi prodotti nel tempo, quindi attendono con impazienza ulteriori dati da questo e altri studi in corso, avvertono i ricercatori. 

AGI – Valter Longo della USC Leonard Davis School of Gerontology sta dedicando la propria vita agli studi sulla longevità e sulla nutrizione per raggiungere il traguardo di una vita longeva e in salute. In una nuova revisione della letteratura, appena pubblicata su Cell, effettuato in collaborazione con Rozalyn Anderson dell’Università del Wisconsin descrive la “dieta della longevità”, come un approccio basato su vari aspetti, che vanno dalla composizione degli alimenti alle calorie assunzione, alla durata e alla frequenza dei periodi di digiuno. 

Longo e Anderson hanno esaminato centinaia di studi sulla nutrizione, le malattie e la longevità negli animali da laboratorio e nell’uomo e li hanno combinati con i propri studi sui nutrienti e sull’invecchiamento. L’analisi ha incluso diete popolari come la restrizione delle calorie totali, la dieta chetogenica ricca di grassi e povera di carboidrati, le diete vegetariane e vegane e la dieta mediterranea. 

“Abbiamo esplorato il legame tra nutrienti, digiuno, geni e longevità in specie a vita breve e abbiamo collegato questi collegamenti a studi clinici ed epidemiologici su primati e umani, compresi i centenari”, ha detto Longo. “Adottando un approccio multisistema e multipilastro basato su oltre un secolo di ricerca, possiamo iniziare a definire una dieta di longevità che rappresenti una solida base per la raccomandazione nutrizionale e per la ricerca futura”.

L’articolo includeva anche una revisione di diverse forme di digiuno, tra cui una dieta a breve termine che imita la risposta al digiuno del corpo, il digiuno intermittente (frequente e a breve termine) e il digiuno periodico (due o più giorni di digiuno o diete che imitano il digiuno più di due volte al mese).

Oltre a esaminare i dati sulla durata della vita da studi epidemiologici, il team ha collegato questi studi a specifici fattori dietetici che influenzano diversi percorsi genetici di regolazione della longevità condivisi da animali e esseri umani che influenzano anche i marcatori di rischio di malattia, inclusi i livelli di insulina, proteina C-reattiva, insulina -come il fattore di crescita 1 e il colesterolo. 

I risultati sostengono che le caratteristiche chiave della dieta ottimale sembrano essere l’assunzione di carboidrati da moderata ad alta da fonti non raffinate, proteine ​​​​basse ma sufficienti da fonti in gran parte di origine vegetale e grassi vegetali sufficienti per fornire circa il 30% del fabbisogno energetico.

Idealmente, i pasti della giornata dovrebbero avvenire tutti entro una finestra di 11-12 ore, consentendo un periodo giornaliero di digiuno, e un ciclo di 5 giorni di una dieta a digiuno o che imita il digiuno ogni 3-4 mesi può anche aiutare a ridurre la resistenza all’insulina, pressione sanguigna e altri fattori di rischio per le persone con aumentato rischio di malattie, ha aggiunto Longo.

La formula della dieta ideale

Il ricercatore americano ha descritto come potrebbe essere la dieta per la longevità nella vita reale: “Molti legumi, cereali integrali e verdure; pesce; niente carne rossa o carni lavorate e carni bianche molto basse; basso contenuto di zuccheri e cereali raffinati; discreta quantità di noci e olio d’oliva e un po’ di cioccolato fondente”.

Il prossimo passo nella ricerca sulla dieta della longevità sarà uno studio su 500 persone che si svolgerà nel sud Italia, ha detto Longo. La dieta della longevità presenta somiglianze e differenze con le diete in stile mediterraneo spesso analizzate nelle “zone blu” di super invecchiamento, inclusa la Sardegna il Cilento, in Italia; Okinawa, Giappone; e Loma Linda, California.

Le diete comuni in queste comunità note per un numero elevato di persone di età pari o superiore a 100 anni sono spesso in gran parte a base vegetale o a base di pesce e sono relativamente povere di proteine. La dieta della longevità messa a punto da Longo rappresenta un’evoluzione di queste “diete centenarie”, ha spiegato, che aggiunge la raccomandazione di limitare il consumo di cibo a 12 ore al giorno e di avere diversi brevi periodi di digiuno ogni anno.

Oltre alle caratteristiche generali, la dieta della longevità dovrebbe essere adattata agli individui in base al sesso, all’età, allo stato di salute e alla genetica, ha osservato Longo. Ad esempio, le persone di età superiore ai 65 anni potrebbero aver bisogno di aumentare le proteine ​​per contrastare la fragilità e la perdita di massa corporea magra, poiché gli studi di Longo hanno dimostrato che quantità proteiche più elevate erano migliori per le persone di età superiore ai 65 anni ma non ottimali per le persone di età inferiore ai 65 anni, ha affermato. Per questo è importante collaborare con un operatore sanitario specializzato in nutrizione per iniziare un percorso di cambiamento, ricordano gli autori.

AGI – Sulla base della determinazione Aifa pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 20 aprile 2022 è ora divenuto operativo il protocollo d’intesa per rendere disponibile e facilmente accessibile su tutto il territorio nazionale l’antivirale orale Paxlovid, che potrà essere distribuito attraverso la rete delle 19 mila farmacie italiane. Le farmacie erogheranno gratuitamente il Paxlovid, autorizzato per il trattamento precoce del Covid-19, nella modalità della distribuzione per conto (DPC), dietro presentazione di apposita ricetta medica.

 “Ringraziamo il ministro della Salute, Roberto Speranza, e l’Aifa per la fiducia riposta nelle farmacie – afferma il presidente di Federfarma nazionale, Marco Cossolo – questa decisione semplifica l’accesso ai farmaci antivirali per il trattamento del Covid-19 e apre una fase nuova nel contrasto alla pandemia, che incardina sul territorio le attività di prescrizione e dispensazione di questi medicinali, con il pieno coinvolgimento dei medici di medicina generale e dei farmacisti”.

“Le farmacie dimostrano, ancora una volta, di operare con grande senso di responsabilità nei confronti della collettività e hanno sempre risposto puntualmente ai nuovi bisogni di salute emersi nelle varie fasi della pandemia – prosegue Cossolo – ora sono pronte a garantire gratuitamente la dispensazione del Paxlovid, per assicurare la tempestività del trattamento con gli antivirali orali, rivelatasi fondamentale per il buon esito della cura”.

“La distribuzione in farmacia dei farmaci innovativi – aggiunge il segretario nazionale di Federfarma, Roberto Tobia – è connaturata alla specifica professionalità del farmacista, che svolge un importante ruolo nel monitoraggio dell’aderenza alla terapia e nell’attività di farmacovigilanza proprio grazie all’esclusivo rapporto quotidiano di fiducia e prossimità con il cittadino”. 

AGI – Sono 74 i casi di epatite acuta infantile segnalati nel Regno Unito e in Irlanda, caratterizzati da sintomatologia grave ma privi di un’eziologia nota. Riportati sul sito ufficiale dell’Organizzazione mondiale della sanita’ (Oms), questi episodi si sono verificati in Regno Unito, in Irlanda e in Spagna, e l’ente internazionale conferma che sono state avviate le indagini per ricostruire le motivazioni alla base delle manifestazioni acute di epatite.

Il 5 aprile l’International Health Regulations (IHR) National Focal Point (NFP) per il Regno Unito ha notificato all’Oms dieci casi di epatite acuta grave, con eziologia sconosciuta in bambini clinicamente sani provenienti dalla Scozia centrale. I pazienti avevano un’età compresa tra gli 11 mesi e i cinque anni.

Tra i sintomi più comuni, gli esperti segnalavano ittero, diarrea, vomito e dolore addominale. Nell’arco di tre giorni, il numero di episodi simili in tutto il regno Unito è salito a 74. Sono stati esclusi ceppi virali associati all’epatite A, B, C, D, ed E. Alcuni casi hanno richiesto il trasferimento a reparti epatici pediatrici specializzati e sei bambini sono stati sottoposti a trapianto di fegato.

Secondo i dati aggiornati all’11 aprile non si sono verificati decessi, ma l’ente internazionale avverte che, visto il tasso di contagio, potrebbero emergere nuovi casi. Nel frattempo, sebbene sia stato rilevato un possibile collegamento epidemiologico, l’eziologia di queste epatiti è ancora considerata sconosciuta e rimane oggetto di indagine attiva.

A livello internazionale, sono stati segnalati meno di cinque episodi simili in Irlanda, e tre casi in Spagna. Sono in corso ulteriori approfondimenti da parte delle autorità sanitarie nazionali, che avranno lo scopo di individuare il momento del contagio in modo da ottimizzare le strategie di prevenzione.

“Il Regno Unito – si legge sul sito dell’Oms – ha segnalato un recente aumento significativo e inaspettato dei casi di epatite acuta grave di eziologia sconosciuta nei bambini piccoli. Sebbene il potenziale ruolo dell’adenovirus e/o di SARS-CoV-2 nella patogenesi di questi casi rappresenti un’ipotesi, è necessario proseguire gli studi e individuare i fattori infettivi e non infettivi da considerare per valutare e gestire correttamente il rischio”.

L’Organizzazione mondiale della sanità aggiunge che potrebbero emergere nuovi episodi, visto il tasso di insorgenza di queste epatiti, per cui è fondamentale indirizzare gli sforzi per individuare possibili cause scatenanti. “Identificare l’eziologia di queste epatiti rappresenta una priorità assoluta – prosegue l’Oms – eventuali collegamenti epidemiologici tra i casi potrebbero fornire indicazioni utili a rintracciare l’origine della malattia. Nel frattempo sconsigliamo l’introduzione di limitazioni ai viaggi internazionali. Le informazioni attualmente disponibili non giustificano un aumento delle restrizioni”. 

AGI – Il 52 per cento della popolazione mondiale è affetto da un disturbo di mal di testa ogni anno, con il 14 per cento che soffre di emicrania. Queste, in estrema sintesi, sono le stime che emergono da uno studio, pubblicato sul Journal of Headache and Pain, condotto dagli scienziati della Norwegian University of Science and Technology, che hanno esaminato una serie di lavori precedenti per valutare la reale diffusione di uno dei disturbi più comuni al mondo.

Il mal di testa, spiegano gli autori, è una delle condizioni più frequenti e invalidanti a livello mondiale, ma ci sono poche iniziative volte a indagare la prevalenza di questa problematica.

Il team, guidato da Lars Jacob Stovner, ha considerato 357 ricerche pubblicate tra il 1961 e la fine del 2020, la maggior parte delle quali riguardava adulti tra i 20 ei 65 anni, anche se alcuni studi prendevano in esame adolescenti e bambini fino ai cinque anni.

Gli scienziati hanno misurato le differenze nei metodi utilizzati e modellato i risultati per ottenere una stima della prevalenza del mal di testa. Stando a quanto emerge dall’indagine, ogni anno circa il 52 per cento della popolazione mondiale ha avuto almeno un disturbo di cefalea.

Il 14 per cento della popolazione mondiale, inoltre, risultava associato a un problema di emicrania, con il 4,6 per cento che ha sofferto di mal di testa per almeno 15 giorni al mese. “Abbiamo scoperto che la prevalenza dei disturbi del mal di testa rimane elevata in tutto il mondo – riporta Stovner – dovremmo cercare di individuare strategie per ridurre questo onere attraverso la prevenzione e l’individuazione di trattamenti più efficaci“.

Tutti i tipi di cefalea, riportano gli autori, erano più comuni nelle donne rispetto alle controparti maschili. L’emicrania, in particolare, sembrava insorgere nel 17 per cento del campione femminile e nell’8,6 per cento degli individui di genere maschile. I ricercatori hanno inoltre valutato i fattori che potevano incidere sui valori ottenuti nelle diverse pubblicazioni.

“I nostri risultati – osserva Stovner – evidenziano la necessità di sviluppare nuovi metodi per diagnosticare la cefalea e per trattare i problemi associati al mal di testa. Rispetto al nostro rapporto precedente e alle stime globali, questi dati suggeriscono inoltre che i tassi di mal di testa ed emicrania potrebbero essere in aumento. Il nostro lavoro fornisce una linea di base su come stimare i tassi di mal di testa in tutto il mondo”. 

AGI – Gli antiossidanti presenti in diversi cibi, dal tè verde al pomodoro cotto, passando per i frutti rossi, l’uva e il melograno, possono davvero fare la differenza nella prevenzione del tumore alla prostata, aprendo un nuovo scenario anche come supporto alla terapia, riducendone la tossicità e aiutando a bloccare la progressione della malattia.

All’interno di una dieta bilanciata, anche gli integratori possono avere un ruolo preventivo e protettivo nella popolazione maschile a rischio, se prescritti dall’andrologo individuando il prodotto giusto e la dose corretta, per avere la massima efficacia e il minimo di effetti collaterali.

Dagli esperti della Società italiana di andrologia (Sia), riuniti a Roma in occasione del Congresso Nazionale, arrivano raccomandazioni riguardo l’utilizzo di antiossidanti, che fanno chiarezza sugli approcci che hanno dimostrato maggiore efficacia.

Secondo le conclusioni degli esperti che hanno analizzato e descritto a fondo la letteratura scientifica sull’argomento, le evidenze più solide riguardano alcuni cibi che contengono sostanze ad azione antiossidante e antiproliferativa, come epigallocatechine, licopene, resveratrolo e di recente il pterostilbene, con un bilancio vantaggioso tra efficacia e sicurezza.

“Il tumore alla prostata, con 36.000 nuovi casi all’anno, rappresenta il cancro più frequente della popolazione maschile in Italia – spiega Alessandro Palmieri, presidente Sia e professore di Urologia all’Università Federico II di Napoli – nella fase iniziale il carcinoma della prostata è in genere totalmente asintomatico, pertanto la diagnosi precoce – che si associa a un tasso di guarigione del 90% – è possibile solo attraverso programmi di screening che prevedono il dosaggio dell’antigene prostatico (PSA) e la visita dallo specialista, oltre che tecniche di imaging come l’ecografia e la risonanza magnetica. L’assenza di sintomi precoci specifici nei pazienti con cancro alla prostata obbliga a elaborare strategie di prevenzione mirate ed efficaci”, aggiunge Palmieri.

È fondamentale prendere coscienza di quelli che sono i principali fattori di rischio – sottolinea ancora l’urologo – come avere una storia familiare di tumore della prostata, l’età avanzata e gli stili di vita, come la dieta. È dimostrato che l’assunzione di eccessive quantità di alcool, grassi saturi, derivati del latte, possono avere un ruolo nella genesi di tale neoplasia, ma la ricerca scientifica negli anni ha sempre cercato di individuare farmaci o prodotti naturali in grado di prevenire l’insorgenza di tumore della prostata, se somministrati a individui a maggior rischio o a quei pazienti che presentavano già delle lesioni precancerose, ad altissima probabilità di sviluppare una neoplasia prostatica”.

“Moltissime ricerche hanno evidenziato il potere preventivo di molti composti di origine naturale – spiega Davide Arcaniolo, membro della commissione scientifica della Sia e ricercatore in Urologia dell’Università della Campania ‘Luigi Vanvitelli’ – quelli maggiormente studiati sono senz’altro le epigallocatechine e il licopene, sostanze ad azione antiossidante ed antinfiammatoria, contenute in grande quantità principalmente nel tè verde e nel pomodoro.

In uno studio clinico su un gruppo di soggetti ad alto rischio di tumore alla prostata (perché con lesioni precancerose) si è visto che chi assumeva regolarmente epigallocatechine derivate dal tè verde vedeva ridotto del 60% il rischio di ammalarsi rispetto a chi assumeva solo una sostanza placebo. Il rischio può ridursi fin dell’80% con un’assunzione di queste sostanze per due anni consecutivi”.

Anche il licopene, contenuto in grandi quantità nel pomodoro, rappresenta un altro principio attivo largamente studiato nelle strategie di prevenzione. In una metanalisi di 42 studi con l’osservazione di quasi 700mila partecipanti, è stato dimostrato un effetto protettivo del licopene superiore alla maggior parte degli altri composti, fatta eccezione per il tè verde.

“L’assunzione nella dieta è limitata da un basso assorbimento intestinale, che viene facilitato quando il pomodoro viene cotto”, spiega ancora Arcaniolo.

Gli studi clinici hanno dimostrato che la riduzione dell’incidenza di tumore della prostata è ridotta proporzionalmente all’assunzione di licopene e delle sue concentrazioni nel sangue. La riduzione del rischio varia dal 12% per tutti i tipi di tumore della prostata fino al 26% per i tumori più aggressivi”, aggiunge.

Nuovi studi hanno dimostrato la particolare efficacia del resveratrolo, contenuto soprattutto nell’uva, non solo come azione preventiva contro il tumore della prostata ma anche come supporto ai trattamenti anti-tumorali per l’altissimo potenziale antiossidante che agisce sia nello stato iniziale del cancro, attraverso fattori di blocco, sia nello stato più avanzato attraverso fattori di soppressione che ne frenano la progressione.

Il professor Palmieri, presidente della Sia, spiega ancora: “Solo di recente un’altra sostanza, il pterostilbene, un antiossidante simile al resveratrolo del vino rosso e presente in diversi cibi, dal mirtillo alle arachidi, ha mostrato a sua volta proprietà preventive in uno studio appena pubblicato su Cancer Prevention Research. Un ruolo chiave, come supporto alla terapia di trattamento del cancro prostatico, svolge anche l’acido ellagico contenuto nel melograno”.

Uno studio pubblicato su European Urology – osserva Palmieri – ha dimostrato una riduzione della tossicità indotta dalla chemioterapia, in particolare la neutropenia nei pazienti con cancro prostatico ormone-refrattario. Di certo, questi componenti naturali hanno una maggiore efficacia se assunti insieme negli integratori, potenziando in maniera sinergica il loro effetto fino a tre volte e aprendo così un nuovo scenario.

“Sono sempre più numerosi gli andrologi che prescrivono integratori ai loro pazienti ad alto rischio con risultati molto efficaci. Tuttavia – rileva ancora Palmieri – bisogna prestare la massima attenzione ai supplementi, che devono essere prescritti dallo specialista per individuare il tipo di prodotto giusto per ciascun paziente, con le giuste modalità di utilizzo, in modo che la dose corretta non sia troppa bassa e quindi inefficace ma neppure troppo alta e quindi a rischio di effetti collaterali”.

“Infine, bisogna ricordare che gli integratori non sono una panacea ma vanno accompagnati da un’alimentazione e uno stile di vita sani: per questo il valore degli antiossidanti preventivo e di supporto alle cure contro il cancro della prostata, è tale solo nell’ambito di una valutazione andrologica che ne indichi l’impiego più appropriato”, concludono Palmieri e Arcaniolo. 

AGI – Se utilizzato regolarmente, il Viagra potrebbe provocare problemi alla vista. Si tratterebbe di un effetto collaterale riscontrato anche in altre tre farmaci per l’impotenza, Cialis, Levitra e Spedra, tutti indicato come potenziali fattori scatenanti di problemi agli occhi. A documentarlo è stato uno studio della British Columbia University, pubblicato sulla rivista Jama Ophthalmology.

In dettaglio i ricercatori hanno scoperto che questi farmaci ampiamenti utilizzato come trattamento per a disfunzione erettile possono causare improvvise perdite della vista o la comparso di lampi di luce e macchie scure o “fluttuanti” in coloro che li assumono. Secondo i ricercatori la causa potrebbe essere dovuta al fatto che questi farmaci, aumentando il flusso sanguigno ai genitali, potrebbe ostacolarne l’apporto agli occhi.

Lo scienziato che ha coordinato lo studio Mahyar Etminan, un oculista dell’Università della British Columbia, raccomanda alle persone che usano questi farmaci e che sviluppano problemi di vista di “ricercare cure mediche”. Spiega: “Queste sono condizioni rare e il rischio di svilupparne una rimane molto basso per ogni singolo consumatore. Tuttavia, l’enorme numero di prescrizioni dispensate ogni mese negli Stati Uniti – circa 20 milioni – significa che un numero significativo di persone potrebbe essere colpito. I consumatori abituali che riscontrano cambiamenti nella loro vista dovrebbero prenderli sul serio e rivolgersi a un medico”.

Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori hanno esaminato le registrazioni dei reclami assicurativi di 213.033 uomini che usavano pillole per la disfunzione erettile. Non è specificato per quale motivo gli uomini del campione, che erano tutti per lo più sulla sessantina, stavano assumendo i farmaci. Il sildenafil, l’ingrediente principale del Viagra di Pfizer, può essere infatto usato anche per trattare l’ipertensione polmonare. Ebbene, di tutto il campione, circa 123.347 uomini hanno assunto il sildenafil; 78.609 assumevano il tadalafil (Cialis), 6.604 assumevano il vardenafil (Levitra) e 4.473 assumevano l’avanfil (Spedra). Nessuno degli uomini aveva sofferto di problemi agli occhi nell’anno prima che diventassero consumatori regolari del farmaco.

Prendendo in considerazione condizioni come diabete e malattie cardiache, i ricercatori hanno osservato che tra il 2006 e il 2020 gli uomini che assumevano uno dei farmaci sotto esame avevano il 158 per cento di probabilità in più di sviluppare un grave distacco della retina, cosa che avviene quando si accumula liquido nella parte posteriore dell’occhio.

Questo problema provoca la comparsa improvvisa di macchie nel campo visivo e di lampi di luce. Gli stessi uomini avevano anche il 102 per cento in più di probabilità di soffrire di neuropatia ottica ischemica, in cui il nervo ottico viene compromesso dall’ostruzione della relativa irrorazione sanguigna. La condizione provoca una perdita della vista centrale. Inoltre, gli uomini che assumevano regolarmente farmaci contro la disfunzione erettile avevano il 44 per cento di probabilità in più di sviluppare un’occlusione vascolare retinica, un tipo di coagulo di sangue nella retina.

Le persone con questo disturbo subiscono un’improvvisa perdita della vista e la comparsa macchie scure o “fluttuanti” nella loro vista. “Questi farmaci affrontano la disfunzione erettile migliorando il flusso sanguigno, ma sappiamo che possono anche ostacolare il flusso sanguigno in altre parti del corpo – dice Etminan – quindi, sebbene il nostro studio non dimostri causa ed effetto, esiste un meccanismo – continua – attraverso il quale questi farmaci potrebbero plausibilmente portare a questi problemi. La totalità delle prove punta verso un legame forte”.

Lo scienziato ha detto che spera che ulteriori ricerche dimostreranno il collegamento e porteranno i produttori a mettere etichette di avvertenza sulle pillole. Pfizer avverte già che circa una persona su 100 che usa il Viagra sperimenta “irritazione agli occhi, occhi iniettati di sangue/occhi arrossati, dolore oculare, lampi di luce, luminosità visiva, sensibilità alla luce, lacrimazione”.

AGI – Le persone che contraggono il Covid-19 hanno un rischio maggiore di sviluppare il diabete fino a un anno dopo, anche dopo una lieve infezione da SARS-CoV-2, rispetto a coloro che non hanno mai avuto la malattia. A rilevarlo, uno studio robusto su quasi 200.000 persone. La ricerca, pubblicata su The Lancet Diabetes & Endocrinology all’inizio di questo mese, fa parte di un numero crescente di stud2 che dimostrano che Covid-19 “può aumentare il rischio di diabete di una persona, anche mesi dopo l’infezione”.

Quando l’intera pandemia si ritirerà, “rimarremo con l’eredità di questa pandemia, un’eredità di malattie croniche” per la quale i sistemi sanitari non sono preparati, afferma il coautore dello studio Ziyad Al-Aly, ricercatore capo per il Veterans Affairs (VA) Sistema sanitario di St Louis nel Missouri.

I ricercatori hanno esaminato le cartelle cliniche di oltre 180.000 persone sopravvissute per più di un mese dopo aver contratto il Covid-19 e hanno confrontato i dati con i record di due gruppi, ciascuno dei quali comprendeva circa quattro milioni di persone senza infezione da SARS-CoV-2 che avevano utilizzato il sistema sanitario VA, prima o durante la pandemia. 

L’analisi ha rilevato che le persone che avevano avuto Covid-19 avevano circa il 40% in più di probabilità di sviluppare il diabete fino a un anno dopo rispetto ai veterani nei gruppi di controllo. Ciò significava che per ogni 1.000 persone studiate in ciascun gruppo, a circa 13 persone in più nel gruppo Covid-19 veniva diagnosticato il diabete. Quasi tutti i casi rilevati erano soggetti con diabete di tipo 2, con resistenza o non produzione sufficiente di insulina.

 La possibilità di sviluppare il diabete è aumentata con l’aumentare della gravità del Covid-19. Le persone che sono state ricoverate in ospedale o ricoverate in terapia intensiva avevano circa il triplo del rischio rispetto alle persone di controllo che non avevano Covid-19. 

Anche le persone che avevano infezioni lievi e nessun precedente fattore di rischio per il diabete avevano maggiori probabilità di sviluppare la condizione cronica, afferma Al-Aly. Delle persone con Covid-19 che hanno evitato il ricovero, 8 persone in più su 1.000 studiate avevano sviluppato il diabete un anno dopo rispetto alle persone che non erano state infettate.

Le persone con un indice di massa corporea elevato, una misura dell’obesità – e un fattore di rischio considerevole per il diabete di tipo 2 – avevano più del doppio del rischio di sviluppare il diabete dopo un’infezione da SARS-CoV-2. Dato l’incredibile numero di casi di Covid-19 a livello globale – 480 milioni di casi confermati e oltre – il collegamento con il diabete osservato potrebbe corrispondere a un drastico aumento del numero di persone con patologia diabetica in futuro, afferma Jonathan Shaw, epidemiologo del Baker Heart and Diabetes Institute di Melbourne, in Australia. Ma lo studio ha dei limiti, avvertono gli esperti.

Gli anziani statunitensi nello studio erano per lo più uomini bianchi in età avanzata, molti dei quali avevano la pressione sanguigna elevata ed erano in sovrappeso, il che li esponeva ad un alto rischio di sviluppare il diabete, afferma Gideon Meyerowitz-Katz, un epidemiologo che studia il diabete presso l’Università di Wollongong in Australia. Ma quel rischio è molto più basso nei giovani, dice, e più alto in alcuni altri gruppi etnici.

E poi, continuano gli esperti, altri fattori potrebbero anche contribuire all’apparente aumento del diabete tra le persone che si sono riprese da Covid-19, afferma Shaw. I casi esistenti di diabete potrebbero non essere stati rilevati fino a quando le persone non hanno cercato assistenza medica per Covid-19.