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Dopo la richiesta del sequestro delle somme che entreranno nelle casse fino al raggiungimento di 49 milioni, il Carroccio è passato all'attacco. Si attendono le decisioni del Tribunale del riesame di Genova, si fa presente la sentenza arrivata per la 'Nazione Toscana' con la magistratura che ha riconosciuto la terzietà dalla Lega nord ("Dovranno restituirci i soldi sequestrati", dice un deputato), si procederà a querelare chi, questa la tesi, ha infangato l'immagine del partito.

E soprattutto si cerca di valutare qual è 'l'exit strategy' per assicurare la sopravvivenza. C'è la strada della continuità con l'obiettivo di andare alla fine di qualsiasi grado di giudizio per affermare i diritti del partito ma anche sullo sfondo il percorso che porta a staccarsi in maniera definitiva dalla vecchia gestione. Ovvero a rompere qualsiasi cordone con il passato. Cambiando personalità giuridica. Non più Lega Nord per l'Indipendenza della Padania ma semplicemente Lega. Con un nuovo soggetto politico che possa prevedere un congresso fondativo. Ma sempre con lo stesso simbolo presentato alle Politiche e con il nome di Salvini in bella evidenza. 

In ogni caso ogni valutazione definitiva sul da farsi verrà presa solo quando sarà chiaro il quadro giuridico. Del resto, soltanto ieri mattina i legali della Lega hanno avuto modo di visionare le motivazioni della sentenza. E ora si tratta di capire se la richiesta del sequestro dei fondi varrà anche per il futuro. I 'big' del Carroccio hanno riscontrato solo un precedente del genere in Europa: in Turchia. Sottolineano ancora una volta che c'è il precedente dell'ex tesoriere della Margherita, Lusi che fu riconosciuto in prima persona colpevole dell'ammanco. Già il due per mille è stato versato su un altro codice.

La contestazione, spiega un parlamentare, riguarda irregolarità per 300 mila euro ma l'obiettivo reale dei giudici, si osserva, è quello di farci scomparire. Ecco perché si chiede un incontro al Capo dello Stato, Sergio Mattarella quando tornerà dal suo viaggio nell'Europa dell'est. "Si tratta di un gravissimo attacco alla democrazia per mettere fuori gioco per via giudiziaria il primo partito italiano", hanno spiegato fonti del partito, "è un attacco alla Costituzione, perchè si nega il diritto a milioni di italiani di essere rappresentati".

L'affondo giudiziario era stato messo in conto ma è la portata della vicenda a preoccupare lo stato maggiore. Si era studiata la strada della fideiussione del patrimonio, ovvero della sede del partito di via Bellerio. "Ma qui – si sfoga un esponente di primo piano del Carroccio – sembra che vogliano semplicemente cancellarci. Per ora abbiamo le mani legate". I parlamentari della Lega, spiega un deputato, versano come contributo volontario circa tremila euro nelle casse del partito. Poi ci sono i soldi del tesseramento. Ogni militante ha pagato 40 euro. "Dobbiamo tutelare la nostra gente. È un processo politico", il 'refrain'.

Al momento non c'è l'intenzione di scendere in piazza per protestare contro la sentenza. Il 'dossier' è nelle mani di Calderoli e Giorgetti, sottolinea un altro esponente del Carroccio, stanno cercando loro di capire cosa si può fare. La strada del nuovo soggetto è una delle ipotesi sul tavolo. "Diamo fastidio", era stato il primo commento del nuovo tesoriere, il deputato Centemero. Poi oggi la decisione di alzare ancora di più i toni. "Quei 49 milioni non sono legati ad alcun reato", la protesta. 

Rolling Stone ha dichiarato guerra a Matteo Salvini. La rivista di musica ha lanciato la campagna #chitaceècomplice per la quale ha arruolato musicisti, attori, scrittori e figure legate allo showbiz e alla tv chiedendo loro di prendere una posizione "per una società aperta, moderna, libera e solidale". Qualcuno, a quanto pare, a sua insaputa. Enrico Mentana, il cui nome compare nell'elenco dei solidali, ha smentito su Facebook di avere dato la propria adesione e racconta di avere anzi detto esplicitamente 'no' al direttore del magazine.

Ma cosa scrive Rolling Stone nel numero in edicola? “Fa male vedere, giorno dopo giorno, un’Italia sempre più cattiva, lacerata, incapace di sperare e di avere fiducia negli altri e nel futuro. Un’Italia rabbiosa e infelice. Fa ancora più male prendere atto che questa rabbia si è fatta potere" si legge sul magazine, "Non vogliamo che il nostro Paese debba trovare un nemico per sentirsi forte e unito. Per questo non possiamo tacere. I valori sui quali abbiamo costruito la civiltà, la convivenza, sono messi in discussione. Ci troviamo costretti a battaglie di retroguardia, su temi che consideravamo ormai patrimonio condiviso e indiscutibile. I sedicenti “nuovi” sono in realtà antichi e pericolosi, cinicamente pronti a sfruttare paure ancestrali e spinte irrazionali".

L'invito di Rolling Stone è a "opporci a chi ci porta indietro, a chi ci costringe a diventare conservatori. Not in my name, non nel mio nome, nel nostro nome. Questo dev’essere chiaro, da subito. Così com’è chiaro che solo provando a stare insieme possiamo tornare ad avere un presente, e immaginare il futuro. Rolling Stone, sin dalla sua fondazione, 50 anni fa, significa impegno nella vita politica e sociale, lotta al fianco degli ultimi e coraggio nel dire sempre da che parte sta. Caratteristiche vitali e per noi irrinunciabili.Crediamo che oggi in Italia sia fondamentale prendere una posizione chiara, crediamo che volgere lo sguardo dall’altra parte e aspettare che passi la bufera equivalga a essere complici, crediamo, una volta di più, nel soft power della cultura pop, nella sua capacità di unire, condividere, accogliere. Perciò abbiamo chiesto ad artisti e protagonisti della vita culturale italiana, che tante volte in questi anni abbiamo incrociato e raccontato".

In pratica 'con noi o contro di noi'. Ecco l'elenco delle persone che, secondo un comunicato diffuso da Rolling Stone, hanno dato la loro adesione (abbiamo espunto il nome di Mentana dopo la sua smentita). 

Daria Bignardi (scrittrice), Vasco Brondi (cantante), Caparezza (cantante), Ennio Capasa (stilista), Pierpaolo Capovilla (cantante), Chef Rubio (conduttore tv), Max Collini (cantante), Carolina Crescentini (attrice), Marco D’Amore (attore), Costantino della Gherardesca (conduttore tv), Erri de Luca (scrittore), Diodato (cantante), Elisa (cantante), Ernia (rapper), Fandango di Domenico Procacci (casa di produzione), Fabio Fazio (conduttore tv), Anna Foglietta (attrice), Marcello Fonte (attore), Gazzelle (cantante), Gemitaiz (rapper), Gipi (fumettista), Linus (Radio Deejay), Lo Stato Sociale (band), Makkok (illustratore), Fiorella Mannoia (cantante), Vinicio Marchioni (attore), Emma Marrone (cantante), Enrico Mentana (giornalista), Ermal Meta (cantante), Francesca Michielin (cantante), Motta (cantante), Gabriele Muccino (regista), Negramaro (band), Andrea Occhipinti (produttore e distributore cinematografico), Roy Paci (cantante), Mauro Pagani (musicista), Tommaso Paradiso (cantante), Valentina Petrini (giornalista), Alessandro Robecchi (scrittore), Lele Sacchi (dj), Selton (band), Barbara Serra (giornalista), Michele Serra (giornalista), Shablo (produttore musicale), Subsonica (band), Tedua (rapper), Tre Allegri Ragazzi Morti (band), Sandro Veronesi (scrittore), Daniele Vicari (regista), Zerocalcare (fumettista).

Il direttore di Rs prova a giustificarsi

Il direttore di Rolling Stone, Massimo Coppola, è poi intervenuto sul profilo Facebook di Mentana per provare a giustificarsi: "Caro Enrico, non essendo un appello non ci sono firmatari. Abbiamo deciso di includere i post pubblici sul tema dopo che molti ci hanno detto “ci sto, ma ho già detto quel che penso, non potete pubblicare il mio post?” I post sono pubblici e quindi mi pare una scelta legittima pubblicarli. Se decido di raccogliere tutte le dichiarazioni pubbliche su questo o quel tema, non devo certo chiedere a tutti coloro che le hanno espresse se posso farlo". "Non puoi decentemente sostenere che siccome altri ti hanno detto che ne avevano già scritto e non avevano modo di ripetere o cambiare, allora questo ti permetteva di prendere oltre ai loro anche brani di altri che erano ignari della tua iniziativa o peggio, come nel mio caso, si erano dichiarati esplicitamente indisponibili, per di più usandone il nome come elemento di richiamo pubblicitario", ribatte Mentana, definendo quella della rivista una "operazione mediocre".

A metterci il carico da novanta è poi Selvaggia Lucarelli, che guidò per tre mesi il sito di Rolling Stone, andandosene dopo diversi dissidi con i vertici. Secondo la giornalista, il magazine è tutt'altro che il pulpito giusto dal quale lanciare simili prediche. 

"Con una circolare a prefetti e presidenti delle Commissioni per il riconoscimento della protezione internazionale, ho personalmente richiesto velocità e attenzione nel dare accoglienza a chi scappa veramente dalla guerra ma anche nel bloccare tutti coloro che non ne hanno diritto". Lo scrive su twitter il ministro dell'Interno Matteo Salvini. 

“Donne incinte, bambini e rifugiati restano in Italia – però aggiunto –  Si vergognino i disinformati che dicono e scrivono il contrario”. “Il senso dell’iniziativa – spiega il ministro – è limitare un abuso che va a discapito dei rifugiati veri. Su 43mila domande esaminate, i rifugiati sono il 7 per cento mentre la protezione sussidiaria raggiunge il 5. Poi abbiamo la protezione umanitaria che, sulla carta, è riservata a limitati e residuali casi di persone che, pur non essendo in fuga dalle guerra hanno necessità di una tutela. Ma rappresentano il 28 per cento dei casi che poi arriva al 40 con i ricorsi, decine di migliaia di persone. E spesso diventano la legittimazione dell’immigrazione clandestina”.

Bisogna essere nati alla fine degli anni '60 o all'inizio dei '70 per cogliere appieno la citazione di Luigi Di Maio che sta mandando ai matti i social network. Oppure essere dei cultori del trash cinematografico, quello riportato in auge alla fine degli anni '90 quando mentre Salvatores era campione di incassi e di Oscar c'era chi rimpiangeva 'Pierino', Bombolo e compagnia. Ma vediamo cosa è successo. 

Su Twitter uno dei golden boy della comicità anni '80 inneggia alle promesse elettorali fatte dalle forze ora al governo e un ministro dello stesso governo lo ringrazia citando la sua battuta più celebre. I due protagonisti sono: da una parte Luigi Di Maio, vicepremier e titolare dei dicasteri del Lavoro e dello Sviluppo Economico e dall'altro Jerry Calà. 

Chi è Jerry Calà

Ha cominciato a fare il comico con 'I gatti di vicolo miracoli', una formazione variabile di cabarettisti di cui faceva parte anche Umberto Smaila, rimasto poi tra i volti noti della tv italiana. Negli anni '80 è stato interprete di film che sono diventati di culto per gli adolescenti dell'epoca, come 'Sapore di Mare', 'Vacanze di Natale' e Yuppies'. D i recente, anche ospite a 'Un giorno da pecora', si è lamentato di essere stato messo da parte dal mondo dello showbiz. 

Cosa c'entra la libidine

In 'Bomber' un film di Michele Lupo del 1982, Jerry Calà recita accanto a Bud Spencer e propone il suo tormentone più celebre: “Libidine… doppia libidine… libidine coi fiocchi”. Bud Graziano (Bud Spencer), ovvero Bomber, è un ex pugile ormai ritiratosi dall’attività che lavora come capitano di un’imbarcazione in pessime condizioni. Quando la nave viene ritirata e destinata alla rottamazione si trova perciò senza lavoro. Per sua fortuna conosce però Jerry, il proprietario di una palestra frequentata da pugili più pittoreschi che forti, salvandolo da un pestaggio. Lo stesso Jerry, dopo averlo visto all’opera, lo convince allora a trovare un pugile in grado di battersi contro uno dei rappresentanti della palestra di Rosco Dunn, militare americano che incute molto timore in chi lo incontra per strada. 

Cosa ha scritto Calà che è piaciuto a Di Maio

“Tutti in tv si chiedono dove troverà questo governo i soldi per mantenere le promesse elettorali. Basterebbe che il precedente governo gentilmente svelasse dove ha preso tutti quei miliardi per salvare le banche…”, scrive su Twitter il comico. Il suo post viene retwittato da Di Maio che gli rende omaggio citando il tormentone: “Libidine, doppia libidine, libidine coi fiocchi”. 

 

Wikipedia è tornata consultabile. Quarantotto ore dopo che Maurizio Codogno, portavoce di Wikimedia Italia, aveva detto all'Agi che non sapeva per quanto tempo i 10 mila wikipediani che dal 2005 promuovono il progetto avrebbero tenuto le braccia incrociate, l'accesso ai contenuti è stato sbloccato.

Era stato sospeso in segno di protesta contro la riforma del diritto d'autore che Bruxelles ha respinto e rimandato a settembre. Solo Wikipedia Italia non è stata accessibile, ma non è una scelta in contrasto con le altre comunità europee: "La voce è univoca, ma riuscire a concordarci tutti in Europa su tempi e modi era difficile" aveva detto Codogno. Che la protesta sia partita dall'Italia non è un caso, spiega: "La comunità italiana è storicamente più attenta ai temi della libertà di Internet. Abbiamo deciso di fare da apripista, perché se aspettavamo l’accordo di tutti sarebbe stato troppo tardi per un gesto di protesta".

L'emendamento Wikipedia potrebbe non bastare

55 anni, milanese, Codogno è attivo sull'enciclopedia libera da 14 anni. Boccia senza appello la riforma Ue e crede che l'approvazione dell'emendamento Wikipedia per evitare di penalizzarla, non sia abbastanza: "È vero, c'è un emendamento. Ma se c'è un emendamento per noi in primo luogo vuol dire che c'è qualcosa di sbagliato che si vuole correggere: e poi non esiste solo Wikipedia, questa legge potrebbe gravare su progetti più piccoli, che fanno meno rumore di un progetto grande come il nostro".

Non solo. L'emendamento pro Wikipedia, paradossalmente, potrebbe non difendere affatto Wikipedia: "È vero che siamo un progetto no profit, ma per operare abbiamo una licenza d'uso commerciale, che non è contemplata nel testo emendato. Credo ci siano buone possibilità che l'emendamento fatto per noi non riesca a tutelare nemmeno noi". La loro non è una battaglia contro i copyright, spiega Codogno: "Noi siamo assolutamente favorevoli al copyright, ma se tutela chi crea nuovi contenuti. Questa direttiva fa l'opposto. Mina la libertà della rete a partire dalla creazione di nuovi contenuti. Noi in qualche modo potremmo pure sfangarla e continuare a offrire il nostro servizio, ma altri non ce la faranno. Per questo abbiamo deciso di sfruttare il nostro peso per sensibilizzare l'opinione pubblica e fare in modo che questa cosa senza senso sia bloccata. È una battaglia che conduciamo per tutti".

Leggi anche: Vocabolario minimo per capire la riforma europea del copyright

Le parti contestate, come oramai noto, sono gli articoli 11 e la 13 della legge: "Il primo, la link tax, potrebbe impedire al nostro servizio di poter linkare e mettere il testo degli articoli usati per citare delle fonti nelle voci dell'enciclopedia. Questo finora ha fatto in modo che una voce abbia delle fonti e che queste possano essere verificate. Se dovessero sparire chi legge deve fidarsi di chi scrive, senza controllare link e testate da cui si prendono le informazioni". La 13, spiega, è ancora peggiore: "Il filtro che si chiede di creare alle piattaforme è semplicemente una porta per la censura preventiva. Ci opporremo in ogni modo".

Il rischio è la logica stessa di Internet, spiega Codogno: "Se abbiamo deciso di fare qualcosa che finora non è mai stato fatto è perché sappiamo che questa riforma non è una cosuccia fatta tanto per dimostrare che si fa qualcosa. È un cambiamento determinante, Internet potrebbe non essere più lo stesso". Sarà la comunità di Wikipedia a decidere quando il sito tornerà consultabile. Facile prevedere però che prorogare la protesta oltre il 5 luglio, giorno del voto del parlamento europeo, potrebbe non avere molto senso.  

Di diverso avviso Enzo Mazza, amministratore delegato di Fimi, che bolla la decisione di Wikipedia Italia di oscurare il servizio come "incomprensibile". Il motivo, spiega ad Agi, è che "I servizi che lavorano con obiettivi non commerciali come Wikipedia sono già stati esclusi dalla stretta prevista dalla riforma, così come sono stati esclusi tutti quei siti a scopo educativo o scientifico dove si caricano contenuti con l'autorizzazione di chi li ha creati e ne possiede i diritti. Si fa quindi fatica a capire le ragioni della loro protesta". 

Twitter: @arcangeloroc

Richiamo del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, del Movimento 5 stelle, sulle polemiche leghiste per la conferma in Cassazione del sequestro dei fondi del partito in relazione alla condanna dell'ex leader Umberto Bossi. "Tutti devono potersi difendere fino all'ultimo grado di giudizio", ma "le sentenze vanno rispettate, senza evocare scenari che sembrano appartenere più alla Seconda Repubblica", ha detto Bonafede. 

"L'evocare un possibile intervento del Capo dello Stato" nella vicenda dei sequestri relativi ai fondi della Lega "risulta essere fuori dal perimetro costituzionale" Lo scrive la Giunta esecutiva centrale dell'Anm in una nota diramata questa mattina, in cui si rileva anche che "le modalità con cui il dibattito si e' alimentato creano confusione e rischiano di produrre effetti distorsivi sui precisi confini, fissati dalla Costituzione, tra la magistratura, autonoma e indipendente, e gli altri poteri dello Stato".

Prime crepe nel governo M5s-Lega. Malgrado la "sintonia" dichiarata dai due 'azionisti', Matteo Salvini e Luigi Di Maio, e ribadita con forza anche ieri in conferenza stampa a Palazzo Chigi dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte, a poco più di un mese dall'insediamento dell'esecutivo si cominciano a registrare alcune dissonanze tra i due partiti. Due i temi che separano Salvini e Di Maio: le perplessità della Lega su alcune parti del decreto dignità e la permanenza al vertice dell'Inps di Tito Boeri, che il segretario leghista vorrebbe "cambiare", mentre il capo politico del M5s, stamane al termine di una conferenza stampa con lo stesso Boeri, ha ricordato che il mandato di quest'ultimo scade nel 2019.

Le divergenze sul dl Dignità

Ma è sul primo provvedimento economico dell'esecutivo Conte che si sono manifestate le prime divergenze di vedute politiche. Salvini non era presente nella riunione del Consiglio dei ministri che ha dato il via libera al dl dignità nè alla conferenza stampa a Palazzo Chigi di illustrazione del provvedimento, impegnato a Siena per il Palio e la visita a una villa confiscata alla criminalità organizzata. Al suo posto c'era il sottosegretario leghista alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti. Arrivando stamane all'assemblea dell'Ania – racconta Il Fatto Quotidiano –  Salvini ha parlato di "buon inizio" con l'approvazione del dl dignità. "Poi", ha subito precisato, "il Parlamento cercherà di renderlo ancora più efficiente e più produttivo".

"Sicuramente" è giusto, ha chiarito, "arginare le delocalizzazioni, arginare il gioco d'azzardo e la ludopatia, che sta rovinando migliaia di famiglie, e tentare di mettere mano alla precarietà con modalità su cui poi lavoreremo in Parlamento". Non è un mistero, infatti, che il partito di Salvini abbia perplessità sulle norme adottate sui contratti a termine che hanno suscitato la protesta dei piccoli imprenditori, grossa fetta dell'elettorato leghista.

Con Salvini nessuna divergenza, giura Di Maio

La frenata di Di Maio su eventuali significati modifiche al dl dignità è arrivata a stretto giro: "Il Parlamento è sovrano se le modifiche vanno dell'ottica del miglioramento troveranno il M5s disponibile al dialogo. Se invece vogliono annacquare le norme che abbiamo scritto, allora saremo un argine", ha chiarito il ministro del Lavoro, "non si arretra sulla precarietà, sulla sburocratizzazione, sulla lotta al gioco d'azzardo e alle multinazionali che delocalizzano dopo aver preso soldi allo Stato".  "Non ci sono divergenze con la Lega sul decreto dignità", ha poi assicurato, "ho parlato ieri con Matteo Salvini e siamo d'accordissimo", ha riferito. 

La reintroduzione dei voucher 

Altro tema è quello della reintroduzione dei voucher per la quale il Carroccio è schierato, in particolare nel settore dell'agricoltura, e che potrebbe arrivare in aula.  "Ribadisco che secondo me i voucher in agricoltura servono, servono anche per togliere l'idea che visto che non ci sono l'unica soluzione è il lavoro nero. La signora Camusso mi ha accusato di voler togliere i diritti ai lavoratori, ma io invece, sapendo bene come funziona il mondo del lavoro, voglio proprio tutelare quei diritti. Mi spieghi come vuole tutelare i lavoratori in agricoltura", ha detto il ministro delle Politiche agricole, Gianmarco Centinaio, intervenendo all'assemblea Anbi che si è svolta oggi a Roma. "Non penso che i voucher – ha continuato – risolveranno tutti i problemi, ma perché rinunciare. Secondo me uno Stato che rinuncia a una fetta di legalità per una questione di principio è uno stato che ha fallito. Servono – ha concluso – in agricoltura ma anche per il turismo, in questi settori potrebbero essere una soluzione".

Il caso Boeri

Altro 'fronte' è quello che riguarda Boeri. Salvini e il presidente dell'Inps – si legge su La Repubblica – da giorni dibattono sul tema del contributo dei migranti e degli stranieri al sistema pensionistico italiano, giudicato fondamentale da Boeri. Parlando al termine della presentazione della relazione annuale dell'Inps a Montecitorio, Di Maio ha chiarito che "Boeri fino al 2019 resta in carica".

"Con il presidente Inps su vitalizi e pensioni d'oro stiamo andando bene, poi su altre cose non siamo d'accordo", ha ammesso, mentre, quasi in simultanea, Salvini, dal suo ufficio al Viminale, tornava ad attaccare Boeri su Twitter per aver ribadito che sono i "dati" a testimoniare la "necessità" del contributo dei migranti per l'economia italiana. "'Servono più immigrati per pagare pensioni, cancellare legge Fornero costa troppo. Servono più immigrati per fare lavori che gli italiani non vogliono più fare'. Il presidente Inps continua a fare politica, ignorando la voglia di lavorare di tantissimi italiani. Dove vive, su Marte?", ha insistito Salvini. 

Le critiche dell'opposizione

Restano, intanto, le critiche dell'opposizione: "il decreto dignità si potrebbe chiamare decreto disoccupazione o decreto lavoro in nero o ancora decreto gelosia, perché il vicepremier Luigi Di Maio, molto geloso della grande visibilità di Matteo Salvini, ha puntato i piedi per una serie di norme con le quali anziché colpire la disoccupazione colpisce chi produce posti di lavoro", ha detto l'ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi. "Non so se ci sia una spaccatura nel governo. Se Salvini vuole modificare il decreto dignità è una buona notizia. Il dl parte da un buon obiettivo, e cioè favorire la stabilizzazione delle persone e finisce per favorire l'esatto contrario, e cioè favorire la disoccupazione". ha affermato la presidente di Fdi, Giorgia Meloni. "Siamo pronti a trasformare la nostra proposta di legge per reintrodurre i voucher in un emendamento al dl dignità, per ridurre i danni di questo provvedimento", ha annunciato la capogruppo FI al Senato, Anna Maria Bernini. 

Matteo Salvini torna ad attaccare i giudici accusando "alcuni" di loro di "fare politica", anche se spiega di non vedere un "disegno generale" dietro la vicenda del sequestro dei fondi al suo partito.

Ma, all'indomani della pubblicazione delle motivazioni con cui la Cassazione ha dato il parere favorevole al sequestro, la Lega non indietreggia e fonti di Via Bellerio fanno trapelare che il partito chiederà un incontro urgente sul tema a Sergio Mattarella, da tenersi non appena il presidente della Repubblica rientrerà dalla missione in Lituania.

La Lega attacca…

Nei prossimi giorni la richiesta potrebbe essere ufficializzata, ma è ovvio che prima di allora nulla trapeli dal Colle. Mentre fonti parlamentari fanno notare che mai il Capo dello Stato ha commentato sentenze della magistratura, la stessa richiesta è senza precedenti e del resto è proprio la Lega per prima a considerare le decisioni dei giudici senza precedenti, un gravissimo attacco alla democrazia.

Un atto che, per la Lega, ha l'obiettivo di mettere fuori gioco per via giudiziaria un partito dato come prima forza politica in Italia dai più recenti sondaggi. Un attacco alla Costituzione – ci si spinge a sostenere da Via Bellerio – perché si nega il diritto a milioni di italiani di essere rappresentati.

…la Procura si difende

Alle accuse di Salvini ha replicato il procuratore capo di Genova, Fancesco Cozzi: "Dire che è un processo politico è come dire che un chirurgo quando opera compie un intervento politico su un paziente perchè è di un partito o di un altro. La procura di Genova lavora solo su profili tecnici", ha puntualizzato. "Ci sono stati altri procedimenti avviati dai nostri uffici che hanno riguardato esponenti di partiti diversi, basti pensare all'alluvione – ha ricordato Cozzi in riferimento al processo in cui è stata condannata l'ex sindaco di centrosinistra, Marta Vincenzi – e oltre a ciò, a livello istituzionale, operiamo spesso in ottima sinergia con gli enti locali".

Sul fronte della cronaca giudiziaria, la Procura di Genova ha oggi precisato che la decisione di procedere con i sequestri dei fondi della Lega diventerà eseguibile a condizione che la sentenza del Tribunale del riesame segua il principio affermato dai giudici della Cassazione. Il parere del riesame potrebbe non arrivare prima dell'autunno. E la Lega comunque potrebbe nuovamente appellarsi alla Suprema Corte.

Una querelle lunga un anno

La querelle sul sequestro dei fondi tra Lega e Procura di Genova è una vicenda che si trascina da almeno un anno. Nel luglio 2017, in seguito alle condanne per truffa aggravata ai danni dello Stato di Umberto Bossi (2 anni e 5 mesi), di Francesco Belsito (4 anni e 10 mesi) e di altre 5 persone (tre dipendenti del partito e due imprenditori), i giudici di Genova disposero anche la confisca diretta di quasi 49 milioni di euro a carico del Carroccio, perché "somma corrispondente al profitto, da tale ente percepito, dai reati per i quali vi era stata condanna".

Di conseguenza, la Procura chiese e ottenne, nel settembre 2017, il sequestro preventivo finalizzato alla confisca della somma indicata. Ma le cifre finora effettivamente sequestrate sono state pari a poco più di 2 milioni. Qui si inserì la richiesta dei pm di estendere l'esecuzione del sequestro, richiesta poi respinta dal Riesame di Genova. La Cassazione, con la sua decisione del 12 aprile 2018 e le cui motivazioni sono state pubblicate ieri, ha accolto il ricorso della Procura e ha stabilito "l'esistenza di disponibilità monetarie della percipiente Lega Nord che si sono accresciute del profitto di reato, legittimando così la confisca diretta del relativo importo, ovunque e presso chiunque custodito e quindi anche di quello pervenuto sui conti e/o depositi in data successiva all'esecuzione del provvedimento genetico".

La Suprema Corte ha rinviato gli atti ai giudici del Riesame di Genova che ora dovranno pronunciarsi nuovamente, ma seguendo le indicazioni della Cassazione, e quindi a favore dell'estensione del sequestro.

Due miliardi e 137 milioni di euro: è questa la spesa prevista da Torino per organizzare i Giochi Olimpici del 2026. “Una spesa che però non tocca le casse comunali” ha spiegato la sindaca Chiara Appendino nel corso della conferenza stampa di presentazione del pre-dossier piemontese, lo stesso che ha portato a Roma e consegnato al Coni.

“Non prevediamo di fare debito”, annuncia Appendino. E allora da dove arriveranno i soldi? “650 milioni di euro arriveranno dallo Stato, altrettanti dai privati e dal mercato” e il rimanente dall’Ioc, il Comitato Olimpico Internazionale. Il dettaglio delle spese è nella tabella a pagina 140 del dossier, ma la sostanza è questa: 1 miliardo e 178 milioni saranno destinati all’organizzazione dell’evento, alti 959 milioni alle opere e alle infrastrutture.

Rispetto dell’ambiente, guida autonoma e bed & breakfast

Torino si svela. E corre la maratona per aggiudicarsi l’evento a cinque cerchi puntando su tre asset, a cominciare dal rispetto dell’ambiente: Appendino promette “zero consumo di suolo vergini, la rigenerazione degli impianti utilizzati nel 2006 e il riutilizzo delle infrastrutture già pronte”. Impatto ridotto al minimo, insomma, sia in città che nelle montagne dove “non costruiremo nulla”. Per la sindaca la candidatura di Torino “è credibile” più di quella di Milano, proprio perché sostenibile.

Sono certa che la scelta cadrà sulla proposta meno impattante su economia e ambiente”, dice lei. Che parla di blockchain per controllare le spese, elettrico e guida autonoma nel capitolo trasporti, e poi anche di droni e alta tecnologia. Capitolo villaggi olimpici: in montagna “saranno gli stessi del 2006 – spiega l’architetto Alberto Sasso che ha curato il dossier – ma consapevoli delle nuove necessità dettate anche dall’aumento degli atleti puntiamo sull’ospitalità di prossimità”. Compresi i bed and breakfast, spiega Appendino.

Tutto pronto per il 2024

Torino sarà pronta due anni prima dei Giochi, ha garantito la sindaca. Con due villaggi olimpici in città: uno nella ex sede della fabbrica Thyssen, chiusa da dieci anni quando un incendio uccise sette operai, e uno all’ex Moi, sede di quello del 2006 e oggi oggetto di polemiche per la cattiva gestione degli spazi e dell’occupazione abusiva di alcuni migranti. In montagna, invece, ce ne saranno altri due, a Bardonecchia e Sestriere. L’area media, invece, troverà posto in altri due edifici fino a oggi non sfruttati: l’ex Manifattura Tabacchi e l’ex grattacielo della Rai nei pressi della stazione di Porta Susa.

#Torino2026

Appendino tira dritto nonostante le polemiche nella sua maggioranza in Consiglio comunale, e anzi rilancia attaccando Milano dove, ieri, il sindaco Giuseppe Sala aveva spiegato che avrebbe preferito una candidatura congiunta. “Non esiste un dossier con Milano – taglia corto -, è una chiacchiera dei giornali. Un evento si fa se è sostenibile, non in base alle convenienze politiche".