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Né Stato, né mercato. Si chiama Terzo settore ed è quel'insieme di realtà che non esistono per fare profitto e non sono riconducibili alla pubblica amministrazione Sono le associazioni di volontariato, le cooperative sociali, e le società di mutuo soccorso, ma anche le associazioni sportive dilettantistiche, quelle di consumatori e le organizzazioni non governative (Ong). Danno lavoro a circa 800 mila persone in Italia, secondo i dati riportati dal Forum Terzo Settore e relativi al 2016, divise in più di 343 mila realtà. Non solo: all'ultimo censimento del no-profit, crescevano più delle imprese e dei servizi. Dal 1973 godevano di una tassazione agevolata – 12% invece di 24% – che ha permesso loro di fare investimenti come acquistare ambulanze, strumenti per le emergenze e pulmini per disabili. 

La manovra, però, prevede che il Terzo settore dovrà dare allo Stato 118 milioni di euro nel 2019 e 157 nel 2020 e nel 2021. Come è possibile?

Il testo approvato in Senato prevede che l'articolo 6 del decreto presidenziale 601 di 45 anni fa venga cancellato. E che, in sostanza, una associazione che assiste i disabili paghi le stesse tasse di una oreficeria di lusso o una multinazionale, come scrive Gian Antonio Stella su Vita

La difesa di Salvini

Matteo Salvini ha difeso la misura dicendo che la fine del regime agevolato Ires per gli enti del terzo settore "è stata una scelta". "Vedremo di aiutare chi effettivamente ha bisogno" ha affermato, sottolineando che nella manovra "ci sono tanti di quegli investimenti per i disabili, per la scuola, per l'università, per la ricerca, che sono assolutamente contento".

Dove lavora il Terzo settore

Oltre il 50% delle istituzioni è attivo nelle regioni del Nord contro il 26,7% dell’Italia meridionale e insulare. Il numero di istituzioni no-profit ogni 10 mila abitanti è un indicatore che misura più chiaramente la presenza territoriale: se al Centro-Nord tale assume valori prossimi se non superiori a 60 (in particolare al Nord-est, dove raggiunge il livello di 68,2), nelle Isole e al  Sud è pari rispettivamente a 48,1 e 42,2. Infine, i dipendenti sono ancora più concentrati delle istituzioni dal punto di vista territoriale, con oltre il 57% impiegato al Nord.

Per la portavoce del Forum, Claudia Fiaschi. l’emendamento approvato la notte del 23 dicembre è "particolarmente penalizzante, soprattutto in relazione al periodo transitorio in cui si attende la piena entrata in vigore della Riforma del Terzo Settore” e si aggiunge a un'altra preoccupazione: quella per la fatturazione elettronica per i soggetti con proventi superiori a 65 mila euro. L'effetto che si potrebbe generare, avverte, è che "un ente che riceve una sponsorizzazione e che fino ad oggi aveva goduto del regime forfettario, non potrà più ricevere l’importo dell’Iva e sottoporlo al regime fiscale semplificato”. Insomma, un'altra tegola fiscale che associazioni e organizzazioni si aspettavano di dover affrontare non prima della riforma.

Gli appelli a cambiare la norma

Sulla vicenda è intervenuto anche Enrico Mentana che su Open ha lanciato un appello a cancellare subito questa norma perché "tutti sappiamo che attorno a noi c'è una rete del terzo settore che supplisce all'inadeguatezza dello Stato ad aiutare chi ha bisogno: bambini, poveri, anziani, malati, senzatetto, tossicodipendenti".

Sempre Gian Antonio Stella fa un'altra considerazione, numeri alla mano. "Mediamente", scrive su Vita "ognuno di quei 5,5 milioni di volontari regala a chi ne ha bisogno almeno tre ore alla settimana (almeno: in realtà sono sempre di più, senza contare le emergenze di un terremoto o un’alluvione) per un totale annuale di 858 milioni di ore di lavoro. A 10 euro l’ora, paga ridicola per tanti impagabili esempi di abnegazione, quel volontariato regala allo Stato oltre otto miliardi e mezzo di euro. Quasi settanta volte di più di quanto andrà a rosicchiare sull’Ires". 

Secondo Gabriele Sepio, coordinatore del tavolo tecnico-fiscale per la riforma del Terzo settore presso il Ministero del Lavoro, particolarmente penalizzati in tutto questo saranno gli enti ecclesiastici che, anche dopo la piena efficacia della riforma, avrebbero eccezionalmente mantenuto l’aliquota Ires ridotta del 50% per le attività diverse da quelle esercitate attraverso un ramo “Terzo settore”. Si pensi ad un ente religioso che svolge attività di formazione, o socio sanitaria: nell’ipotesi di imponibile pari a 400 mila euro, l’ente beneficerebbe per il 2018 dell’aliquota Ires dimezzata al 12%, pagando quindi 48 mila euro d’imposta. Con le modifiche introdotte dalla legge di bilancio, lo stesso ente pagherebbe a partire dal 2019 un’imposta raddoppiata, pari cioè a 96 mila euro.

 

 

 

Infuriano ancora le polemiche sulla manovra e nel frattempo Matteo Salvini e Luigi Di Maio tornano a confrontarsi sulle misure cardine per Movimento 5 stelle e Lega. Il primo spiega che il reddito di cittadinanza "dovrebbe modellarsi come quello della Regione Lombardia, un inserimento vero al lavoro vero. I risultati positivi raggiunti in Lombardia spero possano essere raggiunti in tutta Italia. Stiamo mettendo paletti per evitare i furbetti".

Il secondo, durante un forum AGI sul digitale, nega che sulle misure anti-povertà ci "siano contrapposizioni" tra i due azionisti di governo ma sottolinea che occorrerà mettere in atto "un modello che funzioni". Mentre sul tema dell'autonomia, cavallo di battaglia della Lega, il capo politico M5s osserva che "occorrerà una lunga contrattazione con le regioni", visto che anche Veneto e Lombardia chiedono "un'autonomia diversa" e comunque "nessuno dovrà essere danneggiato" perché "non stiamo creando uno statuto speciale".

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, in un'intervista a La Stampa, ha ribadito che "Lega e M5s resteranno uniti", gli italiani non capirebbero una rottura tra chi sostiene l'esecutivo. Ma dopo l'approvazione della manovra si avvierà un confronto sulle tutte le questioni ancora sul tappeto. Da Di Maio arriva un sostanziale via libera alla legge sulla legittima difesa, "è stata già modificata al Senato, l'approveremo il prima possibile".

Entrambi i vicepremier comunque difendono a spada tratta la manovra. Di Maio non assegna voti, spiegando che dovrà essere giudicata dagli italiani, ma anche lui sostiene che i tempi stretti sono stati legati alla trattativa con Bruxelles. Una tesi che viene respinta dalle forze politiche di opposizione che continuano ad accusare il governo di aver esautorato il Parlamento e la democrazia. Salvini se la prende con giornali e Tv definendoli "disinformatori di professione", e ribadisce che "la Lega è il primo partito", che il governo durerà fino a fine legislatura, mandando auguri 'affettuosi' a Di Maio ("grazie perché stiamo lavorando bene"), e un po' meno all'Europa ("a maggio si cambia").

Oggi è proprio il ministro dell'Interno a scendere nei dettagli della legge di bilancio: "nessun pensionato prenderà di meno nel 2019, restituisce migliaia di euro a italiani". Sulla stessa lunghezza d'onda il presidente del Consiglio Giuseppe Conte: "La manovra – spiega – nasce con un segno chiaramente espansivo e lo mantiene anche dopo le modifiche effettuate a seguito del negoziato con Bruxelles". Il premier sottolinea che "le risorse destinate agli investimenti restano invariate nel prossimo triennio, per un valore complessivo di circa 15 miliardi", e "il taglio agli investimenti – precisa – sarà riequilibrato da fondi europei".

Ma Pd, Leu e FI sono sul piede di guerra. "I prossimi 6 mesi dimostreranno che è un governo di cialtroni", dice Matteo Renzi. Si capisce che "i vicepremier non hanno mai lavorato", afferma Carlo Calenda. "Uniti insieme a tanti contro il governo che affossa l'Italia. Sabato 29 mattina davanti alla Camera e il 12 gennaio in tutte le piazze italiane", annuncia Maurizio Martina mentre ieri Nicola Zingaretti aveva rilanciato la necessità di mobilitarsi "contro la manovra del popolo". "Il governo spara sulla croce rossa", tuona invece il portavoce dei gruppi di FI, Giorgio Mulè. "Il premier Conte fa un uso troppo disinvolto di parole come 'cittadini' e 'popolo'. Si ricordi che non l'ha eletto nessuno", osserva l'azzurra Licia Ronzulli. "Il governo ha dichiarato guerra ai giovani", osserva infine Nicola Fratoianni di Leu.

Il 'ribelle' M5s Gregorio De Falco, in un'intervista al 'Corriere della Sera' spiega la sua astensione al voto sulla manovra e rilancia sui provvedimenti per la legittima difesa e l'autonomia.

"Il testo" spiega a proposito della manovra "è stato modificato più volte. La senatrice De Petris, di Leu, ha chiesto una dilazione per consentire un minimo di approfondimento. Ma non è stata concessa. E allora mi sono detto: come faccio a votare a ragione veduta un testo di cui conosco poco? Mi sembrava poco serio votare. E c'è un'altra ragione, il Movimento ha sempre sostenuto con grande determinazione la centralità del Parlamento. E invece il Parlamento è stato scavalcato".

Perplessità inoltre sulla proroga di 15 anni alle concessioni demaniali "che porterà sicuramente a una nuova sanzione dell'Europa" e sulle pensioni: "la norma non fa più indicizzare le pensioni a partire da 1.521 euro lorde. Non stiamo parlando di pensioni di benestanti. La mancata indicizzazione non è un non aggiungere: è un togliere".

Prossimo scoglio la legittima difesa: "Sono d'accordo nel garantire una qualche forma di tutela in più a chi è vittima. Ma non può sparire il riferimento alla proporzionalità tra offesa e difesa". L'auspicio però è che il governo duri "anche se le tensioni con la Lega sono forti".

"Prendiamo la riforma delle autonomie" spiega De Falco, "Non va bene perché dobbiamo ricordare che l'Italia è una. Se prevalgono gli egoismi sulla solidarietà siamo di fronte a spinte centrifughe, non coerenti col dettato costituzionale". Per quanto riguarda infine la sua posizione, "io non mi muovo. La mia bussola è il nostro programma. E la Costituzione. Non servono tifosi ma voci critiche. Non possiamo rinunciare ai nostri principi. Le coscienze si devono risvegliare". 

Dopo l'ennesima giornata al cardiopalma il Senato ha approvato la manovra, che dovrà tornare alla Camera per il via libero definitivo il 28 o il 29 dicembre, a poche ore dall'incubo dell'esercizio provvisorio.

Il governo – in notturna – ha incassato la fiducia sul maxiemendamento che recepisce l'intesa con l'Europa con 167 voti a favore, 78 contrari e tre astenuti (tra cui il Cinque Stelle Antonio De Falco), ma le opposizioni hanno battagliato fino all'ultimo (abbandonando la commissione Bilancio e manifestando il loro dissenso in Aula) e il Pd ha annunciato il ricorso alla Corte costituzionale perché – lamenta – ai senatori non è stato consentito di procedere a un solo voto sul testo.

L'ennesimo slittamento dell'ultim'ora

L'ultimo miglio è stato anche il più lungo. L'avvio della discussione generale, prevista per le 14, è slittato alle 20,30. La tensione è salita in commissione Bilancio quando il governo ha annunciato la necessità di modificare il testo presentato per correggere degli errori formali e per stralciare alcune norme per motivi di copertura.

Rissa sfiorata tra governo e opposizione

Una decisione che ha suscitato la reazione dell'opposizione. FI ha lasciato la commissione prima del voto sulla modifica del testo, il Partito democratico ha chiesto le dimissioni del presidente della commissione, Daniele Pesco, Leu e FdI non hanno partecipato al voto.

Più tardi, quando dopo l'ennesima capigruppo il testo è finalmente giunto in Aula, si è sfiorata la rissa allorché i senatori dem si sono avvicinati ai banchi del governo.

Sono volate alcune copie del maxiemendamento e Simona Malpezzi, del Pd, ha accusato la senatrice questore Laura Bottici (M5s) di averle "messo le mani addosso". Per calmare gli animi il presidente Casellati ha sospeso per alcuni minuti la seduta. Alla ripresa, finalmente, è iniziato l'iter che ha portato all'approvazione del testo.

Cosa c'è nella versione definitiva della manovra

Nella versione finale del provvedimento sono confermate alcune delle misure principali ma arrivano anche delle novità. A partire dalla sforbiciata al fondo per gli investimenti che passa dai 9 miliardi in tre anni inizialmente previsti a 3,6 miliardi. Per il 2019 il fondo scende a 740 milioni di euro (contro i 2.750 precedenti), nel 2020 a 1.260 milioni (da 3.000 milioni) e nel 2021 a 1.600 (da 3.300).

Il governo assicura però che non ci sarà alcun "taglio agli investimenti. Nel passaggio al Senato, le risorse destinate nel prossimo triennio agli investimenti restano invariate, per un valore complessivo di circa 15 miliardi".

Il blocco delle assunzioni

Confermato il blocco delle assunzioni fino al 15 novembre 2019 per la Presidenza del Consiglio, i ministeri, gli enti pubblici non economici e le agenzie fiscali, mentre per le università è posticipato al primo dicembre, con l'eccezione dei ricercatori a contratto che potranno essere assunti come professori nel corso del 2019.

Saltano dal testo le norme sugli Ncc, ma il governo ha varato un decreto ad hoc per affrontare la crisi del settore che introduce una nuova regolamentazione.

I dubbi sulla previsione di crescita

La nuova versione della manovra ha suscitato i dubbi dell'Ufficio parlamentare di bilancio (Upb): la nuova stima di crescita del Pil all'1% per il 2019 (a fronte dell'1,5% precedente) è ora "plausibile, pur presentando non trascurabili rischi di revisione al ribasso". E i rischi "risultano amplificati se si considerano le previsioni per il 2020 e 2021".

L'Upb mette in guardia anche sui saldi: senza gli aumenti dell'Iva previsti nelle nuove clausole di salvaguardia, il deficit italiano nel 2020 e nel 2021 arriverà alla soglia limite del 3% "con evidenti rischi sulla sostenibilità futura della finanza pubblica".

I vertici M5s sottolineano che non ci sono prove che Berlusconi o qualcuno di FI abbia compiuto reati ma ribadiscono che "qualcosa c'è ed è grave". All'interno del Movimento si riferisce che due senatori si sono fatti avvicinare da emissari del Cavaliere nei giorni scorsi e avrebbero registrato il dialogo.

Il Movimento 5 stelle in ogni caso ai gazebo allestiti domani per festeggiare lo spazzacorrotti metterà nel mirino anche l'ex premier. Tuttavia anche i vertici M5s sotto traccia confidano che la minaccia di andare alla procura della Repubblica è un messaggio sì inviato a Berlusconi ma anche ai dissidenti interni. Il malessere al Senato negli ultimi giorni infatti si è allargato.

Riguarda soprattutto esponenti del sud preoccupati tra l'altro dalla battaglia della Lega sull'autonomia. "Speriamo in Di Battista. Lui è un combattente, può respingere le minacce della Lega e raddrizzare la nave", dice, per esempio, il lucano De Bonis.

I dissidenti aspettano il ritorno di Di Battista

Di Battista è in arrivo nella Capitale. Il 24 l'ex deputato sarà a Roma e tra Natale e Capodanno oltre ad incontrare Di Maio potrebbe vedere anche alcuni malpancisti pentastellati. "La base – dice ancora il senatore – è in subbuglio. Abbiamo dimenticato le nostre battaglie, bisogna fare qualcosa ma io non ho mai pensato di lasciare il Movimento. Neanche per un secondo".

Il gruppo di chi manifesta malessere sotto traccia va oltre ai cinque dissidenti coinvolti nell'istruttoria dei probiviri per non aver votato il dl sicurezza. Non è previsto in ogni caso alcun provvedimento di espulsione. È vero che ci sono altri 5S pronti a seguirlo? "Si, diciamo che sono meno di 50 ma più di 5", dice Matteo Dall'Osso passato alla corte di Berlusconi.

Il numero dei delusi è abbastanza alto da far saltare la maggioranza in senato? "Questo non lo dico ora. Bisogna rovinargli le feste…", ha aggiunto.

In realtà non c'è una regia tra i dissidenti. Paola Nugnes ammette di aver voluto lanciare un messaggio. Anche in questa manovra c'è tanto che non va", ha scritto su Facebook. Perplesso anche De Falco: "Vado a prendere la bicicletta per farmi un giro…", ironizzava oggi nel Transatlantico del Senato in attesa dell'arrivo del maximendamento alla legge di Bilancio.

Missione 007 contro l'operazione scoiattolo

"Spiegherò come sono andate le cose, ma non vado da nessuna parte. Piuttosto preferisco tornare a casa", afferma Matteo Mantero. Una pattuglia di senatori, però – è il 'refrain' dei dissidenti – è pronta a salire sul carro della protesta. "Molti di loro vengono a parlare con noi ma non c'è un mandato. Semplicemente raccogliamo le loro lamentele", afferma l'azzurro Cangini. Di Maio però non ha intenzione di abbassare la guardia.

Sarebbe pronta un'offensiva non solo giudiziaria ("Sta provando – ha detto oggi ad 'Agora' – a comprare i nostri parlamentari, io ho detto loro: fingetevi interessati e registrate'. È così che ho raccolto informazioni importantissime, presto vi farò sapere notizie") ma anche rivolta alle aziende di Berlusconi. Nel frattempo è scattata l'operazione 'missione 007' contro l'operazione 'scoiattolo' del Cavaliere. "Daremo una piccola dimostrazione di come funziona l'agente sotto copertura dello spazzacorrotti", il messaggio inviato dal vicepremier ai suoi.

"Non offenda, o sarò io a portarlo in procura", la risposta della capogruppo al Senato di FI, Anna Maria Bernini.

Al Senato Gregorio De Falco utilizza l'arma dell'ironia. "Ho un assistente distratto e diverse email, non solo una…".

Anche gli altri 'dissidenti' M5s che decisero di non votare il dl sicurezza a Palazzo Madama scherzando sottolineano di non aver controllato negli ultimi giorni la posta elettronica.

Ma a taccuini chiusi più di uno ammette di aver ricevuto la comunicazione da parte del collegio dei probiviri. Secondo quanto apprende l'Agi non si tratta di provvedimenti di espulsione.

Ma nella comunicazione si sottolinea che chi si è sfilato sulla blindatura del dl Salvini ha messo "in imbarazzo" il Movimento e che d'ora in poi sarà sotto esame. "Ovvero verranno studiate le mosse di ognuno di noi", è lo sfogo di una senatrice M5s.

Qualcuno pensa all’addio

Sulla manovra non ci saranno defezioni nel Movimento. "Non vogliamo dare alcun alibi", sottolinea la stessa fonte. Ma dopo la discussione sulla legge di bilancio si farà il punto, viene spiegato.

Paola Nugnes, per esempio, ai colleghi ha confidato di avere l'intenzione di lasciare i pentastellati alla ripresa dei lavori parlamentari, iscrivendosi al gruppo misto. La diretta interessata preferisce non parlare ma non si sente più a casa, il suo sfogo raccolto dagli altri dissidenti.

Il ragionamento parte dal dl sicurezza: già si stanno vedendo le storture di quel provvedimento, la tesi. E poi continua con "la retromarcia" M5s sul Global compact, sugli F35 con l'avvertimento che se il Movimento dirà sì alla battaglia leghista sull’autonomia il bicchiere sarà colmo.

È anche una questione interna al Movimento, una 'querelle' sulle regole. Tutto parte dal comunicato diffuso subito dopo l’approvazione al Senato del dl Salvini, lì – sottolinea un dissidente – è stato messo nero su bianco che il Movimento è cambiato, che non esistono più i corpi intermedi ma soltanto un'unica linea. "Il malcontento nel gruppo al Senato si sta diffondendo sempre di più. Stiamo parlando di più del 50%” del gruppo", questo il ragionamento di uno dei dissidenti. Una tesi respinta in toto da un 'big' del Movimento.

Isolamento

"Io so soltanto che mi hanno tolto dalle chat", dice il comandante De Falco, "non voglio uscire. Sono consapevole che fuori dal Movimento non c’è nulla, ma vorrei dare un contributo per cambiare la direzione che è stata intrapresa. Tornare alle origini, questo è il problema”.

Al suo fianco su un divanetto, in attesa di capire quando si voterà la manovra, c'è la senatrice Elena Fattori: "Io non mi metto fuori. Vediamo però se ci sarà l'espulsione. Conosco il Movimento, nel momento in cui si va verso una direzione si arriva a quell'obiettivo. Speriamo di no ma siamo stati emarginati”, si lamenta, "va bene sulla manovra, ma non possiamo votare sempre con la fiducia, la prossima volta dirò di no se non sono convinta".

Appuntamento dopo le Feste

"Ci hanno escluso", allarga le braccia De Falco. Vicino a lui ci sono altri due senatori e non sono Matteo Mantero e Virginia La Mura, i due 'dissidenti' anche loro al centro dell'istruttoria. "Siamo tutti in una sorta di limbo", questo il 'refrain'. Alcuni dei dissidenti stanno scrivendo una memoria di difesa, anche se appunto non c'è da parte dei vertici M5s l'intenzione di cacciarli dal gruppo. Solo una 'reprimenda', quindi. “Ma su quali basi? Le regole parlano chiaro: ognuno di noi teoricamente può esprimere le proprie opinioni", dice De Falco.

L'eco dello scontro a palazzo Madama quindi non si è ancora spenta. La Nugnes per esempio aspetta di vedere che fine farà la legge sul consumo sul suolo e soprattutto se M5s dirà sì alla battaglia della Lega sull'autonomia. In ogni caso non ci sarà un nuovo 'caso Dall’Osso'. Nessuna intenzione da parte dei dissidenti di andare in FI. Il nostro capogruppo non c'entra ma il malessere c'è, ammettono in diversi, anche se – ripetono i malpancisti – non c'è alcuna corrente.

Il premier Giuseppe Conte, in un'intervista al 'Corriere della Sera', racconta la trattativa che ha portato al via libera alla Manovra, ringrazia il capo dello Stato Mattarella e dice come ha convinto i sui vice, Di Maio e Salvini. Spunta poi anche l'ipotesi Tari nella bolletta. "Dovevo portare a casa – spiega – un risultato importante per l'Italia: evitare l'apertura di una procedura di infrazione per debito eccessivo. L'ho fatto e ne sono felice per il mio Paese. Quanto al mio ruolo, in certi passaggi è necessario enfatizzarlo, altre volte preferisco operare sintesi in maniera più discreta".

"È stata una trattativa con alti e bassi – continua – che ho cercato di affrontare con perseveranza e tenacia. Sapevo di dover raggiungere un obiettivo utile al mio Paese. E ho cercato di perseguirlo sapendo che c'erano condizioni non solo tecniche ma politiche delle quali tenere conto nell'interesse del Paese". "Con l'Europa bisogna dialogare, sempre – insiste il premier – E questo mi pare di averlo fatto con ostinazione. Ma bisogna anche farlo senza rinunciare al proprio programma politico e ai propri obiettivi".

E per quanto riguarda l'assenza, ieri in conferenza stampa dei vice, spiega: "Erano assenti giustificati. Inutile ricamare su problemi inesistenti. Avevano impegni istituzionali e mi avevano avvertito che non potevano essere presenti". "Attraversare una procedura di infrazione – ribadisce a proposito della Manovra – che avrebbe messo sotto controllo i conti dell'Italia per sette anni, inutile negarlo, avrebbe avuto un costo politico molto elevato, e forse non del tutto prevedibile. L'impianto della manovra è rimasto quello iniziale. Ci hanno dato flessibilità e abbiamo introdotto dei meccanismi per reperire le risorse finanziarie. Non abbiamo mai pensato a una manovra-schiaffo, a una ribellione antieuropea. Non avevamo argomenti pregiudiziali per dimostrare qualcosa. Il nostro è un approccio pragmatico: avevamo solo da rispettare gli impegni presi con gli elettori".

E su Di Maio e Salvini: "Ci siamo resi conto tutti che questo non giovava all'interesse del nostro Paese. E a quel punto, per evitare che il negoziato si complicasse, ho chiesto e ottenuto una linea di comunicazione più attenta". Conte ringrazia quindi "tutti i ministri, e anche ai parlamentari che hanno dovuto pazientare e non hanno potuto procedere speditamente, in attesa che la trattativa fosse conclusa. E il capo dello Stato. Sergio Mattarella, ha seguito come sempre il negoziato da vicino, con attenzione e saggezza, senza farci mancare il suo pieno sostegno". 

Il ddl anticorruzione incassa anche il terzo ed ultimo via libera da parte della Camera, e diventa legge. La maggioranza supera indenne due votazioni a scrutinio segreto su due emendamenti, di cui uno – sempre a prima firma dell'ex M5s Catello Vitiello – molto simile a quello su cui il governo fu battuto in prima lettura e relativo al reato di peculato. Diverse le novità introdotte dal provvedimento: dalla riforma della prescrizione, che prevede lo stop dopo il primo grado di giudizio senza distinzione tra sentenza di condanna o di assoluzione, e il cosiddetto 'Daspo a vita' per i corrotti.

Ma il disegno di legge, fortemente voluto dal Movimento 5 stelle e che ha creato, durante il suo iter, non poche frizioni con gli alleati della Lega, prevede anche una stretta in termini di trasparenza e controllo sui partiti, movimenti politici e fondazioni. Il testo, infatti, si suddivide in due parti: una relativa alle norme che hanno l'obiettivo di potenziare l'attivita' di prevenzione, accertamento e repressione dei reati contro la pubblica amministrazione. L'altra relativa ai partiti.

Daspo a vita per corrotti e corruttori

Incapacità a vita di contrattare con la pubblica amministrazione (norma che vale per i soggetti privati, in particolare gli imprenditori) e interdizione perpetua dai pubblici uffici per i pubblici ufficiali. Sono due delle misure piu' stringenti introdotte dal ddl.

Agenti sotto copertura

Viene introdotta la figura dell'agente 'sotto copertura' per i reati di corruzione. Norma criticata dalle opposizioni, che l'hanno ribattezzato "agente provocatore". In sostanza, le gia' previste operazioni di polizia sotto copertura vengono estese al contrasto di alcuni reati contro la pubblica amministrazione. L'agente sotto copertura non e' punibile se, al solo fine di acquisire elementi di prova, mette in atto condotte che costituirebbero reato. Durante l'esame in prima lettura alla Camera, pero', e' stato raggiunto un accordo per escludere dalle cause di impunibilita' l'agente che ha agito in difformita' dell'autorizzazione o in violazione di norme di legge.

Inasprimento delle pene

Vengono inasprite le pene per il reato di corruzione impropria, che passano nei limiti minimi da uno a tre anni di carcere e nei massimi da sei a otto anni. Viene inoltre previsto un giro di vite sulla appropriazione indebita, prevedendo la reclusione da due a cinque anni e la multa da 1.000 a 3.000 euro.

Salta l'obbligo di arresto in flagranza

Previsto dal testo originario del ddl, dopo una mediazione all'interno della maggioranza ma anche con le forze di opposizione, la norma e' stata soppressa.

Stop alla prescrizione dopo il primo grado, ma in vigore nel 2020

È una delle norme più contestate e prevede che la prescrizione viene sospesa dalla sentenza di primo grado o dal decreto di condanna. In sostanza, la prescrizione non decorre a partire dal primo grado di giudizio, senza fare alcuna distinzione, però, tra sentenza di condanna e sentenza di assoluzione. Dopo l'accordo raggiunto tra M5s e Lega, viene stabilito che la riforma entrerà in vigore dal 1 gennaio 2019.

Nessuna delega al governo per la riforma del processo penale

Nel ddl non viene inserito e messo nero su bianco uno dei punti dell'accordo raggiunto tra alleati di governo che ha sbloccato la riforma della prescrizione, ovvero la piu' ampia riforma del processo penale, che dovrebbe essere contenuta in una legge delega.

Eliminato peculato attenuato

Era la cosiddetta norma 'Salva-Lega', cosi' ribattezzata dalle opposizioni. Con l'approvazione a scrutinio segreto di un emendamento presentato dall'ex M5s Catello Vitiello, su cui la maggioranza e il governo sono stati battuti in prima lettura, all'articolo 323 del codice penale sull'abuso d'ufficio viene inserito un comma che restringe e 'ammorbidisce' il reato di peculato, ossia l'appropriazione o l'utilizzo di beni della Pubblica amministrazione. Al Senato e' stato ripristinato il testo originario e, quindi, la norma e' stata eliminata dal ddl.

Restituzione delle somme ricevute e non di quelle promesse

La sospensione condizionale della pena è subordinata alla restituzione dei soldi ricevuti per farsi corrompere o dei soldi dati per corrompere, ovvero la somma equivalente al prezzo o al profitto del reato. Il giudice, nella sentenza di condanna per specifici reati contro la Pubblica amministrazione, può decidere di concedere la sospensione condizionale della pena ma disporre che non estenda gli effetti anche all'interdizione dai pubblici uffici e alla incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione. In sostanza, resta in essere il 'Daspo'. Durante l'esame in commissione alla Camera in prima lettura e' stata eliminata la norma che prevedeva la restituzione delle somme promesse e non di quelle effettivamente ricevute o date.

Niente pene alternative per i corrotti

Non saranno possibili l'assegnazione al lavoro all'esterno, i permessi premio e le misure alternative alla detenzione per i condannati per reati contro la pubblica amministrazione come il peculato, la concussione, la corruzione.

'Pentiti' e ravvedimento operoso

Non è punibile chi si ravvede, si autodenuncia e collabora con la giustizia. Ma il ravvedimento deve avvenire entro 4 mesi dalla commissione del reato. Da questa norma e' stato escluso il reato di traffico di influenze illecite, dopo un accordo raggiunto con le opposizioni che temevano ripercussioni sui sindaci e gli amministratori locali, che sarebbero potuti essere oggetto di 'delazioni'.

Norme 'salva-sindaci’

E’ stato escluso l'abuso d'ufficio aggravato dall'elenco dei reati per i quali si prevede l'incapacita' di contrattare con la pubblica amministrazione. L'emendamento era di Forza Italia ed e' stato approvato da tutti i gruppi in commissione in prima lettura.

Riabilitazione più breve

Si accorciano i tempi per i corrotti per poter ottenere la riabilitazione. Si passa da 12 a 7 anni. Tuttavia, la riabilitazione non ha effetto sulle pene accessorie perpetue. La dichiarazione di estinzione della pena accessoria perpetua avviene quando sia decorso un termine di almeno sette anni e il condannato abbia dato prove effettive e costanti di buona condotta.

Utilizzo di trojan per le intercettazioni

Si potranno intercettare le comunicazioni tra presenti nelle abitazioni o in altri luoghi di privata dimora attraverso i cosiddetti trojan. Viene abrogata infatti la norma che ne limitava l'uso solo quando vi era motivo di ritenere in corso l'attivita' criminosa. I trojan potranno essere utilizzati sui dispositivi elettronici portatili anche nei procedimenti per delitti contro la pubblica amministrazione puniti con la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni.

Trasparenza su soldi ma sono salve le  feste di partito

Stretta sulle donazioni ai partiti e movimenti politici. Ogni donazione che supera i 500 euro annui deve essere trasparente e, quindi, il nome del soggetto che effettua la donazione deve essere pubblicato on line. Ma sono escluse tutte quelle attivita' "a contenuto non commerciale, professionale, o di lavoro autonomo di sostegno volontario all'organizzazione e alle iniziative del partito o del movimento politico". Dunque, dovranno essere pubblicati e resi noti i nomi dei donatori che versano piu' di 500 euro complessivi all'anno. Inoltre, l'obbligo viene esteso alle liste o ai candidati a sindaco dei comuni superiori ai 15 mila abitanti. È vietato ricevere contributi, prestazioni o altre forme di sostegno provenienti da governi o enti pubblici di Stati esteri e da persone giuridiche aventi sede in uno Stato estero.

Stretta su dichiarazione redditi parlamentari e governo

Norme più stringenti sulle dichiarazioni dei redditi di parlamentari, esponenti del governo e tesorieri di partito, che dovranno rendere pubbliche tutte le donazioni ricevute di importo annuo superiore a 500 euro (anziché 5.000, come previsto dalla legge finora vigente), direttamente o attraverso comitati di sostegno; ne deve essere al contempo data evidenza nel sito internet del Parlamento italiano. Viene inoltre abbassato a 3.000 euro (rispetto a 5.000 euro, come previsto dalla normativa vigente) il tetto annuo di finanziamento o contribuzione al raggiungimento del quale è previsto l'obbligo di sottoscrivere una dichiarazione congiunta tra il soggetto erogante ed il beneficiario.

Giro di vite su fondazioni

Norme più stringenti per le fondazioni, che vengono equiparate ai partiti politici e, quindi, sottoposte agli stessi obblighi sulla trasparenza validi per i partiti e i movimenti politici. Norma duramente contestata dalle opposizioni, e ribattezzata "salva-Casaleggio".

Coop e partiti

Le cooperative non potranno più finanziarie i partiti politici.

“Noi abbiamo fatto tutto il possibile per mantenere gli impegni presi con gli italiani su lavoro, le scuole, gli ospedali, la sicurezza e adesso ci aspettiamo altrettanto buon senso da parte di Bruxelles. Contiamo entro la fine dell’anno, a costo di lavorare anche a Natale e a Capodanno, di offrire agli italiani l’inizio di un percorso che smantelli la legge Fornero, che tolga le tasse alle partite Iva". Lo ha detto il ministro dell'Interno Matteo Salvini, ai microfoni del Giornale Radio Rai Radio1.

Sono state sconvocate poco fa le sedute di oggi della commissione Bilancio del Senato, impegnata da giorni sugli emendamenti alla manovra. La prima seduta della giornata sarebbe dovuta iniziare alle ore 10 di questa mattina. Altre sedute erano in calendario nel pomeriggio e per la sera.
    Ancora non si conoscono i motivi della decisione. Questa mattina i commissari avrebbero dovuto iniziare le votazioni delle proposte di modifica al testo che resta attesti in Aula alle 17 di domani.