Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

"Se Boldrini pensa a sciopero della fame io mangerò un panino in più". Matteo Salvini a tutto campo in diretta Facebook parla con i suoi follower dei principali temi di attualità, spaziando dallo Ius Soli al referendum per le autonomie, che Salvini dice di voler proporre in tutte le Regioni italiane. 

Agenzia Vista / Alexander Jakhnagiev – Agi

Il patto a quattro sul Rosatellum bis regge e non mostra alcuna crepa. Filano via lisce – come del resto era prevedibile – tutte le votazioni in commissione Affari costituzionali della Camera. Ma c'è ancora tensione tra Ap e Forza Italia sulle soglie per il Senato. Pd, Forza Italia, Lega e Alternativa popolare votano compatti respingendo ogni tentativo messo in atto da M5S, Mdp, FdI e Sinistra italiana di modificare l'impianto portante della legge elettorale.

Tentativi di modifiche stoppati

  • Non passa il voto disgiunto – fortemente voluto da M5S e area di sinistra
  • Non passa la proposta dei partiti, come FdI, che vogliono le preferenze.
  • Non passa lo stop alle 'liste civetta'.
  • Non passa alcun tentativo di abolire le coalizioni o di modificare le norme per le minoranze linguistiche (leggasi Svp).

Asse Pd-Forza Italia

Resta saldo l'asse tra Pd e Forza Italia, con i dem che salvano la leadership di Silvio Berlusconi dalle picconate dei 5 Stelle (per i quali resta l'obbligo di presentare lo Statuto). Ma sull'altare del patto tra dem e azzurri viene sacrificata la norma che blindava nelle mani del Cavaliere il timone della coalizione:

  • Bocciato l'emendamento forzista che attribuiva al capo del partito più votato la leadership dell'intera coalizione
  • Il Pd concede a FI la riduzione – da circa 70 a circa 65 – del numero dei collegi plurinominali che però acquistano in grandezza.

I nodi da sciogliere

Ma se diversi nodi sono stati sciolti, resta ancora da sbrogliare la matassa sulle soglie di sbarramento e sulle firme. In particolare, a tenere banco in commissione è la cosiddetta 'norma salva Ap'. In realtà è una norma che aiuterebbe tutti i 'piccoli', compresi i potenziali 'avversari' di Renzi, ovvero i bersaniani di Mdp. Che però rifiutano categoricamente: "Sarebbe una schifezza", tuona Alfredo D'Attorre. "Non la vogliamo, perché favorirebbe la frammentazione e il mercato delle vacche".

La norma 'salva Ap'

Chi, invece, fortemente vuole la norma 'salva Ap' è proprio il partito di Angelino Alfano, che infatti ci mette la faccia e in una dichiarazione ufficiale chiede al Pd di prevedere che anche un partito che superi la soglia del 3% per il Senato, ma solo in tre regioni, possa ottenere seggi. Forza Italia si oppone categoricamente: "C'è un testo base e il testo base dice che il 3% è su base nazionale", afferma Renato Brunetta, che però aggiunge: "Bisognerà trovare un compromesso ma certamente non salterà l'accordo".

Il Pd sceglie la mediazione

Anche al Pd, per la verità, la norma fa storcere il naso. Ma è vero che i voti di Ap potrebbero alla fine risultare determinanti. Così come quelli al sud di Michele Emiliano o di altre 'liste civetta'. E poi la mano tesa ai 'piccoli' potrebbe aiutare a sminare il terreno in Aula, sulle votazioni segrete. E allora si tratta, si media. Anche se Ettore Rosato smentisce tensioni: "Nessuna trattativa col coltello in mano, stiamo valutando". E ricorda che, anche se fosse accolta la proposta di Ap, non ci sarebbe nulla di male: "già per l'Italicum uscì fuori la 'salva Lega'".

Lavori a oltranza

Oggi tutti in commissione per andare avanti ad oltranza e chiudere la partita, lasciando la mattina di sabato per gli eventuali ultimi voti e il mandato al relatore. L'obiettivo principale, viene infatti spiegato, è non far slittare l'Aula, fissata per martedì prossimo.

Lo 'strappo' nel centrodestra

Intanto è sempre più marcato lo strappo tra alleati nel centrodestra: FdI si scaglia contro Forza Italia e volano gli stracci. Ad aprire la battaglia è Ignazio La Russa, che accusa di incoerenza gli azzurri, definendo il loro comportamento sui voti "vergognoso". Tema del contendere il no di FI alle preferenze e al premio di maggioranza per la coalizione. Due i 'botta e risposta' prima con Sisto e poi con Occhiuto ("ti meriti di essere preso a schiaffi", dice La Russa al collega azzurro". "Sei tu ad essere incoerente", la replica di Occhiuto). Tra le curiosità, arriva la scheda con le 'istruzioni per l'uso'. Sul frontespizio gli elettori troveranno quattro righe in cui viene spiegato come si vota e la ripartizione dei voti dati all'uninominale anche per la quota proporzionale meccanismo già sperimentato con il Mattarellum).

Renzi 'blinda' il Rosatellum bis

Oggi alla direzione dem Matteo Renzi blinderà il Rosatellum bis, sottolineerà che il Pd sta provando a costruire una larga convergenza su un testo che raccoglie la maggior parte delle forze parlamentari, proprio per 'rispondere' alle sentenze della Consulta.

Da qui la necessità di andare fino in fondo su un sistema che, secondo i vertici Pd, potrebbe avvantaggiare tutto il partito. Sul 'Rosatellum' c'è anche l'area di Orlando ma il timore dei 'big' è che siano i 'peones' in Parlamento a manifestarsi nel voto segreto in Aula. L'obiettivo quindi è quello di compattare i gruppi dem. 

La scelta di Pisapia 

Non è escluso che l'ex premier alla direzione possa fare un accenno alle dinamiche in corso nel centrosinistra ma senza aprire all'ipotesi di nuove primarie. Sia Orlando che Franceschini puntano alla costruzione di una coalizione. L'auspicio è separare Pisapia da D'Alema ma al momento tra Campo progressista e Mdp resta tutto in stand by. Nel confronto in atto la legge elettorale non è un fattore secondario. Come ha spiegato in Transatlantico un esponente vicino a Pisapia, "perlomeno una decina di nostri parlamentari è disposta a votare il Rosatellum". Una legge elettorale che Mdp osteggia senza se e senza ma. Mentre il Pd punta proprio su questo sistema per 'agganciare' Pisapia in un'alleanza di centrosinistra.

 

A un mese dal voto in Sicilia, Nello Musumeci, con il 34,5% è oggi in vantaggio di due punti e mezzo su Giancarlo Cancelleri, attestato al 32%: è la fotografia scattata dall’Istituto Demopolis a 30 giorni dall’apertura delle urne.  La partita per la Presidenza della Regione continua a riguardare i due candidati del Centrodestra e del Movimento 5 Stelle; resta ancora indietro il rettore Fabrizio Micari, esponente del Centrosinistra. Il consenso in Sicilia appare ancora fluido ed instabile. “Sull’incertezza del risultato elettorale del 5 novembre – spiega il direttore di Demopolis Pietro Vento – pesa anche un’altissima astensione, stimata oggi al 56% degli aventi diritto”.

A un mese dal voto per le Regionali, Nello Musumeci, con il 34,5% è oggi in vantaggio di due punti e mezzo su Giancarlo Cancelleri, attestato al 32%. È la fotografia scattata dall’Istituto Demopolis, per il quotidiano “La Sicilia”, a 30 giorni dall’apertura delle urne.

“Sia pur a ruoli inversi rispetto al sondaggio del 5 settembre – afferma il direttore di Demopolis Pietro Vento – la partita per Palazzo d’Orleans continua a riguardare i 2 candidati del Centrodestra e del Movimento 5 Stelle: ad un mese dal voto, resta ancora indietro il rettore dell’Università di Palermo Fabrizio Micari che, posizionato al 22,5%, sembra scontare una minore notorietà rispetto ai competitor, ma anche le valutazioni negative dei cittadini siciliani sul Governo uscente. Più staccato, al 9%, Claudio Fava, che attrae comunque un voto più ampio della lista che lo sostiene. Si tratta – conclude Pietro Vento – di uno scenario aperto ed in evoluzione, destinato a mutare con la presentazione delle liste dei candidati all’ARS in corso nelle prossime ore”.

L’Istituto Demopolis ha misurato la conoscenza dei candidati alla Presidenza: più conosciuto si conferma in Sicilia con l’80% Nello Musumeci, seguito al 68% da Giancarlo Cancelleri, la cui notorietà è cresciuta di 10 punti nelle ultime 4 settimane. 6 intervistati su 10 hanno sentito parlare di Fava; il 39% di Micari, che – nonostante un incremento di 14 punti in un mese – resta ancora poco noto agli elettori dell’Isola.

Resta stabile – nel sondaggio Demopolis – la graduatoria della fiducia dei siciliani ad un mese dal voto. Tra quanti hanno sentito parlare di ciascun candidato, il 40% dichiara di fidarsi di Giancarlo Cancelleri, il 39% di Nello Musumeci, il 37% di Fabrizio Micari. Si tratta di un giudizio, nel complesso, molto positivo per le figure in campo per la Presidenza della Regione.

Alla rincorsa della estelada, la bandiera simbolo dell’indipendentismo catalano, i movimenti separatisti sardi fremono, tra viaggi a Barcellona e proclami politici. Il 5 ottobre il deputato di Unidos Mauro Pili ha presentato alla Camera una proposta di legge costituzionale per avviare un percorso “democratico per far scegliere ai cittadini se continuare a essere discriminati dallo Stato italiano o meno”. Questa è la seconda volta che Pili presenta una proposta come questa, dopo che la prima venne respinta dalla presidente della Camera, rivendicando il fatto che in passato il presidente del Senato, Pietro Grasso, ammise “una proposta analoga, con lo stesso identico titolo, ma soltanto riferita al Sud Tirolo. Precedente di cui Boldrini non può non tenerne conto”.

Ma non tutti credono sia una buona strategia

Ma di diverso avviso sono i leader dei principali movimenti indipendentisti isolani, che non riconoscono la proposta di Pili e che la bollano come “un modo per far parlare di sé”. Gavino Sale, leader del partito Irs – Indipendentzia Repubrica de Sardigna, si è detto sicuro che “tanto la bocceranno. Non condivido l’approccio di chi va a Roma a chiedere il permesso di fare l’indipendenza. Il padre del Diritto è la forza ed è quella che dovremmo sfidare”.

Con toni meno caustici ha parlato anche Franciscu Sedda, segretario del Partito dei Sardi, che alle regionali del 2014 hanno portato il 2,66% alla coalizione di centrosinistra che attualmente sostiene la giunta di Francesco Pigliaru: “Non credo che quella di Pili sia una buona strategia, anche se sono certo l’abbia fatto in buona fede”. Nei piani del Partito dei Sardi per il futuro dell’indipendentismo dell’isola c’è la riforma dello Statuto autonomo della Sardegna. “In questi giorni annunceremo la volontà di inserire nello statuto la volontà di inserire il diritto del popolo sardo di convocare un referendum per esprimersi sulla nostra indipendenza. Il processo di riaffermazione della libertà sarda non ha bisogno e non è giusto che passi dalla Costituzione italiana. Spetta a noi inscrivere nel nostro statuto gli strumenti necessari per raggiungere l’indipendenza”.       

È la Catalogna ad aver riacceso gli animi indipendentisti sardi

Galeotta la Catalogna che riaccende gli animi degli indipendentisti, le cui le istanze sono antiche quanto l’unità stessa del Paese. In questi giorni delegazioni di tutti i partiti e movimenti dell’isola hanno raggiunto i fratelli iberici, spiegando la loro presenza a Barcellona con il dovere politico di assistere la ‘lluita’ (lotta in catalano). E l’impressione è che abbiano visto nel referendum della regione spagnola il traino necessario per riportare nell’agenda della politica isolana s’indipendentzia. Gavino Sale ventila la possibilità di un incontro tra delegati di alcune forze indipendentiste lunedì prossimo, ma non vuole anticipare altro: “In Catalogna dicono ‘scuoti l’albero e raccogli le noci’, ed è quello che fece Irs fin dall’inizio. Grazie a noi sono sorti tanti movimenti indipendentisti, e a questo punto potrei ritirarmi, ma la passione è quella”. I temi sono sempre gli stessi e non perdono attualità: sovranità culturale, presenza militare, inquinamento, depressione economica e trasporti.

 

 

Una delle più grandi battaglie che gli indipendentisti portano avanti è proprio quella contro la presenza di basi per l’addestramento e i test su armamenti, che sull'isola abbondano. “Abbiamo il 60 per cento delle basi militari italiane” ha ricordato Gavino Sale. Anche l’ex presidente della regione Renato Soru aveva detto, di fronte alla Commissione di inchiesta parlamentare nata per indagare sulle morti sospette vicino ai poligoni sardi: “Nell'isola si spara quasi l'80 per cento di tutte le bombe che si fanno esplodere in Italia in tempo di pace, sia da parte dell'esercito italiano che da parte dei nostri alleati. L'80 per cento dell'attività di Poligono viene svolta nella nostra Regione, nonostante vi abiti circa il 2,5 per cento della popolazione italiana”. La denuncia degli indipendentisti riguarda in particolare i Poligoni di Salto di Quirra, di Capo Teulada, di Capo Frasca e di Capo San Lorenzo, accusati dalle amministrazioni locali e dai partiti d’area di deprimere le potenzialità e le possibilità di sviluppo dell’isola.

"Tutti facciano la loro parte per far conoscere ai sardi la loro storia"

Ma la domanda che ci si deve porre oggi è “se i sardi stiano capendo quello che ci succede intorno”. Se lo chiede Franciscu Sedda, e alla domanda se sia più opportuno unire le forze anziché procedere divisi in tanti piccoli schieramenti, spiega: “Quello che chi ha osservato la Catalogna ha capito è che il punto non è unirsi per sommare matematicamente i voti. Non funziona così nella realtà. Quello che è necessario è che tutti facciano la loro parte non per creare alleanze ma per invogliare i sardi a riflettere sulla loro storia e sulle possibilità che hanno. Non siamo una regione ricca come la Catalogna, ma anche gli scozzesi erano visti come operai o carne da macello per l’esercito del Regno. Loro hanno reinventato la loro economia e poi hanno iniziato a spingere verso l’indipendentismo. Non si fa l’indipendenza per diventare ricchi, ma si diventa ricchi perché si è indipendentisti”. 

Referendum consultivi per chiedere il trasferimento di maggiori competenze dal governo nazionale alle Regioni Lombardia e Veneto nel solco di quanto concesso dall'articolo 116 della Costituzione. Il 22 ottobre i cittadini lombardi e veneti saranno chiamati a esprimersi sul tema dell'autonomia (con seggi aperti dalle 7 alle 23). Una battaglia promossa innanzitutto dai due governatori leghisti, Roberto Maroni e Luca Zaia, con obiettivi, però, sulla carta molto lontani dalle antiche mire secessionistiche del 'partito della Padania' che fu di Umberto Bossi o dal referendum che si è tenuto in Catalogna domenica scorsa.

Per prima cosa, si tratta di referendum consultivi, con i quali si chiede un parere agli elettori, e quindi senza alcun effetto concreto immediato. In secondo luogo, la natura dei quesiti è nel totale rispetto della Costituzione (mentre la Corte costituzionale spagnola ha definito illegale il voto di Barcellona). Ecco una guida alle due consultazioni.

 Quali sono i quesiti, quale il quorum

Contenuto equivalente, i quesiti lombardo e veneto differiscono lievemente nella forma. Più semplice quello veneto:

"Vuoi tu che alla Regione Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?".

Più articolato quello elaborato dal Pirellone:

"Volete voi che la Regione Lombardia, nel quadro dell'unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l'attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e agli effetti di cui all'articolo 116, terzo comma della Costituzione?".

Differenze anche per la questione quorum: nel senso che in Veneto la legge regionale prevede una soglia del 50 per cento più uno per i referendum consultivi mentre in Lombardia non e' previsto quorum.

Cosa cambia in Italia se vince il Sì

Nel caso di vittoria dei 'si' nell'immediato non cambia nulla. Dal 23 ottobre i due governatori potranno avviare una trattativa con il governo nazionale per negoziare maggiori competenze negli ambiti limitati dall'articolo 117 della Costituzione. La trattativa poteva essere avviata anche senza indire un referendum (come ha fatto, per esempio in Emilia-romagna il governatore dem, Stefano Bonaccini). Ma a questa argomentazione Maroni e Zaia controbattono sostenendo che il mandato popolare li rendera' piu' forti nel negoziato con Palazzo Chigi.

20 competenze concorrenti, e tre esclusive

In ogni modo la trattativa dovrà avvenire all'interno dei limiti fissati dagli articoli 116 e 117 della Carta. Non è, quindi, in discussione far diventare Lombardia e Veneto Regioni a statuto speciale, come Sicilia, Sardegna, Val d'Aosta, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige (quest'ultima, in realtà, costituita dalle province autonome di Trento e Bolzano). Per fare ciò, infatti, sarebbe necessaria una modifica costituzionale. Ma le Regioni tratteranno il trasferimento di maggiori competenze dallo Stato e, di conseguenza, più fondi.

L'articolo 117 della Costituzione fissa le 20 materie concorrenti e le tre esclusive dello Stato per cui le Regioni possono in parte chiedere più autonomia (queste ultime sono: giustizia e norme processuali, ordinamento civile e penale e giustizia amministrativa; norme generali sull'istruzione; e tutela dell'ambiente, dell'ecosistema e dei beni culturali). Sono, invece, materie di competenza esclusiva dello Stato senza possibilità per le Regioni di ottenere alcunché, tra le altre, tutte quelle che riguardano

  • il fisco,
  • la difesa
  • e la sicurezza,
  • l'immigrazione,
  • e previdenza sociale.

I costi e la modalità del voto

E' stimato che arriverà a costare circa 50 milioni di euro il referendum lombardo. Quattordici milioni il costo della consultazione in Veneto. Al Pirellone hanno accantonato 22 milioni di euro solo per l'acquisto dei tablet: sara' infatti sperimentato in questa occasione, e per la prima volta in Italia, il voto elettronico.

Il sostegno trasversale dei partiti

I referendum sono appoggiati anche da alcuni partiti di opposizione. In Lombardia i sindaci del Pd, capitanati da Giuseppe Sala e Giorgio Gori (probabile sfidante di Maroni alle regionali di primavera), si sono uniti in un comitato a sostegno del 'si'.

Fondamentale per l'indizione del referendum è stato poi il contributo dei nove consiglieri del Movimento 5 stelle al Pirellone (che hanno contribuito a cambiare il quesito). Sostegno anche da parte di Forza Italia e Fratelli d'Italia (almeno a livello locale, mentre la leader Giorgia Meloni ha fatto sapere che, se fosse residente in Lombardia e Veneto, non andrebbe a votare il 22 ottobre). Mentre il Pd regionale ha lasciato libertà di voto.

I precedenti

Nel 2007 la Regione Lombardia di Roberto Formigoni apri' un tavolo col governo per ottenere maggiore autonomia su 12 materie: la caduta dell'esecutivo Prodi fece morire sul nascere il negoziato che non fu portato avanti dal successivo esecutivo di centrodestra.

Alessandro Di Battista, neo papà, torna a Montecitorio e si rituffa subito nel clima elettorale. Il deputato M5s, in 'congedo' temporaneo di paternità, torna a parlare di politica in un'intervista al Corriere della sera e fa un parallelo tra il referendum della Catalogna sull'indipendenza e il 'Rosatellum bis'. Il filo conduttore è che, a suo avviso, la legge elettorale cui si sta lavorando è fatta per non far decidere i cittadini.

Le idee di Di Battista in 9 frasi
 

Non ci hanno fatto votare

"Non ci hanno fatto votare dopo il referendum, quando M5s era al massimo"

L'ennesimo schiaffo

"Ora ci danno l'ennesimo schiaffo. E preparano un nuovo governo Gentiloni"

Le tenteremo tutte

"Faremo qualsiasi cosa, in piazza e in Parlamento. Le tenteremo tutte"

Faremo ostruzionismo

"Tante volte il Movimento è riuscito a ottenere risultati facendo pressione parlamentare e di piazza, anche con l'ostruzionismo".

Il Paese deve fermarli

"È il Paese che deve fermarli. E il Quirinale"

Un nuovo 'Porcellum'

"Mattarella ha scritto la sentenza del 2014 che bocciava il Porcellum, spero che si renda conto prima possibile che questa legge elettorale è l'ennesima porcata che consente ai partiti di nominarsi"

Mattarella valuti se firmare

"È il presidente che deve valutare la costituzionalità delle leggi e firmarle. È il suo ruolo: se ha dubbi su una legge la rimanda alle Camere"

C'era un testo base

"Ci eravamo infilati in un testo base, il tedesco, ma hanno trovato un pretesto per farlo saltare"

Non ci sediamo al tavolo con i bari

"Ora è un altro modello, noi presentiamo emendamenti ma non possiamo sederci a un tavolo in cui due bari hanno già dato le carte"

Si chiama “insegnanti per la cittadinanza” ed è un appello, sottoscritto da oltre 4500 insegnanti, che mira ad affrontare nelle scuole il tema delicato dello Ius Soli e dello Ius Culturae. È stato lanciato dal maestro Franco Lorenzoni e dallo scrittore (finalista Premio Strega e Premio Campiello)  e professore Eraldo Affinati, insieme ai rappresentanti delle più significative associazioni di insegnanti.

Il progetto mira al coinvolgimento non solo dei ragazzi, in aula e fuori, ma anche del personale scolastico, delle famiglie, dei movimenti attivi nel territorio. Un viaggio educativo lungo un mese: dal 3 ottobre, giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione, al 3 novembre. Trenta giorni di mobilitazione che sarà portata avanti dagli educatori che, per essere riconosciuti, indosseranno un nastrino tricolore portatore di un messaggio ben preciso: “tutti i bambini che frequentano le nostre scuole devono essere considerati italiani qualunque sia la loro provenienza”. 

Le critiche di Salvini

Ma non è un’idea che è piaciuta tutti. I docenti sono stati accusati di far propaganda e di portare a scuola una battaglia politica. L’attacco più duro è arrivato da Matteo Salvini che, condividendo un pezzo de Il Giornale, ha accusato i docenti di fare un vero e proprio “lavaggio del cervello”. Agi ha intervistato Antonio Itta, uno degli insegnanti citati all’interno del pezzo del quotidiano rilanciato dal leader della Lega Nord. 


Il Giornale scrive: "Antonio Itta, anziché trasmettere nozioni su matematica, geografia o chissà che altro, ha letto ai suoi scolari il libro "La frontiera" di Alessandro Leogrande". Diamo una prima precisazione. Cosa insegna e in quale scuola?
Insegno lettere presso Scuola statale secondaria di primo grado di Corneliano d'Alba.

Perché ha scelto di aderire all'iniziativa "insegnanti per la cittadinanza"?
Perché la scuola è luogo di condivisione, convivenza, rispetto delle regole, è la comunità più bella e felice e in cui tutti ci si può sentire uguali. Gli insegnanti sono tra gli attori principali, quindi non si poteva ignorare l'iniziativa, soprattutto in questo momento. 

Matteo Salvini vi accusa di aver usato la giornata di oggi per fare "il lavaggio del cervello a scuola”
Io non posso ignorare di avere alunni nati in Italia, che frequentano la nostra scuola, che rispettano i valori della nostra Repubblica, che leggono, scrivono, studiano, parlano anche meglio di altri 'ufficialmente' italiani, l'italiano, appunto; non posso ignorare, dicevo, che a loro non siano riconosciuti tutti i diritti di cui godono gli altri. Non ho voluto lavare il cervello a nessuno; semplicemente renderli consapevoli che l'uguaglianza non va solo sbandierata.

“Si insegna ai bambini che se non sei a favore dello Ius Soli, praticamente sei brutto, sporco, cattivo e anche razzista” dice Salvini. Come ha spiegato il tema dello "ius soli" in classe?
Che nessuno è brutto, sporco, cattivo e razzista finché sta lontano dai pregiudizi e dalla disumanità. Per questo, il diritto a sentirsi uguali in qualunque angolo della Terra passa anche da una norma che non priverà di nulla noi italiani, anzi!

Che risposte ha avuto dai ragazzi?
È inutile anche ripeterle: da piccoli nessuno è razzista, l'ho capito dal primo giorno di lavoro e loro lo dimostrano. Oggi lo hanno confermato.

Perché ha scelto di leggere il libro di Leogrande ai ragazzi?
Oggi è il quarto anniversario della strage di Lampedusa e quello straordinario e antiretorico libro di Leogrande dedica un capitolo a quella pagina la cui lettura ha 'gelato' i miei compagni di viaggio

 

Nel suo intervento di fronte alle Commissioni Bilancio della Camera e del Senato, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha parlato della Legge di Stabilità del 2018. Una manovra da 19.6 miliardi di euro: tra le coperture, 3,5 miliardi proverranno da tagli alla spesa e 5,1 dalla lotta all’evasione fiscale (Corriere). Padoan ha detto che "in quattro anni sono stati creati un milione di posti di lavoro".

Maggioranza a rischio

Mdp ha annunciato che non voterà la relazione sul Def. Sembra così destinato a uscire dalla maggioranza. Il coordinatore nazionale di Mdp Roberto Speranza ha dichiarato di non sentirsi più politicamente dentro la maggioranza, mentre il viceministro all'Interno Filippo Bubbico si dimette dall'incarico di governo (Huffington Post). I senatori vicini a Giuliano Pisapia, in disaccordo con le scelte di Mdp, sono orientati a votare a favore della manovra.

Gli avvertimenti

Il vicedirettore generale di Bankitalia Luigi Federico Signorini ha sottolineato l'esigenza di ridurre il debito pubblico e di attuare pienamente le riforme delle pensioni introdotte negli ultimi anni. Un monito arrivato anche dalla Corte dei Conti (Repubblica).

Altre dimissioni 

Il sottosegretario alla Difesa Domenico Rossi ha rimesso le deleghe dopo un servizio delle Iene che svelava l'assunzione del figlio da parte di un altro politico (Il Fatto).
Tensioni nella maggioranza anche sulla legge elettorale: il Pd starebbe pensando di ricorrere alla fiducia sul Rosatellum, scrive La Stampa. In Commissione Affari costituzionali della Camera è ripartita la discussione: bocciato un emendamento di Mdp per introdurre la doppia preferenza di genere (Il Fatto).
 

Dal servizio delle Iene alle dimissioni da sottosegretario: in meno di 36 ore la denuncia di una collaboratrice parlamentare passa da episodio di malaffare a caso politico. Ma da dove è partita e come è montata la bufera che rischia di travolgere il sottosegretario alla Difesa Domenico Rossi? Andiamo con ordine:

I protagonisti

  • Mario Caruso: deputato centrista
  • Domenico Rossi: deputato centrista (ex Scelta Civica) sottosegretario alla Difesa
  • Fabrizio Rossi: figlio di Domenico, collaboratore parlamentare di Mario Caruso
  • ​Miss X: sulla carta non esiste ma è la vera collaboratrice di Caruso

I fatti, in ordine

Domenica sera il servizio delle Iene raccoglie la testimonianza di Miss X, prima stagista (gratis) di Caruso, poi sua collaboratrice (gratis) per un anno e mezzo. Anche grazie a alcuni video 'rubati', emergono alcuni elementi pesanti per Caruso e per Rossi padre. In sostanza la ragazza racconta si aver lavorato per un anno e mezzo per Caruso senza essere mai pagata. Tuttavia nella pianta organica della Camera risulta un collaboratore parlamentare al servizio di Caruso ed è Fabrizio Rossi, figlio di Domenico, che con Caruso divide la stanza a Montecitorio. Tuttavia, è la denuncia di Miss X, Fabriuzio al lavoro non si fa vedere mai. Come se non bastasse, in un video fatto dalla ragazza Caruso ammette di averle fatto delle avances durante una cena dalle parti di piazza Cavour a Roma. 

  • Mario Caruso, collega parlamentare di Rossi, ha formalmente assunto Fabrizio Rossi, figlio del sottosegretario per fare un favore all'amico. 
  • Fabrizio Rossi, secondo la testimonianza di Miss X e secondo quanto ammette lo stesso giovane in un video, non si presenta mai al lavoro.
  • Il deputato Caruso ha fatto delle avances a Miss X che le ha respinte. 

Le prime conseguenze

Domenico Rossi ha rimesso la delega di sottosegretario alla Difesa e ha annunciato di voler fare causa per difendere il proprio nome e quello del figlio. Caruso ha detto che Miss X ha solo fatto uno stage di tre mesi e ha assicurato di aver assunto il figlio di Rossi solo dopo una attenta valutazione delle sue capacità. 
 

Flag Counter