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I giudici del Riesame di Genova si sono riservati sulla decisione di sequestro dei fondi della Lega. Lo ha riferito il legale del Carroccio Giovanni Ponti, uscendo da Palazzo di Giustizia. "Abbiamo depositato una consulenza tecnica con la quale viene dimostrato che i soldi che la Lega ha in cassa in questo momento sono tutti contributi degli eletti -a detto – donazioni degli elettori e del due per mille della dichiarazione dei redditi. Quindi sono somme non solo lecite, ma che hanno anche una finalità costituzionale perché consentono al partito di svolgere la propria attività e perseguire le finalità democratiche del Paese". "Dire che sono profitto del reato è un non senso giuridico, dopodiché ci rimettiamo alla decisione del tribunale".

Altro che Lega e Movimento 5 stelle. La nuova frontiera del sovranismo all'italiana è quella segnata dal sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, che, in un lungo post su Facebook annuncia la prossima approvazione di tre delibere dirompenti. La prima per lanciare un "manifesto politico concreto" sull'autonomia della città, la seconda per cancellare il "debito ingiusto", la terza allo scopo di creare una moneta parallela "per dare forza a Partenope". "Siamo stanchi di ingiustizie e sopraffazioni", scrive l'ex pm, "è dal 1861 che abbiamo dato". Già, per De Magistris la questione va molto indietro nel tempo, in ossequio alla retorica neoborbonica cara a parte della sua base. 

Prima le casse del Banco di Napoli – che oggi di Napoli non ha più nulla – per risanare i debiti dei savoiardi; poi i meridionali in prima linea sul Piave nella grande guerra per difendere la Nazione; poi la liberazione dal nazifascismo che ha visto Napoli – nelle quattro giornate del 1943 – essere la prima città d’Europa, con una rivolta popolare, a liberarsi – prima dell’arrivo degli alleati – del più potente esercito del mondo, quello tedesco, coadiuvato dai fascisti italiani; poi l’enorme contributo dei meridionali nelle fabbriche del Nord nello sviluppo post bellico, a cominciare dalla Fiat; quindi le profonde ed ignobili discriminazioni che, da quarant’anni, vengono messe in atto nelle scelte politiche ed economiche dei Governi che hanno guidato il nostro Paese.

De Magistris rivendica il rilancio di una Napoli Capitale, "ribelle al Sistema ed ubbidiente ai valori costituzionali" e lancia stoccate a entrambi i partiti che sorreggono una maggioranza "ad evidente trazione anti-meridionale", ai Cinque stelle, che propongono "elemosine al Sud, magari con la veste ingannevole di un pseudo reddito di cittadinanza" e, soprattutto a una Lega che agisce "con odio verso il Sud" e, sulla scia dell'esito del referendum per l'autonomia di Lombardia e Veneto, lavorerebbe "per dirottare la gran parte delle risorse verso i ricchi". Sul tema dell'autonomia viene quindi lanciata una sfida esplicita a Salvini. 

Nelle prossime settimane per dimostrare che continuiamo a fare sul serio e che non si tratta di mera propaganda meridionalista, approveremo tre delibere. La prima. Napoli Città Autonoma, un manifesto politico concreto sull’autonomia della Città. La seconda. Cancellazione del debito ingiusto. Il debito contratto dallo Stato, in particolare nelle gestioni commissariali post-terremoto ed emergenza rifiuti, noi non lo riconosciamo. Lo cancelliamo dal nostro bilancio. Quei debiti non sono stati contratti dalla Città e dai napoletani, anzi noi siamo vittime ed andremmo semmai risarciti, altro che pagare il debito agli usurpatori ! Se oggi non avessimo quel debito frutto delle più invereconde collusioni tra politica, affari e criminalità organizzata, potremmo avere più autobus, più spazzatrici, più asfalto per le buche, più qualità della vita ed altro ancora. La terza. Realizzazione di una moneta aggiuntiva all’euro per dare forza a Partenope. Tre impegni, tre fatti, a breve. Vediamo se anche questo Governo ci ostacolerà!

La proposta più concreta sembra però quella alla quale si allude in seguito: "forme originali ed innovative di azionariato popolare per i beni comuni, ma anche per quelli pubblici, compresi quelli sportivi".

"Se il Popolo vorrà e lotterà avremo una Città anche sempre più efficiente, vi sarà sempre più benessere per tutte e tutti, in libertà ed autonomia, senza i lacci di nessun padrone. Autonomia è potenza, democrazia è anche partecipazione alla rivoluzione. Il momento giusto è adesso", conclude De Magistris, "e vediamo se il separatista che urlava prima il Nord e contro Napoli e i napoletani oggi ostacolerà questo progetto di autonomia dal suo scranno di Ministro dell’Interno".

Parlare all'elettorato del Movimento 5 Stelle, allargare il perimetro delle alleanze, tornare sui territori: è un taglio netto con il recente passato renziano quello che viene proposto a Cortona durante la tre giorni di convention di Area dem – associazione che si raccoglie attorno alla figura di Dario Franceschini (conclusa ieri con gli interventi, tra gli altri, di Nicola Zingaretti e Dario Franceschini). Ed è stato in particolare il governatore del Lazio, candidato per ora unico al congresso, a scaldare la platea parlando della necessità di ragionare con il movimento 5 stelle, non per inseguire una alleanza che lo stesso Zingaretti non desidera, quanto per recuperare quella fetta di elettorato di centro sinistra 'rifugiatosi' in casa Grillo.

"È evidente che non voglio allearmi con i Cinque stelle: io i Cinque Stelle li ho sconfitti due volte", sottolinea Zingaretti quasi a voler segnalare che l'impresa non è riuscita a chi ha guidato il partito in questi anni ricavandone tre sconfitte di fila. Un partito di cui Zingaretti vuole prendere la testa per guidarlo con una ispirazione diversa: meno autoreferenzialità, più collegialità.

"La dimensione collettiva è indispensabile se vogliamo un partito plurale: la democrazia è stata forte quando a prendere la parola erano i lavoratori, i sindaci, i territori. Abbiamo bisogno di strumenti collegiali e di leader".

Parole sposate in pieno da Dario Franceschini. Quando sale sul palco, pochi minuti dopo l'intervento di Zingaretti, l'ex ministro ed ex segretario Pd evoca immediatamente Matteo Renzi, pur senza mai farne il nome. Lo fa ribadendo il suo 'No all'idea di un partito "legato al destino di un solo uomo", di un partito "tutto azione senza pensiero" e soprattutto il suo 'Nò "alla retorica delle correnti come male di una comunità politica: non c'è nulla di più fastidioso del vedere fare la predica alle correnti da palchi di iniziative di correnti. Un partito in cui chi non è d'accordo con il capo è gentilmente invitando ad accomodarsi alla porta è un piccolo partito o non è affatto un partito". E qui si innesta anche la polemica con i Renzi e i renziani colpevoli di non aver voluto evitare la scissione di Pier Luigi Bersani e compagni: "Una scissione fa male, si poteva e si doveva fare di più per evitarla", sono le parole usate da Franceschini prima dell'appello a "rifondare il Pd", attraverso "il congresso da convocare subito utilizzando il percorso statutario". 

Quindi, voto nei circoli, convenzione nazionale e primarie. Un progetto, quella della rifondazione del Pd, sul quale si sofferma Zingaretti per il quale va perseguito restituendo spazio anche al rapporto con i corpi intermedi, sacrificato negli anni del Pd a trazione Renzi. Parole d'ordine note nel campo di quella che è stata la 'minoranza' del Pd almeno fino al 4 di marzo, che Zingaretti ha sposato in pieno aggiungendo tuttavia la necessità di rafforzare la presenza del partito sul web, strumento prediletto di Salvini, Di Maio. Lì c'è da lavorare, dice Zingaretti, che vuole il Partito Democratico primo per presenza ed utilizzo della rete:

"Voglio un partito che nella rete sia il migliore e il più organizzato per combattere la battaglia di idee".

Condizioni tutte necessarie, ma non sufficienti a salvare un brand che rimane caro al governatore del Lazio: "Lungi da me porre il problema del nome di questo partito", sottolinea riferendosi alle polemiche innescate dalla sua intervista alla festa del Fatto Quotidiano. "Al giornalista che mi faceva delle domande ho risposto solo 'a soggetto politico corrisponde nome'. E io voglio fare il segretario del Partito Democratico. Questo ho detto, il resto sono caricature". Altra caricatura che Zingaretti smonta dal palco di Cortona è quello che lo vede ritratto nel ruolo di anti Macron in vista delle prossime elezioni europee. Di alleanze, anche in vista delle prossime comunali, il Partito democratico

"ha bisogno come il pane. La parola 'alleato' è una bellissima parola se viene coniugata con 'decisione'. Siamo tutti d'accordo nel costruire alleanze le più larghe possibili per evitare il rischio di un parlamento Europeo governato dai sovranisti. I sovranisti sono il primo pericolo della democrazia in Italia perché, se l'Europa crolla, è a quel punto che scompare la sovranità italiana: verremmo comprati dalle grandi potenze internazionali che in questi mesi si battono contro il multilateralismo".

Il tempo delle caricature, dunque, è finito per Zingaretti. Ed è finito anche il 'pop-corn' evocato da Renzi (il quale ha negato di aver mai utilizzato una simile espressione) dopo la sconfitta del 4 marzo a rimarcare il concetto del "tocca al loro" con il quale l'ex segretario ha posto il suo veto a qualsiasi ipotesi di dialogo con i grillini sulla formazione del governo. Per Franceschini il tentativo andava fatto. Il leader di Area dem lo aveva sottolineato anche durante le riunioni del partito che hanno accompagnato il giro di consultazioni ed è tornato a ribadirlo oggi: "Dobbiamo accettare la sfida di entrare dove hanno preso voti gli altri, entrare nelle contraddizioni di Lega e M5s. Avremmo dovuto fare di più per evitare questa alleanza populista, invece abbiamo buttato il m5s in mano a Salvini. Una sciagura che avremmo dovuto evitare all'Italia e all'Europa. Di fronte a quanto accade al Paese non si può mangiare pop-corn. I pop-corn sono finiti".

 

Il Pd ricorre alla piazza per protestare contro la politica del governo giallo-verde. Ad annunciarlo il segretario, Maurizio Martina, in un'intervista a Repubblica: "Penso che sia venuto il momento di chiamare ad una mobilitazione nazionale gli italiani che non si rassegnano a vedere questo Paese in preda ai seminatori di odio. Il Pd fa un passo avanti e chiede a tutti di fare altrettanto. Il Pd rilancia il suo impegno anche con la piazza del 29 settembre, a Roma. Sarà 'la piazza per l'Italia che non ha paura'. Possiamo e dobbiamo costruire una prospettiva di speranza per il Paese".

"Il Pd deve buttarsi corpo a corpo, fisicamente, nel Paese reale, là dove si manifestano i bisogni, e offrire la piazza a chi vuol lavorare insieme per la speranza contro l'odio", ha aggiunto Martina. Immediato l'appoggio del presidente del partito Orfini e del governatore del Lazio Zingaretti. Irridente, invece la reazione di M5s: “Sarà un appuntamento tra intimi”, afferma Manlio Di Stefano, sottosegretario agli Esteri.

Il fondatore di M5s, Beppe Grillo, torna sul concetto di decrescita felice e definisce "un enorme errore" l'idea che il benessere sia legato all'aumento del prodotto interno lordo. "Si è sempre pensato – scrive il comico su Twitter – che il segreto della felicità fosse in una semplice formula: più Pil-uguale più crescita-uguale più benessere per tutti. Il fallimento della società moderna sta proprio in questo. In questo enorme errore".

 

La storia politica italiana è costellata di organismi, più o meno istituzionalizzati, che di solito nascono all'interno dello stesso governo e hanno il compito di 'affiancarlo' (ma secondo i più maliziosi 'commissariarlo') per dirimere i conflitti interni.

L'organismo, nel tempo, ha assunto svariate denominazioni, tra le più comuni quelle di 'gabinetto', 'stanza dei bottoni' o addirittura 'consiglio di guerra'. Pochi governi sono sfuggiti alla Cabina di regia: da Craxi negli anni Ottanta a Berlusconi nella Seconda Repubblica, fino ai recenti esecutivi Monti e poi Gentiloni, prima o poi si è sempre ricorso a un organismo ristretto in cui dirimere le controversie e assumere decisioni nei momenti cruciali della vita di un esecutivo.

È infatti dai tempi della prima Repubblica, con effetti che molto spesso non hanno avuto un esito positivo, che la Cabina di regia puntualmente fa la sua comparsa sulla scena, fino ad essere addirittura prevista nero su bianco dal 'Contratto di governo del cambiamento' guidato da Giuseppe Conte.

E proprio il presidente del Consiglio, stando alle indiscrezioni di stampa, sarebbe intenzionato a convocare una Cabina di regia all'inizio della prossima settimana, viste le fibrillazioni interne tra M5s e Lega. Il contratto di governo gialloverde, al punto 1, prevede espressamente il "Comitato di conciliazione", anche se nulla viene specificato sulla composizione, che era invece ben definita nelle versioni precedenti a quella definitiva.

Un "consiglio di gabinetto" per il pentapartito

Ma la Cabina di regia non è solo un 'artificio' politico per cercare di ricomporre divisioni interne a un governo o a una alleanza tra forze politiche. Lo strumento della Cabina di regia, infatti, è stato anche istituito per legge, ad esempio nel '95 per la gestione dei fondi strutturali comunitari, fino al recente Codice degli appalti del 2016.

La Cabina di regia, tuttavia, è sicuramente più nota nel campo prettamente politico: nella Prima Repubblica il leader socialista Bettino Craxi istituì il "Consiglio di gabinetto" (così lo battezzo' lo stesso allora presidente del Consiglio). Il primo governo Craxi era sostenuto dal cosiddetto 'pentapartito', un'alleanza fra Dc, Psi, Psdi, Pri e Pli.

Il 5 agosto del 1983, appena un giorno dopo aver formato il suo primo governo, Craxi diede vita al Consiglio di gabinetto. "Si tratta – disse allora Craxi – di un Consiglio nel quale saranno rappresentate tutte le forze politiche, un Consiglio politico che dovrà consentire consultazioni più rapide su tutte le questioni che saranno poi sottoposte al vaglio del Consiglio dei ministri, su tutte le questioni di indirizzo importanti.

Si tratta di un organismo autorevole in cui saranno rappresentati anche i ministeri politici ed economici più importanti", spiegò. Ne facevano parte, tra gli altri, Arnaldo Forlani, Gianni de Michelis, Giulio Andreotti, Giovanni Spadolini. Il governo durò poco meno di tre anni. 

Ricorse al Consiglio di gabinetto anche Giovanni Goria nel 1987, a seguito della prima crisi del suo governo sugli sgravi fiscali. Stessa scelta fatta poi da Ciriaco De Mita nel 1988. L'esecutivo rimase in carica un solo anno. 

Le 'cabine' del Cav, fatali a Tremonti

Non fu da meno la Seconda Repubblica. La fase politica che si è aperta dopo Tangentopoli ha spesso riesumato strategie e stratagemmi da 'vecchia politica'. E così non è sfuggito alla tradizione della Cabina di regia Silvio Berlusconi, e il ministro dell'Economia Giulio Tremonti ne fu vittima illustre, perdendo la battaglia con il vicepremier e titolare della Farnesina, Gianfranco Fini. Il governo guidato dal Cavaliere (2001-2006) fu caratterizzato da un'alta conflittualità tra Fini e Tremonti e si concluse con le dimissioni di quest'ultimo nel 2004 dopo il tentativo del premier di mettere fine al braccio di ferro dopo un durissimo vertice di maggioranza.

Nel 2011, nuovo governo Berlusconi e nuovo round della lotta interna con Tremonti. Fu allora che Berlusconi ricorse alla Cabina di regia che aveva come sua mission ufficiale l'economia. Il primo step fu una verifica di governo all'interno della maggioranza, con Fini che incassa il ruolo di 'Coordinatore delle Politiche Economiche del Governo'. Ma la Cabina di regia ebbe vita travagliata e soprattutto breve. È noto, poi, come è andata a finire: la maggioranza di governo scricchiola, poi traballa fino a infrangersi con lo strappo di Fini e l'ormai famosa domanda "Che fai, mi cacci?" del leader di An rivolta a Berlusconi nell'aprile del 2010. Nel novembre del 2011 il Cavaliere si dimise da premier.

Da Prodi a Gentiloni, gli eterni conflitti del centrosinistra

Anche i governi di centrosinistra hanno avuto le loro Cabine di regia. Nei due esecutivi guidati da Romano Prodi, nel 1996 e poi nel 2006, anche a causa di maggioranze molto eterogenee, si ricorse a un organismo per tentare di placare le divisioni interne. Perfino il programma elettorale dell'Unione nel 2006 fu frutto di un lavoro di 'regia' che produsse ben 280 pagine. La situazione divenne critica già a fine 2006 e a inizio anno nuovo Prodi riunì il governo in una due giorni all'interno della reggia di Caserta in cui toccò al vicepremier Francesco Rutelli annunciare l'istituzione di una Cabina di regia sul tema delle liberalizzazioni, guidata dallo stesso Prodi. 

Anche nel 2011, quando arriva Mario Monti alla guida di un governo tecnico sostenuto da una grande coalizione, i leader Bersani, Alfano e Casini pretesero – senza chiamarla Cabina di regia – una maggiore collegialità e soprattutto un ritorno alla centralità dei partiti. Nel 2013 a palazzo Chigi arriva Enrico Letta e anche lui fu costretto a ricorrere a una Cabina di regia: sostenuto da una larga maggioranza, stretto tra il Pd e il Pdl di Berlusconi e al centro di un conflitto interno sul taglio dell'Imu e l'aumento dell'Iva, Letta istituisce una cabina di regia a cui partecipano il vicepremier e ministro dell'Interno, Angelino Alfano, i ministri dell'Economia, Fabrizio Saccomanni, dei Rapporti con il Parlamento, Dario Franceschini, degli Affari Regionali e Autonomie, Graziano Delrio, oltre al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Filippo Patroni Griffi. Ma le sorti dell'esecutivo sono ormai segnate: dopo poco più di 9 mesi, nel febbraio 2014 sarà Matteo Renzi a guidare il nuovo esecutivo.

Lo stesso Renzi, una volta dimessosi nel dicembre 2016 dopo la sconfitta al referendum costituzionale, è stato l'artefice della nascita dell'ultima Cabina di regia in ordine di tempo: presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, la maggioranza Pd-alfaniani fibrilla e nel maggio 2017 l'allora leader dem convoca nella sede del partito, al Largo del Nazareno, una Cabina di regia targata esclusivamente Pd, anzi maggioranza del Pd, perché la minoranza interna ne fu tenuta fuori. Renzi annunciò che la Cabina di regia si sarebbe riunita ogni giovedì e fu accusato di voler 'commissariare' Gentiloni. Curiosità, uno degli attacchi più duri arrivò dal 5 stelle Roberto Fico, oggi presidente della Camera: "Renzi convoca un pre-cdm privato, è un atto gravissimo", commentò allora.

Emmanuel Macron ci sta e rilancia la sfida a Matteo Salvini e Viktor Orbàn. Il premier ungherese aveva definito il presidente francese "il principale oppositore" dei sovranisti europei e l'inquilino del'Eliseo ha prontamente raccolto il guanto e alzato la posta, includendo nel novero dei 'nemici' anche il ministro dell'Interno italiano e leader leghista, Matteo Salvini.

"Hanno ragione, sono il loro oppositore principale" ha detto Macron a Orbàn e Salvini, che da Milano avevano annunciato l'intenzione di demolire l'attuale assetto europeo guidato da Parigi. "Non cederò niente ai nazionalisti e a coloro che difendono i discorsi di odio. Se vogliono vedere in me il loro oppositore principale, hanno ragione".

In gioco ci sono le Europee

In ballo, come sottolinea il Corriere ci sono le elezioni europee di maggio 2019, quando i sovranisti tenteranno di far dilagare l'ondata partita dall'est e approdata in Italia. "Se si considera che in Francia c'é un nemico del nazionalismo, della politica dell'odio, dell'Europa che deve pagare quel che ci fa comodo e non impone alcuna forma di responsabilità e solidarietà, hanno ragione" ha detto Macron. "Nei prossimi giorni e nei prossimi mesi – ha aggiunto – dovremo prendere decisioni approfondite per affrontare il tema della migrazione, questo implica serietà e spirito di responsabilità, restando fedeli ai nostri valori, come il diritto d'asilo, con una vera politica nei confronti dei Paesi d'origine e interna".

In vista del consiglio europeo sul tema migrazione che divide l'Ue e che si terrà il 20 settembre a Salisburgo, Macron ha constatato che "si sta strutturando un'opposizione forte tra nazionalisti e progressisti" e per questo è andato in Danimarca e Finlandia alla ricerca di alleati per costituire un "arco progressista" contro i governi nazionalisti e populisti.

La replica di Salvini

A stretto giro Matteo Salvini ha replicato dicendo che "il principale avversario di Macron, sondaggi alla mano, è il popolo francese. Anziché dare lezioni agli altri governi spalanchi le proprie frontiere, a partire da quella di Ventimiglia. E la smetta di destabilizzare la Libia per interessi economici". 

"Al posto di dare lezioni agli altri, inviterei l'ipocrita presidente francese a riaprire i confini e accogliere le migliaia di rifugiati che aveva promesso di prendere. L'Italia non è più il campo profughi d'Europa, la pacchia per scafisti e buonisti è finita!". Ribadisce Salvini sui suoi canali social. "Da inizio 2017 ad oggi la Francia del 'bravo Macron' ha respinto più di 48.000 immigrati alle frontiere con l'Italia, comprese donne e bambini. Sarebbe questa l'Europa 'accogliente e solidale' di cui parlano Macron e i buonisti?".

Nonostante il tono piccato, scrive ancora La Stampa, nella sua edizione cartacea, il ministro italiano è in realtà felicissimo che il presidente francese si dichiari suo avversario: è la consacrazione a leader dell'Europa populista, un successo di visibilità internazionale. Fino a due mesi fa, una polemica Macron-Salvini sarebbe stata un periodo ipotetico dell'irrealtà. Dunque, le sue (calcolatissime) provocazioni pagano. E Salvini ha tutta l'intenzione di proseguire la sua personale politica estera, del tutto parallela e indipendente a quella del governo Conte e del suo ministro degli Esteri, Moavero.

Per l'appuntamento delle elezioni europee dire che Salvini sia ottimista è poco. Sente montare in tutta la Ue l'onda d'urto euroscettica e sovranista, e del resto i sondaggi italiani sono lì. 

Il governo, scrive Marcello Sorgi, vuole proprio dare l'impressione di aver cominciato la marcia di allontanamento dalle sue tradizionali alleanze in Europa, per avvicinarsi a passi svelti verso il fronte neo-populista del gruppo di Visegrad e delle forti minoranze di altri Paesi, a cominciare dalla Le Pen in Francia.

L'ipotesi di una rottura con la Commissione già nel prossimo autunno, approfittando delle tensioni crescenti sulla stesura della legge di stabilità e sulle intenzioni, manifestate dai leader del governo italiano, di ottenere molta più flessibilità, anche il limite invalicabile del 3 per cento tra deficit e pil, per realizzare gli obiettivi del contratto di governo. Si tratterebbe, ovviamente, di una rottura ultra-clamorosa, essendo l'Italia uno dei Paesi fondatori dell'Unione, e dagli effetti imprevedibili, perché rifiutarsi di rispettare gli accordi significherebbe andare incontro a sanzioni, oppure a ritrovarsi fuori dal sistema dell'euro

Il precedente Renzi-Padoan

Ce n'è abbastanza, sostiene ancora Sorgi, per scommettere che, malgrado la pesantezza e le reazioni che sta provocando, tutto ciò a cui stiamo assistendo sia solo un estremo espediente di propaganda: una sorta di rielaborazione della tattica Renzi-Padoan nella fase più complicata del governo dell'ex-leader del Pd, basata su continue minacce e successive ricuciture, fino a quella conclusiva operata da Gentiloni, come ministro degli Esteri, e come successore di Renzi. Anche in questo caso è possibile dunque che alla fase dell'attacco segua quella della rinegoziazione affidata a Tria e a Moavero. Con la speranza che la pazienza degli interlocutori europei basti anche stavolta

Lo scontro tra sovranisti ed europeisti

Macron, scrive il Corriere, ha sempre concordato di fatto con l’analisi della sua avversaria Marine Le Pen, e cioè che la contrapposizione classica tra destra e sinistra stesse lasciando il posto a quella tra patrioti e globalizzati o, secondo il lessico di Macron, tra nazionalisti anti-Europa e progressisti filo-europei. 

Con questa impostazione Macron ha fatto saltare il tradizionale sistema politico francese, ha vinto le elezioni presidenziali ed è diventato capo di Stato. Adesso, lo stesso schema gli serve per affrontare le elezioni europee — mai così cruciali — della prossima primavera. Privo di un gruppo politico che lo sostenga su scala continentale, Macron accetta di radicalizzare lo scontro con i leader sovranisti, nella speranza di conquistare nuovi alleati e magari provocare una nuova ricomposizione politica stavolta a livello europeo, per esempio facendo esplodere le contraddizioni di un Partito popolare che ha al suo interno sia la Cdu della cancelliera Merkel sia il 'Fidesz' dello stesso Orbàn.

Se Macron punta al muro contro muro nei confronti dei populisti, sottolinea La Stampa, è per dare chiarezza al dibattito politico nella Ue, perché è un europeista convinto. E anche per ritornare all’attacco (e occasionalmente recuperare consensi) in una fase che a livello interno lo vede in difficoltà, tra il suo calo di popolarità nei sondaggi, l’economia francese che non riparte così rapidamente come previsto e un ministro molto amato, quello dell’Ecologia, Nicolas Hulot, che ha appena sbattuto la porta, abbandonando il Governo.

 

Il fronte pentastellato

Sul fronte M5s, il sottosegretario alla Difesa Angelo Tofalo assicura al Messaggero che "non c'è un pregiudizio" nei confronti di un patto con Macron "ma prima deve cambiare rotta su Tripoli". E, riguardo la possibilità di far parte dell'alleanza Orban-Salvini per le Europee risponde che il Movimento "come sempre correrà da solo alle prossime elezioni e poi valuterà la migliore soluzione sulla base dei numeri e dei programmi delle altre forze politiche".

 

Gli U2 apriranno il loro tour europeo a Berlino, esponendo una grande bandiera dell'Unione europea e lanciando un appello per l'unità e il sostegno dell'Ue.

Lo ha annunciato su Twitter la stessa band irlandese, con il suo frontman Bono che ha lanciato un duro attacco contro "nazionalisti ed estremisti", che stanno minacciando il progetto europeo.

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Bono, in un articolo sul Frankfurter Allgemeine, ha denunciato che "la parola pariottismo ci è stata rubata dai nazionalisti ed estremisti, i veri patrioti cercano l'unita'". L'artista si è poi detto orgoglioso della sua identità di europeo e del lavoro che la Ue ha fatto per "diffondere benefici e prosperità" tra gli Stati membri.

"Gli U2 inizieranno il loro tour a Berlino questa settimana e abbiamo avuto una delle nostre più provocatorie idee: durante lo spettacolo sventoleremo una grande, luminosa e blu bandiera dell'Ue", si legge nell'articolo.

Anche se dobbiamo lavorare molto più duramente per diffondere i benefici della prosperità, gli europei sono più istruiti e meglio protetti dagli abusi delle grandi aziende. Conducono vite migliori, più lunghe, più sane e più felici di quelle di qualsiasi altra regione del mondo. Sì, più felici

"Come europeo, sono orgoglioso di pensare a quando la Germania ha accolto gli spaventati profughi siriani e mi sentirei ancora più orgoglioso se altri Paesi si facessero avanti", ha aggiunto il cantante, sottolineando che "l'Europa è teatro di forze potenti ed emozionanti che si scontrano e che modelleranno il nostro futuro", scrive Bono. 

L'idea è di "non parlare di immigrazione" perché tanto su quel tena Matteo Salvini e Viktor Orbàn sono d'accordo: "massima protezione delle frontiere esterne". Ma allora cosa c'è nell'agenda dell'incontro ra il ministro dell'Intreno e il premier ungherese a Milano? 

"Parleremo di economia" ha detto Salvini al Corriere, "in Ungheria il made in Italy ha grandi prospettive. E anche sul fronte militare potrebbero arrivare commesse per le nostre aziende". Ma anche del modello Budapest: "Il Pil cresce del 4%, la fiat tax per le imprese è al 9%, l'anno scorso hanno abbassato l'Iva sui prodotti di largo consumo dal 27 al 5% e hanno piani da centinaia di milioni su casa e turismo" dice, "I salari crescono, il debito è sotto controllo: insomma, hanno fatto quello che vogliamo fare noi. Certo, loro sono soltanto 10 milioni…".

L'idea, con Orbàn, è di "lavorare tutti per la costruzione di un'altra Europa. Orbàn è un eroe. Ha indicato Soros come persona non gradita. Facendo il contrario di quello che prescrivono certe ricette, le famiglie e gli operai stanno molto meglio perché l'economia galoppa.

Leader leghista e non ministro

Il Corriere mette anche in evidenza la veste in cui Salvini incontrerà Orbàn: incontro solo ed esclusivamente politico e non istituzionale o governativo hanno specificato dal fronte M5s. Mentre per i leghisti ciò che conta è proprio il fatto che Salvini sia al governo.

Chi è Viktor Orbàn

Cinquantacinque  anni, primo ministro dell'Ungheria dal 2010, nell'aprile 2018 ha ottenuto il terzo mandato consecutivo. Alle elezioni il suo partito, Fidesz, ha ricevuto oltre il 49% dei consensi . Famoso per le sue posizioni nazionaliste e antíimmigrazione, ricorda il Messaggero, fu il primo leader a dire "no" al meccanismo di ricollocamento dei migranti sposando invece l'idea del blocco navale. A lui guarda tutto il gruppo di Visegrad con in testa la discussa Polonia. Ma è punto di riferimento per l'Austria di Kurtz come della Repubblica Ceca del premier Babis. Orban, teorico della 'democrazia illiberale' e grande amico di Putin, di recente ha confermato la sua deriva autoritaria chiudendo un paio di giornali. Sarà per questo che è divenuto il modello preferito da Steve Bannon, stratega della campagna elettorale di Trump.

Il difficile rapporto con il Ppe​

Ma Orban non ha però nessuna intenzione di mollare il Ppe e comporre con la Lega di Salvini e i partiti populisti di Visegrad un fronte unico sovranista a Bruxelles. Il leader ungherese non sembra intenzionato a mollare i vantaggi che gli derivano dal partecipare al governo dell'Unione in quota Ppe e per Salvini il problema di dove collocare il prossimo anno i suoi eurodeputati resta anche se il gruppo dei conservatori corteggia da tempo la Lega. 

 

"Chi ricopre incarichi istituzionali, in particolare il ministro della Giustizia, deve difendere le prerogative costituzionali della magistratura". In un colloquio con "La Repubblica", il presidente dell'Anm Francesco Minisci schiera il sindacato delle toghe a fianco del procuratore di Agrigento Luigi Patronaggio.

Le parole del ministro Salvini, indagato in relazione al caso Diciotti, possono essere lette come una 'sfida' alla magistratura? "Noi siamo intervenuti – premette Minisci – chiarendo che si è trattato di un tentativo di orientare lo sviluppo degli accertamenti: si tratta di un'interferenza nelle prerogative dell'autorità giudiziaria, unica istituzione cui la Costituzione e le leggi attribuiscono il compito di verificare se ci sono reati e chi ne sia il responsabile. Nessun altro può farlo, neanche un ministro".

Minisci si augura che dopo la solidarietà di Berlusconi a Salvini, non ci sia il rischio di tornare agli anni dello scontro tra politica e magistratura. "Non saremo noi magistrati ad attizzare il fuoco. Una cosa è certa: come abbiamo già fatto, reagiremo ogni volta in cui ci saranno attacchi all'autonomia e all'indipendenza di ogni singolo magistrato, da chiunque provengano. Sui principi costituzionali non arretreremo di un solo passo".

Quanto al caso specifico, conclude Minisci, "nessuno deve e può interferire nel lavoro dei colleghi. Se nella vicenda della nave Diciotti sono stati commessi reati e, in caso positivo, chi li ha commessi, spetta stabilirlo a chi indaga: questo significa autonomia e indipendenza della magistratura".