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AGI – I quarant’anni della legge di riforma della polizia e i 160 dell’Unità d’Italia “sono ricorrenze tra loro intimamente collegate. La Polizia è uno dei volti dello Stato. La storia della Polizia è parte del racconto della edificazione dello Stato unitario, ne ha seguito l’evoluzione costituzionale garantendo lealtà nello svolgimento dei suoi compiti di autorità preposta al mantenimento dell’ordine pubblico”. Lo scrive il presidente della Repubblica Sergio Mattarella nella prefazione al volume “La riforma dell’Amministrazione della pubblica sicurezza”, a cura di Carlo Mosca.

“I principi ispiratori della riforma, che vanno quotidianamente vissuti per renderla effettiva – sottolinea il capo dello Stato – hanno contribuito a ribaltare l’immagine antica, forse mai totalmente rispondente alla realtà, di un corpo dello Stato vocato a funzioni puramente repressive per imporre un ordine gradito al potere di turno. La polizia moderna nella logica costituzionale propria della riforma dell’81, è oggi un corpo dello Stato che i cittadini riconoscono come amico, accessibile ed aperto, elemento di coesione”.

“Una ‘empatia democratica’ – ricorda Mattarella – guadagnata sul campo anche nei giorni durissimi di questo annus horribilis ma nata negli anni difficili del terrorismo, nutrita, nei lunghi 40 anni dall’introduzione della riforma, dal lavoro e dal sacrificio dei suoi componenti. Un impegno lungo che ha prodotto così i suoi effetti”.

La legge 121 del 1981 – conclude il presidente della Repubblica – è caposaldo vivo e vitale dei nostri tempi: ha rapportato l’agire della Polizia nella società ai valori della Costituzione repubblicana, affidandole una missione non dissipata in un compito meramente securitario, bensì proiettata esplicitamente verso la cura dell’ordine democratico del Paese. Una funzione scolpita nell’articolo 24 quando, al primo posto tra i compiti della Polizia di Stato, troviamo indicata la tutela ‘dell’esercizio delle libertà e dei diritti del cittadino'”.

AGI – I deputati Pd hanno scelto Debora Serracchiani come nuova capogruppo alla Camera. In 66 hanno le hanno dato la preferenza, 24 hanno votato per Marianna Madia, un deputato per Barbara Pollastrini, una scheda è risultata bianca e un’altra nulla. Nessuna unanimità, ma competizione vera come ha riconosciuto la stessa Serracchiani dopo l’elezione.

“Che ci sia stata una competizione nel gruppo è sicuramente una novità, ma è anche un fatto positivo. Abbiamo un gruppo compatto ed è stato compatto nelle decisioni più complesse di questa legislatura e sono convinta che lo sarà adesso”, ha spiegato la nuova presidente dei deputati, mettendo da parte le tensioni che hanno attraversato il partito nelle ore precedenti al voto, con Serracchiani e Madia a confrontarsi a colpi di lettere.

L’ultimo scambio a distanza

L’ultimo scambio era arrivato al mattino mattina, quando Madia ha messo nero su bianco le ragioni delle sue perplessità su come si è sviluppato il lavoro per arrivare a questo voto e Serracchiani che segnalava i punti del ‘suo’ programma per il gruppo.

Un confronto a viso aperto scaturito dalla richiesta del segretario di avere due donne ai vertici di  un partito “profondamente incrostato di maschilismo”, come ammette lo stesso Letta.

Una scelta accolta, almeno pubblicamente, da cori favorevoli, se non fosse che il segretario confessa di aver dovuto “combattere in questi dieci giorni contro le critiche di maschi bianchi, cinquantenni, che dicevano: ma come, due donne pur che sia?”.

Letta non fa nomi di candidate, non interviene nella lunga disputa sull’avvicendamento al vertice dei Gruppi parlamentari. Fino a qualche ora prima della sua decisione di candidarsi alla segreteria dem, sembrava impossibile andare a toccare lo schema che si era creato quasi tre anni prima, dopo le elezioni politiche 2018 e l’arrivo in parlamento degli eletti con le liste redatte da Matteo Renzi. 

La nuova maggioranza degli organi del Pd arrivata per sostenere Nicola Zingaretti poteva provocare un corto circuito nel partito, evitato solo con il ricorso alla gestione collegiale imposta dal governatore del Lazio. Fino alla nascita del governo Draghi, quando le correnti hanno rotto la pax zingarettiana e il segretario si è dimesso.

La scommessa di Letta sulle donne

Come smarcarsi dalle logiche correntizie, dunque? Letta punta sulle donne, soprattutto perchè si tratta di un passaggio necessario per un Pd che vuole giocare un ruolo da protagonista nel panorama dei progressisti europei, dove il tema della parità di genere ha già, da anni, una sua cittadinanza.

“Il tema delle donne è un tema profondamente incrostato che ha bisogno di una cura shock”, dice il leader dem. Eppure le correnti tornano a far parlare di sè. Lo fanno proprio quando la strada sembra avviata verso quella “competizione positiva”, libera dalla ricerca spasmodica dell’unanimità, evocata da Letta.

Sul nome di Serracchiani, dicono alla Camera, c’è stata una saldatura fra più correnti e, in particolare, fra quella di Base Riformista, guidata da Lorenzo Guerini e Luca Lotti, e quella di Areadem che guarda a Dario Franceschini. 

“I partiti politici sono lo strumento che seleziona la classe dirigente e propone soluzioni agli elettori”, dice Letta interpellato al riguardo da Milena Gabbanelli: “In tutto questo c’è però la responsabilità politica di chi guida e che deve premiare il talento e non le appartenenze correntizie. Sono legittime le differenze di pensiero, ma è sbagliata che l’organizzazione delle correnti si sclerotizzi e occupi tutti gli spazi del partito”. 

“Le correnti strumento di spartizione”

Concetti che ritornano anche nella lunga lettera-intervento che Marianna Madia invia ai colleghi deputati: “Quando le correnti sono i luoghi di autonomia ed elaborazione e promozione di una linea politica hanno un senso, quando si riducono a strumenti di spartizione di posti diventano solo un riflesso incondizionato, una delle ragioni dell’indebolimento della nostra proposta politica. Siamo talmente esposti su questo tema che è diventato già oggetto di satira politica da parte del nostro popolo”.

All’intervento delle correnti – assieme all’accusa di “cooptazione mascherata” mossa da Madia nei confronti di Graziano Delrio e da questo respinta con decisione – a far deflagrare lo scontro interno. Una situazione tanto tesa da spingere il tesoriere Walter Verini ad appellarsi alle due candidate perchè respingessero gli accordi e, se questi fossero già conclusi, li disconoscessero.

Tanto tesa da far ipotizzare la possibilità di un sorteggio che evitasse il voto in assemblea. Il segretario respinge l’ipotesi e dice chiaramente che “all’interno del Parlamento è giusto che valga la regola dell’elezione”, anche perchè Madia e Serracchiani “sono entrambe brave, dopo di che i singoli parlamentari e’ giusto che abbiano una preferenza per l’una o per l’altra.

La soddisfazione del segretario

“Normalmente tutti gli organi di vertice del Parlamento vengono eletti a scrutinio segreto, fa parte della libertà dei parlamentari”. La soddisfazione del segretario Letta è affidata a un Tweet: “Dopo il voto di oggi sarò felice di lavorare insieme a Debora Seracchiani e Simona Malpezzi. Due donne determinate, di qualità e competenti. Saremo un’ottima squadra. Guardare avanti”.

Ora, come dice Madia lasciando la sala Berlinguer, sede di seggio del gruppo Pd alla Camera, c’è da “costruire insieme, perché questo è un Gruppo parlamentare”. E l’accento, ad ascoltare Madia, sembra cadere su quel ‘un’, con l’accezione di unico, contro il partito frazionato delle aree politiche. 

AGI – Giuseppe Conte illustrerà questa settimana il progetto del nuovo Movimento 2.0? L’auspicio, largamente condiviso, è questo ma nessuno ha la certezza che la scadenza da più voci indicata non finisca per slittare ancora qualche giorno. E l’attesa non solo ‘logora’ e alimenta “riposizionamenti” ma crea agitazione: più passa il tempo più i gruppi scalpitano, notano fonti bene informate di fronte al silenzio che avvolge la prospettiva, e i contenuti, del cambiamento.

Nessuno, ad ora, ha contezza delle modifiche, fermi restando i valori fondanti, che l’ex presidente del Consiglio si appresterebbe ad apportare. Molti confidano nella sua capacità di mediazione per tenere il Movimento unito. Intanto la richiesta di confronto interno resta, ma da tempo non si svolgono più assemblee congiunte dei gruppi parlamentari per un confronto. E la lamentela di alcuni verte proprio sull’assenza di luoghi di confronto. Anche sulle future alleanze.

Grillo ha indicato la strada dell’accordo con il centrosinistra ma non ha specificato quali saranno i soggetti di riferimento e, in queste ore – dato per positivo l’incontro con Enrico Letta – prosegue la polemica con Matteo Renzi: “L’Italia è bloccata per le restrizioni dovute all’emergenza pandemica, Matteo Renzi continua a viaggiare imperterrito per il mondo: una volta in Arabia Saudita per una conferenza con il suo amico bin Salman, un’altra in Africa al seguito di industriali, un’altra ancora a Dubai per chissà cosa, adesso in Bahrain per il Gran Premio di Formula Uno. Sembrerebbe uno scherzo, se non fosse la triste verità. A questo punto chiediamo a Renzi che ogni tanto, tra un viaggio e l’altro, faccia un pit stop anche in Parlamento, visto che è pagato per quello”, sottolineano i deputati in commissione Esteri.

 Ma è il tema del secondo mandato ad avere scosso M5s e se c’è chi ritiene che la possibilità di una deroga sia nelle cose, ed abbia l’obiettivo di riconoscere meriti particolari, e dunque consentire ‘eccezioni’, c’è chi si schiera a favore del rispetto delle regole senza se e senza ma. Ad esempio il deputato, Giovanni Currò che parla non di un vezzo ma di “un principio sacrosanto, affinché si evitino concentrazioni di potere nelle forze politiche”. Certo, l’uscita a sorpresa di Grillo – ha ribadito che lo Statuto su questo fronte non cambia – non è passata affatto inosservata. Sul tavolo di Giuseppe Conte poi c’è la questione del rapporto con Rousseau ma anche, in vista delle possibili convergenze con il Partito democratico per le amministrative, la ‘blindatura’ di Virginia Raggi per il Campidoglio. Altro paletto fissato dal Garante M5s. (AGI)

AGI – Fare il punto sul piano vaccinale per arrivare il prima possibile alla soglia delle 500 mila dosi al giorno e discutere del decreto che entrerà in vigore dal 7 aprile e che segnerà le nuove linee di indirizzo su chiusure e sostegni economici. Questi i temi principali della cabina di regia di oggi pomeriggio a palazzo Chigi: il presidente del Consiglio Mario Draghi vedrà i presidenti delle Regioni e al vertice parteciperanno, oltre ai i ministri interessati, anche il capo della Protezione civile, Fabrizio Curcio e il commissario per l’emergenza Covid Francesco Figliuolo.   

Sul fronte chiusure, oggetto di frizioni nella maggioranza dopo il pressing di Matteo Salvini, in parte rientrato almeno nei toni, il governo ha già fatto capire che potrebbero esserci degli allentamenti a metà aprile se la curva dei contagi dovesse scendere, ma tutto dipenderà dai dati, ovvero dall’ indice di contagio e dal tasso di saturazione degli ospedali, dei reparti Covid e delle terapie intensive. Insomma, se le misure di contenimento prese fino a oggi daranno dei risultati, le restrizioni potranno essere allentate. Altrimenti si andrà avanti fino a maggio senza zone gialle.

“Impensabile riaprire con 300 morti al giorno e le terapie intensive alla soglia della saturazione”, dice il vicesegretario del Pd Giuseppe Provenzano.  Obiettivo primario dell’esecutivo resta comunque far procedere velocemente la campagna vaccinale: niente corsie preferenziali per nessuno, ha detto Draghi, ma priorità alle persone anziane e a quelle più fragili. E la cabina di regia tra governo e Regioni, dopo le tensioni dei giorni scorsi, dovrebbe servire anche a tracciare una linea comune di condotta in attesa che arrivi un quantità sufficiente di dosi che possa portare alla soglia delle 500 mila vaccinazioni al giorno.

Nei prossimi giorni dovrebbero arrivare una quantità massiccia di dosi sia di Pfizer, sia di Moderna che di AstraZeneca e la cabina di regia di oggi servirà anche per discutere una linea condivisa su come suddividerle e somministrarle.    

Quanto ai ristori, secondo alcune fonti di stampa l’esecutivo punta a mettere sul tavolo dei sostegni ‘selettivi’ per accompagnare le attività economiche che continueranno a restare chiuse fino a maggio. Una formula del resto già annunciata dallo stesso Draghi nel suo discorso di insediamento in Parlamento, quando il premier sottolineò la necessità di procedere con sovvenzioni mirate e non più a pioggia.    Il decreto in arrivo mercoledì infine dovrebbe comprendere anche una parte, allo studio della ministra della Giustizia Marta Cartabia, sull’obbligo vaccinale per il personale sanitario: per chi non rispetta l’obbligo di vaccinarsi, secondo quanto emerge da fonti di stampa, sarebbero previste sanzioni crescenti, dallo spostamento ad altro incarico fino alla la sospensione dello stipendio. Ma non ci sarebbe, stando alla bozza circolata ieri, la possibilità di licenziare.

 

“Vogliamo dare una cornice uguale per tutte le Regioni”, ha sottolineato Mariastella Gelmini, rivendicando come “norma di buon senso” l’ormai prossimo obbligo di vaccinazione per tutti gli operatori sanitari e sottolineando che “un governo di unità nazionale ha senso se crea unità non solo a Roma ma anche sui territori”. È un richiamo ad “attuare la Costituzione alle condizione date” quello che arriva dal ministro per le Regioni che inquadra il nuovo piano vaccinale facendo osservare che “il piano originario, del precedente governo, non è una polemica ma un dato di fatto, non chiariva quali fossero i servizi essenziali e c’erano delle lacune per cui le Regioni – ha osservato Gelmini – sono andate in ordine sparso”. Il ministro ha sottolineato: “Ci siamo assunti la responsabilità di decidere”, e ha indicato che è prioritario “il massimo della trasparenza, senza ‘furbetti'”.

Alla riunione di oggi pomeriggio, ha anticipato  il presidente dell’Emilia Romagna e della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini, “diremo che c’è bisogno di stringere i bulloni” alla macchina avviata per le vaccinazioni. Entro il 3 aprile, ha ricordato Bonaccini “arriveranno circa 4 milioni di dosi. Se sarà così possiamo fare tanto e bene. Non manca l’organizzazione, mancano le dosi”.

Il presidente Bonaccini, ha ribadito la comunione d’intenti con il governo per la riapertura delle scuole dopo Pasqua ma boccia eventuali ‘fughe in avanti’ di chi vorrebbe aperture più ampie. “E’ giusto – ha detto – che dopo Pasqua fino alla prima media si possa tornare a scuola. Le Regioni non possono allargare le maglie, ed è giusto, possono solo restringerle in alcuni casi”. Secondo Bonaccini comunque non ci saranno dissidi: “le decisioni le abbiamo prese sempre all’unanimità”.

AGI – Revoca dell’incarico a Pasquale Vespa: il sindacalista e leader dei docenti precari è durato solo due giorni come collaboratore del sottosegretario all’Istruzione, il leghista Rossano Sasso.

L’ex ministra Lucia Azzolina, che lo ha querelato per diffamazione e minacce, ha sollevato il caso e ha trovato subito ascolto presso il ministro in carica, Patrizio Bianchi, che ha chiesto a Sasso di valutare attentamente l’opportunità di questa nomina. In risposta è arrivata la disponibilità di Vespa a sospendersi, in attesa di chiarire la sua posizione. Di conseguenza Bianchi ha dato mandato all’amministrazione di procedere alla revoca dell’incarico.

“Ringrazio il ministro Bianchi per la decisione di revocare l’incarico a Pasquale Vespa – ha scritto Azzolina – Ha fatto la cosa giusta. Permettere al sottosegretario Sasso, con delega al cyberbullismo, di assumere al Ministero dell’Istruzione la persona che mi ha minacciato per anni – e che per questo è a processo – sarebbe stato un segnale terribile per la stessa comunità scolastica. Non è solo con le norme, ma anche con gli esempi e i comportamenti, che si può aiutare la scuola a formare i giovani nel rispetto e nella tolleranza. In queste ore ho ricevuto affetto e solidarietà da tutto il M5s, ma anche da Pd e Leu, che ringrazio. Dispiace invece che il sottosegretario Sasso non abbia compreso la gravità della cosa e si ostini a difendere l’indifendibile”.

Sasso, proprio ieri, aveva scritto su Facebook di non pensare affatto a sostituire il suo collaboratore, un professore precario campano e sindacalista della Uil che alle ultime elezioni regionali in Campania si era candidato con il centrodestra. “L’onorevole Azzolina – aveva denunciato il sottosegretario – non è nuova ad attacchi nei confronti di insegnanti e dirigenti scolastici che hanno manifestato dissenso nei confronti delle sue politiche, e Pasquale Vespa è un simbolo dei diritti dei lavoratori più deboli, ha condotto battaglie dure e scomode e adesso si vorrebbe farlo passare come uno stalker”.

Ma l’ex ministra ha rivelato che “Pasquale Vespa ha trascorso gli ultimi due anni della sua vita ad insultarmi pubblicamente, fomentare aggressioni verbali e allusioni sessuali. Minacciarmi di morte. Un cyberbullo, a tutti gli effetti“.

Contro di lei l’uomo aveva addirittura creato un hashtag “Boccarouge, e le rivolgeva nomignoli pesanti. “Ha provato a nascondere i contenuti rimuovendoli dalle proprie pagine, questo non gli ha impedito di essere imputato in un processo che inizierà a breve. Ma non è una questione di legalità. O, almeno, non solo – ha osservato Azzolina – è una questione di opportunità e di civiltà. Questo signore la sera sfoga i propri istinti sessuali su bocche e rossetti rossi e minaccia di morte un esponente di Governo, la mattina dopo si presenta come ‘educatore’ a scuola, laddove si dovrebbero insegnare altri valori, prima di tutto il rispetto e la tolleranza”.

La revoca dell’incarico, però, non chiude il caso: Azzolina vuole le scuse del Carroccio. La colpa di Sasso, dice, è di aver difeso Vespa fino all’ultimo. “Mi colpisce il fatto che Sasso abbia la delega al cyber-bullismo. È una questione pesante, se poi decide di assumere al ministero una persona che da due anni mi minaccia e mi insulta sui social” dice Azzolina in una intervista a La Stampa, “Il problema è che, nonostante quella delega, ha deciso di difendere Vespa. Ha detto ‘non ci facciamo intimidire’. Mi sembra assurdo. Loro non si farebbero intimidire da chi le minacce le riceve e le subisce? Vorrei che chiedesse scusa e che ammettesse la gravità della scelta di portare Vespa al Miur. Altrimenti, non credo possa mantenere la delega al cyber-bullismo”.

L’ex titolare dell’Istruzione accusa la politica, soprattutto le donne in politica, di non averla sostenuta. “Ci sono rimasta molto male” dice, “Io sono sempre uscita in loro difesa. Quando Giorgia Meloni è stata attaccata, le ho dato pubblicamente solidarietà. In Aula, quando la deputata di Forza Italia, Matilde Siracusano, subì attacchi sessisti, intervenni per dire che non doveva accadere, che serviva fare squadra. Dal centrodestra ho percepito invece un silenzio assoluto su questa vicenda. Si è persa un’occasione”. 

AGI – Grillo conferma il vincolo del doppio mandato e in M5s scoppia la ‘bomba’, mandando in tilt le chat su cui si accende il confronto.

Il rischio è che scoppi un ‘Vietnam’ nei gruppi parlamentari, viene riferito, fra chi è stato eletto per la prima volta e chi si trova alla seconda esperienza. Un Vietnam che arriverà anche a Conte, leader in pectore del nuovo Movimento 2.0. Perché disperdere tutte le conoscenze acquisite? E che cosa significa ‘recuperare’ coloro che terminano il secondo mandato? Fra le persone di valore Grillo, che ha espresso pieno sostegno a Virginia Raggi, ha citato Chiara Appendino.

Qualcuno reagisce scherzando con un: ‘e allora ciao’. Ma l’amarezza di fondo resta, come fra chi ironizza: ‘cominciamo a guardarci intorno?’. Fatto è, si apprende ancora, che nessuno si aspettava che Grillo ritornasse stasera su questo tema, e in molti sono rimasti spiazzati. Questa per il Movimento è una fase attesa in vista del cambiamento a cui l’ex premier sta lavorando.

Un cambiamento che potrebbe portare anche alla rottura con l’associazione Rousseau di Casaleggio: Grillo insiste nella possibilità di trovare un accordo, ma c’è chi teme che all’orizzonte non possa che esserci una fine a suon di carte bollate.

Il garante, nella riunione dedicata all’avvio del corso sulla Transizione ecologica – alla quale via zoom hanno partecipato il professor Marco Morosini, il ministro Roberto Cingolani, e alla quale si sarebbe collegato anche il ministro Luigi Di Maio – ha tenuto la barra sull’obiettivo 2050. Con Conte e con un accordo col Centrosinistra. Senza specificare quali siano i soggetti di quest’area a cui si riferisce.

Conte tre giorni fa ha avuto un faccia a faccia con il segretario del Pd, Enrico Letta. Un primo incontro per gettare le basi di quel “cantiere” per la costruzione di un campo “largo e aperto” a cui cui entrambi ambiscono. Nel frattempo nel M5s non si placano le polemiche su Renzi per la conferenza in Arabia Saudita e il possibile conflitto di interessi. 

Durante l’assemblea congiunta dei gruppi che apre il corso sulla Transizione ecologica l”elevato’ Beppe Grillo si è rivolto al ministro Roberto Cingolani e lo ha apostrofato scherzando,’supremo’, poi ha insistito: “La Transizione entri nelle scuole”. Grillo ha anche elogiato Mario Draghi, dicendo: “Non è un banchiere come si può pensare, è uno che vede la povertà e sa di che cosa parla e vede il futuro, attento all’ambiente”.

AGI –  “Draghi è una persona intelligente e infatti non ha sostenuto che tutte le Regioni abbiano sbagliato. Siccome il piano nazionale lo devono seguire tutti, non sarebbe male sapere quali siano le regioni che hanno vaccinato le persone sbagliate”: così il governatore del Veneto, Luca Zaia, ha replicato all’osservazione del premier secondo cui sarebbero stati trascurati gli anziani.

“La differenza tra noi e Roma è una e sostanziale: noi siamo a bordo campo e abbiamo gli ammalati“, ha sottolineato Zaia in un’intervista al Corriere della Sera, “chi a Roma parla male dell’autonomia è in tribuna e non ha le responsabilità che abbiamo noi”.
In Conferenza Stato-Regioni, ha sottolineato il presidente del Veneto, “in molti hanno sottolineato ciò che ci ha reso il lavoro di vaccinare più difficile. Abbiamo dovuto stornare dagli anziani, poi dalle scuole… Se poi c’è qualcuno che si è comportato male, nome e cognome: perché si sappia, ma anche perché possa dire la sua”.

Per poi aggiungere: “Io ho sempre avuto un rapporto di leale collaborazione con chiunque ci fosse al governo. Però, deve essere un accordo tra gentiluomini, certe dichiarazioni di quest’ultimo periodo non si possono sentire”.

Per Zaia se qualcosa non ha funzionato è dipeso dal fatto che “per prima cosa bisogna avere i vaccini“. “In secondo luogo occorre che le Regioni non si trovino sulle montagne russe con ordini e contrordini come invece è accaduto, e poi occorre avere il personale che fa le vaccinazioni. Da questo punto di vista, io dico: chi vuole, venga da noi a vedere. Però, se sono state cambiate le date di nascita di chi doveva essere vaccinato e poi sono stati aggiunti gli insegnanti, non è colpa delle Regioni”.

“Peraltro, noi veneti un ritorno al centralismo non lo accetteremmo mai”, ha insistito il governatore, “se serve, siamo pronti a un altro referendum. Mi sembra una corrente di pensiero medievale, fuori dalla storia e fuori dalla Costituzione”. 

AGI – “La coerenza di Dante sia un esempio per noi”. È l’esortazione del capo dello Stato, Sergio Mattarella, che con un’intervista al Corriere della Sera celebra i 700 anni dalla morte del poeta, anche se – avverte – “non mi ha mai convinto il tentativo di attualizzare personaggi ed epoche storiche diverse” quindi “eviterei analogie tra l’Italia di Dante, uomo del Medioevo, e l’Italia di oggi”, premette Mattarella, mentre “va sottolineata la sua capacità di trascendere il suo tempo e di fornire indicazioni e insegnamenti validi per sempre” a prescindere “dalle specifiche situazioni di epoche differenti”.

Da Dante, dunque, secondo il Presidente “ci separano settecento anni, un tempo incommensurabile” tant’è che “alcune delle difficoltà e dei punti critici nel nostro carattere di italiani affondano le radici in tempi a noi molto più vicini: in un’Unità nazionale che si è formata in ritardo rispetto ad altri Stati europei e che ha proceduto inevitabilmente per strappi e accelerazioni progressive e che ha visto la coscienza popolare assimilare l’esperienza unitaria con più lentezza e fatica rispetto al progetto che animava i protagonisti del movimento unitario”.

Quindi, per Mattarella, l’universalità del poeta fiorentino, e la “sua capacità di trascendere il suo tempo e di fornire indicazioni, messaggi e insegnamenti validi per sempre” e di esser stato “punto di riferimento e di ispirazione per generazioni di italiani a prescindere dalle specifiche situazioni di secoli ed epoche differenti”.

Tant’è che “l’universalità e, insieme, la bellezza di Dante” secondo il capo dello Stato vanno “ricercate proprio nella particolare attitudine di penetrare nel profondo nell’animo umano, descrivendone in modo coinvolgente moti, sentimenti, emozioni” ma “i vizi che Dante descrive la tendenza al peccato, secondo la sua concezione filosofica e religiosa sono gli stessi dall’inizio della storia dell’uomo: avidità, smania di potere, violenza, cupidigia… La Commedia ci attrae, ci affascina, ci interroga ancora oggi perche’ ci parla di noi”, chiosa Mattarella. 

“Che però venendo all’oggi sottolinea: “Non so quanto possiamo paragonare la pandemia all’Inferno dantesco. Certo, alcune scene drammatiche che abbiamo visto e vissuto, come la fila di camion con le bare in partenza da Bergamo, avrebbero bisogno della sua immensa capacita’ descrittiva. Esulando per un attimo da Dante, ribadisco che in questa emergenza abbiamo tutti riscoperto, al di là di tanti e ingiusti luoghi comuni, il grande patrimonio di virtù civiche solidarietà, altruismo, abnegazione che appartiene da sempre alla nostra gente“.

E sull’insegnamento politico di Dante, che ci può riportare al presente, Mattarella segnala “la sua coerenza”, “il suo senso della giustizia, la sua concezione morale gli impongono di rifiutare” perché “l’interesse personale, la fine del doloroso esilio, non viene barattato con il cedimento delle proprie convinzioni etiche. Non si tratta di moralismo o di superbia e neppure di legittimo orgoglio. Dante è mosso dalla convinzione, altamente morale, che andare contro la propria coscienza renderebbe effimero il risultato eventualmente ottenuto“, conclude il Presidente della Repubblica. 

AGI – “Mentre la campagna vaccinale procede, è bene pensare di pianificare le riaperture. Se la situazione epidemiologica lo permette cominceremo a riaprire la scuola in primis e almeno le scuole primarie e dell’infanzia anche nelle zone rosse allo scadere delle attuali restrizioni, speriamo subito dopo Pasqua”. Lo annuncia in Senato il presidente del Consiglio, Mario Draghi, le cui parole sono state salutate da un applauso dell’aula.

“Voglio trasmettere un messaggio di fiducia a voi, e a tutti gli italiani. Ho ripetuto in queste settimane il Governo è determinato a portare avanti la campagna vaccinale con la massima intensità. E siamo già all’opera per compensare i ritardi di questi mesi. Dobbiamo farlo per la salute dei cittadini, per l’istruzione dei nostri figli, e per la ripresa dell’economia” ha aggiunto Draghi “Il 26 marzo 2020, il Consiglio Europeo riconosceva la pandemia come una sfida senza precedenti per l’Europa. A un anno di distanza, dobbiamo fare tutto il possibile per una piena e rapida soluzione della crisi sanitaria. Sappiamo come farlo: abbiamo quattro vaccini sicuri ed efficaci”.

A proposito dei vaccini, Draghi ha ricordato che “tre sono già in via di somministrazione, mentre un quarto, quello di Johnson & Johnson, sarà disponibile da aprile. Ora il nostro obiettivo comune deve essere ora quello di vaccinare più persone possibile, nel più breve tempo possibile”,

“Si parla molto di autonomia strategica, in riferimento alla sicurezza e al mercato unico, ma la prima autonomia strategica oggi è quella dei vaccini” ha aggiunto.

L’appello alle Regioni

“Vaccinare prima i nostri cittadini anziani e fragili” è una priorità, e “mentre alcune Regioni seguono le disposizioni del ministero della Salute, altre trascurano i loro anziani in favore di gruppi che vantano priorità probabilmente in base a qualche loro forza contrattuale” ha detto ancora Draghi. “Dobbiamo essere uniti nell’uscita dalla pandemia come lo siamo stati soffrendo, insieme, nei mesi precedenti”, ha aggiunto.
“Tutte le Regioni devono attenersi alle priorità indicate dal ministero della Salute, in tempo di pandemia le decisioni finali spettano al governo, ma sono consapevole che solo con la sincera collaborazione tra Stato e Regioni in nome dell’unità d’Italia il successo sarà pieno”.

Il passaporto vaccinale

Draghi dice sì al green pass vaccinale, ma senza discriminazioni. “Il 17 marzo 2021 la Commissione europea ha presentato una proposta volta a creare un ‘certificato verde digitale’ per permettere una libera e sicura circolazione dei cittadini nell’Ue. L’obiettivo è dare, entro 3 mesi, un certificato digitale a coloro che sono stati vaccinati, che hanno effettuato un test diagnostico per il SARS-CoV-2, o che sono guariti. La libertà di movimento deve andare di pari passo con la garanzia della salute”, ha detto.

“Occorre raggiungere questo obiettivo però senza discriminazioni e nel rispetto della tutela dei dati sensibili dei cittadini europei. È un progetto complesso. La Commissione dovrà presentare delle linee guida dettagliate, e gli Stati membri dovranno essere in grado di renderlo operativo”, ha aggiunto il premier. 

La credibilità dell’Europa

“La salute pubblica globale richiede un impegno comune da parte di tutti i principali attori internazionali, nei confronti dei Paesi più vulnerabili. D’altronde, con un virus così insidioso, nessuno sarà davvero al sicuro finchénon lo saremo tutti. L’Italia ne è pienamente consapevole, come è anche consapevole che sia necessaria una rafforzata credibilità europea sui vaccini perché si abbia un’autentica solidarietà internazionale in questo campo”.

“Il Dispositivo Covax è lo strumento migliore per raggiungere questo obiettivo – ha aggiunto il premier – gli Stati aderenti includono Stati Uniti e Cina. L’Unione Europea vi partecipa in modo cospicuo: la Commissione Europea ha infatti impegnato 1 miliardo di euro. L’Italia è stata tra i primi Paesi a contribuirvi nel 2020, con 86 milioni di euro”.

“Il grande merito di Covax – ha proseguito – è garantire la distribuzione dei vaccini secondo le effettive necessità dei Paesi riceventi, e non in base all’interesse politico o economico o geopolitico dei donatori. Finora, ha già assicurato consegne di quasi 30 milioni di dosi di vaccini a 50 Paesi.

Il nostro auspicio è rafforzare questo meccanismo e renderlo sempre più efficace. La Presidenza italiana del G20 ha posto al centro della sua agenda la salute globale e il rafforzamento della cooperazione internazionale in materia sanitaria. In questo giocherà un ruolo di primo piano il Vertice Mondiale sulla Salute, che ospiteremo a Roma il 21 maggio, insieme alla Commissione Europea”, ha continuato Draghi. 

I giovani e i diritti sociali

“Un futuro migliore per l’Europa unita passa attraverso un’azione concreta sull’occupazione, soprattutto giovanile, sulle pari opportunità, sui diritti sociali” ha detto ancora Draghi. “Vogliamo organizzare e occuparci di questi temi in un “Vertice Sociale” che sarà organizzato il 7-8 maggio dalla Presidenza di turno portoghese del Consiglio dell’Unione europea. Ed è il tema che dobbiamo mettere al centro della Conferenza sul Futuro dell’Europa che prenderà il via il 9 maggio. I giovani e l’occupazione giovanile: questo è al centro del futuro dell’Europa. Per questo appuntamento sollecitiamo la partecipazione attiva di tutti i cittadini europei e dei parlamenti nazionali”, ha aggiunto.

 

AGI – Il governo e la struttura commissariale d’emergenza puntano a superare tutte le problematiche relative all’approvvigionamento di vaccini. Aumentare le dosi resta la priorità del presidente del Consiglio Draghi. Occorre uno sprint per le consegne, recuperare il tempo perduto dopo la sospensione di AstraZeneca, da qui la necessità di accelerare emersa al termine di un vertice al quale hanno preso parte, oltre il premier, il generale Figliuolo e il capo della Protezione civile Curcio.

La Protezione civile e le strutture della Difesa si metteranno a disposizione dei presidenti di Regione ai quali è stato suggerito di valersi di Poste per la piattaforma delle prenotazioni. Draghi mira ad uniformare la gestione della campagna vaccinale a livello nazionale e contemporaneamente ad un coordinamento a livello europeo, in vista del prossimo Consiglio Ue (ha avuto una conversazione telefonica con il presidente del governo spagnolo, Sanchez) nel quale arriveranno maggiori chiarimenti sul vaccino russo e Roma, Madrid, Parigi e Berlino chiederanno alla Commissione Ue di essere rigida affinché le aziende farmaceutiche rispettino i contratti e si possa procedere alla produzione di vaccini in autonomia. L’eventualità è che la tensione tra Bruxelles e AstraZeneca aumenti, da qui l’importanza di un raccordo a livello europeo. Ma anche all’interno della cornice nazionale.   

Nelle prossime ore circa un milione di dosi del vaccino Pfizer verranno distribuite ai governatori. Saranno interessate 214 strutture sanitarie. Lo schema all’interno del quale si muove il premier è quello della più ampia collaborazione possibile. Nessuna intenzione da parte del governo di commissariare chi presidia i territori ma se servirà un aiuto, anche sull’esercito dei vaccinatori, il governo centrale è pronto ad adoperarsi. Con l’obiettivo di arrivare ad un quadro di unità per supportare l’azione di chi sta sul campo ed evitare il rischio caos. La priorità è quello di vaccinare prima gli anziani e si sta accelerando un questo piano.

L’imperativo della collaborazione nazionale vale per le forze politiche ma soprattutto per le Regioni, alcune delle quali stanno trovando difficoltà sul terreno riguardo la somministrazione dei vaccini. Per questo motivo Draghi ha incontrato la ministra per gli Affari regionali Gelmini, con la quale – hanno fatto sapere fonti di palazzo Chigi – é stato fatto un punto preliminare sulle soluzioni che “concorreranno a rafforzare la collaborazione e il coordinamento con le Regioni impegnate a dare tempestiva attuazione al nuovo Piano vaccinale”.

Nel corso dell’audizione in Commissione Affari regionali saranno i governatori Tesei e Toti a parlare del Pnrr e dell’emergenza sanitaria. Dovrebbe poi essere in programma sempre per oggi un incontro tra i presidenti di regione e il governo. “Per fare 500 mila vaccini anti Covid al giorno bisogna avere 500 mila dosi al giorno, cosa da cui siamo lontani, la prima di cui dovrebbe occuparsi il governo”, ha spiegato il presidente della Liguria, “dal governo- il suo invito – abbiamo bisogno di una programmazione seria e rispettata dei vaccini che arriveranno da qui a giugno, più che di task force. Organizzare centri vaccinali e costruire agende comporta riprogrammare i cittadini e ridare appuntamenti. E’ un’organizzazione molto delicata, non va banalizzata”.

Molti governatori sono rimasti stupiti per le critiche ricevute dall’esecutivo. E’ stato lo stesso presidente del Consiglio nella conferenza stampa della settimana scorsa ad invitare le Regioni a non andare in ordine sparso. 

Nelle prossime ore si metterà a punto un meccanismo automatico che dovrebbe permettere alle Regioni in ritardo di essere sostenute dallo Stato. Il presidente del Consiglio è dunque al lavoro per tessere una rete di solidarietà e di raccordo tra i principali attori sul campo, compreso i partiti.

Draghi ha visto il segretario del Pd Letta. Incontro programmato da tempo: “cordiale, positivo” e “a tutto campo”, così è stato definito da fonti del partito del Nazareno. Un colloquio che è stato incentrato sui temi dell’Europa (Letta in direzione ha ribadito che il patto di stabilità deve essere coniugato secondo canoni di solidarietà e di sostenibilità), della programmazione del piano vaccinale e delle politiche di rilancio. Ma è stato un incontro non solo nel merito ma anche sul metodo. Draghi punta ad un raccordo più forte tra governo e maggioranza e Letta in diverse occasioni ha garantito il pieno appoggio del partito all’agenda dell’esecutivo.