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E adesso? Quali i riflessi sul governo dopo il ribaltamento dei rapporti di forza tra Lega e 5Stelle, visto il successo elettorale di Matteo Salvini che ha quasi doppiato Luigi Di Maio? Crisi di governo oppure no? Buon viso a cattiva sorte oppure nessuna crisi e politica dei calci negli stinchi?

È chiaro che il Carroccio si appresta ad una competizione a 360 gradi con il Movimento, ma “in termini di programmi non certo di poltrone” si dice sicuro Francesco Verderami nel retroscena sul Corriere della Sera. Perché l’obiettivo leghista “non sarà il rimpasto, ma lanciare un’Opa sulla coalizione”. E tutto questo rende la faccenda del governare più complicata, perché il vaso di coccio è ora il presidente del Consiglio “o è tagliato fuori, sarà una sorta di osservatore interno” sostiene Verderami, perché la sua idea di riprendere in mano i dossier più importanti insieme all’auspicio o al segreto convincimento che da oggi si possano deporre le armi e mettere da parte liti e conflitti, “sono frasi di circostanza”. Nulla più.

La linea Di Maio non paga

I toni della campagna elettorale non hanno certo giovato. E ad averli imposti, in definitiva, è stata la “linea Di Maio”. Che oggi paga il fio di un considerevole ridimensionamento nelle urne. Sconfitto e scornato. “Il punto è se Di Maio, pesantemente ridimensionato dalle urne e senza un piano di riserva, avrà ancora la forza (prima che la voglia) di accettare le condizioni dell’alleato-avversario” si legge nel retroscena di via Solferino. Ma i rapporti di forza nel Parlamento sono diversi, in quanto il M5S è pur sempre il partito del 32%. “E questo paradossalmente non aiuterà”.

Camera e Senato diventeranno terreno di guerriglia come un Vietnam? “Anche per lui i margini sono limitati i margini della mediazione da offrire”. E se il segretario del Carroccio può oggi vantare una presa ferrea sul gruppo dirigente leghista, “per evitare la crisi di governo e non riconsegnarsi al vecchio centrodestra, dovrà portare risultati: la Tav, l’autonomia regionale, la separazione delle carriere dei magistrati, una politica economica centrata sulla riduzione delle tasse e che dovrà essere ‘prioritaria’ rispetto alle richieste dei grillini. È su questi punti che ieri ha ricevuto il voto di ‘fiducia’ dagli elettori, e non potrà fallire”. Punto.

Si gioca tutto qui il duello e per Di Maio sarà un prendere o lasciare. Duello tra vice dove Conte non conta. Non conta più, posto che lo abbia anche se è riuscito ad accreditarsi in questo ruolo. Premier che per altro, secondo la cronaca de la Repubblica già a metà pomeriggio “capisce che il tracollo grillino può davvero trascinarlo a fondo, promette che mai si trasformerà in un sacco da boxe. ‘Io ho un mio stile – confida in privato, perché ufficialmente invece parlerà soltanto stasera – e non starò fermo a farmi massacrare. Se riusciremo a fare le cose, benissimo. Altrimenti sarò il primo a trarne le conseguenze’. Giuseppe Conte sembra ricordarlo a se stesso, più che ai suoi consiglieri. Dopo un anno già difficile, da premier a sovranità limitata, adesso scorge all’orizzonte giorni tormentati. ‘E nessuno sa – ammette – come questa storia andrà a finire’”.

Ma Salvini non vuole tornare con Silvio

Ma nella partita a scacchi Lega-5Stelle, c’è un terzo incomodo, il centrodestra di Berlusconi, che più che avanzare arretra. O quanto meno non si afferma né si conferma. E attraverso le colonne de La Stampa Maurizio Gasparri con un’intervista lancia un messaggio a Salvini dicendo che “il vero problema adesso è del Carroccio Per tenere il consenso deve stare con noi”. Perché il senatore forzista si dice convinto che Salvini corra il rischio di finire come Renzi, in quanto “gli elettori corrono dietro le mode del momento” e “i crolli, come le vittorie, arrivano improvvisi”. Come dire? È capitato a tutti, e Berlusconi ne sa qualcosa… Una moda declinata, anche se nel giro di vent’anni.

Ma oltre a Berlusconi ci sono anche i Fratelli d’Italia, sottolinea la Repubblica in altro articolo sul Capitano che da oggi diventa Generale, come lo ribattezza Libero. E a questo proposito, osserva ancora la Repubblica, “col voto di ieri cambia la geografia politica. Basta sommare le percentuali di Lega e Fratelli d’Italia, anche senza Berlusconi, per sfiorare la soglia del 40 per cento. Quella che, legge elettorale alla mano, alle politiche garantirebbe la maggioranza in Parlamento”. Insomma, se il vicepremier leghista decidesse di staccare la spina “avrebbe i numeri per puntare dritto su Palazzo Chigi. Da solo o quasi”.

Il vecchio centrodestra continua infatti a mietere successi, non ultimo anche il quel Piemonte finora governato per una lunga stagione dal Pd. Ma il capo del Viminale e della Lega non sembra disposto a ripercorre i passi del gambero perché convinto che ”se riabbracciassi Silvio perderei il 10 per cento dei consensi di oggi”. E anche Salvini, nonostante il pienone di voti che lo fanno l’uomo politico più votato dagli italiani, se non proprio il più amato, ha i suoi problemi. Perché questa sua ostinazione di non voler tornare “al vecchio” (Berlusconi) lo costringerà a dovrà tenere a bada “l’insofferenza dei suoi ministri. Che persiste. E che da oggi con questi numeri lieviterà ulteriormente”. Insofferenza che ha nomi e cognomi precisi: “La Trenta dobbiamo tenercela ancora alla Difesa? E Toninelli che ostacola le opere pubbliche alle Infrastrutture? E la Grillo alla Sanità?” sussurra qualche leghista all’orecchio del cronista attento, che annota sul suo taccuino.

E se Salvini, come annota Il Sole 24 Ore, spinge avanti tutta sull’agenda del Carroccio, c’è chi (la Repubblica) sottolinea che quella del premier “oltre mercoledì non va”. Oggi presiederà una riunione con i tecnici del ministero dell’Economia per un aggiornamento sul quadro economico. Martedì riunirà un tavolo per valutare gli emendamenti al decreto “sbocca cantieri”, autentica mina vagante sul cammino dell’esecutivo. Poi, nel pomeriggio, volo di Stato verso Bruxelles, per il vertice informale con gli altri leader sulla nuova Commissione Ue. “Vista la tormenta in arrivo, meglio non darsi obiettivi troppo ambiziosi”, chiosa il quotidiano diretto da Carlo Verdelli.

Quanto al Pd, Zingaretti ha recuperato. “Salvini estremista fa paura”, dice. E rilancia l’ipotesi di una cirisi di governo con un ritorno alle urne. In quanto alternativi ai gialloverdi? Ma le alleanze? E i numeri?

 

Ci siamo, si vota. Ma è una vigilia elettorale da choc. Su tutte le prime pagine dei quotidiani campeggia il volto contrito di Theresa May nella stessa identica smorfia di pianto dopo le dimissioni. La sua missione è fallita. E ha lasciato il campo così. Senza riuscire a portare a compimento la Brexit.

Con lei, ma nei modi e in maniera meno drammatica, esce di scena anche Angela Merkel, non intenzionata – secondo l’indiscrezione dello Spiegel – ad accettare il presunto tentativo dei Paesi dell’Est a candidarla alla presidenza del consiglio europeo, mentre lei, nell’ultimo comizio a Monaco difende la candidatura di Manfred Weber a capo della Commissione europea. “Un’altra Europa senza di loro” è il titolo di sintesi e di apertura de la Repubblica in edicola, che analizza per la firma di Bernardo Valli il ruolo de “Le donne forti e l’Unione fragile”.

E mentre anche in Irlanda i primi exit poll sembrano premiare i partiti filo europei, in Italia continuano sgambetti e dispetti tra gli alleati di governo che non smettono di polemizzare tra loro. Su tutto. Su chi è maggioranza (Di Maio) e su chi cresce elettoralmente e chi no (Salvini) come si può leggere sulle pagine del Corriere della Sera, tra resoconti e interviste.

Giorgetti sul voto e ‘gli allenatori’

Tuttavia il “caso inglese” è anche l’occasione per il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti per dire attraverso il quotidiano di via Solferino e Francesco Verderami che ne raccoglie le parole che “la fine senza fine della Brexit è il paradigma di come una classe politica possa rendersi responsabile di un clamoroso fallimento per assenza di riflessione e visione”. E non è una questione di “merito”, semmai di “metodo”. E così alla vigilia di un voto preceduto da una campagna elettorale estenuante e senza fine “e trasformato in un giorno del giudizio”, con il giornalista Giorgetti si lascia sfuggire una frase, subito raccolta, secondo la quale “gli italiani sono più interessati a sapere chi saranno gli allenatori della Juventus e dell’Inter”. Ovvero, più file agli stadi che ai seggi?

Zingaretti e il populismo che si sta ‘smontando’

Ma nell’intervista sulle stesse colonne, il capo leghista Matteo Salvini si augura che “da lunedì tutti i no e i bastian contrari torneranno sul fronte del sì e certe discussioni finiscano” perché “sentendo l’aria in giro, le persone e i sindaci, è molto probabile che la Lega cresca e qualcun altro scenda”. Anche se “l’avversario vero è il Pd”. Che per voce di Nicola Zingaretti, nell’intervista a La Stampa, definisce il continuo scambio di accuse, minacce o insulti reciproci tra Salvini e Di Maio “una pantomima” che “fa male all’Italia e distrugge la fiducia” e che “gli italiani hanno capito che Salvini e i suoi alleati sono un pericolo” ciò che dà “corpo a una nuova speranza” che si basa anche sul “tramonto del governo May sulla Brexit, la bella vittoria di Sanchez in Spagna, il flop dell’alleato di Salvini in Olanda”. Segnali che “l’inganno populista si sta smontando”. Ma quale sarà allora, domenica sera, il metro per misurare il successo o l’insuccesso del Pd? Secondo Stefano Folli, editorialista de la Repubblica, “la vera prova del nove della risalita in atto verrebbe dall’aver superato la percentuale dei Cinque Stelle”.

E “l’Europa populista, sovranista, nazionalista e sfascista ha come obiettivo principale e dichiarato quello di colpire l’infrastruttura della democrazia aperta, i simboli della sua unione, i simboli della sua libertà” scrive Claudio Cerasa su Il Foglio, mentre Mario Monti sul Corriere, nell’elencare i paradossi dei sovranisti, sostiene che nel voto europeo si annida il rischio “di indebolire l’Italia rendendo arduo il perseguimento dei suoi interessi nazionali”. E secondo Gustavo Zagrebelsky, su la Repubblica, “la disputa sui migranti è il momento in cui si misura nel modo più chiaro e tragico la portata pratica del ‘sovranismo’” che “nei secoli passati non ha portato affatto al pacifico e felice isolamento dei popoli, ma alle guerre tra Stati che hanno costellato la storia europea degli ultimi secoli. Il sovranismo attuale – sostiene il giurista – quella storia, rischia di rinverdirla, pur quando, dopo la Seconda guerra mondiale, era sembrato che l’internazionalismo e i diritti umani avrebbero potuto voltare quella pagina tragica”.

Il risiko delle nomime post voto

Principi, sostanza ma anche governi. Questa è anche la posta in gioco, come segnala Il Fatto Quotidiano che in prima pagina titola: “Domani si vota, governi a rischio: Conte, Merkel, Macron e Polonia” dettagliando all’interno una mappa degli esecutivi “appesi al voto”. E l’impatto nazionale dei risultati influenzerà le nomine tra Bruxelles e Strasburgo perché “sono elezioni europee ma sono anche elezioni nazionali. Non soltanto in Italia. La consultazione già in corso in Olanda e Gran Bretagna che si chiude domani sera stabilirà anche i rapporti di forza in molti Paesi. A cominciare dallo Stato in cui nemmeno si doveva votare, il Regno Unito la cui Brexit è stata rimandata”.

Annota Il Messaggero in un retroscena: “Mentre i due vicepremier sono impegnati in altissimi confronti a base di ‘vaffa’, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte incontra a Palazzo Chigi il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk in vista della riunione del 28 a Bruxelles”. Perché “il risiko delle nomine – seguita il quotidiano romano – è cominciato e difficilmente l’Italia riuscirà a ripetere la performance iniziata cinque anni fa quando sommava alla guida della Bce (Draghi) quella dell’Alto rappresentante per la politica estera (Mogherini) e del presidente del Parlamento (Tajani)”. La trattativa questa volta risulta complicata dall’esito del voto e dalla frammentazione che ne risulterà del Parlamento Ue. Perché “la crescita delle forze populiste ed euroscettiche renderà forse un po’ più complicata l’intesa”.

Così il populismo diventa, nell’urna, la misura di tutto.

Sfondare quota 20% per dare una spallata al governo. L’obiettivo fissato dal segretario dem sembra essere alla portata del Partito Democratico. A giudicare almeno dai sondaggi che, su questo punto, sono d’accordo: l’ultimo circolato questa mattina ai piani alti del Nazareno attribuivano al Pd una forbice compresa tra il 21,7 e il 23,7 per cento. Stime da prendere con le molle, ma che contribuiscono al buon umore del segretario Nicola Zingaretti.

Il leader dem, ormai da giorni, guarda ben oltre le elezioni europee, sicuro di poter “frenare l’onda populista e nazionalista” il 26 maggio. Guarda alle prossime politiche, per lui vicine. Il governo cadrà sui dati economici, continua a sostenere. E i numeri sembrano dargli ragione: ultimi i dati dell’Inps che parlano di una aumento pari al 78% delle ore di cassa integrazione e stanno a documentare “il dramma delle famiglie italiane”. Il leader dem ne scrive su Twitter e invita a “ringraziare Salvini e Di Maio” per questi risultati. A questo si devono poi aggiungere o, meglio, togliere quei 32 miliardi di euro che mancherebbero per la manovra finanziaria. Uno scenario da ‘doomsday’ che porta il segretario a pianificare, già da queste ore, la campagna delle prossime politiche.

Il primo passo è il lancio di una fase di ascolto del territorio che inizierà lunedì, subito dopo il voto europeo e che porterà il Partito Democratico nelle strade e nelle piazze ad ascoltare chi sta pagando il prezzo più caro delle politiche-non politiche del governo: “Non fanno altro che litigare, sono bravi a cavalcare i problemi, ma incapaci di risolverli”, è il refrain utilizzato da Zingaretti. Chiaro, quindi, che presto toccherà di nuovo ai dem. La strada rimane quella delle urne, perché Zingaretti – almeno al momento – non vuol sentire parlare di soluzione parlamentare ad una eventuale crisi di governo: una maggioranza e un governo che nasca nelle quattro mura del parlamento non potrebbe rispondere all’emergenza di fronte la quale si troverà a breve il Paese, è il ragionamento che si fa nel Partito Democratico.

Un dialogo con il M5s è possibile?

E anche Giuliano Pisapia, l’anima di sinistra della lista unitaria, in una intervista respinge qualsiasi ipotesi di alleanze con il Movimento 5 Stelle, almeno con “quello di Di Maio”, è la precisazione: “la discussione è surreale perché prescinde dai fatti. E i fatti sono che i 5 Stelle sono al governo con la Lega, votano con la Lega, salvano Salvini e votano per chiudere Radio Radicale. Non so se il governo durerà, ma mi pare evidente che se cade sarà perché la Lega se ne andrà mentre i 5 Stelle vogliono continuare a governare con Salvini. In questa legislatura nessun accordo è possibile. Dopo il voto, se si crea un’aggregazione dell’elettorato deluso dai grillini sarà benvenuta. Ma con gli attuali leader è impossibile ragionare”.

Come a dire che un M5s profondamente rinnovato possa, in qualche modo, riaprire il discorso. Ma – viene fatto ancora notare nel Pd – di questa possibilità ad oggi non c’è traccia perché Di Maio gioca più ruoli in commedia: il moderato, il politico di sinistra, l’agitatore, salvo poi consentire a Matteo Salvini, la destra più estrema degli ultimi venti anni, di fare il ministro dell’Interno. La strada, semmai, è quella già tracciata con la liste Pd – Siamo Europei, che poi replica, con l’aggiunta di Carlo Calenda, quanto visto in Regione Lazio: un campo largo di centro sinistra.

“Il Pd, partendo dal gruppo dei Socialisti e democratici, vuole costruire un’alleanza larga per fermare i sovranismi, cambiare l’Europa e avvicinarla alle persone. Scontiamo le conseguenze di scelte sbagliate volute soprattutto dalle destre europee, che hanno prodotto un’Europa dove contano piu’ gli Stati che l’interesse comune, un’Europa rallentata dai veti”, sottolinea Zingaretti. Dunque, chiusa la campagna elettorale per le Europee, ci si rimetterà subito al lavoro avviando, dal 27 maggio, una grande mobilitazione nazionale che coinvolgerà giovani, famiglie e imprese per arrivare a un programma condiviso.

Intanto, Zingaretti comincia da uno dei temi centrali in ogni campagna elettorale: il fisco. Tema che va coniugato con quello della lotta all’evasione fiscale, una sorta di tesoretto che consentirebbe di abbassare il carico delle imposte su famiglie e imprese. L’idea di Zingaretti è una sorta di Tax day al contrario: “La lotta all’evasione fiscale fa perdere voti? Io istituirei per legge che un giorno all’anno, mi piacerebbe si trattasse del 1 maggio, in cui il governo si impegnasse a mettere tutti i soldi dell’evasione per ridurre le tasse alle imprese e alle persone. In Italia ci sarebbe una rivoluzione perché i proventi della lotta all’evasione fiscale vengono usati per politiche di bilancio. Se invece ci fosse un giorno del calo delle tasse sarebbe un bel segnale”.

“La resa del governo: decide il voto”. Il titolo de Il Messaggero è forse quello che meglio fotografa la situazione di Palazzo Chigi e dintorni. Per il momento, però, ha deciso Mattarella, anche se il premier Conte assicura che il Quirinale non abbia “esercitato ‘un sindacato’ e ‘una censura preventiva’ sul testo del decreto sicurezza, e comunque nella nuova versione ‘le criticità sembrano superate’” come riporta Il Fatto. Ma è pur vero che il Presidente della Repubblica ha surgelato il decreto e convinto il premier Conte a inserirlo nell’agenda del primo Consiglio dei ministri utile dopo il voto del 26 maggio. Ed è la sintesi della giornata politica di ieri.

Mina disinnescata, situazione sbloccata ma – paradossalmente – congelata. Siamo agli ossimori di governo. Quindi ci si affida alle elezioni Europee per misurare i muscoli e decidere eventuali nuovi equilibri. Perché il tema è ormai questo. Chi prevarrà nelle urne avrà voce in capitolo. E la profezia biblica evocata dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, in un colloquio con l’edizione cartacea del Corriere della Sera, dopo che la mattina ha parlato davanti alla stampa estera, ne è la riprova: “In giugno verrà la grandine. E i più deboli ed esangui saranno i primi a cadere…”.

E non è solo un presagio elettorale. Infatti il quotidiano di via Solferino fa notare che “è difficile capire se il presagio si riferisca soltanto alle decisioni che verranno prese nella Commissione Ue: il 5 del prossimo mese entrerà nel vivo la discussione sulla procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia per eccesso di debito”. Cielo a pecorelle, pioggia a catinelle? Giorgetti continua a vedere nero e ribadisce un concetto, “ed è la frase di giornata, che ‘l’affiatamento va ritrovato’” tra M5Stelle e Lega. Altrimenti – come dire diversamente? – si va a sbattere.

E in un secondo colloquio con il quotidiano della capitale, il Messaggero, Giorgetti dice, apertis verbis, che “è naturale che queste elezioni serviranno anche a pesarci, a capire il gradimento degli italiani nei confronti dei due partiti di governo. Ed è naturale che se la Lega uscirà dalle urne come primo partito, tanti dossier verranno sbloccati partendo da questo presupposto, di sicuro tenendone conto”.

Domanda il cronista: chi vincerà guiderà sui temi bloccati? Risposta del sottosegretario: “Certo, sarebbe strano il contrario o no? Chi perde dovrebbe guidare? A questo punto mi auguro che da lunedì si andrà spediti su tanti argomenti che finora sono stati rimandati”. Insomma, “da lunedì ci sarà chiarezza”.

Anche se nel colloquio con il Corriere, Giancarlo Giorgetti appare più cauto. Riferendosi al clima dell’assemblea di Confindustria che ha accolto con un’ovazione il capo dello Stato e riservato un entusiasmo più freddo al premier Conte e al suo vicepremier Di Maio, il plenipotenziario leghista dice: “Lo vedete? C’è un clima come quello appena prima dell’arrivo del governo Monti…”. Insomma, serve il cambiamento, chiosa il cronista: “Perché se le cose non cambiano davvero, allora sì che il cambiamento rischia di diventare rivoluzionario” è il presagio del sottosegretario. “Per questo, Giorgetti non vuole sentir parlare di risultati mirabolanti alle Europee: ‘Trenta per cento della Lega? Se così fosse, offro champagne a tutti’. E tantomeno di rimpasti post voto: ‘Di questi discorsi da Prima Repubblica, di discussione sulle poltrone, a nessuno frega zero’”.

Però davanti alla stampa estera il sottosegretario leghista a Palazzo Chigi si lascia andare ad uno sfogo: “Così non si può andare avanti, Salvini per sua natura nel Palazzo non ci vorrebbe stare. Ma se arriva il plebiscito credo che dovrà farsi carico dell’onere e dell’onore di rivestire un ruolo superiore rispetto a quello ricoperto oggi”. “È l’avviso di sfratto” annota il quotidiano diretto da Marco Travaglio, “e un gradino sopra il vicepremier c’è solo la poltrona dell’avvocato pugliese. Una soluzione ‘alla Renzi’, insomma, che defenestrò Letta senza passare per le urne. Anche se ufficialmente il sottosegretario nega”. “Qualche ora dopo, stavolta lontano dai riflettori – riferisce ancora il quotidiano – Giorgetti si spinge oltre. ‘Sono pronto a fare un passo indietro e a dimettermi se le cose non cambieranno, se il governo non comincerà a fare le cose che la gente si aspetta’”.

“Il ragionamento che fa il sottosegretario è quasi brutale – si legge in un retroscena de la Repubblica dal titolo “Giorgetti minaccia l’addio. Salvini vuole un altro premier” -: ‘Nelle ultime tre settimane qualcosa non ha funzionato. Lo confermano anche i sondaggi. Se diventiamo primo partito, nessuno potrà trascurare questo dato di fatto. Con il 30 per cento, pesi di più rispetto a chi ha il 25. Dovremo tenere conto delle opinioni del Paese reale che si è stancato e vuole cambiare’”.

“Nulla insomma sarà più come prima dal 27 maggio, a un anno dal battesimo dell’esecutivo. E non basterà un rimpasto a salvarlo. Lo mette in chiaro lo stesso Matteo Salvini parlando ai suoi supporter nel video serale su Fb. ‘Non me ne frega nulla, dopo il voto, di chiedere ministri, sottosegretari o poltrone’. Piuttosto, continua, la Lega rivendicherà subito, da primo partito, la casella del commissario europeo che spetta all’Italia: ‘Dovrà occuparsi di controllare i confini e gestire le espulsioni’. Non un commissario economico chiede dunque il vicepremier, ma il responsabile delle politiche per le migrazioni” conclude il quotidiano di Largo Fochetti a Roma.

Alle urne, dunque, l’ardua sentenza. “Poi, attraverso questo stesso voto, diamo un giudizio implicito sul governo nazionale che è in carica da un anno, sui due partiti che lo sostengono in un’alleanza rissosa, sulle opposizioni di destra e di sinistra che cercano un’alternativa al momento inesistente. Come se la politica, non riuscendo a sciogliere i suoi nodi, aspettasse il responso delle urne europee per tagliarli di netto” analizza Ezio Mauro in un editoriale dedicato al voto europeo e “il rischio della post democrazia”.

Erano il fiore all’occhiello del governo Renzi, ma era anche il provvedimento più inviso a Lega e 5Stelle. Visto come demagogico, un’elargizione, una mancia elettorale o pre tale, varata a ridosso delle elezioni europee, quelle in cui il Pd superò la soglia del 40% di voti incamerati. Sta di fatto che il governo gialloverde gli 80 euro li sta cancellando. Nelle formule e nei modi non ancora del tutto chiari, ma li sta uccidendo.

Gli 80 euro sono infatti il caso scoppiato ieri, all’improvviso, quando il ministro dell’Economia Giovanni Tria ieri “è tornato a criticare il bonus ‘tecnicamente sbagliato’ e rievocare il progetto già studiato al Mef lo scorso anno per inglobarlo nella riforma Irpef trasformandolo da spesa pubblica a sconto fiscale” come riporta l’edizione cartacea de Il Sole 24 Ore. Una revisione, quella degli 80 euro, che “per quanto complicata, può aiutare ad avviare la riscrittura dell’Irpef” anche se “da sola non può cambiare il conto complessivo del peso fiscale perché la trasformazione dei suoi 10 miliardi abbondanti da spesa pubblica a mancata entrata non cambierebbe di una virgola l’effetto sui saldi” osserva il quotidiano color salmone di Confindustria.

Dice Tria, secondo quanto riporta il Corriere: “Nell’ambito di una riforma fiscale gli 80 euro vengono riassorbiti. Tecnicamente è stata una decisione sbagliata, risultano come spese e non come un prelievo. Inoltre tecnicamente è stato un provvedimento fatto male”. Ma il Pd, per voce dell’ex segretario Maurizio Martina attacca: “Si preparano a toglier e ai redditi medio-bassi per avvantaggiare i redditi alti: è il governo dei Robin Hood al contrario”. “Un crescendo di critiche che a ora di pranzo, dopo una veloce consultazione con Palazzo Chigi e un certo pressing da parte dei due vicepremier, spinge il ministero dell’Economia a diffondere una precisazione: il ministro ‘non ha parlato di taglio degli 80 euro, ma di un possibile riassorbimento nell’ambito di una futura revisione del prelievo fiscale’. E ancora: ‘In ogni caso è chiaro che dalla revisione del prelievo nessuno uscirà penalizzato’”.

Cosa significa in concreto la dichiarazione? Secondo la lettura che ne dà il quotidiano di via Solferino “se il governo dovesse reggere, ed è tutto da vedere, le ipotesi sul tavolo sono due. La prima è la flat tax al 15% per i redditi famigliari al di sotto dei 50 mila euro lordi annui. La seconda è la rimodulazione delle aliquote Irpef, in particolare il taglio di quella oggi al 23%, applicata fino alla soglia dei 15 mila euro lordi l’anno, che scenderebbe al 20%. In tutte e due i casi parte delle coperture verrebbero proprio dal bonus degli 80 euro, che costa 10 miliardi l’anno. Tecnicamente non si tratterebbe di un taglio, perché i soldi verrebbero redistribuiti in gran parte alle stesse persone che oggi incassano gli 80 euro. E comunque ci sarebbe una clausola che consentirebbe di optar e per il sistema più vantaggioso, evitando che qualcuno ci possa perdere. Sono solo ipotesi, però, perché prima ci sono gli aumenti Iva da fermare, trovando 23 miliardi di euro”. Questo il quadro in cui si inserisce il provvedimento di abolizione del bonus.

Quanto risparmierebbe il governo senza gli 80 euro

Dieci miliardi, dunque il valore degli 80 euro, “che sarebbero graditi come il pane a un governo alla ricerca di soldi per attuare le sue costose promesse, ma anche per evitare gli aumenti Iva altrimenti pronti a scattare dal prossimo anno” osserva Il Messaggero, che riporta anche la dichiarazione indignata di Maria Elena Boschi: “Tolgono soldi a 10 milioni di italiani che da 5 anni sono stati aiutati dal governo Renzi”. Ciò che fa osservare a Il Fatto Quotidiano: “Tria ha poi il talento di riuscire a far irritare perfino il Pd. Perché prima promette che gli 80 euro verranno ‘riassorbiti’. Termine che non significa nulla – scrive il giornale – ma rivela che il bonus introdotto dal governo Renzi (10 miliardi all’anno) è ormai considerato sacrificabile. La Lega ha sempre proposto di usarlo per finanziare la flat tax, i Cinque Stelle stanno valutando di immolarlo per evitare almeno in parte l’aumento dell’Iva a gennaio 2020 (23 miliardi). Anche se limitarsi a togliere gli 80 euro senza contropartite equivale ad alzare le tasse a 10 milioni di italiani”.

E ancora: “Un tempo considerato l’argine alle derive dei gialloverdi sui conti pubblici, oggi Tria viene sostanzialmente ignorato. Sia dai colleghi ministri che dagli investitori. Ieri lo spread, la differenza di rendimento tra titoli di Stato italiani e tedeschi, è scesa da 277 punti a 271” chiosa, velenoso, il quotidiano diretto da Marco Travaglio. Commenta Il Foglio: “’È tecnicamente fatto male, va riassorbito nella fiscalità generale’, dice Tria, riconoscendo di fatto che il bonus non fu una mancia elettorale ma un incentivo al reddito da lavoro del quale beneficiano oggi 11,7 milioni di dipendenti, il 54 per cento del totale, per 9,5 miliardi. Ad agosto il ministro aveva detto che per trasformare il bonus (decrescente fino 26.600 euro di stipendio) in una riduzione Irpef occorrerà tagliare qualcosa dalle 636 agevolazioni fiscali che valgono 75 miliardi. Anche questo è corretto. E potrebbe indicare la soluzione alla questione Iva: non ha senso trascinarsi di anno in anno la zavorra europea né opporsi per principio a ogni aumento. Specie se le alternative si chiamano default e patrimoniale”.

Scrive invece La Stampa: “I tecnici del governo hanno già iniziato a fare i conti: gli 80 euro di Renzi costano alle casse dello Stato la bellezza di dieci miliardi. A questi si potrebbero aggiungere i tre-quattro di risparmi che nel 2020 dovrebbero essere garantiti dal fondo per reddito di cittadinanza e ‘quota cento’. Due le ragioni: perché si esauriranno le richieste di pensione dei sessantaduenni, e perché è previsto un calo fisiologico delle domande per il sussidio, soprattutto da parte di chi ha diritto ad assegni inferiori ai cento euro mensili”. E sempre sulle stesse colonne, in un’intervista il viceministro all’Economia Massimo Garavaglia sostiene che per lui “la strada è chiara” come “anche la soluzione”: “Gli 80 euro sono sbagliati da due punti di vista. Figurano come dieci miliardi di spesa e non come dieci miliardi di minore pressione fiscale. Sortiscono quindi l’effetto di dare segnali negativi alle agenzie di rating. Li fecero così perché era l’unico modo di far leggere sulle buste paga degli italiani ‘bonus Renzi’. Ecco, a noi questo non interessa”.

Quindi verranno cancellati? “Certo”, è la risposta del viceministro. “La strada è un’altra” aggiunge. “Gli 80 euro si possono trasformare in detassazione non cambia niente per il destinatario, ma lo Stato presenta conti migliori e questo è uno dei nostri obiettivi. Per come sono fatti oggi quegli 80 euro non hanno effetti per il conto previdenziale. Meglio farli diventare una buona base di partenza per la flat tax per il ceto medio non crede?. Così non danneggiamo nessuno, prima di tutto i beneficiari degli 80 euro. Chi dice che togliamo quei soldi dalle buste paga o peggio dalle tasche degli italiani è davvero in malafede. Gli italiani guardano al netto in busta e non alla dicitura “bonus Renzi” sul cedolino e con la flat tax avranno gli stessi benefici”.

Comunque sia, 80 euro addio!

“Voi vedete crisi dietro ogni angolo, dietro ogni discussione e ogni confronto”. Lo ha detto il presidente del consiglio Giuseppe Conte a margine del Festival dello sviluppo sostenibile. “Ieri – ha aggiunto il premier – siamo stati in Cdm molto serenamente, abbiamo affrontato i temi all’ordine del giorno e ci siamo aggiornati. Nessuna crisi, nessun diverbio. Qualche giornale dice che si sarebbe sfiorata la rissa, vi assicuro: nulla di tutto questo”. 

Sono le parole di chi è stanco e non ne può più di questo logorante tira&molla dei 5 Stelle – alleati si fa per dire – quella rilasciata a La Stampa di Torino dal sottosegretario Giancarlo Giorgetti, plenipotenziario degli uffici di Palazzo Chigi e uomo forte della Lega.

Già dal titolo e dall’occhiello, che ne riassumono taglio e tenore: “Conte non è più sopra le parti e i 5 Stelle ci fanno opposizione” tanto che “Il governo è fermo da 20 giorni”. E così “nell’esecutivo non riusciamo più a fare un ordine del giorno” dice a poche ore dall’avvio di un Consiglio dei ministri sul disegno di legge Sicurezza bis e sulla Famiglia incerto quanto in forse nella sua efficacia. La politica oggi? “Va dove la porta Salvini, solo lui ha scritto qualcosa in questa fase storica”.

La Lega è dunque sotto assedio? “Salvini è stato visto come un pericolo e le bombe arrivano da tutte le parti. Se sfidi il potere costituito in Italia e in Europa diventi un pericolo che in qualche modo deve essere sterilizzato” dichiara il sottosegretario in avvio di intervista, ma accade a tutti quelli “che emergono con forza” non è né il primo né l’ultimo a cui accade, “è capitato anche ad altri” anche se il sottosegretario non dice a chi. Ma è il rischio che si corre, “fa parte del mestiere di governare” ed è una reazione proporzionale al “grado di sfida che lanci”. E quelle lanciate da Salvini sono bombe ad alto potenziale, sembra dire Giorgetti: “Se sfidi l’Europa per cambiare le regole è normale che ti si rivoltino contro. Pensi che a livello nazionale, in funzione anti-Salvini, hanno fatto diventare ragionevole e utile anche il cinquestelle Di Maio”. Un attacco frontale al leader degli alleati, vicepremier al pari di Salvini e ministro anche lui come il capo della Lega.

Tra due fuochi, quello esterno dell’Europa, quello “amico” e interno al Palazzo, dunque. “Contro di noi vengono affrontati temi un po’ retrò come l’antifascismo” seguita il sottosegretario a Palazzo Chigi, ma “sui temi reali invece zero, delle cose da fare non si parla. Così più che a rischio, per il momento il governo “in queste ultime tre settimane è in stallo”. Per la campagna elettorale certo, che però “doveva essere una campagna sula cose da fare in Italia e in Europa”… E invece? “E invece siamo rimasti alle varie ed eventuali. Al caos” dice chiaro Giorgetti, e “ha paralizzato il governo”, “siamo in surplace come nel ciclismo” dice riferendosi al consiglio dei ministri fissato per oggi sul decreto sicurezza bis”.

Motivo dello stallo? Semplice e lineare, sembra dire il sottosegretario: “Perché è nato all’ultimo momento il decreto famiglia e lo hanno messo come contrappeso o come ricatto contro Salvini. Questi sono bracci di ferro in chiave elettorale però c’è bisogno di affrontare i temi che servono agli italiani. La campagna elettorale a tanti non interessa” chiosa Giorgetti. Il Movimento usa il contratto di governo come scudo?, chiede il giornalista. “Il contratto di governo ha unito due forze politiche molto diverse ed è il punto di partenza, ma se ci sono problemi va aggiornato”.

Un esempio di questi problemi? Giorgetti porta quello del Venezuela e la presa di posizione del vicepremier Di Maio “né con Maduro né con Guaidò”: “Nel contratto di governo non ci può essere ma se poi sbagli atteggiamento non è una cosa da niente” dichiara Giorgetti al quotidiano torinese. “Se fai mosse false sembra che non incidano sui rapporti internazionali, su quanto accade in Libia, ma è tutto legato. In momenti come questo l’incomunicabilità prende il sopravvento e vengono meno anche i rapporti personali: governare diventa impossibile”. Un errore, quello sul Venezuela, da matita rossa.

Quindi un passaggio, su Salvini e su Conte. Il primo “si comporta con lealtà, anche di fronte al fuoco di fila dei Cinquestelle, una lealtà che va contro ogni ragionevolezza. Ma lui lo considera un valore”. Poi un monito: “La situazione non può durare in eterno, si misura nel tempo e la lealtà viene messa a dura prova”. E Conte? “Conte ha cercato e cerca di interpretare un ruolo di mediazione che non può essere solo quello dei buoni sentimenti. La sensibilità politica lui non ce l’ha e quando lo scontro si fa duro ed è chiamato a scendere in campo fa riferimento alla posizione politica di chi lo ha espresso. Non ha i pregiudizi ideologici del mondo grillino. Ma lui non è una persona di garanzia. È espressione dei Cinque Stelle ed è chiamato alla coerenza di appartenenza”.

Ma Giorgetti, in chiusura di intervista, non si lascia sfuggire l’ultimo giudizio su Salvini: “unico politico in circolazione” e “rispetto al nulla pneumatico non c’è alternativa”. “Puoi essere pro o contro Salvini” ma “solo lui ha scritto qualcosa in questa fase storica, altrimenti eravamo nel nulla cosmico”. Punto.

 

La leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, chiude la porta a Forza Italia e assicura che il suo partito sarà alleato solo di Salvini. “L’unica alternativa possibile è una maggioranza FdI-Lega come c’è già in molte regioni. Anche perché, per quanto mi riguarda, ci sono molte, troppe cose che ci dividono da Forza Italia. A cominciare dall’Europa ma, soprattutto, Forza Italia continua ad ammiccare al Pd con cui è andata al voto assieme in Sicilia contro FdI e la Lega. Senza contare l’ipotesi Draghi appena prospettata”, dice Meloni intervistata dal ‘Messaggero’.

“Noi siamo pronti a governare in Europa e a costruire una maggioranza in Italia”, dato che “un governo composto da noi e la Lega sarebbe una sintesi ideale perché portiamo avanti battaglie simili”, assicura poi Meloni.

La verità adesso è capire come riusciranno a sedersi uno di fronte all’altro nel Consiglio dei ministri di lunedì. E non solo Luigi Di Maio e Matteo Salvini, ma tutti i ministri di Lega e M5s. Per via degli insulti che si sono lanciati uno con l’altro nelle ultime ore. Se riusciranno a sedersi, poi. Perché non è neppure detto che lunedì sarà giornata di Consiglio.

Almeno stando alle previsioni dell’edizione cartacea de La Stampa di Torino, dove in un retroscena si può leggere: “Alle otto di ieri sera dal Viminale confermano che sono stati risolti tutti i nodi tecnici sul Decreto sicurezza bis. ‘Il testo – si dice – dovrà essere all’ordine del giorno del prossimo Consiglio dei ministri’. Non ‘sarà’ ma ‘dovrà’”. Si tratta d’una terminologia che trasuda preoccupazione, perché a Palazzo Chigi si sta alzando una vera e propria muraglia per boicottare la norma voluta da Matteo Salvini all’ultimo giro del tour elettorale. “È il premier, dopotutto, a mettere in dubbio che il Cdm si terrà davvero lunedì come previsto: ‘Non è stato ancora fissato e vedremo quali sono le priorità’” riporta il quotidiano torinese, che titola così la sua prima pagina: ”Conte boccia il decreto Salvini”. Per la Lega un affronto: “Non risulta alcun rinvio”.

Per Il Giornale siamo ormai alla “Rissa totale”. Mentre il Corriere della Sera titola: “L’ora delle offese tra gli alleati”. Linguaggio che viene poi esplicitato in altri titoli interni: “Matteo, pugile suonato, arrogante come Renzi. Aiuti per la famiglia o il governo è a rischio” l’aut-aut di Luigi Di Maio. A cui fa eco un Matteo Salvini più che mai incollerito, su altro tema: “Il caso Sea Watch? Nessuno mi ordina di far sbarcare i migranti, non c’è Conte che tenga” tirando per la giacchetta il premier e mettendo a dura prova la sua presunta neutralità.

Ma nel mezzo si inserisce anche un’intervista ad Alessandro Di Battista, ala sempre rientrante all’uopo del M5S, al Corriere della Sera in edicola e per il quale “Salvini fa marketing, ora lavori. Anch’io pago il suo stipendio”, il titolo. Per poi dire: “Non vedo litigi, ma un Movimento intransigente davanti agli scandali di corruzione che hanno toccato tutti i partiti. Salvini pensava che il Movimento, in quanto alleato, tacesse davanti alla corruzione? Siamo legati da un contratto, non siamo complici. Ma lasci che le dica: a mio avviso politicamente non è questa la fase delicata”. Che sarebbe? “In estate si voterà il taglio definitivo di 345 parlamentari e quello sarà un passaggio storico: lì si dovrà sceglier e tra prima gli italiani o prima i parlamentari”.

I capitoli della contesa sono più d’uno: c’è lo scontro sui migranti, poi la rovente questione della corruzione e del crescere degli indagati tra le fila leghiste, poi la questione della famiglia e degli aiuti, non meno spinosa e sulla quale il vicepremier pentastellato non sembra disposto a cedere: “Lo dico forte e chiaro, sugli aiuti alle famiglie non transigo. Sulle famiglie si regge il futuro di questo governo”. Dichiarazione alla quale fa eco Salvini che strapazza il premier Conte. “Dichiarazioni a valanga, per uno scontro ormai in campo aperto” sottolinea il quotidiano milanese. E Il Fatto sottolinea che “nel pre-Cdm i grillini bloccano il dl Sicurezza, i leghisti quello Famiglia”.

E ha poco gioco Sergio Mattarella a lanciare “l’allarme” sull’intolleranza, come riportano quasi tutti i quotidiani, “rischi che, nella stagione pre-elettorale, si accentuano”, sottolinea il cronista del Corriere nel resocontare il messaggio de capo dello Stato sul clima che pervade la Ue, che “sembra essersi fermata, ma per gli anziani e i più giovani è una casa comune”.

“In queste ore tutto ruota intorno al braccio di ferro tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio, cosa già in sé bizzarra visto che i due sono soci di maggioranza. Polarizzare l’attenzione su di loro credo sia anche una scelta mediatica che ha l’obiettivo di oscurare gli altri concorrenti alle elezioni europee. Che si parli bene o male non importa, basta che si parli solo di loro, il resto non deve esistere. Eppure il resto c’è, eccome. Ed è un resto che conta molto più di quanto dicano i sondaggi. Se si pensa che il governo tra Lega e Cinque Stelle sia il migliore possibile e che i due debbano andare avanti a lungo (a rovinare l’Italia, diciamo noi) allora ok così. Ma se immaginiamo una soluzione alternativa – parlamentare o elettorale si vedrà – è ovvio che il risultato delle europee traccerà il solco da percorrere”, analizza il direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti che tifa “Forza Italia e il voto utile per le Europee”, il titolo del suo editoriale.

Tuttavia, secondo il notista politico di via Solferino, Massimo Franco, “comincia a prender e corpo il dubbio che dopo le Europee del 26 maggio non scoppierà la pace tra Movimento Cinque Stelle e Lega. Non significa che romperanno. Ma gli insulti che si scambiano sembrano proiettarsi oltre quella soglia temporale. E aprono alla possibilità di qualsiasi scenario. Quando il premier Giuseppe Conte prevede che dal 27 maggio le cose si rimetteranno a posto, esprime una speranza legata anche alla permanenza a Palazzo Chigi. In realtà, la frattura su Europa e inchieste giudiziarie tra i vicepremier Luigi Di Maio, del M5S, e il leghista Matteo Salvini, scava solchi profondi” e “con una maggioranza in pezzi e parole in libertà sull’Unione europea, le probabilità di isolarsi aumentano”. Ue, che sui conti pubblici il 27 maggio recapiterà la lettera all’Itali per avvisarla che è un’”osservata speciale” preannuncia Il Sole 24 Ore.

Mentre “Il governo litiga sugli arresti” come titola l’apertura di prima pagina il Corriere della Sera e s’ode tintinnar di manette (“Legnati a Legnano”, la Repubblica) e il vicepremier Di Maio, oggi di turno con un’intervista su Il Fatto Quotidiano, avverte che “se queste indagini salgono più in alto è un problema serio” e la politica italiana s’avvita in una spirale in cui è difficile ritrovare il bandolo della matassa della sua azione, c’è – sotto sotto – un “caso Italia” che sta diventando contagioso e dal quale l’Europa vorrebbe tenersi a debita distanza. Un allarme.

Lo evidenzia la Repubblica, sotto la testatina “Achtung Italia”, in cui si può leggere che, mentre nel nostro Paese succede quel che succede, “Ora l’Europa ci processa e prepara la stangata” perché non disponibile a farsi trascinare nel baratro dei conti: “Non pagheremo per voi” l’avviso.

Cosa significa? Significa che i principali Paesi della Ue accusano il governo gialloverde di spingere “deliberatamente” il debito e di conseguenza “monta la pressione delle capitali perché il 5 giugno, il giorno del giudizio con le raccomandazioni Ue, la Commissione europea apra una procedura sul debito italiano neutralizzando una volta per tutte Salvini e Di Maio con il risultato, però, di limitare per anni la sovranità in politica economica del Paese, a prescindere da chi lo governerà” scrive il quotidiano in una corrispondenza da Bruxelles. Così va in scena in Europa l’ennesimo processo all’Italia.

Anche Il Giornale (“Si muove Mattarella”, il titolo principale) scrive che non è affatto un mistero che il capo dello Stato “guardi con apprensione alla prossima legge di Bilancio, il cui destino è strettamente legato non solo allo stato di salute del governo, ma anche alla fiducia dei mercati nel sistema Italia”. Ed è proprio in questo quadro che oggi è più che mai decisivo che “le oscillazioni dello spread restino legate a una campagna elettorale che – per quanto accesa – è comunque destinata a chiudersi con il voto del 26 maggio, senza trasformarsi in un dato strutturale”. Limitare il più possibile i danni, questa la mission di Mattarella, che vede “troppe tensioni e incertezze” soprattutto per gli “strappi” verso l’Unione Europea.

Sui quali insiste Kramp-Karrenbauer, presidente della Cdu dal dicembre 2018 nell’intervista a la Repubblica: “La Lega ci preoccupa, la Germania sarà vigile”: “Devo essere sincera. La situazione italiana, vista da fuori, è difficile da comprendere. C’è questa insolita alleanza di governo tra populisti di destra e di sinistra. E siamo preoccupati che l’anti-europeismo stia crescendo, anche sotto forma del sostegno alla Lega. Ci preoccupa poi che potenze come la Russia e la Cina, che non hanno certamente alcun interesse a un’Europa forte e stabile, stiano cercando di aumentare la loro influenza in Italia. Gli sviluppi in Italia — uno dei Paesi fondatori della Ue e uno dei Paesi più grandi e più potenti in Europa — ci costringono e costringono la Germania ad essere molto vigili. Anche se alla fine sono i cittadini che decidono.”

“Con lo spread però non si scherza”, sottolinea invece il quotidiano diretto da Alessandro Sallusti, che segnala anche come “l’uno-due arriva sull’asse Tel Aviv-Bruxelles”. “Prima tocca al governatore della Banca d’Italia puntare il dito sullo spread, che – dice da Israele – è ‘sopra 270 punti base’, più ‘del doppio del livello di inizio 2018, prima delle elezioni politiche’. Una situazione, spiega Ignazio Visco, che ‘espone l’Italia alla volatilità del mercato finanziario» e che ‘inizia a pesare sui tassi dei prestiti a famiglie e imprese’. Poi è il ministro dell’Economia a prendere le distanze da Salvini. ‘Gli obiettivi sono quelli del Def e li ha approvati anche lui’, spiega Giovanni Tria parlando a margine dell’Eurogruppo, assicurando ai partner europei che l’idea di sforare i parametri Ue non è sul tavolo”.

Chi parla apertamente di “allarme sul caso Italia” è Il Sole 24 Ore. Perché, sui rischi indicati da Visco sia sul peso del debito che sugli effetti dello spread sui prestiti bancari a famiglie e imprese, è pure possibile che all’indomani del voto tutto torni alla normalità – questo è l’auspicio del Colle – “ma intanto torna il timore che dopo il 26 maggio si apra un ‘caso Roma’ in Europa. Che non potrà non coinvolgerlo. E del resto le dichiarazioni del ministro delle Finanze austriaco – ‘non pagheremo il debito italiano’ – vanno in questa direzione”, analizza il quotidiano di Confindustria.

Dall’Europa all’Italia. La Stampa di Torino mette l’accento sul fatto che per lo spread il “governo isola Salvini” e sottolinea le preoccupazioni e i timori del Quirinale per il fatto che “troppa demagogia allontana chi investe”. “Mattarella ha un osservatorio privilegiato” si può leggere. “È in costante contatto col presidente della Bce, Mario Draghi; ha la consuetudine di vedersi ogni quindici giorni con il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco; nel suo studio vengono regolarmente consultati ex ministri dell’Economia e personalità importanti del mondo finanziario. Da tutti, il presidente riceve gli stessi input: nessun rischio di default, o perlomeno non ancora, per fortuna. Tuttavia nei prossimi mesi diventerà sempre più complicato rifinanziare un debito pubblico che travalica i 2mila 300 miliardi di euro”.

Così prosegue la cronaca nella versione cartacea del quotidiano: “La Banca centrale europea ha smesso di acquistare i nostri titoli pubblici e, con la fine del ‘quantitative easing’, si limita a rinnovare quelli di cui è già in possesso. Da tempo gli investitori internazionali risultano in calo, rappresentano solo un terzo del totale, e ultimamente si colgono segnali di disaffezione pure sul versante interno. In altre parole, non c’è più la corsa degli italiani a investire in Btp. Come se non bastasse, a fine anno gli istituti di credito dovranno restituire i finanziamenti agevolati europei cosiddetti Tltro”. A questo proposito le banche si accingono a vendere un’ingente massa di titoli pubblici, accumulata proprio in previsione di questa scadenza, “ed è escluso che gli acquirenti si mettano in coda” le preoccupazioni del Colle.

Sotto la testatina “Chi scherza con il fuoco”, La Stampa parla anche di “Pericolo di una crisi finanziaria” alla quale per altro il nostro Paese vi è andato vicino almeno in due occasioni, nel 1992 e nel 2011. E “delle conseguenze si è trovato facile dar la colpa alle misure dolorose adottate dai governi che riuscirono a invertire la rotta, oscurando le responsabilità dei governi precedenti che avevano condotto sull’orlo del baratro”.

Il punto, semmai, è che dopo la fiammata dell’autunno scorso, come ha spiegato ieri il governatore della Banca d’Italia, “ottenere credito dalle banche è diventato più difficile” e così, incerte sull’immediato futuro, “le imprese hanno ridotto gli investimenti”. Perché, pur se alla breve recessione di fine 2018 è seguito un recupero, “non c’è garanzia che prosegua”. Ed è “il pericolo maggiore in un quadro internazionale non buono”. Tanto più che “uno scontro tariffario portato all’estremo fra Stati Uniti e Cina, rischioso per entrambi i contendenti, precipiterebbe nella recessione l’intera economia globale. In questa evenienza l’Italia, con la sua mole di debito, risulterebbe uno dei Paesi più fragili” conclude l’analisi la testata sabauda.