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“Il governo va avanti, per l’esecutivo non cambia niente”. È il ‘refrain’ di M5s e Lega all’indomani del voto in Sardegna. Lo scandisce Luigi Di Maio a fine mattinata e lo ribadisce nel tardo pomeriggio Matteo Salvini quando, dai primi risultati ufficiali, emerge il distacco del candidato leghista-sardista, Christian Solinas (appoggiato dal ‘vecchio’ centrodestra), dal sindaco di Cagliari, sostenuto dal centro-sinistra, Massimo Zedda, e, ancora di più dal pentastellato Francesco Desogus. Ma, nonostante le rassicurazioni, il deludente risultato del Movimento 5 stelle, attorno all’11% con lo spoglio ancora in corso, mina il già accidentato percorso dell’esecutivo fino alle Europee.

Due in particolare i temi sui quali pesano le divisioni dei due partiti, ovvero l’Alta velocità Torino-Lione e l’autonomia differenziata: entrambi potrebbero subire un ulteriore slittamento a dopo l’appuntamento elettorale di fine maggio. Della situazione parleranno i due vice premier e Giuseppe Conte, nel vertice governativo allargato, che si terrà oggi pomeriggio per fare il punto.

Nuovi rinvii per Tav e autonomie?

Ma i due dossier, con i due partiti della maggioranza fortemente divisi, rischiano di subire nuovi rinvii. Salvini non intende rinunciare né alla Tav, con le Regionali piemontesi che si avvicinano (insieme alle Europee), né alle intese bandiera dei governatori leghisti di Lombardia e Veneto. Ma si rende conto che tirare troppo la corda sui due dossier così osteggiati dai pentastellati comincia a diventare rischioso. E il compromesso potrebbe essere posticipare ogni decisione, quantomeno fino alle Europee. 

Nel frattempo tutti rassicurano sulla tenuta del governo. Da Palazzo Chigi si sottolinea come il presidente del Consiglio e il governo sono determinati a portare avanti le riforme e cercano un’accelerazione che porti allo sblocco dei cantieri e degli investimenti. Così come Di Maio, che dovrebbe avviare domani il processo di trasformazione del Movimento, assicura “per il governo non cambia niente”. “Il Movimento 5 stelle è vivo e vegeto”, rivendica il capo politico del M5s.

“Io non vedo nessun problema per il governo e tra l’altro il governo è al lavoro sui dossier più importanti stanno arrivando decine di migliaia di richieste su Quota 100 e allo stesso tempo stiamo lavorando a mettere in piedi quello che è il piano per le start up innovative che presenteremo il 4 marzo a Torino, un miliardo di euro per le idee innovative. Per il governo non cambia niente. Spero che per la Sardegna possa cambiare qualcosa ma se governano queste ammucchiate e’ un po’ difficile, prosegue.

Salvini: “La mia parola vale cinque anni”

 Anche Salvini ostenta serenità. In collegamento telefonica con ‘La 7’ smentisce ogni ricostruzione di ambizione alla premiership o rimpasto dopo le Europee. Difende la sua scelta di andare al governo con i 5 stelle e sostiene che la sua “parola vale cinque anni e non cinque mesi”. Nessun riferimento al centrodestra, che pur ha contribuito al risultato di Solinas, nella nota a commento del voto sardo. Nel comunicato, Salvini individua un solo avversario elettorale: il Pd che rivendica di aver battuto 6-0 consultazioni elettorali che si sono tenute dal 4 marzo in poi.

“Dalle politiche a oggi se c’è una cosa certa è che su sei consultazioni elettorali, la Lega vince 6 a zero sul Pd. Anche in Sardegna, dopo il Friuli, il Molise, Trento, Bolzano e l’Abruzzo i cittadini hanno scelto di far governare la Lega. E come in Abruzzo anche in Sardegna è la prima volta che ci presentiamo alle Regionali. Grazie a tutti quelli che hanno deciso di darci fiducia”, sostiene. “Non penso che ormai si possa parlare di voto di pancia di paura o di frustrazione: non saranno mica scemi tutti gli italiani che votano Lega”, afferma. 

Si tratta di un vero e proprio vademecum per gli oltre seimila operatori funebri presenti in Italia, ma soprattutto di un tentativo per mettere ordine alla giungla delle regole riguardanti il settore funerario italiano, normato “da una legislazione disorganica a livello regionale” (ci sono diciotto leggi) e “assolutamente vecchia e inadeguata a livello nazionale” (c’è un decreto del Presidente della Repubblica n. 285 del 1990).

Questo il principale obiettivo di una legge depositata dalla Lega (sottoscritta da circa 50 parlamentari, la deputata Foscolo prima firmataria) e già incardinata in Commissione alla Camera. I cimiteri? Sono “memoria storica della collettività”, devono essere “assoggettati al regime dei beni demaniali” anche se “collocati alla distanza di almeno 100 metri dal centro abitato”.

I cimiteri costano troppo

Tuttavia “Il sistema cimiteriale diventa sempre più ingestibile con costi complessivi troppo elevati rispetto alle entrate oggi possibili” e allora occorre incentivare “l’accorpamento delle strutture” e dare la possibilità ai comuni di “applicare un diritto di segreteria pari a 30 euro per ogni ingresso di cadavere, resti ossei o ceneri all’interno dei propri cimiteri”.

Come disperdere le ceneri

La dispersione delle ceneri? Può avvenire all’interno dei cimiteri, in aree private o all’aperto ma con dei limiti: “in montagna e in natura, a distanza di oltre 200 metri da centri e da insediamenti abitativi; in mare, ad oltre mezzo miglio dalla costa; nei laghi, ad oltre 100 metri dalla riva; nei fiumi e nei corsi d’acqua ad alveo pieno permanente, nei tratti liberi da manufatti e da natanti” (per i trasgressori la sanzione amministrativa pecuniaria da 300 euro a 3.000 euro). L

‘autorizzazione alla cremazione? Serve “una disposizione testamentaria del defunto” ma può essere autorizzata anche “ad associazioni riconosciute che abbiano tra i propri fini statutari quello della cremazione dei cadaveri dei propri associati”. Le bare? “I cofani funebri devono essere interamente ed esclusivamente costruiti con tavole di legno massiccio”.

Il racket del caro estinto

La misura più importante del disegno di legge è legata al divieto del “procacciamento di funerale e di qualsiasi tipo di attività di intermediazione funebre, con previsioni aventi pure rango penale”. Si punta a dire stop alla pratica di avvicinare i parenti di un defunto, per esempio in un ospedale o nelle case di cura. “E’ fatto divieto – si sottolinea nel testo di legge – a chiunque di segnalare a imprese funebri il decesso di persone. E’ altresì fatto divieto al personale assegnato a enti pubblici, a strutture sanitarie, socio-assistenziali, di ricovero e cura, pubbliche o private, a strutture deputate ai pubblici servizi e a gestori di un servizio di ambulanze di indirizzare il dolente nella scelta dell’impresa funebre”.

Le regole per le pompe funebri

“Il conferimento dell’incarico per il disbrigo delle pratiche amministrative, la vendita delle casse e di articoli funebri e ogni altra attività connessa al funerale devono – si legge nel testo della legge – essere svolti solo nelle sedi di imprese funebri autorizzate, o eccezionalmente e su richiesta degli interessati, presso l’abitazione del defunto e dell’avente titolo, purché non all’interno di strutture sanitarie e socio-assistenziali di ricovero e cura”. Il tutto “per contrastare i predetti deprecabili fenomeni di malaffare”. Per i trasgressori oltre alla sanzione amministrativa pecuniaria, si applica la reclusione da dodici mesi a cinque anni. Vengono messe al bando anche le “promozioni pubblicitarie funerarie e cimiteriali a una distanza inferiore a 50 metri da strutture sanitarie, di ricovero e cura, pubbliche o private, socio-sanitarie e socio-assistenziali nonché da cimiteri”.

E alle imprese funebri sono “vietati l’esercizio del servizio di ambulanza e di ogni trasporto ad esso assimilabile, nonché l’esercizio di ogni altro servizio parasanitario, socio-assistenziale o assimilabile”.

Il debutto in Italia delle ‘case funerarie’

La legge prevede una vera e propria rivoluzione nel settore. Promuove tra l’altro le case funerarie, le strutture private gestite da soggetti autorizzati allo svolgimento dell’attività funebre (devono disporre di spazi per la sosta e per la preparazione dei defunti, di una camera ardente o sala del commiato e anche eventualmente di un forno crematorio) e introduce la possibilità di esercitare la tanatoprassi sui defunti, ovvero di praticare sul corpo del defunto “attività che ne consentano un’esposizione meno dolorosa per i familiari” attraverso “un processo conservativo del cadavere, limitato nel tempo”.

I cimiteri per animali

Nella legge si prevedono anche cimiteri “per gli animali domestici e di affezione” e si disciplinano le pratiche della cremazione e della dispersione delle ceneri nel “rispetto puntuale delle volontà del defunto”.

Le regioni, d’intesa con i comuni interessati, entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge, individuano i crematori da realizzare e “ne definiscono i criteri gestionali”. Anche la dispersione e l’affidamento personale delle ceneri “devono essere autorizzati dal competente ufficio del comune dove è avvenuto il decesso”.

Si prevede inoltre “una disciplina generale delle tariffe che i comuni devono approvare senza discriminare, direttamente o indirettamente, talune particolari forme di sepoltura”. Sempre i comuni devono approvare il piano regolatore cimiteriale – ha validità almeno ventennale ed è oggetto di eventuale revisione ogni dieci anni – e “adottare un sistema di rilevazione delle diverse tipologie di sepolture e della cremazione”.

“La costruzione, la modifica, l’ampliamento e l’uso delle cappelle private familiari sono consentiti – si spiega – solo quando le stesse sono circondate da una fascia di rispetto definita dalle regioni e sono dotate di ossario e cinerario”. Regole anche per i titolari delle imprese funebri che “sono tenuti a formulare per iscritto i preventivi, qualora richiesti dai clienti” mentre “i soggetti imprenditoriali dell’ambito funebre che svolgono attività ad esso collaterali, come ad esempio la fornitura di addobbi floreali o la vendita di marmi e bronzi, sono tenuti a disporre dei titoli (caso per caso) previsti dalle normative in vigore”.

Dieci assunzioni obbligatorie

Per portare avanti una attività funebre serve “un organico medio annuo di almeno dieci necrofori assunti a tempo pieno e indeterminato” e almeno tre auto funebri. Il personale che, a qualsiasi titolo, “svolge attività funebre deve essere in possesso dei requisiti formativi e dei relativi titoli abilitanti, validi nel territorio nazionale” mentre i corsi obbligatori di formazione per il personale sono tenuti da enti formativi accreditati e da associazioni di settore operanti su scala nazionale, prevedendo almeno sessanta ore di formazione individuale”.

Norme anche per la collocazione dei cimiteri: necessaria una distanza di almeno 100 metri dal centro abitato. Ed “entro 100 metri dal perimetro dell’impianto cimiteriale è vietato qualsiasi intervento di nuova costruzione e di ampliamento degli edifici esistenti”. Chi contravviene alle disposizioni è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 20.000 euro a 60.000. Ed ancora: “I cofani funebri devono essere interamente ed esclusivamente costruiti con tavole di legno massiccio. Il legno utilizzato per produrre gli stessi deve essere di provenienza legale” mentre per la pratica della tumulazione in loculo stagno è “obbligatoria oltre alla suddetta cassa in legno massiccio anche una controcassa interna di zinco”. 

A una settimana dall’appuntamento ai gazebo, è scontro tra i candidati alla guida del Partito democratico. A infiammare il dibattito ci pensa Nicola Zingaretti che, intervistato a Sky Tg24, risponde a una domanda sulla possibile alleanza tra i candidati Roberto Giachetti e Maurizio Martina per fermarne la corsa. “Non so se sono alleati contro di me, penso di no”, ha esordito, conciliante, Zingaretti. Salvo poi affondare il colpo: “Sono stati due protagonisti di primissima linea di una stagione che ci ha portato alla sconfitta del 4 marzo. Il Pd deve voltare pagina, non voglio abiure, ma dobbiamo cambiare passo, mettere in campo un nuovo gruppo dirigente”.

L’ira di Martina: “Ingiusto e ingeneroso”

Parole che provocano le ire di Maurizio Martina che, da Padova, risponde con la stessa durezza: “Dovessi guardare a questi anni, domanderei a tanti che ora fanno gli alternativi dove sono stati. Io non rinnego questi anni d’impegno, chi lo fa non ha argomenti. Non si può dire che abbiamo alle spalle solo stagioni di sconfitte. È ingiusto e ingeneroso”. Ma Martina arriva a mettere in discussione la sopravvivenza stessa del Partito Democratico. Il candidato sostenuto da parte dell’area di Matteo Renzi spiega infatti che “se prevale ancora la logica del nemico-amico il Pd è a rischio. Noi siamo la squadra più forte per tenere insieme pluralità e unità del nostro impegno. Bisogna davvero salvare il Pd per dare una speranza al paese contro questa destra”.

Sulle parole di Nicola Zingaretti interviene anche Lorenzo Guerini, esponente di spicco della mozione Martina: “Senza polemica ma è davvero difficile capire le affermazioni di Zingaretti di oggi visto che è sostenuto da un numero più che significativo di ministri dei governi del Pd. Prima si capisce che i nostri veri avversari sono Salvini e Di Maio prima si dà una mano concreta al Pd e all’Italia. O si vuole continuare nel solito vizio delle divisioni interne?”. Un attacco, quello di Zingaretti, che ha oscurato le parole di “vicinanza e solidarietà” rivolte a Matteo Renzi per la vicenda che vede coinvolti i genitori dell’ex presidente del Consiglio.

“La vicenda che ha colpito Matteo Renzi ha bisogno di solidarietà e vicinanza personale. I suoi genitori non vanno sottoposti a una lapidazione mediatica. L’accusa non è una condanna, questo elemento di civiltà non la dobbiamo mai abbandonare”, ha ammonito il governatore: “Io non credo alla teoria del complotto, ma dico che ora c’è un processo, bisogna denunciare le strumentalizzazioni e permettere alla giustizia di fare il suo corso. Ma questo non deve significare dare un giudizio morale o etico che sbatta il mostro in prima pagina”.

Con chi alle Europee?

Intanto, a tenere banco nel Pd e non solo, è lo schema delle alleanze per le elezioni europee con i tre candidati che si trovano d’accordo sulla necessità di dare vita a un listone che metta insieme le forze anti sovraniste e anti populiste. “Sulla lista unica credo che ormai siamo tutti d’accordo. Io credo che noi dobbiamo costruire una grande lista aperta alla società. All’inizio avevo messo in discussione anche il simbolo, mi hanno detto di no, ma va bene”, spiega Zingaretti.

Chiarezza sul ‘contenitore’, dunque, un po’ meno sul ‘contenuto’: Martina e Giachetti sono contrari al dialogo con la ‘sinistra-sinistra’ incarnata da esponenti usciti dal Pd e confluiti, ad esempio, in Leu. Zingaretti, al contrario, non ha mai escluso questa possibilità. Ma si tratta di un tema che sarà affrontato dopo le primarie del 3 marzo. nell’attesa, il governatore del Lazio prepara l’incontro di oggi a Roma con Giuliano Pisapia, durante l’incontro dal titolo più che paradigmatico “A sinistra la piazza grande”, con riferimento a ‘Piazza Grande’, mozione congressuale dello stesso Zingaretti. 

La Lega si prepara a conquistare la prima Regione sotto il Po. Dopo i successi elettorali nelle Regioni del Sud, culminati nel 27%, primo partito alle regionali in Abruzzo, il partito di Matteo Salvini ha buone chance di piazzare, domenica, un proprio uomo sulla poltrona di presidente della Regione Sardegna. E lo sbarco al governo in una Regione lontana dai territori storici del leghismo – come Lombardia, Veneto e Piemonte – avviene al termine di una campagna condotta sui temi più cari alla tradizione del Movimento, ovvero l’autonomia.

Se infatti la Lega e il centrodestra davvero vinceranno le regionali sarde, il nuovo governatore sarà Christian Solinas, leader del Partito sardo d’azione: formazione regionale con cui Salvini ha fatto un accordo, ormai consolidato, che ha portato Solinas all’elezione al Senato il 4 marzo scorso. I leghisti si sono convinti delle possibilità di vittoria da circa una settimana, quando la forchetta che, nei sondaggi a loro disposizione, separava Solinas dal sindaco di Cagliari Massimo Zedda si è improvvisamente allargata arrivando a sfiorare le due cifre in diverse rilevazioni, mentre il candidato dei 5 stelle Francesco Desogus rimarebbe distanziato al terzo posto. I numeri sono così buoni che Salvini mercoledì sera, in un comizio a Carbonia, si è spinto ad annunciare ai sostenitori: “Vi posso dire, sottovoce, che secondo me vinciamo”.

La prova della piazza

A convincere il segretario leghista – che, come è noto, da sempre dice di diffidare dei sondaggi – è stata la prova della piazza di questi giorni. Salvini è rimasto impressionato in particolare martedì sera dalla partecipazione della gente a Sassari, quando sono accorsi circa in tremila ad ascoltarlo in piazza e si è dovuto trattenere due ore piene a fare ‘selfie’ sopra il palco.

“Tre-quattromila persone in una serata infrasettimanale, non le fai neanche su da noi, forse perché da noi la gente ormai lo conosce già”, commenta un leghista storico, tra i più esperti organizzatori della Lega. “Di comizi così ne faceva solo Bossi in Val Brembana ai tempi d’oro, ma era la Val Brembana, non la Sardegna”, aggiunge, citando la valle dal più alto tasso di leghismo della storia.

Il voto di domenica è “fondamentale non solo per voi sardi” ma in prospettiva nazionale, ha detto Salvini a Sassari, “tutte le tv italiane e d’Europa saranno con gli occhi sulla Sardegna, dopo il Friuli, il Molise, Trento, Bolzano e la Lega primo partito in Abruzzo. Vediamo se si parlerà di Sardegna in tutto il mondo”. Dopo i successi, crescenti per la Lega, in tutte le elezioni dopo il 4 marzo, il leader leghista punta quindi all’en plein nell’isola, trampolino di lancio per le europee di maggio e per le prossime regionali in Piemonte ed Emilia-romagna (dove conte di piazzare altri governatori leghisti sulla linea gotica).

Oltre a sottolineare il problema dei pastori sardi, in tutti i comizi il leader della Lega ripete che la Sardegna merita di arrivare a una “vera autonomia, che nessuno ha mai applicato”, a suo giudizio, e insiste più volte sull’importanza del riconoscimento di un popolo che ha una sua “lingua” (“non è un semplice dialetto”) e una bandiera.

Per la chiusura della campagna elettorale ad attendere il leghista è stata un’altra piazza piena. “Siamo qua in una piazza dove di solito spacciano, invece che in qualche teatro o in qualche fiera. Ho vissuto molte emozioni da quando sono al governo, che mi sono costate qualche minaccia, qualche denuncia, ma io vado avanti lo stesso. In Italia non sbarca nessuno senza il permesso”. Il leader leghista, in felpa bianca col simbolo dei Quattro Mori regalatagli durante una tappa ad Assemini (Comune del Cagliaritano amministrato dal M5s) nel pomeriggio, ha esordito così’ in piazza del Carmine, a Cagliari, con un attacco diretto a Zedda, che in contemporanea chiudeva la sua campagna elettorale nel quartiere fieristico della città di cui è sindaco. “Una piazza così mi dà l’energia per andare avanti come una ruspa”, dice Salvini.

“Da qui diamo l’avviso di sfratto al centrosinistra”, gli fa eco Solinas, “dicono che io non ho volto, invece ci metto la faccia. Forse, invece, c’è chi qualcuno dei suoi farebbe bene a tenerlo nascosto”. “Forse Zedda avrebbe voluto Renzi accanto a lui, ecco perché si è lamentato della mia vicinanza a Solinas”, ha replicato poi Salvini, mentre centinaia di simpatizzanti lo osannavano cantandogli ‘Capitano, mio Capitano’. Tra loro, però, anche una quindicina di contestatori, come sempre è capitato durante il suo lungo tour elettorale in nell’isola.

“Ci sono delle fastidiose zanzare”, li apostrofa il segretario leghista, strappando applausi entusiasti ai suoi, e promette: “Il ministro dell’Interno si metterà a disposizione anche per sgomberare qualche centro sociale. Col massimo rispetto, col sorriso sulle labbra, in punta di piedi”. In piazza ad ascoltare Salvini anche alcuni africani e tra loro qualche ambulante che cerca di vendere la sua merce.

La ‘foto di famiglia’ oscurata di nuovo

“La Lega è qua da tre anni tra la gente, non solo in campagna elettorale”, spiega il deputato leghista, Eugenio Zoffili, che è coordinatore regionale del partito in Sardegna, salito al 12% alle scorse politiche (insieme al Partito sardo d’azione). “La nostra attività e presenza sono costanti e stiamo cercando di mantenere tutti gli impegni presi con grande attenzione alle varie problematiche, come quella dei pastori sardi”, aggiunge. “Ci aspettiamo di essere in testa a tutti i partiti alle elezioni regionali: ovunque andiamo troviamo piazze piene”.

Tutta la classe dirigente leghista è andata sull’isola per contribuire alla campagna elettorale: il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, i ministri Lorenzo Fontana e Gian Marco Centinaio, il capogruppo alla Camera Riccardo Molinari, e i sottosegretari Edoardo Rixi, Nicola Molteni e Claudio Durigon. Ma non vi è dubbio che un’eventuale vittoria in Sardegna sarà soprattutto un successo personale di Salvini, che, come in Abruzzo per il candidato di FdI, giovedì non si è sottratto alla foto di rito con gli altri due leader dei partiti di centrodestra, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni. Ma l’appuntamento con Forza Italia e Fratelli d’Italia, neanche annunciato nell’agenda ufficiale di Salvini, è stato, come già avvenuto a Pescara, ‘oscurato’ dalla comunicazione sui social del ministro dell’Interno.

Il progetto della Torino-Lione va profondamente rivisto. E’ la linea dei giallo-verdi. Nessun ‘no’ categorico alla Tav, per ora, semmai gli alleati di governo siglano una tregua, un modo per prendere tempo in attesa che il nodo venga sciolto direttamente dai leader. “Massimo due settimane e comunicheremo la soluzione. Troveremo una soluzione con gli alleati di governo”, garantisce il titolare delle Infrastrutture Danilo Toninelli.

Intanto, però, i 5 stelle incassano il via libera della Lega a mettere nero su bianco che il governo dovrà “ridiscutere integralmente il progetto, nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia”. Passa infatti alla Camera la mozione della maggioranza, ma non incassa il pienone di voti: i sì si fermano a 261, a fronte dei 343 voti su cui possono contare pentastellati e leghisti (quindi, 81 in meno, fatte salve le assenze ‘giustificate’).
Insorgono le opposizioni, con Pd, Forza Italia e

Per approfondire: Il dossier sulla Tav: La verità dei fatti

 

FdI che accusano governo e maggioranza di danneggiare l’Italia. Ma i 5 stelle tirano dritto (“è un’opera che costerebbe a tutti gli italiani sette miliardi a perdere. Per noi va interrotta del tutto”, dice il sottosegretario Manlio di Stefano), mentre Matteo Salvini, pur aprendo a modifiche del progetto soprattutto sul fronte dei costi, ribadisce: “Si va avanti”. E replica a muso duro alle accuse di scambio tra caso Diciotti e Tav, lettura data ad esempio da Matteo Renzi: “è una fesseria. Questa ipotesi del mercato è veramente squallida”, scandisce il vicepremier.

Le critiche delle opposizioni

Durissime le critiche delle opposizioni: il governatore del Piemonte, in prima fila tra i sostenitori dell’opera, commenta le parole del vicepremier leghista: “Salvini giù la maschera, se si vuole fare la Tav e risparmiare basta non bloccarla”. E, comunque, garantisce Chiamparino, “non ci faremo mettere all’angolo”. Più cauti i commenti dall’Ue: “è una decisione che devono prendere Italia e Francia, e vedremo alla fine chi prevarrà”, si limita a dire Jean Claude Juncker, presidente della commissione. Anche l’ex governatore della Lombardia, Roberto Maroni, non nasconde l’insoddisfazione: “Si confermano le voci sull’osceno scambio”.

La Tav spacca il centrodestra: frizioni tra i tre leader, Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni e lo stesso Salvini, che oggi si sono presentati uniti in conferenza stampa per le elezioni in Sardegna: “Sono molto delusa e arrabbiata, in due righe di mozione si condanna l’Italia al terzo mondo”, dice Meloni. “Non si può non realizzare subito la Tav, vorrebbe dire sprecare molte risorse, abbandonare quel progetto che ci dovrebbe portare a recuperare la distanza che abbiamo come infrastrutture con gli altri Paesi europei”, osserva Berlusconi. Non la manda a dire il Pd: “Il futuro della Tav interessa tutta Italia. Congelare il progetto come vuole fare questo governo è un fatto gravissimo. Siamo di fronte un baratto vero e proprio: il M5s salva Salvini e lui rende il favore”, attacca Maurizio Martina. 
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“Sono vicino a quel ragazzo e a quei genitori. Capisco quella mamma, ma legare un decreto che porta più ordine e più regole nello stato Italiano a questioni di razzismo mi pare esagerato”. Così Matteo Salvini, ministro dell’Interno e vicepremier, intervenendo a Radio Anch’io a proposito delle scritte razziste fatte sul muro di casa di una coppia di Melegnano, nel Milanese, che ha adottato un giovane senegalese.

“Sui criminali non faccio distinzioni tra bianchi e neri, chi delinque sarà punito allo stesso modo”, continua Salvini, che però nega che episodi di razzismo recenti siano dovuti ad un linguaggio incattivito della politica nei confronti dei migranti negli ultimi anni: “Io guardo le persone, non il colore della pelle. Un conto è essere contro i criminali e l’immigrazione clandestina, un altro che dei cretini scrivano su un muro frasi contro un ragazzo di colore”.

Bersaglio degli insulti è Bakary Dandio, 21enne senegalese dal 2016 adottato dai coniugi Paolo Pozzi e Angela Bedoni. Si tratta del secondo caso, ai danni della stessa persona e della stessa famiglia, in poche settimane. La nuova scritta, con tanto di svastica, è apparsa lunedì mattina. In questo nuovo caso si tratta di una minaccia rivolta direttamente al mezzofondista 21enne dell’Atletica Leggera Melegnano.

Timori e perplessità. Il voto sulla Diciotti e su Matteo Salvini lascia strascichi dentro il Movimento 5 stelle e continua a serpeggiare un certo malessere che nasce dal voto online di lunedì, poi certificato da quello pronunciato ieri nella Giunta delle immunità dagli esponenti pentastellati, che ha ‘salvato’ l’alleato di governo leghista con il 59% dei voti contro un 41% che invece avrebbe voluto processare Salvini.

I timori sono sul futuro di M5s alla luce anche delle novità di riorganizzazione nazionale e locale annunciati da Luigi Di Maio ai parlamentari nel corso dell’assemblea congiunta serale, e della possibile apertura a liste civiche in occasioni di elezioni locali; le perplessità sono sulle modalità di questi cambiamenti, su come saranno portati avanti. Modifiche che segneranno una svolta nella struttura del Movimento ma che, in ogni caso, dovranno avere il via libera finale dagli iscritti con un voto online.

In tutto ciò pesa anche il prossimo voto regionale, quello di domenica 24 in Sardegna e qualche esponente 5 stelle sardo ammette che il candidato, Francesco Desogus, “è debole” anche perché non era il candidato iniziale avendo dovuto sostituire in corsa Mario Puddu, che ha dovuto ritirare la sua candidatura dopo essere stato condannato a un anno per abuso d’ufficio. Il giorno dopo l’assemblea congiunta dei 5 stelle, c’è chi parla del solito “psicodramma” dove “ognuno recita la sua parte”.

L’idea delle liste civiche

Ma sul fatto che il Movimento debba riorganizzarsi sono quasi tutti d’accordo, il punto vero sta nelle modalità. Come farlo? Il deputato palermitano Giorgio Trizzino, formazione da medico primario messa a disposizione del Movimento, interpellato dall’AGI, sostiene di essere convinto che il Movimento si debba “adeguare al nuovo contesto”. E spiega: “Non si tratta di riorganizzare il Movimento ma di darsi regole organizzative contestualizzate al nuovo ruolo di forza di governo. La presenza nei territori – osserva – va rafforzata con modalità nuove che possano consentire nuove forme di organizzazione e consultazione degli iscritti. La possibilità di aprire a liste civiche mi appare come l’unica possibilità per affermarsi alle elezioni regionali e comunali”, conclude sicuro.

Sull’apertura alle liste civiche, viene spiegato da M5s, la proposta di Di Maio arriverà entro qualche settimana, al massimo un mese. Ma poi dovrà essere ‘suggellata’ dal voto della Rete. Sulla riorganizzazione, l’idea è quella di fare gruppi di lavoro tematici e parallelamente anche un gruppo di coordinamento sul territorio.

Leggi anche: “Non è stata una decisione pilatesca, resto dura e pura”, dice Barbara Lezzi

Verso il sì in Aula

Dopo il voto nella Giunta per le elezioni la palla passa all’Aula del Senato. Gli esponenti di palazzo Madama si esprimeranno sul ‘caso Diciotti’ prima del 25 marzo, probabilmente il 23. Servono 161 voti: la maggioranza non dovrebbe rischiare, considerato che FI e Fdi sono pronti a ribadire il no alla richiesta dell’autorizzazione a procedere nei confronti del ministro dell’Interno. Ma al di là delle proteste degli attivisti sulla rete il confronto è anche all’interno del Movimento. 

A palazzo Madama l’ala ortodossa, riferiscono fonti parlamentari, non nascondono il proprio malessere per la decisione di ricorrere alla piattaforma Rousseau. “Il Movimento 5 Stelle ha preso la sua decisione. L’ha presa tenendo fede ai propri valori e al principio della democrazia partecipata. 52.417 di votanti su Rousseau sono una risposta”, taglia corto il capogruppo M5s al Senato, Patuanelli. “Sarebbe un fatto grave se qualcuno si sottraesse al giudizio dei cittadini”, il ‘refrain’ di chi condivide la soluzione escogitata per rispondere al tribunale dei ministri di Catania. 

Cartellini rossi in arrivo

C’è chi già avanza un’ipotesi di cartellino rosso per i dissidenti che non dovessero uniformarsi alla sentenza del web. Tuttavia i malpancisti sono pronti ad andare fino in fondo. “Se vogliono far entrare la Meloni in maggioranza facciano pure. Ma noi voteremo secondo coscienza”, la tesi che accomuna, tra gli altri, Elena Fattori, Matteo Mantero e Paola Nugnes. Il ragionamento è comune (“Io movimento 5 stelle pensato da Beppe Grillo è finito) ma ognuno si muoverà autonomamente. Non c’è una regia e neanche uno sbocco. E neanche una volontà di mettersi fuori dal gruppo. 

“Noi – sostiene uno dei senatori che diranno sì alla richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti di Salvini – rappresentiamo quel 40% che ha deciso di non piegarsi alla Lega”. Alla fine – questa la previsione dei dissidenti – dovrebbero essere solo cinque o sei quelli del Movimento 5 stelle che contravverranno alle indicazioni arrivate ieri dalla piattaforma Rousseau e dal voto dei componenti pentastellati presenti nella Giunta per le elezioni. 

“Ma – viene spiegato – da oggi in poi su ogni tema decideremo secondo la nostra volontà, non ci sono più patti che tengano”. 

Il deputato M5s, Luigi Gallo, spesso voce critica, è tra i più duri sull’esito del voto online sulla Diciotti: “Non liquiderei così facilmente questa votazione – scrive su Fb – tante sono le cose fatte bene ma ci sono anche gravi errori. C’è qualcuno che dice che il 41% deve andarsene, qualcun altro vuole etichettare il 41% come dissidenza. Io so invece che il 41% è pronto a mobilitarsi e vuole chiedere conto della direzione di questo governo, vuole più coerenza. Il 41% degli iscritti al M5s chiede ai vertici un cambio di passo – sottolinea – e il ritorno ai principi del M5s. Il 41% è un numero enorme”.

Nascerà una segreteria politica?

Mentre sulla decisione di riorganizzare il Movimento con quella che potrebbe somigliare ad una ‘segreteria politica’, ma che così non deve essere chiamata, Gallo conversando con l’AGI mette i puntini sulle I: “Ben vengono i cambiamenti. Bisogna capire in che direzione vanno. Se sono cambiamenti che riportano ad un modello orizzontale, plurale, collegiale con ruoli votati democraticamente sia per i temi, sia per i territori, va bene. Se coinvolgiamo tutti i portavoce comunali, municipali, regionali in assemblee per raccogliere proposte che hanno tutti la stessa dignità, ben venga”.

Ma, osserva, “se si accentra ancora una volta e non si valorizzano esperienze e competenze di tutti i portavoce, va male. Lo stesso – prosegue – vale per le liste: se coinvolgiamo comitati civici, movimenti ambientalisti ed ecologisti, sempre nel rispetto del lavoro dei cittadini attivi del territorio, va bene. Mantenendo i paletti e i criteri importanti che valgono per noi, anche per le liste civiche”. Tutto questo, spiega, “per evitare di imbarcare riciclati dei partiti”. E in ogni caso, dice netto senza mezzi termini: “Purché tutto non sia l’anticamera di un patto con la Lega anche per le elezioni comunali e regionali”. Ottimista o pessimista sul destino politico del Movimento? “La direzione si sceglie ogni giorno. È tutto nelle nostre mani”.

Articolo aggiornato alle ore 8,30 del 19 febbraio 2019.

“Nessuna forza politica ha mai fatto decidere su decisioni importanti i propri iscritti. Noi abbiamo fatto decidere i nostri iscritti, lo facciamo da anni. I nostri iscritti decidono e noi portiamo avanti quella linea. Se sul caso Diciotti fosse uscita l’altra linea avrei portato avanti quella perché in M5s lasciamo spazio alla democrazia. Se lo avessero fatto in passato le altre forze politiche ora non starebbero all’opposizione. È stato un grande momento di discussione”. 

Al termine dell’assemblea congiunta M5s, il vicepremier Luigi Di Maio non nasconde la soddisfazione per il risultato della votazione online sul caso Diciotti. “Questo caso è chiuso. Ora pensiamo alla riorganizzazione del Movimento. Ci sono tante altre cose fa fare per il Paese. Il governo va avanti, come tanti italiani ci chiedono. Ad aprile c’è da far partire il reddito di cittadinanza e ci sono da fare tante altre cose”.

I militanti del M5s hanno dunque detto no all’autorizzazione a procedere nei confronti del ministro dell’Interno Matteo Salvini. Il 59,05 ha risposto Sì al quesito, dicendo di fatto no al processo.

“Le votazioni sul caso Diciotti si sono chiuse alle 21.30 di lunedì sera. La partecipazione, sin dalle prime ore, è risultata particolarmente alta. Hanno votato 52.417 iscritti. La votazione odierna entra nella storia di Rousseau per essere stata quella con il maggior numero di votanti di sempre in una singola giornata. Un record. E ciò conferma l’importanza dei principi di democrazia diretta all’interno del MoVimento 5 Stelle”. Così sul blog del Movimento 5 stelle si annunciano i risultati della votazione online.

“Relativamente alla risposta: ‘Si, è avvenuto per la tutela di un interesse dello Stato, quindi deve essere negata l’autorizzazione a procedere’ hanno votato 30.948 (59,05%)”, mentre al ‘No, non è avvenuto per la tutela di un interesse dello Stato, quindi deve essere approvata l’autorizzazione a procedere’ hanno votato 21.469 (40,95%). 

“La maggioranza”, conclude il post “ha pertanto deciso che il fatto è avvenuto per la tutela di un interesse dello Stato, quindi deve essere negata l’autorizzazione a procedere”.

“Grazie a tutti i 52.417 iscritti che oggi hanno partecipato alla votazione online su Rousseau. Far votare i cittadini fa parte del nostro DNA, lo abbiamo sempre fatto come accaduto per il contratto di Governo, per la scelta dei nostri parlamentari o per i programmi. L’altissimo numero di votanti dimostra anche questa volta che Rousseau funziona e si conferma il nostro strumento di partecipazione diretta”. Così Luigi Di Maio ha commentato a caldo su Facebook il risultato sulla vicenda Diciotti e su Matteo Salvini dopo il voto online.

“Con questo risultato – aggiunge – i nostri iscritti hanno valutato che c’era un interesse pubblico nella vicenda Diciotti e che era necessario ricordare all’Europa che c’è un principio di solidarietà da rispettare. Sono orgoglioso di far parte dell’unica forza politica che interpella i propri iscritti, chiamandoli ad esprimersi. Presto ci saranno votazioni anche sulla nuova organizzazione del MoVimento 5 Stelle”.

Oggi si riunirà e voterà la Giunta per le immunità del Senato. Il relatore Maurizio Gasparri (Forza Italia) ha presentato una relazione contraria al processo. Spiega il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Riccardo Fraccaro, in un’intervista al Corriere della Sera: “Credo che i nostri parlamentari debbano rispettare la base”, ma eventuali sanzioni ai senatori M5s che dovessero votare a favore del processo a Salvini saranno decise “eventualmente dagli organi preposti”. Fraccaro ieri ha votato sulla piattaforma Rousseau: “Ho votato sì all’interesse pubblico e dunque no a al processo perché il vicepremier Matteo Salvini ha applicato sui migranti la linea condivisa da tutto il governo”. 

“Nessun allarmismo”. Dopo la serie di prese di posizione, anche interne a partire da quella di Grillo, che hanno accompagnato il quesito per la votazione online sul caso Diciotti, il Blog delle Stelle ospita una messa a punto per osservare che “la questione è semplice. La risposta chiesta agli iscritti a Rousseau per il voto è uguale a quella che sarà chiesta martedì ai senatori della Giunta”, si ricorda.

“Cioè – spiegano i 5 stelle – se in quel caso si sia agito o meno ‘per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo’. I senatori martedì in giunta dovranno votare sì per dire che c’è stato quell’interesse e negare l’autorizzazione a procedere e no per dire che non c’è stato e concedere l’autorizzazione a procedere, esattamente – rimarca il Blog – come sarà per gli iscritti del MoVimento 5 Stelle che parteciperanno al voto su Rousseau”.    

“Proprio questa complessa articolazione dimostra che non stiamo parlando dell’immunità di un politico. È giusto prendere le decisioni importanti con cittadini informati e che sappiano anche prendere coscienza della complessità del tema. Per questo è stato deciso di fare una votazione online. E per questo – si rileva ancora – si è deciso di porre nel quesito il reale oggetto della questione, che coinvolge anche le decisioni politiche del presidente Conte, del vice presidente Di Maio e del ministro Toninelli. Non si tratta di decidere se ‘mandare a processo il ministro dell’Interno’ ma di valutare se la decisione di trattenere i migranti qualche giorno a bordo della nave Diciotti è stata presa sulla base di un interesse dello Stato o no”.

All’inizio pareva essere uno dei quattro appuntamenti elettorali regionali di quest’anno: destinati sulla carta a rafforzare il governo gialloverde come già avvenuto in altre consultazioni che si sono svolte subito dopo la nascita dell’esecutivo. Invece l’appuntamento della Sardegna (24 febbraio, tra una settimana) ha assunto un carattere di assoluta centralità. Determinerà gli equilibri all’interno della maggioranza, sempre che non determini la sua stessa fine. Lo si vedrà una volta pubblicato il risultato dello spoglio; certo è che difficilmente gli assetti resteranno immutati. Del resto la Sardegna è già stata determinante anche in altri momenti: lo si chieda al Pd, che per via di un voto nell’Isola perse un segretario. Si chiamava Walter Veltroni, ed era il 19 febbraio 2009. Esattamente dieci anni fa.

La speranza di un colpaccio

Quest’anno il Partito Democratico si presenta con un timore ed una speranza. Il timore è quello di veder confermata la crisi iniziata con le politiche del 4 marzo 2018: minimi storici, partito serrato da allora nella camicia di forza di un dibattito interno mai decollato, nemmeno ora che si avvicinano le primarie. La speranza è quella della ripresa: le regionali abruzzesi di una settimana fa non sono andate poi così male, anzi (il centrosinistra ha superato il 30 percento, anche se il Pd si è fermato all’11). Soprattutto, le suppletive di Cagliari della fine di gennaio hanno visto a sorpresa la vittoria del candidato del centrosinistra. Aiutato magari dall’aver tenuto lontano da Cagliari i leader nazionali e dalla scarsa affluenza alle urne, ma intanto ha vinto. E che poca gente vada a votare è cosa che dovrebbe preoccupare semmai i due partiti di governo.

Il timore del declino

A rischiare molto sono i Cinque Stelle. In Abruzzo hanno dimezzato il consenso rispetto a un anno fa. Un bis della sconfitta potrebbe portare a conseguenze difficilmente evitabili, sia per la leadership di Luigi Di Maio, sia per tutto il Movimento. Sia per il governo. Negli ultimi giorni, non a caso, Di Maio ha varato una riforma radicale della struttura interna dell’M5s, portandolo a somigliare molto più di prima ad un partito in senso classico, Contemporaneamente ha rafforzato il proprio ruolo di capo politico in vista della formazione delle liste per le europee della fine di maggio.

Ha messo la mordacchia al dialogo con i Gilet Gialli, che ha scatenato la guerricciola diplomatica appena conclusasi tra Italia e Francia, ha virato ulteriormente al centro per marcare le distanze con Fico e Di Battista. Chissà se basterà. Anche perché sta per giungere il momento del dunque: la decisione sul caso dell’autorizzazione al processo nei confronti di Matteo Salvini per il caso della nave Diciotti. E comunque, se dovesse continuare il trend negativo, le spinte a chiudere l’alleanza con la Lega si potrebbero fare irresistibili.

Il dubbio del vincitore

Matteo Salvini pare destinato ad una nuova affermazione. In Abruzzo lui i voti li ha raddoppiati (ma, sottolineano i maligni, restando lontano dalle percentuali attribuitegli nei sondaggi nazionali). Un alleato grillino troppo indebolito, e quindi molto più agitato, non farebbe bene alla tenuta del governo. Conviene allora andare all’incasso di elezioni politiche anticipate? Aprire una crisi di governo è, per dirla con Massimo Troisi, sapere da cosa si fugge senza sapere cosa si cerca. Un vaso di Pandora che, una volta aperto, potrebbe riservare qualche sorpresa, non necessariamente gradita. Tanto più che Berlusconi è all’offensiva.

Il Cavaliere sogna 

Il Cavaliere in Abruzzo si è fermato intorno al 10 percento. Rispetto ai tempi d’oro non è molto, ma come avrebbe titolato l’Unità nei giorni delle Botteghe Oscure, “ha tenuto”. Il suo progetto è apertamente quello di riportare la Lega nell’alveo di una rassicurante, tradizionale alleanza di centrodestra (che avrebbe i numeri per governare), ma tutto si blocca di fronte ad un interrogativo vecchio quanto il mondo: chi darà le carte? Nessuno dei due alleati è ontologicamente disposto ad un ruolo di secondo piano, anche se i rapporti di forza pendono decisamente per Salvini. La strada è in salita, per l’uno e per l’altro.

Chi sono i candidati governatori

Sono sette, tutti uomini, i candidati alla presidenza della Regione Sardegna. E queste elezioni sono le prime con la novità della doppia preferenza di genere nel voto per i consiglieri. Tra loro, quattro sono politici di lungo corso (un sindaco, un senatore, un ex assessore ed ex consigliere regionale, un ex parlamentare ed ex presidente della Regione), uno ha esperienza come amministratore locale, mentre per due la candidatura segna il debutto in politica. M5s e Lega, alleati di governo, corrono divisi in Sardegna, dove il centrodestra si presenta secondo la tradizionale coalizione con FI e FdI. Dal centrosinistra sardo, invece, si stacca Sinistra sarda, che faceva parte della coalizione del 2014. Per il M5s sono le prime elezioni regionali in Sardegna.

CENTRODESTRA. Undici sigle sostengono la candidatura di Christian Solinas, 42 anni, segretario del Psd’Az, eletto senatore con la Lega il 4 marzo dell’anno scorso e sponsorizzato direttamente dal segretario e ministro dell’Interno Matteo Salvini. Per entrare a Palazzo Madama, Solinas si è dimesso da consigliere regionale. Da novembre, inoltre, è vicepresidente vicario della Commissione bicamerale d’inchiesta Antimafia. Dopo quattro anni – dal 2004 al 2008 – al vertice dell’Ersu di Cagliari, come presidente e per un periodo come commissario, nel 2009 è stato eletto consigliere regionale.

Nella XIV legislatura regionale è stato capogruppo sardista e anche assessore ai Trasporti della Giunta di centrodestra guidata da Ugo Cappellacci. Il suo nome è legato, tra l’altro, all’esperienza della cosiddetta ‘flotta sarda’, progetto avviato dalla Regione nel 2011 per collegare la Sardegna con la penisola a prezzi calmierati con due traghetti noleggiati tramite la controllata Saremar, poi fallita. L’operazione, bocciata dall’Ue, si chiuse nel 2012.

Solinas è sostenuto da Fratelli d’Italia-Alleanza nazionale, Partito sardo d’Azione, Lega Salvini Sardegna, Partito Uds-Unione dei sardi, Fortza Paris, Energie per l’Italia, Sardegna civica, Sardegna20venti-Tunis e Udc.

CENTROSINISTRA. Il sindaco metropolitano di Cagliari Massimo Zedda, 43 anni, è sostenuto dalla coalizione di centrosinistra Progressisti di Sardegna, formata da 8 sigle: Partito democratico della Sardegna, Campo progressista Sardegna, Liberi e uguali, Sardigna Zedda presidente, Cristiano Popolari socialisti, Progetto Comunista per la Sardegna, Sardegna in comune con Massimo Zedda, Noi la Sardegna con Massimo Zedda e Futuro comune con Massimo Zedda. Come Solinas, il candidato del centrosinistra ha una lunga esperienza politica. Dal 2011 è sindaco di Cagliari, rieletto nel 2016 al primo turno. È stato consigliere regionale, eletto con Sel nella XIV legislatura, nel 2009: si era poi dimesso per candidarsi a guidare il Comune capoluogo. È stato segretario cittadino della Sinistra Giovanile, poi ha militato nel Pds e nei Ds, ma non si è mai iscritto al Pd, preferendo aderire a Sel e poi al Campo progressista dell’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia, progetto poi concluso.

M5s. Francesco Desogus, 58 anni, dipendente pubblico, è il candidato presidente del M5s. E’ risultato il più votato alle ‘regionarie’ del Movimento, consultazione ripetuta in autunno dopo il passo indietro del vincitore della prima consultazione, l’ex sindaco di Assemini Mario Puddu, costretto a farsi da parte nell’ottobre scorso in seguito a una condanna per abuso d’ufficio. Desogus al ballottaggio di ha raccolto 450 preferenze (su 1350 iscritti votanti), 28 in più rispetto al secondo in corsa. Il candidato del M5s è un dipendente della Città metropolitana di Cagliari, funzionario del Settore Cultura, Istruzione e Servizi alla Persona.

PARTITO DEI SARDI. Paolo Maninchedda, 57 anni, fondatore e segretario del partito indipendentista, ha vinto le ‘primarias’, le primarie nazionali sarde organizzate on line per la scelta del candidato del PdS. Docente universitario di Filologia romanza, Maninchedda e’ stato consigliere regionale nella XIII legislatura (eletto con Progetto Sardegna di Renato Soru, poi passato al Misto) e nella XIV legislatura, in cui e’ stato capogruppo del Psd’Az prima di passare al Misto. Nella scorsa legislatura, dopo aver fondato il Partito dei Sardi, Maninchedda è entrato nella Giunta di centrosinistra, guidata dall’attuale presidente della Regione Francesco Pigliaru, quale esponente di punta della componente sovranista sarda. Si e’ dimesso dall’esecutivo, dove ricopriva l’incarico di assessore ai Lavori pubblici, nel maggio 2017.

SARDI LIBERI. L’ex presidente della Regione, già parlamentare del PdL, Mauro Pili, fondatore del movimento Unidos, ci riprova – per la terza volta – ma ora con la lista ‘Sardi liberi’, progetto sostenuto dagli indipendentisti di ProgRes e alcuni fuoriusciti del Psd’Az, fra i quali l’ex capogruppo in Consiglio regionale, Angelo Carta, e l’ex presidente sardista Giovanni Columbu. Pili, giornalista di 52 anni, è un politico di lungo corso. Prima di guidare la Regione nei primi anni Duemila, è stato sindaco di Iglesias, la sua città, dal 1993 al 1999. Entrato a Montecitorio nel 2006, è stato deputato fino ai primi dell’anno scorso. Nel 2014 si era candidato alle regionali con una coalizione indipendentista di quattro liste, inclusa quella del suo movimento, Unidos: era stato il quarto candidato presidente più votato (con poco meno del 6%), dietro a Francesco Pigliaru, eletto presidente, Ugo Cappellacci, e Michela Murgia, ma per i meccanismi della legge statutaria elettorale nessuno dei candidati delle sue liste era entrato in Consiglio regionale. AUTODETERMINATZIONE. Andrea Murgia, 47 anni, funzionario della Commissione europea a Bruxelles, dove lavora da quasi 15 anni, è candidato per la coalizione indipendentista ‘Autodeterminatzione’, composta da RossoMori, Irs-Indipendentzia Repubrica de Sardigna, Sardigna Natzione Indipendentzia, Liberu, Sardegna Possibile e Gentes.

Dal 2000 al 2005 Murgia, già militante del Pds, poi dei Ds e, infine del Pd, è stato amministratore del comune di Seulo, il paese barbaricino dove è nato, prima eletto consigliere in una maggioranza di centrosinistra e poi assessore alla programmazione e ai lavori pubblici. Nel 2009 si è candidato alle regionali nel listino del candidato presidente Renato Soru, sconfitto quell’anno da Ugo Cappellacci. Nel 2013 Murgia si era candidato da indipendente, col sostegno dei giovani dem, alle primarie del centrosinistra per la scelta del candidato presidente della Regione, poi vinte da Francesca Barracciu.

SINISTRA SARDA. Vindice Lecis, giornalista sassarese, 61 anni, è sostenuto da Rifondazione – Comunisti italiani – Sinistra sarda. Scrittore prolifico, Lecis ha lavorato per il quotidiano regionale ‘La Nuova Sardegna’ e per altre testate locali del Gruppo Espresso. Nell’ultima parte della sua carriera giornalistica, è stato inviato regionale per l’Emilia-Romagna e nazionale dell’Agenzia giornali locali del Gruppo Espresso, e poi componente dell’ufficio centrale della stessa agenzia sino al 31 ottobre 2016.

Una legge elettorale forse giù superata dai fatti

In Sardegna, con una legge studiata a tavolino nel 2013 da centrodestra e centrosinistra per favorire il bipolarismo, il voto del 24 febbraio prossimo si terrà con il terzo incomodo: M5s. Chi cinque anni fa scrisse la legge statutaria elettorale in Consiglio regionale voleva tener fuori dal palazzo il Movimento assieme ad altre forze politiche esterne alle coalizioni tradizionali. Con queste premesse, confermate dagli ultimi sondaggi, saranno tre gli sfidanti a contendersi la vittoria che la legge elettorale assegna al candidato presidente che raccoglierà più voti: il senatore della Lega e segretario del Psd’Az, Christian Solinas, sostenuto dalle 11 sigle del centrodestra, dato per favorito; il sindaco metropolitano di Cagliari, Massimo Zedda, appoggiato dalle 8 liste del centrosinistra; e il funzionario della Città metropolitana di Cagliari, Francesco Desogus, scelto dal M5s con il meccanismo delle ‘regionarie’ on line sulla piattaforma Rousseau.

Vincerà chi prenderà più voti, anche se la sua coalizione dovesse riceverne meno di quelle degli avversari, circostanza resa possibile dal voto disgiunto: gli elettori sardi possono votare un candidato presidente e una lista non collegata. Questo meccanismo potrebbe premiare Zedda, dato in rimonta nei sondaggi, anche rispetto a Desogus, figura nuova della politica, individuata dopo che il candidato M5s della prima ora, l’ex sindaco di Assemini (Cagliari) Mario Puddu ha dovuto rinunciare in seguito a una condanna per abuso d’ufficio.

La legge elettorale prevede soglie di sbarramento: 10% per le coalizioni, 5% per le liste singole. Anche se non dovesse vincere, dunque, il M5s, che corre da solo, ha la possibilità di piazzare i propri eletti in Consiglio regionale, considerato che in Sardegna è accreditato con percentuali a doppia cifra. Potrebbero riuscirci anche altre liste singole come ‘Sardi liberi’ del candidato presidente Mauro Pili e il Partito dei Sardi che sostiene il proprio fondatore Paolo Maninchedda. A superare la soglia del 5% puntano anche Sinistra Sarda, col candidato presidente Vindice Lecis, e gli indipendentisti di Autodeterminatzione, guidati da Andrea Murgia.

L’incognita pastori

Nelle ultime settimane, infine, si è aggiunta alle tante incognite anche la vicenda dei pastori sardi che protestano contro le difficili condizioni del mercato in cui sono costretti ad agire. Nel corso di un recente vertice al Viminale sul prezzo del latte di pecora sarebbe stato proposto un prezzo di 70 centesimi al litro, ma loro si sono dichiarati insoddisfatti.

La questione dura da più di vent’anni: le eccedenze nella produzione di latte, cui non sono estranee le percentuali di produzione del pecorino rimano, impongono un abbassamento del prezzo al litro fino a livelli inferiori ai costi di produzione. Questa volta, però, la protesta ha assunto valenze e dimensioni particolarmente notevoli, sia per la vicinanza delle consultazioni, sia per la maestria nell’uso dei social che i contestatori hanno saputo dimostrare. Il 25 saremo se ci saranno state ricadute di carattere elettorale.