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È il ritorno del “Marziano” sulla scena. Non politica, per il momento. Ma sulla scena, semplicemente. Illuminata dai riflettori mediatici dopo che due giorni fa l’ex Sindaco di Roma Ignazio Marino “è stato assolto dalla Cassazione, che ha annullato senza rinvio la condanna a due anni di reclusione stabilita in appello per peculato e falso per la vicenda delle presunte cene pagate a spese del Campidoglio” come si legge nelle cronache.

E non è nemmeno una riabilitazione. Perché, come si legge in una fitta sequenza di dichiarazioni riportate oggi dal Corriere “nel Pd quella decisione continua a far discutere: per Carlo Calenda ‘farlo fuori così è stato brutto e autolesionista’, mentre Roberto Morassut, deputato e membro della direzione, parla di ‘modalità antidemocratica’, e Francesca Danese, ex assessora di Marino, ricorda che all’epoca ‘molti poteri forti si opponevano al cambiamento’. Eppure ieri Orfini – si legge – ha confermato le sue ragioni: ‘Alcuni, anche nel Pd , mi chiedono di scusarmi. Non credo di doverlo fare: ho assunto quella scelta (la sfiducia che nel 2015 fece cadere il sindaco) spiegando che non era legata all’inchiesta. Marino non era adeguato, stava amministrando male Roma, la città era un disastro’. Fu ‘una decisione politica’, spiega Matteo Renzi, che punta il dito verso la ‘violenta campagna di fango’ del M5s”. Lui, Ignazio Marino, dice pacatamente: “Sono tornato alla mia vita accademica, vivo e lavoro a Philadelphia. Certo l’impegno civile non viene meno, ma non c’è solo la politica, per questo”.

Ieri hanno tentato in molti di intervistarlo e chi c’è riuscito, c’è riuscito solo per mail mentre “si sta imbarcando su un aereo che da Santiago de Querétaro, in Messico, lo porterà a Philadelphia, negli Stati Uniti”, come riferisce Fabrizio Roncone sul Corriere in un ritratto, che riassume così la vicenda dell’ex Sindaco: “Per rinfrescare la memoria: Marino fu costretto alle dimissioni incalzato dal Movimento 5 Stelle, che si muoveva guidato da un grillino particolarmente esagitato, Marcello De Vito, oggi in carcere per corruzione (memorabili quei sit-in sulla piazza del Campidoglio al grido di «O-ne-stà! O-ne-stà!») e da Matteo Orfini, all’epoca commissario straordinario del Partito democratico e uomo di fiducia di Matteo Renzi)”.

Si aspetta le scuse di Orfini?, chiede l’intervistatore. “No. Le scuse presuppongono capacità di autocritica e onestà intellettuale”. E da Renzi, perché tanta ostilità ala epoca? “Non so in base a cosa giudicasse il mio operato. Troppo concentrato su se stesso. Però bisogna riconoscergli che è riuscito nell’impresa di perdere Roma, distruggere il Pd e consegnare l’Italia alla Destra”. Sassolini tolti. Ma quella di Marino, rileva la Repubblica è “una vicenda con la quale il partito non ha mai fatto i conti” e la dimostrazione è nel “gelo Pd dopo l’assoluzione”.  Per aggiungere poi la notizia che +Europa di Emma Bonino “vorrebbe candidarlo” (su Facebook stamattina Marino ha precisato alcuni punti del suo colloquio col Corriere).

Ma a Fabio Martini, che su La Stampa gli fa notare che Zingaretti dopo che la Cassazione gli ha restituito tutto intero il suo onore, “ha fatto un comunicato affettuoso” e gli chiede se l’ha apprezzato, Marino risponde: “Non sento Zingaretti dal 2015. Come Presidente della Regione avrebbe potuto fare moltissimo per Roma. Penso ai trasporti o alla gestione dei rifiuti. Ad ogni modo, i compagni (in senso lato) leali si riconoscono perché ci stanno a fianco sempre, anche nei momenti difficili. Certamente non ricordo un suo sostegno al momento in cui il Pd decise di andare da un notaio per far cadere la Giunta”. Su quest’aspetto inzuppa Libero, facendo notare che “Marino è innocente, il Pd no” perché “colpevole di averlo fatto fuori”, tanto che “l’assoluzione dell’ex Sindaco suona come una sentenza per la classe dirigente dem che lo scaricò per vendette interne, consegnando la Capitale ai Cinquestelle”.

Il Fatto Quotidiano, che in ogni caso si riserva di vedere le motivazioni della sentenza della Cassazione “che saranno depositate entro 90 giorni”, fa tuttavia notare che “i fatti contestati erano relativi a 56 cene per 12.700 euro, cifra che Marino ha versato (aggiungendo 7 mila euro a copertura di tutte le spese di rappresentanza tra il 12 giugno 2013 e il 31 agosto 2015), dopo lo scoppio della polemica, con un assegno alla ragioneria del Campidoglio il 9 ottobre 2015” tanto che “in un altro procedimento in corso sono state rinviate a giudizio due collaboratrici di Marino: Claudia Cirillo con l’accusa di aver mentito ai pm rispetto a una cena del 2013; l’allora capo segreteria Silvia Decina con l’accusa di aver apposto la firma falsa del sindaco proprio nei 56 giustificativi delle cene per cui ora la Cassazione ha sentenziato, riguardo Marino, che ‘il fatto non sussiste’”.

Il quotidiano riporta anche la dichiarazione di Michele Anzaldi, renziano di ferro, ed ex membro della Commissione di vigilanza sulla Rai, rilasciata a Radio Cusano Campus: “Le motivazioni della sentenza non dicono che il fatto non sussiste, dicono che non è abbastanza normato, questo vuol dire che non è sanzionabile, ma non che il comportamento sia moralmente corretto e giustificato”. Chiosa il quotidiano diretto da Travaglio: “Si sbaglia Anzaldi perché per la Cassazione – il cui verdetto definitivo stava commentando – ‘il fatto non sussiste’”. Infine Il Foglio registra il fatto che “La maledizione di Marino si abbatte sui renziani riuniti a Roma” alla presentazione del libro di Renzi, nel corso della quale “fanno tutti gli gnorri” pur ammettendo che “se non l’avessimo cacciato ora non ci sarebbe Raggi” in Campidoglio.

Fu come una scossa elettrica, quando nel settembre del 2017 fecero il loro primo ingresso nel Bundestag: dalla fine della seconda guerra mondiale mai esponenti dell’ultradestra erano entrati nel parlamento tedesco. Fondata nel 2013 come formazione prevalentemente euroscettica da un professore di economia, Bernd Luecke, nel tempo l’Afd (Alternativa per la Germania) – oggi chiamata da Matteo Salvini a formare insieme l’alleanza sovranista per le Europee – ha messo a segno una progressiva mutazione politica, con un progressivo ma inarrestabile scivolamento verso il populismo nazionalista più spinto, una forte caratura anti-migranti e alcune simpatie che in diverse realtà confinano, a detta delle Procure, con l’estremismo.

Due anni fa i parlamentari dell’Afd, oggi guidati da Alice Weidel, Alexander e Joerg Meuthen (ospite della kermesse della Lega a Milano), scombussolarono non poco gli equilibri politici in in Germania, ponendosi con il 12,7% dei consensi come prima forza d’opposizione del Paese.

Un Paese, nel quale essere all’opposizione comporta un ruolo istituzionale di primo piano. Motivo per cui ancora oggi è soprattutto guardando ai sondaggi dell’Afd che le altre forze politiche continuano a fare scommesse sul proprio futuro politico: dopo le Europee, l'”appuntamento del destino” sono le tre elezioni in del Brandeburgo, Sassonia e in Turingia, dove l’ultradestra è particolarmente forte, con sondaggi superiori al 20%.

Un destino non per forza roseo

Eppure non è tutto rose e fiori nel futuro dell’Afd. A cominciare dalle Europee, che non si annunciano come una passeggiata per l’ultradestra tedesca. Da una parte gli 007 interni che hanno messo “sotto osservazione” ampi strati del partito (proprio per il sospetto di eccessiva “simpatia” con frange ai limiti dell’eversivo), dall’altra le molte accuse di aver ricevuto, ai livelli più alti, fondi neri per le proprie campagne elettorali. Nel mirino anche la capogruppo al Bundestag Weidel e il candidato di punta alle Europee Meuthen.

A livello parlamentare, ha avuto poi un peso non indifferente la vera e propria barriera opposta dagli altri partiti. è di pochi giorni fa l’ennesima bocciatura di un candidato dell’Afd alla carica di vicepresidente del Bundestag, un ruolo che normalmente è assegnato per l’appunto alla forza maggiore dell’opposizione: la 44enne giurista e deputata Mariana Harder-Kuehnel si è dovuta accontentare di 199 voti a favore, in 423 le hanno votato contro.

Molto burrascosi, per non dire pessimi, i rapporti con sia con la Chiesa, mentre il Consiglio centrale degli ebrei tedeschi continua a lanciare l’allarme, affermando che l’Afd è una formazione che tollera con troppa facilità posizioni antisemite al proprio interno. Una serie di fattori che hanno contribuire a bloccare, finora, l’ascesa dei consensi, bloccati a sondaggi inferiori a quelli con cui uscirono dalle urne nel 2017.

Un progressivo spostarsi a destra 

Il punto è che lo scivolamento verso l’ala più nazionalista non si è mai fermato: prima, con l’avvicendamento di Luecke a favore della pasionaria Frauke Petry, poi con le dimissioni di quest’ultima a favore di Weidel, Gauland & Meuthen. Ogni volta è stato il nazionalismo più spinto il piatto sul tavolo: esempio classico è il leader del partito in Turingia, Bjorn Hoecke, colui che aveva scatenato una bufera chiamando “una vergogna” il memoriale dell’Olocausto a Berlino e chiesto “una svolta a 180 gradi” della cultura della memoria in Germania.

Accusato dagli storici di ricorrere ad un frasario proprio del Terzo Reich, ad un certo punto Hoecke rischio’ l’espulsione dal partito: la allora leader Frauke Petry non ci riusci’. Ed è un fatto che fu lei, pochi mesi dopo, a dover fare le valigie. Oggi i sondaggi nazionali bloccano l’Afd appena sopra l’11%.

La vera partita, come detto, Weidel & co intendono giocarsela soprattutto nei Laender dell’est, nell’ex Ddr. In Sassonia, per esempio, l’ultradestra tallona da vicino la Cdu, mentre i socialdemocratici arrancano nei piani bassi dei sondaggi e i Verdi appaiono ancora come degli alieni. Non è un caso che all’Est il partito abbia organizzato oltre 800 eventi di campagna elettorale, sulla base della sua strategia più classica: battere e ribattere sull'”immigrazione di massa” che finirebbe per sfigurare il Paese e che, a loro dire, è sinonimo di drastico aumento della criminalità.

Con qualche eccesso: alcuni esponenti del partito a Chemnitz hanno marciato a fianco delle frange più estreme, in cortei che finirono per trasformarsi in una vera e propria “caccia allo straniero”. I capi dell’Afd lo ripetono come un mantra: “Ad Est intendiamo scrivere la storia”. In molti a Berlino molti temono che possa essere vero. 

Mentre da ormai quarantott’ore va in scena la disfida diretta Di Maio-Salvini, con dichiarazioni, frizioni, gesti e atti pubblici dei due leader, fuori e dentro anche il piccolo schermo (ieri sera Di Maio da Fazio su Raiuno, Salvini da Giletti su La7) e i quotidiani si attardano ancora stamane a registrare i toni e la qualità delle invettive, delle distanze e delle differenze, con corollario di retroscena ricchi e abbondanti, è in verità in edicola che stamane i consuma lo scontro tra i due vicepremier lega-stellati.

Ieri Luigi Di Maio ha preso carta e penna per scrivere una lunga lettera a Salvini per interposto Corriere della Sera, che la pubblica oggi con evidenza in prima e in terza pagina, e questi gli risponde con un’intervista dalle colonne di Libero. E c’è molta materia.

Pur rivolgendosi al direttore di via Solferino, Luigi Di Maio circa a metà dell’articolo, scrive: “Caro Matteo, grazie. Grazie per il sostegno che hai offerto a l cambiamento che abbiamo avviato. Certo, siamo diversi”. L’incipit, però è un altro, ed è dettato dall’esigenza di Di Maio “di fare un po’ di ordine, anche alla luce degli ultimi sviluppi politici e mediatici che hanno lasciato trapelare una tensione all’interno del governo”. Per aggiungere subito dopo che “da parte del M5s, e dunque del maggiore azionista dell’esecutivo, non c’è alcuna tensione. Ritengo invece opportuno esprimere soddisfazione per il lavoro svolto fino ad oggi”. Il riferimento è a provvedimenti come il reddito di cittadinanza o come la pensione di cittadinanza, lo sblocca cantieri piuttosto a misure a sostegno della famiglia “nonché alla storica firma della via della Seta” di cui il vicepremier 5 Stelle di dice “son certo sancirà una ripresa concreta del nostro export indicendo favorevolmente sulla valorizzazione del made in Italy”.

Ma Di Maio scrive che di questi passi: “Sia chiaro, potrei rivendicare la paternità, ma non ho questa esigenza e non ce l’ha la forza politica che rappresento”, ma gli piace pensare invece che sono stati compiuti “assieme, come squadra”. E segue l’elenco dei risultati, dal decreto Dignità al Revenge porn, passando “per il dl Crescita, portato a casa con il ministro Tria”. Da qui il “caro Matteo grazie” per il sostegno “offerto al cambiamento che abbiamo avviato”, per questo “considero importante il supporto fornito dalla Lega a queste misure”. Per aggiungere: “Ribadisco: nel M5s non ci alziamo al mattino con l’ansia di dover cercare la nostra firma sotto qualche decreto, siamo certi del nostro lavoro”.

Ma da qui in poi parte il lungo elenco delle priorità: “Alleggerire il carico fiscale”, “riduzione del cuneo”, “agevolazioni per far ripartire la crescita” e “della flat tax, di cui si discute accesamente, condividiamo i termini e lo scopo. Ne parla il contratto e sarà uno dei punti che occorrerà raggiungere, associandovi, a mio parere, comunque un principio di proporzionalità per fare in modo che il beneficio stesso sia distribuito con criterio verso le famiglie e il ceto medio”.

Di Maio si dice anche conscio che “ci sono delle diversità tra il M5s e la Lega, è evidente, ma per questo c’è anche un accordo di base, una road map che culminerà al termine del naturale corso della legislatura”. E anche consapevole che “sono molte le sfide che ci attendono e a giugno questo governo compirà il suo primo anno”. E per questo che guardando alle Europee di maggio il vicepremier 5 Stelle si aspetta “una sana e leale competizione tra i due contraenti del contratto durante la campagna elettorale”, sicuro anche che “alcune diversità di cui sopra, inevitabilmente, riemergeranno”.

Perciò, scrive Di Maio, “Trovo ad esempio paradossale, è la mia opinione, un’alleanza europea con quei governi che rifiutano di accettare la ridistribuzione dei migranti che arrivano in Italia. Sarebbe un controsenso lamentarsi con l’Ue perché non accetta le quote e poi stringere intese partitiche con gli stessi Paesi (penso ad Orbán) che sono causa della nostra emergenza. Paesi tra l’altro che ci ignorano e ci snobbano, violando le regole, mancando di rispetto all’Italia e agli italiani”. I 5 Stelle vogliono “dar vita ad un progetto nuovo, che cambi l’Europa dall’interno, che abbia al centro della propria agenda le imprese, il lavoro, la democrazia diretta, i diritti e l’ambiente”. In chiusura un omaggio al premier Conte “per lo straordinario ruolo di mediazione ed equilibrio che sta svolgendo”.

Su Libero, Salvini – intervistato dal direttore Pietro Senaldi all’uscita dal Vinitaly, “dopo nove ore” – in riferimento alle punzecchiature dei 5Stelle di questi giorni si limita a dire: “«Non chieda a me, io sono l’uomo meno litigioso del mondo. Rispetto tutti, a condizione di reciprocità, il che non significa porgere l’altra guancia”. Mentre all’obiezione sulle alleanze internazionali della Lega, tra Orban, negazionisti e nazisti, Salvini risponde: “Quella non l’ho capita. Anche perché l’unico che è andato in giro per l’Europa a cercare alleanze e mettersi in posa per farsi fotografare con chi poi ha bruciato auto in strada e messo a soqquadro le città è proprio Luigi, quando è andato in Francia dai gilet gialli. In questo i grillini mi ricordano il Pd di Renzi nella campagna elettorale persa dello scorso anno, quando i dem continuavano a darmi del fascista perché non avevano risposte concrete da fornire agli elettori e pertanto avevano lanciato l’allarme uomo nero, puntando sulla criminalizzazione dell’avversario anziché sulle loro forze. Com’è finita, si sa”.

Sulle differenze di pelle, cui anche Di Maio accenna nell’intervista al Corriere, Salvini dice che “sicuramente c’è all’interno del Movimento una pesante componente di sinistra che non condivide molte battaglie della Lega e che, per esempio, vorrebbe rivedere la legittima difesa o insiste perché io cambi linea politica sull’immigrazione. Ma il problema non è mio, perché non intendo dare retta a queste persone”. Poi ripete: “Testa bassa e lavorare. Certo, non nascondo che molte cose non sono state ancora fatte perché c’è chi frena, ma non solo a livello politico, anche burocratico, ma chi è al governo non deve avere paura. Se io mi fossi fermato ad aspettare in tema d’immigrazione tutti i via libera dell’Europa, della burocrazia, degli alleati, quest’anno avremmo avuto centomila sbarchi, invece abbiamo risolto il problema”.

E la flat tax che non piace ai grillini? “È nel contratto come lo era il reddito di cittadinanza e come lo era la Fornero, dalla quale non torno indietro neppure se me lo chiede Padre Pio. Bisogna dare un segnale alle famiglie”. Ma per averla, obietta il direttore di Libero, Tria dice che bisogna alzare le imposte sui consumi. “Questa prospettiva non esiste” taglia corto il vicepremier leghista.

Tuttavia in un retroscena, sempre il Corriere della Sera racconta “il mantra che da un paio di giorni frulla nella testa dei vertici del M5s: la verità sulla Lega e su Matteo Salvini, la verità su chi al governo lavora e chi invece, dalle ricostruzioni dei Cinque Stelle, “passa il tempo fuori dal Viminale e da Palazzo Chigi per fare campagna elettorale”. Da qui in avanti sarà un’offensiva. “Gli alleati-avversari del M5s hanno deciso di giocare a chi strilla di più e risponderanno colpo su colpo”, racconta la giornalista. Insomma, un’operazione di trasparenza su chi fa e chi no, perché “Di Maio ha deciso che d’ora in avanti farà il contrappunto alla narrazione leghista”, come ha già iniziato a fare con la lettera al Corriere. Anche perché “nella stanza dei bottoni del Movimento la preoccupazione è che la Lega ‘abbia provato a toccare Conte’ e i sospetti, oltre che Salvini, investono il sottosegretario alla presidenza, Giancarlo Giorgetti”.

Intanto La Stampa segnala una svolta nei 5 Stelle, che in Europa sembrano tentati di aprirsi al dialogo con i Popolari con Di Maio che “ora guarda al centro”.  Mentre Il Fatto rileva che Salvini va “all’attacco di Tria” chiedendogli di mettere “la flat tax nel Def” e chiede rispetto agli alleati così com la Lega lo ha avuto per il Reddito “che non è nel dna della Lega”. Flat tax che per Il Giornale per farla veramente Salvini “deve tornare nel centrodestra”, mentre così com’è la “tassa piatta è soltanto una manovra elettorale” come scrive a commento di direttore Alessandro Sallusti.

Ma tornando ai 5 Stelle e alle loro alleanze in Europa, su la Repubblica la politologa Nadia Urbinati osserva: “I 5 Stelle sono il movimento dei puri che l’esercizio del potere costringe all’impurità; degli amanti della coerenza che piroettano senza troppi patemi d’animo in giravolte morali che lasciano impietriti anche i più scafati realisti. Nell’uscente Parlamento europeo, i pentastellati sono per volere degli iscritti (consultati con referendum online dopo le passate elezioni europee) nel gruppo che riunisce movimenti decisamente di destra: l’Efdd (Europe of Freedom and Direct Democracy Group) raccoglie infatti gli inglesi dell’Ukip, i tedeschi di Alternativa per la Germania, i cechi del Partito dei Liberi Cittadini, i polacchi di Korwin (una costola del partito della Nuova Destra) e i lituani di Ordine e Giustizia. Gruppi di destra ed estrema destra che non hanno scrupoli a negare l’esistenza dell’Olocausto. Eppure oggi i 5 Stelle attaccano Salvini sul negazionismo”.

Crescono le tensioni all’interno del governo con l’approssimarsi dell’appuntamento delle Europee. Tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio lo scambio di colpi a distanza è ormai quotidiano e ieri il ministro dell’Interno ha risposto all’attacco dell’alleato sulla coalizione di cui la Lega fa parte a livello europeo e che comprenderebbe, sottolinea Di Maio, anche forze politiche che negano l’Olocausto.

Parole inaccettabili per Matteo Salvini. E per la tempistica, visto che il leader della Lega sta cercando faticosamente di creare un campo largo dei nazionalisti europei, sia per i contenuti. “I ministri sono pagati per lavorare”, è la risposta del ministro dell’Interno: “Io lavoro, io rispondo col lavoro, con i fatti. Questa gente che cerca fascisti, comunisti, nazisti, marziani, venusiani… Mi piacerebbe che tutti i ministri avessero la stessa concretezza sbloccando cantieri, facendo ripartire opere pubbliche”.

“Non vedo l’ora di viaggiare sulla Tav”

Ma la controffensiva di Salvini agli attacchi di Di Maio non si ferma a questo. Il segretario della Lega, infatti, torna poco dopo sui un nervo scoperto del Movimento 5 Stelle, ovvero la linea ad alta velocità Torino-Lione. I pentastellati hanno fatto del No al Tav una bandiera politica, ma la procedure dei bandi – con l’invito di Telt a presentare le candidature – è iniziata. Salvini tutto questo lo sa bene come sa che la battaglia dell’alleato di governo contro la Torino-Lione può minare il consenso della Lega tra il ceto imprenditoriale del Nord.

E infatti afferma di “non vedere l’ora di viaggiare” sul treno veloce, anche perché continua “a ritenere la Tav un’opera fondamentale per collegare l’Italia al resto d’Europa, per permettere di inquinare di meno. Nel contratto di governo c’è, giustamente, la qualità dell’aria e quindi il treno inquina meno del gasolio. Poi gli imprenditori e i pendolari spenderebbero di meno. Non vedo l’ora di viaggiare”.

Parole che sembrano cogliere nel segno. Poco dopo è infatti Di Maio a ritornare sulle sue dichiarazioni, ribadendo la preoccupazione nel vedere la Lega alleata con “una forza politica che lascia il parlamento quando si commemora l’olocausto e la Shoah”, ma aggiungendo che “questo governo quando lavora sui fatti lavora in maniera compatta e concreta. E io lavoro benissimo con la Lega e con Matteo Salvini. Abbiamo dei problemi quando si comincia a parlare di temi ideologici che non riguardano i fatti e che a volte sono di ultradestra”. 

La reazione delle opposizioni

Dall’opposizione si guarda con stupore a quanto avviene nel governo. Il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, chiede a Salvini e Di Maio di dimettersi: “Ci risparmino inutili sceneggiate mentre i cittadini e le imprese di questo Paese stanno continuando a pagare sulla propria pelle il dilettantismo e l’incapacità di questo governo. Anche perché nonostante i loro continui teatrini, alla fine Salvini regge la poltrona a Di Maio e Di Maio regge la poltrona a Salvini. Abbiano il coraggio di dimettersi perché l’Italia merita di più. Voltiamo pagina e facciamo ripartire il Paese”, sottolinea il leader dem.

Niente da fare, è la risposta – indiretta – di Di Maio: “Abbiamo ben chiaro che questo governo deve governare per altri 4 anni e risolvere i problemi del paese. Quando mi parlate di Tria, Salvini, Conte, mi state parlando di un componente di una squadra di cui faccio parte, che tutta insieme vince o perde. È con questa squadra che voglio portare a casa i risultati”. Da Forza Italia, invece, è Antonio Tajani a intervenire sottolineando che Salvini dovrebbe “convergere di più verso il centro” per non condannare la Lega all’isolamento e all’ininfluenza in Europa.

“Non vedo l’ora che finiscano queste elezioni europee perché penso che l’eccitazione da elezioni stia andando oltre l’azione di governo. Fino ad oggi abbiamo governato bene e l’azione di governo ci ha permesso di mantenere le promesse fatte in campagna elettorale. Confido che Conte, Salvini e Di Maio trovino un accordo”.

Lo ha detto Gian Marco Centinaio, ministro delle Politiche Agricole, Forestali e del Turismo, intervenuto stamane in diretta a Notizie Oggi su Canale Italia. “Ai colleghi del Movimento 5 stelle chiedo di abbassare i toni: se si vuole governare bene bisogna condividere e non accusare i colleghi di maggioranza, altrimenti il rischio è di andare a casa”, ha aggiunto. 

È vero, in politica vale il detto “mai dire mai”. Però potrebbe essere arrivato a un punto di non ritorno il rapporto di governo tra Lega e M5s. Lo si evince da più di un segnale, cui dà corpo la Repubblica con il titolo d’apertura che suona così: “La lega abbagliata dal potere”. Tra virgolette, certo, nel senso che il giudizio viene attribuito direttamente al vicepremier pentastellato Luigi Di Maio, per il quale “il problema non è Tria, il problema è la Lega: vuole prendersi tutto” si legge nell’incipit dell’articolo. Tanto che questo atteggiamento gli ricorda molto il modo di fare “di Berlusconi e Renzi”. Occupazione piena del potere.

Il punto è che per i grillini non è tollerabile ogni ulteriore rinvio del decreto sui rimborsi ai truffati delle banche. “Alla fine di un pomeriggio passato a combattere per cercare di portare a casa quanto promesso ai risparmiatori truffati dalle banche – si legge nella cronaca del quotidiano romano – , Luigi Di Maio si sfoga con i fedelissimi. Ed esplode contro gli alleati: ‘Sono loro che vogliono far fuori il ministro dell’Economia. E lo fanno solo per una questione di potere. Sono abbagliati dal potere’. Il vicepremier M5S è stremato. Era convinto che persuadere Giovanni Tria a firmare i decreti attuativi per risarcire le persone cui ha continuato a promettere, in tutti questi mesi, ‘i soldi arriveranno’, sarebbe stato semplice. Perché pensava che accanto, nella battaglia, avrebbe avuto il presidente del Consiglio Giuseppe Conte il leader della Lega Matteo Salvini. A un certo punto però, durante la riunione di ieri, si è guardato attorno. E ha scoperto che non è affatto così”.

Il leader 5S, dunque, non vuole passare per l’affossatore del tecnico scelto dal Quirinale, che pure considera responsabile dello stallo, il quale per altro tira dritto per la sua strada avvertendo che non si possono fare “giochi sui numeri”. A raccontare un po’ l’atmosfera è il Corriere: “Giuseppe Conte voleva chiudere, lo aveva annunciato da 48 ore, si era impegnato personalmente, una sintesi era a portata di mano, eppur e quando ha preso la parola, il ministro Giovanni Tria ha cominciato a scuotere la testa, niente da fare, non si può chiudere come vorrebbero i l capo del governo, e con lui i grillini, senza approvare una nuova norma ad hoc. È stato un ping pong, serrato, durato quasi un’ora, fra le tesi di un rimborso unificato per tutti i truffati dalle banche e quel doppio binario che invece ha messo nero su bianco il ministro dell’Economia e che non va giù a Luigi Di Maio. A un certo punto il presidente del Consiglio ha cercato anche di dare una scossa in questo modo: ‘Dobbiamo tutti essere consapevoli di quanto vale questo provvedimento in termini elettorali, la fretta è più che giustificata” ha rivelato. Così la tensione torna alta nei pressi di Palazzo Chigi. A dar voce allo stato d’animo nell’esecutivo è il retroscena di Francesco Verderami che sul quotidiano di via Solferino racconta ”i timori del Carroccio”, preoccupato in quanto “il conflitto permanente danneggia anche noi”.

Ma con un’intervista al Fatto Quotidiano, l’ex ministro della Funzione pubblica, Renato Brunetta (Forza Italia), svela che Giovanni Tria è diventato l’avamposto delle opposizioni, che confidano e fanno il tifo per lui: “Se cade lui, salta l’Italia”. “Un ministro licenziato – dice Brunetta – un uomo indipendente, fa salire lo spread all’istante, ci porta in braccio ai tecnici. Qualcuno rivuole un Monti? Dico agli amici del governo di rifletterci e di supplicare Giovanni: imponi le tue mani sulle nostre teste e proteggici finché voto non ci separi”.

“Ogni pretesto è buono per saltarsi addosso – commenta Vittorio Macioce nell’editoriale su Il Giornale lo stato dei rapporti di forza tra gli alleati di governo –: Tav, autonomia del Nord, trivelle, Via della seta, fisco, rimborsi ai correntisti truffati, spazzacorrotti, castrazione chimica, bastimenti carichi di migranti, famiglia sì, famiglia no, famiglia forse, pensioni, vitalizi, rose e pistole. Di Maio dice che la destra così destra di Salvini lo imbarazza, Giorgetti per conto del suo capitano butta lì una cosa da niente: sono preoccupato, qui volano dossier, ricatti e maldicenze. Un povero osservatore poco smaliziato sulle cose italiane direbbe ‘giù il sipario’. Il governo è un morto che cammina. Nessun patto tra gentiluomini può reggere a questo clima di sfiducia e intolleranza reciproca. Invece no, non succede nulla. Neppure i fantomatici mercati fuggono come spettatori davanti alla rissa. Tutto ancora si regge. Perché? Sceneggiata”.

Ma è davvero così la situazione come la descrive l’editorialista del quotidiano diretto da Sallusti? “È opinione diffusa – risponde indirettamente Stefano Folli dalle colonne de la Repubblica – che Tria non sarà più in carica dopo le elezioni europee, travolto dalle nuove esigenze della diarchia Lega-M5S. In realtà si tratta di una pagina tutta da scrivere. Quel che è certo, la campagna elettorale di qui a maggio sarà ricca di colpi bassi, tipica di una situazione in cui le risorse per puntellare il consenso sono sempre più scarse e quindi oggetto di aspri conflitti. Dopo le elezioni, si dovranno in primo luogo pesare i voti e stabilire i nuovi rapporti di forza tra Lega e Cinque Stelle. A dar retta agli indizi, avremo una Lega più forte e un Movimento più debole, forse molto più debole. Di Maio lo teme fortemente e questo spiega il modo confuso ed erratico con cui ha affrontato il caso Tria”. Resta inevasa una domanda per Folli, alla quale è appesa l’alternativa a cui dovranno dar corpo i 5 Stelle, specie dopo la denuncia circa l’occupazione del potere da parte della Lega: “Questo è il governo dell’ultra-destra che merita di essere spazzato via per difendere la democrazia ovvero è un governuccio a cui i 5S vogliono restare abbarbicati, costi quel che costi?”.

Giovanni Tria è già un ex ministro? Per la Repubblica il supertitolare dell’Economia e delle Finanze “non molla” però è certa la “resa dei conti dopo le Europee”. Il motivo è semplice: sulle banche e sulle modalità di attuazione del fondo per gli indennizzi ai risparmiatori truffati “non c’è accordo”.

Il contenzioso riguarda il fatto che “Tria vorrebbe inserire nel decreto crescita una norma sui rimborsi che tenga conto dei paletti imposti dall’Ue. Ma ciò non piace ai 5 Stelle e Di Maio telefona a Conte: ‘Il giorno dopo le Europee voglio un altro ministro del Tesoro’. Pertanto il braccio di ferro tra Tria e le due forze di governo (Lega e 5S) prosegue, ma per il momento il titolare del dicastero economico non intende piegarsi ai diktat di chicchessia.

la Repubblica racconta il retroscena della telefonata di Di Maio a Conte: “Non possiamo accettare quello che hai concordato con Tria”, dice tagliente, per poi proseguire: “Ci farà massacrare dai risparmiatori – è il ragionamento che filtra -. Rischiamo un boomerang, come Renzi con le banche. Il giorno dopo le europee voglio un altro ministro dell’Economia”. “Il punto di partenza – chiosa il quotidiano – è che i grillini non possono permettersi di lasciare fuori una fetta delle vittime dei crac bancari. Anche se i criteri scelti dal Movimento sono a dir poco generici”.

Il Corriere annuncia che “Tria apre a un’intesa sui rimborsi”, tuttavia “restano le tensioni con i partiti”. “Lo scudo giuridico dovrebbe arrivare con un articolo del decreto legge ‘crescita’ all’esame oggi del consiglio dei ministri. La norma indicherà nella Consap, la società del Tesoro per i servizi assicurativi pubblici, la titolarità ad erogare i rimborsi, sollevando così in forza di legge i funzionari dalla responsabilità personale in eventuali cause di danno erariale che dovessero sorgere sulla controversa materia della automaticità dei rimborsi stessi. Nel decreto ‘crescita’ entrerebbe poi una seconda modifica delle norme della legge di Bilancio, in particolare per quanto riguarda la composizione della Commissione di nove esperti di nomina governativa che dovrà gestire la partita dei rimborsi” è l’escamotage trovato dal ministro.

Anche il quotidiano di via Solferino certifica che il M5S è “pronto a lasciare la guida del Tesoro” all’alleato “ma dopo le europee”. Poi si lancia in un inedito “retroscena” nel quale attribuisce al sottosegretario leghista di Palazzo Chigi, Giorgetti, questa affermazione nei confronti dei pentastellati: “Loro hanno dei dossier su tutti, anche su di noi…”. Affermazione a dir poco inquietante, che l’articolista scioglie così: “Ecco, prima di delineare i contorni di questa spy story permanente che agita sottotraccia la vita dell’esecutivo e che solo in casi eccezionali finisce con una denuncia pubblica — è successo ieri, quando nel colloquio con Federico Fubini del Corriere il ministro Giovanni Tria ha detto di aver subito un ‘attacco spazzatura’ con tanto di ‘violazioni della privacy’ per la storia di Claudia Bugno — prima di tutto questo, insomma, bisogna fare qualche passo indietro. Al ‘loro’, al ‘noi’, all’io narrante. ‘Loro’ sono genericamente ambienti del M5S; ‘noi’, invece, sono i ministri della Lega di Matteo Salvini. L”io’, autore della confidenza fatta alcune settimane fa a una serie di amici e colleghi, colui che a ragione o a torto immagina che tra i corridoi di Palazzo Chigi ci sia un sospetto viavai di dossier, risponde al nome di Giancarlo Giorgetti”. “Il gelo, in realtà, rimane, sebbene M5S e Lega sappiano di dover convivere con Tria per non allarmare i mercati finanziari. Fino alle Europee di fine maggio, cercheranno di condizionarlo evitando tuttavia che si spezzi la corda: sarebbe un boomerang. All’ombra di questa tensione controllata, il vicepremier grillino Luigi Di Maio e Salvini continuano a divergere. L’obiettivo dei Cinque Stelle appare sempre più evidente: tentare di risalir e sondaggi che li danno seriamente in calo, distinguendosi dalla Lega in ascesa” commenta il notista politico Massimo Franco sulle stesse colonne.

Schermaglie che per lo storico Giovanni Sabatucci, su La Stampa, si trasformano in un giudizio secco: “La minaccia di una destra illiberale” e che Ezio Mauro, in un editoriale dal titolo “Salvini, la destra e l’ultradestra” su la Repubblica, fotografa invece così l’alleanza e i rapoorti di forza interni alla maggioranza: “I grillini volevano il rovesciamento dell’ordine politico costituito, il processo sommario a tutta la vicenda repubblicana, una sostituzione antropologica che segnasse l’avvento di una nuova era, ‘l’anno zero’. E in quel punto li aspettava Salvini. Consapevole di guidare il partito più vecchio di tutto lo schieramento politico italiano, junior partner dell’intero cesarismo berlusconiano di cui ha staccato (non solo metaforicamente) i dividendi, per poter traghettare con qualche credito nel mondo nuovo aveva bisogno di una pubblica rottura fragorosa. Prima con la vecchia tradizione padana della Lega, fatta di ampolle e carrocci, poi col sistema. Dunque la metamorfosi: dal secessionismo al nazionalismo, dal berlusconismo al radicalismo, dal parcheggio nel giardino di Arcore all’evocazione di una Controeuropa, dal paganesimo del dio Po alla bestemmia del rosario impugnato contro i migranti, evocando ereticamente un dio degli eserciti molto poco italiano”.

Per Libero, invece, “Il decreto sulla (de)crescita” segnala le difficoltà dell’esecutivo e si trasforma in un atto d’accusa: “Il governo chiede l’elemosina” mentre “Tria non vuole risarcire i truffati delle banche per paura dei magistrati”. E per Il Giornale lo stesso provvedimento mette in luce invece “un governo senza cuore” in quanto dà “meno soldi alle mamme”. Il sottotitolo racconta che sono stati “eliminati i bonus asili nido e baby sitter” mentre l’Istat certifica che “crolla il potere d’acquisto delle famiglie”. “Altro che aiuti” esclama il quotidiano della famiglia Berlusconi che segnala” la cancellazione nella Legge di bilancio i due bonus per le mamme lavoratrici che scelgono di rinunciare al congedo parentale”.

E se Il Fatto Quotidiano continua a infilzare Tria sul conflitto di interessi per il figliastro assunto dal marito della propria consigliera Claudia Bugno, mettendo in rilievo – come Il Giornale – il punto debole del governo per l’addio al principio del sostegno alle famiglie su “baby sitter e nido”, il giornale diretto da Marco Travaglio segnala in due pagine l’aperto conflitto tra i due alleati di governo con questo titolo: “M5S, ecco i 12 comandamenti del ‘manuale anti-Lega’”. Si tratta della pubblicazione “di una lista con tutti gli argomenti da usare contro l’alleato” perché – si legge nell’articolo – “per riprendere la scena, però, Luigi Di Maio e i suoi devono tentare un’impresa ardua: ribaltare la percezione diffusa che in questi mesi i Cinque Stelle abbiano pagato i costi dei compromessi mentre la Lega otteneva soltanto vittorie”. Ciò che fa titolare sempre allo stesso quotidiano che oggi “I mercati preferirebbero trattare con Giorgetti” in quanto “gli investitoti hanno imparato a non fidarsi delle promesse del tecnico (leggasi Tria, ndr)” e “il loro interlocutore è il leghista”.

E ancora: “Nei report che circolano in questi giorni ci sono già le scommesse su cosa ci sarà scritto nel Documento di economia e finanza che il governo deve presentare (in teoria) il 10 aprile. L’Italia offrirà alla Commissione Ue una correzione del deficit strutturale dello 0,6 per cento, come atteso da Bruxelles, o un misero 0,1? E a luglio, nel Consiglio europeo, il governo approverà le raccomandazioni che la Commissione pubblicherà il 5 giugno su come deve essere scritta la legge di Bilancio 2020? Nessuno ha le risposte, oggi. Ma nessuno si sogna di andarle a chiedere a Tria, visto quanto si sono dimostrati credibili i suoi impegni”. Tria colpito e affondato.

Che fine ha fatto l’alleanza sovranista in Europa? Si è fermata o prosegue la sua corsa? Secondo La Stampa, che la racconta, c’è un “manifesto sovranista di Salvini” che tra una settimana “annuncerà il gruppo con l’AfD tedesca e gli xenofobi delle destre europee” secondo il titolo di apertura della prima pagina. Per il quotidiano che esce sotto la Mole, tuttavia, “il sogno dell’alleanza Popolari-Populisti è svanito” e ora “Matteo Salvini dovrà accontentarsi dell’accordo con i Conservatori guidati dai polacchi che fanno capo al PiS (Diritto e Giustizia) e al suo potente presidente Jarosław Kaczynski. Ma solo dopo le europee” anche se il leader leghista avrebbe preferito “una Lega delle Leghe, il fronte unico”.

E allora com’è andata? “Era andato a Varsavia per convincere Kaczynski a riunire tutti i sovranisti e nazionalisti. Si era perfino parlato di lui come candidato unico alla presidenza della Commissione europea da contrapporre allo spitzenkandidat del Ppe, il tedesco Alfred Weber, e a quello del Pse, l’olandese Frans Timmermans. Alla fine non se n’è fatto nulla. I polacchi si tengono il gruppo dei Conservatori di cui fa parte Fratelli d’Italia. E allora il ministro dell’Interno italiano sta cercando di allargare i confini dell’«Europa delle Nazioni» della quale fanno parte la francese Marine Le Pen e il vice cancelliere austriaco Henz-Christian Strache”.

La grossa novità, semmai, secondo il quotidiano sabaudo, sarebbe “l’ingresso nella nuova alleanza di Alternativa per la Germania, il movimento euroscettico radicale di destra che è molto cresciuto nelle ultime tornate amministrative, soprattutto nei Länder più poveri della Germania dell’Est”.

Stando alle indiscrezioni “Alternative für Deutschland sarà infatti presente alla prima conferenza programmatica con la quale Salvini apre la campagna elettorale per le elezioni europee del 26 maggio. L’8 aprile, all’Hotel Gallia di Milano, ci saranno anche altre due new entry: il Partito del Popolo Danese e i Veri Finlandesi”.

Insomma, che Salvini immagini un’Europa completamente diversa rispetto a quella governata sinora dai Popolari e dai Socialisti è cosa nota, meno lo sono gli obiettivi. Per La Stampa, infatti, “lunedì Salvini farà un appello a tutti coloro che vogliono rivoltare l’Europa, le singole Nazioni devono avere più peso a Bruxelles”.

Un appello-manifesto, dunque, per sottolineare e riaffermare “le comuni radici cristiane, difendere l’identità nazionale, la supremazia della Costituzioni italiana sulle leggi e le direttive europee”. Con questi obietitvi e parole d’ordine: “Barriere e lotta all’immigrazione con la protezione delle frontiere esterne. Sì ai rimpatri, no alla redistribuzione tra i Paesi europei dei migranti. Contrastare il dominio di Francia e Germania, i propositi di integrazione sottoscritti da Emmanuel Macron e Angela Merkel ad Aquisgrana. Superare la politica di austerità: ogni governo deve avere la possibilità di decidere la propria politica economica: flessibilità in base al ciclo economico. Stop ai fondi Ue alla Turchia. Sulla base di questi punti programmatici Salvini lancia l’offensiva che lui definisce del ‘buonsenso’”. Per attrarre altri movimenti euroscettici.

Questa lettura, assieme alle informazioni date, non è invece condivisa dal politologo, giornalista ed ex corrispondente di Le Monde a Vienna, Varsavia, Mosca e Washington, Bernard Guetta, e oggi editorialista per diverse testate, di cui Il Foglio segnala il libro dal titolo “I sovranisti” frutto di un viaggio compiuto tra l’Ungheria e l’Italia recentemente, intervistandolo. Il tema è esplicito sin dal titolo: “Perché non c’è e non ci sarà un’alleanza sovranista europea”.

“I partiti politici populisti e sovranisti sono stati in grado di prosperare sulle rotture, sugli istinti tristi, sulle passioni rancorose, ma dopo aver creato il caos, manca loro slancio, mancano le soluzioni e restano gli smarrimenti” è l’abbrivio. “Sono frammentari e divisi, e a livello europeo per loro natura non sono in grado di creare una corrente. E’ per questo che i linguaggi populisti e nazionalisti si adattano bene all’opposizione o a uno stato di campagna elettorale permanente, ma mai al governo” scrive il quotidiano diretto da Claudio Cerasa e fondato da Giuliano Ferrara.

“I partiti nazionalisti hanno beneficiato del crollo dei partiti tradizionali – dice al Foglio Guetta – di destra e di sinistra. Non sono stati i nazionalisti a distruggere la destra e la sinistra, ma sono venuti fuori dall’autodistruzione della destra e della sinistra. E’ un discorso che non vale soltanto con i populisti, anche Emmanuel Macron è venuto fuori da quella rottura”. L’Italia per ora rimane un sistema a parte, che sta conoscendo l’esperienza di un governo estremista bicolore, nato da poco più di un anno, ma nei paesi in cui tutto è incominciato, dall’est, i nazionalisti rimangono stabili ma non sono in grado di progredire”.

Secondo Guetta “i partiti più eurofobici che reclamavano la necessità di lasciare l’Europa, la definivano ‘la prigione dei popoli’, ora non ne parlano più, hanno cambiato il loro discorso. Non lo ammetteranno mai ma dipende dalla Brexit e dal suo assoluto insuccesso, la catastrofe alla quale gli eurofobici britannici hanno condotto la Gran Bretagna” dichiara ancora Guetta che poi passa a descrivere le caratteristiche e le problematiche dei quattro Paesi che ha attraversato nel corso del suo viaggio (Ungheria, Polonia, Austria e Italia), per concludere: ““L’Unione europea ci sarà sempre. Tra qualche anno dovremo dibattere di temi importanti come la difesa o la cooperazione industriale, queste saranno le nuove sfide, ma non ci sarà nessun crollo. Credo – dice Bernard Guetta lasciandoci scivolare nelle speranze e nei pronostici – che ci sarà molta più unità di quanto possiamo immaginare oggi. Rimane aperta la grande domanda, che fine faranno le formazioni politiche, se assisteremo al ritorno del bipolarismo o se vedremo la moltiplicazione dei partiti centristi. La risposta, forse, ce la daranno le elezioni europee”.

Sempre su La Stampa chiosa così l’ex direttore Marcello Sorgi nell’editoriale intitolato “I compagni di strada sbagliati”: “Resta il fatto che, come ha spiegato Prodi in una sua recente intervista, l’avventura dei sovranisti alle prossime elezioni in nessun caso potrà avere risultati decisivi. Se anche arrivassero a ottenere 170 seggi a Strasburgo, quanti gliene attribuiscono le previsioni più ottimistiche, non sarebbero determinanti nella formazione della maggioranza che nascerà nel nuovo Europarlamento, legata probabilmente, ancora una volta, a popolari, socialisti, liberali, e se sarà necessario anche ai verdi. Scegliendosi per compagni di strada i partiti xenofobi, sovranisti e populisti, Salvini – da oggi il ministro dell’Interno più a destra dell’intera Europa – ha fatto capire che tipo di campagna si prepara a fare di qui al 26 maggio. Anche a costo di portare un paese fondatore dell’Unione come l’Italia a un destino politico di solitudine”.

Sulle stesse colonne del quotidiano torinese va segnalata anche l’intervista al Presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani, secondo il quale non  c’è via d’uscita, perché “l’unico sovranismo possibile è quello europeo” che è anche l’unica soluzione per poterci difendere “da Cina e Russia”. “Parlare di coalizione sovranista – dice Tajani – è una contraddizione in termini, un periodo ipotetico dell’irrealtà. Ciascun partito che ne facesse parte avrebbe come obiettivo di difendere i propri interessi nazionali. È un disegno che abbiamo già visto fallire quando, sull’economia il governo populista italiano tentò di ottenere un appoggio ungherese e austriaco. Orban e Kurz venivano presentati come gli amici europei della Lega. Ma questa presunta vicinanza all’insegna del nuovo nazionalismo non ci fu di aiuto. Anzi”. Previsioni per il dopo voto? “Prevedo che dopo le elezioni del 26 maggio si imporrà a Strasburgo una maggioranza composta da Popolari, Conservatori e Liberali: la stessa che ha sconfitto il candidato dei socialisti e ha eletto il sottoscritto alla presidenza del Parlamento Ue, per la quale sarò ricandidato”.

Sempre su La Stampa, a pag. 3, anche una mappa della “galassia sovranista”. Il collante? “Linea dura sulla sicurezza”. 

Il Movimento 5 stelle ancora all’attacco del ministro dell’Economia. Sul tavolo i presunti intrecci e conflitti d’interesse tra Tria e la sua consigliera Claudia Bugno ma anche i decreti attuativi del decreto sui rimborsi ai risparmiatori truffati dalle banche. E il decreto crescita che approderà sul tavolo del consiglio dei ministri di giovedì.

Ma è sul ‘caso Bugno’ che i pentastellati torneranno a farsi sentire. Con una interrogazione parlamentare per ottenere un “chiarimento” su eventuali “trattamenti di favore” come riportato da alcuni articoli apparsi sui giornali. Una vicenda che potrebbe essere stata affrontata anche nel faccia a faccia durato un’ora tra il presidente del Consiglio e il titolare di via XX Settembre.

L’imperativo del premier è quello di chiudere la partita sui risparmiatori, per i quali con la manovra è stato stanziato 1 miliardo e mezzo in tre anni. Ma nel Movimento 5 stelle aumenta l’irritazione per il responsabile dell’Economia, anche se – questa la linea – al momento ufficialmente c’è intenzione di chiedere le sue dimissioni. Nel Movimento 5 stelle la convinzione è che Tria stia facendo – riferiscono fonti parlamentari pentastellate – asse con l’Europa e non con il governo. Nel mirino dei giallo-verdi anche l’Ocse, contro il quale hanno lanciato l’affondo sia Di Maio (“No ad intromissioni”) che Salvini.

Quota cento non si tocca, la reazione di entrambi. Ma ancor più duro è stato il premier: “Le previsioni dell’Ocse sulla crescita italiana – scrive il Capo dell’esecutivo – sono tra le più pessimiste tra quelle sinora uscite: sottostimano completamente l’effetto positivo sul Pil delle misure espansive che abbiamo introdotto con la Legge di Bilancio. Domani a Palazzo Chigi, nel corso dell’incontro con il segretario generale dell’Ocse Gurria, avrò modo di confrontarmi con lui ribadendo il mio forte dissenso sulle sue stime, come abbiamo già fatto nella discussione tecnica avuta a Parigi lo scorso febbraio”.

“Ribadirò, inoltre, che i fondamentali dell’economia italiana restano solidi pur nel quadro di un generale rallentamento internazionale. Domani sarà l’occasione per illustrare l’attuazione della nuova fase della nostra politica economico-sociale, incentrata su un piano di investimenti e di riforme strutturali senza precedenti”, ha sottolineato Conte che domani incontrerà anche il presidente della commissione europea Jean-Claude Juncker.

“Il provvedimento Pillon è chiuso. Quel testo non arriverà mai in Aula, non se ne parla più. È archiviato”, assicura il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alle Pari opportunità, Vincenzo Spadafora, a Omnibus su La7. “Adesso – riprende l’esponente M5s – bisogna scrivere un nuovo testo, che probabilmente prenderà anche qualcosa di buono, perché qualcosa di buono poteva anche esserci, ma – annota – molto poco, per andare incontro ai temi del diritto di famiglia, ma non – rimarca – come aveva pensato Pillon”.

“Sono state fatte le audizioni in commissione Giustizia, adesso c’è un nuovo tavolo Lega-M5s al quale sono state invitate anche le opposizioni per scrivere un nuovo testo”, ricorda. Spadafora, nel corso della trasmissione, torna anche sulle polemiche che hanno diviso M5s e Lega a proposito del congresso delle famiglie a Verona. “Devo dire che soffro anche un po’ di insonnia, siamo sveglissimi. Siamo stati insieme con Fontana due settimane, dieci giorni prima del convegno a New York alla Conferenza mondiale sulle donne, e non ho fatto altro che ricordargli che era assurdo il fatto che lui andasse lì e che erano ridicole le posizioni di Verona”, spiega.

“Quando riesco a incontrarlo – agiunge Spadafora – gliene parlo molto volentieri. Gliel’ho ribadito anche a voce personalmente mentre eravamo a New York pochi giorni prima. Spero mi abbia riconosciuto, però ero io”.