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Oggi è il gran giorno. Va in Aula, al voto, la mozione M5s per bloccare la Tav. Per i 5 Stelle e per la compagine di governo è un voto-verità. Una verifica. Di maggioranze e di rapporti di forza nell’esecutivo. E che può essere dirimente. Il Corriere della Sera chiede a ministro di Trasporti Danilo Toninelli che senso abbia tentare la carta di una mozione che con tutta probabilità verrà respinta, dando per altro vita a maggioranze inedite.

E lui, il titolare del dicastero, sembra quasi fare spallucce: “Poco importa – risponde – che ci siano poche chance. La Tav si ferma in Parlamento, essendo il frutto di un accordo italo-francese ratificato dall’Aula. Vedremo chi si metterà insieme per portare avanti quest’opera. Un’opera – ribadisce – negativa e lo capiranno tutti negli anni a venire”.

Resta però il fatto che nel corso di un anno il MoVimento 5 Stelle non è riuscito a bloccare l’opera e, anzi al contrario, il progetto sembra avviato a proseguire il suo iter. Non è una vittoria di Pirro? “Non sarà né una vittoria né una sconfitta, c’è solo coerenza in questo caso. Aver tenuto la barra dritta mi è costato attacchi, ma ne vado orgoglioso” risponde.

“Ho fatto parlare i numeri e sono stato attaccato”

Sono stati commessi degli errori, chiede il quotidiano? Secondo il ministro “il progetto è in ritardo di anni e accumulerà altri anni di ritardo” quel che si doveva fare “è stato fatto”. Come ad esempio l’analisi costi-benefici che “ha dimostrato che il MoVimento aveva ragione a criticare l’opera”. “Ho fatto parlare i numeri e per questo sono stato attaccato” precisa Toninelli, che tuttavia ringrazia il premier per la sua opera di mediazione e il lavoro diplomatico con la Francia, anche se personalmente il ministro rimane dell’idea che “l’opera sia negativa” ma Conte “ha fatto un ragionamento generale sui numeri”.

Ad ogni modo il ministro si attribuisce il merito di aver “evidenziato delle criticità” e così, anche grazie al suo lavoro, “si passerà forse dal 40 al 55% per il finanziamento dei lavori transfrontalieri dell’Unione europea e da uno a oltre due miliardi di euro perla tratta italiana”. Affermazione che per chi vuole fermare l’opera suona un po’ come una contraddizione in termini.

“Salvini fa il polemizzatore quotidiano”

Quanto alle critiche espresse dal vicepremier Salvini sul suo operato “non all’altezza del ruolo che ricopre”, Toninelli afferma che Matteo Salvini “fa il polemizzatore quotidiano” e “al posto di fare polemiche pensi a indicarci due sottosegretari per il ministero. Abbiamo visto che fine hanno fatto quelli che aveva messo…”. Il riferimento è ad Armando Siri e a Edoardo Rixi. Tuttavia, polemiche a parte, secondo Toninelli Salvini “si contraddice” in quanto “prima mi attacca poi nelle sue dirette elogia il lavoro che ho fatto” come nel caso dei 50 miliardi sbloccati al Cipe o il via libera alla Cuneo-Asti. E chiosa: “Come diceva un filosofo, sembra un nano sulle spalle dei giganti che lavorano”. Come fa lui stesso, del resto, “e si vedono risultati, come il nuovo modello di tariffe autostradali”.

Quanto a Luigi Di Maio, il ministro dice di sentirlo costantemente, “parliamo di lavoro” perché entrambi hanno “ministeri complicati, non quello dell’Interno che è più facile da gestire” dice in polemica con Salvini. Perché Toninelli e Di Maio hanno a che fare “con crisi aziendali e dossier sui cantieri chiusi da sbloccare”. Ma assicura che “ora lavoriamo già per settembre, per abbassare le tasse riducendo il cuneo fiscale”. Circa i rapporti con la Lega che stanno lacerando il MoVimento e se ha ancora senso proseguire l’esperienza di governo, il ministro Toninelli non vede “alcun tipo di problema” se “la si fa finita con le polemiche e gli attacchi e si riprende a lavorare con onestà intellettuale” anche perché “sono gli altri a polemizzare”.

E nei 5Stelle rischi di frattura all’orizzonte Toninelli non ne vede perché “il MoVimento rimane la forza politica più sana che ci sia”. 

“Di cose ne abbiamo fatte, soprattutto nei primi mesi, ma se tutto resta bloccato, se ci rendiamo conto che non c’e’ strada, che le idee” con i 5stelle “divergono, e’ piu’ serio dare la parola agli italiani”. Lo ha detto il vicepremier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, intervenendo a Radio24 news. “Non voglio regalare agli italiani altri mesi di litigi, di polemiche, di insulti. Sulla Tav abbiamo perso un anno, cosi’ come sulla giustizia o sull’autonomia”.

Salvini risponde così ad una domanda sul voto sulla Tav in programma domani: “Vediamo che cosa succede domani. Mi sembra che gli italiani hanno votato in maniera chiara, che i piemontesi hanno votato in maniera strachiara, che anche il presidente del Consiglio si è reso conto che costa meno finirla che non tornare indietro. Mi sembrerebbe assurdo persistere e insistere con l’idea di lasciare i lavori a metà”.

“Sugli immigrati la sinistra si è sfracellata: ha sposato la linea dell’accoglienza senza neppure un piano d’accoglienza, ma in maniera ipocrita”. E così, proprio sul tema dell’immigrazione, per Matteo Salvini “diventare ministro dell’Interno è stata una scelta politica decisiva per aumentare il consenso”. Sono parole di Claudio Martelli, già vicesegretario socialista e braccio destro di Bettino Craxi, ministro della Giustizia nel dicastero di via Arenula tra il 1991 e il 1993, in un’ampia intervista rilasciata oggi a Libero Quotidiano in edicola.

Secondo Martelli, l’ipocrisia della sinistra si è manifestata in tutta la sua potenza nella scelta di accoglierli tutti, “poi siccome i profughi volevano andare nel Nord Europa, li accompagnavamo alla frontiera senza neppure identificarli, di modo che non potessero rispedirceli. Quelli che restavano invece, li affidavamo senza troppi controlli a organizzazioni umanitarie pagate dallo Stato per occuparsene”. Così, se non proprio tutto, Salvini però all’immigrazione deve “moltissimo sicuramente”.

Secondo l’ex esponente del Psi “non contano i numeri e i ragionamenti” perché il punto, semmai, è che “gli italiani non ne potevano più degli immigrati, e soprattutto di come i governi di Letta e Renzi avevano gestito l’emergenza” mentre “con Minniti – puntualizza Martelli – gran parte del problema era stato risolto”.

E con Salvini cos’è cambiato in concreto? Secondo Martelli il leader leghista “ha cambiato approccio” al problema, perché “anziché fermare gli imbarchi in Libia ha fatto il massimo clamore bloccando i pochi sbarchi in Italia” e questo modo di fare “a molti italiani che non ne potevano più della gestione Alfano, Mogherini e compagni è piaciuto assai”. “Una scelta politica decisiva per aumentare il suo consenso”. Tanto più, aggiunge Martelli, che “la lotta all’immigrazione clandestina è nella legge italiana, non c’entrano sinistra o destra” e infatti “Napolitano ministro dell’Interno si impegnò seriamente”.

La profezia dell’ex ministro della Giustizia dell’ultimo governo della Prima Repubblica rimasto invischiato in Tangentopoli prima dell’avvento di Silvio Berlusconi nel 1994 è, dunque, che “finché non cambieranno narrazione sull’immigrazione, i progressisti continueranno a perdere”. “Pensi alla Merkel – dice – ha accolto un milione di siriani, molti laureati, anche medici, e li ha integrati, ma i tedeschi l’hanno punita: puntava al Nobel per la pace, ha perso 12 punti percentuali nelle ultime elezioni. Molto peggio del Pd. Insistere come fa Renzi a sfidare Salvini in nome di una accoglienza senza limiti è suicida”.

Nel corso del colloquio con il direttore Pietro Senaldi, Claudio Martelli confessa anche che sul sul fatto che si farà la riforma della giustizia “non scommetterei un euro” perché c’è “un’incolmabile distacco tra le parole e le realtà”. E se anche nel governo smettessero di litigare e “facessero pace, sarei piuttosto sorpreso se si trovasse una conciliazione tra il giustizialismo dei Cinquestelle e il garantismo della Lega, o meglio la sua insofferenza verso certa magistratura”. Quindi Salvini rischia di andare incontro a qualche rogna? “Le rischia” per Martelli, anche se l’ex esponente socialista ritiene che il leader leghista “abbia intravisto delle divisioni nella magistratura e voglia cavalcarle”. “I giudici – chiosa Martelli – sono spaccati come non mai, e una parte di loro sta con Salvini”.

Da 1 a 10 quanto bisogno c’è di una riforma della giustizia? “Dieci” risponde l’ex ministro, che aggiunge: “Ma servirebbe la volontà politica di una larghissima maggioranza parlamentare coesa per imporsi sulla magistratura politicizzata. In passato era impossibile”. E oggi? “Ormai il partito dei giudici è diventato il M5s. Il che fa molto più comodo ai magistrati: i grillini hanno un dna manettaro e poi sono poco preparati, quindi più disponibili ad accogliere acriticamente i suggerimenti delle toghe”.

Con Salvini “siamo su due spiagge diverse. Ma parallele”. Così il governatore della Liguria, Giovanni Toti, in un’intervista a Repubblica in cui spiega che non voterà la fiducia al decreto Sicurezza bis perché preferisce astenersi, e fa sapere che il suo nuovo movimento si chiamerà “Cambiamo!”. “Non ci opponiamo ai provvedimenti giusti, come il decreto sicurezza. Ma se viene posta la fiducia, allora ci asterremo. Forse lasceremo l’aula. Ma non voteremo contro”, afferma Toti. E aggiunge: “È difficile votare la fiducia a questo governo, ma è altrettanto difficile vedere la bava alla bocca di Forza Italia che bada più a fare un dispetto a Salvini, che il bene del Paese. Il decreto è un provvedimento utile”.

piegando il nome del suo movimento poi dice: “Si declina bene con tutto quello che vogliamo fare: cambiare il centrodestra, l’Italia, le regole della politica, della partecipazione. È al plurale, perché nessuno viene prima, tutti collaborano. Il 2 settembre, da Matera, partirà il tour in 13 regioni”.

Toti ribadisce che i suoi alleati saranno la Lega di Salvini e Fratelli d’Italia: “Sono i miei alleati di governo in Liguria. La divisione non è più tra destra e sinistra, ma tra chi difende i propri interessi nazionali e chi ha una visione più lassista. Io credo che si possa fare un riformismo liberale popolare di massa che difende gli interessi nazionali”.

L’unico fronte aperto ad agosto resterà quello della manovra, con il premier Giuseppe Conte e il vicepremier Matteo Salvini pronti ad incontrare di nuovo – su tavoli separati – le parti sociali. È destinato a replicarsi a breve quindi il copione di una decina di giorni fa, quando il premier ribadì la centralità di palazzo Chigi, soprattutto sulla legge di bilancio. Gli altri dossier sono destinati ad essere rinviati a settembre. E intanto emergono nuovi particolari sulla riunione di mercoledì sera sulla riforma della giustizia.

Il Consiglio dei ministri nella sede del governo è durato nove ore. Ed è testimoniato che si è trattato di una discussione accesa, di un confronto serrato ma – stando anche a quanto riferiscono fonti ministeriali – verso il termine della riunione i toni si sono surriscaldati. Con Salvini che – spiegano le stesse fonti – per la prima volta avrebbe alzato la voce e paventato la crisi apertamente. Tanto che il presidente del Consiglio – sempre secondo quanto viene riferito – avrebbe minacciato di salire al Colle. Ci saranno stati anche momenti di scontro all’arma bianca, ma già ieri il Guardasigilli Alfonso Bonafede ha cercato di mediare, portando al tavolo del premier una proposta con alcune modifiche sulla riforma.

“Senza l’Autonomia, la Lega non fa passare nulla”

Al momento è tutto in ‘stand by’. Sia nel Movimento 5 stelle che nella Lega sottolineano che il fuoco cova ancora sotto la cenere. Perché i nodi sul tavolo restano irrisolti. Non è un caso che il premier Conte al presidente della Commissione Ue ieri abbia riferito che la riforma della giustizia civile è stato un passo importante. Ora si aspetta che si avvii un dialogo vero anche su quella penale. Un ‘big’ pentastellato motiva cosi’ anche il ‘niet’ della Lega alla ‘bozza Bonafede’: “Non si tratta solo della riforma della prescrizione e dei tempi del processo. La Lega vuole l’autonomia, senza quella non fa passare nulla”. 

Salvini ha sempre negato uno ‘scambio’ ma sta di fatto che anche sulla battaglia che stanno portando avanti i governatori del nord non ci sono novità. Un Consiglio dei ministri dovrebbe tenersi martedì prossimo. Ma all’attenzione ci sono alcuni decreti: uno sullo scuola, un altro sulle quote latte e un decreto legge sul lavoro (il pre-Consiglio si è tenuto oggi), possibile che sia sulle proposte avanzate da Di Maio sui riders. La settimana prossima è poi previsto anche il voto sul dl sicurezza bis e anche se i malpancisti M5s potrebbero uscire dall’Aula l’attesa della maggioranza è per quel voto.

Il nodo del Commissario europeo

Anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte aspetta di capire se il provvedimento passerà indenne a palazzo Madama. Sul suo tavolo c’è ora il ‘rebus’ commissario Ue. Salvini questa mattina avrebbe fornito al premier una lista di tre ministri (Bongiorno, Centinaio e Fontana) ma ora sarà la neo presidente della Commissione Von der Leyen a valutare il da farsi. È possibile che passi qualche giorno ma il nodo è legato soprattutto al portafoglio che spetterà all’Italia.

Roma ha chiesto un ruolo di fascia A (la Concorrenza, ma ci sono anche le ipotesi Industria e Commercio, mentre l’Agricoltura sarebbe considerata un passo indietro). Qualora un ministro della squadra di governo dovesse approdare a Bruxelles a settembre si potrebbe riaprire la discussione sul rimpasto. Un argomento off limits per i leghisti che prima vogliono capire se il governo ha ancora vita o no.

Ieri mattina un nuovo scontro tra Salvini e Di Maio. Il primo vuole una manovra coraggiosa o – ha detto – “meglio il voto”. Il secondo, tornando sulla flat tax considerata sempre “un mistero”, ha chiesto al ministro dell’Interno di giocare a carte scoperte: se vuole un rimpasto – questo il suo ragionamento – lo dica apertamente. 

“Ci sono le condizioni per cui ognuno vada per conto suo. Buona fortuna a tutti”. L’annuncio dell’addio di Giovanni Toti a Forza Italia, al termine dell’odierno tavolo delle regole di Forza Italia, era considerato dai molti poco più che una formalità. Ma anche se annunciata, la rottura di Toti è avvenuta in circostanze concitate, che stanno ulteriormente agitando le acque in un partito che appare in ebollizione.

La reazione più clamorosa all’epilogo del tavolo delle regole che si è tenuto oggi è stata quella dell’ormai ex-coordinatrice nazionale Mara Carfagna, che ha fatto sapere di non voler far parte del nuovo coordinamento di presidenza in cui Silvio Berlusconi l’aveva inserita assieme al resto del gruppo dirigente, ad eccezione del governatore della Liguria.

Un organismo la cui costituzione è stata comunicata da Berlusconi attraverso una nota, mentre i componenti del tavolo erano ancora riuniti nella sede del partito. In essa si specificava che, una volta assunte le decisioni sulle modalità del congresso, lo schema messo punto lo scorso 19 giugno coi due coordinatori nazionali risultava “superato” e si costituiva un nuovo organismo, di fatto sollevando Toti dall’incarico.

L’ex ministro per le Pari opportunità, che uscendo dalla sede del partito aveva parlato di “tre proposte” sul tavolo da esaminare e da sintetizzare, ha definito il nuovo coordinamento “un comitato di liquidazione”. “È una scelta – ha aggiunto Carfagna – in direzione esattamente contraria alle intenzioni che mi ha manifestato Berlusconi. Credo che questo sia il modo migliore per uccidere Forza Italia”.

Prima della nota di Berlusconi sul nuovo coordinamento collegiale, una nota a firma Antonio Tajani aveva illustrato le decisioni assunte dal tavolo “a maggioranza” per l’organizzazione del congresso, sintetizzabili in una “ampia consultazione” rivolta agli iscritti del partito, con adesioni possibili anche sul web, per eleggere su base regionale i coordinatori e i vice coordinatori di ogni regione ed i delegati al congresso. Ma la parte più rilevante del documento finale del tavolo, è senza dubbio quella che conserva “in carico al Presidente i poteri di indirizzo politico e la compilazione delle liste per le elezioni”.

In attesa degli sviluppi della situazione sul fronte Carfagna, tornando a Toti resta ora da vedere come il congedo da FI sarà perfezionato, nei prossimi giorni, nelle modalità e nei contenuti politici. Di certo è stato accelerato dalla scelta di Silvio Berlusconi, ieri, di lanciare un appello all'”Altra Italia” per superare Forza Italia e collocarla dentro una federazione ancorata al centro, definita “un’auto d’epoca”, anacronistica e inefficace allo scopo dichiarato.

In una diretta Facebook, Toti aveva inoltre censurato la scelta del Cavaliere di non schierarsi univocamente con Lega e FdI e poco dopo aveva parlato di “una delle giornate più brutte” a causa della ribadita contrarietà del Cavaliere a primarie aperte. Tra le prossime mosse del governatore della Liguria, c’è quella di partire per “un grande giro d’Italia che avrà come parola d’ordine ‘Cambiamo insieme'”.

In vista di questo appuntamento, dove verosimilmente si comincerà a delineare quel “nuovo soggetto moderato di centrodestra” più volte evocato, Toti sta già incassando la solidarietà e l’adesione al progetto di molti degli eletti di FI convenuti a inizio luglio a Roma per la kermesse del Brancaccio, tra cui Paolo Romani, Osvaldo Napoli, Alessandro Sorte e Adriano Palozzi. Ma non mancano nemmeno i “malpancisti” che, pur non essendo vicino al governatore, non hanno gradito il modo di procedere alla definizione delle regole del congresso.

Tra questi si può annoverare Renato Brunetta, che ha definito “fallimentare” l’esito del tavolo e ha chiesto a Berlusconi di convocare un comitato di presidenza di Fi e il consiglio nazionale.

A scorrere il profilo di Sandro Gozi viene in mente il titolo di un pezzo di Gianna Nannini, “Ragazzo dell’Europa”. E, in effetti, l’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio italiano passato a palazzo Matignon, ha sicuramente un profilo molto internazionale, per formazione accademica, storia personale e politica. Questo, tuttavia, non lo mette al riparo dalle critiche di chi, tra i partiti di maggioranza e opposizione, ha visto nel suo passaggio al servizio di Macron un “tradimento”, tanto da portare il vice presidente del Consiglio, Luigi Di Maio, a parlare di ritiro della cittadinanza italiana.

Cinquantuno anni, appassionato di maratona, Gozi si diploma nella sua Cesena, per poi andare a studiare a Bologna, dove si laurea nel 1992. La sua vocazione è quella del diritto internazionale e vince il concorso per la Carriera Diplomatica nel 1995 iniziando a lavorare per il ministero degli Affari esteri italiano.

Comincia così a lavorare, a vario titolo, alla Commissione Europea. Nel 1994 ottiene anche il diploma presso la prestigiosa SciencesPo di Parigi. Qui incrocia la strada di un futuro presidente del Consiglio italiano, Enrico Letta, che come lui riceverà la Legion d’Onore dalla presidenza della Repubblica di Francia per il suo lavoro di studioso e ricercatore.

Indicato spesso come un renziano di ferro, in realtà la carriera politica di Gozi lo vede al fianco di molti leader dem a cominciare da Romano Prodi del quale è assistente politico e membro del gabinetto ai tempi in cui il Professore è presidente della Commissione Europea. Rimane alla Commissione anche dopo Prodi, con Josè Manuel Barroso, del quale sarà consulente politico per poi passare, nel 2005, al fianco di Nichi Vendola come consigliere diplomatico dell’allora presidente della Regione Puglia.

Nel 2006 torna al fianco di Romano Prodi durante la campagna per le elezioni politiche di quell’anno. è candidato ed eletto nelle liste dell’Ulivo nella Regione Umbria. Nel 2009 lo vediamo accanto ad un altro grosso nome del Pd: è responsabile della mozione di Ignazio Marino quando il futuro sindaco di Roma si candida alle primarie del 2009, poi vinte da Pierluigi Bersani. E della segreteria Bersani Gozi diventa responsabile delle politiche europee.

Nel 2013 è rieletto alla Camera, in virtù delle liste stilate da Bersani, ma nel 2014 lo troviamo già al fianco di Matteo Renzi a Palazzo Chigi, come sottosegretario con delega alle politiche europee. La storia recente lo vede abbracciare la causa di Macron, pur rimanendo iscritto al Pd, e si candida al Parlamento Europeo nelle liste di Reinassance. Non viene eletto, ma entrerà nel Parlamento di Strasburgo non appena la delegazione britannica lascerà i seggi in virtù della Brexit.

I poliziotti della Digos di Roma hanno arrestato lo stalker del leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni. L’uomo è stato fermato a Trentola Ducenta, nel provincia di Caserta, e posto agli arresti domiciliari. All’arrestato si contesta di aver inviato alla Meloni su Facebook messaggi di natura minatoria e intimidatoria.

La misura cautelare degli arresti domiciliari è stata emessa dall’Ufficio Gip presso il Tribunale di Roma, e nel provvedimento si parla di “atti persecutori”. Le indagini, condotte dalla Digos romana, sono partite per risalire all’identità dell’autore di numerosi messaggi inquietanti, di natura minatoria e diffamatoria, inviati sul profilo social della Meloni.

Dopo aver accertato che l’individuo fosse l’autore dei messaggi segnalati, proprio nei giorni scorsi pattuglie del Compartimento Polizia Ferroviaria e della Digos di Roma in due occasioni hanno fermato l’uomo appena arrivato in treno alla stazione Termini di Roma. E agli agenti aveva riferito essere arrivato in treno dalla Campania proprio per andare a cercare l’abitazione romana dell’esponente politico.

Proprio per questo, oltre alla misura degli arresti domiciliari, lo stalker è stato sottoposto anche al provvedimento del Questore di Roma del foglio di via obbligatorio con divieto di ritorno per anni 2 nella provincia di Roma. 

“Il rilancio del del Mezzogiorno equivale al rilancio dell’Italia intera”. Così Giuseppe Conte ha raccontato su Facebook il secondo degli incontri preparatori della manovra economica tra Governo, parti sociali e associazioni di categoria. Per il premier il cosiddetto “Piano Sud” è un tema prioritario a cui dedicare forze e risorse. 

“Vogliamo realizzare un piano integrato per ricostruire le quattro tipologie di capitale che costituiscono la grande ricchezza del Sud: il capitale umano, fisico, naturale e sociale” ha proseguito il presidente del Consiglio. “Il Sud invoca un grande impegno governativo e una forte mobilitazione di risorse ed energie per recuperare il ritardo accumulato negli anni”.

L’attenzione del Presidente del Consiglio si è concentrata soprattutto su alcuni temi: “Dobbiamo sviluppare la dotazione infrastrutturale del nostro Mezzogiorno, sviluppando le tecnologie digitali e puntando sull’intermodalità del sistema dei trasporti come strade, ferrovie, porti, aeroporti. Dobbiamo mettere a sistema i vari strumenti di intervento per rendere sempre più organico e quindi efficace il nostro piano di interventi (Zes, Cis etc.)”.

Poi la questione della formazione per evitare lo spopolamento sempre più diffuso: “È essenziale, inoltre, contrastare il fenomeno dell’abbandono scolastico e offrire opportunità di ricerca, lavoro e sviluppo a tutti i giovani del Sud. Non si tratta di una politica a solo vantaggio del Mezzogiorno, perché il ritorno alla crescita delle regioni meridionali trascinerà anche lo sviluppo del Centro e del Nord, riducendo in prospettiva anche i ritardi che si manifestano rispetto alle aree più avanzate d’Europa”.

Infine la necessità di portare questi temi sui tavoli di Bruxelles: “Per questa ragione, durante il mio incontro di venerdì 2 agosto con la neo-designata Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen porrò il tema del nostro Mezzogiorno al centro dell’agenda”.

La voce sulla Banca del Mezzogiorno

È ancora un “ragionamento”, ma tra le ipotesi messe sul tavolo durante il secondo degli incontri tra governo e parti sociali a Palazzo Chigi, c’è anche quella di una banca specifica per il Mezzogiorno per erogare il credito alle imprese del Sud. A riferirlo sono i sindacati che sottolineano anche come l’idea “sia condivisibile”.

“Di progetti non ce ne sono stati illustrati – spiega il leader della Cgil, Maurizio Landini – ma è stato indicato anche il problema di una banca del Mezzogiorno che era un modo per rispondere a una nostra richiesta di avere un’Agenzia nazionale per lo sviluppo e di mettere assieme i vari soggetti che oggi operano, a partire da Cassa depositi e prestiti e non solo”. 

Ci vuole del tempo e il progetto ancora non è stato messo nero su bianco ma, sottolinea il segretario generale della Cisl, Anna Maria Furlan: “È un ragionamento importante, necessario per altro per agevolare le imprese e anche l’insediamento di nuove imprese in questa area del Paese”.

Secondo Carmelo Barbagallo, leader della Uil: “Bisogna ricostruire una sorta di Cassa per il Mezzogiorno 4.0, attraverso la banca Cassa depositi e prestiti, per aver uno strumento che non sia come è stata la Cassa per il Mezzogiorno corruttivo ma possa permettere di fare interventi necessari in tutte le realtà del Sud che hanno bisogno di strutture materiali e immateriali”.

“Per il rilancio del Sud abbiamo vari strumenti che ci assicurano maggiori risultati perché ci consentono di fare sistema”, ha assicurato ancora il premier Conte. Anche il ministro Barbara Lezzi ha elencato i finanziamenti messi in campo finora per il meridione attraverso il Fondo sviluppo e coesione, e spiegando alle parti sociali di stare lavorando a una ipotesi di una decontribuzione anche dopo il 2020 distribuita su più anni e decrescente.

Per avere dei dettagli in più su fisco, Mezzogiorno e lavoro e welfare bisognerà aspettare però i primi di settembre, per il momento il governo sta raccogliendo tutte le idee e proposte che vengono dalle parti sociali per prendere delle decisioni in vista della manovra.

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Alta tensione nella maggioranza dopo che i pentastellati hanno ribadito il no all’opera e il Carroccio ha invitato chi dissente a dimettersi. Oggi Conte riceve i sindacati sul “piano per il Sud”.

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TENSIONE A HONG KONG, 49 ARRESTI E 16 FERITI NEGLI SCONTRI E LACRIMOGENI NELLA ZONA COMMERCIALE
Oltre 40 feriti e una decina di arresti nei nuovi disordini. Gli agenti sparano proiettili di gomma.

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Per il Pontefice e’ “un vizio schifoso che confonde il fare l’amore con lo sfogare i propri istinti”.