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AGI –  “Zingaretti sarebbe, a mio avviso, la candidatura più forte. Per ovvie ragioni. Anche sulla vaccinazione nel Lazio, sta dimostrando di essere un fuoriclasse sul piano amministrativo”. Lo ha detto in una intervista al Corriere della Sera Goffredo Bettini, ex parlamentare dem e voce storica del partito ora guidato da Enrico Letta.

Su Nicola Zingaretti possibile candidato forte a sindaco di Roma per le elezioni di autunno, Bettini ha però ricordato che l’ex segretario del partito “non vuole candidarsi a Roma. Deve concludere la sua complessa esperienza alla Regione, svolge un ruolo di governo locale da più di quindici anni, dovrà nelle prossime settimane «per forza di legge» commissariare il comune di Roma se non indicherà un sito per i rifiuti del suo territorio. Letta sta seguendo da vicino la vicenda. La risolverà al meglio”. 

“Aggiungo – dice Bettini nell’intervista al Corriere – che occorre far presto per non logorare le altre candidature in campo. Di donne e di uomini. A partire da quella di Gualtieri, che si è detto disponibile a concorre alle primarie e rappresenta una carta di enorme valore per Roma. E garantisce un rapporto con il governo nazionale e l’Europa”.

Per l’esponente democratico “il tema di Calenda è diverso. Non mi pare che egli accetti il percorso dell’alleanza del centrosinistra romano. Nulla di male.

Se vorrà, giocherà la sua partita in piena libertà. Spero senza inasprire toni e conflitti con il Pd. Perché, a mio avviso, rimane il leader più significativo e vivo di quell’area liberale e modernizzatrice, indispensabile al campo democratico per vincere in Italia contro la destra”. 

AGI – Lo scontro con la Turchia, per le frasi pronunciate in conferenza stampa sul “dittatore” Erdogan, resta sullo sfondo. Nessuna retromarcia comunque del premier Mario Draghi che è al lavoro su altri dossier. Dal decreto sostegni bis, che diventerà ‘dl imprese’ (ne hanno parlato Salvini e Letta con quest’ultimo che poi è andato a palazzo Chigi per incontrare l’ex numero uno della Bce) al Recovery plan, con l’incontro con il Commissario Ue all’Economia Paolo Gentiloni, per un focus sulla situazione economica ma anche sulla necessita’ di accelerare le procedure.

Draghi lavora al decreto imprese e al Recovery da presentare all’Ue

Ma la priorità è legata alla campagna di vaccinazione. L’obiettivo restano le 500 mila dosi al giorno, anche se molti governatori mantengono le perplessità sul raggiungimento di un simile risultato. Draghi punta al coinvolgimento, con i presidenti di Regione che considerano positivo il cambio di passo imposto dal presidente del Consiglio di considerare il parametro della vaccinazione tra quelli che saranno presi in considerazione al fine di riaprire il Paese.

Ma la richiesta è che i vaccini arrivino a tutti e nelle stesse quantità. Con i dati attuali regioni come il Lazio, il Molise ma anche il Veneto potranno presto uscire anche dalla zona arancione. In rosso Sardegna, Campania, Puglia e Valle d’Aosta ma dalla prossima settimana ci saranno minori restrizioni per Piemonte, Toscana, Emilia-Romagna, Lombardia e Friuli.

Si prevede un miglioramento dei dati

Il bollettino di oggi è di 18.938 nuovi casi e 718 morti (cifra lievitata a causa del ricalcolo fatto dalla regione Sicilia e che ha destato non poca irritazione, riferisce una fonte, all’interno dell’esecutivo). Sale il tasso di positività (al 5,2%) ma la convinzione è che dalla prossima settimana i dati cominceranno a migliorare. E si potrà cominciare a pianificare sulle riaperture con il pressing di tutto il centrodestra (oggi anche FI spinge) e delle Regioni, con il nuovo presidente della Conferenza Fedriga cha ha assicurato continuità con la gestione Bonaccini ma che rappresenta la linea della Lega che è più ‘aperturista’. 

Si attende l’ordinanza del commissario all’Emergenza Figliuolo che darà priorità alle categorie fragili e agli ultraottantenni, si stigmatizza (lo ha fatto lo stesso premier) il comportamento di chi ha saltato la fila e l’atteggiamento di alcuni governatori, ma nell’esecutivo la consapevolezza è che occorrerà fare di tutto per procedere spediti nel somministrare le dosi.

La priorità resta il piano vaccinale

“Le vaccinazioni sono il passaporto per le riaperture”, il ‘refrain’. Oltre 12 milioni le dosi somministrate, “non c’è alcun problema nel fare la seconda dose di AstraZeneca”, il messaggio che si ribadisce ai cittadini. Allo stesso tempo il governo sta lavorando al Def e al nuovo scostamento di bilancio che supererà i 35 miliardi e potrebbe avvicinarsi ai 40.

Saranno ben più di 11 i miliardi previsti per i ristori ma l’obiettivo è di andare incontro alle esigenze delle imprese sul fronte della liquidità, prevedendo tra l’altro una moratoria sui prestiti per tutto il 2021 e ascoltando le richieste che arrivano dalle partite Iva.     

Incontro tra Letta e Salvini, impegno comune sull’economia

Non solo sussidi quindi ma soprattutto misure per far ripartire l’economia. Su questo obiettivo si sono ritrovati Letta e Salvini nella convinzione che in questa fase occorre essere nella stessa squadra e tifare per Draghi, abbassando i toni (la Lega ha evitato il sit in davanti l’ambasciata turca). “Poi la politica arriverà dopo”, ha tagliato corto il segretario del partito di via Bellerio.     

Letta è poi andato a palazzo Chigi per illustrare il piano di ripartenza e parlare anche di Recovery con il presidente del Consiglio che ha visto anche Gentiloni (il governo rispetterà la data di consegna del 30 aprile per il Pnrr). Il segretario del Pd ha incontrato anche il capo politico Crimi con il quale ha parlato pure di amministrative, con la possibilità di una convergenza su tutti i territori (tranne che a Roma).     

L’asse Pd-M5s è destinato a consolidarsi con la discesa in campo di Conte che sabato incontrerà i deputati M5s, tra i quali c’è perplessità per la richiesta pervenuta sulla necessità di finanziare il nuovo corso di M5s “senza prima aver visto il progetto”. In realtà sotto traccia, oltre alla ‘querelle’ su Rousseau, c’è soprattutto il tema del doppio mandato. L’ex premier punta ad una soluzione di compromesso ma difficile che l’exit strategy arriverà nei prossimi giorni.

AGI – “L’incidente diplomatico di Ankara non ha nulla a che vedere con la mancanza di sedie e tantomeno con il galateo” perché “tanto per cominciare ci sono le ambizioni incrociate delle tre principali istituzioni europee”, scrive su La Stampa Emma Bonino, storica leader radicale. E “per quanto si lavori insieme, la rivalità tra il Consiglio Europeo, la Commissione e il Parlamento è vecchia quanto l’UE” così come “altrettando nota è la competizione personale tra Charles Michel e Ursula von der Leyen, una corsa a primeggiare che era meno evidente in altri tempi, come quando nel 2015 Donald Tusk e Jean-Claude Junker trovarono ad Ankara una sedia per ciascuno”.

Puntualizza Bonino: “Mi sembra evidente che ci sia un vulnus e che certe missioni andrebbero preparate con maggiore attenzione anche ai dettagli per prevenire potenziali insidie”, tuttavia “l’aspetto più importante riguarda i dossier di cui i rappresentanti europei avrebbero dovuto discutere con la controparte, il presidente Recep Tayyip Erdogan, ‘il dittatore'” perché “Basta rileggersi le ultime pagine sulla Turchia del documento finale dell’ultimo vertice dei capi di stato e di governo per aver un’idea della posta in gioco: si cita il contenimento dei migranti finanziato da un fondo ad hoc annuale, che deve essere rinnovato anche dal parlamento europeo, c’è poi la partita dell’update dell’unione doganale vecchia e da sempre imperfetta e c’è infine una parte sulle trivellazioni a Cipro”. Conclude Bonino: “La Turchia fa la Turchia. E siamo comunque davanti ad uno sgarbo politico evidente, di mancato riconoscimento dell’Europa” ma “chi ne esce con le ossa rotte sono le istituzioni europee”. 

Garzia: “Michel venga in parlamento e chieda scusa

Michel venga in parlamento e chieda scusa“. Lo chiede la capogruppo dei socialisti e democratici europei Iratxe Garcia Perez che in un’intervista a La Stampa usa toni aspri con il presidente del Consiglio Ue per la “mancanza di “educazione, buon senso e sensibilità verso l’uguaglianza” nella scena di Ankara dove Erdogan ha confinato su un divano Ursula von der Leyen. Secondo Garcia, Michel con il suo atteggiamento, accettando di sedere accanto al leader turco “ha dato un brutto segnale, sono convinta che il presidente del Consiglio avrebbe dovuto fare cose diverse” perché “fra le varie cose ha tardato molto nel reagire”.

“Le immagini sono circolate per due giorni e solo quando sono arrivate le critiche ha risposto”. Quindi per Garcia non si è trattato di un problema di protocollo: “Non mi convince”, dice, e “se pure ci fosse stato un errore nel protocollo, si sarebbe potuto rispondere in maniera diversa” perché “se ci sono tre leader che si devono incontrare e ci sono due sedie, io non mi siedo. Aspetto che ne mettano un’altra” ed “è un problema di educazione, di buon senso e di poca sensibilità verso il tema della discriminazione. Non sarebbe successo se a incontrarsi fossero stati tre uomini. Le foto di Tusk e Junker seduti con Erdogan nel 2015 lo dimostrano”, conclude la capogruppo dei socialisti e democratici europei, che chiosa: “La lotta per l’uguaglianza non è un problema delle donne, ma della società”.

AGI – L’uso del vaccino AstraZeneca in Italia è raccomandato sopra i 60 anni, ma non vietato negli under 60. La decisione è arrivata dopo il responso dell’Ema che ha parlato di un possibile nesso tra questo vaccino e rare forme di trombosi. Ma le regioni vanno all’attacco e chiedono indicazioni chiare. In alcune regioni si sono riscontrate percentuali alte di disdette del vaccino anglo-svedese da parte dei cittadini. Anche il 40%.

“Danno a noi la colpa – si è sfogato uno dei presidenti – quando noi ormai passiamo il tempo a cercare di convincere la gente ma poi arrivano sempre messaggi contraddittori”. Ecco il motivo per cui i governatori hanno chiesto chiarezza al governo e al Cts. “Dovete prendervi la responsabilità di comunicazioni chiare”, il ‘refrain’ durante l’incontro che si è tenuto ieri, alla presenza del coordinatore del Comitato tecnico scientifico, Locatelli, del commissario straordinario Francesco Paolo Figliuolo e del ministro della Salute Speranza.

I governatori hanno chiesto che arrivino indicazioni, tramite una circolare. Il responsabile della Salute ha spiegato, sulla scia di quanto illustrato da Locatelli, che ci sarà una raccomandazione di somministrare AstraZeneca sopra i 60 anni, sulla falsariga di quanto deciso da Bruxelles. L’Unione europea punta ad una linea univoca, anche se alcuni Paesi come quelli scandinavi hanno avuto difficoltà ad allinearsi, secondo quanto viene riferito. Lo stesso Speranza ha riferito che il piano vaccinale non cambia.

L’obiettivo, anche quello del premier Draghi, è sempre quello di arrivare a 500 mila dosi al giorno entro fine aprile ma i presidenti di Regione sono rimasti interdetti dalla confusione che regna su AstraZeneca. “Solo alla fine – ha spiegato uno dei governatori – ci hanno riferito che AstraZeneca andrà bene anche per chi ha fatto la prima dose e deve fare la seconda”. “Qui è la colpa di tutti e di nessuno ma occorre – il ragionamento di un altro presidente di Regione – fare chiarezza, altrimenti si perde la fiducia dei cittadini nel vaccino”.

Da oggi sarà possibile aprire le somministrazioni di AstraZeneca alle persone di età compresa tra i 60 e i 79 anni, ha detto il commissario straordinario sottolineando che bisogna dare priorità alle persone fragili e ultra-ottantenni e rimarcando che non ci saranno impatti sul piano vaccinale, ad aprile “potranno esserci consegne superiori del 15-20% rispetto alle previsioni”. A sottolineare il pericolo di una confusione crescente sono stati in particolar modo Zaia e Toti, ma anche altri presenti, come Bonavitacola, in assenza di De Luca, hanno invocato chiarimenti.

“AstraZeneca è efficace”, la linea emersa da parte del Cts. Oggi ci sarà un nuovo incontro tra il governo e le Regioni. Sul tavolo il tema del ‘Recovery’ ma i presidenti di Regione chiederanno anche un piano per le riaperture e di poter ‘aprire’ al piu’ presto i confini. Ma molti governatori hanno il timore che non ci saranno margini su questo argomento. Da qui la possibilità di un’ulteriore distanza. Altra richiesta che arriverà sul tavolo dell’esecutivo quella di accelerare con il via libera a nuovi aiuti alle categorie danneggiate dal lockdown di Pasqua.

Il dl Sostegni bis arriverà solo dopo il Def, con il Consiglio dei ministri previsto per il 14 aprile quando il provvedimento verrà trasmesso alle Camere per essere approvato la settimana successiva. Il nuovo scostamento di bilancio potrebbe aggirarsi sui 30 miliardi. “Gli aiuti serviranno a dare liquidità alle imprese”, la rassicurazione arrivata dal governo alle forze di maggioranza che chiedono di accelerare.

AGI – “Se il Pd si allea con i grillini, no, non entreremo in questa alleanza”. Il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, non ha dubbi e in un’intervista al Corriere della Sera, chiarisce la sua posizione: “Siamo distanti dalla destra antieuropeista di Salvini e Meloni ma anche dal becero populismo di Di Battista e Beppe Grillo”. Per Renzi, dunque, “non con i sovranisti, non con i populisti”.

Anche se tutto gli appare “in divenire”, come a Roma, per esempio: qui “Letta non può appoggiare la Raggi, Conte non può scaricarla: mi sembra che questa alleanza sia lontana dal nascere. Se a questo aggiunge che i grillini sono preoccupati soprattutto dal no al terzo mandato il quadro – sostiene – è ulteriormente confuso. Pensiamo ai vaccini, alle graduali riaperture di scuole, teatri, ristoranti, bar. Sono temi più seri del futuro di Conte o di Di Maio”.

Poi su Letta, il leader di Iv, sottolinea che “la cosa più incisiva che il segretario ha fatto, ad oggi, è stata cambiare capigruppo imponendo la questione femminile. Ma allora bisogna continuare”, incalza, perché “si vota a Torino, Milano, Bologna, Roma, Napoli e per il seggio parlamentare di Siena – suggerisce Renzi – penso sia doveroso scegliere anche candidature femminili“.

“Noi a Bologna – prosegue – abbiamo la candidatura più forte, quella dell’avvocato Isabella Conti. Donna, di sinistra, riformista, sindaco capace, in prima linea contro gli scempi urbanistici e prima in Italia a dare asili nido gratis. Decideranno i bolognesi, non io. Ma se siamo coerenti con ciò che diciamo, Pd e Italia viva, dobbiamo andare a bussare alla porta di Isabella pregandola di candidarsi”.

Sull’ipotesi poi che Renzi lasci la politica, l’ex premier dice netto: “È il sogno dei miei avversari. Molti di loro ci sperano, li capisco. Mi spiace deluderli: io non smetterò di fare politica. Nel frattempo invece – continua – loro potrebbero cominciare a farla, magari senza pensare a me in modo ossessivo e preoccupandosi dei problemi del Paese. Tutte le volte che mi dipingono fuori dalla politica accade qualcosa” e invece, ricorda, “noi siamo ancora qua e rivendico la battaglia per far nascere il governo Draghi come quella per mandare a casa Salvini nel 2009”.

Sul fatto che Italia viva non decolli come partito e che anzi stia perdendo qualche pezzo, Renzi spiega: “Un partito lo misuri dalle proposte che fa, da quanto incide nella vita politica, dal contributo che porta al Paese. Non dai sondaggi più o meno ammaestrati. Non so se, come dicono, Italia viva abbia davvero il 2%. Se così fosse dovrebbero darci un premio doppio. Perché col 2% abbiamo cambiato la storia dei prossimi anni imponendo Draghi al posto di Conte. Se col 2% siamo stati capaci di questo, si figuri che cosa potremmo fare se solo avessimo l’8-10%”. 
 

AGI –  Un viaggio lampo che culminerà nella tarda mattinata di martedì con una dichiarazione congiunta del premier Mario Draghi e del neopremier libico Abdul Hamid Dbeibah. La prima visita ufficiale del presidente del Consiglio all’estero è in Libia dove, dopo il cessate il fuoco, un mese fa è nato un Governo unificato sotto l’egida dell’Onu. La missione è stata annunciata dal capo dell’esecutivo in Parlamento e servirà da un lato a ribadire – dopo i viaggi del ministro degli Esteri, Luigi Di Maio del 21 e 25 marzo – il sostegno italiano al governo di unità nazionale, dall’altro a rilanciare progetti infrastrutturali messi in campo da tempo da Roma e Tripoli.

Oltre ai lavori legati all’aeroporto internazionale, si punterà a sbloccare il piano della costruzione della cosiddetta ‘autostrada della pace‘. Una infrastruttura che di fatto non è mai stata avviata veramente. L’autostrada della pace secondo gli accordi siglati nel 2008 dall’allora premier Silvio Berlusconi e da Muammar Gheddafi, avrebbe dovuto attraversare la Libia per 1.750 chilometri come risarcimento per i danni causati dall’Italia durante il periodo coloniale. Il tracciato è quello della litoranea libica, la strada costruita durante il fascismo, inaugurata nel 1937 da Benito Mussolini e conosciuta anche come via Balbia. Con la realizzazione di quella che è considerata la piu’ importante arteria del Paese che collega il confine con la Tunisia a quello con l’Egitto nelle intenzioni dell’esecutivo si potrà dare nuovo impulso agli investimenti italiani. 
     “E’ chiaro – ha spiegato il presidente del Consiglio – che l’Italia difende in Libia i propri interessi internazionali e la cooperazione. Se vi fossero interessi contrapposti l’Italia non deve avere alcun dubbio a difendere i propri interessi internazionali, né deve avere timori reverenziali verso qual che sia partner. Ho sempre dimostrato estrema indipendenza nella difesa dei valori fondamentali dell’Europa e della Nazione”. 
    L’obiettivo di Roma è che si rispetti il percorso che porterà la Libia il 24 dicembre alle elezioni. “Occorre essere molto vigili – le parole del premier in Parlamento – che l’accordo sul cessate il fuoco venga rispettato con l’evacuazione di coloro che hanno alimentato questa guerra, i mercenari e gli eserciti di altri Paesi, tra questi la Turchia. L’Italia aiuterà la Libia – ha detto il presidente del Consiglio – “a fare riforme economiche che inizino ad affrontare la situazione sociale ed economica deteriorata fortemente”. Abdul Hamid Dbeibah ha visto ieri il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel.
    Altri dossier sul tavolo sono quelli legati alla stabilità dell’intera area del Mediterraneo, all‘immigrazione, alle forniture di gas con la possibilità di un partenariato nel settore della transizione energetica, all’emergenza sanitaria. Dbeibah ha annunciato via twitter di essere riuscito a fare arrivare circa 100 mila dosi di vaccini Sputnik V mentre la Cooperazione italiana ha provveduto a far giungere al porto di Tripoli una nave con oltre 10 tonnellate di materiale medico-sanitario, tra cui un milione di mascherine e kit d’emergenza. 

AGI – Un cambio di passo per il M5s. E’ quello segnato dalla prima uscita di Giuseppe Conte da capo politico in pectore del Movimento 5 stelle. L’accelerazione dell’ex premier, dettata con ogni probabilità dalle fibrillazioni dell’attesa interne al Movimento, non ha creato, al momento delusioni, visto che il rinvio della discussione sui ‘nodi’ era di fatto acquisito. Ma lascia in standby la galassia pentastellata, ancora in cerca di sapere quali saranno le modifiche dello statuto che potrebbero essere fondamentali: a partire dalla declinazione della leadership a 5stelle che gli ‘stati generali‘ del Movimento hanno disegnato come collegiale, mandando in soffitta la guida di una persona sola. E segna, tuttavia, nell’analisi di alcuni esponenti M5s, delle certezze. 

Gli auguri di Berlusconi

L’intervento di Conte, ma fonti di Forza Italia non confermano, sarebbe stato, intanto, ‘salutato’ da un ”in bocca al lupo’ anche di Silvio Berlusconi, che avrebbe sentito ieri l’ex premier. Il  cavaliere, non ha mai negato l’apprezzamento per lo stile dell’ex presidente del Consiglio con il quale vi sarebbero state interlocuzioni almeno fino alla pagina parlamentare contrassegnata dalla ricerca dei responsabili in Senato, in vista del Conte ter, poi naufragato.

Il cambiamento di M5s

Le parole di Conte – se partirà concretamente la nuova avventura –  indicano che oramai siamo ‘un’altra cosa’ rispetto agli inizi, sottolineano fonti qualificate. Il problema è comprendere in che cosa si intende trasformare il M5S: l’ex premier, viene notato, sicuramente non ha parlato agli attivisti e in qualche modo nemmeno agli eletti della prima ora. Il suo discorso – che nella forma annuncia come la comunicazione d’antan sarà d’ora in poi solo un ricordo –  ha “bocciato l’antisistema” come posizione. E’ sembrato guardare più ad una fascia moderata che, fermo restando l’orizzonte delle alleanze nel centro sinistra, ancora non fa capire dove si immagina di collocare il Movimento: “va bene essere Verdi, ma a destra o a sinistra del Pd?” è uno degli interrogativi.

I punti di svolta

Fra i punti di svolta che si leggono nelle parole di Conte, si osserva ancora, c’è il dato di fatto che il Movimento cesserà di essere un partito a costo zero: l’organizzazione delineata dall’ex premier comporterà sicuramente un costo. E su questo fronte si apre non solo il tema del contributo che gli eletti saranno chiamati a fornire (circa 2.500 euro al mese), ma anche una domanda. E cioè, quale sarà la destinazione dei circa 7 milioni che sono confluiti nel conto-restituzioni per  sovvenzionare fondi come quello delle piccole imprese e che, viene riferito, sono, a tutt’oggi fermi?

 Quanto alla questione del secondo mandato ‘sì o no’, la consapevolezza, spiegano fonti M5s, è che, qualunque scelta venga fatta, qualcuno ‘si farà, gioco-forza del male’ perchè verrà escluso dalla possibilità di tornare in Parlamento. Il che crea qualche scontento. Mentre Conte, nel frattempo, ha detto chiaro che la regola ‘uno vale uno’ deve essere accompagnata, nelle future ‘investiture’, da quella della competenza. 

Lo stop alle correnti

Sulle correnti, a cui Conte ha detto ‘stop’, il ragionamento è che in questa fase continueranno i posizionamenti. E sul ruolo di Di Maio, che nelle scorse ore ha incontrato il segretario del Pd, Enrico Letta, si aprono altre riflessioni. Perchè Di Maio e non gli altri M5s? Di Maio – è la replica che arriva da alcune fonti – è stato l‘unico capo politico M5s eletto dalla base ed è quindi ovvio che il segretario Dem lo abbia incontrato, in questa sua nuova veste di guida Pd. Ma se Conte sarà votato leader del M5S 2.0 quale sarà la posizione del ministro degli Esteri, che  “non dimentichiamoci” è stato l’unico a portare il Movimento in ben due governi e che viene considerato punto di riferimento? E’ questo uno dei quesiti.

Il fronte Rousseau

Altro fronte è Rousseau. Conte non ha mai citato la ‘creatura’ di Davide Casaleggio, ma ha assicurato che il suo ingresso nel M5S passerà per un’adesione online della base. Se si utilizzerà un’altra piattaforma si porrà un problema, secondo alcune fonti, da non sottovalutare: bisognerà presumibilmente avviare un’altra iscrizione di tutti gli aventi diritto per poter procedere alle votazioni. Altrimenti non sarà possibile certificarle. O, quantomeno, bisognerà, chiedere, a tutti coloro che attualmente partecipano alle decisioni, l’ok a migrare su un altro contenitore web. Insomma, bisognerà aspettare dopo Pasqua per capire come evolverà il Movimento che ha di fronte una prima prova sul campo: quella delle amministrative, a partire da Roma

AGI – Enrico Letta e Giuseppe Conte, i due leader politici con il compito di rilanciare il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle e strutturare l’alleanza in previsione delle prossime elezioni amministrative per scegliere i sindaci di tante città tra cui Roma, Milano, Torino, Napoli e Bologna.

Per Letta è un ritorno nel PD, nel 2015 presentò le dimissioni da deputato alla Camera e non rinnovò la tessera; per Conte, invece, è la prima volta da leader di un movimento politico, provenendo direttamente dalla Presidenza del Consiglio. Due novità sullo scenario della politica italiana sulle quali abbiamo misurato il sentiment – l’analisi in tempo reale delle reazioni ed emozioni degli utenti inerenti un qualsiasi evento, locale o globale – dell’opinione pubblica, e analizzato le conversazioni online con gli algoritmi di intelligenza artificiale di *Kpi6.

 

In questa fase i valori di sentiment, positivi e negativi, sono pressoché identici per entrambi; quelli negativi (60% vs 62%) sono comunque migliori rispetto a quelli riscontrabili generalmente per gli altri leaders politici. Ricordiamo che all’interno del sentiment negativo rientrano anche molte lamentele e critiche inerenti i problemi del paese, i provvedimenti attesi e non ancora attuati, e attacchi agli avversari appartenenti ad altri schieramenti.

Interessante notare l’andamento dell’apprezzamento dell’audience per l’ex presidente del Consiglio dimissionario: la curva associata a Conte (gialla) si muove in maniera simile a quella di Enrico Letta (rossa), ma si impenna in coincidenza della partecipazione all’assemblea in streaming del M5s, giovedì 1° aprile.

Nell’ultimo anno l’indice di gradimento è sempre stato alto per il professore universitario – si ipotizzava persino la nascita di un suo partito, stimato al 13,5% di consenso -. E nonostante a marzo la comunicazione social di Conte sia ridotta con pochi post pubblicati e pochi temi trattati, il sentiment positivo è rimasto intatto, un capitale di consenso che si è riattivato appena è tornato in video streaming, affermandosi come leader del Movimento e rientrando a tutti gli effetti all’interno dell’arena politica.

Enrico Letta e Giuseppe Conte sono uniti nei toni, misurati e costruttivi, ma si differenziano nell’utilizzo degli strumenti di comunicazione digitale: a marzo su Twitter Letta è stato attivissimo su tanti temi, in media pubblicando 4 tweet e 3 retweet al giorno, destinati ad una base follower non larghissima (619.109 persone): collegamenti con i circoli del partito sui territori, incontri con altri leaders, ringraziamenti per l’incarico. Le basi per la costruzione di un campo largo, inclusivo, passando attraverso l’elaborazione di un programma condiviso. Una comunicazione tuttavia non ingessata, ma anche sdrammatizzante. Una forte propensione all’utilizzo di Twitter, superato solo da Matteo Salvini e Giorgia Meloni, in assoluto i due politici più attivi in tal senso.

Oggi #1Aprile, riunita la #SegreteriaPD, ho nominato il mio incaricato speciale per i rapporti con le #correnti. pic.twitter.com/ZuIlIiePUU

— Enrico Letta (@EnricoLetta)
April 1, 2021

Giuseppe Conte ha un seguito più ampio su Twitter (998.294 follower) e ha pubblicato solo 4 contenuti di tipo celebrativo e commemorativo come la Giornata Nazionale dedicata alle vittime del Covid, la festa del papà, i 160 anni dell’Unità d’Italia, e gli auguri di buon lavoro proprio ad Enrico Letta in occasione della nomina a segretario del PD.

Il leader del M5s predilige comunicare su Facebook, come già ci aveva abituato durante il suo incarico alla Presidenza del Consiglio, strumento nel quale ha individuato l’audience di riferimento. Proprio su Facebook ha pubblicato il suo lungo intervento all’Assemblea del Movimento per illustrare il nuovo progetto e la linea politica.

All’interno delle conversazioni online Enrico Letta è associato alle vicende del PD e a Matteo Renzi, mentre Conte è associato a Mario Draghi, alla gestione del Covid, al lockdown e ai dpcm. Una nutrita audience di nostalgici che ricorda volentieri la sua esperienza di governo, facendo confronti con l’attuale gestione.

Analisti: Gaetano Masi, Marco Mazza, Giuseppe Lo Forte
Giornalista, content editor: Massimo Fellini

AGI – “Questa rigenerazione deve portare alla morte della dittatura dei like e alla vittoria della competenza”. Lo sostiene Roberta Lombardi, garante a 5 Stelle, neoassessora alla Regione Lazio, in un’intervista alla Stampa nella quale riconosce all’ex premier Giuseppe Conte, ora nuova guida del Movimento, “una caratura morale e politica”, per poi aggiungere: “Conte ha chiesto di abbandonare gli equivoci, parlando della regola dell’ ‘uno vale uno’. Ricordo che anche Gianroberto Casaleggio si lamentò con me della mancanza di competenze nel Movimento e di fronte alla frase ‘uno vale uno’ mi rispose: ‘Sono stato frainteso’. Ecco, è il momento di chiarire. La competenza è un valore e non può essere messa in secondo piano rispetto alla popolarità sul web”.

E sul doppio mandato chiarisce: “Chi si è dimostrato bravo potrà continuare a fare politica in altri ruoli, da ministro, da capo di gabinetto o nel cda di qualche partecipata. Lì non ci sono limiti. Ma questa discussione è diventata stucchevole”. E a chi nel Movimento minaccia di sospendere le contribuzioni ribatte: “Chi lo farà, darà la misura del proprio valore, della propria vocazione e dell’idea che ha del servizio civile. Nessuno di loro sta facendo una vita di stenti e privazioni”.

Quindi sul correntismo: “Conte vuole evitare la patologia delle correnti, dove non si esercita il confronto tra pensieri diversi, ma si cerca di ottenere potere e perpetrare se stessi. Se poi le associazioni, come i think tank, vogliono diventare luoghi di confronto aperti alla società civile, nel solco di quell’apertura chiesta da Conte, sono benvenute. Se invece lo scopo è un altro, chiudiamole subito” perché “il nuovo Movimento non è precluso a nessuno. Ci saranno regole nuove e chi vuole rientrare dovrà adattarsi al contesto mutato. Chi ad esempio votò contro il governo Draghi non può rientrare continuando a professarsi contrario. L’atteggiamento, le parole, dovranno cambiare”, conclude Lombardi.

AGI – In Sardegna una riforma delle autonomie locali, la seconda in cinque anni, ripristina 4 Province già cancellate nel 2016, triplica i Comuni dell’attuale Città metropolitana di Cagliari (ne aggiunge 54 agli attuali 17) e istituisce quella di Sassari. Il riassetto degli enti intermedi comporterà più spese, al momento solo stimate, la cui copertura finanziaria è dubbia, secondo quanto evidenziato da parte dell’opposizione.

A regime le nuove Province costeranno alle casse pubbliche maggiori oneri per 835 mila euro l’anno, di cui 250 mila per gli amministratori, 225 mila per i revisori e 360 mila per i segretari, secondo la relazione tecnica allegata al testo, approvato, fra gli applausi, dal Consiglio regionale coi voti della maggioranza di centrodestra e di buona parte dei consiglieri del centrosinistra, spinti soprattutto da ragioni di rappresentanza dei territori in cui sono stati eletti.

I festeggiamenti, dunque, sono stati bipartisan fra i banchi del Consiglio regionale, soprattutto tra coloro che hanno sostenuto la riesumazione delle Province cancellate. “È una buona riforma, che accoglie le istanze dei territori”, sostiene Pierluigi Saiu (Lega), presidente della Prima commissione (Autonomia).

“È un altro tassello importante per la creazione di una Sardegna moderna”, la definisce il presidente del Consiglio regionale, Michele Pais (Lega), “sempre più vicina al cittadino, in cui finalmente tutti i territori dell’isola hanno parità  di trattamento”.

“Una riorganizzazione in chiave federalista”, commenta il presidente della Regione, Christian Solinas (Psd’Az), “con più autonomia e protagonismo dei territori, e maggiori servizi che si traducono in più possibilità per i giovani e rappresentano formidabili armi di contrasto allo spopolamento e all’esodo giovanile”.

I costi stimati di quella che l’assessore agli Enti locali, il sardista Quirico Sanna, ha definito “riforma dal basso”, non sono definitivi. Per quest’anno, le spese previste ammontano a 796 mila euro. I maggiori oneri dipendono dal fatto che dagli attuali 5 enti intermedi si passa a 8.

Cosa cambia con la nuova legge

La Sardegna avrà due Città metropolitane: Sassari con 66 centri e le funzioni della Provincia soppressa e delle unioni dei comuni, e Cagliari con 71, che erediterà le funzioni del Sud Sardegna. Le Province saranno sei: a Oristano e Nuoro, con circoscrizioni modificate, si aggiungeranno le riesumate Sulcis-Iglesiente, Ogliastra, Medio Campidano e Gallura, che prima della cancellazione costavano circa 38 milioni l’anno, come ha ricordato il Progressista Massimo Zedda.

L’ex Provincia di Olbia-Tempio è stata ribattezzata Sud-Est Sardegna, con un emendamento trasversale sostenuto dai consiglieri galluresi.

La ‘liquidazione’ della Provincia del Sud Sardegna, sarà affidata a un commissario di nomina regionale, mentre le altre saranno gestite da amministratori, sempre scelti dalla Giunta, fino alle elezioni di secondo livello, da svolgersi entro il 31 dicembre prossimo.

Il testo unificato, che nelle scorse settimane ha animato polemiche sui social, anche a livello nazionale, riscrive la riforma del 2016, voluta dall’allora maggioranza di centrosinistra, con cui erano nate la Provincia del Sud Sardegna e la Rete metropolitana di Sassari. Entrambe sono state soppresse durante il lungo iter a singhiozzo in Aula, causa controversie nella maggioranza di centrodestra su tre nodi, sciolti dopo interminabili riunioni e continui rinvii delle sedute dell’Aula: il commissariamento della Città metropolitana di Cagliari (poi saltato, per lasciare le redini al sindaco metropolitano Paolo Truzzu, FdI); lo slittamento delle elezioni comunali al prossimo autunno, data l’emergenza Covid (approvato con un emendamento della Giunta); le competenza in materia di concessioni demaniali marittime, che la Regione ha deciso di togliere ai Comuni costieri, dopo una diatriba con sei amministrazioni che non le avevano prorogate fino al 2033.

Il referendum consultivo

L’ultima parola sulle adesioni a ciascun ente intermedio spetterà alle comunità interessate, che potranno esercitare l’opzione di distacco dalla Città metropolitana o dalla Provincia cui sono state assegnate in prima battuta: è previsto un referendum consultivo, indetto dalla Regione con un unica tornata per tutti i centri interessati, nel caso i consigli comunali interessati abbiano deliberato il distacco senza raggiungere l’unanimità o se la consultazione sia richiesta da almeno un terzo degli iscritti nelle liste elettorali del Comune.

Le Unioni di Province

Il testo unificato introduce la possibilità per le Province di associarsi, per formare Unioni di massimo tre Province per la gestione associata di funzioni e servizi. Ogni Unione potrà stipulare convenzioni e dovrà dotarsi di uno schema di statuto per definire i propri organi, la sede legale, modalità di funzionamento, funzioni e servizi da esercitare in forma associata.

“Oltre alle due Città metropolitane di Cagliari e Sassari, in Sardegna ci saranno altri due blocchi”, argomenta il consigliere regionale del Pd, Roberto Deriu, già presidente della Provincia di Nuoro “In quello ad est potranno entrare a far parte le Province di Olbia-Tempio, Nuoro e Ogliastra. Nell’altro, a sud-ovest, Oristano, Sulcis-Iglesiente e Medio Campidano”.

Le posizioni dei partiti

Alla riorganizzazione degli enti locali si sono opposti formalmente il M5S (anche se l’ex capogruppo Desirè Manca, sassarese, ha votato sì all’istituzione della nuova Citta’ metropolitana) e i Progressisti (con qualche distinguo), nella minoranza. Nel centrosinistra soprattutto dal Pd, che pure ha votato a favore, sono arrivate critiche all’allargamento della Città metropolitana di Cagliari.

Nel centrodestra, invece, si sono sfilati i Riformatori sardi, che nel 2012 erano stati fra i sostenitori del referendum consultivo regionale col quale i sardi si erano pronunciati senza esitazioni per l’abolizione non solo delle quattro Province di nuova istituzione ma anche di quelle ‘storiche’, sulla scia del forte sentimento ‘anticasta’ di quel periodo.

Il “riassetto territoriale” si propone – così dichiara l’articolo 1 della legge – di favorire l'”equilibrio territoriale tra le diverse aree della Sardegna e di promuovere opportunità di sviluppo e di crescita uniformi e omogenee nell’isola”. Il relatore di maggioranza Antonello Peru (Udc-Cambiamo), forte sostenitore della Città metropolitana di Sassari, sostiene che questa legge pone le basi di un “federalismo sardo nel quale le comunità locali sono protagoniste e motore dello sviluppo”.

Il Cal, Consiglio delle autonomie locali, ha auspicato il ripristino dell’elezione diretta di presidenti e consigli provinciali per “assicurare a tutti i cittadini il diritto di accesso alle cariche elettive”. Al momento le Province (Sassari, Oristano, Nuoro e Sud Sardegna) sono governate da amministratori straordinari nominati dalla Giunta regionale (le prime tre sono commissariate dal 2013) e le previste elezioni di secondo livello sono state negli anni sempre rimandate.