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"Sono dell'idea che il M5S ha sempre parlato di coraggio e obiettivo. Io voglio rendere felici i miei concittadini, non dobbiamo fossilizzarci sui numeri. Questa manovra è un atto di coraggio che l'Italia aspettava da anni. O facciamo un atto di coraggio o andiamo a casa".

Lo afferma il vicepremier e ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, a Radio1, secondo il quale "non si può tornare indietro, io non lo accetto. Non rinuncio a quota 100 e alla riforma Fornero". Di Maio si sofferma poi sullo spread: "Questa storia dello spread a 400 è solo un modo per terrorizzare i cittadini". Le parole di Savona "sono state strumentalizzate", dice riferendosi all'intervento di ieri sullo spread del ministro che aveva annunciato modifiche alla manovra nel caso in cui il differenziale fosse salito sopra i 400 punti. 

"Ci sono troppe persone dell'establishment che fanno il tifo per questo, lo spread è stato a 270-280, 330-300 da quando ci siamo noi perché c'è un pregiudizio. Ma io sono molto ottimista, quando parleremo con l'Ue e spiegheremo la manovra si calmerà".

 

Salvini contro Soros: come Viktor Orban, sottolinea il Sole 24 Ore, e come Donald Trump, il leder della Lega si scaglia contro il finanziere americano di origine ungherese reo, secondo lui, di manipolare lo spread per far andare fuori giri il governo. "Se volessi pensare male" ha detto Salvini "direi che dietro lo spread di questi giorni c'è una manovra di speculatori alla Soros che puntano al fallimento di un Paese. A nome del governo dico che non torneremo indietro. Chi vuole speculare sull'economia italiana sappia che perde tempo", Il vicepremier parla di “una manovra di speculatori alla vecchia maniera, per comprarsi a livello di saldo le aziende sane, che sono tante, di questo Paese”.

“C’è qualcosa che viene prima dello spread”

“Come ministro dell’Interno – sottolinea Salvini – do molta importanza allo spread e all’andamento dei mercati. Ma sono anche attento a garantire il diritto al lavoro, alla vita e alla famiglia. Questi diritti vengono prima dello spread”. Ed ancora: "Siamo di fronte allo scontro tra economia reale e quella virtuale, tra vita vera e realtà finanziaria. I cittadini votano al di là dei titoli dei giornali”.

Ma Giorgetti si preoccupa

La linea quindi è quella di non arretrare di un centimetro. Fonti parlamentari del partito di via Bellerio riferiscono i timori del sottosegretario Giorgetti per l’impennata dello spread e il pericolo di un declassamento delle agenzie di rating. E i timori dell’ala ‘veneta’ che non nasconde i dubbi sul reddito di cittadinanza. Ma la strategia non prevede un ‘piano B’.

“E se lo spread arriva a 500, a 600, a 700? Mi auguro di no, perchP ci vanno di mezzo i nostri risparmi”, afferma il leader della Lega, “nessuno pensi che faremo la fine della Grecia, assolutamente no".

“Voglio dire a nome del Governo – ha sottolineato ancora il vicepremier – che non torneremo indietro. A chi pensa di speculare sull'economia italiana dico che perdono tempo e soldi perché noi andiamo avanti”. Nessuna voglia di cedere ai ricatti.

L’atto di fede di Di Maio

"Se si mettono in contraddizione il mercato e i diritti dei cittadini – sottolinea anche Di Maio – il mercato perde sicuro. Noi abbiamo varato una manovra in cui crediamo”.

“È colpa di Juncker”

Intanto dopo il ministro dello Sviluppo che ha inveito contro i Commissari Ue che “sparano sull’Italia” e contro le testate giornalistiche che a suo dire soffiano sul fuoco, è il turno ancora di Salvini indicare quali siano i nemici: “Sono gli Juncker, i Moscovici e tutti coloro che stanno asserragliati nel bunker di Bruxelles. L’Unione europea sbanda come un autobus guidato male“. E per avvalorare la sua tesi contro i burocrati delle istituzioni Ue “spiegare il lavoro di consulenza che molti ex commissari e presidenti della Commissione europea svolgono dopo il loro mandato e per chi. Capiremmo molte più cose”.

“Buoni a fare impieghi fittizi”

Infine una battuta su Macron: “L’incontro che ha avuto con Saviano? Spero solo che non si siano fatti un selfie svestiti, come usa fare Macron di recente”, afferma con Marine Le Pen al suo fianco in occasione di un convegno dell’Ugl.

Dura la replica da Parigi: “Mi permetto di ricordare che entrambi sono stati eletti al Parlamento europeo nel 2004 e sono rimasti in carica fino al 2017 – ha scritto in un tweet il numero uno di En Marche e fedelissimo del presidente francese, Christophe Castaner – . Il loro bilancio per l'Europa? Zero. Ah sì, dimenticavo: un'inchiesta per impieghi fittizi per il Front National”. L’opposizione intanto è sulle barricate: “Stanno scherzando col fuoco. E il conto lo pagheremo tutto, fino all'ultimo centesimo, noi cittadini italiani", dice l’ex segretario Pd, Matteo Renzi. Preoccupato anche Silvio Berlusconi.

“Qui crolla tutto”

L’ex premier, riferiscono fonti di FI, con i suoi ha ricordato che fu proprio l’aumento dello spread a mettere in ginocchio il suo governo. "Qui crolla tutto. Gli investitori Internazionali stanno vendendo qualsiasi cosa abbia a che fare con L'Italia”, afferma l’azzurro Brunetta. “Siamo sotto attacco ma si abbassano le difese”, sottolinea anche il vicepresidente di FI, Tajani.

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte ha negato qualsiasi violazione della legge per la cattedra di professore ordinario ottenuta nel 2002 superando un concorso all'università di Caserta. In una lettera a Repubblica, che aveva denunciato l'incompatibilità di Guido Alpa che faceva parte della commissione esaminatrice e con cui Conte avrebbe collaborato professionalmente, il premier ha ribattuto alle accuse. 

Conte esordisce lamentando "falsità e diffamazioni" che sul suo conto sarebbero state scritte dal quotidiano fin dall'insediamento del governo. Poi spiega di voler ribattere perché è stato coinvolto il professor Alpa, "giurista unanimemente apprezzato in Italia e all'estero", e "questo non è giusto perché Alpa è fuori dalla contesa politica e in ogni caso", ha aggiunto il presidente del Consiglio, "non merita attacchi così palesemente strumentali e diffamatori".

"Alpa non era il mio maestro, eravamo colleghi"

Il premier ha quindi precisato che Alpa non è stato "propriamente" il suo "maestro" (tale lui considera il prof. Giovanni Battista Ferri con cui si era laureato e aveva avviato l'attività di assistente universitario). "A differenza di quanto riportato", ha precisato Conte, "io e il prof. Alpa non abbiamo mai avuto uno studio professionale associato né mai abbiamo costituito un'associazione tra professionisti". "All'epoca dei fatti, aveva sì uno studio associato, ma a Genova, con altri professionisti. Mentre a Roma siamo stati 'coinquilini' utilizzando una segreteria comune, che serviva anche altri studi professionali, tutti collocati nello stesso stabile, come spesso avviene nel mondo professionale, dove è frequente che diversi professionisti si ritrovino a condividere un medesimo indirizzo professionale, anche solo per economia organizzativa, mantenendo tuttavia distinte le rispettive attività professionali. 

Il premier ha anche ribattuto all'osservazione che fu incaricato insieme ad Alpa di difendere il Garante Privacy in un giudizio contro la Rai nel 2001, quindi prima del concorso. "Verissimo", scrive Conte, "risulta per caso all'eminente articolista e al Suo giornale che nel caso due professionisti vengano incaricati da un cliente (peraltro istituzionale: Garante Privacy) di far parte del medesimo collegio difensivo si produca una qualche forma di conflitto di interessi tra loro in vista di futuri concorsi? Quale sarebbe la ragione di questa incompatibilità visto che sia io che Alpa abbiamo svolto la nostra attività quali professionisti autonomi e fatturato al nostro cliente ciascuno per proprio conto?".

"Stiamo ragionando di un concorso svoltosi nel 2002. Di un concorso pubblico che siè concluso con l'unanime deliberazione favorevole di tutti i commissari", ha poi ricordato il premier. Repubblica, da parte sua, ha ribattuto ricordando che era stato lo stesso Conte a indicare nel suo curriculm l'apertura nel 2002 di uno studio legale con Alpa, con il quale peraltro hanno lavorato insieme "in svariate occasioni, accademiche e professionali", anche "sostituendosi a vicenda nella cause" che patrocinavano.

Non ci sarà alcun rimpasto nel governo gialloverde, assicura Luigi Di Maio in un'intervista al Corriere della Sera, con la quale il vicepremier risponde alle voci che vorrebbero Alessandro Di Battista in procinto di andare alla guida della Farnesina, Paolo Savona al posto di Giovanni Tria al ministero di via XX Settembre e fuori dalla compagine governativa Danilo Toninelli (Trasporti) e Giulia Grillo (Sanità). Ipotesi accreditata da diversi osservatori negli ultimi giorni e che presuppone le dimissioni del ministro Tria in caso di bocciatura della manovra da parte di Bruxelles.

Dice Di Maio al Corriere: "Chiesi ad Alessandro (Di Battista, ndr) di fare il ministro, ma lui stava partendo e non volle", ricorda il vicepremier. "Né da parte mia, né da parte sua, c'è la volontà di sostituire alcun ministro". Sui rapporti tesissimi con la Commissione sulla Manovra e su una possibile uscita dall'Euro di Maio dice: "No, non c’è nessun piano B. Per me l’appartenenza all’Unione europea non è in discussione così come non è in discussione l’uscita dall’euro. È la Commissione che ha sei mesi di vita, dopodiché nessuno di questi soggetti farà più il commissario".

Cosa ha detto il vicepremier al Corriere

"Ci sarà in tutti i Paesi un tale terremoto contro l’austerity che le regole cambieranno il giorno dopo le elezioni. Ma il piano B non esiste, questa manovra noi la vogliamo discutere con le istituzioni europee. Loro non sono d’accordo con il nostro livello di deficit, però se è vero che sono aperti al dialogo anche noi lo siamo. C’è tutta la volontà di spiegare la manovra del popolo, che ripaga la gente di tanti torti e ruberie".

"Con il premier mi confronto sempre e siamo d’accordo. Non so se Giorgetti ha cambiato idea. Ma a me interessa l’opinione di Salvini, con il quale ci siamo detti che non si torna indietro. Se andiamo in Parlamento con l’idea di cambiare il 2,4 di deficit, gli squali sentono il sangue e azzannano. Non c’è un piano alternativo".

"Non è vero che i soldi non ci sono. Anche il governo Renzi fece il deficit al 2,4%, la novità è che lo facciamo noi".

"I fondi non ti comprano se i titoli diventano spazzatura e noi non siamo a quel punto. Il declassamento c’è stato anche con Letta e Renzi e non dipende dalla manovra che fai, ma dall’andamento generale del Paese".

"So che la visita di Draghi era prevista da tempo e non credo che il presidente si metta a mandare messaggi di preoccupazione utilizzando l’incontro con la Bce. Non lo dico in contrapposizione con Mattarella, ma il governo deve realizzare le promesse".

"Parliamo di sei milioni di italiani sotto la soglia di povertà relativa o assoluta. È una misura seria che innescherà la crescita. Ma poiché sono stufo di facili ironie farò conoscere tutti gli strumenti insieme. Vedremo se servirà un testo collegato, o un decreto dove inserire tutto quello che non entra nella manovra".

Leggi qui l'intervista integrale al Corriere della Sera

In commissione martedì per le audizioni e in Aula giovedì per il via libera. La Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (Def) con le nuove stime di crescita e gli obiettivi di bilancio inizierà l'iter di approvazione in Parlamento con un giorno di ritardo rispetto alla tabella di marcia e per la sua approvazione deputati e senatori avranno a disposizione meno di 72 ore.

Alle 10 del 9 ottobre il lavori si apriranno con l'audizione del ministro dell'Economia, Giovanni Tria, davanti alle commissioni Bilancio della Camera e del Senato che si riuniranno nella Sala del Mappamondo di Montecitorio. Il ritardo nella trasmissione del testo al Parlamento imporrà tempi stretti. Nell'arco della stessa mattinata di martedì i commissari sentiranno infatti anche i rappresentanti della Banca d'Italia (alle 11,30), dell'Istat (alle 12,45), della Corte dei Conti (alle 14).

In serata sarà la volta dell'Ufficio parlamentare di Bilancio (convocato per le 20,15) che dovrà rendere noto l'esito della validazione del nuovo quadro programmatico dei conti. Mercoledì le commissioni saranno impegnate nell'esame del testo che giovedì approderà in Aula, sia a Montecitorio (alle 16) che a Palazzo Madama.

Il Parlamento dovrà approvare anche l'autorizzazione allo scostamento del piano di rientro dei conti pubblici, che dovrà essere votato a maggioranza assoluta. Prima della presentazione alle Camere del disegno di legge di Bilancio, fissata al 20 ottobre, il 15 il governo dovrà trasmettere alla Commissione europea il documento programmatico di bilancio, con i saldi di finanza pubblica e l'ossatura delle misure che saranno contenute nella manovra. Bruxelles avrà due settimane di tempo per pronunciarsi e inviare la sua risposta all'Italia.

Entro la prima settimana di novembre alla Camera sarà avviata poi la sessione di bilancio (la manovra e il decreto legge fiscale). Il cammino della manovra in Parlamento potrebbe essere più tortuoso del previsto. La legge di Bilancio sarà infatti 'accompagnata' da dodici disegni di legge e tra questi ce ne sarà uno dedicato al Reddito di cittadinanza e alla riforma dei centri per l'impiego, uno dei punti centrali del programma di governo firmato dal Movimento 5 stelle e dalla Lega.

Gli altri 'collegati' riguarderanno:

  • le misure a favore delle startup innovative;
  • quelle a favore dei soggetti coinvolti dalla crisi del sistema bancario;
  • l'introduzione di misure fiscali agevolate per le società che riducono le emissioni inquinanti;
  • le misure per il dissesto e il riequilibrio finanziario degli enti locali; gli interventi per la concretezza delle azioni delle pubbliche amministrazioni e la prevenzione dell'assenteismo;
  • il riordino della materia dello spettacolo e per la modifica del codice dei beni culturali;
  • il riordino del settore dei giochi;
  • le disposizioni in materia di ordinamento sportivo e di professioni sportive;
  • le disposizioni in materia di istruzione, università, alta formazione artistica, musicale e coreutica, ricerca e attività sportiva scolastica e universitaria, nonché di riassetto, semplificazione e codificazione della normativa dei medesimi settori;
  • le disposizioni per la modernizzazione e l'innovazione nei settori dell'agricoltura, dell'agroalimentare, del turismo e dell'ippica e la riforma del Codice del Lavoro. 

Come già fatto dalla Camera, anche il Senato – dopo diversi stop and go – si appresta a dare un taglio ai vitalizi degli ex senatori. Il Consiglio di presidenza di Palazzo Madama ha adottato come testo base la stessa delibera approvata dall'Ufficio di presidenza di Montecitorio. Dunque, salve le modifiche che potrebbero essere apportate al testo durante l'esame – il termine per gli emendamenti è fissato alle 15 di lunedì 15 ottobre – è possibile fare una comparazione degli effetti della 'sforbiciata' nei due rami del Parlamento. In tutto sono circa 2.700 i vitalizi erogati agli ex parlamentari, per un importo totale di circa 200 milioni di euro.

Sommando la cifra relativa alla Camera con quella del Senato si ottiene un risparmio di circa 56 milioni all'anno, e cioè circa 280 milioni a legislatura.

I vitalizi alla Camera

Sono 1.405 i vitalizi erogati da Montecitorio, tuttavia il taglio approvato dall'Ufficio di presidenza lo scorso luglio riguarda una platea di 1.338 ex deputati.

La delibera è approvata con i voti favorevoli del Movimento 5 stelle, della Lega, del Pd e di FdI, mentre FI si è astenuta e Leu e gruppo Misto non hanno partecipato al voto. Secondo le stime fatte dal presidente Roberto Fico, ammonta a circa 40 milioni l'anno il risparmio per le casse della Camera, una cifra che si aggira intorno ai 200 milioni per l'intera legislatura.

Il taglio avrà effetto a partire dal 1 gennaio del 2019. Sono però consentite riduzioni del taglio dell'assegno percepito in specifici casi di particolare difficoltà sociale ed economica. Gli assegni finora erogati saranno ricalcolati secondo il metodo contributivo e, quindi, subiranno una diminuzione che va dal 40 al 60% fino all'80% dell'importo oggi percepito.

Anche se è difficile stabilire la quota esatta di tagli, in base ad alcune proiezioni effettuate, si calcola che alcuni assegni subiranno un taglio che può raggiungere anche i 5 mila euro. Il taglio più consistente riguarderebbe 11 ex deputati. Sono previsti due tetti minimi: 980 mila euro o 1.470, che valgono per quei casi in cui sarebbe troppo basso l'importo dell'assegno ricalcolato.

La riduzione più consistente per numero è quella che va dal 20 al 50% e riguarderebbe oltre 700 ex deputati. Si tratta, comunque, di una platea di ex parlamentari che hanno un'età avanzata (sarebbero oltre 140 gli ultra ottantenni). Saranno invece 'salvi' 67 ex deputati, il cui vitalizio non subirà alcun ritocco ma per loro viene introdotto un tetto massimo.

La ratio è che con il ricalcolo avrebbero incassato un assegno di importo maggiore e, quindi, viene messo un tetto limite che si calcola sulla base dell'ultimo vitalizio percepito al 31 ottobre 2018.

I vitalizi al Senato

L'iter non è ancora concluso, ma oggi il Consiglio di presidenza di palazzo Madama ha compiuto il primo passo verso il taglio dei vitalizi, adottando come testo base la stessa delibera approvata dalla Camera.

Entro lunedì 15 ottobre dovranno essere presentati eventuali emendamenti, da martedì 16 inizierà la discussione e quindi il voto finale. Sulla base del raffronto con i dati della Camera e quelli forniti dal presidente dell'Inps, Tito Boeri, in audizione lo scorso 19 settembre, sono circa 16 milioni i risparmi per il Senato in un anno, 80 milioni nell'intera legislatura.

Si tratta di una 'sforbiciata' che riguarda circa 1.300 ex senatori che percepiscono il vitalizio, anche se bisognerà attendere i dati precisi che saranno forniti dal Consiglio di presidenza di palazzo Madama, in quanto alcuni ex senatori potrebbero essere esclusi dalla misura, come già accaduto alla Camera. 

La Commissione europea non ha ancora ricevuto la nota di aggiornamento al Def licenziata ieri dal Consiglio dei ministri, ma si aspetta di ricevere il documento in giornata. E' quanto emerge a Bruxelles.
    Ieri sera il governo, al termine della riunione a palazzo Chigi, ha annunciato di avere inviato le tabelle al Parlamento e alla Commissione europea.

Duecento anni fa, in netto anticipo sulle richieste di Cavour, nasceva il primo Italiano. Italiano in tutto e per tutto, anche se l’Italia era ancora lungi dall’esser fatta: vispo, furbo, intelligente, gran maneggiatore dei destini propri e altrui, con una certa tendenza al rimorchio (e gravi conseguenze dovute alla stessa) come anche all’avventura. Voltagabbana, un pizzico ribaldo.

Un santo in paradiso

Era il 4 ottobre del 1818, giorno di San Francesco, e fu così che il commerciante di granaglie Crispi Tommaso, di Ribera in provincia di Agrigento guardò la consorte Genova Giuseppa, di anni 27, e decise che il fantolino avrebbe dovuto chiamarsi secondo il calendario. Un santo in paradiso è sempre meglio averlo. E al mondo venne Francesco Crispi, che in capo a qualche decennio avrebbe portato al suo Paese il meglio e il peggio di quello che ci si potrebbe aspettare. Splendori e miserie di una Grande Cortigiana che avrebbe giocato per la Corona sapendo di essere repubblicana, per la Germania occhieggiando maliarda all’Inghilterra, da Sinistra ma comportandosi da Destra. Grande proletaria ma, trasformisticamente, voluttuosa aspirante donna di province. Specie se d’Oltremare.

Storia di un italiano

Crispi era un giovanotto di belle speranze e parlar sciolto. Logico che il padre, di condizioni agiate, lo mandasse a studiar giurisprudenza a Napoli, che all’epoca era come dire ora Oxford o per lo meno Georgetown. Qui lui imparò che studiare è importante per la tua posizione, ma se la posizione te la vuoi fare per davvero devi anche agitarti. Divenne allora mazziniano ascendente garibaldino.

Complici i tempi immaturi, finì in esilio per mezza Europa, a cominciare dalla non lontana Malta per passare in Portogallo ed anche oltre. Sviluppò allora, a fianco del carisma naturale, una grande passione per la politica internazionale, che lui interpretò però non come avrebbe fatto un lord inglese (un Grande Gioco per l’egemonia nel Mediterraneo) o uno Junker tedesco (pura volontà di potenza), ma come un mercante italiano medievale. Cioè: si va dove ci conviene, e poi si vedrà.

Rientrato in Italia, si dette inevitabilmente alla politica oltre che all’esercizio dell’avvocatura.  Ribelle agli schemi, sposò la causa della sinistra storica, ma non senza aver prima dato un dispiacere e qualcosa di più a Mazzini e Garibaldi per l’aver abbandonato la causa dell’Italia repubblicana. La partita risorgimentale l’avevano vinta il Re e Cavour, e lui non era certo tipo da fare le crociate. Anzi, era laicissimo ed antipapalino.

Iniziò così una folgorante carriera parlamentare. Seppe giocare con le pieghe delle leggi elettorali, conquistarsi un manipolo di fedelissimi e tentò la scalata al potere. Ma prima dovette risolvere un paio di questioni domestiche.

Letto a tre piazze

Il ragazzo, infatti, era esuberante e non poco. Non si tratta qui del figlio illegittimo avuto fuori del matrimonio, che egli ebbe la signorilità di riconoscere. Si tratta proprio del matrimonio. Anzi, dei matrimoni.

La storia è questa: quando era a Malta, giovanotto in costante tensione ideale, aveva conosciuto una donna savoiarda di umili natali ma grandi doti femminili, Rosalia Montmasson. Era anche una donna audace, protagonista di missioni spericolate e partecipe attiva della Spedizione dei Mille. Nel 1854 i due convolarono a giuste nozze. Giuste in realtà solo per la Chiesa, perché entrambi non erano esattamente, essendo esiliati, nelle condizioni di presentarsi al municipio di Agrigento o a quello di Pinerolo. L’aborrita cerimonia religiosa era l’unica via possibile, una volta tralasciati un paio di particolari burocratici di per sé di indubbio valore legale.

Vent’anni dopo il Crispi ormai affermato politico e avvocato conosce Lina Barbagallo, donna di illustri natali e grandi conoscenze a corte. Lui è già ministro dell’interno, si badi bene, e Rosalia è lungi dall’averlo lasciato vedovo. Vuoi un’interpretazione elastica del diritto di famiglia allora vigente, vuoi qualche cavillo giuridico che ogni avvocato sa trovare ovunque (figuriamoci in un matrimonio non celebrato civilmente) ma il Ministro si ritrova sposato con la Barbagallo, e che la Montmasson si arrangi.

La cosa, però, finisce all’orecchio di uno dei tanti giornali delle opposizioni, che allora fiorivano e facevano news più o meno fake come tanti siti di ora. Ed ecco il Ministro dell’interno, titolare della tenuta sociale e politica dello stato, accusato di bigamia. Non doveva trattarsi di accuse del tutto infondate, se quel ministro tempo un mese ed era dimissionario.

Altri si sarebbero arresi, godendosi la pensione e i proventi di un palazzo costruito nel centro di Firenze quando questa era Capitale. Lui non era di quella pasta, e aspettò il momento giusto, che non tardò ad arrivare. Anzi, riesce ora in quello che aveva appena sfiorato prima: diventa presidente del consiglio. E lo fa, lui ex mazziniano, con un pugno che dire pesante non è esagerare. Stato di emergenza nella sua Sicilia, dove si verificano i sommovimenti dei Fasci, stato d’emergenza in Lunigiana. Alleanza fraterna con l’Austria, che ai tempi di Mazzini l’arcinemica, e la Germania autoritaria di Bismark e von Caprivi. Soprattutto, espansione in cerca di un’altra sponda. E l’Italia diventa, da terra irredenta, terra irredentrice.

L’Impero colpisce ancora

Le cose però non vanno bene, perché se nel sangue italiano esiste una particella di dna che ci fa navigatori e gestori di fondachi, gli imperi coloniali sono altra cosa, soprattutto se con altri Imperi, antichi e accettati, vanno a scontrarsi. E l’Abissinia impero lo era almeno dai tempi del Prete Gianni.

Fu così che, unici nella storia del colonialismo europeo, gli italiani subiscono una tremenda sconfitta militare sul campo di Adua. E per Crispi, che nel frattempo sfiora l’ottantina, è la fine della carriera. Si ritira a Napoli, a chiedere un rafforzamento dei poteri del governo ché di questo parlamentarismo non se ne può più.

È il 1896, l’alba di una nuova Italia. Che somiglia tremendamente alla vecchia, così come il primo italiano somiglia un po’ a Mussolini, un po’ a Masaniello, un po’ a Badoglio, un po’ a Razzi. Perché a lui tutti somigliamo. Un po’.

 

“Chi fa il tifo per lo spread a 300 è un masochista anti-italiano. Ma anche chi causa l’aumento dello spread a 300 è un masochista anti-italiano. La manovra del popolo ci farà fare testacoda. Fermatevi, prima che sia troppo tardi”. Lo scrive Matteo Renzi su Twitter.

Dieci giorni dopo la diffusione dell'audio in cui minacciava la "megavendetta" contro i tecnici del ministero dell'Economia se non avessero trovato le risorse per il reddito di cittadinanza, il Giornale ha pubblicato una nuova registrazione, inviata sempre dal portavoce del premier Rocco Casalino, a una decina di giornalisti: "È il 17 agosto, Ponte Morandi è crollato da tre giorni, si contano ancora i morti e per l'indomani sono previsti i funerali di Stato di alcune delle vittime. Il telefono di Casalino è comprensibilmente bollente: è il portavoce del premier Conte, nonché capo dell'ufficio stampa di Palazzo Chigi, nonché – ufficiosamente – colui che accentra ogni potere sulla comunicazione dei Cinque Stelle, principale partito della maggioranza", scrive Il Giornale. I giornalisti lo cercano per avere informazioni su Genova, e alla troppa insistenza di alcuni risponde: 

"Basta". E, secondo le sue ormai note abitudini, incide sul telefonino un messaggio vocale e lo invia a una decina di cronisti: "Basta, non mi stressate la vita. Io ho pure diritto a farmi magari un paio di giorni, che già mi è saltato Ferragosto, Santo Stefano, San Rocco, Santo Cristo. Mi chiamate come pazzi".

Ora, scrive Il Giornale, "se Ferragosto gli è 'saltato' non è stato per colpa dei giornalisti rompiscatole, ma perché a Genova ci son state più di 40 vittime sotto Ponte Morandi, e il governo Conte – volente o nolente – se ne è dovuto occupare". Dopo la pubblicazione di questo audio, il Pd torna alla carica contro Casalino: "Crolla il Ponte di Genova e il portavoce del Governo pensa al Ponte di Ferragosto? Ma dove siamo finiti con questo Casalino? Gli e' saltato Ferragosto, poverino #RoccoVergogna". Scrive su Twitter l'ex segretario Matteo Renzi. E il deputato Carmelo Miceli rincara la dose: "Dal selfie di Toninelli alla purga per i funzionari del Mef, la 'comunicazione' di Casalino, ha una sola regola: non avere rispetto per niente e per nessuno. Spregiudicato al potere, inadatto a governare. #RoccoVergogna".