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Movimento 5 stelle in pressing per dare alla luce in tempi brevi una riforma dei partiti che incida in primis sui finanziamenti da parte dei privati e obblighi le fondazioni alla massima trasparenza.

Una linea dura che vede le due 'anime' dei 5 stelle, quella 'ortodossa' e quella 'governista', camminare all'unisono. Sia Luigi Di Maio che Roberto Fico, infatti, sostengono la necessità di un giro di vite, che secondo il vicepremier dovrebbe avere addirittura valenza retroattiva.

Secondo quanto spiegano fonti pentastellate, la proposta dovrebbe essere messa nero su bianco in tempi strettissimi: ci starebbero lavorando il Guardasigilli, Alfonso Bonafede, assieme allo stesso Di Maio, ma – salvo cambi di programma – non dovrebbe essere un testo di iniziativa del governo, bensì una proposta di legge di iniziativa parlamentare.

Dopo il caso dello Stadio della Roma e la vicenda giudiziaria che ha coinvolto il 'super consulente' dei pentastellati e della sindaca Virginia Raggi, Luca Lanzalone, i 5 stelle provano a uscire dall'angolo e, grazie anche all'assist offerto dal numero uno dell'Anac, Raffaele Cantone, rilanciano sull'urgenza di mettere fine alla corruzione.

Una banca data dei finanziamenti

"Abbiamo bisogno di una banca dati che contenga le informazioni relative ai finanziamenti ai partiti e alle fondazioni ad esso riconducibili relativa almeno alle ultime due legislature", spiega Di Maio in un'intervista all'Huffington Post. "Se non sarà possibile rendere pubblici erga omnes le informazioni risalenti a prima della riforma, istituiremo un registro che sarà accessibile su richiesta. Ma in ogni caso la retroattività dovrà esserci. Considerati gli attacchi che ci sono negli ultimi giorni nei nostri confronti deve essere chiaro che noi non abbiamo nulla da nascondere", scandisce il leader pentastellato e vicepremier. 

Insomma, per Di Maio "chi ci critica abbia il coraggio di fare come noi. Per esempio di rendere noti, senza aspettare la legge, tutti i finanziamenti ricevuti in questi anni. Lo stesso vale per la fondazione del Carroccio. Dico semplicemente: noi faremo una legge, ma per chi vuole essere" trasparente "da subito non ha la necessità della legge per rendere tutto pubblico".

Sulla stessa lunghezza d'onda il presidente della Camera: "C'è davvero bisogno di una legge per le Fondazioni, i partiti e una legge molto forte contro la corruzione", ha detto Fico oggi a Napoli commentando le affermazioni di Raffaele Cantone, presidente dell'Anac, secondo il quale "quello che emerge dall'ultima inchiesta romana mostra ancora la volta la necessità di regolamentare il finanziamento alla politica".

Il diritto dei cittadini di sapere chi finanzia partiti e fondazioni

Per la vicepresidente della Camera, Maria Edera Spadoni, "i cittadini hanno il diritto di sapere chi finanzia le organizzazioni vicine ai partiti e le campagne elettorali dei candidati". Per la pentastellata è "necessaria una legge molto forte contro la corruzione; i corrotti devono andare in carcere. La certezza della pena deve essere un punto imprescindibile".

E il capogruppo 5 stelle alla Camera, Francesco D'Uva, rincara la dose: "Serve maggiore chiarezza sui finanziamenti alle fondazioni legate ai partiti politici. Vogliamo vedere i bilanci di questi soggetti che spesso vengono usati per aggirare i vincoli di finanziamento imposti ai partiti. Vogliamo dare il via ad una 'operazione trasparenza' che chiarisca pubblicamente ogni tipo di legame tra le fondazioni e i partiti politici. E siamo pronti a portare in Parlamento una legge che miri a fare massima chiarezza. Vediamo chi delle vecchie forze politiche avrà il coraggio di votarla".

Un tema non nuovo: i tentativi precedenti 

Il tema dei soldi (pubblici o privati) ai partiti politici non è nuovo ed è già stato al centro del dibattito e di interventi normativi nella scorsa legislatura. Nel 2014 è stato il governo guidato da Enrico Letta ad intervenire, con un decreto legge che ha abolito il finanziamento pubblico ai partiti. Nel 2016 è stato il Pd, precisamente con la proposta di legge a prima firma Matteo Richetti, a tentare un intervento più complessivo, volto a riformare la vita stessa dei partiti politici, puntando a norme che garantissero più trasparenza e democrazia interna anche sul fronte dei finanziamenti. Il testo, tuttavia, approvato l'8 giugno del 2016 dalla Camera, è poi finito in un binario morto al Senato. 

Cosa prevedeva il decreto Letta

Il provvedimento ha abolito definitivamente il finanziamento pubblico ai partiti, trasformato in rimborsi elettorali dopo il referendum del 1993. Le norme del decreto del governo Letta sono entrate a regime nel 2017. Il testo infatti prevedeva un taglio graduale in tre anni: del 25 per cento, 50 per cento e 75 per cento dell'importo spettante che era fissato in 91 milioni di euro. I partiti dal 2017 possono contare solo sul finanziamento privato, attraverso donazioni o tramite il 2 per mille dell'Irpef. Per poter usufruire dei soldi dei privati, ogni partito deve dotarsi di uno statuto. Soltanto i partiti in regola possono essere inscritti nel registro di quei movimenti politici che possono usufruire del finanziamento volontario dei cittadini. è stato fissato un tetto alle donazioni private pari a 100mila euro. Sono previste alcune detrazioni fiscali per agevolare il contributo privato: del 37% per somme fino a 20mila euro annui, mentre per i finanziamenti da 20 a 70mila euro è invece prevista una detrazione del 26%. – 

Cosa prevedeva il provvedimento Richetti

Il provvedimento mirava a introdurre norme più stringenti sulla trasparenza e sulla democrazia interna dei partiti e dei movimenti politici, interveniva sulle regole interne e sulla selezione delle candidature, disciplinava l'utilizzo del simbolo e le decisioni a carico dei singoli iscritti, come ad esempio i provvedimenti di espulsione o sospensione. La riforma, tuttavia, non conteneva norme punitive come l'esclusione dalle elezioni se i partiti o movimenti non si fossero dotati dello statuto o non si fossero iscritti al registro dei partiti, come disponevano invece alcuni testi iniziali, tra cui quello del vice segretario Pd Guerini.

Tutte misure che, durante l'iter in commissione, sono state di volta in volta rinominate norme 'salva M5S' o 'salva-Pizzarottì o, ancora, norme 'anti-M5S', a seconda che andassero a penalizzare o favorire il Movimento 5 stelle, privo di statuto o di un regolamento interno e non iscritto al registro introdotto dalla legge sullo stop ai finanziamenti pubblici. 

In particolare, il testo Richetti faceva della trasparenza e democrazia interna i due capisaldi della riforma, enunciati già nel primo articolo, relativo alle finalità: "La legge reca disposizioni per la promozione della trasparenza dell'attività dei partiti, movimenti e gruppi politici organizzati e per il rafforzamento dei loro requisiti di democraticità, al fine di favorire la più ampia partecipazione dei cittadini alla vita politica". Paletti che venivano ribaditi anche nell'articolo 2, dove si disponeva che l'organizzazione e il funzionamento dei partiti, movimenti e gruppi politici organizzati "sono improntati al principio della trasparenza e al metodo democratico".

Quanto alla trasparenza sui soldi, e l'interdizione temporanea per trasgressori, il testo prevedeva più trasparenza sui soldi dei partiti e sui finanziamenti ai partiti. E pene severe per i trasgressori, fino all'interdizione temporanea dai pubblici uffici. Quanto alle fondazioni, i rapporti di queste con i partiti "devono conformarsi ai principi di trasparenza, autonomia finanziaria e separazione contabile". Il Movimento 5 Stelle, autore di diversi emendamenti sul tema fondazioni – tutti bocciati – mirava a norme più stringenti. E anche per questo motivo in occasione del voto finale si astenne, assieme a Lega e Forza Italia.

L'articolo del testo prevedeva che "nella apposita sezione del sito internet, denominata 'Trasparenzà, di ciascun partito, movimento e gruppo politico organizzato, è pubblicato in maniera facilmente accessibile l'elenco di tutti i beni immobili, dei beni mobili registrati e degli strumenti finanziari di cui sia intestatario il partito, movimento e gruppo politico organizzato medesimo. Tale elenco è aggiornato dal partito, movimento e gruppo politico organizzato entro il 15 luglio di ogni anno". In caso di "inadempimento, anche parziale, o in caso di mancato aggiornamento dei dati la Commissione applica una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 5.000 a euro 15.000". La norma introduceva anche criteri più stringenti per la trasparenza e pubblicità delle donazioni.

"Tutti i cittadini iscritti nelle liste elettorali per l'elezione della Camera dei deputati, che ne facciano richiesta, anche per via telematica, alla Commissione hanno diritto di conoscere le erogazioni. Chi non pubblica i dati su internet sarà punito con una sanzione amministrativa pecuniaria pari a euro 30.000". Pene severe anche per chi pubblica sui siti internet erogazioni inferiori rispetto a quelle effettivamente ricevute. Trasparenza anche per i bilanci dei partiti, con multe che vanno fino a 40 mila euro. 

Forse non è, come scrive “Libero”, che Giuseppe Conte “è andato a baciare la pantofola” ad Angela Merkel, ma è vero che il vertice tra i due capi di governo, a Berlino, non ha visto un ministro dell’interno, italiano o tedesco che sia, dettare la linea sui migranti. Al contrario: Conte ha spiegato bene che senza un accordo a livello europeo ne andrà sia della soluzione del problema, sia della stessa integrazione del Continente.

“Non possiamo essere lasciati soli”

La soluzione deve essere europea  “o è a rischio Schengen”, avverte il presidente del Consiglio, “l’Italia non può essere lasciata sola”. “Occorre – ha insistito – “contrastare questi indegni traffici di esseri umani, controllare più efficacemente le frontiere esterne e gestire anche i problemi legati ai movimenti secondari dei richiedenti asilo”.

Per Conte “l'Europa deve cambiare prospettiva e la Germania ne è consapevole" altrimenti “la gestione del fenomeno dell'immigrazione è destinata ad essere fuori controllo”. Il premier va oltre: “la proposta di riforma di Dublino, ormai e' superata dai fatti". La richiesta resta quella di creare hotspot nei paesi d’origine e di transito, di far sì che passi il principio secondo cui “le frontiere italiane sono frontiere europee”.

La Cancelliera promette ascolto e sostegno

"Sappiamo che l'Italia accoglie moltissimi profughi”, risponde la cancelliera tedesca, "Vogliamo venire incontro alla richiesta di maggiore solidarietà da parte dell'Italia".

"Vogliamo dare pieno sostegno all'Italia per risolvere il problema della disoccupazione giovanile", aggiunge,  "la Germania ha sofferto il tema della disoccupazione giovanile durante la riunificazione. Mettiamo a disposizione la nostra esperienza sul tema"

Grazie Angela per la solidarietà

Il premier non a caso ringrazia e sottolinea: "La posta in gioco per l'Europa e' altissima; i temi dell'immigrazione e della governance economica dell'Ue possono e devono essere occasione per pervenire a costruire un'Europa piu' forte e piu' equa che possa rispondere ai bisogni primari dei cittadini”.

Poi, una nota ufficiosa spiega che l’intesa è forte

In serata una nota ufficiosa fa capire che una certa intesa è stata raggiunta. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha illustrato, si fa sapere, anche alla Cancelliera Angela Merkel alcuni dettagli della proposta italiana già anticipata a Macron sul tema dell'immigrazione. Si è convenuto – riferiscono le stesse fonti – di valutare l’opportunità di fare un incontro preliminare rispetto al consiglio Ue così da poter approfondire meglio la proposta italiana.

L'appoggio esterno di Roberto Fico

Non è un caso, alla fine, che anche Roberto Fico, M5S e presidente della Camera, si lasci andare ad una dichiarazione da leggere in controluce. "Bisogna coordinarci con la Francia e la Germania", spiega, "e se Orban non si prende le sue quote, l'Europa deve multarlo". Francia e Germania sono i due paesi dove è appena stato Conte. L'Ungheria di Orban è l'interlocutore europeo privolegiato di Matteo Salvini.

L'emergenza è la lotta alla povertà, l'Europa si faccia carico del tema cruciale del reddito di cittadinanza, "per l'Italia si tratta di una priorità". Giuseppe Conte apre un nuovo fronte con l'Europa. Alla vigilia di quelle che definisce "scadenze importanti" come il prossimo Consiglio Ue di fine giugno.

Di Maio aveva chiesto ai suoi di rilanciare i temi su cui il Movimento 5 stelle ha dato da tempo battaglia. Ed è proprio il presidente del Consiglio a parlare della riforma dei centri di pubblico impiego, della necessità di far fronte alla disoccupazione, dell'obbligo da parte dell'Unione europea di concorrere a misure di sostegno a favore dell'inclusione sociale.

Il governo pensa ad un fondo ad hoc, ottenendo anche la sponda di Angela Merkel ("In Italia c'è un problema di disoccupazione giovanile", ha ammesso la Cancelliera) che si è mostrata disponibile a fornire all'Italia un importante supporto tecnico e di esperienza sui centri per l'impiego.

"L'Europa è essenziale, dia prova di concreta solidarietà" e anche dalla Germania "possono arrivare utili strumenti", ha sottolineato Conte. Del resto è stato lo stesso Di Maio, dopo aver elogiato la Germania per l'apertura all'Italia anche sulla lotta alla povertà, a prendere le distanze da Salvini sull'insistenza di battere soltanto sul tema migranti. "Va bene occuparsi di immigrazione ma prima di tutto dobbiamo occuparci di italiani che non hanno da mangiare", ha osservato il ministro del Lavoro e dello Sviluppo.

L'agenda di governo non può essere solo migranti

Dunque, non solo migranti nell'agenda del governo. Piuttosto bisogna dar voce a quei "2,7 milioni di italiani" che sono stati costretti a chiedere aiuto per "potere mangiare".

Si tratta di "445 mila bambini sotto i 15 anni, quasi 200 mila anziani sopra i 65 anni e circa 100 mila persone senza fissa dimora". Dati "che non possono lasciare indifferenti", sottolinea Conte. È così che il M5s bilancia la sovraesposizione di Salvini sul tema dell'immigrazione. è lo stesso presidente del Consiglio a farsi carico della oppurtunità di "orientare i fondi europei" a favore dell'inclusione sociale, anche per rendere "più competitivo il nostro Paese". Inoltre "l'unione economica e monetaria venga riformata facendo avanzare la condivisione dei rischi e tenendo conto che la convergenza nell'area dell'euro è ancora insufficiente".

Nessun passo indietro in ogni caso sul tema dell'immigrazione. Soluzione Ue "o è a rischio Schengen", avverte il presidente del Consiglio, "l'Italia non può essere lasciata sola". "Occorre – insiste – "contrastare questi indegni traffici di esseri umani, controllare più efficacemente le frontiere esterne e gestire anche i problemi legati ai movimenti secondari dei richiedenti asilo". Per Conte "l'Europa deve cambiare prospettiva e la Germania ne è consapevole" altrimenti "la gestione del fenomeno dell'immigrazione è destinata ad essere fuori controllo".

Il premier va oltre "la proposta di riforma di Dublino. Ormai – ha osservato – è superata dai fatti". La richiesta resta quella di creare hotspot nei paesi d'origine e di transito, di far sì che passi il principio secondo cui "le frontiere italiane sono frontiere europee". Il premier ha ringraziato la Cancelliera Merkel che ha assicurato solidarietà all'Italia, sia per arginare il fenomeno dell'immigrazione, sia per venire incontro alla richiesta sul lavoro. "La posta in gioco per l'Europa è altissima – ha osservato Conte – i temi dell'immigrazione e della governance economica dell'Ue possono e devono essere occasione per pervenire a costruire un'Europa più forte e più equa che possa rispondere ai bisogni primari dei cittadini". 

Un censimento sui rom in Italia, "una ricognizione per vedere chi, come e quanti" sono. Lo ha annunciato il ministro dell'Interno Matteo Salvini sottolineando che "dopo Maroni non si è fatto più nulla, ed è il caos". "Facciamo un'anagrafe, una fotografia della situazione", ha aggiunto Salvini. Gli irregolari saranno espulsi mentre "i rom italiani purtroppo – ha detto il ministro – te li devi tenere a casa". Una proposta 'shock', secondo alcuni commentatori, accusa che Salvini respinge al mittente: "Qualcuno parla di 'shock'. Perchè??? Io penso anche a quei poveri bambini educati al furto e all'illegalità", twitta nel pomeriggio.

Spiegazione che non convince il Pd: "Ieri i rifugiati, oggi i Rom, domani le pistole per tutti. Quanto è faticoso essere cattivo", scrive l'ex presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, su Twitter. "Le parole sono pietre e il 'dossier Rom' di Salvini è agghiacciante, ricorda politiche di stampo nazista", attacca il senatore dem Edoardo Patriarca. "Forse il leader della Lega asseconda la pancia dei cittadini spaventati, ma a tutto c'è un limite. Dove vuole arrivare nell'aizzare l'odio sociale ed etnico? Si ricordi che è il ministro dell'Interno di un grande paese del G7", aggiunge.

E se per Ettore Rosato il censimento sui Rom è "volgare e demagogico", secondo il deputato Pd Walter Verini "è una escalation che va fermata. Cominciò così anche ottanta anni fa e sappiamo come andò a finire". "E poi …? – si chiede il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso – Proporranno un segno per riconoscerli? La barbarie è sempre iniziata con un 'censimentò, magari per la loro sicurezza. Che orrore e che schifo!". 

All'annuncio del ministro rispondono anche le associazioni: "Il ministro Salvini dovrebbe studiare, ne avrebbe tanto bisogno. Quello che fu definito un censimento, organizzato dal ministro Maroni tra il 2009 e il 2011, fu in realtà una schedatura su base etnica, vietata in Italia. Per tale ragione ci fu una strigliata da parte dell'Europa", sottolinea Carlo Stasolla, presidente dell'associazione 21 luglio. Mentre l'Associazione Nazione Rom ricorda come sia già presente un dossier "elaborato dall'Istat nel 2017" e sia stato "prontamente consegnato al ministro Salvini e sulla email del Gabinetto del Ministro dell'Interno".

Peraltro l'Italia ha ricevuto, dalla Commissione Europea, "ingenti finanziamenti per il periodo 2014 2020 al fine di garantire una casa, un lavoro, una scuola e una protezione sanitaria" per rom, sinti e caminanti, e per la popolazione in estrema povertà come i senza fissa dimora", ricorda l'associazione, che si è recata la scorsa settimana a Bruxelles "per ottenere l'apertura di inchiesta da parte della Commissione Europea relativamente all'utilizzo improprio di questi fondi. Adesso è necessario rispettare Accordi e Strategia, pena la sospensione dei finanziamenti europei erogati per un totale di 7 miliardi di euro". Per questo ANR chiede "un incontro urgente con il ministro Matteo Salvini che veda il coinvolgimento di UNAR punto di contatto nazionale per implementare gli Accordi Ue di Inclusione e la Strategia Nazionale RSC".

Ma un censimento già c'è 

Sono tra 120 e 180 mila i cittadini di origine rom e sinti in Italia, 26 mila dei quali vivono in emergenza abitativa in baraccopoli formali (insediamenti gestiti dalle amministrazioni locali) e informali ('campi abusivì) o nei centri di raccolta monoetnici.

Sono i dati dell'ultimo Rapporto dell'Associazione 21 luglio. Le baraccopoli formali sono 148, distribuite in 87 comuni di 16 regioni da Nord a Sud, per un totale di circa 16.400 abitanti, mentre 9.600 è il numero di presenze stimato all'interno di insediamenti informali. Dei rom e sinti residenti nelle baraccopoli formali si stima che il 43% abbia la cittadinanza italiana mentre sono 9.600 i rom originari dell'ex Jugoslavia di cui circa il 30% – pari a 3 mila – è a rischio apolidia.

Baraccopoli e micro insediamenti

Nelle baraccopoli informali e nei micro insediamenti vivono nell'86% dei casi cittadini di origine romena. A vivere sulla propria pelle le tragiche conseguenze della segregazione abitativa sono molti minori, il 55% secondo le stime di Associazione 21 luglio "con gravi ripercussioni sulla salute psico-fisica e sul loro percorso educativo e scolastico". A incidere sui livelli di scolarizzazione contribuiscono in modo significativo sia le condizioni abitative sia la forte catena di vulnerabilità perpetrata dalle operazioni di sgombero forzato attuate in assenza delle garanzie procedurali previste dai diversi Comitati delle Nazioni Unite.

Associazione 21 luglio ha registrato in tutto il 2017 un totale di 230 operazioni: 96 nel Nord, 91 al Centro (di cui 33 nella città di Roma) e 43 nel Sud. Proprio Roma detiene il triste primato del maggior numero di insediamenti presenti, 17 in totale di cui 6 formali e 11 cosiddetti "tollerati". "Nella capitale – denuncia il Rapporto – nonostante le aspettative create a fine 2016 con la Memoria di Giunta e il 'Progetto di Inclusione Rom' presentato dalla sindaca Raggi che aveva come obiettivo il graduale superamento dei 'campi' presenti all'interno della città, nel 2017 non è stato di fatto avviato alcun processo di inclusione".

Il giudizio degli Enti internazionali ed europei di monitoraggio sui diritti umani appare impietoso: anche nel 2017 l'Italia ha continuato a essere il "Paese dei campi", "perseverando nell'utilizzo di politiche discriminatorie e segreganti nei confronti delle popolazioni rom e sinti presenti sul territorio nazionale oltre che nelle persistenti operazioni di sgombero forzato". 

Sondaggi, sorpassi e migranti: la Lega è il primo partito in Italia. L’annuncio lo dà una rilevazione demoscopica della Swg per il Tg de La7, il cui esito è impietoso per Luigi Di Maio e tutto l’M5S. Di un soffio, ma il soprasso è avvenuto. Due decimali e i grillini perdono la leadership di fatto all’interno della maggioranza. Rapporti invertiti rispetto alle risultanze delle elezioni del 4 marzo.

Quello che colpisce di più, al di là del primo dato, è il fatto che in una sola settimana il partito di Matteo Salvini avrebbe guadagnato un 2,2 percento, e il Movimento 5 Stelle perso il 2,5. Un travaso impetuoso e repentino, che sembra premiare la linea dura contro la Francia, la Germania, i migranti. Ma soprattutto, da questo momento, il tema della politica sarà: come intende reagire il Movimento?

La fredda legge dei numeri

Secondo la rilevazione, il partito di Salvini si attesta al 29,2% mentre M5s è al 29%. Rispetto alla rilevazione dello scorso 11 giugno, i 5 stelle perdono il 2,5% mentre la Lega cresce del 2,2%. Il Pd si posiziona al 18,8% in aumento di 4 decimali. Anche Forza Italia sale dello 0,6% e vale il 9,2% mentre FdI risale al 4,1% dal 3,9%.

Il Pd: ormai Salvini è il padre padrone del governo; ma le schedature non portano bene

"Al padre padrone del governo, dico, da padre, che l'umanità viene prima dei sondaggi». A parlare dalle pagine de La Repubblica è il segretario reggente del Pd, Maurizio Martina, che attacca la politica del nuovo governo sui migranti: "Fare i forti con i deboli nel Mediterraneo ed essere complici dei peggiori egoismi nazionali in Europa, come Orban e tutti quelli che si sono opposti a un coordinamento europeo sui migranti, non porterà da nessuna parte. Dico io a Salvini, da padre, che l'umanità viene prima di qualsiasi sondaggio. E ogni vita ha lo stesso valore".

“Lo aspettavamo, lo sapevamo. Matteo Salvini ha il vento in poppa. Quello dei sondaggi perlomeno. Ha lasciato a Luigi Di Maio le partite che costano, e per sé quelle fortemente simboliche. Che separano l’estrema destra europea dalle forze democratiche. Respingere una nave di disgraziati, una pistola per tutti, asili solo agli italiani e ora il censimento dei Rom”. Scrive più tardi su Facebook Emanuele Fiano.

Un censimento per i Rom, nessuna udienza dal Papa

Il riferimento alla questione dei Rom non è casuale. Infatti Salvini, oggi, ha aperto un nuovo fronte dopo quello sui migranti, promettendo un censimento dei nomadi che vivono in Italia e twittando: “Quelli di cittadinanza italiana ce li dovremo tenere”. Parole che lasciano presagire qualcosa che somiglia a provvedimenti espulsivi, o giù di lì.

Nel giro di poche ore, poi, sempre Salvini fa un annuncio a sorpresa. Tra un paio di giorni, fa sapere, sarò ricevuto dal Papa. Quel Papa Francesco che ieri è stato bersagliato dagli hater del web per la sua richiesta di essere umani con i migranti.

Possibile? Il pontefice e Salvini sembrano vivere su due pianeti diversi. Ed infatti poco dopo Greg Burke, il portavoce di Sua Santità, precisa all’Agi: al momento non è prevista alcuna udienza.

Sui Rom scattano le polemiche, lui precisa: nessuna schedatura. Interviene allora Di Maio: meglio così, perché altrimenti sarebbe stata una iniziativa incostituzionale. Il Pd insorge: roba agghiacciante. Contemporaneamente il Presidente della Camera, Roberto Fico, invita ad allargare l’orizzonte delle polemiche in Europa. Mentre a Berlino si reca il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte (non c’è Seehofer, amico di Salvini, e con Angela Merkel tutto pare filare liscio), la terza carica dello Stato chiede che l’Ue batta veramente un colpo, ed infligga le giuste sanzioni a quei paesi che ignorano gli obblighi di Dublino e non si prendono la loro quota di immigrati. Chi? Fico fa un nome preciso: l’Ungheria di Orban. Vale a dire, il principale alleato di Salvini a livello europeo.

Forse sta già iniziando la reazione grillina al sorpasso nei sondaggi.

Tutti soddisfatti, anche se la partita vera deve ancora cominciare. L'incontro convocato per lunedì 18 giugno dal ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico Luigi Di Maio con alcune delle società che operano nel food delivery in Italia si è concluso con la proposta di Di Maio di aprire un tavolo tra i riders e le piattaforme digitali per costruire un nuovo modello di contratto che garantisca diritti e tutele ai lavoratori.

Questo è quello che è stato detto alle sei aziende convocate: Deliveroo, JustEat, Foodora, Domino's Pizza, Glovo, tutte straniere, e Moovenda, unica italiana presente all'incontro avvenuto circa due settimane dopo quello con i riders, il primo di Di Maio ministro. L'obiettivo del tavolo, ha detto il ministro, sarà "arrivare al primo contratto della gig economy", ma se il tavolo non dovesse andar bene il ministro si dice pronto a "procedere per via normativa". 

Il commento di Di Maio

L'incontro, ha detto Di Maio ai giornalisti, è andato molto bene. "L'obiettivo del governo è garantire tutela a chi lavora, soprattutto ai giovani che non devono essere alla mercé di un lavoro qualsiasi. "Siamo in un paese – ha sottolineato Di Maio – in cui molto spesso i ragazzi chiedono di lavorare anche senza una retribuzione per non finire nei 'Neet'. Noi vogliamo garantire diritti minimi. Ci sono due strade o il governo fa una norma e dice che le persone devono avere un salario minimo, un'assicurazione e rimborsi, oppure l'altra strada è aprire un Tavolo tra riders e piattaforme per costruire un nuovo modello di contratto. Ho proposto questo e mi è stato detto che sono disponibili al tavolo per garantire più tutele e permettere al loro modello business di andare avanti". "Se non dovesse andar bene – precisa poi – si interverrà con la norma. Saranno convocati anche i sindacati, aggiunge poi Di Maio, che però ammette di aver capito dall'incontro che "molte di queste persone non si sentono rappresentate, non sono iscritti al sindacato e non sanno che esiste un sindacato dei riders. 

Scheda: Perché le società di food delivery
potrebbero davvero lasciare l'Italia

Poi sul blog delle stelle elenca i punti imprescindibili per il ministero:

– Obblighi e responsabilità precise tra le parti
– Requisiti di forma nel contratto per garantire la certezza del diritto
– Previsione di un compenso minimo inderogabile
– Rimborso spese forfettario per manutenzione del supporto tecnologico e meccanico (es. 50 euro al mese)
– Iscrizione obbligatoria Inps e Inail a carico del datore di lavoro
– Ferie, riposo e diritto alla disconnessione

La soddisfazione delle piattaforme

Ma soddisfazione emerge anche dalle piattaforme: "C'è stato molto dialogo e trasparenza; il ministro è stato molto positivo e anche noi. Siamo partiti col piede giusto", ha dichiarato Gianluca Cocco, ceo di Foodora, che domenica ha rilasciato un'intervista al Corrierre della sera in cui paventava la possibilità che, se dovessero essere costretti ad assumere i rider, l'azienda potrebbe lasciare l'Italia perché il loro business sarebbe insostenibile. Soddisfatto anche Daniele Contini, Country manager di Just eat: "C'è uno spirito di collaborazione. Siamo contenti di aver partecipato a questo tavolo".

L'incontro al ministero del Lavoro è stato trovato "molto proficuo e interessante" da Alessandro Lazzaroni di Domino's pizza: "Sicuramente – ha dichiarato – nei prossimi giorni e settimane siederemo ancora al tavolo col ministro per trovare una soluzione. C'e' un'apertura nelle aziende e sono convinto che troveremo la soluzione giusta". Mentre su Facebook commenta Simone Ridofi, amministratore delegato dell'unica italiana presente al tavolo, Moovenda: "L'incontro è stato molto positivo, quello che auspico però è che si smetta di scaricare sui fattorini le inefficienze nell'organizzazione del loro lavoro da parte di alcune multinazionali del settore che operano in Italia.  

L'inizio è colloquiale. "È vestito con una camicia bianca, è un simbolo di armonia. Non è così?", gli domanda il conduttore Massimo Giletti. Matteo Salvini replica: "Me l'ha suggerita mia figlia, è l'unica da cui prendo ordini". Poi però si arriva ai temi caldi, quelli che hanno visto in queste settimane il ministro dell'Interno al centro delle polemiche sul tema dei migranti: "La gente per strada mi dice: 'Avete fatto più voi in quindici giorni che gli altri in quindici anni'", ribadendo un concetto espresso poche ore prima durante un comizio a Cinisello a sostegno del candidato leghista

Oggi l'Aquarius, la nave Ong carica di migranti a cui il ministro ha chiuso i porti italiani, è sbarcata a Valencia: "Sono stufo di questo traffico di esseri umani. Hanno trasformato il Mediterraneo in un cimitero. Per questo dico aiutiamoli a casa loro: l'Italia non è un campo profughi, dove decidono tutto mafiosi e scafisti". Renzi gli ha dato del bullo. Salvini non replica "Non io, almeno: sono gli elettori ad aver dato un segnale, più o meno tre mesi fa. Adesso l'Italia torna a essere l'Italia".

Salvini poi si lascia andare ad una battuta, dopo il risultato della Germania battuta 1-0 dal Messico:  "Domani il premier Conte vedrà la cancelliera Merkel, ma la troverà arrabbiata perché la Germania ha perso ai mondiali, mi dispiace". Ironizza. Poi però si torna al tema dei migranti: "Chiederò ai nostri bravissimi uomini e donne della Marina e della Guardia Costiera di stare con le loro navi più vicini alle coste italiane, perché nel Mediterraneo ci sono tante navi, da Nordafrica, Francia, Spagna, Francia, Portogallo, Grecia, Cipro: non possiamo permetterci di portare mezza Africa sul territorio italiano, e non possiamo fare sempre tutto da soli".

E ancora: "Farò il possibile per permettere a questi ragazzi di non scappare dai loro paesi. Nel frattempo blocco le navi delle associazioni, che avevano preso l'Italia come un enorme campo profughi. Lo Stato torna a fare lo Stato".

Poi un passaggio su Flat tax e imposte: "Il nostro obiettivo è bloccare l'aumento dell'Iva e l'aumento delle accise, e cominciare a smontare la legge Fornero entro quest'anno. Vogliamo dare un segnale chiaro a chi lavora, che pagherà un po' meno tasse, senza bacchette magiche e senza miracoli. Spero di farlo più in fretta possibile". 

Al ministro dei Beni culturali Alberto Bonisoli il bonus cultura non piace, non ne comprende l'utilità. In un'intervista al Corriere della Sera ha espresso dubbi sul bonus di 500 euro per i giovani. "In alcuni casi – dice il ministro nell'intervista, parlando dei fondi ottenuti dal suo predecessore Dario Franceschini – era meglio spendere diversamente i soldi. Penso alla 18 App, i 500 euro in buoni da far spendere ai diciottenni. Vale 200 milioni… Meglio far venire la fame di cultura ai giovani, facendoli rinunciare a un paio di scarpe".

 

Parole che hanno suscitato la replica della deputata Pd Anna Ascani: "Il ministro Bonisoli – dichiara Ascani – persevera in un atteggiamento irresponsabile e svilente nei confronti di 18App, ma soprattutto dei nostri giovani. È delirante arrivare a dire che sarebbe più educativa per un ragazzo la rinuncia a un paio di scarpe per permettersi i consumi di cultura che avere 18App. Come se tutti i ragazzi in questo paese potessero permettersi i consumi culturali, come se non fosse responsabilità pubblica educare alla cultura. Il sospetto è che il ministro Bonisoli cerchi goffamente un motivo qualsiasi per tagliare i fondi a 18App, visto che il suo partito ha promesso ingenti tagli delle tasse fortemente classisti. Bonisoli e la Lega abbiano il coraggio di dire questo, invece che sperticarsi in penose lezioni paternalistiche su come si educherebbero i ragazzi alla cultura. Sul mantenimento di 18App, ovviamente, il Partito Democratico darà battaglia insieme al mondo della cultura e ai tanti ragazzi e ragazze che per la prima volta hanno visto un governo scommettere su di loro. E che ora dovrebbero pagare il costo delle promesse irrealizzabili della coppia Salvini-Di Maio".

Durissimo anche il capogruppo dei senatori dem Andrea Marcucci che affida a Twitter il suo commento.

 

Cos'è il bonus cultura

Il bonus consiste in 500 euro da spendere in “cultura”, cioè biglietti per assistere a rappresentazioni teatrali, cinematografiche, spettacoli dal vivo, per libri, ingresso a musei, mostre ed eventi culturali, monumenti, gallerie, aree archeologiche e parchi naturali. È stato introdotto dalla Legge di Stabilità 2016 (art. 1 comma 979) per tutti i ragazzi nati nel 1998, che sarebbero divenuti quindi maggiorenni nel corso del 2016, residenti in Italia (se stranieri, con regolare permesso di soggiorno). Per loro il bonus è stato spendibile fino al 31 dicembre 2017, ma per riceverlo dovevano iscriversi sulla apposita piattaforma “18App” entro il 30 giugno dello scorso anno.

 

La Legge di Bilancio 2017 (art. 1 comma 626) ha confermato il bonus per i diciottenni, che può quindi essere sfruttato anche dai ragazzi del ’99, che hanno compiuto 18 anni nel 2017. La richiesta poteva essere presentata a partire dal 19 settembre scorso e fino al 30 giugno 2018. Il bonus, potrà essere speso fino al 31 dicembre 2018. A differenza dei ragazzi del ’98, i nati nel ’99 potranno usare il bonus anche per acquistare “musica registrata, nonché corsi di musica, di teatro o di lingua straniera”.

Cosa si può acquistare col bonus:

  • biglietti teatrali;
  • biglietti per visioni cinematografiche;
  • biglietti per visitare musei e mostre;
  • biglietti per partecipare ad “eventi culturali” (come per esempio il Salone del Libro o il Festival di Venezia);
  • biglietti per visite ai monumenti, gallerie, aree archeologiche, parchi naturali;
  • biglietti per “spettacoli dal vivo” (concerti, spettacoli circensi, ecc.) ;
  • acquisti di libri;
  • acquisti di testi scolastici (anche nella versione ebook);
  • l’acquisto di musica registrata;
  • la frequenza a corsi di musica;
  • la frequenza a corsi di teatro
  • la frequenza a corsi di lingua straniera.

Per la classe 1998 non ha funzionato bene

Secondo il precedente governo, i nati nel 1998 che si iscrissero entro il 30 giugno 2017 alla piattaforma 18App per usufruire del bonus furono 351.522. Pochi. Un’infografica diffusa allora su Twitter da 18App mostrò infatti che questi 351.522 sono appena il 61% dei 574.953 ragazzi che avrebbero avuto diritto di iscriversi. Un’inchiesta di Repubblica dimostrò anche che le risorse stanziate inizialmente – 290 milioni di euro (art. 1 comma 980 Legge di Stabilità 2016)  – sono state utilizzate solo in parte, con quasi 115 milioni avanzati. Il totale dei soldi spesi dai nati nel ‘98, a settembre 2017, ammontavano a 86,3 milioni di euro circa. Al 30 di giugno di un anno fa erano poco meno di 67 milioni.

 

Al 30 novembre 2017, invece, circa 600 mila ragazzi nati nel 1998 e nel 1999 avevano speso oltre 163 milioni di euro per acquistare libri, musica e biglietti per l’ingresso a concerti, cinema, teatro, eventi culturali e musei.  Gli acquisti, secondo i dati diffusi allora dal ministero dei Beni culturali, sono avvenuti nel 54% dei casi sulle piattaforme online e per il 46% direttamente nei circa 4.000 esercizi commerciali accreditati.  Il confronto tra le prime 10 settimane delle due edizioni evidenziò a detta del ministero una maggiore dimestichezza dei ragazzi e degli esercenti con lo strumento: aumentano dell’8% le registrazioni, con 16.878 neo maggiorenni in più a completare le procedure di accreditamento, e si raddoppia la spesa, che cresce del +97% con un incremento di oltre 15,4 milioni di euro. Franceschini parlò di “ottimi risultati che giustificano la conferma della misura nella legge di bilancio 2018 all’esame del Parlamento”. 
 

Misura a rischio

“I numeri – ha affermato Marco Polillo, presidente di Confindustria Cultura Italia (la dichiarazione è riportata da Skuola.net) – dicono che quasi 800 mila ragazzi hanno speso ad oggi oltre 260 milioni di euro, tra libri, musica, concerti, cinema, musei, teatri, eventi culturali e altro. Per un Paese che, secondo i dati ISTAT, è molto indietro sul piano dei consumi culturali e dei prodotti creativi, ci sembra un segnale incoraggiante, perché oltre alle necessarie politiche di incentivazione dell’offerta, è fondamentale una progettualità di sostegno alla domanda”.​

Nei prossimi giorni si capirà di più sulle reali intenzioni del ministro Bonisoli, così come sulla eventuale estensione della misura al prossimo anno. Con l’ultima legge di bilancio l’operazione è stata riproposta, questa volta per due anni: il 2018 e il 2019 (per entrambi gli anni lo stanziamento è stato di 290 milioni). Il problema, sottolinea il Sole 24 Ore, è che mentre nel 2016 e 2017 c’era una norma che espressamente prevedeva l’introduzione (o l’estensione) del bonus, questa volta quella disposizione non c’è. "Se ne sono accorti al Consiglio di Stato quando hanno esaminato il decreto che Palazzo Chigi ha messo a punto per regolamentare (così come aveva fatto le due volte precedenti) la gestione del beneficio". I giudici amministrativi in sostanza non ravvisano "la sussistenza della fonte normativa primaria che preveda, non mediante la mera conferma della dotazione finanziaria, l’espressa applicazione del beneficio anche ai giovani che compiono diciotto anni nel 2018 e nel 2019".

Se l’interpretazione data dai quotidiani del vertice di ieri tra Macron e Conte è che qualcuno all’Eliseo cerca l’isolamento di Salvini, il leader leghista in persona rilancia e tira diritto sul tema degli immigrati che non dovranno più esserlo. Perché lui, alle navi delle Ong, i porti continuerà a tenerli chiusi e pazienza se qualcuno non ci sta.

L’Eliseo alza il tiro

Scrive ad esempio La Repubblica che  Macron, ieri, è stato molto esplicito, fino a mettere “alle strette il premier italiano. Il leader francese fa diverse aperture a Giuseppe Conte ma ribadisce anche i paletti da cui la relazione tra Francia e Italia può ripartire. Pur imperfetto, spiega Macron, il gioco europeo è il solo che permette di trovare soluzioni al problema dell’immigrazione che, per definizione, non si risolve con misure solo nazionali. In un momento in cui l’Europa si divide, persino la coalizione tedesca vacilla, Macron alza il tiro”. 

L’alternativa, spiega Il Corriere della Sera, è che “vinca la linea di Matteo Salvini ammiratore dell’Ungheria di Viktor Orbán, che gli equilibri europei si spostino verso il gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia), e che prenda davvero forma quell’asse dei volenterosi tra il ministro Salvini, il tedesco Seehofer e il cancelliere austriaco Kurtz, che Macron liquida così:

“Asse? Una formula che nella storia non ha mai portato fortuna”. Insomma, “Macron cerca così di ridimensionare Salvini in Italia e il ministro Horst Seehofer che in Germania sta mettendo in difficoltà la cancelliera Merkel”.

Alza il tiro anche Salvini

Dopo la lettura dei quotidiani, il ministro dell’interno reagisce rilanciando su Facebook. "Mentre la nave della Ong Aquarius naviga verso la Spagna (arrivo previsto domani mattina) altre due navi di Ong con bandiera dell’Olanda (Lifeline e Seefuchs) sono arrivate al largo delle coste della Libia, in attesa del loro carico di esseri umani abbandonati dagli scafisti”, scrive.

Segue l’avvertimento: “Sappiano questi signori che l’Italia non vuole più essere complice del business dell’immigrazione clandestina, e quindi dovranno cercarsi altri porti (non italiani) dove dirigersi”.

"Da ministro e da papà – conclude – possono attaccarmi e minacciarmi quanto vogliono, ma io non mollo e lo faccio per il bene di tutti".

Botta e risposta con le Ong

"Quando i fascisti ci fanno pubblicità” scrive poco dopo in un tweet la Ong Lifeline. Successivamente la Ong tedesca corregge il tiro, cancellando il post e twittando: ""No, Matteo Salvini naturalmente non è un fascista. Ci è scivolato il mouse".

 

Per Salvini, comunque, è buona la prima.  "La nave Ong Lifeline commenta: 'Quando i fascisti ci fanno pubblicità…'. Roba da matti. A casa nostra comandiamo noi, la pacchia è STRA-FINITA, chiaro? Insulti e minacce non ci fermano", replica.

Il Cardinale chiede il rispetto dell’ecologia. Quella linguistica

Nel frattempo c’è chi chiede al cardinal Gianfranco Ravasi, dileggiato nei giorni scorsi sulla Rete per aver spezzato una lancia in favore dei migranti dell’Aquarius, un commento sui toni usati da Matteo Salvini in queste circostanze.

"Penso che noi tutti dobbiamo avere una sorta di purificazione della nostra grammatica comunicativa”, risponde lui sublime, "Uno dei problemi fondamentali di tutta la civiltà contemporanea  è proprio la necessità di una sorta di ecologia linguistica. La comunicazione informatica purtroppo ha fatto si che sulle bacheche informatiche certe parole diventassero persino aggressive.

Questa è la caratteristica di una società che vive nell'infosfera la quale nasconde tante volte anche i volti e fa si che le eco di alcune parole diventino poi alla fine esasperate".

Le parole più dure le riserva all’Alessandro Di Battista:

“Il peggior scrittore del mondo. A Hollywood danno non solo gli Oscar per i film più belli ma anche i Razzie Award per quelli più brutti. Ecco, se ne esistesse uno per la scrittura lo vincerebbe Di Battista, con la sua prosa a metà fra la retorica adolescenziale e il narcisismo patologico e mitomane, senza un briciolo di controllo, senza l’ombra di ironia, di consapevolezza del tono: il vuoto totale”.

Ma poi il regista Paolo Virzì, in un’intervista a Il Foglio che da quando è stata messa online, lo scorso 13 giugno, ad oggi ha acceso un forte dibattito sui social, si lascia andare ad un lungo commento sul Movimento 5 stelle. Giudizi molto critici. Virzì non esita a definire il movimento un partito con chiare somiglianze al fascismo, a cominciare dalla sua capacità di mobilitare le piazze grazie all'odio nei confronti dell'altro: 

"La nostra natura è fondamentalmente fascista e chi lavora con gli umori della rete lo sa bene. I dententori del sentiment della rete e chi usa le tecnologie per fare propaganda tengono bene a mente questa cosa. Roberto Saviano scrive un tweet e la gente gli risponde che deve morire o che gli devono togliere la scorta. Riflessi del nostro squadrismo naturale, direi organico e biologico"

E ancora:

Ho tanti amici di sinistra che hanno votato per i Cinque stelle. Mi rivolgo a loro: abbiate il coraggio di dire che avevate voglia di fascismo; è rincuorante e galvanizza. Ha pure gli inni, le marce, le canzoncine.

Il miracolo italiano dei 5 stelle, per Virzì, è aver creato una "straordinaria agenzia di collocamento". 

Il M5s è anche una straordinaria agenzia di collocamento. Ho sentito con le mie orecchie mamme apprensive per il futuro dei loro figli zucconi a scuola, suggerire: ‘Ma perché non ti candidi con i 5 stelle? Tanto i rimborsi mica devi restituirli tutti…’. Ecco, in un paese in cui l’ascensore è bloccato questa prospettiva può essere appetitosa. Quanti sono tra consiglieri comunali, regionali e parlamentari? I Cinque stelle hanno realizzato una specie di miracolo italiano. Naturalmente a spese della verità. 

E la rivincita di chi andava male a scuola:

E’ una commedia all’italiana: io ci vedo la rivincita e la vendetta del mediocre. L’ho visto in piccolo a Livorno: tutti quelli che andavano male a scuola improvvisamente oggi hanno delle cariche pubbliche. Il M5s è questo: è la rivincita di quelli che andavano male a scuola

Ma nemmeno il fascismo o il nazismo sono orizzonti possibili, per Virzì: il motivo è che nessuno nel movimento, dice il regista, ha il talento per poterlo fare. 

In questi anni mi sono beccato shitstorm su internet, mi hanno bucato le gomme della bicicletta e al mercato della Garbatella con mia moglie sono stato assaltato con urlacci. C’era un loro gazebino, mi hanno urlato ‘Virzì ridacci i finanziamenti pubblici!’. Sono stati convinti dai loro spin doctor che lavorano nella comunicazione che nella sede del Pd c’è un grande ufficio dove si finanziano i film. ‘I film te li ha finanziati Renzi!’, mi gridavano. Ora, io capisco che chi è stato deluso dai partiti tradizionali, dai sindacati, ha il desiderio di una maggiore radicalità, di fare una battaglia viva e di essere rappresentato. Ma non si può non rendere conto che quella roba lì, il M5s, fa parte di un progetto di presa del potere di un’azienda, la Casaleggio Associati, che mobilita interessi non so quanto trasparenti, non respingendo le tecniche peggiori di mobilitazione del consenso attraverso odio, paura e disprezzo.  Lo si è visto, appunto, nei comuni. A livello nazionale invece, siccome sono delle pippe, si fanno mangiare da una volpe arruffona di categoria B qual è Salvini. Non c’è da temere il Terzo Reich solo perché non hanno il talento per poterlo mettere in campo. Gli manca Hitler, hanno solo mediocri arrampicatori. 

Era meglio Renzi? 

Beh, Marco Travaglio lo dice sempre che è colpa del Pd se c’è il governo Conte. “E’ una tecnica, si chiama capro espiatorio. Funziona bene. Un giorno magari riguarderemo cosa è successo negli ultimi 4 anni, dal 2014 al 2018, e forse scopriremo che avevamo il miglior governo della Repubblica italiana e che siamo riusciti – mi ci metto anche io – con il nostro fastidio e la nostra suscettibilità, a sminuirlo, ad aprire le praterie a questo nuovo nazifascismo”. Ma quindi era meglio Renzi? “I cicli politici si esauriscono ed è giusto che ci siano dei ricambi. Renzi ha avuto una stagione relativamente lunga stando ai parametri della sinistra, almeno dal post Occhetto in poi. Prima di lui, i leader non facevano in tempo a prendere confidenza con l’ufficio della segreteria che già dovevano andarsene. Renzi è insomma durato abbastanza.

E la speranza di un'invasione per "migliorarci"

Continuo a sperare in una futura invasione. Siamo diventati un popolo brutto, triste, meschino, ignorante, con un crollo demografico totale, destinato quindi a estinguersi; non resta che sperare nell’energia di questi popoli che col loro dolore e la loro forza possono solo migliorarci

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