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AGI – “Sono rimasto stupito negativamente. Ma non voglio commentare le sue parole”: è quanto afferma il leader leghista, Matteo Salvini, in merito alle parole del premier Mario Draghi sugli appelli a non vaccinarsi. In un’intervista al Corriere della Sera, Salvini, ha spiegato di non aver sentito Draghi dopo quella dichiarazione: “No, l’avevo sentito prima del Consiglio dei ministri e avevamo dialogato amabilmente su tante questioni. Se aveva qualche osservazione da muovermi poteva dirmelo al telefono e non attraverso una conferenza stampa”.

Sul Green pass Salvini ha ribadito la sua posizione: “Resto contrario, sono contento che non sia passato il cosiddetto modello francese che sarebbe stato molto più restrittivo. Abbiamo cercato di limitare i danni che sarebbero derivati nel caso di applicazione estensiva (nei bar, sui treni, nei luoghi di lavoro). Avremmo tolto i diritti civili a 30 milioni di persone. Vedremo fra 15 giorni”.

Quanto alle proteste di piazza contro il Green pass, Salvini ha osservato: “Chi manifesta non è No vax. Conosco tanta gente che è vaccinata che si oppone alle restrizioni e che invoca la libertà di scelta. Mercoledì a Roma saranno in tanti a far sentire la loro voce, non vedo che male facciano. Di certo non sarò io a ghettizzarli. E altrettanto sicuramente non voglio vivere in una nuova Unione Sovietica”. Mentre sulla vaccinazione effettuata ieri spiega: “La vaccinazione era stata prenotata per tempo, mica si può decidere dalla sera alla mattina…”.

AGI – La riunione era stata convocata per trovare la quadra sul decreto reclutamento, con i 5 stelle che hanno avanzato alcuni dubbi legati al potere dell’Anac. Ma si è poi finiti a parlare di disegno di legge Zan. I capigruppo della maggioranza di palazzo Madama, ieri pomeriggio, secondo quanto si apprende, si sono ritrovati per cercare di concordare le prossime mosse sulla legge contro l’omotransfobia. Si è deciso che si valuteranno gli emendamenti e che, qualora ci fosse lo spazio (ci sono in Aula i decreti da convertire, da quello sulla cybersicurezza al Grande navi a Venezia) di proseguire il dibattito il 2 agosto. Mancano ancora tre ore di confronto: è possibile che comunque si vada direttamente a settembre ma il fatto che il tema sia stato centrale nell’incontro è un segnale che ancora si sta cercando una via d’uscita.

Al momento un accordo non c’è. Ma l’ex maggioranza giallo-rossa, secondo quanto apprende l’AGI, ha ventilato una proposta di compromesso. Ovvero quella di mantenere l’identità di genere, eliminando la parte delle definizioni dell’articolo 1. In realtà, soprattutto nel Movimento 5 stelle, si starebbe facendo strada la possibilità di rivedere anche la nozione a patto che – spiega una fonte – si mantengano comunque fermi i principi di salvaguardia dell’identità di genere.

Continua a esserci un diverso approccio al provvedimento da parte delle forze politiche ma l’idea di eliminare le definizioni dell’identità di genere è comunque un passo avanti, anche se resta in ogni caso un’ipotesi.

La Lega avrebbe respinto ‘l’offerta’, vuole che venga eliminata completamente la nozione di identità di genere presente anche negli altri articoli. Ma, riferiscono fonti parlamentari, non esclude altre mosse a sorpresa, alla ripresa della discussione sul ddl Zan. Con la premessa che qualora non si riesca a raggiungere un accordo in questi giorni chiederebbe, insieme a Fratelli d’Italia, il ‘non passaggio agli articoli’, ovvero lo stop all’esame della legge e il rinvio in commissione. Di fatto un voto segreto in questa direzione sarebbe la certificazione dell’affossamento del provvedimento.

I due schieramenti – da una parte il centrodestra, dall’altra l’ex maggioranza giallo-rossa – restano su fronti contrapposti. Con Italia viva che ha aperto alla disponibilità della Lega a trovare una mediazione. Nei prossimi giorni si capirà se è possibile ancora trovare una convergenza sul ddl Zan (si discute pure dell’eventualità di lavorare lunedì e venerdì), perché il Pd non crede in un confronto con il partito di via Bellerio, è convinto che Matteo Salvini voglia solo affossare la legge. Ma i dem potrebbero con questa mossa ‘tentare’, oltre a Italia viva, anche Forza Italia, o perlomeno una parte del gruppo azzurro, considerato che i numeri restano ballerini.

Tra le idee anche quella di intervenire sull’articolo 4, eliminandolo affinché la via maestra resti il ‘link’ con la Costituzione. Al momento nel calendario stilato fino al 30 luglio del ddl Zan non c’è traccia ma le ipotesi alle quali stanno pensando il Pd, M5s e Leu potrebbero rappresentare delle novità, anche se c’è sempre da considerare che in caso di modifica del disegno di legge occorrerebbe passare di nuovo alla Camera dei deputati e quindi intraprendere un percorso in ogni caso accidentato.

AGI – Dalla giustizia al ddl Zan, Matteo Renzi ha ormai messo nel mirino il Partito Democratico e il suo segretario, Enrico Letta. Il leader d’Italia Viva, presentando il suo libro con Enrico Mentana, ha riservato a Letta gran parte del ‘capitolo aggiunto’ intitolato “Come farsi nuovi amici”. Tra una accusa ai pm di Firenze e un’altra agli ex ‘amici’ approdati nel Consiglio Superiore della Magistratura, il senatore di Scandicci trova il tempo per dire che, se Letta “liscia il pelo” ai Cinque Stelle è solo in funzione elettorale e si dice pronto a scommettere che, “dopo le amministrative” questa linea cambierà.

Ma il cannoneggiamento d’Italia Viva verso il Pd non si ferma a questo. Anzi, si fa più intenso quando si toccano i temi ‘caldi’ nella maggioranza che sostiene il governo Draghi. Come il ddl Zan. Matteo Renzi, dopo che il suo partito ha presentato emendamenti al ddl fermo in Senato, rilancia il testo Scalfarotto che, a suo dire, può essere approvato “prima della pausa estiva”.

Letta tiene duro

Enrico Letta, però, non molla. Per il segretario del Pd, il testo ‘buono’ rimane quello del deputato dem Alessandro Zan, già approvato alla Camera il 4 novembre del 2020: “Quando andremo a settembre in aula discuteremo, come sempre abbiamo detto, con la convinzione del fatto che questo è il testo migliore. Con la voglia di ascoltare tutti. Abbiamo presentato ordini del giorno, non emendamenti e crediamo sarà il Parlamento a dire la sua e con la massima trasparenza noi ascolteremo tutti”, spiega Letta arrivando a Bologna per la seconda giornata di Pre-Agorà democratiche. 

Per Renzi e i suoi, il Partito Democratico mira ad affossare il disegno di legge dato che, senza le modifiche proposte da Italia Viva e dalla Lega, il ddl Zan non avrebbe i numeri per passare. Accusa che i dem girano al mittente, con la senatrice Monica Cirinnà a sottolinea che, contrariamente a quanto precedentemente assicurato, Italia Viva ha presentato emendamenti al testo. Proposte di modifica sostanziali: “Quando ho letto il primo emendamento ho capito con chiarezza che l’intento d’Italia Viva è totalmente demolitorio nei confronti del ddl Zan”, spiega Cirinnà a Corriere della Sera.

Infatti, “se approvato, questo emendamento escluderà ogni riferimento nel testo all’orientamento sessuale e all’identità di genere. Viene proposto di sostituire queste due definizione con omofobia e transfobia”. Ma per Cirinnà, “i termini omofobia e transfobia non hanno la sufficiente determinatezza per stare in una legge penale”. Non solo. In quello che chiama “il giorno della verità” per il ddl zan, Cirinnà fa sapere che i “nomi e i cognomi di chi vuole modificare questa legge, di chi fa l’occhiolino ad Orban, di chi vuole lasciare le persone oggetto di crimini d’odio”.

Parole che colpiscono nel segno, tanto che a rispondere immediatamente sono esponenti di Italia Viva: “Ricordo alla senatrice Cirinnà che le liste di proscrizione venivano fatte in questo Paese dal regime fascista e che quel regime era campione di discriminazioni. Chiedo al Partito Democratico di prendere immediatamente le distanze dalle sue parole”, protesta il capogruppo Iv a Palazzo Madama, Davide Faraone.

La difesa dem di Cirinnà

Dal Nazareno si parla di “volgare tentativo di delegittimazione e di tiro al bersaglio ad personam contro Monica Cirinnà. Anche con accenti da regolamento di conti su passate vicende che nulla c’entrano con la legge zan. La posizione del Pd e del segretario è quella espressa da Cirinnà“. A confermarlo sono anche fonti dem di Palazzo Madama che sottolineano come la senatrice Cirinnà goda del sostegno del gruppo e anche del partito. “Andiamo avanti, non cadiamo in questi tentativi di buttarla in caciara”, afferma un esponente Pd: “Siamo tutti assolutamente tranquilli e determinati”.

Riguardo all’accusa di preparare ‘liste di proscrizione’, poi, dal Nazareno viene segnalato che quello della Cirinnà non è altro che un “richiamo alla trasparenza” degli atti parlamentari, dato che “gli emendamenti non sono anonimi”. Al fondo degli attacchi d’Italia Viva, riferiscono fonti parlamentari Pd, c’è soprattutto la volontà di mettere i dem in difficoltà in vista delle amministrative: Renzi – è il ragionamento che viene fatto – sa bene che se c’è un bacino elettorale da cui attingere, è quello del Pd, non certo della destra. I flussi elettorali che, eventualmente, dovessero lasciare il Pd da qualche parte dovranno finire. 

AGI – Mentre in Parlamento si consuma la battaglia sulla legge contro l’omotransfobia, le lancette sembrano tornare indietro di quarantanni, quando l’Aids era considerata una peste e gli omosessuali degli untori. Tutto a causa del tweet con cui il deputato leghista Claudio Borghi se la prende con i giornalisti colpevoli, a suo dire, di contattarlo per chiedergli se si è vaccinato oppure no.

A innescare la polemica non è, tuttavia, il ‘vaffa’ che l’esponente del Carroccio riserva ai cronisti, quanto il parallelo fra infezione da Hiv e Lgbt che propone alla fine del commento, provocando un corto circuito fra vaccino, green pass e, appunto, disegno di legge Zan. Manca solo la riforma penale per completare il ventaglio dei temi su cui la maggioranza cerca faticosamente la quadra in queste ore.

Scrive Borghi: “Terzo giornalista che chiama per sapere se sono vaccinato. Finora sono stato gentile, al prossimo parte il vaffan…e la cancellazione dalla lista dei contatti. Perchè questi eroi la prossima volta che intervistano un Lgbt non gli chiedono se è sieropositivo e se fa profilassi?“. A saltare sul proprio seggio leggendo il tweet è, primo fra tutti, il deputato di Forza Italia Elio Vito che, in disaccordo con la linea del suo partito, porta avanti da settimane la battaglia per l’approvazione del testo che reca la prima firma di Alessandro Zan, deputato Pd.

Rivolgendosi al presidente dell’Aula di Montecitorio, Vito ha spiegato: “Vorrei richiamare la sua attenzione per fare in modo che Borghi possa scusarsi non con me ma dinanzi all’assemblea per le cose che ha scritto poco fa. Mettere di nuovo lo stigma della sieropositività su una intera comunità ritengo sia una cosa ignobile. Paragonare omosessualità e sieropositività è una forma di discriminazione gravissima. Basterebbe un minimo di buonsenso per evitare di dire queste scempiaggini. Borghi chieda scusa a me, alla comunità e al paese che dovrebbe rappresentare con onore e con decoro”. Il duro intervento di Vito, tra l’altro, è stato accolto con applausi provenienti anche dai banchi del Pd.

E il deputato dem, Filippo Sensi, si congratula personalmente con il collega che, sebbene dal fronte politico opposto, porta avanti la sua battaglia per l’approvazione della legge contro l’omotransfobia: “Sono andato a congratularmi con Elio Vito che in aula ha usato parole di fuoco su un tweet inqualificabile – diciamo così – di un deputato leghista”, riferisce Sensi che si dice “allibito” dal tweet del leghista. “Per la cronaca, questi sono quelli con i quali dovremmo dialogare sul ddl Zan, quelli dei quali dovremmo fidarci”, rincara un altro esponente dem di spicco come Matteo Orfini.

Reagisce anche Enrico Letta, ‘invitato’ da Matteo Salvini a confrontarsi sulle eventuali modifiche al ddl Zan. “Coloro con i quali noi dovremmo negoziare e condividere norme contro la omotransfobia”, è il laconico commento del segretario dem. “Bravo segretario!”, esulta Alessandro Zan che poi sottolinea: “Prima di chiedere mediazioni sul ddl Zan, Salvini sia coerente e cacci Borghi dal suo partito”.

Sulla stessa linea anche il Movimento 5 Stelle: “Nel 2021 c’è ancora chi, come il leghista Claudio Borghi, alimenta l’odioso pregiudizio che associa la sieropositività e l’Hiv alle persone Lgbt, falso mito sfatato da anni. Le parole del deputato leghista, contenute in un suo tweet, riportano le lancette dell’orologio indietro nel tempo, quando lo stigma verso le persone di diverso orientamento sessuale era legato alla sieropositività. Ci auguriamo che la Lega prenda le distanze da parole così aberranti ancora più gravi perché scritte da un parlamentare della Repubblica”, dichiarano le parlamentari e i parlamentari del Movimento 5 Stelle, componenti del Gruppo Pari Opportunità.

AGI – Cambiare le regole delle quarantene, rivedendole alla luce del Green Pass: Matteo Renzi affida alla newsletter riservata ai sostenitori la sua personale ricetta contro il rischio di nuove chiusure. “I contagi crescono e cresceranno, ma per chi ha gli anticorpi nessun allarmismo. Il problema non è il numero delle persone contagiate, ma la terapia intensiva, l’ospedalizzazione, i decessi”, spiega prima di lanciare l’appello al governo: “Spero che il Governo cambi le regole della quarantena: se un vaccinato entra in contatto con un positivo oggi va in quarantena per 14 giorni. Follia! Chi ha il Green Pass deve essere tutelato”.

Una linea morbida sulla quarantena che Renzi vuole accompagnare con l’obbligo vaccinale per alcune categorie. “Chi lavora a scuola o negli ospedali, a mio avviso, dovrebbe avere l’obbligo vaccinale. Per tutti gli altri estenderei l’utilizzo del Green Pass sul modello Macron. Basta con le zone rosse: in zona rossa ci vada chi non è vaccinato. Chi ha gli anticorpi può andare dappertutto”. In quest’ottica il leader di Italia Viva difende il vaccino per gli under 40: “Dire che non bisogna vaccinarsi sotto i 40 anni è una follia. Da sempre ho fatto una battaglia contro i No Vax. Penso che bisogna giocare la carta della franchezza: nelle settimane cresceranno i contagi perché la variante Delta è contagiosa, ma per chi è vaccinato il covid è poco più di una influenza”.

Nonostante ciò, per Renzi va evitato l’obbligo vaccinale per tutti: “Sono favorevole al green pass, anche per i trasporti. Se dobbiamo tornare in ‘zona rossa’, ci vada chi non è vaccinato. E’ l’unica strada per evitare l’obbligatorierà del vaccino”. Un’ipotesi sposata invece dal segretario Pd, Enrico Letta, che ieri sera chiudendo la Festa de L’Unità a Testaccio ha ribadito: “Sono tra i favorevoli all’obbligo vaccinale. Non è una cosa che non esiste, ci sono già degli obblighi vaccinali. Non stiamo inventando una cosa nuova. Dopo quello che è avvenuto in questo anno e mezzo, mi chiedo cos’altro dobbiamo aspettare”. Ma la distanza maggiore fra Renzi e il pd si registra sul Ddl Zan.

Il senatore di Iv considera “una vergogna” la scelta di Enrico Letta di non sedersi allo stesso tavolo con Matteo Salvini per trattare le modifiche al testo della legge contro l’omotransfobia. “È una vergogna non trattare sul ddl Zan. Il Pd si sta avvicinando troppo ai 5 Stelle. Quando dice che non si tratta sulla legge Zan ma si tratta sulla giustizia è strano. Come si fa a non trovare un punto di equilibrio?”. E ancora: “Non capisco perché, oggi che la Lega ha dato la disponibilità, il Pd si è messo di traverso. Oggi il Pd è diventato il partito No Zan”.

L’ultimo terreno di scontro nella maggioranza è quello sulla giustizia, con la difficile ricerca di un punto di caduta. Il presidente del Consiglio può ancora porre la fiducia sulla riforma del processo penale e, se così sarà, “voteremo la fiducia”, afferma Renzi. “Se il governo non metterà la fiducia, lavoreremo in Parlamento”.

E perchè la determinazione sua e del suo partito sia chiara, Renzi annuncia la volontà di firmare il referendum sulla riforma della giustizia promosso dai radicali. Lo farà mercoledì a Roma: “Quando penso al referendum sulla giustizia non penso a Salvini ma ad Enzo Tortora”. 

AGI – L’estensione dell’obbligo del Green Pass sarà al centro di una settimana politica che si annuncia rovente: le ultime indicazioni per il nuovo decreto anti-Covid dovrebbero arrivare dalla riunione del Cts e poi della cabina di regia. Si parla di renderlo necessario per accedere alle discoteche e ai ristoranti al chiuso, oltre che per stadi, piscine, palestre, concerti e per tutte le attività collettive, compresi i viaggi in treno o aereo.

Matteo Salvini non ha esitato a definire questo allargamento dell’obbligo “una cazzata pazzesca”: “Mi rifiuto di vedere qualcuno che lo insegue con un tampone o una siringa”, ha detto il leader leghista pensando al proprio figlio come a tanti altri giovani, “prudenti sì, terrorizzati no”. Dall’opposizione Fratelli d’Italia rincara la dose parlando di “obbligo nascosto” di vaccinazione.

I dem favorevoli

Il Pd fa invece quadrato a favore della misura: “Il Green pass va fatto, punto. Alla Draghi”, ha affermato il segretario, Enrico Letta. “Noi ci fidiamo del premier e del ministro Speranza, che hanno sempre deciso con serietà e sulla base delle evidenze scientifiche, non di soluzioni estemporanee proposte solo per acchiappare voti. Servono soluzioni che coniughino liberta’ di movimento e apertura delle attività economiche in sicurezza. Ma non le dettano Meloni e Salvini”, ha aggiunto.

L’idea dell’esecutivo sarebbe quella di evitare che le regioni regrediscano al giallo prima di Ferragosto introducendo nuovi parametri che oltre all’incidenza del virus tengano conto dell’occupazione dei reparti ordinari e delle terapie intensive. Su questo ci sarebbe un’intesa di massima nella maggioranza. 

AGI – Giuseppe Conte appare in diretta sui social per presentare lo statuto del ‘suo’ Movimento 5 stelle, “finalmente” pronto dopo “mesi di difficoltà e smarrimento”, ammette. Nove minuti e ventuno secondi: tanto dura il discorso in cui l’ex presidente del Consiglio chiede “compattezza” e la collaborazione di tutti per ridare “slancio e nuova linfa” alla formazione nata dalla “grande intuizione di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio“, tiene a ricordare.

Lo statuto garantisce la “piena agibilità politica” del presidente, carica da lui ricoperta, e una “chiara separazione tra ruoli di garanzia e quelli di indirizzo politico”, assicura. “Ricorderete, nel 2018, il Movimento ha ottenuto la fiducia di oltre 10 milioni di italiani – rammenta -, è diventato la prima forza politica in Parlamento, grazie agli impegni presi con gli elettori“.

“E questi impegni in parte li abbiamo già mantenuti, realizzando gran parte delle riforme che abbiamo promesso e che oggi non possiamo lasciare che vengano cancellate – avverte -. E’ una questione di rispetto per la democrazia, degli elettori. Ed è una questione di coerenza, che è fondamentale per alimentare il rapporto di fiducia tra i cittadini e il Movimento“.

Così come è netto sulla giustizia. “Siamo quelli che vogliono processi veloci ma non accetteremo mai che vengano introdotte soglie di impunità e venga negata giustizia alle vittime dei reati – scandisce -. Non accetteremo mai che il processo penale per il crollo del ponte Morandi possa rischiare l’estinzione”.  

Il nuovo statuto   

Il nuovo statuto, pubblicato in rete, è composto di 39 pagine e 25 articoli e si potrà votare, dalle 10 alle 22, il 2 e il 3 agosto, in prima convocazione; e, negli stessi orari, il 5 e il 6 agosto, in seconda convocazione. Il voto online si svolgerà, non più sulla piattaforma Rousseau, ma su Skyvote.

 “A seguito dell’eventuale approvazione del nuovo statuto, l’assemblea sarà chiamata a votare per l’elezione del presidente, indicato dal garante, Beppe Grillo, nella persona del prof. Giuseppe Conte – si legge -. In caso di approvazione dello statuto, l’assemblea per la votazione del Presidente verrà convocata già nelle giornate successive. Seguirà, comunque, apposito avviso di convocazione nelle forme e nei modi previsti dallo statuto”. 

La sede legale del Movimento, viene poi precisato, sarà a Roma a pochi passi dalla Camera dei deputati, in via Campo Marzio. Tra le novità, cambiano le 5 stelle: non più acqua, ambiente, trasporti, connettività e sviluppo, ma “beni comuni, l’ecologia integrale, la giustizia sociale, l’innovazione tecnologica e l’economia eco-sociale di mercato”.

Il presidente del Movimento 5 Stelle sarà l’unico responsabile dell’azione politica del movimento – viene spiegato -, mentre il garante ne curerà e custodirà i valori. Nel documento poi si intende mettere uno stop alle espressioni verbali aggressive che possono essere considerate al pari di comportamenti violenti. E si conferma la formazione, annunciata da Conte, della nuova scuola di formazione del M5s.

Lo statuto rinnova anche il simbolo, disegnando due contrassegni: il primo ha in basso la scritta ‘ilblogdellestelle.it’, il secondo ha la parte inferiore rossa con la scritta bianca ‘2050’.  

“Girerò tutta l’Italia, mi fermerò a discutere nelle piazze, davanti alle vostre case, perché non si fa politica solo nei luoghi istituzionali. La politica è dappertutto, ovunque vi siano cittadini che, con passione, si confrontano per il bene della loro comunità. E c’è una comunità che lotta per questi valori, che merita azioni e rassicurazioni immediate, in cui mi riconosco e per cui mi voglio spendere, spendere tutto me stesso, tutta la mia passione, tutte le mie possibilità”, assicura Conte.  

“Il Movimento 5 stelle si appresta a vivere una nuova fase con un nuovo assetto. In questo percorso di ripartenza serve l’impegno di tutti per poter affrontare le sfide che verranno. Siamo una comunità, che va avanti insieme”, esorta il presidente della Camera, Roberto Fico. “Conte ha tracciato il cammini, andiamo avanti uniti”, dice la vice presidente M5s del Senato Paola Taverna.

“Coinvolgere sempre più i cittadini, proteggere il nostro lavoro, continuare a lottare per i nostri valori. Le parole di Giuseppe Conte esprimono la volontà e l’impegno di rilanciare il M5s ascoltando le parole degli italiani in tutte le piazze. Avanti insieme”, aggiunge Fabio Massimo Castaldo, vice presidente M5s dell’Europarlamento. 

AGI – Il giorno dopo l’incontro tra Giuseppe Conte e Beppe Grillo il Movimento 5 stelle riparte con un voto (il 21 luglio) sulla rete per il candidato sindaco di Torino. Aspetta di sapere quando sarà fissato il pronunciamento sullo statuto (c’è anche chi teme un ‘flop’) sulla nuova piattaforma, si interroga sui prossimi organigrammi, dibatte se la pace durerà a lungo, considerato che c’è chi guarda con un certo scetticismo al ‘patto della spigola’ tra l’ex premier e il fondatore M5s (la preoccupazione è che si tratti solo di una tregua, che Grillo voglia mandare a sbattere – per dirla con le parole di un deputato – l’ex presidente del Consiglio) ma il vero terrore è un altro.

Cosa si fa sulla riforma del processo penale? Come ci si comporterà sul tema della giustizia? Comincia a serpeggiare grande nervosismo in chi non intende discostarsi dalla linea Draghi. Va bene la difesa di un cavallo di battaglia del Movimento 5 stelle ma – questo il ‘refrain’ di molti parlamentari – il rischio è che nel semestre bianco cominci la stagione delle mani libere per poi arrivare in primavera (le elezioni politiche dal 3 agosto non potranno essere indette almeno fino al 3 febbraio 2022, quando il presidente della Repubblica Mattarella concluderà ufficialmente il suo mandato) al voto anticipato.

I 5 stelle tra timori e scetticismo, preoccupa la linea sulla riforma della giustizia

“E con il taglio dei parlamentari sicuramente una parte dei deputati e senatori non hanno voglia di strappare, non tornerebbe sugli scranni di Montecitorio e Palazzo Madama”, il ragionamento. Certamente si tratta di fughe in avanti ma al momento non si respira, soprattutto nelle chat pentastellate, un clima di ottimismo su un possibile punto di caduta che tenga M5s agganciato alla riforma Cartabia. Per Conte e l’ala che resiste sulla difesa del testo Bonafede la soluzione di inserire tempi prefissati per il giudizio in secondo grado e in Cassazione non è adattabile per tutti i processi e per tutti i reati.

L’ex presidente del Consiglio lo ha fatto capire a più ripresa, parlando di “anomalia italiana”. Così com’è il testo non è possibile votarlo. Ma questo non vuol dire che i vertici M5s, a partire proprio dall’ex presidente del Consiglio, vogliano chiudere la porta del dialogo. M5s ritiene che un compromesso per evitare l’improcedibilità per tutti i reati e favorire un clima di impunità ci possa essere.

Lunedì l’incontro tra Conte e Draghi

E Conte nell’incontro che avrà lunedì con il premier Draghi si spenderà per cercare una sintesi, da trovare proprio tra le proposte suggerite dai Cinque stelle ma pure in quelle inserite nel lavoro dell’ex presidente della Corte costituzionale Lattanzi che ha presieduto il gruppo di lavoro del dicastero della Giustizia. Conte insomma non ne fa una questione di principio politico ma una difesa nel merito su un tema che ha permesso al Movimento 5 stelle di arrivare in Parlamento con una valanga di voti. Ma il sentiero resta stretto.

Di fronte all’eventualità sempre più probabile della fiducia e del voto nell’Aula di Montecitorio entro il 3 agosto M5s si troverebbe di fronte ad un bivio. Il percorso dell’astensione (già sgradito al Capo dell’esecutivo in Cdm) andrebbe concordato con il premier ma lascerebbe – questa la convinzione delle altre forze politiche della maggioranza – il Movimento 5 stelle con le mani libere. “Non è possibile accettarlo”, il ‘refrain’.

Si tratterebbe comunque di una presa di distanza rispetto ad una riforma ritenuta importante dall’esecutivo. Presa di distanza che sarebbe considerata dal governo ancora piu’ grave se poi arriverebbe il voto contrario sul provvedimento. Il Movimento 5 stelle prima di pronunciarsi attende di capire l’esito dell’incontro tra Draghi e Conte che in queste settimane ha comunque ribadito di non volere una rottura con il governo. Oggi ha ascoltato, al pari delle altre forze politiche della maggioranza, le audizioni dell’Anm (“La nuova prescrizione non accelera i processi”, ha detto il presidente Santalucia) e dell’Unione delle Camere penali  (“La soluzione della prescrizione ‘processuale’ non è un cataclisma”, ha sostenuto il presidente Caiazza) poi è stato allungato di qualche ora il termine per la presentazione dei sub-emendamenti.

I pentastellati stanno preparando le proprie modifiche ma persistono sensibilità diverse nei gruppi, una parte del Movimento ritiene che si debba evitare di andare allo scontro totale. Anche perché così si metterebbe a rischio l’alleanza con il Pd alle amministrative, considerato che i dem difficilmente potrebbero accettare di restare da soli in maggioranza solo con il centrodestra.

AGI – Dopo oltre un anno, tra audizioni e nuove proposte di legge presentate, è pronto il testo base sulla cannabis. Composto di 5 articoli, il provvedimento mira a modificare il testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, in materia di coltivazione, cessione e consumo della cannabis e dei suoi derivati.

A depositarlo il relatore nonchè presidente della commissione Giustizia, il pentastellato Mario Perantoni. Il testo, che la prossima settimana potrebbe essere adottato dalla commissione per poi procedere con la fissazione del termine per la presentazione degli emendamenti, è frutto della mediazione tra le diverse posizioni interne alla maggioranza e rappresenta una sintesi delle tre proposte di legge presentate dal 2019 ad oggi (una a firma del radicale Magi, l’altra targata M5s e infine il testo a prima firma del capogruppo leghista Molinari).    

Massimo quattro piantine ‘femmina’ 

Tra le novità più importanti, la non punibilità della coltivazione domestica per uso personale. In sostanza, viene legalizzata la coltivazione personale di piccole quantità, pari a ‘quattro femmine di cannabis’ e l’inasprimento delle pene nei confronti di chi mette in atto un reato nei confronti di minori. Inoltre, vengono depenalizzati i cosiddetti ‘fatti di lieve entità’, applicando una distinzione tra tipologie di sostanze stupefacenti, e non è più previsto il carcere, ma la possibilità di svolgere lavori di pubblica utilità. Infine, vengono eliminati gli illeciti amministrativi. 

“Ho proposto un testo base per la modifica del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti, consentendola coltivazione personale di piccole quantità, pari a ‘quattro femmine di cannabis’ e inasprendo il contrasto allo spaccio.Ancora una volta siamo in presenza di un provvedimento che recepisce il chiaro orientamento della Corte di Cassazione e che mira a mettere sullo stesso passo parlamento e società”, spiega Perantoni, che aggiunge: “Dando seguito alle istanze che esprimono la preoccupazione per il dilagare dello spaccio, vengono inasprite alcune pene e viene punito pesantemente chi vende sostanze stupefacenti ai minori o in prossimita’ delle scuole”.

Il relatore: si può fare un lavoro rapido in commissione

“Si può fare un lavoro rapido, la prossima settimana torneremo a discutere in una seduta della commissione per fissare poi la data di adozione del testo: spero in un cammino non accidentato del testo”, è l’auspicio del relatore. “E’ sicuramente un fatto positivo, un passo avanti” attraverso un testo che “è un buon punto di partenza”, commenta con l’AGI Riccardo Magi, deputato di +Europa, da sempre in prima fila nella battaglia sulla legalizzazione della cannabis per combattere la criminalità e agire anche sul sovraffollamento delle carceri.

Magi è consapevole che la commissione Giustizia “è oberata di lavoro, con la riforma del processo penale, ma spero ci sia la volontà politica della maggioranza ad approvare un testo che corrisponde a un’esigenza forte anche sul fronte della situazione carceraria: su 10 sono 7 i casi di carcerazione per fatti di lieve entità. E’ una stortura che va corretta, anche secondo la Guardasigilli Cartabia”. Inoltre, conclude Magi, “la riforma della giustizia si fa non solo intervenendo sugli aspetti ordinamentali e penso che il testo base risponde anche alle esigenze avanzate dalla Lega”. Insomma, “credo che si possa trovare nella maggioranza un equilibrio attraverso un approccio pragmatico”. 

Coltivazione per uso personale

“Sono consentite a persone maggiorenni la coltivazione e la detenzione per uso personale di non oltre quattro femmine di cannabis, idonee e finalizzate alla produzione di sostanza stupefacente e del prodotto da esse ottenuto”.

Pene e sanzioni

Nell’articolato si inaspriscono alcune pene e, allo stesso tempo, se ne ‘depotenziano’ altre. “Chiunque, essendo munito dell’autorizzazione” a coltivare cannabis “illecitamente cede, mette o procura che altri metta in commercio le sostanze o le preparazioni è punito con la reclusione da 8 a 20 anni e con la multa da euro 30.000 a euro 300.000“. Al contrario, la pena è meno pesante (reclusione da 3 a 12 anni e multa da euro 20.000 a 250.000 euro) se le attività illecite riguardano le sostanze o le preparazioni indicate nella tabella II di cui all’articolo 14, ovvero la cannabis. 

Lieve entità e lavoro pubblica utilità

“Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque commette uno dei fatti previsti” dalla legge che, “per i mezzi, la modalità o le circostanze dell’azione ovvero per la quantità delle sostanze, è di lieve entità, è punito con le pene della reclusione fino a due anni e della multa fino a euro 10.000. Si applica la reclusione fino a un anno e la multa fino a euro 6.500,00 nei casi di cannabis.

Quando il delitto è stato commesso da persona tossicodipendente o da assuntore abituale di sostanze stupefacenti o psicotrope, la cui condizione è stata certificata da una struttura sanitaria pubblica o da una struttura privata autorizzata, il giudice, con la sentenza di condanna o di applicazione della pena su richiesta delle parti, su richiesta dell’imputato e sentito il pubblico ministero, qualora non debba essere concesso il beneficio della sospensione condizionale della pena, può applicare la pena del lavoro di pubblica utilità. Il lavoro di pubblica utilità può sostituire la pena per non più di due volte. Nessuna riduzione (le norme non si applicano) nei casi in cui le sostanze stupefacenti e psicotrope sono consegnate o comunque destinate a persona di minore età. Infine, vengono soppressi gli illeciti e le sanzioni amministrative, come ad esempio l sospensione della patente.

AGI – Il giro di incontri che il premier Mario Draghi ha avuto con i leader della maggioranza (in attesa di un faccia a faccia con Conte, tra ieri e oggi ha visto Letta, Tajani e Salvini) aveva l’obiettivo di accelerare sulle riforme e di sminare il terreno della maggioranza che si divide sui tanti nodi sul tavolo.

Il primo è quello della giustizia: da Pd, Iv e FI arriva la sponda all’esecutivo, la riforma deve andare in Aula il 23 luglio, di sicuro prima dell’inizio del semestre bianco.

La posizione del Movimento 5 stelle è nota e la contesa sullo statuto tra Grillo e Conte (il primo non vuole che ci sia un capo politico e ha dato l’ok solo al ruolo di presidente, tenendo fermo il punto sulla funzione di garante) rischia di essere un handicap per i pentastellati che si ritrovano in una posizione isolata anche se pure Iv, FI e Lega vorrebbero apportare alcune modifiche.

Intanto c’è una schiarita sulla Rai. Con tensioni, però, che si ripercuoteranno sui partiti e negli schieramenti. La maggioranza darà il via libera in Vigilanza alle nomine di Draghi (anche sul presidente) che saranno ratificate domani in Cdm.

Per i componenti del Cda Rai, a meno di sorprese, oltre a De Biasio (indicazione Lega) e Di Majo (indicazione M5s) saranno scelti Bria (indicazione Pd) e Agnes (indicazione FI).

Proteste all’interno del Movimento (“Abbiamo scelto un nome di Conte quando non è ancora in campo”, la critica di alcuni parlamentari) ma soprattutto fibrillazioni all’interno del centrodestra. FI e Lega hanno chiuso l’accordo.

Con il partito di via Bellerio che ha provato a far indietreggiare i dem sul nome di Bria per far passare anche l’indicazione di Fdi (l’uscente Rossi): nulla da fare, si sono sentiti dire i leader dell’alleanza (anche Berlusconi avrebbe partecipato alle trattative) e alla fine né gli azzurri né i ‘lumbard’ si sono fatti carico di un dietrofront, considerato anche che Fdi ha avuto la guida del Copasir.

Ma il fatto è che i membri del Cda andranno oltre alla scadenza della legislatura e tra il ‘centrodestra di governo’ e Fratelli d’Italia si è di nuovo creato un cortocircuito.

Salvini e Meloni, invece, la pensano allo stesso modo sul green pass. Il tema sarà oggetto del confronto nella cabina di regia della prossima settimana. Entrerà nel decreto che allungherà lo stato di emergenza ma il leader del partito di via Bellerio nell’incontro avuto con il premier ha ribadito la sua posizione contraria.

“Le scelte estreme non piacciono né a me né a Draghi. Noi non siamo per gli estremismi”, ha osservato l’ex ministro dell’Interno ribadendo di non volere l’obbligatorietà dei vaccini, così come il premier.

“La variante Delta ci preoccupa e quindi credo che si debba trovare una via italiana all’utilizzo ampio del green pass. Non inseguiamo – prova a mediare il ministro Gelmini – modelli stranieri ma certamente il governo valuterà di estendere l’utilizzo ad altri servizi nella logica di incentivare le vaccinazioni”.

L’orientamento nell’esecutivo è quello di utilizzare lo strumento del green pass, rapportando il sistema a quello delle colorazioni delle regioni, permettendo per esempio chi è vaccinato di muoversi liberamente nelle zone che dovrebbero tornare a essere gialle, qualora le varianti dovessero allungare la lista dei contagi. 

Solo che Salvini si è fatto portavoce delle richieste delle Regioni, chiedendo un cambio dei parametri. L’ipotesi allo studio comunque è quella di servirsi del green pass non solo per eventi sportivi e culturali ma anche per esempio per spostarsi.

“Altro che Macron, siamo stati noi un mese fa a inserire questi criteri”, dice una fonte governativa.

Altro dossier caldo nella maggioranza è il voto sul rifinanziamento delle missioni all’estero. Domani si pronuncerà la Camera dei deputati, poi toccherà a palazzo Madama.

Il Pd spinge perché sia l’Unione europea a farsi carico, tramite la missione Irini, del salvataggio dei migranti in mare e ha portato avanti un duro braccio di ferro con l’esecutivo sulla necessità – questa la linea che verrà messa nero su bianco nella risoluzione – di superare l’anno prossimo l’impegno italiano sulla cooperazione con la Guardia costiera libica.

Il partito del Nazareno alla fine l’ha spuntata ma una parte dei gruppi insieme a Leu e ad alcuni pentastellati è sul no al rifinanziamento. “Le proposte di Letta sono inaccettabili”, dicono per esempio dal fronte dei ‘giovani turchi’.

Domani a palazzo Madama ci sarà un’assemblea del Pd che affronterà il tema. Durante l’incontro però si parlerà anche del ddl Zan. I cattolici e Base riformista, alla luce del voto sulla richiesta di sospensiva presentato da FI e Lega (136 voti contrari a fronte di 135 favorevoli, con soccorso ‘decisivo’ del senatore Ciampolillo) spingono affinché si trovi un accordo.

La richiesta che una parte del gruppo ripresenterà domani è quella di aprire un varco con i moderati e con Italia viva. Ma trattare significa sedersi al tavolo con la Lega e il partito del Nazareno non si fida.

Italia viva sta preparando gli emendamenti (con una nuova riformulazione sui punti contrastanti) ma l’ipotesi sempre più probabile è che da martedì sarà ancora più evidente la prospettiva del rinvio a dopo l’estate e che il ddl Zan diventerà arma per la campagna elettorale per le amministrative.

Perfino sul voto alle comunali Pd e Lega sono due fronti contrapposti: i dem vorrebbero ‘anticipare’ la data a settembre, “non ne parliamo, si vota il 10 ottobre”, lo stop di Salvini.