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Sono le parole di chi è stanco e non ne può più di questo logorante tira&molla dei 5 Stelle – alleati si fa per dire – quella rilasciata a La Stampa di Torino dal sottosegretario Giancarlo Giorgetti, plenipotenziario degli uffici di Palazzo Chigi e uomo forte della Lega.

Già dal titolo e dall’occhiello, che ne riassumono taglio e tenore: “Conte non è più sopra le parti e i 5 Stelle ci fanno opposizione” tanto che “Il governo è fermo da 20 giorni”. E così “nell’esecutivo non riusciamo più a fare un ordine del giorno” dice a poche ore dall’avvio di un Consiglio dei ministri sul disegno di legge Sicurezza bis e sulla Famiglia incerto quanto in forse nella sua efficacia. La politica oggi? “Va dove la porta Salvini, solo lui ha scritto qualcosa in questa fase storica”.

La Lega è dunque sotto assedio? “Salvini è stato visto come un pericolo e le bombe arrivano da tutte le parti. Se sfidi il potere costituito in Italia e in Europa diventi un pericolo che in qualche modo deve essere sterilizzato” dichiara il sottosegretario in avvio di intervista, ma accade a tutti quelli “che emergono con forza” non è né il primo né l’ultimo a cui accade, “è capitato anche ad altri” anche se il sottosegretario non dice a chi. Ma è il rischio che si corre, “fa parte del mestiere di governare” ed è una reazione proporzionale al “grado di sfida che lanci”. E quelle lanciate da Salvini sono bombe ad alto potenziale, sembra dire Giorgetti: “Se sfidi l’Europa per cambiare le regole è normale che ti si rivoltino contro. Pensi che a livello nazionale, in funzione anti-Salvini, hanno fatto diventare ragionevole e utile anche il cinquestelle Di Maio”. Un attacco frontale al leader degli alleati, vicepremier al pari di Salvini e ministro anche lui come il capo della Lega.

Tra due fuochi, quello esterno dell’Europa, quello “amico” e interno al Palazzo, dunque. “Contro di noi vengono affrontati temi un po’ retrò come l’antifascismo” seguita il sottosegretario a Palazzo Chigi, ma “sui temi reali invece zero, delle cose da fare non si parla. Così più che a rischio, per il momento il governo “in queste ultime tre settimane è in stallo”. Per la campagna elettorale certo, che però “doveva essere una campagna sula cose da fare in Italia e in Europa”… E invece? “E invece siamo rimasti alle varie ed eventuali. Al caos” dice chiaro Giorgetti, e “ha paralizzato il governo”, “siamo in surplace come nel ciclismo” dice riferendosi al consiglio dei ministri fissato per oggi sul decreto sicurezza bis”.

Motivo dello stallo? Semplice e lineare, sembra dire il sottosegretario: “Perché è nato all’ultimo momento il decreto famiglia e lo hanno messo come contrappeso o come ricatto contro Salvini. Questi sono bracci di ferro in chiave elettorale però c’è bisogno di affrontare i temi che servono agli italiani. La campagna elettorale a tanti non interessa” chiosa Giorgetti. Il Movimento usa il contratto di governo come scudo?, chiede il giornalista. “Il contratto di governo ha unito due forze politiche molto diverse ed è il punto di partenza, ma se ci sono problemi va aggiornato”.

Un esempio di questi problemi? Giorgetti porta quello del Venezuela e la presa di posizione del vicepremier Di Maio “né con Maduro né con Guaidò”: “Nel contratto di governo non ci può essere ma se poi sbagli atteggiamento non è una cosa da niente” dichiara Giorgetti al quotidiano torinese. “Se fai mosse false sembra che non incidano sui rapporti internazionali, su quanto accade in Libia, ma è tutto legato. In momenti come questo l’incomunicabilità prende il sopravvento e vengono meno anche i rapporti personali: governare diventa impossibile”. Un errore, quello sul Venezuela, da matita rossa.

Quindi un passaggio, su Salvini e su Conte. Il primo “si comporta con lealtà, anche di fronte al fuoco di fila dei Cinquestelle, una lealtà che va contro ogni ragionevolezza. Ma lui lo considera un valore”. Poi un monito: “La situazione non può durare in eterno, si misura nel tempo e la lealtà viene messa a dura prova”. E Conte? “Conte ha cercato e cerca di interpretare un ruolo di mediazione che non può essere solo quello dei buoni sentimenti. La sensibilità politica lui non ce l’ha e quando lo scontro si fa duro ed è chiamato a scendere in campo fa riferimento alla posizione politica di chi lo ha espresso. Non ha i pregiudizi ideologici del mondo grillino. Ma lui non è una persona di garanzia. È espressione dei Cinque Stelle ed è chiamato alla coerenza di appartenenza”.

Ma Giorgetti, in chiusura di intervista, non si lascia sfuggire l’ultimo giudizio su Salvini: “unico politico in circolazione” e “rispetto al nulla pneumatico non c’è alternativa”. “Puoi essere pro o contro Salvini” ma “solo lui ha scritto qualcosa in questa fase storica, altrimenti eravamo nel nulla cosmico”. Punto.

 

La leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, chiude la porta a Forza Italia e assicura che il suo partito sarà alleato solo di Salvini. “L’unica alternativa possibile è una maggioranza FdI-Lega come c’è già in molte regioni. Anche perché, per quanto mi riguarda, ci sono molte, troppe cose che ci dividono da Forza Italia. A cominciare dall’Europa ma, soprattutto, Forza Italia continua ad ammiccare al Pd con cui è andata al voto assieme in Sicilia contro FdI e la Lega. Senza contare l’ipotesi Draghi appena prospettata”, dice Meloni intervistata dal ‘Messaggero’.

“Noi siamo pronti a governare in Europa e a costruire una maggioranza in Italia”, dato che “un governo composto da noi e la Lega sarebbe una sintesi ideale perché portiamo avanti battaglie simili”, assicura poi Meloni.

La verità adesso è capire come riusciranno a sedersi uno di fronte all’altro nel Consiglio dei ministri di lunedì. E non solo Luigi Di Maio e Matteo Salvini, ma tutti i ministri di Lega e M5s. Per via degli insulti che si sono lanciati uno con l’altro nelle ultime ore. Se riusciranno a sedersi, poi. Perché non è neppure detto che lunedì sarà giornata di Consiglio.

Almeno stando alle previsioni dell’edizione cartacea de La Stampa di Torino, dove in un retroscena si può leggere: “Alle otto di ieri sera dal Viminale confermano che sono stati risolti tutti i nodi tecnici sul Decreto sicurezza bis. ‘Il testo – si dice – dovrà essere all’ordine del giorno del prossimo Consiglio dei ministri’. Non ‘sarà’ ma ‘dovrà’”. Si tratta d’una terminologia che trasuda preoccupazione, perché a Palazzo Chigi si sta alzando una vera e propria muraglia per boicottare la norma voluta da Matteo Salvini all’ultimo giro del tour elettorale. “È il premier, dopotutto, a mettere in dubbio che il Cdm si terrà davvero lunedì come previsto: ‘Non è stato ancora fissato e vedremo quali sono le priorità’” riporta il quotidiano torinese, che titola così la sua prima pagina: ”Conte boccia il decreto Salvini”. Per la Lega un affronto: “Non risulta alcun rinvio”.

Per Il Giornale siamo ormai alla “Rissa totale”. Mentre il Corriere della Sera titola: “L’ora delle offese tra gli alleati”. Linguaggio che viene poi esplicitato in altri titoli interni: “Matteo, pugile suonato, arrogante come Renzi. Aiuti per la famiglia o il governo è a rischio” l’aut-aut di Luigi Di Maio. A cui fa eco un Matteo Salvini più che mai incollerito, su altro tema: “Il caso Sea Watch? Nessuno mi ordina di far sbarcare i migranti, non c’è Conte che tenga” tirando per la giacchetta il premier e mettendo a dura prova la sua presunta neutralità.

Ma nel mezzo si inserisce anche un’intervista ad Alessandro Di Battista, ala sempre rientrante all’uopo del M5S, al Corriere della Sera in edicola e per il quale “Salvini fa marketing, ora lavori. Anch’io pago il suo stipendio”, il titolo. Per poi dire: “Non vedo litigi, ma un Movimento intransigente davanti agli scandali di corruzione che hanno toccato tutti i partiti. Salvini pensava che il Movimento, in quanto alleato, tacesse davanti alla corruzione? Siamo legati da un contratto, non siamo complici. Ma lasci che le dica: a mio avviso politicamente non è questa la fase delicata”. Che sarebbe? “In estate si voterà il taglio definitivo di 345 parlamentari e quello sarà un passaggio storico: lì si dovrà sceglier e tra prima gli italiani o prima i parlamentari”.

I capitoli della contesa sono più d’uno: c’è lo scontro sui migranti, poi la rovente questione della corruzione e del crescere degli indagati tra le fila leghiste, poi la questione della famiglia e degli aiuti, non meno spinosa e sulla quale il vicepremier pentastellato non sembra disposto a cedere: “Lo dico forte e chiaro, sugli aiuti alle famiglie non transigo. Sulle famiglie si regge il futuro di questo governo”. Dichiarazione alla quale fa eco Salvini che strapazza il premier Conte. “Dichiarazioni a valanga, per uno scontro ormai in campo aperto” sottolinea il quotidiano milanese. E Il Fatto sottolinea che “nel pre-Cdm i grillini bloccano il dl Sicurezza, i leghisti quello Famiglia”.

E ha poco gioco Sergio Mattarella a lanciare “l’allarme” sull’intolleranza, come riportano quasi tutti i quotidiani, “rischi che, nella stagione pre-elettorale, si accentuano”, sottolinea il cronista del Corriere nel resocontare il messaggio de capo dello Stato sul clima che pervade la Ue, che “sembra essersi fermata, ma per gli anziani e i più giovani è una casa comune”.

“In queste ore tutto ruota intorno al braccio di ferro tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio, cosa già in sé bizzarra visto che i due sono soci di maggioranza. Polarizzare l’attenzione su di loro credo sia anche una scelta mediatica che ha l’obiettivo di oscurare gli altri concorrenti alle elezioni europee. Che si parli bene o male non importa, basta che si parli solo di loro, il resto non deve esistere. Eppure il resto c’è, eccome. Ed è un resto che conta molto più di quanto dicano i sondaggi. Se si pensa che il governo tra Lega e Cinque Stelle sia il migliore possibile e che i due debbano andare avanti a lungo (a rovinare l’Italia, diciamo noi) allora ok così. Ma se immaginiamo una soluzione alternativa – parlamentare o elettorale si vedrà – è ovvio che il risultato delle europee traccerà il solco da percorrere”, analizza il direttore de Il Giornale Alessandro Sallusti che tifa “Forza Italia e il voto utile per le Europee”, il titolo del suo editoriale.

Tuttavia, secondo il notista politico di via Solferino, Massimo Franco, “comincia a prender e corpo il dubbio che dopo le Europee del 26 maggio non scoppierà la pace tra Movimento Cinque Stelle e Lega. Non significa che romperanno. Ma gli insulti che si scambiano sembrano proiettarsi oltre quella soglia temporale. E aprono alla possibilità di qualsiasi scenario. Quando il premier Giuseppe Conte prevede che dal 27 maggio le cose si rimetteranno a posto, esprime una speranza legata anche alla permanenza a Palazzo Chigi. In realtà, la frattura su Europa e inchieste giudiziarie tra i vicepremier Luigi Di Maio, del M5S, e il leghista Matteo Salvini, scava solchi profondi” e “con una maggioranza in pezzi e parole in libertà sull’Unione europea, le probabilità di isolarsi aumentano”. Ue, che sui conti pubblici il 27 maggio recapiterà la lettera all’Itali per avvisarla che è un’”osservata speciale” preannuncia Il Sole 24 Ore.

Mentre “Il governo litiga sugli arresti” come titola l’apertura di prima pagina il Corriere della Sera e s’ode tintinnar di manette (“Legnati a Legnano”, la Repubblica) e il vicepremier Di Maio, oggi di turno con un’intervista su Il Fatto Quotidiano, avverte che “se queste indagini salgono più in alto è un problema serio” e la politica italiana s’avvita in una spirale in cui è difficile ritrovare il bandolo della matassa della sua azione, c’è – sotto sotto – un “caso Italia” che sta diventando contagioso e dal quale l’Europa vorrebbe tenersi a debita distanza. Un allarme.

Lo evidenzia la Repubblica, sotto la testatina “Achtung Italia”, in cui si può leggere che, mentre nel nostro Paese succede quel che succede, “Ora l’Europa ci processa e prepara la stangata” perché non disponibile a farsi trascinare nel baratro dei conti: “Non pagheremo per voi” l’avviso.

Cosa significa? Significa che i principali Paesi della Ue accusano il governo gialloverde di spingere “deliberatamente” il debito e di conseguenza “monta la pressione delle capitali perché il 5 giugno, il giorno del giudizio con le raccomandazioni Ue, la Commissione europea apra una procedura sul debito italiano neutralizzando una volta per tutte Salvini e Di Maio con il risultato, però, di limitare per anni la sovranità in politica economica del Paese, a prescindere da chi lo governerà” scrive il quotidiano in una corrispondenza da Bruxelles. Così va in scena in Europa l’ennesimo processo all’Italia.

Anche Il Giornale (“Si muove Mattarella”, il titolo principale) scrive che non è affatto un mistero che il capo dello Stato “guardi con apprensione alla prossima legge di Bilancio, il cui destino è strettamente legato non solo allo stato di salute del governo, ma anche alla fiducia dei mercati nel sistema Italia”. Ed è proprio in questo quadro che oggi è più che mai decisivo che “le oscillazioni dello spread restino legate a una campagna elettorale che – per quanto accesa – è comunque destinata a chiudersi con il voto del 26 maggio, senza trasformarsi in un dato strutturale”. Limitare il più possibile i danni, questa la mission di Mattarella, che vede “troppe tensioni e incertezze” soprattutto per gli “strappi” verso l’Unione Europea.

Sui quali insiste Kramp-Karrenbauer, presidente della Cdu dal dicembre 2018 nell’intervista a la Repubblica: “La Lega ci preoccupa, la Germania sarà vigile”: “Devo essere sincera. La situazione italiana, vista da fuori, è difficile da comprendere. C’è questa insolita alleanza di governo tra populisti di destra e di sinistra. E siamo preoccupati che l’anti-europeismo stia crescendo, anche sotto forma del sostegno alla Lega. Ci preoccupa poi che potenze come la Russia e la Cina, che non hanno certamente alcun interesse a un’Europa forte e stabile, stiano cercando di aumentare la loro influenza in Italia. Gli sviluppi in Italia — uno dei Paesi fondatori della Ue e uno dei Paesi più grandi e più potenti in Europa — ci costringono e costringono la Germania ad essere molto vigili. Anche se alla fine sono i cittadini che decidono.”

“Con lo spread però non si scherza”, sottolinea invece il quotidiano diretto da Alessandro Sallusti, che segnala anche come “l’uno-due arriva sull’asse Tel Aviv-Bruxelles”. “Prima tocca al governatore della Banca d’Italia puntare il dito sullo spread, che – dice da Israele – è ‘sopra 270 punti base’, più ‘del doppio del livello di inizio 2018, prima delle elezioni politiche’. Una situazione, spiega Ignazio Visco, che ‘espone l’Italia alla volatilità del mercato finanziario» e che ‘inizia a pesare sui tassi dei prestiti a famiglie e imprese’. Poi è il ministro dell’Economia a prendere le distanze da Salvini. ‘Gli obiettivi sono quelli del Def e li ha approvati anche lui’, spiega Giovanni Tria parlando a margine dell’Eurogruppo, assicurando ai partner europei che l’idea di sforare i parametri Ue non è sul tavolo”.

Chi parla apertamente di “allarme sul caso Italia” è Il Sole 24 Ore. Perché, sui rischi indicati da Visco sia sul peso del debito che sugli effetti dello spread sui prestiti bancari a famiglie e imprese, è pure possibile che all’indomani del voto tutto torni alla normalità – questo è l’auspicio del Colle – “ma intanto torna il timore che dopo il 26 maggio si apra un ‘caso Roma’ in Europa. Che non potrà non coinvolgerlo. E del resto le dichiarazioni del ministro delle Finanze austriaco – ‘non pagheremo il debito italiano’ – vanno in questa direzione”, analizza il quotidiano di Confindustria.

Dall’Europa all’Italia. La Stampa di Torino mette l’accento sul fatto che per lo spread il “governo isola Salvini” e sottolinea le preoccupazioni e i timori del Quirinale per il fatto che “troppa demagogia allontana chi investe”. “Mattarella ha un osservatorio privilegiato” si può leggere. “È in costante contatto col presidente della Bce, Mario Draghi; ha la consuetudine di vedersi ogni quindici giorni con il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco; nel suo studio vengono regolarmente consultati ex ministri dell’Economia e personalità importanti del mondo finanziario. Da tutti, il presidente riceve gli stessi input: nessun rischio di default, o perlomeno non ancora, per fortuna. Tuttavia nei prossimi mesi diventerà sempre più complicato rifinanziare un debito pubblico che travalica i 2mila 300 miliardi di euro”.

Così prosegue la cronaca nella versione cartacea del quotidiano: “La Banca centrale europea ha smesso di acquistare i nostri titoli pubblici e, con la fine del ‘quantitative easing’, si limita a rinnovare quelli di cui è già in possesso. Da tempo gli investitori internazionali risultano in calo, rappresentano solo un terzo del totale, e ultimamente si colgono segnali di disaffezione pure sul versante interno. In altre parole, non c’è più la corsa degli italiani a investire in Btp. Come se non bastasse, a fine anno gli istituti di credito dovranno restituire i finanziamenti agevolati europei cosiddetti Tltro”. A questo proposito le banche si accingono a vendere un’ingente massa di titoli pubblici, accumulata proprio in previsione di questa scadenza, “ed è escluso che gli acquirenti si mettano in coda” le preoccupazioni del Colle.

Sotto la testatina “Chi scherza con il fuoco”, La Stampa parla anche di “Pericolo di una crisi finanziaria” alla quale per altro il nostro Paese vi è andato vicino almeno in due occasioni, nel 1992 e nel 2011. E “delle conseguenze si è trovato facile dar la colpa alle misure dolorose adottate dai governi che riuscirono a invertire la rotta, oscurando le responsabilità dei governi precedenti che avevano condotto sull’orlo del baratro”.

Il punto, semmai, è che dopo la fiammata dell’autunno scorso, come ha spiegato ieri il governatore della Banca d’Italia, “ottenere credito dalle banche è diventato più difficile” e così, incerte sull’immediato futuro, “le imprese hanno ridotto gli investimenti”. Perché, pur se alla breve recessione di fine 2018 è seguito un recupero, “non c’è garanzia che prosegua”. Ed è “il pericolo maggiore in un quadro internazionale non buono”. Tanto più che “uno scontro tariffario portato all’estremo fra Stati Uniti e Cina, rischioso per entrambi i contendenti, precipiterebbe nella recessione l’intera economia globale. In questa evenienza l’Italia, con la sua mole di debito, risulterebbe uno dei Paesi più fragili” conclude l’analisi la testata sabauda.

Nicola Zingaretti chiama a raccolta lo stato maggiore del Partito democratico per dare il via a una corsa che, nelle intenzioni del segretario dem, si concluderà ben oltre il 26 maggio, giorno delle Europee. I due vicesegretari, Paola De Micheli e Andrea Orlando, il presidente del partito, Paolo Gentiloni, la vicepresidente Anna Ascani e, ancora: Pier Carlo Padoan, Luigi Marattin e Antonio Misiani, gli ‘economisti’ del partito.

Tutti convocati nella sala conferenze del Nazareno per presentare il “Piano Italia”, che già nel titolo suona un pò come un programma elettorale. E a spulciarlo si capisce che il presupposto da cui Zingaretti parte è che il governo Lega-M5s avrà vita breve.

Non brevissima, però: reggerà, probabilmente, all’impatto con il risultato delle Europee, scommettono i dem, per collassare con una manovra economica che si preannuncia ‘lacrime e sangue’. E allora il Pd, per non farsi trovare impreparato all’appuntamento, mette nero su bianco il suo programma economico, che è poi un programma politico tutto incentrato su crescita, redistribuzione della ricchezza, creazione di posti di lavoro: “Come primo provvedimento, proponiamo uno stipendio in più per 20 milioni di italiani. Diminuendo le tasse sul lavoro, su può arrivare a guadagnare fino a 1.500 euro al mese, che è lo stipendio medio di molte categorie di lavoratori in Italia”.

Il contrario della flat tax, come sottolinea il segretario: “Noi vogliamo abbassare le tasse ai lavoratori, loro vogliono abbassarle solo ai ricchi”. Nel rilanciare l’occupazione, il Partito democratico muove dallo sviluppo sostenibile: per Zingaretti, che ne ha fatto una bandiera anche nella sua campagna congressuale, la green economy può rappresentare, in un Paese povero di risorse energetiche fossili ma ricco di rinnovabili, una vera miniera d’oro: “Un fondo per lo sviluppo sostenibile, un grande piano di investimenti e di incentivi all’economia green”.

L’obiettivo è quello di arrivare a 800 mila nuovi posti di lavoro nel giro di cinque anni, una legislatura appunto: “Con questo piano, nei prossimi cinque anni riusciremo a generare 800 mila posti di lavoro“.

Il terzo pilastro del Piano Italia è la scuola “a costo zero per sette milioni di famiglie. Il tasso di evasione scolastica è del 14,5%”, sottolinea il leader dem, “un dato drammatico che aumenta di un punto l’anno. Noi dobbiamo azzerare le rette degli asili nido e i costi dei libri di testo per i redditi più bassi”.

Queste le proposte del Pd di governo: Zingaretti non le offre al governo perché ci sia un lavoro comune, maggioranza-opposizione, in Aula. Il segretario si dice convinto che questo governo sia finito: “Dal punto di vista della coesione politica, questo governo non esiste più. Non credo che dopo le Europee saranno in grado di affrontare quello che ora negano: una condizione pericolosa dei conti pubblici”.

E Paolo Gentiloni aggiunge: “Non esistono governi obbligatori dei quali gli italiani siano prigionieri, magari per mancanza di alternative, come talvolta si sente dire. è un’idea inaccettabile. L’alternativa di centrosinistra esiste”.

“Sulla scrivania avevo un telefono digitale, mi bastava un clic sul monitor per telefonare ai capi dipartimento, al capo della polizia, ai vertici dei servizi segreti. Li chiamavo in ogni momento, più volte… sì, ero un molestatore seriale. Ma un ministro dell’Interno deve fare così, altrimenti non riesce a realizzare scelte strategiche per la sicurezza pubblica. Non serve a niente farsi raccontare al telefono ciò che succede in Italia, se poi ti disinteressi e non sai incidere”. Cosi’ l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti in un’intervista a La Repubblica parla della sua esperienza al Viminale.

Delegare tutto al capo di gabinetto? “Il ministro dell’Interno lavora bene – risponde Minniti – quando non fa notizia. E non è un caso che la Democrazia Cristiana, nella sua lunghissima stagione di governo, evitasse di scegliere, per quest’incarico, i propri capicorrente o i leader di altri partiti”. “La campagna elettorale permanente in cui questo governo ha gettato il Paese rischia di produrre pericolose tensioni nel sistema democratico”. Ancora: “Il ministero dell’Interno è terzo per antonomasia, deve garantire i diritti di tutti, anche di chi non l’ha votato o non la pensa come lui – Il suo compito non è fare comizi, ma assicurare che altri possano farli”, insiste l’esponente dem.

“Nei miei 16 mesi al Viminale mai ho fatto comizi in piazza, solo iniziative al chiuso. C’è una bella differenza”, perché “il comizio è la massima espressione di un punto di vista unilaterale. Sollecita dichiarazioni a effetto. Una parola sbagliata detta su un palco da un leader politico che è anche ministro dell’Interno, dunque depositario di poteri straordinari e terminale di informazioni riservate, può apparire come una minaccia”.

Cambio di strategia? Intervistato da la Repubblica Luigi Di Maio, vicepremier, ministro e leader 5 Stelle si definisce “una persona moderata”. Eppure negli ultimi giorni con Matteo Salvini è lite su tutto, obietta il quotidiano. “Non si tratta di litigare”, aggiunge, ma “semplicemente quando l’asticella si sposta troppo come accadde a Verona, dove c’era gente che andava dicendo che la donna deve stare a casa a pulire, o quando vedo sui social il ministro dell’Interno che imbraccia un fucile, allora dico la mia”. Il titolo dell’intervista è più che esplicito: “I moderati siamo noi, la Lega la pianti con i fucili”.

È preoccupato, Di Maio, per questa escalation dei toni? “Non è nel mio stile” risponde ribadendo però un concetto: “C’è un po’ di nervosismo, bisogna abbassare i toni, evitare di soffiare sul fuoco. Ho fatto tante piazze e non ho mai avuto di questi problemi. Chi viene a protestare per delle vertenze, lo incontriamo sempre”.

E sul caso dei rom contestati e minacciati a Casal Bruciato, periferia di Roma: “Le minacce che ha ricevuto quella famiglia e la sindaca stessa sono inaccettabili. D’altro canto non bisogna sottovalutare, come ho detto prima, il livello di tensione sociale. C’è chi soffia sul fuoco”.

Dopo le europee riscoprirete la mitezza nei confronti della Lega?, chiede l’intervistatrice. Risposta di Di Maio: “Io sono sempre lo stesso, se la Lega torna su posizioni più moderate e la smette con fucili, armi e carri armati…”. Ecco, dunque, un Di Maio inedito, versione pompiere.

New style. Che getta acqua sul fuoco dove gli altri vi soffiano. I segnali ci sono, ormai da giorni. Dalla richiesta di abbassare i toni, alla difesa del Papa e del suo Elemosiniere intervenuto a riattaccare la luce agli occupanti del palazzo romano.

Tuttavia sarà una campagna elettorale “contro” questa, almeno nelle ultime due settimane. L’un contro l’altro armati. Lega vs M5S. E viceversa. Incrociando le lame. E anche in questo caso i segnali non mancano. Ieri il primo: “la maggioranza va sotto alla Camera” scrive il Corriere della Sera in un sottotitolo di pag. 4 della sua versione cartecea.

Con la bocciatura in commissione Difesa alla Camera della “richiesta di accantonamento dell’articolo 10 del provvedimento di libertà sindacale delle forze armate. Un tonfo eclatante: 25 a 13”. Il Messaggero è più esplicito, sempre in un sottotitolo di pag. 6: “E la Lega in commissione vota contro i 5Stelle sui sindacati militari” e sulla rappresentanza.

Ogni giorno come fosse l’ultimo. “Governo alla resa dei conti” titola il Corriere della Sera in apertura di prima pagina. Ma è un’attesa che si ripete ormai da giorni. Tanto che il viceministro alle infrastrutture Rixi, leghista, in un’intervista sulle stesse colonne si lascia andare a questo sfogo: “Basta con questo Vietnam. I Cinque Stelle pensano che si possa governare così?” Vietnam, dunque guerriglia. Questo evoca il termine.

Il giorno della resa dei conti è vicino? Per il quotidiano di via Solferino la data precisa è il 20 maggio, giorno in cui è fissato il prossimo Consiglio dei ministri, “l’unico e ultimo prima delle Europee”. Libero scrive: “Traballando con le 5 stelle”, per dire che Salvini e Di Maio “danzano sperando di essere premiati dai sondaggi ma nei volteggi si pestano i piedi”. Intanto da domani “il M5S vuole calendarizzare alla Camera la proposta di legge sul conflitto d’interessi. Di Maio: “È nel contratto”. Salvini: “Prioritarie altre riforme ”. Forza Italia alza le barricate e conta sulla Lega e sul Pd, che manda avanti le seconde linee a parlare di Casaleggio” preannuncia Il Fatto Quotidiano. Ma sul conflitto d’interessi Il Giornale registra la “frenata” della Lega.

Secondo l’edizione cartacea del quotidiano di via Solferino, dunque, fino al prossimo CdM (20 maggio) o anche al giorno del voto che poi è sei giorni dopo (26) i due alleati si sfidano con le loro battaglie identitarie, che poi si sostanziano in “6 mosse” tra “misure e veleni”. Salvini ha già fissato i paletti: “Si può parlare di acqua pubblica, conflitto d’interessi, ma le emergenze sono altre. La settimana prossima porteremo in consiglio dei ministri il decreto sicurezza, l’Autonomia e la riduzione tasse. Non si può andare avanti coi no: tav no, aeroporto no, termovalorizzatori no”. E attacca: “I rapporti cambiano se non si mantengono le parole date. Io la parola data su altri provvedimenti l’ho mantenuta, adesso spetto che i5Stelle mantengano la parola”. Punto.

Ma i tre dossier sono visti da Di Maio e soci “come fumo negli occhi”. E così “il Movimento prepara le contromosse” si legge nella cronaca. “Con altrettante proposte su lavoro, sanità e famiglia, che tra oggi e domani rischiano di aprire nuovi terreni di scontro con il Carroccio. ‘In questi ultimi 15 giorni voglio che si parli solo di temi e del nostro programma. Abbiamo tante novità da presentare ai cittadini e dobbiamo parlare di contenuti. Non rispondete a chi provoca, pensate al territorio, ascoltate la gente, raccogliamo la voce dell’Italia’, ha ribadito Di Maio ai suoi” promettendo dopo il voto “uno scatto in avanti come Movimento. Cresceremo sul piano organizzativo e strutturale». Vietnam, appunto. Guerriglia.

La priorità per il capo politico del M5S rimane comunque il salario minimo, proposta per altro che i leghisti hanno già respinto, come Pd e Fi, contrari all’idea di “una soglia di nove euro orari”. Poi c’è la sanità in Calabria, l’Albo dei Commissari presso il ministero della Salute e un nuovo criterio di selezione per gli ospedali. Ultimo tassello della contro-strategia pentastellata, “Di Maio vuole spendere il miliardo di euro avanzato dal reddito di cittadinanza in misure di sostegno ai nuclei famigliari” informa ancora il Corriere, che aggiunge questa fotografia della situazione: “Giuseppe Conte si tiene a distanza di sicurezza dalla rissa elettorale tra Salvini e Di Maio, si mostra impegnato sui dossier e lascia che sia il capo politico dei 5 Stelle a vedersela con gli alleati-avversari. La strategia del Movimento, che coincide con quella di Palazzo Chigi, è schiacciare la Lega sempre più a destra, per convincere gli italiani che il M5S è l’unico argine a nazionalismi e sovranismi che puntano a scardinare l’Europa”.

Anche Il Messaggero segnala come data cruciale il CdM della prossima settimana, evidenziando che anche il i rifiuti della Capitale sono oggetto della resa dei conti, con Salvini intenzionato a varare un “Ddl anti Raggi” in materia, che è anche “un messaggio esplicito” alla Sindaca “alla sua linea di veti sugli inceneritori in una Capitale ormai in emergenza cronica sui rifiuti”. Così come il “salva Roma” diventa un’occasione per dare vita a un “asse trasversale per far passare il testo in Aula” e che vedrebbe compattarsi “dai grillini al Pd, da Fi a FdI”.

Ogni pretesto è dunque buono per prendere le misure. E saggiare il terreno. E i rapporti di forza. Da soli o in alleanza. Da qui alle Europee. E oltre… Mentre arrivano modesti segnali o indicazioni dai ballottaggi siciliani. E sulle elezioni, la campagna elettorale, le prove di forza, il clima, le attese, i test, da segnalare lo scambio tra un lettore e il direttore del Corriere nella usuale rubrica del lunedì. 

Di sicuro da qui alle Europee del 26 maggio sarà una guerra. Per il momento è solo una battaglia navale per vedere come colpire e affondare l’avversario. O, al più, una partita a scacchi. Tutta tattica. Sta di fatto che dopo il “caso Siri” il livello della conflittualità dentro il governo si è improvvisamente impennato. Tra sospetti e reciproche accuse. Così, come segnala il Corriere della Sera, “Ora Palazzo Chigi teme la crisi”.

E chi la teme di più? Tutt’e due gli inquilini, la risposta, che però in qualche modo la cercano… “’Una mina’, piazzata ad arte sotto le fondamenta del governo. Nell’entourage del premier e al vertice del M5S si parla del ‘sicurezza bis’ come del test o sul quale ‘può cader e il governo’. (…) È l’ultima sfida, l’ultimo tornante. La curva più pericolosa peri gialloverdi, dilaniati su ogni singola scelta. C’ è aria di crisi. (…) L’umore degli alleati è quello che il fuoriuscito Gregorio De Falco ha confidato all’Huffpost: ‘Il M5S fermi Salvini, o ci porterà all’autoritarismo’” si legge nel retroscena. A chi, dunque, la prima mossa per provocarla? Oppure la paura paralizza l’azione?

E mentre il Corriere descrive la mappa dello “stallo gialloverde che frena l’Italia”, nello scorrere i quotidiani si trovano risposte diverse a questi interrogativi. Sta di fatto che “Di Maio accusa la Lega di voler fare cadere il governo e di avere stretto nuovi contatti con Berlusconi. Salvini smentisce” fotografa lo stato dell’arte il quotidiano di via Solferino. E così lo scontro tra Lega e Cinque Stelle “è totale”, anche su sicurezza e conflitto di interessi che i due alleati si scagliano addosso l’un l’altro come frecce infuocate. O avvelenate. Mentre le riforme sono impantanate. “E su sicurezza e conflitto di interessi veti incrociati tra Lega e 5Stelle” titola nelle pagine interne la Repubblica

L’offensiva di Di Maio per testare la vicinanza tra Salvini e Berlusconi

L’offensiva la lancia per primo Luigi Di Maio. “Una doppia mossa per mettere in difficoltà la Lega, testare la vicinanza di Matteo Salvini a Silvio Berlusconi e rilanciare sui temi del contratto di governo (e dell’ala movimentista). Luigi Di Maio, parlando con i suoi, lo dice chiaramente: ‘Vediamo se la Lega fa sul serio o no’” si legge in un secondo retroscena sul Corriere. Di che si tratta?

Pertanto le truppe di Di Maio si stanno preparando a depositare martedì nella capigruppo di Montecitorio un “pacchetto” composto dalle proposte di legge Macina, sul conflitto di interessi, Dadone, sulle incompatibilità parlamentari, e Silvestri, sui lobbisti in Parlamento per fare “quello che il Pd e la politica non sono mai riusciti a fare in 30 anni di governi”, dicono fonti Cinque Stelle al giornale diretto da Luciano Fontana.

L’accelerazione non è affatto casuale. Perché, come sottolinea la Repubblica in una cronaca “la strategia di attacco alla Lega sembra portare i primi risultati, con i sondaggi che dopo molto tempo danno i 5 Stelle in risalita ai danni proprio dell’alleato”. E in un retroscena, il quotidiano romano racconta gli scontri tra gialloverdi. Con Salvini, intenzionato a portare il suo decreto sicurezza bis già in settimana alla prossima riunione del Consiglio dei ministri, idea che viene però subito stoppata e smontata dal premier “che lascia cadere la richiesta” anche se il capo del Viminale “lo aveva già confezionato, suscitando un coro di no dai grillini”.

Così “i due leader del resto sono impegnati a beccarsi a distanza ormai ogni giorno dalle piazze di tutta Italia”. Non manca poi il fronte delle alleanze. Luigi Di Maio si allarma dopo aver letto su la Repubblica “la notizia della telefonata tra Salvini e Silvio Berlusconi”, che “considera la conferma che quei due tramano alle sue spalle per il post europee”. Così il leader 5 Stelle cerca di disinnescare l’aggancio tra i due rilanciando  la legge sul conflitto di interessi, da martedì in calendario alla Camera. E così “lancia perfino un appello al Pd perché la sostenga, attacco al Cavaliere e pesante provocazione all’indirizzo della Lega” scrive la Repubblica.

La sfida del M5s al Pd di Zingaretti 

E da quanto riferisce Il Fatto Quotidiano “la norma più forte contenuta nelle tre bozze del Movimento Cinque Stelle è il cosiddetto articolo ‘anti-tycoon’: i titolari (anche attraverso prestanome) di patrimoni immobiliari o mobiliari di oltre 10 milioni di euro – fatta eccezione per i titoli di Stato – non potranno assumere incarichi di governo (nemmeno locale) o nelle Authority. Il testo fa riferimento anche alle partecipazioni superiori al 2% in imprese titolari di diritti esclusivi, monopoli, radio tv, editoria, internet o imprese di interesse nazionale. Chissà come fischiano le orecchie a Silvio Berlusconi. E a Salvini? La sfida lanciata dai Cinque Stelle è piuttosto chiara. Suona così: approvate con noi una legge di cui si parla da decenni oppure vi preoccupate di fare uno sgarbo al vecchio amico di Arcore?” Ma la sfida di Di Maio è doppia, perché “è rivolta anche a Nicola Zingaretti e i suoi: votate una legge con cui il centrosinistra ha fallito l’appuntamento negli anni dell’egemonia berlusconiana?”.

Ma “la risposta dal Nazareno è gelida: ‘La prossima settimana presenteremo il nostro disegno di legge sul conflitto di interessi. I Cinque Stelle appoggi la nostra proposta’” riferisce il quotidiano diretto da Marco Travaglio. Ma La Stampa sul conflitto d’interessi con un titolo esemplifica lo scenario intorno quale ci si arrovella: “M5S mira ai ricchi. Fi: ‘E Casaleggio’”.   

Sallusti a Di Maio: Salvini e Berlusconi si parlano ogni giorno

Provocazione o meno, oppure tentativo di saggiare e mettere alla prova l’alleato-avversario, sta di fatto che l’affondo sul conflitto d’interessi non viene preso affatto bene dal berlusconiano Il Giornale, che infatti reagisce per la firma del suo direttore, Alessandro Sallusti in un editoriale dal titolo “I 5 Stelle e leggi contra personam”. Per il quotidiano, infatti, 2Di Maio sequestra Salvini”, “non vuole che parli con il Cavaliere e rilancia il conflitto d’interessi”.

Scrive Sallusti: “L’unica cosa che fa paura a Di Maio è la possibilità che si ricostituisca, a livello nazionale, il Centrodestra, cioè che la maggioranza elettorale possa coincidere con quella politica e, quindi, di governo, come accade in tutte le democrazie”. Secondo il direttore, dunque, “il solo fatto che Matteo Salvini telefoni a Silvio Berlusconi – anche solo per accertarsi personalmente delle sue condizioni di salute – lo fa uscire di testa, al punto da pretendere dal leader della Lega di smentire che ciò sia accaduto in occasione dell’ultimo ricovero del Cavaliere. Siamo al sequestro di persona con annessa minaccia di distruggere Mediaset, e magari anche Mondadori già che ci siamo”.

Ciò che gli fa anche scrivere: “Altro che CasaPound, dilettanti del fascismo confronto a questi gerarchetti. Fascista è limitare le libertà personali, imprenditoriali e politiche in base non a reati ma alle idee. Fascista è usare il proprio potere per intimidire gli avversari politici. Con questa uscita Di Maio svela il suo vero volto illiberale e stupido. Stupido perché è ovvio che Salvini e Berlusconi, governando insieme Lega e Forza Italia decine di grandi comuni e importanti Regioni, parlino, oltre che di salute personale, anche di politica, con un occhio al presente e uno al futuro”.

Perciò consiglia a Di Maio di “cominciare a guardare altrove, per esempio al Pd di Zingaretti, che non vede l’ora di sostituire Salvini come stampella dei Cinque Stelle. Quella sì che sarebbe una alleanza naturale tra parenti dello stesso sangue. Glielo assicuro io, caro Di Maio: Lega e Forza Italia si parlano quotidianamente e molto più in profondità di quanto lei possa immaginare, autorizzati e legittimati dai rispettivi elettori. Se ne faccia una ragione, per il popolo leghista non è più lei il più bello del reame”.

Feltri su Libero teme uno “sposalizio tra grulli e grillini”

Come andrà a Finire? Vittorio Feltri su Libero quotidiano “a fare giustizia saranno le urne tra un paio di settimane. I bulletti di sinistra e i fessacchiotti del M5S si troveranno nello stesso club e tenteranno di costituire una alleanza tra loro e un esecutivo balordo capace di compiere una sciagura. Via Salvini e dentro Zingaretti. (…) Temo uno sposalizio tra grulli e grillini. Giacché i primi in Parlamento hanno il 20 per cento e i secondi il 33. La somma fa 53, bastevole per formare una maggioranza che ci condurrà all’inferno”.

A guardare al traguardo delle elezioni Europee c’è la Repubblica, il cui titolo di apertura recita: “Non passeranno, forse”. A suffragare questa speranza, per il giornale diretto da Carlo Verdelli sono “le grandi manovre a sinistra” che si fanno più febbrili per “un’alleanza contro i sovranisti che vogliono distruggere l’Europa”.

E sulla questione intervista l’ex premier e già leader del Pd Matteo Renzi, che così si esprime: “Zingaretti ha tenuto insieme tutti e questo è un suo merito, oggettivo. Voteranno Pd persone che lo scorso anno hanno votato altro: D’Alema e Bersani votarono Leu, Casini votò la Lista Popolare, Calenda votò la Bonino, persino Prodi non votò il Pd ma una lista creata ad hoc per l’occasione. Tutti costoro “tornano a casa”: si parte da una base che lo scorso anno stava intorno al 25%. Mi sembra che questo obiettivo indicato dal segretario con le primarie sia riuscito. Per il futuro vedremo che cosa servirà ancora. Ma intanto è un inizio”.

Mentre La Stampa a propria volta intervista Silvio Berlusconi, che si appella nuovamente a Salvini per far cadere il governo perché “Matteo è umiliato da Conte”, con riferimento al trattamento impartito al leader leghista “caso Siri”: “I Cinque stelle hanno imposto tutte le loro ricette economiche. Hanno varato, e intendono varare, molti provvedimenti pericolosi per la nostra libertà e i diritti dei cittadini. Salvini non può continuare su questa strada: sarebbe considerato corresponsabile, anche dai suoi, di tutto il male che questo governo sta facendo all’Italia e agli italiani. (…) Per quanto ci riguarda siamo pronti a votare anche domani mattina. Con un buon risultato di Forza Italia, il centro-destra unito tornerà al governo. Cambieremo l’Europa e l’Italia sarà più forte”.

Alcuni al tema dedicano l’apertura della prima pagina, altri no. Ma la sostanza non cambia. Il punto è che il ministro dell’Interno “Salvini adesso vuole il controllo del mare”. Così titola a pag. 5 il Corriere della Sera. E per raggiungere l’obiettivo, “spunta la multa per chi salva i migranti”. Per Il Fatto Quotidiano, diventa invece “Migranti, 70 morti e porti aperti: nuovo scontro Lega M5S”. Il Giornale la vede da un altro punto di vista: “Allarme nella Lega: ‘Così perdiamo il treno’”, tanto che per il “Boom di sbarchi Salvini inasprisce le pene e si prende i porti”, si legge nel sottotitolo. Il Messaggero pone invece l’accento su un altro aspetto, quello dei poteri e delle prerogative: “Sbarchi, Salvini svuota Toninelli”. Per La Stampa la questione, nell’apertura, si fa più generale: “Sicurezza, il rilancio di Salvini”. Che per la Repubblica diventa un urlo e al tempo stesso quasi un detto: “Migranti. Chi salva paga”. E i cocci…?

Sulla sicurezza spunta, dunque, un decreto bis che detta nuove regole. Mentre al largo della Tunisia si consuma una nuova, ennesima tragedia che vede una barca affondare e per la quale si temono 70 morti. E il caso del barcone e del decreto diventa oggetto di scontro politico nel governo. “Il premier apre i porti a tre navi che hanno soccorso migranti al largo della Libia, Matteo Salvini rilancia con la bozza di un decreto sicurezza-bis che trasferisce al Viminale il potere di chiuderli e Luigi Di Maio attacca: ‘Non voglio neanche sentirne parlare, è un altro spot per coprire i fallimenti del Viminale sui rimpatri’. Le ultime 24 ore spostano lo scontro nel governo sull’immigrazione” scrive la Repubblica.

Si potrebbe dire che la notizia in sé è tutta qua, ma tuttavia ha una sua origine: “Giovedì notte, dal vertice europeo di Sibiu, in Romania, Giuseppe Conte comunica di aver convinto Francia, Malta, Lussemburgo e Germania ad accogliere i 36 migranti salvati in acque internazionali dalla nave della Marina Cigala Fulgosi. Un salvataggio che il ministro dell’Interno aveva accolto con tono polemico, minacciando «non do i porti» sia alla Fulgosi che alla nave delle Ong Mare Jonio, con altri 30 migranti a bordo (tra cui una bambina di un anno e due donne incinte). Lo scatto del presidente del Consiglio coglie il leader leghista di sorpresa”. “Negli stessi minuti, le agenzie rilanciano una risposta data dal premier al quotidiano spagnolo El Paìs: ‘Se all’estero richiamano più attenzione le dichiarazioni o l’immagine di Salvini e si crede che nel governo comandi lui, è una vostra illusione ottica’”. È uno scontro al calor bianco secondo il quotidiano diretto da Carlo Verdelli.

L’incipit della cronaca del Corriere la vede così: “A Palazzo Chigi dicono che Matteo Salvini sta cercando solo un modo per rompere, per mettere in difficoltà il resto del governo, visto che la Lega è a sua volta in difficoltà nei sondaggi” così come è anche nella lettura de Il Giornale. “Di sicuro per tutta la giornata Salvini coinvolge continuamente l’esecutivo in nuove proposte” si legge ancora nella cronaca del quotidiano di via Solferino: “Prima scrive una lettera al premier e al ministro degli Esteri per chiedere di collaborare di più nella gestione e nel respingimento dei migranti. (…) Poi pubblica lo schema di un decreto legge in cui si attribuiscono «al ministro dell’Interno la competenza a limitare o vietare il transito e/o la sosta nel mare territoriale», a navi o mercantili, ‘qualora sussistano ragioni di ordine e sicurezza pubblica’”.

Una norma che viene immediatamente bocciata a Palazzo Chigi e che ufficiosamente suscita perplessità anche al Colle, “visto che stravolge la legislazione vigente, e un decreto regio del 1942, in tema di sovranità sulle acque territoriali”. In sostanza il ministro dell’Interno diverrebbe il dominus, con una certa quota di arbitrarietà, chiosa il quotidiano milanese. Che nella lettura che ne dà Il Fatto diventa: “Mentre le persone muoiono in mare e la campagna elettorale per le Europee continua, con Salvini che invoca ancora i ‘porti chiusi’, il premier Conte dopo aver ottenuto lo sbarco dei migranti sulla Mare Jonio (“ci siamo sentiti con Salvini”), evitando un nuovo caso Diciotti” in un’intervista a El Pais tiene il punto” come riporta anche il Corriere. Insomma, per il quotidiano diretto da Marco Travaglio la mossa di Salvini “vuol coprire il fallimento rimpatri”, come sostengo i 5 Stelle.

Il fatto è che, nella lettura che ne dà Il Giornale, “mai come prima, Matteo Salvini si sente sotto assedio. Non ci sono solo i sondaggi in continuo calo, ma anche le inchieste giudiziarie che ne stanno minando la figura di leader legalitario, per non parlare delle polemiche quotidiane (come quella sui presunti porti chiusi o sull’antifascismo) e della guerriglia permanente con Giuseppe Conte e Luigi Di Maio. Ormai da settimane, insomma, il leader della Lega è costretto a giocare in difesa su tutti i fronti. Compreso quello interno”.

Che sarebbe poi quello elettorale o del consenso più in generale: così “nella riunione che si è tenuta mercoledì scorso nello studio di Giancarlo Giorgetti al primo piano di Palazzo Chigi – si può leggere ancora – diversi ministri del Carroccio hanno consigliato a Salvini di staccare la spina al governo. ‘La situazione ormai è ingestibile, lasciamo i Cinque stelle al loro destino – è stato l’invito rivolto al leader della Lega – e troviamo un modo per governare o con il centrodestra o comunque con gente normale. Ma facciamolo subito, altrimenti rischiamo di perdere il treno’” si legge nell’editoriale- retroscena a firma di Adalberto Signore, che aggiunge: “Ma la sensazione di accerchiamento è data anche e soprattutto dall’impressione che l’ondata di inchieste non sia affatto finita”. Ecco dunque, come scrive Il Messaggero, “l’ultima prova di forza di Matteo Salvini, in una maggioranza sempre più instabile, ha la forza di un decreto e prevede l’attribuzione al Viminale di poteri che, da sempre, spettano al ministro delle Infrastrutture: quelli sul mare” (…) “per depotenziare il ruolo di Danilo Toninelli, limitato alla sola sicurezza sulla navigazione”.

“Inizia dunque la fase del ‘salvinismo da combattimento’”, osserva la Repubblica nel commento di prima pagina a firma Massimo Giannini. “Per un capo-bastone che ha urgente bisogno di rifarsi un profilo da caudillo. Da qualche giorno sparava a salve, non se l’è sentita di ‘morire per Siri’ e alla fine si è dovuto arrendere al fuoco amico dei pentastellati. Sconfitto sulla linea Maginot eretta a difesa del sottosegretario bancarottiere di sua fiducia. Respinto con perdite dal populista riluttante Tria sulla flat tax. Astioso nei toni, ansioso nei contenuti, frustrato dalla caccia quotidiana di nuove rivincite e vecchie armi di distrazione di massa, dal ritorno della naja obbligatoria al ripristino del grembiule a scuola, dalla castrazione chimica alla chiusura dei negozi di cannabis light. E ora, per la prima volta da un anno a questa parte, bocciato anche dai sondaggi”. Lettura pressoché unanime sui giornali.

E in tema di sicurezza in generale e ordine pubblico, da segnalare sul Corriere della Sera l’intervista al capo della Polizia Franco Gabrielli: “La polizia non è di parte”, il titolo d’apertura.