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La temperatura nel governo resta sempre alta, ma in un’intervista all’edizione cartacea de La Stampa il leader dei Cinque Stelle, Luigi Di Maio, prova a raffreddarla: “Escludo che ci possa essere una crisi. Questo è l’unico governo possibile, altrimenti rischiamo il ritorno dell’asse Pd-Forza Italia che ha distrutto l’Italia”. Quindi la crisi, per Di Maio, non è inevitabile, in quanto “di inevitabile c’è solo il lavoro per il benessere del Paese. Dico chiaramente che non c’è nessuno spettro di crisi. Quello che vogliamo è rimboccarci le maniche e proseguire” ribadisce al quotidiano torinese.

I toni sono rassicuranti, sulle frizioni con gli alleati, il vicepremier e leader pentastellato dichiara che si tratta semplicemente di “dinamiche di un governo di due forze politiche che sono diverse” ma “abbiamo un contratto e finché lavoriamo per gli italiani si può andare avanti 4 anni”. E alla domanda cosa pensa di Moscopoli, Di Maio risponde che “se avessi sospetti su Salvini non sarei al governo con lui”, ma “per un atto di trasparenza verso i cittadini” la questione impone di non rimanere con le mani in mano, perciò “la nostra proposta è comunque di “istituire una commissione parlamentare di inchiesta sul finanziamento dei partiti”.

Un tema altrettanto di questa ore è quello dell’autonomia rivendicata in particolare dalle regioni del Nord e che proprio ieri ha subito una battuta d’arresto su istruzione e scuola. Su come si contemperano l’autonomia del Nord e il ritardo del Meridione, Di Maio sostiene che le due cose si tengono insieme “semplicemente lavorando” e facendo sì che non vi sia una riforma “che aumenti ulteriormente il divario”. “Non vogliamo disparità, l’autonomia deve unire e non dividere”.

Ma sul fronte dei governatori del Nord, quello della Lombardia, Attilio Fontana, è particolarmente irritato per la frenata sulle premesse del testo dopo il Consiglio dei ministri di ieri, tanto che al Corriere della Sera dice: “Non firmo”. Secondo Fontana le premesse al testo “sono fatte apposta per toglierci ogni possibile autonomia su istruzione e scuola. Elimina anche la norma che ci consentirebbe di trattenere in Lombardia risparmi fatti con l’efficientamento dei servizi”, dunque non ci sono le condizioni “per poter sottoscrive un accordo che nasce in maniera distorta”, perché nasce “come se noi volessimo truffare lo Stato o il Sud”.

Il governator lombardo è poi particolarmente sorpreso perché la scorsa settimana ha avuto un colloquio di un’ora con il premier Conte, che, dice, “mi aveva rassicurato sul fatto che ci fosse la volontà di arrivare a una soluzione” ma “così non è stato”. Anzi, secondo Fontana, Conte alla fine ha fatto la sua scelta, cioè “stare dalla parte delle corporazioni sindacali e non dalla parte del futuro dei ragazzi”. Ma in questo modo “non è più il governo del cambiamento, questo è il governo della più bieca restaurazione” accusa il presidente della Regione Lombardia, che aggiunge: “Non sono qui per prendere voti ma per ottenere una cosa utile al Paese. Se la ottiene Conte, Di Maio o Salvini dico che hanno fatto una cosa buona. Altrimenti hanno fatto una cosa brutta”.

Su cosa possa comportare la mancata autonomia in relazione ad un possibile ulteriore passo verso la crisi di governo, Fontana dice di non saperlo e di non volerlo sapere, ma Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, su questo aspetto in un’intervista con Il Messaggero in edicola preme l’acceleratore “per andare subito a votare”. Anche perché in caso di elezioni “avremo una maggioranza eletta dagli italiani, compatta e schiacciante”, un’occasione storica “di dare agli italiani uno dei pochissimi governi capaci di durare cinque anni” essendo di fatto FdI e Carroccio “già maggioranza”.

Per il futuro immediato Giorgia Meloni vede tre scenari che sono l’attuale “immobilismo di questo governo che non può dare risposte ai problemi”, un secondo peggiore “che è un governo Pd-5Stelle” e un terzo addirittura allarmante, ovvero “un governo tecnico sostenuto da una sorta di Nazareno allargato ai grillini, cioè la versione italiana dell’alleanza che ha votato la Van Der Leyen” alla presidenza della Commissione europea al posto di Junker.

Secondo la leader di Fratelli d’Italia le elezioni subito non aggiungerebbero caos al caos, ma aiuterebbero a fare “chiarezza”. Dopo il voto, il suo obiettivo è “fare una legge di bilancio targata Lega e FdI, che dia risposte ai problemi economici del Paese, tagliando le tasse e dicendo basta alla fregature modello reddito di cittadinanza”. E Forza Italia? “Noi e la Lega da soli abbiamo gi‡ una maggioranza importante. E con Forza Italia restano molte cose da chiarire” risponde Meloni.

I passaggi e tutti gli step che, dal giorno della crisi di governo con le dimissioni formali del presidente del Consiglio, portano fino a nuove elezioni politiche sono disciplinati dalla Costituzione, da leggi ordinarie e dalla prassi istituzionale ormai consolidata. Partendo da un punto fermo: il tempo minimo che deve intercorrere necessariamente dal giorno della crisi di governo alle nuove elezioni è di 45 giorni (quello massimo è di 70 giorni). Tempo dettato sia dalla Carta che dalla legge per l’indizione dei comizi elettorali.

In realtà, però, occorrono almeno 60 giorni dalla crisi al momento del ritorno alle urne, questo per consentire l’adempimento delle procedure necessarie per il voto degli italiani all’estero (norma, tuttavia, che potrebbe – anche se finora non è mai successo – essere modificata per ‘accorciare’ i tempi).

  • Il passaggio dalla crisi allo scioglimento delle Camere può anche avvenire in un tempo rapidissimo: il governo cade o si dimette il premier, il capo dello Stato svolge le consultazioni e, se constata che non esiste una maggioranza alternativa a quella attuale e che non vi sono le possibilità della nascita di un diverso esecutivo o che l’esecutivo uscente non ha possibilità di andare avanti nemmeno se rinviato al Parlamento, il presidente della Repubblica scioglie le Camere.
  • Le consultazioni al Colle possono anche essere rapidissime, come nel caso dell’esecutivo Renzi, quando Sergio Mattarella in tre giorni accolse le dimissioni del presidente del Consiglio, fece le consultazioni e incaricò Paolo Gentiloni.
  • Qualora si dovesse andare a votare in autunno, si dovrebbe tener conto anche delle scadenze legate alla manovra. A settembre, alla ripresa dell’attività parlamentare e governativa dopo la pausa estiva – sempre che l’esecutivo non cada prima – ad attendere il governo ci sarà la Nota di aggiornamento al Def, che va presentata alle Camere entro il 27 settembre. Il Documento programmatico di Bilancio, ovvero l’ossatura della manovra, va invece inviato alla Commissione Ue entro il 15 ottobre, mentre la Legge di Bilancio vera e propria deve essere presentata alle Camere entro il 20 ottobre. Scadenze che, sulla carta, presuppongono l’esistenza di un governo in carica e con la forza, politica e numerica, di varare la manovra e ‘contrattarla’ con l’Ue. 

È possibile, tuttavia, chiedere all’Europa una ‘dilazione’ dei tempi giustificata proprio dalla crisi di governo o dalle elezioni appena celebrate, visto che la manovra deve essere approvata entro il 31 dicembre. Questo ovviamente se dalle urne uscisse una maggioranza ben definita che in poche settimane porti alla nascita del nuovo esecutivo. Altrimenti, conseguenza ovvia, servirebbe un lasso di tempo più lungo per consentire le normali trattative tra forze politiche così da arrivare alla nascita di un esecutivo.

È il caso del governo a guida Conte: dal giorno delle elezioni al giuramento sono trascorsi tre mesi. La scadenza, tuttavia, che resta tassativa è quella del 31 dicembre, data entro cui il Parlamento italiano deve approvare la legge di Bilancio per evitare l’esercizio provvisorio.

Infine, vanno ricordate altri passaggi dettati dalla Carta: lo scioglimento delle Camere spetta al Presidente della Repubblica, sentiti i presidenti delle Camere stesse. Allo stesso Capo dello Stato spetta, poi, indire le nuove elezioni. I comizi elettorali sono convocati con decreto del Presidente della Repubblica, su deliberazione del Consiglio dei Ministri.

Le finestre possibili

Dunque, riassumendo, stando a quanto prevedono le varie disposizioni in materia e basandosi sui giorni minimi che devono intercorrere dallo scioglimento delle Camere (e quindi dalla crisi vera e propria) alle urne, ovvero 60, le possibili finestre elettorali per votare dopo l’estate sono diverse, ricordando però che la ‘finestra’ di settembre è agli sgoccioli:

  • Elezioni il 22 settembre: per tornare alle urne la quarta domenica del mese lo scioglimento delle Camere deve avvenire tra il 20 e il 21 luglio, ovvero sabato e domenica prossimi.
  • Elezioni il 29 settembre: per votare il 29 settembre si dovrebbero sciogliere le Camere entro il 31 luglio.
  • Elezioni il 6 ottobre: per votare la prima domenica di ottobre le Camere devono essere sciolte entro il 5-6 agosto.
  • Elezioni il 13 ottobre: per votare la seconda domenica di ottobre le Camere dovrebbero essere sciolte a ridosso di Ferragosto. Ma votare a metà ottobre significa non presentare la manovra alla Commissione Ue entro i termini stabiliti.
  • Elezioni il 20 ottobre: per votare la terza domenica di ottobre le Camere vanno sciolte subito dopo Ferragosto. Il voto in questa domenica vorrebbe dire che la manovra non viene presentata alle Camere entro il termine stabilito. Le scadenze proseguono con lo stesso schema anche per le settimane successive ed è ovvio che più ci si inoltra in autunno con una eventuale crisi di governo più diventa possibile che le elezioni si svolgano nei primissimi mesi del 2020. 

“5 stelle e Pd? Da due giorni sono già al governo insieme, per ora a Bruxelles. Tradendo il voto degli italiani che volevano il cambiamento, i grillini hanno votato il presidente della nuova Commissione Europea, proposto da Merkel e Macron, insieme a Renzi e Berlusconi. Una scelta gravissima, altro che democrazia e trasparenza”. Così Matteo Salvini in una nota. 

Intervendendo ad Agorà su Rai Tre, il ministro per la Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno rispondendo a chi le chiede se il governo durerà h detto: “Io vedo M5s e Lega due forze politiche con sensibilità diverse. Credo che in queste ore questa diversità stia trovando dei momenti… si stia un po’ acuendo. Credo che siano giorni importanti per prendere delle decisioni”. E poi ha aggiunto “come ministro il mio auspicio è che ancora una volta si trovi una sintesi. Certamente queste sensibilità dimostrano una certa distanza”.

Poche ore prima, sempre Bongiorno intervendendo a Radio 1 aveva detto: “Questo governo ogni mattina sembra che duri 4 giorni o 4 anni, a seconda delle dichiarazioni che si susseguono. E’ innegabile il fatto che sia un momento particolarmente delicato, che le due sensibilità delle forze politiche che compongono questo governo sono completamente diverse. Se continuiamo ogni giorno a dire no, è meglio chiuderla qui”. “Mi riferisco soprattutto – riprende l’esponente della Lega a proposito dei ‘no’ – alle opere pubbliche, alle infrastrutture, ad alcuni rallentamenti che effettivamente ci sono, che noi notiamo e che non si possono più accettare”, ha concluso. 

 

Dopo il voto favorevole dell’Europarlamento a Ursula Von der Leyen, la destra intravede il pericolo di un Governo M5s-Pd in Italia. Nicola Zingaretti, segretario del Pd, risponde così alle domande dei giornalisti: “Smentisco l’ipotesi di un Governo Pd-M5s, come si teorizza. Se ci sarà una crisi di Governo, la nostra posizione è e rimane quella di ridare la parola agli italiani con le elezioni anticipate”.

Sul voto positivo di ieri del Movimento 5 Stelle a Ursula Von der Leyen, Zingaretti commenta: “È stata una scelta autonoma di M5s. Condividiamo il giudizio positivo sulla piattaforma presentata da Von der Leyen sul rinnovamento delle istituzioni Ue, i migranti e l’ambiente. Il voto di ieri ha anche confermato che nell’Europarlamento sono presenti forze che vogliono distruggere la Ue”.

I 28 eurodeputati della Lega sono aperti “in linea di massima” a votare a favore della presidente designata della Commissione europea, la tedesca cristiano-democratica Ursula von der Leyen. Come spiega il capogruppo di Identità e Democrazia Marco Zanni all’Agi, “aspettiamo maggiori aperture su programma e commissario italiano, poi decidiamo stasera, in linea di massima siamo aperti all’appoggio”. Il voto di fiducia del Parlamento alla von der Leyen, che interverrà in aula stamattina, è previsto per le 18.

Seicentomila dipendenti in telelavoro e produrre, di conseguenza, risparmi per 3 miliardi: partendo da questo assunto, il Movimento 5 stelle rilancia la battaglia su smart working e co-working in uffici satellite. L’intento di una proposta di legge – primo firmatario Fabrizio Ortis – depositata nei giorni scorsi e sottoscritta da una trentina di senatori è quello di dar seguito all’articolo 14 della cosiddetta ‘Legge Madia‘ del 2015, “i cui triennali effetti si sono esauriti nell’agosto dello scorso anno”.

Il bilancio della legge Madia che viene stilato dai pentastellati è negativo: l’obiettivo era di di coinvolgere il 10% dei dipendenti della P.A nel telelavoro ma – fanno notare i grillini – i beneficiari risultano essere “solo una minima percentuale di lavoratori”. Anzi la percentuale italiana risulta tra le più basse dell’Unione europea, “decisamente impietoso diviene il confronto con i numeri di altre nazioni extraeuropee”.

I pentastellati intendono porsi “piu’ ambiziosi, lungimiranti e soprattutto stringenti obiettivi” per giungere “al traguardo del 30 per cento di telelavoratori pubblici nei prossimi due anni”. Al di là del fattore legato al Bilancio dello Stato, sarebbero molteplici i vantaggi per il Paese e per la vita dei cittadini, osservano. A partire dal possibile calo del numero di incidenti automobilistici, visto che “in Italia una percentuale compresa tra il 65 e l’85 per cento degli spostamenti casa-lavoro avviene con autovettura privata” e alla minore produzione di gas di scarico.

“La collocazione del 20% di dipendenti pubblici nel lavoro a distanza avrebbe – questi i calcoli M5s – come effetto 1.600 incidenti, 20 morti e 2.272 feriti in meno ogni anno; 2.400 sinistri, 30 decessi e 3.408 feriti in meno considerando invece il secondo scenario del 30%. E ancora: diminuzione dei morti per malattie da inquinamento come bronchiti, asma, allergie, patologie cardio-circolatorie; dalle 300 mila alle 450 mila tonnellate di CO2 non emesse annualmente; risparmi nell’ordine di centinaia di milioni di euro per la spesa in carburante”.

Per non parlare del “miglioramento della qualità della vita dei lavoratori” che potrebbero gestire meglio il proprio tempo “soprattutto per le necessita’ familiari”. La proposta di legge mira a garantire che i dipendenti collocati in telelavoro “non subiscano penalizzazioni ai fini del riconoscimento di professionalità e della progressione di carriera”.

Con un altro disegno di legge – firmato anche dai capigruppo – i pentastellati inoltre estendono “l’applicazione dell’istituto della mobilità temporanea a tutti i rapporti di lavoro e di impiego alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche”. L’obiettivo è “tutelare il diritto del fanciullo di crescere e trascorrere i primi anni di vita in un contesto familiare in cui sia garantita la compresenza di entrambi i genitori”.

Da qui la proposta: “l’assegnazione temporanea è possibile sino al compimento del terzo anno di età del minore”. E “si pone il limite massimo dei 50 chilometri quale distanza tra la sede di servizio, anche di altra amministrazione, assegnata a richiesta e quella del coniuge, prevedendo come sola condizione la sussistenza di una corrispondente posizione retributiva, anche se in soprannumero, fatta salva la specificità del ruolo, e fermo restando il parere concorde delle amministrazioni interessate”. 

“Un doveroso chiarimento. Continuano a pervenire alla Presidenza del Consiglio richieste di informazioni sulla presenza del sig. Gianluca Savoini alla cena che si è tenuta a Roma, a Villa Madama, la sera dello scorso 4 luglio, in onore del Presidente Putin. Come già anticipato, il Presidente del Consiglio non conosce personalmente il sig. Savoini”. È quanto si legge in una nota di Palazzo Chigi.

“La cena è stata offerta dal Presidente Conte e l’invito è stato esteso anche a tutti i partecipanti al Forum di dialogo italo-russo delle società civili – sottolinea la nota – che si è tenuto il pomeriggio dello stesso giorno presso la Farnesina. Il suddetto Forum è stato organizzato dalla Presidenza del Forum stesso e dall’Ispi. Dopo aver compiuto tutte le verifiche del caso, si precisa che l’invito del sig. Savoini al Forum è stato sollecitato dal sig. Claudio D’Amico, consigliere per le attività strategiche di rilievo internazionale del Vicepresidente Salvini, il quale, tramite l’Ufficio di Vicepresidenza, ha giustificato l’invito in virtù del ruolo dell’invitato di Presidente dell’Associazione Lombardia-Russia e ha chiesto ai funzionari del Presidente del Consiglio di inoltrarla agli organizzatori del Forum. L’invito alla cena del sig. Savoini è poi stata una conseguenza automatica della sua partecipazione al Forum”, conclude la nota. 

Leggi anche: “Salvini: “Non vado in Aula a parlare di fantasie”. E spunta una mail di Savoini

Chiuso nella sua stanza al Nazareno, tanto da comunicare solo per telefono anche se l’interlocutore è qualche stanza più in là. Nicola Zingaretti mette a punto la relazione che porterò all’assemblea dem e con la quale vuole lanciare la doppia sfida di rinnovamento del partito.

Una interna, con l’insediamento della Commissione di Riforma dello Statuto e del Partito; l’altra esterna, con il Viaggio per l’Italia, già avviato, e soprattutto con la Costituente delle Idee, l’appuntamento da tenere a Bologna in autunno con il quale intende stringere quelle alleanze civili e politiche che sole possono offrire una possibilità di vittoria alle elezioni.

Due sfide che, tuttavia non slegate l’una all’altra. La Commissione di Riforma del Partito e dello Statuto sarà insediata sabato e sarà formata da un minimo di 11 a un massimo di 15 membri scelti nel rispetto del pluralismo interno. Ad essa spetterà la proposta di riforma dello statuto da sottoporre ai territori. Al momento c’e’ una sola certezza: l’automatismo che prevede la candidatura a premier del segretario in carica è da modificare. E questo perché, in un sistema largamente proporzionale come è quello previsto dalla legge elettorale vigente, è indispensabile prevedere primarie di coalizione.

Zingaretti ne è consapevole e studia l’unico precedente, quello delle primarie di “Italia Bene Comune” indette con la segreteria di Pier Luigi Bersani e da lui vinte contro Matteo Renzi, Nichi Vendola, Laura Puppato e Bruno Tabacci. Nulla di deciso, affermano comunque esponenti dem vicini al segretario: spetterà alla Commissione di Riforma del Partito e dello Statuto trovare i giusti meccanismi.

Su questo non dovrebbero esserci tensioni con la minoranza. Domenica, nel corso della due giorni di Base Riformista, Lorenzo Guerini aveva sottolineato: “Sento parlare del tema della divisione della leadership dal tema della premiership: io credo sia un errore” ma “se questa dovesse essere la scelta vorrei essere chiaro: il candidato che presenteremo alle elezioni per guidare il Paese si sceglie attraverso le primarie, non attraverso liturgie o giochi interni”.

E’ Maurizio Martina a dare rassicurazioni: “Uno strumento come le primarie per me non è affatto in discussione, anzi. Ne va rilanciato proprio il senso e il significato aperto, anche in ragione della legge elettorale che abbiamo oggi. Con questo spirito penso che potremo fare un buon lavoro tutti per rafforzare il Pd”.

Altro capitolo su cui si potrebbe intervenire è quello riguardante le primarie per la scelta del segretario. L’ultima volta ci sono voluti sette mesi per completare l’iter dall’apertura del congresso, con il voto nei circoli, alle primarie nazionali. Troppo, in una fase in cui la politica si muove a ritmi vorticosi.

Questo lavoro di riorganizzazione interna si sposerà, per forza di cose, con il lavoro di costruzione dell’alternativa di governo, a partire dalle idee raccolte durante il Viaggio per l’Italia e che andranno a rappresentare il nucleo del programma del Partito democratico per l’alternativa, vero fulcro dell’appuntamento di Bologna.

I pilastri su cui costruire questo programma ci sono già: fisco, con il taglio del costo del lavoro; sostenibilità ambientale come leva di crescita e sviluppo; investimenti in istruzione. Su questi tre pilastri – ma non mancheranno i passaggi sul mondo delle imprese, sulle infrastrutture, sulla sanità e sulla sicurezza – sarà costruita la proposta del Pd agli elettori, ma anche ai possibili alleati.

Il segretario dem non vuole operazioni “politiciste” e per questo ha avviato già da tempo un lavoro di tessitura che dovrebbe portare ad una rete formata da forze politiche – +Europa, Democrazia Solidale e da Articolo 1 – e da forze civiche, sociali, territoriali. Il segnale che Zingaretti lancia è, dunque, che senza Pd non può esserci alternativa.

Occorre andare avanti a lavorare senza perdersi in chiacchiere, è il ragionamento del segretario. Un messaggio valido anche per chi, all’interno del partito, non perde occasione per rimarcare la sua differenza rispetto alle scelte del nuovo corso. E non sembra un caso che proprio lunedì, a poche ore dall’evento dell’area Lotti-Guerini a Montecatini, Zingaretti abbia concluso la sua visita a Genova, tra i camalli e gli operai della Bombardier di Vado Ligure con lo slogan “fuori dalle chiacchiere, tra le persone”.

Tra le pieghe di questa discussione, Zingaretti non mancherà di fare delle incursioni sullo scenario politico, toccando inevitabilmente i temi dell’Europa e delle implicazioni del caso riguardante i presunti fonti russi alla Lega. Per il segretario, non è nemmeno il passaggio di denaro l’aspetto più grave della vicenda, quanto il tentativo di disarticolare la collocazione estera dell’Italia, membro di Unione Europea e Alleanza Atlantica. Una collocazione che, dai governi Dc-Psi passando per Romano Prodi e Silvio Berlusconi, non è stata mai messa in discussione. 

“Il MoVimento è resiliente. Parte il percorso per una nuova organizzazione”. Lo scrive il capo politico mdi M5s su Facebook. “Nei prossimi giorni, attraverso dei video tutorial, vi spiegherò un’idea di organizzazione del Movimento 5 Stelle che si basa su questa figura: il facilitatore. Sia a livello regionale, sia a livello nazionale. E insieme decideremo, voto per voto (voterete per parti separate su Rousseau) se questa può essere la strada per riorganizzarci. Ne discuteremo nei prossimi giorni, siamo di fronte ad una ennesima evoluzione del Movimento, che gioverà agli italiani”, spiega. 

Duro scontro in Aula al Senato, in apertura di seduta, tra il Pd e Elisabetta Casellati. Accade quando prende la parola, sull’ordine dei lavori, il senatore Dem Alan Ferrari, prima delle dichiarazioni di voto sulle riforme, per toccare la vicenda dei presunti finanziamenti russi alla Lega, chiedendo al presidente del Senato un “definitivo ed essenziale chiarimento a tutela di questa Camera”.

“Tre interrogazioni – incalza l’esponente dem – dei senatori Parrini, Stefano e ancora Parrini, tra il febbraio ed il maggio di quest’anno trattavano i legami tra persone vicine al ministro dell’Interno e alla Lega ed importanti dirigenti russi legati al partito del Presidente Putin. Si tratta di interrogazioni che riguardano la sicurezza nazionale, l’indipendenza del nostro Paese da quelli che appaiono come inaccettabili condizionamenti esterni, la garanzia di libere elezioni e la stessa credibilità delle istituzioni. Atti di sindacati ispettivo che non sono mai stati pubblicati. Non vogliamo pensare male ma vogliamo far sapere a Casellati che il Pd andrà in fondo con tutti i mezzi possibili perché l’Italia sia tutelata”.

Durissima quanto immediata la replica della presidente del Senato, che tra le proteste vibranti e le urla che arrivano dai banchi dei senatori Pd, spiega di avere negato l’ammissibilità delle interrogazioni citate “perché il Senato non può essere luogo del dibattito sui pettegolezzi giornalistici. Non siamo in un luogo dove si può discutere di questioni che – ribadisce più volte – non hanno un fondamento probatorio”.

A questo punto, mentre le proteste dei senatori dem salgono di tono, Casellati si rivolge al capogruppo Pd, Andrea Marcucci, scandendo che “non possiamo ridurre questa Assemblea alta a discorsi che emergono da cosiddette inchieste giornalistiche” e sottolineando che “le vostre interrogazioni usano tutte il condizionale, le ho lette. Per me rimangono inammissibili. Non permetto di dire che non sono un presidente di garanzia. Smettetela di urlare”.