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AGI – Lo scontro tra regioni e governo ora è sulla riapertura degli impianti sciistici. Ma nei prossimi giorni si accenderà il confronto anche sulle misure anti-Covid dopo il 27 novembre e soprattutto in vista del 3 dicembre.

Dalla prossima settimana Piemonte e Lombardia dovrebbero cambiare colore, l’obiettivo anche delle altre regioni considerate a rischio è quello di tornare al giallo, ma il passaggio da una fascia ad un’altra dipenderà dai numeri.

Con gli ultimi dati resi di pubblico dominio si è superato il tetto delle 50 mila vittime dall’inizio dell’epidemia, anche se per la prima volta diminuiscono gli attuali positivi. “Se questo trend positivo fosse confermato potremmo riportare l’Italia nel mese di dicembre in colorazioni gialle e arancioni”, hanno fatto sapere ieri fonti di palazzo Chigi.     

L’ala rigorista punta al consolidamento del raffreddamento della curva, motivo per il quale l’esecutivo dovrebbe difendere l’impianto dell’ultimo Dpcm. Probabilmente ci sarà un unico provvedimento all’inizio del prossimo mese che potrebbe avere la validità fino al 3 gennaio.

Il ministro Speranza ha ribadito che ci si potrà spostare solo tra zone gialle e oggi anche il responsabile degli Affari regionali Boccia ha chiarito che non si ricalcherà quanto fatto in estate.

Massima prudenza

Dunque nei territori a basso rischio si va verso l’allentamento delle misure, soprattutto riguardo alle attività commerciali, mentre sui ristoranti permane la cautela.

Nelle regioni colorate di arancione e di rosso, invece, potrebbe rimanere i vincoli attuali. E’ la linea della massima prudenza.

L’obiettivo del premier Conte per le festività è comunque quello di favorire i consumi, nel rispetto dei protocolli. “Non c’è alcun intento di contrastare la tradizione degli scambi dei doni”, dicono dal governo. Ma senza alleggerire la stretta sui contatti. “Cenoni? Fuori luogo con 600-700 morti al giorno”, taglia corto ancora Boccia che dice no alle regioni per le vacanze sulla neve.

“Se ne potrà parlare dopo il 3 gennaio o addirittura a febbraio quando arriverà il vaccino”, spiega una fonte dell’esecutivo.

All’interno del governo c’è chi non nasconde lo stupore per il documento dei governatori sulla riapertura degli impianti in montagna. Il danno economico viene considerato eccome “ma prima c’è la salute e i presidenti di regione dovrebbero saperlo bene”, sottolinea la stessa fonte. 

AGI – L’apertura di Berlusconi sul voto sullo scostamento di bilancio viene apprezzata dal governo e dalla maggioranza. Al di là dell’ala più ‘barricadera’ del Movimento 5 stelle c’è la disponibiità ampia a discutere con il partito azzurro su come occorrerà spendere i fondi previsti. E’ il ministro dell’Economia a certificare la possibilità del dialogo. Nessun cambio di maggioranza, la premessa sia di Gualtieri che di Berlusconi. Ma l’avvio di una “collaborazione istituzionale, che raccoglie anche gli appelli formulati in tal senso dal Capo dello Stato” per “lavorare insieme” e “trovare soluzioni nell’interesse di tutti gli italiani in questo momento di difficoltà”. Il titolare del dicastero di via XX settembre non a caso parla della necessità di “una particolare attenzione alle prossime scadenze fiscali e al mondo del lavoro autonomo”. Si tratta – dice – di “priorità anche del governo”.

L’ex presidente del Consiglio, dalle colonne del ‘Corriere della Sera’, ha lanciato delle proposte ben chiare. “Non ci possono essere due Italie, una che si salva, l’altra – quella del lavoro autonomo – che deve cavarsela da sola, oppure viene lasciata affondare. Anche perchè – l’osservazione del leader di FI – l’una senza l’altra a lungo andare non regge. Quello che chiediamo al governo e alla maggioranza è di sanare questa disparità, garantendo al lavoro autonomo, ai professionisti, ai commercianti, agli artigiani, alle partite Iva, tutta la tutela necessaria, non una tantum, ma in modo strutturale”. Tramontata la possibilità di un relatore di minoranza di FI sulla legge di bilancio il confronto ci sarà in Parlamento. Nei prossimi giorni si capirà lo strumento. La ricetta del presidente della Camera Roberto Fico è di istituire “una capigruppo congiunta Camera-Senato” sulla manovra, che coinvolga non solo Forza Italia ma tutta l’opposizione. Anche per ‘stanare’ Lega e Fratelli d’Italia che sono scettici sulla possibilità di convergere con FI sul si’ allo scostamento di bilancio.

Nelle fila azzurre si fa sempre più sentire la voce di chi ritiene che Salvini non sia il leader del centrodestra e ne contesta la linea. Ma il segretario del partito di via Bellerio non apre uno scontro con il Cavaliere. “Il rapporto con Berlusconi è positivo, di più. Ho proposto a tutto il centrodestra di unirsi. La battaglia per il taglio delle tasse deve essere comune. Se il centrodestra sarà unito dentro e fuori il Parlamento forse ci ascolteranno di più, saremo più forti e convincenti”, spiega. Rilanciando l’appello dei capigruppo della Lega Romeo e Molinari che “a fronte di una maggioranza incapace di decidere, litigiosa e confusa mentre il Paese vive un momento drammatico per la tenuta economica e sociale” sottolineano la necessità di inviare “un segnale importante” e portare “un’opposizione costruttiva” ad essere “un unico blocco in Parlamento”. Più di un ‘big’ forzista è convinto che la federazione dei gruppi sia un tentativo di ‘ingabbiarè il partito azzurro. “Gli italiani stanno vivendo un momento cosi’ grave che non si puo’ perdere tempo a litigare”, dice l’ex ministro dell’Interno, “se non ci chiama il governo chiameremo noi”.

Ma intanto si moltiplicano gli appelli a Forza Italia a staccarsi da Salvini e Meloni. “Se Berlusconi si separasse da questo asse sarebbe una cosa positiva”, afferma Renzi. Con la disponibilità manifestata da Berlusconi ora la maggioranza potrebbe anche accelerare sulla riforma elettorale di tipo proporzionale. Domani ci sarà un nuovo tavolo sulle riforme, alla presenza del capo legislativo di palazzo Chigi, Goracci. L’ultima volta i rosso-gialli si sono divisi sul superamento del bicameralismo e su altri provvedimenti che dovranno rappresentare il nuovo programma di fine legislatura. “Ma fino a quando non ci sarà la riforma elettorale Forza Italia non potrà mai cambiare decisione”, spiega più di un ‘big’ della maggioranza. 

AGI – Le parole di Morra sulla Calabria e sull’ex presidente della Regione, Santelli, non sono state affatto gradite né dagli altri partiti della maggioranza e neanche all’interno del Movimento 5 stelle. Ma sulla scelta della Rai di bloccare l’intervento nella trasmissione ‘Titolo V’ Pd e pentastellati fanno blocco: decisione sbagliata, serve un chiarimento da parte dell’Ad Salini, mentre il renziano Anzaldi si spinge a chiedere le dimissioni dell’interno Cda.

La scelta di ieri è arrivata dopo un’interlocuzione del direttore di rete e i vertici dell’azienda di viale Mazzini, a seguito di numerose proteste. “Da parte di Forza Italia”, accusa il pentastellato Di Battista. Si è deciso di adottare – la replica della Rai – una linea “di massima prudenza e tutela per evitare di alimentare le molte polemiche che si stavano sviluppando su un tema così complesso”. Ed ancora: Morra “avrà altre opportunità, sempre attraverso le reti del Servizio Pubblico ed eventualmente nello stesso Titolo V, per esprimere i suoi punti di vista”.

Ma, al di la’ del ‘caso tv’ la distanza tra Morra e il Pd si acuisce. Perché il presidente della Commissione Antimafia si scusa per le sue affermazioni (“Era noto a tutti che la Santelli fosse una grave malata oncologica, ognuno dev’essere responsabile delle proprie scelte”) ma non arretra. “Se dai fastidio alla mafia ti infangano e ti sporcano”, il suo ‘refrain’. I dem chiederanno la sua sostituzione in Commissione Antimafia ma l’esponente M5s non intende lasciare. Del resto non è prevista la possibilità di una sua sfiducia.

Il centrodestra però proverà in tutti i modi a far sì che ci sia il suo passo indietro. Diserterà le riunioni. “Prima o poi sarà costretto a dimettersi”, la linea. Per il Pd l’atteggiamento di Morra rischia di minare la credibilità della Commissione. Punterà perlomeno al chiarimento, a fare in modo che il suo operato di presidente sia condiviso ad ogni passo. Ma c’è un problema anche di numeri, perché con Morra si sono schierati diversi senatori, soprattutto quelli vicini a Di Battista. Il timore è che l’ala ‘barricadera’ abbia voluto sollevare il caso per stoppare ogni tipo di tentativo di collaborazione tra la maggioranza e Forza Italia. Per portare M5s sulle posizioni anti-berlusconiane e condizionarne la strategia.

Intanto il capo politico M5s, Crimi, accelera sul post Stati generali, incontrando i facilitatori M5s in vista del voto su Rousseau sul documento finale. Proprio su ‘Rousseau’ è in vista una nuova ‘querelle’. Lunedì Casaleggio presenterà il piano di autofinanziamento dell’associazione. “L’associazione Rousseau riceve parte del taglio dei nostri stipendi e trovo veramente poco sobrio in un momento come questo che si organizzi una raccolta fondi per l’Associazione Rousseau”, la protesta di Gallo, deputato M5S e portavoce di Parole Guerriere.

AGI – Se gli obiettivi appaiono ben chiari (terra, tetto, lavoro e ambiente per tutti grazie alla solidarietà sociale), i mezzi per raggiungerli non sono ancora stati messi a fuoco, nella seconda giornata della “Economy of Francesco” in corso ad Assisi. L’indice della felicità ed il microcredito etico sono concetti da tempo adottati, anche dalla Dottrina Sociale della Chiesa.

Quello che ancora non ha preso del tutto corpo è un approccio sistemico agli interrogativi aperti dalla crisi economica. Una crisi che la pandemia ha esasperato, ma secondo molti osservatori era presente si da prima nei nodi linfatici del sistema economico. La kermesse assisiate ha inoltre la caratteristica di potersi tenere (indipendentemente dalle intenzioni iniziali degli organizzatori) all’indomani delle elezioni americane, il cui esito ufficiale ancora non è stato annunciato, date le contestazioni di Donald Trump, ma che comunque segnano un momento di svolta.

La Chiesa, americana o no, si trova nella felice condizione di poter assumere un ruolo guida nell’elaborazione delle teorie economiche che dovranno plasmare il nuovo ordine mondiale, quando il coronavirus sarà se non debellato, messo almeno sotto controllo. Una bella sfida, una bella responsabilità. Ma non per questo qualcosa del tutto inedito, soprattutto se si guarda ad un passato lontano ma non lontanissimo.

La crisi del 1929 e l’elezione di Roosevelt

Quando, nel 1929, la Borsa di Wall Street crollò in un mucchio di cenere, da pochi mesi Herbert Hoover, il candidato repubblicano alla presidenza, aveva ottimisticamente annunciato l’imminente “trionfo definitivo sulla povertà”. Mai previsione fu altrettanto sballata. Basta leggere un qualsiasi romanzo di Steinbeck per rendersi conto di quanto esplosiva fosse la situazione economica e sociale venutasi immediatamente a creare.

Il socialismo – magari di stampo bolscevico: i quagli anni migliaia di americani vanno volontariamente a lavorare a Mosca per realizzare la metropolitana – pareva essere una prospettiva rivoluzionaria ben concreta. Pochi anni dopo, invece, Franklin Delano Roosevelt sarà eletto presidente. Si noti: grazie ad un nuovo blocco elettorale cui facevano parte italiani, polacchi ed irlandesi. Insomma: eletto anche con i voti dei cattolici; e questo segnerà un’inversione di tendenza nella Chiesa statunitense, che, abbandonate le sue tradizionali posizioni conservatrici, appoggerà completamente – almeno sino al 1937 – le idee e l’operato del teologo ed economista John A. Ryan.

Ryan è un sacerdote impiccione: si interessa di teologia morale, certo, ma da questa passa senza soluzione di continuità alla sociologia e all’economia. Per dire: il suo contributo più importante a queste ultime due materie consiste nella riformulazione della sua dissertazione di dottorato. Si intitola “A Living Wage” ed è dedicata al salario minimo garantito. Qualcosa di impensabile, all’epoca.

Del New Deal Ryan apprezza il ricorso, per la soluzione della crisi, agli interventi statali diretti: una linea caldeggiata da quel cattolicesimo sociale americano che, ancorchè attivo e vitale, aveva fino a quel momento svolto un ruolo marginale all’interno delle gerarchie locali. Ma non solo. Sulle grandi tematiche del lavoro, a fronte di una storia evolutiva che risale alla Rerum Novarum di Leone XIII – il primo documento del Vaticano che sanciva i diritti primari dei lavoratori pur invitando alla moderazione e ammonendo contro i guasti del socialismo -, è innegabile che il programma rooseveltiano contenga molti punti del piano di legislazione sociale formulato da Ryan tra il 1905 e il 1916 (e fondato sull’equilibrio fra base etico-religiosa e impianto economico-sociale).

Le idee di Ryan sul New Deal: il nodo proprietà privata

Un punto era teologicamente ed economicamente imprescindibile: l’accettazione della proprietà privata come “diritto umano inalienabile“. Su questo Papa Francesco, stando almeno alle prime pagine della Fratelli Tutti, non pare essere del tutto d’accordo, il che fa di Ryan una potenziale pietra d’inciampo, ma anche le pietre d’inciampo hanno la loro funzione, nell’immenso ed imperscrutabile gioco della Storia.

Il teologo americano era stato, grazie alle sue intuizioni, l’ispiratore del Programma dei Vescovi per la ricostruzione sociale, un documento del 1919 di orientamento cattolico-progressista che affrontava i gravi problemi della disoccupazione stabilendo un salario minimo, l’assicurazione-malattia, il diritto all’associazionismo sindacale ma che metteva in guardia, preconizzando, dai guasti del socialismo che “avrebbe significato burocrazia, tirannia politica, impotenza dell’individuo nella strutturazione della propria vita, e in generale inefficienza e decadenza sociale”.

Ora, negli intenti rooseveltiani del New Deal vi è spazio per le formulazioni sociali di Ryan, chiamato a dare consulenze da due stretti collaboratori del Presidente, Thomas Walsh e il senatore Frank J. Walsh. Ryan, intanto, agisce con il pieno consenso del Vaticano in un breve periodo (sei-sette anni in tutto) in cui, in Usa, una forma di cattolicesimo sociale avanzato sembra prevalere sul timore di una svolta comunistica.

Il suo continuo rifarsi all’enciclica Quadragesimo Anno di Pio XI – il cui orientamento verso una reale azione sociale cattolica ebbe negli States un impatto ben maggiore di quello europeo – permette a Roosevelt addirittura di citare più volte in campagna elettorale il testo pontificio, definito “uno dei maggiori documenti dell’era moderna”.

Sono, questi, gli anni in cui l’apporto del voto cattolico americano si stacca dalla linea tradizionale conservatrice – poi massicciamente ripresa, riesplosi i timori verso le degenerazioni internazionali del socialismo, dalla rigida politica del cardinale Spellman ai tempi della Guerra fredda – pur mantenendo fermo il principio dell’inalienabilità della proprietà privata, sintetizzato proprio da Ryan nelle parole di fiducia e di sostegno al New Deal: “Se si riuscirà a salvare il sistema capitalistico negli Stati Uniti, ciò avverrà attraverso la politica del Presidente Roosevelt”. Non c’è niente di più nuovo di quanto non sia stato edito, niente di più giovane di un vecchio testo. 

AGI – “Sarò molto franco, un mese di ritardo nel presentare la legge di bilancio è un fatto senza precedenti. Non esiste che il Parlamento non possa lavorare con scrupolo sulla legge di Bilancio. Il governo ha varato 28 decreti negli ultimi sei mesi e numerosissimi provvedimenti. Ha avuto modo di “parlare”, ma è giusto ricordare che è il Parlamento a rappresentare il popolo”. Così, in un’intervista a La Stampa, Graziano Delrio, capogruppo dem alla Camera.

“Se il Parlamento non parlasse, vorrebbe dire di fatto che non parla il popolo. Sarebbe gravissimo se il Parlamento non potesse lavorare nel modo migliore. Anche perché stiamo già lavorando in condizioni pessime, condizione che possiamo capire considerando la crisi che siamo vivendo”. E sulla proposta di un dialogo serrato con Forza Italia aggiunge: “Abbiamo sempre detto che c’era bisogno di tutte le intelligenze possibili in un momento di emergenza così grave: un’unità nazionale sostanziale, anche se non nel governo”. 

“Perché noi ci crediamo ancora” al fatto, ad esempio, che sia necessario “uno spirito costituente davanti ad una crisi che ha una portata devastante non solo dal punto di vista economico” perché “rischiamo di perdere i sentimenti di coesione nazionale”. E non solo: “Rischiamo una divisione tra garantiti e non garantiti come ci ha ricordato il presidente della Repubblica. Rischiamo di perdere la solidarietà generazionale”, sottolinea Delrio.

Il capogruppo dem a Montecitorio respinge l”idea che si tratti “di un inciucio”, e spiega che “usare questa espressione è soltanto un’operazione propagandistica per offuscare la realtà”. E rivolto ai 5 Stelle dice: “No. Il Pd non dà segnali agli alleati. Con gli alleati si discute e il percorso di apertura verso Forza Italia lo abbiamo affrontato con i nostri alleati, non contro. Ma vogliamo segnalare che una sindrome di autosufficienza e di presunzione, in periodi difficili, può essere preludio di scelte sbagliate e di esiti negativi”.

Per poi sottolineare, sul fronte del centrodestra: “Tra l’altro Salvini non può rimproverare a Forza Italia di fare un inciucio: è stato lui che ha abbandonato il centrodestra per fare il governo ‘giallo-verde’. Stavolta è tutto alla luce del sole. Forza Italia anche accogliendo sollecitazioni più volte venute dal Colle, si propone con responsabilità: non ha chiesto ‘piaceri’, vuole dare una mano, ha sue proposte. Merita un tavolo della maggioranza molto attento e capace di ascolto”. E sull’ingresso in maggioranza di Berlusconi, Delrio chiarisce: “Il presidente Berlusconi ha detto che questa ipotesi non interessa Forza Italia. E nemmeno a noi. Non discutiamo un’ipotesi che non c’è”.

 

AGI –  “Forza Italia è una forza di opposizione e tale vuole rimanere, ma il senso di responsabilità ci impone di comportarci in un altro modo, per questo accogliamo in pieno l’appello alla collaborazione del Presidente della Repubblica”. Silvio Berlusconi, intervenendo stamani alla conferenza stampa con cui il suo partito ha  presentato le controproposte alla legge di Bilancio, ribadisce la linea istituzionale di FI e la disponibilità al dialogo, chiudendo pero’ a ogni ipotesi di sostegno organico al governo: “Siamo disponibili a lavorare – ha aggiunto – senza confusione  di ruoli per far uscire il paese dall’emergenza sanitaria ed economica. Bisogna mettere da parte le polemiche, ma Forza  Italia e’ sempre stata all’opposizione e intende rimanere un partito di opposizione. Noi mettiamo a disposizione – ha  aggiunto – il nostro pacchetto di proposte per la manovra, la chiamiamo la nostra bussola per il Paese, perche’ indica i  problemi e le strade per risolverli. Occorre che i provvedimenti siano utili ed efficaci, la sede dove assumere decisioni non puo’ che essere il Parlamento e lo strumento giusto, la sessione di bilancio”. Ma per l’ex-premier, il Paese non è nelle condizioni di poter attendere ulteriormente misure che l’esecutivo avrebbe già dovuto assumere: “La situazione – ha  osservato – è sempre piu’ grave. Forse possiamo dire che non e’ mai stata così grave da inizio della pandemia. Al dramma sanitario si aggiunge quello produttivo e senza aiuti immediati molte aziende non sopravviveranno e la spirale della recessione si aggraverà. Molti posti di lavoro andranno perduti”

Le proposte di Forza Italia

Sul merito delle misure sollecitate da FI, condensate in un documento di 34 pagine, articolato in otto punti, si sono soffermati i capigruppo Mariastella Gelmini e Anna Maria Bernini, e il responsabile economico Renato Brunetta. Un documento focalizzato sulla tutela della salute, delle imprese, dei lavoratori autonomi, delle famiglie e del mondo della scuola: “Riscriviamo insieme la Legge di Bilancio – ha detto Brunetta – senza decretini inutili, dobbiamo garantire tutti gli italiani. Non devono esserci imprese di Serie A e di Serie B. Tutto il mondo del lavoro – ha aggiunto – deve essere tutelato, bisogna garantire tutti alla stessa maniera, dipendenti e autonomi, imprese, partite iva, tutto il mondo del lavoro. Per questo servono risorse, noi diciamo uno scostamento da 50 miliardi, servono tutti e subito”.

 “Questa Legge di Bilancio – ha osservato Anna Maria Bernini citando il documento del partito – e’ infelice e minimalista. Avevamo chiesto il doppio relatore per pari dignità, questo non  sta avvenendo. Chiediamo un ravvedimento. Siamo pronti a fare la safety car, bisogna che ci mettano in condizioni di farlo”. Le ha fatto eco la collega di Montecitorio Gelmini: “I ristori per i lavoratori autonomi non sono assolutamente sufficienti.  Noi siamo pronti a votare un nuovo scostamento di bilancio se, come ha detto il Presidente Berlusconi, le risorse serviranno per avere un meccanismo chiaro di sostegno a queste categorie,
 basta disperdere i soldi in mille rivoli. I risarcimenti devono seguire due parametri chiari: i costi fissi, che vanno assolutamente coperti, e una consistente percentuale del fatturato perso. Occorrono regole semplici e automatismi”.    

“Governo in ritardo sul Recovery”

Da Antonio Tajani e’ arrivato, infine, un riferimento ai fondi del Recovery e alla necessita’ di un percorso condiviso sul loro utilizzo: “Sul Recovery – ha osservato – il governo è in forte ritardo. Chiediamo una Bicamerale per scrivere le proposte da presentare all’Europa, per usare nel migliore dei modi i fondi comunitari”.

AGI – “Mi dispiace per i calabresi che meritano una risposta dopo anni di malasanità. Mi assumo la responsabilità non solo del fatto che la designazione di Gaudio non sia andata a buon fine, ma anche delle designazioni precedenti”. In un colloquio con il quotidiano ‘La Stampa’ il presidente del Consiglio Giuseppe Conte pronuncia un chiaro mea culpa per il pasticcio dei commissari della sanità calabrese.

“Dopo i passi falsi compiuti avvertiamo la responsabilità di indicare la persona giusta con adeguate competenze nel campo dell’organizzazione sanitaria e contabile”. Con l’ex rettore della ‘Sapienza’, che dopo 24 ore ha rinunciato, “non abbiamo trovato la soluzione che tutta la Calabria si meritava“, ammette Conte, e aggiunge: “È vero mi aveva riferito, in maniera trasparente, i problemi famigliari, confidando di poterli superare”. Sulla vicenda nel governo, assicura il premier, “assolutamente non c’è stata alcuna frattura”, in particolare con il ministro Speranza, “né si è aperta una crepa” con la maggioranza.

Conte spiega: “Nella mia posizione chiaramente gestisco tanti dossier, non ho la possibilità di incontrare tutti, effettuare controlli così in dettaglio. È evidente che le responsabilità non possono che cadere innanzitutto su di me se coinvolgono il governo. Fermo restando questo, il processo decisionale si è sviluppato in modo lineare e nel pieno confronto con tutti i ministri direttamente coinvolti – proposta del ministro dell’Economia di concerto con quello della Salute, sentito il parere del ministro degli Affari regionali – fino alla deliberazione in Cdm”. 

Il presidente del Consiglio spiega come si è arrivati alla scelta di Gaudio: “È stato rettore della più grande università europea, è un nome che lievita da solo anche perché dai territori era emersa la necessita’ di tenere in considerazione un nome calabrese. E così abbiamo fatto, nella convinzione di sanare quella ferita”.

Conte riferisce: “Ho sentito più volte Strada. Mai gli ho offerto quella posizione né lui me l’ha mai chiesta. Oggi invece abbiamo siglato una convenzione con la Protezione civile in virtù della quale, come da me auspicato, Emergency sarà subito operativa in Calabria, con ospedali da campo, covid hotel e operazioni di triage”.  

Questo governo ha dimostrato una volta di più che il rilancio del Mezzogiorno è in cima alle sue priorità“. Lo dice il ministro per il Sud e la Coesione Sociale, Giuseppe Provenzano, in una intervista al quotidiano Il Mattino. La decontribuzione sul costo del lavoro è stata resa “strutturale fino al 2029 con risorse importanti, a dispetto di chi era a dir poco scettico”, fa notare Provenzano: “Vale 4 miliardi fino al 2025. Poi, a scalare, 2,6 miliardi per il 2026-2027, e un altro miliardo e 300 milioni per il 2028-2029”. Inoltre, “è in corso una discussione con l’Europa, sulla quale siamo molto fiduciosi, per il finanziamento per gli anni successivi”, ricorda il ministro.

Confermate anche le indiscrezioni sugli sgravi per il lavoro e il credito di imposta. “C’è il potenziamento delle decontribuzioni per gli under 35 nel Sud e la proroga fino al 2022 al momento mal’idea è di accompagnarla per l’intero ciclo di programmazione, del credito di imposta per gli investimenti e di quello, rafforzato, per gli investimenti in ricerca e sviluppo”. Ma la priorità, per il ministro, è “rilanciare gli investimenti pubblici per creare nuovo lavoro, sono il vero cardine della legge di bilancio per il Sud. Abbiamo avuto l’assegnazione dei primi 50 miliardi, degli oltre 73 miliardi del Fondo Sviluppo Coesione della programmazione 2021-2027 che all’80 per cento devono essere spesi nel Mezzogiorno”.

C’è poi la novità delle 2.800 assunzioni nella Pubblica Amministrazione fino al 2023: “La rigenerazione amministrativa è uno dei punti nodali del Piano Sud 2030. La Pubblica Amministrazione è pronta a spendere e gestire risorse e strumenti senza precedenti? Al momento no. Abbiamo bisogno di nuove competenze e giovani qualificati. Sul piano politico, quello che serve – per il ministro – è “una politica ordinaria all’altezza di questa sfida. La società meridionale, le forze economiche e sociali, le imprese abbraccino gli strumenti messi in campo dal governo”. (AGI)

AGI – “È il momento di discorsi solenni, impegnativi, coraggiosi. Concreti, ma rivolti al cuore degli Italiani. È il momento della ragione, ma anche della forza. Del rischio. È il momento dell’unità”. Lo scrive in una lettera al Corriere della Sera, Goffredo Bettini, ex europarlamentare, esponente del Pd, ascoltato consigliere del segretario Zingaretti, a partire da una riflessione sulla seconda ondate del Covid-19 che “è molto più forte di quello che molti si aspettavano”.

Bettini sostiene che “lo stato eccezionale che stiamo vivendo sospende la normalità della politica. Pone a tutti, accanto alla politica, il tema costitutivo del perché siamo una comunità, un popolo, una patria. E di cosa si depositerà nel profondo dell’animo della Nazione dopo questa tragedia”.

Bettini ragiona sul fatto che “la maggioranza che ora governa l’Italia si è rivolta all’insieme del Parlamento perché ognuno dia il proprio contributo” e quindi “deve continuare a farlo con forza” perché “c’è stata un’apertura da parte di Forza Italia”. E l’esponente Pd esorta: “Si raccolga senza indugi. È un segnale. La legge di bilancio che verrà discussa è un tutt’uno con il governo concreto della pandemia; si muove dentro a questa tempesta. Dopo la legge di bilancio ci saranno mesi ancora drammatici”.

Per Bettini, dunque, raccogliere questa disponibilità dei forzisti non significa “rinunciare ognuno alla propria identità, alle proprie ragioni, al proprio punto di vista sul Paese. Piuttosto si tratta, nella stretta di oggi, di praticare tutte le vie possibili per raccogliere con generosità i contributi delle forze politiche consapevoli e democratiche, che sinceramente intendono dare una mano”.

E si tratta anche “di superare ogni prudenza o valutazione di opportunità, comprensibile in altri momenti, per chiamare anche all’interno dell’esecutivo le energie migliori e necessarie per competenza e forza politica in grado di offrire, insieme a Conte, un punto di riferimento indiscusso all’Italia e alla Repubblica, così scosse e provate”.

AGI – “Il dato politico è che a un anno da piazza Maggiore le Sardine esistono ancora” ed esistono “oltre le piazze”: parola di Mattia Santori intervistato dall’AGI nel giorno del primo compleanno del movimento nato a Bologna in contrapposizione alle politiche delle destre.

Oggi, in tempi di Covid, al posto di una massa di persone fisiche c’è una casella postale. “6000 caratteri” il nome dell’iniziativa. C’è un indirizzo email – 6000caratteri@6000sardine.it – per scambiarsi storie, speranze e preoccupazioni. E centinaia di lettere hanno già invaso la buchetta di posta virtuale.

“In molti hanno risposto all’invito. Oltre alla rabbia sociale c’è voglia di comunità, c’è speranza”, spiega Santori.

L’esordio 12 mesi fa in piazza Maggiore a Bologna

Esattamente 12 mesi fa, una folla di persone colorate riempie, tra la sorpresa generale, la piazza ‘simbolo’ della città delle Due Torri. Quattro ragazzi con gli occhi sgranati si aggrappano a un sgabello parlando circondati da oltre 12 mila bolognesi chiamati a ‘stringersi’ per superare numericamente (esperimento riuscito) i partecipanti alla convention della Lega che proprio quella sera, sempre a Bologna, diede il via ufficiale alla corsa per la conquista (mancata) della rossa Emilia Romagna.

In piazza Maggiore le note di “Come è profondo il mare” di Lucio Dalla.  Nascono così le Sardine. Poi il richiamo arriva alle piazze di tutta Italia. Ai flash mob ‘artigianali’ si affiancano grandi eventi (Roma e ancora Bologna) finanziati con le raccolte fondi sul web.

Si aggregano artisti, scrittori, intellettuali. Il fenomeno è nazionale. Mattia Santori, Andrea Garreffa, Roberto Morotti, e Giulia Trappoloni si tuffano in pieno inverno nel mare della Romagna davanti al Papeete, lo stabilimento ‘quartier generale’ estivo di Matteo Salvini. Il giorno dopo, il 26 gennaio, arriva la ‘sbornia’ per la vittoria del centrosinistra in Emilia.

Ma seguono anche giorni difficili. Voci di scissione. Fratture e ricomposizioni, delusioni ed entusiasmi, critiche e incoraggiamenti. La bussola del movimento traballa. Frustrazione e stress si fanno sentire come le sirene (poi inascoltate) di chi voleva farne un partito. Poi tutto cambia. Non solo per le Sardine. Scoppia la pandemia da Covid-19. Un colpo al cuore all’habitat naturale del movimento, con l’impossibilità di aggregarsi.

Fine del lockdown e le Sardine tornano di nuovo in pista per la campagna elettorale delle elezioni regionali di settembre. Coprono territori (borghi e piccole città) trascurati per anni, rivendicano, dalla sinistra. Ed ecco la lettera dura e franca post-urne indirizzata al Pd con il marcato invito al partito guidato da Nicola Zingaretti a non dimenticarsi la base e a fermare le lotte interne di potere. 

“La nostra entrata a gamba tesa – osserva Santori – ha scatenato un dibattito interno al Pd e ha attivato una interlocuzione con la segreteria nazionale. Di questo sono contento. Il problema di un Partito democratico che non riesce ad aprirsi esiste, però, registriamo soprattutto che dalla base degli iscritti e da una buona parte della dirigenza c’è una sensibilità ai nostri temi. Zingaretti è un interlocutore credibile”.

A un anno di ‘vita’ “esistiamo ancora e la dimensione nazionale è rimasta. Il fatto, ad esempio, che la nostra proposta della nomina a commissario di Gino Strada in Calabria sia arrivata sul tavolo del governo significa che le Sardine hanno ancora un peso politico e questo non è scontato. Siamo un movimento più consapevole, meno mediatico e di massa, ma molto più maturo dal punto di vista politico e sociale”, è l’analisi di Santori.

Nessuna intenzione di diventare un partito. Le Sardine vogliono continuare a essere un anello di congiunzione tra società civile e mondo politico. “Il nostro obiettivo finale è rinnovare la politica con proposte mirate a redistribuire il potere in Italia”, rimarca il volto mediatico del movimento. Il futuro delle Sardine si racchiude in 5 ‘P’.

“Abbiamo capito che possiamo solo nuotare in un mare che prevede Persone, Piazze, Parole, Politica, tradotto significa Partecipazione”. Intanto sulla torta del primo compleanno delle Sardine c’è la scritta “6000 caratteri”. Ovvero “lettere dalla pandemia con una chiave di speranza” come le definisce Santori, che saranno poi incrociate con uno scambio di storie e raccolte anche in un libro o un podcast per una condivisione collettiva.  (AGI)