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Non è al centro del dibattito politico di queste settimane che precedono le elezioni politiche del 4 marzo, eppure nei programmi dei principali partiti e schieramenti ci sono dei riferimenti a quello che farebbero per l'innovazione e le startup. A volte diretti, altre meno, ecco cosa c'è scritto nei programmi di governo del Centrodestra, del Partito democratico, Movimento 5 stelle, +Europa, Liberi e uguali e 10 volte meglio. 

Il programma di +Europa

+Europa si pone in continuità con il governo uscente per l'attuazione del piano Industria 4.0. Il suo programma riconosce la centralità dell'innovazione tecnologica e l'urgenza di attrarre investimenti (da “grandi player continentali e fondi”). Anche se non indica soluzioni precise. C'è però un punto che distingue il partito dagli altri: l'obiettivo esplicito di abolire il monopolio Siae.

Attrazione degli investimenti

Il principio è simile a quello espresso in altri programmi: le imprese innovative vanno sostenute. Ma anche in questo caso ci si limita a indicazioni di massima: “Bisogna diminuire l’esposizione delle aziende verso le banche, favorendo l’ingresso nel capitale dei grandi player continentali, fondi di investimento e assicurativi, crowdfunding”.

Digitale e lavoro

“L’innovazione tecnologica – si legge nel programma – è alla base della crescita della produttività del lavoro”. Senza digitalizzazione “l’Italia rischia di rimanere indietro”. Soluzioni? Si tratta più che altro di obiettivi generici: il partito punta a “intervenire sui tanti ostacoli 'di sistemà alla crescita e allo sviluppo, dal sistema formativo alle infrastrutture materiali e immateriali, dal funzionamento della giustizia civile alla burocrazia”.

Industria 4.0

+Europa definisce “fondamentale la dimensione degli investimenti delle imprese”. Il partito si pone in continuità con il piano Industria 4.0: “Serve costruire una rete dell’innovazione sul territorio accelerando i bandi per i Competence Center ed i Digital Innovation Hub già previsti nel Piano” firmati dal ministro uscente Calenda.

Monopolio Siae

“È necessario introdurre una nuova normativa sul diritto d’autore per aprire il mercato e superare il monopolio Siae”. La legge attuale ha aperto una breccia: consente ad altre società di operare in Italia nella gestione dei diritti d'autore, a patto che siano no-profit. Salvo accordi come quello tra Soundreef e Lea (una neonata no-profit), non è possibile per le società private operare direttamente sul mercato italiano. Un paletto che, secondo quanto fa intuire il programma, +Europa intenderebbe rimuovere.

Il programma politico di 10 volte meglio

10 Volte Meglio è una formazione politica all'esordio. I suoi animatori e molti dei suoi candidati vengono dal mondo della tecnologia e delle startup. Basti citare il presidente Andrea Dusi e la vice-presidente Cristina Pozzi, che hanno fondato e poi venduto con una exit milionaria la loro WhishDays (quella dei cofanetti-esperienza Emozione 3). Ma anche le liste dei candidati sono piene zeppe di nomi noti nel panorama digitale italiano. Non sorprende allora che un punto cruciale del programma di 10 Volte meglio sia l'innovazione. È senza dubbio l'unica simbolo che la pone priorità assoluta.

 

Tax free zone e aliquote per attrazione delle imprese

Uno dei punti chiave è la creazione di zone “tax-free”. Cioè luoghi in grado di attrarre le imprese grazie a una tassazione particolarmente vantaggiosa, che comprende un'aliquota delle imposte dirette al 5% per dieci anni e un'aliquota stabile al 20% per gli anni successivi. Oppure, per le nuove assunzioni a tempo indeterminato e per dieci anni, sgravi da oneri aggiuntivi tali da consentire alle aziende di sostenere un costo per i dipendenti “uguale allo stipendio lordo”. E poi, si legge sul programma, dovrebbero nascere ecosistemi che incentivino alcuni settori (dalla blockchain alle nanotecnologie) “monitorate” dalle istituzioni ma gestite dai privati.

Digitalizzazione della pubblica amministrazione

10 Volte Meglio prevede poi una forte digitalizzazione della PA, che coinvolga sanità, scuola, della giustizia, mobilità e trasporti e sicurezza. Si parla di “nuove infrastrutture” e “uso corretto dei dati”, in modo da ridurre le inefficienze e (di conseguenza) i costi. Per “riallocare la spesa in altri settori”.

La digitalizzazione è però intesa come “tema trasversale”, tra pubblico e privato: “Vogliamo sostituire le raccomandate e i raccoglitori cartacei con le e-mail, le comunicazioni elettroniche e gli archivi digitali. Investiremo in una banda larga che supporti il processo di innovazione”.

Cybersecurity e startup

Uno dei punti del programma propone il “potenziamento della sicurezza informatica”. Come? Promuovendo piattaforme comuni che coinvolgano “ricerca, industria, governo”, incoraggiando le le imprese ad adottare soluzioni evolute ma anche con percorsi di formazione. Per quanto riguarda gli incentivi alle startup “il nostro programma prevede di mantenere attivi i piani di crescita e sviluppo” del Mise. Così come restano gli incentivi del piano Industria 4.0. Ma vanno creati incentivi “per le grandi imprese italiane all'estero che vorranno cooperare con le startup nei paesi stranieri”.

Più che sull'attrazione dei capitali, 10 Volte Meglio pone l'accento sull'Open Innovation (cioè sulla collaborazione tra grandi imprese e società più giovani e innovative) e sulla necessità di trasferire valore tecnologico dalla ricerca alle imprese.

Restano da capire (come in tutti i programmi) eventuali dettagli sulle coperture finanziarie:10 Volte Meglio definisce però l'equilibrio di bilancio elementi "alla base del programma". La spesa pubblica italiana “poco comprimibile” e sarebbe quindi “necessario avviare un piano di modernizzazione e semplificazione della macchina pubblica anche attraverso una decisa e progressiva riduzione del perimetro di intervento nell’economia”.

Quando, nelle ultime due settimane prima del voto, scatta il divieto di pubblicazione dei sondaggi, tenere il polso dell'elettorato è sempre stato possibile grazie ad alcuni siti che diffondono rilevazioni "clandestine" travestite da risultati di corse di cavalli, conclavi o gare di automobilismo. I partiti prendono il nome di equini e i leader politici sono i loro fantini, nascosti dietro pseudonimi fantasiosi ma riconoscibili. Ora l'Autorità per le Comunicazioni ha detto basta, e ha inviato ad alcune pubblicazioni online "contestazioni di violazione del divieto". Le notifiche delle violazioni sono ancora in atto e c'è riserbo sui nomi delle testate coinvolte ma chi frequenta la rete si sarà sicuramente fatto un'idea di quali siano i siti nel mirino (uno dei quali, sulla propria homepage, propone ancora ai navigatori di partecipare a un sondaggio).

Nel comunicato dell'Agcom, infatti, si fa riferimento anche alle simulazioni che hanno "l'obiettivo esplicito di aggirare le norme facendo riferimento a gare o altre competizioni di fantasia, in contesti informativi, spesso ripresi poi da quotidiani e notiziari radio-televisivi, dai quali non è nemmeno possibile verificare l'attendibilità statistica del dato parzialmente o integralmente riportato".

Perché c'è il divieto?

L'Agcom in più occasioni ha ricordato che la ratio del divieto è quella di "evitare che la diffusione di sondaggi, unitamente alla pervasività del mezzo di diffusione, possa condizionare in maniera decisiva l'elettorato nei giorni più prossimi alla data delle votazioni. E due giorni fa il Consiglio dell'Autorità, visto l'approssimarsi della data del voto, ha inteso richiamare l'attenzione sulla portata generale del divieto che, peraltro, secondo quanto previsto dal regolamento attuativo della par condicio di cui alla delibera n. 1/18/CONS, investe anche le manifestazioni di opinione che, per le modalità di realizzazione e diffusione, possono comunque influenzare informazioni rilevanti ai fini della scelta libera e consapevole degli elettori". 

L'Autorità richiama dunque al più rigoroso rispetto di tale divieto "riservandosi di intervenire severamente", ricordando inoltre che "l'articolo 8, comma 1, della legge n. 28 del 2000 interviene con norme più rigorose proprio sui sondaggi politico elettorali", vietando di "rendere pubblici o comunque diffondere i risultati di sondaggi demoscopici sull'esito del voto e sugli orientamenti politici e di voto degli elettori nei 15 giorni che precedono il voto". Il divieto così sancito è ampio e non opera alcun riferimento ad una specifica piattaforma trasmissiva o ad uno specifico mezzo di diffusione, rivolgendosi ai mezzi di comunicazione di massa. Come dire che investe tutti gli organi di comunicazione di massa, senza distinzione alcuna di genere.

Il presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano, lancia Paolo Gentiloni e, in vista del dopo-voto, indica quella che, a suo vedere, è la strada da percorrere. "Possiamo ben dire che Paolo Gentiloni è divenuto punto essenziale di riferimento, per il futuro prossimo e non solo nel breve termine, della governabilità e stabilità politica dell'Italia", ha spiegato durante la cerimonia all'Ispi, consegnando proprio all'attuale presidente del Consiglio il premio 2017, destinato a personalità che hanno contribuito a rafforzare l'immagine dell'Italia nel mondo.

Gentiloni è "essenziale per la governabilità" (La Repubblica)

Dopo l'endorsement da parte dell'ex premier Romano Prodi, di Emma Bonino e Walter Veltroni, oggi il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni incassa anche quello di Giorgio Napolitano. Nel suo intervento l'ex capo dello Stato mette in luce le qualità del premier uscente: "Un'attitudine all'ascolto e al dialogo e uno spirito di ricerca senza preclusioni da ministro degli Esteri e poi da presidente del Consiglio". E ancora, "la sua impronta di libertà e lo spirito di ricerca, senza preclusioni di sorta che hanno caratterizzato fin dall'inizio il suo impegno civile".

Con lui rapporti proficui con gli alleati europei (Corriere)

Parole che il destinatario accoglie ricambiando i complimenti: "Napolitano è considerato con la sua autorevolezza a livello internazionale uno degli asset del nostro Paese", ha sottolineato il premier. "Lo ringrazio per la generosità nei miei confronti e per la dimostrazione di senso delle istituzioni".

Sul fronte del centrosinistra, il leader del Pd torna a bocciare qualsiasi ipotesi di larghe intese e considera fattibile un risultato positivo per i dem: "La partita è totalmente aperta", osserva Matteo Renzi, "è una sfida bella e il nostro obiettivo è di essere il primo partito e primo gruppo parlamentare, un risultato assolutamente alla portata".

Napolitano beatifica Gentiloni (Fatto)

Sul fronte opposto, il leader della Lega Matteo Salvini prende nuovamente le distanze dalle parole dell'alleato Silvio Berlusconi e chiude a ipotesi di governi con i fuoriusciti ed espulsi dal Movimento 5 stelle. Anche se riconosce: "Mi fido di Silvio Berlusconi e degli italiani", e il risultato elettorale "sarà così netto da impedire qualsiasi altra stranezza politica". Salvini poi si dice convinto di "essere sopra Forza Italia come voti". E sul possibile candidato premier aggiunge: "Non commento i nomi degli altri. Se uno vuole Tajani premier allora vota Forza Italia, se voti il simbolo della Lega allora sei per Salvini premier".

Infine, il segretario leghista invita gli alleati a una manifestazione unitaria: "Giovedì primo marzo ho prenotato il Teatro Brancaccio a Roma, lo facevo come Lega e lo apro molto volentieri a tutta la coalizione del centrodestra per fare squadra". Invito subito raccolto dalla leader di FdI, Giorgia Meloni: "Sono contenta che la proposta di Fratelli d'Italia di celebrare una manifestazione unitaria del centrodestra sia stata accolta da Matteo Salvini". E si augura che anche "Silvio Berlusconi voglia offrire la disponibilità di Forza Italia". 

Nature ritorna a bacchettare l'Italia, puntando il dito sui programmi elettorali. Raccogliendo i timori dei nostri ricercatori, la prestigiosa rivista scientifica scrive che, indipendentemente dall'esito del voto del 4 marzo, il nostro paese continuerà a tagliare le risorse e a dimostrare, in generale, uno scarso interesse per la scienza. Gli argomenti che starebbero dominando la scena sono l'immigrazione o l'euro. Ma niente scienza, a parte la questione dell'obbligatorietà dei vaccini. "La scienza ha avuto poca visibilità nelle campagne elettorali, anche se gli economisti avvertono che il sistema della ricerca in Italia è in uno stato precario", scrive Nature.

"Sull'orlo del collasso"

"Siamo sull'orlo del collasso", ha dichiarato alla rivista Mario Pianta, economista dell'Università di Roma Tre, che lavora alle statistiche dell'Italia su ricerca e sviluppo per la Commissione europea. Nature riconosce l'eccellenza scientifica italiana, citando settori quali la fisica delle particelle e la biomedicina. "Ma, a differenza di altri paesi europei, negli ultimi decenni non è riuscita a modernizzare il suo sistema scientifico", scrive. I nostri scienziati avrebbero denunciato l'estrema complessità delle pratiche per le assunzione accademiche e la burocrazia paralizzante: "Le organizzazioni di ricerca hanno avuto scarso potere politico e non sono state in grado di arginare la crescente influenza di coloro che hanno demonizzato le vaccinazioni e promosso cure dei ciarlatani".

L'impatto della crisi sulla ricerca

Citando Raffaella Rumiati, vicepresidente dell'agenzia nazionale di valutazione della ricerca italiana (Anvur), Nature scrive che il divario di risultati scientifici e investimenti tra il Nord "ricco" e il Sud "povero" si sta allargando, contribuendo ad alimentare la politica regionalista e populista. Nature riconosce che il governo guidato da Paolo Gentiloni ha introdotto alcune iniziative a favore della ricerca, tra cui il lancio di un centro di ricerca da 1,5 miliardi di dollari a Milano, lo Human Technopole. E riconosce che il Partito Democratico ha nel suo manifesto alcune politiche legate alla scienza che promettono più risorse, maggiori posizioni nel settore ricerca. Ma Pianta ha riferito che servono ulteriori fondi per supportare altre riforme del sistema di ricerca. "Ma dalla crisi economica del 2008 – ha scritto Nature – la già bassa spesa in R & S dell'Italia è diminuita del 20 per cento in termini reali, ben 1,2 miliardi di euro. Nel 2016 ammontava a 8,7 miliardi di euro. Il budget delle università si è ridotto di circa un quinto – a 7 miliardi di euro – così come il numero di professori a livello nazionale".

Il paradosso delle pubblicazioni

Il finanziamento per gli istituti di ricerca pubblici non è superiore a quello del 2008, con un calo del 9 per cento in termini reali. E l'attuale situazione economica italiana non fa sperare in meglio. "Peggio ancora, nel 2008 hanno lasciato il paese più scienziati di quanto ne siano entrati, secondo le statistiche dell'OCSE". Ha confermato Pianta: "C'è anche una perdita netta di scienziati". "Paradossalmente, la scienza sta andando bene nel complesso", osserva Nature. Dal 2005, gli articoli scientifici italiani sono tra i piu' citati al mondo. Il nostro Paese, secondo la rivista, produce più pubblicazioni per unità di spesa per ricerca e sviluppo rispetto a qualsiasi altro paese dell'Unione europea ad eccezione del Regno Unito. "Il paradosso felice non può resistere ancora", ha affermato Pianta. "Stiamo andando verso la mediocrita'", ha aggiunto. 

"Chiunque vinca, non cambierà molto"

Nature sottolinea il timore dei ricercatori italiani qualora vincesse il Movimento 5 Stelle. Nonostante il programma dei partito includa una revisione del sistema di valutazione, un aumento del finanziamento della ricerca e l'istituzione di un'agenzia dedicata alla distribuzione dei fondi, la maggior parte dei ricercatori guarda con allarme a questo scenario. "Alcuni dei suoi membri hanno sostenuto campagne anti-scientifiche, tra cui quella contro la vaccinazione", ha scritto Nature. È improbabile che il Movimento 5 stelle partecipi a qualsiasi coalizione di governo, dice Nature. Quindi il governo più probabile che emergerà, secondo la rivista, sarà un mix di partiti di centrodestra guidati da Forza Italia di Silvio Berlusconi, inclusa la Lega. Questo gruppo ha parlato poco di scienza. Anche nel caso di una coalizione più ampia con il Partito Democratico, le cose per la scienza non cambierebbero molto. Per i nostri scienziati qualunque governo guiderà il paese è improbabile che si verifichi un cambiamento della cultura scientifica.

"Vedete questa donna che tiene in braccio una bambina bionda? Appena le ho viste ho subito pensato che assomigliassero poco a una madre e a una figlia italiane, e molto di più a due russe in giro a fare shopping in via Montenapoleone. La “madre” ha addirittura un colbacco". Un giornalista di The Vision, sito di informazione online che in pochissimi mesi è riuscito a guadagnarsi una grande popolarità in rete, ha raccontato come ha scoperto che le persone ritratte nei messaggi elettorali di Matteo Salvini al grido di 'Prima gli italiani' in realtà italiani non sono.

Non solo non sono italiani gli uomini assoldati per tappezzare le città italiane con quei manifesti dove si ritraggono persone di carnagione chiara e capelli biondi in giro per Milano. Ma non sono italiani nemmeno i 'modelli' di quelle foto.

The Vision nell'articolo spiega che inserendo le fotografie in un motore di ricerca per immagini è stato possibile risalire al nome e cognome delle modelle utilizzate: "Non sono italiane e non sono nemmeno russe. Si tratta di due modelle ceche che lavorano per l'agenzia altrettanto ceca Citalliance". Un'altra foto mostra un papà e un bambino insieme. In questo caso si tratta di modelli slovacchi. "Salvini voleva dividere l'Italia con la secessione, ma è riuscito a riunire la Cecoslovacchia", conclude ironicamente l'articolo. 

Laura Boldrini attacca il Pd e la coalizione di centrosinistra. Nel mirino dell'esponente di Leu finiscono due donne, Emma Bonino, leader di +Europa, e Beatrice Lorenzin, che guida la lista Civica popolare, entrambe disponibili a dar vita a un governo di larghe intese. Il che tradotto, per Boldrini, significa aprire la strada a Silvio Berlusconi. Il quale, a sua volta, non disdegna i voti dei fuoriusciti o espulsi dal Movimento 5 Stelle in vista di un esecutivo targato centrodestra.

A meno di due settimane dal voto, si alza ulteriormente il livello di scontro tra le forze politiche, con lo sguardo rivolto alle possibili soluzioni alternative, qualora nessun partito o coalizione ottenga i numeri necessari per poter governare. La prima a disegnare un possibile scenario futuro è Bonino: "Gentiloni è un premier che potrebbe restare", spiega, alla guida di un governo da cui però sarebbero esclusi i 5 Stelle, Lega e Fratelli d'Italia.

"Finalmente Emma Bonino ha avuto il coraggio di dire chiaramente qual è l'obiettivo della sedicente coalizione di centrosinistra: un bel governo delle larghe intese con Forza Italia in perfetto stile radicale", attacca Arturo Scotto di Leu. E Boldrini rincara la dose: "Quello al Pd e ai suoi alleati è il voto utile per riabilitare Berlusconi".

+Europa si difende e ribatte: "È proprio il voto a Grasso quello pro-Salvini, pro-Cav e pro-Di Maio e ai loro candidati all'uninominale antieuropei, nazionalisti e xenofobi", spiega Benedetto Della Vedova. La diatriba sul 'voto utile' coinvolge tutti i partiti: anche per i pentastellati il voto al centrosinistra – o al centrodestra – è un voto valido solo "per l'inciucio", scandisce Alessandro Di Battista.

Di tutt'altro avviso Lorenzin: "Al di là di quello che tutti dicono, vedo altissimo il rischio di un'alleanza tra Salvini e Di Maio". Il leader di Forza Italia, però, si dice convinto che sarà il centrodestra a vincere e lui sarà in campo: "Io non so se entrerò nel governo, se arriverà in tempo la possibilità di farlo: farò l'allenatore, il regista", garantisce Berlusconi, che apre agli ex grillini: i candidati che saranno eletti ma che sono già fuori dal Movimento per la vicenda rimborsopoli​ potrebbero essere i 'responsabili' della prossima legislatura, perché, spiega l'ex premier, "non si dice mai di no a chi dice 'sottoscrivo il vostro programma'".

Torna a farsi sentire anche il cofondatore del Movimento, Beppe Grillo, che ha rinviato di un mese lo spettacolo previsto a Roma, e che quindi si terrà proprio in concomitanza con la prima seduta delle nuove Camere, il 23 marzo. L'ex comico genovese sembra rivolgersi agli elettori, e in un post sul suo blog scrive: "Non arrendiamoci a questa stupida new age fatta di psiconani e telegiornali taroccati, perché la percezione della realtà sarà pure un argomento della neurofisiologia, ma non è un delirio da pubblicitari: la scelta è sempre vostra".

Ai 5 Stelle e al loro fondatore replica Matteo Renzi: "Ai grillini" che "dicono che loro sono il partito degli onesti, ricordo che il Pd non prende lezioni da nessuno. Non le prende soprattutto da un partito fondato da un pregiudicato, che ha qualche problema di troppo con l'evasione fiscale e che ha inventato la sceneggiata dei rimborsi ma dimentica di dire che i cinque stelle hanno rinunciato (forse) a 23 milioni in 6 anni". 

"L'inconsistenza degli addebiti impone l'archiviazione del procedimento per l'inconsistenza della notizia di reato". La formula scelta dal Gip Annalisa Marzano del Tribunale di Roma per archiviare le indagini a carico di Virginia Raggi per la nomina di Salvatore Romeo a capo della segreteria politica del Campidoglio regala alla sindaca M5s la prima soddisfazione giudiziaria sul caso legato ai contestati incarichi da lei assegnati all'inizio della sua esperienza a Palazzo Senatorio.

Dipendente comunale in carico al Dipartimento Partecipate, Salvatore Romeo ha conosciuto i 5 Stelle romani durante la consiliatura guidata da Ignazio Marino, quando l'attuale assessore allo Sport Daniele Frongia presiedeva la commissione Trasparenza. Con l'elezione a sindaco di Virginia Raggi, Romeo si colloca in aspettativa e viene assunto sempre dal Campidoglio con un contratto a termine per svolgere il ruolo di capo della segreteria politica con relativo aumento salariale, con un balzo nello stipendio da 39 mila a 110 mila euro. Dopo i rilievi dell'Anac lo stipendio di Romeo è stato rideterminato con una delibera ad hoc che lo ha ridotto a 93 mila euro. Romeo tiene le fila dell'attività politica: assieme a Frongia la Raggi e Raffaele Marra, ex capo del Dipartimento Personale, faceva parte della chat Whatsapp dei "Quattro amici al bar", ritenuta dai detrattori della giunta, anche all'interno del Movimento 5 Stelle, come il vero nucleo di potere nella fase iniziale della giunta pentastellata in Campidoglio. La sua nomina, però, è durata poco, da luglio a dicembre 2016, perché in seguito all'arresto di Raffaele Marra – con l'accusa di corruzione per vicende precedenti al suo ruolo con l'amministrazione Raggi – diversi consiglieri a 5 Stelle hanno individuato nella sua figura il tramite tra la Raggi e Marra chiedendone un passo indietro.

Nei prossimi mesi il processo per il caso Marra

Le nubi su Romeo però non si sono placate con le dimissioni dal ruolo politico. Il 9 gennaio 2017 la Raggi è stata iscritta sul registro degli indagati della Procura di Roma per le nomine di Renato Marra, fratello dell'allora braccio destro Raffaele, da vicecapo della polizia municipale alla Direzione Turismo del Campidoglio, e per quella del responsabile della sua segreteria politica. Per la nomina di Renato Marra, Virginia Raggi ha chiesto il giudizio immediato. Il procedimento dovrebbe iniziare nei prossimi mesi. Il 2 febbraio 2017 nel corso dell'interrogatorio della sindaca emerge inoltre che Romeo nel 2016 ha stipulato alcune polizze vita con l'indicazione di numerosi beneficiari, tra i quali figura la stessa Raggi. Oggi però il Gip scrive che "appare piuttosto stravagante e comunque probatoriamente inconsistente conferire valenza illecita alle tre polizze assicurative che indacavano Virginia Raggi quale beneficiaria soltanto in caso di morte di Salvatore Romeo". 

"Tanti ora taceranno e faranno finta di nulla"

La sindaca ha affidato la sua reazione al proprio profilo Facebook.

"Oltre un anno di accuse da parte di politici e dei tanti 'soloni' che, dalle loro comode poltrone negli studi e salotti tv, pontificavano su materie che evidentemente non conoscono. Il giudice sottolinea la trasparenza e la bontà del mio operato grazie alle richieste di pareri legali che, prima della nomina, ho fatto all'avvocatura del Campidoglio e all'Autorità Nazionale Anti Corruzione di Raffaele Cantone", scrive la sindaca, "e, soprattutto, definisce falso che io possa aver nominato Salvatore Romeo per beneficiare di tre polizze assicurative di cui io non sapevo assolutamente nulla. Ancora fango e facile ironia sulle 'polizze a mia insaputa". "Eppure avevo ragione – aggiunge – sono stata accusata ingiustamente da tanti che ora taceranno o faranno finta di nulla. Invece, voglio ringraziare i miei avvocati e tutti voi che avete creduto in me, certi che mi sia sempre comportata correttamente. Andiamo avanti a testa alta". 

Gli italiani all'estero ci riprovano. Prima esclusi, poi vituperati, a volte sospettati, i connazionali che hanno il diritto di votare anche se lontani da casa avranno fino al 1 marzo per farlo e il loro peso, in un'elezione sospesa come questa, può essere determinante. Specie in considerazione del fatto che dalle ultime elezioni il loro numero è aumentato sensibilmente: da 3,4 a 4,3 milioni. Quelli che votano, però, non arrivano a un milione.

In un lungo reportage pubblicato sull'edizione cartacea, La Stampa fa il punto della situazione soprattutto per quanto riguarda il pericolo di brogli. E scopre che, tra codici a barre per rendere tracciabile il percorso delle buste, escamotage per evitare doppi invii o furbetti che provano a votare due volte e diplomatici in pianta stabile in tipografia per presidiare le schede, la Farnesina ce la sta mettendo tutta per far sì che il voto all'estero sia limpido. 

Memori delle polemiche e dei rischi del passato, al ministero degli Esteri  si sono organizzati con qualche novità e contromisura, in attesa che mercoledì 21 la Consulta si esprima su un ricorso del Tribunale di Venezia che avanza dubbi sulla costituzionalità della legge che regola il voto all'estero.

Come votano e quanti sono

Gli elettori sono sparsi in 177 Paesi, cui si aggiungono poco più di trentamila italiani temporaneamente all'estero, circa 700 mila elettori in più delle scorse politiche. Per loro, il Rosatellum non ha introdotto novità: votano ancora per corrispondenza come prescritto dalla legge Tremaglia del 2001.

Le schede arrivano a casa per posta, si vota indicando le preferenze a differenza di quanto succede in Italia e si rispediscono entro il 1 marzo alle 16 alle sedi diplomatiche. Che provvederanno a inviarle su 120 voli verso Castelnuovo di Porto, dove la Farnesina avrà terminato il suo compito: sarà la Corte d'Appello di Roma a garantire lo scrutinio in circa 1.700 seggi. In palio per l'estero 12 deputati e 6 senatori: un bottino che in passato, in occasione di risultati incerti, ha fatto la differenza.

Quando il parlamentare eletto all'estero ha fatto la differenza 

Nel 2006 vinse per un soffio fu l'Unione di Romano Prodi. Cinque anni fa, i voti all'estero furono determinanti per giocarsi il titolo di partito più votato tra Pd e M5S.


I seggi assegnati grazie al voto all'estero:

Camera

  • 5 per l'Europa,
  • 4 per il Sud America,
  • 2 per Centro e Nord America,
  • 1 per Africa, Asia, Oceania e Antartide

Senato

  • 2 per l'Europa,
  • 2 per il Sud America,
  • 1 per Centro e Nord America e
  • 1 per Africa, Asia, Oceania e Antartide 

Una storia di brogli e tradimenti

In 12 anni di voto degli italiani all'estero ci sono state denunce, inchieste, servizi tv sui trucchi per taroccare le elezioni. Le schede destinate ai connazionali vengono contraffatte, falsificate, fotocopiate, sottratte ai legittimi proprietari, prestampate con tanto di croce sul candidato, cestinate, bruciate, comprate e rivendute per 5-10 euro ciascuna. Pre quasi vent'anni Mirko Tremaglia, fece lobbing fino a strappare nel 2001 la legge che porta il suo nome.

Il primo a denunciare anomalie fu proprio lui, nelle elezioni politiche nel 2006, vinte da Romano Prodi poi 'tradito' da un senatore italo-argentino: Luigi Pallaro, inizialmente vicino a Berlusconi,  poi passato a sinistra e tornato in extremis nel centrodestra.

O Antonio Razzi: eletto in Svizzera con Di Pietro, transitò con Scilipoti da Berlusconi  all'epoca dei 'responsabili', fino a diventare in un crescendo grande estimatore del leader coreano Kim Jong-un, ancora, Sergio De Gregorio, leader del movimento Italiani nel Mondo che raccontò al pm Henry John Woodcock di essere stato pagato da Berlusconi per far cadere Prodi.

Come funziona all'estero

In Paesi come la Gran Bretagna, scrive EuroNews gli "expats" che vivono all'estero da più di 15 anni perdono il diritto di voto, in Germania dopo 25, in Canada dopo addirittura 5 anni. Nelle Filippine bisogna dichiarare di voler tornare a risiedere sul territorio entro tre anni. Altri, come Israele, Taiwan, El Salvador e la Slovacchia consentono agli espatriati di votare ma solo a condizione che questi tornino fisicamente a mettere la scheda nell'urna. 

Il voto via posta è garantito in Italia, ma anche negli Stati Uniti, in Spagna e Portogallo e in alcuni casi anche in Canada e Regno Unito. Polonia, Lituania, Ucraina, Colombia, Venezuela, Peru, Francia, Russia, Svezia, Giappone ed altri stati attrezzano ambasciate e consolati per la tornata elettorale – un po' come succedeva anche da noi. La Francia ha fatto qualche sperimentazione con il voto online. 

Sono passati 60 anni esatti dalla loro messa al bando, e puntuale, come ad ogni elezione, è arrivata la proposta di riaprire le cosiddette case chiuse. Ad avanzare l’idea è il segretario della Lega Matteo Salvini che propone una “regolamentazione e tassazione della prostituzione come nei Paesi civili” attraverso la “riapertura delle case chiuse, nome con cui venivano chiamate le strutture statali in cui lavoravano le prostitute fino al 1958, prima dell’entrata in vigore della cosiddetta legge Merlin (ecco il testo).

“Aberrante” e “anacronistico”

“Aberrante”, ha replicato la presidente della Camera Laura Boldrini, intervenuta a Brescia all’iniziativa "Libere e Uguali femminile plurale”. “Io sono nettamente contraria alla riapertura delle case chiuse. Sono invece favorevole alle case aperte per i giovani che vogliono costruirsi un futuro”.

Contraria è anche la deputata del Pd Fabrizia Giuliani: “Sull’idea delle “case chiuse” Salvini se ne faccia una ragione: il nostro Paese, per fortuna, non tornerà mai indietro”. Noi “non consentiremo mai politiche che farebbero felici i trafficanti di esseri umani. Le donne della Lega si ribellino, anche perché l’Europa, forse Salvini non lo sa, sta andando in senso opposto”. 

Salvini non incassato nemmeno il favore di Pia Covre, storica attivista e fondatrice del Comitato per i diritti civili delle prostitute, che in passato ha presentato una proposta di disegno di legge, elaborata insieme al Codacons e all'Associazione radicale Certi Diritti, per regolamentare l'esercizio del sex work, ossia il lavoro sessuale. 

“Aspettiamo, con ansia, che qualcuno affronti l'argomento spinoso in Parlamento, non quando si devono convincere gli elettori per ottenere consenso, come accade di solito e com'è successo anche oggi. In quell'occasione commenterò volentieri e magari daremo il nostro contributo. Oggi preferisco tacere, anche perché l'approccio al problema della Lega, in passato, non è mai stato quello nostro”. In campagna elettorale, ha poi aggiunto, “si fa sempre un uso strumentale di queste tematiche. Io non intendo fare da cassa di risonanza a Matteo Salvini e alla Lega”. 

Cosa dice la Legge Merlin

Il 20 febbraio del 1958, 10 anni dopo il primo ddl, venne approvata la legge Merlin, che prende il nome dalla senatrice socialista Angelina detta Lina, promotrice della chiusura delle case di tolleranza.

La nuova legge, il cui intento era quello di contrastare lo sfruttamento delle prostitute, sancì l'abolizione della regolamentazione della prostituzione con la conseguente chiusura delle case chiuse che alla fine degli anni ’50 sono 560 e ospitavano circa 2.700 professioniste. In particolare, la legge Merlin introdusse i reati di sfruttamento, induzione e favoreggiamento della prostituzione. La prostituzione in sé, volontaria e compiuta da donne e uomini maggiorenni e non sfruttati, restò però legale, in quanto considerata parte delle scelte individuali garantite dalla Costituzione, come parte della libertà personale inviolabile (articolo 13).

A favore della legge si schierarono socialisti, comunisti, repubblicani, democristiani e alcuni socialdemocratici, mentre tra i contrari figurarono liberali, radicali, missini, monarchici. Tra le principali argomentazioni contro la chiusura dei bordelli c’era la questione della sicurezza sanitaria. La legge italiana in vigore fino ad allora prevedeva che venissero eseguiti controlli sanitari periodici sulle prostitute, in realtà i controlli erano sporadici e soggetti a pressioni di ogni genere da parte dei tenutari, specialmente al fine di impedire di vedersi ritirata la licenza per la gestione dell’attività. Tra gli scettici c’era anche il filosofo Benedetto Croce (Partito Liberale Italiano) secondo cui “Eliminando le case chiuse non si distruggerebbe il male che rappresentano, ma si distruggerebbe il bene con il quale è contenuto, accerchiato e attenuato quel male”.

 

Prima di Salvini

 

Da decenni il dibattito sula regolamentazione della prostituzione continua a tenere banco. Ecco alcune proposte (in un senso o nell’altro) prima di quella di Salvini:

 

  • Nel 2008, il ministro per le pari opportunità Mara Carfagna (Forza Italia-Popolo della Libertà) propose un disegno di legge proibizionista contro la prostituzione stradale, ma non arrivò mai all'iter parlamentare.

 

  • Nel marzo 2014 venne presentato un disegno di legge da parte della senatrice Maria Spilabotte del Partito Democratico al fine di regolamentare il fenomeno, iniziativa che però non si è mai concretizzata in una norma di legge, pur godendo dell'appoggio trasversale di molti gruppi tra cui Lega Nord, Movimento 5 Stelle, Nuovo Centrodestra, PSI e Forza Italia.

 

•       Nel 2017, basandosi sul decreto legislativo n. 46/2017 (cosiddetto decreto Minniti-Orlando sull'immigrazione clandestina), il sindaco di Firenze Dario Nardella (Partito Democratico) ha emesso un'ordinanza sul divieto di chiedere o accettare prestazioni sessuali a pagamento per strada, con pene dall'arresto fino a tre mesi e multe fino a 200 euro anche se il rapporto non si è consumato.
 

•       Mentre la proposta di alcuni sindaci di zone a luci rosse nei loro comuni (ad esempio a Roma da parte di Ignazio Marino), sono peraltro sempre state abbandonate su richiesta dei prefetti perché in contrasto con la legislazione nazionale definita nella legge Merlin.

 

Le dimensioni del fenomeno

 

Ma quanto è esteso oggi il fenomeno della prostituzione? Wired ha provato a fare una stima stabilendo che “la spesa complessiva degli italiani in questo campo si aggira da anni intorno ai 4 miliardi di euro: poco meno di un terzo del mercato totale della droga, per fare un confronto”. Non solo: a un mercato di tali dimensioni “non corrisponde affatto un’attività investigativa, poliziesca o giudiziaria significativa. Le leggi in proposito non vengono tirate in ballo quasi mai, tanto che denunce per sfruttamento o favoreggiamento della prostituzione son rarissime: in effetti diffuse tanto quanto quelle per omicidio o mafia. Sono pochi anche i detenuti e le detenute condannati per istigazione, sfruttamento o favoreggiamento della prostituzione. Si tratta di appena qualche centinaio in tutta Italia nel 2016, su una popolazione carceraria complessiva di circa 138mila persone. In sostanza, nonostante l’ampiezza del fenomeno è come se le leggi in materia non esistessero”.

 

L’Italia è davvero “l’eccezione tra i Paesi civili”?

 

Tra i Paesi europei ci sono grosse differenze sulle leggi che riguardano la prostituzione. In molti paesi, spiega Il Post, è illegale: in alcuni di questi, come la Croazia, sono previste pene sia per le persone che si prostituiscono che per i loro clienti; in altri, come la Francia e la Svezia, solo per i clienti. Ci sono poi i Paesi in cui la prostituzione è legale e regolamentata, come la Germania o l’Olanda. Infine ci sono molti paesi, tra cui l’Italia, il Regno Unito e la Spagna, in cui prostituirsi non è un reato ma nemmeno un’attività lavorativa regolamentata; in questi paesi le attività collaterali alla prostituzione, come la gestione di bordelli e lo sfruttamento della prostituzione, sono illegali.

“Se stringi la mano così forte non ti sposa nessuno”. Così Berlusconi ha voluto dare un prezioso consiglio a una giovane reporter della BBC, 'colpevole' di averlo salutato con una stretta di mano troppo decisa: “Uno poi pensa che lo meni e non ti sposa più. Questo incontro ti cambierà la vita”. Il video è stato pubblicato sul sito dell’emittente inglese che ha poi intervistato il leader di Forza Italia sulle imminenti elezioni: “È naturale che gli italiani mi rivotino. Conoscono il mio passato come uomo d’impresa, uomo di Stato e uomo di sport”. 

Berlusconi ha poi parlato della sentenza che lo ha costretto a non potersi presentare come candidato premier. Una sentenza che non ha intaccato la fiducia del suo popolo: “Ho avuto dagli italiani 200 milioni di voti, più di qualunque altro politico nella storia del nostro Paese”.

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