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Dopo lo scranno più alto di Montecitorio, l'anima ortodossa del Movimento 5 stelle, incarnata in pieno da Roberto Fico, incassa un altro ruolo istituzionale: esplorare le forze politiche per verificare la possibilità di dar vita a un governo. Come già avvenuto per il mandato alla presidente del Senato, Mattarella ha affidato a Fico un mandato esplorativo circoscritto alla possibilità di una maggioranza, questa volta esclusivamente tra M5s e Pd, con tempi stretti: dovrà riferire al Colle entro giovedì.

I precedenti

Il mandato affidato a Fico è il nono mandato esplorativo conferito dal Quirinale nella storia della Repubblica, il quarto conferito alla terza carica dello Stato. I precedenti sono: Giovanni Leone (Dc) nel 1960, il socialista Sandro Pertini nel 1968, la comunista Nilde Iotti del 1987 e oggi il Movimento 5 Stelle con Fico.

L'uomo che incarna il M5s che fu

L'ortodosso, il movimentista, l'anima di sinistra. È questo e molto altro ancora Roberto Fico, nato a Napoli il 10 ottobre 1974, laureato in Scienze della comunicazione all'Università degli Studi di Trieste con indirizzo Comunicazioni di massa. Fico è il 15esimo presidente della Camera dei deputati eletto anche con i voti del centrodestra. È il terzo presidente napoletano che siede sullo scranno più alto di Montecitorio: prima di lui c'erano stati Giorgio Napolitano e Giovanni Leone. Fico, 43 anni, è il volto storico dei 5 stelle e da sempre tiene dritta la barra sui valori del Movimento; nel tempo, in particolare nell'ultimo anno in cui c'è stata una profonda trasformazione nell'organizzazione dei 5 stelle, non ha risparmiato critiche, talvolta aspre, su 'leaderismi' e correnti ai quali si è sempre opposto, facendosi di fatto portavoce del Movimento delle origini.

Il rapporto non facile con Di Maio

Non sono mancati gli attriti anche con il 'pragmatico' Luigi Di Maio nei passaggi cruciali in cui Beppe Grillo ha fatto il famoso passo indietro e Di Maio è diventato non solo il candidato premier ma anche il Capo politico di M5s. Tensioni culminate nella kermesse dei 5 stelle a Rimini, lo scorso settembre: Fico, contrario alla coincidenza dei due ruoli, puntò il dito contro questa scelta anche se poi decise di non salire sul palco e di non portare alle estreme conseguenze lo strappo. E così, pur ammettendo problemi "innegabili", da quel momento in poi Roberto Fico ha sempre auspicato la massima condivisione e l'unità del gruppo pentastellato. In queste ore, quando il suo nome ha iniziato a circolare con insistenza per il terzo giro di consultazioni, tra i pentastellati si è registrato qualche dubbio sulla possibile 'preferenza' di Fico nei confronti del dialogo con il Pd. Ma lo stesso Di Maio ha più volte ribadito piena fiducia in Fico e da ambienti vicini alla terza carica dello Stato si è garantita imparzialità e correttezza. Insomma, nel Movimento si garantisce di non temere un possibile 'sgambetto' a Di Maio da parte dell''esploratore'.

Dai meetup a Montecitorio

Eletto per la prima volta deputato nel 2013 con il Movimento 5 stelle, questo è per lui il secondo e quindi ultimo mandato secondo le regole dei grillini. Nella scorsa legislatura è stato presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza Rai e, come i suoi colleghi in ruoli analoghi, ha rinunciato all'indennità di funzione a cui avrebbe avuto diritto come presidente della Commissione di
Vigilanza Rai e all'auto blu. Stessa decisione assunta una volta eletto presidente della Camera. Tra i suoi primi atti, la battaglia contro i vitalizi e gli sprechi della politica. Temi al centro del suo intervento in Aula subito dopo l'elezione, e confermati non appena l'Ufficio di presidenza di Montecitorio è entrato nel pieno delle sue funzioni: ha infatti affidato al Collegio dei Questori il mandato a svolgere un'istruttoria sui vitalizie per predisporre una bozza di proposta di delibera.

Il suo cammino dentro il Movimento parte da lontano: il 18 luglio 2005 fonda a Napoli uno dei 40 meetup 'Amici di Beppe Grillo' sulla scia dei quali nascerà poi il Movimento 5 Stelle. Agli esordi non ottiene risultati lusinghieri anche se una delle frasi più ricorrenti di Fico, in questi anni, è stato che "questa è una rivoluzione culturale" per la quale servono almeno 10 anni e non sempre ciò che conta è vincere le elezioni. Nel 2010 si candida presidente della Regione Campania ma alle elezioni ottiene solo l'1,35 % dei voti. Nel 2011, candidato sindaco di Napoli, anche qui non va meglio: ottiene l'1,38% non superando il primo turno. Nel dicembre del 2012 risulta invece primo alle Parlamentarie M5s ma con appena 228 preferenze nella Circoscrizione Campania 1. Così viene eletto alla Camera dei deputati alle elezioni politiche del 2013.

Da aprile fino a luglio 2017 (per i 3 mesi previsti, ora le nuove regole prevedono 18 mesi per i capigruppo) è stato presidente del gruppo parlamentare. Alle ultime elezioni del 4 marzo 2018 Fico è stato candidato nel collegio uninominale di Napoli Fuorigrotta ottenendo 61.819 voti (57,6%) ed è stato eletto per la seconda volta a Montecitorio.

Sergio Mattarella fa trasparire tutta la sua irritazione quando, parlando con Roberto Fico, ricorda che dare un governo al Paese è un dovere per i partiti, tanto più due mesi dopo le elezioni.

Stop quindi ai balletti di dichiarazioni, tweet e comizi, servono assunzione di responsabilità e serietà. Anche ripetere che si può andare a un governo centrodestra-M5s dopo aver fatto fallire per tre volte questa ipotesi, viene considerato una perdita di tempo, per usare un eufemismo. Mentre la chiusura da parte di Di Maio a un accordo con la Lega suffraga la deduzione fatta al Colle, per il quale l'opzione Lega-M5s è per ora preclusa.

Il mandato a Fico

Insomma, tutto quel che succede dopo che il Capo dello Stato ha affidato a Roberto Fico un mandato esplorativo mirato, non fa che confermare che la confusione nel cielo della politica è grande. Proprio per questo Mattarella ha voluto usare un metodo cartesiano, trasparente e il più possibile esplicito per trovare un bandolo in questa matassa intricata che è diventata la crisi post-voto.

A metà delle ennesima giornata in cui si sono incrociate dichiarazioni di apertura e di chiusura di lusinghe e di sfida di un partito verso l'altro, dopo quel voto in Molise da tanti indicato come crinale fondamentale della politica, il capo dello Stato compie il quarto passaggio del percorso che dovrebbe portare l'Italia ad avere un nuovo esecutivo in carica.

Un perimetro ristretto

Ma già l'essere arrivati a questo quarto tentativo preoccupa il Presidente; e la spiegazione che fornisce al Presidente della Camera per motivare come si sia giunti sul suo nome e su mandato così ristretto (solo il perimetro M5S-PD e in due soli giorni se si esclude il 25 aprile) fa capire che l'esercizio di pazienza è stato supremo.

Innanzitutto, il Presidente ha chiarito di aver preso gli elementi per sbrogliare l'intrico di questi giorni dalle indicazioni giunte dai partiti con le loro dichiarazioni nelle sedi istituzionali: i due giri di consultazioni e l'esplorazione della Casellati. Il materiale fornito dalle elezioni sono tre schieramenti, nessuno dei quali ha da solo la maggioranza. Il primo schieramento è risultato il centrodestra, che ha ipotizzato un accordo con il M5s.

Tutti i 'no' di questi (quasi) due mesi

Ma due consultazioni al Colle e una a Palazzo Giustiniani hanno dimostrato impraticabilità di questa strada. Il secondo gruppo più votato alle elezioni, i 5 Stelle, ha proposto anche un accordo con la sola Lega, ma Matteo Salvini si è detto non disponibile a trattare senza tutto il centrodestra. Mattarella ha atteso invano altri tre giorni, urne molisane comprese, per vedere se in modo "pubblico, esplicito e significativo" i partiti interessati avrebbero dichiarato che c'erano novità. "Queste novità – ha spiegato a Fico nel colloquio di oggi al Quirinale – non sono emerse".  E la riprova sono le parole di Di Maio, che rendono inutile il malumore di Salvini e la richiesta al Colle di avere più tempo.

L'unica strada ancora non percorsa, tra quelle possibili, è un accordo tra M5s e Pd, stando alle dichiarazioni ufficiali del leader grillino. Certo, Mattarella non si nasconde che le possibilità di successo siamo scarse, ha registrato il fuoco di sbarramento di una gran parte dei dem ancora prima che Fico alzasse la cornetta per chiamarli alle consultazioni. Ma ha anche registrato le parole più caute di Maurizio Martina.

Nessuna previsione

Comunque il Capo dello Stato procede passo dopo passo: nessuno al Quirinale azzarda ipotesi su quel che succederà da giovedì se Fico dovesse fallire. Non si anticipano né tempi né soluzioni. A tutti, nei palazzi della politica, è chiaro che se anche il presidente della Camera non avesse successo e se non arrivassero novità da Salvini e Di Maio, non resterebbe che un governo di responsabilità.

E a tutti è noto che difficilmente avrebbe una maggioranza certa. Ma i paletti del Presidente sono fissati da tempo: no a un esecutivo di minoranza, no a elezioni anticipate in estate, preoccupazione per eventuali elezioni in autunno con il rischio di un esercizio provvisorio e un esito uguale a quello del 4 marzo. Ma per ora si attende di verificare il tentativo di Fico, sapendo che ogni atto politico ha delle conseguenze e non va dato per scontato. 

In anticipo sulla scadenza prevista, fissata per il 30 aprile, il capo politico del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, ufficializza il contratto di governo da offrire ai due potenziali alleati per la formazione di un esecutivo con la Lega o con il Pd, sulla falsariga di quello firmato in Germania da Cdu e Spd per il nuovo esecutivo di grande coalizione. È un contratto di 'base', che non scioglie lo schema dei due forni, seguito finora, nemmeno alla vigilia di un possibile incarico esplorativo al presidente della Camera, Roberto Fico. Il comitato scientifico presieduto dal professor Giacinto della Cananea, ordinario di diritto amministrativo a Tor Vergata, precisa che si tratta di una prima stesura e lascia i tre puntini di sospensione a indicare che l'offerta è ancora aperta a chi vuole aderire alle priorità di M5S, elencando convergenze e divergenze fra le parti interessate. 

Leggi il documento integrale sul Blog delle stelle

"Come emerge anche dal documento, il Movimento 5 Stelle non ha nessuna intenzione di perdere la sua identità politica in un governo di coalizione classico, anche perché la distanza dalla Lega e dal Partito Democratico su molti temi decisivi e sui mezzi per realizzarli rimane netta", sottolinea Di Maio sul blog, "per garantire un governo forte e votato al cambiamento abbiamo quindi proposto un’intesa su 10 punti fondamentali per il Paese, da portare avanti unendo le forze, con disciplina, lealtà e onore".

Affinità e divergenze

Riconoscendo la presenza di "numerose e rilevanti divergenze", il rapporto si concentra sulle possibili "significative convergenze", per individuare i temi che più possano prestarsi a essere inseriti in un'agenda per il governo del Paese, "beninteso ove ve ne fossero le condizioni politiche e istituzionali". Convergenze che, sottolinea il Corriere, "sono prese in considerazione in una serie di tavole sinottiche che coinvolgono tutte e tre le forze in campo contemporaneamente". Tra i punti di distanza riconosciuti dal comitato ci sono invece, ad esempio, quelli "in materia vaccinale" e in ottica europea. "Proprio per questo, temi come i vaccini o la riforma della legge Fornero sono al momento stralciati dal progetto", aggiunge il quotidiano. "Ci sono il salario minimo garantito, le politiche attive di sostegno al reddito e la riforma dei centri per l'impiego, ma non il reddito di cittadinanza", osserva il Sole 24 Ore, "ci sono la semplificazione fiscale e la riforma del processo tributario, ma non la flat tax. Ci sono assunzioni nelle forze dell'ordine, ma nessun giro di vite sull'immigrazione".

Al primo punto c'è la necessità di costruire un futuro per i giovani e le famiglie: i valori condivisi da tutti sono la non discriminazione, il forte contrasto alla violenza di genere, il no a bullismo e cyberbullismo; il sostegno alle famiglie e al lavoro delle donne; riportare l'università e la ricerca la centro dello sviluppo, potenziare l'istruzione; ma c'e' anche il contrasto alla povertà e alla disoccupazione e, su questo fronte, è interessante sottolineare che M5S propone l'introduzione del salario minimo garantito. Il Pd offre il salario minimo legale e la Lega opta per l'introduzione di un salario minimo orario per legge.

Su sicurezza e giustizia ci sono altri temi di convergenza a partire da nuove assunzioni e aumento delle dotazioni. Sul fronte economico si guarda a imprese e incoraggiamento dell'innovazione, oltre che a un nuovo rapporto tra cittadino e fisco. M5S propone l'inversione dell'onere della prova fiscale; dal Pd arriva la proposta di un nuovo patto fiscale e anche la Lega è per l'inversione dell'onere della prova.

Il M5s di Di Maio si conferma pro Ue e Nato

In un passaggio della prima stesura dell'agenda di governo si legge: "La cura dell'interesse nazionale può efficacemente svolgersi solo all'interno dei trattati stipulati con i Paesi che partecipano all'integrazione più stretta in Europa. saranno mantenuti gli impegni già assunti in sede europea. Ma il governo sarà fermo nel pretendere il rispetto dell'uguaglianza fra gli Stati che fanno parte dell'Unione e nell'esigere, per tutti e in ogni caso, l'assolvimento degli obblighi di solidarietà. Si farà promotore di iniziative innovative, per esempio per quanto concerne il regolamento di Dublino. Terrà fede agli impegni assunti in sede atlantica, nel quadro di una piena condivisione dei fini e dei mezzi".

I dieci punti

In sintesi, il Movimento propone un "governo di cambiamento" che si concentri su 10 priorità:

  • costruire un futuro per i giovani e le famiglie
  • contrastare efficacemente povertà e disoccupazione
  • ridurre gli squilibri territoriali
  • sicurezza e giustizia per tutti
  • difendere e rafforzare il SSN
  • proteggere le imprese e incoraggiare l'innovazione
  • cambiare il rapporto tra il cittadino e il fisco
  • ricostruire il paese investendo in infrastrutture
  • proteggere dai rischi salvaguardando l'ambiente
  • tagliare gli sprechi per una amministrazione efficiente.

"Ovviamente i patti devono essere chiari e dunque sul fronte del metodo ci devono essere: leale cooperazione, coordinamento stretto in sede europea e verifiche sull'attuazione del programma a metà legislatura", sottolinea il Movimento. Che ora attende la risposta dei suoi interlocutori.

 

Donato Toma, candidato dalla coalizione di centrodestra, si appresta a diventare il nuovo presidente del Molise al posto di Paolo di Laura Frattura del Pd. Secondo i dati non ufficiali pubblicati sul sito della Regione, il presidente dell'Ordine dei commercialisti di Campobasso ha ottenuto il 43,46% delle preferenze, staccando di circa 5 punti percentuali il candidato presentato dal Movimento 5 stelle Andrea Greco, al 38,50%. Carlo Veneziale (proposto dal centrosinistra) è al 17,10% e Agostino di Giacomo (Casapound) allo 0,42%.

Il confronto con le politiche

Il Movimento 5 stelle – in attesa di conoscere i dati definitivi e ufficiali – è il primo partito della regione con il 31,57% ma arretra notevolmente rispetto al voto delle politiche, quando aveva preso il 44,8%, contro il 29,8% del centrodestra e il 18,1% del centrosinistra. 

Nel centrodestra Forza Italia ha ottenuto il 9,38%, Orgoglio Molise l'8,34%, la Lega l'8,23%, Popolari per l'Italia il 7,12%, l'Udc il 5,11%, Fratelli d'Italia il 4,45%. Nel centrosinistra, infine, il Partito democratico è al 9,03% e Liberi e Uguali al 3,29%. L'affluenza si è fermata al 52,17% degli aventi diritto.

Per il centrodestra, è un messaggio a Mattarella

Da Roma Forza Italia e Fratelli d'Italia si mostrano convinti che l'affermazione di Toma inciderà sulla nascita del governo. "Il centrodestra unito si conferma prima forza politica del Paese, l'unica attraverso la quale potrà nascere il futuro governo, siamo pronti ad andare a Palazzo Chigi. Altre impervie strade tradirebbero il mandato degli elettori", sostiene Mariastella Gelmini, capogruppo di FI alla Camera, sottolineando "l'ottimo stato di salute" del centrodestra, una coalizione, afferma "competitiva, credibile, che ancora una volta è stata premiata dai cittadini nelle urne". Per Giorgia Meloni, presidente di FdI "la schiacciante vittoria del centrodestra è un'altra indicazione chiara per il Presidente Mattarella​: gli italiani – insiste – vogliono un governo guidato dal centrodestra e con un programma di centrodestra. Complimenti e buon lavoro al neo governatore Donato Toma! Ora a testa bassa per strappare anche il Friuli Venezia Giulia alla sinistra", conclude pensando già al voto del 29.

Salvini: "Pd cancellato dalla faccia della terra"

Matteo Salvini, leader della Lega, sottolinea invece la sconfitta del Pd che insieme alla sinistra, sostiene è cancellato "dalla faccia della terra". "Visto che il mio impegno è dare all'Italia un Governo che risponde alle scelte degli italiani, ritengo che il Partito Democratico, per dignità, non possa far parte di nessun Governo per i prossimi cinque anni". 

Per il M5s il bicchiere è mezzo pieno

Sul fronte opposto, Luigi Di Maio, ricorda che "il MoVimento 5 Stelle si è presentato da solo mentre dall'altra parte c'erano grandi ammucchiate che ora rischiano di sciogliersi come neve al sole, come la Sicilia insegna, e che difficilmente potranno lavorare per il bene dei molisani. Donato Toma era sostenuto da una coalizione composta da 9 liste, di queste nemmeno una è riuscita a raggiungere il 10% dei voti. I partiti che insieme rappresentano il centrodestra a livello nazionale – Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia – insieme superano appena il 22%. Il nostro Andrea Greco, da solo, supera il 38%. Il MoVimento 5 Stelle – conclude Di Maio – si conferma anche in Molise prima forza politica della Regione". Andrea Greco, arrivato secondo dietro Toma, parla infine di "risultato storico a livello regionale. Forse il Movimento Cinque Stelle non aveva mai fatto così bene in un'elezione regionale. Siamo passati da due consiglieri a sei, sei persone che si batteranno per difendere le idee del Movimento e soprattutto per rendere onore ai cittadini che ci hanno votato. Io parlerei di risultato storico, non di fallimento".

Le prime dichiarazioni di Toma

Il primo suo atto da presidente, ha detto Toma incontrando i giornalisti, sarà "una ricognizione dei problemi che sono sul tavolo della presidenza della Regione per capire come possiamo agevolare imprese e lavoratori". La priorità "sarà quella di dare ossigeno alle imprese perché devono dare lavoro. Qui siamo messi male", ha aggiunto. Ai cronisti ha dato appuntamento a una conferenza stampa che si terrà in giornata ma intanto Toma ha ringraziato "tutti i leader nazionali" dei partiti del centrodestra, riconosciuto che il Movimento 5 stelle ha ottenuto "un grande risultato", e sottolineato quello "grandissimo" della coalizione che lo ha sostenuto.

Il Molise sarà davvero l'Ohio d'Italia, ovvero l'area dove si giocherà la partita del governo? Di sicuro rispetto alle regionali friulane del 29 aprile, dove appare abbastanza scontata la vittoria del candidato leghista Massimiliano Fedriga, il verdetto elettorale di questa domenica appare più incerto e, per questo, i partiti lo attendono nell'auspicio di tornare al tavolo delle trattative per l'esecutivo con una posizione di maggiore forza.

Il Movimento 5 stelle spera che la regione a statuto ordinario più piccola della penisola (nonché la più giovane: fu istituita nel 1963) diventi la prima a guida grillina.

La Lega spera di allargare ulteriormente il divario di consensi che la separa da Forza Italia per avviare la "scalata" su un alleato sempre più scomodo e ingombrante

  • Sono 331.253 gli elettori molisani chiamati domani ad eleggere il Presidente della regione e il Consiglio regionale. I maschi sono 162.936, le femmine 168.317. Rilevante la percentuale di molisani all'estero: sono 78.361. Le sezioni elettorali sono 394.
  • I consiglieri regionali da eleggere sono 20. Verrà eletto Presidente chi otterrà il maggior numero di voti senza ballottaggio. Alla coalizione del presidente eletto sono garantiti almeno 12 seggi, ma non può ottenerne più di 14. Sono escluse dalla ripartizione dei seggi le coalizioni di liste e le liste non riunite in coalizione collegate ad un candidato alla presidenza della Giunta regionale che abbiano ottenuto meno del 10% dei voti validi. Lo sbarramento per le liste che fanno parte di una coalizione è al 3%.
  • I 4 candidati alla presidenza della Regione Molise sono: Andrea Greco (M5S), Donato Toma (Centrodestra), Carlo Veneziale (Centrosinistra) e Agostino Di Giacomo (Casapound).

Chi sono i candidati?

"Presidente dell’ordine dei commercialisti di Campobasso, Toma è appoggiato da ben 9 liste, di cui quattro di ambito nazionale (FI, Lega, FdI, Udc) e ben cinque di ambito locale", spiega Quotidiano.net, "tra queste, ce ne sono almeno due capeggiate da forti portatori di voti in Regione: una fa capo all’ex governatore della regione, Michele Iorio, e una al ras della sanità privata locale nella zona di Isernia, l’eurodeputato Aldo Patriciello (FI)".

"La seconda coalizione è quella di centrosinistra che parte dal Pd, passa per frattaglie locali e arriva fino a LeU", prosegue la testata online, "scaricato il presidente regionale uscente, Paolo di Laura Frattura (ex Dc-Ppi- Margherita, ora Pd), un Pd ridotto ai minimi termini ha puntato su un assessore uscente della giunta Frattura, Carlo Veneziale, appoggiato da cinque liste, tra cui LeU".

Ma la vera novità è l’M5S. "Il candidato governatore si chiama Andrea Greco: giovane laureato in Giurisprudenza, oggi ha 33 anni e la sua sola esperienza politica precedente è stata la candidatura nel 2013 quando è stato il primo dei non eletti, poi, per cinque anni, ha fatto il portaborse dei 5Stelle in consiglio", leggiamo ancora su Quotidiano.net, "insomma, un grillino della prima ora, gode della scia di un grande successo, quello ottenuto dall'M5S alle Politiche, che in Molise, come in tutto il Sud, ha fatto il botto".

Come era andata alle politiche?

In Molise, come in tutto il mezzogiorno, fu una valanga pentastellata. Il Movimento si aggiudicò il 44,8% dei voti, conquistando tre seggi uninominali su tre e uno dei due assegnati con il proporzionale. Il quinto, per i complessi meccanismi del Rosatellum, andò a una deputata di Leu, Giuseppina Occhionero di Leu, che pure prese solo il 3,4% dei voti. Il centrodestra si attestò al 29,8%, il centrosinistra al 18,1%. 

Cosa dicono i sondaggi?

Sarà un testa a testa all'ultimo voto tra centrodestra e M5s. Un sondaggio di Euromedia Research dello scorso 11 aprile dava la coalizione di centrodestra al 36,6% e il Movimento cinque stelle al 34,2%, con il centrosinistra decisamente staccato al 24,1%. Secondo Affari Italiani, il partito di Luigi Di Maio rischia di pagare l'atteggiamento un po' troppo atlantista e filoeuropeo delle ultime settimane, che potrebbe allontanare la base dei 'duri e puri'. Se Salvini, oltre a cannibalizzare i consensi degli alleati, iniziasse da Campobasso a pescare anche nel bacino di voto pentastellato, si tratterebbe di una novità molto significativa.

Leggi anche: Lega e M5s vogliono vedere prima chi vincerà le elezioni in Molise e Friuli

Tornare a votare? "Se non si trova nessuna soluzione, mi sembra inevitabile. Però sarebbe un peccato". Lo afferma Silvio Berlusconi in una lunga intervista al Corriere della Sera. ""Gli italiani hanno votato per essere governati – aggiunge il leader di Forza Italia – non per essere richiamati alle urne e d'altronde, con grande probabilità, nuove elezioni produrrebbero un Parlamento simile all'attuale, con variazioni minime. Ma certamente, se la politica non riuscisse a trovare delle soluzioni, l'unica strada sarebbe quella del voto. Onestamente faccio fatica a capire il Pd, anche perché al suo interno è diviso in tante anime in contrasto fra loro. So solo che un'eventuale collaborazione con i 5 Stelle non produrrebbe nulla di buono, e condurrebbe alla fine politica del Pd. Nel frattempo gli italiani pagherebbero un prezzo molto caro". Ma "per quanto riguarda il Pd, non stiamo cercando un'interlocuzione politica con loro e non mi sembra neppure che da parte loro ci siano segnali di disponibilità. Quindi il tema non si pone neppure".

L'ex presidente del Consiglio ribadisce la fiducia in Matteo Salvini: "Il leader della Lega rappresenta una coalizione del 37%, non vedo che interesse avrebbe a rinunciare a questo per fare il partner di minoranza dei 5 Stelle. Sono certissimo, anche dai contatti avuti in queste ore, che continuerà a parlare e ad operare in nome dell'intero centrodestra", che deve restare unito:"Non è solo possibile, è necessario. E' l'unico modo per rispettare la volontà degli elettori". 

Luigi Di Maio ha scelto la tribuna del Salone del mobile, per rilanciare con forza la sua intenzione di fare un governo di programma per dare all'Italia "il meglio", come si fa "quando ti nasce un figlio e per lui si vuole il meglio", e per sottolineare la necessità, ancor più dopo la sentenza di Palermo sul rapporto Stato-mafia, di "tutelare il Paese" perché "uno Stato che processa se stesso è uno stato credibile".

Alla kermesse milanese il candidato premier di M5s si è impegnato a mettercela tutta "per andare incontro alle esigenze di chi può darci una mano a cambiare le cose" e ha dato un attestato di fiducia alla Lega di Salvini: "Insieme possiamo fare grandi cose, sono sicuro che se firma un contratto tiene fede ai patti".

Un paio d'ore di visita agli stand dei campioni italiani del settore (Kartell, Natuzzi, Scavolini fra gli altri), circondato e inseguito da addetti alla sicurezza, cameramen e giornalisti, e da grande curiosità dei visitatori che incrociavano il caotico corteo.

"The one in the middle is the Italian prime minister", spiegava semplificando la situazione una signora orientale alla sua vicina, evidentemente ispanica, che ribatteva chiedendo: "El niño?" riferendosi incredula alla giovane età del leader 5 Stelle. 

"Evoluzioni in corso in Pd e Lega. Vanno rispettate"

"Sono diverse settimane che siamo al lavoro per dare un governo al Paese", ha detto Di Maio, "l'idea è di mettere in piedi una squadra di governo in grado veramente di cambiare tutto. Ci stiamo lavorando dal 4 marzo. Ieri ho incontrato il professo Giacinto della Cananea che ha ultimato e praticamente pronto il lavoro istruttorio per passare ai contratti di governo".

Di Maio conta di presentarli a breve, ma anticipa che indicano "i punti di contatto fra noi e le forze politiche, fra noi e la Lega e fra noi e il Pd sui temi dei diritti sociali, la sicurezza, la lotta alla disoccupazione".

Ha poi chiarito che non ha mai voluto mettere Lega e Pd sullo stesso piano: "Ho sempre detto – ha aggiunto – che la nostra proposta era a due forze politiche: si è pensato che le volessi mettere sullo stesso piano ma non è questo il punto. Io cercherò di portare a casa un contratto con gli italiani ma nessuno può pensare che si possa stipulare con tutti e due. Non avevo chiesto ai leader delle forze politiche di venire subito al tavolo, sapevo che c'erano delle evoluzioni in corso nei due schieramenti e queste vanno rispettate. lo so che gli italiani hanno fretta ed è giusto, ma deve essere un governo fatto bene".

Silvio Berlusconi tende la mano a Matteo Salvini e prova a ricucire per evitare lo strappo. Alla Lega si rivolge anche Luigi Di Maio, lodandone la "affidabilita'" e dicendosi sicuro che, insieme, si potrebbero "fare grandi cose". 

Lega e Fi non rompono. Per ora

Il leader di Forza Italia nega che ci siano problemi nella coalizione, anzi garantisce che lo stato di salute del centrodestra "è buono" e smentisce di aver aperto al Pd: "Non ho mai detto di fare un governo con l'appoggio del Partito democratico. Con il Pd non c'è alcun tipo di contatto in corso, alcun rapporto in corso". Quindi, Berlusconi si rivolge a Salvini e torna ad indicarlo come la "persona che deve esprimere il leader". Ma i rapporti tra i due, spiegano nel centrodestra, restano tesi, anche se nessuno si spinge a definire imminente la rottura definitiva. Salvini, del resto, ha bisogno di tempo, sia per attendere i risultati delle elezioni regionali, sia per maturare le prossime mosse, compreso lo 'sganciamento' da Berlusconi. Nonostante le tensioni interne, dopo il gelo di ieri ci sarebbero stati contatti oggi tra i vertici dei due partiti, lo stesso Berlusconi riferisce di aver parlato con Giorgetti. E fonti del centrodestra non escludono un possibile incontro tra i due leader nella giornata di domani.

Per il momento Salvini tace, ma la linea della Lega non cambia: basta con i veti, scandisce il governatore del Veneto Luca Zaia, "non servono a nessuno". E il candidato alla guida del Friuli, Massimiliano Fedriga, aggiunge: "nessuna soluzione se non termina la stagione dei veti e controveti da parte di tutti, di chi non è alleato ma anche dei nostri alleati".

Di Maio è disposto ad aspettare ancora

Intanto proseguono anche i contatti tra Lega e 5 Stelle, ma restano ancora da sciogliere diversi nodi, a partire dalla premiership dell'eventuale governo giallo-verde e il 'peso' delle due forze politiche nel futuro esecutivo. Di Maio è disposto a concedere ancora tempo a Salvini: "So bene il momento che sta vivendo e so bene il momento politico che sta attraversando la Lega". Il capo politico pentastellato torna, poi, a lodare il partito di via Bellerio, spingendosi anche oltre: "Credo fortemente che con la Lega di Salvini si possa fare un buon lavoro per questo paese. Possiamo fare cose molto importanti". "Ho auto modo di testare la sua affidabilità quando abbiamo eletto le cariche istituzionali al Parlamento: sono sicuro che se la Lega firma un contratto, tiene fede ai patti". Un messaggio che potrebbe avere anche come destinatario il Colle, in attesa delle decisioni che saranno rese note lunedì. 

Insomma, per Di Maio "questo è il momento in cui possiamo fare grandi cose ma c'e' bisogno di venirsi incontro". Il leader dei 5 stelle rassicura l'interlocutore leghista: "Io ce la mettero' tutta per andare incontro alle esigenze di chi ci puo' dare una mano a cambiare le cose. Saranno giorni e ore importanti. Tutti riflettano e si prendano il loro tempo". Quanto all'ipotesi di un mandato esplorativo a Roberto Fico, Di Maio ostenta sicurezza: "guardiamo a lui come a una figura di garanzia che e' stata in grado di assicurare la sua imparzialita' nella gestione di quest'incarico prestigioso. Di lui possono dire solo cose buone". 

Il Pd resta a guardare. Ma per quanto ancora?

Il mandato a Fico potrebbe rimettere in gioco il Pd che, al momento, resta a guardare. Il portavoce dell'ex segretario smentisce vi sia "una interlocuzione tra Renzi e Casaleggio, nemmeno per interposta persona" e conferma la linea del "tocca a loro". Nessun incontro con Di Maio, spiega il reggente dem, Maurizio Martina. "Adesso noi dobbiamo fare una cosa: aspettare le indicazioni del presidente Sergio Mattarella e capire quale sarà lo scenario da lunedi'", aggiunge, aprendo alla richiesta delle minoranze interne di convocare urgentemente la Direzione: "Valuteremo il percorso da fare anche al nostro interno alla luce delle indicazioni e delle novità che eventualmente emergeranno". 

Il patto rinsaldato solo ieri davanti alla presidente del Senato sembra oggi lontano anni luce a guardare le cose con la lente del Partito Democratico. A poche ore dalla promessa di Matteo Salvini di non rompere mai e poi mai con Silvio Berlusconi, i due sono ai ferri corti.

A farli litigare è Luigi Di Maio e il Movimento 5 Stelle per il quale il Cavaliere immagina un impiego nelle sue aziende, più precisamente nella pulizia dei servizi igienici. Parole che fanno andare su tutte le furie Salvini, stremato da settimane passate a tentare di cucire un rapporto tra i pentastellati e Forza Italia. Nel Pd si osserva l'evolversi della vicenda con la consapevolezza che, prima o poi, arriverà anche per i dem il momento del confronto.

Per alcuni dem, il dialogo non è più tabù

I due giorni di riflessione imposti dal Colle alle forze politiche potrebbero infatti concludersi con un nuovo mandato, questa volta alla Terza Carica dello Stato. Ovvero, Roberto Fico. La linea dei renziani, finora i più restii a mettersi in gioco, è quella di "rispettare un eventuale mandate conferito dal Presidente della Repubblica" e, quindi, "incontrare e parlare con chiunque sia incaricato". Per il resto, "la nostra posizione è nota".

Ovvero, il governo lo fa chi ha vinto il 4 marzo e il Pd resta "opposizione". Dalla minoranza del Pd e dall'ala dialogante che preme per uno 'scongelamento' del partito nelle trattative per il futuro governo si preferisce parlare di "minoranza". Sfumature non banali in un momento in cui, visto lo stallo che si è venuto a creare, cominciano ad affacciarsi all'orizzonte anche ipotesi considerate fino a ieri "lunari", come quella di un governo di minoranza che possa in qualche modo coinvolgere il Pd.

"Mai con il centrodestra"

Sulla scia delle polemiche con l'alleato Salvini, anche Silvio Berlusconi sdogana ufficialmente l'idea chiedendo ai suoi alleati di cercare voti in Parlamento, nei gruppi del Misto e del Pd. Offerta che i dem rispediscono in coro al mittente: "questo scenario non esisterà mai", scrive il segretario reggente su Facebook assicurando che nessuno riuscirà a dividere il Pd. Stessa posizione espressa dal renziano di ferro Andrea Marcucci: "il Pd non pensa minimamente di poter sostenere un governo della Lega e del centrodestra".

Meno scontata sarebbe la risposta a Roberto Fico nel caso dovesse concretizzarsi l'ipotesi di un suo mandato o, ancor di più, incarico. Al tavolo il Pd si siederebbe, ma oltre a questo nessuno si sente di spingersi. Ancora troppo fitto di incognite è il quadro che si delinea davanti allo stato maggiore dem. E al momento chi è impegnato a seguire da vicino la partita sul prossimo governo, sottolinea che dal Movimento 5 Stelle non sono arrivati tentativi di approccio. Anche per questa ragione la minoranza dem continua a chiedere un appuntamento ufficiale in cui si possa rivedere la linea espressa dalla direzione.

"Il partito deve posizionarsi. Se si chiude il tentativo di accordo in corso dobbiamo capire che profilo di opposizione fare. Se non si chiude bisogna capire come si sta nella fase nuova", dice in mattinata Andrea Orlando. Una posizione che si scontra con quella della maggioranza renziana ancora ferma sull'opposizione ad oltranza, come rimarcato anche ieri da Matteo Renzi nella sua Enews: "Come abbiamo detto dal primo giorno, tocca ai vincitori delle elezioni. E vediamo se saranno in grado di farcela. Tocca a loro, come diciamo da sempre" e ribadito oggi da Ettore Rosato: "La linea 'tocca a loro' è quella giusta: che provino loro. Alla fine un accordo lo troveranno. Un accordo al ribasso, dopo aver sdoganato Fi e Berlusconi". 

"Ai minimi storici". All'indomani del fallimento della trattativa con i 5 stelle e al termine di una giornata in cui Matteo Salvini non ha risparmiato bordate e chiari avvertimenti a Silvio Berlusconi, viene descritto così il rapporto tra i due leader. Tanto che tra le file di Forza Italia torna a crescere con insistenza il sospetto che, in realtà, Salvini voglia rompere l'alleanza con Berlusconi per dar vita a un governo con Luigi Di Maio e che stia solo aspettando il pretesto. Tra gli azzurri, poi, c'è chi si dice convinto che il leader della Lega non farà mai il primo passo, ma stia solo mettendo in atto il suo piano: ovvero, fare in modo che sia il Cavaliere a dire addio e sbattere la porta.

Salvini attende il voto in Friuli

I sospetti sono reciproci: nella Lega infatti non manca chi, osservando l'atteggiamento di Berlusconi, si spinge a sostenere che il leader azzurro stia davvero lavorando ad un'intesa con il Pd, ipotesi che il leader leghista ha rifiutato in maniera categorica sin dal giorno dopo le elezioni. E che la situazione sia critica lo conferma, senza remore, lo stesso Salvini: "non ho sentito" l'ex premier, "credo che non lo sentirò. L'insulto non serve a nulla".
Tra le priorità del leader del Carroccio, viene spiegato, c'e' quella di guadagnare tempo, evitare un preincarico a Di Maio o un mandato esplorativo a Fico, che sposterebbe inevitabilmente l'asse pentastellato verso il Pd. Da qui la ribadita insistenza nel mettersi in campo e guardare a Mattarella. Non solo. Per Salvini il fattore tempo è importante anche per un altro motivo: le elezioni in Friuli. la vittoria è a un passo e per la Lega sarebbe nuovo e più pesante potere contrattuale. 

Un fuori onda rivelatore

Sin dalla mattinata i toni di Salvini sono chiari ed inequivocabili. La linea della Lega non cambia: l'unico governo possibile è con i 5 stelle, mai con il Pd. Se salta la prima opzione, allora tanto meglio tornare al voto. Salvini ci crede davvero nel tentativo di riuscire a riallacciare la trattativa con Di Maio: per tutto il giorno i contatti tra i due si susseguono, confermati da un 'fuori onda' colto dai giornalisti durante la visita del leader del Carroccio al Salone del mobile a Milano, in cui parla al telefono con la presidente Casellati riferendole di aver di nuovo "sondato" il capo pentastellato. È poi lo stesso 'capitano' a riferire di essersi "messaggiato" con Di Maio.

Il veto del M5s su Berlusconi è definitivo

Certo, la sentenza sulla trattativa Stato-mafia non aiuta: i 5 stelle ne approfittano per riconfermare con forza il veto assoluto verso Berlusconi. Dunque, l'unica strada è un esecutivo Lega-M5s, senza Forza Italia. Salvini non demorde e, secondo fonti del centrodestra, prepara la strada alla rottura con il Cavaliere, al quale 'addossa', pur senza citarlo, l'accusa di lavorare per un governo tecnico: "farò tutto il possibile per evitarlo". E ancora: "Io voglio fare un governo, partendo da una coalizione compatta, se qualcuno se ne tirerà fuori insultando e guardando a sinistra, sarà colpa di questo qualcuno". Anche per questo, già ieri ha rotto gli indugi e, dopo aver fatto diversi passi indietro, ne ha annunciato uno enorme in avanti: "Sono a disposizione direttamente e personalmente". Quanto a Berlusconi, "sbaglia" a guardare al Pd e, comunque, lo farebbe "senza la Lega". E ancora: "Tutti mi dicono 'fai un governo', il dramma è che mentre io ero qui a parlare di costruzione gli altri passano il tempo a insultarsi. Mi spiace se lo fanno i 5 stelle, con cui ostinatamente proverò fino in fondo. Mi spiace ancora di più se lo fa un alleato che fino a ieri chiedeva compattezza, coerenza e lealtà e oggi passa la giornata a insultare milioni di italiani".

Il duro sfogo del Cav

Salvini è irritato e infastidito, viene riferito, dalle parole di Berlusconi nei confronti dei 5 stelle, adatti – per il Cavaliere – solo a "pulire i cessi". E la lontananza siderale tra i due è ancor più evidente quando, mentre Salvini dice di lavorare "ostinatamente" a cercare un'intesa con i 5 stelle, Berlusconi definisce categoricamente "chiuso il rapporto" con i grillini. Insomma, dopo giorni di silenzio forzato, l'ex premier dà libero sfogo alle parole e non va per il sottile. E se è vero che uno dei fedelissimi, come Licia Ronzulli, garantisce che Forza Italia si fida di Salvini, fonti azzurre spiegano che Berlusconi sente odore di bruciato. Anche se, per tutta la giornata, il leader azzurro non rivolge mai accuse dirette e circostanziate all'alleato leghista, per poi rilasciare una dichiarazione da cui scompare ogni riferimento al Pd – forse anche perché nel frattempo i dem hanno risposto picche – e ribadisce la volontà di dar vita a un governo di centrodestra, a guida Lega, che si "presenti in Parlamento chiedendo i voti sul programma". Berlusconi si dice "convinto" che questo esecutivo riuscirebbe ad avere "una maggioranza". Secondo fonti forziste, le parole di Berlusconi sarebbero un tentativo, non eclatante ma comunque un tentativo, di porgere un ramoscello d'ulivo a Salvini. Al quale, però, non 'perdona' di avergli chiesto di fare un passo di lato, di aver messo in conto un governo con Di Maio con l'appoggio esterno di Forza Italia, "manco fossimo dei reietti", osserva un big azzurro.

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