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Con il nuovo decreto su Sicurezza e immigrazione si garantisce "asilo e protezione umanitaria per chi davvero la merita, anche in chiave di sicurezza, ed è venuto fuori un testo molto equilibrato". Ad affermarlo è il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che in un'intervista al Corriere della Sera ha assicurato che il testo approvato dal Consiglio dei ministri garantirà "una maggiore efficienza al sistema".

"Non c'è stata contrapposizione tra me e il collega Salvini, solo normale dialettica governativa", ha precisato il Guardasigilli, spiegando che "certe modifiche" al testo "appartengono alla norma e alla prassi, non significa che uno tirava da una parte e uno dall'altra". "Io ho voluto evitare le espulsioni immediate e automatiche anche per una questione di certezza della pena", ha insistito Bonafede, perché "di fronte a reati gravi abbiamo interesse a far condannare i responsabili, e questo richiede la presenza degli imputati in Italia".

Sulle recenti contrapposizioni tra Salvini e i giudici che lo hanno indagato per la nave Diciotti, Bonafede ha ribadito che "non è il caso di riaprire la stagione dello scontro tra politica e giustizia". Tuttavia ai magistrati il ministro ha ricordato che "se si esce fuori dalla proposta costruttiva per assumere posizioni strumentali o politiche, allora non va bene". "Come quando il segretario dell'Anm", ha ricordato, "discetta sull'ordinamento penitenziario a proposito della tragica vicenda della madre detenuta che ha ucciso due bambini. Arrivando al paradosso che io, per rispetto dei magistrati e delle indagini, non ho detto nulla, i magistrati invece sì".

Tutti gli ultimi governi hanno sparato a zero sulle province, fino ad annunciare di averle debellate, quale caposaldo di inutili sprechi. Eppure il 31 ottobre si voterà per rinnovare 47 presidenti e 70 consigli provinciali. Come è possibile? Il decreto milleproroghe, scrive il Sole 24 Ore, ha dato il via alla macchina elettorale, con buona pace della legge Delrio del 2014, che ha trasformato le Province in enti di secondo livello cioè eletti da sindaci e consiglieri comunali del territorio e non dai cittadini.

La riforma costituzionale che le avrebbe dovute cancellare si è arenata sullo scoglio del referendum e ora sta al governo gialloverde esaminare la richiesta dell'Upi di ripristinare 280 milioni di finanziamenti tagliati negli anni scorsi.


I numeri

  • Si eleggeranno 47 presidenti e 70 consigli provinciali
  • Le province nelle Regioni a statuto ordinario sono 76
  • In totale le poltrone da assegnare sono 850

Come funzionano le elezioni

In teoria, sono candidabili tutti i sindaci e i consiglieri comunali interessati. In pratica, potrà essere coinvolto solo il 38% dei primi cittadini. L'altro 62% non ha i 12 mesi di mandato ancora da svolgere previsti dalla riforma Delrio. Il risultato è che l'election day consentirà di riempire tutte le caselle solo a 13 enti sui 47 coinvolti. Gli altri lo faranno a metà o in due tempi. Senza contare che nei 29 restanti (per arrivare alle 76 Province delle Regioni a statuto ordinario) sí voterà nell'arco dei prossimi 4 anni.

Cosa prevede la legge Delrio

Le 76 Province (e 10 Città metropolitane) delle Regioni ordinarie sono diventate enti di secondo grado con un presidente e un consiglio provinciale (tutti senza gettone) eletti tra i sindaci e i consiglieri comunali di zona. Non esistono più le giunte. Le Regioni hanno deciso quali funzioni lasciare loro e quali riprendersi. La riforma costituzionale avrebbe dovuto sopprimerle, ma è stata bocciata con il referendum

Le province ora costano il 32% in meno, con un taglio da 5 miliardi di spese nel 2010 a 3,45 del 2015, di cui solo 1,38 di funzioni fondamentali. Gli investimenti, poi, sono crollati del 63%, passando da 1,93 miliardi del 2008 a 0,71 del 2017.

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha negato contrasti tra il suo governo e i tecnici dei ministeri: "La burocrazia, le cosiddette strutture amministrative sono al servizio delle nostre iniziative, spetta a noi dare l'indirizzo, il dialogo è serrato", ha spiegato a margine delle celebrazioni per il 50esimo della morte di Padre Pio, soffermandosi sulle polemiche sul rapporto tra il M5S e i tecnici del Mef. Conte ha negato contrasti con il ministro dell'Economia, Giovanni Tria: "Io ho fiducia in tutti i ministri. Ho letto di qualche polemica ma lasciano il tempo che trovano". Sul decreto Genova, il premier ha assicurato che si sta "chiudendo il cerchio: "In questo momento è al ministero dell'Economia, stiamo aspettando gli ultimi rilievi per trasmetterlo a brevissimo al Quirinale, perché possa andare in Gazzetta Ufficiale". Quanto alla possibilità di estendere il reddito di cittadinanza anche agli stranieri, Conte ha precisato: "Non entro nei dettagli, stiamo valutando tutti gli aspetti tecnici". 
 

È un audio di pochi minuti, ma destinato a creare tanti problemi. Si sente la voce di Rocco Casalino, portavoce del premier Giuseppe Conte e uomo della comunicazione del Movimento 5 Stelle, che minaccia il personale del ministero dell’Economia che secondo lui sta boicottando di fatto la ricerca di risorse per sostenerte nella Manovra finanziaria i provvedimenti più importanti, Reddito di cittadinanza in primis.

Casalino parla attraverso un messaggio vocale Whatsapp inviato ad alcuni giornalisti. Nell’audio li consiglia di scrivere (ma senza far parlare lui, bensì fonti parlamentari) e di raccontare proprio questo passaggio sulla ‘vendetta’. "Se poi all'ultimo, non escono i soldi per il reddito di cittadinanza", è il messaggio, per i dirigenti del Tesoro sarà un calvario. "Tutto il 2019 sarà dedicato a far fuori una marea di gente del Mef…".

"Ormai abbiamo capito che Tria c'entra relativamente – dice Casalino al suo interlocutore – ma ci sono al ministero una serie di persone che stanno lì da decenni e che proteggono il solito sistema. Non è accettabile che non si trovano dieci miliardi del c…". Ancora: “Non ce ne frega niente, sarà una cosa ai coltelli…"

L'audio integrale 

Le frasi più pesanti

"Se vuoi far uscire una cosa simpatica metti che nel Movimento è pronta la mega vendetta: scrivi che se non dovessero uscire i soldi per il reddito di cittadinanza, fonti parlamentari dei Cinque stelle giurano che per tutto il 2019 ci dedicheremo a far fuori una marea di gente del Mef. Non ce ne fregherà niente, sarà veramente una cosa coi coltelli".

"Ormai si è capito che Tria c'entra relativamente, ma al ministero c'è una serie di persone, lì da decenni, che proteggono il solito sistema e non ci fanno capire dove si possono trovare nel bilancio questi 10 miliardi del c…».

"Questa resistenza fa capire che c'è qualcosa che non va".

“Non è accettabile che non si trovino dieci miliardi. Chiediamo una manovra da venti-trenta miliardi, niente di eccezionale. Se il reddito di cittadinanza salta, allora al Mef finirà ai coltelli. Non ce ne fregherà niente”.

In una nota sul Blog delle Stelle il Movimento difende il portavoce di Conte e rilancia: "Quello che è stato ripetuto per l'ennesima volta ai giornalisti De Angelis e Salvatori da Rocco Casalino, e che oggi campeggia su tutti i giornali, era la linea del Movimento 5 Stelle detta e ridetta in tutte le salse. Siamo assolutamente convinti (ed è sotto gli occhi di tutti) che nei ministeri c'è chi ci rema pesantemente contro". Uomini del Pd e di Berlusconi messi nei vari ingranaggi per contrastare il cambiamento, in particolare il reddito di cittadinanza che disintegrerà una volta per tutte il voto di scambio. La spalla di questi uomini del sistema sono i giornali del sistema. Difendono tutti gli stessi interessi: i loro. Il Movimento 5 Stelle difende quelli dei cittadini", conclude il post.

Scrive Sergio Rizzo su Repubblica: “La storia ci fa capire soprattutto a quale livello sia arrivato l'imbarbarimento di un certo modo di fare comunicazione. Perfino quando si tratta di interpretare, come in questo caso, un ruolo tanto delicato quanto decisivo per le istituzioni repubblicane e perciò adeguatamente retribuito. Fra i numerosi precedenti che le cronache hanno registrato, un paio rendono bene l'idea". Del caso hanno scritto anche Il Foglio e il Giornale.

Leggi anche: Governo, Casalino al Corriere: il mio stipendio? Questione di merito, ho enormi responsabilità

Leggi anche: Ma si può dare il reddito di cittadinanza solo ai cittadini italiani?

Lo stipendio del portavoce del governo Rocco Casalino è quello previsto "da quel ruolo a palazzo Chigi". Così il vicepremier Luigi Di Maio, risponde ad una domanda sulle retribuzioni del portavoce nel corso della trasmissione Radio Anch'io. "È sempre stato così e oggi si scopre – ha fatto notare – ma gli altri portavoce non sono stati portati in auge in negativo in questo modo". Lo stipendio – ha insistito – è quello "indicato per palazzo Chigi" sotto il tetto massimo di 240 mila euro". "Io ho sempre detto che i politici devono guadagnare di meno e noi abbiamo tagliato, poi le figure tecniche si adeguano a contratti stipendiali per quei ruoli". Ma il M5s – ha aggiunto – mantiene la promessa di abbassare gli stipendi dei politici. "E' singolare – ha quindi concluso Di Maio – che ci attacca il Pd che ha il tesoriere indagato per fondi illeciti presi da Parnasi, quello dello stadio della Roma". 

L’accordo con la Cina sulla partecipazione italiana alla Belt and Road Initiative, la nuova Via della Seta, potrebbe vedere entro la fine dell’anno la chiusura dei negoziati, ma prima occorrerà risolvere con il governo cinese “alcune questioni che per noi sono dirimenti”.

Luigi Di Maio prosegue nella sua diplomazia personale e sbarca a Chengdu, nel sud-ovest della Cina, dove si trova in missione istituzionale.

Per quanto riguarda l’iniziativa di connessione infrastrutturale tra Asia, Europa e Africa lanciata nel 2013 dal presidente cinese, Xi Jinping, “per noi è molto importante chiarire che siamo contenti di essere l’unico Paese del G7 ad avere portato avanti fino a questo punto i negoziati”, ha detto Di Maio, “ed è chiaro anche che entro la fine dell’anno si potrebbe arrivare alla firma, e quindi alla chiusura dei negoziati, qualora si potrà discutere nei prossimi mesi con il governo cinese di alcune questioni della via della Seta, che per noi sono dirimenti”.

Tra questi aspetti, Di Maio ha citato il settore agro-alimentare, quello dei trasporti, sia ferroviari che su gomma, e nel campo degli investimenti greenfield.

Italia ospite d’onore alla Fiera di Chengdu

Milleduecento metri quadrati espositivi, una circular dark room per viaggi a 360 gradi in realtà virtuale e 55 aziende che già operano in Cina a presentare le eccellenze del Made in Italy. Questi sono in sintesi i numeri del Padiglione Italia alla mostra di Chengdu, che si svolgerà dal 20 al 24 settembre e di cui l’Italia è quest’anno l’ospite d’onore.

A fare da legame tra le varie realtà in mostra, coordinate dal Consolato Generale a Chongqing, dall’Ice e dalla Camera di commercio Italia-Cina, il codice ‘Dna Italia’ basato sui quattro elementi della sostenibilità, del design, dell’innovazione e dello stile di vita.

La Fiera, che si tiene ogni due anni nel capoluogo del Sichuan, è la prima realtà di questo tipo della Cina occidentale. Con un’area espositiva di 260.000mq, è stata ideata nel 2000 all’interno della Go West strategy e della Belt and Road Initiative.

Le aziende italiane saranno tutte rappresentate lungo il percorso che racconta i valori dell'innovazione e della tradizione italiana, in un'area libera da confini/muri divisori e permeabile, per permettere al visitatore un viaggio nei settori prioritari di collaborazione tra Italia e Cina: la sanità (9 aziende), le energie pulite e l’urbanizzazione sostenibile (7 aziende), il turismo e il lifestyle (6 aziende) e l’agroalimentare (23 aziende).

Sempre in ottica di sistema è stato anche coinvolto Enit che offrirà all’ospite cinese dei "viaggi in Italia in realtà virtuale".

I preparativi per l’Expo di Shanghai

Dopo la missione che si concluderà il 21 settembre, Di Maio, tornerà in Cina a novembre prossimo in occasione della China International Import Expo, che si terrà nella metropoli cinese dal 5 al 10 novembre prossimo. Lo ha dichiarato nel corso di una conferenza stampa con i media italiani e cinesi, a Chengdu dove domani inaugurerà il padiglione italiano della Western China International Fair di Chengdu, che rappresenta “una grande occasione per rafforzare la nostra amicizia con la Cina”, ha detto.

Siamo partner privilegiati

La tappa di Di Maio a Chengdu è anche l’occasione per sottolineare il valore “strategico” della relazione bilaterale, che passa anche attraverso l’accordo che Italia e Cina sigleranno nelle prossime ore sugli investimenti nei Paesi terzi, e in particolare quelli africani.

“Potere investire in Paesi terzi come quelli africani con un partner come la Cina può essere un’ottima occasione per migliorare la vita di quelle persone e allo stesso tempo migliorare le condizioni economiche delle nostre aziende”, ha detto di Maio.

L’accordo, ha aggiunto, “ci eleva al ruolo di partner privilegiato della Cina”, con cui Di Maio punta a rafforzare i rapporti economici con un altro accordo, che ritiene possibile entro fine anno, sull’iniziativa Belt and Road di connessione infrastrutturale euro-asiatica, lanciato dal presidente cinese, Xi Jinping, nel 2013.

Prima della firma, però, devono essere risolte “alcune questioni per noi dirimenti”, ha detto Di Maio, tra cui ha indicato l’abbattimento delle barriere non tariffarie per favorire le esportazioni, citando soprattutto i prodotti dell’agro-alimentare, e le possibilità di investimento sia nei porti italiani che nella tecnologia.

“Stiamo per avviare un fondo per l’innovazione tecnologica e le start-up innovative, misto pubblico-privato, che consentirebbe investimenti comuni nei settori tecnologici italiani”, ha detto in serata. Altro tema in discussione nei negoziati sulla Belt and road è il turismo che, per Di Maio, passa soprattutto attraverso un aumento delle rotte aeree e un aumento della considerazione dell’Italia come meta da parte delle agenzie turistiche cinesi. 

La pace fiscale "è una truffa di parole. Altro non è che un condono. Pace fiscale è cominciata dagli anni '50, ogni volta si dice che è l'ultima volta". Lo ha detto Antonio Di Pietro a 'L'Italia s'è destè su Radio Cusano Campus.

"E' passata ormai l'idea che tanto se non paghi prima o poi arriverè un provvedimento per cui se non paghi 100 paghi 10. Siccome il governo non ha i soldi perché non riesce a ridurre le spese e aumentare le entrate, fa queste cose per aiutare i delinquenti. Io lo ritengo immorale e ingiusto – ha aggiunto – perché aumenta la voglia di non pagare ed è ingiusto nei confronti di quelle persone oneste che le tasse le hanno sempre pagate tutte. Io non me la sto prendendo con questo governo che doveva essere del cambiamento invece è uguale agli altri nel reperire le risorse".

"Gli altri dicevano facciamo un condono, loro invece la chiamano pace fiscale. è certo che stai in pace, perché hai un debito e te lo tolgono, ma ci ritroviamo ancora una volta in un Paese con due pesi e due misure. La cosa che più mi offende – ha concluso – è la truffa di parole. Condivido quello che ha detto Di Maio sul fatto di tagliare gli sprechi e i privilegi per abbassare le tasse, non condivido invece reperire i soldi coi condoni".

 Ai dirigenti del Pd "non importerà" di perdere le prossime elezioni europee e regionali: "Quello che importa a loro è il congresso. Sta diventando un posto in cui l'unico segretario che si dovrebbe candidare è il presidente dell'associazione di psichiatria". Parole dure quelle dell'ex ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, che, intervenendo a Circo Massimo, su Radio Capital, ha affermato che il Pd "merita l'estinzione".

Parole in cui c'è il rammarico per l'aver dovuto annullare la cena convocata a casa sua con alcuni massimi dirigenti del Pd per tentare di attenuare lo scontro interno che sta lacerando il partito. L'iniziativa avrebbe dovuto mettere attorno a un tavolo Matteo Renzi, Paolo Gentiloni e Marco Minniti, oltre allo stesso anfitrione, ed è saltata perché "Renzi si era sfilato ieri pomeriggio via agenzie e retroscena e a quel punto non aveva più molto senso", aveva spiegato Calenda su Twitter rispondendo a un follower. "Andiamo avanti con l'opposizione. Ognuno facendo il suo. Di più in questo momento non si puo fare. Troppi ego e troppi conti da regolare", aggiunge.

Caustiche le sue repliche alle battute dei seguaci.

"Sono convinto che alle prossime europee il Pd non ci debba essere", ha detto ancora l'ex ministro a Circo Massimo, "serve un fronte repubblicano, progressista, che recuperi la parte di parte di classe dirigente locale e nazionale capace ma che spazzi via un partito che ha come unico obiettivo quello di spartirsi una torta sempre più piccola tra dirigenti che sono usurati, che pensano solo a questo dalla mattina alla sera".

"Non era un'iniziativa contro Zingaretti"

"Questa cena nasceva non per fare una strategia congressuale, ma banalmente per ricostruire un rapporto tra Gentiloni e Renzi, e soprattutto per cercare di compattare un gruppo per fare opposizione in maniera strutturata", ha spiegato Calenda durante la trasmissione, "sono partite cose surreali, tipo Nicola Zingaretti che invita un operaio e uno studente, che non c'entrava niente. Poi gli altri del PD, uno dice che sta a dieta, l'altro che organizza un panino… Insomma, è diventata una buffonata". 

"Da Renzi modo di fare non serio"

"Uno degli invitati alla cena, Paolo Gentiloni, appoggia Zingaretti, quindi non era una cena contro Zingaretti", ha proseguito l'ex ministro, "Il focus della cena era come fare opposizione, non un congresso". "Non so bene quale sia l'interesse di Renzi, che da molto tempo dice A e fa B. Penso che se dici 'io ci sarò' e poi fai uscire certi retroscena… È un modo di fare non serio, a cui ormai sono abituato. Il quadro è drammatico, ed è drammatico perché nessuno parla con nessuno, no ci si fida di nessuno, qualunque iniziativa viene presa come un'aggressione contro gli altri".

Che succede nel Pd? E' davvero tutti contro tutti? Davvero Orfini propone di sciogliere il partito e Gentiloni rimanda al mittente l'invito a cena di Caro Calenda? A quantoppare sì: il Partito democratico continua a essere sballottato tra le onde dell'indecisione in attesa del Congresso e delle primari e che dovranno decidere i nomi dei candidati alla segreteria. Tra i big del partito, sottolinea il Corriere, regna il caos. "Il tema non è lo scioglimento del Pd né il rinvio del congresso" ma, piuttosto, quello di "costruire l'alternativa" di governo dice il segretario pro-tempore Maurizio Martina dopo che nientemeno dal presidente Matteo Orfini era venuta la proposta per l'autoscioglimento del partito.

"Pensate davvero di risolvere i problemi del Pd con il congresso? Beati voi… Pensate davvero che noi possiamo ripresentarci con il Pd come funziona oggi?"

Se non con il Congresso, almeno con una cena, sembra essere la risposta dell'ex ministro per lo Sviluppo economico Carlo Calenda, che invita a casa sua Paolo Gentiloni, Matteo Renzi e Marco Minniti. L'ex presidente del Consiglio è una persona educata e non rifiuta l'invito, ma ne sottolinea l'inutilità: "Se qualcuno pensa che i problemi del Pd si risolvono perché alcune persone si vedono a cena, forse non ha esattamente chiaro cosa sia il Pd". Alla cena di Calenda per ora hanno aderito Renzi (che però sarà in Cina fino a giovedì) e Minniti che dice di aver dato la propria disponibilità confermando che per quanto lo riguarda non ha cambiato idea sul congresso che va fatto il prima possibile.

Per Matteo Renzi tutto questo si chiama 'fuoco amico' e rilancia puntando sul Congresso: "Chi lo vincerà avrà l'aiuto degli altri. Ma dopo sei mesi possiamo iniziare fare opposizione dura? Oppure c'è ancora qualcuno che pensa che dobbiamo fare l'accordo con i Cinque Stelle?".

L'idea di rinviare il Congresso, scrive Repubblica, piace a molti renziani che non hanno ancora trovato un candidato.  Nel mirino c'è Nicola Zingaretti, finora l'unico candidato ufficiale alla segreteria, bersagliato dal "fuoco amico" perché vuole dialogare con quella parte di elettorato che ha abbandonato il Pd e ha votato M5s. "Pur di non farci vincere preferiscono chiudere il partito", è l'amaro commento del presidente del Lazio con La Stampa accoglie positivamente le parole di Martina e rimanda al mittente le accuse di volere un inciucio con i grillini. "Io voglio solo dialogare con quei milioni di elettori che ci hanno abbandonato, non mi rassegno all'idea di considerarli perduti e credo che molti di loro siano delusi da questo governo che nei fatti è un monocolore leghista".

Il problema dei renziani è trovare un candidato forte e il pressing su Graziano Delrio è effettivamente ripartito, e continuerà, ma pare destinato non avere effetti: l'ex ministro dei Trasporti , nei suoi colloqui privati, si è detto convinto che, così come nel 2012 con Renzi, anche stavolta il suo compito sia dare una mano a far emergere un leader di una nuova generazione. 

 

 

Appuntamento intorno alle 20 per cena e per guardare insieme il Milan, impegnato contro il Cagliari, mezz'ora dopo. Matteo Salvini e Silvio Berlusconi si vedranno domani sera ad Arcore. Un "incontro privato", fanno notare fonti leghiste, per un "saluto". A distanza di un mese e mezzo dall'ultimo faccia a faccia, ovvero la visita del vice premier leghista al Cavaliere, ricoverato al San Raffaele, avvenuta proprio la mattina in cui la commissione di Vigilanza Rai bocciò la candidatura di Marcello Foa, il tema della presidenza Rai rimane sul tappeto. Ma – insistono fonti del partito di via Bellerio – l'incontro sarà anche un'occasione per un "aggiornamento sull'azione di governo", per parlare dei provvedimenti economici e di manovra, e delle iniziative di Salvini al Viminale su immigrazione e sicurezza. 

Il Carroccio non cede su Foa

Sul fronte Rai, la Lega "tiene il punto su Foa", spiega un esponente di spicco del partito, e guarda "con fiducia" all'incontro con Berlusconi. I lumbard si attendono che Forza Italia, il cui voto contrario era stato fondamentale per la bocciatura di Foa in Vigilanza, "condivida la scelta" di candidare nuovamente il giornalista italo-svizzero. E che arrivi il via libera di Berlusconi prima di mercoledì, quando a Palazzo San Macuto sarà discussa la risoluzione presentata da Lega-M5s in cui si chiede al cda di viale Mazzini di procedere a un nuovo voto sulla presidenza, "senza preclusioni alcune sui candidati".

Non è chiaro che tipo di contropartita al via libera su Foa potrebbe chiedere il Cavaliere. Da settimane si parla di possibili richieste di condivisione nella scelta dei candidati a dirigere le reti e i tg della Rai. Ma dal fronte leghista si sottolinea che si tratta di scelte che andranno condivise con gli alleati di governo, M5s, e soprattutto si archiviano come "auto-candidature" tutte quelle emerse fino a ora. Sicuramente, i due leader del centrodestra faranno il punto sullo stato dell'alleanza sul territorio e sul suo futuro. È possibile che Berlusconi, in cambio del sostegno a Foa, possa cercare di strappare qualcosa in più alla Lega in vista delle candidature alle elezioni regionali in Abruzzo, Sardegna e Basilicata. 

Tra Lega e FI torna il sereno

Nel frattempo non ha aiutato ad alleggerire il clima l'intervista in cui il sottosegretario pentastellato Vito Crimi ha evocato un tetto alla pubblicità su giornali e tv. "Non è scritto nel programma di governo", si sono affrettati a precisare i leghisti, placando le preoccupazioni dei forzisti su eventuali tetti alle tv private. E pare che il tema sia stato archiviato velocemente.

In realtà a rassicurare gli esponenti del partito di via Bellerio sarebbe l'atteggiamento mostrato dalle truppe di FI, al rientro, dopo la pausa estiva, in aula, anche alla Camera in occasione della discussione del decreto Milleproroghe. Così come le prese di posizione in difesa di Salvini dopo le critiche del commissario Ue, Pierre Moscovici; da ultima quella arrivata oggi dal presidente dell'Europarlamento, Antonio Tajani. "A me non piace quello che ha detto Moscovici: quello non è un linguaggio consono a un commissario europeo, non deve aggredire o offendere un Paese membro, qui non ci sono dittatori. Il nostro è un Paese democratico", ha detto Tajani, a Potenza per gli Stati generali di FI in Basilicata.