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Sei anni fa lottavano contro gli sfratti, occupando le abitazioni che sarebbero dovute essere sgomberate formando una “barriera umana”, che poi altro non è che la traduzione in italiano del loro croato: Zivi Zid. I metodi per opporsi alla polizia, a quei tempi, erano piuttosto improvvisati: in questo video, uno dei primi caricati sul loro canale YouTube, i manifestanti lanciavano palle di neve agli agenti che cercavano di avvicinarsi a un’abitazione da pignorare.

Zivi Zid è uno dei tre partiti con cui il Movimento 5 Stelle sta dialogando per fondare un gruppo europeo in vista delle elezioni del prossimo maggio. “I croati di Zivi Zid – ha spiegato il leader dei Cinquestelle Luigi Di Maio al Fatto Quotidiano – sembrano quasi noi, con un leader nato nel 1990”. Questo leader, di quattro anni più giovane dello stesso Di Maio, si chiama Ivan Vilibor Sincic e nel 2011 aveva fondato “Alleanza per il cambiamento”, un gruppo di attivisti politici che si occupavano appunto di combattere gli sfratti e che nel 2014 avrebbero assunto il nome attuale, Zivi Zid. Da attivista a politico il passo è stato breve: prima la candidatura a presidente della Repubblica croata nel 2014 (terzo con il 16,4% dei voti), poi l’approdo in Parlamento, un anno più tardi. Seggio confermato anche nelle elezioni del 2016 convocate dopo la caduta del governo di Tim Oreskovic.

M5s e Zivi Zid, simili ma non troppo

Sul profilo Facebook di Sincic piovono i like verso i Cinquestelle: apprezzamenti social per il profilo ufficiale del Movimento e per la pagina di Di Maio, per quella di Di Battista e Roberto Fico, fino al “mi piace” a Beppe Grillo. Ma che cosa accomuna il M5S con il partito croato?

Zivi Zid, nel programma elettorale del 2016, affermava di non essere catalogabile né di destra né di sinistra, ma piuttosto come “umanista”. Il superamento delle categorie politiche è anche un cavallo di battaglia di Di Maio, come ricordato più volte dal suo leader. Tra i cardini dell’offerta politica del partito croato c’era anche l’ambientalismo: “La nostra missione è preservare il nostro pianeta dall’autodistruzione ecologica”, si legge, una posizione predicata a lungo dai grillini.

In materia economica, invece, ecco l’opposizione alla moneta unica verso la quale il Paese croato sembra oramai destinato. Su questo punto, però, arriva l’alt di Di Maio: “I croati non credono nell’euro mentre per noi non si esce dalla moneta unica”. Ma non sarà questo, sostiene il leader pentastellato, a frenare il dialogo che anzi li porterà a firmare insieme un manifesto “di dieci punti che verrà presentato a Roma a febbraio”.

Gli anti-abortisti polacchi e i liberali finlandesi

“Più partecipazione e più diritti sociali”, recita lo slogan del M5S che annuncia “l’Europa della democrazia diretta” che mette “al primo posto i bisogni dei cittadini”.

Un progetto che vedrà la collaborazione, oltre che dei croati di Zivi Zid, anche di finlandesi e polacchi. Questi ultimi sono gli esponenti di Kukiz‘15, il partito di destra (così l’ha definito il report Euroscope 2015 a cura del Sussex European Institute) fondato dalla rockstar Pawel Kukiz.

Kukiz ha 55 anni e un passato da attore, oltre che da cantante. Nel suo lungo curriculum artistico ci sono quattro album pubblicati e la lunga militanza nel gruppo chiamato Piersi, per i quali ha scritto il testo di Caluj Mnie, il loro successo che su YouTube ha raccolto nove milioni di visualizzazioni.

Poi, intorno al 2005, la svolta verso la politica: prima sostenendo Donald Tusk, poi virando sempre più a destra. Dopo l’attentato del 2016 a Nizza, Kukiz arrivò a proporre un referendum per chiedere ai cittadini polacchi se volessero accettare l’arrivo di migranti, ma già l’anno prima aveva manifestato alcune posizioni di chiusura nei confronti degli stranieri nel Paese, una miscela di paura e complottismo: “C’è forse un piano per sparpagliare i polacchi in giro per il mondo, mentre qui in Polonia vengono a vivere persone di altre nazionalità?”, domandava durante un comizio. Poco dopo il suo exploit alle elezioni presidenziali del febbraio 2015, quando Kukiz raccolse il 20,8% dei voti, molti svelarono anche le posizioni contro l’aborto del politico rocker polacco.

 
 
 

 
 
 
 
 

 
 

 
 
 

Ieri sono stato a Bruxelles per incontrare alcune delle forze politiche con cui stiamo lavorando al gruppo europeo di cui farà parte il MoVimento 5 Stelle. Li vedete nella foto. Siamo io, il polacco Pawel Kukiz, il croato Ivan Sincic e la finlandese Karolina Kahonen. Sono leader di movimenti che nei loro Paesi sono alternativi a quelli tradizionali, sono nati da poco e sono giovani, ma hanno un consenso sempre maggiore. Sono le energie più fresche e belle dell’Europa. Su alcune cose non la pensiamo allo stesso modo, ma stiamo preparando un manifesto comune la cui stella polare sarà la democrazia diretta. Il nostro sogno è un’Europa con più diritti sociali, più innovazione e meno privilegi. Un’Europa che mette al primo posto i bisogni dei cittadini. Nei prossimi giorni incontrerò alcuni rappresentanti dei gilet gialli, se leggete le loro rivendicazioni, sono le nostre, speriamo si presentino alle europee. Oggi sul Fatto Quotidiano trovate una mia lunga intervista in cui racconto queste cose. Buona giornata!

Un post condiviso da Luigi Di Maio (@luigi.di.maio) in data: Gen 9, 2019 at 1:26 PST

A stringere la mano al Movimento 5 Stelle c’è anche il gruppo finlandese Liike Nyt, che significa qualcosa come “Movimento Ora”: sono “liberisti”, ha spiegato Di Maio, ma soprattutto vedono di buon occhio la democrazia partecipata sulla falsariga di quanto propone il M5S con la sua piattaforma Rousseau. “Le decisioni che riguardano tutti noi vengono prese da una piccola cerchia di persone”, si legge sul sito di Liike Nyt, che per questo motivo vuole “creare una piattaforma per consentire il miglior processo decisionale”. Obiettivo? “Ascoltare coloro che finora non si sono interessati alla politica”. Tra i sei fondatori del movimento c’è Karoliina Kähönen, la giovane ragazza, con i capelli biondi, apparsa nella foto postata da Di Maio. 

Sornione e avveduto com’era, non poteva che nascere giocando d’anticipo, ed ecco che Giulio Andreotti venne alla luce bruciando sul tempo persino Don Luigi Sturzo. Il buon Sturzo, dopo una ventina d’anni di faticosa gestazione, lanciava il suo Appello ai Liberi e Forti il 18 gennaio 1919: un passo destinato a scrivere un bel pezzo di storia italiana del XX secolo. Non sapeva, Sturzo, che era già nato da quattro giorni chi quella storia non l’avrebbe solo scritta, ma l’avrebbe addirittura fisicamente rappresentata. Di più, l’avrebbe fatta sua, e di sé avrebbe fatto storia, o meglio quello che della storia, dai tempi di Tacito in poi, è la quintessenza. Cioè la politica.

Andreotti era, a vederlo e a parlarci, al tempo stesso consustanzialmente uomo e politica, e non c’era verso di distinguere l’una natura dall’altra. Era come intessuto di politica: negli atteggiamenti, nelle parole, nelle mani, nei capelli che una volta spedì ad un detrattore che sosteneva li tingesse.

Il Segretario di Stato

Beniamino Placido, da brillante intellettuale qual era, in un suo saggio lo paragonò al Conte Zio dei “Promessi Sposi”: un machiavello il cui scopo era quello di sopire e troncare, mantenendo uno statu quo in cui l’Italia irrimediabilmente sarebbe finita sotto il tallone delle truppe di Wallenstein.

Niente di più sbagliato. Andreotti non era un Machiavelli di terz’ordine. Tutt’altro. I palati fini lo hanno avvicinato, piuttosto, al Cardinal Consalvi, e non solo per la sua chiara impronta romana e non poco papalina (inevitabile, per chi cresce tra Via Giulia e la chiesa di San Giovanni dei Fiorentini).

Il Consalvi fu segretario di stato di Pio VII, prima e dopo Waterloo. Ohibò, inorridiscono gli animi laici e risorgimentali: l’emblema dell’oppressione delle spinte innovatrici. E invece, a guardar bene, il Consalvi fu tutto men che questo: affezionatissimo al suo papa, ma pronto a gestire con chiarezza di intenti gli interessi del suo Stato, che poi era quello della Chiesa. E di farlo anche firmando un Concordato con l’arcinemico Napoleone, o applicando con mano leggera i dettami della Restaurazione, che i sovrani europei volevano imposti con ben altra crudezza. In più – ed il particolare non è di poco conto – con un occhio allo sviluppo delle arti, ivi compresi gli stili importati dalla Francia, e all’inserimento di Roma nel grande gioco delle capitali europee. A guardar bene, in Andreotti c’era molto di questo.

Tra Venezia ed Hollywood

Criticò ad esempio il neorealismo (sbagliando) ma a Venezia ci andava per promuovere il cinema italiano, previo permesso di De Gasperi che però gli consigliava di portarsi dietro la moglie: l’ambiente era peccaminoso. Fu lui a varare una leggina, ora dimenticata, per cui Hollywood si spostò sul Tevere, dacché conveniva produrre in Italia piuttosto che in America. Questi i termini: il produttore aveva costi abbattuti per la creazione del primo film, in cambio ne doveva realizzare anche un secondo. Scattò un meccanismo virtuoso per cui tutti venivano a Roma, e fu così, grazie in fondo ad Andreotti, che Anita Eckberg finì nella Fontana di Trevi a farsi ammirare da Marcello Mastroianni, e Walter Chiari poté innamorarsi, ricambiato, di Ava Gardner, e tutti ancora lo invidiamo. Quanto al neorealismo, ci fu tempo per far la pace con De Sica.

L’astio della Thatcher

Se si pensa poi a Roma ed al gioco delle grandi potenze, non si può ignorare che Andreotti – ministro degli esteri per quasi tutti gli anni ’80 – fu uno dei grandi realizzatori del progetto europeista. Per capirne il peso, basti sapere che di lui Margaret Thatcher parlava con lo stesso astio che Henry Kissinger riservava nelle sue memorie ad Aldo Moro. Pare che tutto nascesse da un vertice europeo, ai tempi in cui l’Unione si chiamava ancora comunità economica. La Lady di Ferro si incaponiva con il suo famoso “I want my money back” per ottenere la restituzione dei fondi in eccesso che ogni anno, a suo dire, Londra versava a Bruxelles. Andreotti, che si era messo d’accordo con Helmut Kohl, tirò fuori una cartellina fitta di appunti e di cifre, e le dimostrò che semmai Londra di soldi ne doveva dare ancora. La Thatcher, poco abituata alla sconfitta, non lo perdonò mai. In compenso se Boris Johnson e Nigel Farage avessero studiato un po’ di più la storia di quegli anni forse avrebbero evitato il referendum sulla Brexit.

Il Caso Moro

Si diceva di Aldo Moro. Per uno dei tanti paradossi della Storia, fu Andreotti, non certo un esponente della sinistra democristiana, a guidare nel 1976 un governo retto dall’astensione del Pci, preavviso all’eventuale ingresso dei comunisti nella stanza dei bottoni di un paese della Nato. La democrazia italiana si apprestava a divenire matura, come proprio Moro desiderava. Due anni dopo il Pci avrebbe addirittura votato a favore di un nuovo governo Andreotti. Ma le circostanze erano eccezionali, perché poche ore prima proprio Moro era stato rapito dalla Brigate Rosse. Andreotti, notoriamente goloso, fece un fioretto: se sarà liberato rinuncerò a mangiare per tutta la vita il gelato. Ma gli occhi di Dio in quei giorni erano volti altrove, ed anche Papa Montini, che di Moro era amico, fu costretto a gridare verso l’Alto di Cieli: “Tu, Dio, non hai esaudito la nostra supplica”. E se non fu ascoltato il Papa, figuriamoci se potesse esserlo colui che sarebbe stato soprannominato, di lì a qualche anno, nientemeno che Belzebù.

Del ruolo di Andreotti in quei 55 giorni in cui la Repubblica Italiana sprofondò nel buio si è detto molto, e molto in negativo. Su di lui, come sul resto della dirigenza democristiana dell’epoca, pesa quanto il rapito scrisse nelle sue lettere dalla prigionia, o quanto Leonardo Sciascia vergò nel suo “L’Affaire Moro”. Fu fatto di tutto per salvare il presidente della Dc, oppure fu lasciato morire per una questione di ragion di Stato?  Andreotti fu tra i principali esponenti del partito della fermezza. Osservava che la Democrazia Cristiana non poteva trattare la liberazione di un proprio esponente di primo piano di fronte alle centinaia di uomini dello Stato (magistrati, poliziotti e carabinieri) che erano stati uccisi dei brigatisti. Fu, comunque, l’inizio della leggenda nera andreottiana.

Sotto processo

Una leggenda che si sarebbe nutrita soprattutto di altri due episodi. Il primo l’omicidio di un giornalista, Mino Pecorelli, direttore di una rivista giudicata da molti ambigua. Il secondo la questione della sua presunta collusione con la mafia. Va detto, ed a riguardo citeremo per dovere di terzietà l’Enciclopedia Treccani, che “nel 2004 la Cassazione ha assolto Andreotti dall'accusa di aver colluso con la mafia dopo il 1980 e ha prescritto il reato di associazione per delinquere contestatogli per fatti avvenuti prima di tale data”. Quanto al caso Pecorelli “la Cassazione nel 2003 ha annullato la sentenza della Corte d'Appello, assolvendo Andreotti per non aver commesso il fatto”.

Nel frattempo l’imputato aveva subito un processo per mafia – cui volle assistere udienza per udienza – e le vere e proprie forche caudine di una esposizione televisiva mondiale, con le immagini di lui che usciva dal suo studio il giorno dell’arrivo del primo avviso di garanzia. Se mai c’è stata rappresentazione plastica di cosa sia una caduta in disgrazia, questa fu il video di un Giulio Andreotti dall’aria, per una volta, frastornata che attraversa un portone tra due ali di telecamere e seguito – lui, fino ad allora soprannominato il Divo Giulio  – solamente da un paio d’amici, tra cui il portavoce Stefano Andreani. Se il potere rende soli, la sua perdita fa di te una voce che grida nel deserto.

L’eterno ritorno

Restano a questo punto, per definire il quadro, due elementi. Il primo la sua profonda democristianità. Nessuno, neanche i detrattori più accaniti, ha mai osati negargli di avere una fede profonda. Ancor meno quelli che gli hanno voluto negare l’essere stato profondamente democratico cristiano: probabilmente fin dalla nascita, fin da quando cioè Sturzo limava con la dovuta attenzione i 12 punti del suo Appello. Lui era già lì, pronto a calcolare cosa sarebbe venuto poi.

La stessa cosa la fece sul finire della carriera politica, dopo il tracollo della sua Dc e la dispersione dei suoi eredi, secondo una diaspora che piacque a tutti, persino alla Chiesa Cattolica. Prima aderì al Ppi – mai ebbe commercio con Forza Italia, si badi – poi fu il primo a tentare una funambolica operazione di ricostituzione unitaria del fronte cattolico. Si chiamava “Democrazia Europea”, ed andò a finire male perché probabilmente troppo in anticipo sui tempi. Ma mai dire mai, se si tratta di Andreotti: esiste anche il principio dell’eterno ritorno delle tessere (democristiane).

L’ultimo elemento da considerare è quello della continuità. Andreotti fu sette volte presidente del consiglio, sottosegretario a Palazzo Chigi, ministro di tutto il resto. Si sente ne “Gli Onorevoli”, film con Totò firmato da Sergio Corbucci nel 1963, la seguente considerazione: “Non c’è rosa senza spina, non c’è governo senza Giulio”. Insomma, Andreotti fu l’Italia nella sua versione governativa. Meglio: papalina. Vale a dire quell’Italia che, attraverso una gestione capillare del potere, alla fine si regge su di un patto tra governanti e governati che contempla, più che le grandi sfide, le piccole necessità. Le sfide sono lasciate alla politica e al Cardinal Consalvi, le piccole necessità la politica – e Consalvi – le risolvono paternamente, benignamente. Ma senza illusioni, perché se è vero che a pensar male si fa peccato però spesso ci si azzecca, è anche vero che la riconoscenza altro non è se non la speranza di futuri favori. Due delle frasi preferite da Giulio Andreotti.

Dopo l'espletamento delle ultime pratiche legali con la Bolivia, Cesare Battisti è salito sul volo che lo riporterà in Italia. L'arrivo a Ciampino è previsto nel primo pomeriggio. Catturato dopo essere entrato illegalmente in Bolivia, Battisti è stato immediatamente espulso e consegnato dall'Interpol Bolivia alla controparte italiana all'aeroporto di Santa Cruz.

"Regalo a Salvini? Lavoro di squadra"

Roma si appresta ad accogliere quindi il terrorista che sconterà l'ergastolo per i quattro omicidi commessi all'epoca della militanza nei Proletari Armati per il Comunismo. In Italia intanto infuria la polemica. "Tutti hanno cercato di mettere il cappello sull'arresto di Battisti ma vale – riferiscono fonti parlamentari della Lega – il ringraziamento di Bolsonaro a Salvini". Il messaggio del figlio del presidente Bolsonaro che parla di "regalo" al ministro dell'Interno? "Non mi esprimo su questo, lo ritengo poco importante. Quello che è importante, invece, è che c'è un lavoro di squadra", taglia corto il responsabile della Giustizia, Alfonso Bonafede. Ieri mattina si è subito mosso il presidente del Consiglio Conte che tra l'altro ha avuto un colloquio telefonico con Salvini e il Guardasigilli. Il tentativo subito portato avanti dall'esecutivo è stato quello di far arrivare subito Battisti in Italia (con l'ipotesi di uno scalo a Brasilia).

In un primo momento sembrava che i tempi della 'consegna' potessero allungarsi. Il premier ha sentito al telefono il presidente del Brasile. Poi la svolta: "Battisti rientrerà in Italia nelle prossime ore, con un volo in partenza da Santa Cruz e diretto a Roma", l'annuncio del Capo dell'esecutivo nel pomeriggio.

Altri 50 terroristi nel mirino

Ora la Lega punta ad estradare altri 50 terroristi che si sono rifugiati all'estero. "Certi scrittori, intellettuali e cantanti firmavano appelli per Battisti. Sono orgoglioso di essere nemico di certa gentaglia", afferma Salvini. Soddisfazione quasi bipartisan tra i partiti, anche se nella sinistra radicale c'è chi ha parlato di "amnistia" per Battisti. FI e Fdi si congratulano con le forze della polizia, il Pd ha espresso soddisfazione per l'arresto del terrorista. Ma i dem alzano il tiro: "Dai titoli del tg Rai – scrive in un tweet Anzaldi – scompare la soddisfazione espressa dal Pd, sebbene siano intervenuti i due ex premier Renzi e Gentiloni che al Governo hanno sempre mantenuto una posizione netta contro la fuga del killer in Brasile. Disinformazione continua". "Sull'arresto di Battisti le polemiche non hanno senso. Dobbiamo solo un grazie enorme a Polizia e Intelligence. Oggi vince la giustizia, non un partito politico. Oggi vincono le istituzioni, non gli ultras. Oggi vince la democrazia, non il terrorismo", rilancia Renzi.

In attesa dei provvedimenti su reddito di cittadinanza e quota cento M5s e Lega duellano sulla Tav. Il partito di via Bellerio cavalca l'onda del Sì alla Torino-Lione e chiede all'alleato una mediazione, affinché non salga sulle barricate. Ma Di Maio, pur non contestando la partecipazione della Lega questa mattina in piazza a Torino, respinge ancora una volta anche l'ipotesi referendum caldeggiata di nuovo da Salvini, anche se poi 'apre' alla possibilità che a chiederlo siano i cittadini.

I pentastellati hanno rinviato la discussione del 'dossier' ma rischiano di finire nell'angolo soprattutto se la partita Tav dovesse essere giocata in Parlamento. C'è la tentazione soprattutto da parte delle forze d'opposizione di tentare un 'blitz' alla Camera e al Senato, presentando per esempio una mozione, con l'obiettivo di 'spingere' la Lega a metterci la faccia sull'opera infrastrutturale.

Ma al momento la 'querelle' è tutta politica, Di Maio ha ribadito che deve parlare il contratto di governo, non altro. Intende attenersi al contratto anche Salvini nel chiedere a Conte di evitare promesse ai sindaci sul dl dl sicurezza e soprattutto a Avramopoulos sul tema dell'immigrazione. Il premier lunedì vedrà infatti sia l'Anci che il Commissario europeo per le Migrazioni e gli Affari interni. Con quest'ultimo il presidente del Consiglio parlerà degli immigrati della Sea Watch che arriveranno in Italia per essere accolti dalla Chiesa Valdese.

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"Per quanto mi riguarda dopo che dall'Italia saranno partiti i migranti che devono essere ricollocati in Europa", l'alt imposto dal responsabile del Viminale. Il premier inviterà l'Europa a farsi carico della questione, con lo scopo di scardinare il sistema che prevede una ridistribuzione solo su base volontaria. Anche Salvini incontera' Avramopoulos ma per ribadire la linea dei porti chiusi.

In settimana potrebbe esserci un vertice di maggioranza per fare il punto soprattutto sulle misure da varare ma restano diversi fronti aperti, anche se su legittima difesa e il tema dei referendum propositivi (con quorum al 25%) i due azionisti dell'esecutivo hanno trovato una sintesi. Sintesi che al momento sulla Tav appare lontana. Alle porte c'è il voto regionale (il 10 febbraio in Abruzzo e il 24 in Sardegna) ma soprattutto l'appuntamento con le Europee di fine maggio.

La proposta di legalizzare la coltivazione, lavorazione e vendita della cannabis e dei suoi derivati "non passerà mai". A dare l'altolà al senatore Matteo Mantero, che pochi giorni fa ha presentato la proposta di legge, è il vice presidente del Consiglio e ministro dell'Interno, Matteo Salvini.

La ragione, a sentire Salvini, sembra essere formale: "non è nel contratto di governo". I leghisti, d'altra parte, non potrebbero avallare in alcun modo un progetto di legge che preveda la liberalizzazione della cannabis: "Facciano un governo con qualcun altro", taglia corto il ministro dell'Agricoltura Gian Marco Centinaio.

"Una maggioranza c'è"

Il testo del ddl Mantero prende le mosse dalla proposta di legge presentata nella scorsa legislatura dall'intergruppo capitanato da Benedetto Della Vedova, oggi in +Europa. Ed è il deputato di +Europa, Riccardo Magi, ad avvertire i leghisti: contratto o meno, una maggioranza su questo tema in Parlamento già c'è.

"Si consenta al Parlamento di discuterne, a partire dalla proposta di legge popolare sottoscritta da 67 mila cittadini, che giace dal 2016 nel cassetto del presidente Fico", è la richiesta di Magi: "Se si avviasse l'esame senza 'vincolo di mandato' emergerebbe una maggioranza di deputati e senatori favorevoli alla legalizzazione della cannabis, si tratta di non continuare a evitare la discussione come è stato fatto finora in spregio alla Costituzione e alla volontà dei cittadini".

Stessa richiesta arriva dall'associazione Luca Coscioni che, con Marco Perduca, scommette sul fatto che anche "molti sostenitori, ed eletti, della Lega sono privatamente a favore, in politica occorre assumersi delle responsabilità, niente di meglio che discuterne liberamente e apertamente nelle sedi opportune".

Nel dibattito spicca, tuttavia, il silenzio del Movimento 5 Stelle, di fronte al quale il Pd, per voce della deputata Giuditta Pini, chiede: "Ma qual è la posizione dei 5 Stelle? Sarà interessante vedere se il M5s difenderà compatto la legge o piegherà la testa per tenere salda l'alleanza con la Lega per tenersi le poltrone".

“Mi sembra naturale che i 5 stelle cerchino di accreditare una fratellanza con i gilet gialli. Può restituire loro un po’ della freschezza perduta: in pochi mesi di governo hanno dilapidato buona parte della loro carica di protesta”.

In un’intervista a Il Fatto quotidiano in edicola, il sociologo Marco Revelli, esperto di populismi, spiega punti di affinità e di divergenza tra il Movimento 5 stelle e l’ondata di proteste francesi, spiegando però che il rifiuto da parte dei leader della protesta del supporto offerto da Di Maio è nell’ordine delle cose:

“Mi pare che i grillini sottovalutino il fatto che i populismo di nuova generazione sono attraversati da forme più o meno esplicite di nazionalismi o di radicamento nazionale che li rendono poco compatibili con alleanze trasversali […] si aggiunga che ai francesi l’Italia non è simpatica. I gilet gialli non hanno interesse ad apparentarsi con una forza politica che perde progressivamente la spinta propulsiva originale”.

Che i 5 stelle abbiano perso ‘l’innocenza’ degli inizi, pagandone in termini di consenso, tuttavia sorprende Revelli: succede quando si è al governo, ma che “la perdessero con tanta rapidità e lasciandosi divorare dal socio di minoranza non era così scontato. Oggi, davanti all’impoverimento della componente sociale della politica del governo, si risponde accentuando la disumanità del programma securitario e xenofobo: l’avevamo messo in conto, ma non in questa dimensione”.

Quindi nessuno spazio, per Revelli, all’internazionale delle democrazia diretta evocata da Di Maio: “Mi pare una boiata pazzesca […] Questi movimenti di protesta dal basso non sono facilmente articolabili su scala politica”.

"Il governo sta bene. Abbiamo fatto una manovra economica dopo mille difficoltà, imposte dall'Europa. Abbiamo fatto un percorso di sei mesi complicato". Lo ha detto il vicepremier Matteo Salvini in un'intervista ad Rtl 102.5. "Io non voglio fare saltare nessun Governo – ha aggiunto Salvini – e poi chi sarebbero i 'responsabili' disponibili? Quelli che cambiano casacca dopo sei mesi?". "Sono sciocchezze – ha detto il vicepremier in un'altra intervista stamane a Radio 24 con Maria Latella – lo leggo da sei mesi ma io se prendo un impegno con una persona lo porto fino in fondo, non mi interessano i sondaggi".

Il vicepremier, Luigi Di Maio, rilancia l'invito ai Gilet gialli di marciare insieme: li "incontrerò presto per unirci nell'Ue" dice il leader M5s in un'intervista a Il Fatto Quotidiano "sto formando un gruppo per le Europee. E nei prossimi giorni incontrerò anche alcuni dei Gilet gialli. Stiamo organizzando un contatto, di certo con la parte che crede nell'impegno politico non violento. Se vogliono candidarsi alle Europee, io intendo spiegare loro che gruppo vogliamo creare".

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Un incontro, spiega Di Maio, cui potrebbe partecipare Di Battista, che "sarà con me durante tutta la campagna. E anche Davide Casaleggio ci supporterà mettendo a disposizione Rousseau".

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Ma la campagna di Bruxelles non si ferma ai Gil gialli: "Con polacchi e croati abbiamo quasi chiuso, mentre con i finlandesi contiamo di farlo in dieci giorni. Ma aspettiamo una risposta dai Gilet gialli e ci sono un altro paio di forze politiche con cui trattiamo". Il leader M5s non nasconde di voler creare un gruppo che vuole essere "l'ago della bilancia in Europa, partendo dai punti in comune. Nel gruppo ci sarà libertà di voto e comunque non condividiamo tutto con questi partiti". 

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"La ministra per gli Affari europei Nathalie Loiseau, dopo la mia lettera di ieri mattina ai Gilet Gialli, ha dichiarato: "La Francia si guarda bene dal dare lezioni all'Italia. Salvini e Di Maio imparino a fare pulizia in casa loro". Forse si dimentica di quando il suo presidente, Macron, parlando del nostro governo ci aveva paragonato alla lebbra". Lo scrive il vicepremier Luigi Di Maio su Facebook ricordando le sue parole: "Li vedete crescere come una lebbra, un po' ovunque in Europa, in Paesi in cui credevamo fosse impossibile vederli riapparire".

"Quanta ipocrisia – aggiunge Di Maio – Il popolo francese chiede il cambiamento e un maggiore ascolto delle loro esigenze. Non posso non condividere questi desideri, nè penso di dire nulla di offensivo verso i cittadini francesi. E' chiaro che qualcosa deve cambiare. Come ad esempio è ora di smettere di impoverire l’Africa con politiche colonialiste, che causano ondate migratorie verso l’Europa e che l'Italia si è trovata più volte a dover affrontare da sola".

Mentre dalla maggioranza emergono orientamenti diversi sulla questione dei migranti a bordo della Sea Watch, si apre un nuovo fronte tra Lega e M5s sul referendum propositivo senza quorum, tema molto caro ai pentastellati, che della democrazia diretta fanno una delle loro bandiere. In un'intervista al Tg3, il leader del Carroccio, Matteo Salvini, pur premettendo che "coinvolgere i cittadini è fondamentale" e che "la Svizzera è un modello", afferma che "un minimo di quorum bisogna metterlo, altrimenti qua si alzano in dieci la mattina e decidono cosa fare".

Fraccaro: "È nel contratto ma si esprima il Parlamento"

""Condivido con Salvini l'idea che la Svizzera sia un modello e che i cittadini vadano coinvolti sempre di più nei processi decisionali", ribatte il ministro per i Rapporti con il Parlamento e la Democrazia diretta, Riccardo Fraccaro, "a tal propositivo va ricordato che in Svizzera c'è il quorum zero e che anche il contratto di Governo prevede espressamente di cancellare il quorum, proprio per incentivare la partecipazione attiva". "Detto questo", prosegue Fraccaro, "sulle riforme costituzionali la centralità spetta al Parlamento e non al Governo. Saranno quindi le Camere, non il ministro Salvini né il ministro Fraccaro, a deliberare in merito al quorum per il referendum propositivo, con la consapevolezza che le riforme richiedono quanto meno il tentativo di costruire il maggior consenso possibile e di ascoltare tutti, soprattutto le opposizioni". 

Casellati: "In discussione la democrazia rappresentativa"

Da questo punto di vista, il Pd condivide la posizione di Salvini ed è pronto, riporta Repubblica, a presentare 67 emendamenti. Preoccupata anche la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati. "Gli strumenti di democrazia diretta ci sono già nel nostro ordinamento e hanno rappresentato un arricchimento straordinario per le nostre istituzioni. Penso alle stagioni referendarie e ai concreti 'passi in avanti' compiuti grazie alle scelte dei cittadini su grandi temi, a partire dai diritti civili", ha affermato in un'intervista al Corriere, "ma un referendum senza quorum, con la concorrenza tra proposte delle camere e proposte d'iniziativa popolare, mi sembra possa mettere in discussione il futuro della stessa democrazia rappresentativa".

A ribattere, sempre ai microfoni del Corriere, è lo stesso Fraccaro, il quale ribadisce che "saranno le Camere, non io né Salvini, a deliberare". "La Costituzione è di tutti, quindi le riforme costituzionali vanno fatte cercando il consenso più largo possibile ascoltando tutti, soprattutto le minoranze", ha sottolineato il ministro, "l'iniziativa legislativa popolare rafforzata stimolerà il Parlamento a legiferare in materie nelle quali gli equilibri delle maggioranze renderebbero difficile una decisione. Inoltre indurrà a trovare soluzioni supportate dal consenso popolare e a difenderle nel Paese. In definitiva rafforzerà la legittimazione delle decisioni parlamentari e favorirà una vera stabilità delle decisioni politiche".