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Nel criticare il presidente della Repubblica, il deputato venete Vito Comencini ha usato “toni sicuramente sbagliati” e “sono convinto che si debba mantenere il rispetto, ma è anche chiaro che la maggioranza degli italiani si sente tradita e presa in giro”: lo ha affermato il leader leghista, Matteo Salvini, in un’intervista al Corriere della Sera. “Siamo sempre lì: perché il Pd al governo”, si è chiesto l’ex vicepremier, “a una persona normale questa sembra una follia”.

L’attacco a Sergio Mattarella era venuto dall’assemblea federale della Lega. Dal palco dell’assise, a Pontida, il deputato 31enne di Bussolengo, nel Veronese, Vito Comencini aveva detto: “Mattarella mi fa schifo” perché “mi fa schifo chi non tiene conto del voto del 34 per cento degli italiani”. 

“Possono essere sbagliati i toni… bisogna sempre portare rispetto. Sicuramente sono state fatte scelte che non corrispondono alla volontà popolare nelle ultime settimane ma io non uso l’insulto e propongo agli italiani un cambiamento” ha poi detto il leader della Lega a Pontida.

Salvini ha spiegato l’idea del referendum sul maggioritario “per trasformare il nostro sistema in un sistema in cui chi prende più voti governa”. Poi ha detto di attendere il governo Conte-bis al varco: “Nessuna traversata nel deserto, questi dovranno pure cominciare a lavorare e lì vedremo: Giustizia, scuola, lavoro…”. “Poi, quando i 5 Stelle si accorgeranno di essere diventati una corrente del Pd, allora sì che ci sarà da ridere”. 

 

Aggiornato alle ore 10,50 del 14 settembre 2019.

Nel Pd scoppia la prima grana per il Conte-bis dopo che neppure dalle nomine dei sottosegretari approda un esponente toscano nel governo e in prima linea a protestare ci sono ovviamente i renziani. Oltre a non aver ottenuto ministri, la quinta regione più grande d’Italia (la nona per popolazione), non ha espresso neppure uno tra i 10 viceministri e i 32 sottosegretari nominati oggi.

“Se questa esautorazione è una vendetta contro la vecchia maggioranza del partito o contro Renzi lo si dica con chiarezza altrimenti si dia una spiegazione seria e politica di questa decisione”, ha tuonato il sindaco di Firenze, Dario Nardella, che ha parlato di questione “serissima” e ha chiesto che il segretario Nicola Zingaretti fornisca spiegazioni. “Da toscana sono dispiaciuta che nella squadra di governo non ci siano toscani, spero che non sia semplicemente un modo per colpire Renzi ed il nostro gruppo”, ha lamentato l’eurodeputata Maria Elena Boschi.

“Il problema di una mancata rappresentanza della Toscana nel governo esiste”, ha ammesso il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi tornato nei dem dopo l’esperienza Mds, “qualche giorno fa, assieme alla giunta, avevo chiesto attenzione per la nostra Regione, soprattutto a partire dal tema delle infrastrutture che giudico prioritario per la Toscana. Tuttavia ricondurre questo problema a una vendetta contro Matteo Renzi mi pare profondamente sbagliato e divisivo”. Anche perché, ha osservato, la componente renziana è “ampiamente rappresentata” nell’esecutivo.

“Leggendo la lista dei sottosegretari e viceministri non posso negare la mia profonda delusione e amarezza per la mancanza di nomi toscani del Partito Democratico”, ha protestato l’eurodeputata Simona Bonafè, “qualcuno a livello nazionale dovrà spiegare ai tanti militanti ed elettori toscani il motivo, ad oggi incomprensibile, per il quale la Toscana non sia stata considerata degna di avere un rappresentante ai massimi livelli, o se ci sia una purga Renzi che ancora oggi la Toscana deve pagare”. 

Il Cdm ha completato la squadra di governo con la nomina di 10 viceministri e 42 sottosegretari e 10 viceministri. La maggioranza di posti di sottogverno va al Movimento 5 stelle con 21 sottosegretari e 6 viceministri. Al Pd vanno 18 sottosegretari e 4 viceministri, a Leu 2 sottosegretari e 1 a Maie. 

Presidenza Consiglio dei ministri
Mario Turco (programmazione economica e investimenti)
Andrea Martella (editoria)

Rapporti con il Parlamento: 
Gianluca Castaldi
Simona Malpezzi​

Affari UE
Laura Agea​

Esteri: 
Emanuela Del Re (viceministro)
Manlio Di Stefano
Marina Sereni (viceministro)
Ivan Scalfarotto 
Riccardo Merlo 

Interni: 
Vito Crimi (viceministro)
Carlo Sibilia
Matteo Mauri (viceministro)
Achille Variati

Giustizia: 
Vittorio Ferraresi
Andrea Giorgis​

Difesa: 
Angelo Tofalo
Giulio Calvisi

Economia: 
Laura Castelli (viceministro)
Alessio Villarosa
Antonio Misiani (viceministro)
Pierpaolo Baretta
Cecilia Guerra

Sviluppo economico:
Stefano Buffagni (viceministro)
Alessandra Todde
Mirella Liuzzi
Gianpaolo Manzella
Alessia Morani

Politiche agricole: 
Giuseppe L’Abbate

Ambiente: 
Roberto Morassut

Infrastrutture e trasporti: 
Giancarlo Cancelleri (viceministro)
Roberto Traversi
Salvatore Margiotta

Lavoro:
Stanislao Di Piazza
Francesca Puglisi 

Istruzione: 
Lucia Azzolina 
Anna Ascani (viceministro)
Giuseppe De Cristofaro

Cultura: 
Anna Laura Orrico
Lorenza Bonaccorsi 

Salute: 
Pierpaolo Sileri (viceministro)
Sandra Zampa

Perché non si è avviata una politica migratoria europea in grado di conciliare rispetto dei diritti umani e gestione controllata dei flussi alle frontiere? Perché, quattro anni dopo i picchi del 2015, “siamo ancora al bivio tra ‘porti chiusi’ e ‘facciamo entrare tutti’?” Se lo chiede in una lettera a la Repubblica l’ex premier Enrico Letta, che il quotidiano pubblica nella pagina dei commenti con il titolo “Un patto a Lampedusa”.

Secondo Letta, che oggi insegna a Parigi all’Università SciencesPo, è la mancata risposta a questi interrogativi che ha creato il cortocircuito da cui deriva la proposta, “inaccettabile, di usare per la Commissaria europea la denominazione di ‘protezione del nostro stile di vita’” legata al tema delle migrazioni. La base del ragionamento di Letta, che lancia anche una proposta a suo avviso in grado “di dotare l’Ue di una vera politica migratoria”, analizza ciò che non ha funzionato e la necessità di cambiare a partire dal riconoscimento che la Ue “si è mossa sulla crisi con strumenti vecchi e non ha trovato la forza di modificarli, per egoismi diffusi e per il veto brandito da Ungheria e altri Stati membri”.

In quest’ambito, il Trattato di Dublino – scrive – “è un congegno creato decenni fa in funzione di altri scenari, precedenti alla instabilità e alla mobilità determinatesi dopo le primavere arabe” e per cambiarlo, nonostante i tanti sforzi italiani “non si è mai riusciti a convincere i più riottosi”. Che sono poi l’Ungheria, prima di tutti. “E con i veti ungheresi si rimane al guado”.

Come uscirne, allora? Secondo l’ex premier italiano, “il punto è trovare il coraggio sulla questione di uscire, temporaneamente, dai Trattati Ue. Scelta radicale, ma necessaria. Scelta, tuttavia, non inedita, visto che la si è fatta in almeno due casi emblematici: per Schengen e per la creazione di quel Fondo salva Stati, al quale UK e Repubblica Ceca non parteciparono, e che ebbe un ruolo chiave nell’uscita dalla crisi finanziaria”.

Occorre pertanto “un nuovo Trattato tra i Paesi europei che ci stanno”, purché – avverte Letta – “chi ci sta accetti la regola della maggioranza e si assuma la propria parte di responsabilità”. E questo nuovo ritrovato impegno, questo nuovo Trattato “firmarlo a Lampedusa sarebbe un atto politico e simbolico fortissimo – dovrebbe sostituire quello di Dublino, sopprimendo anzitutto la norma sulla responsabilità tutta in carico al Paese di primo accesso”.

Il Trattato di Lampedusa dovrebbe pertanto “contenere strumenti nuovi” con i quali organizzare l’accoglienza e suddividerne equamente il peso tra i Paesi firmatari, “creando automatismi per scongiurare le penose aste al ribasso cui abbiamo assistito in questi anni a ogni arrivo di una nave”. Con la Francia che ne prende venti, la Spagna quindici, la Polonia zero “e giù con insopportabili dosi di cinismo e ipocrisia”. Secondo Letta “questi agghiaccianti tira e molla sono stati l’immagine peggiore dell’Europa” e devono cessare per far posto “a meccanismi automatici di ricollocazione gestiti da un’autorità centrale europea, dotata di poteri idonei e autorizzata ad applicare criteri di umanità, come i ricongiungimenti parentali”.

Così, con la centralizzazione “si renderà possibile una gestione diversa dei flussi dei richiedenti asilo e dei migranti economici” e allo stesso tempo, si dovranno promuovere i doveri, a partire dall’imparare la lingua locale. Tra gli altri capitoli il controllo della frontiera esterna Ue, il rapporto con i Paesi terzi e il coordinamento con le norme sulle attività di salvataggio in mare”.

Quanto a coloro che mettono i veti, sostiene Letta, “l’Ungheria, se anche accettasse di accogliere i migranti, per le sue dimensioni ridotte, se ne vedrebbe assegnate quote simboliche. Non sarebbe decisiva. Decisiva, invece, lo è stata eccome in questi anni, nel bloccare qualunque avanzamento collettivo”. Ma per far ciò, “ora serve coraggio” scrive Letta nella lettera a “la Repubblica”, l’Italia “deve essere in prima fila” e “la Commissione dovrebbe essere coinvolta nell’iniziativa soprattutto perché gli strumenti centrali che ne deriverebbero dovrebbero essere ad essa collegati”.

CONTE APRE LA PARTITA CON L’EUROPA: A BRUXELLES PER TRATTARE CON VON DER LEYEN
Dopo aver incassato la doppia fiducia alle Camere, il premier avvia la trattativa con la presidente della Commissione Ue: sul tavolo legge di Bilancio e migranti. Vedrà anche Juncker, Tusk e Sassoli.

MAGGIORANZA GIALLOROSSA AL LAVORO SU VICEMINISTRI E SOTTOSEGRETARI
Attesa la lista per completare la squadra di governo.

LO SPREAD APRE IN LIEVE CALO, BORSE IN RIALZO
Differenziale Btp-Bund a 155 punti, tasso del decennale a 1,003%. Milano +0,57% in apertura. I mercati attendono le decisioni di domani della Bce.

TEST ELETTORALE A FAVORE DI TRUMP: AI REPUBBLICANI DUE SEGGI IN CAROLINA DEL NORD
Il presidente esulta: “Grande notte, complimenti a tutti”. All’interno del Congresso non cambiano gli equilibri: la maggioranza resta ai dem.

RUSSIA: L’USCITA DI BOLTON NON MIGLIORA LE RELAZIONI CON GLI USA
Iran all’attacco: la sua uscita dimostra il fallimento della strategia Usa. L’ex consigliere per la Sicurezza pubblica la lettera di dimissioni per dimostrare che non è stato mandato via dal presidente ma ha deciso autonomamente di lasciare.

DAZI: SEGNALI DISTENSIVI DALLA CINA, ESCLUSI 16 PRODOTTI USA
Fuori dall’elenco farmaci antitumorali e pesticidi.

ISRAELE COLPISCE 15 OBIETTIVI HAMAS A GAZA
La decisione dopo che ieri sera il lancio di due razzi aveva costretto il premier Netanyahu a scappare da un comizio.

BREXIT: GLI STUDENTI STRANIERI POTRANNO RESTARE DUE ANNI DOPO LA LAUREA
Modificata la norma del governo May che concedeva solo quattro mesi.

IRAN: ARRESTATI TRE CITTADINI AUSTRALIANI
Si tratta di una blogger con il fidanzato e di una docente universitaria.

COPPIA DI PINGUINI GAY ALLEVERÀ IL PRIMO PULCINO SENZA IDENTITÀ DI GENERE
L’esperimento nell’acquario di Londra Sea Side.

“Comunque se dovesse venire meno la logica maggioritaria sarebbe anche naturale se nascessero prospettive politiche diverse, l’importante è che ci sia il sostegno a questo governo sino alla fine della legislatura. Dopodiché non mi risulta una cosa del genere a breve”. Così Andrea Marcucci, capogruppo Pd al Senato, in un’intervista al Corriere della Sera in edicola che chiede se Renzi farà o meno la scissione a ottobre andandosene così via dal Pd.

Ma è proprio “la logica maggioritaria” che sembra venir meno via via con il passare delle ore. E infatti ad una precedente domanda, in cui il quotidiano chiede a Marcucci se vi sarà o meno una unificazione con Leu, il capogruppo Pd al Senato risponde che “la stessa legge elettorale proporzionale a cui si sta pensando non favorisce la riunificazione”. Varato il governo si guarda, appunto alle alleanze. Anche con i 5 Stelle alle regionali? “Non lo escludo” risponde Marcucci, il quale tuttavia pensa che le alleanze si facciano “sulla base dei programmi e dell’agenda di governo di un territorio” ma qualora questa convergenza ci sia “non vedo ostacoli ideologici e culturali – sottolinea – visto che stiamo insieme al governo nazionale”. In ogni caso, “ampia delega al partito locale”.

E tuttavia resta evidente “che non si cancellano i 15 mesi precedenti e nemmeno i 5 anni prima, ma possiamo superare in maniera leale e corretta i problemi” aggiunge il capogruppo a Palazzo Madama, che sottolinea come del resto, proprio il programma “è un primo segnale molto chiaro” in questa direzione. “Un lavoro – sottolinea – più complicato e faticoso rispetto a quello di mettere insieme due programmi con un contratto, che è poi stata la condanna del governo precedente”.

Ma non si corrono rischi che le divisioni attuali tra i 5Stelle si possano ripercuotere sul governo? A Marcucci però non resta che augurarsi che alla fine prevalga quel senso di responsabilità che si è visto in queste settimane tra Pd e 5 Stelle e anche Leu perché solo in questo modo, dice, “si può fare bene e si può nutrire l’ambizione alta di tirare fuori dalle secche questo nostro Paese”. Se invece dovessero prevalere le logiche dello scontro o “della rivincita personale e di parte” allora “non si andrebbe da nessuna parte”.

Ma di questo aspetto, garante potrebbe essere lo stesso presidente del Consiglio Giuseppe Conte, il cui discorso alla Camera “stato molto ampio” e “ha valorizzato e tenuto conto del lavoro programmatico di queste settimane”. Chiosa Marcucci: “Il dato più positivo è che l’ho visto molto proiettato in avanti, al futuro del Paese e non ripiegato sulle battaglie ideologiche di questa brutta esperienza gialloverde”. 

 

Fari puntati sul discorso che il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, sta tenendo alla Camera, nel giorno in cui si apre il ‘rituale’ della richiesta di fiducia nei due rami del Parlamento. E fari puntati anche sui numeri del Senato – che si esprimerà nella giornata di martedì – dove si registra una maggioranza meno larga che a Montecitorio.

Manovra, rapporti con l’Europa, immigrazione. Dovrebbero essere questi i capisaldi del discorso di Conte per la nascita del nuovo governo giallo-rosso. E non mancherà di ribadire il principio di filosofia politica che gli sta a cuore, quello del perseguimento di un nuovo umanesimo.

Ore 11,16

 “Prima di avviare le mie comunicazioni concedetemi di rivolgere un saluto e un ringraziamento al presidente della Repubblica, riferimento imprescindibile” ha detto Conte.

Ore 11,14

Una potente bordata di fischi è partita da piazza Montecitorio quando dal palco della manifestazione di FdI è stato pronunciato il nome del presidente del Consiglio incaricato, Giuseppe Conte. 

 

 

Sviluppo, crescita, grande riforma fiscale per fare pagare tutti, ma meno. Il taglio del cuneo fiscale, alcuni dei temi che riguardano la prossima legge di Bilancio. Quanto all’Europa: un dialogo critico ma costruttivo e la revisione del patto di stabilità, come ha anche chiesto il capo dello Stato, Sergio Mattarella, nel suo messaggio a Cernobbio.

E sull’immigrazione: l’Italia, sarebbe questa l’indicazione, e’ consapevole di poter dare un contributo fondamentale a partire dalla revisione del trattato di Dublino. Quanto al decreto Sicurezza bis: la necessita’ di tenere conto delle annotazioni del Capo dello Stato. E poi ancora Conte parlerà di disabili e terremotati.

Questo sarà un governo per il Paese, bisogna mettere da parte le conflittualità in uno spirito di leale collaborazione, il messaggio del presidente del Consiglio che sta ancora limando il testo. Conte interverrà, alle 11, a Montecitorio. Dopo il suo discorso vi sarà una sospensione dei lavori d’Aula in modo da consentirgli di depositare il testo al Senato.

Quindi, si svolgerà la discussione generale in Assemblea, con i tempi dettati dalla Conferenza dei capigruppo, e il premier farà la sua replica intorno alle 17. A seguire, le dichiarazioni di voto delle diverse formazioni politiche che siedono in Parlamento. La votazione avverrà per chiamata nominale. E quando la Camera – dove c’è chi stima che i sì a Conte saranno intorno ai 350 – e il Senato avranno approvato la fiducia, il governo entrerà nei suoi pieni poteri.

“Chi aiuta il governo è fuori”. In una intervista al Giornale, Silvio Berlusconi nega ogni appoggio al governo giallorosso: “Forza Italia è nata per combattere la sinistra, ma in Parlamento e non in piazza”.

Quindi accusa il Movimento 5 Stelle e i Partito democratico di essersi aver “unito assistenzialismo e statalismo per evitare il voto”. Secondo Berlusconi è “ingeneroso dare tutte le colpe alla Lega”, ma su Matteo Salvini ammette: “Non lo capisco più”. E lo avverte: “Il monocolore sovranista non potrà mai vincere”. “Matteo non parla al centrodestra”.

Aggiornato alle ore 9,30 del 7 settembre 2019.

La denuncia è arrivata dal deputato della Lega, Massimiliano Capitanio: “Le offese a Matteo Salvini pubblicate lo scorso 4 settembre dal caporedattore di Rai Radio 1 Fabio Sanfilippo sul proprio profilo Facebook sono molto gravi. Abbiamo appena presentato un quesito in commissione parlamentare di Vigilanza Rai per la verifica dei contenuti di questo post”, ha spiegato.

In serata è intervenuto direttamente il leader della Lega: “Mi dà fastidio il tweet di un giornalista della Rai in cui mi invita al suicidio tirando in ballo mia figlia e dicendo che le servirà un percorso di recupero. Tu, Sanfilippo, giornalista pagato dagli italiani, ma come ti permetti?”, ha sostenuto l’ex ministro dell’Interno. Per poi rincarare la dose durante un comizio in serata: “Si deve vergognare”. 

Il post di Sanfilippo:

La Rai – spiega una nota dell’azienda di viale Mazzini – ha avviato un “procedimento disciplinare urgente nei confronti del caporedattore di Rai Radio1”. Vengono considerate “gravissime le affermazioni fatte dal giornalista sul proprio profilo Facebook. All’inizio della settimana prossima la Rai emanerà una disposizione sull’uso dei social da parte dei propri dipendenti”. 

La solidarietà del Pd

Anche il Pd solidarizza con Salvini. “Attacchi inaccettabili e gravi, come altri episodi contro altri leader. Direttore Cdr e Cda prendano distanze, aprano verifica interna, non si può consentire simili barbarie, in attesa che Vigilanza approvi nuovo codice etico”, scrive sul suo profilo Twitter Michele Anzaldi. “Agiremo in Vigilanza Rai. Certe barbarie non vanno mai tollerate, a prescindere da chi le subisce”, aggiunge il senatore e capogruppo del Pd in Commissione di Vigilanza Rai, Davide Faraone.

Interviene in serata anche l’ex segretario dem Renzi: “Nell’ultimo mese ho combattuto una durissima battaglia per mandare Matteo Salvini a casa. Credo – osserva – di aver fatto il mio dovere da cittadino e da senatore. E credo di aver vinto questa battaglia insieme a tante e tanti. Ma proprio per questo rabbrividisco quando leggo il post di un giornalista Rai che parla del suicidio di Salvini entro sei mesi e tira in ballo la figlia del leader leghista. C’è un limite di decenza e di rispetto umano che questo giornalista della Rai avrebbe dovuto rispettare. Ho lottato e lotterò sempre contro Matteo Salvini. Ma chi, pagato coi soldi degli italiani, parla di suicidio di un avversario e addirittura tira in ballo una piccola bambina si deve vergognare”.

“La mia solidarietà a Matteo Salvini, alla sua famiglia, alla piccola bimba ed alla sua mamma”. “La politica – conclude Renzi – non può divenire barbarie. E chi è pagato coi soldi dei cittadini non può esprimersi con questi toni. Per me prima viene la civiltà, poi la battaglia di parte”. 

Teresa Bellanova è il nuovo ministro per le Politiche agricole e ha solo la terza media. Sui social si sono scatenati i leoni da tastiera, che la criticano per il titolo di studio e anche per il suo abbigliamento al giuramento al Quirinale.

Daniele Capezzone, ex parlamentare di Forza Italia, che ha la maturità classica del costoso collegio privato De Merode di piazza di Spagna a Roma ma che non si laureò alla Luiss, twitta sprezzante: “Carnevale? Halloween?”

C’è un motivo per cui Bellanova ha solo la terza media: da teenager lavorò come bracciante, evidentemente perché non aveva alle spalle una famiglia benestante. A 20 anni divenne coordinatrice regionale delle donne Federbraccianti. Intraprese giovanissima una dura lotta contro il caporalato, che tuttora uccide esseri umani stremati nelle campagne del sud. U

na carriera in Cgil fino alla Segreteria nazionale della Filtea. Poi la politica: i Ds, l’Ulivo, il Pd. Viceministro allo Sviluppo economico nei Governi Renzi e Gentiloni. Oggi è ministro delle Politiche agricole nel Governo Conte-bis.

Teresa Bellanova ha un figlio nato nel 1991, Alessandro, di cui non parla molto e tantomeno ama vantarsi, perché (come ha dichiarato) non ritiene che essere genitori sia di per sé un merito. E’ sposata con Abdellah El Motassime, che ha conosciuto nel corso di una missione della Cgil in Marocco, dove lui le faceva da traduttore.