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AGI – Inizia il percorso dell’ultimo progetto leghista di autonomia differenziata. Il Consiglio dei ministri ha approvato all’unanimità, in via preliminare, il disegno di legge preparato da Roberto Calderoli. Il ddl delinea la cornice entro la quale le Regioni potranno, in futuro, chiedere allo Stato il trasferimento delle funzioni e competenze definite dagli articoli 116 e 117 della Costituzione. Ora il testo dovrà passare all’esame della Conferenza unificata e poi del Parlamento.

Nel frattempo la cabina di regia istituita in manovra avrà un anno di tempo per definire i livelli essenziali delle prestazioni e dei servizi (Lep), “nucleo invalicabile” per ‘calcolare’ le risorse da destinare a ogni Regione per ‘coprire’ le spese sostenute per il trasferimento dei servizi.

“Puntiamo a costruire un’Italia più unita, più forte e più coesa”, rassicura Giorgia Meloni, in una nota diffusa in serata. “Il governo avvia un percorso per superare i divari che oggi esistono tra i territori e garantire a tutti i cittadini, e in ogni parte d’Italia, gli stessi diritti e lo stesso livello di servizi. La fissazione dei livelli essenziali delle prestazioni, in questi anni mai determinati, è una garanzia di coesione e unità – insiste il presidente del Consiglio -. Un provvedimento che declina il principio di sussidiarietà e dà alle Regioni che lo chiederanno una duplice opportunità: gestire direttamente materie e risorse e dare ai cittadini servizi più efficienti e meno costosi”.

In conferenza stampa, nella sala polifunzionale di Palazzo Chigi, la presentazione del ddl è affidata a Calderoli, e ai colleghi Elisabetta Casellati e Raffaele Fitto. Il governatore veneto Luca Zaia, tra i promotori del progetto con il referendum veneto e lombardo del 2017, è il primo a esultare e parla di “giornata storica”, mentre il segretario leghista Matteo Salvini si limita a far trapelare di aver inviato un messaggio nelle chat interne della Lega in cui rivendica “l’ennesima promessa mantenuta“.

Tra gli alleati di governo, mostra prudenza Silvio Berlusconi. “Questo è l’avvio di un percorso che dovrà essere condiviso in Parlamento, dove il testo potrà essere ulteriormente migliorato, e che potrà ritenersi concluso soltanto dopo la definizione dei Lep e del loro effettivo finanziamento”, puntualizza il Cavaliere. “Questa autonomia la propose lo stesso Pd anni fa, poi se cambia idea mi spiace per loro”, aggiunge poi Salvini, intervenendo in tv.

Protestano le opposizioni. Dal Pd, Stefano Bonaccini parla di “bozza irricevibile” e annuncia una “mobilitazione”. Mentre il leader M5s Giuseppe Conte accusa Meloni di aver “svenduto” l’Unità nazionale per le regionali in Lombardia. Critica, dal Terzo Polo, anche Mariastella Gelmini: “L’entusiasmo della Lega sul ddl Calderoli approvato oggi in Cdm certifica soltanto che al partito di Salvini hanno concesso di piantare una bandierina elettorale alla vigilia del voto in Lombardia – sostiene l’ex ministra -. Uno spot che non conclude nulla. Per Lep e intese ci vorranno anni”.

All’approvazione del ddl si arriva dopo circa tre mesi e mezzo dal giuramento del governo e quando mancano dieci giorni dalle elezioni regionali in Lombardia.

Nella bozza finale approvata nel pomeriggio dal Cdm sono inseriti alcuni riferimenti al rispetto “dell’equilibrio di bilancio” nella determinazione delle risorse da trasferire alle Regioni sulla base dei costi e fabbisogni standard individuati dai Lep. Nelle scorse settimane, erano stati tolti i riferimenti alla spesa storica che lo Stato ha sostenuto in quella Regione come base del calcolo delle risorse da trasferire in caso di mancata individuazione dei Lep. 

Il percorso tracciato dal ddl, che si compone di dieci articoli, è lungo e abbastanza tortuoso, condizionato alla determinazione dei Lep, che non dovrebbe arrivare prima di un anno. La determinazione dei Lep è demandata a uno o più decreti del presidente del Consiglio dei ministri che, alla fine del relativo iter, dovranno essere predisposti dalla cabina di regia e deliberati dal Consiglio dei ministri. Sugli schemi di dpcm dovranno essere acquisiti l’intesa della Conferenza unificata e il parere delle Camere – che dovrà essere reso entro quarantacinque giorni – prima della relativa deliberazione da parte del Consiglio dei ministri. Spetta alla legge indicare le materie o gli ambiti di materie Lep.

L’articolo due del ddl disciplina il procedimento di approvazione delle intese tra Stato e Regione. L’atto di iniziativa spetta alla Regione richiedente, previo parere degli enti locali, secondo le modalità e le forme stabilite nell’ambito della propria autonomia statutaria. Quindi è trasmesso al presidente del Consiglio dei ministri e al ministro per gli Affari regionali e le autonomie che, acquisita la valutazione dei ministri competenti per materia e del ministro dell’Economia e delle finanze entro i successivi trenta giorni, avvia il negoziato con la Regione interessata.

Lo schema di intesa preliminare tra Stato e Regione, corredato di una relazione tecnica, è approvato dal Consiglio dei ministri su proposta del ministro delegato per gli affari regionali e le autonomie. Alla riunione del Consiglio dei Ministri partecipa il Presidente della Giunta regionale interessata.

Lo schema di intesa preliminare è immediatamente trasmesso per il parere alla Conferenza unificata che deve pronunciarsi entro trenta giorni; trascorso tale termine viene comunque trasmesso alle Camere, per l’esame da parte dei competenti organi parlamentari, i quali potranno esprimersi con atti indirizzo entro sessanta giorni, secondo i rispettivi regolamenti.

Quanto al finanziamento dell’autonomia differenziata, si rinvia a una Commissione paritetica Stato-Regione il compito di individuare le risorse necessarie per l’autonomia differenziata.

La Commissione paritetica Stato-Regione deve procedere annualmente alla valutazione degli oneri finanziari derivanti, per ciascuna Regione interessata, dall’esercizio delle funzioni e dall’erogazione dei servizi connessi alle ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, secondo quanto previsto dall’intesa, in coerenza con gli obiettivi programmatici di finanza pubblica e, comunque, garantendo l’equilibrio di bilancio.

La durata delle intese tra Stato e Regioni, che ciascuna Regione dovrà individuare, non sarà comunque superiore a dieci anni. L’articolo 9, infine, prevede misure perequative e di promozione dello sviluppo economico, della coesione e della solidarietà sociale.

AGI – L’informativa urgente in Parlamento del Guardasigilli Carlo Nordio non ‘placa’ lo scontro tra Pd – sostenuto anche dalle altre forze di opposizione – e Fratelli d’Italia. Anzi, al Senato il clima si fa subito incandescente e a nulla valgono i richiami all’ordine del presidente Ignazio La Russa, con un crescendo di tensione che sfocia nell’abbandono dell’Aula da parte dei senatori dem e di altri esponenti delle forze di minoranza.

Il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, in due interviste – rilasciate al ‘Corriere della Sera’ e al ‘Messaggero’ – ribadisce che non ha intenzione di dimettersi e che i contenuti della relazione del Dap su Cospito “non sono classificati, né secretati e nemmeno riservati“.

“Non c’è motivo di dimettersi – osserva Delmastro – su richiesta esplicita di un parlamentare ho dato conto di un’informativa riservata che non è secretata né classificata”.

Alla domanda se abbia sentito la premier Giorgia Meloni, Delmastro risponde: “Oggi (ieri, ndr). Mi ha chiesto se erano informazioni segrete. Le ho risposto di no. Aggiungo: in un Paese in cui si denuncia che vengono apposti troppi segreti di Stato perché, in un caso in cui i cittadini possono sapere, avrei dovuto comportarmi come chi li vuole tenere al’oscuro?”.

E a chi gli chiede se dal Guardasigilli Carlo Nordio gli sia stata rivolta la richiesta di un “passo indietro”, il sottosegretario risponde: “No, non lo ha chiesto”, aggiungendo inoltre di non vedere “il perché” su una eventuale remissione delle deleghe al Dap.

E ancora: “in una democrazia – conclude – un esponente del governo, davanti a domande precise dei parlamentari, non può omettere o negare circostanze a lui note su documenti non segreti”.

A innescare la miccia, che deflagra in tutto il suo potenziale, erano state le parole pronunciate dal senatore di FdI Alberto Balboni. Un affondo netto contro il partito del Nazareno: “Il Pd si è sentito offeso dalla domanda del collega Donzelli, una domanda retorica che non voleva dire che il Pd sta con la mafia. Ma non vi rendete conto che andando in carcere a trovare Cospito avete aperto una voragine alla mafia? Io sono d’accordo che si possa andare in carcere a visitare un detenuto, ma perché dopo avete fatto una conferenza stampa criticando il 41 bis? Avete aperto una voragine”, dice il senatore del partito di Giorgia Meloni, più volte interrotto dalle proteste dei dem, che invocano l’intervento di La Russa.

Che, però, pur richiamando tutti all’ordine, invita i senatori a lasciar parlare Balboni, “non censuro nessuno”. Ed è qui che le opposizioni abbandonano l’Aula. Dunque, la tensione resta alta. E nel day after del ‘caso Donzelli’, culminato nella convocazione del Giurì d’onore da parte del presidente di Montecitorio, lo scontro si sposta al Senato. “Siamo usciti dall’aula di fronte all’enormità delle parole pronunciate dal senatore Balboni che ha avuto il coraggio di dire che ‘il Pd ha aperto una voragine alla mafia’. Tutto questo senza una parola di censura da parte del presidente La Russa. Inaccettabile. La Meloni si scusi. Ora basta”, tuona la capogruppo dem Simona Malpezzi.

Al fianco del Pd si schierano la sinistra e i verdi e anche i 5 stelle. Non il Terzo polo. Che pure non è morbido nei confronti di Donzelli, della maggioranza e del governo: “Ha ragione chi chiama in causa la presidente del Consiglio. Volete avere una visione dello Stato moderno, con una giustizia liberale, o pensate di rincorrere il giustizialismo forcaiolo di Donzelli e del sottosegretario Delmastro? A voi la scelta”, dice Matteo Renzi in Aula.

E Carlo Calenda, via social, giudica “imabarazzante e imbarazzata” l’informativa di Nordio sul caso Cospito. 

Ma cosa ha detto il ministro per lasciare insoddisfatte tutte le opposizioni? Prima alla Camera e poi al Senato il Guardasigilli ha illustrato punto per punto tutta la vicenda che riguarda l’anarchico Alfredo Cospito, in sciopero della fame e detenuto al 41 bis. Ma è sul ‘caso Donzelli’ che Nordio non entra nel merito: “C’è un’indagine aperta dalla procura di Roma, questa notizia è un elemento di novità. A questo punto, per doveroso rispetto del lavoro degli inquirenti, non possiamo non tenerne conto”, spiega alla Camera.

Le opposizioni manifestano tutta la loro insoddisfazione. Al Senato, due ore dopo, Nordio corregge il tiro: “Non ci pareremo dietro i magistrati di Roma, no ad alibi per dire che ce ne laviamo le mani”, assicura il Guardasigilli, garantendo che riferirà non appena “l’istruttoria” avviata da lui stesso sarà conclusa.

Ma se a Montecitorio la situazione resta nei limiti del dibattito politico, altrettanto non avviene al Senato. Qaunto alla maggioranza, Lega e FI sostengono Nordio, ma non trascendono mai nei toni. Nessun attacco alle opposizioni, così come nessun esplicito riferimento al Caso Donzelli.

Questo alla Camera. Il registro cambia a palazzo Madama. Prima il senatore azzurro Zanettin osserva: “Maggiore prudenza nelle esternazioni sarebbe stata più opportuna”. Poi è il capogruppo leghista Romeo a spingersi un po’ oltre: “Quanto è successo ieri servirà anche a noi della maggioranza da lezione”, e quindi invita “tutti ad abbassare i toni”.

Infine il caos, con l’affondo di Balboni. Parole che confermano la linea del governo o, quantomeno, degli esponenti FdI che siedono nell’esecutivo: nessun arretramento. “Donzelli e Delmastro rimangono al loro posto”, scandisce il capogruppo FdI Tommaso Foti. Concetto già espresso da Matteo Salvini, che però torna ad auspicare che i toni vengano stemperati. Ma è soprattutto il silenzio della premier Meloni a innescare la dura reazione delle opposizioni. “Dispiace che Meloni faccia finta di niente e se non interviene siamo portati a pensare che abbia approvato quanto accaduto ieri”, dice la capogruppo dem Debora Serracchiani.

Tranchant la pentastellata Vittoria Baldino: “Ci risulta difficile pensare che un luogotenente della presidente del Consiglio come Donzelli si sia avventurato su questo crinale senza una regia politica, non ci fate ingenui: sappiamo che il mandato politico arriva da palazzo Chigi. E ministro Nordio la sua reticenza ha il sapore della complicità”. “Affermare in aula che ‘il Pd ha aperto una voragine contro la mafia’ significa essere manichei e forcaioli. Ed è la conferma che quella di Donzelli non era voce dal sen fuggita, ma radicato (e fazioso) convincimento”, afferma il dem Enrico Borghi. Intanto alla Camera Pd e M5s presentano una mozione di censura nei confronti del sottosegretario Delmastro perché gli vengano ritirate le deleghe al Dap. 

AGI – Passa in rassegna a trecentosessanta gradi le principali – e praticamente tutte – realizzazioni del governo nei suoi primi cento giorni. Seduta, con lo stemma di Palazzo Chigi alle spalle, e le bandiere di Italia e Europa al fianco, Giorgia Meloni stila il suo bilancio dei suoi primi cento giorni e alla fine lancia la chiave di lettura per quelli futuri: “Potevamo fare di più? Si può sempre fare di più. Si deve sempre fare di più e meglio ma io sono soddisfatta – sottolinea – del fatto che non sia passato neanche un giorno, sabati, domeniche, feste comprese, senza che abbiamo almeno tentato di dare una risposta. Sempre dalla parte dell’Italia”. 

Un video sui social, dunque, per spiegare ancora una volta direttamente le principali realizzazioni del governo e, in sostanza, rispondere anche a chi si dimostra più esigente verso Palazzo Chigi. “Potevamo fare di più?”, domanda lo stesso presidente del Consiglio per volgere quel dubbio in stimolo verso il futuro e dirsi comunque “soddisfatta” del cammino svolto sin qui.

E dunque, parola a “100 azioni in 100 giorni”, come titola il videomessaggio nel quale Meloni passa in rassegna praticamente tutto. Si va dall’avere “proiettato l’Italia come nazione di nuovo protagonista a livello internazionale”, all’avere “cominciato a difendere i nostri confini dai trafficanti di essere umani”. Dall’Italia che “difende le sue infrastrutture, il suo marchio, le sue eccellenze”, all’investimento “di 30 miliardi per abbassare il prezzo delle bollette per famiglie e imprese”. E poi ancora, ma non solo, dall’avere “impresso un cambio di passo dello Stato nel contrasto all’illegalità”, alla sottolineatura che assume un sapore particolare in tempi di confronto su riforme e Autonomia, quando Meloni rivendica che “abbiamo voluto stabilire il principio che ogni cittadino, ogni Comune, ogni territorio deve avere la stessa attenzione”. 

AGI –  “Basta con l’autoflagellazione” che porta “quasi al suicidio”. Il Pd deve reagire, essere “progressista e riformista”, avere un programma “solido e pragmatico” e recuperare i voti persi. È questa la strada indicata dal candidato alla segreteria dem, Stefano Bonaccini. Si è parlato del futuro del partito, ma non solo, durante la giornata conclusiva di Energia Popolare, la convention programmatica per discutere e approvare le proposte che accompagneranno la sua candidatura alla segreteria.

A far scendere di qualche grado la temperatura in sala, ieri, è stato l’annuncio fatto dal palco dall’eurodeputato indipendente, ex M5S Dino Giarrusso che ha ufficializzato il suo ingresso nel partito. Da quel momento si è alzato un polverone di malumori: non è facile dimenticare i toni duri della ex Iena nei confronti del Pd. E oggi anche Stefano Bonaccini ha in un certo qual modo preso le distanze o quantomeno messo un paletto: chiedendo scuse pubbliche.

“Siamo un partito aperto, ora parte la rimonta”

“Noi siamo un partito aperto a chiunque. E se Dino Giarrusso vorrà entrare e iscriversi al Pd, prima di tutto – sottolinea – chieda scusa a chi ha ferito in passato e dimostri di accettare le regole e il percorso di questo partito”. Fine della storia. Il resto del suo intervento è tutto dedicato alle battaglie del partito.

“Da oggi basta auto flagellazione, parte la rimonta del Pd. Ci vorranno umiltà e pazienza – aggiunge -, tempo e fatica, potrebbe essere anche una traversata nel deserto ma se ci daremo tutti una mano, sono certo che ce la faremo e la prossima volta vinceremo noi. Ve lo prometto adesso”.

Bonaccini rivendica i temi cari alla sinistra, prima di tutto il lavoro, “Siamo la sinistra che mette al centro il lavoro e le imprese serie, che creano occupazione di qualità”, poi i migranti, per i quali servono “flussi regolari e ben programmati” e la scuola.

No alle gabbie salariali

Qui il commento è alle “gabbie salariali” che, dice rivolgendosi “al ministro Valditara e al governo, sono un ritorno al passato inaccettabile. l’Italia deve andare avanti, serve l’opposto di quello che la destra propone. Non stipendi più bassi per il sud ma sgravi maggiori”. Su questo assicura “faremo una battaglia durissima perché le risorse della scuola devono restare alla scuola: per migliorare la qualità dell’offerta formativa” con l’obbligo scolastico che dovrebbe “arrivare ai 18 anni”, e “per alzare le buste paghe di tutti gli insegnanti”. Infine un accenno all’ambiente con l’impegno in prima linea del partito democratico.

“Ci dovranno ringraziare anche in Italia se avremo due nuovi rigassificatori: lo dovranno all’Emilia-Romagna e alla Toscana. In 4 mesi io e Giani  abbiamo autorizzato progetti che in genere richiedono dai 5 ai 10 anni”. “Siamo più patrioti noi” aggiunge spiegando che le cose sono andate diversamente dove c’è il centro destra: “A Piombino, dove governano loro, l’amministrazione, guidata da un sindaco di Fratelli d’Italia, ha addirittura impugnato gli atti del Governo davanti al giudice”. 

AGI – E dopo Peter, Chou Chou, e naturalmente Dudu, ecco Drago e Lupo: Silvio Berlusconi aggiorna, su Instagram, la composizione della ‘famiglia’ canina che popola le sue residenze.

Quanta gioia regalano i nostri amici a quattro zampe“, commenta il leader FI che si fa fotografare in posa su un divano con i cinque cagnolini, tutti bianchi.

AGI – I primi 100 giorni del governo Meloni “sono stati nel complesso molto positivi e tutti gli indicatori lo confermano: dallo spread in discesa, alla borsa che sale, ai dati di crescita del Pil. Ma quello che ci rende più fieri e l’alta fiducia di imprese e famiglie“. E’ il bilancio che traccia il senatore FdI e sottosegretario all’Attuazione del programma Giovanbattista Fazzolari.

“Non siamo riusciti a raccontare bene le cose che abbiamo fatto, eravamo troppo impegnati a farle… c’è stata distanza tra quello che si raccontava che avremmo voluto fare e quello che stavamo facendo. Una narrazione interessata la forza di opposizione e parte della stampa su alcuni provvedimenti”.

Per quello legato al Pos, esplicita, “ci sono state più resistenze dell’atteso, un esempio di come ci troviamo di fronte all’intero contesto occupato in modo militare da dieci anni di governi di sinistra che rende difficile operare per un governo di rottura con il nostro. Quanto a ventilate dissonanze nell’Esecutivo, ricorda Fazzolari, “noi abbiamo una leadership molto forte e grande sintonia tra i partiti. Le polemiche sono state spesso frutto di narrazione. Se poi un ministro dice una cosa e ne nasce una polemica e poi tutto si chiarisce mi sembra la prassi di sempre di tutti i governi”.

La priorità resta “la questione energetica. Bisogna procedere spediti sull’efficientamento delle reti di trasmissioni dell’energia e della produzione domestica” e sul versante economico “per favorire la crescita”, nodo per il quale è “centrale la riduzione della burocrazia con una rapida riforma del codice degli appalti. Ela cosa forse è più importante è garantire legalità e sicurezza ai cittadini”.     

Entro quest’anno, conferma Fazzolari, il Governo conta di presentare al Parlamento “una proposta di riforma senso presidenziale. Il premierato potrebbe avere molti consensi e il ministro Casellati fa un ottimo lavoro”. Quanto all’autonomia, “non c’è braccio di ferro tra noi e sempre entro l’anno pensiamo di varare una legge condivisa anche con le Regioni del Sud”. Sul fronte della giustizia, “lavoriamo a una riforma che riscuote consensi anche fuori della maggioranza”. Questo Governo ha davanti a sé “una gara lunga non i 100 metri. Verremo valutati nel 2027, non ora“.se”

 

Landini: “Questo governo spacca il Paese”

Questo governo spacca il Paese, pensa di poter cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza e sta di fatto delegittimando i corpi intermedi convocando tavoli di confronto finti”. Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, in una intervista al quotidiano La Repubblica, critica le parole del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara sugli stipendi degli insegnanti differenziati tra Nord e Sud.

“Sono parole pericolose – dice Landini – non solo perché così si torna alle gabbie salariali. E perché siamo in piena emergenza salariale per tutti i lavoratori italiani. Ma perché il governo non ha stanziato nemmeno un euro per rinnovare i contratti pubblici nel triennio 2022-2024. Né sta agendo per una vera riforma che colpisca l’evasione fiscale e la rendita finanziaria e consenta di ridurre il carico delle tasse su buste paga e pensioni. Anzi discute di autonomia differenziata e presidenzialismo”.

AGI – Il governo italiano condanna “con forza il vile attentato terroristico” di Gerusalemme ed esprime “il suo cordoglio e la sua vicinanza allo Stato d’Israele e a tutto il suo popolo“.  Alla nota ufficiale di Palazzo Chigi fanno eco le dichiarazioni dei politici italiani che stigmatizzano senza mezzi termini la strage alla sinagoga  – 7 persone morte per i colpi di arma da fuoco sparati da un giovane poi ucciso dalla polizia – di venerdì sera, giornata della Memoria.

La Russa: “Immagini sconvolgenti”

“Le notizie e le immagini provenienti da Gerusalemme sono sconvolgenti. Allo Stato di Israele e al suo popolo giunga il mio cordoglio e la mia vicinanza per questo orribile attacco terroristico che avviene nel Giorno della Memoria”. Sono le parole del presidente del Senato, Ignazio La Russa.

Salvini: “Prego per le vittime”

“Purtroppo la storia maledetta del secolo scorso a qualcuno non insegna niente. Una preghiera per le vittime, tutta la nostra vicinanza al popolo di Israele”. Scrive su Twitter il vicepremier e ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini.

Gasparri: “Vicinanza al popolo eroico di Israele”

 “Nel Giorno della Memoria e durante lo Shabbat un orrendo attentato ha seminato morte a Gerusalemme. Un atto vergognoso e turpe. Non dobbiamo ricordare soltanto gli orrori del passato ma essere accanto a chi nello Stato di Israele perde la vita oggi per colpa di un terrorismo razzista e antisemita. Siamo accanto al popolo ebraico in ogni parte del mondo, siamo accanto allo Stato di Israele e al suo eroico popolo”. Lo dichiara il vicepresidente del senato, Maurizio Gasparri

Dolore e sconcerto per il vile attentato terroristico avvenuto oggi a Gerusalemme. Il mio cordoglio e la mia vicinanza allo Stato d’Israele e a tutto il suo popolo.

— Francesco Lollobrigida (@FrancescoLollo1)
January 27, 2023

Lollobrigida: “Dolore e sconcerto”

“Dolore e sconcerto per il vile attentato terroristico avvenuto oggi a Gerusalemme. Il mio cordoglio e la mia vicinanza allo Stato d’Israele e a tutto il suo popolo”. È il tweet di  Francesco Lollobrigida, ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste. 

AGI – Un patto generazionale per blindare il futuro. A stipularlo sarebbero alcuni trenta-quarantenni del Pd che hanno preso posizione al fianco dei candidati in pole per la segreteria: Elly Schlein e Stefano Bonaccini. Una sorta di spoil system interno alle correnti, con la sinistra che si affiderebbe a esponenti come il vice segretario dem, Peppe Provenzano, e ai deputati Marco Furfaro e Marco Sarracino, avanguardia dell’area Schlein. Dall’altra parte, l’ala riformista e liberal si affiderebbe ad Anna Ascani e Brando Benifei. In mezzo, ma a sostegno di Schlein, c’è Michela Di Biase a rappresentare Areadem.

Lo schema, di cui l’AGI ha scritto nei giorni scorsi, sembra confermato dal fair play che caratterizza questa fase congressuale, con i due candidati alla segreteria che evitano di affondare il colpo l’uno contro l’altro. Una fonte parlamentare vicina all’area Schlein, tuttavia, allontana le voci di un accordo trasversale alle mozioni: “Non c’è nessun patto, ma siamo contenti che la candidatura di Elly Schlein abbia portato altri candidati a schierare una squadra di 42enni”. Il riferimento è alla scelta di Stefano Bonaccini di presentare un comitato nazionale a sostegno della sua candidatura con un’età media di 42 anni e composto in maniera paritetica da uomini e donne.

“Oggi mettiamo in campo una squadra di valore, composta da quarantenni, che rappresenta già quell’idea di rinnovamento che praticheremo a tutti i livelli, non per mandare via qualcuno – perché già in troppi se ne sono andati in questi anni – ma per mettere in campo squadra di dirigenti di alto livello”, ha spiegato Bonaccini nel corso della conferenza stampa con cui ha presentato la sua squadra.

D’altra parte, osservano fonti della mozione Schlein, “l’esigenza di un ricambio generazionale e’ nel Paese, oltre che nel Partito Democratico”. È emerso plasticamente anche sabato scorso, durante un’assemblea in cui “tutti prendevano posizione contro il Job’s Act, ma quasi tutti quelli che erano li’ avevano votato quella riforma.A differenza di altri, Elly Schlein non c’era. Lei non chiede a nessuno di concederle il rinnovamento. Lo incarna”.

Quello che sembra certo è che non tornerà la parola ‘rottamazione’ nel lessico del Pd. E non solo perché Bonaccini lo dice a chiare lettere. Assieme agli esponenti più giovani, infatti, prendono posizione i big dell’attuale gruppo dirigente. È in nome della discontinuità, ad esempio, che Schlein incassa il sostegno di un senatore di lungo corso come Franco Mirabelli, esponente di Areadem.

“Serve una discontinuità che sia percepita fuori da noi, serve una nuova energia e restituire credibilità alle nostre proposte”, spiega Mirabelli che aggiunge un’analisi ‘spietata’ di quanto è mancato al Pd in questi anni di governo: “Non siamo apparsi capaci di dare risposte concrete su molti temi per noi qualificanti e questo ci ha resi meno credibili”. Quindi la scelta: “Elly Schlein propone scelte nette sulla lotta alle disuguaglianze, alla precarietà per la transizione ecologica, e rappresenta un rinnovamento reale e concreto del gruppo dirigente. Serve una persona capace che dimostri che si apre davvero una nuova stagione per il Pd”.

Dall’altra parte, Bonaccini incarna l’affidabilità e l’esperienza a cui si richiama Debora Serracchiani annunciando il suo sostegno al presidente dell’Emilia-Romagna: “Credo che per i passaggi dei prossimi mesi serva una guida solida al Pd, che conosca la situazione del Paese e sappia anche come intervenire: per questo ho deciso di sostenere la candidatura di Stefano Bonaccini”. Patto o non patto generazionale, la sordina che sembra essere stata messa al confronto congressuale potrebbe favorire Bonaccini, ragiona un dirigente dem per il quale “in assenza di un confronto vero, stentano a venire a galla le proposte più innovative”. 

Ieri, ad esempio, è servito lo scontro social tra Schlein e Salvini per fare emergere con forza la proposta di legalizzazione della cannabis, sulla quale Bonaccini si è detto “non in disaccordo”, per poi sottolineare che “comunque la priorità va data al tema dei redditi”. E anche oggi il governatore dell’Emilia-Romagna ha preferito dribblare le domande sulla richiesta inviata dal suo comitato di Bologna alla locale commissione congressuale per un presunto caso di ‘tessere bianche’: “Non so, avranno chiesto chiarimenti: mi auguro che il clima di questo congresso prosegua in questo modo perché stiamo dando l’esempio di come ci su può candidare in alternativa, ma avere una grande capacità di saper riconoscere che siamo tutti parte della stessa famiglia”.

Il caso si è poi chiuso con una nota della federazione dem di Bologna: “La federazione democratica di Bologna – afferma la segretaria Federica Mazzoni – ha svolto tutti gli accertamenti necessari sulle procedure di tesseramento ed è emerso che tutto si è svolto e si sta svolgendo nella massima regolarità. Continuiamo quindi a collaborare per allargare il partito all’esterno e favorire la massima partecipazione”.

Un ‘fair play’ che alimenta anche le voci di Transatlantico secondo le quali alla base dei toni rarefatti di questa fase ci sarebbe una sorta di patto di non belligeranza fra Schlein e Bonaccini, che hanno già governato insieme, come presidente e vice, in Emilia-Romagna. “Non mi stupirebbe”, dice un parlamentare dem vicino a Bonaccini, “ma si tratta più di una prospettiva di metodo che non di un vero e proprio accordo. Stefano è uno abituato a includere, non a tagliar fuori. Non è Renzi”.

In ogni caso, se uscirà vincitore, Bonaccini ha già fatto sapere di voler chiedere agli altri competitor, Cuperlo e De Micheli compresi, di dare una mano alla sua segreteria. E di volersi mettere a disposizione del nuovo o della nuova leader nel caso in cui dovesse uscire sconfitto.

AGI – Una nuova indagine dell’Università di Toronto pubblicata dall’American Psychilogical Association collega direttamente “il consumo costante di informazioni politiche al maggiore stress e deterioramento del benessere emotivo”. Lo rivela il Paìs, secondo cui “gli autori dello studio sottolineano che un meccanismo di prevenzione contro questo malessere è quello di disconnettersi completamente dall’attualità, ma che ciò scoraggia anche dal partecipare all’attività politica”.

Ovvero, i risultati dimostrano che “la politica è altamente personale, un modello che ha conseguenze potenti per la vita quotidiana delle persone”. E aggiungono che, più in generale, “dimostrando in che modo gli eventi politici hanno un impatto personale sul cittadino medio, compresa la sua salute psicologica e fisica”, la ricerca “rivela l’impatto di vasta portata che i politici hanno al di là dei poteri formali che detengono”. Sostanzialmente, i ricercatori hanno scoperto che “pensare a questioni politiche quotidiane evoca emozioni negative, anche quando ai partecipanti allo studio non veniva chiesto di pensare a eventi politici negativi”.

Ma da dove nasce questo tipo di ricerca e studio? Secondo il quotidiano, i ricercatori hanno avviato lo studio perché si sono resi conto di come il rumore del chiacchiericcio politico “avesse completamente intossicato la propria vita quotidiana” producendo una vera e propria “ossessione viscerale, al di là dell’appuntamento con le elezioni ogni quattro anni o dei grandi eventi politici” perché ciò a cui “ci riferiamo è la politica di tutti i giorni”, ha affermato il professor Matthew Feinberg, dell’Università di Toronto, in quanto “le controversie quotidiane della politica moderna hanno un impatto emotivo” sulle persone.

E per misurare il ciclo di iperpoliticizzazione, alimentato dal consumo costante di notizie in ogni momento della giornata sui telefoni cellulari, gli autori hanno progettato lo studio con quattro diversi esperimenti. Feinberg spiega come i primi due campioni siano stati ottenuti da un gruppo di circa un migliaio di persone, cittadini americani (democratici, repubblicani, indipendenti e non affiliati) che ogni notte registravano le proprie emozioni su un diario. “Un’app per tracciare le emozioni”, riassume Feinberg. Nell’applicazione è stato registrato che la normale esposizione alla politica potrebbe persino generare “stress cronico” nei partecipanti.

Conclusione in sintesi: il consumo passivo del rumore di sottofondo da chiacchiericcio politico influisce negativamente sulla salute mentale, quindi per Feinberg è tutto chiaro: “Se l’informazione non motiva ad agire per cambiare le cose, perché sacrificare il proprio benessere per nulla?” I nuovi dati delle ricerca forniscono perciò una “prospettiva psicologica sul motivo per cui le persone smettono di leggere le notizie”.

Non è un caso, infatti, che proprio il Digital News Report 2021 promosso dal Reuters Institute abbia osservato che il 38% degli spagnoli dichiara di “evitare attivamente le notizie”. In quello studio, si osservava appunto che tra i principali fattori per evitarle c’è proprio quello secondo cui esse “generano stati d’animo negativi, spossatezza e discussioni”. Troppe discussioni.

AGI – Primo confronto pubblico tra i quattro candidati governatori in Lombardia, in vista delle elezioni regionali del 12 e 13 febbraio. La prima ‘tribuna elettorale’ è stata organizzata dal TgR ed è andata in onda su Rai 3 all’ora di pranzo. A sfidarsi, in risposte da un minuto a domanda, sono stati il governatore Attilio Fontana (ricandidato dal centrodestra), Pierfrancesco Majorino (centrosinistra e M5s), Letizia Moratti (Terzo Polo) e Mara Ghidorzi (Unione Popolare). 

La polemica si è accesa in particolare sui temi della sanità e dei trasporti. Per quanto riguarda la prima, prendendo la parola Moratti ha rivendicato: “Sono stata chiamata in un momento di estrema criticità e ho portato la Regione Lombardia a diventare la prima per vaccinazioni” anticovid. A stretto giro la risposta ‘velenosa’ di Fontana che, invece, ha parlato della “grande campagna vaccinale realizzata grazie a Guido Bertolaso”.

Moratti ha poi aggiunto che  “la riforma dovrà rafforzare la sanità territoriale e abbattere le liste di attesa”, questione, quest’ultima, “che prima di me non era stata presa in considerazione”. Insomma, “c’è tanto lavoro da fare”. Anche il governatore uscente conferma l’abbattimento delle liste d’attesa come priorità e aggiunge: “In futuro sicuramente la sanità avrà più attenzione al territorio, grazie alle risorse del Pnrr”. 

Inoltre “nelle case di comunità si svolgeranno le vere prese in carico dei pazienti”, e “ritengo importante mantenere altissimo il livello dei nostri ospedali”. Da parte sua Majorino ha sottolineato che “è inaccettabile che si dica ai lombardi ‘se vuoi farti curare, paga’. E’ una giustizia intollerabile, perché ci sono delle eccellenze” nella sanità, ma non si è tutelato abbastanza l’interesse pubblico. Il programma più “radicale”, comunque, lo ha presentato Ghidorzi, secondo cui “la sanità deve tornare a essere pubblica, la salute non è una merce ma un bene comune”.

Sul trasporto pubblico, il bersaglio principale di Majorino e Moratti è stata Trenord, l’azienda che gestisce i treni regionali. Il candidato del centrosinistra ha sottolineato come Fontana e la stessa Moratti “non hanno fatto nulla fin qui, quando hanno governato”. Perché “una cura sul ferro per sostenere il trasporto pubblico, e siamo tutti d’accordo che si doveva realizzare, poteva partire prima. Come mai non si è riusciti in questi anni? Perché non si è toccata la scatola di Trenord? Quali interessi si stanno tutelando?”. 

Per Majorino “i treni per i pendolari in Regione Lombardia non sono accettabili, chiediamo un sacrificio eccessivo” alle persone che tutti i giorni si spostano per lavorare. La risposta del governatore non si è fatta attendere: “Se non si è intervenuti sul ferro è perché Rfi, una società che fa riferimento a Ferrovie dello Stato, non è intervenuta. La rete appartiene a Rfi, quindi Majorino si dovrebbe vergognare perché i ‘suoi’ governi non hanno fatto fare un metro quadrato di trasporto su ferro”.

Insomma, il trasporto ferroviario “funziona se ci sono treni e linea efficienti. I treni li stiamo comprando, la linea dipende da Rfi, non da noi”. Per questo “abbiamo chiesto un intervento, Rfi ha riconosciuto la fatiscenza della linea e si sono impegnati a investire 14 miliardi. Per ora non hanno fatto niente, confidiamo nel ministro Salvini”. Secondo Moratti “Trenord è inefficiente, un servizio non degno della Lombardia. Noi abbiamo la proposta di mettere a bando il servizio”.

Ghidorzi, invece, ha ricordato che “la Lombardia è la regione più inquinata d’Italia. Il tema dei trasporti è fortemente collegato alla qualità  dell’aria, per noi va disincentivato l’utilizzo del mezzo privato. Si può agire prevedendo un piano per un trasporto pubblico che sia integrato ed efficiente”.

Altro tema divisivo sono state le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Moratti, memore dell’esperienza dell’Expo milanese del 2015, ha chiesto che quell’evento sia “un esempio” anche per i Giochi che “in questo momento presentano ritardi rispetto a impianti e infrastrutture”.

Dunque “ci si deve dare rapidamente una mossa”. Dal canto suo, Majorino ha puntualizzato che sarebbe “uno scempio perdere l’occasione delle Olimpiadi”, ma bisogna farle “in modo sostenibile” guardando agli errori del passato, per evitarli. 

Infine, Fontana ha rassicurato tutti: “Le Olimpiadi sono organizzate tramite una Fondazione, che si occupa della realizzazione dei Giochi, degli eventi sportivi, dell’accoglienza di turisti, e che sta realizzando il suo compito in maniera tempestiva. Ci sono opere pubbliche affidate a Regione Lombardia che sono nei tempi previsti; ce ne sono altre affidate a una società  costituita dal governo, formata con un certo ritardo, ma che sta recuperando. Il commissario nominato dal governo garantisce che l’Olimpiade si realizzerà e sarà una grande Olimpiade”.