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“Sento profumo di vittoria, è tutto un crescendo”. In un intervista a Libero Quotidiano Lucia Borgonzoni, la candidata della Lega alla presidenza della Regione Emilia Romagna, dice dice di capire che la vittoria è in pugno “dalle chiamate che mi arrivano ogni giorno, il telefono è impazzito” e che per poter soddisfare le richieste di tutti quelli che la vogliono incontrare “avrei bisogno di un altro anno e mezzo di campagna elettorale”. “Molti li vedrò dopo il voto” promette.

Imprenditori, coop, associazioni di professionisti e commercianti, enti sociali, “tutti”, chiedono di incontrarla perché, a suo avviso, “la sinistra ha abbandonato questa terra. Si è chiusa nei Palazzi” e per il Pd oggi “esistono solo i centri storici dei capoluoghi emiliani”. Non è solo una questione di periferie trascurate: tutta la Romagna e l’Appennino sono stati mollati dai dem” sottolinea Borgonzoni, che attacca: “La sinistra non può permettersi di perdere a Bologna, che è la sua Stalingrado, e il fatto che sia prossima alla capitolazione l’ha mandata fuori di testa, facendole alzare i toni dello scontro”, cosicché accusa, oggi “i dem girano i salotti televisivi pontificando su quanto dobbiamo volerci bene e accusando la Lega di linguaggio violento, ma in questi due mesi mi hanno detto di tutto”.

Ovvero, il fatto che molte donne di sinistra hanno “un concetto a senso unico della solidarietà”, perciò “se sei una donna di centrodestra puoi essere insultata come se niente fosse”. Ecco, dice Borgonzoni, “questo lo trovo inaccettabile”. E aggiunge: “Sono stata raffigurata come una sorta di velina, al punto che perfino Emma Bonino ed Elisabetta Gualmini sono intervenute per fermare le bassezze nei miei confronti e contenere anche il mio rivale, Bonaccini”.

Lei non è preoccupata dall’attivismo delle Sardine e sulla questione del Movimento spontaneo nato pochi mesi fa ha un suo proprio punto di vista: “È un fenomeno tutto interno alla sinistra, che non ci toglie un voto” dichiara. “L’ho detto fin dal primo giorno, quando ho visto le facce di chi era sceso in piazza con loro” prosegue “il nuovo che avanza non può avere come padre tutelare Romano Prodi. L’unica cosa che non ho capito è se sono state studiate a tavolino da tempo o solo dopo che Bonaccini ha deciso di presentarsi nascondendo il simbolo del Pd. In ogni caso, sono il simbolo del fallimento dei dem in Regione”.

Sul giorno dopo il voto, il 27 gennaio, le aspettative di Borgonzoni sono alte: “Sarà una grande festa della democrazia. Il 25 aprile dell’Emilia-Romagna. E inizieremo subito a lavorare. Le priorità sono detassazione e sburocratizzazione”, promette.

Bibbiano ancora nervo scoperto nella campagna elettorale in Emilia Romagna. Piazza della Repubblica, fino a venerdì ‘contesa’ tra Lega e Sardine, per le rispettive manifestazioni annunciate per giovedì prossimo, è stata assegnata al partito di via Bellerio.

Mentre le ‘Sardine’ hanno acconsentito di spostare il loro evento, dalla piazza di fronte al municipio, inizialmente richiesta, a uno spazio vicino, piazza Libero Grassi. La decisione è stata comunicata dal movimento anti-sovranista, dopo un incontro in Questura nel pomeriggio. La Lega in quanto partito politico ha, infatti, la precedenza.

“Noi le promesse le manteniamo”, ha scandito Matteo Salvini dal palco di Maranello, dove ha riunito il popolo leghista, nell’ultimo sabato di campagna elettorale prima del voto del 26 gennaio. “Giovedì prossimo alle ore 18, l’avevo promesso a quelle mamme e quei papà: andare, tornare, portare speranza e dignità nella piazza di Bibbiano perché Bibbiano è una vergogna che grida vendetta al mondo”.

Non c’è stato dunque “il passo indietro” del leader leghista invocato dai quattro fondatori delle ‘Sardine’, che hanno raccolto settemila adesioni per la loro manifestazione. Prima dell’incontro, in Questura, i giovani avevano diffuso un video, su Facebook, in cui chiedevano un “gesto di civiltà” a Salvini. “Chiediamo il primo gesto di civiltà da parte della Lega in questa campagna elettorale. Lasciamo stare Bibbiano – questo il messaggio di Mattia Santori – e parliamo di contenuti. Non strumentalizziamo un caso di magistratura che non ha niente a che vedere con il futuro dell’Emilia Romagna”.

Ma se davvero i due contendenti si incroceranno, giovedì a Bibbiano, è ancora presto per dirlo. Malgrado abbiano ottenuto l’autorizzazione per la manifestazione, infatti, le ‘Sardine’ decideranno lunedi’ sera se confermare l’evento, solo dopo aver incontrato i cittadini del Comune reggiano al centro dell’inchiesta ‘Angeli e Demoni’ su presunte irregolarità nell’affido di minori in Val d’Enza. “Per noi sono più importanti i cittadini di Bibbiano rispetto all’evento in piazza”, spiegano.

Bibbiano, Lega e ‘Sardine’: un mix che, a pochi giorni dal voto, aggiunge benzina ad una campagna elettorale dai toni sempre più duri in una partita ancora apertissima, dove ogni mossa può risultare decisiva.

Sabato è stato il giorno di Maranello per i leghisti. Salvini ha scelto il Comune dove è nata la Ferrari per la manifestazione di chiusura ufficiale della campagna della candidata leghista Lucia Borgonzoni, che, de facto, si chiuderà venerdì 24 a Ravenna.

In testa il cappellino con il cavallino della F1, il capo di via Bellerio ha radunato i governatori leghisti e i sindaci emiliano-romagnoli. Lui e Borgonzoni si sono detti convinti della possibilità di strappare al Pd la Regione, vincendo “bene” contro il governatore uscente Stefano Bonaccini.

Salvini ha ribadito che le vittorie in Emilia-romagna e in Calabria varranno, per lui, come avviso di “sfratto” al governo, arroccato nel Palazzo, con Giuseppe Conte e Nicola Zingaretti che ricordano Maria Antonietta e Luigi XVI.

Poi ha rivolto un nuovo appello ai colleghi senatori che, lunedì, devono decidere dell’autorizzazione a procedere avanzata nei suoi confronti dal Tribunale dei ministri di Catania che lo accusa di sequestri di persona per aver bloccato lo sbarco dei 131 migranti a bordo della nave Gregoretti. “Lo dico a quei senatori che dovranno decidere se mandarmi a processo, chiedo formalmente ‘Mandatemi a processo perché con me verrà processato il popolo italiano'”, ha detto.

Dal canto suo, il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, ha ribadito che per il Pd gli avversari si sconfiggono con la politica e non con le manette e che non vi sono intenzioni persecutorie nei confronti del leader leghista. La critica, però, alla propaganda di via Bellerio è però netta. “Salvini racconta i problemi. Noi proviamo a risolverli”, ha scritto Zingaretti su Facebook. “L’ho detto oggi a una signora che non vota da 15 anni e che il 26 gennaio andrà a votare per il Pd e Bonaccini. Mi aveva chiesto: ‘io vado ma dimmi un motivo chiaro’. Ecco la nostra campagna elettorale. Vicino alle persone, parlando e ragionando per costruire e non per distruggere”. 

“È chiaro che la terzietà solennemente annunciata in Aula dalla presidente del Senato è tale fino a quando non ce n’è bisogno. Infatti nel momento in cui ce n’è stato bisogno Casellati ha fatto una scelta di parte che oggi noi consideriamo gravissima”. È l’opinione espressa dal senatore Andrea Marcucci, capogruppo dem a Palazzo Madama, in un’intervista al Corriere della Sera, nella quale afferma anche che la scelta del presidente del Senato Elisabetta Casellati di avallare la decisione della Giunta del Regolamento sul processo al leader della Lega Matteo Salvini sul caso della nave Gregoretti e l’accusa di sequestro di persona, “è stato uno strappo alle regole molto preoccupante che secondo me pregiudica anche gli equilibri dei lavori futuri”.

Perché, commenta ancora Marcucci, Casellati “si è piegata completamente alle esigenze di una parte politica”. Poi il capogruppo dem a Palazzo Madama spiega anche che “il nostro obiettivo non era quello di partire lancia in resta contro Casellati”, perché anzi inizialmente – sostiene Marcucci –“abbiamo apprezzato la sua disponibilità ad accogliere la richiesta di una parte della maggioranza di integrare la Giunta delle immunità per riequilibrare i numeri, dopodiché è successo quello che è successo”.

E cioè , che Casellati “per venire incontro al centrodestra, mezz’ora dopo che la Giunta si era espressa all’unanimità ha ribaltato la decisione con il suo voto favorevole a un ordine del giorno delle opposizioni che, accortesi del loro errore, chiedevano una deroga sui tempi” dell’autorizzazione a procedere contro Salvini. Un fatto, che il capogruppo dei senatori Pd, reputa “senza precedenti nel metodo, nei contenuti e anche nelle conseguenze”.

Il Movimento 5 Stelle? “Ormai è una costola della sinistra”. È un Silvio Berlusconi a tutto campo quello che, intervistato dall’Agi nella sua villa di Arcore, parla del populismo e del sovranismo, ma anche dell’amicizia con Bettino Craxi e del rammarico per la fine di Gheddafi.

“È una costola che è tornata alla radici più estreme della stessa sinistra. Chiamano quelli del Pd ‘comunisti da salotto’ e vengono ricambiati definiti come ‘comunisti da strada’. Quello che c’è è che loro seguono le spinte più forti dell’invidia sociale e dell’odio. Sono contro coloro che col loro lavoro, col loro sacrificio, hanno raggiunto una posizione di benessere. Pensando poi ai parlamentari dell’altra legislatura – prosegue l’ex presidente del Consiglio – l’87% di questi parlamentari non aveva mai fatto una denuncia dei redditi. Significa quindi che non avevano durante la vita lavorato mai e non avevano mai combinato nulla di buono per se’ e per la propria famiglia”.

Il giudizio sull’esecutivo giallorosso è lapidario:  “Questi signori al governo sono assolutamente inadatti, incapaci, senza quell’esperienza minima necessaria per governare in modo decente”.

Il futuro del partito e del centrodestra

“Non ritengo che nel centrodestra ci sia alcun monopolio sovranista”. Silvio Berlusconi si è voluto soffermare sull’avvenire di Forza Italia. “Il centrodestra lo abbiamo fondato noi 26 anni fa. Noi apparteniamo al Partito Popolare Europeo che è il partito della democrazia occidentale. Dentro al centrodestra siamo essenziali. Senza di noi – afferma l’ex premier parlando nel suo storico ufficio – non solo il centrodestra non vincerebbe le elezioni ma non saprebbe governare e sarebbe una destra – destra, magari estremista. Noi siamo importanti e ci riteniamo il cervello, il cuore, la spina dorsale del centrodestra. Noi siamo in Italia gli unici continuatori, garanti e testimoni della tradizione democratica, liberale, garantista, cristiana, dell’occidente e dei suoi principi. È importante che i cittadini italiani capiscano questa differenza tra noi e tutti gli altri partiti italiani perche’ noi rappresentiamo in Italia quello che e’ la democrazia occidentale”.

La questione libica

“In Libia c’è una crisi grave e noi non contiamo più nulla” dice ancora Berlusconi. “Io ero riuscito attraverso i miei rapporti con Gheddafi a fargli cambiare la sua politica nei confronti dei cittadini, aveva costruito case, dava gratis pane e benzina per il riscaldamento invernale e tante altre cose. Era amato dalla sua gente. Io e lui – racconta l’ex premier – andavamo in giro per Sirte senza nessun accompagnamento, la gente si faceva attorno a lui, gli baciava le mani, i vestiti e poi festeggiava anche me. Era un Gheddafi diverso da quello precedente”.

Gheddafi, continua l’ex premier, “è stato fatto fuori. Io ero assolutamente contrario ma quando sono stato a Parigi c’era la riunione di tutti gli stati europei per decidere cosa fare e gli aerei francesi di Sarkozy sorvolavano già la Libia e bombardavano le truppe di Gheddafi rivolte a Bengasi dove volevano sedare dei movimenti di rivolta”. Per poi aggiungere: “Da allora è venuta la primavera araba e credo che chi ha deciso quelle azioni abbia sulla coscienza piu’ di un milione di morti e tanti sacrifici subiti da tutte le popolazioni della Libia, della Siria e di tanti Paesi del Medio Oriente”.

La figura di Craxi 

“Penso sia il momento giusto per rivalutare la figura di Bettino Craxi. Certamente lui è stato con De Gasperi l’unico politico della prima repubblica che ha meritato il titolo di statista. Io sono stato suo amico per molto tempo, era molto diverso da come lo hanno dipinto certi giornali. Ha inventato per l’Italia una forte politica estera, alleata dell’occidente, agli Stati Uniti ma consapevole degli interessi nazionali. Ha saputo guardare avanti – dice il presidente di Forza Italia – ha capito che in Italia c’era troppa sinistra, che i partiti comunisti erano troppo legati al sistema di potere delle sinistre, che e’ stato contro il compromesso storico, ha capito che c’era bisogno di cambiamenti. Non glielo hanno lasciato fare e hanno usato la giustizia politica per fermare con i processi quel tentativo generoso che lui stava portando avanti con entusiasmo”.

“Finalmente arriva un momento di riflessione, dopo la batosta elettorale del 2018. Per la prima volta si prende atto della necessità di un cambiamento profondo”. In un’intervista a Il Fatto Quotidiano, Achille Occhetto, l’ultimo segretario comunista che nell’89 sciolse il Pci per poi fondare il Pds, manda al Pd un messaggio e un consiglio insieme: “A Zingaretti dico: il cambiamento non può avvenire nel chiuso di un congresso, altrimenti verrà stritolato nella solita dinamica dello scontro di potere tra correnti”.

Secondo Occhetto, infatti è quantomeno necessario convocare un congresso “per promuovere una costituente della sinistra che chiami a raccolta tutte le forze democratiche” in quanto “non ci si può limitare all’ennesimo cambio di nome o all’ingegneria organizzativa” ma è “necessario un coinvolgimento di tutte le energie sociali e intellettuali – penso ai giovani che si battono per l’ambiente, ai sindacati, alle Sardine – che mal sopportano la deriva di destra”.

In una parola, si tratta di dar vita ad “una costituente aperta” che “faccia incontrare tutti i democratici in un luogo del futuro in cui le radici non vengono mutilate, ma possano germogliare su un terreno bonificato dalle fusioni a freddo di centri di potere”. E il motivo principale della necessità di questo metodo di procedere, è che c’è “una sinistra sommersa che cerca rappresentanza”.

Poi Occhetto puntualizza: “ Io non sono entrato nel Pd perché era una fusione a freddo. Poi abbiamo avuto altre scissioni a freddo”. Quanto alle soluzioni possibili, l’ex segretario del Pci dice che “non ho una ricetta”, ma sollecita a “non avere paura di muoversi verso orizzonti inediti”. E chiude così: “È perfino una banalità dire che bisogna ritrovare il dialogo con la gente, purtroppo però è vero”.

“Credo che lo sforzo di Zingaretti sia assolutamente condivisibile in quanto vuole riportare il partito al dialogo con la gente. Dialogo indispensabile: l’unico che lo può fare è il Partito democratico. Cosa che finora non ha fatto bene”: lo ha affermato Romano Prodi in un’intervista a La Stampa in cui si è soffermato sull’iniziativa del segretario dem.

“Zingaretti sta elaborando per il dopo”, ha osservato l’ex premier, “dopo le elezioni regionali. Da quel che ho capito il seminario di Contigliano è fatto per una riforma del partito che verrà successivamente. Di questo c’è bisogno. E circa il giudizio vedremo, perché non ho notizia di come questa riforma verrà fatta”.

Per Prodi “l’obiettivo è quello di ricostruire la fiducia nella democrazia attraverso la partecipazione, e se darà frutti o meno lo vedremo nei mesi prossimi”. “O conseguirà una grandissima partecipazione oppure servirà a poco”, ha sottolineato.

Per l’ex presidente della Commissione europea non si può riproporre “un nuovo Ulivo“. “Le cose del passato non si ripetono mai”, ha osservato, “si fatto in Emilia-Romagna attualmente c’è una larga coalizione che comprende sostanzialmente le forze che componevano allora l’Ulivo: va dai partiti di sinistra a porzioni del centro. C’è davvero uno schieramento larghissimo che tradotto nel linguaggio del 2020 è una coalizione indispensabile in ogni democrazia moderna. È la risposta all’esigenza di una democrazia che è diventata molto complessa”.

“Non intendo a tornare in campo”, ha assicurato l’ex premier, “sono più di undici anni che sono fuori dalla politica. In questo tempo non mi sono mai esposto per alcuna carriera, per nessun incarico e per nessun ruolo. E così continuerò a fare per il futuro. Però continuerò sempre ad esprimere le mie idee e le mie riflessioni. Se la Provvidenza mi conserverà la salute credo sarà utile come esercizio mentale a me, e forse a qualcun altro”. 

Poi intervisene sull’Emilia Romagna: “da cosa intende liberarla Salvini?”, si chiede. “Da un buon governo?. “Il fatto inequivocabile è che in Emilia-Romagna siamo più avanti degli altri”, ha insistito l’ex premier, ricordando che “cresce più delle altre regioni italiane, ha meno disoccupati, ha un’occupazione femminile che non ha confronti, ha speso bene tutti i soldi europei, ha conseguito investimenti nuovi dall’estero, la sanità che da sola, come in tutte le regioni, è la più elevata voce di spesa richiama migliaia di pazienti che qui vogliono farsi curare. Abbiamo assistito a una straordinaria, corale e pressoché completa ricostruzione del terremoto del 2012″.

Prodi ha ribadito di non essere l’ispiratore delle Sardine: “Avrei voluto essere all’origine delle Sardine che hanno creato un clima molto, molto particolare. E’ per questo che la Lega vuole prendere l’Emilia. Perché da noi è nato l’Ulivo, è nato il Vaffa! Anche Grillo cominciò in Emilia. Questa è una regione che è di per se stessa un laboratorio. E non c’è bisogno che Prodi organizzi niente”

Il nuovo nodo del governo sono le tasse sul lavoro, e il tema è presente sulle prime pagine dei giornali. Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri apre il tavolo del cuneo fiscale programmando per venerdi’ un incontro tra il governo e i sindacati. Ma all’orizzonte si profilano già degli ostacoli dentro la maggioranza. Il Movimento 5 stelle, che per la voce della viceministro Castelli, frena e fa sapere che serve prima un’intesa. Nella nuova Irpef c’è un piano per il taglio delle aliquote. Altro tema in prima pagina, lo scontro sul caso Gregoretti e metà dei componenti della Giunta del Senato abbandona i lavori per protesta.
 

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Appuntamento alle 14, al palazzo presidenziale di Ankara. Il faccia a faccia con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è una tappa importante per il presidente del Consiglio Giuseppe Conte che punta a consolidare il ruolo dell’Italia in Libia. Il premier sta facendo ogni sforzo per riportare il dialogo tra il generale Haftar e il presidente del Consiglio presidenziale libico al Serraj e la Turchia, con l’invio di truppe in Libia, è diventata una degli attori principali per evitare l’escalation della tensione tra i due ‘duellanti’.

Conte vede Erdoan a circa quattro mesi dall’incontro a margine dell’Assemblea Generale a New York e dopo poche settimana dall’ultima conversazione telefonica. A testimonianza – sottolineano a palazzo Chigi – della continuità di dialogo con un partner di assoluta rilevanza geo-strategica nella regione. Ankara del resto è membro essenziale della Nato e interlocutore fondamentale per le questioni di sicurezza e dei flussi migratori. 

Per quanto riguarda la cooperazione bilaterale economica poi, la Turchia è il primo mercato di destinazione dell’export italiano nella Regione e il dodicesimo a livello globale. Le imprese a partecipazione italiana in Turchia sono circa 1.400, con significative collaborazioni nei settori automotive, alimentare, infrastrutturale e bancario. Anche gli investimenti turchi in Italia sono consistenti.

Il settore della difesa ha tradizionalmente svolto un ruolo di primo piano nel nostro rapporto economico con Ankara, spiegano le stesse fonti e lo stesso Erdoan ha espresso in diverse occasioni apprezzamento per la collaborazione in atto con le aziende del nostro Paese.

Tuttavia alla vigilia dell’incontro il leader di Italia viva Matteo Renzi pungola il premier, gli chiede di “non permettere a Erdogan e ai turchi di sostituirci come interlocutori in Libia”. Ma l’obiettivo di Conte resta quello di lavorare per la pace e di accelerare per la definizione della conferenza di Berlino. Per questo motivo oggi Conte ha sentito Vladimir Putin, Angela Merkel e di nuovo Al Sarraj, ricevuto ieri a Palazzo Chigi.

Martedì il presidente del Consiglio volerà in Egitto per incontrare anche il presidente Fatah al Sisi che oggi al Cairo ha visto il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel. 

Dalla svolta annunciata dal segretario del Pd alle discussioni all’interno del Movimento 5 stelle, dal caso Gregoretti al referendum sul taglio dei parlamentari. Nella campagna elettorale per le Regionali si inseriscono i temi caldi della politica, e i toni tra i leader si surriscaldano.

Matteo Salvini e Luigi Di Maio sono in Emilia Romagna per sostenere i loro candidati ma durante i loro comizi guardano anche a Roma. Il voto del 26, sostiene il primo, è l’occasione “per mandare a casa pessimi governi locali ma anche per mandare a casa un governo che ne sta combinando di tutti i colori”.

“È evidente che a Salvini non importa niente dell’Emilia Romagna”, replica il ministro degli Esteri da Scandiano, vicino a Reggio Emilia, dove ha sostenuto la candidatura di Simone Benini. “Ogni regione lui la cannibalizza con le sue campagne elettorali in cui i candidati presidente neanche esistono. Esiste lui, fa la sua campagna. In alcune regioni ha vinto e dove ha vinto ha poi lasciato una regione allo sbando”, aggiunge.

A chi gli chiede di un suo possibile passo indietro da capo politico 5s risponde secco: “Se ne sentono tante. Credo che il dibattito interno al Movimento non debba oscurare le cose che facciamo”. Di Maio lancia poi un’altra frecciata all’ex alleato di governo sul tema del taglio dei parlamentari.

Le firme di alcuni senatori del Carroccio per indire il referendum, sostiene, sono “uno sgambetto fatto dalla Lega, l’ennesimo, agli italiani”. Il taglio, ricorda, è stato scritto “insieme alla Lega, lo abbiamo votato insieme, non abbiamo mandato questo Paese in macerie questa estate perché volevamo il taglio dei parlamentari, e ieri la Lega che fa? Firma per fare un referendum…”

Imola e San Patrignano, sono due tappe toccate oggi dal leader della Lega. “Tanti che votavano a sinistra, scelgono e sceglieranno la Lega, per me è la ricompensa piu’ bella”, afferma Salvini che con la candidata Lucia Borgonzoni punta sul tema del lavoro per convincere gli indecisi. Poi torna sull’autorizzazione a procedere contro di lui chiesta dal Tribunale dei ministri di Catania, e attacca la maggioranza che ha chiesto il rinvio del voto della Giunta del Senato a dopo le elezioni. “

Se vogliono processarmi e arrestarmi abbiano la dignità di dirlo e di farlo e dalla settimana prossima. Chiamerò a raccolta gli italiani che la pensano come me per muoverci tutti insieme e se processo deve essere, processo sia”. In un video pubblicato sui social da San Patrignano ironizza quindi sulla decisione di Nicola Zingaretti di indire un congresso e di cambiare radicalmente il Partito democratico. “Una buona notizia della giornata! Come faranno l’Italia e il mondo a fare a meno del Pd?”.

Parole che il segretario dem respinge direttamente, in un duello che sta diventando ormai una costante di questi giorni: “Caro Salvini non ti illudere: vogliamo costruire non sciogliere. Combattere e non arretrare. Aprirci e non chiuderci. Racconti i problemi delle persone, ma li racconti e basta, li crei e non dai mai soluzioni, perché non le hai. Noi i problemi vogliamo risolverli e abbiamo iniziato a farlo”, sottolinea infine rilanciando la sua proposta di un partito nuovo e aperto, che non annetterà – afferma – il movimento delle Sardine.

“Noi non auspichiamo certo le dimissioni di Luigi Di Maio. Non era contro la sua persona che abbiamo redatto quel testo”. Lo assicura in un colloquio con Il Foglio Mattia Crucioli, il senatore ligure che insieme a Emanuele Dessì e Primo Di Nicola ha organizzato la sommossa interna, sottoscrivendo un documento sulla riorganizzazione interna che ha poi illustrato proprio davanti al capo politico, nell’assemblea di giovedì sera.

Una ritrattazione? Un mezzo passo indietro quello del senatore ribelle? Crucioli afferma, semmai, che “il passo indietro di Luigi, a cui noi riconosciamo il merito di svolgere un gran lavoro come ministro degli Esteri, non risolverebbe nulla” in quanto quello che i tre senatori ribelli vogliono, “è un cambio di organigramma, di struttura”.

“Il problema non è Di Maio – precisa Crucioli – ma la mancanza di collegialità nelle scelte, spesso calate dall’alto da entità esterne al gruppo parlamentare”. Il vero problema, semmai, è Rousseau, la piattaforma digitale su cui gli iscritti 5Stelle votano le decisioni del Movimento, e che raccoglie informazioni e dati sensibili. “Quella piattaforma per noi è una risorsa, nessuno lo nega” dice il senatore ligure, “ma di certo – aggiunge – anche su Rousseau e sul ruolo di Davide Casaleggio ci sono dei dubbi”.

“Io, personalmente, a ricostruzioni che vorrebbero una scarsa trasparenza sulle votazioni online o una manipolazione dei dati, non voglio credere. Però è meglio sgomberare il campo da qualsiasi sospetto, per il bene del Movimento” insiste. Ad esempio? “Chi e come decide di indire delle votazioni? Chi stabilisce la formulazione dei quesiti?” si chiede Crucioli, per poi ribattere: “Queste sono perplessità che vari colleghi condividono”.

Poi il senatore torna sulla figura del leader politico e dice: “Se avessimo voluto chiedere la testa di Luigi, avremmo raccolto delle firme, avremmo fatto una votazione” mentre “lo spirito che ha animato la stesura del documento è stata quella di richiedere una struttura di vertice più allargata, collegiale, elettiva. In cui comunque, se non altro per la necessità di rispettare la legge che impone ai partiti di indicare un ‘capo politico’, andrà poi comunque individuato un punto di riferimento, una sorta di primus inter pares”. La decisione è rinviata a marzo quando ci saranno gli Stati generali del Movimento.

Nel frattempo anche a Casaleggio viene chiesto di fare un passo di lato: “Casaleggio – dice Crucioli – dovrebbe essere solo il detentore di uno strumento tecnico, la piattaforma Rousseau, il cui impiego andrebbe regolato, nella nostra visione, proprio su indicazione di quel collegio di persone responsabili della guida del M5s. Non credo che Casaleggio possa avere nulla in contrario”. Quanto al governo, niente rotture per il momento, e i tre senatori ribelli ribadiscono “fedeltà e sostegno alla maggioranza”.