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Il caso del fondo Salva-Stati approvato lo scorso giugno dall’Unione Europea fa risalire, improvvisa, la tensione nella compagine di governo giallorossa. E in un’intervista al Corriere della Sera il capo politico dei 5 Stelle Luigi Di Maio dice, risoluto, di aver “chiesto la convocazione del vertice” del suo gruppo, perché “in Europa siamo stati abituati a colpi bassi in passato, che non abbiamo più intenzione di subire”.

Anche perché il leader 5S si dice sicuro che “Conte non ha firmato nulla”, pertanto “questo non è un vertice contro di lui, anzi lo sosteniamo”. “Ma è giusto fare il punto” sottolinea Di Maio, in quanto “una riforma del Mes che stritola l’Italia non è fattibile”.

Al Corriere che chiede a Di Maio se, come rilevava ieri il segretario Pd Zingaretti in un’intervista a la Repubblica, il governo deve trovare presto un’anima oppure va a casa, il leader pentastellato ribatte che “per il Movimento, dare un’anima a questo governo significa dare tutto per gli italiani” e se ci sono difficoltà “è normale perché siamo nati in poche settimane” ma lui vede “un clima positivo”. “Non roviniamolo – esorta – con slogan per il nostro elettorato”.

Così Di Maio si augura che dopo la manovra ci si sieda a un tavolo e “lavoreremo a un calendario per il 2020”, assicura, “a partire da salario minimo, legge sul conflitto di interessi e riforma della sanità”. Mentre lo Ius soli non è una priorità perché “per le strade la gente non mi ferma per chiedermi lo Ius soli. Mi chiede lavoro, meno tasse, liste di attesa negli ospedali più veloci. L’Italia non è un prodotto da campagna elettorale. Milioni di famiglie aspettano risposte” afferma Di Maio replicando a Zingaretti. Tanto più che quello dello ius soli “è un tema che non è mai entrato nel programma di governo, né entrerà ora” chiosa il leader 5S sbarrando così la porta alle richieste del Pd.

Mentre sulla manovra, Di Maio ribatte alle opposizioni, specie Lega e Fratelli d’Italia: “Ora hanno il coraggio di contestare una legge di bilancio che fa più deficit — quindi è più espansiva — di quella fatta quando eravamo al governo con i sedicenti sovranisti. Io non so dove trovino la faccia”, “se non fosse stato per noi – aggiunge – oggi le famiglie si sarebbero ritrovate l’aumento dell’Iva e 600 euro in più da pagare. Non scherziamo”. Quanto al numero degli emendamenti alla manovra presentato in Aula, Di Maio tranquillizza: “Non deve spaventare, i regolamenti parlamentari permettono una scelta oculata da parte delle forze politiche” dice.

“Lasceremo l’appartamento nel tempo che ci sarà dato per fare un trasloco“. Lo ha detto l’ex ministro della Difesa, Elisabetta Trenta a “mattino24”, su Radio 24. “Mio marito, titolare dell’alloggio, sta presentando istanza di rinuncia della casa. Il suo è un atto d’amore nei miei confronti”, ha proseguito.

“Non mi sono arresa. Mio marito, che è titolare dell’alloggio e che ne ha il diritto, come ha già fatto nel passato quando l’ho demansionato fa un altro passo indietro, ma lo fa per tutelare me e la mia serenità, perché in tre giorni sono stata oggetto di una ingiusta gogna mediatica, e passerò i prossimi giorni a fare le querele” ha spiegato l’ex ministro.

“Non è giusto” ha detto Elisabetta Trenta “che una privata cittadina sia sottoposta a tutto questo per non aver fatto nulla, quindi io mi devo difendere, e facendo questo mi rafforzo, facendo vedere a tutti che c’è qualcuno che ha la faccia pulita fino in fondo. Mio marito per amore sta rinunciando a un suo diritto”.

Una carta d’identità in tre punti: giustizia sociale, giustizia ambientale, giustizia fiscale. E, tra i segni particolari, il rifiuto dei “miti della destra” a cominciare dal ‘machismo’ e dal mito della forza fisica. Nicola Zingaretti parla per più di un’ora davanti ai delegati che, di lì a poco, daranno il via libera definitiva alla riforma dello statuto. Nel farlo disegna il partito che verrà, senza però rinunciare a togliersi qualche sassolino dalle scarpe.

Galvanizzato dalla grande partecipazione fatta registrare dalla tre giorni di assemblea aperta a Bologna, sale sul palco e attacca frontalmente i “cantori di distruzione”, definizione che sembra diretta a Matteo Renzi, colui che ha ammesso di voler fare quello che Macron ha fatto ai socialisti francesi. “Rispetto ai tanti cantori di distruzione di questo partito, dobbiamo muoverci e proiettarci in una nuova dimensione, alle battaglia nazionali e locali che dovremo affrontare”. E aggiunge: “Non si illuda chi combatte il Pd per rosicchiare qualche consenso non fa altro che scavare la fossa per sè e per il centrosinistra”.

L’intervento di Landini scuote la convention

Ma ad animare la giornata del segretario è, a sorpresa, proprio la discussione sull’identità del partito.L’ovazione tributata ieri a Maurizio Landini ha fatto rizzare le antenne all’ala più liberal e riformista del Partito Democratico. E, alla terza giornata di “Tutta un’altra storia”, Giorgio Gori e Lorenzo Guerini avvertono il partito: va bene il cambiamento, ma non si può pensare di ritornare alle categorie del Novecento.

L’antefatto: il leader Cgil, intervenuto ieri alla convention Pd, ha lanciato un duro atto d’accusa a un modello di sviluppo che, ha spiegato, lungi dal garantire maggiore giustizia sociale ha prodotto più sfruttamento nei luoghi di lavoro e divisioni fra gli stessi lavoratori. Ne è seguito un lungo applauso che, evidentemente, ha lasciato perplesse le anime più moderate del partito. E a poco sono serviti gli interventi del gesuita padre Francesco Occhetta e del presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia dal quale, tra l’altro, sono arrivati i complimenti a Zingaretti per essere riuscito a mettere insieme rappresentanti sindacali, della chiesa e del mondo dell’industria.ù

Va bene stare “vicino a pensionati e dipendenti pubblici”, avverte Gori nel suo intervento, “ma non si può essere il partito di queste due sole categorie”. Partendo dalla sua esperienza con chi si è reinventato piccolo imprenditore dopo aver perduto il lavoro da dipendente, Gori ha sottolineato la necessita’ di “dare importanza alla competenza e al merito. Le ragioni dei piccoli imprenditori devono essere anche le ragioni del Partito Democratico”. 

Ancora piu’ netto Lorenzo Guerini per il quale il rischio che corre il suo partito è quello di “cedere alla tentazione della rappresentanza”, ovvero sentirsi appagato dal rappresentare solo una categoria di cittadini e rinunciare così a qualsiasi ambizione di governo, perdendo la capacità di “avanzare una proposta di centrosinistra per l’alternativa”.

Sulla identità del Partito democratico si sofferma il presidente dimissionario dell’assemblea – in attesa che si definisca la squadra della Commissione Europea – affidandosi a una citazione musicale: “Il Pd deve avere coraggio, altruismo e fantasia”. Ma Paolo Gentiloni, al di là delle battute, arriva al fondo della questione quando sottolinea: “Al Pd serve coraggio, altruismo e fantasia”, proprio come il Nino della canzone di Francesco De Gregori: “La sostenibilità e la crescita deve essere la bandiera nostra come di tutta la sinistra europea. Al centro c’è la questione ambientale, che è una occasione straordinaria, a patto di non sottovalutarne i rischi”.

Il riferimento implicito è a questioni come la plastic tax che sta provocando fibrillazioni all’interno della maggioranza di governo, soprattutto per gli emendamenti presentati dagli esponenti di Italia Viva. Ed è a Matteo Renzi che Gentiloni parla, pur senza citarlo, quando dice che il Pd non ha intenzione di “caratterizzarsi perché sventola bandierine sotto forme di emendamenti nei confronti di questo governo”.

“Sconcerto” di M5s per il rilancio dello ius soli

La sfida più contingente del Pd, prima ancora che disegnare l’Italia degli anni Venti del Duemila, è infatti quella di difendere il governo Conte dalle bordate che arrivano dall’esterno e dall’interno, dalle destre e dal Movimento 5 Stelle e Italia Viva. Lo stesso Gentiloni assicura che il Pd “è leale con il governo” e chiede agli alleati la stessa lealtà perché, aggiunge, “vogliamo essere leali, ma non faremo le cariatidi di questo governo”.

Parole che anche il segretario dem ripete, ormai, quotidianamente. E oggi ha voluto dare un assaggio del nuovo corso rompendo gli indugi sui decreti Salvini e sullo ius Soli. I primi sono difesi dai Cinque Stelle che hanno contribuito ad approvarlo con il precedente esecutivo, mentre sui secondi Di Maio e compagni prendono tempo. Così, pochi minuti dopo la frase del segretario, “Ius Culturae e Ius soli sono una scelta di campo del Pd” e “combatteremo per rivedere i decreti Salvini”, fonti del M5s parlano di “sconcerto” per la presa di posizione: “C’è mezzo Paese sott’acqua e uno pensa allo Ius Soli?”, posizione poi ribadita con i cronisti dal capo politico Luigi Di Maio.

Il Partito Democratico si dota da oggi di un nuovo Statuto che lo proietterà, nelle intenzioni di chi vi ha lavorato, negli anni Venti del nuovo secolo. Nicola Zingaretti ha fatto delle parole “unita’” e “apertura” la cifra della sua segreteria e le nuove regole sembrano rispondere a queste due parole d’ordine. Il leader dem ha sottolineato che, dopo il voto dell’assemblea, il Pd sarà “un partito più aperto, che si apre alla partecipazione delle persone, molto più diretta e rendendo protagonista chi ne fa parte”.

Sono undici (più la conferma delle primarie aperte per la scelta del segretario) le modifiche apportate ai 47 articoli che compongono lo statuto democratico, circa un quarto dell’interno impianto normativo dei dem. Eppure, vanno ad incidere su campi che riguardano molto da vicino la vita dei dirigenti e, soprattutto, di elettori e militanti. 

Si è molto discusso se fosse preferibile perseverare sulla strada delle primarie aperte o scegliere una via più breve, ma anche meno ‘democratica’, per la scelta del segretario: alla fine tutti gli attori in campo hanno scelto di mantenere le primarie e dare a elettori e militanti la possibilità di scegliere il segretario.

La novità politicamente più rilevante è ritenuta la fine dell’automatismo per il quale il segretario del Pd è anche candidato alla presidenza del Consiglio: un aspetto legato ad una interpretazione della “vocazione maggioritaria” del partito che voleva i dem elettoralmente autosufficienti. Ma era fondata su un modello rigidamente bipolarista, oggi di fatto scomparso.

In questo modo, invece, la premiership sarà sempre contenibile attraverso le primarie di coalizione, e sarà altrettanto contenibile la segreteria del partito. Al tempo della segreteria di Matteo Renzi, infatti, si è dovuto attendere che l’ex premier lasciasse Palazzo Chigi per convocare il nuovo congresso: il rischio era, infatti, che il venir meno della leadership dell’allora segretario provocasse scossoni anche sulla tenuta del governo.

Il secondo punto politico riguarda la ‘forma’ stesso del partito e dei suoi organi statutari. Il Pd diventa un partito federale, con la nuova direzione nazionale indicata per la metà dai territori ed eletta per i suoi 2 dai territori e per un terzo composta da rappresentanti e amministratori locali, segretari locali e regionali scelti dagli iscritti.

Allo stesso principio risponde anche la nuova assemblea nazionale dei sindaci che si avvale anche di un coordinamento e di un coordinatore che sarà componente della segreteria nazionale. La quarta novità riguarda le regole del congresso che non sarà convocato solo per votare, ma anche per discutere.

È prevista una prima fase per gli iscritti riservata al confronto su documenti politici e contributi tematici; in una seconda fase, per iscritti ed elettori, si terranno primarie aperte per la scelta del segretario e del suo programma di mandato. Introdotta anche la possibilità del Congresso straordinario per tesi su proposta del Segretario. Quest’ultimo punto risponde anche alla necessità di ‘aggiornare’ l’ultimo congresso alla luce di una non trascurabile novità sopravvenuta nell’anno appena trascorso: la mozione Piazza Grande con la quale Zingaretti ha vinto il congresso escludeva qualsiasi possibilità di dialogo con il Movimento 5 Stelle, così come facevano le altre mozioni in campo.

Con la formazione del governo Conte II e l’accordo di governo trovato con Luigi Di Miao e il suo partito, questa impostazione è da considerarsi superata. Lo stesso Zingaretti lo ha sottolineato nella direzione che ha dato il via libera alla riforma del partito. Quinta novità sarà la perfetta parità di genere in tutti gli organismi esecutivi, ad ogni livello. Questo per quanto riguarda i punti più ‘politici’ della riforma.

La piattaforma e i circoli online

Un secondo capitolo riguarda invece la vita di elettori e militanti. La sesta novità riguarda, infatti, la piattaforma deliberativa online Pd per chiedere di aderire, discutere, proporre, scegliere. La piattaforma è aperta a iscritti ed elettori e vuole essere uno strumento con cui “battere il Movimento 5 Stelle sul campo del web”, come Zingaretti ebbe a dire il giorno della presentazione della sua mozione congressuale.

La riforma, inoltre, dà il via libera ai circoli online e ai Punti Pd: i primi permetteranno di ‘liberare’ il partito dal cosiddetto signori delle tessere, ovvero quegli esponenti locali che controllano il tesseramento a livello territoriale, diventando dei veri e propri ‘capibastone’ all’interno del partito. Con i circoli online questo meccanismo sarà superato e il numero dei tesserati sarà certificato e trasparente.

I Punti Pd mirano a strutturare di più il partito a livello territoriale, facendolo uscire dalle sezioni per portarlo dove le persone vivono e lavorano. L’ottavo punto del cambiamento riguarda la creazione di una rete di volontari democratici per azioni e progetti di tutela dei beni pubblici sui territori. Nasce anche la Fondazione per la formazione e la promozione della cultura politica, presieduta da Gianni Cuperlo.

La decima modifica riguarda la sostenibilità ambientale: il Pd sarà il primo partito ad avere un bilancio di sostenibilita’ secondo gli obiettivi di Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Infine, è previsto un piano annuale per la ripartizione e gli incentivi ai territori legati alla promozione del 2×1000 per il finanziamento delle attività.

 

Rispetto alla grande alluvione del novembre 1966, la differenza con l’oggi e che “allora eravamo impreparati, ora in teoria no”. Lo sostiene in un’intervista al Corriere della Sera Pier Paolo Baretta, veneziano doc, ex sindacalista a Marghera, sottosegretario al ministero dell’Economia e delle Finanze per il quale ora “siamo stati colti di sorpresa dalla dimensione dell’acqua alta e dalla frequenza” delle maree, ciò che gli fa presagire “che potrebbe non essere più un fenomeno eccezionale” come del resto testimoniano autorevoli studi che dicono che “basta un aumento della temperatura di un paio di gradi perché dal Polesine al litorale adriatico vada tutto sotto il livello dell’acqua”.

Tuttavia, “se ci fosse stato almeno il Mose in funzione – sottolinea il sottosegretario – non avremmo avuto questa tragedia” che “sarebbe stata in parte arginata”. Anche se Venezia il problema non è l’acqua alta, “con la quale conviviamo, ma il livello che ha raggiunto” precisa.

Ma il punto, secondo Baretta, è che “bisognava superare la fase del commissariamento”, nato giustamente dopo lo scandalo delle tangenti del 2013, “ma l’errore è stato non aver separato la gestione dello scandalo da quella dei lavori, che già allora erano a buon punto. Se li avessimo continuati avremmo avuto il Mose già in funzione”.

Quindi come procedere?

Per Baretta “dobbiamo subito costituire la società di gestione del Mose e decidere quale autorità abbia il potere di spingere il bottone” e a suo avviso “deve essere il sindaco, cioè chi rappresenta la collettività”.

Baretta, che assicura anche che i fondi per Venezia sono già stati stanziati, aggiunge anche che arriveranno a breve altri provvedimenti per l’emergenza, e “sicuramente verranno sospesi i tributi a Venezia e nell’area circostante”.

 

Commentando la sentenza di condanna per i carabinieri ritenuti responsabili della morte di Stefano Cucchi, il leader leghista Matteo Salvini ha detto che rispetta la famiglia ma il caso “dimostra che la droga fa male”. “Che c’entra la droga? Salvini perde sempre l’occasione per stare zitto”, ribatte Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, in diretta a Circo Massimo, su Radio Capital. “Anch’io da madre sono contro la droga, ma Stefano non è morto di droga. Contro questo pregiudizio e contro questi personaggi ci siamo dovuti battere per anni. Tanti di questi personaggi sono stati chiamati a rispondere in un’aula di giustizia, e non escludo che il prossimo possa essere proprio Salvini”.

Con un’intervista rilasciata a La Stampa di Torino mentre si trovava ancora a Washington, il segretario del Pd risponde all’intervista di Matteo Renzi dalle stesse colonne dove ha spiegato di voler fare al Pd quello che Macron ha fatto ai socialisti: togliergli i consensi. “Ogni picconata al Partito democratico è un favore fatto a Matteo Salvini. Questa è la pura verità, e quindi più si colpisce il Pd, più si rafforza la destra. Poi ognuno si assumerà le sue responsabilità” dice Zingaretti, convinto che “non si possa governare tra avversari politici”.

Il segretario dem continua invece a pensare che i democratici siano in Italia “il principale pilastro intorno a cui si può organizzare un’alternativa ad una destra fortissima, che a piazza San Giovanni ha fatto una proposta al Paese ben chiara, alla quale occorre dare una risposta molto netta” e che non vi sia “un’alternativa alla destra italiana che non passi da un nostro forte protagonismo”, quello dem, appunto.

Quanto a Renzi, Zingaretti ritiene che un partito come Italia viva “che fonda la propria identità in negativo sugli altri non abbia molto futuro” perché “chi fonda la propria forza sulla critica degli altri probabilmente ha poco di positivo da dire su se stesso”.

Circa la similitudine con gli Anni Venti del secolo scorso, con la destra all’arrembaggio, Zingaretti afferma poi che “ci sono alcuni fattori drammaticamente simili: la crisi economica, la ricerca dell’uomo forte, la frammentazione della politica, l’incapacità della politica di capire che occorre fare un salto in avanti netto, per dare una risposta alle persone. Io voglio uscire dalle beghe quotidiane, la vera sfida è ricostruire la speranza che le cose possono cambiare. Questo può sconfiggere le destre, non le divisioni nel campo del centrosinistra o le furbizie”.

Sulle quali aggiunge: “Io non voglio distruggere Italia Viva. Non siamo noi che colpiamo il Matteo sbagliato, ma lui che punta l’obiettivo sbagliato. Io lotto contro Salvini, lui contro il Pd”. E sulle imminenti elezioni emiliane che si terranno a fine gennaio 2020, il segretario dem si dice certo che “vincerà Bonaccini” perché “è stato non solo un ottimo presidente, ma sta impostando la compagna elettorale per il bene dei suoi cittadini, contro le invasioni da fuori di chi dell’Emilia Romagna non gliene frega niente”.

Infine anche una battuta sul governo Conte: “Quello che l’Italia si aspetta da questo esecutivo – il numero uno del Pd – è una visione comune, per riaccendere la crescita e indicare un nuovo modello di sviluppo che a mio avviso deve fondarsi su una nuova economia verde” e per questo motivo “non possiamo sottovalutare che la destra italiana ha avanzato, vuole avanzare, una sua proposta al Paese”: Ciò impone che “noi dovremmo farlo nel nostro campo, aggregando le forze migliori della società a comincia”.

(dall’inviato Rita Lofano)

E’ stato con la Speaker della Camera dei Rappresentanti Usa Nancy Pelosi, il primo degli incontri istituzionali a Washington del segretario del Pd, Nicola Zingaretti. “Abbiamo concordato sull’importanza dell’alleanza euro-atlantica e sulla necessità di rilanciarla”, ha riferito il leader dem dopo il bilaterale a Capitol Hill dove oggi prenderanno il via le prime audizioni pubbliche nell’ambito della procedura di impeachment contro il presidente Donald Trump.

Commentando poi la minaccia del tycoon su nuovi dazi contro il Vecchio Continente e in particolare sulle auto, Zingaretti ha osservato che sarebbe “l’ennesimo grave errore” e ha citato il messaggio “puntale” del presidente Sergio Mattarella “sulla necessità di aprire una stagione diversa, soprattutto nei rapporti tra Usa e Europa”.

Dopo una visita al memoriale di Martin Luther King, “per ricordare un grande uomo”, Zingaretti è stato ricevuto alla Casa Bianca dalla vice consigliera per la sicurezza nazionale, Victoria Coates. Tra i temi in agenda, anche la questione dei dazi commerciali. Mentre lui era in riunione, alcuni uomini del suo staff hanno raccontato di essersi intrattenuti al bar della Casa Bianca con la figlia e advisor di Trump, Ivanka, che ordinava un gelato per i suoi figli. “Abbiamo percepito il timore per tutto ciò che è frammentazione e messa in discussione di alleanze strategiche”, ha affermato Zingaretti riferendo dei suoi incontri.

“Il viaggio è stato importante per i democratici italiani. Abbiamo condiviso una strategia con i dem americani: l’impegno a sradicare le paure attraverso grandi battaglie per un nuovo sviluppo, per un ‘green new deal‘, perché si guardi di più alle ingiustizie sociali e soprattutto perché si riaccenda la speranza nelle persone”, ha rimarcato Zingaretti facendo un consuntivo della due giorni americana.

E’ stata una missione importante “anche per il nostro Paese – ha aggiunto – perché i democratici italiani sono una delle forze principali dentro questo governo. E sentire ribadire la volontà di un nuovo protagonismo italiano dentro questa alleanza è fondamentale”. 
 

Messa a punto la prima tranche di riforme costituzionali per controbilanciare gli effetti del taglio dei parlamentari, la maggioranza di governo si prepara ad affrontare il capitolo più spinoso del documento di impegni sottoscritto lo scorso ottobre: la legge elettorale. I giallorossi si riuniranno mercoledì pomeriggio (l’orario indicativo è stato fissato alle 15, salvo rinvii dell’ultima ora) per avviare il confronto sul nuovo sistema di voto, ma si tratterà, viene subito chiarito, solo di un primo giro di tavolo, nulla di più. Di certo, al momento, c’è unicamente il metodo che le forze di maggioranza intendono seguire: una mediazione che porti ad una posizione condivisa, senza fughe in avanti nè tantomeno strappi.

Sarebbe deleterio, viene osservato, se la maggioranza si spaccasse sulla legge elettorale, concordano diversi esponenti delle forze politiche che sostengono l’esecutivo, tanto più in un momento delicato dove il governo è stretto tra manovra e ex Ilva. La base di partenza è un sistema proporzionale ma con dei forti correttivi (tra le ipotesi in campo la soglia di sbarramento al 5% o un doppio turno nazionale con possibile apparentamento).

La proposta di Giorgetti

La strada però sarà lunga, è la previsione fatta dai più. E mentre la maggioranza si appresta ad aprire il secondo capitolo delle riforme concordate, a sparigliare le carte arriva la proposta di Giancarlo Giorgetti di dar vita a un tavolo comune sulle riforme, una sorta di Costituente, per riscrivere tutti insieme le regole del gioco. Proposta che piace al sindaco di Milano Beppe Sala e che viene subito accolta da Matteo Renzi, pronto a sedersi al tavolo.

Le parole dell’ex sottosegretario leghista, però, lasciano freddo il governo e, soprattutto, i 5 stelle, così come la maggioranza del Pd, anche se c’è chi apre spiragli al dialogo.

“Sarò felice di ascoltare le proposte di Giorgetti”, osserva il ministro pentastellato Federico d’Incà, ma “quello di cui ha bisogno il Paese oggi è la stabilità” e solo l’attuale esecutivo, con le riforme messe in campo e da mettere in campo, saprà garantirla, è la convinzione. Giorgetti, nell’illustrare la proposta (“Interesse dell’Italia è che questo governo non vada avanti, ci si mette d’accordo per cambiare le 4-5 cose necessarie, magari anche la legge elettorale per dare la possibilità a chi governa di decidere”) precisa subito di non aver condiviso l’idea con il proprio leader: “Dico semplicemente, non autorizzato da Matteo Salvini, che in questo momento parlerei con gli altri partiti, dicendo: ‘scusate, ma sediamoci a un tavolo per cambiare il gioco e per dare un governo decente a questo Paese'”.

Un’ipotesi che, sottolineano fonti leghiste, non necessariamente contrasta con la linea del partito, che è quella delle elezioni anticipate. Anche se, come del resto dimostra la proposta di referendum, è in corso una riflessione sul sistema elettorale, con una preferenza per il maggioritario. Sul punto Giorgetti stesso è categorico: “Se si fa una legge elettorale proporzionale questo paese è spacciato”.

La reazione della Lega

Da via Bellerio si definisce la proposta dell’ex sottosegretario come “una suggestione”, utile per “smuovere le acque” ma non un “progetto politico definito”. Per il primo cittadino di Milano “il nostro Paese merita una stagione di riforme: senza riforme radicali non si va da nessuna parte”. Quindi, “credo che la proposta di Giorgetti possa aver senso”, dice Sala.

Ma è soprattutto Renzi ad aprire subito all’idea del leghista: “Oggi Giorgetti lancia l’idea di scrivere tutti insieme le regole del gioco. Mi sembra una proposta saggia e intelligente. Italia viva c’è”, scrive su Twitter l’ex premier. Cauto silenzio e prudenza in casa dem, nonostante il capogruppo al Senato, Andrea Marcucci, rilancia: “A Giorgetti proporrei intanto di iniziare a discutere di legge elettorale. Il Pd ha sempre sostenuto che più è ampia la condivisione sul sistema elettorale e meglio è. Per quanto mi riguarda, approvare un testo con il concorso anche della Lega sarebbe un’ottima cosa”.

Certo, nessuno al Nazareno si tirerebbe indietro di fronte a un confronto ampio, tanto più sul sistema di voto, viene spiegato, ma la proposta Giorgetti al momento non attecchisce. Tra i dem – ma anche tra i pentastellati – per ora sembra prevalere la prudenza: “Giorgetti parla per sé o per la Lega?”, è soprattutto l’interrogativo che rimbalza tra i deputati di maggioranza che si occupano del dossier riforme.

“Ormai siamo ad un punto di non ritorno”. La nota di Silvio Berlusconi in cui attacca apertamente Mara Carfagna – senza però mai citarla – apre un solco ancora più ampio dentro Forza Italia. E chi ritiene di rappresentare il ruolo ‘moderato’ del partito azzurro è sempre più propenso ad accelerare sul nuovo progetto politico. La vice presidente della Camera non ha replicato alle dichiarazioni con le quali il Cavaliere se la prende con chi sta portando avanti “una rappresentazione falsa dell’alleanza di centrodestra”.

Raccontano nel partito che molti parlamentari abbiano chiamato direttamente Gianni Letta, gli abbiano chiesto come mai l’ex presidente del Consiglio preferisce affondare il colpo contro chi dimostra – come ha scritto nero su bianco l’ex premier – un atteggiamento “irrispettoso per la mia storia” parlando “di un appiattimento ad una ‘generica destra sovranista’”, piuttosto che dichiarare su quanto successo in Iraq.

“Così – sostiene anche chi assiste in maniera neutrale alla ‘guerra’ intestina azzurra – tutti ci facciamo del male”. Eppure anche coloro i quali intendono staccarsi da Forza Italia, in quanto – spiega una fonte parlamentare – “è l’unico partito liberale in Europa che è succube della destra”, stanno vivendo un momento delicato.

Un travaglio personale, un tormento perché – assicura un’altra fonte – “non è mai facile dire addio ad una storia durata 25 anni”. Non è stata presa alcuna deliberazione, ma i ‘moderati’ rilanciano la tesi della Carfagna: “Un conto è l’alleanza con la Lega e Fratelli d’Italia, un altro è la sudditanza. Vogliamo rappresentare un’area di centro che ormai non esiste più”.

Fare ‘concorrenza’ a Renzi e Calenda però – questo il ragionamento – non vorrebbe dire andare a rafforzare le fila della maggioranza. Ma la tesi dei ‘berluscones’ è che la vicepresidente della Camera stia lavorando proprio in quella direzione. “Chi va a fare la stampella al governo è un irresponsabile. Basta con il controcanto, ognuno si assuma le proprie responsabilità”, ha spiegato il Cavaliere a chi lo ha chiamato oggi.

In serata la nota: “Far intendere che ci sia bisogno di un nuovo e diverso contenitore per i liberali e i moderati significa essere in malafede o ignorare la realtà. La frammentazione ha sempre determinato avventure politiche di cortissimo respiro”. Dunque chi lavorava affinché si arrivasse ad una possibile ‘separazione consensuale’ dovrà rinunciarci. “Se la Carfagna lascia tradirà come hanno fatto altri”, il ‘refrain’. “Una comunità – spiega chi ritiene che FI stia andando a rimorchio della Lega – non si tiene insieme con le minacce, ma con le idee e una prospettiva politica”.

Carfagna, Renzi e “Forza Italia Viva”

A due giorni dall’apertura e dalla successiva frenata di Mara Carfagna nei confronti di Italia Viva, non si spengono le polemiche dentro Forza Italia. In molti chiedono al presidente del partito di non privarsi di una risorsa come quella rappresentata dalla vice-presidente della Camera. Ma Silvio Berlusconi risponde con un comunicato che non ammette repliche.

Respinge, in primo luogo, l’interpretazione secondo cui Forza Italia sarebbe ormai una ridotta dei sovranisti. Si difende, e difende il suo partito, dalle insinuazioni sulla natura del’astensione di Forza Italia in occasione del voto che istituiva la Commissione Segre. Ma soprattutto, ‘stoppa’ le velleità di chi vorrebbe creare un nuovo contenitore liberal fuori da Forza Italia: “Una operazione di corto respiro”.

Messaggi inviati a Mara Carfagna, certo, ma anche e forse soprattutto a Matteo Renzi, indicato da molti nel parito come l’autore di una Opa ostile nei confronti dei parlamentari forzisti. La deputata, nei giorni scorsi, aveva risposto così a chi gli chiedeva di una possibile collaborazione con l’ex rottamatore: “Se Renzi dichiarasse di non voler più sostenere il governo di sinistra, Forza Italia Viva potrebbe essere una suggestione”.

Un’offerta che Renzi ha colto al volo, dicendo di lasciare la porta aperta a Carfagna e a chi, come lei, volesse entrare in Italia Viva per dare corso al ‘mashup’ immaginato dalla vice presidente della Camera. E anche se la stessa Carfagna rivede, poco dopo, la sua posizione spiegando che il suo campo politico è e resterà il centrodestra”, la ‘frittata’ è ormai fatta.

Alla base della mossa della mossa della vicepresidente della Camera ci sarebbero i nuovi equilibri interni a Forza Italia, con la nomina di Antonio Tajani come vice presidente unico. La cena ad Arcore di qualche sera fa non sembra aver placato gli animi. E le parole di Berlusconi mostrano che l’uscita di Carfagna ha gettato solo benzina sul fuoco: “L’immagine di Forza Italia appiattita o subordinata ad una generica ‘destra sovranista’ è un radicale stravolgimento della realtà, irrispettoso della mia e della nostra storia”, sottolinea l’ex premier.

“Far intendere che ci sia bisogno di un nuovo e diverso contenitore per i liberali e i moderati significa essere in malafede o ignorare la realtà”, aggiunge, per poi concludere: “Se l’obiettivo è costruire una vasta area liberale, cattolica, riformatrice, alternativa alla sinistra e determinante per la vittoria del centro-destra, non lo si ottiene certo con la frammentazione, che ha sempre determinato avventure politiche di cortissimo respiro”.