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È in corso il viaggio in Italia del presidente cinese Xi Jinping per la firma di alcuni accordi mirati a rafforzare la cooperazione tra i due Paesi: al centro del confronto è il Memorandum per l’adesione dell’Italia alla nuova “Via della Seta”. L’intesa commerciale Roma-Pechino è vista favorevolmente dalla maggioranza assoluta degli italiani. 3 su 10 non la condividono, mentre il 19 per cento non esprime un’opinione in materia. È il dato che emerge da un sondaggio condotto nelle ultime 24 ore dall’Istituto Demopolis

“L’opinione pubblica – spiega il direttore di Demopolis Pietro Vento – si divide sui rapporti con la Cina. Tra le ragioni a favore della scelta del Governo Conte, centrali appaiono due motivazioni: il 43% ricorda che il Paese ha bisogno di investimenti esteri e di una maggiore centralità nel Mediterraneo, il 35% segnala che potrebbe essere un’occasione per rafforzare l’espansione del Made in Italy in nuovi mercati. Sul fronte opposto, 4 intervistati su 10 evidenziano i rischi della concorrenza delle merci cinesi a basso costo; uno su tre teme il controllo su alcuni porti italiani, mentre il 27 per cento preferirebbe evitare tensioni con gli Usa e i partner dell’Unione Europea”. 

Interessante, nell’analisi dell’Istituto Demopolis, è la differenziazione delle posizioni degli elettori dei principali partiti. Più favorevole appare chi vota il Movimento 5 Stelle: i due terzi condividono l’adesione alla Via della Seta; un giudizio positivo arriva anche da poco più del 50% degli elettori della Lega. Più critico chi si colloca nell’area dell’opposizione: propenso all’accordo con la Cina si dichiara il 41% di chi vota il PD ed appena un elettore su tre di Forza Italia. 

Dopo i recenti anni di crisi, l’opinione pubblica manifesta un’apertura a nuovi rapporti commerciali del nostro Paese, ma sempre all’insegna di una prudenza nei delicati equilibri geo-politici. Il 54% degli italiani, intervistati da Demopolis per il programma Otto e Mezzo, ritiene auspicabile il rafforzamento delle relazioni economiche dell’Italia con la Cina e la Russia, ma nel rispetto delle relazioni euro-atlantiche e dell’alleanza con gli Stati Uniti. 

 

Nota informativa – Il sondaggio è stato effettuato dall’Istituto Demopolis, diretto da Pietro Vento, per il programma Otto e Mezzo (LA7) dal 21 al 22 marzo 2019 su un campione stratificato di 1.080 intervistati, rappresentativo dell’universo della popolazione italiana maggiorenne. Supervisione della rilevazione demoscopica di Marco E. Tabacchi. Coordinamento di Pietro Vento, con la collaborazione di Giusy Montalbano e Maria Sabrina Titone.Approfondimenti su: www.demopolis.it

“Non vedo un caso Roma, vedo il caso De Vito, che non fa già più parte del Movimento, trenta secondi dopo che l’abbiamo saputo. La giunta Raggi deve andare avanti, ha una missione difficilissima mettere a posto la città di Roma”. Lo ha detto il vice premier Luigi Di Maio ad Agorà su Rai Tre, smentendo così gli articoli apparsi sui giornali secondo i quali il M5s starebbe valutando di togliere il simbolo all’amministrazione della Capitale. 

“Qui stiamo parlando di commercio estero, noi siamo alleati degli Stati Uniti, siamo nella Nato e siamo nell’Unione Europea. Non stiamo facendo nuove alleanze geopolitiche”, ha poi detto il ministro a proposito del memorandum tra Italia e Cina. “In tema di commercio estero – aggiunge – chi arriva prima aiuta per primo le proprie imprese. Ora Germania e Francia esportano in Cina molto più di noi. Noi in questo momento storico abbiamo per la prima volta l’opportunità di portare il made in Italy in Cina e il made in China in Italia. Questa e’ l’occasione che abbiamo in questi giorni con la firma di questi accordi, che sono accordi commerciali”.

Dopo circa due ore il Cdm ha approvato salvo intese il decreto sullo sblocca cantieri. Un provvedimento quindi che sarà al centro di nuove trattative tra M5s e Lega e probabilmente riveduto in Parlamento. Il partito di via Bellerio prima dell’inizio della riunione di governo ha ribadito la propria posizione. “Non hanno inserito nulla di quanto avevamo chiesto. Noi alla Camera stravolgeremo il testo”, la promessa.

Ma in attesa che i contraenti del programma di governo chiudano l’accordo sulle opere da realizzare e sul codice degli appalti (M5s punta, tra l’altro, su una procedura aperta ma anche sulla possibilità di rafforzare l’articolo 97 del codice, prevedendo un algoritmo per eliminare le offerte basse), si aprono nuovi fronti all’interno della maggioranza.

La settimana prossima arriverà in Cdm il decreto Crescita Italia. Al momento c’è un confronto tra Mise e Mef, viene sottolineato. “Noi – spiega un ‘big’ della Lega – avremmo voluto fare tutto insieme, ma M5s frena perché non ha alcuna proposta da illustrare”. Il partito di via Bellerio punta su 450 milioni da mettere sul tavolo per i comuni che vogliono investire e su incentive alle imprese, con la possibilità di arrivare all’Ires al 20% in due o tre anni. “Le altre misure ci saranno più avanti”, viene spiegato. “Sulla flat tax si può cominciare per gradi, quest’anno pagano il 15% già alcuni professionisti. Noi vogliamo dare un segnale al ceto medio, che è quello che mette soldi in circolo”, ha sottolineato Salvini.

Anche Di Maio nei prossimi giorni illustrerà le misure che il Movimento 5 stelle sta preparando. “Con M5s andiamo avanti tranquilli”, la rassicurazione del segretario del partito di via Bellerio. “Dopo le Europee – promette una fonte parlamentare leghista – saremo noi ad avere le chiavi della politica economica”.

Nei prossimi giorni ci sarà un confronto tra Lega e M5s anche sul tema della sicurezza. “Il 27 marzo – la promessa fatta da Salvini ai fedelissimi – la legittima difesa sarà legge”. “Il problema della sicurezza va affrontato con ancora più forza e come vicepremier mi impegnerò nei prossimi giorni a fare una proposta che migliori le condizioni di sicurezza interna dell’Italia”, ha rilanciato Di Maio in un’intervista al Tg1.

Un Consiglio dei ministri ad alta tensione

Sono state nondimeno forti le tensioni tra gli esponenti della Lega e quelli del M5s registrate nel corso della ripresa del Consiglio dei ministri, in serata. Lo riferiscono fonti governative di entrambi i partiti, che hanno partecipato alla riunione, durata circa due ore. Il tema sul quale lo scontro è stato piu’ aspro è quello dell’edilizia privata e in particolare le misure che il partito di Matteo Salvini voleva introdurre nel decreto sblocca cantieri per incentivare la riqualificazione urbana, cui si opponevano i pentastellati.

Secondo fonti della Lega, il compromesso di massima che era stato raggiunto prima della ripresa del Cdm prevedeva un via libera ‘salvo intese’, come in realtà alla fine è stato. Mentre i ministri pentastellati e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte avrebbero insistito a lungo, ma inutilmente, per ottenere dagli alleati il via libera definitivo al testo, si riferisce.

Stando a quanto, invece, riportato da fonti governative 5 stelle, fondamentale è risultato l’intervento di Conte affinché la situazione si sbloccasse: il premier è dovuto intervenire più volte prendendo in mano la situazione. Dai 5 stelle si fa notare in particolare l’atteggiamento contraddittorio degli alleati di governo che per giorni hanno chiesto, con Matteo Salvini, che il decreto sblocca cantieri si approvasse in “fretta” mentre nelle ultime ore hanno dato impressione di voler stoppare tutto.

Le tensioni hanno raggiunto un livello tale che, anche per i rispettivi impegni istituzionali e non – si fa notare da fonti governative leghiste – non sono in agenda incontri fino a martedì.

“Quanto emerge in queste ore oltre ad essere grave è vergognoso, moralmente basso e rappresenta un insulto a ognuno di noi, a ogni portavoce del Movimento nelle istituzioni, ad ogni attivista che si fa il mazzo ogni giorno per questo progetto”. È quanto scrive su Facebook Luigi Di Maio, capo politico del Movimento 5 stelle, a proposito dell’arresto del presidente del Consiglio comunale in Campidoglio Marcello De Vito nell’ambito dell’inchiesta sullo stadio della Roma.

“Non è una questione di garantismo o giustizialismo, è una questione di responsabilità politica e morale: è evidente che anche solo essere arrivati a questo, essersi presumibilmente avvicinati a certe dinamiche, per un eletto del Movimento, è inaccettabile”.
“De Vito – sottolinea Di Maio – non lo caccio io, lo caccia la nostra anima, lo cacciano i nostri principi morali, i nostri anticorpi. Ciò che ha sempre distinto il Movimento dagli altri partiti è la reazione di fronte a casi del genere. De Vito potrà e dovrà infatti difendersi in ogni sede, nelle forme previste dalla legge, ma lo farà lontano dal Movimento 5 Stelle”.

Il vice premier ringrazia “la magistratura e le forze di polizia per il lavoro che hanno svolto e che continueranno a svolgere quotidianamente”, e ricorda “che proprio grazie a un provvedimento del Movimento 5 Stelle, lo Spazzacorrotti, chi viene condannato per questi reati oggi va dritto in galera!”. 

Ad agitare le acque della maggioranza e a far crescere la reciproca diffidenza tra Cinquestelle e Lega, questa volta è il caso di un sospetto “condono edilizio” su “piccoli abusi per le licenze ottenute prima del ‘77”. Ne parla con forza ed evidenza il Corriere della Sera con un titolo al centro della prima pagina (“Un condono agita il governo”) sia Il Fattoquotidiano (“Sblocca cantieri, spunta il condono della Lega”. Ma al vertice di Palazzo Chigi il M5s fa muro”).

“L’ultimo scontro tra Lega e Movimento 5 Stelle si accende sul colpo di spugna sui piccoli abusi edilizi”, racconta Enrico Marro sul quotidiano di via Solferino svelando anche “la norma” di come funzionerebbe il condono: “Una norma comparsa lunedì nelle bozze del decreto legge «sblocca cantieri» che dovrebbe essere approvato mercoledì dal consiglio dei ministri. Il blitz sarebbe stato messo a punto dalla Lega che, come ha spiegato Matteo Salvini, vuole che il decreto non trascuri il sostegno all’edilizia privata. Ma i 5 Stelle sarebbero contrari. E questo non è l’unico punto di disaccordo sulla bozza del provvedimento, che i pentastellati avevano preparato in solitaria nei giorni scorsi ma sul quale la Lega sta intervenendo con pesanti modifiche. Ultima, appunto, la cancellazione delle piccole irregolarità sui vecchi edifici”.

Ovvero: “Si tratterebbe, in sostanza, di porte e finestre spostate o cambiate di dimensione e di altre piccole variazioni nelle costruzioni precedenti il 1977 che verrebbero così regolarizzate ope legis. L’articolo che ha fatto infuriare i 5 Stelle è il 37 bis. In esso si stabilisce che «non costituiscono violazione edilizia» (il colpo di spugna, appunto) le opere «eseguite in corso di edificazione» in variazione alle licenze rilasciate prima della legge 28 gennaio 1977, «ma non costituenti totale difformità».

In questi casi basterà avere il «certificato di abitabilità o agibilità» e questo regolarizzerà la situazione costituendo «attestazione di conformità di quanto realizzato». Ammesse al colpo di spugna anche «le irregolarità geometriche e dimensionali di modesta entità eccedenti il 2% (al di sotto già ora la legge non lo considera un abuso, ndr), la collocazione di impianti e opere interne» a condizione che «non pregiudichino l’agibilità dell’immobile». 

«La Lega vorrebbe una sorta di condono edilizio per sanare le irregolarità dei vecchi edifici – scrive il quotidiano diretto da Marco Travaglio -, ma il Movimento 5 stelle fa muro. Ci sarebbe anche questo all’interno del cosiddetto decreto legge Sblocca cantieri, al centro di un vertice che si è svolto in serata a Palazzo Chigi con il premier Giuseppe Conte. In attesa dell’approdo mercoledì sul tavolo del Consiglio dei ministri, il dl rischia di diventare nuovo terreno di scontro tra Lega e M5s. Il Carroccio, infatti, avrebbe raccolto in un documento di 24 pagine le proposte da inserire nel provvedimento. Ma inserendo in chiusura del dossier quello che nel M5s  tacciano come un vero e proprio condono edilizio per i privati».

Chi è invece in grado di rivelare quanti si sono seduti al tavolo nel vertice di Palazzo Chigi sul “condono” è la Repubblica, che pubblica anche la foto del documento: un incontro “a cui hanno partecipato il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, i ministri Danilo Toninelli e Giovanni Tria, i sottosegretari Armando Siri, Edoardo Rixi e Laura Castelli insieme ai tecnici dei ministeri. Secondo i 5S sarebbe la Lega a volere il minicondono” anche se “nonostante le 24 pagine, fonti del Carroccio smentiscono le ipotesi di condono edilizio “nè nello sblocca cantieri nè in altri provvedimenti. La Lega è contraria a ogni tipo di condono”.

Per nulla allarmato il racconto del quotidiano di Confindustria Il Sole 24 Ore, per quanto riguarda i lavori in casa: “Dopo modifiche e chiarimenti tardivi, accelera la possibilità di «monetizzare» le detrazioni. Accanto alle piattaforme per lo scambio degli sconti sul mercato operano anche le utility. Il 2019 è il primo vero banco di prova per il sistema ideato per aiutare i privati a riqualificare gli immobili”.

Marco Cremonesi, sul Corriere, è però in grado di sondare gli umori del momento vicepremier leghista e del suo entourage, tanto da scrivere che in Matteo Salvini si annida un sospetto: “«I 5 Stelle hanno cambiato strategia: vogliono farci male». L’indicatore più affidabile della tensione tra Lega e M5s è nella frase del vicepremier leghista, che sbotta in mattinata: «La Lezzi si occupi delle regioni del Sud, che hanno bisogno di qualcuno che lavori a tempo pieno».

Salvini proprio non ce la fa a tenersi, con chi gli chiede un commento alle parole della ministra 5 Stelle Barbara Lezzi che aveva bocciato la flat tax come «promessa che non si può mantenere». E dire – scrive il giornalista – “che non era ancora detonato il caso di giornata, quello sul presunto condono che i leghisti — secondo fonti 5 Stelle — vorrebbero introdurre nel decreto Sblocca cantieri. Il bello è che giusto ieri mattina lo stesso Salvini aveva fatto circolare per l’ennesima volta il suo comandamento ai parlamentari: «Non cadete nelle provocazioni, non commentate, non fate nulla che possa aumentare la tensione». Poi, il mordersi la lingua è stato troppo difficile anche per lui. Anche perché la frase di Lezzi gli è stata riportata poco dopo che lui si era fatto rimandare il testo del contratto di governo per rileggersi il punto riguardante la flat tax «che c’è sempre stata anche per le famiglie»”.

La lite è sui numeri – grandi numeri, per intenderci – della Flat Tax, ma la tensione in famiglia è più ampia, su fronti che si riscaldano o si raffreddano a seconda delle giornate. Così se non è la Via della Seta, è il caso Diciotti e se non è la Tav è, per l’appunto, la Flat Tax. Ora a creare malumori all’interno del governo è quella che viene definita la ‘Fase II‘ della ‘tassa piatta’, quel provvedimento al quale la Lega lavora da tempo e che, nelle parole di Matteo Salvini in campagna elettorale in Basilicata, vorrebbe portare “nelle case degli italiani”. 

“Ha un’incidenza di circa 12 miliardi e si riferisce ad un intervento di riduzione dell’imposta per tutte le famiglie fino a 50 mila euro di reddito” si legge in una nota della Lega, dove è detto inoltre che in particolare “la novità è data dall’introduzione del reddito familiare che attraverso un sistema di deduzioni garantisce la progressività dell’imposta.

La necessità di una puntualizzazione è venuta dopo le parole di Luigi Di Maio che aveva annunciato: “Sulla Flat tax familiare troveremo una soluzione insieme alla Lega, come abbiamo sempre fatto. L’importante è non fare facili promesse alla Berlusconi”. Una frase che ha stizzito il Carroccio, anche se il capo politico del M5s si è detto “molto fiducioso” e ha ricordato come il Movimento abbia “lavorato a una riduzione degli scaglioni e della pressione fiscale attraverso il coefficiente familiare”. Quello che duole, però, è quella puntualizzazione: “come rappresentanti dello Stato non dobbiamo mai dimenticarci di avere delle responsabilità nei confronti dei cittadini”. 

Il problema, ricorda il Corriere della Sera, è che fonti del ministero dell’Economia hanno fatto trapelare l’entità del mancato introito per lo Stato da una misura del genere: 59 miliardi all’anno, 25 se il nuovo regime riguardasse soltanto i redditi famigliari fino a 50 mila euro. “Sono numeri strampalati” ha replicato Salvini in una intervista a Rtl, “Non siamo al Superenalotto, i numeri li contiamo con più precisione. Per la prima fase della Flat Tax per le famiglie, per un primo colpo sostanzioso, non per tutti ma per tanti, servono 12-15 miliardi. Con 15 miliardi sarebbe una rivoluzione epocale. A partire dal primo scaglione, dal 23% da abbassare, stiamo facendo tutti i conti del caso”. 

La Flat Tax, tra i punti cruciali del programma leghista è stato quello che più ha sofferto i travagli della prima manovra, ricorda Repubblica. E secondo un leghista citato dal quotidiano, il fatto che la misura punta di diamante del M5s, il reddito di cittadinanza, sia già operativo, spinge il Carroccio a “offrire una prospettiva altrettanto visibile”. 

“Non so se esista uno studio perché non l’ho mai visto, ma se anche esistesse non può riferirsi alla nostra proposta di Flat Tax: Fase II che ha un’incidenza di circa 12 miliardi e si riferisce ad un intervento di riduzione dell’imposta per tutte le famiglie fino a 50 mila euro di reddito”, ha detto il sottosegretario alle infrastrutture Armando Siri che, in una intervista a La Stampa ha assicurato che “la proposta leghista di Flat Tax familiare è fattibile e fa parte del contratto di governo”.

L’inizio ufficiale dell’Assemblea è previsto per le 10,30 ma la giornata dei leader del Partito Democratico comincerà, come da tradizione e salvo sorprese, all’alba con le ultime riunioni delle correnti per assegnare i posti in direzione.

Zingaretti ha infatti voluto accelerare l’iter per la formazione di tutti gli organi statutari dopo la sua vittoria alle primarie. Un modo per farsi trovare subito pronti alla campagna elettorale per le europee, ma non solo.

Il 24 marzo si vota in Basilicata e il neo segretario sogna di debuttare con una vittoria. Per questo, la prima uscita ufficiale di Zingaretti segretario sarà in Basilicata, lunedì 18 marzo.

Prima di quel momento, però, occorre rendere il Partito democratico pienamente operativo, insediando l’assemblea nazionale, eleggendo il suo ufficio di presidenza, votando la direzione nazionale.

Poi, arriverà la segreteria, sulla quale Zingaretti sembra avere già le idee chiare con, tra gli altri, Paola De Micheli vice segretaria, Andrea Martella responsabile organizzativo, Giuseppe Provenzano al Welfare, Michele de Pascale agli Enti Locali.

Nuovo tesoriere sarà il senatore Luigi Zanda, mentre Paolo Gentiloni è stato indicato quale prossimo presidente dell’Assemblea e, per estensione, del partito.

Le correnti, dunque, mettono a punto le loro liste di candidati alla direzione. Ma non si procederà immediatamente al voto.

Il primo passo sarà la lettura dei risultati definitivi delle primarie e la proclamazione di Nicola Zingaretti nel ruolo di segretario da parte del presidente della Commissione Congresso, Gianni Dal Moro.

Nel segno di Greta

A quel punto Nicola Zingaretti salirà sul palco e presenterà la sua prima relazione da segretario con i punti programmatici del suo mandato: un intervento della durata di 40 minuti, al netto degli innesti ‘a braccio’ del segretario.

I temi portanti saranno quelli legati all’Europa, anche in vista delle elezioni di maggio, ma soprattutto l’apertura del Partito Democratico all’esterno, al mondo dell’associazionismo, ai movimenti, con particolare attenzione alle donne che si sono mobilitate contro il disegno di legge Pillon e alle centinaia di migliaia di cittadini che, con il corte People di Milano, si sono mobilitate contro la recrudescenza razzista nel Paese.

Inoltre l’ambiente: tema centrale nell’agenda di Nicola Zingaretti che ha voluto dedicare la vittoria alle primarie alla giovane Greta Thunberg.

Al termine della relazione si voterà l’Assemblea, il suo presidente e l’ufficio di presidenza con i due vice. L’Assemblea Nazionale del Pd è composta, da Statuto, da mille persone.

Il numero dei componenti dell’Assemblea, però, aumenta per la presenza dei membri di diritto: gli ex segretari, i segretari dei partiti fondatori, gli ex premier, gli ex ministri, i titolari di cariche istituzionali e di quelle interne al partito.

Fanno parte dell’Assemblea, poi, i segretari regionali del partito, i 300 delegati regionali, i 100 delegati dai gruppi parlamentari (60 per la Camera dei deputati, 30 per il senato e 10 per l’Europarlamento), quelli delle mozioni non ammesse alle primarie. In tutto, la platea di delegati dovrebbe essere composta da 1.130 persone circa.

La forza del segretario

Visto che le forze in campo “fotografate” dalle primarie parlano del 67% dei delegati per Zingaretti, 23% per Maurizio Martina e 11% per Roberto Giachetti, il neo segretario potrà contare su circa 670 persone più i membri di diritto a lui vicini. Dunque, circa 700 persone in tutto.

Una volta insediata l’assemblea e votato l’ufficio di presidenza, questo prende posto sul palco e si procede all’elezione del tesoriere e della commissione di garanzia.

Infine il voto sulla direzione: non è ancora chiaro se si procederà al voto palese o a scrutinio segreto. Nel secondo caso si procederà all’allestimento dei seggi.

La direzione nazionale è composta da 120 membri eletti con metodo proporzionale in base ai risultati delle primarie.

Anche la Direzione, come l’Assemblea, conta una serie di membri di diritto come il segretario, il presidente, i vicesegretari, il tesoriere, i capigruppo, i titolari di cariche istituzionali.

Il segretario, tuttavia, può allargare la direzione a 20 personalità del mondo della cultura, del lavoro, dell’associazionismo, delle imprese.

La direzione ha il compito di elaborare l’indirizzo politico del partito stesso, nonché di votare a maggioranza il meccanismo con cui l’Assemblea eleggerà una segreteria (e un segretario) nazionale.

La Direzione è diretta dal presidente dell’Assemblea, che la convoca di norma ogni due mesi o in casi eccezionali. Solo a questo punto il Partito Democratico ‘zingarettiano’ si potrà considerare varato.

 

Forti malumori si registrano nella Lega per il mancato coinvolgimento da parte M5s nella fase di preparazione del decreto sblocca cantieri. Matteo Salvini, Giancarlo Giorgetti e il sottosegretario alle Infrastrutture Armando Siri non sarebbero stati informarti dei contenuti della bozza, cui si sta lavorando, viene riferito da qualificate fonti governative leghiste.

I leghisti lamentano anche di non essere stati coinvolti nella strategia da portare avanti, né invitati ad alcuno degli incontri che si sono tenuto ieri a Palazzo Chigi, con i sindacati, gli amministratori locali e i rappresentanti di categoria. Ai colloqui, tenuti dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte e dai ministri competenti Danilo Toninelli e Luigi Di Maio, non figuravano infatti esponenti leghisti. 

Delle tensioni riferite si coglie un’eco nelle parole di Salvini. “L’importante è sbloccare i 400 cantieri fermi in Italia da anni per dare lavoro, creare ricchezza e infrastrutture”, ma i ministri della Lega vorranno “leggere cosa c’e’ scritto riga per riga”, ha detto il vice premier da Napoli. “Chiunque voglia metterci il timbro, non sono geloso. A me interessa che i cantieri partano e chi vuole prendersi i meriti è l’ultimo dei miei problemi”.

“Lo sblocca cantieri e il nuovo codice degli appalti sono un’emergenza nazionale. Ho incontrato tutte le parti produttive e – ha aggiunto Salvini – tutti mi dicono di far ripartire i cantieri bloccati da anni quindi, ben venga un decreto urgente mercoledì. Attenzione, però, che ovviamente io e gli altri ministri della Lega vogliamo leggere cosa c’e’ scritto riga per riga. Mi fido di tutti ma – ha concluso – come San Tommaso voglio metterci il naso”. 

“Dispiace leggere di presunti malumori della Lega, noi non abbiamo questa sindrome da primo della classe. Ci mettiamo al lavoro quando c’e da lavorare, tutto qua”, replicano fonti governative del M5s, “così abbiamo fatto sulle infrastrutture: senza spendere troppe parole ci siamo messi a lavorare e abbiamo preparato un decreto. Se la Lega ha delle buone proposte siamo pronti ad accoglierle e a discuterne nelle opportune sedi di governo”. 

Il sottosegretario Giancarlo Giorgetti ha incontrato ieri l’ambasciatore Usa Lewis Eisenberg: una visita prevista da tempo, fissata dopo il viaggio negli Stati Uniti del sottosegretario alla presidenza ma fonti parlamentari del partito di via Bellerio riferiscono che sta aumentando il pressing americano nei confronti del governo. Dall’operazione Via della Seta agli F35 per finire al capitolo Huawei, con la possibilità di affidare al colosso cinese la tecnologia del 5G.

L’invito è sempre lo stesso: Roma prenda tutte le misure necessarie soprattutto legate ai dati sensibili nei confronti della Cina che sta portando avanti l’iniziativa di sviluppo infrastrutturale euro-asiatica Belt and Road (Bri). Secondo le stesse fonti l’irritazione statunitense sarebbe legata anche alla volontà dell’esecutivo di ridimensionare il programma degli F35. Responsabili della Lockheed ieri sarebbero stati a Roma mentre il presidente del Consiglio, Conte, ha visto a palazzo Chigi il ministro Trenta fornendo ulteriori rassicurazioni sul pagamento dei 389 milioni da versare all’azienda statunitense.

Fonti ministeriali M5s però sottolineano che non c’è alcuno scontro in atto con Washington, ma una interlocuzione costante. Sia sul Memorandum tra Roma e Pechino, sia sull’acquisto degli F35. L’esecutivo assicurerà l’acquisto di 28 velivoli entro il 2022, come da accordi intercorsi negli anni precedenti e darà poi indicazioni per gli anni successivi, con una contrattazione che potrà essere legata ad altri finanziamenti sulla sicurezza interna. Con la garanzia che verrà salvaguardata la spesa legata al ‘capitolo Nato’. 

“L’obiettivo – recita una nota diramata al termine dell’incontro a Palazzo Chigi tra il premier Conte e il ministro Trenta – è di garantire la massima efficacia ed efficienza operative in accordo con la collocazione euro-atlantica del nostro Paese”. L’imperativo è quello di rivedere il programma di acquisto degli F35, senza scalfire l’alleanza con gli Stati Uniti, salvaguardando il risvolto occupazionale e il supporto alle imprese che si sono impegnate nel progetto.

Non la pensa così il ministro dell’Interno Salvini: “Riterrei un danno ogni ipotesi di rallentamento o ravvedimento – ha spiegato nel corso di una conferenza stampa alla Camera – Se non lo facciamo noi, lo faranno i tedeschi o i francesi e non vedo perché fare regali ai nostri primi competitor”.

Dal Movimento 5 stelle si sottolinea come in realtà la Francia abbia una propria industria alla quale attingere mentre la Germania non ha comprato F35. L’ingerenza della Lega sugli F35 non è piaciuta all’alleato di governo. “La verità – osserva un ‘big’ M5s – è che la Lega si sta schiacciando sugli Stati Uniti, con una visione ‘trumpista’, mentre Di Maio e Conte portano avanti una linea moderata per salvaguardare i rapporti con le cancellerie europee, Parigi in primis”.

Restano diversi i fronti aperti all’interno della maggioranza. Salvini ha già fatto sapere che non sarà presente alla firma del memorandum tra Roma e Pechino, con la Lega che ha chiesto modifiche al documento, per quanto riguarda il capitolo energie, trasporti e telecomunicazioni. Il Mou in ogni caso non prevede alcun riferimento al 5G. Scontro all’interno del governo anche sulla partecipazione di Salvini al congresso mondiale delle Famiglie a Verona. M5s attacca il segretario del Carroccio, Palazzo Chigi ha aperto un’istruttoria sull’evento. Irritazione M5s anche per la cena che ieri Salvini ha avuto con Verdini.

Mussolini? “Fino a quando non ha dichiarato guerra al mondo intero seguendo Hitler, fino a quando non s’è fatto promotore delle leggi razziali, a parte la vicenda drammatica di Matteotti, ha fatto delle cose positive per realizzare infrastrutture nel nostro Paese, poi le bonifiche. Da un punto di vista di fatti concreti realizzati, non si può dire che non abbia realizzato nulla”.

Lo dice a La Zanzara su Radio 24 il presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani, vicepresidente di Forza Italia. “Poi – riprende – si può non condividere il suo metodo. Io non sono fascista, non sono mai stato fascista e – puntualizza – non condivido il suo pensiero politico però se bisogna essere onesti, ha fatto strade, ponti, edifici, impianti sportivi, ha bonificato tante parti della nostra Italia, l’istituto per la ricostruzione industriale”.

“Quando uno dà un giudizio storico – dice ancora Tajani – deve essere obiettivo. Poi, non condivido le leggi razziali che sono folli. La dichiarazione di guerra è stata un suicidio”. Qualcosa, dunque, va salvato del fascismo, chiedono i conduttori? “Certamente si’, certamente non era un campione della democrazia. Alcune cose sono state fatte, bisogna sempre dire la verità. Non bisogna essere faziosi nel giudizio. Complessivamente non giudico positiva la sua azione di governo, però alcune cose sono state fatte. Le cose sbagliate sono gravissime: Matteotti, leggi razziali, guerra. Sono tutte cose inaccettabili”.

Dopo le polemiche sulle sue parole, Tajani è intervenuto di nuovo sul tema: “Si vergogni chi strumentalizza le mie parole sul fascismo! Sono da sempre un antifascista convinto. Non permetto a nessuno di insinuare il contrario. La dittatura fascista, le sue leggi razziali, i morti che ha causato sono la pagina piu’ buia della storia italiana ed europea”. Lo scrive affidando il suo commento a Twitter.

La replica di Tajani è indirizzata al capogruppo dei Socialisti e Democratici all’Europarlamento, Udo Bullman, che aveva definito “incredibili le affermazioni di Antonio Tajani su Mussolini”. “Il Presidente del Parlamento europeo non può disconoscere la natura del regime fascista”, aveva aggiunto Bullmann in un tweet, chiedendo “chiarimenti” allo stesso Tajani.