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"Negli ultimi anni i proventi incassati dai partiti si sono drasticamente ridotti. Stiamo parlando di tutte le entrate della gestione caratteristica, cioè quelle derivanti dall'attività ordinaria dei partiti (tesseramento, finanziamento pubblico, donazioni private e altre attività). Aggregando questo tipo di entrate ricevute dai partiti registrati per il 2×1000 e dal Movimento 5 stelle, si nota una contrazione superiore al 60% tra il 2013 e il 2017". E' quanto emerge dal rapporto Openpolis-AGI dal titolo "Partiti in crisi, analisi dei bilanci delle forze politiche tra 2013 e 2017". 

La progressiva eliminazione dei rimborsi elettorali è ovviamente la causa principale di questa riduzione. Dei 91 milioni di rimborsi elettorali erogati dallo stato nel 2013 (allora il finanziamento pubblico poteva andare anche a soggetti e liste elettorali oggi inattive o non più esistenti) i partiti registrati ricevevano da questa fonte di entrata oltre 40 milioni di euro in quell'anno. Quattro anni dopo, nel 2017, si è chiuso definitivamente questo canale di finanziamento, sostituito dal 2×1000. Ma mentre i rimborsi elettorali erano automatici, l'erogazione del 2×1000 è volontaria e dipende dalle scelte dei contribuenti. 

Nel 2017 il 2×1000 ha portato nelle casse dei partiti registrati oltre 15 milioni di euro. Un record rispetto alla serie storica, ma comunque al di sotto della cifra stanziata dallo stato, e soprattutto insufficiente a compensare la cancellazione dei rimborsi, in vigore dal 2017.

Il ministro agli Affari Europei, Paolo Savona, è indagato a Campobasso insieme ad altri 22 ex dirigenti di Unicredit nell'ambito di un'inchiesta su una presunta usura bancaria ai danni di un'azienda installatrice di parchi eolici, la Engineering Srl, che lamenta di aver dovuto pagare tassi di interesse eccessivi su dei prestiti. Nel registro degli indagati il pm Rossana Venditti ha inserito tutti i dirigenti dell'istituto dal 2005 al 2013.

Tra i nomi di primo piano nel fascicolo non c'è quindi solo Savona, allora presidente di Banca di Roma, poi confluita in Unicredit, ma anche l'attuale ad di Leonardo, Alessandro Profumo, e Fabio Gallia, Amministratore Delegato e Direttore Generale di Cassa depositi e prestiti. Per i Pm si tratta di un "atto dovuto": in questi casi vanno indagati tutti i manager all'epoca in posizioni di potere, come indicato dalla Cassazione. Nondimeno, i risvolti politici sono inevitabili, data la linea dura utilizzata in passato dal M5s nei confronti di chi risultasse anche solo semplicemente oggetto di un'inchiesta. Il Movimento 5 stelle e la Lega blindano il ministro e il Pd parla di "doppia morale".

Di Maio: "Si va avanti". Salvini: "Uno dei più onesti del Paese"

"È una indagine che già conoscevamo", ha subito commentato il ministro e capo politico di 5 stelle, Luigi Di Maio, "è una questione di atto dovuto nei confronti di Savona quando stava ad Unicredit" e che "coinvolgeva tutto l'Istituto", ma "si va avanti", assicura Di Maio. Anche il leader della Lega e ministro dell'Interno Matteo Salvini difende Savona: è "una delle persone piu' corrette e oneste di questo Paese", ha detto. "Vi sembra uno che ha la faccia da usuraio? Va bene tutto, oltre ad avere tanti difetti è uno di quelli che stimo di piu' spero che la giustizia faccia velocemente il suo corso perché penso che Paolo Savona sia una delle persone piuùpulite corrette e oneste di questo Paese". E sulla richiesta di eventuali dimissioni del ministro, Salvini tira dritto: "Fatemi passare il mio tempo a governare, non ci penso neanche".

Renzi rinfaccia al M5s il "giustizialismo"

Ma il Partito Democratico accusano i 5 stelle di "doppia morale", con Matteo Renzi che punta il dito su Di Maio: "Sono un garantista e dunque per me il ministro Savona indagato non deve dimettersi. Ma proprio per questo dico ad alta voce che Di Maio e i suoi devono vergognarsi", tuona l'ex segretario dem, ricordando che "per anni hanno massacrato persone e famiglie in nome di un giustizialismo vergognoso". "Per il M5s – gli fa eco il capogruppo Pd Marcucci – la presunzione di innocenza vale per Raggi, Appendino, Salvini e Savona. Non vale per gli amministratori del Pd, per Matteo Renzi e per i parlamentari dell'opposizione". Anche Forza Italia non chiede le dimissioni di Savona, perché "la giustizia deve fare il suo corso e aspettiamo l'esito delle indagini", spiega Mara Carfagna, ma "è una soddisfazione notare che finalmente anche il Movimento 5 stelle ha abbandonato i toni forcaioli e le battaglie giustizialiste per approdare a una posizione garantista. Ci sono volute ripetute indagini su Raggi e altri sindaci del Movimento e infine quest'ultima vicenda per insegnargli la lezione. Siamo sicuri che Luigi Di Maio e i suoi colleghi di partito manterranno questo punto fermo anche nel malaugurato caso che un avviso di garanzia raggiunga esponenti di altri partiti, della maggioranza o dell'opposizione", conclude l'esponente di FI. 

Il ministro agli Affari Europei, Paolo Savona, secondo quanto riportato dalla stampa locale, è indagato insieme ad altre 22 persone a Campobasso nell'ambito dell'inchiesta su una presunta usura bancaria. I fatti riguardano l'epoca in cui Savona era al vertice di Unicredit. L'indagine riguarda la realizzazione di parchi eolici di Molise, Puglia e Campania. L'iscrizione del ministro nel registro degli indagati, resa pubblica dalla richiesta di proroga delle indagini fatta dal magistrato, sarebbe 'un atto dovuto'. 

Il patto tra maggioranza e opposizioni sulle nomine parlamentari, Commissione di Vigilanza e Cda Rai e poi Copasir, ha tenuto. La Vigilanza è andata a Forza Italia con Alberto Barachini, ex giornalista Mediaset, e il Copasir al Pd con Lorenzo Guerini, uomo di fiducia dell'ex segretario Matteo Renzi. Questa mattina, nelle sedute che hanno eletto i presidenti delle Commissioni di garanzia, per prassi in quota all'opposizione, tutto è andato secondo copione. I parlamentari designati dagli accordi tra i gruppi sono stati eletti senza incidenti di percorso. Senza problemi anche le votazioni di Camera e Senato per i 4 componenti del Cda Rai eletti dal Parlamento.

Un uomo di Mediaset alla Vigilanza Rai. Polemiche inevitabili

Alla Vigilanza Rai, l'elezione più 'movimentata', in ragione del quorum dei 3/5 dei componenti richiesto per l'elezione del presidente nelle prime due votazioni. Dopo le due tornate a vuoto è divenuto subito chiaro che si sarebbe andati sul nome del forzista Alberto Barachini (subentrato in corsa, secondo i rumor, al collega di partito Maurizio Gasparri). Barachini è stato eletto al terzo scrutinio, con 22 voti, uno in più del quorum necessario. Sul profilo di Barachini mantiene qualche riserva il Movimento 5 Stelle, come ha spiegato il senatore Gianluigi Paragone, che a caldo si è augurato che il neo presidente non faccia "gli interessi di Mediaset ma quelli degli italiani". Da parte sua, Barachini ha chiesto ai colleghi, in particolare ai pentastellati (che comunque avevano votato scheda bianca), di essere "valutato sul merito" e ha aggiunto di volere "una Rai imparziale e radicata sul territorio". Critica LeU con Nicola Fratoianni: "È come mettere un lupo a guardia di un gregge di pecore". Duro il giudizio di Pierluigi Bersani: "incredibile. Le famose opposizioni, Pd e FI, attribuiscono la presidenza della Vigilanza Rai a un uomo Mediaset. Siamo al dadaismo puro. In altri tempi avrebbe suscitato il finimondo. Capisco la necessità di fare accordi, ma c'è un limite: non puoi fare uno sfregio così alla Rai. Con tutto il rispetto per questo signore di Mediaset, persona degnissima, non esiste che prendi un uomo Mediaset e lo metti alla Vigilanza Rai. Qualsiasi liberale, anche uno stracciatissimo liberale, non può accettare una cosa del genere". Vicesegretari della Commissione di Vigilanza sono stati nominati Primo Di Nicola dei 5 Stelle, giornalista parlamentare di lungo corso, e il dem Antonello Giacomelli. 

Nel cda Rai mancano ancora tre caselle

L'elezione dei componenti del Cda Rai scelti dai due rami del Parlamento invece ha visto a Palazzo Madama la riconferma di Rita Borioni, in quota Pd, scelta assieme alla new entry Beatrice Colletti, indicata ieri dal M5s attraverso una consultazione su Rousseau. Nuovi anche i due componenti scelti dall'aula di Montecitorio: Igor De Biasio, in quota Lega, e Gianpaolo Rossi, vicino a Fratelli d'Italia. Restano da eleggere altri tre componenti del nuovo Cda: due saranno indicati dal governo e uno dai dipendenti Rai. Nessun sussulto nemmeno al Copasir, dove è stato eletto con 8 voti al primo scrutinio il deputato del Pd Lorenzo Guerini, che sarà affiancato, in qualità di vice, dal senatore di FdI Adolfo Urso. "Cercherò di svolgere questo compito – ha dichiarato Guerini – con equilibrio e correttezza istituzionale".

Fumata bianca in commissione Vigilanza Rai: Alberto Barachini (FI) è stato eletto presidente con 22 voti, un voto in più del quorum necessario che era di 21. L'elezione di Barachini è arrivata al terzo scrutinio dopo le prime due votazioni andate a vuoto.

"In un mese e mezzo sono sbarcate 3.716 persone, nello stesso periodo dell'anno scorso erano state 31.421". A chi lo critica per la sua politica sui migranti al Viminale, il ministro dell'Interno, Matteo Salvini risponde con i numeri. Lo fa con una lettera inviata al Corriere della Sera, lo stesso giorno in cui l'Italia ha ottenuto attenzione da parte di altri Paesi europei sull'emergenza migranti. È infatti di ieri l'apertura di Francia e Malta ad accogliere una parte dei 450 profughi provenienti dalla Libia e soccorsi al largo di Lampedusa da una nave della Guardia di Finanza e una della missione Frontex. 

"Di sicuro non siamo più un Paese colabrodo", dice il vicepremier stilando un bilancio del suo esordio al governo nazionale. Il ministro rivendica a sé il merito di aver "scosso l'ipocrisia europea. L'ultimo risultato – aggiunge – "sono i cento immigrati che volevano arrivare in Sicilia e che Francia e Malta hanno accettato di accogliere. Non era mai successo. Eppure non mi basta: voglio invertire la rotta rispetto ai disastrosi anni del Pd". Cosa ha detto Salvini nella lettera al Corriere (nella quale risponde ad un editoriale del vicedirettore Antonio Polito):​

"Avrei preferito delle misure più severe fin da subito? Certo. Ma non dipendevano, come è noto, dal ministro dell’Interno. Di sicuro non siamo più un Paese colabrodo. Lo stesso Polito mi riconosce 'l’indiscutibile merito' di aver scosso l’ipocrisia europea. L’ultimo risultato sono i cento immigrati che volevano arrivare in Sicilia e che Francia e Malta hanno accettato di accogliere. Non era mai successo. Eppure non mi basta: voglio invertire la rotta rispetto ai disastrosi anni del Pd. Come?"

"Le Commissioni territoriali (quelle che devono riconoscere o meno la protezione internazionale) hanno 250 funzionari in più. Entro fine anno ne arriveranno almeno altri 170. E useremo fondi europei per tagliare la burocrazia. Risultato: sarà più veloce identificare gli immigrati. Da una parte quelli che devono essere accolti, dall’altra i clandestini. Sempre a questo proposito, abbiamo emanato una direttiva per dare criteri più stringenti per la concessione della cosiddetta 'protezione umanitaria'. È una anomalia italiana. Sulle nostre coste si sono contati 650 mila arrivi e ora si registrano oltre 130 mila pratiche pendenti: vanno smaltite in fretta. Non solo. Entro l’anno saranno attivati i nuovi centri permanenti per i rimpatri, come scritto nel contratto di governo. L’obiettivo finale è averne almeno uno per regione".

"Anticipo che intensificheremo il monitoraggio sui centri di accoglienza: chiuderemo quelli con i gestori coinvolti in inchieste giudiziarie. E proprio per tenere alla larga i furbetti, ridurremo le spese per l’accoglienza. Lo faremo in collaborazione con l’Autorità nazionale anticorruzione. Nessun intento disumano: semplicemente, vogliamo uniformarci ad altri Paesi europei e togliere ossigeno a chi utilizza l’immigrazione come business. Da 35 euro al giorno per immigrato scenderemo a circa 25 — senza ridurre i servizi — con un risparmio di 500 milioni l’anno e che investiremo in sicurezza".

"Polito sostiene che non si parla di espulsioni. Forse non se ne parla abbastanza, ma ci sto lavorando dal primo giorno. L’obiettivo a medio termine è aumentare i rimpatri volontari assistiti, tanto che il 16 luglio sarà sottoscritto con la Commissione europea il primo progetto da 6 milioni. A breve ne seguiranno altri tre. Proprio per moltiplicare le espulsioni e bloccare le partenze (e quindi evitare i morti in mare) abbiamo un piano di aiuti. In particolare per la Libia".

"Nei prossimi mesi intendo incontrare i leader di tutti i Paesi del Nordafrica per avviare (o rinforzare) gli accordi bilaterali. E a Bruxelles abbiamo già sollevato il tema della revisione della missione internazionale Sophia, quella che si occupa della vigilanza del Mediterraneo. Non sono le solite chiacchiere: ci sarà una riunione ufficiale, il 18 luglio".

L’Italia non può più essere il campo profughi dell’Europa, aggiunge il ministro nella sua risposta al giornale (leggi qui la lettera integrale). "E visto che vogliamo parlare di risultati, mi fa piacere ricordare la direttiva sulle spiagge sicure: per la prima volta gli enti locali avranno dei fondi per fronteggiare commercio abusivo e illegalità. Soprattutto, anticipo l’intenzione di presentare un 'Decreto Sicurezza' che, tra le altre cose, affronterà il tema dei cosiddetti profughi-vacanzieri. Parliamo degli stranieri che scappano dal loro Paese ma vi tornano per le ferie (eppure gli abbiamo concesso la protezione: è normale?!)".

Leggi anche: Francia e Malta accettano parte dei 450 migranti al largo della Sicilia

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"Non sono preoccupato dai ricorsi, perché la delibera è forte e sostanziale e ripara a un'ingiustizia e poiché la Costituzione dispone che tutti i cittadini sono uguali renderli tutti uguali" equivale ad agire "come dispone la Costituzione". Roberto Fico, presidente Cinquestelle della Camera, 'padre' della delibera con cui ieri sono stati tagliati i vitalizi agli ex deputati, non sembra temere nulla, non i ricorsi contro il provvedimento annunciati da diversi ex onorevoli. "Agli ex parlamentari dico che non è un provvedimento punitivo, ma un provvedimento che ripara a un'ingiustizia e finalmente colmiamo il solco e il burrone" che c'era fino ad ora tra le istituzioni e i cittadini. "Sono certo che il Senato farà le sue valutazioni e sono convinto che arriverà alle stesse decisioni".

In attesa di conoscere il pensiero della presidente del Senato (allinearsi o non allinearsi al provvedimento di Montecitorio) portano acqua al mulino degli ex parlamentari due illustri costituzionalisti, presidenti emeriti della Consulta.

Cosa dicono Mirabelli e Cassese

"Sarebbe stato più 'opportuno' intervenire sulla materia dei vitalizi con una legge: in questo modo "si sarebbe assicurata una maggior trasparenza nel dibattito parlamentare e si sarebbe approfondito un problema non rimettendolo alla cerchia ristretta dell'ufficio di presidenza", ha detto all'Agi Cesare Mirabelli, rilevando inoltre che "se il Senato non delibera allo stesso modo si crea una palese disparità di trattamento". 

"Il fondamento di questo tipo di trattamento – spiega Mirabelli – è la natura largamente previdenziale, connessa con l'indennità parlamentare con la quale si assicura che possano svolgere queste funzioni non solo coloro che hanno possibilità economiche". In alcuni casi evidenti – aggiunge il giurista – può "apparire che tale trattamento abbia costituito un privilegio, ma nella maggior parte delle situazioni, per chi ha svolto con onore per lungo tempo funzioni in Parlamento, non è cosi'". Inoltre, il 'nodo' è anche la retroattività dell'intervento: "È vero – spiega il presidente emerito della Consulta – che la Costituzione vieta la retroattività solo per le leggi penali, ma vale il principio di affidamento nel rapporto tra Stato e cittadini; un intervento del genere deve avere una forte giustificazione per incidere su una situazione consolidata".

Quanto ai ricorsi, che potrebbero essere presentati sul taglio dei vitalizi, Mirabelli sottolinea: "Il problema che si porrà sarà quello della competenza. A decidere su queste controversie potrebbe essere un organismo interno alla Camera in base al principio dell'autodichia, ma anche il giudice ordinario potrebbe dirsi competente perché si tratta di un diritto di ex parlamentari". ​

Sulla stessa lunghezza d'onda un altro presidente emerito della Corte Costituzionale, Sabino Cassese. "La misura adottata è illegittima e ingiusta", ha detto Cassese a Repubblica. "È dubbio che l’ufficio di presidenza avesse competenza. È illegittimo il procedimento. Priva i destinatari del diritto di difesa davanti a una corte indipendente". La posizione del costituzionalista appare netta:

"L’assegno vitalizio per i parlamentari non esiste più dal 2012. Strano che si gioisca tanto. Per quel che si sa (la Camera non ha ancora messo sul sito la delibera), l’ufficio di presidenza della (sola) Camera dei deputati ha ora soltanto stabilito di ricalcolare con il metodo contributivo gli assegni vitalizi percepiti da coloro che non erano più deputati nel 2011 (1240 percettori, età media di 76,5 anni). Una decisione che presta il fianco a molti dubbi. Si può dire giusta una giustizia retroattiva?"

"Non crea ingiustizie un provvedimento preso per gli ex deputati, ma non per tutti gli altri ex rappresentanti che godono di assegni detti vitalizi, come i consiglieri regionali e i senatori? Che succede a coloro che in passato sono stati prima deputati, poi senatori, o viceversa? È giusto il ricalcolo anche delle pensioni di reversibilità, spettanti a familiari degli ex deputati (per lo più in età avanzata)? È legittimo un provvedimento regolamentare dell’ufficio di presidenza adottato senza istruttoria in contraddittorio, non impugnabile davanti a un giudice e sottratta al sindacato costituzionale diretto?".

"I diritti acquisti vanno rispettati, e possono essere limitati solo in maniera che sia ragionevole e proporzionale, al verificarsi di una situazione nuova che giustifichi il nuovo intervento. Se l'intervento è sproporzionato e non trova una spiegazione obiettiva in una situazione economica nuova, come può essere ritenuto legittimo?"

Cosa farà la presidente Casellati?

In attesa di conoscere i nomi dei firmatari dei primi ricorsi, la palla passa a Palazzo Madama. Cosa farà il Senato? Si adeguerà alla delibera Fico o no? E in questo secondo caso, cosa succederà ai vitalizi degli ex senatori e a quei politici che sono stati sia deputati che senatori in legislature diverse? Non c'è dubbio che se il Senato non assumerà le stesse decisioni, ravvedendo dubbi di legittimità o persino costituzionalità della 'delibera Fico' anche il taglio varato con tanto di brindisi alla Camera vacillerebbe, dando forza ai ricorrenti.

"La questione per me non ha una valenza politica, le mie perplessità sono di carattere tecnico-giuridico", aveva detto Casellati qualche giorno fa. "Quando il presidente Fico ha iniziato a trattare il tema dei vitalizi  ho chiesto ai nostri questori del Senato di lavorare insieme a loro, proprio per arrivare a una decisione che fosse condivisa anche al Senato, in una prospettiva di accelerazione di tempi e di condivisione di contenuti".

Ancora la presidente del Senato: «Solo attraverso un provvedimento tecnicamente ineccepibile potrà andare in porto. I dubbi che avevo presentato di una possibile incostituzionalità, che ho prospettato non solo io ma anche dei giuristi, potrebbero portare a vanificare lo sforzo che stiamo facendo per eliminare i privilegi".

Leggi anche: Addio ai vitalizi: così si applicherà la scure su 1.338 ex deputati

Dopo il caos politico e istituzionale scatenato dalla nave Diciotti, bloccata con i migranti a bordo da Salvini e poi autorizzata ad attraccare da Conte grazie all'intervento di Sergio Mattarella, il ministro Luigi Di Maio spiega che sulla vicenda non vuole prendere posizioni nette: "Se Salvini abbia esagerato o meno non me ne frega niente. La cosa importante è che con l'intervento del presidente della Repubblica si sia sbloccata la storia". Così il ministro dello Sviluppo economico in mattinata ad Agorà su Rai 3 precisando che "quello è rapporto tra il Colle e Matteo Salvini, io ieri ero impegnato sui vitalizi".

Di Maio ha sottolineato che "il presidente è intervenuto e bisogna rispettare il presidente e fare in modo che quando ci sono questioni del genere le procedure siano più veloci. La nostra preoccupazione era fare in modo che chi aveva aggredito l'equipaggio del rimorchiatore dovesse essere perseguito; quando abbiamo aspettato qualche tempo per riuscire a capire se sarebbero stati perseguiti è intervenuto il presidente ed è stato un obbligo far sbarcare migranti". "Una cosa deve essere chiara – ha aggiunto Di Maio – se ci sono navi che intervengono per salvataggi e addirittura qualcuno prova ad aggredire l'equipaggio, l'Italia deve dare segnali chiari: perseguire chi si comporta in questo modo".

Soddisfatto anche il presidente della Camera, Roberto Fico, che interpreta l'anima del Movimento più sensibile sui temi dell'immigrazione: "Gli interventi di Mattarella sono sempre positivi" (La Repubblica).

"Non mi sto scontrando con nessuno. Se il presidente Mattarella vuole capire cosa ho fatto e cosa farò sono a disposizione". Così replica intanto il ministro dell'Interno Matteo Salvini, a Rtl. Il titolare del Viminale ha poi ribadito che la "lotta all'immigrazione clandestina" è una della priorità del governo. "Non ho niente da chiarire se c'è bisogno di chiedere informazioni" sono a disposizione, ha aggiunto rispondendo a chi gli chiedeva se vedrà il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

 

Il tessuto economico di Roma nel 2030 si reggerà sul turismo "povero" con alcuni "segmenti di lusso". Ed un settore tradizionalmente forte in città come l'edilizia "sopravviverà solo se si concentrerà sulle ristrutturazioni". Mentre il comparto bancario e la pubblica amministrazione saranno in "ritirata".

Sono alcune delle conclusioni della ricerca "Roma 2030" condotta dal sociologo Domenico De Masi per la Camera di Commercio di Roma e presentata questa mattina al Tempio di Adriano di fronte alla sindaca Virginia Raggi e ai vertici delle associazioni di categoria cittadine. La ricerca è stata realizzata invitando 11 esperti di altrettanti settori che riguardano la vita cittadina e sottoponendogli un questionario composto da 15 domande con risposte aperta.

La crescita della Capitale nel prossimo decennio, si legge nel testo, dipenderà "dalla spesa pubblica e dall'andamento del turismo" che però a sua volta "dipenderà da un miglioramento delle infrastrutture". In questo senso sono attesi investimenti in vista del Giubileo del 2025. Le realtà bancarie e le grandi aziende, però, "tenderanno a spostarsi a Milano". La concorrenza nel territorio nazionale riguarderà sia il Nord, con Milano, sia il Sud con Napoli.

Ma chi abiterà la Capitale nel 2030? Secondo la ricerca di De Masi "il rapporto tra migranti ed autoctoni continuerà ad essere dominato dalla narrazione negativa dei media e della politica", con "l'integrazione più difficile che riguarderà le seconde e terze generazioni. Mentre i flussi di giovani romani che emigreranno "riguarderanno la parte elitaria e più istruita" in cerca di territori "che offrono un lavoro più dignitoso e meglio retribuito" e di "mega city dell'economia globale".

La città, per la ricerca, continuerà a vivere "problemi sociali acuti" legati ad immigrazione, disoccupazione giovanile, impoverimento, emigrazione intellettuale dei giovani, presenza dei Rom e sanità pubblica. Un segnale di riscatto potrebbe arrivare dal comparto arte e cultura, dove il testo prevede "una voglia diffusa di rivalsa e rinascita" dopo "la fase di stallo in cui versa da alcuni anni la cultura a Roma". 

"Scenario apocalittico, dispiace essere accostata a miei predecessori" "Difficile intervenire dopo uno scenario dipinto in maniera così apocalittica. Devo dire che mi è dispiaciuto un po' essere accostata ai miei predecessori ma tentiamo comunque di dare un impulso positivo a questa discussione" È il commento della sindaca di Roma Virginia Raggi nel corso del suo intervento al Tempio di Adriano per la presentazione della ricerca Roma 2030.  "Nessuna Capitale al mondo ce la può fare se non ha alle spalle un governo che crede in lei – ha aggiunto – e io penso che questo governo lo stia dimostrando. Tanto è vero che questo tema, lo sviluppo di Roma Capitale, è stato messo nel contratto di governo. Nessuno vuole battere cassa: io mi sono spesa per la richiesta di competenze, alle quali seguiranno naturalmente fondi specifici".