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Gli arbitri del tennis hanno un problema di sudditanza coi giocatori più forti e famosi? Questa è l’accusa Nick Kyrgios dopo le ultime intemperanze e la super-multa di Cincinnati ribadendo in un filmato Twitter che Rafa Nadal sfora più di lui i 25 secondi di tempo per il servizio (41” contro 28!), così direbbe il non-gradimento di Serena Williams a Carlos Ramos dopo i fattacci degli Us Open di dodici mesi fa che si estenderà anche a quest’edizione del torneo al via il 26 agosto. Ma chi sono e quanto guadagnano i giudici di questo sport?

Giorgio Tarantola, che è stato sul seggiolone dal 1990 al 2008 per poi deviare verso il ruolo di direttore dell’apprezzato torneo Challenger di Lugano e presto tornerà nell’Atp Tour con ambiziosi progetti all’autodromo di Monza, ci aiuta ad entrare in questo mondo molto ermetico, e pieno di divieti di parola per i suoi attori: “Gli arbitri sono in genere ex giocatori non così forti, però, l’unico che mi viene in mente, in Italia, che si è impegnato in questa attività è l’ex pro Stefano Tarallo. In genere, però, bisogna cominciare molto presto, da molto giovani, per acquisire tutti quegli automatismi che poi in partita permettono di applicare il regolamento nel modo e nei tempi giusti “.

Restare nello sport che ama è stata la molla che ha spinto l’allora 19enne Tarantola quand’ha cominciato ad arbitrare, da ex giocatore “Non classificato”. Ma esiste anche una motivazione-quattrini: “Prendevo 50 mila lire al giorno, con vitto e spostamenti pagati”. Cifre che sono aumentate quando è salito a livello Challenger ed è diventato un arbitro ufficiale Atp: “Percepivo mille dollari a settimana, con le spese pagate, compresa la lavanderia”.

 Oggi la specializzazione s’è raffinata, così come la classifica degli arbitri, divisi per colore, da  “green badge” di primo livello, a “white” a “silver” a “bronze”, fino all’aspiratissimo “gold badge” e le retribuzioni sono personalizzate, di arbitro in arbitro, a seconda della disponibilità stagionale. Anche se le cifre si aggirano sui 1500 dollari a settimana per i 31 primi della classe, da Carlos Bernardes a Kader Nouni, da Mohamed Lahyani a Fergus Murphy, a Cedric Mourier al nostro Gianluca Moscarella. Cifre che si posso arrotondare con la direzione di match di Davis, cioè per la Federazione internazionale e che portano gli introiti annui a circa 60/70 mila euro per una stagione full time, di 25 settimane.

La promiscuità arbitri-giocatori è molto pericolosa. Infatti Atp e Wta cercano di evitarla in tutti i modi, ma è sicuramente reale, vista la frequentazione costante degli stessi posti, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana. Così come è a rischio la credibilità dell’arbitro nei confronti dei giocatori più forti.

“Anche a me è capitato di dirigere numeri 1, ma non c’è troppo tempo per pensare a chi c’è in campo, anzi, è sicuramente ideale non pensarci. Quando sei sul seggiolone applichi il regolamento e pensi solo a fare la miglior figura possibile, davanti a tanta gente. Io non credo che esista una forma di servilismo degli arbitri verso i giocatori più forti, ma può succedere che il supervisor del torneo, per assicurare le condizioni di arbitraggio ideali,  eviti di utilizzare un certo giudice per motivi di opportunità. Non per favorire il giocatore. Anche perché se esistono atleti che hanno chiesto di non essere più arbitrati da certi giudici, esiste anche una black list inversa, cioè di arbitri che chiedono di non sedere sul seggiolone quando in campo ci sono certi giocatori”.

Si cerca quindi di evitare che Ramos arbitri Serena Williams dopo l’alterco dell’anno scorso a New York. E forse sarebbe stato meglio evitare che Murphy arbitrasse Kyrgios a Cincinnati, dopo che fra i due c’erano state frizioni nei tornei precedenti, ma in Ohio non c’erano tanti arbitro di prima categoria e così il giudice e il giocatore australiani si sono scontrati.

Lo stesso Bernardes, che oggi è considerato il numero 1, quando ha sanzionato Rafa per perdita di tempo al servizio, non l’ha più arbitrato per dieci mesi. Nota negativa di un arbitro full time che gode di più soldi e più considerazione, ma dipende anche di più dal suo status e non avendo un secondo lavoro, deve anche subire più pressioni.

Altri, come l’italiano Moscarella, sono pagati a gettone. E vivono il ruolo di arbitro sempre con professionalità e serietà, ma anche con più leggerezza. Agli Internazionali d’Italia di Roma dell’anno scorso, il simpatico giudice milanese è stato protagonista di un divertente botta e risposta col tennista francese Lucas Pouille. Che gli chiedeva di fare qualcosa per allontanare un uccello dal campo e Moscarella gli ha risposto, partecipe: “Cosa vuoi che faccia, vuoi che provi a parlargli?”. Imitando il verso dell’uccello davanti al pubblico: “Wah, Wha!”. Per poi comunicare al giocatore: “Vedi? Se n’è quasi andato, dev’essere attratto dalle luci”. Magari Murphy avrebbe dovuto distrarre Kyrgios a Cincinnati. Ma quando, agli Us Open dell’anno scorso il collega Layani l’aveva confortato ed esortato in uno dei suoi momenti-no, era stato accusato di favoritismi e sospeso.

Chi ha in antipatia le vacanze di Matteo Salvini a Milano Marittima con annesse e connessi, dovrebbe ricordarsi di Oscar Wilde. In uno dei suoi fulminanti aforismi, il grande scrittore inglese aveva descritto con due secoli d’anticipo uno dei principi fondamentali della comunicazione nell’era dei social: “C’è una sola cosa al mondo peggiore del far parlare di sé, ed è il non far parlare di sé.” Frase che, nelle traduzioni italiane, spesso vede l’inserimento pleonastico dei concetti di bene e di male e diventa: “non importa che se ne parli bene o male, l’importante è che se ne parli.” L’idea comunque è quella: parlatene anche male, ma parlatene.

Senza sapere, forse, di citare implicitamente il grande scrittore inglese, a questo concetto si riconduceva il generale di brigata Francesco Maria Ceravolo quando l’altro giorno prendeva le distanze dal Ministro vicino alla consolle mentre le cubiste ballavano al suono dell’Inno di Mameli.

“Mi meraviglio di tutto, tranne che di Salvini – aveva dichiarato – ci ha abituato ai colpi di scena, che al popolo piacciono. Ciò che mi ha meravigliato e incuriosito invece è il peso dato da tanti giornali a questa cosa. Non fanno altro che favorire Salvini e renderlo tutto sommato simpatico, come lui vuole essere. Questo linciaggio, l’accanirsi con i titoli, non può che portare acqua al suo mulino. Vedo cecità in questi giornali”.

Ed è proprio così: i sondaggi che danno la Lega ormai quasi a sfiorare il 40% sono lì a dimostrarlo.

Il meccanismo è semplice. Prendiamo per esempio l’episodio di Salvini che non risponde al giornalista di Repubblica a proposito del figlio sulla moto d’acqua della polizia. C’è stato chi ne ha parlato in toni compiaciuti, come di una goliardata di un padre importante con il figlio, e di un giornalista che viola la privacy di cui ciascuno di noi ha sacrosanto diritto quando è in vacanza (e infatti non per nulla Salvini ha scelto per le sue vacanze la Milano Marittima di tutti noi, non un’esclusiva isola dall’altra parte del mondo); e c’è stato chi ha condannato il tutto con grande enfasi, a volte accanendosi con titoli e rilanci. Ma proprio quell’esagerazione gioca a favore del vicepremier: perché il linciaggio mediatico ci rende simpatica la vittima.

Quindi, se sei contro Salvini, se, prima ancora della sua politica, non ti piace il suo modo di fare politica, la tua decisione deve essere quella di non parlarne, di non criticare il suo modo di essere suoi social, perché Salvini ha mostrato a tutti come, oggi, le vere piattaforme della politica non siano quelle di Rousseau ma quelle di Facebook, Twitter e Instagram. Nemici di Salvini imparate da Salvini. Che parla solo di sé e mai degli altri: e, se fa un’eccezione, è solo per replicare alle critiche che gli rivolgono, e quindi per rilanciare se stesso. 

Come ha spiegato lo stesso Ministro dell’Interno in televisione: “Gruber, attaccare Salvini non funziona!”

Si avvicina il momento in cui la politica italiana andrà in vacanza, con la tradizionale sospensione dei lavori parlamentari e la conseguente pausa estiva dal quotidiano dibattito sui temi – più o meno rilevanti – di carattere politico. Naturalmente, ciò non vuol dire che andranno in vacanza anche le opinioni degli italiani: anche se non vi saranno più molti sondaggi sui quali testarlo, l’orientamento degli elettori potrebbe evolversi anche durante il mese di agosto.

Nel 2018, ad esempio, la pausa estiva “nascose” il sorpasso della Lega ai danni del Movimento 5 Stelle: esattamente un anno fa il partito di Matteo Salvini tallonava il M5S da più di un mese, ma solo i primi sondaggi di settembre certificarono l’avvenuto cambio al vertice. Le cose quest’anno sono però molto diverse.

Anche questa settimana nella nostra Supermedia la Lega è saldamente al primo posto nelle intenzioni di voto ai partiti con il 36,8% dei consensi, un dato ormai stabile da alcune settimane. Perde invece quasi un punto in 15 giorni il Partito Democratico, che probabilmente soffre (come avevamo ipotizzato già la scorsa settimana) la martellante campagna con cui Lega e M5S hanno tirato in causa il partito di Nicola Zingaretti nei fatti di cronaca di Bibbiano. Tutti gli altri partiti sono sostanzialmente stabili, con il M5S al 17,6%, Forza Italia che riallunga leggermente su Fratelli d’Italia (7,3% contro 6,4%) e tutti gli altri partiti (Più Europa, Verdi e La Sinistra) sotto il 3%.

Se guardiamo all’indietro, possiamo notare come le tendenze rilevate dai sondaggi da inizio legislatura siano state, per adesso, sostanzialmente univoche. Nella politica – specialmente quella italiana – le cose cambiano in fretta, e potremmo sempre assistere ad una brusca inversione di tendenza. Ma per ora, in poco meno di un anno e mezzo, abbiamo visto una Lega salire sempre più, portandosi a quasi +20 rispetto a quanto ottenuto nelle urne alle Politiche del 4 marzo 2018.

Per contro, il M5S ha mostrato un andamento quasi sempre al ribasso, fino a ritrovarsi con un consenso quasi dimezzato (dal 32,7% del 2018 al 17% di oggi). Il PD ha invece mostrato un andamento stagnante, che negli ultimi mesi ha dato segnali di ripresa dopo l’elezione a segretario di Zingaretti ma che ultimamente sta conoscendo un nuovo momento di difficoltà. Mentre scriviamo non si intravedono all’orizzonte motivi per ipotizzare che dopo la pausa agostana le cose cambino significativamente rispetto all’attuale situazione.

Anche quello che sembrava uno scandalo potenzialmente in grado di assumere proporzioni preoccupanti per la Lega (cioè il caso “Russiagate”) non ha intaccato i consensi verso il partito di Salvini. Ben diversa la situazione per il Movimento 5 Stelle, che periodicamente si è trovato ad assumere posizioni che hanno in gran parte scontentato la sua stessa base e che ne hanno fortemente danneggiato il potenziale in termini di consenso.

L’ultimo e più recente esempio si è avuto con il via libera alla TAV da parte del premier Giuseppe Conte. È certamente possibile che la strategia di scaricare la responsabilità sugli altri partiti facendo votare delle mozioni sulla TAV in Parlamento (dove tutti i gruppi – a eccezione del M5S e della sinistra radicale – sono a favore dell’opera in questione) riesca a limitare i danni di immagine del Movimento. Per avere un’idea dei possibili effetti negativi della vicenda sui consensi al partito di Di Maio non va però dimenticato che gli italiani, in netta maggioranza, si sono sempre detti a favore della TAV.

I dati che abbiamo riportato più volte sono piuttosto netti, e variano di poco tra i diversi istituti demoscopici che realizzano le indagini. La scorsa settimana l’istituto Tecnè è tornato a chiedere agli italiani cosa pensassero della questione, scoprendo che è cambiato ben poco rispetto ai primi mesi dell’anno: il 60,1% si dice favorevole alla TAV, contro il 29,9% che si dice contrario.

Lo stesso sondaggio di Tecnè è però degno di nota per un motivo diverso. Finora, tutti i sondaggi avevano indicato una maggioranza degli italiani a favore della stabilità e sostanzialmente contrari a nuove elezioni. Ma, probabilmente a causa dell’immobilismo in cui sembra precipitato l’esecutivo a causa delle tensioni tra Lega e M5S (nonché tra i due partiti e le figure “tecniche” come il premier Conte e il ministro Tria) ora una maggioranza relativa degli intervistati ritiene che sia meglio andare ad elezioni anticipate: la pensa così – secondo Tecnè – il 40,5% degli elettori, contro il 38,4% che invece ritiene sia meglio che il governo vada avanti, nonostante le divergenze.

 

Michael Jackson che entra in pretura a piazzale Clodio a Roma, convocato per rispondere di un plagio ai danni di Al Bano Carrisi, è solo una delle tante bizzarrie che gli annali della musica ci hanno regalato. Forse non il caso di plagio musicale più famoso della storia, sicuramente quello del quale si è più discusso in Italia.

Il re del pop mondiale Michael Jackson nel comporre la sua “Will you be there” si sarebbe ispirato a “I Cigni di Balaka” del nostro Al Bano, che ai tempi, a La Repubblica, stizzito commentava così tutte le voci che consideravano la storia semplicemente ridicola data la “distanza” artistica con la star mondiale: “Solo in Italia i critici ci snobbano, in Germania ed in Austria il disco che conteneva la canzone incriminata è stato disco d’oro e in gran parte dei paesi dell’Est è diventato un inno. Non mi meraviglierebbe, visto che ha avuto successo anche in America, che il disco sia capitato nelle mani di qualcuno dell’entourage di Jackson e che da questo sia nato il plagio”.

Effettivamente alla fine il giudice diede ragione alla parte italiana condannando Michael Jackson a risarcire Carrisi con 4 milioni di lire (il cantante pugliese aveva chiesto 5 miliardi). Al Bano propose anche una soluzione alternativa: sancire la pace con un duetto, ma Jackson preferì mettere mano al portafoglio. La vicenda non si risolse lì, solo qualche mese dopo infatti i due si ritroveranno dalla stessa parte, citati dalla Sony, che sosteneva che entrambi i pezzi si fossero smaccatamente ispirati a vecchie canzoni blues delle quali l’etichetta possedeva i diritti.

Questa è solo una delle tante storie di plagi che vengono in mente oggi, leggendo della notizia della condanna di Katy Perry decisa da un tribunale di Los Angeles secondo il quale “Dark Horse”, terzo brano estratto dall’album “Prism” è stato copiato da “Joyful Noise”, canzone del rapper cristiano Marcus Flame Gray.

Ancora non è stato deciso quanto questo scherzetto peserà sul portafoglio della Perry, ma considerati i precedenti non ha certo di che stare allegra. Si, perché di precedenti, anche illustri rispetto artisti coinvolti e canzoni presumibilmente copiate, ce ne sono tanti, e ancor di più sono i fiumi di denaro che scorrono ancora oggi da parte a parte in forma di risarcimento.

Molti non sanno (in Italia, perché negli Stati Uniti la vicenda divenne uno vero e proprio reality) che il 50% dei proventi della hit mondiale “Blurred Lines” di Robin Ticket, scritta insieme a Pharrell Williams, ad oggi finisce nelle tasche della famiglia di Marvin Gaye. Un tribunale infatti ha giudicato il pezzo un po’ troppo simile al capolavoro “Got to Give It Up” pubblicato nel 1977; in più la famiglia Gaye ha ricevuto ben 7 milioni di dollari.

Un’altra storia particolarmente celebre è quella che riguarda una canzone che ormai si è fatta spazio nella storia dei brani più belli mai stati scritti;:il titolo è “Bittersweet Symphony”, pubblicato nel 1997 dai Verve e diventata un successo mondiale. Se andate a controllare oggi però, vi accorgerete che nei credits compaiono solo i nomi di Mick Jagger e Keith Richards. Questo perché i Rolling Stones fecero causa ai Verve perché il loro successo ricordava un po’ troppo la loro “The Last Time”, pubblicata più di trent’anni prima (era il 1965). All’inizio le due band si accordarono su un risarcimento pari al 50% delle royalties, poi, messi alle strette dalla minaccia di un’ulteriore causa dovettero cedere l’intero pacchetto agli Stones, che si portarono anche a casa il Grammy che come miglior canzone vinto da “Bittersweet Symphony”, una vera beffa. 

La vicenda che ha visto contrapposti Vanilla Ice da un lato e Queen e David Bowie dall’altro, invece non è nemmeno arrivata in tribunale. Ice per aver copiato parte di “Under Pressure”, compreso soprattutto il famosissimo riff di basso iniziale, per la sua “Ice Ice Baby”, pubblicata otto anni più tardi quello storico duetto, patteggiò un risarcimennto e l’inserimento di Queen e Bowie tra gli autori.

Perfino i Beatles non furono esenti da accuse di questo tipo, in particolare George Harrison, accusato nella sua “My Sweet Lord” (1970) di aver copiato “He’s So Fine”, la hit del ’62 scritta da Ronnie Mack per le Chiffons. Harrison venne ritenuto da un tribunale di “plagio inconscio” (prima volta nella storia) e condannato a pagare una multa di 587 mila dollari.

Anche un altro capolavoro della storia del rock come “Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin venne analizzata in un tribunale e considerata troppo uguale in certe parti del testo a “You Need Love” di Muddy Waters, scritta da Willie Dixon nel 1962. Plant nel 1990 continuava a sostenere che “Il riff di Page è il riff di Page”, ma la cosa si risolse con un patteggiamento segreto e l’inserimento di Dixon tra gli autori; cosa che, inutile dirlo, vale una fortuna.

Ma il plagio che forse ha fatto più clamore, essendo una delle prime cause intentate in questo senso, è quella che ha visto contrapposti i Beach Boys e Chuck Berry; oggetto della disputa una delle canzoni più popolari della storia della musica: “Surfin’ U.S.A.”, incisa nel 1963, giudicata uguale a “Sweet Little Sixteen”. Un plagio, quest’ultimo, assodato anche senza l’intervento di un tribunale, tant’è che l’entourage dei Beach Boys decise a cedere immediatamente al Barry (ufficialmente alla sua Arc Music) tutti i diritti di distribuzione e ad inserire il suo nome tra gli autori.

Chiaramente questi sono solo i casi più eclatanti, in rete quello del plagio musicale è un argomento che tira sempre moltissimo, c’è anche un sito che tiene aggiornati gli utenti interessati, www.plagimusicali.net, che “senza fini di lucro, vuole promuovere l’attività didattica/formativa e di ricerca destinata a musicisti, studenti ed addetti ai lavori, nel rispetto dell’art. 70, comma 1-bis, della Legge n. 633 del 22 aprile 1942, mettendo in risalto le somiglianze nel mondo della musica”. Dentro si trova un corposo archivio delle canzoni plagiate che non risparmia davvero nessuno, secondo il quale tutti, da Vasco Rossi a Fabrizio De Andrè, per fare due esempi eclatanti in Italia, si sarebbero fatti ispirare da opere altrui. Chiaramente non tutti questi plagi sono finiti oggetto di causa in tribunale, anche perché alla fine a decretare successo o insuccesso di un brano, sua vita o morte, è pur sempre il pubblico e, come sostiene riguardo l’argomento lo stesso Robert Plant “ti beccano solo quando sei famoso”. 

Il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha licenziato Pierluigi Coppola, uno degli esperti che si era dissociato dalla valutazione negativa sulla Tav elaborata dalla commissione costi-benefici di cui faceva parte.

A confermare le anticipazioni del ‘Messaggero’ e’ lo stesso ministero. L’ingegnere è stato licenziato con una Pec firmata dal ministro Danilo Toninelli.

Coppola, spiegano al Mit, “ha violato la riservatezza rilasciando interviste non autorizzate e soprattutto resta un’ombra su di lui, in merito al falso contro-dossier con numeri sballati sulla analisi costi-benefici Tav che gli è stato attribuito sulla stampa e di cui poi lui ha smentito la paternità senza però chiedere rettifica ai giornali che glielo attribuivano”. 

Classe 1972, originario di Napoli, docente a Tor Vergata ed esperto di “studi di fattibilità”, il professor Pierluigi Coppola è l’unico dei 6 membri del gruppo di lavoro sull’anali costi-benefici a non aver firmato il documento. Gli altri esperti, capitanati da Marco Ponti, erano Paolo Beria, Alfredo Drufuca, Riccardo Parolin e Francesco Ramella. Si è laureato alla Federico II di Napoli, ed è dal 2010 professore associato di ingegneria dei Trasporti nel dipartimento di Ingegneria dell’Impresa all’università di Tor Vergata, a Roma. Nel suo curriculum figura anche una docenza al Massachussets Institute of Technology e un corso di specializzazione organizzato dalla Croucher Foundation di Hong Kong.

Leggi anche: La verità sulla Tav

Era l’unico confermato dalla vecchia struttura voluta dal predecessore di Danilo Toninelli, il Pd Graziano Delrio. Dal Mit era arrivata la precisazione Coppola non aveva partecipato, “in specifico, alla stesura della relazione sulla analisi costi-benefici Torino-Lione”.  

Cosa aveva detto Coppola

Al Corriere della sera aveva spiegato i motivi del suo parere contrario. 

“Non ne condivido la metodologia utilizzata”, aveva detto Coppola: “Si tratta di un assemblaggio di approcci diversi. In alcuni punti si seguono le linee guida della Commissione europea. Poi si passa a un altro metodo, molto più inusuale”. Il metodo usato da Ponti, spiegava Coppola, “Si discosta molto delle linee guida adottate da tutti i Paesi dell’Unione europea sulle analisi costi benefici. E da quelle italiane che riguardano la valutazione degli investimenti pubblici”. E quindi, prosegue: “ho forti ragioni di perplessità sul metodo usato per l’analisi costi-benefici, e quindi anche sui risultati che ha prodotto. Per me è importante che le opere vengano valutate correttamente, siano esse la Tav o un’autostrada”. 

“Non è ormai un mistero il fatto che l’inserimento nei costi del mancato incasso delle accise sui carburanti sia una procedura inedita, non prevista da alcuna linea guida, europea o italiana”, è l’unica anomalia di cui vuole parlare nell’intervista. 

Nel mese di giugno 2019, l’Istat stima che l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (Nic), al lordo dei tabacchi, registri un aumento dello 0,1% rispetto al mese precedente e dello 0,7% su base annua (era +0,8% a maggio); la stima preliminare era +0,8%.

L’inflazione acquisita per il 2019 è +0,7% per l’indice generale e +0,5% per la componente di fondo.

Hayabusa 2 ha tentato (e forse è riuscito) in un’impresa veramente eccezionale, mai fatta prima. Il falco giapponese potrebbe essere riuscito a raccogliere qualche campione del sottosuolo dell’asteroide Ryugu intorno al quale sta orbitando dal giugno 2018.

Sequenza di immagini di Ryugu ottenute durante l’avvicinamento tra il 18 e il 20 giugno 2018. È evidente la forma “puntuta” di questo corpo celeste.
 

Scopo della missione è raccogliere e riportare a casa qualche pizzico di materiale del sasso celeste che gli scienziati vogliono studiare perché gli asteroidi sono i testimoni più diretti della formazione del sistema solare. Da allora, sono rimasti inalterati e quindi possono svelarci molti segreti che sono rimasti cristallizzati nelle loro rocce.

La sonda aveva già fatto un touch down a febbraio per raccogliere (si spera) qualche campione di suolo. Tuttavia, quello che c’è in superficie è certamente alterato dalle interazioni con il vento solare e quindi, per trovare del materiale veramente pristino, occorre andare più in profondità.

Per questo Hayabusa 2 ha dovuto scavare un cratere nella superficie già molto butterata di Ryugu. Il 4 aprile ha lanciato contro l’asteroide un proiettile anticarro che è esploso in volo rilasciando un impattatore di rame di 2 kg.

La zona prescelta è indicata dalla freccia rossa

Paragonando le immagini ottenute prima e dopo l’impatto, si è visto dove si era accumulato il terreno fresco ed è lì che si è posata la sonda l’11 luglio.  Ovviamente i tecnici dell’agenzia spaziale giapponese (Jaxa) non possono essere sicuri che la sonda sia riuscita nella sua storica impresa, tuttavia sono molto fiduciosi perché tutto è andato secondo i piani.

Non resta che aspettare il rientro dei preziosi contenitori (che, nel dicembre 2020, atterreranno nel deserto australiano, per evidente mancanza di terreno desertico e disabitato in Giappone). Solo allora si saprà come è andata la raccolta del materiale sia quello superficiale sia quello più profondo smosso dall’impatto.

Noi facciamo il tifo. Gli unici campioni di sottosuolo extraterrestre sono stati raccolti sulla Luna dagli astronauti 50 anni fa, nel corso delle missioni Apollo.  Se il touch-down dei giorni scorsi sarà riuscito ad afferrare qualche campione, sarà l’unico altro esempio di sottosuolo di un oggetto del sistema solare.

In caso di successo, il primato dei colleghi giapponesi è destinato a durare a lungo, dal momento che la missione NASA Osiris Rex (in orbita intorno all’asteroide Bennu) pianifica solo raccolta di materiale superficiale, sempre sperando che Bennu collabori e non faccia troppi scherzi. Finora ha dato filo da torcere. Da un lato è talmente sassoso da lasciare poco spazio per i tentativi di avvicinamento e raccolta, dall’altro si è rivelato un raro caso di asteroide attivo e ogni tanto produce sbuffi di gas che potrebbero danneggiare la sonda.  

Chi ricorda l’arrivo nelle nostre vite dei primi smartphone, ricorda anche i primi negozi in cui venivano venduti. Non c’era molta scelta: o si sposava Apple – nelle intensioni di Steve Jobs per tutta la vita – o si andava in uno dei negozi degli operatori e si prendeva un Samsung o un Lg in bundle con l’offerta telefonica pagandolo in 120 mila comode rate.

Oppure c’erano dei negozietti, poco più che bugigattoli dall’aria vagamente losca in cui si potevano trovare a prezzi più ragionevoli cellulari usati (nella migliore delle ipotesi) o quelli che una decina di anni fa cominciavano ad arrivare semiclandestinamente sul mercato europeo: gli smartphone cinesi.

Improbabili marchi con nomi pressoché impronunciabili, touchscreen che al tatto ricordavano il domopak, poche elementari app, suonerie che riproducevano i clacson dei camion pachistani e poco altro.

Sono passati meno di dieci anni e non ha molto senso stare a ricordare dove sono arrivati colossi come Huawei, Oppo, Xiaomi e OnePlus, alcuni dei quali sono diventati tanto grandi da impensierire la Casa Bianca. Ha senso però guardare che fine hanno fatto quei bugigattoli semiclandestini in cui si andava in cerca di imitazioni a basso costo.

Ormai anche gli Apple Store sono storia: nessuno si ferma più incantato di fronte al cubo di vetro sulla Fifth Avenue e i nuovi signori delle telecomunicazioni hanno capito che non basta inondare il mercato di device: bisogna trasformare la scelta di un marchio in una esperienza.

E’ interessante la strada che hanno intrapreso Huawei e Xiaomi. Quest’ultima sta per aprire (la data è il 13 luglio) il nono Mi Store in Italia. Huawei, nonostante appena un mese e mezzo fa c’era chi la dava per spacciata, ha inaugurato da poco a Madrid l’experience store più grande d’Europa, che segue quello aperto a Milano nel 2017.

Due approcci diversi: Xiaomi nel 2019 ha già aperto ben quattro negozi e punta all’espansione territoriale. Nei Mi Store è possibile acquistare non solo gli smartphone, ma gli elettrodomestici e gli accessori come la Mi Smart Band 4, gli auricolari Mi True Wireless Earphones e il monopattino elettrico, Mi Electric Scooter.

Huawei sta invece costruendo un’esperienza. Non a caso i negozi sono stati ribattezzati ‘experience store’. “Nel 2017 abbiamo intrapreso come azienda un percorso di costruzione di un negozio inteso come centro esperenziale” spiega all’Agi Isabella Lazzini, marketing and retail director Huawei CBG Italy, “Contavamo 2.300  negozi di cui il 99% in Cina, e quello in Italia è stato il primo fondato su un concept innovativo, pensato come una piazza in cui la vendita  fosse una naturale conseguenza e non l’obiettivo primario”.

Nell’experience store ci sono servizi di base come le consulenze gratuite per il passaggio di dati da un vecchio smartphone a uno nuovo – a prescindere da dove il prodotto sia stato comprato – ed esperienze più complesse che nascono dalla collaborazione in vari ambiti. “Ad esempio insegniamo il cinese usando i nostri tablet, organizziamo corsi di yoga e ginnastica per far capire i benefici dei nostri indossabili. Facciamo vivere il prodotto nel contesto della propria passione” spiega Lazzini.

La matrice creata in Italia è stata esportata in Europa, aggiunge, orgogliosa di sottolineare che, anche se quello di Madrid è il negozio più grande, l’idea sulla quale si fonda è made in Italy. Avere a disposizione un ‘luogo di incontro’ è stato importante anche nei giorni più difficili, quelli del bando varato dagli Stati Uniti contro Huawei. “Aveva creato confusione nelle persone e chi cercava chiarezza veniva nei negozi, soprattutto sulle tante fake news che circolavano, inclusa quella sulla possibilità di continuare a utilizzare WhatsApp sui nostri smartphone”.

L’intenzione è di continuare a sviluppare esperienze, come quella con Pietro Celo dedicata ai bambini non udenti che nello store milanese possono sperimentare la app che traduce i libri in lingua dei segni. Lo scopo è duplice: stimolare l’apprendimento del linguaggio dei segni e l’abitudine alla lettura. “A prescindere che poi decidano di usare o no un device Huawei” conclude Lazzini.

C’è una lezione che riguarda la vita di ogni startup e che Amazon ha rappresentato in maniera egregia. Meglio di qualunque altra azienda nata dalla rivoluzione digitale. La lezione è quella che Peter Thiel dà agli imprenditori digitali nel suo “Da 0 a 1” (in Italia lo ha pubblicato Rizzoli, 2016). Suona più o meno così: il perfetto mercato per una startup è un mercato piccolo, un piccolo gruppo di persone particolari che necessitano di un servizio che nessuno offre. Un mercato dove in sostanza non c’è concorrenza. Dopo aver conquistato quello, la nicchia (pensate a Mark Zuckerberg che crea il suo social per gli studenti di Stanford, per dire), si può pensare ad allargarsi. 

La lezione ha anche una premessa. Anche qui cito a memoria: la concorrenza per i paesi occidentali è un’ideologia, ma la verità è che il capitalismo e la concorrenza non vanno d’accordo. Il capitalismo è accumulazione del capitale (Thiel cita proprio Marx, non è una libera ricostruzione), e la concorrenza invece implica che i ricavi siano erosi da altre aziende. In sostanza concorrenza e capitalismo sono in contraddizione, perché il capitalismo tende al monopolio per massimizzare i profitti. 

Il fondatore di PayPal, tra gli uomini più ricchi della Silicon Valley e convinto sostenitore dell’America Trumpiana, per sostanziare questa sua tesi a proposito delle startup e dell’economia digitale racconta un po’ di storie di successo. Tra queste quella di Amazon, il colosso dell’ecommerce che due giorni fa ha compiuto 25 anni e che ha chiuso l’ultimo anno con un fatturato di 233 miliardi di dollari. Chiaro dunque che questo consiglio non vale per chi vuole aprire un bar, o una trattoria. 

Scrive Thiel: “La visione complessiva di Jeff Bezos era dominare tutto il retail online, ma ha iniziato con i libri in modo assolutamente consapevole. Esistevano due milioni di libri a catalogo, ma avevano tutti più o meno la stessa forma, erano facili da spedire e alcuni dei titoli che si vendevano più raramente – quelli meno profittevoli da tenere in magazzino per qualsiasi libraio – attiravano i clienti più entusiasti”. In sostanza Amazon divenne un prodotto perfetto per quelli che cercavano libri insoliti. Una volta ottenuto questo mercato ‘di nicchia’, arriva però il passo successivo. Come crescere? E anche qui c’è una strategia. 

O aumentano i lettori. O aumenta l’offerta. Amazon con Bezos “ha scelto la seconda, iniziando con i mercati più simili”: CD, video e software. “Poi ha continuato ad aggiungere gradualmente categorie fino a che è diventata il più grande magazzino del mondo. Il nome stesso racchiudeva brillantemente la strategia di crescita: la biodiversità della foresta pluviale amazzonica rifletteva l’obiettivo iniziale di Amazon di catalogare ogni libro nel mondo, e sta lì a indicare ogni cosa nel mondo. Punto”. Amazon oggi è un monopolio. E soddisfa i principi ‘ideologici’ del capitalismo raccontati da Bezos. Come li soddisferebbe Facebook, o in qualche modo Airbnb o Uber.  

Curiosità. Amazon nel nome è oggi un inno alla diversità della vita. Eppure il primo nome della società in realtà era Cadabra. Ma, ricorda AGI in un pezzo che ne ha celebrato i 25 anni, quando il primo consulente legale lo legge per la prima volta, fa notare a Bezos che suona molto simile a “cadaver”. Cadavere.

@arcangeloroc

Domenica 9 giugno è partito ufficialmente il tour di J-Ax, al momento in vetta a tutte le classifiche con il nuovo singolo “Ostia Lido”, insieme agli Articolo 31, la rap band che lo ha reso famoso e che in qualche modo ha sdoganato l’hip hop anche in ambienti molto più pop. Una musica, quella degli Articolo 31, che ha anticipato, e di diversi anni, l’esplosione di un genere pronto a dominare oggi il mercato discografico italiano; ma non solo, gli Articolo 31, specie in “Così Com’è”, l’album della consacrazione assoluta, descrivevano perfettamente, con dovizia di particolari e relative conseguenziali sensazioni, quello che era l’Italia in quel momento e, in un caso, anche qualcosa in più.

 

Parliamo di una canzone dal titolo “2030”, in cui J-AX rappa un futuro apocalittico, la sua visione dell’anno 2030 se il declino intrapreso dal nostro paese non sarà interrotto, e al momento non si vedono nemmeno all’orizzonte spazi di manovra buoni per decelerare. La canzone è stata pubblicata nel 1996, 23 anni fa, ciò vuol dire che siamo più o meno a metà del percorso che ci porta a quella data e oggi, riascoltando il pezzo, non si può far altro che constatare come certe derive siano già state intraprese.

Per prima cosa, ricorda come le venne in mente di scrivere “2030”?

“Non lo so, ho letto dopo tempo che sarebbe stata una mia citazione colta di “When I’m Sixty-Four” dei Beatles, ma io non l’avevo mai sentita. L’idea del tempo che passa non c’entra neanche tanto con il testo. Volevo fare un pezzo che parlasse del presente, per dire “guardate che oggi si possono ancora cambiare le cose”. Mi sembrava un’idea originale quella di esprimere nostalgia per il tempo che stavamo vivendo. È stata un’ispirazione del momento che si è ingrandita mentre la scrivevo”.

Si sarebbe mai aspettato che a metà del percorso fossimo così avanti nel veder materializzata quella società drammatica che ha descritto nella canzone?

“Allora, spero che Ambra entri in politica presto perché è l’incipit della canzone, sono qui che incrocio le dita, spero che Ambra diventi presidente di qualcosa entro il 2030. Ma in realtà questa canzone dimostra che in Italia le cose non cambiano mai più di tanto. Vinceva il populismo allora come vince il populismo adesso”.

 

Partiamo dal principio, 2030 e di anni ne ha quasi 60, cosa incontrovertibile, il suo pizzetto inizia a ingrigirsi? Più che altro, posso chiederle se si sente molto più invecchiato e in cosa lo nota soprattutto?

“A parte degli acciacchi fisici che per ora non sono neanche tanto frequenti, tipo un po’ di torcicollo, la fortuna è che di testa non mi sento invecchiato neanche di un giorno”

Come invecchia un rapper?

“Come sono invecchiati Eric Clapton o Keith Richards, perché noi siamo la prima generazione e allora viene di chiederlo, ma dopo di noi non se lo chiederanno più. Come sono invecchiati John Lydon, Ozzy Osbourne…chi invecchia restando simile a se stesso diventa più grande ma non invecchia”.

Prima strofa “Il cielo quasi non si vede più/si esce con la maschera antigas”, il che non è vero adesso ma sembra sempre più vero…

“Beh, perché già allora, negli anni ’90, gli scienziati lo dicevano: ‘Ragazzi se continuiamo così succederà questo’. Quindi, non vedendo segnali di cambiamento ho scritto questo. È colpa della politica, si, ma questo è un problema che la gente preferisce ignorare, la classica cosa così grande che fa paura e allora si preferisce girare la testa dall’altra parte. Un po’ come quel neo che hai sulla schiena che non vai a farti controllare”.

Più avanti dice: “Ormai si parla solo tramite Internet”, ma come se la immaginava la rete quando ha scritto la canzone nel ’96? Credeva davvero che tutto prima o poi sarebbe passato da lì?

“Assolutamente si, l’ho capito dal giorno 1. Perché se c’è una cosa che non si batte nell’evoluzione umana è la ricerca della comodità. Non doversi neanche più vestire per uscire per parlare con della gente è una cosa che ha appeal per tutti e avevo immaginato che sarebbe finita così. Io, in quanto nerd, nel ’95 avevo già il mio sito”.

 

Seconda strofa: affronta la sua visione della musica e scrive: “Loro controllano televisione e radio/C’è un comitato di censura audio/Valutano, decidono, quello che sì, quello che no/Ci danno musica innocua, dopo il collaudo/ci danno Sanremo/presenta ancora Baudo/Con i fiori e la scenografia spettacolare”. Ecco, considerato che Sanremo è ancora fiori e scenografia spettacolare, com’è cambiato invece il mercato discografico? Perché l’impressione, da ascoltatore, è che davvero si tenda a mettere sul mercato musica molto più innocua.

In realtà su quello ho avuto ragione a metà. Il mainstream sarebbe ancora così ma adesso, essendoci Internet, finisce in classifica anche musica che innocua non è. Sotto quel punto di vista cominciano ad avere molto meno potere i media tradizionali, però c’è da dire che se fosse per loro la musica sarebbe completamente innocua”.

Altro passaggio da Nostradamus: “2030 e un giorno sì e uno sì scoppia una bomba/2030 e stiamo senza aria/Ma odio ce ne abbiamo in abbondanza/Prima divisero Nord e Sud, poi città e città/E, pensa, adesso ognuno è chiuso nella propria stanza/L’intolleranza danza, non c’è speranza”, queste rime sono un chiaro riferimento alla Lega, che era quella di Bossi. Ecco, ora la Lega è al governo, se lo sarebbe aspettato nel ’96? 

“Quello dell’addossare il problema sul prossimo e di scatenare una guerra tra i poveri era già una cosa che la Lega iniziava a fare, devo dire che forse non mi aspettavo questa amnesia rispetto alla Lega da parte degli italiani del Sud. Mi sarei immaginato la Lega al governo ma non mi sarei mai immaginato che la Lega potesse prendere tanti voti al Sud dopo quello che hanno detto per vent’anni. Per quanto riguarda la gente chiusa nella propria stanza ci ha pensato la società, Internet, non certo la Lega, comunque trovare un nemico, dire che le cose vanno male per colpa dell’Europa è una cosa a livello nazionale, poi se vai nello specifico ‘il mio quartiere fa schifo perché è colpa di quello della casa di fianco’.

Nella terza strofa scrivi “I cyber-nazi fanno uno show in TV/I liberatori picchiano barboni in nome di Gesù”, e anche qui ci vediamo forti riferimenti all’attualità, no?

“I liberatori della canzone mi ricordano molto gli ultracattolici del movimento per la famiglia. C’è questa frangia ultracattolica che estremizza qualsiasi religione, qualsiasi credo, per intervenire sulle libertà individuali”.

Il pezzo si chiude con una certa nostalgia, canti come se non ci fosse più speranza, scrive “è troppo tardi”. Ma lo è davvero secondo lei?

“Con gli uomini non si può mai dire, perché gli uomini sono come gli scarafaggi e i topi, difficile farli fuori, si adattano a qualsiasi contesto. A me piace pensare che questo periodo cupo che stiamo vivendo, un po’ come un ritorno al medioevo, passi; sai, per guarire dall’influenza bisogna prima ammalarsi e farsi gli anticorpi. Purtroppo non abbiamo tanta memoria storica, queste cose sono già successe in passato, nascono dal populismo della destra, spero che un giorno la gente, al posto di arrabbiarsi con altra gente, si arrabbi con chi veramente è responsabile di tutto ciò. Nel mio caso credo che sia il libero mercato senza delle regole globalizzate. Cioè, aver globalizzato il mercato senza globalizzare le leggi, facendo in modo che possano esistere dinamiche di sfruttamento, come nel terzo mondo dei lavoratori, che devono mettersi sullo stesso mercato con nazioni che non hanno gli stessi diritti sindacali. Se arrivasse davvero un politico per fare qualcosa a favore degli italiani farebbe crollare subito il Pil perché gli investitori si spaventano. È la nostra falsa economia, l’economia del debito, l’economia dei soldi che poi in realtà non ci sono, dell’aver speso risorse che non abbiamo; tutto quello che la gente non sa, che non può sapere perché al telegiornale gli viene raccontato che il paese va in malora perché ci sono gli omicidi, gli immigrati e perché i politici sono corrotti. La realtà è che noi abbiamo permesso ai gruppi finanziari e alle multinazionali di dettare legge alla politica. I politici fanno solo un giochino per guadagnare consenso, la versione per brutti delle rockstar. Quindi non voglio dire che non c’è speranza però è lunga”.