Newsletter
Ultime News
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Un azzardo. Un bluff. I pezzi disposti sulla scacchiera. Lo scacco al re. Da quando Qassem Soleimani è stato ucciso in un attacco di droni statunitensi, si sono sprecate le metafore ludiche per analizzare le mosse di Washington e Teheran. E tra tutti i giochi non a caso sono stati scelti il poker e gli scacchi. Gli analisti e i politici di professione hanno definito l’attacco ordinato da Donald Trump ora come una mossa avventata, ora come una dimostrazione di grande capacità strategica.

Ma visto da chi gli scacchi e le carte le conosce bene, come appare il gioco sul tavolo mediorientale? “Il racconto più noto sulla ideazione degli scacchi è quello riportato in un antichissimo testo, composto verso il VII secolo d.C. e scritto in lingua ‘pahlavica’, ovvero in persiano antico” dice Adolivio Capece, maestro della Federazione scacchistica, “e la spiegazione che dà del principio degli scacchi è illuminante: la vittoria su chi è potente va ottenuta con la mente”.

Una metodologia di ‘gioco’ che gli iraniani conoscono bene e applicano da sempre.  “L’invenzione degli scacchi coincide con la fine di un lungo periodo di guerra” dice ancora Capece, “risale all’epoca di re Khusraw II Parviz, tra il 590 e il 628 d.C., uno degli ultimi sovrani (shah, in italiano ‘scià’) di Persia. Era di stirpe sàsànide ed è noto per aver conquistato e annesso al suo regno Damasco e Gerusalemme tra il 613 e il 614.

Ma al di là dei risvolti storici, va sottolineato che fu in un lungo periodo di pace, quasi 15 anni, che gli scacchi conclusero una evoluzione secolare e assunsero molte delle caratteristiche attuali. In un periodo in cui Khusraw – o Re Cosroe – faticava a trascorrere le giornate e spesso si annoiava, un suo dignitario, di nome Sissa si presentò con un tappeto sul quale aveva disegnato un reticolato composto da 64 piccoli quadrati e statuine che rappresentavano schematicamente due eserciti contrapposti pronti alla battaglia, secondo la concezione dell’epoca. Quindi guerrieri a piedi (i Pedoni), carri per il trasporto delle vettovaglie e delle salmerie (saranno le Torri), truppe a cavallo (il Cavallo) e su elefante (diverranno gli Alfieri) e poi il sovrano(il Re) con il suo generale (nell’anno 1000 al passaggio in Europa diverrà la Regina).

La partita a scacchi tra Iran e Usa

Sistemò quei pezzi e cominciò a spiegare le regole del movimento di ciascuno e lo scopo del gioco, che era evidentemente uccidere il re (lo scià) nemico. Chi fosse riuscito avrebbe potuto gridare “Shah mat!”, “il Re (lo Scià) è morto!” E proprio dall’espressione “Shah mat!” per assonanza deriverà “scacco matto!“. E se quella tra Usa e Iran si sta trasformando ora in una partita a scacchi, senza dubbio è iniziata come una partita a poker. Con quello che qualcuno ha definito bluff e qualcun altro azzardo.

“Bluff direi proprio di no” dice Andrea Piva, teorico del gioco del poker e autore del romanzo ‘L’animale notturno’ (Giunti) dedicato proprio al gioco di carte. “Per bluff si considera un’azione finta e invece qua l’azione c’è stata ed è stata fortissima”. Piva privilegia la definzione di ‘azzardo‘. “Del resto è nel carattere di Donald Trump imporsi nell’agone internazionale come uno scompaginatore. Può apparire più come un giocatore di dadi che come uno stratega che segue la teoria dei giochi. In uno schema che storicamente è basato sulla reciprocità, sulla collaborazione e sulla prevedibilità sta immettendo un elemento della assoluta imprevedibilità: la randomizzazione. È come se dicesse ai suoi avversari: io non agisco per razionalità, ma tirando un dado”.

E questa sovversione delle regole nel gioco paga? “Dal punto di vista della pratica di gioco, uno come Trump è il nemico che meno vorresti avere perché è impossibile prevedere con un anticipo di uno o due turni quale sarà la sua mossa. E’ il tipo che può distruggere una partita, ma tendenzialmente il valore atteso è molto basso”. E questo cosa significa?

La mossa di Trump, la reazione iraniana

“Nel gioco a somma zero, un giocatore vince e l’altro perde. Non c’è altra soluzione possibile” spiega Piva “E negli equilibri internazionali un gioco a somma zero non è previsto. Nel caso del confronto tra Iran e Stati Uniti, se la reazione di Teheran fosse stata molto violenta e avesse davvero fatto decine di morti, la mossa di Trump si sarebbe rivelata di poco valore o addirittura di valore negativo. Invece sembra che gli iraniani abbiano fatto di tutto per reagire sì, ma facendo il minor danno possibile.

Così può apparire che la mossa di Trump abbia avuto un valore atteso molto cospicuo – perché ha tolto di mezzo uno stratega delle forze iraniane senza subire una vera rappresaglia. Ma la teoria dei giochi non valuta mai gli esiti delle mosse, quanto piuttosto ma il processo che ha portato a quella mossa. Una decisione basata su un calcolo probabilistico-statistico può funzionare o avere esiti negativi, ma lo stesso può succedere con le mosse azzardate. La differenza è che giocare prevedendo la reazione del nemico permette di sottrarsi alla logica del gioco a somma zero, in cui possono esserci solo un vincitore e uno sconfitto”. E se fosse un gioco, per adesso chi sarebbe in vantaggio?

“I risultati positivi che Trump sta avendo nel breve periodo possono essere illusori, l’unico che ha fatto la mossa giusta dal punto di vista strategico è l’Iran che si è compattato, ha risposto in maniera misurata appellandosi all’articolo 51 e ha di fatto messo la palla nel campo degli Usa lasciando a Trump la scelta su cosa fare: rilanciare o impegnarsi in una de-escalation. Secondo la teoria dei giochi, ora Washington dovrebbe fare una valutazione dei risultati raggiunti e decidere il da farsi. Per come si è comportato finora, Trump potrebbe non fermarsi qua, ma è chiaro che questo non è un gioco a due e bisogna vedere come si disporranno gli equilibri tra falchi e colombe nella Casa Bianca e al Pentagono. Per non parlare di tutti gli altri attori regionali che seguono – e in qualche modo sponsorizzano – le sue mosse”.

È allerta in Cina a causa di una misteriosa polmonite virale che finora ha già contagiato 44 persone, di cui 11 versano in gravi condizioni. Gli aeroporti hanno preso le precauzioni per segnalare i possibili casi sospetti e limitare i contagi, con il terrore di un ritorno del virus della Sars che uccise migliaia di persone tra il 2002 e il 2003. L’infezione è stata segnalata per la prima volta il 24 dicembre scorso a Wuhan, città della Cina centrale con una popolazione di oltre 11 milioni.

Giovedì l’epidemia ha suscitato timori anche a Hong Kong quando una donna, che era stata a Wuhan durante le vacanze di Natale, è stata ricoverata in ospedale per infezione respiratoria. A metà giornata di sabato, l’autorità ospedaliera di Hong Kong aveva segnalato in totale otto casi sospetti e l’allerta sanitaria è stata innalzata al livello “grave”. Tre sono in cura in condizioni di isolamento in un ospedale pubblico, mentre gli altri cinque sono stati dimessi.

Nella Cina continentale, le autorità hanno riferito che il principale gruppo di recenti infezioni è concentrato attorno a un mercato alimentare a Wuhan, dove erano stati venduti animali selvatici. La causa non è stata ancora identificata e non escludono possa trattarsi di malattie respiratorie comuni come l’influenza, l’influenza aviaria e l’infezione da adenovirus. Finora, i funzionari cinesi hanno affermato che non vi è stata alcuna trasmissione da uomo a uomo, ma Ho Pak-leung, direttore del Centro per le infezioni dell’Università di Hong Kong, ha consigliato alla città di prepararsi a questa possibilità.

“Le misure preventive dovrebbero essere il più rigorose possibile”, ha detto Ho all’emittente pubblica di Hong Kong Rrthk, esortando il governo continentale a fornire aggiornamenti in tempo reale. Venerdì sono stati installati ulteriori sistemi di imaging termico all’aeroporto internazionale di Hong Kong per controllare la temperatura corporea dei viaggiatori che arrivano da Wuhan. A Singapore, il ministero della salute ha annunciato che tutti i viaggiatori che arrivano da Wuhan sarebbero stati soggetti a controlli della temperatura corporea.

L’astronauta Samantha Cristoforetti sarebbe pronta a lasciare l’Aeronautica militare. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, AstroSamantha dopo 19 anni di appartenenza ha deciso di lasciare il Corpo, congedandosi nei primi giorni di gennaio, per motivi a oggi ignoti.

A gennaio, scrive il quotidiano, la Cristoforetti si recherà di persona a Istrana, nel Trevigiano, dove ha sede il 51 Stormo a cui ancora appartiene: lì è previsto il saluto alla bandiera e il disimpiego delle formalità di rito. Che prevedono, tra l’altro, anche un colloquio con il comandante della base, il colonnello Massimiliano Pasqua, e probabilmente solo in quell’occasione si conosceranno i motivi della decisione. 

La Procura della Repubblica di Bolzano ha sequestrato la pista da sci della Val Senales in Alto Adige dove sabato scorso una valanga di grandi dimensioni ha ucciso una donna di 35 anni (ufficiale dell’esercito tedesco), sua figlia di 7 e un’altra bambina sempre di 7 anni, e ferito due persone, il padre e il fratello di una delle due bambine.

La Procura probabilmente giaà nella giornata odierna nominerà un perito. L’autorità giudiziaria, che nelle indagini è coordinata dal pubblico ministero Guenther Morandell, nel corso del sopralluogo sul luogo della tragedia – il tratto di pista che dalla ‘Forcella dei contrabbandieri’ conduce a fondovalle – ha già effettuato accertamenti anche fotografici. L’indagine cercherà di stabilire se la slavina sia stata provocata da terzi – per esempio, uno o più scialpinisti che si trovavano sopra – oppure si è staccata spontaneamente dalla montagna. Sono state chiuse anche le vicine piste ‘Teufelsegg‘ e ‘Hintereis‘. Al momento della tragedia in quella zona soffiava un forte vento: per il gestore degli impianti la valutazione di tenere aperta la pista sarebbe stata corretta.

“È una proposta incomprensibile. Che peraltro Salvini ha fatto a Pd e M5s prima di sottoporla a noi, i suoi alleati. Mi sembra un modo alquanto strano di tenere i rapporti nella propria coalizione”. In un’intervista al Corriere della Sera.

La presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, va a testa bassa contro l’alleato di coalizione Matteo Salvini e dice di non essere intanto d’accordo “sul merito”. “Si vuole andare al governo insieme – si chiede – o si vogliono scrivere assieme provvedimenti su alcune materie?”. E se dovesse trattarsi del primo caso, risponde: “Proposta irricevibile”.

Quindi Meloni prosegue dicendo che “se la maggioranza propone provvedimenti condivisibili, noi non abbiamo problemi: FdI ha votato il taglio dei parlamentari, quando tutte le altre opposizioni votavano contro. Ma sulle grandi materie, come si può pensare che ci si trovi tutti d’accordo?”

Giorgetti, però – fa notare il quotidiano – ha buttato nella mischia il nome di Draghi, un governo di emergenza potrebbe avere un senso…? Risposta di Meloni: “Ma basta con governi nati in laboratorio: se Draghi vuole fare il premier si candidi, e se vince farà il premier. Qualunque altra ipotesi per me non esiste”.

Secondo la leader di FdI, “le nostre sono visioni totalmente divergenti” da quelle di Salvini, puntualizza. E su vari temi: banche, infrastrutture, crescita. E sul primo punto, Meloni dichiara: “E dovremmo difendere i risparmi con quelli favorevoli al nuovo trattato sul fondo salva-Stati?.

Sulle infrastrutture, puntualizza: “Lo ricordo, lo scorso governo andò in crisi per le divisioni tra M5S e Lega sulla Tav”. Infine la crescita: “Voglio vedere che intesa può mai esistere con chi sta facendo una manovra che prevede un incremento di tasse di 6 miliardi nel 2020 e di 11,2 nel 2021”. Insomma, nessuna visione comune, nessuna compatibilità.

Quindi Meloni aggiunge che se si vuole davvero bene all’Italia, “la soluzione migliore è far scegliere agli italiani un programma coeso per uscire dalla palude”. Personalmente, lei crede che “ne sia convinto anche Salvini”, che forse “lanciando questo sasso nel campo di Agramante voleva solo togliersi l’etichetta di sfasciatutto”, chiosa la leder di FdI, che quanto a riforme propone: “Si voti una Costituente assieme al prossimo Parlamento, e si vada anche per questo alle urne il più presto possibile. Non possono essere queste Camere, scarsamente rappresentative, a cambiare la Costituzione”.

E sulla legge elettorale, Meloni afferma che “se si vota oggi, anche con questa legge che non ci piace, avremmo una maggioranza forte e certa per governare per 5 anni il Paese”, ma resta dubbiosa sul fatto che Giorgetti si sia espresso “pronto a trattare sul sistema spagnolo” quando “la Lega ha raccolto le firme per abolire la quota proporzionale”. E si chiede: “E poi si tratta sul proporzionale, che perpetua l’ingovernabilità?”

Poi, sul futuro del governo e sul voto imminente dice: “Con o senza responsabili, questo governo non ce la farà ad andare avanti. Troppi personalismi, troppi aspiranti leader, troppe spinte contrapposte per la ricerca di consenso da parte di ogni forza politica e nessun collante”. Quindi chiosa: “C’è un logoramento quotidiano che non potrà che portare alla caduta del governo. Anche per questo, non possiamo essere certo noi a tendere loro la mano”.

L’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di Cassazione ha dato, il 20 novembre, il suo via libera al referendum abrogativo sulla legge elettorale in vigore, il Rosatellum ter.

Ma com’è nato questo referendum e cosa prevede? A che punto siamo del suo iter dopo l’approvazione della Cassazione? Andiamo a vedere i dettagli.

Il referendum voluto dalla Lega

L’iniziativa politica per modificare la legge elettorale è stata della Lega e in particolare del senatore Roberto Calderoli, che ha battezzato Popolarellum il sistema elettorale che nascerebbe da un’eventuale vittoria dei “sì” al referendum.

Per avanzare la richiesta di referendum, la Lega, a cui si è unito il resto del centrodestra, non ha raccolto 500 mila firme ma ha sfruttato un’altra delle possibilità previste dall’articolo 75 della Costituzione: la richiesta di almeno cinque Consigli regionali.

Al momento del deposito del quesito referendario in Cassazione, il 30 settembre, i Consigli regionali che hanno fatto richiesta erano otto: Veneto, Sardegna, Lombardia, Friuli, Piemonte, Abruzzo, Liguria e Basilicata. Tutte queste regioni sono governate da alleanze di centrodestra, con Lega, Forza Italie e Fratelli d’Italia.

Che cosa cambierebbe con il Popolarellum

Se il referendum abrogativo voluto dalla Lega dovesse avere successo, verrebbe eliminata la quota proporzionale prevista dall’attuale legge elettorale, il Rosatellum ter.

Il Rosatellum prevede, in sintesi, che alla Camera e al Senato i tre ottavi dei parlamentari vengano eletti in collegi uninominali con il sistema maggioritario, in cui insomma vince chi prende anche solo un voto più degli altri. I rimanenti cinque ottavi sono invece eletti con sistema proporzionale con sbarramento al 3 per cento.

Come abbiamo spiegato nel nostro progetto Traccia il Governo, la legge elettorale con cui si è votato alle ultime elezioni era il Rosatellum bis, mentre adesso è in vigore – per le futuro consultazioni – il Rosatellum ter, in quanto dopo il taglio del numero dei parlamentari si sono resi necessari degli aggiustamenti.

Eliminando la quota – prevalente – di proporzionale, il sistema diverrebbe un maggioritario puro a turno unico, simile a quello in vigore nel Regno Unito. In concreto significherebbe che nel singolo collegio viene eletto chi prende anche un solo voto più degli altri candidati. Se ad esempio quattro partiti ottenessero il 19,9 per cento dei voti in tutti i collegi e il quinto partito il 20,4 per cento, quest’ultimo si accaparrerebbe il 100 per cento dei seggi.

Che passaggi mancano?

La Cassazione è incaricata di verificare la regolarità e la legittimità dei quesiti referendari, mentre spetta alla Corte Costituzionale valutare la loro legittimità costituzionale.

Questi ultimi vengono infatti valutati successivamente dalla Corte Costituzionale. Dunque, ottenuto il via libera dalla Corte di Cassazione, il referendum proposto dalla Lega dovrà ora superare l’esame della Consulta.

Questo è il passaggio più insidioso, considerando i dubbi di costituzionalità che hanno avanzato diversi esperti, in quanto il sistema che si creerebbe in caso di vittoria dei “sì” al referendum non sarebbe immediatamente applicabile. Servirebbero infatti degli ulteriori interventi legislativi per definire i collegi e via dicendo, e la giurisprudenza della Corte Costituzionale ha in passato stabilito che il Paese non possa restare senza una legge elettorale applicabile. Se infatti il governo cadesse improvvisamente, non si saprebbe con quale legge elettorale andare al voto.

Se, come sostiene ad esempio il padre del Popolarellum Roberto Calderoli, questi dubbi di costituzionalità verranno superati e il referendum otterrà il via libera dalla Consulta, a quel punto verrà fissata una data per la consultazione.

Quando si terrà eventualmente il voto, perché il referendum venga approvato, in base all’art. 75 Cost., sarà necessario che l’affluenza superi  il quorum del 50 per cento più uno degli aventi diritto e sarà poi necessario, ovviamente, che i “sì” alla riforma siano di più dei “no”.

Conclusione

Il referendum abrogativo che elimina la quota proporzionale della legge elettorale attualmente in vigore, il Rosatellum ter, è stato voluto dalla Lega. La richiesta è venuta da otto consigli regionali guidati dal centrodestra.

Il 20 novembre la Cassazione ha dato il suo via libera ai quesiti referendari e ora toccherà alla Corte Costituzionale valutare se ci siano profili di incostituzionalità. Se anche la Consulta darà parere positivo, si potrà tenere il referendum. Perché il quesito venga approvato sarà necessario superare il quorum e avere una maggioranza di “sì”.

Se tutte queste condizioni si verificassero, la nuova legge elettorale in Italia – detta Popolarellum dal suo ideatore, Roberto Calderoli – sarebbe un maggioritario puro a turno unico. Un sistema simile a quello che vige nel Regno Unito.

Se avete delle frasi o dei discorsi che volete sottoporre al nostro fact-checking, scrivete a dir@agi.it

Mentre la città dormiva, questa notte, la marea è tornata a inondare Venezia toccando i 115 centimetri. Il bollettino del centro maree, sempre più frequente, scandisce le giornate dei cittadini che, in questi giorni, non hanno mai messo da parte gli stivali per affrontare l’acqua alta. Un fenomeno che non darà tregua nemmeno nel weekend.

Il Comune di Venezia, attraverso il suo organo di controllo, ha fatto sapere che il livello dell’acqua in città si manterrà ancora per diverso tempo al di sopra di valori elevati.

Il prossimo picco è atteso a fine mattinata, alle 11.55. Numeri simili a quelli della notte, anche se in leggero miglioramento, tra i 105 e i 110 cm. Le scuole, vista l’emergenza, sono rimaste chiuse anche nella oggi. Intanto il sindaco della città lagunare, Brugnaro, ha fornito una prima stima dei danni. “Intorno al miliardo di euro”, ha detto parlando al Messaggero. 

Per domenica la situazione potrebbe anche peggiorare. Il picco previsto, ultimo aggiornamento alle 6.30 di questa mattina, afferma che si raggiungeranno i 140 cm alle 11.20. Un’altra giornata difficile per negozianti e uffici che lavorano per poter riaprire il prima possibile. 

Due visite istituzionali

Intanto, per constatare la situazione tra le calli allagate e i campi inondati, è arrivato il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese. La visita sarà l’occasione – riferisce un comunicato del Viminale – “per testimoniare la solidarietà e la vicinanza agli amministratori e alla popolazione e ringraziare i vigili del fuoco, le forze di polizia e tutto il personale impegnato senza sosta nella attività di soccorso e di tutela della incolumità dei cittadini veneziani, nonché di salvaguardia del patrimonio artistico e culturale della città lagunare​”.

Anche Maria Elisabetta Alberti Casellati è giunta a Venezia accolta dal presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, dal sindaco Brugnaro e dal prefetto della città. Il presidente del Senato ha deciso di recarsi a Venezia a seguito dell’emergenza maltempo per testimoniare la sua solidarietà alla popolazione e agli amministratori di Venezia. Visiterà la basilica di San Marco e la sua cripta. Il programma prevede anche una visita al conservatorio Benedetto Marcello.

Da Roma, invece, ha parlato Pier Paolo Baretta, sottosegretario al ministero dell’Economia e delle Finanze, che ha assicurato in un’intervista al Corriere della Sera che i fondi per Venezia sono già stati stanziati, aggiungendo che arriveranno a breve altri provvedimenti per l’emergenza, e “sicuramente verranno sospesi i tributi a Venezia e nell’area circostante”.

In Veneto il tempo migliora

Una buona notizia però arriva dalla Regione che, in relazione al bollettino di criticità emesso nella giornata di ieri, ha declassato per la giornata di sabato 16 novembre, il livello di allerta per rischio idraulico. Da rosso (allarme) ad arancione (pre-allarme). Una nuova fase notevolmente perturbata però è attesa dalla sera di oggi al pomeriggio di domani, segno di una situazione in continua evoluzione.

 

 

C‘è acqua sulla cometa interstellare Borisov.  Si tratta di una scoperta molto importante che documenta la presenza di acqua nel nostro Sistema Solare proveniente dall’esterno di esso. La Cometa Borisov infatti è il secondo oggetto documentato che proviene dallo spazio esterno al nostro Sistema Solare e ora si scopre essere ricca d’acqua. A scoprirlo un gruppo di ricercatori guidato da Adam McKay, un astronomo del Goddard Space Flight Center della NASA a Greenbelt, nel Maryland, che ha riportato la scoperta il 28 ottobre sul server di prestampa arXiv. 

“C’è acqua, è bello, è fantastico”, afferma Olivier Hainaut, astronomo all’Osservatorio europeo meridionale di Garching, in Germania. La scoperta non è sorprendente, dice, perché la maggior parte delle comete contiene molta acqua. Ma confermare la sua presenza in una cometa interstellare è un passo importante verso la comprensione di come l’acqua potrebbe viaggiare tra le stelle.

Gli astronomi seguono avidamente  la Cometa Borisov sin dalla sua scoperta il 30 agosto perché la sua traiettoria mostra che proviene dallo spazio profondo, non dal sistema solare esterno, come fanno la maggior parte delle comete. Borisov si sarebbe formata attorno a una stella distante e sconosciuta. Miliardi di anni fa qualcosa doveva averla espulso dall’orbita e averla mandato qui. È il secondo oggetto interstellare mai scoperto, dopo Oumuamua del 2017.

La Cometa Borisov sorvolerà il Sole all’inizio di dicembre. Mentre si avvicina, il calore del Sole riscalda la cometa e fa schizzare il suo nucleo ghiacciato di gas e polvere. Gli astronomi si aspettano di vedere più segni di acqua e altre molecole che ne escono nelle prossime settimane.

Una fusione tra Fca e Psa (il proprietario dei marchi Peugeot e Citroen) creerebbe un ‘gigante’ da 50 miliardi di dollari (45 miliardi di euro). Il gruppo Fiat-Chrysler aveva avuto colloqui con la Renault in primavera, ma le trattative si interruppero bruscamente all’inizio di giugno. L’amministratore delegato di Peugeot, Carlos Tavares, aveva affermato qualche settimana prima di prima di essere “aperto a qualsiasi opportunità che potesse presentarsi”, anche se allora non erano in corso discussioni. “Tutto è aperto, si può sognare di tutto”, aveva detto a marzo al Motor Show di Ginevra.

Lo scorso anno, Psa ha realizzato un fatturato di 74 miliardi di euro e Fca 110 miliardi. Sul mercato azionario, il gruppo francese capitalizza 22 miliardi di euro rispetto ai 18 miliardi dell’italo-americano. Insieme le due case vendono nel mondo 8,7 milioni di auto. Un numero che collocherebbe il nuovo gruppo al quarto posto dopo Volkswagen, che vende 10,8 milioni di auto, così come Nissan-Mitsubishi, Toyota, 10,6 milioni. Superando invece General Motors che immatricola 8,4 milioni di veicoli.

Non solo, Fca aumenterebbe il suo business europeo grazie ai 2,5 milioni di veicoli venditi da Peugeot che si sommerebbero al milione di Fiat Chrysler. Nel Vecchio Continente il neo gruppo se la batterebbe con Volkswagen che ha una share di mercato del 24%.La fusione dei due gruppi riunirebbe i marchi Alfa Romeo, Chrysler, Citroen, Dodge, DS, Jeep, Lancia, Maserati, Opel, Peugeot e Vauxhall.

Il dialogo e il “no comment” tra i due colossi

La notizia dei colloqui in corso è stata riferita dal Wall Street Journal. Secondo una fonte vicina al dossier, citata dal giornale americano, una possibilità che le due parti stanno discutendo è una fusione a parti uguali. Nel nuovo colosso automobilistico, l’amministratore delegato di Peugeot, Carlos Tavares, diventerebbe il ceo mentre John Elkann, presidente della Fca, assumerebbe lo stesso ruolo nella nuova società.

Sempre secondo la fonte, i colloqui sono allo stato ancora ‘fluidi’ e potrebbero essere prese in considerazione altre opzioni. In questa fase non vi sarebbe alcuna garanzia che un accordo finale sia raggiunto. “Non commentiamo le voci di mercato”. Così all’Afp un portavoce della casa automobilistica francese ha risposto alle prime voci sul dialogo tra Fca e Psa Group, il proprietario dei marchi Peugeot e Citroen. Un “No comment” arrivato anche da parte di Fca.

Il corteggiamento a Ginevra

L’idea di una fusione tra Psa e Fca non è nuova. Al salone dell’auto di Ginevra, dello scorso marzo, i due leader dei gruppi automobilistici si erano si erano incontrati e, nonostante stesse prendendo forma un progetto di fusione con Renault, i rapporti erano rimasti cordiali. Secondo il quotidiano economico francese Les Echos, all’epoca una “fonte francese” aveva rilasciato al giornale un messaggio premonitore. “Se si facesse qualcosa (tra Psa e Fiat, ndr) ciò avverrebbe in uno spirito amichevole e in una logica win-win”.

A Ginevra però i due gruppi avevano mantenuto molta discrezione. Carlos Tavares aveva, ad esempio risposto alla stampa che gli chiedeva di un possibile avvicinamento a Fiat: “Si puo’ sognare di tutto” Il “corteggiamento” tra il gruppo del leone e Fca è ripreso quest’estate come sostiene Le Figaro che, sul proprio sito, scrive che “nella seconda meta’ di agosto” ci sarebbero state delle “discussioni” tra John Elkann, consigliato da Alain Minc, Louis Gallois e Carlos Tavares, che però sono finite con un nulla di fatto perché il gruppo italo-americano “considerava troppo alto il prezzo dell’operazione”.

L’11 settembre scorso, Robert Peugeot – l’ad della holding della famiglia Peugeot, che controlla Psa – ha dichiarato sul canale Bfm Business che “non ci sono attualmente discussioni di fusione-acquisizione” con Fca. Il discorso sembrava essere chiuso. Invece – ricorda Le Figaro – “John Elkann è tornato al tavolo del negoziato qualche giorno fa” con l’idea che un’alleanza Fca-Renault creerebbe più valore ma che una fusione con Psa sarebbe più facilmente realizzabile. 

La reazione dei sindacati

“Non sono a conoscenza di questi contatti: una cosa è certa, il fatto che Fca cerchi partner internazionali per realizzare joint venture è positivo. L’importante è che Fca continui a valorizzare gli stabilimenti e le produzioni italiane”. Così il leader della Uilm, Rocco Palombella, commenta le indiscrezioni sulla fusione. “Soprattutto – aggiunge – i partner a cui si rivolge debbono aver un vantaggio dal punto di vista dell’elettrico che è il valore aggiunto di cui Fca ha bisogno”.

“Qualsiasi alleanza deve essere utile a crescere nei mercati asiatici, ad avere tecnologie e risorse per la transizione all’elettrico”. Lo afferma all’Agi il segretario generale della Fim Cisl, Marco Bentivogli. “Difficile commentare delle indiscrezioni ma pare ci sia qualcosa di più, non è la prima volta che Elkann e Tavares si parlano. A Wall Street, Fca sale subito con +8%. Sia il gruppo Fca che Psa hanno bisogno di alleanze. Sarebbe un clamoroso smacco per il governo francese che ha perso l’occasione di creare un campione europeo dell auto con Fca e Renault”.

“L’importante è tutelare l’occupazione in Italia”. Questo è invece il commento di Michele De Palma, membro della segreteria nazionale Fiom per l’auto. “Visto che stiamo parlando di una questione che riguarda due multinazionali e anche due Paesi è indispensabile che non rivediamo quello che è successo con la vicenda Renault, ma che il governo e la presidenza del Consiglio tutelino la capacità di ricerca e sviluppo che abbiamo nel nostro Paese perché da questo dipende tutto il mondo della componentistica dell’Italia, in un momento di grande trasformazione del settore dell’automotive. Abbiamo un interesse comune nel nostro Paese ed è legata al fatto che c’e’ una capacita installata di produrre 1,5 milioni di veicoli in Italia: qualsiasi ipotesi di accordo o fusione o joint venture deve partire dalla piena occupazione e produzione degli stabilimenti italiani”.

Il precedente tentativo con Renault

Prima di arrivare alla proposta di fusione con PSA, a inizio giugno, Fiat-Chrysler aveva ritirato la propria offerta di fusione con il gruppo Renault, presentata il 26 maggio scorso. In questo modo, il gruppo Italo-americano aveva rifiutato l’invito dello Stato francese (che detiene il 15,1% di Renault) di attendere ulteriormente prima che il governo prendesse una decisione sulla fusione.

A sei mesi di distanza dal fallimento del matrimonio con Renault, appare ora come premonitore un titolo dell’edizione francese di Forbes che, il 30 maggio scorso, si chiedeva se Psa fosse davvero esclusa dalla partita delle fusioni. 

Bruno Le Maire, il ministro delle finanze d’oltralpe aveva detto, a fine maggio, che la fusione rappresentava una “reale opportunita’”. Ma il rifiuto di Fiat rispediva al mittente anche quattro pesanti condizioni, poste dall’esecutivo di Parigi. Tra queste figurava il mantenimento di posti di lavoro e siti produttivi in Francia, ma anche la partecipazione del soggetto nato dalla eventuale fusione, al consorzio franco-tedesco dei costruttori di batterie elettriche, presentato poche settimane prima.

Per il perfezionamento della fusione serviva anche l’accordo esplicito di Nissan, l’alleato di Renault. Il costruttore giapponese non aveva mostrato ostilità verso l’ipotesi di fusione ma non aveva mancato di sottolineare che questa avrebbe modificato “in maniera significativa la struttura”.

Anche per questo, il governo francese si era impegnato a chiedere che la fusione avvenisse all’interno del “quadro dell’alleanza tra Renault e Nissan”, oltre ad una governance equilibrata tra Fiat-Chrysler e il resto del gruppo.

Se fosse andata in porto, la fusione tra Renault et Fiat avrebbe dato origine un gruppo del valore borsistico di oltre 30 miliardi di euro e una capacita’ produttiva annua di più di 8,7 milioni di veicoli. Sommando ad essi, quelli prodotti dall’alleato giapponese di Renault, si sarebbe arrivati alla soglia di 16 milioni di veicoli all’anno.

Ben oltre i 10,6 milioni prodotti ogni anno rispettivamente dai concorrenti Volkswagen e Toyota. Il progetto di fusione con il costruttore franco-giapponese era in linea con le dichiarazioni fatte, a inizio 2019, dal Ceo di Fca, Mike Manley che aveva detto che la soci sarebbe stata favorevole a diversi accordi. 

Le abitudini degli italiani per quanto riguarda matrimoni e divorzi sono spesso oggetto di attenzione, tanto da parte del mondo della politica quanto di quello della cultura, con film, libri e saggi dedicati all’argomento. Il rapporto annuale Istat 2019, da ultimo, fornisce alcuni dati interessanti in proposito. Andiamo a vedere i dettagli.

Matrimoni

Nel 2018 risultano sposati 14,19 milioni di uomini e 14,36 milioni di donne, rispettivamente il 48,3 e il 46,3 per cento della popolazione. Rispetto al 2011 c’è stato un significativo calo: otto anni fa gli sposati erano 14,47 milioni (il 49,4 per cento del totale) e le sposate 14,48 milioni (il 47,2 per cento del totale).

La diminuzione si fa ancora più marcata se prendiamo come anno di confronto il 1991. Gli uomini sposati erano infatti 14,2 milioni, meno che nel 2011, ma in rapporto alla popolazione maschile rappresentavano il 51,5 per cento (allora la popolazione residente in Italia era di 56,8 milioni di persone, nel 2019 di 60,4 milioni: 3 milioni e mezzo abbondanti in più). Le donne sposate erano poi 14,46 milioni, di nuovo meno che nel 2011 in numero assoluto, ma in percentuale di più: il 49,5 per cento.

Nell’arco di ventisette anni i coniugati sono insomma calati di alcuni punti percentuali, da poco più della metà della popolazione a rappresentarne circa il 47 per cento.

Anche il rapporto tra sposati e non sposati sta cambiando. Nel 1991 i coniugati – uomini e donne – erano 28,66 milioni circa e i celibi/nubili erano circa 23,52 milioni: cinque milioni abbondanti di differenza a vantaggio degli sposati. Nel 2011 questa differenza si era ridotta a quattro milioni e mezzo scarsi e nel 2018 si arriva a meno di tre milioni di sposati in più rispetto ai celibi/nubili.

Divorzi

Guardiamo ora ai dati sui divorzi, possibili in Italia solo dal 1970, in base alla legge 898/1970, poi sopravvissuta al referendum abrogativo del 1974 grazie alla vittoria dei “No”. Nel 2018 gli uomini divorziati erano poco più di 681 mila e le donne  poco più di 990 mila. Rispetto al 2011 sono aumentati (erano circa 524 mila gli uomini e 839 mila le donne) e ancora più netto è l’aumento se guardiamo ai dati del 1991.

Allora i divorziati erano poco più di 150 mila e le divorziate circa 225 mila: nel giro di 27 anni il loro numero è insomma più che quadruplicato.

L’impatto del “divorzio breve”?

Il “divorzio breve” è stato introdotto in Italia con la legge 55/2015, a partire dal 26 maggio di quell’anno. La legge, in sintesi, permette di divorziare dopo sei mesi di separazione (che deve essere pronunciata dal giudice) se questa è consensuale, e dopo un anno se non è consensuale. In precedenza invece erano necessari tre anni di separazione.

Nel 2015, scrive l’Istat nel suo report su “Matrimoni, separazioni e divorzi”, «l’introduzione del “divorzio breve” fa registrare un consistente aumento del numero di divorzi, che ammontano a 82.469 (+57% sul 2014). Più contenuto è l’aumento delle separazioni, pari a 91.706 (+2,7% rispetto al 2014)».

Non sono stati pubblicati report successivi sull’argomento e non siamo quindi in grado di valutare se il consistente aumento del 2015 dipenda dall’improvvisa riduzione dei tempi – i giudici hanno potuto immediatamente pronunciare sentenza di divorzio per casi che normalmente avrebbero dovuto proseguire per altri anni – e sia dunque eccezionale, o se invece prefiguri un cambio strutturale della situazione.

Tra il 2008 e il 2014, comunque, il numero di divorzi all’anno è rimasto sostanzialmente stabile: 54.351 nel 2008, 54.160 nel 2010, 51.319 nel 2012 e 52.355 nel 2014.

Conclusione

Il numero dei coniugati è rimasto sostanzialmente stabile negli ultimi trent’anni, poco superiore ai 14 milioni. Ma complice l’aumento della popolazione la loro incidenza statistica è andata calando da poco più del 50 per cento a circa il 47 per cento della popolazione.

Si è inoltre sempre più ridotta la distanza tra il numero di coniugati e quello dei celibi/nubili: se nel 1991 era superiore ai 5 milioni, nel 2018 è inferiore ai 3 milioni. Il numero dei divorziati è significativamente cresciuto nello stesso periodo, quadruplicando tra il 1991 e il 2018.

Negli ultimi anni per cui ci sono dai consultabili – in particolare tra 2008 e 2014 – il numero dei divorzi è rimasto sostanzialmente stabile. Il picco del 2015 potrebbe essere dovuto a un effetto una tantum dell’introduzione del divorzio breve (ma dovremo attendere altri dati sugli anni successivi per poterlo affermare con certezza).

Se così fosse, l’aumento significativo del numero dei divorziati dipenderebbe più da un effetto “accumulo” – semplificando: ogni anno circa 50 mila nuovi divorziati si sommano a quelli già esistenti, dunque se nell’anno di partenza sono 100 mila già due anni dopo sono duplicati – che non da un aumento dei divorzi ogni anno.

 

Se avete delle frasi o dei discorsi che volete sottoporre al nostro fact-checking,

scrivete a dir@agi.it