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Dopo quasi otto mesi di chiusura la stazione Repubblica della linea A della metropolitana di Roma potrebbe riaprire entro la fine del mese di giugno. L’accesso è interdetto dallo scorso 23 ottobre, quando il tratto finale di una delle scale mobili si è rotto causando il ferimento di 24 persone, tifosi del Cska Mosca diretti allo Stadio Olimpico per un match di Champions League contro l’As Roma.

Una chiusura che ha sollevato tantissime polemiche in città, per la lentezza dell’intervento di riparazione e per lo stop avvenuto nei mesi successivi a più riprese anche delle vicine fermate di Barberini (guasto ad un gradino di una scala mobile) e Spagna (chiusura cautelativa poiché l’impianto è identico ai due che si sono rotti), che di fatto hanno lasciato il centro storico sprovvisto della metropolitana.  

La prossima settimana, il 18 giugno, spiegano fonti di Atac, la ditta Otis, produttrice delle scale mobili e curatrice della sua sostituzione, dovrebbe consegnare il lavoro completato nella stazione Repubblica. A quel punto l’azienda del trasporto pubblico romano potrà avviare il dialogo con gli uffici Ustif del Ministero dei Trasporti per le verifiche di rito.

Qualora queste avessero esito positivo la fermata Repubblica potrebbe riaprire nel giro di qualche giorno, dopo quasi 8 mesi di chiusura, prima della fine di giugno. 

A fine marzo il Campidoglio a guida 5 Stelle ha interrotto il contratto con la ditta Metro Roma che curava la manutenzione degli impianti accusando l’impresa di negligenza negli interventi. Che i risultati delle manutenzioni non brillassero, però, non era un dato sconosciuto ad Atac: già nella Carta dei Servizi 2018 dell’azienda, infatti, si legge che per il 2017 la disponibilità di scale e tappeti mobili era arrivata ad una performance di 81%, a fronte di un indicatore di qualità fissato al 96,5%.

 Per la riapertura della fermata Barberini, la stazione successiva a Repubblica in direzione Battistini, i tempi di riapertura appaiono invece più lunghi, la Procura ha autorizzato Atac ad avviare la diagnosi degli interventi da fare assieme alla ditta Otis. Solamente dopo la relazione che ne emergerà si potrà procedere ai lavori. 

Nel frattempo l’estate riserverà chiusure a singhiozzo su tutta la linea A della metropolitana. A partire dall’8 giugno, nei soli fine settimana, la linea A è interessata da lavori di rinnovo dell’infrastruttura ferroviaria. Dal 4 agosto, invece, i lavori avranno ad oggetto tratte più lunghe con un’interruzione fino al 25 agosto sul percorso interessato. Di fatto, per avere la linea A di nuovo completamente a disposizione, anche con la riapertura di Barberini, con ogni probabilità bisognerà attendere la fine dell’anno.

“Se domani i numeri verranno confermati non potremmo sottrarci a una procedura per deficit”. Lo ha detto il Commissario Ue al Bilancio, Guenther Oettinger, in una intervista rilasciata ieri all’emittente tedesca n-tv e pubblicata sul sito della tv alla vigilia del collegio dei commissari in corso in queste ore a Bruxelles.

Secondo il commissario tedesco “in questo momento, si tratta di convincere gli italiani a realizzare un bilancio di cui possano assumersi la responsabilità senza mettere gli altri paesi europei nella posizione di rischio. L’Italia non dovrebbe essere un rischio per la zona euro”, ha aggiunto.

Dopo il panico iniziale, quasi nessuno crede più davvero all’Armageddon in casa Huawei. La proroga di 90 giorni concessa a Google e agli altri brand statunitensi per cessare la collaborazione con il marchio cinese è il segno, insieme ad altri segnali di allentamento della tensione, che tutto dovrebbe risolversi durante l’estate. Ma se non dovesse succedere e la guerra dei dazi facesse di Huawei la prima vittima eccellente, chi si prenderebbe quella sostanziosa fetta di mercato degli smartphone lasciata libera?

Va detto che già nelle ore immediatamente dopo lo scoppio della crisi si era capito che il bando di Google era per la casa cinese soprattutto un danno di immagine e a dimostrazione della confusione che regna dalle parti di Huawei ci sono i dubbi che circondano la messa sul mercato dell’Honor 20Pro, lo smartphone del brand spin-off che – si dice – potrebbe non arrivare mai in Italia per un problema di certificazione proprio del sistema operativo Android legato al bando.

Ma torniamo al punto di partenza: chi potrebbe occupare le sterminate praterie lasciate libere da Huawei? Sorpresa: i cinesi. Il che, ovviamente, riporterebbe la questione alla sua origine, perché quanto ci metterebbe la Casa Bianca a farsi saltare sul naso marchi come OnePlus, Xiaomi e Oppo?

Già, Oppo, che proprio in questi giorni festeggia un anno dal ritorno sul mercato europeo, dopo una serie di puntate estemporanee – quasi dei test di mercato – che l’avevano portata all’attenzione degli osservatori più interessati.

Ma da dove viene Oppo? La sua storia incrocia quella di due personaggi tra i più interessanti del panorama tecnologico cinese: Carl Pei e Pete Lau che ora sono alla guida di OnePlus (la società che ama definirsi la Apple asiatica). Le cronache indicano il primo come ex general manager della divisione Blue Ray di Oppo e il secondo come vicepresidente nel 2014, ma appare improbabile che un anno dopo aver fondato OnePlus Lau fosse il numero due di una azienda concorrente. Improbabile se non si va a sbirciare gli assetti societari del passato e si scopre il filo sottile – nient’affatto nascosto – che lega Oppo, OnePlus e Vivo e che si chiama Bkk.

Oppo, registrata nel 2001 come marchio globale, nel 2004 è stata poi fondata come azienda in Cina, è controllata da BBK Electronics, una società creata nel 1995 da Duan Yongping e con sede a Dongguan. Che a sua volta controlla il produttore di telefoni Vivo (molto attivo in Cina, Russia e India) e fino a qualche tempo fa OnePlus. In particolare, scrive il Sole 24 Ore, Oppo, Vivo e OnePlus commercializzano smartphone mentre attraverso Oppo Digital vengono commercializzati lettori di Blu-Ray, cuffie e amplificatori audio. Facendo la somma Bkk ha venduto nel 2017 quasi 200 milioni di dispositivi, meglio di loro hanno fatto solo Apple e Samsung. Dietro a Oppo, anzi dentro a Oppo, abbiamo quindi una multinazionale del telefonino asiatica con numeri da capogiro, anche se a oggi Oppo è indipendente.

Anche se non è nata in un garage, Oppo ha la sua storia da raccontare, legata alla battaglia per affrancarsi dallo stigma di produttori di copie, più o meno scadenti, degli smartphone più blasonati,  che i chinafonini degli esordi si portavano dietro.

La leggenda narra che nel settembre del 2009 il Ceo, Chen ‘Tony’ Mingyong, ricevette nel proprio ufficio un partner straniero. Confrontandosi su quella che era la differenza tra i brand stranieri e quelli cinesi nel campo dei lettori dvd, Tony disse che i suoi erano conosciuti in tutto il mondo come ottimi prodotti, prova che anche i marchi cinesi possono essere di qualità. Il partner commerciale, però, replicò pronto: “Sì, i brand cinesi possono anche essere di buona qualità, ma stai ancora usando un telefono straniero”.

Chen decise di andare a comprare uno smartphone prodotto in Cina: arrivò a Huaqiang North, il distretto tecnologico più sviluppato di Shenzhen, e dopo aver camminato per più di sette ore ed esaminato più di cento dispositivi non trovò nemmeno un prodotto che avesse un buon design e fosse facile da usare. E capì che, anche se sembrava saturo, il mercato degli smartphone aveva ancora molto potenziale e che c’erano moltissime persone che avevano esigenze come le sue. Fu questo, si racconta, a portare Oppo nel mercato della telefonia con l’obiettivo di creare smartphone con un design ricercato e una user experience facile per tutti. Nel maggio 2008 venne lanciato il primo A103 Smiley che vendette circa un milione di pezzi.

 Negli anni (pochi) Oppo ha progettato e lanciato sul mercato device di qualità – sia sul versante estetico, sia sul versante dei materiali utilizzati – a prezzi più bassi rispetto ai concorrenti più rinomati. Negli ultimi 10 anni, si è concentrata sulla produzione di telefoni con un forte focus sulla fotocamera, innovando in maniera rivoluzionaria il mondo della fotografia mobile. Ha dato vita all’epoca del selfie e della beautification ed è stato il primo brand a lanciare telefoni con 5 MP e 16 MP sulla fotocamera frontale. E’ stato anche il primo a introdurre la fotocamera motorizzata a rotazione, l’Ultra HD e la tecnologia 5X Dual Camera Zoom. La serie F – Oppo Selfie Expert – lanciata nel 2016 ha guidato il trend del selfie nell’industria degli smartphone.

Il ritorno di Oppo in Europa, si diceva, risale a un anno fa, con il lancio di R15 Pro, uno smartphone di fascia medio-alta che è letteralmente nato per i selfie. Il prezzo non era proprio da entry level (650 euro) ma milioni di schemi di abbellimento sulla base di informazioni relative a sesso, età, colore e texture della pelle (oltre alla capacità di identificare simultaneamente le caratteristiche di un massimo di 4 soggetti nella stessa immagine per abbellimenti individuali su misura) ne facevano il device ideale per incontenibili vanesi, influencer e aspiranti tali. La vera svolta, però, è arrivata a fine aprile del 2019, con il lancio di Reno, un top di gamma costruito per competere con device come OnePlus 7 o Samsung S10 seppure a un prezzo più contenuto.

A oggi Oppo ha tre diverse serie di prodotti: la Find che ha nel Find X il suo top di gamma, e la Serie R che invece ha nel suo miglior prodotto l’RX17 Pro – ora sostituita dalla serie Reno -, e la serie Oppo AX che eredita le caratteristiche chiave delle serie principali ma a un prezzo più accessibile.

Quanta strada ha fatto Oppo

  • 2008 – Oppo A103, il primo telefono-smiley face;
  • 2011 – con la serie Find, entra nel mercato degli smartphone. Con le serie N, R e F, si sviluppa anche all’estero;
  • 2013 – lancio del N1, il primo smartphone con fotocamera rotante
  • 2014 – Il primo prodotto con 4G, Find 7 con la spia di notifica che traccia una linea luminosa su uno schermo completamente nero, tecnologia ripresa 5 anni dopo da OnePlus nel modello 7
  • 2016 – lancio del flagship R9s, per la prima volta con un design colorato
  • 2018 – si arriva in Europa con il lancio di Find X anche in edizione Automobili Lamborghini  e di Oppo R15 e Oppo RX17 Pro
  • 2019 – lancio della serie Reno e primo telefono 5G commercializzato in Europa

Oggi Oppo si colloca nel mercato globale come il quinto produttore in assoluto (nel 2018, è stato inserito al quinto posto nella classifica dei brand mondiali, secondo l’IDC), mentre nel mercato cinese è il secondo.  Ovviamente quest’ultimo è il mercato principale, quello nel quale si punta maggiormente, ma per quanto riguarda l’Europa c’è grande attenzione all’Italia, alla Spagna, alla Francia, all’Olanda e presto anche al Regno Unito. La strategia, come per OnePlus, si basa sulla creazione di una brand awareness, un ampliamento della rete distributiva che a oggi conta Mediaworld e Unieuro come principali canali di rivendita.

E il 5G? In aprile Oppo e Swisscom hanno annunciato i loro programmi per portare sul mercato in Svizzera, insieme con i network 5G, il Reno 5G, progettato con una struttura proprietaria retrattile, che consente di avere un rapporto schermo-corpo del 93,1%, uno zoom 10x Hybrid con camera tripla di Reno, sistema operativo ColorOS 6 e chipset Qualcomm Snapdragon 855, batteria da 4065 mAh e VOOC Flash Charge 3.0.

Leggi anche: Tutto quello che c’è da sapere sul 5G

Il 22 maggio, Henry Tang, a capo del progetto 5G di Oppo, ha parlato a Shanghai del futuro oltre la nuova tecnologia descrivendolo come una evoluzione dell’intelligenza connessa – dal 5G al B5G al 6G. Un sistema “per l’intelligenza artificiale, dall’intelligenza artificiale e dell’intelligenza artificiale” e una trasformazione che cambierà radicalmente il modo di vivere e di lavorare.

In futuro, Tang immagina un mondo condiviso da persone ed agenti intelligenti, con B5G e 6G come fattori chiave per l’interconnettività “Human-Thing-Intelligence”.

Ma questa è un’altra storia.

Il 90% degli italiani parla di cibo e la maggior parte di loro, più del 70%, si informa online, ma solo il 6% quando cerca notizie lo fa su siti istituzionali. Il rischio è quello di imbattersi in fake news, informazioni false e dannose messe in circolazione per sostenere tesi predefinite, con l’unico scopo di inquinare il panorama informativo. Un problema tutt’altro che relativo, se si pensa che lo scorso anno 3 italiani su 4 hanno creduto almeno a una bufala.

Il settore più tormentato dal dilagare di queste false notizie è quello della produzione e del consumo delle proteine animali: “Si mangia troppa carne”, “la carne che mangiamo è piena di ormoni e antibiotici”, “la carne provoca il cancro”, “la sua produzione consuma troppa acqua e inquina”. Ecco 5 verità sulla carne passate al setaccio per festeggiare oggi la giornata mondiale dell’hamburger.

 

1) “In Italia mangiamo 79,1 kg di carne all’anno. Troppa”

Secondo Carni Sostenibili (progetto per il supporto di studi scientifici avviato nel 2012 dal 2012 da un gruppo di operatori del settore zootecnico) le stime si riferiscono ai consumi apparenti, che considerano anche le parti non commestibili. In Italia, infatti, in media il consumo reale è di circa 37,9 Kg di carne all’anno. C’è qualcosa che non viene preso in considerazione quando si accetta come definitiva la stima di 79,1 kg, dato citato anche nel rapporto del Censis “Gli italiani a tavola: cosa sta cambiando a tavola”. Tutte le tipologie di carne (bovina, suina, pollo, ovina), sono infatti quantificate al lordo delle parti non edibili di carne all’anno consumata pro-capite in Italia, che comunque posizionerebbe il nostro Paese al terzultimo posto per consumo in Europa. E cioè tale stima si basa sui “consumi apparenti” che, a differenza dei “consumi reali”, prendono in considerazione anche tutte le parti non edibili dell’animale: tendini, ossa, grasso, cartilagini…

A sgombrare il campo da equivoci ci ha pensato l’imponente lavoro di ricerca dell’equipe dell’Università di Bologna, coordinata dal professor emerito di Zootecnia Vincenzo Russo, insieme alla Commissione di studio Istituita dall’ASPA (Associazione Scientifica per la Scienza e le Produzioni Animali).

Nello studio “Consumo reale di carne e di pesce in Italia” il team ha rivisto al ribasso le stime sul consumo di carne finora disponibili che si basavano unicamente sulla quantità di carni prodotte e importate, senza tenere in considerazione che esistono parti commestibili e parti non commestibili. Il lavoro della squadra di ricercatori italiani racconta una realtà molto diversa: il consumo reale pro-capite di carni totali corrisponde a 104 grammi al giorno (e non a quasi 300 gr come invece si pensava) pari a 728 g alla settimana e 37,9 kg all’anno, meno della metà di quei 79,1 kg di cui si sente spesso parlare.

Tale consumo prende in considerazione tutta la carne, indipendentemente dalle modalità di assunzione (cruda, cotta, trasformata in salumi, presente in preparazioni alimentari miste, inscatolata ecc.) e dai luoghi dove si sceglie di consumarla (casa, ristoranti, fast food, mense, comunità, bancarelle ecc.). Considerando solo la carne bovina, il consumo reale scende a 29 grammi al giorno pro capite, una quantità ben al di sotto delle raccomandazioni dell’OMS che fissano a 100 gr il consumo giornaliero di carne rossa. L’Italia, dunque, è il terzultimo Paese in Europa per consumo di carne.

 

2) “La carne fa venire il cancro, lo dice l’OMS”

L’OMS non dice che la carne provoca il cancro, ma ha analizzato il rischio di svilupparlo in relazione a un consumo puntuale di carne.

Siamo nell’ottobre 2015 quando si diffonde la notizia che l’Organizzazione Mondiale della Sanità avrebbe sancito la relazione tra consumo di carne e cancro. Ma le cose non stavano proprio così.

La IARC, l’agenzia dell’OMS che valuta e classifica le prove di cancerogenicità delle sostanze,  ha classificato la carne rossa come probabilmente cancerogena (classe 2A della classificazione dello IARC) e la carne rossa lavorata (insaccati e salumi) come sicuramente cancerogena (classe 1 della classificazione dello IARC).

In altre parole, un consumo eccessivo di carne rossa e trasformata contribuisce al rischio di alcuni tipi di tumore (sui 156 conosciuti e classificati), quello del colon-retto, prima di tutto, e poi sono state osservate anche associazioni per il tumore del pancreas e della prostata.

L’OMS fa riferimento “all’eccesso” dei consumi, e non a un consumo inteso in senso generale, con un aumento del rischio relativo di circa il 18% per le carni trasformate e del 17% per le carni rosse, ben diverso dal rischio “assoluto” o reale che scende a solo l’1%.

Altra importante considerazione riguarda le quantità prese in esame dalla ricerca IARC, che sono superiori 50 grammi di carne trasformata e 500 grammi di carne rossa a settimana. Secondo la IARC, poi, i fattori di rischio delle carni non dipendono dalla carne in sé, ma sono dovuti principalmente ai metodi di conservazione, preparazione e cottura di carne e derivati (come quelle su fiamma diretta tipiche del barbecue), da cui possono scaturire amine eterocicliche aromatiche, idrocarburi policiclici aromatici e nitrosammine, composti che inducono mutazioni cancerogene.
 

3) “La produzione di carne non è sostenibile. Servono 15.000 litri d’acqua per produrne un chilo di carne bovina”

Le fonti su cui si basano queste stime quantificano il volume di acqua utilizzata e non l’impatto ambientale dell’acqua consumata nella produzione. Ma non tutta l’acqua è uguale: l’acqua presa dalla falda non ha lo stesso impatto ambientale di quella piovana o di quella scaricata.

In Italia per produrre 1kg di carne bovina servono 790 litri d’acqua perché l’80-90% di queste risorse idriche ritorna nel naturale ciclo dell’acqua. È vero che per produrre 1Kg di carne di manzo servono 15.000 litri d’acqua? Non proprio, soprattutto in Italia: vediamo perché. Innanzitutto, la quasi totalità dei dati di letteratura relativi all’impronta idrica dei prodotti alimentari è stata pubblicata dal Water Footprint Network (WFN), attraverso un’analisi che non quantifica l’impatto ambientale associato all’utilizzo d’acqua, ma soltanto la quantità di acqua utilizzata. Con il Water Footprint, infatti, si calcola di solito la quantità di acqua utilizzata nei processi produttivi.

È la cosiddetta “acqua virtuale” che, quando si parla di carne, include anche quella usata per coltivazione dei foraggi necessari all’alimentazione del bestiame e nella fase di macellazione. Questo metodo di valutazione dei consumi d’acqua nel settore zootecnico calcola l’impronta idrica di un prodotto sommando appunto l’acqua “blu”, quella prelevata dalla falda o dai corpi idrici superficiali, l’acqua “verde”, quella piovana evo-traspirata dal terreno durante la crescita delle colture, e l’acqua “grigia”, il volume d’acqua necessario a diluire e depurare gli scarichi idrici di produzione.

In Italia, ad esempio, si impiega rispetto alla media mondiale il 25% d’acqua in meno per produrre un chilo carne bovina. Una seconda criticità sostanziale è che, prendendo in esame il valore complessivo (medio mondiale) e ignorando il contesto locale in cui avvengono la produzione e l’allevamento, non si mette in relazione il prelievo di acqua con la disponibilità di quel territorio.

Tenendo dunque conto del consumo effettivo d’acqua per 1kg di carne in una filiera efficiente possiamo affermare che in Italia per produrre 1Kg di carne bovina vengono consumati effettivamente 790 litri. E anche quando l’allevamento non si distingue per efficienza il consumo si attesta al massimo a 7000 litri, la metà di quanto comunemente viene stimato.

A livello complessivo, infatti, l’intero settore italiano delle carni (bovino, avicolo e suino) impiega per l’80-90% risorse idriche che fanno parte del naturale ciclo dell’acqua e che sono restituite all’ambiente come l’acqua piovana, mentre solo il 10-20% dell’acqua necessaria per produrre 1 kg di carne viene effettivamente consumata.

 

4) “Gli allevamenti inquinano più delle automobili”

Un viaggio Roma-Bruxelles genera più emissioni del consumo di carne di un italiano per un intero anno nell’ambito di un regime alimentare equilibrato. Anche in questo caso è bene fare chiarezza. Secondo stime FAO, tutto il settore agricolo e non solo gli allevamenti ha un impatto climalterante dovuto alle emissioni di gas a effetto serra (GHG emissions) pari al 10,3% (senza considerare il LUC-Land Use Change, le cui stime sono controverse), o del 14% considerando il LUC.

Stando al report Ispra del 2019 riportato dal Fatto Quotidiano, il riscaldamento è responsabile del 38% del Pm 2,5 (particolato fine) e Pm10, mentre gli allevamenti lo sono del 15,1%. Lo stoccaggio degli animali nelle stalle e la gestione dei reflui inquina più dei veicoli leggeri (al 9%) e persino più dell’industria (11,1%).

È emblematico il dato nazionale sugli allevamenti intensivi, il cui contributo al Pm primario è irrisorio, ammonta in media a poco più dell’1,5% delle emissioni. “Al contrario – spiegano gli esperti – diventano centrali se si prende in considerazione anche il particolato secondario, ovvero quello derivante dalla produzione di ammoniaca (NH3) che, liberata in atmosfera, si combina con altre componenti per generare proprio le polveri sottili”. Ed è enorme la quantità di ammoniaca prodotta da bovini, suini e ovini stipati negli allevamenti intensivi, responsabili di oltre il 75% dell’emissione di ammoniaca in Italia.

 

5) “La carne contiene ormoni e antibiotici, mangiarla è pericoloso”

Il trattamento di animali con ormoni è vietato in Europa da quasi 40 anni. Negli allevamenti italiani ed europei, infatti, la somministrazione di sostanze ad attività ormonale ad animali le cui carni o prodotti siano destinati al consumo umano sono strettamente limitati ad alcuni trattamenti terapeutici e zootecnici, già dal lontano 1981.

Qualsiasi altra somministrazione, come quella volta a stimolare la crescita, è invece assolutamente vietata – cosa che in paesi come Usa e Canada è invece tuttora consentita, tanto da portare l’Ue a vietare (dal 1988) l’importazione da Oltreoceano di carni bovine trattate con determinati ormoni della crescita.

Diverso è il caso degli antibiotici. Negli allevamenti italiani (e non solo) si fa un massiccio ricorso agli antibiotici, tanto che il nostro Paese è il terzo in Europa per abuso di questi farmaci. In particolare, spiega “Compassion in World Farming” (CIWF) Italia Onlus, il 73% degli antibiotici consumati nel mondo sono utilizzati negli allevamenti. In Italia circa il 70% degli antibiotici venduti sono destinati ai cosiddetti “animali da reddito”. Nell’ottobre del 2018 il Parlamento europeo ha votato una normativa che vieta l’abuso degli antibiotici negli allevamenti a partire dal 2022.

È importante sottolineare che questa nuova legge non esclude di curare gli animali, e neanche esclude di somministrare gli antibiotici ai singoli animali che sono a rischio di sviluppare patologie che poi possono trasmettersi al gruppo. Il punto chiave consiste proprio nel curare i singoli animali evitando i trattamenti profilattici di massa o di gruppo attraverso il mangime o l’acqua. 

E l’Europa? “I sovranisti crescono ma restano opposizione” titola il Corriere della Sera. “Sovranisti appesi alla Le Pen. Ma la linea Ue non cambia” scrive Il Giornale, per il quale “l’ultradestra cresce senza sfondare”. Per Il Fatto “Questa nova Europa non è quella auspicata dalle destre”. “I liberali sono il terzo gruppo” sottolinea Il Messaggero. Per la Repubblica “I giovani salvano l’Europa” nell’ambito di “un nuovo panorama, ma gli elettori restano fedeli alla Ue”. Ed è così anche per Il Sole 24 Ore, che titola: “I partiti europeisti restano maggioranza a Strasburgo”. “Fronte sovranista da Parigi a Varsavia. Ma l’Europa respinge l’assalto” è la sintesi de La Stampa.

L’Europa Si salva? “Chiamati dai sovranisti a un referendum per rinnegare la Ue, gli europei hanno respinto, tranne che in Italia e in Francia, i fantasmi che si allungavano minacciosi sul continente. Invertendo una tendenza all’assenteismo che si aggravava da decenni, oltre metà degli elettori è andata alle urne. Molti sono stati i giovani. Secondo i primi exit poll, la maggioranza dei cittadini Ue ha confermato la fiducia nell’Europa” è il quadro che ne fa Andrea Bonanni su la Repubblica. Insomma, il ribaltone annunciato e minacciosamente rivendicato dai sovranisti nostrani non c’è stato. Così “la sfida contro l’Europa, partita dalle grandi potenze che le sono ostili, a Mosca, a Washington come a Pechino, e veicolata dal populismo delle destre che vorrebbero togliere poteri a Bruxelles per suscitare i vecchi fantasmi del nazionalismo, ha fallito la prova del voto. Gli europei restano nella stragrande maggioranza fedeli all’idea di una democrazia liberale, capace di garantire i diritti politici e sociali dei suoi cittadini” aggiunge l’editorialista da Bruxelles del quotidiano di largo Fochetti.

“L’Europa è frammentata” analizza Danilo Traino da Bruxelles per il Corriere. “il sistema politico che ha dettato le regole per gli scorsi sei-sette decenni è stato scosso in misura seria dalle elezioni per il Parlamento europeo che si sono concluse ieri. Le forze anti-élite non hanno sfondato: hanno guadagnato posizioni, d’ora in poi faranno sentire la loro voce nelle scelte della Ue e in alcuni momenti potranno essere in grado di frenare o bloccare decisioni importanti. Un esito rilevante, però, è la crisi delle due grandi famiglie politiche, i Popolari e i Socialdemocratici, che hanno dominato il panorama negli scorsi decenni: non sono solo la perdita di consensi della Cdu-Csu e della Spd in Germania e le difficoltà di Forza Italia e del Pd nella Penisola a segnare questo vacillare ma soprattutto la frantumazione dei risultati a livello continentale, dove, a differenza del passato quando avanzavano o il centrodestra o il centrosinistra in modo abbastanza omogeneo, ogni Paese mette in scena tendenze tutte sue. Non c’è un trend europeo, ci sono evoluzioni o rivoluzioni nazionali”.

Da oggi, quando i numeri saranno definitivi, si inizierà a parlare seriamente di coalizioni. “Ma le proiezioni diffuse – sottolinea La Stampa – nella notte rendono possibili due soli scenari. È un dato di fatto il balzo in avanti dei Verdi, trascinati dal successo in Germania (grazie al secondo posto raddoppiano i seggi), Francia, Olanda e Irlanda. Con il 10% dei voti e circa 70 eurodeputati (contro i 52 del vecchio Parlamento) ‘siamo pronti a far valere il nostro peso’, come dice il belga Philippe Lamberts, capogruppo uscente. ‘Gli elettori ci hanno dato fiducia e ciò comporta una grande responsabilità’ aggiunge la tedesca Ska Keller. Tradotto: vogliamo entrare nella nuova maggioranza”.

Poi ci sono i casi nazionali, come la Germania, dove “La Merkel non molla” ma dove i verdi riescono a superare, scavalcandola, la Spd; o il c’è il caso dell’Austria con il successo personale di Kurz ma dove lo scandalo del video di Ibiza con il versamento delle tangenti ha finito con il frenare l’ultradestra. E poi c’è l’enorme schiaffo preso da Macron dalla Le Pen che lo sorpassa come inquadra la situazione Il Messaggero. L’onda nera, come l’ha chiamata la Repubblica, cresce dunque in Ungheria con Orban oltre il 50 per cento dei suffragi ma non contagia l’Austria.

Quindi la Francia: “Alle sferzate di quell’ondata fa da contrappunto il baratro apertosi sul versante francese di quell’asse Parigi-Berlino vero cardine dell’Europa degli ultimi decenni. La sconfitta di Emmanuel Macron, umiliato dalla resurrezione di Marine Le Pen, cancella il patto di Acquisgrana con cui Germania e Francia s’impegnavano a dominare il Vecchio Continente. Sul fronte sovranista i ruggiti sopra le righe sembrano mettere in fuga gli elettori anziché attirarli. Significativamente l’unico successo arriva da una Francia dove Marine Le Pen cancella la famigerata ‘demonizzazione’ che in passato la bloccava a un passo dalla vittoria” è la lettura che dà Il Giornale del voto francese.

Alla fine il terremoto non c’è stato. C’è stato in Francia e in Italia, nazione quest’ultima, dove si è consumata “Una giornata europeista per il Paese più sovranista”. “Un paradosso postmoderno, come lo è la governance di questa nostra epoca, che ha visto moltiplicarsi i livelli alternativi (sovranazionali, transnazionali, dei soggetti dei flussi finanziari e comunicativi) rispetto a quello dello Stato-nazione della modernità. E, dunque, gli italiani e le italiane che hanno deciso di recarsi ai seggi, anziché starsene a casa, ci restituiscono, appunto, il paradosso di un’ampia consultazione sull’Europa (tanto nella versione ‘contro’ che in quella ‘a favore’) nella nazione diventata più sovranista dell’Occidente. Un cambiamento impressionante, e assai repentino, per l’opinione pubblica di quello che è stato un Paese fondatore e uno degli artefici essenziali dell’impresa comunitaria” analizza Massimiliano Panarari su La Stampa.

Per parafrasare Lucio Dalla, chi è oggi più vicino all’Europa? Milano o Torino? In ogni caso, Milano o Torino, che fatica…

Nella scena clou de ‘Il tempo delle mele’ Mathieu mette sulle orecchie della amata Vic un paio di cuffiette e d’incanto il frastuono della musica da discoteca scompare per lasciare il posto a Reality di Richard Sanderson, destinata, da quel momento, a entrare nella mitologia degli adolescenti dell’epoca.

Ma, per l’appunto, chi è stato adolescente nei primi anni ’80 e poteva permettersi un walkman, sa bene che una cosa del genere poteva succedere solo in un film o nella testa di una ragazzina innamorata. Perché nella realtà nemmeno sparando la musica a tutto volume le modeste cuffie del walkman avrebbero potuto sovrastare il rumore di una discoteca o anche solo quello di una strada trafficata.

Magari avevano in testa quella scena gli ingegneri della Sony che, tra la fine degli anni ’90 e l’inizio dei 2000 decisero mettere alla portata di tutti una tecnologia pensata alla fine degli anni ’50 per le rumorose cabine di pilotaggio dei jet: le cuffie con la cancellazione del rumore.

La leggenda racconta che sia stato il signor Bose in persona, esasperato per il rumore di fondo a bordo di un aereo di linea, a lanciarsi per primo nella corsa allo sviluppo e che il suo brevetto sia arrivato quasi in contemporanea a quello della tedesca di Sennheiser. Stiamo parlando della seconda metà degli anni ’80, quando i cd portavano nelle case un suono cristallino come non si era mai sentito, le musicassette si preparavano alla pensione e il walkman si apprestava a essere rimpiazzato dai lettori portatili di minidisk.

Ma c’era un ostacolo da superare: le dimensioni della musica. Cd e minidisk erano pur sempre supporti ingombranti e solo l’avvento dell’Mp3 prima e dello streaming dopo hanno rivoluzionato la tecnologia, ma soprattutto il consumo della musica. Ha reso normale – per qualcuno imprescindibile – vivere costantemente con una colonna sonora, che fosse la playlist favorita o quella scelta da un algoritmo.

Cos’altro mancava a questo mondo perfetto? L’isolamento. Uscire nel traffico, scendere nella metropolitana, attraversare un terminal affollato, volare su un aereo rumoroso o viaggiare su un treno pieno di pendolari continua a significare dover affrontare una serie di ambienti e una miriade di sollecitazioni sonore che si insinuano nel padiglione auditivo, per quanto protetto dagli ovattati cuscini delle cuffie.  La cancellazione del rumore è venuta a risolvere la faccenda, con un sistema semplice a dirsi: mandare nelle orecchie un segnale uguale e contrario a quello riscontrato nell’ambiente. Così, mentre si ascolta ‘The great gig in the sky‘ dei Pink Floyd, all’udito arriva solo quella e non ciò che ci circonda.

Eppure mancava ancora qualcosa, perché ciò ci circonda cambia velocemente: dal traffico alla metro, dal terminal al vagone pieno di pendolari e non era detto che un sistema di cancellazione del rumore funzionasse altrettanto bene in ognuno di questi ambienti.

Ed è esattamente da questo punto che gli ingegneri di Jabra sono partiti per chiedere aiuto all’intelligenza artificiale. L’abbiamo già vista all’opera con gli smartphone, capace di capire se la fotocamera stesse inquadrando un piatto di frutta o un gatto, ora la si può ascoltare: educata a riconoscere tra migliaia di suoni che non c’entrano con quello che vogliamo ascoltare e a tenerli lontani dalle nostre orecchie, sia che siamo impegnati in una conversazione telefonica o nell’ascolto di una sinfonia. Quanti suoni esattamente? Seimila, ma destinati ad aumentare man mano che imparerà a riconoscere ed escludere.

E’ l’intelligenza artificiale il cuore delle Jabra Elite 85h: il sistema Active Noise Cancellation (ANC) e la tecnologia HearThrough, che consentono di decidere quanta parte del mondo esterno far penetrare in fase di ascolto. Che si sia in viaggio, con necessità di concentrazione, o in un posto affollato, il sistema SmartSound adatta automaticamente l’audio all’ambiente circostante. Ciò significa che quando si passa da una stazione rumorosa a una tranquilla carrozza ferroviaria, la tecnologia intelligente di contesto prenderà nota e regolerà automaticamente l’audio. Selezionerà una delle tre modalità: ‘commute’, ‘in public’ o ‘in private’ che gli utenti possono personalizzare ulteriormente. La tecnologia HearThrough evita che alle orecchie non arrivi quello cui è meglio prestare attenzione, come un annuncio importante o una sirena nel traffico.

Tutto questo è possibile grazie agli 8 microfoni di cui dispongono le Elite 85h: 4 dedicati alle chiamate, 2 per l’Active Noise Cancellation e 2 per SmartSound. In combinazione si crea la tecnologia di chiamata a 6 microfoni e la soluzione 4-microfoni ANC e SmartSound. Le Elite 85h supportano gli assistenti vocali Alexa, Siri e Google assistant. L’audio va automaticamente in pausa quando le cuffie vengono tolte e riprende quando sono poggiate nuovamente sulle orecchie.

La batteria, che dura fino a 36 ore con ANC attivato e 42 ore senza ANC, recupera 5 ore di energia con 15 minuti di ricarica e la resistenza all’acqua e alla polvere è certificata IP52. Gli altoparlanti sono da 40 millimetri. 

@ugobarbara

Il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani (Forza Italia), intervistato il 23 maggio sulla possibilità che i cosiddetti “sovranisti” cambino gli assetti europei, ha affermato: “È uno scenario che non si verificherà. Tutte le ricerche sulle intenzioni di voto (…) indicano che l’insieme dei partiti sovranisti non arriva al 15% (…). Se poi guardiamo all’altra camera, quella degli Stati, il Consiglio dei Ministri Ue, allora l’irrilevanza dei sovranisti è ancora più palese. Solo l’Italia ha un Governo espresso da maggioranze sovraniste. La stessa Polonia e Ungheria sono rispettivamente nelle file dei Conservatori e dei Popolari”.

Al netto della previsione iniziale, che potrebbe essere sempre smentita dai fatti, è un’affermazione corretta. Vediamo i dettagli.

Che cosa dicono i sondaggi sul prossimo Parlamento europeo

Sovranisti e populisti

Tajani, parlando delle ricerche sulle intenzioni di voto, fa esplicitamente riferimento alle “proiezioni del Parlamento europeo sulla sua composizione basate sulla media dei principali sondaggi dei 28 Paesi Ue aggregati da Kantar Public”.

Queste proiezioni, come si legge sul sito del Parlamento europeo, hanno il problema che al momento non è possibile sapere come si struttureranno i gruppi parlamentari all’interno del prossimo Europarlamento. Non tutti i partiti nazionali hanno infatti chiarito la propria collocazione europea: tra questi, il M5s in Italia o En Marche – il partito di Macron – in Francia. Quindi i vari sondaggi nazionali vengono applicati alla composizione del Parlamento europeo uscente.

I “sovranisti” sono riuniti nel gruppo parlamentare Enf (Europa delle nazioni e della libertà). Ne fanno parte, tra gli altri, la Lega di Salvini, il Front National di Marine Le Pen, il Fpö austriaco (di recente travolto da un grave scandalo), il Pvv olandese di Gert Wilders, oltre a esponenti dell’Afd tedesca (Marcus Pretzell) e dello Ukip inglese (Janice Atkinson).

Attualmente questo gruppo è composto da 37 membri. Secondo le proiezioni dovrebbe arrivare a 62 membri, con un significativo incremento di seggi. Tuttavia, 62 europarlamentari su 751 totali rappresentano l’8,3%, una esigua minoranza.

Possiamo sommare a questo gruppo anche quello dei “populisti”, l’Efdd (Europa della libertà e della democrazia diretta), che è composto prevalentemente dallo Ukip inglese e dal M5s italiano, più una serie di esponenti di partiti della destra nazionalista e populista europea come l’Afd tedesca, il Front National francese e i Democratici svedesi.

Secondo le proiezioni questo gruppo dovrebbe passare da 41 a 45 membri, con un peso percentuale nell’Europarlamento pari al 6%.

Dunque, anche sommando i sovranisti dell’Enf coi populisti (spesso di destra) dell’Efdd, non si arriva al 15%, come sostiene Tajani.

I Conservatori

C’è però anche un terzo gruppo, di destra nazionalista, che può essere considerato almeno in parte “sovranista”. È il gruppo Ecr (Conservatori e riformisti europei) e, con 76 eurodeputati, è il terzo gruppo più grande del Parlamento europeo uscente. Ne fanno parte partiti conservatori, come i Tories inglesi, ma anche nazionalisti-sovranisti, come ad esempio Fratelli d’Italia, i Democratici svedesi, i Veri finlandesi e il Pis polacco.

Secondo le proiezioni il gruppo dovrebbe perdere 10 seggi, calando a 66 eurodeputati, per un peso percentuale quindi dell’8,8%.

Sommando tutte le destre sovraniste e nazionaliste, e i populisti, si arriva quindi secondo le proiezioni a un totale di 173 membri, che rappresentano il 23,1% del Parlamento europeo. Una percentuale superiore a quella indicata da Tajani, che però esplicitamente non inserisce i conservatori dell’Ecr tra i sovranisti. Sono comunque numeri insufficienti per ipotizzare una maggioranza.

Per raggiungerla, alla somma dei tre gruppi servirebbe l’alleanza coi Popolari – accreditati di 180 seggi dalle proiezioni – e con almeno un’altra formazione che abbia più di 23 membri, per superare la soglia dei 376 seggi (il 50%+1 dell’Aula).

Ps. Le proiezioni viste sono state fatte presumendo che il Regno Unito manderà a Bruxelles i suoi 73 eurodeputati, ma se il Paese dovesse abbandonare l’Unione europea la situazione cambierebbe. Il totale dei membri del Parlamento europeo calerebbe da 751 a 705 e i 27 seggi britannici rimanenti verrebbero distribuiti tra gli altri Stati membri. Considerate le proiezioni specifiche sul Regno Unito, il quadro complessivo descritto sopra non dovrebbe comunque cambiare.

Qual è la composizione del Consiglio dell’Unione europea

Oltre al Parlamento europeo, l’altro organo dell’Ue che ha il compito di approvare le leggi è il Consiglio dell’Unione europea, dove siedono i rappresentanti ministeriali dei 28 Stati membri.

Secondo la definizione di “sovranisti” adottata da Tajani, e cioè circoscritta alle forze politiche affiliate all’Enf (come la Lega) o al Efdd (come il M5s), è vero che quello italiano è l’unico governo in Europa espresso da maggioranze sovraniste.

I popolari guidano infatti 8 Stati (Germania, Irlanda, Croazia, Bulgaria, Lettonia, Cipro, Austria e Ungheria), i socialisti 7 Stati (Portogallo, Spagna, Svezia, Finlandia, Slovacchia, Romania e Malta), i liberali 8 Stati (Francia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Danimarca, Repubblica Ceca, Slovenia ed Estonia), i Conservatori due Stati (Regno Unito e Polonia), i Verdi sono al governo in Lituania e la Sinistra europea in Grecia.

Se si va nel dettaglio di ogni singolo Stato le situazioni sono molto variegate: l’Austria ad esempio è nel mezzo di una crisi politica che potrebbe sfociare in nuove elezioni, dopo che si è rotta la coalizione tra popolari ed estrema destra. In Spagna il governo non si è ancora formato dopo la vittoria dei socialisti alle recenti elezioni, così come in Finlandia. In Ungheria il partito di Orbán, Fidesz, è stato sospeso (ma non espulso) dal Partito popolare europeo, di cui – come dice Tajani – fa ancora parte. In Repubblica Ceca il premier Andrej Babiš è un euroscettico il cui partito è però affiliato ai liberali in Europa. In Lituania il premier dei Verdi in passato era vicino ai sovranisti. E via dicendo.

Al netto di queste differenze, è però vero che solo in Italia il governo sia espresso unicamente da forze che nel Parlamento europeo uscente facevano parte dei gruppi sovranisti-populisti.

Conclusione

Tajani ha ragione nel dire che i più recenti sondaggi, con le precisazioni che abbiamo visto, diano ai “sovranisti” – intesi come l’estrema destra dell’Enf e i populisti/nazionalisti dell’Efdd – meno del 15% dei seggi nel prossimo Europarlamento.

Non solo. Se anche si alleassero coi conservatori/nazionalisti dell’Ecr, non arriverebbero comunque nemmeno a un quarto dei seggi. Perché possano andare al potere – nel caso in cui le proiezioni della vigilia fossero rispettate – sarebbe necessario, oltre che coi Conservatori, un accordo coi Popolari e probabilmente con almeno un altro partito.

Per quanto riguarda poi la composizione del Consiglio dell’Unione europea, è vero come dice Tajani che nessun altro Stato a parte l’Italia sia guidato da una maggioranza interamente composta da “sovranisti” (come sopra definiti). Infine è vero che in Ungheria il partito di Orbán è ancora formalmente affiliato ai popolari e, in Polonia, il Pis è affiliato ai conservatori.

Se avete delle frasi o dei discorsi che volete sottoporre al nostro fact-checking, scrivete a dir@agi.it

Uno sciopero del sesso in risposta ad una legge anti aborto, è questa la protesta di Alyssa Milano, attrice americana che il grande pubblico, anche italiano, specie tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del nuovo secolo, ha amato per la sua partecipazione a serie tv come Melrose Place e Streghe. Il messaggio, diffuso nelle ultime ore attraverso Twitter e l’hashtag #SexStrike, è chiaro: “I nostri diritti riproduttivi sono stati cancellati. Finché le donne non avranno il controllo sui loro corpi non possiamo rischiare la gravidanza. Unitevi a me e non fate sesso finché non riavremo l’autonomia del corpo”.

E basta dare un’occhiata alla bacheca dell’attrice per accorgersi quanto il problema in questo momento negli Stati Uniti sia sentito e, in questo senso, l’impegno della Milano va ben oltre questa ultima provocazione social. La Milano appare intanto politicamente agguerrita nei confronti di Trump, ma questa non è una novità nei giri dello showbiz hollywoodiano, mentre è degno di nota il report in sette tweet riguardante le leggi sull’aborto che in questo momento si stanno discutendo negli Stati Uniti.

Secondo la stampa americana, dalla CNN al New York Times, l’obiettivo dell’amministrazione Trump è quello di rovesciare la Roe vs Wade, una sentenza storica risalente al 1973, la prima che certifica il diritto di una donna ad abortire entro le 24 settimane, ovvero, tecnicamente, prima che un feto sia “praticabile” fuori dall’utero; più semplicemente prima che il bambino nella pancia si sia formato del tutto.

In Alabama presto si potrebbe votare una legge che in pratica gli aborti li mette fuori legge, e un medico interrompendo una gravidanza rischierebbe fino a 99 anni di carcere, 10 anche solo per averci provato; si stanno prendendo in considerazione eccezioni in caso di stupro, incesto o gravi minacce per la salute della madre. In Georgia il governatore Brian Kemp ha firmato un disegno di legge che vieta l’aborto ai primi segni di un battito cardiaco fetale, in più la stessa legge consente di conteggiare un feto in occasione di un censimento e di conseguenza la possibilità di valutarlo come minorenne dipendente sulle imposte sul reddito; un chiaro invito anti aborto.

L’American Civil Liberties Union e il Centro per i diritti riproduttivi hanno promesso di contestare la legislazione prima che entri in vigore nel gennaio 2020. Nel Mississippi è stata approvata la stessa legge, che però sarà contestata in tribunale alla fine del mese; durante la cerimonia della firma, il governatore Phil Bryant, un repubblicano, ha descritto il battito del cuore come “il marchio universale della vita sin dall’inizio dell’uomo”.

Un giudice federale ha invece messo un freno alla legge nel Kentucky e lo stesso dovrebbe avvenire in Ohio, dove la legge entrerà in vigore a luglio. La stessa strada era stata intrapresa da Iowa e Nord Dakota ma la legge è stata subito valutata incostituzionale, in Virginia subito accantonata, senza bisogno dell’intervento di un giudice. In tutt’altra direzione invece lo stato di New York, che il 22 gennaio, proprio in occasione dell’anniversario della sentenza Roe vs Wade, per mano del democratico Andrew M. Cuomo è stata firmata una legge che permette l’aborto anche oltre la 24esima settimana.

La battaglia di Alyssa Milano dunque è solo la punta dell’iceberg di un movimento impetuoso e certamente anche politico che si sta sviluppando in questo momento negli Stati Uniti. E la Milano questa battaglia l’ha già cominciata lo scorso 12 aprile con l’inaugurazione di un podcast dal titolo SorryNotSorry, diventato poi naturalmente anche questo un hashtag, dove l’attrice chiede alle donne di raccontare le loro storie con l’aborto.

Scorrendo commenti e retweet sono in tanti quelli a condividere la battaglia della Milano, ma sono altrettanti quelli che vedono in queste manifestazioni social nient’altro che un colpo di reni per risollevare una carriera, c’è anche addirittura chi ipotizza un futuro nella politica attiva da parte dell’attrice ed effettivamente, osservando bene la costruzione della pagina e la scelta di foto e fonts per la copertina, non si può proprio dire che l’idea sia strampalata: SorryNotSorry è sponsorizzato come se fosse un vero e proprio movimento politico e non passa certo inosservato il richiamo ai colori della bandiera americana.

Se sarà così potrà dircelo solo il tempo, nel frattempo l’astinenza nel nome della riappropriazione del proprio corpo seduce centinaia di migliaia di utenti ed ha fatto breccia nelle redazioni di mezzo mondo. La prima vittoria, si, politica, in questo senso, è stata portata a casa; l’impressione è che la Milano non voglia fermarsi qui, ma soprattutto la battaglia per il diritto all’aborto non si fermerà qui. 

La danza contemporanea italiana torna a New York. Per la sua quinta edizione, dal 21 al 24 maggio, l’Italian Dance Connection, IDACO nyc, porterà nella Grande Mela ballerini, coreografi e registi all’insegna dell’unità nella diversità. La rassegna di danza, ideata nel 2015 da Vanessa Tamburi ed Enzo Celli, seleziona artisti attraverso un bando rivolto alle compagnie italiane, anche quelle con base all’estero, con l’obiettivo di creare un programma eclettico, in cui trovino spazio sia artisti noti e riconosciuti che giovani di talento, consentendo nuove connessioni con la scena della danza locale e la sua forte componente internazionale.

Quest’anno il festival si aprirà martedi’ 21 maggio, all’Istituto Italiano di Cultura (686 Park Avenue) con una tavola rotonda tematica e proiezioni di film alle 14.00 e una presentazione della rassegna accompagnata da proiezioni video ed esibizioni site specific. Il programma proseguirà il 22, 23 e 24 maggio al The Sheen Center (18 Bleecker Street) con quattro spettacoli che includono 16 lavori di danza, 12 film e installazioni e che presentano lavori coreografici innovativi e sperimentali, dieci dei quali in anteprima.

Gli artisti partecipanti arrivano da tutta Italia e dall’estero e hanno background diversi, componendo un programma variegato e vivace che va dalla urban dance (Noha Dance Company) al puro movimento (LineOut Dance Company) e al teatrodanza (Balletto di Sardegna) fino alle sperimentazioni più innovative (Alice Nardi).

Grazie a una collaborazione tra IDACO nyc 2019 e Emerging Choreographic Series, inoltre, quest’anno il festival offre una settimana di residenza d’artista con lezioni della coreografa Susie McHugh guidate dal direttore artistico di Mare Nostrum Elements, Nicola Iervasi: il lavoro risultante da questo seminario sarà parte della programmazione al The Sheen Center.

Infine, gli artisti partecipanti ad IDACO Nyc incontreranno quelli di Between the Seas Festival per produrre una performance off-site. Il tema dell’edizione 2019 di IDACO è DIVER / CITY, un concetto ispirato al motto dell’Unione Europea, “unità senza uniformità e diversità senza frammentazione”: l’arte puo’ essere uno strumento per trovare unità nella diversità e comprendere che le differenze arricchiscono le interazioni umane. Quando viene permesso a diverse realtà e culture di coesistere rispettandosi reciprocamente si produce una società armonica.

“Credo che New York sia il perfetto esempio di come la connessione tra artisti provenienti da diversi background per creare nuove sinergie – spiega Vanessa Tamburi fondatrice e direttore artistico di IDACO – sia diventata un elemento essenziale per lo sviluppo della creazione artistica, interdisciplinare e multimediale che caratterizza la scena artistica di questa città. Così, promuovere la nuova danza italiana, sia istituzionale che indipendente, e metterla in relazione con gli artisti locali puo’ aprire nuovi orizzonti di ricerca e finalmente esportare la contemporaneità italiana, aprire nuove prospettive ai nostri artisti e allo stesso tempo promuovere un’Italia nuova, vivace, moderna, intraprendente, contemporanea: è con questa idea che abbiamo creato IDACO. Vogliamo dare alla danza contemporanea Italiana la possibilità di esportarsi, connettersi e di farsi conoscere anche negli USA”.

Vetrina d’eccellenza per tutte le arti, New York è il luogo ideale dove creare questo tipo di sinergie e opportunità. “Già da anni – continua Tamburi – molti artisti Italiani trovano il loro terreno creativo qui a New York: la continua stimolazione di input creativi offre la possibilità di rimettersi in questione e di crescere. Fin dalla prima edizione, questa rassegna fuori dal comune ha creato molta curiosità per un progetto che non aveva solo lo scopo di presentare degli spettacoli, ma soprattutto quello di connettere artisti, discipline e idee creative per portare avanti un discorso culturale, che possa camminare parallelo alla nuova visione globale dell’arte”. La stagione IDACO nyc 2019 è curata da Vanessa Tamburi / Flusso Dance, Cecilia Fontanesi / Parcon NYC, Nancy Allison Dance & Film, IDACO Artistic Board ed è supportata dall’Istituto Italiano di Cultura (NY). 

Sarà l’Europa il tema centrale dell’edizione 2019 del concerto del Primo Maggio. Ad annunciarlo, al tavolo della conferenza stampa di presentazione di quella che sarà la ventinovesima edizione del tradizionale concerto di piazza San Giovanni a Roma, i rappresentanti dei sindacati, che si dicono orgogliosi di sostenere ancora una volta l’evento.

“C’è chi mette in dubbio l’Unione Europea, – dice Anna Greco della Cisl – noi dobbiamo abbattere queste divisioni. Dobbiamo dare sostegno ai cittadini europei affinché ritrovino la dignità personale del lavoro”. Conferma da Antonio Ascenzi di Uil che dice “Riteniamo che l’Europa sia una necessità, specie considerato il deficit sociale e occupazionale”.

La parola poi passa alla Rai che, tramite la terza rete, trasmetterà l’evento in diretta dalle 15 a mezzanotte; a parlare Giovanni Anversa, vice direttore di Rai 3 “Concertone grande fatto di comunicazione sociale, comunicazione che unisce e non divide. Racconteremo quello che accade nel panorama musicale e per noi rappresenta una grande occasione per fare servizio pubblico. In un paese sfilacciato, il primo maggio è una grande occasione per riflettere e fare festa”.

Invitata al tavolo dell’organizzazione, come ogni anno, anche la Siae e a rappresentarla il presidente Mogol, che ne approfitta per una riflessione accurata circa la direttiva europea relativa ai diritti da addebitare alle grandi piattaforme digitali che lavorano con la musica “La Siae, fondata da Verdi e De Amicis 137 anni fa, serve a proteggere il lavoro di chi fa cultura, perché senza Siae non avrebbe possibilità di campare. Sta accadendo una cosa nefasta: la direttiva europea dice che tutti devono pagare la Siae comprese le grandi piattaforme digitali, ma il governo ha votato contro, insieme ad altri paesi minori. Una cosa incredibile, ed io mi domando perché? Perché negare il diritto a circa ventimila giovani, che percepiscono meno di mille euro al mese, di guadagnare dal loro lavoro”, passando poi ad avanzare delle accuse pesanti “Ci sono delle lobby, armate di milioni di euro e che hanno usato persino minacce, perché la direttiva non fosse approvata” e poi a pretendere risposte precise dal governo “L’86% degli italiani è favorevole, perché il governo ha votato contro?

Questo “perché” merita una risposta. Perché secondo loro chi lavora per la cultura non ha diritto ad un compenso?”. Chiusa la parentesi politica la discussione passa sul cast, a parlare anche Massimo Martelli, capo progetto e autore del Concertone, che annuncia la presenza sul palco di Ilaria Cucchi per un discorso alla piazza e un’incursione a sorpresa di Mara Venier “Rappresento il punto di contatto tra Sanremo e il Primo Maggio. Ne ho fatti due di Fazio e i due di Baglioni, non credo farò il prossimo”, facendo intendere, ma è ormai un segreto di pulcinella nell’ambiente, che l’ipotesi di un Baglioni tris è definitivamente naufragata.

Parola poi ai conduttori, Lodo Guenzi evidenzia la qualità della scelta del cast artistico, sottolineando che le realtà musicali chiamate in causa “non sono emergenti, non sono nuovi. Sono quelli che riempiono i palasport di questo paese. Lo hanno fatto inventandosi un mercato, ribaltando un modello produttivo, sfruttando internet per andare incontro al pubblico. Molti sono cresciuti con me nei club più piccoli di questo paese, per questo mi fa piacere esserci”.

Ambra Angiolini invece, stuzzicata sulla polemica relativa alla ristretta presenza femminile nel cast artistico del concerto, risponde “Rispetto all’importanza relativa a equità salariale o ruoli di una certa importanza, questa mi sembra una questione molto meno importante. Il primo maggio non è responsabile di quello che ancora non succede nella discografia, parliamo con le case discografiche, se oggi grazie al Primo Maggio abbiamo rilevato un problema, l’anno prossimo cerchiamo di risolverlo”.