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In verità, lo slogan risale agli anni Settanta: “Lavorare meno, lavorare tutti!” Era in auge nell’allora sinistra rivoluzionaria e in certi settori della sinistra sindacale. Ora, a riproporlo, è nientemeno che il nuovo Presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, tecnico della squadra pentastellata, che ha preso il posto da poche settimane di Tito Boeri. E riguarda il tema della riduzione dell’orario di lavoro, per la quale Il Fatto ricorda che “l’ultima volta che il tema della riduzione dell’orario è entrato nel dibattito pubblico risale alla fine degli anni ’90, quando l’allora segretario di Rifondazione comunista, Fausto Bertinotti, duellò su questo con l’allora presidente del Consiglio Romano Prodi”.

Ma cosa ha detto Tridico? Semplicemente che la riduzione dell’orario di lavoro, a parità di salario, è una leva per ridistribuire ricchezza e per aumentare l’occupazione, come riporta in una breve nota Il Sole24Ore dicendo che la proposta è stata formulata nel corso di una lezione alla Facoltà di Economia alla Sapienza. “Siamo fermi in Italia all’ultima riduzione di orario del ’69 – ha detto Tridico –. Non ci sono riduzioni da 50 anni, invece andrebbero fatte. Gli incrementi di produttività vanno distribuiti o con salario o con un aumento del tempo libero».

Proposta che ha trovato subito il consenso del vicepremier Luigi Di Maio, per il quale le parole di Tridico meritano “degli approfondimenti e massima discussione con le imprese e i rappresentanti dei lavoratori“, ribadendo la necessità di un salario minimo che si accompagni alla contrattazione collettiva. “Una posizione – sottolinea ancora Il Fatto – da sindacalismo rosso per una bandiera della sinistra che rivendicava le 35 ore ‘a parità di salario’ e in alcuni casi anche a 32 ore”.

La posizione non è nuova, ricostruisce il Corriere della Sera: “Tridico aveva toccato più volte questo tema. Una settimana dopo le elezioni del marzo scorso, mentre era appena iniziata la lunga trattativa che poi portò alla nascita del governo di Lega e Movi- mento 5 Stelle, lo stesso presi- dente dell’Inps aveva esposto la sua teoria in un post sul blog del Movimento 5 Stelle, specificando un dettaglio fondamentale: E cioè che la riduzione dell’orario di lavoro doveva avvenire a parità di salario: le politiche per l’occupazione, aveva scritto allora Tridico, dovranno anche tener conto dell’avanzare della robotizzazione che mette a rischio i posti di lavoro. Per contrastare questa tendenza «il primo passo sarà la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario per aumentare l’occupazione e incentivare la riorganizzazione produttiva delle imprese».

E sempre in quel post, ricorda ora il quotidiano di via Solferino – “proponeva anche la «banca delle ore come strumento per superare lo straordinario e la possibilità per il lavoratore di determinare l’inizio e il termine dell’orario di lavoro nell’ambito di una fascia di presenza obbligatoria”.

“In Italia c’è un problema di disoccupazione, certo” è l’inicipit dell’articolo di Libero. “Ma c’è anche un problema di incontro tra domanda e offerte di lavoro, nel senso che si fa fatica a trovare quelle figure professionali che servirebbe- ro a utilizzare al meglio gli impianti 4.0, ad analizzare i big data e ad utilizzare le intelligenze artificiali. E soprattutto c’è una questione grande come una casa che riguarda la crescita. Ormai piatta che tira in ballo gli scarsi consumi interni, la carenza di produttività, la mancanza di investimenti ecc.”.

“Bene – scrive il quotidiano della coppia Feltri-Senaldi – Tridico, che da poco ha preso il posto di Tito Boeri, ha la soluzione quasi per tutto. ‘La riduzione dell’orario di lavoro, a parità di salario, come leva per ridistribuire ricchezza e aumentare l’occupazione’. Come? Lavoriamo di meno e siamo tutti più ricchi?” si chiede provocatoriamente e anche un po’ ironizzando. Taglia corto Il Foglio, nel mezzo di un articolo sul Def, su reddito di cittadinanza e quota 100 che “creano solo disoccupati e decrescita”: “Un economista consulente governativo aveva persino teorizzato che spendere 6 miliardi in deficit per il reddito di cittadinanza avrebbe regalato al governo altri 12 miliardi da spendere in deficit l’anno dopo, e per questa supposizione è stato premiato con la presidenza dell’Inps. Gratificato per il nuovo incarico Pasquale Tridico ora vuole anche ridurre l’orario di lavoro. Non ci sarà crescita del pil potenziale, non ci sarà crescita del pil reale. Ci saranno meno occupazione e più disoccupazione, perché il lavoro non si crea per decreto o per sussidio, né si liberano posti per i giovani dando soldi agli anziani”.

Tuttavia Il Fatto sostiene che “la proposta trova appigli nella realtà: tra i Paesi dell’Unione europea, l’Italia è quella che ha il monte ore annuo medio più alto, 1723 ore lavorate per addetto contro le 1514 di Gran Bretagna e Francia, le 1546 del Belgio o le 1356 della Germa- nia. I contrari ricordano sempre che così si riduce la produttività del lavoro (in realtà si aumenta il costo unitario per unità lavorativa), ma se si investisse in tecnologia, capitale e organizzazione del la- voro, il saldo potrebbe essere inalterato”.

A salutare positivamente la proposta di Tridico è stato solo il segretario della Uil, Carmelo Barbagallo, mentre la Cisl rimanda tutto alla contrattazione tra le parti. “Però è una proposta rilevante, soprattutto per l’autorevolezza del proponente. E magari meriterebbe ben altra accoglienza, soprattutto a sinistra” chiosa i quotidiano di Travaglio.

L’ex ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda ha dichiarato il 7 aprile intervenendo al Vinitaly: “Quota cento va cancellata immediatamente. Stiamo parlando di un provvedimento che ha un debito implicito superiore ai 30 miliardi di euro”. È un’affermazione sostanzialmente corretta. Vediamo dunque di capire meglio di che cosa si stia parlando e come venga stimata questa cifra.

 

Che cos’è il “debito implicito”

Il debito implicito pensionistico, spiega il Sole 24 ore, è “l’insieme degli impegni futuri, in valore attuale e a legislazione vigente, presi dallo Stato nei confronti dei cittadini in termini di prestazioni pensionistiche al netto dei contributi”. Cioè, detto in parole povere, è il debito che lo Stato avrà nei confronti dei pensionati in futuro (nel lungo periodo) sulla base delle riforme fatte negli ultimi anni.

 

Quota 100 aumenta il debito implicito? E perché?

Quando una riforma ha l’effetto di aumentare il numero di pensioni che andranno erogate, come quota 100, significa che aumenta la quantità di soldi che lo Stato dovrà dare (il debito pensionistico). Inoltre, allo stesso tempo si riduce la fonte di finanziamento di questo debito, dato che i pensionamenti porteranno a uscite dalla forza lavoro e dunque a meno persone che pagheranno i contributi.

Come spiegava nella sua relazione annuale nel luglio 2018 Boeri, in Italia infatti il sistema pensionistico è “a ripartizione”. Cioè le pensioni che vengono erogate oggi vengono pagate con i contributi versati dai lavoratori. Non si verifica insomma che il pensionato oggi incassi quanto lui stesso ha versato nel corso della propria vita, come se avesse un conto personale e separato presso l’Inps e come si potrebbe pensare intuitivamente pensando al principio del “sistema contributivo”.

L’ammontare delle pensioni erogate è sì contributivo, cioè dipende da quanto versato durante la carriera del lavoratore, ma i soldi che vengono ricevuti come pensione vengono appunto dai contributi versati da altri, per dir così, in contemporanea.

Tornando a quota 100, prendiamo in considerazione due scenari possibili: nel primo c’è una perfetta sostituzione tra chi va in pensione e nuovi assunti (uno scenario spesso promesso da Salvini ma ritenuto irrealistico dalla quasi totalità degli esperti) e nel secondo una sostituzione parziale.

Nel primo caso comunque il debito pensionistico aumenterà, sia perché un numero uguale di lavoratori deve pagare un numero maggiore di pensioni, sia perché i nuovi lavoratori hanno stipendi – e quindi contributi – inferiori ai lavoratori con molti più anni di anzianità lavorativa che lasciano loro il posto.

Nel secondo caso il debito aumenterà ancora di più: oltre alla questione degli stipendi e dei contributi meno ingenti, peserebbe ancor di più il fatto che meno lavoratori dovrebbero mantenere più pensionati.

Chiarito questo, andiamo quindi a vedere qual è l’impatto stimato della riforma di quota 100.

 

L’impatto di quota 100 sul debito implicito

Le stime su quanto debito implicito creerà quota 100 provengono dall’Inps, e sono state presentate dal suo presidente Tito Boeri nel corso di un’audizione al Senato il 4 febbraio.

Come si legge nel testo dell’audizione, “il debito implicito del sistema pensionistico è destinato ad aumentare per effetto sia del nuovo canale di uscita anticipata che del congelamento degli adeguamenti della speranza di vita per le pensioni anticipate”.

Per quanto riguarda l’entità dell’aumento, secondo Boeri “nel caso in cui le misure non fossero rinnovate al termine del periodo di sperimentazione (2021 per quota 100 e 2026 per il congelamento dell’adeguamento), l’aumento del debito implicito sarebbe di circa 38 miliardi. Se queste misure, invece, diventassero strutturali, l’aumento lieviterebbe a più di 90 miliardi”.

Dunque l’aumento considerato da Boeri non dipende esclusivamente da quota 100 in senso stretto, ma anche dal congelamento dell’adeguamento delle pensioni anticipate alla speranza di vita.  Entrambe le misure, tuttavia, sono contenute nel medesimo decreto legge (4/2019) rispettivamente agli articoli 14 e 15. Se insomma consideriamo entrambe queste misure, il “debito implicito” si avvicina più ai 40 che ai 30 miliardi di euro.

Oltretutto i miliardi sarebbero “solo” 38 nello scenario in cui quota 100 venga applicata esclusivamente per il triennio di sperimentazione previsto dal decreto legge 4/2019. Se, passati tre anni, dopo il 2021 diventasse strutturale, il costo sarebbe superiore ai 90 miliardi di euro.

Il costo poi non aumenterebbe all’infinito perché, passata la “gobba” nei costi pensionistici creata dalla generazione dei baby-boomers, la situazione tenderebbe a stabilizzarsi, anche per via del meccanismo contributivo.

 

Conclusione

Calenda non scende eccessivamente nei dettagli della questione e quindi non distingue tra l’impatto di quota 100 e quello del mancato adeguamento delle pensioni anticipate all’aumento della speranza di vita. Inoltre non distingue tra l’ipotesi in cui quota 100 abbia durata triennale, come per ora previsto dalla legge, e quella in cui diventi strutturale.

Al netto di queste imprecisioni, quanto affermato dall’ex ministro dello Sviluppo economico è corretto: secondo le stime dell’Inps, il debito implicito creato da quota 100 (e dal mancato adeguamento alle aspettative di vita delle pensioni anticipate) è di 38 miliardi nel triennio di sperimentazione prevista per legge. Dunque “superiore ai 30 miliardi di euro”.

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2019-04-09 07:51:07 UTC
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Quota cento va cancellata immediatamente. Stiamo parlando di un provvedimento che ha un debito implicito superiore ai 30 miliardi di euro
Carlo Calenda
Ex ministro dello Sviluppo economico
 

Vinitaly
domenica 7 aprile 2019
2019-04-07

 

Se avete delle frasi o dei discorsi che volete sottoporre al nostro fact-checking, scrivete a dir@agi.it

Il governo ha “ipotecato i conti pubblici e non ci sono opzioni indolori”. Lo sostiene il Centro studi di Confindustria (Csc) nel rapporto ‘Dove va l’economia italiana e gli scenari geoeconomici’, in cui ha anche lanciato un’allarme recessione: riviste al ribasso le stime del Pil, crescita zero nel 2019 ed esiguo miglioramento nel 2020, a +0,4%.

Secondo il centro studi la finanza pubblica è “a un bivio”. “L’alternativa al rincaro Iva è far salire il deficit pubblico al 3,5%, causando un ulteriore aumento dei tassi sovrani che retro-agirebbe sul deficit e avrebbe effetti recessivi”. I mercati, infatti, ci punirebbero se si volessero annullare gli aumenti Iva – sottolinea il Csc – e per fare la correzione richiesta del bilancio strutturale, servirebbero 32 miliardi di euro. Ma – aggiunge – senza risorse per la crescita”.

Nel 2020, fa notare Confindustria, la preoccupazione maggiore è la finanza pubblica: a legislazione vigente, il 1 gennaio dell’anno prossimo ci sarà l’aumento di circa 3 punti delle aliquote Iva ordinaria e ridotta. L’attività economica sarà penalizzata, con un effetto negativo sulla crescita di 0,3 punti percentuali, anche se il deficit/Pil migliorerà di 0,9 punti per rimanere al 2,6%. Questo – secondo il Csc – non basterà per realizzare la correzione strutturale del bilancio richiesta dalle regole europee e servirebbe comunque una manovra correttiva. 

Sabato 23 marzo 2019, tre giorni dopo l’equinozio di primavera (che, contrariamente a quanto si crede, in questi anni ricorre il 20 marzo), si celebra la giornata mondiale della meteorologia. Questo anniversario ricade nel giorno in cui, nel 1950, entrò in vigore la Convenzione che istituì l’Organizzazione Meteorologica Mondiale (World Meteorological Organization, o WMO), e viene celebrato dal 1961 scegliendo un tema diverso per ogni anno.

La WMO, che ha sede a Ginevra, ha tra i suoi obiettivi la facilitazione della cooperazione internazionale per stabilire una rete di stazioni di misura, la promozione dello scambio delle informazioni meteorologiche, la standardizzazione delle misure, l’applicazione della meteorologia a varie attività umane, la promozione delle attività e delle ricerche in idrologia e meteorologia.

Storicamente la WMO trae origine dalla storica International Meteorological Organization (IMO), fondata nel 1873, che fu la prima organizzazione avente lo scopo di scambiare informazioni meteorologiche tra i vari paesi del mondo. In quei tempi, a partire dall’intuizione del matematico e astronomo francese Urbain Jean Joseph Le Verrier (1811-1877), il primo a rendersi conto che i sistemi meteorologici si muovono sul territorio, e che quindi la conoscenza delle variabili meteorologiche (pressione, temperatura, precipitazioni, ecc.) sul territorio è necessaria per poter parlare di previsioni meteorologiche, si andavano istituendo i servizi meteorologici nazionali, e si aveva necessità, pertanto, di un’entità sovranazionale in grado di gestire e standardizzare i dati.

Il tema della giornata della meteorologia 2019 è “il sole, la terra e il tempo”. La scelta di questi tre elementi è dovuta al fatto che è il sole fornisce l’energia che alimenta tutta la vita sulla Terra, incluso il tempo (meteorologico), le correnti oceaniche e il ciclo idrologico.

In occasione di tale anniversario, anche in Italia vi sono delle iniziative che hanno lo scopo più che altro di far conoscere meglio le potenzialità ed i limiti delle previsioni meteorologiche, le interconnessioni tra meteorologia e clima, la bellezza di alcune situazioni originate da fenomeni meteorologici (come le nubi e alcuni fenomeni), e la complessità del sistema terrestre in cui i fenomeni meteorologici si manifestano.

Un’occasione da non perdere, quindi, per imparare a capire che cosa c’è dietro alle attività delle centinaia di persone che anche nel nostro Paese ogni giorno lavorano per fornire prodotti accurati e attendibili nonostante la complessità e l’estensione del territorio nazionale. E per capire che una previsione meteorologica ha un suo range temporale e spaziale di validità (quello temporale molto inferiore ai quindici giorni delle app che ognuno ha installate sul cellulare), necessita quasi sempre di una spiegazione particolareggiata e raramente è sostituibile con una singola icona.

“Non è stata tutta colpa della Raggi, non è stata colpa del Campidoglio. Ma in poche ore una raffica di accuse e di voci indignate ha iniziato ad attaccare l’amministrazione capitolina per la cancellazione della storica scritta ‘Vota Garibaldi’ nel quartiere Garbatella, senza neppure attendere una minima spiegazione. E ora che si e’ capito che la cancellazione è stata dovuta all’errore umano di un addetto della ditta appaltatrice del servizio per il decoro urbano che si fa? Chiederanno indignati la testa dell’operaio? Ne chiederanno il licenziamento? È evidente che la scritta non andava cancellata, come anche è evidente che verrà restaurata”.

Lo scrive il profilo Facebook del M5s Roma.”Ma ora che si sa che il Campidoglio – prosegue il testo – non ha mai dato disposizioni in tal senso che faranno gli accusatori di professione? Chiederanno scusa alla sindaca? Mostreranno compassione per l’uomo che ha commesso un errore? O continueranno la gogna mediatica?”.

Mentre i media sono tornati a concentrarsi sulla ricerca della tomba di Emanuela Orlandi, che una lettera anonima indica tra quelle del Cimitero Teutonico, l’apertura anticipata dell’archivio segreto del Vaticano per la parte relativa al ‘900 quasi certamente consentirà di trovare la soluzione di misteri che hanno una portata storica certamente più rilevante della sorte della giovane cittadina vaticana scomparsa nel 1983.

Pio XI e il nazismo

Ad esempio siamo forse vicini alla soluzione di uno dei grandi enigmi della storia moderna della Chiesa Cattolica: pare che Pio XI, nei suoi ultimi giorni di vita, avesse redatto un discorso contenente una esplicita denunzia del carattere anticristiano del regime nazista, dissociandosi anche apertamente dal suo antisemitismo. È una leggenda o davvero esistono le bozze di questa allocuzione del Pontefice, minutate da lui stesso quando non sospettava che la sua morte imminente ed improvvisa gli avrebbe impedito di pronunziarla. Se è vero, nella ristretta cerchia delle persone informate di quanto il Papa si accingeva a dichiarare, era certamente compreso l’allora Segretario di Stato, nonché Camerlengo, Eugenio Pacelli.

Il quale, come si è visto, riteneva pericoloso e forse dannoso prendere di petto il regime nazista. Che cosa avvenne del testo che Ratti aveva predisposto? Certamente Pio XII entrò in possesso delle carte Papa appena defunto all’atto stesso della sua morte, dal momento che era anche Cardinale Camerlengo.

Sembra impossibile che il nuovo Papa abbia distrutto tutte le copie del discorso, mentre può darsi che le abbia inserite tra i propri documenti riservati. Ciò spiegherebbe perché non lo si è ritrovato negli incartamenti, già da tempo a disposizione dei ricercatori, relativi al Pontificato di Pio XI. Se il testo esiste ancora, esso vedrà finalmente la luce tra pochi mesi, quando – in base alla decisione annunziata da Bergoglio – la Santa Sede metterà a disposizione degli studiosi l’intero archivio relativo al Pontificato di Pio XII.

Pio XII e il nazismo

Non conterranno invece clamorose sorprese probabilmente le corrispondenze tra Pio XII e i nunzi apostolici riguardo al nazismo: prudente com’era Pacelli si sarà guardato bene dal mettere nero su bianco le sue valutazioni sulla politica tedesca, così come fa oggi la Cei sulla questione dei migranti: meglio aiutarli senza proclami (anche se è un venir meno al ruolo profetico a cui la Chiesa è chiamata. Sulla prossima apertura degli archivi di Pio XII annunciata da Francesco, Repubblica ha intervistato Iael Nidam Orvieto, studiosa di origine italiana esperta di anti-semitismo e direttrice dell’ International Institute for Holocaust Research dello Yad Vashem.

Il vaticanista del quotidiano romano, Paolo Rodari, ha domandato alla studiosa cosa pensa dell’accusa mossa a Pacelli di aver taciuto sulla Shoah. La Orvieto ha risposto cosi: “Di certo si può dire che la denuncia dello sterminio degli ebrei non è stata fatta in modo palese, le sue parole insomma sono state molto più che caute. Sono cose che si sanno. Ciò che non sappiamo è il perché di questa politica, le ragioni e i criteri che l’hanno generata, cosa è accaduto insomma dietro le quinte. Tutto ciò dovrà ora essere accuratamente analizzato”.

Sembra una posizione molto lucida quella della Orvieto. Solo l’apertura degli archivi potrà svelare il perché di certi comportamenti. E in questo senso sembra molto chiaro il titolo fatto all’intervista: “Sappiamo che tacque, vogliamo sapere perché”. Anche perché, aggiunge Rodari, la verità, qualunque sia, non deve far paura. Sarà interessante anche leggere gli atti relativi all’inchiesta canonica che Pio XII aveva ordinato sul fondatore dei Legionari di Cristo, che fu archiviata 50 anni prima che poi fosse condannato da Papa Ratzinger per un numero altissimo di stupri.

 

Giovanni Paolo II e la dittatura argentina

Ma c’è un’altra vicenda dolorosa e vergognosa a chiarire la quale gli archivi che già qualche mese fa Papa Francesco ha disposto di aprire, potranno contribuire, quella del ruolo del Vaticano durante la sanguinaria dittatura argentina. L’allora nunzio apostolico Pio Laghi aveva informato Giovanni Paolo II delle stragi di stato che venivano perpetrate dai servizi segreti  e dai militaribdi Buenos Aires? 

Nel corso della dittatura argentina (1976 – 83) sparirono, secondo alcune stime, fino a trentamila persone definite desaparecidos. Padre Jorge Mario Bergoglio, che è stato provinciale dei Gesuiti argentini dal 1973 al 1979, ha più volte rievocato l’epoca della dittatura sia da arcivescovo di Buenos Aires che da Pontefice. Ma mentre la sua azione per salvare il maggior numero possibile di persone è poi risultata lampante, non è ben chiaro cosa abbia fatto il nunzio Laghi che era intimo amico di molti esponenti della dittatura militare.

 “Come potevo supporre che stavo trattando con dei mostri, capaci di buttare persone dagli aerei e altre atrocità simili? Mi si accusa di delitti spaventosi per omissione di aiuto e di denuncia, quando il mio unico peccato era l’ignoranza di ciò che veramente capitava …”. Sono parole pronunciate dal cardinale Pio Laghi il 27 aprile 1995, quando volle dichiarare la sua buona fede davanti alle accuse di essere stato connivente con il regime militare argentino negli anni del suo incarico di nunzio apostolico a Buenos Aires, iniziato il primo luglio 1974, lo stesso giorno della morte del presidente Juan Domingo Perón.

Il futuro prefetto dell’educazione cattolica finì poi la sua missione diplomatica il 21 dicembre 1980, trasferito negli Usa.

Secondo Vatican Insider e Il Sismografo emergono ora elementi a sostegno di un’azione diplomatica dell’allora rappresentante vaticano in Argentina a difesa dei desaparecidos. E certo c’è attesa di leggere  queste carte, che forse smentiranno almeno in parte le ricostruzioni di comodo pubblicate da Bruno Passarelli e Fernando Elenberg, nel loro libro “Il Cardinale e i desaparecidos”, nel quale si legge: “Laghi aiutò a salvare vite umane; assistette umanamente e materialmente molti perseguitati; intercedette a favore di detenuti che, abbandonati nelle loro celle, potevano sparire nel nulla in qualsiasi istante, vittime della politica ‘Notte e Nebbia’ alla sudamericana, praticata dai repressori. Inoltre, cercò di verificare dove fossero finiti i “desaparecidos”, per regalare un raggio di speranza ai loro tormentati familiari.

Criticò pubblicamente la Giunta Militare e continuò a farlo sebbene ricevesse minacce di morte e si scontrasse duramente con Vescovi e cappellani militari che appoggiavano il regime e con i quali, in quanto Rappresentante Pontificio, era chiamato a convivere e non a scontrarsi’”. Sembra così replicarsi la controversia sui silenzi di Pio XII. E anche nel caso di Laghi nonostante la buona volontà di alcuni difensori difficilmente si arriverà ad una lettura condivisa dalle vittime della dittatura argentina.

Anche perché l’allora nunzio apostolico si era esposto molto a favore della Giunta militare (ed era amico personale e avversario sui campi da tennis di Emilio Eduardo Massera) dicendo:“Il Paese ha un’ideologia tradizionale e quando qualcuno pretende di imporre altre idee diverse ed estranee, la Nazione reagisce come un organismo, con anticorpi che fronteggiano i germi: così nasce la violenza. I soldati adempiono al loro dovere primario di amare Dio e la Patria che si trova in pericolo. Non solo si può parlare di invasione di stranieri, ma anche di invasione di idee che mettono a repentaglio i valori fondamentali. Questo provoca una situazione di emergenza e, in queste circostanze, si può applicare il pensiero di san Tommaso d’Aquino, il quale insegna che in casi del genere l’amore per la Patria si equipara all’amore per Dio”. Insomma un capitolo della storia della Chiesa che andrà riscritto con i nuovi documenti. 

Le carte sui desaparecidos

“Come potevo supporre che stavo trattando con dei mostri, capaci di buttare persone dagli aerei e altre atrocità simili? Mi si accusa di delitti spaventosi per omissione di aiuto e di denuncia, quando il mio unico peccato era l’ignoranza di ciò che veramente capitava …”. Sono parole pronunciate dal cardinale Pio Laghi il 27 aprile 1995, quando volle dichiarare la sua buona fede davanti alle accuse di essere stato connivente con il regime militare argentino negli anni del suo incarico di nunzio apostolico a Buenos Aires, iniziato il primo luglio 1974, lo stesso giorno della morte del presidente Juan Domingo Perón.

Il futuro prefetto dell’educazione cattolica finì poi la sua missione diplomatica il 21 dicembre 1980, trasferito negli Usa.

Secondo Vatican Insider e Il Sismografo emergono ora elementi a sostegno di un’azione diplomatica dell’allora rappresentante vaticano in Argentina a difesa dei desaparecidos. E certo è consolante leggere  queste carte, che in realtà erano già almeno in parte pubblicate da Bruno Passarelli e Fernando Elenberg, nel loro libro “Il Cardinale e i desaparecidos”, nel quale si legge: “Laghi aiutò a salvare vite umane; assistette umanamente e materialmente molti perseguitati; intercedette a favore di detenuti che, abbandonati nelle loro celle, potevano sparire nel nulla in qualsiasi istante, vittime della politica ‘Notte e Nebbia’ alla sudamericana, praticata dai repressori. Inoltre, cercò di verificare dove fossero finiti i “desaparecidos”, per regalare un raggio di speranza ai loro tormentati familiari. Criticò pubblicamente la Giunta Militare e continuò a farlo sebbene ricevesse minacce di morte e si scontrasse duramente con Vescovi e cappellani militari che appoggiavano il regime e con i quali, in quanto Rappresentante Pontificio, era chiamato a convivere e non a scontrarsi’”.

Sembra così replicarsi la controversia sui silenzi di Pio XII. E anche nel caso di Laghi nonostante la buona volontà di alcuni difensori difficilmente si arriverà ad una lettura condivisa dalle vittime della dittatura argentina.

Anche perché l’allora nunzio apostolico si era esposto molto a favore della Giunta militare (ed era amico personale e avversario sui campi da tennis di Emilio Eduardo Massera) dicendo:“Il Paese ha un’ideologia tradizionale e quando qualcuno pretende di imporre altre idee diverse ed estranee, la Nazione reagisce come un organismo, con anticorpi che fronteggiano i germi: così nasce la violenza. I soldati adempiono al loro dovere primario di amare Dio e la Patria che si trova in pericolo.

Non solo si può parlare di invasione di stranieri, ma anche di invasione di idee che mettono a repentaglio i valori fondamentali. Questo provoca una situazione di emergenza e, in queste circostanze, si può applicare il pensiero di san Tommaso d’Aquino, il quale insegna che in casi del genere l’amore per la Patria si equipara all’amore per Dio”

 

Il presidente Donald Trump tira un sospiro di sollievo: l’ex sindaco di New York Michael Bloomberg, uno degli uomini più ricchi del pianeta e suo potenziale sfidante più temibile, ha annunciato che non correrà per la Casa Bianca nel 2020. “Penso che avrei battuto Donald Trump all’elezione generale”, ha scritto in un editoriale su Bloomberg News, comunicando la sua decisione. “Ma sono consapevole della difficoltà di vincere la nomination democratica in un campo così affollato”, ha spiegato Bloomberg che aveva flirtato con la presidenza già nel 2016 ma come indipendente. Lo scorso autunno si era invece iscritto al partito dell’Asinello per sondare il terreno tra i votanti alle primarie dem. Le chance si sono rivelate ridotte per il 77enne miliardario, bianco, centrista e fortemente legato a Wall Street, in un partito dalla base sempre più liberal, giovane a aperta alla diversità.     ​    

Bloomberg era stato eletto sindaco di New York nel 2002 come repubblicano. Ha governato la città più grande d’America fino al 2013. Durante il suo mandato da primo cittadino è passato con democratici ed è poi diventato indipendente. Da sempre sostiene cause tradizionalmente progressiste come la lotta al cambiamento climatico e il controllo sulle armi ma rivendica con orgoglio politiche a favore delle imprese. Bloomberg ha definito Trump “una minaccia per il Paese” e ha esortato i democratici a non svoltare troppo a sinistra. “Non possiamo consentire al processo delle primarie di trascinare il partito all’estremismo, riducendo le nostre possibilità di vittoria all’elezione generale”, ha ammonito l’ex sindaco. 

Anche la possibile discesa in campo di un altro democratico moderato, l’ex vice presidente Joe Biden, ha giocato un ruolo importante nella decisione di Bloomberg di rinunciare, oltre alle complicazioni legate al suo impero d’affari. “È essenziale nominare un democratico nella posizione più forte possibile per battere Donald Trump e riunificare il Paese”, ha rimarcato Bloomberg, sottolineando la necessità di non disperdere i voti anti-Trump perché si otterrebbe un effetto boomerang: la sua conferma “per altri quattro anni” alla Casa Bianca.

Il 1996 era un periodo culturalmente molto differente da quello di adesso, normale. Non esisteva ancora la famigerata rete, accentratrice solo pochi anni più avanti di tutto ciò che ci circonda. Le generazioni nate a metà degli anni ’80 invece avevano la Tv, che esattamente come internet oggi, aveva fatto in modo di mettersi talmente al centro della scena che niente pareva esistere se non passava attraverso quel caleidoscopio rettangolare.

Appunto importante sotto molteplici punti di vista, ci renderemo conto crescendo. Anche, certamente, musicale. C’era la radio si, ma l’avevamo già messa da parte, così anche la musica doveva passare dalla tv. Mtv quindi, ovvio, ma anche la superclassifica della domenica mattina su Canale 5.

Una sorta di imposizione subliminale su ciò che doveva piacerti a tutti i costi, perché di classifica ce n’era una. Le hit di quell’anno viaggiavano tra il rap morbido di Coolio al pop da boy band dei Take That, Elio e Le Storie Tese avevano appena perculato “La terra dei Cachi” al Festivàl di Sanremo, la versione di Killing Me Softly dei Fugees ci faceva scoprire cosa fosse la malinconia e a bilanciare Alexia cantava ancora in inglese  che “The summer is crazy”.

La pubblicità della Superga 

Un salottino piuttosto tranquillo insomma, dove un giorno, da un momento all’altro, irruppe una pubblicità destinata a fare storia. Più o meno ciò che venne raccontato in un minuto esatto di spot era questo: un ricco e serioso signore a bordo della sua macchina di lusso guidata dal suo autista si ritrova nel bel mezzo di una rivoluzione. Scene apocalittiche: le guardie sparano lacrimogeni, i protestanti, che portano pittoresche maschere di animali feroci, rispondono all’offensiva; cavalli vengono abbattuti, volano manganellate, agenti prendono fuoco, un elicottero atterra per strada per portare in salvo feriti.

Ad un certo punto, sul cofano della macchina del ricco e serioso signore si abbatte un manifestante con una maschera da coniglio. Il coniglio e il ricco e serioso signore si guardano negli occhi, poi un agente afferra il coniglio e lo porta via, nella colluttazione il coniglio perde una scarpa, che resta lì sul cofano, e scappa via così, correndo sull’asfalto bagnato dagli idranti della polizia con un piede scalzo. È una Superga, l’azienda di Torino che ha commissionato la pubblicità alla mitica Lowe Pirella, la stessa azienda che aveva partorito tormentoni come “Nuovo? No! Lavato con Perlana” e “O così o Pomì”.

Il ricco e serioso signore rientra a casa e una volta a tavola con la sua famiglia, anch’essa dall’immagine evidentemente altrettanto seriosa, nel raccogliere un giornale caduto a terra si accorge, osservando sotto il tavolo, che la sua ricca e seriosa (nonché bellissima) figlia, ha un piede scalzo e con l’altro indossa la stessa scarpa bianca.

Il coniglio era lei. “Superga – era lo slogan – O si ama o si odia”. Capolavoro di pubblicità che forse non si sarebbe potuta considerare tale senza una colonna sonora capace di partecipare alla narrazione in maniera così complementare, totale, espressiva. Firestarter appunto, la hit dei Prodigy che sta spopolando in quel momento in Europa.

In un clima che oscilla regolare tra Sanremo e Festivalbar quella musica così estrema, così ansiogena, così meravigliosamente fastidiosa, riecheggiava nelle case degli italiani come un pugno sul petto. L’Italia la accolse con curiosità, certi azzardi musicali dalle nostre parti sembravano giungere da Marte tanto li sentivamo lontani.

 

L’Italia si accorge di Keith Flirt e dei Prodigy

Così su Mtv comincia a girare anche il video e la curiosità nei confronti di Keith Flirt non può che crescere. I capelli di un colore indefinito che varia tra il rosso spento e il verde melma alzati ai lati a formare due corna da diavolo impertinente, il trucco agli occhi che ne evidenzia una vena di ipnotizzante follia, l’anello al naso, alle orecchie, i movimenti netti e squilibrati dovuti al suo immenso talento da ballerino.

“Sono l’iniziatore dei guai” diceva subito, insomma: o con me o dall’altra parte. E tu che eri appena appena adolescente, troppo annoiato per ascoltare la musica dei tuoi genitori e troppo giovane per apprezzare quella degli amici più grandi, ti trovavi di fronte ad una scelta che ti sembrava così netta. Cosa ne avresti fatto della tua vita? Saresti diventato il signore ricco e serioso della pubblicità o la figlia rivoluzionaria che corre per strada con un piede scalzo? Non è che il resto della tv, calda e familiare e ma che al tempo stesso si avviava ad essere ruffiana e scosciata, ti ponesse chissà quale altro dubbio esistenziale, la comunicazione era piuttosto imperativa: guardi quello che vogliamo noi, mangi e bevi quello che vogliamo noi e ti diciamo pure come preferisci debba essere tua moglie.

Invece poi ti spuntava sullo schermo Keith Flirt, che da un altro pianeta, ti diceva che esisteva anche una vita fatta di guai, ribellione a ciò che non ci piace, “dolore intossicato”, “dipendenza dalla paura” e “avviatori di fuochi”.

Firestarter, appunto. E tu lo sentivi quel rumore che ti accendeva qualcosa dentro, quella musica elettronica così diversa dalla schitarrata di Battisti, che ti faceva smuovere il petto, che ti rompeva qualcosa nello stomaco, che cresceva vibrante e stravagante lungo la colonna vertebrale fino a costringerti a muoverti, non semplicemente ballare, muoverti.

Accenderti. E quel tizio, il Firestarter, che per quanto potevi saperne, viveva in quel tunnel del video, guardando dentro la telecamera e che ti trascinava verso un futuro che non avresti mai immaginato.   

Il cibo è un argomento sovraesposto, su questo siamo tutti concordi. È un argomento multidisciplinare, che coinvolge tante questioni. Non possiamo stare senza mangiare e a quanto pare non possiamo stare senza parlarne. Nonostante la sovrabbondanza di canali, media e messaggi, l’interesse per l’argomento infatti non declina mai.

A proposito di televisione il vero avanguardista nella storia fu Mario Soldati che già 1957 aveva pensato un programma che attraversava l’Italia proprio in cerca della nostra storia più profonda: Viaggio nella Valle del Po.

Lo seguì, invitato dalla Rai, il grande Luigi Veronelli che dal 1971 al 1976 condusse Colazione allo Studio 7 che cambiò nome in A Tavola alle sette andando in onda la sera all’ora di cena. Ad accompagnarlo vari attori come Umberto Orsini, Delia Scala e Ave Ninchi, che l’affiancò per più edizioni.

Veronelli presenziò poi altre trasmissioni come Viaggio sentimentale nell’Italia dei vini, Meridiana – Lezioni di cucina e Star bene a tavola, trasmesse sui canali Rai nei primi anni ’80.

Qualche numero

Ma oggi cosa guardiamo? Cominciamo con i numeri: il 76% degli italiani dichiara di seguire in tv programmi food e lifestyle, 17 milioni (30%) gli italiani che ogni mese guardano almeno 2 ore di contenuti a tema food (fonte Auditel; periodo Q1 2018) Il 40% dell’ascolto tv è generato da maschi.

Si contano più di 70 programmi tv e almeno tre canali tematici interamente dedicati all’argomento: Gambero Rosso Channel fondato nel 1999 da Stefano Bonilli prematuramente scomparso (il primo canale a tema in Italia – mentre il primo programma Rai è di un anno più vecchio: Eat Parade di Bruno Gambacorta nato nel 1994 su Rai2), Alice TV ( dal 2000) e il neonato amatissimo Food Network

I programmi sono per lo più giochi a premi, sfide ai fornelli e food show dove lo chef si esibisce in prove sempre più ardue che lo vedono quasi sempre intento a spadellare.

La radio

E in Radio cosa succede? Qui, Sandro Capitani di RadioRai1 mi è venuto in soccorso raccontandomi il suo programma, dove la rubrica settimanale è interamente dedicata al mondo della terra, ai suoi protagonisti, ai suoi prodotti, alle sue storie con particolare attenzione alla nuova agricoltura, all’innovazione e ai giovani che si avvicinano al settore con idee contemporanee.

La Radio, che permette di fare altro mentre la si ascolta e tutto il pubblico di giornalisti del nostro panel, provocati dalla mia domanda, ha risposto di ascoltarla in auto, prova a giocare un ruolo diverso, dove l’informazione e la valorizzazione del prodotto e del rapporto tra tradizione e innovazione la fa, fortunatamente, da padrona.

Altri programmi radio oltre a “Coltivare il futuro” riscuotono successo su questo media. Ricordiamo “Decanter” a proposito di vino a cura di Fede e Tinto su RaiRadio2, “il Gastronauta” di Davide Paolini su Radio24, “Mangia come parli” condotto da Pierluigi Pardo e lo chef Davide Oldani su Radio24, “Indovina chi viene a cena” di Valentina Furlanetto, FoodLAB di Chiara Albicocco e Federico Pedrocchi sempre su Radio24, Show Food di Enrico Camelio e Francesco Vergovich su Radio Radio.

In streaming

Di recente è nato poi un bel progetto web streaming, dove la Radio si dedica completamente all’argomento per tutta la programmazione a cominciare dal nome: Radio Food. Anche qui il discorso sembra più serio ed approfondito, forse proprio per il carattere del media e delle sue potenzialità.

Web e FoodBlogger invece hanno davvero un impatto gigantesco in termini di quantità di contenuti proposti, stiamo parlando di più di 1000 siti tematici, e 30mila food blogger sparsi sulla rete. ( fonte “FoodFWD” del centro media Mec)

Con Pamela Panebianco di Agrodolce abbiamo osservato come il pubblico qui sia molto e vario e come le ricerche sul tema del food on line, spazino dalle ricette alla ricerca di news su nuovi ristoranti o sulle prodezze degli chef stellati.

Tanti contenuti ripostati, quasi ogni ora (minimo 5 post al giorno in media ci rassicura Pamela)  sui social delle testate on line, per attrarre il maggior numero possibile di click e conversazioni.

I siti più influenti

Nella lista dei siti più influenti di Italia (in ordine rigorosamente sparso ) ecco apparire: Gambero Rosso, Puntarella Rossa, Italia a Tavola, Food24, Identità Golose, il mio Food Confidential ( ovviamente ), Mangiare da Dio, Munchies, Dissapore, Cucina & Vini, La Repubblica Sapori, Ansa Terra & Gusto, Luciano Pignataro Blog, Fine Dining Lovers, Gazza Golosa, Reporter Gourmet, La Cucina Italiana, VanityFood, CucinaCorriere, Spaghetti Mag, Porzioni Cremona; Mangia e Bevi, Excellence Magazine, Scatti di Gusto, Sala e Cucina, Cibario, Le Strade della Mozzarella.

Tanti tantissimi dunque, con tante notizie che si somigliano l’una con l’altra, con la caccia alle nuove aperture soprattutto ma anche per raccontare i nuovi trend asiatici o le intolleranze e la cucina del “senza”, oltre alle immancabili ricette.

Sul fronte delle istituzioni come nel caso di CREA, il tema di come rendere attraente l’informazione scientifica è sfidante. Qui Cristina Giannotti mi ha raccontato un progetto molto accattivante dove, attraverso la realizzazione di una serie web, i cittadini sono chiamati ad indentificarsi con i suoi personaggi che, con l’aiuto di esilaranti alter ego, non fanno altro che domandarsi quale sia il regime alimentare corretto da rispettare per restare in salute. La serie, con ben 90 episodi, invita alla fine, non solo ad una dieta equilibrata ma anche alla pratica costante di attività sportiva.

Importanti poi le visualizzazioni prodotti da“Cucina da uomini”. Un canale youtube, dove il meccanismo di scelta da parte degli autori è quello degli ashtag che funzionano meglio su Instagram. Instagram condiziona un trend fortissimo di curiosità che coinvolge soprattutto la generazione Z. Video di improbabili ricette come quella dei biscotti industriali fritti in pastella o dei bubble waffle, realizzati da giovani e aiutanti chef in maglietta che generano centinaia di migliaia visualizzazioni.

Insomma un panorama, ampio, complesso e superaffollato, dove il cibo imperversa in ogni salsa.

Tuttavia la strada che mi piace più percorrere per la comunicazione sui tanti temi aperti dal cibo (salute, aggregazione, territorio, tecnologie, tradizione, progettazione, food design ) resta l’insegnamento.

All’Università

Anche le Università, per fortuna, hanno scoperto l’urgenza di parlare di cibo con competenza. Inutile citare oramai l’arcinota Università di Pollenzo di Slow Food che propone il corso di successo per diventare Gastronomo. A RomaTre, per esempio, nel Dipartimento dei Scienze c’è il corso triennale di Scienze e Culture Engastronomiche, dove curo le materie umanistiche come specialista di alta qualificazione e all’Università Internazionale di Roma, sono titolare del corso di “Food and Wine Industry” in inglese della Facoltà di Economia ( nuovissima edizione ) inserito nel percorso magistrale di “Beni di Lusso, Made in Italy e Mercati Emergenti”.

È in aula, nello scambio docente discente, che il cibo prende la forma migliore, cibo come racconto dei popoli, strumento economico e di manifestazione pura del Made in Italy.

Insomma i luoghi dove le conversazioni sul cibo si moltiplicano sono sempre di più, chi si occupa di comunicazione ha la responsabilità del messaggio e chi ascolta deve avere la maturità per valutarlo e comprenderlo con attenzione e coscienza.

Negli ultimi giorni, ha suscitato polemica la proposta di legge del deputato leghista Alessio Morelli di imporre alle radio italiane di trasmettere una quota minima e obbligatoria di canzoni scritte da autori italiani. La proposta di legge è stata associata dallo stesso Morelli alla vittoria al Festival di Sanremo di Mahmood – anche se non è del tutto chiaro il collegamento, considerato che Mahmood è un artista italiano e dunque godrebbe della quota riservata.

La proposta di legge, intitolata “Disposizioni in materia di programmazione radiofonica della produzione musicale italiana” è stata depositata da Morelli il 6 febbraio, prima che Mahmood vincesse a Sanremo.

Il testo normativo non è ancora disponibile sul sito di Montecitorio, ma i suoi contenuti sono stati diffusi da fonti di stampa: il provvedimento fisserebbe una quota minima e obbligatoria di canzoni di autori italiani da trasmettere per tutte le emittenti radiofoniche. La cifra riportata è il 33%: in sostanza, su tre canzoni trasmesse in radio, almeno una dovrà essere di autore italiano.

Ma, al di là dell’inesistente legame con il caso Mahmood, la legge proposta da Morelli è davvero necessaria? Quante canzoni “italiane” passano oggi le principali stazioni radiofoniche italiane?

La classifica delle radio italiane

Partiamo dalla classifica delle radio più ascoltate in Italia, in base ai dati di ascolto dell’indagine Radio Ter riferiti al secondo semestre 2018 e riportati qui da una testata di settore.

Le radio principali, guardando al dato annuale, sono Rtl 102.5 (7,727 milioni di ascoltatori), Rds 100% Grandi Successi (5,563 milioni), Radio Italia Solomusicaitaliana (5,217 milioni), Radio Deejay (5,049 milioni), Radio 105 (4,677 milioni), Rai Radiouno (3,794 milioni), Radio Kiss Kiss (2,872 milioni), Virgin Radio (2,623 milioni), Rai Radiodue (2,587 milioni), Radio 24 – Il Sole 24 Ore e Radio 101 (2,039 milioni).

Che percentuale di autori italiani e stranieri hanno trasmesso?

Vediamo quanta musica italiana e straniera trasmettono le radio più ascoltate. Abbiamo ottenuto i dati medi di ripartizione dei diritti d’autore della Siae (Società italiana degli autori ed editori), relativi al periodo 2010-2017. Sono dati relativi agli autori e non agli esecutori (non sempre, naturalmente, le due figure coincidono).

Nel periodo 2010-2017, la radio Rtl 102.5 risulta aver trasmesso musica composta da autori italiani per il 38,8% e stranieri per il 61,2%. Rds 100% Grandi Successi ha trasmesso musica italiana per il 27,6% e straniera per il 72,4%. Radio Italia Solomusicaitaliana, come suggerisce anche il nome, ha trasmesso quasi esclusivamente musica di artisti italiani: il 95,4% del totale.

Subito sotto al podio troviamo Radio Deejay, che ha trasmesso musica di artisti italiani per il 15,5% e stranieri per l’84,5%, e Radio 105, che ha una percentuale di utilizzo di repertorio italiano del 32,4% e straniero del 67,6%.

La seconda metà della classifica è così composta: Rai Radio (sono aggregati i dati di Radiouno e Radiodue), 43,5% italiani e 56,5% stranieri; Radio Kiss Kiss, 21,9% italiani e 78,1% stranieri; Virgin Radio, 4,9% italiani e 95,1% stranieri; Radio 101, 12,1% italiani e 87,9% stranieri. Nella classifica della Siae non è riportato il dato relativo a Radio 24 – Il Sole 24 Ore.

Su queste dieci stazioni, notiamo così che quattro stazioni rispetterebbero la soglia del 33% proposta dalla proposta di legge di Morelli (due di queste si trovano nella top tre). Sei stazioni invece si troverebbero, con distanze diverse, al di sotto della soglia.

Ma sarebbe un’anomalia italiana?

Ma introdurre una “quota” di musica autarchica sarebbe un’anomalia solo italiana?

La risposta è no. In Francia dal 1986 è in vigore una legge (Loi du 30 septembre 1986, art. 28) che obbliga le radio transalpine a trasmettere una quota di canzoni francesi non inferiore al 40%.

Simili “quote” sono peraltro previste anche per il cinema in Francia e, come avevamo verificato in passato che ricalca quella francese in questo ambito.

Conclusione

La proposta di legge Morelli avrebbe in effetti un impatto sul mercato radiofonico italiano, in base ai dati Siae che abbiamo avuto modo di consultare. Due stazioni su tre tra le più ascoltate oggi in Italia trasmettono già una percentuale di musica italiana superiore a un terzo, e quattro tra le prime dieci: le altre, invece, dovrebbero modificare il proprio palinsesto musicale, in misura diversa.

Una simile normativa non sarebbe un’anomalia: né rispetto ad altri Paesi, come la Francia che ha una quota del 40% riservata alla musica francese, né rispetto ad altri settori. In ambito cinematografico, infatti, gli scorsi governi hanno introdotto delle quote minime per i prodotti italiani.

Se avete delle frasi o dei discorsi che volete sottoporre al nostro fact-checking, scrivete a dir@agi.it