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(AGI) – Londra, 9 lug. – Manca poco meno di un anno, ma gia’ Londra si prepara a una enorme festa di strada per il prossimo compleanno ufficiale della regina Elisabetta II, che come da tradizione si tiene nel mese di giugno nonostante la sovrana sia nata il 21 aprile. Cosi’, per i 90 anni della monarca, che e’ nata nel 1926, decine di migliaia di persone affolleranno le strade vicine a Buckingham Palace, fra barbecue e picnic di massa, parate di soldati in alta uniforme e l’impegno di oltre 600 associazioni di volontariato e ‘charities’ che si metteranno in bella mostra con i loro stand per mostrare ai londinesi e ai turisti le loro attivita’.

Il pranzo in particolare sara’ una enorme kermesse per almeno 10mila persone, alla quale prenderanno parte anche il principe consorte Filippo, i principi William, Harry e Carlo e tanti altri componenti della famiglia reale.

La data prevista e’ domenica 12 giugno e per tutta la settimana precedente a Londra si avranno diversi eventi ufficiali. Il prossimo 9 settembre, un mercoledi’, la regina diventera’ inoltre la regnante di piu’ lungo corso della storia britannica, superando anche la regina Vittoria con 63 anni e 7 mesi ininterrotti sul trono. (AGI)

(AGI) – Gerusalemme, 9 lug. – Due israeliani sono ostaggi a Gaza e uno e’ nelle mani du Hamas. Lo ha reso noto il governo israeliano. Le autorita’, che hanno rimosso la censura sulla notizia, hanno rivelato che da dieci mesi a Gaza e’ sparito un giovane israeliano di origine etiope: Avraham Mangisto e’ nato nel 1986, ha la cittadinanza israeliana e ha attraversato in maniera autonoma la barriera di sicurezza, entrando nell’enclave palestinese che e’ sotto il governo del movimento islamista.

Un comunicato del ministero della Difesa riferisce che “secondo informazioni credibili di intelligence”, Avraham Mengistu e’ trattenuto “contro la sua volonta’ da Hamas a Gaza”. Nella nota si legge che “il governo si e’ rivolto a interlocutori regionali e internazionali per chiedere l’immediata liberazione” del giovane e “verificare le sue condizioni”. Israele indaga anche sulla scomparsa anche di un altro uomo, un arabo con cittadinanza israeliana, un beduino del deserto, che ugualmente “e’ trattenuto a Gaza”. La nota del ministero pero’ non fornisce altri dettagli sul caso e Hamas si e’ rifiutata di commentare la notizia. Secondo Yedioth Ahronoth, Mengistu ha qualche deficit mentale e risiede nella citta’ di Ashkelon, una decina di chilometri a nord di Gaza, dove e’ conosciuto dai servizi sociali. L’ultima volta che si sono avute sue notizie e’ stato nel settembre dell’anno scorso quando una mattina e’ uscito di case e non e’ mai ritornato in territorio israeliano dopo aver attraversato la frontiera. Testimoni l’hanno visto camminare sulla spiaggia della costa di Ashkelon verso il sud fino a raggiungere la zona di Ziqim e superare il confine militare tra Israele e Gaza. I servizi di sicurezza hanno notato la sua presenza e hanno anche mandato truppe di terra e un elicottero per cercare di recuperarlo; ma il giovane ha continuato a camminare verso Gaza e non e’ piu’ tornato indietro. Dopo la sua scomparsa, lo Shin Bet ha appurato che il giovane era sparito di casa in almeno tre altre occasioni. Nel settembre scorso, il braccio armato di Hamas, le Brigate di Ezzedine al Qassam, organizzarono un enorme raduno nella localita’ di Rafah, nel sud della Striscia, in cui presentarono sul palco un’enorme scatola nera, con la scritta appunto ‘scatola nera’, in ebreo e arabo. Non diedero altra spiegazione, ma l’accaduto suscito’ grande curiosita’ nella Striscia e neanche i media palestinesi non riuscirono a capire il senso di quel messaggio. Probabilmente Hamas avrebbe voluto far uscire la notizia in Israele molto prima, ma a causa della censura del governo, il movimento islamista ha cercato di farla filtrare sui media arabi sperando che arrivasse all’opinione pubblica israeliana. Il divieto del governo israeliano e’ stato revocato mercoledi’ quando Khaled Meshaal, il capo del bureau politico del movimento islamista, ha reso noto di esser stato contattato, tramite canali europei, dalle autorita’ dello Stato ebraico per negoziare uno scambio con le salme di due soldati israeliani, Orn Shaul e Hadar Goldin, caduti nell’operazione a Gaza di un anno fa. Il gruppo islamista punta adesso a uno scambio di prigionieri con Israele simile a quello ottenuto nell’ottobre 2011, quando in cambio di un migliaio di detenuti palestinesi torno’ a casa Gilad Shalit, il soldato israeliano rimasto prigioniero a Gaza per oltre cinque anni.

(AGI) – Bucarest, 9 lug. – “Italia e Romania sono partner strategici”: il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ribadisce il forte legame economico dei due Paesi, intervenendo a ‘Italy & Romania: building together’, nell’ambito della missione imprenditoriale organizzata dall’Ice (Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane) in collaborazione con l’Ance (Associazione nazionale costruttori edili) e l’Oice (Associazione delle organizzazioni di ingegneria, architettura e consulenza tecnico-economica) con il sostegno dei ministeri degli Esteri e dello Sviluppo Economico e dell’ambasciata italiana a Bucarest. Il ministro Gentiloni ha ricordato l’interscambio commerciale complessivo tra i due Paesi, 12 miliardi di euro nel 2014, il 7% in piu’ rispetto al 2013. “L’Italia – ha continuato il ministro – e’ il primo Paese in Romania per numero di imprese presenti: 17mila attive su oltre 40mila registrate. L’anno scorso se ne sono aggiunte 1.800 e nel 2015 altre 756. Nel 2014 inoltre l’Italia e’ risultato il secondo Paese fornitore della Romania dopo la Germania”. I due Paesi quindi sono sempre piu’ vicini e “l’Italia – ha sottolineato Gentiloni – e’ e rimarra’ sempre al fianco della Romania. Fare business diventa sempre piu’ naturale”. Alla missione imprenditoriale sono presenti 110 aziende italiane. L’obiettivo e’ fornire alle imprese un quadro completo dei progetti infrastrutturali programmati in Romania con particolare riferimento a quelli cofinanziati dalla Ue e sostenuti dalle organizzazioni finanziarie internazionali. Le aziende italiane in Romania sono attive in tutti i settori; e se inizialmente il mercato romeno aveva attratto principalmente l’afflusso di pmi, negli ultimi anni sono aumentati anche gli investimenti delle grandi imprese. Il capo della Farnesina ha ricordato alle aziende italiane che vogliono investire in Romania che vi sono istituti bancari pronti ad aiutare l’inserimento delle imprese. Parole di ringraziamento all’Italia sono state espresse dal premier romeno, Victor Ponta, che si e’ detto “orgoglioso e ottimista del futuro, grazie anche ai grandi investitori italiani che hanno fiducia nella Romania”. Ponta ha usato parole di lode per il premier italiano, Matteo Renzi, conosciuto quando era sindaco di Firenze e ha ringraziato le tante imprese che continuano a investire nel Paese. E alle industrie italiane che vorrebbero in futuro entrare nel mercato romeno, ha assicurato che nonostante la grande crisi che la Romania ha dovuto affrontare, “il Paese e’ da quattro anni in crescita grazie alle riforme attuate dal governo”. Ponta ha infine annunciato che domani a mezzogiorno nella sede del governo alla presenza del commissario europeo per lo Sviluppo regionale, la Romania firmera’ un accordo sulle infrastrutture del valore di 12 miliardi di euro. Il presidente dell’Ice, Riccardo Maria Monti, ha sottolineato come la Romania in questo momento sia “un esempio ottimo di partnership tra due Paesi con flussi di export diversificati e bilanciati oltre che in costante crescita negli ultimi anni e ormai stabilizzato oltre i 12 miliardi”. (AGI) .

(AGI) – Ufa (Russia), 9 lug. – Dopo la giornata di mercoledi’, passata tra fitti incontri bilaterali e una cena informale con il padrone di casa Vladimir Putin, i leader del Quintetto dei Brics entrano oggi nel vivo del summit, ospitato nella citta’ russa di Ufa, capitale del Bashkortostan, la regione degli Urali ricca di idrocarburi. La discussione affrontera’ l’approfondimento della cooperazione industriale, tecnologica e finanziaria tra i Paesi membri, con il lancio della nuova Banca per lo sviluppo e del fondo salva-Stati dei Brics. La giornata iniziera’ con l’incontro dei leader di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica e i membri del Consiglio del business Brics, che presentera’ proposte sul tema degli investimenti; al termine si aprira’ il summit nel formato ristretto. Nella colazione di lavoro, come ha spiegato il consigliere diplomatico del Cremlino, Yuri Ushakov, si affronteranno anche i problemi piu’ urgenti di carattere internazionale: dalla crisi ucraina alla Grecia, fino alla minaccia dell’Isis, passando per Iran e Medio Oriente. Nei bilaterali di mercoledi’, in cui Putin ha visto gli omologhi cinese, Xi Jinping, la brasiliana Dilma Roussef e il sudafricano Jacob Zuma e il premier indiano Narendra Modi, si e’ parlato dell’ l’armonizzazione’ tra i due progetti sulla carta rivali dell’Unione economica eurasiatica (Uee) e della nuova Via della Seta, promossa da Pechino; delle condizioni per attrarre investimenti cinesi in Russia; di energia e di un accordo di libero scambio tra Uee e India; di cooperazione tecnico-militare e dello sviluppo del nucleare in Sudafrica; del potenziamento della cooperazione economico-commerciale con Brasilia. Con la Cina alle prese con il crollo della Borsa e lo spettro di una Grexit che mette a rischio anche i Brics, come ha detto mercoledi’ il responsabile dell’Economia di Mosca, l’attenzione del Quintetto sara’ soprattutto alle questioni di carattere economico e finanziario. In primis, il doppio progetto della nuova Banca per lo sviluppo e il pool di riserve valutarie, importante anche nella strategia russa, presidente di turno del gruppo: il governo di MOsca vuole dare ai Brics un carattere piu’ coeso e uno status piu’ solido come organismo internazionale, ‘alternativo’ a consessi come il G8, da cui e’ stata escluso dopo l’annessione della Crimea, ma anche a istituzioni come la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale, la cui riforma langue per l’opposizione incontrata negli Usa. Su iniziativa di Mosca, sara’ adottata anche la Strategia di partenariato economico Brics fino al 2020, volta a espandere la cooperazione tra imprese e a migliorare la competitivita’ dei Paesi membri sui mercati globali. Inoltre, alla presenza dei leader verranno firmati diversi documenti multilaterali in settori specifici della cooperazione. Anche oggi, l’agenda di Putin prevede diversi incontri bilaterali, tra cui il piu’ atteso e’ quello nel pomeriggio con il presidente iraniano Hassan Rohani, arrivato a Ufa mercoledi’ sera per partecipare venerdi’ al summit dell’Organizzazione di Shanghai per la cooperazione, in cui l’Iran ha lo status di osservatore e di cui potrebbe in futuro diventare membro, “appena verranno revocate le sanzioni”, ha auspicato Mosca. Della Sco fanno parte: Cina, Russia, Kirghizistan, Kazakistan, Tagikistan e Uzbekistan, mentre Afghanistan, Iran, Mongolia, India e Pakistan vi hanno status di ‘osservatori’. Questi ultimi due attendono proprio dal vertice l’inizio ufficiale del loro processo di adesione. Stasera, infine, i leader del Brics incontreranno quelli della Sco. E’ la prima volta che le due organizzazioni tengono contemporaneamente i loro summit annuali, evento in cui gli analisti vi hanno letto la volonta’ del Cremlino di dimostrare che, nonostante le tensioni con l’Occidente, la Russia e’ tutt’altro che isolata. (AGI) .

(AGI) – Tunisi, 9 lug. – Il premier tunisino, Habib Essid, e’ certo che “i gruppi terroristici” stiano pianificando “un nuovo attentato a Tunisi”. Durante un intervento in Parlamento, il capo del governo ha spiegato che “l’obiettivo dei terroristi e’ colpire con forza l’economia nazionale ed e’ per questo motivo che lo Stato ha deciso di rispondere proclamando lo stato d’emergenza nazionale”. Il Parlamento ha tenuto mercoledi una riunione con il governo ed ha approvato lo stato d’emergenza proclamato dal presidente Beji Caid Essebsi per prevenire nuovi attentati terroristici. .

(AGI) – La Paz, 9 lug. – (dall’inviato Salvatore Izzo) “La Bolivia sta facendo passi importanti”. Fin dal suo arrivo, all’aeroporto di El Alto, Papa Francesco ha voluto esprimere il suo apprezzamento per l’impegno del governo di Evo Morales a “includere ampi settori nella vita economica, sociale e politica del Paese”, come prescrive “una Costituzione che riconosce i diritti degli individui, delle minoranze, dell’ambiente”. Davanti a circa mezzo milione di fedeli, radunati nei pressi dell’aeroporto piu’ alto del mondo, il Papa ha teso pubblicamente la mano al primo presidente di origine indigena di questo Paese che ha pagato un prezzo altissimo in termini di repressione e violenza ma anche di sfruttamento del lavoro. E dopo il bagno di folla accanto a Morales, che lo aveva salutato come “il Papa dei poveri” ammonendo che “chi tradisce un povero tradisce Dio e Papa Francesco”, diretto verso La Paz in jeep scoperta (protetto pero’ da un poncho bianco) ha reso onore alla memoria di una delle vittime della famigerata Operazione Condor, il gesuita spagnolo Luis Espinal trucidato nel 1980.

 


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“Fu vittima di interessi che non volevano si lottasse per la liberta’: predicava il Vangelo e questo Vangelo disturbava e per questo lo hanno assassinato”, ha detto. Con il suo gesto, Francesco ha restituito dignita’ alle tante vittime dimenticate della dittatura boliviana (la stessa che uccise anche Che Guevara) e con le sue parole ha individuato il mandante di questi crimini nei potentati economici che in America Latina ancora osteggiano il cammino verso la democrazia e la giustizia sociale. A Morales, che non gli ha risparmiato ne’ il dono di un medaglione con foglie di coca ne’ quello di una singolare falce e martello con il Crocifisso sul manico, nonostante queste iperboli imbarazzanti, il Papa ha riconoscito dunque uno sforzo sincero ed efficace a favore dei poveri e dei deboli. Gli ha chiesto pubblicamente, pero’, “uno sforzo che aiuti sempre a crescere in un maggiore rispetto per la persona umana in quanto tale, con diritti fondamentali e inalienabili ordinati al suo sviluppo integrale, alla pace sociale, vale a dire, alla stabilita’ e alla sicurezza e che certo non si attua – ha chiarito – senza una particolare attenzione alla giustizia distributiva”. Secondo Francesco, infatti, “se la politica e’ dominata dalla speculazione finanziaria o l’economia si regge solo sul paradigma tecnocratico e utilitaristico della massima produzione, non si potranno neppure comprendere, ne’ tantomeno risolvere i grandi problemi che affliggono l’umanita’”. “Allo stesso modo – ha continuato – si richiede un’educazione etica e morale che coltivi atteggiamenti di solidarieta’ e di responsabilita’ tra le persone. Sono tanti – ha continuato – i problemi sociali che la famiglia risolve in silenzio e non promuoverla significa lasciare i piu’ vulnerabili senza protezione”. Ugualmente il Papa ha condannato i tre muri della vergogna, cioe’ i due che sono stati eretti per respingere i palestinesi al confine con Israele e i messicani al confine con gli Stati Uniti, ma anche a quello che vuole costruire l’Ungheria per tenere fuori gli immigrati: “bisogna costruire ponti non muri”, ha detto sottolineando che “una nazione che cerca il bene comune non puo’ chiudersi in se’ stessa”. Quando Morales ha evocato il contenzioso tra Bolivia e Cile per uno sbocco al mare che lo stato plurinazionale richiede da tempo senza successo ma con la certezza di averne diritto, pur senza prendere posizione nel merito, Bergoglio ha suggerito di continuare questo negoziato. “Tutti i temi – ha detto nel discorso tenuto nella cattedarle di La Paz – per quanto spinosi siano, hanno soluzioni condivise, ragionevoli, eque e durature. E, in ogni caso, non devono mai essere motivo di aggressivita’, di rancore o inimicizia che aggravano ancor piu’ la situazione e ne rendono piu’ difficile la risoluzione”. “Qui sto pensando al Mare: il dialogo e’ indisepensabile”, ha anche aggiunto. Al presidente boliviano che nel suo discorso all’aeroporto aveva denunciato le responsabilita storiche della Chiesa locale che era stata incapace di ribellarsi a violenze e soprusi contro i deboli, Francesco ha ricordato pero’ che “la fede e’ una luce che non abbaglia, le ideologie abbagliano”. “La liberta’ – ha osservato – e’ sempre il contesto migliore perche’ i pensatori, le associazioni civili, i mezzi di comunicazione svolgano la loro funzione, con passione e creativita’, al servizio del bene comune”. E “la liberta’ religiosa, cosi’ come solitamente questa espressione viene intesa in ambito civile, ci ricorda anche che la fede non puo’ essere ridotta alla sfera puramente soggettiva”. Il cristianesimo ha svolto un ruolo importante nel formare l’identita’ del popolo boliviano”. “Sara’ per noi una sfida incoraggiare e promuovere la nascita di opere sociali dalla spiritualita’ e dall’impegno cristiano”, ha assicurato infine, concludendo con un omaggio al progresso del paese andino governato ormai dal 22 gennaio 2006 da Evo Morales, primo presidente indigeno: “la Bolivia – infatti – sta attraversando un momento storico: la politica, il mondo della cultura, le religioni sono parte di questa bella sfida dell’unita’”. (AGI) .

(AGI) – Ginevra, 9 lug. – I profughi siriani, ovvero coloro che hanno lasciato il Paese in fuga dalla guerra civile, sono ormai 4 milioni: lo ha reso noto l’Alto Commissariato Onu delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr). E il numero e’ destinato a crescere: i rifugiati siriani saranno 4,27 milioni entro la fine dell’anno. Il numero dei profughi del sanguinoso conflitto, cominciato nel 2011, e’ aumentato di un milione solo nel corso degli ultimi dieci mesi. “E’ la piu’ numerosa popolazione di rifugiati da un solo conflitto in una sola generazione”, ha sottolineato l’Alto Commissario, Antonio Guterres. “E’ una popolazione che ha bisogno del sostegno del mondo e invece vive in condizioni terrificanti e affonda sempre piu’ nella poverta’”. La gran parte dei siriani che hanno attraversato le frontiere vive adesso nei Paesi limitrofi: Libano, Giordania, Iraq, Egitto e Turchia, quest’ultimo il Paese che ne ospita il maggior numero, ovvero 1,8 milioni di persone. Ma la situazione e’ altrettanto pesante altroVE: in Libano sono 1,17 milioni, un quarto della popolazione; in Giordania 630mila; in Iraq, 250mila; in EgiTto 132mila; oltre ad altri 32mila sparpagliati in altre regioni del Nord Africa. Al momento 270mila siriani hanno chiesto asilo politico in Europa e 7,6 milioni sono sfollati all’interno dei confini siriani. “Il peggiorare delle condizioni sta spingendo un numero crescente di loro verso l’Europa e oltre, ma la stragrande maggioranza rimane nella regione”, osserva Guterres, che invita il mondo a mobilitarsi: “Non ci possiamo permettere di lasciar precipitare loro e le regioni che li ospitano nella disperazione”. Il dramma infatti si aggrava, secondo l’Unhcr, per la mancanza dei fondi necessari a finanziare le necessita’ piu’ elementari di questa popolazione sfollata e delle comunita’ dove si sono installati, comunita’ che hanno visto superata molto rapidamente la loro capacita’ di accoglienza. L’appello di Unhcr per 5,5 miliardi di dollari da destinare agli aiuti umanitari e per la ricostruzione nel 2015, a meta’ anno e’ stato finanziato solo per il 25%; la consguenza e’ che il Programma alimentare mondiale ha gia’ ‘tagliato’ le azioni giornaliere di cibo. Se questa situazione non migliora, i rifugiati siriani andranno incontro alla fame, non avranno garantiti i servizi di salute e non si potranno scolarizzare i bambini. .

(AGI) – La Paz, 8 lug. – (dall’inviato Salvatore Izzo) “La Bolivia sta facendo passi importanti”. Fin dal suo arrivo, all’aeroporto di El Alto, Papa Francesco ha voluto esprimere il suo apprezzamento per l’impegno del governo di Evo Morales a “includere ampi settori nella vita economica, sociale e politica del Paese”, come prescrive “una Costituzione che riconosce i diritti degli individui, delle minoranze, dell’ambiente”. Davanti a circa mezzo milione di fedeli, radunati nei pressi dell’aeroporto piu’ alto del mondo, il Papa ha teso pubblicamente la mano al primo presidente di origine indigena di questo Paese che ha pagato un prezzo altissimo in termini di repressione e violenza ma anche di sfruttamento del lavoro. E dopo il bagno di folla accanto a Morales, che lo aveva salutato come “il Papa dei poveri” ammonendo che “chi tradisce un povero tradisce Dio e Papa Francesco”, diretto verso La Paz in jeep scoperta (protetto pero’ da un poncho bianco) ha reso onore alla memoria di una delle vittime della famigerata Operazione Condor, il gesuita spagnolo Luis Espinal trucidato nel 1980. “Fu vittima di interessi che non volevano si lottasse per la liberta’: predicava il Vangelo e questo Vangelo disturbava e per questo lo hanno assassinato”, ha detto. Con il suo gesto, Francesco ha restituito dignita’ alle tante vittime dimenticate della dittatura boliviana (la stessa che uccise anche Che Guevara) e con le sue parole ha individuato il mandante di questi crimini nei potentati economici che in America Latina ancora osteggiano il cammino verso la democrazia e la giustizia sociale. A Morales, che non gli ha risparmiato ne’ il dono di un medaglione con foglie di coca ne’ quello di una singolare falce e martello con il Crocifisso sul manico, nonostante queste iperboli imbarazzanti, il Papa ha riconoscito dunque uno sforzo sincero ed efficace a favore dei poveri e dei deboli. Gli ha chiesto pubblicamente, pero’, “uno sforzo che aiuti sempre a crescere in un maggiore rispetto per la persona umana in quanto tale, con diritti fondamentali e inalienabili ordinati al suo sviluppo integrale, alla pace sociale, vale a dire, alla stabilita’ e alla sicurezza e che certo non si attua – ha chiarito – senza una particolare attenzione alla giustizia distributiva”. Secondo Francesco, infatti, “se la politica e’ dominata dalla speculazione finanziaria o l’economia si regge solo sul paradigma tecnocratico e utilitaristico della massima produzione, non si potranno neppure comprendere, ne’ tantomeno risolvere i grandi problemi che affliggono l’umanita’”. “Allo stesso modo – ha continuato – si richiede un’educazione etica e morale che coltivi atteggiamenti di solidarieta’ e di responsabilita’ tra le persone. Sono tanti – ha continuato – i problemi sociali che la famiglia risolve in silenzio e non promuoverla significa lasciare i pi� vulnerabili senza protezione”. Ugualmente il Papa ha condannato i tre muri della vergogna, cioe’ i due che sono stati eretti per respingere i palestinesi al confine con Israele e i messicani al confine con gli Stati Uniti, ma anche a quello che vuole costruire l’Ungheria per tenere fuori gli immigrati: “bisogna costruire ponti non muri”, ha detto sottolineando che “una nazione che cerca il bene comune non puo’ chiudersi in se’ stessa”. Quando Morales ha evocato il contenzioso tra Bolivia e Cile per uno sbocco al mare che lo stato plurinazionale richiede da tempo senza successo ma con la certezza di averne diritto, pur senza prendere posizione nel merito, Bergoglio ha suggerito di continuare questo negoziato. “Tutti i temi – ha detto nel discorso tenuto nella cattedarle di La Paz – per quanto spinosi siano, hanno soluzioni condivise, ragionevoli, eque e durature. E, in ogni caso, non devono mai essere motivo di aggressivita’, di rancore o inimicizia che aggravano ancor piu’ la situazione e ne rendono piu’ difficile la risoluzione”. “Qui sto pensando al Mare: il dialogo e’ indisepensabile”, ha anche aggiunto. Al presidente boliviano che nel suo discorso all’aeroporto aveva denunciato le responsabilita storiche della Chiesa locale che era stata incapace di ribellarsi a violenze e soprusi contro i deboli, Francesco ha ricordato pero’ che “la fede e’ una luce che non abbaglia, le ideologie abbagliano”. “La liberta’ – ha osservato – e’ sempre il contesto migliore perche’ i pensatori, le associazioni civili, i mezzi di comunicazione svolgano la loro funzione, con passione e creativita’, al servizio del bene comune”. E “la liberta’ religiosa, cosi’ come solitamente questa espressione viene intesa in ambito civile, ci ricorda anche che la fede non puo’ essere ridotta alla sfera puramente soggettiva”. Il cristianesimo ha svolto un ruolo importante nel formare l’identita’ del popolo boliviano”. “Sara’ per noi una sfida incoraggiare e promuovere la nascita di opere sociali dalla spiritualita’ e dall’impegno cristiano”, ha assicurato infine, concludendo con un omaggio al progresso del paese andino governato ormai dal 22 gennaio 2006 da Evo Morales, primo presidente indigeno: “la Bolivia – infatti – sta attraversando un momento storico: la politica, il mondo della cultura, le religioni sono parte di questa bella sfida dell’unita’”. (AGI) .

(AGI) – Londra, 9 lug. – La statunitense Exxon Mobil, la piu’ grande compagnia petrolifera del mondo, era consapevole sin dal 1981 – 7 anni prima che l’argomento divenisse di dominio pubblico – del legame tra “i combustibili fossili ed il cambiamento climatico”. E’ quanto emerge, scrive il britannico Guardian, da una mail inviata da uno dei tecnici della societa’, Lenny Berstein, ingegnerie chimico, per 30 anni alla Exxon Mobil nel settore clima. Mail scritta mentre il colosso petrolifero si accingeva a sfruttare il maxi-giacimento di gas naturale di Natuna nelle acque dell’arcipelago indonesiano: “Questa e’ una immensa riserva di gas ma e’ anche al 70% (formata) da Co2 (anidride carbonica”, uno dei principali, anche se non il peggiore, gas serra. Berstein, co-autore negli anni scorsi dei rapporti Onu sul clima, all’epoca defini’ Natuna “una bomba al carbonio”. Secondo il Guardian il giacimento “sarebbe stata la piu’ grande causa di riscaldamento globale del tempo”. Solo nel 1988, quando lo scienziato James Hansen testimonio’ davanti al Congresso Usa, emerse pubblicamente che il riscaldamento globale era causato dall’accumulo in atmosfera dei gas serra cqusato dalla combustione dei combustibili fossili. Anche se il gas naturale e’ in assoluto la fonte meno inquinante di anidride carbonica (secondo l’agenzia Usa per l’Informazione sull’Enegia) rispetto agli altri, oltre la meta’ ripetto al carbone. Exxon Mobil afferma di essere solo ora consapevole dei rischi legati al cambiamento climatico mentre “nel 1981 eravamo nei primissimi giorni (da quando il tema era apparso, ndr) e che c’e’rano considerevoli divergenze d’opinioni. All’epoca nessuno era in grado di fronire una risposta definitiva” sul tema. La societa’ ha anche negato di aver mai finanziato – come sostiene il Guardian – campagne per negare questo assunto.

(AGI) – Washington, 9 lug. – Dimostrando scarsissima sensibilita’ gli Usa hanno deciso di inviare Bill Clinton, presidente degli Stati Uniti nei giorni del massacro di Srebremica (luglio 1995) come capo della delegazione americana per rirocdare i 20 anni della carneficina (secondo molti genocidio) di oltre 8.000 tra uomini e bambini musulmani bosniaci. Massacro che sara’ ricordato con uno tsunami di facile retorica contrita e lacrime di coccodrillo. Questo dopo che domenica scorsa il domenicale britannico Observer ha pubblicato documenti da cui emerge che Stati Uniti, Gran Brtagna, Francia e Onu pur di ottenere ad ogni costo la pace di Dayton del dicembre ’95, per realpoltik di fatto, sacrificarono quella che, si e’ scoperto dopo solo sulla carta, era un area protetta dall’Onu. Secondo quanto rivelato dall’Observer domenica scorsa i mediatori di Onu, Gran Bretagna, Francia e Onu, che ogni giorno trattavano con il presidente serbo Slobodan Mislosevic e con il generale serbo-bonsniaco Ratko Mladic, l’autore della strage, si voltarono dall’altra parte. Il tutto mentre i caschi blu olandesi – lasciati soli dal Palazzo di Vetro – non solo non difesero i bosniaci musulmani che avevano l’ordine di proteggere ma in molti casi consegnarono, i pochi che avevano cercato rifugio nel loro accampamento, direttamente ai loro carnefici. Onu che forni’ alle truppe di Mladic anche 30.000 litri di carburante per i camion con cui furono deportati ai campi di sterminio le 8.000 vittime. Lo stesso carburante che venne usati dai buldozer per occultare le salme in fosse comuni nei boschi. (AGI) .