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L'Etiopia ha per la prima volta una donna come presidente. I parlamentari etiopi hanno nominato Sahle-Work Zewde, scelta all'unanimità per sostituire Mulatu Teshome che si è dimesso. Sahle-Work è una diplomatica di carriere e  ha servito come ambasciatore in Francia, Gibuti, Senegal e nell'Autorità intergovernativa per lo sviluppo (IGAD). 

L’onda che travolgerà il Congresso americano dopo le prossime elezioni di metà mandato potrebbe non avere il colore rosso del partito repubblicano, come spera il presidente americano Donald Trump. Ma neppure il blu come auspicano i democratici. A ridefinire equilibri e politiche di Washington potrebbe essere la cosiddetta “pink wave”, l’onda rosa provocata da candidate ed elettrici.

Repubblicani mai così impopolari nell’altra metà dell’elettorato

Chi ne beneficerà saranno sicuramente i progressisti: il 63% delle americane, registra un sondaggio Cnn, preferisce i candidati democratici, contro un terzo delle elettrici che si schiera con i conservatori. Pessime notizie per il Gop, visto che uno sparuto 33% delle donne darà il proprio voto ad un repubblicano: un minimo storico assoluto dell’indice di gradimento tra l’elettorato femminile.

A spaventare i repubblicani sono le donne politicamente più attive. Statisticamente si tratta di elettrici visceralmente ostili al presidente Trump, con istruzione medio alta e coinvolte nel movimento “Me Too”.

La carica delle candidate

Sono cifre record anche quelle delle donne, 257, in corsa per Camera e Senato. Per la prima volta le donne potrebbero conquistare un quarto dei seggi disponibili alla Camera e al Senato. In particolare le deputate potrebbero superare le 100 unità, toccando una vetta storica (al momento ci sono 61 democratiche e 23 repubblicane). I numeri ufficiali sono del Center for Women and American Politics (CAWP) di Rutgers: sono state 61 donne (41 democratiche e 20 repubblicane) a tentare le primarie del proprio partito per la nomination alla carica di governatore. A spuntarla 12 democratiche e 4 repubblicane.

Quanto pesa il caso Kavanaugh

Intanto repubblicani e democratici americani fanno i conti con una variabile inattesa, ovvero Brett Kavanaugh, nuovo membro della Corte Suprema degli Stati Uniti.

Confermato dal voto del Senato con un margine risicato (50 a 48), nonostante le accuse di aggressione sessuale da parte di Christine Blasey Ford ed altre donne, il giudice è diventato un fattore determinante che entrambi i partiti stanno utilizzando per galvanizzare la propria base elettorale.

La lotta per la sua conferma ha ulteriormente amplificato le divisioni dell’opinione pubblica americana, fortemente polarizzata sin dall’elezione del presidente Donald Trump del 2016. Da un lato i repubblicani, furiosi per il trattamento riservato ad un campione tradizionalista come Kavanaugh, possibile alleato di tutte le istanze conservatrici come la limitazione del diritto all’aborto e dei diritti civili per le coppie dello stesso sesso; dall’altra i democratici, indignati per la conferma di un giudice che sposterà immancabilmente a destra l’asse della Corte Suprema.

Un elettorato motivato

I repubblicani puntano a farne un elemento di forza, che possa ulteriormente compattare la base più tradizionale. Ma secondo un sondaggio Politico/Morning Consult, saranno i democratici ad averne maggior beneficio in termini di voti: alla luce del caso Kavanaugh, si considera molto motivato ad andare a votare il 77% degli elettori democratici, contro il 68% dei repubblicani. A conferma arriva anche la notizia che nelle ore immediatamente successive al voto in favore di Kavanaugh, i candidati democratici sono riusciti a raccogliere milioni di dollari di donazioni, frutto dell’onda di indignazione dei progressisti.

Una vita di finzioni, di bugie, di storie inventate: fa discutere in Germania il caso di Wolfgang Seibert, capo carismatico di una comunità ebraica nello Schleswig-Holstein, nonché uno degli esponenti più in vista e più impegnati del mondo ebraico tedesco, che secondo un'ampia inchiesta dello Spiegel sarebbe, in sostanza, "un impostore".

In pratica, il 71enne Seibert secondo il settimanale amburghese non è ebreo: avrebbe inventato di sana pianta la propria origine e la propria storia per far carriera all'interno della comunità. Il diretto interessato, spesso intervistato da grandi giornali e da varie emittenti televisive, per ora rifiuta qualsiasi commento aggiungendo solo di voler prima parlare con il proprio avvocato. Lo Spiegel scrive, in sostanza, che non è vero che la madre di Seibert sia nata in Ucraina e che sua nonna Anna Katharina Schmidt (nata Marx) sia sopravvissuta ad Auschwitz, mentre il nonno avrebbe combattuto nella guerra di Spagna al fianco degli anarchici: ebbene, sarebbe tutto inventato.

Il certificato di nascita ebraico di sua madre Seibert ha rifiutato di mostrarlo ai reporter. In realtà, così emergerebbe dalle ricerche del settimanale, Seibert è nato il 16 agosto 1947 a Francoforte sul Meno, figlio di genitori di credo evangelico, e battezzato tre giorni dopo. Neanche Anna Katharina può esser stata ebrea, perché già il nonno di costei era certamente di religione evangelica, secondo i documenti scovati dallo Spiegel. "Leggende", le definisce il settimanale, che Seibert diffonde da decenni: "Non è vero che sia chi dice di essere. Al contrario si tratta di un truffatore recidivo e di un impostore".

Ma perché Seibert si sarebbe inventato tutto? 

A detta dello Spiegel, è come minimo "improbabile" la storia familiare di Seibert, in quanto il nonno paterno è stato sottufficiale e il padre granadiere nella Seconda guerra mondiale: "Fossero stati individuati come ebrei certamente non sarebbero stati arruolati nella Wehrmacht". L'inchiesta dello Spiegel apre ovviamente moltissime controversie anche perché Seibert – che dal 2003 guida la comunità di Pinneberg – è uno dei protagonisti del dialogo interreligioso tra cristiani ed ebrei in Germania.

Due anni fa ha promosso il primo partenariato evangelico-ebraico con una comunità religiosa amburghese. Nel 2014 finì su tutti i giornali per aver concesso nella sua comunità il cosiddetto "asilo di chiesa" ad un profugo di religione musulmano. Molto spesso lo si vede in testa ai cortei contro l'avanzata dell'Afd e dell'estrema destra e contro il risorgere dell'antisemitismo nella Repubblica federale. D'altra parte, la vicenda ricorda per molti aspetti la vicenda raccontata dallo scrittore spagnolo Javier Cercas nel suo libro "L'Impostore": è la storia – vera – di Enric Marco, presidente dell'associazione spagnola dei sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti nonché ex segretario del sindacato anarchico, il quale aveva totalmente inventato la propria storia. Ossia che era stato a sua volta deportato nel lager di Flossenbuerg e che aveva partecipato in prima fila alla guerra civile spagnola.

Per quanto riguarda Seibert, il problema è però anche che, oltre alla ricostruzione delle sue origini, lo Spiegel lo accusa pure di essere un truffatore: nel 1991 avrebbe sottratto almeno 10 mila marchi di un'associazione giovanile, la stessa cosa con un gruppo di scout cristiani, dei quali avrebbe trattenuto irregolarmente 7500 marchi, in un'altra occasione il maltolto sarebbero stati 43 mila marchi ai danni dei Verdi della sua circoscrizione, per i quali si era candidato nel lontano 1988. Tra l'altro, tra il 1980 e il 1982 Seibert era finito in carcere: lui aveva sempre sostenuto di esser finito dietro le sbarre per aver nascosto dei terroristi della Raf.

In realtà, afferma lo Spiegel, era stato condannato per truffa. La settimana scorsa i reporter dello Spiegel hanno sottoposto allo stesso Seibert i documenti del comune di Francoforte e i registri parrocchiali che dimostrerebbero che la sua autobiografia è frutto di pura immaginazione. Alla domanda sul perchè avrebbe inventato tutto, ha risposto: "Penso che alla mia identità ebraica percepita era necessaria una storia ebraica". 

Favorito al secondo turno delle presidenziali del 28 ottobre in Brasile, l'elezione del candidato di estrema destra Jair Bolsanoro si preannuncia come una brutta notizia per l'ambiente, con ripercussioni sull'intero pianeta. Il programma di quello che è già stato soprannominato il 'Trump tropicale' parla chiaro: uscita dall'accordo di Parigi, abolizione del ministero dell'Ambiente che verrà accorpato a quello dell'Agricoltura e via libera ad un'autostrada che taglierà in due l'Amazzonia, più grande foresta pluviale tropicale e polmone verde del pianeta.

Come se non bastasse, Bolsanaro intende dare il proprio consenso all'apertura di miniere ed altre attività commerciali nelle zone indigeni – il 13% del territorio nazionale – facilitare al massimo le licenze per abbattere la foresta amazzonica oltre a stringere alleanze con i produttori di carni bovine e bandire dal Paese le Ong ambientaliste internazionali.

Idee estremiste contro l'ambiente

Proprio per le sue idee estremiste anti-ambientali, sotto la sua bandiera si sono radunati land grabber, fazendeiros, taglialegna e minatori illegali: un cospicuo bacino di voti negli Stati rurali del Brasile centro-occidentale e in quelli amazzonici. Da mesi il candidato di estrema destra, noto per le sue idee razziste, omofobe e anti-femministe, ha annunciato in caso di vittoria l'uscita dall'Accordo sul clima di Parigi, in linea con la decisione già presa dal suo idolo Trump. In base ad una teoria tutta sua, il leader del Partito Social-Liberale (PSL) sostiene che responsabile della deforestazione e del cambiamento climatico sia "la crescita esplosiva della popolazione, che coltiva la soia e alleva capi di bestiame, certamente non sul proprio terrazzo o nel cortile".

Nei suoi piani serve "una politica di pianificazione familiare per ridurre la pressione su quei fattori che portano al riscaldamento globale, possibile fine della specie umana" ha detto Bolsanoro al sito 'Climate Home News'(CHN). Secondo la stessa fonte, l'uscita dall'Accordo di Parigi significherebbe che il Brasile non sarebbe più impegnato a frenare le sue emissioni provenienti dalla deforestazione del suo polmone verde, fonte più grande di gas serra rispetto alla combustione di fossili. Per Bolsonaro l'accordo firmato nella capitale francese nel 2015 fa parte di "un complotto occidentale per creare stati separatisti amazzonici sostenuti dall'Onu, in cui il primo mondo sfrutterà gli indigeni mentre il Brasile perderà la sua sovranità e per noi non resterà nulla".

Per gli Indios si aprirebbe una pagina buia

E ora anche gli indios rischiano il peggio: il potenziale futuro presidente brasiliano ha esplicitato da tempo il suo razzismo verso le minoranze e le popolazioni indigene che "devono piegarsi alla maggioranza, adattarsi o semplicemente svanire". Per giunta, Bolsonaro è un nostalgico della dittatura militare, che spostò dalle loro terre gli indios, uccisi a fucilate o con le malattie in Amazzonia per costruire strade e dighe nella foresta, senza mai chiedere scusa per quei delitti. In caso di vittoria, proprio in nome della sovranità il leader di estrema destra aprirà le terre ancestrali indigene alle multinazionali, ai danni delle riserve che rappresentano una barriera importante per proteggere la foresta e la biodiversità.

Eppure l'articolo 231 della Costituzione brasiliana del 1988 afferma che le popolazioni indigene hanno "diritti originari sulle terre che hanno tradizionalmente occupato". "Se vince, istituzionalizzerà il genocidio. Ha già detto che il governo federale non sosterrà più i diritti degli indigeni, come l'accesso alla terra. Siamo molto spaventati", ha dichiarato Dinamam Tuxà, coordinatore nazionale dell'Articulacao dos Povos Indìgenas do Brasil.

Altro pessimo segnale: Bolsonaro intende affidare la gestione dell'ambiente al ministero dell'Agricoltura, assegnandola ai politici della Bancada Ruralista, una delle lobby più potenti del Congresso Nacional, che si oppone alle demarcazioni delle terre indigene e chiede di ridurre le aree protette. Inoltre l'Instituto Brasileiro do Meio Ambiente e dos Recursos Naturais Renovàveis (Ibama) sarà privato dei suoi poteri di dare licenze ambientali e con l'Instituto Chico Mendes de Conservacao da Biodiversidade (ICMBio) non potranno più controllare l'estrazione illegale, la deforestazione e il disboscamento. 

Tutti poteri che saranno "redistribuiti ad altre agenzie ufficiali", come già anticipato da Bolsonaro in campagna elettorale. Concretamente significa che l'Ibama non sarà più in grado di contrastare progetti controversi come la riapertura e l'ampliamento della BR-319 in disuso, un'autostrada di 890 km che taglia in due una delle aree più protette dell'Amazzonia, oppure la gigantesca centrale idroelettrica di Sao Luiz do Tapajòs, che inonderebbe il territorio degli indios Munduruku. 

Una vendetta personale

C'è chi poi vede in questi provvedimenti anche una vendetta personale: nel 2012 Bolsonaro è stato arrestato mentre pescava illegalmente in una riserva federale marina al largo della costa di Rio de Janeiro, costretto a pagare una multa di 2.700 dollari. Da allora, come deputato, ha preso di mira Ibama, arrivando addirittura a presentare una proposta di legge che proibisce ai suoi agenti di portare armi, anche se operano in alcune delle zone più pericolose del Brasile.

Guardando al domani, l'attuale ministro dell'ambiente brasiliano, Edson Duarte, è rimasto sconcertato dagli annunci di Bolsonaro. "Invece di diffondere il messaggio che combatterà la deforestazione e il crimine organizzato, dice che attaccherà il ministero dell'ambiente, l'Ibama e l'ICMBio. È come dire che ritirerà la polizia dalle strade, e l'aumento della deforestazione sarà immediato. Ho paura di una corsa all'oro per vedere chi arriva prima. Sapranno che, se occupano illegalmente, le autorità saranno compiacenti e concederanno concordati", avverte Duarte.

"Penso che si avvicini un periodo davvero buio per la storia del Brasile. Bolsonaro è la peggior cosa che possa accadere per l'ambiente", secondo Paulo Artaxo, ricercatore sui cambiamenti climatici dell'Università di Sao Paulo. Sul quotidiano francese 'Libèration' lo storico Jean-Baptiste Fressoz ha messo in guardia i lettori contro "l'affermazione globale di un nuovo asse autoritario e negazionista del riscaldamento globale", di cui si apprestano a far parte Bolsonaro e Trump, ma anche il presidente filippino, Ricardo Duterte, i populisti polacchi, l'estrema destra tedesca e i sostenitori della Brexit dura nel Regno Unito.

Quando, nel 2013, Yu Hua pubblicò in Cina “Il Settimo Giorno”, un romanzo surreale che racconta la vita grottesca di chi vivo non è più, il grande narratore cinese spiegò al Corriere della Sera quale era stata la molla che lo aveva spinto a scrivere un’opera che contiene l’almanacco delle storture della Cina contemporanea, dal cibo adulterato alle demolizione delle abitazioni. “In Cina sempre più gente non riesce a comprarsi la tomba e, nel caso, sa che la proprietà dura solo 25 anni. Capisco i 70 anni di diritti sulla casa, che è per i vivi, ma 25 anni per i morti? Ecco allora che ho immaginato un ‘Luogo per i morti senza tomba’: per criticare con più efficacia la crudeltà della realtà”. 

Il 18 ottobre il cinquantottenne Yu Hua, che durante la gestazione decennale di questa opera aveva pubblicato “La Cina in dieci parole”, è uscito in Italia con il suo ultimo libro, “Mao Zedong è arrabbiato” (Feltrinelli, 16 euro, traduzione di Silvia Pozzi), un racconto appassionato, ironico e coraggioso della Cina di oggi. “Se Mao Zedong sapesse cos’è diventata la sua Cina, sarebbe talmente arrabbiato che chiederebbe lui per primo di tirare giù il suo ritratto a Tian’anmen”, scrive l’autore.

“L’educazione patriottica dispensateci dal Partito comunista in quasi sessant’anni ha mescolato in unico calderone l’amore di patria e la devozione al Partito, cioè al governo. Celebrarli significa celebrare la Cina. Subdolamente hanno cancellato la differenza tra la nazione e chi la amministra portandoci via il patriottismo per sostituirlo agilmente con un ottuso nazionalismo”.

Si tratta di un libro patriottico che però, scrive Marco del Corona su La Lettura, “può essere accusato di essere anti-patriottico”.  Come già “Il Settimo Giorno” (uscito in Italia nel 2017 per Feltrinelli), continua, “sembra insieme un atto d’amore e un atto d’accusa”.

Yu Hua, durante una intervista ad Agi, descrive le contraddizioni con cui la seconda economia, dopo 40 anni di riforma e di apertura, si ritrova a fare i conti, spingendosi a immaginare a un certo punto la fine del Partito comunista Cinese. “Tra 100 anni sarà tutto cambiato, il Partito non esisterà più”. Proprio in merito al “Settimo Giorno”, che l'autore aveva aveva dedicato al caos della società, ai drammi che sono il volto meno conosciuto della modernizzazione turbo-capitalista, Yu Hua dice:  “Vorrei che tra 100 anni i lettori leggano questo libro non solo come opera letteraria, ma anche come testimonianza delle follie successe in Cina per 30-40 anni, subito dopo la Rivoluzione Culturale”.

Perché il mondo dei morti per raccontare la Cina di oggi?

"A volte, la scrittura è fatta di incontri con la fortuna, di casi. Ho avuto una idea fulminante, ho visto una scena: quella di un morto che riceve la telefonata da un crematorio, all’altro capo del telefono gli dicono che è in ritardo per la sua cremazione. Lì mi è sembrato che ci fosse l’incipit perfetto, l’escamotage letterario perfetto, per riuscire a concentrare storie diverse in un unico posto. Una cornice che potesse contenerle tutte".

I suoi libri si ispirano a fatti realmente accaduti?

"Racconto le assurdità che accadono Cina da trent’anni a questa parte. Non sono notizie di cronaca nera. Una cosa brutta succede una volta. In Cina, invece, sono tanti anni che le cose che racconto continuano a succedere in maniera ricorrente. E quando un fatto si verifica continuamente, non è più notizia, ma letteratura.

Il mio proposito era non solo di fare letteratura, ma anche di realizzare un documento storico-sociale. Vorrei che tra 100 anni i lettori leggano questo libro non solo come opera letteraria, ma anche come testimonianza delle follie successe in Cina per 30-40 anni, subito dopo la Rivoluzione Culturale.

Racconto della morte di un sindaco. Non è stata una scelta casuale. Un mio amico mi ha chiesto, “come mai hai descritto la morte di un sindaco e non di un funzionario di partito?”, visto che, come sapete, in Cina i sindaci non contano nulla, chi comanda sono i segretari di partito. Ho risposto che secondo me tra 100 anni non esisteranno più i segretari di partito, non ci sarà più neanche il Partito comunista cinese!".

Dagli aborti clandestini alle demolizioni forzate, quali sono i drammi raccontati nei suoi libri che peseranno maggiormente sulla Cina del futuro?

"L'ascesa al potere di Xi Jinping deriva da scelta storica. In questo momento la Cina ha bisogno di un leader forte come Xi. Negli ultimi 40 anni, il processo di riforma e di apertura ha portato un grande cambiamento. La Cina si è arricchita ma sono aumentate le disuguaglianze sociali. Risultato: il Paese è nel caos.

Per caos intendo il grado di corruzione e lo stato di avanzamento dell’inquinamento ambientale. Siamo già arrivati a un punto nel quale è difficile immaginare il peggio.

Quello che possono fare i nostri vertici è ininfluente. Emanare qualsiasi legge rischia di essere inefficace per risolvere la situazione al punto in cui siamo arrivati. “L’ordine dei vertici non arriva fuori Zhongnanhai”, si dice a Pechino. In altre parole, le decisioni del governo rimangono circoscritte nelle stanze del potere.

Storicamente, quasi in maniera ciclica, quando un sistema come quello cinese entra in una situazione così delirante, fuori controllo, è necessario che arrivi un personaggio forte come Xi Jinping".

Xi ha riportato al centro il Partito

"Il presidente cinese ha avviato con polso la campagna anti-corruzione e ha inasprito i controlli, attuando politiche sempre più restrittive in un ogni campo della vita politica e sociale. Si muove in maniera tale che viene rimosso ogni tipo di dissenso; non è consentito alcun tipo di opposizione al suo governo e al sistema di potere. E’ sicuramente qualcosa di estremo, ma che si configura come il risultato dell’epoca estrema venuta prima; si è passati da un estremo a un altro".

Un moto perpetuo che in Cina si rinnova sempre…

"L’incipit di uno dei classici della letteratura cinese, Il Romanzo dei Tre Regni, contiene proprio questo adagio: “quando lasci andare, devi stringere; quando stringi, devi lasciare andare”.

Quando è troppo tempo che siamo rimasti aperti, bisogna chiudersi; quando siamo rimasti chiusi troppo a lungo, e quindi stiamo morendo, a quel punto ci riapriremo.

Molti intellettuali cinesi sono allarmati; io, sinceramente, non mi preoccupo. Perché questa chiusura ha una scadenza; quando finiranno le restrizioni, ci sarà un rilassamento".

Non teme di irritare la sensibilità delle autorità cinesi?

"Non ci ho ancora pensato, ed è meglio anche che non ci pensi. Tanto ci pensa il destino, è inutile che mi preoccupi prima. Non è solo all’estero che me lo chiedono. Me lo chiedono anche in Cina: “Ma come mai non ti è ancora successo niente?”. E che ne so io. Se non mi succede niente, non posso inventarmi che mi succeda qualcosa. Certo non posso assicurare che nei prossimi 100 anni non mi succederà nulla". 

A proposito di falsificazioni, nei suoi romanzi è spesso presente il concetto di shanzhai, cioè di contraffazione, che, ha scritto nel 2015, “mette in luce sia l’avanzamento della società sia la sua arretratezza”. Oggi è ancora così?

"Secondo me il fenomeno della contraffazione oggi è pure migliorata. Siamo già più avanti rispetto a quelli che semplicemente imitano i prodotti".

“Dopo i fatti di Piazza Tian’anmen”, scriveva ne "La Cina in dieci parole", “tra le conseguenze più evidenti, c’è la stagnazione del sistema politico”. La società cinese, nel suo rapporto con lo stato, è in possesso degli anticorpi in un modo che possa indurci a pensare che questa situazione non sia irreversibile, ma che possa esserci una evoluzione?

"Penso di sì, e credo che accadrà qualcosa di molto piccolo, ma che sarà capace di modificare le cose; cosa sarà, non lo so.

Mao Zedong poteva da solo cambiare le sorti della Cina come gli pareva. Lo stesso valeva per Deng Xiaoping, ma in un certo senso anche per Xi Jinping, il quale ha avviato dei cambiamenti nella direzione di un maggiore controllo sulla società. Sono però convinto che ci sarà un piccolo evento che porterà a grandi cambiamenti. Solo che non ho la più pallida idea di cosa possa essere"

La Francia ha replicato alle accuse del ministro dell'Interno italiano, Matteo Salvini, che aveva denunciato un nuovo sconfinamento venerdì mattina nella zona di Claviere, e ha replicato che si trattava di un regolare respingimento.

Il video diffuso da Salvini, mostra "un respingimento fatto da un mezzo della polizia di frontiera francese di tre migranti esattamente alla demarcazione del confine franco-italiano, come si vede dal cartello", ha precisato la prefettura francese del dipartimento delle Alte Alpi, in risposta alla denuncia del vicepremier italiano.

"A differenza dell'incidente occorso il 12 ottobre, per il quale è stata data una spiegazione, questo video mostra una procedura di non ammissione al confine secondo la pratica concordata tra la polizia francese e la polizia italiana così come prevede la legge europea", si legge ancora nella nota. La prefettura ha precisato che il commissariato di Bardonecchia era stato "immediatamente informato" del rifiuto di ingresso dei tre sul territorio francese. 

Il periodo di transizione post-Brexit sarà "probabilmente" esteso oltre la fine di dicembre 2020, per concedere più tempo a Londra e all'Ue per negoziare i termini del loro rapporto futuro. Lo ha detto il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker.

"Ci sarà probabilmente questa estensione della transizione, è una buona idea. Non è l'idea migliore ma penso che questo ci darà tempo di preparare il futuro rapporto nel miglior modo possibile", ha detto Juncker. "Se la Gran Bretagna lo riterrà utile, l'Unione europea è favorevole ad estendere il periodo di transizione per il dopo Brexit", ha confermato il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk.  

Cosa significherebbe lo slittamento

Il Regno Unito lascia l'Ue a marzo e il piano attuale prevede un periodo di 21 mesi di transizione, per coprire il 'gap' tra la Brexit e il momento in cui sarà forgiata la nuova relazione tra Londra e Bruxelles.
Se si arriverà a un accordo sui termini del divorzio, il Regno Unito continuerà fino alla fine del 2020 ad implementare e beneficiare di tutte le regole della Ue, contribuendo anche al suo bilancio, ma senza partecipare al processo decisionale.

Più mesi daranno il tempo di allentare la tensione su quello che rimane il 'nodo' dei negoziati, il destino del confine tra l'Irlanda e l'Irlanda del Nord, diventato il principale ostacolo alla conclusione di un accordo prima dell'uscita del Regno unito dall'Ue, a fine marzo 2019. Un altro anno in più significherà però anche un altro anno in più di contributo di Londra al bilancio dell'Unione europea, una prospettiva che ha scatenato la rivolta di quanti, Oltremanica, spingono per un taglio netto e rapito con l'Ue. 

No deal no party

E intanto comunque ci si prepara allo scenario del ‘no-deal’, eventualità che Tusk alla vigilia del vertice ha definito come “mai così probabile” e  che con il passare delle settimane si sta concretizzando. Anche l’olandese Mark Rutte ha detto di essere “cautamente ottimista”, aggiungendo che "non ci aspettiamo e non ci auguriamo" un mancato accordo, ma "abbiamo chiesto alla Commissione di lavorare con maggiore vigore su uno scenario di no-deal". La verità, sintetizza la presidente lituana, Dalia Grybauskaite, “che non c'è ancora da parte di May una posizione chiara su cosa voglia la Gran Bretagna, nel governo May “non c'è una posizione chiara o una proposta chiara, ci dicano cosa vogliano”. 

L’uomo cui Emmanuel Macron affida le sorti incerte della sua presidenza ha 52 anni, viene dall’ala moderata del Partito Socialista Francese e, soprattutto, ha il passo sicuro di chi cresce lentamente, ma inesorabilmente.

È così che Christophe Castaner, neonominato ministro dell'interno, sta diventando l’uomo più potente di Francia. Più del suo primo ministro, Edouard Philippe, incapace di assumere un ruolo di primo piano. Più, forse, dello stesso Presidente, i cui sondaggi navigano da troppo tempo attorno alla boa del 30 percento di gradimento.

Un rapporto iniziato nel 2013

Si dice che attendesse la nomina, forte di una scommessa con la vita, già da due anni, tanti quanti ne sono passati dal trionfo elettorale di En Marche, la creatura politica che ha permesso a Macron l’ascesa all’Eliseo. Una creatura politica che proprio in Castaner ha uno dei suoi creatori.

L’incontro con Macron risale al 2013, nel pieno della grigia era di Francois Hollande. Se Macron è genericamente un moderato, Castaner è esponente dell’ala rocardiana del partito, quella che ha impostato in chiave migliorista l’agenda del governo francese ed ora rischia, di fronte ai pencolamenti presidenziali che stanno spostando la barra a sinistra, di rimanere isolata.

In marcia verso il potere

Al momento di abbandonare un Psf rantolante, Macron e Castaner sono sulla stessa barca. Anzi, insieme montano le assi di un velierio affusolato e leggero come il nuovo partito che, nel giro di pochi mesi, si impossessa della politica francese. Prima l’Eliseo, poi la fiammata alle politiche: En Marche si presenta come l’onda del futuro.

Qua però accade qualcosa di inaspettato, anche se logico. Dopo il doppio successo, di cui Castaner è stato parte attiva (uomo comunicazione di un candidato che della strategia comunicativa è molto debitore) manca la promozione. Ossia: c’è, ma non è quella. Castaner entra nel governo, e persino con un doppio incarico: portavoce e ministro per i rapporti con il Parlamento. In Italia c’è un solo caso del genere: Giuliano Ferrara ai tempi dei trionfi del primo governo Berlusconi.  

Ma due medaglie non sono abbastanza, se non sono quella che si sperava di ottenere. Tanto che lui confida, riferendosi all’uomo che occupa la poltrona che voleva lui: “Quando Collomb se ne andfrà, il Presidente della Repubblica ed il premier andranno sceglieranno tra due tipi di profilo. Il primo quello di un fedele al Presidente, il secondo quello di un servitore dello Stato”. Inutile die che lui si vedeva nella prima categoria.

Alla corte di Re Luigi

Ad ogni modo, negli ultimi mesi ha cercato di accreditarsi anche come uomo di Stato, capace di affrontare di petto i grandi problemi. Così si è trasformato, con passi felpati, in un grande consigliere su tutto quello che più premeva ad un Macron colto dalla sindrome di Hollande: l’indecisione cronica. Una sorta di Richelieu di un Luigi XIII stanco e sfibrato.

Da ultimo lo scatto verso la poltrona che, andando ad un precedente di non molto tempo fa, servì a Nicholas Sarkozy per l’ultimo grande balzo della sua carriera politica.  Dovrà affrontare due appuntamenti pericolosissimi: le europee di primavera e le amministrative del 2020.

“L'esperienza dimostra che, se si prevede da lontano il disegno che si desidera intraprendere, si può agire con rapidità una volta venuto il momento di eseguirlo”. Lo diceva, per l’appunto, Richelieu. Qualcuno, quattro secoli dopo, ha saputo ascoltare.

Raid israeliano contro la Striscia di Gaza dopo che dall'enclave palestinese nella notte è stato sparato un razzo caduto nella zona di Beersheva, nel sud dello Stato ebraico, causando danni ma nessuna vittima. Come ritorsione, il ministro della Difesa, Avigdor Lieberman, ha anche ordinato la chiusura di entrambi i valichi con la Striscia, quello di Kerem Shalom per i beni e quello di Erez per le persone, limitando a 3 miglia nautiche la zona di pesca concessa lungo la costa di Gaza. 

"Caccia israeliani hanno cominciato ad attaccare obiettivi terroristici nella Striscia di Gaza", ha riferito l'esercito, mentre Hamas, che controlla l'enclave, ha precisato che sono sei i siti colpiti. Poche ore prima, gli abitanti di Beersheva erano stati svegliati dalle sirene e costretti a correre nei rifugi anti-bomba dopo il lancio di un razzo che ha fatto danni ma non vittime. Il missile è caduto nel giardino della casa di una famiglia con tre bambini, che sono stati trattati in stato di shock. Un altro razzo invece è caduto in mare: non è chiaro di chi sia la responsabilità per quest'ultimo ma Israele li addebita entrambi al movimento islamico che governa la Striscia. 

E' arrivato l'atteso rimpasto di governo del presidente francese, Emmanuel Macron. Christophe Castaner è il nuovo ministro dell'Interno francese, al posto di Gerard Collomb, dimessosi due settimane fa.  ​Castaner, stretto collaboratore di Macron, aveva precedentemente ricoperto la carica di ministro per le Relazioni con il Parlamento. A prendere il posto di Castaner sarà Marc Fesneau. Cambiano anche le poltrone di Agricoltura, Cultura e Territori. Il senatore Didier Guillaume è stato nominato ministro dell'Agricoltura al posto di Stéphane Travert. ​Franck Riester è stato invece nominato ministro della Cultura al posto di Françoise Nyssen. A Jacqueline Gourault è stato affidato il grande ministero della Coesione dei territori sostituendo Jacques Mézard che ha lasciato il governo.