Newsletter
Ultime News
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Sette persone sono morte e 21 sono disperse nel naufragio di una imbarcazione da crociera sul Danubio, a Budapest. La vittima più giovane è una bimba di 7 anni: faceva parte della comitiva di 33 turisti sudcoreani a bordo del battello condotto da 2 ungheresi. Tra i dispersi c’è almeno un bambino. Sette persone sono state ricoverate in ospedale in condizioni stabili ma con sintomi di ipotermia e choc.

La Hableany (Sirenetta) si è capovolta poco dopo le 21 mentre quando sulla zona si stava abbattendo un violento temporale. Stava tentando l’attracco, quando è stata urtata da un’altra imbarcazione nella tratto del fiume su cui si affaccia il Parlamento, un’area molto frequentata dalle imbarcazioni da turismo, perché da lì si può vedere la città illuminata.

A complicare i soccorsi, le forti correnti nel fiume e la pioggia, che da giorni cade su Budapest e che ha fatto alzare il livello del Danubio. Un testimone oculare ha raccontato che l’imbarcazione, che aveva posto per 60 passeggeri, è stata urtata sulla poppa da un’altra di dimensioni maggiori mentre ormeggiava. Secondo i media locali, una delle persone salvate è stata trovata a quasi tre chilometri rispetto al punto dove il battello è colato a picco.

Nelle ricerche dei dispersi sono impegnati anche i militari e i sommozzatori: “I soccorsi stanno scandagliando il Danubio per tutta la lunghezza del tratto in Ungheria, nella zona a valle dell’incidente”, ha raccontato una fonte. L’azienda proprietaria dell’imbarcazione ha escluso che il natante avesse problemi tecnici: “Era una visita turistica come tutte le altre, l’unica cosa che sappiamo è che è affondata”.

La Hableany è stata trovata dopo varie ore di ricerche vicino al ponte che collega la città vecchia, Buda, con il quartiere di Pest.  Il presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in, ha chiesto di dispiegare tutte le risorse disponibili per il salvataggio.

Nei cieli della Virginia e della Florida volano degli oggetti non identificati. Lo assicurano cinque Marines che hanno raccontato la loto testimonianza prima ai loro superiori e poi al New York Times.

In particolare, uno di loro, il luogotenente Ryan Graves, ha affermato di aver visto questi ‘ospiti’ quasi ogni giorno tra il 2014 e il 2015 e che gli oggetti potevano raggiungere velocità supersoniche e altezze di 30.000 piedi senza alcun motore visibile o sistemi infrarossi.

Graves, che ha riferito le sue osservazioni anche al Pentagono e al Congresso, ha assicurato che “questi oggetti sarebbero là fuori per tutto il giorno”.

Ma ciò che più lo ha sorpreso è la loro capacità di fermarsi rapidamente, virare all’istante e accelerare subito e a velocità supersonica. Manovre, queste, che nessun pilota in carne e ossa, soggetto alla forza di gravità, avrebbe potuto compiere.

”La velocità non ti uccide”, ha detto Graves. “L’arresto o l’accelerazione sì”.

Nessuno dei 5 piloti ha parlato espressamente di Ufo, ma si sono limitati a dire che questi oggetti nel cielo non sono classificabili, senza ipotizzarne la natura, aggiungendo che nessun drone opera nella zona. “Siamo qui per fare un ottimo lavoro non per creare miti”.

Non è la prima volta

Non è la prima volta che il Pentagono si occupa di Ufo. Nel dicembre del 2017, sempre il New York Times, riportò la notizia di un programma di ricerca di extraterrestri (semplificando).

Il suo nome è “Advanced Aerospace Threat Identification Program”, (ovvero “Programma avanzato per l’identificazione delle minacce aerospaziali”) e per i due anni precedenti era stato condotto da un team super-selezionato che lavorava dietro segnalazioni dei piloti dell’aeronautica militare su oggetti volanti non identificati e fenomeni inspiegabili avvistati.

Per il suo piano segretissimo, il Pentagono aveva stanziato 22 milioni di dollari all’anno (circa 19 milioni di euro).

Una goccia in un oceano se paragonato ai 600 milioni di dollari totali messi sul tavolo dal Dipartimento della Difesa. E così avrebbe dovuto essere, al punto che nessuno, al di fuori del Pentagono, era mai venuto a conoscenza del programma fino ad ora, fin quando un portavoce ha confermato la sua esistenza aggiungendo che è stato chiuso nel 2012.

Stando, però, a quanto riporta il quotidiano di New York, che cita fonti accreditate, le indagini su questi avvistamenti continuano e che ad essere finiti sono solo i finanziamenti.

Secondo la Marina Usa nel 2004 a 100 miglia dalla costa sono stati registrati “oggetti volanti che apparivano all’improvviso a 80.000 piedi di altezza, si tuffavano in direzione dell’oceano e poi si fermavano d’un tratto all’altezza di 20.000 piedi. Quindi, come erano apparsi, sparivano”.

Prima di allora le forze armate americane si erano interessate agli oggetti volanti non identificati nel 1952 con il “Project Blue Book”, quando studiarono fino al 1969 oltre 12mila avvistamenti, di cui un centinaio rimasero inspiegabili. Ma quaranta anni dopo, la Difesa americana torna a interessarsi dei possibili nemici dello spazio, e lo fa mettendo sul piatto una buona dose di finanziamenti. 

È ancora una volta maggio il mese cruciale per la politica in Austria. Due anni fa è stato il leader dei popolari Sebastian Kurz a guidare la “rivolta” dentro il governo facendo cadere il socialdemocratico Christian Kern, oggi è lui, il “Kanzler Kurz” ad essere sfiduciato, grazie all’inedita saldatura tra i socialdemocratici dell’Spoe e l’ultradestra dell’Fpoe. E questo ad un solo giorno dal successo incassato alle Europee, dove i suoi popolari hanno conquistato il 34% dei consensi, staccando di 11 punti i secondo arrivati, ossia i socialdemocratici dell’Spoe.

Nondimeno, tra pochi mesi fa gli austriaci torneranno alle urne: le elezioni anticipate erano già state annunciate per settembre dal capo dello Stato, il verde Alexander van der Bellen, in seguito al cosiddetto “Ibiza-gate“, ossia il video-scandalo in cui si vede Heinz-Christian Strache, leader dei nazional-populisti euroscettici dell’Fpoe nonché vicecancelliere dall’autunno 2017, promettere appalti pubblici ad presunta nipote di un’oligarca russa – tale Aljona Makarowa – in cambio di sostanziosi aiuti elettorali. 

Scoppiato il caso, Strache ha parlato alla nazione scusandosi in primis con la moglie Philippa, per poi dimettersi sia da vicecancelliere che da leader del partito. Kurz nel tentativo di voler far piena luce sulla vicenda, ha proposto (e poi ottenuto) al presidente van der Bellen il licenziamento del ministro dell’Interno Herbert Kickl, anche lui esponente di punta dell’Fpoe, con l’argomento che “non è ammissibile che indaghi su se stesso”. Una mossa, però, che ha portato alle dimissioni di tutti e cinque i ministri dell’ultradestra.

A quel punto, è stato il piccolo partito Jetzt a presentare nei giorni scorsi la mozione di sfiducia nei confronti di Kurz. Mozione poi “allargata” a tutto il governo dai socialdemocratici dell’Spoe e poi anche dall’ex alleato Fpoe. Forti i toni in aula della leader socialdemocratica Pamela Rendi-Wagner che, dopo aver attaccato il cancelliere, ha anche smentito quanto affermato dallo stesso Kurz che Spoe e Fpoe starebbero formando un’alleanza. “Nessuna coalizione: questo è parlamentarismo, cioè democrazia”, ha scandito Rendi-Wagner.

Una carriera da record, nel bene e nel male

È la prima volta nella storia della “seconda Repubblica” in Austria che un cancelliere viene sfiduciato. Kurz batte anche un record negativo di permanenza a capo del governo: 525 giorni contro i 580 del suo predecessore Kern. Non è il primo record di Kurz: è’ stato il più giovane segretario di Stato del suo Paese, il più giovane ministro degli Esteri, e dalla fine del 2017 il più giovane cancelliere. Dopo 17 mesi al governo, la sua coalizione è andata in pezzi e lui ha incassato la sfiducia. Van Der Bellen ha indicato l’attuale vicecancelliere nonché ministro alle Finanze Hartwig Loeger come cancelliere ad interim.

Eppure, gli analisti non escludono che Kurz possa rimanere al suo posto, alla fine dei giochi. Incassato il 34% al voto Ue, punta al bis delle elezioni anticipate. La domanda è: con chi? Una rinnovata alleanza con l’Fpoe è esclusa, una Grosse Koalition con l’Spoe verrebbe punita dagli elettori. Potrebbe puntare sui liberali di Neos: lui conta di trovarli, i numeri necessari, con il voto di settembre. E forse non è un caso che i liberali non abbiano votato la mozione di sfiducia: Kurz è ancora il politico più popolare d’Austria. Lui si mostra combattivo: “Continuerò, nel nome del cambiamento”.

Forti del successo ottenuto nelle urne i Liberali dell’Alde e i Verdi europei sfidano adesso le due tradizionali famiglie politiche che da sempre reggono le sorti dell’Unione, Popolari e socialisti, per la guida del futuro capo della Commissione europea, l’esecutivo dell’Ue che delinea leggi-chiave, come quelle sul cambiamento climatico e la tassazione: liberali e Verdi saranno infatti determinanti per formare una maggioranza nell’eurocamera e fronteggiare la presenza delle forze euroscettiche.

Per la successione a Jean-Claude Juncker, si sfidano il tedesco Manfred Weber, l’olandese Frans Timmermans e la danese Margrethe Vestager, i leader dei tre grandi gruppi del nuovo Parlamento (rispettivamente Ppe, socialdemocratici e Alde). E Margrethe Vestager, non fa mistero delle sue ambizioni: “Il monopolio del potere si è rotto”, ha detto domenica sera. “Non c’è più la maggioranza dei due partiti (Ppe e socialdemocratici, ndr), c’è un nuovo Parlamento. La vittoria di un nuovo gruppo liberale, la vittoria della Republique en Marche e del partito rumeno USR-Plus. È straordinario”.

Fine del bipartitismo a Strasburgo

Il Ppe si avvia ad essere la prima forza con 179 seggi (36 in meno che nel 2014), i socialdemocratici S&D restano la seconda forza con 152 eurodeputati (33 in meno che nella passata legislatura), ma il calo delle due forze mette fine al bipartitismo che ha governato finora l’europarlamento. Senza più la maggioranza dei 376 seggi, questo li obbligherà a cercare maggioranza alternative. Proprio l’Alde otterrà 105 deputati (36 seggi in più), mentre i Verdi – gonfiati dai buoni risultati in Germania – diverranno il quarto gruppo con 67 eurodeputati, 15 in più che nella passata legislatura.

Manfred Weber, 46 anni, continua a considerarsi il favorito. “Abbiamo vinto le elezioni e sarà lo Spitzenkandidat del Ppe, Weber, il presidente della Commissione”, ha detto Joseph Daul, presidente del Ppe, nella serata elettorale. Bavarese della Csu, Manfred Weber è a capo del gruppo parlamentare del Ppe dal 2014. Ma non ha mai ricoperto incarichi di governo e in Europa non è conosciutissimo.

Il candidato della famiglia socialista europea, Timmermans, potrebbe contrastarlo ma i socialisti hanno subito una battuta d’arresto.”Non rivendico nulla”, ha detto domenica sera, anche se ha fatto appello a un’alleanza dei progressisti con i Liberali. Ecco perché potrebbe spuntarla la ‘lady di ferro’ dei liberali. “Possiamo avere una donna a capo della commissione”, ha aggiunto domenica sera, chiedendo anche “una coalizione di persone che vogliono cambiare le cose” e congratulandosi con i Verdi per la loro ascesa.

Commissario europeo per la concorrenza, il presidente americano Donald Trump l’ha soprannominata la “tax lady” dell’Ue. Apprezzata da Angela Merkel, potrebbe eliminare i rivali, magari con un accordo con Timmermans a scapito di Weber. Se non la spunterà il terzo incomodo, il francese Michel Barnier, che finora si è tenuto fuori perchè impegnato sulla Brexit. 

L’Irlanda ha votato a stragrande maggioranza per una legislazione più morbida sul divorzio, che fino a oggi era la più restrittiva in Europa. In base ai risultati ufficiali, l’82% degli votanti al referendum che si è tenuto in concomitanza con le elezioni europee (che avrebbero visto un successo degli europeisti) ha votato per la rimozione di quella norma che obbliga marito e moglie a vivere separati per ben quattro anni prima di vedere il proprio matrimonio dissolversi anche dal punto di vista formale.

Il governo si è impegnato a ridurre a due anni il tempo della separazione prima della richiesta del divorzio. La vittoria del ‘s”, porterà inoltre al riconoscimento dei divorzi ottenuti fuori dal Paese.

La scelta degli irlandesi è un altro colpo inferto all’architettura costituzionale e sociale cattolica, un anno dopo il referendum con cui si legalizzo’ l’aborto, e solo nel 1995 gli irlandesi si erano conquistati per un soffio il diritto al divorzio (la maggioranza du del 50,3%).

A ottobre scorso fu spazzato via un ridicolo divieto costituzionale della blasfemia, ed è previsto un nuovo referendum in merito a un articolo della Costituzione che fa riferimento alla “donna che vive in casa”.

E’ di almeno 29 morti il bilancio di una rivolta scoppiata nel carcere venezuelano di Acarigua, a Caracas. Lo rendono noto le autorità locali che riferiscono di pesanti scontri tra detenuti e la polizia che ha tentato di frenare una protesta di massa scatenata dalla morte di un detenuto la scorsa settimana. Durante gli scontri sono rimasti uccisi anche 19 agenti.

Il capo della polizia, Oscar Valero, ha spiegato che si sarebbe trattato di un tentativo di evasione di massa. La guerriglia sarebbe iniziata nel momento in cui i prigionieri hanno preso in ostaggio alcuni visitatori. I detenuti erano armati e hanno iniziato a sparare contro la polizia e a lanciare granate. Secondo fonti di polizia tra i prigionieri uccisi ci sarebbe anche uno dei leader della rivolta Wilfredo Ramos.

Secondo quanto riporta la ong Osservatorio venezuelano tra i motivi della protesta ci sarebbe piuttosto la situazione delle carceri in Venezuela, dove il cibo è scarso e dove i detenuti hanno da sempre denunciato abusi. I detenuti avrebbero richiesto da settimane di essere trasferiti in altre prigioni nel Paese. 

Il carcere di Acarigua, creato per ospitare 60 detenuti, ne accoglie 500. La protesta per le condizioni delle prigioni in Venezuela sono sfociate in diverse rivolte interne e numerosi sono stati gli appelli internazionali per il rispetto dei diritti umani. 

Il 13 giugno potrebbe essere una data storica per tutti quei figli e figlie di preti, ragazzi fantasmi la cui esistenza è ancora un tabù per la Chiesa cattolica. Quel giorno incontreranno diversi vescovi ai quali racconteranno la loro vita, dopo anni di silenzio per non dire vergogna sulle loro origini. L’insolito incontro, annunciato dal segretario generale della Conferenza dei vescovi di Francia (Cef) Olivier Ribadeau-Dumas, viene definito dai media francesi “un gesto inedito di apertura” che potrebbe aprire la strada a un riconoscimento atteso da tempo.

Un primo incontro segreto lo scorso febbraio 

Sul tema molto sensibile negli ambienti ecclesiali non ci sono per ora grandi commenti oltre alle concise comunicazioni ufficiali della Cef. “A metà giugno incontreranno i vescovi della Commissione episcopale per i ministeri ordinati e i laici in missione ecclesiale (Cemoleme)” ha confermato nei giorni scorsi monsignor Ribadeau-Dumas. Un annuncio che giunge tre mesi dopo un incontro a lungo segreto tra lo stesso segretario della conferenza episcopale francese e tre figli di preti, risalente allo scorso 4 febbraio, presso la sede della Cef a Parigi. 

In quella occasione è stata affrontata una doppia questione, ancora tutta da approfondire: da una parte la sorte dei preti che hanno avuto/avranno un figlio durante il sacerdozio e dall’altra il riconoscimento di questi figli nelle comunità parrocchiali. Il segretario generale della Conferenza dei vescovi di Francia ha ricevuto nella massima riservatezza tre esponenti dell’associazione ‘I Figli del silenzio’ (‘Les Enfants du silence’) che rappresenta tutte le persone – in tutto una cinquantina – nate dal rapporto tra un sacerdote, una suora o una laica. Per un’ora e mezza a monsignor Ribadeau-Dumas hanno raccontato di essere stati educati e cresciuti in segreto, come i “figli del peccato”, con un sentimento di vergogna che li ha accompagnati per tutta la vita. 

Il sollievo e le speranze dei ‘Figli del silenzio’

Sulla scia dell’incontro dello scorso febbraio, quello previsto per il 13 giugno dovrebbe consentire a questi figli e figlie nascosti di testimoniare della loro esistenza, “messi da parte e cresciuti nella vergogna, nel segreto”, come riferiva il quotidiano francese ‘Le Monde’ nei giorni scorsi.

Usciranno finalmente dall’ombra e dal silenzio: per loro è già un primo passo sulla lunga strada verso un auspicato ma incerto riconoscimento ufficiale da parte della gerarchia ecclesiale. In Francia a dare voce a molti di questi figli segreti è Anne-Marie Jarzac, figlia di un prete e di una suora, presidente dell’associazione ‘Enfants du silence’.

“È stato un momento molto emozionante. Per la prima volta abbiamo sentito che la Chiesa ci stava aprendo le porte, che non c’era più la negazione, ma piuttosto l’ascolto e la consapevolezza di ciò che avevamo vissuto”, ha raccontato la Jarzac che ha già definito l’appuntamento di metà giugno come “una tappa cruciale”. Forte di questa ‘apertura’ ha anche scritto a Papa Francesco per allertarlo sulla sorte riservata ai figli di preti, costretti a vivere nascosti e in alcuni casi all’abbandono. “Penso a tutti quei figli di preti che cercano disperatamente di sapere chi era il loro padre” ha sottolineato l’attivista, intervenuta a nome di quanti si trovano nelle sue stesse condizioni. 

Un documento segreto del Vaticano su una questione imbarazzante 

L’esistenza di questi figli ‘segreti’ rappresenta una prova imbarazzante per quei sacerdoti diventati padri: significa aver infranto la regola del celibato imposta dalla Chiesa cattolica dall’XI secolo. Su questa regola ad oggi non sembra esserci alcuna possibile apertura: lo scorso gennaio Papa Francesco ha ribadito come il celibato dei preti fosse da considerare un “dono per la Chiesa”, pertanto non può diventare “una opzione”.

Nel riferire degli sviluppi concreti registrati in Francia sull’argomento tabù, il quotidiano ‘Le Monde’ ha evidenziato che il primo segnale di apertura nei confronti dei figli dei preti e delle suore è giunto nel momento in cui la Santa Sede ha riconosciuto di essere in possesso di un documento ‘segreto’ che stabilisce le regole da attuare per quei sacerdoti diventati genitori.         

Dopo aver preso visione del documento in questione, Vincent Doyle, presidente di ‘Coping International’ – che riunisce figli e figlie di preti in tutto il mondo – ha constatato che “nulla vi suggerisce, indica o implica che il prete debba lasciare il sacerdozio dopo aver avuto un figlio”.

Tuttavia il Vaticano non ha ancora diffuso un testo che fondamentalmente rimetterebbe in discussione la regola ancestrale del celibato forzato per i preti. Nel contempo il porporato francese ha però dato conferma di segnali positivi giunti dalla Santa Sede. “Cerca di fare il possibile perché la dispensa dagli obblighi dello stato clericale sia ottenuta nel più breve tempo possibile, affinché nel caso diventi papà, il prete possa rendersi disponibile accanto alla madre nel seguire la prole” ha detto monsignor Ribadeau-Dumas. 

L’Olanda dà il via le elezioni europee. I seggi appena aperti nei Paesi Bassi sono i primi ad accogliere gli elettori, seguiti mezz’ora più tardi dalla Gran Bretagna. Occhi puntati quindi sugli exit poll, con i timori nelle capitali europee per l’ondata populista e sovranista, in attesa dei risultati ufficiali dell’intero blocco comunitario domenica. 

Dopo l’Olanda, seggi aperti anche in Gran Bretagna: i cittadini del Regno Unito si recheranno alle urne per eleggere i loro eurodeputati, pensando però alla Brexit dopo la giornata caotica di ieri in cui la premier Theresa May è stata di nuovo sotto attacco all’interno del suo stesso partito. L’inquilina di Downing Street resiste arroccata sulle sue posizioni ma cresce sempre di più la fronda interna, come dimostrano anche le dimissioni di ieri sera di Andrea Leadsom, ministro per i rapporti con il Parlamento, il 36esimo ministro a lasciare l’esecutivo May, il 21esimo per dissensi sulla Brexit. 

Elezioni surreali quelle europee in un Paese che dopo il referendum del 2016 in cui scelse di lasciare l’Ue, mai avrebbe pensato di parteciparvi. E la sfiducia verso Bruxelles e le istituzioni comunitarie, così come la protesta contro il governo di Londra che non è ancora riuscito a trovare un accordo per uscire dal consesso europeo, è evidente anche nei sondaggi: le ultimi analisi davano il partito Brexit di Nigel Farage in forte vantaggio con il 37% delle preferenze, seguito dai Liberal-Democratici europeisti con il 19%, poi i laburisti al 13% e i Tory solo quinti con il 7%.

Non è passata inosservata la locandina del film in vendita al mercato del Festival di Cannes 2019 intitolato “When women rule the world”, ovvero quando le donne governano il mondo. Sul poster, in stile anni Cinquanta, una donna in bikini che somiglia alla first lady Melania Trump tiene in mano due teste mozzate: una con il cappellino rosso con la scritta ‘Make america great again’, lo slogan del presidente Donald Trump, e l’altra che sembra quella del miliardario.

Lo sceneggiatore, regista e produttore della pellicola, Sheldon Silverstein, ha spiegato a Hollywood Reporter che si tratta di un film satirico di fantascienza ambientato nell’era post terza guerra mondiale scatenata da Trump, nel 2021, e con i cambiamenti climatici che hanno decimato la vita sulla Terra. “Meet the first lady of the future with her heads of state”, si legge sul poster dove si gioca con l’espressione “capi di Stato” che tradotta letteralmente dall’inglese sarebbe “teste di Stato”.

A scatenare la guerra sarebbe stata una lite tra Trump e il presidente russo Vladimir Putin “su chi vanta il pene piu’ grande”, ha precisato il regista. Le poche donne sopravvissute e allineate con il movimento MeeToo contro le molestie vivono separate dagli uomini che considerano responsabili della distruzione del pianeta.

Non è la prima volta che Trump viene mostrato con la testa mozzata. Nel 2017 l’attrice comica Kathy Griffin – che è stata nel cast di “Pulp Fiction” di Quentin Tarantino e nella serie X-Files, era finita nella bufera per aver mostrato una finta testa mozzata di e insanguinata del presidente Donald Trump. La foto aveva fatto insorgere Melania e la Griffin era stata silurata dalla Cnn

Il ‘caso Strache‘, l’inchiesta della Commissione elettorale britannica sui finanziamenti a Nigel Farage, il sospetto dello zampino di Steve Bannon nella campagna elettorale di Marine Le Pen. A sei giorni dal voto, l’annunciata avanzata delle forze sovraniste alle prossime elezioni europee rischia una battuta d’arresto.

Le formazioni di destra e i conservatori euroscettici puntano a una svolta nella composizione del prossimo Parlamento europeo per diventare la terza forza politica a Strasburgo dopo Popolari e Socialisti (che sulla carta da soli non avranno più la maggioranza all’Eurocamera) e strappare così il podio ai liberali, che dovrebbero riunirsi in una nuova formazione che mette insieme il gruppo dell’Alde con gli eletti della Republique En Marche di Emmanuel Macron.

Le ultime proiezioni precedenti allo scandalo austriaco indicano che le forze della destra sovranista potrebbero eleggere complessivamente 173 deputati, contro 154 dell’attuale legislatura. I numeri non consentirebbero in realtà alcun sostanziale cambiamento negli equilibri delle prossime istituzioni Ue, ma l’obiettivo dichiarato è quello di rafforzare il gruppo Europa delle Nazioni e delle Libertà (ENL), formato da Lega, Rassemblement National di Marine Le Pen, Fpo austriaca, partito nazionalista fiammingo Vlaams Belang e i tedeschi dell’Afd.

Ma lo scandalo che ha travolto il leader della destra austriaca e ha fatto esplodere la coalizione di governo a Vienna potrebbe allontanare l’obiettivo. Secondo Matthias Jung, numero uno dell’istituto di sondaggi tedesco Forschungsgruppe Wahlen, “questo scandalo potrebbe ostacolare l’avanzata dei populisti in Europa”.

L’esperto, intervistato dal quotidiano tedesco Tagesspiegel, ritiene che gli elettori europeisti potrebbero anzi essere incoraggiati ad andare a votare per bloccare l’estrema destra. I simpatizzanti dei partiti populisti “ora ci penseranno due volte se vogliono dare la loro voce a queste persone”, ha aggiunto lo scienziato politico tedesco Werner Patzelt, sempre al Tagesspiegel.

Secondo il politologo, lo scandalo austriaco potrebbe avere conseguenze negative anche per l’Afd tedesca, attualmente nel gruppo Efdd con il M5S ma che ha già fatto sapere che da giugno siederà a fianco alla Lega di Matteo Salvini.

Il ‘caso Strache’ non è l’unico elemento che rischia di indebolire le forze della destra euroscettica. In Francia, Marine Le Pen, accusata dai suoi avversari di essere il “cavallo di Troia” di Donald Trump e Vladimir Putin per indebolire l’Europa, ha dovuto pubblicamente smentire che Steve Bannon, ex stratega del presidente Usa, abbia svolto un ruolo nella sua campagna elettorale.

Bannon “non ha alcun ruolo nella mia campagna – ha detto Le Pen a FranceInfo – si trova a Parigi per affari perché sta vendendo una delle sue società a una grande banca francese, quindi non ha nulla a che fare con la mia campagna”. Il Gran Bretagna, anche se il Brexit Party di Nigel Farage resta saldamente in testa ai sondaggi, l’ex numero uno dell’Ukip, che in questa legislatura siede nello stesso gruppo delMovimento Cinque Stelle a Strasburgo, è nel mirino della Commissione elettorale britannica, che ha annunciato di voler indagare sui finanziamento della sua campagna per le elezioni europee.

“Domani andremo nelle sedi del Brexit Party per verificare sui sistemi di finanziamento – ha fatto sapere oggi la Commissione – comprese donazioni superiori a 500 sterline, che devono provenire solo dal Regno Unito”.

In Italia infine, la competizione permanente con gli alleati di governo del M5S, potrebbe portare la Lega ad un risultato inferiore alle previsioni emerse dagli ultimi sondaggi. Secondo Christine Verger, dell’Istituto Jacques Delors, non è certo che lo scandalo austriaco indebolisca l’elettorato populista, anche se “a priori non è una buona notizia per loro”. “Cio’ dimostra in ogni caso che ci sono relazioni di tipo corruttivo all’interno di questi partiti”, ha detto Verger all’agenzia France Presse.