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Le autorità indonesiane avvertono che potrebbero esserci ancora 100 persone intrappolate nella miniera d’oro abusiva i cui pozzi sono stati allagati nei giorni scorsi sull’isola di Sulawesi. Finora sono stati tratti in salvo in 19 e sono stati recuperati i corpi di altri 9 minatori. Con il passare del tempo si affievolisce la speranza, ma le operazioni di soccorso e ricerca andranno avanti per un’altra settimana, anche se non si parla di continuare a portare acqua e cibo per eventuali sopravvissuti.

Le operazioni di soccorso sono ostacolate dal terreno ripido e impervio e dai danni a pozzi e cunicoli causati dall’allagamento della settimana scorsa. Il portavoce della protezione civile Sutopo Purwo Nugroho ha detto che il numero di minatori all’interno dei pozzi al momento dell’incidente non era ancora noto, in quanto i sopravvissuti avevano dato vari riscontri. “Alcuni dicono 30 persone, 50, 60 persone – anche 100 persone, perché al momento c’erano molti nella fossa principale e un numero sconosciuto in quelli piu’ piccoli”, ha detto in una nota.

“Sia sul Nanga Parbat che sul K2 sta nevicando e i piloti stanno verificando se è possibile volare”. È questa la situazione descritta questa mattina all’AGI dal coordinamento dei soccorsi agli alpinisti Daniele Nardi e Tom Ballard che ormai da una settimana risultano dispersi sul Nanga Parbat.

L’alpinista italiano di Sezze e quello britannico da diversi anni residente in Val di Fassa in Trentino erano intenti a risalire lo Sperone Mummery, tratto nell’ascesa al Nanga Parbat terribile sotto l’aspetto climatico, difficile sotto quello tecnico e soprattutto inviolato. Nel periodo invernale mai nessun alpinista era riuscito a raggiungere la vetta della montagna dell’Himalaya attraverso lo Sperone Mummery. L’ultima comunicazione era stata quella di Daniele Nardi fatta via telefono satellitare alla moglie Daniele domenica 24 febbraio. L’alpinista aveva comunicato che stavano bene, che avevano raggiunto i 6.300 metri ma causa il maltempo erano tornati al campo 4 (C4) a circa 6.000 metri.

L’ambasciatore italiano in Pakistan, Stefano Pontecorvo, che sta coordinando i soccorsi in loco, oggi ha riportato una testimonianza dell’alpinista spagnolo Alex Txikon che si trova al campo base del K2 pronto per eventuale impiego sul Nanga Parbat. “Il meteo al campo base del K2 non è ottimale ma in miglioramento, nuvole basse e visibilità discreta, spero gli elicotteri possano decollare oggi”, ha scritto il diplomatico italiano su un tweet. 

Un’autobomba in una delle strade più trafficate di Mogadiscio, scene di guerra in pieno centro con sparatorie ed esplosioni, veicoli e negozi in fiamme, un assedio infinito, almeno 25 morti – ma il bilancio finale è ancora incerto – e molte decine di feriti. E’ terminato con un’irruzione delle forze speciali l’attacco dei terroristi di Al Shabaab che ha tenuto in scacco la capitale somala per quasi 24 ore. 

Tutto è iniziato intorno alle 21 di giovedì, quando un’autobomba azionata da un kamikaze è esplosa davanti all’ingresso dell’hotel Maka Almukarama, uno dei principali della città, situato in una zona affollata, piena di ristoranti e negozi. Subito dopo, da un camion sono usciti quattro o cinque uomini armanti che hanno cercato di fare irruzione nell’albergo – notoriamente frequentato da funzionario del governo somalo – per poi barricarsi in un altro edificio vicino. 

Una vera e propria scena di guerra aperta, raccontano i testimoni, con raffiche contro negozi ed altri edifici, le auto in fiamme e la strada sventrata dall’autobomba, mentre accorrevano numerose le ambulanze nel tentare di recuperare i corpi e assistere i feriti, almeno una cinquantina. Fonti ospedaliere segnalano gravi problemi nel poter affrontare l’emergenze, dato l’alto numero di feriti gravi. 

Come nei giorni di Black Hawk Down

Due soldati sono morti sono morti nelle sparatorie con i militanti al Shabaab. Altri spari ed esplosioni sono stati uditi nella notte e ancora nella mattinata di oggi. Infine, nel tardo pomeriggio di oggi, l’assalto delle forze speciali somale, che hanno annunciato di “aver ucciso tutti i terroristi” e di aver rinvenuto altri cadaveri nell’edificio in cui si erano asserragliati i terroristi. 

Le modalità dell’attacco, notano le autorità somale, sono molto simili ad altri attentati ad opera di al Shabaab a Mogadiscio nonché ad un assalto ad un resort alberghiero in Kenia, a gennaio, in cui si sono contate 21 vittime. 

Poco dopo l’annuncio della fine dell’assedio da parte delle forze di sicurezza somale, il comando militare Usa presente nel Paese ha reso noto di aver condotto un raid aereo nella regione dell’Hiran, nella Somalia centrale, in cui sono stati uccisi 26 terroristi di al Shabaab. In questa stessa area, gli Usa questa settimana avevano già compiuto due diversi attacchi, uccidendo 55 persone. La milizia islamista ha attualmente il controllo di gran parte del centro e del sud della Somalia. 

I casi di morbillo a livello mondiale “stanno aumentando a livelli preoccupanti”, in particolare in 10 Paesi in cui si registra oltre il 74% dell’incremento totale, e in molti altri Paesi che erano stati precedentemente dichiarati liberi da morbillo. È l’allarme lanciato dall’Unicef: a livello globale, 98 Paesi hanno registrato un aumento dei casi di morbillo tra il 2017 e il 2018.

In Italia, nel 2018 i casi di morbillo sono invece diminuiti del 56% rispetto al 2017, da 5.396 confermati nel 2017 a 2.373 l’anno passato. I casi totali sospettati nel 2018 sono stati 2.592. Negli Stati Uniti, il numero di casi di morbillo è aumentato di sei volte fra il 2017 e il 2018, raggiungendo i 791 casi. Più recentemente, negli Stati Uniti ci sono state epidemie negli stati di New York e Washington.

Nel resto del mondo l’incremento maggiore si è registrato in Ucraina, nelle Filippine e in Brasile. In Ucraina ci sono stati 35.120 casi di contagio nel 2018. Secondo il governo, altre 24.042 persone sono state colpite solo nei primi due mesi del 2019. Nelle Filippine fino ad ora quest’anno ci sono stati 12.736 casi di morbillo e 203 morti, comparati ai 15.599 casi del 2018.

I 10 paesi con il più alto incremento di casi fra il 2017 e il 2018 sono Ucraina: (+30.338), Filippine (+13.192), Brasile (+10.262), Yemen (+6.641), Venezuela (+4.916), Serbia (+4.355), Madagascar (+4.307), Sudan (+3.496), Thailandia (+2.758) e Francia (+2.269). “Questo è un campanello d’allarme. Abbiamo un vaccino sicuro, efficace ed economico contro una malattia altamente contagiosa – un vaccino che ha salvato circa un milione di vite ogni anno negli ultimi due decenni”, ha dichiarato Henrietta H. Fore, Direttore Generale di Unicef. 

Articolo aggiornato alle ore 7,50 del 28 febbraio 2018.

È finita male. Niente pranzo finale, niente dichiarazione congiunta. Tra Trump e Kim il vertice di Hanoi era cominciato benissimo, con grandi dichiarazioni di intenti e complimenti reciproci. Poi il colpo di scena finale, con il programma saltato all’ultimo momento.

Il presidente Donald Trump aveva detto di non avere “fretta” sulla denuclearizzazione della Corea del Nord purché venisse raggiunto un buon accordo con il leader Kim Jong-un. “La velocità non è importante per me. Apprezzo che non ci siano stati test di missili nucleari”, ha dichiarato Trump, incontrando per il secondo giorno ad Hanoi, in Vietnam, il dittatore di Pyongyang.

È dalla fine del 2017 che Kim non conduce test atomici. “Quello che conta è fare l’accordo giusto”, ha rimarcato il miliardario all’inzio del vertice, indicando di aver abbassato l’asticella delle pretese sulla tempistica della denuclearizzazione della Corea del Nord ma promettendo comunque un’intesa “molto speciale”.

Anche Kim aveva sfoggiato ottimismo, impegnandosi a fare il possibile per la riuscita del vertice. Stigmatizzando gli scettici, dicendo che il summit con Trump gli sembrerà un “film di fantasia” e lasciano di stucco la stampa, rispondendo ad un giornalista straniero, come probabilmente non era mai accaduto prima. “È troppo presto per dirlo ma posso affermare di non essere pessimista”, è stata la risposta di Kim ad un reporter del Washington Post. 

Nella notte italiana, il tete-a-tete, solo con gli interpreti, è durato una mezz’ora. La riunione è stata poi allargata agli advisor. La programmata chiacchierata a bordo piscina tra Trump e Kim, entrambi in completo giacca, è stata spostata all’interno del lussuoso hotel Metropole per il caldo (23 gradi) e soprattutto per l’umidità al 93%. “Tra noi il rapporto è molto forte e quando si ha una buona relazione possono succedere molte cose buone”, ha sottolineato il 72enne presidente. “Ritengo, d’intuito, che possiamo produrre buoni risultati”, ha concordato il 35enne Kim. Trump ha dunque ribadito che la Corea del Nord ha un grande potenziale e che puo’ diventare “una potenza economica”.

Dopo la colazione di lavoro, intorno alle 14 ora locale, le 8 del mattino in Italia, era appunto prevista la firma di un accordo congiunto, seguita da una conferenza stampa di Trump alle 15:50, le 9:50 in Italia. La Casa Bianca aveva fatto sapere che la dichiarazione finale avrebbe potuto sancire formalmente la fine della guerra coreana del 1950-1953, mai proclamata formalmente (vige ancora un armistizio). Era l’auspicio di Trump, che sogna il Nobel per la Pace.

L’accordo con Kim rappresenterebbe poi una leva politica da sventolare durante la campagna per le presidenziali Usa del 2020, ormai già entrata nel vivo con la Casa Bianca sotto pressione per il Russiagate e per l’esplosiva testimonianza in Congresso dell’ex legale personale del presidente, Michael Cohen.

Kim chiedeva il ritiro dei militari americani dalla Corea del Sud o, quantomeno, una riduzione numerica del contingente composto da 28.500 soldati. Uno dei potenziali risultati che Trump si era posto era che Kim approvasse l’ingresso di ispettori nei suoi siti nucleari o che acconsentisse a chiudere il suo centro di ricerca sull’atomica. Trump, in cambio, avrebbe messo mettere sul piatto la ripresa delle relazioni diplomatiche, anche con uno scambio di rappresentanze. Il primo vertice tra Trump e Kim, lo scorso giugno a Singapore, non ha portato a risultati concreti.

Kim aveva promesso di smantellare la centrale di Yongbyon, ma non lo ha fatto, mentre il sito di Punggye-ri sembra sia parzialmente crollato da solo. L’unico risultato concreto che Trump può rivendicare, come ha fatto, è lo stop ai test missilistici e nucleari.

Quando il presidente Trump comincerà il suo summit in Vietnam con il leader nordcoreano Kim Jong-un, l’ex avvocato personale e tuttofare del presidente, Michael Cohen, testimonierà davanti alla Commissione investigativa della Camera. E il vertice che potrebbe sancire una vittoria di Trump in politica estera finirà oscurato da ciò che accadrà a Washington.

Cohen sarà ascoltato in audizione in Congresso per tre giorni di fila, a partire da oggi. Ma la testimonianza più attesa è quella in calendario mercoledì, davanti alla commissione ‘Oversight’ della Camera dei Rappresentanti, perché è l’unica a porte aperte. Quando ad Hanoi saranno le dieci di sera, e a Washington le 10 di mattina, Cohen verrà ascoltato dalla Commissione e racconterà gli affari della famiglia Trump, le presunte frodi fiscali, i 130 mila dollari pagati a Stormy Daniels, un’attrice di film porno, perché non rivelasse la relazione sessuale con il presidente subito dopo la nascita di Barron, l’unico figlio di Melania.

“Così mi ha chiesto di mentire”

Il New York Times ha anticipato il testo del discorso di apertura della testimonianza, nel quale il legale definisce il suo cliente “un razzista, un truffatore e un imbroglione”. Dal documento emerge che, secondo Cohen, Trump sapeva che un suo ex consulente, Roger Stone, aveva avuto contatti con WikiLeaks prima che quest’ultima diffondesse le email della Convenzione Elettorale Democratica che rivelarono l’orientamento dell’organismo, sulla carta neutrale, a favore della campagna di Hillary Clinton e ai danni di Bernie Sanders. Cohen afferma inoltre di essere stato a conoscenza di un progetto immobiliare in Russia che l’allora candidato repubblicano stava portando avanti nonostante fosse già in campagna elettorale. 

“Nelle conversazioni che avemmo durante la campagna, mentre ero occupato a negoziare con la Russia per suo conto, mi guardò negli occhi e mi disse che non c’era nessun affare in corso con la Russia e di andare a mentire al popolo americano ripetendo la stessa cosa”, dichiarerà Cohen, “in questo modo, mi stava chiedendo di mentire. Trump non mi disse in modo esplicito di mentire al Congresso. Questo è il suo modo di operare”. L’audizione verrà trasmessa dai maggiori canali televisivi e sarà visibile in streaming sui siti del Congresso e della Commissione. Cohen, condannato a tre anni e in procinto di andare in carcere (il 6 maggio) per uso illecito di fondi elettorali, potrebbe raccontare anche storie personali dei suoi dieci anni al servizio di Trump.

La Casa Bianca: “È uno sciagurato criminale”

La Casa Bianca ha reagito con toni insolitamente duri: “È uno sciagurato criminale, che andrà in prigione per aver mentito al Congresso e per aver fatto dichiarazioni false. Ci aspettiamo che ne faccia altre in questi giorni. È ridicolo che gli venga dato credito ed è patetico che abbia una nuova possibilità per spargere le sue menzogne”. Da mesi l’ex avvocato del presidente si è dichiarato colpevole di tutti i capi d’accusa, compreso l’aver mentito al Congresso, e sta collaborando con il procuratore speciale Robert Mueller nell’inchiesta sul Russiagate,.

La coincidenza con il viaggio del presidente non è un aspetto secondario. La Casa Bianca la considera una scelta deliberata per colpire il presidente, lo stesso nuovo avvocato di Trump, Rudolph Giuliani, l’ha definita una “non coincidenza”, ma una “scelta politica”. E i repubblicani della Commissione cercheranno di demolire la sua credibilità, ricordando di come avesse già mentito al Congresso. Ma il suo avvocato anticipa la linea difensiva del suo assistito: “Mi assumo tutte le responsabilità, dirà Cohen: in passato ho mentito, ora dovrete decidere se racconto la verità”. 

E la Corte Suprema lo radia dall’albo

Proprio mentre Cohen stava testimoniando a porte chiuse in Congresso, è arrivata la notizia della sua radiazione dall’albo degli avvocati. Lo ha stabilito la Corte Suprema dello Stato di New York, la città in cui Cohen ha iniziato ad esercitare la professione di avvocato nel 1992. Cohen si è dichiarato colpevole di aver mentito alla commissione Intelligence del Senato e di aver violato le leggi sui finanziamenti elettorali pagando il silenzio di alcune donne che sostenevano di aver avuto una relazione con Trump. L’ex factotum del miliardario è stato condannato a tre anni di carcere e inizierà a scontare la sua pena a maggio avendo ottenuto un rinvio per motivi di salute e per la tre giorni di audizioni parlamentari che ha preso il via oggi.

Il tweet intimidatorio del deputato Gop

A movimentare la giornata è infine il tweet dai toni intimidatori del deputato repubblicano Matt Gaetz, molto vicino al presidente. 

Asked whether his tweet attacking Michael Cohen should be perceived as a threat, Rep. Matt Gaetz told reporters, “Absolutely not. We’re witness testing not witness tampering.” https://t.co/Qg1JcOm5Jh pic.twitter.com/YfBC2weUCC

— ABC News (@ABC)
27 febbraio 2019

“Tua moglie & tuo suocero sanno delle tue fidanzate? Forse questa sera rappresenta un buon momento per questa conversazione. Mi chiedo se lei ti rimarrà fedele quando andrai in prigione. Sta per venire a sapere molto…”, ha scritto Gaetz scatenando una bufera sui social.

Un sondaggio pubblicato da Le Figaro in vista delle elezioni europee attesta la Republique En Marche (Lrem), il partito di Emmanuel Macron, primo al 22%, con due punti di distacco sul Rassemblement National di Marine Le Pen. Non una percentuale da capogiro (per quanto da inquadrare in un sistema politico piuttosto frammentato, anche a destra) ma sintomatica della possibilità che il calo dei consensi del presidente francese abbia superato il picco negativo. Un’altra rilevazione di Odoxa dà infatti la popolarità di Macron (ovvero, la percentuale di cittadini che lo considerano un “buon presidente”) al 32%. Una cifra che equivale sì a meno di un terzo del campione ma costituisce un salto di cinque punti rispetto al minimo del 27% registrato a dicembre, quando il fenomeno dei gilet gialli diede voce alla rabbia della Francia profonda. 

Un movimento sempre più frammentato

Cosa è cambiato nel frattempo? In molti sostengono che larga parte della popolazione si sia stancata dei disordini che coincidono con le manifestazioni dei gilet gialli, citando fenomeni come quello dei “foulard rossi”. Questi ultimi sono però espressione dei ceti urbani, laddove, almeno sulla carta, i gilet gialli sarebbero espressione delle comunità rurali che si sentono emarginate. Appare più convincente imputare il relativo sgonfiamento del fenomeno alla frammentazione del movimento, incapace di esprimere un orientamento unitario o una lista unica da presentare alle elezioni europee di maggio.

Come ha insegnato il caso che ha coinvolto il M5s, anche a voler separare l’ala più accesa e movimentista da quella “dialogante” che intende costituire un’organizzazione politica da portare al Parlamento di Strasburgo (per la cronaca, Christophe Chalencon, quello che evocava la guerra civile, apparterrebbe a quest’ultima), è estremamente difficile orientarsi nel dibattito interno ai gilet gialli, un movimento con tanti capi e tante correnti i cui equilibri e rapporti reciproci mutano in modo vertiginoso. Ciò può aver disilluso molte persone che inizialmente avevano guardato con simpatia al movimento. E le manifestazioni del sabato non sono più affollate come quelle, oceaniche, di due mesi fa. Sempre secondo Odoxa, la percentuale di francesi che ritiene la protesta debba fermarsi è salita al 55% dal 49% del mese scorso.

Non solo. È possibile che la “Grande Consultazione Nazionale” lanciata da Macron abbia contribuito a smussare un poco la sua percezione come portatore degli interessi delle élite chiuso nella sua torre d’avorio. Senza contare che la proposta che innescò la protesta, il rincaro del carburante, è stata per il momento ritirata. I gilet gialli, per poter reggere, avrebbero dovuto dunque elaborare una piattaforma di rivendicazioni più ampia e strutturata, cosa che non è avvenuta.

Un “lungo esercizio di ascolto”

“Il lungo esercizio di ascolto ha prima di tutto catturato l’attenzione dei cittadini francesi”, sostiene Charles Lichfield, analista del gruppo Eurasia, “in secondo luogo ha coinciso con una visibile radicalizzazione di coloro che ancora insistono a protestare ogni sabato. La popolarità di Macron sta aumentando e il sostegno alla protesta sta calando”. 

Per Macron sarà comunque complesso mantenere le costose promesse con le quali ha sedato la protesta, dalla detassazione degli straordinari all’aumento del salario minimo, fino alla cancellazione (entro una certa soglia) dell’aumento dell’imposta sulle pensioni. Tutte misure che, applicate nella loro interezza, porterebbero a un consistente aumento del deficit. E la protesta dei gilet gialli non deve far dimenticare che Macron ha anche altri problemi: dall’affare Benalla al viavai di ministri all’interno del governo. Insomma, la sua popolarità sarà pure in ripresa ma gli restano da convincere oltre due terzi dei francesi.

 

“Gli italiani in Venezuela? Non è vero che sono benestanti, non più. Un tempo l’80% di loro viveva bene, sì. Oggi però basta una malattia per diventare povero. Il Consolato si fa in quattro per aiutare i nostri connazionali bisognosi, ma sono sempre di più quelli a cui servono assistenza e medicine. I farmaci non arrivano più, e quando si trovano hanno prezzi inaccessibili”.

Mauro Bafile è il direttore della Voce d’Italia, il giornale della comunità italiana che vive in Venezuela, circa 150 mila persone con il passaporto e un milione e mezzo considerando seconda e terza generazione. “Oramai hanno gli stessi problemi dei venezuelani”, spiega.

Mobili, calzature e petrolio: il business italiano decimato in 20 anni

“In passato la comunità italiana era costituita al 70% da piccole e medie imprese, persone semplici che però producevano – racconta Bafile, nato in Venezuela dal padre Gaetano, ex partigiano poi trasferitosi in Sudamerica –. L’imprenditoria italiana dominava anche nelle varie Camere di settore”, cioè eleggeva i propri rappresentanti. Mobilifici e calzaturifici, soprattutto, e poi il business del petrolio, la principale risorsa del Venezuela.

“L’economia venezuelana soffriva di instabilità già prima degli anni ‘90 – ricorda Bafile – ma la situazione per gli imprenditori è peggiorata vent’anni fa, con avvento del chavismo”. È l’era delle nazionalizzazioni, del passaggio di molte imprese sotto il controllo statale: “L’80% di quelle di Maracaibo che lavoravano per le società petrolifere, occupandosi di fare avanti e indietro tra i pozzi in mare e la terraferma, erano italiane. Sono state espropriate senza che gli imprenditori ricevessero niente in cambio”.

Tra 1998 e 2000 si contavano “12-13 mila aziende sparse in Venezuela”, oggi se ne stimano duemila. “Dati ufficiali però non se ne hanno, il governo non ne fornisce più”.

“I tagli alla fornitura di carta e le bande dei motociclisti”

Con il chavismo, sostiene Bafile, “si è innescato il vortice di una crisi che si fa sempre più acuta”. Se da un lato le politiche di Hugo Chavez avevano mirato a risollevare le condizioni di vita del popolo, dall’altra gli affari per gli imprenditori sono peggiorati: “Chi lavorava con le compagnie del governo aveva la valuta per poter importare le materie prime, gli altri avevano più problemi per ottenere liquidità”. Meno produzione, meno dipendenti, meno ricavi: il solito circolo vizioso. “Dire che Maduro ha provocato la crisi è inesatto – sostiene Bafile -. Non è però stato capace di trovare politiche economiche che mescolassero l’assistenza con uno sviluppo industriale in grado di garantire consumi e produzione”.

Detrás de las cifras está el padecimiento de cientos de miles de venezolanos por la falta de alimentos y medicinas.

El #23F nuestra #FANB debe acatar la orden y permitir el ingreso de la ayuda humanitaria para evitar más muertes.#23FVzlaALosCuartelesEnPaz pic.twitter.com/88cYjfoaiC

— Juan Guaidó (@jguaido)
20 febbraio 2019

Le difficoltà hanno colpito direttamente anche La voce d’Italia: nato come quotidiano cartaceo nel 1949, da sei anni pubblica solo online.

“Il governo ha il monopolio sulla carta e la fornisce soltanto ai giornali che si fanno megafono di propaganda, mentre noi siamo considerati un giornale dell’opposizione”, spiega Bafile. E poi ci sono le minacce, via telefono – “a volte anche in perfetto italiano” – e direttamente dai colectivos, le bande di motociclisti armati: “Sono l’equivalente delle squadre fasciste di Mussolini, il braccio armato del governo che punisce quando la polizia non può farlo”.

Gruppi di criminali che girano armati nelle strade della capitale e agiscono indisturbati: “Fino a qualche anno fa la nostra sede era a Sarrìa, zona nord della città, un’area popolare-industriale. I colectivos però hanno cominciato a prenderci di mira”. Nessun giornalista della Voce è stato aggredito fisicamente, anche grazie agli stessi abitanti della zona che “ci venivano ad avvertire del loro arrivo e noi abbassavamo le saracinesche della redazione”. La pressione, però, a un certo punto è cresciuta al punto da costringere il giornale a cambiare sede, spostandosi nel quartiere di Sabana Grande.

Elezioni, subito

Il Venezuela, che da un mese vive con due presidenti che non si riconoscono, continua ad attendere di scoprire il proprio futuro: “Non si capisce che cosa possa accadere a breve termine né quando la situazione possa esplodere” spiega Bafile. Il 23 febbraio, a trenta giorni dalla proclamazione di Guaido, gli aiuti umanitari hanno cercato inutilmente di passare la frontiera del paese. Quel che chiede la comunità italo-venezuelana, invece, sono “elezioni in tempo molto brevi, la libertà di chi è recluso e il ritorno di chi è in esilio”. 

“Il bilancio delle vittime è arrivato a 133 nei distretti di Golaghat e Jorhat per la tragedia dell’alcool di contrabbando”, ha detto Mukesh Agarwala, direttore generale aggiunto della Polizia di stato. “Sono state arrestate un totale di dieci persone, abbiamo inviato i campioni del liquore in un laboratorio forense e attendiamo l’esito”.

Secondo la ricostruzione della polizia, le persone hanno iniziato a stare male dopo aver consumato una partita di liquori prodotti illegalmente. Le vittime, fra cui molte donne, lavoravano nelle piantagioni di tè. I medici hanno detto che le persone in condizioni critiche soffrivano di vomito grave, estremo dolore al petto e dispnea.

Nell’inchiesta, per ora, oltre agli arresti due funzionari del dipartimento delle accise sono stati sospesi per non aver preso adeguate precauzioni riguardo alla vendita dell’alcol. Il liquore economico e di produzione locale è comune in alcune zone dell’India rurale, mentre i contrabbandieri aggiungono spesso metanolo – una forma altamente tossica di alcol a volte usato come antigelo – al loro prodotto per aumentare la sua forza. Se ingerito in grandi quantità, il metanolo può causare cecità, danni al fegato e morte. 

Una serie di esplosioni ha scosso la città nord-orientale nigeriana di Maiduguri, proprio prima dell’apertura dei seggi per le elezioni presidenziali e legislative. La città è stata spesso colpita da attentati del gruppo jihadista Boko Haram. Le esplosioni sono state udite dai residenti intorno alle 6.00 e le cause al momento sono ignote.

Oggi milioni di nigeriani, gran parte dei quali di età inferiore a 35 anni, sono chiamati alle urne in un clima di tensione dopo il rinvio a sorpresa di una settimana per problemi logistici, deciso dalla Commissione elettorale (Inec) poche ore prima dell’apertura dei seggi in programma il 16 febbraio. Al voto sono chiamati 83 milioni di elettori (ne sono attesi circa 73 milioni) per eleggere il Parlamento e il presidente per i prossimi 4 anni, tra un numero record di 73 candidati.

Si prevede un testa a testa tra il presidente uscente, Muhammadu Buhari, 76 anni, leader del Congresso di tutti i progressisti (Apc), e il suo principale sfidante, l’imprenditore del settore petrolifero Atiku Abubakar, 72 anni, alla guida del Partito democratico popolare (Pdp) di centro-destra. La Nigeria è la nazione africana più popolosa e la prima economia del continente.