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Sono ultrasessantenni, americane, e hanno deciso di dedicare la loro seconda vita alla cannabis. Sono le "marijuana entrepreneur", imprenditrici di successo che grazie ad una serie di idee vincenti hanno dato vita ad aziende e progetti che ruotano intorno alle droghe leggere. Un vero e proprio trend, dato il numero in forte crescita di donne d'età compresa tra i 50 e i 70 anni che hanno avviato delle attività imprenditoriali legate alla cannabis. Tutte hanno tratto ispirazione dalla propria esperienza personale, essendo consumatrici di marjuana ad uso terapeutico oppure vicine a familiari che la utilizzano. 

Come Jeanine Moss, sessantadue anni, di Marina Del Ray, in California. Nel 2014 un problema alle ossa l'aveva costretta a lasciare il suo lavoro di consulente commerciale. Dopo l'operazione all'anca, i dottori le prescrissero delle medicine a base di oppiacei che le provocavano disorientamento e stordimento. Furono questi disturbi a spingerla a provare la marijuana ad uso terapeutico, legale in California. Dopo una settimana la signora aveva abbandonato tutte le medicine tradizionali. Jeanine racconta, però, l'imbarazzo generale che provavano lei e gli altri coetanei nella sua situazione, soprattutto nel trasportare la marijuana. Si sentivano "come adolescenti in preda al senso di colpa".

Leggi anche questo articolo sul business della cannabis nel mondo

Da questa esperienza personale, nel 2015 è nata l'idea di creare una linea di borse e contenitori ermetici in grado di bloccare l'odore, restituendo serenità alle persone che acquistano marijuana per curarsi. Oggi la sua azienda, AnnaBis, offre una serie di eleganti prodotti per signore che abbinano fashion e utilità, garantendo la massima discrezione. 

Ma Jeanine non è la sola. "Si tratta sicuramente di un trend", come conferma Troy Dayton a capo di Arcview Group, una compagnia che conduce ricerche di mercato legate all'industria della cannabis. Secondo Dayton, nel 2016 il mercato legato alla marijuana medica e a uso ricreativo ha toccato i 6,7 miliardi con un incremento del 34% rispetto all'anno precedente. Il 36% degli imprenditori in questo settore è costituito da donne, secondo la rivista Marijuana Business Daily. Una cifra incredibile, se si considera che in generale nelle aziende solo il 22% dei dirigenti è in quota rosa. Il motivo? Si tratta di un campo nuovo, in divenire. "Non ci sono pregiudizi nei confronti delle donne di qualsiasi età" come invece accade in altri settori. Lo conferma Nancy Whiteman, 58 anni, comproprietaria di Wana Brands, una azienda del Colorado che vende gomme e caramelle a base di tetraidrocannabinolo, principio attivo della cannabis. 

Le donne mature, reduci da lunghe carriere, in sostanza sono state capaci di recepire prima degli altri le opportunità imprenditoriali di questo mercato, come evidenzia il ricercatore della Brookings Institution, John Hudak, nel suo libro "Marijuana: A Short History".

Il New York Times racconta la storia di Jane Heatley, sessantasei anni. Dopo una carriera trentennale nel settore immobiliare, nel 2010 la signora era stata costretta a trasferirsi in California per assistere la madre che aveva avuto un ictus. E così aveva iniziato a somministrare cannabis all'anziana per combattere le sue indigestioni, nonché una forma di depressione. Dopo la morte della mamma, Jane ha deciso di aprire la sua propria farmacia. Oggi è a capo della William Noyes Webster Foundation che si occupa di farmacie specializzate. Non è la sola. Frances Sue Taylor, 69 anni, insegna agli anziani i benefici della marijuana e aprirà presto a Berkeley una farmacia rivolta agli over 50. Lyn Kusher, invece, ha 66 anni ed ha fondato Ma Kush's Natural, una compagnia californiana che vende saponi, creme e dolcetti a base di cannabis. Anche la signora e' arrivata ad utilizzare cannabis per ragioni legate alla terapia del dolore. Dopo un intervento all'anca, Lyn aveva scoperto i benefici di un unguento a base di cocco e tetraidrocannabinolo, con cui trattava la parte dolorante. Dalla sua esperienza e' nata l'idea di creare questo tipo di creme anche per altre persone anziane con lo stesso tipo di dolori. 

I risultati delle ultime statistiche fanno ben sperare le signore della marijuana, visto che dal 2006 al 2013 l'uso di cannabis tra gli adulti di eta' compresa tra i 50 e i 64 anni è aumentato del 60%. Percentuale che tocca il 250% per gli anziani che superano i 65 anni. 

 

Arriva il farmaco che abbronza la pelle senza i danni dei raggi UV, stimolando la produzione di melanina restando lontani dai raggi solari. Ma i patiti della tintarella farebbero bene a frenare gli entusiasmi: gli scienziati non hanno alcuna intenzione di trasformarlo in un cosmetico.

Lo scopo è quello di aprire nuove strade alla ricerca contro il cancro della pelle e l'invecchiamento. La notizia arriva dal Massachusetts General Hospital, dove il team di ricercatori ha sviluppato la molecola che stimola la pelle a produrre la melanina. 

Sui topi 'abbronzatura estrema' reversibile

Per ora l'esperimento  – riportato sulla rivista medica Cell Reports – è stato effettuato su lembi di pelle destinati alla ricerca e sui topi. Dopo 7 giorni, la pelle dei roditori è diventata nera. Un'abbronzatura estrema, dunque, ma reversibile: dopo 2 settimane l'effetto era svanito senza danni collaterali.

Secondo i test questo farmaco funzionerebbe anche sulle persone con i capelli rossi e con un fototipo molto chiaro e delicato, tendente alle scottature. Capelli rossi e pelle molto chiara, infatti, sono tra i fattori di rischio associati al melanoma, il tumore della pelle legato all'esposizione al Sole.

Come funziona

I raggi UV abbronzano la pelle danneggiandola. Il farmaco, invece, salta l'intera catena di reazioni chimiche che inducono la pelle a produrre la melanina per proteggersi dai danni (in sostanza inibiscono una proteina chiamata chinasi Na+ inducibile (SIK) che lavora come interruttore di spegnimento della fabbrica di melanina). Basta strofinarlo sulla pelle per dare il via alla produzione della melanina.

"Ha un potente effetto abbronzante", spiega David Fisher, uno dei ricercatori. "Sotto la lente del microscopio si può osservare davvero una produzione del pigmento senza passare per gli UV". 

Come si legge sulla ricerca, sulla pelle umana in vitro il farmaco ha avuto come effetto di causare una macchia marrone che, a differenza degli spray abbronzanti che tingono lo strato esterno di cellule morte della pelle, è dovuta alla produzione di melanociti che danno all'epidermide un colore naturale

"Non diventerà un cosmetico"

Si tratta di un modo di abbronzarsi completamente diverso dall'autoabbronzante, che colora la pelle senza la protezione della melanina. Tuttavia gli scienziati non hanno dubbi: la loro scoperta non diventerà un cosmetico. La vera missione dei ricercatori è quella di mettere a punto nuove strategie per la protezione della pelle dai raggi UV e dal cancro, settore in cui non sono ancora stati compiuti grandi progressi.

"E' frustrante!", ha aggiunto Fisher. "Il pigmento scuro è associato a un più basso rischio di contrarre il cancro della pelle". E la melanina prodotta dal farmaco formerebbe una barriera contro i raggi UV. L'impatto della scoperta "potrebbe essere enorme", dunque. 

Allo studio una crema protettiva 

Intanto gli scienziati sono al lavoro per combinare il farmaco con una crema solare in modo da offrire una barriera protettiva altissima. "Tutti devono utilizzare creme solari", ha spiegato Fisher riconoscendo che il punto debole di queste lozioni è quello di dare un colorito pallido. Ma prima che arrivi in commercio – assicura la BBC – bisognerà attendere che superi tutti i test. 

 

Per i britannici non è facile sentirsi sicuri. La paura di un nuovo attacco terroristico non abbandona i cittadini, ancora molto scossi dai tre attentati (22 marzo a Westminster, 22 maggio a Manchester e 3 giugno al London Bridge e al Borough Market) che in poco meno di tre mesi hanno colpito la Gran Bretagna. Non è un caso che in tutto il Paese siano in aumento – si legge sull’ Independentle iscrizioni ai corsi di autodifesa. Soprattutto dopo che in due casi su tre i terroristi hanno usato coltelli da cucina come arma per uccidere. “Di fronte all’esplosione di bombe o ai colpi di arma da fuoco – spiega il capo dell'istituto universitario Combat Academy britannico, Reece Coker, al ‘Times’ – le persone tendono a pensare che non ci sia molto da fare. Ma viste le ultime modalità di attacco dell’Isis, killer che vagano per le strade con coltelli da cucina, si tende invece a credere che con una giusta preparazione ci si possa difendere”.

Leggi anche: Coltelli viola e borse piene di sabbia. Il giallo dell’attacco a London Bridge

A Londra è boom di corsi di autodifesa

“L’interesse verso i corsi di autodifesa è aumentato notevolmente – ha dichiarato un rappresentante di una scuola sempre al ‘Times’ – già dopo l’attentato al Parlamento di Westminster. Le persone vogliono imparare a proteggersi in caso ci sia un altro attacco”.

Un’ altra scuola ha confermato che subito dopo l’attentato di sabato 3 giugno, dove 7 persone sono morte e 36 sono rimaste ferite, le richieste per i corsi sono state più numerose rispetto a prima. Un istruttore ha raccontato che ha dovuto creare delle liste di attesa, tante sono le richieste, per cercare nuovi insegnanti.

Nella sua scuola le domande di iscrizione ai corsi sono aumentate del 70% dal 22 marzo, quando Khalid Masood ha investito con la sua auto una dozzina di passanti sul ponte di Westminster, a pochi metri dal Parlamento britannico, e ha attaccato un poliziotto di guardia all'entrata dell'edificio, ferendolo a coltellate, prima di essere ucciso da due agenti in borghese. In questo caso sono morte 4 persone e 40 sono rimaste ferite.

I consigli di sicurezza del governo inglese

Il governo inglese ha pubblicato un video dove viene spiegato cosa bisogna fare in caso ci si trovi coinvolti in un attacco terroristico. Tra i consigli c’è quello di correre e provare a nascondersi. Non viene incoraggiato il combattimento. Anche se, come raccontano i responsabili della sicurezza e il personale del ristorante colpito dai terroristi nella zona del Borough Market, il lancio di bottiglie e bicchieri durante l’attacco nel locale ha ostacolato i terroristi e probabilmente salvato delle vite.

Le raccomandazioni

  1. Correre. Cercare un luogo più sicuro, coinvolgendo anche le altre persone.
  2. Nascondersi. Se non si ha la possibilità di scappare e meglio cercare un posto sicuro dove nascondersi. E’ meglio stare in silenzio, silenziare la suoneria e la vibrazione del telefono.
  3. Raccontare ciò che sta succedendo. Se le condizioni lo permettono è consigliato chiamare subito la polizia per fornire quanto più dettagli possibili su cosa è stato visto o sta accadendo.
  4. Eseguire gli ordini delle forze dell'ordine. In questo caso è necessario mantenere la calma, evitare i movimenti improvvisi e tenere le mani bene in vista.
  5. Avere in mente un piano per la propria sicurezza.

Per approfondire:

 

Lamya Aji Bashar abbassa lo sguardo quando parla, con un'espressione tra l'impaurito e l'incredulo. In pochi mesi, a soli 18 anni, la sua vita è passata dalla morte (rischiata, sfiorata e in alcuni momenti sperata) ad una nuova rinascita, da schiava del sesso in Iraq dove è stata rapida dai guerriglieri del sedicente Stato Islamico al Parlamento Europeo dove lo scorso dicembre ha ricevuto il premio Sakharov diventando così "ambasciatrice" del popolo yazida e paladina della lotta per i diritti umani. L'abbiamo incontrata a Venezia, alla Venice School Eiuc (Centro Inter-Universitario per i Diritti Umani e la Democratizzazione (EIUC) / Global Campus of Human Rights) dove ha partecipato ad una conferenza dal titolo “La violazione dei diritti umani nella comunità Yazidi da parte dell’ISIS”.


Le persone hanno iniziato a parlare delle persecuzioni subite dalla minoranza yazida, in particolare della violenze e delle torture subite da donne e bambini, da parte del sedicente Stato Islamico, solo in tempi recenti. E forse ancora oggi si fatica a comprendere le dimensioni del fenomeno. Secondo lei perché esiste ancora una percezione così vaga del massacro che sta avvenendo? E cosa potrebbe fare la comunità internazionale a riguardo? 

Sfortunatamente la reazione del mondo intero è arrivata troppo tardi e ogni giorno ci sono priorità che mettono i diritti umani in secondo piano. La lotta all'Isis è al momento troppo impegnata a sconfiggere la minaccia terroristica e il mondo occidentale è preoccupato per gli attentati e per quei pochi europei che si sono uniti come foreign fighters. I paesi musulmani sono troppo impegnati a gestire lo scontro tra sunniti e sciiti. E, come se non bastasse, abbiamo il problema siriano e la competizione tra Usa e Russia. Queste sono le vere priorità delle politiche mondiali contro l'Isis, non le questioni relative ad una piccola minoranza come gli yazidi. Gli yazidi sono perseguitati da centinaia di anni e hanno subito 72 massacri durante la loro storia dolorosa. E questo solo perché credono a Dio in un modo differente da quello dei musulmani. è lo stesso Dio, lo stesso che non permetterebbe a nessuno di uccidere altre persone. Penso però che la comunità internazionale abbia la responsabilità di proteggere anche minoranze cosi piccole. Gli yazidi, come i cristiani e tutti i non musulmani in Iraq, necessitano di una speciale "safe zone" dotata di una protezione internazionale e garantita. Dopo questo il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbe riferire dei crimini commessi contro gli yazidi davanti alla Corte Penale Internazionale per punire queste persecuzioni. 

Ora ha iniziato la sua "seconda vita" in Germania. Quanto difficile è stato, materialmente ma anche psicologicamente, fuggire da quella che in ogni caso resta e resterà per sempre la sua terra e reinserirsi in una società cosi differente? Ha trovato degli ostacoli o delle resistenze nell'integrarsi?

Ho perso il mio villaggio, i miei genitori, i miei due fratelli. Ho mia sorella e i suoi quattro figli ancora prigionieri. Ho perso tutto in Iraq. E non c'è modo di riportare indietro la mia vita. L'ong tedesca Luftbrücke Irak mi ha portato in Germania e ho subito notato come la Germania e in genere gli europei ci accolgono e proteggono affettuosamente. Guardo con stupore come i dottori, le autorità, i vicini di casa e anche le normali persone che incontro per strada si comportano con me, senza chiedermi qual è la mia religione, da dove provengo o che stile di vita adotto. è una novità sconvolgente per me. Qui ho iniziato una nuova vita. Ora sono una donna adulta, con terribili incubi dentro di me. Incubi che mi inseguono e perseguitano mentre corro verso un obiettivo certo che è difendere i valori umani ed essere la voce delle donne de di bambini vittime dell'Isis. 

E' cambiato qualcosa nella sua vita dopo il conferimento del premio Sakharov? E come pensa eventualmente di riuscire ad impegnarsi in futuro per la causa yazida?

Grazie al Parlamento Europeo che mi ha conferito il premio Sakharov mi si è aperta una nuova porta di un valore immenso: entrare in contatto con i politici del mondo per portare i mio messaggio. E questo aiuterà a tenere il mondo intero consapevole delle sofferenze degli yazidi. 

Qual è stato il momento più duro del suo rapimento? Ha mai perso la speranza di riuscire un giorno a tornare libera?

Ogni minuto è stato per me la morte. Nei primi giorni sono stata separata dalla mia famiglia, ero senza speranza ma ho iniziato subito a pianificare una fuga. Ci ho provato quattro volte. Ogni volta venivo catturata, punita e torturata ma non ho mollato. Mi sono augurata di morire molte volte. Mi auguravo che gli attacchi aerei colpissero il magazzino dove costruivano le bombe dei kamikaze in modo da morire assieme a quei criminali. Ma non accadeva mai. Mi sono augurata che bombardassero l'ospedale di Hawija, l'ultimo luogo dove sono stata catturata e dove si trovavano molte ragazze e bambini yazidi violentati come me. Ma questo purtroppo e per fortuna non accadeva mai. 

Negli ultimi anni da più parti in dell'Europa si fa una grande confusione quando si parla di migranti e richiedenti asilo. Si confondono spesso i bisogni e i problemi dei migranti provenienti dalla Siria o Africa, di chi scappa da guerre o da situazioni di instabilità politica, da persecuzioni o da regimi e chi invece scappa da uno stato di povertà e cerca un futuro migliore. E non è un mistero che esistano anche gruppi che politicamente sfruttano questa mancata distinzione. Cosa dovrebbe fare in questo senso la comunità internazionale e che ruolo dovrebbero avere i principali gruppi politici europei nell'educare o eventualmente sensibilizzare i cittadini europei?

Penso che ognuno dovrebbe tenere presente i diritti umani ogni volta che ha a che fare con l'altro, con il diverso. Nessuno lascia la sua terra senza una ragione, qualunque sia questa ragione. La terra e le comunità che ospita dovrebbe trattare la questione dei migranti tenendo ben presente i diritti umani per costruire una convivenza proficua per tutti. E i migranti devono impegnarsi per integrarsi nella nuova comunità e a fare accettare i propri valori e la propria cultura. 

Lei conosce bene la ferocia e la disumanità insita nelle menti di adepti e simpatizzanti del cosiddetto "Califfato nero". Chi ha avuto la fortuna di non conoscere da vicino quella ideologia di morte si costruisce un'idea fatta delle notizie che si leggono sui giornali e dei video che compaiono in tv o in internet. Lei porta con se sicuramente immagini, scene, forse anche semplici dettagli che possono descrivere meglio di mille parole cos'è l'Isis… se la sente di condividerne qualcuna? 

L'Isis usa i più orridi e terribili metodi per spaventare la gente, ma anche come parte integrante della sua ideologia. Trovano in ogni crimine una giustificazione religiosa, usano il lavaggio del cervello per convincere i bambini ad imbottirsi di esplosivo, dicono loro che il profeta Maometto è contro i loro genitori infedeli, praticano torture e punizioni di ogni tipo, tagliano le mani e decapitando, violentano i bambini davanti alle loro madri e violentano le madri obbligando i bambini a guardare. Migliaia, migliaia di atrocità indicibili e indescrivibili che sono devastanti per chi le subisce. 

La cosa forse più atroce per tutti i cittadini del mondo è rendersi conto che la politica del terrore dell'Isis valica ogni tipo di confine e dinamica. Come può una società civile proteggersi di fronte ad una minaccia fatta di cani sciolti e attentati improvvisati che ogni giorno si dimostra quindi più liquida, asimmetrica e per definizione quasi impossibile da prevenire? Spesso si chiede alle comunità musulmane di condannare apertamente il loro operato. Potrebbe servire secondo lei?

Penso sia un problema del mondo islamico risolvere la minaccia terroristica poiché questi gruppi usano la religioni come uno strumento per uccidere innocenti. Per questo i vertici dell'Islam sono chiamati a lottare contro questa ideologia delirante. 

Lei, seppur come profonde cicatrici nel corpo e nell'anima, è riuscita a raggiungere un paese migliore, una società migliore che, e ce lo auguriamo con tutto il nostro cuore, sarà in grado di garantirle un futuro felice e tutelato. Se potesse raggiungere con un messaggio tutte quelle ragazze yazide che stano vivendo o hanno vissuto quello che ha vissuto lei, cosa le direbbe? 

Se potessi parlare alle vittime yazide direi loro di non mollare. A chi è ancora li dico: Daesh sta cercando di eliminare voi e la nostra minoranza ma la comunità yazida è ancora li. E io sono la sua voce. Un giorno anche voi sarete liberi e il mondo dovrà trovare per noi tutti una soluzione per garantirci una nuova vita. Noi lavoreremo giorno e notte per portare i nostri aguzzini davanti alla giustizia. Alle madri che hanno perso i loro figli voglio dire: questa non è la fine del mondo, il vostro incubo prima o poi finirà. Poi potremo ricominciare a vivere e romperemo finalmente il muro del dolore portando la nostra voce in tutto il mondo.

La proposta di legge sulla cittadinanza per i figli di immigrati nati in Italia, o che in Italia hanno studiato, è tornata al centro delle polemiche dopo l’accelerazione del Pd in Parlamento. I democratici vorrebbero infatti far approvare definitivamente la legge da Camera e Senato prima che termini la legislatura, ma si scontrano con la dura opposizione di Lega Nord e destra, oltre che con l’astensionismo del Movimento 5 Stelle. E giovedì 15 in Senato è andata in scena una bagarre con tanto di feriti.

Il premier Gentiloni, parlando a 'Repubblica delle Idee' a Bologna, ha detto che "è arrivato il tempo di poter considerare a tutti gli effetti questi bambini come cittadini italiani, glielo dobbiamo; è un atto doveroso di civiltà e spero che il Parlamento lo faccia molto presto". 

Come funziona negli altri Paesi

Attualmente in Italia la cittadinanza si trasmette da genitore a figlio secondo il principio dello ius sanguinis che si distingue dallo ius soli (il quale, invece, presuppone l'acquisizione della cittadinanza in base al luogo di nascita). Nel nostro Paese, vengono considerati italiani tutti coloro che hanno almeno un genitore italiano, i discendenti di italiani che sono in grado di dimostrare la catena parentale fino ai parenti italiani e gli apolidi e i figli di ignoti nati in Italia. Vediamo come funziona negli Usa e in Europa.


  1. STATI UNITI – La legge sulla cittadinanza Usa prevede lo ius soli e cioè la possibilità di essere cittadini per il semplice fatto di essere nati sul territorio degli Stati Uniti. La cittadinanza americana dura tutta la vita, a meno che non si rinunci ad essa. Con l'entrata in vigore del 14esimo Emendamento della Costituzione il 9 luglio 1868, la cittadinanza delle persone nate negli Stati Uniti è stata regolata da una clausola in cui si afferma: "Tutte le persone nate o naturalizzate negli Stati Uniti, e soggette alla loro giurisdizione, sono cittadini americani e dello Stato in cui risiedono".

    La clausola è stata modificata da un ordine presidenziale nel 1988 e allargata anche allo spazio navale e a quello aereo. Quindi, un bambino nato su una nave straniera che transita nelle acque territoriali statunitensi, ossia in un raggio massimo di 12 miglia nautiche, oppure su un aereo che stava sorvolando il territorio americano, acquisisce automaticamente la cittadinanza statunitense. Lo 'ius solì negli Stati Uniti assume un rilievo particolare anche dal punto di vista istituzionale, poichè per essere eletto presidente degli Stati Uniti un candidato dovrà essere inderogabilmente nato su territorio americano.
     
  2. GRAN BRETAGNA – La Gran Bretagna non ha un ius soli dalla nascita, ma l'accesso alla cittadinanza è facilitato. A Londra non esiste uno ius soli puro. Il bambino che nasce sul territorio britannico anche da un solo genitore già in possesso della cittadinanza britannica, o che è legalmente residente nel Paese da tre anni, è automaticamente cittadino del Regno Unito. La cittadinanza si acquisisce anche in seguito a tre anni di matrimonio con un cittadino britannico. In pratica la cittadinanza non è considerata un'azione umanitaria, o la concessione di un diritto, nè un atto di accoglienza: è invece una strategia dello stato che associa delle persone o dei gruppi ad un sistema di doveri e di diritti, in funzione dell'idea che lo stato ha di se stesso e della dimostrazione della sua priorità logica e giuridica rispetto a comunità, religioni, appartenenze politiche.
     
  3. IRLANDA – A Dublino vige come attualmente in Italia lo ius sanguinis, ma se un bambino nasce da genitori di cui almeno uno risiede nel Paese regolarmente, quindi con permesso di soggiorno, da tre anni prima della sua nascita, allora ottiene immediatamente la cittadinanza irlandese.
     
  4. GERMANIA – "La legge sulla cittadinanza tedesca è qualcosa di relativamente complicato": il ministero degli Esteri tedesco non incoraggia certo, nel suo sito web, chi voglia acquisire la cittadinanza della Germania ma le cose, in realtà, sono più semplici. Quello stabilito dalla legge sulla nazionalità varata dal Bundestag e entrata in vigore l'1 gennaio del 2000 è uno ius sanguinis temperato: un bambino nato in Germania a partire da quella data puo' ricevere la cittadinanza tedesca anche se entrambi i genitori sono stranieri. L'unica condizione è che uno dei genitori sia legalmente residente in Germania da otto anni (e abbia un diritto di soggiorno) o da tre anni ma con un permesso di soggiorno permanente.

    Tra i 18 e i 23 anni di età il minore che ha acquisito la cittadinanza in questo modo sarà chiamato a scegliere tra quella ricevuta in Germania e quella originaria dei genitori. Per quel che riguarda la naturalizzazione, a chi voglia acquisire la cittadinanza tedesca è richiesto, oltre agli otto anni di residenza regolare, di riconoscersi nella Costituzione della Germania; di essere in grado di sostenere sè stessi ed i familiari che hanno diritto ad essere sostenuti senza dover ricorrere al welfare; di non aver subito condanne penali (con eccezione di reati lievi); di dimostrare una sufficiente conoscenza della lingua tedesca. La Germania continua ad attrarre cittadini di altri paesi europei, ma negli ultimi mesi sembra particolarmente ambita dai britannici: nel 2016 ben 2.865 sudditi di Sua Maestà hanno mollato la Regina per la Cancelliera e ottenuto la cittadinanza da Berlino. Per l'Istituto di statistica tedesco l'aumento è stato del 361% rispetto all'anno precedente. "Il legame con Brexit è chiaro", ha fatto sapere l'Istituto. Lo scorso anno sono stati 110.400 gli stranieri che hanno ottenuto la cittadinanza tedesca (+2,9% rispetto al 2015).
     
  5. FRANCIA – Terra d'immigrazione da generazioni, ma anche di conflitti sociali e di tensioni, la Francia ha una lunga tradizione giuridica e politica di legislazione sulla cittadinanza. Di fatto quello francese è un modello non dissimile da quello italiano, in cui lo ius soli strettamente inteso non esiste e chi nasce nel territorio del Paese non è automaticamente cittadino francese.
  • Ottiene la cittadinanza il ragazzo nato da genitori stranieri quando compie la maggiore età, se in quel momento ha vissuto stabilmente in Francia per un periodo di almeno cinque anni.
  • Un bambino nato in Francia da un genitore straniero, ma a sua volta nato in Francia invece, viene considerato francese di nascita.
  • Chi nasce sul territorio della Repubblica da genitori stranieri nati all'estero, otterrà la cittadinanza al compimento della maggiore età se a quella data la sua residenza abituale è in Francia o se ha vissuto nel Paese per un periodo continuo o discontinuo di almeno 5 anni, a partire dagli 11 anni di età. Prima della maggiore età può richiedere la cittadinanza francese su richiesta dei suoi genitori, (tra i 13 e i 16 anni) o su richiesta personale (tra i 16 e i 18) a seconda della durata della sua residenza nel Paese.
  • Negli ultimi anni però la situazione è cambiata, sono cresciuti i conflitti sociali a sfondo religioso e in un Paese che si è sempre considerato la patria dell'accoglienza, la stretta sui diritti è evidente. La legge del 26 novembre del 2003 ha stabilito che lo straniero che intende ottenere la nazionalità francese deve avere una sorta di 'patente' di francesità: giustificare cioè la sua "assimilazione alla comunità francese" attraverso colloqui individuali che tengano secondo del suo livello di studi. Dovrà dimostrare la sua conoscenza della lingua, dei diritti e doveri conferiti dalla nazionalità e dei principi i valori essenziali della Repubblica.
  • La situazione è peggiorata dal 2015, dopo gli attentati alla redazione di Charlie Hebdo e quelli del 13 novembre. Il dibattito su come coniugare lotta al terrorismo terrorismo e difesa dei diritti si è fatto feroce. L'allora presidente Francois Hollande sulla scia dell'ondata emotiva delle stragi, aveva proposto una modifica costituzionale per revocare la cittadinanza francese ai cittadini con doppio passaporto condannati per reati di terrorismo. La questione è andata avanti per mesi, sollevando forti critiche sia da destra che da sinistra e le dimissioni del ministro della Giustizia, Christiane Taubira. Un anno dopo Hollande, indebolito da un gradimento sempre più fragile, ha rinunciato a portare avanti la proposta, ma in una nazione ferita dagli attentati messi a segno principalmente da cittadini francesi di origine musulmana, la questione rimane aperta.

 

A quattro giorni dall’incendio che ha completamente distrutto la Grenfell Towe di Londra, la lista delle vittime segna 30 morti accertati ma almeno 70 persone risultano ancora disperse, e la rabbia popolare non accenna a sgonfiarsi

Centinaia di persone si sono riunite venerdì sera davanti ai municipi di Kensington e Chelsea per protestare contro la gestione del disastro, chiedendo più informazioni su familiari e amici dispersi e maggiore aiuto da parte delle autorità. Tra i 50 e i 60 dimostranti sono anche entrati nel municipio. E’ arrivata la polizia e ci sono stati momenti di tensione. “La gente era frustrata ed è entrata nell’edificio. Non hanno fatto nessuna forzatura, sono entrati e si sono fermati nell’ingresso, solo per parlare”, ha sottolineato Mustafa Mansour, tra gli organizzatori della protesta, confermando che, dopo l’arrivo delle forze dell’ordine, c’è stato “un confronto fisico” tra le due parti.

Centinaia di persone hanno chiesto “giustizia per Grenfell”

Un’altra manifestazione è partita fuori dal dipartimento per le comunità e il governo locale, attraversando poi Londra, da Whitewall lungo Downing Street fino a Broadcasting House a Oxford Street. Per la strada risuonavano slogan come “giustizia per Grenfell” e “nessuna giustizia, nessuna pace”.

“Siamo qui oggi perché dobbiamo guardare a quell’edificio con le lacrime che rigano le nostre facce”, ha spiegato una donna, mentre da un megafono un uomo urlava, “vogliamo risposte e le vogliamo adesso. Questo non dovrebbe succedere nel Regno Unito”. Una veglia si è poi svolta a Latymer Christian Centre, poco lontano dal luogo dell’incendio, dove sono stati osservati due minuti di silenzio per le vittime. Altre manifestazioni di protesta sono previste per oggi, e potrebbero andare a intrecciarsi con le iniziative organizzate dal movimento anti-Tory indette in seguito alle elezioni dell’8 giugno.

La manifestazione inizialmente indetta per mezzogiorno sotto il municipio di Kensington è stata posticipata “alla luce della situazione estremamente mobile e delle proteste avvenute venerdì”, come hanno spiegato su Facebook gli stessi organizzatori, Grenfell Action Group e Radical Housing Network, tornando a chiedere che le autorità locale di Kensington e Chelsea siano responsabili per le morti, che le richieste dei residenti corrisposte e che questa atrocità non possa più succedere”.

Le proteste contro la May

La rabbia dei manifestanti è rivolta contro la premier Theresa May, che venerdì è stata contestata al Clement James Centre, a Kensington Nord, dove ha incontrato i residenti della torre. Decine di persone si sono raccolte fuori dal centro e ci sono stati momenti di tensione mentre gli organizzatori cercavano di riportare la calma. La visita si è chiusa velocemente con il capo del governo costretta a lasciare il sito: le viene rinfacciata una visita tempestiva sul luogo del disastro, che non c’è stata, al contrario di quanto fatto dalsindaco di Londra, Sadiq Khan, e dal leader dell’opposizione laburista Jeremin Corbyn.

La May si è giustificata sottolineando che “il governo sta rendendo disponibili i fondi, ci stiamo assicurando di andare a fondo di quanto è successo, ci assicureremo che le persone vengano rialloggiate”. E a prendere le sue difese è stato anche Damian Green, nominato di recente primo segretario di Stato, che ha parlato di critiche “completamente ingiuste”. “Lei è sconvolta da quello che è successo come tutti noi”, ha sostenuto intervenendo alla Bbc. “Assolutamente, lei ha lo stesso livello di empatia e orrore verso questi eventi di tutti gli altri”, ha aggiunto, assicurando che il governo nominerà un presidente che guidi l’inchiesta sul caso “nei prossimi giorni piuttosto che settimane”. La taskforce sarà formata da rappresentanti del consiglio e del governo e sarà sulla scena per “rispondere alle domande”.

Taskforce che si è riunita stamane a Downing Street, presieduta dalla May, per assicurarsi che venga fatto tutto il possibile per sostenere le persone toccate dalla tragedia di Grenfell”. Successivamente, il premier incontrerà “un gruppo di residenti, vittime, volontari e leader della comunità”.

Il messaggio della regine Elisabetta nel giorno del compleanno

Ben altra accoglienza aveva ricevuto la regina Elisabetta II che, accompagnata dal nipote William, venerdì si era recata al Westway Sport Centre, celebrando il “coraggio” dei pompieri e “l’incredibile generosità” dei volontari. Con un messaggio senza precedenti diffuso nel giorno in cui nel Regno si festeggia il suo compleanno, il secondo sabato di giugno, la monarca ha parlato di “umore nazionale molto cupo”, sottolineando che il Regno Unito è stato “testimone di una successione di terribili tragedie” nelle ultime settimane.

Il cammino dell'umanità è fatto di corsi e ricorsi storici. La grande intuizione filosofica di Gambattista Vico si ripropone con tutta la sua forza in questi giorni, in queste ore. Il presidente Donald Trump si trova indagato per 'ostruzione alla giustizia' per coprire il cosiddetto 'Russiagate'. Questo accade esattamente 45 anni dopo il più clamoroso caso di spionaggio della storia americana che divenne universalmente noto come il 'caso Watergate' e portò alle dimissioni di un altro presidente, Richard Nixon. 

Nixon e Trump, la storia sembra ripetersi

Un presidente, forse all'oscuro di un'operazione di spionaggio, si adoperò con tutte le sue forze per coprire la vicenda, al punto da licenziare il procuratore che indagava. Un'azione definita 'criminale' che, anche grazie alla campagna stampa del Washington Post, portò all'accusa di aver ostacolato la giustizia. Una sorta di anticamera all'impeachment. Il presidente si chiamava Richard Nixon e non subì l'onta dell'impeachment perché preferì dimettersi. Era il 1974.

Per approfondire: similitudini e differenza tra Watergate e Russiagate

Oggi, nel 2017, la storia sembra ripetersi. Il licenziamento in tronco del direttore dell’Fbi, James Comey, da parte di Donald Trump continua a evocare lo scandalo del Watergate e la stampa si è scatenata, richiamando alla memoria similitudini con il terremoto che, iniziato con la scoperta nel 1972 di un’intrusione nel quartier generale dei Democratici a Washington, portò due anni più tardi il presidente a lasciare la Casa Bianca.  

Tutto iniziò la notte del 17 giugno 1972

Alle 2.30 del mattino del 17 giugno 1972 una donna telefona alla polizia è dice di vedere delle strane luci, in piena notte, provenienti da un appartamento di fronte al suo, nel Watergate. Si tratta di un complesso a forma di onda posto lungo la riva del fiume Potomack, a Washington, grosso modo tra il Dipartimento di Stato ed il quartiere di Georgetown. Un comprensorio di appartamenti e uffici che ospita un albergo.

Nel 1972 uno degli uffici è occupato dalla sede del Comitato Nazionale del Partito Democratico, che punta a strappare la Casa Bianca a Richard Milous Nixon, l'uomo del Vietnam e dei bombardamenti al napalm. Sarà invece lui, Nixon, a vincere quell'anno con una affermazione a valanga sull'iperliberale George McGovern: 60 per cento del voto popolare e tutti i grandi elettori in palio, tranne la manciata di quelli che vengono dal Massachussetts, l'unico stato dell'Unione che va ai democratici.

Ma il baco che avrebbe portato alla rovina quella vittoria storica ed il suo artefice inizia a guastare la mela quella notte.

Beccati con le 'mani nella marmellata'

Alle 2,30 del mattino, dopo una telefonata alla polizia, dentro l'ufficio, con le mani nella marmellata, si fanno beccare in cinque: tre esiliati cubani (una costante, quando si tratta di storiacce di complotti nell'America di quegli anni) più un cittadino americano di origini cubane e un misterioso quinto uomo. Si sono portati dietro tutto un armamentario di macchine fotografiche, attrezzi da scasso e persino penne che sparano gas lacrimogeno. Una circostanza, quest'ultima, che rende veramente poco credibile la giustificazione che lì per lì loro forniscono ai poliziotti, e cioè che sono idraulici, e che sono intervenuti su segnalazione di una perdita d'acqua. Infatti gli agenti chiedono l'indirizzo, e loro sono costretti a fornire quello di un motel in Virginia, giusto sull'altra riva del Potomack. Segue doverosa perquisizione, salta fuori del sofisticato – per quei tempi – materiale elettronico.

Chi è il quinto uomo

Ma è il nome del capo del gruppo che attira subito l'attenzione: il quinto uomo si chiama James McCord, un ex agente della Cia. Soprattutto, McCord lavora come coordinatore per la sicurezza del Comitato per la Rielezione di Richard Nixon. Non ci vuole un'aquila per capire in quale contesto si sia verificata la fantomatica perdita d'acqua nella sede dei democratici.

Tutti gli uomini del Presidente

La storia, sulle prime, comunque filtra alla stampa come un fatto secondario di cronaca: cinque ladri ed un colpo sbagliato. Roba da 'Soliti Ignoti'. Nell'ambiente della stampa, ed in particolare al Washington Post, qualcuno è divenuto un'icona del giornalismo mondiale (anche grazie al film di Alan Pakula del 1976 con Dustin Hoffman e Robert Redford: 'Tutti gli uomini del Presidente'), grazie all'imperizia di McCord e dei suoi amici cubani: Robert Woodward e Carl Berstein allora erano due ragazzi di bottega, cui fu affidata la storia perché facessero della doverosa esperienza. Ne fecero moltissima.

Se è sbagliato ritenere che fossero le loro sole rivelazioni a portare Nixon alle dimissioni per evitare l'impeachment, è sicuramente vero che il loro lavoro tenne alta l'attenzione, stimolò la politica, fece riflettere milioni di persone. Il che, poi, è il vero scopo del miglior giornalismo.

L'errore di Richard Nixon

La storia personale dei cinque arrestati, divenuta di fatto secondaria man mano che si scopriva che Nixon non era direttamente dentro i fatti, ma che si era messo da solo nei pasticci cercando pervicacemente di coprire tutto, persino licenziando un direttore dell'Fbi, finisce relativamente presto. Nel gennaio successivo all'arresto, mentre un Nixon ancora trionfante giura da presidente riconfermato, loro si dichiarano colpevoli di fronte al giudice, e incassano la doverosa condanna. Non senza aver scoperto, però, numerosi altarini, anche per la gloria di Bernstein e Woodward. Il quale Woodward è rimasto fedele nei secoli al giornale che gli ha dato tanto, al punto da riscriverne, nei mesi scorsi, il motto. Questo:

"La democrazia muore nelle tenebre"

Il benvenuto a Donald Trump ed ai suoi tweet, che vorrebbero sostituire gli articoli dei giornali. Donald Trump: anche lui sfiorato dalle ombre, anche lui un presidente che ha cacciato, come Nixon, un direttore dell'Fbi. 

Sul rischio impeachment per Donald Trump leggi anche: "La profezia si avvera?"

Gloria Trevisan e Marco Gottardi sono morti. La conferma viene dall'avvocato della famiglia della ragazza, Maria Cristina Sandrin, che è stato contattato dalla Farnesina. In una nota, come scrive Repubblica, il legale dichiara: "Chiediamo a questo punto che vengano spenti i microfoni e le telecamere su questa vicenda e che venga rispettato il dolore di queste due famiglie", ha dichiarato il legale. 

Il bilancio della strage è di 100 morti 

Una strage che potrebbe non avere un bilancio esatto. Per le vittime della Grenfell Tower di Londra sembra ripetersi il copione dell'11 settembre con le Twin Towers: difficile sapere con certezza in quanti fossero dentro il palazzo, difficile identificare le vittime, difficile essere certi di averle recuperate.

Le ricerche sospese perché "Non ci sono speranze di trovare qualcuno ancora in vita"

La polizia parla di 30 morti accertati e oltre una settantina di dispersi. Secondo le autorità britanniche, però, la lista dei dispersi nell'incendio alla Grenfell Tower di Londra è ormai divenuta lista delle vittime. Di conseguenza, i nomi di Gloria Trevisan e Marco Gottardi risultano nell'elenco. Dei 24 feriti ricoverati negli ospedali londinesi, uno è morto e almeno 12 sarebbero in condizioni critiche, secondo quanto scrive il Guardian

Con 5.700 euro di spesa la strage si sarebbe evitata

Il Corriere della Sera rivela che i pannelli usati sono costati poco meno di quelli ignifughi. "Questi ultimi costerebbero 22 sterline al metro quadro anziché le 20 di quelli utilizzati. Il rispamio sul costo dei lavori si sarebbe aggirato intorno alle 5.000 sterline, 5.700 euro". Il rivestimento del grattacielo di 24 piani è ormai l'indiziato numero uno per l'incendio di mercoledì notte. Dalle prime indagini è dunque emerso che i pannelli isolanti formati da due fogli di alluminio con uno strato interno di polietilene applicati con la ristrutturazione del 2015 non sarebbero stati del tutto ignifughi e potrebbero essere la causa della rapida propagazione delle fiamme su tutti i lati del grattacielo e fino ai piani più alti.

Non solo: lo stesso rivestimento copriva edifici teatro di incendi in Francia, negli Emirati arabi e in Australia e in tutti quei casi il rogo aveva finito per avvolgere tutta la struttura, ha rivelato "Newsnight", un programma della Bbc. La ditta che ha curato la ristrutturazione del grattacielo del 1974, la Rydon, ha assicurato che i lavori rispettavano le normative anti-incendio. Stessa posizione per la Harley Facades, la compagnia che ha fissato i pannelli, la quale ha spiegato di non avere notizie che siano stati fatti collegamenti tra il rivestimento e l'incendio. 

Gli esperti sostengono che il miglior isolamento anti-incendio si ottenga usando uno strato di lana minerale: gli stessi pannelli usati per la Greenfeld Tower, sono prodotti dalla ditta Reynobond anche in una versione con strato di lana di roccia, più ignifuga rispetto alla plastica del polietilene. 
Dai progetti di ristrutturazione, si è scoperto tra l'altro che i pannelli dovevano avere una funzione prevalentemente estetica, "alleggerendo" le facciate della torre in cemento in modo da non deturpare il panorama dalle vicine e lussuose aree residenziali di Avondale e Ladbroke. 

 

Scotland Yard ha aperto un'indagine penale sul rogo. Secondo le prime stime gli inquirenti escludono la pista del fatto doloso. Sembra che l'incendio sia partito in modo casuale e non innescato da un ordigno.

La Regina incontra le vittime, May no

Un altro elemento di polemica, oltre a quella sui materiali usati nella ristrutturazione, è il comportamento della premier Theresa May. Arrivata sul luogo del disastro, si è limitata a incontrare i soccorritori. La regina Elisabetta II invece è andata a parlare con le vittime e con i familiari di chi non ce l'ha fatta, accompagnata dal principe William.

Le immagini hanno fatto subito il giro del mondo su Twitter.

La lettera del sindaco

Il sindaco di Londra, Sadiq Khan ha scritto una lettera alla premier chiedendo risposte, fatti e giustizia: che siano puniti i responsabili del disastro . Poi l'ha postata su Twitter

Ultimo aggiornamento venerdì 16 giugno, ore 22.30

E' giallo sulla morte di Abu Bakr al Baghdadi, il leader dell'Isis, che secondo il ministero della difesa russo sarebbe stato ucciso il 28 maggio in un raid a Raqqa, mentre partecipava ad una riunione alla periferia della città siriana.  Si cercano ancora conferme, visto che già in passato al Baghdadi è stato dato altre volte per morto. L'ultima volta che si è fatto vivo, è stato con un messaggio audio diffuso lo scorso novembre nel quale sollecitava i suoi seguaci a dirigersi a Raqqa per affrontare "crociati e miscredenti curdi". Lo scorso febbraio invece media iracheni avevano riferito di una sua fuga a Raqqa dopo essere stato ferito in un raid su al Qaim, valico sulla frontiera siriana-irachena.

Chi è Abu Bakr al Baghdadi

Su di lui pende una taglia di 25 milioni di dollari, che andranno a chi voglia fornire indicazioni utili alla sua cattura. Perché Abu Bakr al Baghdadi è già riuscito a sfuggire alla morte almeno in un paio di occasioni. Quanto ad essere catturato, una volta fu preso e poi rilasciato: ancora non era considerato il terrorista più pericoloso sulla faccia della Terra, e non si era ancora proclamato il leader spirituale e operativo di Daesh.

  • L'ARRESTO – In effetti l'arresto aveva avuto luogo 10 anni prima dell'autoproclamazione: era il 2004, e lui fu preso a Falluja, roccaforte dei sunniti. L'Iraq era stato invaso un anno prima dagli americani e dai britannici e la città irachena era in quel momento sottoposta ad un assedio in cui gli occidentali non risparmiarono sull'uso delle armi al fosforo bianco. Più tardi quelli che erano considerati semplicemente degli insorti o dei nostalgici di Saddam Hussein si sarebbero radicalizzati, dando vita al sedicente Califfato che solo ora, dopo aver seminato stragi e terrore tra Mosul ed Aleppo, ma anche in Libia, pare essere in ritirata.
  • LA PRIGIONE – La sua detenzione durò cinque anni, il tempo necessario per fargli fare un salto di qualità all'interno dei ranghi di Al Qaeda. Quasi un percorso obbligato per questo ex studente di teologia coranica nato a Samarra nel 1971 ma sempre vissuto a Baghdad. Si dice che abbia preso il potere all'interno della fazione irachena di Al Qaeda facendo credere di aver ricevuto l'investitura direttamente dalle mani di Al Zawahiri. Ma forse è solo una diceria, frutto della leggenda nera che ora lo circonda.
  • IL CALIFFATO – Nel 2014 riappare in pubblico a Mosul per definirsi leader del califfato dello Stato Islamico, nel frattempo scissosi da Al Qaeda. Inaugura anche quello che sarà il suo stile da quel momento in poi: basso profilo, scarse manifestazioni, lunghi e rari sermoni fatti però circolare con grande perizia sui social in tutto il mondo. Ad attrarre in qualsiasi paese radicali isolati e emigrati della seconda generazione dall'integrazione fallita. Altro tratto saliente della sua personalità è la brutalità.

  • L'ESPANSIONE –  Con lui l'Isis non solo conquista un territorio enorme tra Iraq e Siria, ma manda i suoi uomini a combattere su uno scacchiere ben più ampio che va dalla Libia all'isola filippina di Mindanao, dove non è mai stata del tutto debellata la guerriglia islamica del Fronte di Liberazione Nazionale Moro, nato negli anni '70.
  • IL TERRORE – All'interno dei territori conquistati vige la legge del terrore e della ferocia: ai trasgressori della Sharia sono applicate le pene più severe, ai prigionieri delle potenze straniere spetta la decapitazione, magari eseguita materialmente da bambini. Persino Al Qaeda, quando ancora lui ne fa parte, reputa eccessive le sue pratiche. Nelle zone liberate dall'Isis si fa strada un fenomeno che il mondo islamico non conosce più da almeno 40 anni, quello del desiderio di secolarizzazione. E' la reazione a chi ha usato la religione come giustificazione per l'orrore. Se possibile, quando la pressione internazionale si fa più intensa e il Califfato perde terreno, la ferocia si fa ancora più forte.
  • L'ESCALATION – In Siria gruppi anche di 160 civili vengono uccisi per la strada perchè colpevoli di aver cercato la salvezza lontano dall'assedio di Aleppo, ed i loro cadaveri lasciati a marcire senza sepoltura (per l'Islam, così facendo, si nega ai morti la possibilità di essere accolti in paradiso). Contemporaneamente l'Isis rivendica tutti i grandi attentati che hanno come teatro l'Europa, da Parigi nel novembre 2015 a Nizza nel luglio successivo a Manchester nel maggio 2017, ma anche Londra e Berlino.

Non c'è da stupirsi se allora buona parte degli sforzi militari dei vari attori della crisi siriana o irachena siano stati rivolti alla sua eliminazione fisica. Ma lui viene dato per morto più volte solo per tornare a farsi vivo successivamente, quando lo ritiene più opportuno. Una, due, tre volte si dà l'annuncio della sua eliminazione, poi della sua fuga, poi ancora dell'essersi lui rifugiato in una delle poche roccaforti – sempre meno – in mano ai suoi. Ma al Baghdadi resta invisibile, e quindi più pericoloso e sempre più protagonista di una leggenda nera.

 

Con la sua natura incontaminata, gli spazi immensi e le onde perfette per il surf, la Nuova Zelanda è il paradiso che molti adolescenti sognano. Forse, ma non è così per i giovani che in quel Paese ci vivono e la cui disperazione fa sì che la Nuova Zelanda detenga il più triste tra i record: il più alto tasso di suicidi tra gli adolescenti. Lo registra l'ultimo rapporto Unicef, secondo il quale il Paese si piazza di gran lunga al primo posto tra tutte le nazioni sviluppate. Il dato è scioccante: con 15,5 suicidi per 100 mila persone è il doppio di quello statunitense e quasi cinque volte più alto rispetto a quello della Gran Bretagna. L'Italia è al penultimo posto In classifica con un tasso dell'1,9. 

Perché proprio la Nuova Zelanda? 

Alla base c'è un "mix di elementi nocivi, in cui l'estrema povertà, la violenza in famiglia, la mancanza di lavoro e l'alto tasso di bullismo nelle scuole rappresentano le cause principali", spiega Shaun Robinson della Fondazione per l'igiene mentale della Nuova Zelanda.  Non solo: dalle statistiche è emerso che i più inclini a togliersi la vita sono i giovani maori e quelli delle isole disseminate nel Pacifico, e lo fanno 1,4 volte di più. "Ciò dimostra che il fenomeno nasconde anche un problema culturale legato alla colonizzazione", ha commentato Prudence Stone, di Unicef Nuova Zelanda. "E' allarmante e la dice lunga sul livello di razzismo della nostra società", ha continuato.

Leggi il servizio della Bbc su questo tema

L'importanza di essere un 'All Black'

A far impennare i numeri ci sarebbe, poi, un altro fattore: la convinzione che soffrire di depressione sia da deboli. Da anni i Paesi occidentali combattono contro questo stigma, ma in Nuova Zelanda questa concezione potrebbe essere più difficile da sradicare. "Esiste una lunga tradizione legata alla virilità che richiede all'uomo neozelandese di aderire a un particolare modello e ai giovani adolescenti di impegnarsi per diventare grandi bevitori di birra", spiega la dottoressa Stone. E non è un caso se gli All Black – la nazionale di rugby del Paese composta da molti giocatori di etnia maori – siano il simbolo dell'uomo neozelandese. "Credo sia una questione di stoicismo e di attitudine a pensare 'ce la faccio da solo'", ha osservato Brianza Hill, portavoce di Youthline. 

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