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Rooftopping, l'insano brivido di arrampicarsi sugli edifici più alti e scattare un selfie lassù, o farsi riprendere a compiere acrobazie a corpo libero sfidando la morte che sovente, così facilitata, non si fa aspettare.

L'ultima vittima è un cinese di 26 anni conosciuto in tutto il Paese per questo tipo di imprese: Wu Yongning. Piombato giù dai 62 piani dello Huayuan Hua Centre, uno dei grattacieli più alti di Changsha, capoluogo della provincia dell'Hunan. Lo temevano i suoi fan, che da oltre un mese non vedevano più neanche un post di Wu su Weibo, l'equivalente cinese di Twitter, perché è sui social che i matti delle altezze compartiscono le imprese.

Per 15 mila dollari

La polizia ha reso noto che la morte di Wu risale all'8 novembre scorso. I suoi famigliari hanno spiegato un altro dettaglio, che forse tanto dettaglio non è: per questa performance, hanno dichiarato al 'Xiaoxiang Morning Herald', il giovane avrebbe ricevuto un premio di 100 mila yuan (pari a circa 15 mila dollari Usa), ma chi fosse lo sponsor della follia non è stato divulgato.

Wu era originario di Ningxiang nello Hunan. La sua brevissima carriera di rooftopper cominciò con la dimestichezza spaziale acquisita nel precedente lavoro di stuntman al cinema. Brevissima perché le prime imprese sono state postate su Weibo a febbraio scorso e premiate (a parte eventuali, discutibili sponsor privati) dal consenso di oltre un milione di follower.

La sua ragazza, stando a 'The Beijing News', telefonò alla polizia di Changsha il 9 novembre scorso per cercare notizie. C'erano per la telefonata due ragioni essenziali: l'ansia per l'innamorato e una speranza di matrimonio. I soldi che avrebbe ricavato Wu da quest'ultima follia, ha riferito un parente, sarebbero serviti a sposarla oltre che a pagare certe cure alla madre malata.

Il ragazzo, nel tempo esiguo della sua attività, aveva sfidato la morte con febbrile continuità, testimoniata da circa trecento video spericolati sui palazzi, offerti a un pubblico morboso ma che si spera restio all'emulazione.

Qualcuno ha difficoltà a credere che esistano nazioni senza cinema? Si sbaglia. C'è l'Arabia Saudita. Ma ancora per poche settimane.

Dall'inizio del 2018 la monarchia consentirà difatti, dopo un divieto lungo 35 anni, l'apertura delle sale cinematografiche. Lo ha annunciato il Ministero della Cultura. I cinema furono chiusi negli anni Ottanta, quando si registrò una stretta alle libertà individuali, segnatamente nella sfera ricreativa e delle manifestazioni artistiche.

Il governo stima che il settore cinematografico possa contribuire per una somma pari a 24 miliardi di dollari al prodotto interno lordo nazionale e possa generare 30 mila posti di lavoro a tempo indeterminato e oltre 130 mila temporanei per il 2030.

Il nuovo corso e l'ira del muftì

La decisione segue il nuovo corso culturale del Paese, in linea con la concessione del permesso di guida alle donne e con la facoltà di accedere agli stadi di calcio. "E' un momento chiave nello sviluppo dell'economia culturale nel Paese" ha dichiarato il ministro della Cultura Awad al-Awad, il quale mette in pratica il piano di riforme economiche e sociali perseguito dal principe ereditario Mohammed bin Salman, molto liberale verso le forme di intrattenimento dei sudditi nonostante l'opposizione degli ambienti ultraconservatori ispirati da un rigido wahabismo.

 

Al principio di quest'anno, il muftì dell'Arabia Saudita era insorto contro l'ipotesi di aprire sale cinematografiche, affermando che sarebbero fonte di "depravazione" giacché favoriscono la promiscuità.

Il paradosso è che, malgrado questo veto, il cinema saudita esiste, è vivace e comincia a mietere riconoscimenti internazionali. La commedia romantica "Barakah Meets Barakah" di Mahmoud Sabbagh è stata proiettata alla Berlinale mentre "Wadjda" di Haifaa Al-Mansour fu, nel 2013, la prima opera saudita candidata agli Oscar come miglior film straniero.

La prima pellicola distribuita sui circuiti sauditi sarà "Born a King", superproduzione ispano-britannica diretta dallo spagnolo Agusti Villaronga. Girato tra Londra e l'Arabia, il film è incentrato sulla storica visita del principino Faysal, appena quattordicenne, nella capitale dell'impero britannico nel 1919.

Una potente esplosione è stata sentita nel terminal degli autobus della Port Authority, vicino a Times Square a Manhattan, tra la 42esima strada e l'Ottava Avenue. La polizia sta indagando, sono stati chiamati pompieri e artificieri. La stampa ha riferito di scene di calca tra i pendolari. Sono state finora evacuate tre linee della metropolitana. 

La Brown University, uno dei college della prestigiosa Ivy league americana, ha trovato un modo per azzerare il pesante debito che poggia sulle spalle dei suoi studenti. In che modo? Con una raccolta fondi lanciata a settembre cui hanno aderito oltre 2000 persone le quali hanno donato 30 milioni di dollari. A questi – ha fatto sapere l’ateneo – se ne aggiungeranno altri di milioni, finanziati dalla stessa Brown per raggiungere il tetto di 90 milioni, gran parte dei quali saranno destinati a borse di studio. Ciò vuole dire, insomma, che le tasse restano alte, ma oggi è possibile accedere ai cosiddetti “aiuti finanziari” che permettono di abbassarne la soglia o di azzerarla del tutto. Il risultato è che l’anno prossimo gli studenti dell’università non pagheranno un centesimo, a patto di impegnarsi per ottenere la borsa di studio. E considerando il prestigio dell’università e il costo del corso di laurea di un’università di alto livello, come la Brown (250 mila dollari) sarà difficile trovare studenti demotivati.

Le ricette di Harvard, Yale e Princeton

L’ateneo – che si trova a Rhode Island – non è il primo della Ivy League ad aver attivato politiche anti-debito: prima della Brown erano stati Harvard, Yale e Princeton ad andare incontro agli studenti, anche tenendo conto del reddito familiare. Ecco come:

Harvard: Con il nuovo sistema le famiglie dal reddito annuo inferiore a 60.000 dollari potranno far studiare i loro figli nel più famoso tempio del sapere americano a costo zero, mentre quelle con un reddito compreso tra 120.000 e 180.000 dollaro pagheranno circa il 10% dei loro guadagni (oltre un terzo in meno di ciò che avrebbero speso in precedenza). Un bel passo avanti se si considera che, secondo un calcolo dell’ateneo, attualmente i costi totali di frequenza ammontano a circa 45.600 dollari annui, di cui 31.500 dollari di retta universitaria (senza detrazioni). 

Yale: Il nuovo sistema di calcolo delle rette adottato dall’ateneo del Connecticut è basato su reddito familiare, numero di figli e patrimonio. Anche in questo caso, sotto i 60.000 dollari di reddito gli studenti vengono esentati dal pagamento. La percentuale di detrazione si riduce poi progressivamente, ma anche le famiglie che possono contare su 180.000 dollari annui hanno visto le rette ridotte del 33%: pagheranno da 23.000 (se hanno solo un figlio all’università) a 11.650 dollari (se i figli sono due). 

Princeton: Studiare nell’antica università in cui insegnò anche Albert Einstein costa 47.375 dollari all’anno, di cui 33.000 dollari rientrano nella voce ‘tasse’. Da qualche anno, però, le famiglie con un reddito inferiore a 53.500 dollari ricevono aiuti tali per cui si trovano a pagare di tasca loro da 500 a 3000 dollari, o addirittura nulla nel caso in cui vengano combinate più borse di studio. Perfino chi dispone di oltre 200.000 dollari può sperare in una detrazione di 12.800 dollari, sebbene venga concessa a solo un terzo dei richiedenti. 

Cresce l’indebitamento universitario

Eccezion fatta per questi 4 atenei, la maggior parte delle università di alto livello ha costi altissimi. Al punto da aver reso drammatico per un giovane americano permettersi una determinata istruzione. Secondo un articolo della Stampa, sono almeno 44 milioni i cittadini americani titolari di “student loan”, prestiti contratti per accedere agli atenei a stelle e strisce, ovvero il 13% della popolazione. L’indebitamento complessivo ammonta a 1.400 miliardi di dollari, con un aumento di 833 miliardi negli ultimi dieci anni, secondo i dati di Experian.

L’indebitamento pro capite ammonta a 34.144 dollari, ovvero il 62% in più rispetto al 2007, mentre è triplicato il numero di coloro che devono ripagare prestiti per oltre 50 mila dollari. Si tratta in non pochi casi di somme che vincolano il contraente per tutto il resto della vita, tanto è vero che gli “student loan” sono attualmente il secondo debito più elevato che gli americani contraggono dopo il mutuo sulla casa.  Le rilevazioni sono allarmanti, perché un numero crescente di Millennials, ovvero i nati dal 1980, rinunciano sovente a sposarsi e avere figli, o più semplicemente ad acquistare un’automobile, per i pesanti debiti universitari da ripianare. E questo causa pentimenti: il 36% degli studenti indebitati dice che avrebbe preferito non andare al college. 

Le rette degli atenei pubblici sono state in media pari a 20.090 dollari per l’anno accademico 2016-2017, il 2,6% in più rispetto all’anno precedente. E per le università private l’incremento è del 3,4% con una media di 45.370 dollari. Lo Stato di New York è al 13esimo posto nella classifica dei college (“undergraduate”) più cari con 30.304 dollari di tasse di iscrizione di media, in calo del 2,7% su base annuale. Il trend è destinato a proseguire, con una legge che consente agli studenti le cui famiglie guadagnano meno di 125 mila dollari lordi all’anno di potersi iscrivere in atenei pubblici a costo zero o quasi.

In termini di tasse universitarie, è la Pennsylvania lo Stato più caro, con una media di 35.185 dollari all’anno, in rialzo dell’1,9%. Il più economico, invece, è lo Utha con 18.180 dollari.  

 

 

 

 

È una storia di successo, rispetto per la natura, intraprendenza e coraggio. È la storia di un gruppo di giovani di Kumasi, nel cuore del Ghana, che si descrivono come “visionari”, pronti ad affrontare di petto i problemi della società, la disoccupazione, la povertà, i cambiamenti climatici “usando le tecniche più semplici e vantaggiose”. Con questo spirito, dopo aver lanciato la bicicletta di bambù, un successo mondiale che dal Ghana è arrivata a New York, dove a salirci è stato il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon, ora è la volta della prima sedia a rotelle interamente realizzata con il resistente legno esotico. Lavorando per la Bright Generation Community Foundation di Kumasi, con il supporto tecnologico della Ghana Bamboo Bikes Initiative, Marjelle Scheffers, un ingegnere biomedico olandese dell'Università del Delaware e Eric Asante, un ingegnere della Ghana Bamboo Bikes Initiative, hanno trasformato l'idea da concetto a prototipo fisico.

Tutto è iniziato con Solomon Owusu-Amankwaah e Bernice Dapaah, amministratore delegato e fondatore della Ghana Bamboo Bikes Initiative, che cercavano il modo di estendere l'applicazione del bambù e creare un dispositivo di assistenza per supportare i molti disabili in Ghana. 

Asante aveva già costruito un modello piuttosto complesso di sedia a rotelle a metà del 2016, che era stato sottoposto per dei test a un funzionario della Commissione paralimpica canadese e a un vincitore paralimpico di fama internazionale. Grazie ai loro suggerimenti si è arrivati al prototipo che a fine novembre è stato il protagonista del concorso internazionale organizzato dalla Greater Accra Wheelchair & Basketball Team nella capitale ghanese.

Il primo lotto di sedie a rotelle in bambù uscirà dalla linea di produzione, il prossimo anno e sarà distribuito gratuitamente a 100 persone disabili. Ciò avverrà in collaborazione con la Federazione dei disabili del Ghana, il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP) e l'Agenzia per lo sviluppo internazionale degli Stati Uniti (USAID).

Una scelta di sostenibilità

Marjelle Scheffers, olandese, e il suo omologo ghanese, Eric Asante, intervistati dalla Ghana News Agency, hanno detto di essere entusiasti del fatto che il sogno di creare un dispositivo di assistenza per supportare i molti disabili nel paese fosse diventato realtà. Secondo i dati forniti dalla Ghana Bamboo Bike Initiative le biciclette di bambù e a breve le sedie a rotelle, sono organiche, sostenibili, non inquinanti e riciclabili.

Richiedono meno energia elettrica rispetto alla produzione di biciclette tradizionali in metallo o in fibra di carbonio, contribuiscono a ridurre le emissioni di carbonio fino al 70% e ad evitare i quasi 5 kg di emissioni di CO2 che i telai delle biciclette in acciaio rilasciano. Piantare bambù permette poi di rinverdire terre degradate, fornendo nutrimento per uomini e animali e contribuendo a migliorare la qualità dell'aria e dell'acqua riducendo i livelli di anidride carbonica. Inoltre, l'aumento della coltivazione e dell'uso del bambù aiuta a preservare e riabilitare le foreste in diminuzione del Ghana. Il suo sistema di radici riduce anche l'erosione del suolo, che è una delle principali preoccupazioni per molti agricoltori. La Ghana Bamboo Initiative, che ora da lavoro a 35 persone e coinvolge 10 fattorie, ha iniziato a creare piantagioni di bambù per continuare a sostenere la mitigazione del clima e creare occupazione per gli agricoltori.

Solo un disabile su dieci ha una sedia a rotelle

Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, circa 70 milioni di persone nel mondo hanno bisogno di sedie a rotelle. Tuttavia, solo il 5-15% di queste ne ha accesso. L'OMS descrive la sedia a rotelle come qualcosa di più di un dispositivo di assistenza "è il mezzo con cui i disabili possono esercitare i loro diritti umani e raggiungere l'inclusione e la partecipazione equa. Una sedia a rotelle fornisce mobilità, garantisce una migliore salute e qualità della vita”. 

È fondamentale per la salute dell'individuo che una sedia a rotelle sia adattata alle esigenze di quella persona. A seconda del livello di abilità e delle dimensioni corporee, la sedia a rotelle dovrebbe essere modificata e quindi personalizzata. Le sedie a rotelle che non sono montate sull’individuo, lo suggerisce l’OMS, causano altri problemi, come gravi ferite e tensioni e sforzi sui muscoli. Lo sviluppo di questa versione in bambù offre una soluzione sostenibile alla mancanza di accessibilità a sedie appropriate, fornendo allo stesso tempo opportunità di lavoro in Ghana.  

Si apre oggi il processo ad Abdulkadir Masharipov, l'uzbeko autore della strage di Capodanno nella discoteca Reyna, l'ultimo massacro firmato dall'Isis​ a Istanbul in una notte di terrore costata la vita a 39 persone. In vista della scontata condanna all'ergastolo è massima allerta terrorismo nella città sul Bosforo e in tutta la Turchia, nel timore di colpi di coda degli jihadisti in ritirata da Siria e Iraq.

Come Masharipov scelse il suo bersaglio

Lo scorso Capodanno a Istanbul l'allerta era alta come in poche altre occasioni. L'intelligence aveva segnalato il rischio attentati e le misure di sicurezza a Piazza Taksim, tradizionale centro dei festeggiamenti per turchi e stranieri, erano a dir poco imponenti. Masharipov questo lo sapeva, così decide di compiere un giro di ricognizione verso la piazza, dove comprende che lo spiegamento di forze avrebbe reso impossibile far passare granate stordenti e kalashnikov. Nel tragitto verso il quartiere dove le armi erano state depositate passa davanti alla discoteca Reyna, uno dei locali notturni più in voga ad Istanbul, affacciato sul Bosforo e da anni meta del divertimento notturno anche per gli stranieri in visita nella città. Masharipov nota subito che, nonostante la vicinanza a una stazione di polizia, gli agenti non hanno predisposto alcun apparato di sicurezza, anzi, fuori dalla discoteca ci sono solo un agente e un addetto alla sicurezza. Scatta così un piano B, dal racconto dello stesso terrorista agli inquirenti, Masharipov comunica la nuova strategia al suo capo a Istanbul, un iracheno, che ottiene l'approvazione di Raqqa. L'uzbeko recupera le armi, compie la strage e sparisce nel nulla.

Sedici giorni di incubo

Il suo corpo minuto compare in fuga in alcuni fotogrammi di telecamere di sicurezza. Con una mano sempre in tasca pronta a far esplodere una granata l'uomo si allontana, trova un taxi e scappa nei quartieri periferici da cui era partito. In una città di 23 miloni di abitanti una mossa sufficiente a far perdere le proprie tracce, almeno momentaneamente. I suoi spostamenti vengono ricostruiti attraverso l'analisi di 7200 ore di filmati di telecamere a circuito chiuso, mentre monta l'indignazione per il vile attacco e scatta una caccia all'uomo imponente. Decine le segnalazioni di Masharipov, setacciate le comunità centroasiatiche, decine gli arresti ad Istanbul, Knonya, Smirne, per fare terra bruciata attorno al fuggiasco. Per 16 giorni Istanbul vivrà come sospesa in un incubo, tra lo spiegamento imponente di polizia e la paura che il terrorista possa sparire nel nulla, magari fuggire in Siria o peggio, colpire ancora facendosi saltare in aria come chi non ha nulla da perdere.

Ancora mistero sulla sorte del figlio del terrorista

Dopo 16 giorni la soffiata giusta. Una casalinga turca di Esenyurt, quartiere periferico di più di un milione di abitanti, vede e riconosce Masharipov, non esita a chiamare la polizia e l'incubo di un'intera città finisce quando la foto del volto tumefatto del terrorista fa il giro delle edizioni speciali dei telegiornali. Insieme a Masharipov vengono arrestati un iracheno e due donne, sequestrati 197 mila dollari, pistole e munizioni. Grazie ai documenti emersi dal blitz la polizia risale a un corriere dell'Isis che viene intercettato nel sud della Turchia con 4 chili di esplosivo Rdx destinati a tre diversi attentati. L'intero Paese tira un sospiro di sollievo. Manca all'appello il figlio di quattro anni di Masharipov. La sorte del bambino costituisce ancora oggi un mistero. Secondo un'ipotesi militanti dell'Isis lo avrebbero rapito per garanzia nei confronti di Masharipov. Secondo altri invece sarebbe stato lo stesso Masharipov a darlo in mano a jihadisti affinché lo portassero al sicuro, magari nei territori allora sotto il controllo del califfato. 

La scia di attentati che ha insanguinato la Turchia

Quello di Masharipov sarà l'ultimo attentato dell'Isis in Turchia, il secondo compiuto da centroasiatici dopo l'attacco all'aeroporto Ataturk del 28 giugno 2016, il settimo dello stato islamico a partire da giugno 2015. Diyarbakir 5 morti, Suruc 31 morti, Ankara 103 morti, Istanbul 12 morti a gennaio 2016, 6 morti a marzo, 46 morti all'aeroporto prima della strage del Reyna, una scia di sangue che ha costituito un trauma per il Paese e fatto capire al presidente Recep Tayyip Erdogan che l'impegno contro l'Isis non poteva più essere secondo alla lotta ai curdi del Pkk. 

È passato quasi un anno e, alla vigilia di un processo dall'esito scontato, la Turchia ancora si sente reduce di due anni terribili. Il turismo è in lenta, faticosa, ripresa. Il contraccolpo, per l'economia e l'immagine del Paese, è stato al limite del ko. Erdogan è consapevole di questo e del fatto che un altro attentato metterebbe in ginocchio l'economia per anni. Proprio questo la Turchia è decisa a giocare un ruolo di primo piano in Siria e a non dare tregua ai jihadisti all'interno dei propri confini.

I fantasmi di Raqqa

L'ultimo allarme è scattato in seguito alla sconfitta patita dallo stato islamico a Raqqa. Le immagini dei jihadisti scortati fuori dalla ex capitale dello stato islamico dalle Forze Democratiche Siriane hanno mandato Ankara su tutte le furie e costretto i servizi di sicurezza ad alzare al massimo il livello di allerta. A fine ottobre un maxi attentato in un centro commerciale è stato sventato dopo che gli esplosivi erano già stati piazzati, pronti a realizzare una strage.

Poi è venuta la caduta di Raqqa, un avvenimento che non può non interessare un Paese che con Iraq e Siria condivide più di 1100 chilometri di confine. Secondo l'istituto di ricerca Soufan sarebbero almeno 800 i turchi, più un numero imprecisato di jihadisti di altri Paesi per cui la Turchia costituisce il primo approdo. Una circostanza più che sufficiente a riportare l'allerta al massimo. Nel mese di novembre i servizi segreti turchi e le forze di sicurezza hanno arrestato altre 109 persone solo ad Istanbul e 220 Ankara. Almeno 93 dei 109 arrestati di Istanbul a novembre provengono da Paesi diversi dalla Turchia, mentre i foreign terrorist fighters nelle retate di Ankara sono 82.

Gli arresti sono proseguiti a dicembre. Solo nell'ultima settimana 26 foreign fighter in fuga sono finiti in manette a Istanbul, mentre altri quattro, insieme a un turco, sono stati arrestati ieri dopo la segnalazione di un attentato in preparazione.
A quasi un anno dall'ultima strage, alla vigilia di un processo che decreterà la fine in carcere per Masharipov, la Turchia è tornata alla massima allerta, per garantirsi che la caduta di Raqqa, da essere una notizia accolta con favore da tutto il mondo, non diventi il prologo di nuove stragi.

Nella Zona Verde di Baghdad, un'imponente parata militare ha celebrato la vittoria finale dell'Iraq sull'Isis. Mentre aerei da combattimento solcavano il cielo, le truppe hanno marciato in formazione. Dall'alto i loro corpi componevano la scritta "giorno della vittoria" in arabo. 

E "giorno della vittoria" resterà il 10 dicembre, che il premier Haider al-Abadi ha annunciato diverrà festività nazionale in un discorso nel quale ha citato tutte le forze che hanno contribuito a schiacciare Daesh con un'esclusione significativa: i curdi, che avevano tenuto un referendum per l'indipendenza non riconosciuto da Baghdad.

Al-Abadi, ha proclamato venerdì la vittoria contro l'Isis, che tre anni fa aveva conquistato un terzo del territorio del Paese. "Le nostre forze hanno il controllo completo del confine tra Iraq e Siria e quindi annuncio la fine della guerra contro Daesh", aveva affermato, sottolineando che la vittoria è arrivata grazie alla "nostra unità e determinazione".

Nel 2014, di fronte all'avanzata dei miliziani dell'Isis, l'esercito iracheno si era ritirato precipitosamente, provocando l'appello alla mobilitazione generale dell'ayatollah Al Sistani, leader della maggioranza sciita. Con il sostegno dei caccia della coalizione internazionale a guida Usa, Baghdad aveva lanciato la campagna per la riconquista, riprendendo il controllo del territorio, città per città, al prezzo di durissimi scontro con gli uomini del Califfato.

Il mese scorso era stato l'Iran ad annunciare la vittoria contro l'Isis ma il premier iracheno aveva dichiarato allora di voler aspettare di riprendere il controllo sul deserto al confine con la Siria prima di cantare vittoria.

Mentre nei Territori esplode la nuova Intifada, dopo la decisione Usa di riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico, inizia il viaggio in Europa del premier israeliano Benjamin Netanyahu. "Vado a Parigi dove incontrerò il mio amico Emmanuel Macron e poi a Bruxelles dove avrò degli incontri importanti con i ministri degli Esteri europei", ha detto Netanyahu prima di partire, "rispetto l'Europa ma non sono pronto ad accettare doppi standard. Sento voci che criticano la dichiarazione storica di Trump ma non ho sentito nessuna condanna per il lancio di razzi contro Israele. Non accetterò questa ipocrisia".

"Bloccare la costruzione di nuovi insediamenti"

Una condanna "con la più grande chiarezza" di "tutte le forme di attacco" contro Israele è arrivata da Macron, nella conferenza stampa che ha seguito il colloquio tra i due leader, ma la posizione di Parigi resta la stessa. Il presidente francese ha ribadito la sua "contrarietà" alla decisione "spiacevole" e "pericolosa per la pace" della Casa Bianca, ribadendo che "l'unica soluzione" è quella che prevede "due Stati vicini". "Ho invitato il premier a fare gesti coraggiosi verso i palestinesi per uscire dall'impasse attuale", ha aggiunto Macron, "mi sembra che il congelamento degli insediamenti e le misure di fiducia nei confronti dell'Autorità palestinese siano atti importanti da cui partire, di cui abbiamo discusso con il primo ministro Netanyahu". In seguito al proclama di Trump, infatti, dal governo di Netanyahu si sono infatti levate voci a favore di un'accelerazione della costruzione di nuovi insediamenti. 

L'incontro con Netanyahu arriva dopo una telefonata tra Macron e il presidente turco Recep Tayyp Erdogan nella quale i due leader hanno discusso una posizione comune da sottoporre a Washington e concordato una "stretta cooperazione", in attesa di comprendere quale sia il nuovo "processo di pace" annunciato da Trump. Per scoprirlo – e capire quindi se Washington potrà continuare a svolgere un ruolo di mediazione – ci vorranno "settimane o mesi", ha spiegato Macron.

Netanyahu replica a Erdogan: "Aiuta i terroristi"

Se Macron negozia con Erdogan, diventato il nuovo paladino della causa palestinese, Netanyahu ha replicato con durezza al durissimo intervento del presidente turco, che ha definito Israele uno "Stato terroristico" e un "assassino di bambini". "Non accetto lezioni di moralità da un leader che bombarda i villaggi curdi in Turchia, che imprigiona i giornalisti, aiuta l'Iran ad aggirare le sanzioni internazionali e aiuta i terroristi, in particolare a Gaza", ha dichiarato Netanyahu ai giornalisti dopo l'incontro con Macron. Israele e Ankara hanno normalizzato le loro relazioni l'anno scorso, in seguito a una crisi diplomatica scatenata nel 2010 da un raid israeliano su una nave non governativa diretta alla Striscia di Gaza, che ha ucciso dieci attivisti turchi. 

Un israeliano accoltellato a Gerusalemme

Mentre Netanyahu era a Parigi, l'intifada per Gerusalemme arrivava nel cuore della Città Santa: un 25enne israeliano che prestava servizio come guardia di sicurezza a una stazione di bus è stato accoltellato al petto da un palestinese, poi arrestato dalla polizia. Il giovane è grave. L'attacco è avvenuto su Jaffa Street. Nel quinto giorno di proteste contro il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte degli Usa, si aggrava il bilancio delle violenze, arrivato a quattro palestinesi morti e 1250 feriti, e gli scontri si estendono ai Paesi della regione.

Proteste davanti l'ambasciata Usa di Beirut

A Beirut la polizia libanese ha lanciato lacrimogeni e ha usato i cannoni ad acqua contro i manifestanti che protestavano davanti all'ambasciata Usa. I dimostranti, che sventolavano bandiere palestinesi, hanno dato fuoco a pneumatici e cassonetti della spazzatura e hanno lanciato bottiglie contro le forze di sicurezza, che avevano barricato la principale via di accesso all'ambasciata nella zona di Awkar, a nord della capitale Sono state anche bruciate bandiere degli Stati Uniti e di Israele e al termine la polizia ha operato alcuni arresti. Il Libano ospita 450mila rifugiati palestinesi e per domani il leader di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah, ha indetto una protesta per nei sobborghi sud di Beirut, feudo dei miliziani sciiti.

Abu Mazen vede Al Sisi

Domani il presidente palestinese Abu Mazen sarà al Cairo per incontrare il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi. L'Egitto ha diffuso una nota spiegando che "continuerà a proteggere i diritti del popolo palestinese, i suoi luoghi sacri e il "diritto legittimo di stabilire uno Stato indipendente con capitale Gerusalemme est". All'incontro dovrebbe essere presente anche Re Abdallah di Giordania, Paese il cui Parlamento ha votato una mozione che chiede di rivedere di tutti gli accordi di pace stretti con Israele.

La stampa britannica, almeno quella vicina ai conservatori, ha accolto come una trionfatrice Theresa May al suo ritorno da Bruxelles, dove è riuscita a stringere un primo accordo sul divorzio dall'Unione Europea. La premier britannica ha trovato l'intesa con il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, sugli impegni finanziari pregressi, i diritti dei comunitari residenti in Gran Bretagna e il confine tra Irlanda e Ulster. La prossima fase del negoziato riguarderà i rapporti commerciali tra Ue e Londra, una volta uscita quest'ultima dal mercato comune e dall'unione doganale. Il governo May spera di ottenere un regime simile a quello che regola le relazioni con il Canada. Un accordo simile dopo un periodo di transizione di appena due anni irriterebbe però gli altri partner di Bruxelles, che non accetterebbero di veder riservato un trattamento di favore al Regno Unito. E, senza un'intesa sul commercio, Londra potrebbe alzarsi senza pagare il conto.

Davis: "Senza accordo commerciale non paghiamo"

Il "ministro della Brexit", David Davis, ha dichiarato alla Bbc che, se non verrà garantito un accordo commerciale, la Gran Bretagna non onorerà gli impegni finanziari raggiunti con Bruxelles, una somma tra i 40 e i 45 miliardi di euro: "Nessun accordo significa che non pagheremo". L'accordo, ha proseguito, "è condizionato a un risultato, è condizionato a un periodo di attuazione, è condizionato a un accordo commerciale". La posizione di Davis contraddice le affermazioni del Cancelliere dello Scacchiere, Philip Hammond, secondo il quale Londra avrebbe pagato il conto indipendentemente dal risultato delle trattative.

Pressioni internazionali su Bruxelles

Le pressioni internazionali su Bruxelles perché non conceda a Londra un trattamento di favore sono però già iniziate, rivela una fonte comunitaria al Guardian. "Siamo stati approcciati da alcuni Stati che hanno espresso preoccupazione e hanno chiarito che sarebbe un problema enorme se il Regno Unito ottenesse subito un trattamento migliore di quello del quale godono loro", spiega la fonte, "non è un bizzarro rigido principio, è che le cose non funzionerebbero. Prima di tutto dobbiamo mantenere l'equilibrio dei diritti e degli obblighi, altrimenti mineremmo la nostra unione doganale e il nostro mercato comune. In secondo luogo, non possiamo agitare le relazioni con Paesi terzi. Se concedessimo al Regno Unito un accordo sbilanciato, allora gli altri partner con i quali ci siamo impegnati e che hanno sottoscritto accordi equilibrati, tornerebbero alla carica per chiedere di modificarli".

Non solo, come hanno sottolineato numerosi diplomatici, è irrealistico che un periodo di transizione di due anni possa essere sufficiente. "Le chance di concludere anche un accordo modesto, come quello tra Ue e Canada, e vederlo ratificato in tutti i 27 Paesi in un periodo di due anni sono intorno allo zero. L'orlo del precipizio è quindi ancora in vista, il periodo di transizione lo allontana e basta", spiega Lord Kerr, il diplomatico che scrisse la bozza dell'articolo 50 dei Trattati che regola l'uscita dalla Ue. "Gli accordi commerciali sono lunghi e complessi e invariabilmente richiedono più di cinque anni per essere concordati", afferma l'ex Segretario Permanente al Tesoro Nick Macpherson, "è quindi molto probabile che il periodo di transizione duri fino al 2024". 

La notizia ha fatto il giro del mondo negli ultimi giorni e il caso non è affatto chiuso. Ci sono due ragazze Anna Zuccaro, 26 anni, e Mia Merrill, 30 anni (la prima italiana, scrive il Corriere dell Sera), che hanno lanciato una  petizione online chiedendo niente meno che al Metropolitan Museum of Art di New York di rimuovere – del tutto o almeno dai manifesti pubblicitari che promuovevano la mostra – di un dipinto, "Thérèse Dreaming", di Balthasar Klossowski de Rola, meglio conosciuto come Balthus. Un dipinto famoso, che ritrae una ragazzina in una posa discinta, le gambe piegate e leggermente divaricate, gli occhi chiusi, i suoi pensieri apparentemente persi nella fantasia, come scrive il New York Times.

Teresa sogna e la sua gonna è alzata e rivela una fodera rossa e un paio di slip bianchi. Si legge nella petizione delle due ragazze: “È inquietante che il Met possa mostrare con orgoglio una simile immagine. Sono una rinomata istituzione e uno dei più grandi e più rispettati musei d'arte negli Stati Uniti. L'artista di questo dipinto, Balthus, ha avuto una nota infatuazione con le ragazze pubescenti, e si può sostenere con forza che questo dipinto renda romantica la sessualizzazione di un bambino”.

Ancora, sempre dalla petizione: “Dato il clima attuale intorno all'assalto sessuale e alle accuse che diventano ogni giorno più pubbliche, mettendo in mostra questo lavoro per le masse senza fornire alcun tipo di chiarimento, The Met, forse involontariamente, sostiene il voyeurismo e l'oggettivazione dei bambini".

Scrive Mia Merrill: "Non sto chiedendo che questo dipinto sia censurato, distrutto o mai più visto. Sto chiedendo a il Met di consideri seriamente le implicazioni che particolari opere d'arte sulle loro pareti possono comportare e di essere più coscienziosi nel modo in cui contestualizzano quei pezzi alle masse. Questo può essere ottenuto rimuovendo il pezzo da quella particolare galleria o fornendo più particolari nella descrizione del dipinto. Ad esempio, una frase breve come "alcuni spettatori trovano questo pezzo offensivo o inquietante, data l'infatuazione artistica di Balthus con le ragazze giovani".

Balthus  aveva utilizzato la modella Thérèse Blanchard figlia di una vicina maestra parigina, nel corso di tre anni, realizzandone 10 dipinti nel 1936, quando aveva 11 anni. l'immagine in questione la vede al 12 o al 13. La petizione ha già raccolto quasi 12.000 firme "Quando sono andata al Metropolitan Museum of Art, lo scorso fine settimana – ha scritto Mia Merrill – sono rimasta scioccata nel vedere un dipinto che ritrae una ragazza in una posa sessualmente suggestiva."

Il Met ha commentato l’iniziativa delle due ragazze, dicendo che  non avrebbe abbassato o spostato il dipinto, né offerto al pubblico maggiori dettagli sull'orientamento e l'approccio dell'artista che non fossero il nome e l'età del dipinto.

Sui giornali americani si sta discutendo molto del caso. Sul Washington Post, il critico Philip Kennicott ha scritto che anche un'iscrizione breve e sintetica per avvertire lo spettatore sul fatto che alcuni potrebbero trovare il dipinto offensivo, perché Balthus ha avuto un'infatuazione artistica con le sue modelle non sarebbe opportuna, non necessaria. il portavoce del Metropolitan Museum of Art Kenneth Weine ha dichiarato al Washington Post di non ritirare il lavoro di Balthus. "Appartiene alla storia della pittura europea e la missione del museo è quella di raccogliere, studiare, preservare e presentare opere di tutte le età e di tutte le culture", ha proseguito.  "Le arti visive sono uno dei mezzi più importanti che dobbiamo riflettere sia sul passato che sul presente, e speriamo di motivare la continua evoluzione della cultura corrente attraverso una discussione informata e il rispetto per l'espressione creativa ".

Balthus è conosciuta per i suoi ritratti di giovani donne, e questa non è la prima volta che l'artista ha fatto discutere la critica e il pubblico. Nel 2013, una mostra organizzata sempre dal Met e ntitolata "Balthus: Cats and Girls – Paintings and Provocations", ha visto tuttavia dei brevi avvertimenti all'ingresso per il pubblico sul fatto che alcune di quelle immagini potevano urtare la suscettibilità di qualcuno.

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