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Malcom Applegate per lasciare la moglie ha preso una decisione estrema. Lo ha fatto perché, ha detto, la moglie ha iniziato a controllarlo. A non lasciargli spazi di libertà. Dopo qualche anno Applegate ha lasciato casa sua e se ne è andato per boschi. E lì è rimasto, per anni, forse dieci, dormendo tra gli alberi mentre lavorava al mattino come giardiniere vicino ad una comunità per anziani. 
Prima di trasferirsi ad Emmaus Greenwich, un rifugio per senza tetto a sud di Londra. Dove ha raccontato per la prima volta la sua storia. Lo ha fatto alla sorella, che ha rivisto dopo anni. E la sua storia l'ha raccontata su un sito web, ripreso dal quotidiano inglese The Independent.

Ha condiviso la sua storia sul sito di Emmaus Greenwich, che riporta queste sue parole. 

 
"Prima di diventare un membro di Emmaus Greenwich, sono stato un giardiniere a Farnborough per 25 anni felici. Mi è piaciuto molto il lavoro, come mi sono sempre piaciuti i giardini. Non è stato più così da quando mi sono sposato. Da allora sono diventato molto più infelice, la mia vita sempre più triste. Lavoravo, lavoravo molto, e più lavoro facevo più mia moglie si arrabbiava.
 
Non voleva che stessi fuori di casa per troppo tempo. La sua voglia di controllarmi le è cominciata a sfuggire di mano. Mi ha chiesto prima che tagliassi le mie ore a lavoro. Poi a chiedermi di restare a casa. Non ho retto, e dopo qualche tempo ho deciso di andare via. 
 
Non ho detto niente a nessuno. Non alla mia famiglia almeno. Sono scomparso per dieci anni. 
 
Mi sono accampato in un bosco vicino a Kingston e ho fatto di questo bosco la mia casa per cinque anni, mantenendo i giardini in un centro per anziani lì vicino. 
 
Mi è piaciuta molto la mia vita al tempo. Stavo bene. Poi ho saputo del centro Emmaus di Londra attraverso un amico e ho creduto che lì sarei stato meglio. Ci sono andato per vedere come fosse, e mi ci sono trasferito immediatamente". 
 
Oggi Applegate trascorre il suo tempo a fare lavoretti. E raccoglie fondi per le associazioni di carità. Nel tempo libero passeggia per Londra. "Ho una bella stanza, sono in grado di lavorare e posso condurre una vita sociale attiva. La mia vita è tornata ad avere senso".

Forte sul piano internazionale, più esitante nelle riforme interne. La Cina si avvia verso il diciannovesimo Congresso del Partito Comunista tra grandi iniziative e lente riforme, che hanno alimentato i dubbi degli osservatori negli ultimi anni. Se la proiezione all’estero di Pechino è aumentata soprattutto con l’iniziativa Belt and Road di sviluppo infrastrutturale tra Asia, Africa ed Europa, sul piano interno rimangono ancora diverse domande in attesa di risposta, in particolare i temi delle riforme economiche e delle aperture del sistema. 

La figura del presidente cinese, Xi Jinping, ricorda oggi The Economist, che mette Xi in copertina, è emersa sullo scenario globale mentre quella di Trump e degli Stati Uniti appaiono in ritirata. Già pochi giorni prima dell’insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump, Xi aveva parlato davanti alla platea del World Economic Forum di Davos a difesa della globalizzazione. La Cina ha mandato messaggi chiari anche a favore del libero scambio e del rispetto degli accordi di Parigi, nei mesi successivi, in contrasto con i venti protezionistici provenienti da Washington e con il ritiro dagli accordi sul Clima annunciato da Trump a giugno scorso. Sul piano interno le cose, però, sembrano andare diversamente, almeno secondo il giudizio di alcuni tra gli osservatori più attenti della scena cinese. 

Il rapporto tra lo Stato e l'economia

Se sul piano globale, la Cina punta a emergere come un fattore rassicurante tra le incertezze e come potenza responsabile e affidabile, sul piano interno rimangono ancora diversi nodi da sciogliere a pochi giorni dall’appuntamento politico più importante dei prossimi cinque anni. Il tema che emerge di più tra gli osservatori e gli esperti è quello delle riforme economiche. In particolare, se le riforme annunciate quattro anni fa, in occasione del terzo plenum del Comitato Centrale del partito, daranno al mercato realmente un “ruolo decisivo”, come si augurano ad tempo le aziende straniere presenti in Cina, o se le promesse di cambiamento rimarranno disattese. L’agenda economica del Pcc verrà trattata solo il prossimo anno, nel corso del terzo plenum del diciannovesimo Congresso, ma alcuni segnali sulla direzione che le riforme prenderanno potranno emergere già nei prossimi giorni. Difficile, però, aspettarsi grandi cambiamenti dall’appuntamento politico al via settimana prossima.

Molto dipenderà dall’equilibrio che la nuova leadership del Pcc intenderà creare tra il partito e le forze del mercato, e su questo punto, spiega Yukon Huang, senior fellow al Carnegie Endowment e in passato country director per la Banca Mondiale in Cina, emerge una contraddizione, ovvero quella tra il “ruolo decisivo” del mercato nell’allocazione delle risorse, e il “ruolo di guida” che lo Stato continua ad avere nell’economia, entrambi riaffermati nel terzo plenum. “Questa ambiguità ha oscurato la formulazione e l’attuazione delle riforme da allora”, scrive sulla piattaforma on line di analisi East Asia Forum, e ha portato a tre interrogativi da affrontare in futuro:

  • fare i conti con una possibile crisi finanziaria (e con il ruolo in essa delle imprese di Stato);
  • favorire un più efficiente processo di urbanizzazione;
  • affrontare i fattori che portano alla corruzione.

La Cina, spiega Yukon Huang, “è differente, non perché sia immune da pressioni finanziarie, ma perché la struttura del suo sistema economico e le interazioni al suo interno sono diverse da quelle di altri Paesi”. Scindere completamente il ruolo dello Stato da quello del mercato è più difficile di quanto sembri. “Gli esiti impressionanti dell’economia cinese sono il risultato di un affidamento gradualmente maggiore alle forze del mercato per modellare i risultati economici, anche se con lo Stato che fissa le priorità. Ora, la questione – conclude Huang – è se la nuova leadership potrà trovare il giusto equilibrio tra permettere al mercato di avere il ruolo decisivo immaginato nel terzo plenum, mantenendo per il Pcc un ruolo di guida” nello sviluppo economico.

Una leadership rafforzata, con il rischio di un partito debole

Su posizioni ancora più dire è David Shambaugh, direttore del China Policy Program presso la George Washington University. “Xi è il più illiberale leader della Cina dai tempi di Mao”, scrive Shambaugh sulle pagine del South China Morning Post. Una considerazione che deriva dal potere accumulato all’interno del partito e dell’esercito, dalla personalizzazione del potere da parte di Xi, che ha spazzato via le fazioni avverse, legate ai suoi due predecessori, Jiang Zemin e Hu Jintao, e dall’incedere della campagna contro la corruzione all’interno del partito, che ha colpito più di 1,3 milioni di funzionari nei primi cinque anni di attività, stando agli ultimi dati, senza risparmiare alcuni tra i membri più in vista del Pcc. Tutto questo non è avvenuto senza che il partito ne pagasse un prezzo. 

 “Paradossalmente, il tentativo di Xi di rafforzare il partito, può averlo in realtà, danneggiato ulteriormente come istituzione”, è il commento di Shambaugh. La contraddizione che il Pcc deve risolvere nel prossimo futuro riguarda lo scollamento tra le linee intraprese in politica estera e in politica interna. “Il rigido controllo politico dl partito all’interno e la sua esitazione sulle riforme economiche si affiancano a una Cina molto sicura di sé sullo scenario globale”. In sostanza, spiega Shambaugh, nei primi cinque anni di Xi le debolezze si sono manifestate soprattutto sul piano interno, mentre sulle linee di politica estera si è manifestata una leadership sicura di sé. Dopo il Congresso la Cina riuscirà a mostrare la stessa fiducia anche nelle linee di politica interna? “Meglio non scommetterci sopra”, è il commento finale di Shambaugh.

I riferimenti per il futuro: “I quattro da evitare e i tre da imitare”

Qualunque sia l’esito del prossimo Congresso, secondo Damien Ma, fellow e associate director presso il Paulson Institute, e lettore aggiunto alla Kellogg School of Management presso la Northwestern University, le linee politiche che il Pcc seguirà in futuro si snoderanno attorno ad alcuni punti cardine che definisce con la formula “i quattro da evitare e tre da imitare”. I quattro da evitare sono:

  • evitare che il Pcc faccia la fine del Partito Comunista dell’Unione Sovietica;
  • evitare il modello democratico dell’India;
  • evitare di cadere in una stagnazione economica come quella del Giappone;
  • evitare un modello di urbanizzazione simile a quello di molti Paesi sudamericani.

I tre da imitare, invece, sono:

  • il dinamismo economico e la potenza militare degli Stati Uniti;
  • il modello di Stato sociale europeo;
  • il modello di governance autoritario e competente di Singapore.

“In altre parole”, spiega Ma sulla piattaforma on line Macropolo gestita dal Paulson Institute dell’università di Chicago, “prendere in prestito qualcosa qua e là, evitare ogni modello che possa destabilizzare il ruolo del Pcc, e limitare gli elementi delle esperienze apprese attraverso i filtri ideologici del Pcc”. Negli ultimi cinque anni, spiega Ma, molte volte il Pcc ha voluto sottolineare la distanza con i modelli occidentali, ma questo non significa non osservare e magari, appunto, prendere in prestito le best practices, adattandole al contesto cinese. Qualunque sia l’esito del Congresso, conclude lo studioso, questi precetti “forniscono una base logica al partito per le azioni da intraprendere nel suo stesso interesse e per la sua auto-conservazione”.

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“Come sarebbe bello potere entrare, purtroppo non si può; mi hanno detto che è unica al mondo, che l’atmosfera spirituale è incredibile”.

È una notte di autunno, e siamo a Shiraz, nel sud dell’Iran, non lontano dalle acque del Golfo Persico, l’aria è ancora calda e 8 turisti italiani hanno deciso: vogliono entrare a tutti i costi nel mausoleo di Shahceragh, “il Re delle Lampade”, uno dei santi della confessione sciita; seduti nel bar Royal, vicino al bazaar di Vakil, nel centro storico della città; sono veneti e sono soddisfatti dell’espresso fatto nel bar gestito da tre giovani sorelle, e continuano a parlare del progetto che hanno per quella notte. 

“Se Dio vorrà, vi porterò io ragazzi”. Un “iraniano” comprende il verbo di Dante è seduto al tavolo accanto e si offre per portarli dentro, proprio in quel luogo stupendo che vorrebbero vedere. L’avventura inizia.

Una storia di abnegazione

Era l’817 d.C. quando Ahmad ibne Moussà, venne assassinato a Shiraz. Il pio discendente in linea diretta di Maometto, era in viaggio verso il nord-est dell’Iran attuale, per raggiungere il fratello, Ali ibne Moussà (soprannominato Reza), ottavo Imam nella confessione sciita duodecimana; Ahmad venne assassinato, come il fratello Reza, entrambi solo per aver diffuso la parola del Signore, aver invitato alle buone consuetudini ed aver condannato la dittatura del califfo di turno, l’Abbaside Mamun. Una storia di abnegazione che ha reso però immortale Ahmad nel cuore dell’Iran; nei dintorni dell’anno mille, la dinastia persiana degli Ale Buyè iniziò ad abbellire la sua tomba; nel 1344 la dinastia degli Atabakan costruì il primo mausoleo; nel periodo Safavide (secolo 17esimo), venne edificiata una moschea magnifica e l’ultimo restauro del luogo avvenne nel 1960, nel periodo di Mohammad Reza Pahlavi.

L’esito è una delle moschee più belle del mondo, questo è indubbio.

L’ingresso nel cortile

Il complesso del mausoleo ha una decina di porte e rimane aperto 24 ore su 24; è un santuario sciita ed essendo potenziale obbiettivo di estremisti sunniti all’interno non si possono portare zaini e macchine fotografiche, ma si può entrare coi cellulari.

Gli italiani consegnano alla porta, alla custodia zaini e macchine fotografiche, per cui viene rilasciata una ricevuta; dovrebbe accompagnarli un membro della sicurezza del mausoleo ma “l’iraniano” convince a lasciarli entrare da soli, dicendo di essere il loro interprete. Sono le 23 ed il santuario è pieno zeppo di gente. Davanti alla cupola allungata che sovrasta il cenotafio di Ahmad, in un cortile immenso, abbellito con fontane come vuole la tradizione del giardino persiano, sono stesi tappeti e famiglie, con i bambini, sono sedute e pregano e chiaccherano felici.

L’atmosfera è incredibile; i bambini corrono, giocano e rincorrono i colombi che svolazzano e si posano per terra, alla ricerca di qualcosa da mangiare; le donne coi chador bianchi, rosa e neri vanno e vengono; passa pure qualche carrozzella, paralitici e malati vengono qui a pregare per chiedere la guarigione.

Il gioco delle luci, rosse sulla cupola e verdi sull’Ivan, il porticato dell’ingresso del cenotafio vero e proprio, dona un’emozione particolare.

Non si può entrare nella parte coperta (è vietato ai non musulmani), dove c’è lo Zarih, la gabbia metallica che sovrasta la tomba, ma l’iraniano è risoluto.

“Andate li dove c’è il tappeto, toglietevi le scarpe e mettetele in una delle buste di plastica; entrati non parleremo più italiano".

La tomba di Ahmad

Le donne, che all’ingresso hanno indossato il chador, entrano dalla porta delle donne; gli uomini e l’iraniano da quella degli uomini; non sono differenti i tratti somatici tra iraniani e italiani, in effetti all’inizio, nessuno riconosce gli ospiti che rimangono abbagliati dalla luce; si entra, si gira attorno alla tomba di Ahmad, si vede la gente che la tiene e prega, attorno chi prega, chi legge il Corano e chi dorme sereno, il profumo di estratto di fiori, di cui l’Iran è un grande produttore, fa impazzire; i lampadari sono giganteschi e le pareti ed il tetto sono interamente coperti di piccoli pezzi di vetro, che sono messi con angoli particolari, in modo da infrangere l’immagine di chi entra, perchè il fedele li deve pensare solo a Dio, e non a se stesso. Dopo un pò la gente si accorge che ci sono degli ospiti non musulmani; ma nessuno dice nulla; se ne accorge anche un signore della sicurezza, che sorride e regala loro una caramella, mentre gli italiani, per un istante, avevano temuto il peggio.

Quando le donne e gli uomini del gruppo si ritrovano in giardino, qualcuno dice che non se ne vorrebbe più andare.

Una delle italiane dice di essere stata abbracciata ed accolta dalle donne che stavano dentro; un’altra che le hanno aggiustato il chador; un’altra ancora racconta di aver pianto vedendo le donne che allattavano e che pregavano.

La missione è compiuta e gli 8 ragazzi italiani attraversano il cortile, le donne consegnano i chador che sono stati dati loro al momento dell’arrivo e poi si girano per vedere un’altra volta la cupola di Shahceragh, il Re delle Lampade.

 

Harvey Weinstein è stato espulso dall'Academy, l'organizzazione che assegna gli Oscar. Era stato lo stesso fratello del produttore licenziato e caduto in disgrazia dopo che il New York Times per primo il 5 ottobre aveva rivelato le sue abitudini di molestatore seriale su attrici e dipendenti, a chiederlo e un numero superiore alla maggioranza dei due terzi dei 54 membri della Academy of Motion Picture Arts and Sciences ha votato per l'espulsione.

"Lo abbiamo fatto non solo per prendere le distanze da qualcuno che non merita il rispetto dei suoi colleghi nma anche per mandare un messaggio che è finita l'era della complicità e dell'ignoranza intenzionale dei comportamenti da predatori sessuali e delle molestie sessuali nel nostro settore", si legge in un comunicato.

La 'rubrica' di Weinstein

La rubrica delle donne molestate da Weinstein contiene finora 40 nomi: da Asia Argento ad Angelina Jolie; da Cara Delevingne a Gwyneth Paltrow. Per prima fu Ashley Judd da ultimo anche Jane Fonda, non toccata da Weinstein, ma che si è rammaricata di sapere e non averlo denunciato per tempo.

Prima di Hollywood ci aveva pensato la politica a scaricarlo e in particolare il partito Democratico, cui dal 1990 ha donato 1,4 milioni di dollari, e big come i coniugi Obama e i Clinton. Solo il 10 ottobre, 5 giorni dallo scoppio dell scandalo, l'ex candidata alla Casa Bianca Hillary Clinton – per la quale Weinstein solo lo scorso anno aveva organizzato una cena di raccolta fondi nella sua casa di Manhattan – ha scaricato il ricco produttore, dicendosi "colpita", "scioccata", "sconvolta" perché "c'era un lato diverso di una persona che io e molti altri conoscevamo". Clinton ha tardato a prendere le distanze dal produttore, e ha anche annunciato l'intenzione di restituire i soldi arrivati dal 65enne, senza specificare la somma: "Ogni anno dono il 10% delle mie entrate in beneficenza, ne farà parte anche questo".

Weinstein ha anche donato 10mila dollari a Barack Obama e 46.350 ai Clinton e alla loro Hillpac, il comitato di azione politico che Hillary ha usato per sostenere altri democratici quando era senatrice. Anche i coniugi Obama che alla Casa Bianca hanno ospitato molte volte il produttore e che all'inizio dell'anno hanno mandato la primogenita Malia a lavorare per lui a New York, hanno preso le distanze solo il 6 ottobre, quando ormai continuare a tacere stava diventando fonte di enorme imbarazzo.  

Alcune delle attrici molestate da Harvey Weinstein

In fondo al tunnel… una cella
 

I guai di Weinstein non si fermano però ai vecchi amici che lo abbandonano. L'ex re di Hollywood potrebbe rischiare una condanna da 5 a 25 anni di carcere per il solo caso di violenza ai danni dell'aspirante attrice Lucia Evans, accaduto nel 2004, quando il produttore la costrinse a praticargli del sesso orale.

Qualora il caso dovesse finire nei tribunali di New York, scrive il giornale, il produttore rischierebbe la condanna perché in questo Stato non esiste un termine di tempo per adire le vie legali e quindi anche dopo 13 anni il crimine potrebbe essere perseguito.

Un'ipotesi che però resta al momento puramente teorica perché in molti, compreso l'ex procuratore di New York, Lowell Sidney, non credono che Cyrus Vance Jr, il giudice oggi competente a Manhattan, deciderò di portare il caso in tribunale, considerate le difficoltà di dimostrare il crimine.

Lo scandalo a luci rosse, dopo aver travolto Harvey, si sta allargando fino a coinvolgere l'intera azienda che Weinstein ha fondato nel 2005. Le rivelazioni del New York Times dimostrano che la casa di produzione hollywoodiana era a conoscenza del fatto Harvey avesse pagato il silenzio di alcune delle donne vittime delle sue molestie sessuali.

Chi sono le donne molestate 

 

Asia Argento

Afferma di essere stata stuprata quando aveva 21 anni. Ha detto al New Yorker che era stata invitata a quello che pensava fosse una festa nella sua camera Hotel du Cap-Eden-Roc vicino a Cannes, ma si è trovata sola con lui . Si è presentato in accappatoio e le ha chiesto di fargli un massaggio. Poi le ha tirato la gonna e le ha praticato sesso orale senza che fosse consenziente. 

Successivamente ha continuato a avere rapporti sessuali consenzienti con lui – una relazione che ha descritto alla rivista come unilaterale e onanistica – perché temeva che la sua carriera sarebbe stata rovinata se non avesse obbedito.

Gwyneth Paltrow​ 

Aveva 22 anni ed era stato scritturata per il ruolo di protagonista nell'adattamento di 'Emma', di Jane Austen. Ha detto al New York Times che era stata convocata nella suite dove Weinstein le ha chiesto di fargli massaggio. Lei rifiutò e raccontò tutto al suo ragazzo di allora, Brad Pitt, che affrontò Weinstein. Poco dopo, il produttore la avvertì di non parlare con nessun altro. "Temevo che mi avrebbe sparato."

Angelina Jolie

Alla fine degli anni '90 si trovò in una camera d'albergo con Weinstein. Le fece delle avances che lei respinse. 

Mira Sorvino

​Ha recitato in diversi film di Weinstein. Si è ritrovata nella sua camera d'albergo al festival internazionale del film di Toronto nel 1995. "Ha iniziato a massaggiarmi le spalle, cosa che mi ha fatto sentire molto a disagio. Sono andata via".

Lucia Evans

Era una aspirante attrice quando Weinstein la avvicinò al Cirpriani Upstairs club di New York nel 2004. Organizzò un incontro nell'ufficio Miramax, dove lei si trovò sola con lui. "Mi ha costretto a praticargli del sesso orale", ha detto. "È grande e grosso,  mi ha sopraffatto".

Rosanna Arquette

​La protagonista di Pulp Fiction, ha detto al The New Yorker che avrebbe dovuto incontrare Weinstein per cena in un hotel di Beverly Hills per discutere di una sceneggiatura, ma all'arrivo le fu detto di andare nella sua suite. Lui si presentò in accappatoio e le chiese di fargli un massaggio, poi le prese una mano e se la portò al pene. Lei fuggì, ma da allora – ha detto –  la sua carriera è andata in picchiata.

Ambra Battilana Gutierrez

​Modella italo-filippino, aveva 22 anni quando fu invitata all'ufficio Weinstein nel quartiere Tribeca di New York. Lui si lanciò su di lei, afferrandole i seni e tentando di mettere una mano sotto la gonna mentre lei si ribellava. Andò dritta alla polizia. 

Katherine Kendall

Aveva 23 anni quando Weinstein la invitò a una proiezione poi nel suo appartamento dove andò in bagno e quando tornò era nudo e le chiese un massaggio. "Tutte lo fanno", le disse. Ma lei rifiutò e dovette letteralmente scappargli dalle mani.

Tomi-Ann Roberts

Aveva 20 anni e faceva la cameriera in un hotel quando Weinstein le organizzò un'audizione. Le disse che avrebbe avuto un audizione molto migliore se si fosse spogliata. lei si rifiutò e andò via.

Ashley Judd

Aveva 20 quando Weinstein la invitò al Peninsula Beverly Hills Hotel per quello che pensava fosse una colazione di lavoro. Invece la invitò nella sua stanza dove si presentò in  accappatoio e le chiese un massaggio o se potesse guardarlo fare la doccia

Emma de Caunes

​Attrice francese, incontrò Weinstein a una festa di Cannes nel 2010. La invitò lei a una riunione di pranzo al Ritz a Parigi. Nella stanza d'albergo scomparve nel bagno lasciando la porta aperta. Ne uscì nudo con un'erezione e le chiese di mettersi sul letto. Le disse che molte altre donne avevano fatto prima di lei, ma lei se ne andò sbattendo la porta.

Zoe Brock

Modella e scrittrice neozelandese, aveva 23 anni quando accettò un invito nella suite  di Weinstein a Cannes, credendo che altri sarebbero stati presenti. Si è trovata da sola con lui in accappatoio. Le chiese un massaggio e lei scappò a rifuguarsi in bagno.

Romola Garai

​Aveva 18 anni quando Weinstein si le si presentò in accappatoio. 

Dawn Dunning

Aveva 24 anni, frequentava la scuola di design e faceva la cameriera a New York quando incontrò Weinstein. Era stata invitata a pranzo in un hotel a Manhattan, ma all'arrivo le fu detto di andare alla sua suite perché era in ritardo in una riunione. Ha detto al NYT che lo trovò in  accappatoio dietro un tavolino coperto di carte che – disse – erano contratti per i suoi prossimi tre film. Le disse che poteva solo firmarli a condizione di fare sesso con lui per tre volte. Lei fuggì e abbandonò ogni velleità di attrice diventando costumista,

Lauren Sivan

​Weinstein la intrappolò in un ristorante chiuso e cominciò a masturbarsi davanti a lei dopo aver tentato di baciarla.

Liza Campbell 

Weinstein la convocò nella sua camera d'albergo a Londra e le chiese di entrare in bagno con lui, ma si rifiutò.

Léa Seydoux

Weinstein cercò di baciarla sulle labbra nel 2012 dopo una sfilata di moda di Parigi

Cara Delevingne​

Ha detto di essere stata molestata sessualmente da Weinstein all'inizio della  carriera: le aveva chiesto di baciare un'altra donna nella sua camera d'albergo. ​

Mancano pochi giorni all’apertura del Congresso del Partito Comunista Cinese, che sancirà il ricambio di gran parte della classe dirigente. Cinque dei sette membri della cerchia ristretta del potere dell’attuale Comitato Permanente dovranno lasciare il posto per raggiunti limiti di età, ovvero per avere oltrepassato i 67 anni. Tutti tranne il segretario generale, Xi, e il primo ministro, Li Keqiang. Oltre a loro, undici membri del Politburo dovranno lasciare il posto a nuovi dirigenti, sempre per lo stesso motivo. Il 18 ottobre, i 2287 delegati che giungeranno a Pechino avranno il compito di eleggere il nuovo Comitato Centrale, composto di duecento dirigenti. Non solo i giochi di potere, già chiusi e di cui sapremo a breve. Ma il futuro della Cina. Sono questi i temi sui quali ci si interroga

 

Nacque a Pechino nel 1953. Il padre, Xi Zhongxun, fu leader della prima generazione: scelto da Mao Zedong come capo della propaganda, divenne vice premier della Repubblica Popolare Cinese, fondata dai comunisti dopo anni di guerra, nel 1949. Al padre di Xi, beffardo fu il destino nella Cina maoista: seppur fervente comunista, esponente dell'ala riformista, venne epurato durante la Rivoluzione Culturale (1966-76). Nel 1969, Xi compiva quindici anni e veniva spedito, come altri 18milioni di cinesi, nelle lontane e poverissime campagne, a rieducarsi. Trascorse sette anni in un villaggio rurale, dormendo in una grotta, nella provincia nordoccidentale dello Shaanxi. Oggi Liangjiahe è meta di pellegrinaggio, con la stessa aura di sacralità che circonda il villaggio natio di Mao, Shaoshan. 

La biografia ufficiale risulta impreziosita di dettagli aneddotici, a sottolineare come la dura vita del villaggio forgiò il carattere di colui che la storia avrebbe scelto molti anni dopo per guidare la Cina. Umile, resiliente, vicino al Popolo giacché ne ha conosciuto le sofferenze. Il leader più potente dopo Mao. L’ uomo solo al comando di cui molti temono oggi le derive dittatoriali. Allevava i maiali. Puliva i cessi. Faceva il contadino. Nel tempo libero leggeva – forse tutti ricordato la samizdat contro la censura maoista raccontata nel piccolo romanzo di Dai Sijie “Balzac e la piccola sarta cinese”.  Victor Hugo e Hernest Hemingway erano tra i suoi autori preferiti. Lesse “Il Capitale” di Karl Marx almeno tre volte. Forse non è un caso che appena salito al potere abbia esortato allo studio del pensiero marxista nelle scuole. 

Potente quasi quanto lo fu Mao

Vita e cuore del Partito da quando la ristretta cerchia degli uomini più potenti lo ha nominato “core” leader, un titolo di cui solo Mao e Deng poterono fregiarsi. Mao, Deng, e Xi: i leader che per la storiografia cinese hanno segnato le tre più importanti fasi della Cina moderna. Xi considera sé stesso discendente diretto di questa stirpe, seppur con importanti distinzioni, e qualche rottura. Dicono che abbia accumulato un potere quasi assoluto, pari solo a quello di Mao. Eppure la Cina di Mao non era la Cina di cui cinque anni fa Xi ha assunto la guida. Deng continua a esserci sotto forma di eredità nella costituzione e nel pensiero del Partito, sebbene Xi abbia compiuto una virata ideologica nel segno di una pacata discontinuità: il “Piccolo Timoniere”, che tanta enfasi aveva dato alla crescita economica, e di cui tutti ricordiamo lo slogan giunto famoso anche in Occidente “arricchirsi è glorioso”,  trasformò la Cina in un Paese che cresceva a due cifre, innescando tuttavia, con la sua politica mirata a creare una economia di mercato, e rimosso il dissenso politico dopo il 4 giugno con un patto sociale che in qualche modo dura tuttora (ricchezza in cambio di consenso), le distorsioni che attanagliano la Cina di oggi: la disparità di reddito, l’inquinamento, il debito pubblico, le bolle speculative, la corruzione. Jiang Zemin e Hu Jintao hanno proseguito nel percorso dettato da Deng.

Il cambio di rotta: sì alla crescita di qualità

Xi, no: ha cambiato rotta, e ha spostato l’attenzione dall’economia al Partito. Frenando le riforme politiche accennate nel decennio precedente – Hu Jintao-Wen Jiabao – in quel ciclo di alternanza tra chiusure e aperture che caratterizza una macchina amministrativa che oggi conta 90 milioni di membri. Xi ha rimesso al centro il Partito, indebolito da una corruzione endemica (1 milione e 400 mila funzionari sotto indagine). Lo ha salvato. La Cina studia, impara dagli errori, propri e altrui. La disintegrazione dell’ex Unione Sovietica è l’incubo da scongiurare. Ha ridimensionato la crescita economica, puntando su una crescita di qualità: l’obiettivo è di raggiungere una società moderatamente prospera (entro il 2020). Alla continua ricerca del consenso (il “mandato celeste”), affinando il metodo per preservare la stabilità sociale, il potere del Partito, per Xi, è tutto.

Il pensiero politico è del resto la materia che conosce meglio: dal 2008 al 2013 è stato capo della Scuola Centrale del Partito – organo importantissimo per la formazione della classe dirigente. Ai funzionari di tutti i livelli viene richiesta lealtà assoluta. Il leader cinese ha promosso nella catena di comando i suoi alleati – anche all’interno del potentissimo Esercito Popolare di Liberazione. Ha indebolito la Lega della Gioventù – la fazione connessa a Hu Jintao. Vuole al suo fianco dirigenti che condividano i suoi stessi valori. Spariti i riferimenti al club dei "principi rossi", il termine con cui genericamente si indicano i figli dell'aristocrazia comunista che hanno partecipato alla rivoluzione guidata da Mao Zedong. Non bastano le inchieste del New York Times e Bloomberg sulle ricchezza della casta cinese. Al mondo, e al suo popolo, è un altro il volto che Xi vuole offrire: quello del leader dalla postura frugale. 

Compiuti gli esercizi di rieducazione nelle campagne, la sua storia continua a Pechino. Nel 1975 si iscrive a ingegneria chimica. Inizia presto la sua carriera come quadro del partito, nelle province del Fujian e dello Zhejiang. Nel 2007 diventa leader di Shanghai, una posizione che lo proietta verso una poltrona del potentissimo Comitato Permanente. Tra il 2012 e il 2013 succede a Hu Jintao come segretario generale del Partito, presidente della Commissione Militare Centrale  e presidente della Repubblica. Non era mai accaduto che un leader ereditasse le tre cariche in un colpo solo.

Il senso della Cina per Xi

Il senso della Cina per Xi Jinping? Rimetterla al centro del mondo. Lo slogan che ha contraddistinto l’avvio del suo primo quinquennio al potere, il “Sogno cinese”, parla della grande rinascita per una nazione che ha subito il lunghissimo secolo di umiliazione inflitto dalle potenze straniere. L’Impero saccheggiato a partire dalle Guerre dell’Oppio. Invaso e sconfitto. Mao lo ha riconquistato, lo ha unificato. Oggi Xi vuole riportarlo al centro proponendo una globalizzazione sinocentrica. Il principio del Tianxia, antico quanto gli imperatori. Ne abbiamo avuto un assaggio a Davos, quando agli occhi del mondo Xi divenne l’alfiere della globalizzazione, mentre Trump iniziava a tirare su muri. La Cina non vuole più avere un profilo basso in politica estera – altro elemento di diversità rispetto a Deng. Dalla Corea del Nord, dove esercita prudenza, al Mar Cinese Meridionale, dove si muove assertiva, talvolta arrogante, ribadendo una sovranità – dice Pechino – dettata dalla storia. Una storia che il Partito riscrive, oscurando le pagine scomode e dolorose, fagocitando quel meccanismo di rimozione che caratterizza la popolazione cinese che per vergogna, o per praticità, dimentica le vittime del 4 giugno 1989 e non parla della Rivoluzione Culturale, di cui i millennial nulla o poco sanno: quando si confrontano con i compagni di corso nelle università internazionali, che in massa frequentano, non hanno elementi di dibattito. Sono privi di memoria.

Il recupero della tradizione confuciana

Eppure è proprio sul recupero della memoria che Xi Jinping ha costruito il suo potere. La retorica ufficiale è ricca di richiami storici e letterari. Un recupero che spiega il rapporto dei cinesi con il proprio passato, che è poesia, scrittura sui rotoli, non di certo pietra, più volte demolita. Un recupero necessario dopo gli anni bui in cui le guardie rosse bruciarono i simboli della cultura classica; cancellate le memorie individuali e collettive, profanate le tombe, distrutti gli album di famiglia. L’operazione di Xi consiste nell’unire i valori del nazionalismo e del marxismo-leninismo-maoismo, mescolandoli con il recupero della tradizione confuciana. E tra qualche giorno il suo pensiero, raccolto nei suoi scritti, potrebbe essere inserito nella Costituzione. Con il suo nome stampato sopra.  Cosa dice il suo pensiero.

Le domande che il mondo si pone

Le domande più aperte riguardano la possibilità che nomini un erede per il 2022 (in caso contrario romperebbe con la tradizione) e la decisione di mandare o meno in pensione Wang Qishan, lo zar dell’anti-corruzione cinese. Wang, 69 anni, ha raggiunto l’età del pensionamento, ma da tempo circolano voci su una possibile eccezione nei suoi confronti. In entrambi i casi, si tratterebbe di una eccezione a conferma del carattere assoluto che ha assunto il potere di Xi. 

Mantenere l’ordine sociale a tutti i costi lo ha portato a incarcerare numerosi dissidenti e avvocati per i diritti umani. Ha lasciato morire in modo indegno il premio Nobel per la Pace Liu Xiaobo. Del destino della vedova, la poetessa Liu Xia, non si hanno notizie certe.  

La censura su internet e nel campo dell’editoria non è mai stata così stringente. Eppure, mai nessun leader sembra abbia goduto di un consenso tanto forte. Il Popolo sta con Xi. Il Partito ha sempre avuto la capacità di adattarsi, di prevenire il nascere di virus interni alla società civile, con i classici metodi di repressione preventiva accompagnati da incredibili aperture, soprattutto in campo economico. Xi ha fatto della lotta alla povertà un punto fermo: vuole estirparla del tutto entro il 2020, con dieci anni di anticipo rispetto al target fissato dalle Nazioni Unite.  Del resto la Cina, insiste la propaganda, ha sollevato dalla povertà 800 milioni di persone negli ultimi trent’anni. Il volto umano, vicino alle disgrazie, che piace alla gente comune; di chi sa cosa significa vivere emarginati, in un Paese in trasformazione dove i mingong (i migranti interni) non hanno ancora diritti quando si trasferiscono nelle città a lavorare, e quando tornano a casa hanno perso radici, e di chi perde la casa in seguito all’ennesima demolizione, per fare spazio all’ennesimo centro commerciale, e finisce a vivere sottoterra, andando a popolare quella “tribù dei ratti” di cui parla Yu Hua nel suo ultimo romanzo “Il Settimo giorno” (Feltrinelli, 2017). 

Leader dell'innovazione

I mille volti di Xi, i mille volti della Cina. E’ con la guida della stessa leadership che il Paese sta diventando leader dell’innovazione, investendo sempre più soldi nella strategia Made in China 2025. Eppure, dicono i detrattori, le riforme in questi cinque anni non hanno fatto altro che languire. La riforma delle aziende pubbliche, improduttive e indebitate, non è mai davvero iniziata. All’inizio del primo mandato, si diceva: Xi deve prima serrare i ranghi all’interno del Partito, ripulirlo, accumulare un potere incontrastato. E così passare alla seconda fase: toccare le riforme più impopolari, quelle che rischiano in molti casi di creare malcontento sociale: dismettere le aziende statali significa confrontarsi con lo spinoso tema dei licenziamenti. 

La Via della Seta è l’arma più potente che Xi ha nelle sue mani. Torniamo al Paese orgoglioso che cerca un riscatto definitivo dal Secolo che lo ha visto umiliato. Una iniziativa internazionale condivisa, e inclusiva, di cui l’America non è stata più capace dai tempi del piano Marshall, e che con 900 miliardi di dollari sta cambiando l’economia euroasiatica. 

Xi che da ragazzino allevava maiali è oggi il leader che cambia la Cina, e il mondo intero.  Il 18 ottobre capiremo, forse, meglio come.

 

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Dal tetto della sua cuccia Snoopy scuoterebbe la testa desolato. Ammesso che anche la cuccia non sia stata divorata dalle fiamme. La casa di Charlie Brown è ridotta in cenere: distrutta dai roghi che stanno devastando la California settentrionale
La casa di Santa Rosa dove Charles M. Schulz, creatore delle amate strisce dei Peanuts, ha vissuto per 40 anni, fino alla morte nel 2000, è stata tra le prime a bruciare. La vedova di Schulz, 78 anni, è sfuggita alle fiamme e sta vive con il figlio.
"Tutti i suoi memorabilia sono perduti, ha detto il figliastro Monte". Fortunatamente, la maggior parte dei disegni originali di Schulz e delle strisce sono conservate nel Museo e nel Centro di Ricerca  Charles M. Schulz a Santa Rosa. Il museo è attualmente chiuso a causa degli incendi, ma finora non è interessato dai roghi.

Se dovessimo indicare una parola che negli ultimi due anni, più di altre, ha saputo conquistare la ribalta di giornali, social e televisioni, sarebbe senza dubbio #FakeNews. La formula preferita, sicuramente una delle più usate, dal presidente degli Stati Uniti d'America, Donald Trump, per attaccare chi scrive o pubblica notizie lontane dal suo modo di essere o chi critica le sue scelte di governo. Nonostante quest’ondata di successo, però, parliamo di un concetto assai vecchio le cui tracce si trovano già a partire dal diciannovesimo secolo. Se non prima.

La parola ai dizionari

Per il Cambridge Dictionary, ad esempio, è difficile slegare le #fakenews dal mezzo che le alimenta, Internet, e il motivo per cui vengono create, influenzare l'opinione pubblica (o prendersi gioco di essa). 

"False stories that appear to be news, spread on the internet or using othermedia, usually created to influence political views or as a joke”.

Definizione che si ritrova, quasi identica, anche all'interno del Collins. Il Macquarie Dictionary, lo scorso gennaio, ha eletto #FakeNews come parola del 2016, sottolineandone l'impatto decisivo che avrebbe avuto sulla società contemporanea. Una scelta parallela a quella fatta da Oxford Dictionaries, che optò per "Post Verità”. Il Merriam-Webster, invece, decise di dare spazio a un’altra parola “surreale”.

I tre casi che raccontano l'anzianità delle 'fake news'

Il Merriam-Webster è uno storico dizionario americano tra i più autorevoli, fondato nel 1828, tra i più consultati anche online. E proprio sul sito ha deciso di dedicare un approfondimento alle “fake news” per spiegare una presa di posizione, decisamente controcorrente, rispetto ai suoi competitor: non prendere ancora in considerazione la candidatura della parola “fake news”, escludendola dal vocabolario.

In un recente articolo ha analizzato i motivi di questa scelta, legittima e controcorrente. La prima ragione riguarda essenzialmente la storia delle “fake news”, portatrici di un concetto vecchio di almeno 127 anni. Almeno stando a quanto riportano tre fonti dell’epoca: 

  1. Il primo caso riguarda un titolo del Cincinnati Commercial Tribune, comparso il 7 giugno 1890. Si tratta dell'accusa di un politico del tempo sulle notizie false, trasmesse fuori dall’Ohio, sulla sua popolazione. Allora non c'era internet ed era il telegrafo il mezzo tramite cui farle circolare. Il titolo è questo: ”Secretary Brunnell Declares Fake News About His People is Being Telegraphed Over the Country".  
  2. Il secondo caso è una rettifica, all'interno del Kearney Daily Hub, risalente al 7 luglio 1890, chiesta da una lettrice riguardo a una notizia "falsa" che la riguardava direttamente. “Fake News. The following is handed to us for publication: Sunday’s Enterprise says that I and a companion were run over by the Neptune and thrown into the water. As can be proved by more than one, we did not so much as get our feet wet, nor were we helped into the Neptune. Clarence Collins”.
  3. Il terzo caso, pubblicato sul Buffalo Commercial, il 2 maggio del 1891, si concentra invece sul gusto e sui desideri del pubblico, stanco anche allora di "notizie" manipolate ad arte (in questo caso da parte di alcuni sindacati locali). “The public taste is not really vitiated and it does not in its desire for ‘news’ absolutely crave for distortions of facts and enlargements of incidents; and it certainly has no genuine appetite for ‘fake news’ and ‘special fiend’ decoctions such as were served up by a local syndicate a year or two ago”

C’è bisogno di un significato più forte e indipendente

'Fake news', per i lessicografi di Merrier-Webster, è semplicemente un concetto composto da due parole autonome, ben distinte, che usate in un'unica combinazione sono in grado di fornire un significato più grande e complesso. Alla fine, in parole povere, si tratta di "notizie" che sono giudicate "false". Niente di più. Per poter conquistare un posto all'interno del dizionario c'è bisogno di altro: l'identificazione con un concetto diverso, originale e più descrittivo. Un esempio? La parola “dirtbag” che, se una volta andava a identificare, in due parole, un luogo fisico dove mettere rifiuti, oggi identifica, in una parola unica, un difetto, tra i peggiori, di un essere umano. L’esempio fatto è questo: ”My ex boyfriend is really a dirtbag".

Insomma, per entrare all'interno del più importante dizionario americano c'è bisogno di qualcosa di più che una tendenza su google, un hashtag o un uso, seppur costante, di un Presidente.

L’Iran “è una dittatura che ha addestrato Al Qaeda” e l’accordo sul nucleare voluto da Barack Obama è “una delle cose peggiori mai firmate dagli Usa”. “Sulla base di quanto ho visto vi annuncio che noi non possiamo certificarlo”. Sono queste le parole con cui Donal Trump ha deciso di non certificare l’accordo con l’Iran sul nucleare. Ma le dichiarazioni che ha fatto per avvalorare la sua decisione sono spesso fuorvianti e incomplete. Il New York Times le analizza una per una: 

Il fact-checking fatto dal NYT

La storia iraniana raccontata da Trump è incompleta – “L'Iran è sotto il controllo di un regime fanatico che ha preso il potere nel 1979 e ha costretto un popolo orgoglioso a sottomettersi all’estremismo”, ha detto Trump, riferendosi alla rivoluzione islamica. In verità – spiega il NYT – i religiosi guidati da Ayatollah Ruhollah Khomeini quell’anno fondarono una repubblica islamica. Il suo successore, Ayatollah Ali Khamenei, è attualmente il leader supremo dell’Iran. Il presidente ha poi parlato della crisi degli ostaggi dell'Iran del 1979, del supporto dell’Iran al terrorismo e del sostegno al presidente siriano Bashar al-Assad per fare esempi di ‘azioni ostili’ del Paese. “Ma seppur tutte queste azioni sono effettivamente ostili, bisogna contestualizzarle”, spiega Abbas Amanat, uno studioso iraniano dell'Università di Yale.  Amanat ha aggiunto che la rivoluzione del 1979 è stata un movimento popolare e che il governo, sebbene repressivo, fu moderato.

La lezione di storia di Trump ha inoltre omesso un importante elemento di svolta: il cosiddetto movimento verde del 2009, con il quale i manifestanti sono scesi nelle strade del Paese per contestare l'elezione del presidente Mahmoud Ahmadinejad e chiedere una maggiore libertà politica. Alcuni chiesero perfino la rimozione di Ayatollah Khamenei. Nel 2013 Hassan Rouhani, un religioso moderato, è stato eletto dal popolo con un’ampia maggioranza. I suoi alleati nel corso degli anni si sono rafforzati, non è un caso che è stato riconfermato nelle elezioni di maggio 2017.
"Ogni tentativo di rinnegare o decertificare o imporre sanzioni ha un impatto negativo sui moderati in Iran che sostengono Rouhani, sono tutte azioni che non fanno altro che alimentare i gruppi estremisti”, ha detto ancora Amanat.

La questione dei soldi di Teheran

Le dichiarazioni di Trump sui vantaggi economici dell’Iran derivanti dall’accordo sul nucleare sono fuorvianti – Secondo Trump l’accordo ha fatto incassare all’Iran “oltre 100 miliardi di dollari che il governo avrebbe utilizzato per finanziare il terrorismo, ai quali si deve aggiungere un pagamento in contanti di 1,7 miliardi”. In realtà l’accordo diplomatico – sempre secondo il Nyt – prevedeva un rilascio di 100 miliardi di dollari congelati in precedenza. Gran parte di questo importo riguarda obbligazioni di debito: ad esempio 20 miliardi sono destinati alla Cina per finanziare alcuni progetti in Iran. Quindi la disponibilità finanziaria che rimane all’Iran, non è 100 miliardi ma varia dai 35 ai 65.

Inoltre è vero che l’amministrazione Obama ha trasferito 1,7 miliardi all’Iran, ma anche questa dichiarazione deve essere meglio contestualizzata. I soldi – consegnati in contanti – sono stati pagati per porre fine a una disputa lunga decenni solo indirettamente legata all'accordo nucleare. Prima della rivoluzione del 1979, lo shah dell'Iran pagò 400 milioni di dollari per forniture militari americane che, dopo che fu spodestato, non furono mai consegnate. I religiosi che presero il controllo per anni hanno cercato di recuperare il denaro, ma gli Stati Uniti si sono sempre rifiutati. 1,3 miliardi di dollari in più non sono altro che gli interessi accumulati in 35 anni.

Il ruolo dell'Aiea

Trump ha detto, senza fornire prove, che "il regime ha intimidito gli ispettori internazionali che avevano il compito di svolgere verifiche sull’accordo” –  La Casa Bianca – scrive il quotidiano americano – non ha fornito nessuna risposta quando sono state richieste prove a sostegno di questa affermazione. Inoltre il capo dell'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica (Aiea), il gruppo di controllo incaricato delle verifiche, non ha mai parlato di questi problemi. "A mio avviso, non c’è alcuna prova. La IAEA. non ha detto niente del genere ", ha dichiarato Richard Nipote, l’ex coordinatore delle sanzioni al Dipartimento di Stato e studioso di ricerca al centro sulla Politica Energetica Globale della Columbia University.

Yukiya Amano, direttore generale della Aiea più volte ha dichiarato che l'Iran stava seguendo le regole. Non ha menzionato nessuna forma di intimidazione. "Abbiamo potuto svolgere – ha detto – il nostro lavoro con più facilità rispetto a tanti altri Paesi”. Dopo l’ultimo discorso di Trump Amano ha inoltre dichiarato: “Finora l'Aiea ha avuto accesso a tutti i luoghi che aveva necessità di visitare, al momento l'Iran è sottoposta a un regime ispettivo che non ha precedenti”.

Il fattore tempo

Trump ha esagerato quando ha detto che “l’accordo sulle limitazioni del programma nucleare stanno per scadere” –  In realtà, le disposizioni principali durano dieci anni e l’American Israel Pubblic Affairs Committee ha dichiarato che “molte clausole scadranno tra 15 anni”. Sulla base dell’accordo per 10 anni l'Iran non potrà usare più di 5.060 centrifughe per l’arricchimento dell’uranio e non potrà svolgere attività di ricerca e sviluppo sulle centrifughe stesse. Inoltre – in base a quanto riportato da una ricerca del Congresso americano – per 15 anni ci sono limiti per i livelli di arricchimento, per le strutture e per le scorte. L’accordo prevede anche che l’Iran trasformi un centro di arricchimento dell’uranio in un centro tecnologico che non contenga materiale nucleare e dove il numero di centrifughe sia limitato per i prossimi 15 anni. Ci sono poi molte limitazioni sull’utilizzo del plutonio, incluso il divieto di costruire nuovi reattori per l’acqua pesante. Gli ispettori devono monitorare centrifughe e tutte le infrastrutture correlate per 15 anni, controllare le scorte per 20 anni e monitorare le miniere di uranio per 25.

A distruggere l'Occidente, e il liberismo a cui siamo abituati, è il "nazionalismo bianco", cioè quelle due ideologie, il suprematismo della razza bianca e il nazionalismo, che da alcuni anni sono tornati alla ribalta sia negli Stati Uniti che in Europa. Lo sostiene il quotidiano New York Times, secondo cui il vero pericolo per i Paesi storicamente individuati come democratici e maggiormente sviluppati è la cattiva politica attuale e non l'immigrazione.

Il moderno j'accuse del prestigioso giornale è un attacco frontale politici come Marine Le Pen, alla guida del Front National francese, e il presidente statunitense Donald Trump, che "hanno dato riconoscimento mondiale ai gruppi antisemiti e xenofobi, incoraggiandoli implicitamente o a volte in modo anche esplicito a promuovere apertamente le loro opinioni ricche d'odio". Con il risultato, sostiene il Nyt, che "idee un tempo marginali ora sono mainstream", rappresentano cioè una maggioranza o una larga fetta dell'opinione pubblica.

Due aspetti dello stesso problema

Nazionalismo e suprematismo bianco rappresentano due aspetti dello stesso problema, cioè la rappresentazione dell'immigrato – o semplicemente del 'diverso', che sia musulmano, ebreo o omosessuale – come il cattivo, "l'invincibile nemico di una civiltà che è sostanzialmente incompatibile con i valori delle democrazie occidentali". "Il rischio di una islamizzazione è stato abbondantemente esagerato, spiega il Nyt. Gli islamisti non sono sul punto di salire al potere in nessuna delle potenze occidentali, e nemmeno di esercitare un'influenza politica significativa, a differenza del nazionalismo bianco" che "rappresenta un pericolo significativamente maggiore per le democrazie" perchè "i suoi sostenitori hanno dimostrato che possono raccogliere una quota significativa dei voti alla elezioni".

Francia, Germania e Olanda, e naturalmente Stati Uniti, ne sono un fulgido esempio. Il problema, secondo il quotidiano statunitense, è un grande equivoco di fondo: "I leader di estrema destra hanno ragione a credere che l'immigrazione crei problemi, ma non si rendono conto che il problema principale sono loro stessi" dal momento che "la più grossa minaccia alle democrazie liberali non proviene dai migranti e dai rifugiati ma dalla reazione, nei loro confronti, da parte di chi diffonde la paura dello straniero con l'intento di indebolire i valori e le istituzioni che rendono liberali le nostre società".

Un fenomeno sempre più diffuso anche in Europa

Succede quasi ovunque: alle fermate del pullman, in Ungheria, si vedono pubblicità antisemite promosse dal partito in carica, l'Unione Civica del premier Viktor Orban. Il partito neo-nazista Alba Dorata, in Grecia, ha sfiorato il 7% alle elezioni del settembre 2015, un traguardo quasi doppiato appena il mese scorso da Alternativa per la Germania, l'estrema destra tedesca che per la prima volta è entrata nel Bundestag. In Francia e Danimarca, scrive il Nyt, i leader populisti hanno abbandonato i propri capisaldi elettorali e rimodulato la propria immagine "dipingendo i musulmani come il pericolo numero 1" per raccogliere il consenso di donne, ebrei e omosessuali, categorie un tempo osteggiate. L'idea è sempre la stessa, quella di accrescere i propri consensi stimolando il timore degli stranieri, del loro arrivo definito capace di cancellare cultura e abitudini occidentali sostituendole con quelle degli invasori. Una prospettiva che i gruppi di attivisti politici di estrema destra cercano di scongiurare manifestando spesso in maniera violenta, come successo tragicamente a Charlottesville lo scorso agosto, o a Calais prima dello sgombero della 'Giungla', il campo dove abitavano i rifugiati. Il paradosso è che nazionalismo bianco e radicalismo islamista fomentano vicendevole odio ma in realtà, conclude il New York Times, "si rispecchiano per molti aspetti, e condividono la stessa nostalgica ossessione per una forma pura dell'identità". Gli uni sono legati all'immagine "dello Stato islamico medievale" e gli altri a quella di "una nazione priva dell'inquinamento dovuto al sangue degli immigrati". 

Un proiettile di 8 tonnellate e mezzo colpirà la Terra tra pochi mesi. Il Tiangong-1 o 'Palazzo celeste', la stazione spaziale cinese da 8,5 tonnellate lanciata nel 2011 e descritta come un "potente simbolo politico" di Pechino, ha accelerato la sua discesa senza controllo verso la Terra e si prevede che si schianterà al suolo entro pochi mesi. Lo scrive The Guardian, che spiega che la stazione spaziale è stata utilizzata per le missioni con e senza equipaggio e ha ospitato la prima astronauta donna cinese, Liu Yang, nel 2012.

Video del lancio di Tiangong-1 nel 2011

Fuori controllo dal 2016

Qualcosa negli anni successivi ha cominciato ad andare storto e nel 2016, dopo mesi di indiscrezioni, i funzionari cinesi hanno confermato di aver perso il controllo della stazione spaziale e che questa sarebbe precipitata sulla Terra nel 2017 o nel 2018. L'agenzia spaziale cinese ha informato l'Onu che si aspetta che Tiangong-1 impatti sul suolo tra ottobre 2017 e aprile 2018.

Cosa è successo nelle ultime settimane

Da allora si assiste costantemente a una decadenza dell'orbita della stazione. Nelle ultime settimane si è immersa in un raggio più denso dell'atmosfera terrestre e ha cominciato a cadere più velocemente.

Il perigeo di Tiangong-1 sotto 300 km

"Ora che il suo perigeo (il punto più vicino alla Terra nell'orbita descritta dalla stazione, ndr) è sotto i 300 km ed è in un'atmosfera più densa, il tasso di decadimento sta aumentando", ha detto Jonathan McDowell, un famoso astrofisico dell'Università di Harvard e un appassionato dell'industria spaziale. "Mi aspetto che precipiterà tra qualche mese – ha spiegato al Guardian – alla fine del 2017 o all'inizio del 2018".

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