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Rispondere in maniera gentile ed educata, azzardare che forse il presidente è mal informato e comunque cambiare argomento il prima possibile: sono le istruzioni di un memorandum interno destinato ai vertici di Amazon su come comportarsi nel caso si venga interpellati sul presidente Donald Trump, di cui ha dato notizia il sito The Information. I rapporti tra Amazon e il titolare della Casa Bianca sono molto tesi a causa dell'avversione di Trump per il colosso dell'e-commerce e per il Washington Post, il quotidiano di cui è proprietario l'a.d. Jeff Bezos e che il presidente accusa di diffondere 'fake news'.

Trump ha spesso accusato Amazon di sfruttare le Poste americane come un 'fattorino' sottopagato per la spedizione dei suoi pacchi che costano "miliardi" al contribuente e di evadere le imposte locali farendo concorrenza sleale a negozi e centri commerciali. Amazon in genere non ha risposto agli attacchi, ma ora il 'memo' rivela le linee guida per i dirigenti nel caso si trovino a dover commentare i 'cinguettii' del presidente americano. L'indicazione, in sostanza, è di fare gli indiani: girare le domande all'ufficio relazioni esterne e, se si viene avvicinati su questo tema fuori dall'ufficio, essere cortesi e gentili, spiegare che Amazon lavora bene con la Casa Bianca esattamente come con le precedenti amministrazioni, spiegare che non è cambiato nulla nell'approccio ("Abbiamo una bella storia da raccontare, migliaia di dipendenti ovunque in America"). Semmai spiegare che il presidente è male informato sulla questione delle Poste americane e delle tasse. E, appena possibile, si cambi argomento.

Tra le cose da 'non' fare, c'è la raccomandazione a non mostrare panico o che si abbia qualcosa da nascondere, nè tantomeno far apparire che sia cambiato qualcosa all'interno dell'azienda in risposta a un 'tweet' del presidente. Amazonè' sempre stato piuttosto restia a replicare al presidente, a differenza invece di quanto fatto con il senatore democratico anti-establishment Bernie Sanders, al quale per esempio ha rivolto un lungo post nel blog ad agosto: liquidate come "false e fuorvianti" le accuse di Sanders sulle condizioni di lavora ad Amazon, l'ascia di guerra è stata sotterrata quando il gigante dell'e-commerce ha accettato di aumentare la paga minima oraria a 15 dollari l'ora. Quanto a Trump, nulla di tutto questo. Unica eccezione a settembre, a Washington, quando Bezos, sollecitato a esprimesi sugli attacchi di Trump, si e' detto "molto tranquillo" e ha aggiunto di non voler "difendere il Post". Perche' Amazon – ha aggiunto- "non ne ha bisogno".

Sparatoria in una palestra di yoga in Florida, a Tallahassee. L'attentatore ha ucciso una persona, ne ha ferite altre 4 e poi si è tolto la vita.

Durante un conferenza stampa, il capo della polizia di Tallahassee, Michael DeLeo, ha detto che i feriti sono ricoverati in gravi condizioni mentre il killer sembra si sia tolto la vita accidentalmente.

"Nell'ambito della mia carriera ho dovuto vedere brutte scene ma questa è la peggiore. Per favore pregate", ha scritto su Facebook il capo della polizia della città, Scott Maddox. La palestra teatro della sparatoria si trova in un centro commerciale con negozi e ristoranti molto popolari.

Il sindaco della città, Andrew Gillum, candidato a governatore della Florida alle elezioni di metà mandato in calendario il 6 novembre, ha abbandonato la campagna elettorale per tornare a Tallahassee.

Il governatore in carica, Rick Scott, che ha sfidato il democratico Bill Nelson per un posto al Senato degli Stati Uniti, ha chiamato DeLeo per essere informato sui dettagli. Il tasso di omicidi a Tallahassee, capitale della Florida, è stato al centro della campagna per diventare governatore.

Lo sfidante di Gillum, il repubblicano Ron DeSantis, ha attaccato il sindaco in carica sostenendo che Tallahasse è la città con il più alto tasso di crimini in Florida anche se non è quello che dicono le statistiche.

Missione in Tunisia per Giuseppe Conte. Il presidente del Consiglio sarà impegnato oggi in una visita lampo nel Paese nordafricano, parte del percorso preparatorio verso la Conferenza internazionale per la Libia, in programma a Palermo il 12 e il 13 novembre.

La giornata del premier in Tunisia inizierà con un incontro con il presidente della Repubblica, Beji Caid Essebsi, al palazzo presidenziale di Cartagine. A seguire, è in programma una riunione bilaterale con il primo ministro tunisino, Youssef Chahed, nella sede della presidenza del governo. Al termine dell'incontro, intorno alle 13.15, dovrebbe tenersi una conferenza stampa congiunta. Prima di ripartire per l'Italia, nel primo pomeriggio, Conte incontrerà la comunità italiana.  Al centro dei colloqui istituzionali la preparazione della conferenza per la Libia organizzata dall'Italia. L'esempio della Tunisia, capofila delle 'primavere arabe' e al centro di un percorso di democratizzazione dopo la fuga, nel gennaio 2011, dell'ex presidente Zine El Abidine Ben Ali, svolge un ruolo importante per il processo di stabilizzazione della regione.

Una stretta cooperazione

La tappa di Conte nella vicina Tunisi fa quindi parte del percorso preparatorio alla conferenza sulla Libia intrapreso dal premier, che lo ha visto impegnato di recente in incontri con il presidente del Parlamento di Tobruk Aguila Saleh Issa, il presidente dell'Alto consiglio di Stato libico Khaled al Mishri, il presidente del Consiglio del governo di accordo nazionale Fayez al Serraj e l'inviato dell'Onu Ghassan Salamé, e che lo porterà lunedi' in Algeria. Con le massime autorità tunisine Conte avrà modo di affrontare anche i temi della cooperazione nella lotta al terrorismo islamico e della gestione dei flussi migratori. Un capitolo a parte sarà dedicato alla cooperazione economica: l'Italia è il secondo partner commerciale della Tunisia con un interscambio bilaterale che, nel 2017, si è assestato attorno ai 5,6 miliardi di euro, con un saldo in attivo. L'Italia è il secondo cliente e il primo fornitore della Tunisia, con una quota di mercato del 15,5%. Diversi i progetti di collaborazione, oltre 850 le società italiane presenti in Tunisia, tra cui Eni e Ansaldo.

Per quanto riguarda i flussi migratori, stando ai dati del Viminale, all'11 ottobre scorso erano sbarcati in Italia 21.426 migranti irregolari (-80,23% rispetto allo stesso periodo nel 2017). Di essi, circa il 23% si era imbarcato in Tunisia (5.111), facendone il secondo Paese di imbarco dopo la Libia (12.396 arrivi) e la prima nazionalità di migranti sbarcati nel nostro Paese (4.753). A fronte di una drastica riduzione degli sbarchi provenienti dalla Libia negli ultimi mesi, gli arrivi dalla Tunisia non hanno registrato variazioni significative. La cooperazione in materia di rimpatri si fonda su un accordo del 2011, che consente il rimpatrio dei migranti irregolari per mezzo di due voli charter a settimana con un massimo di 40 persone a bordo ciascuno. Nel 2017, sono stati rimpatriati 2.237 migranti irregolari tunisini, che rappresentano la prima nazionalità per numero.

Sulla scia delle visite reciproche intercorse nel 2017 e all'inizio del 2018, il 20 giugno scorso il ministro degli Esteri ,Khemaies Jhinaoui, si è recato in visita a Roma, ove ha avuto un incontro bilaterale con il ministro Enzo Moavero Milanesi, mentre la ministra della Difesa, Trenta, ha visitato Tunisi nel luglio 2018. L'8 e 9 febbraio 2017, il presidente della Repubblica Essebsi è venuto in visita di Stato in Italia, accompagnato dai ministri degli Esteri e del Turismo. Essebsi è stato ricevuto dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e dai presidenti di Camera e Senato, Roberto Fico ed Elisabetta Casellati. Nell'occasione, sono stati firmate diverse intese per cooperazione allo Sviluppo, cooperazione culturale, Trasporti su strada, Turismo, Ambiente e Sanità. Il presidente Essebsi ha anche partecipato alla sessione di outreach del vertice G7 di Taormina.

L'ultima visita di un presidente del Consiglio italiano a Tunisi risale a circa un anno fa, con la missione di Paolo Gentiloni il 24 e 25 novembre 2017. Il 27 settembre scorso il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, si è recato a Tunisi per incontrare l'omologo tunisino, Fourati, e il presidente della Repubblica, Essebsi.

 

Il nuovo tour mondiale di Paul McCartney partirà proprio da Tokyo, ma la tempistica della presenza in Giappone del Beatle non è delle migliori, perché proprio oggi la band che l’ha portato in cima al mondo perde una battaglia tanto storica quanto anacronistica.

A perdere in realtà naturalmente non sono i Fab Four ma un gruppo di superfan dei ragazzi di Liverpool, che non sono riusciti a convincere le autorità a trasmettere le immagini video dei concerti della band in Giappone nel 1966. Una battaglia difficilmente comprensibile per un paese occidentale ma molto seria da quelle parti, e non è un caso che il dibattito sia finito alla Corte Suprema.

Isteria collettiva

Non si sa come mai, ma quel filmato deve restare lontano da sguardi indiscreti. Il governo di Tokyo ha spiegato la sua scelta con una poco credibile questione di privacy. Troppa gente sarebbe stata ripresa in primo piano, mentre urlava e di dimenava in una delle tante esplosioni di isteria collettiva che segnavano le trasferte internazionali dei Beatles.

Sulla base di questa argomentazione, le autorità si sono offerte di pubblicare il filmato oscurando tutti i volti delle persone inquadrate che non fossero i quattro musicisti sul palco. Offerta naturalmente rifiutata dai promotori dell’azione legale, secondo i quali sarebbe impossibile identificare le facce più di cinquant’anni dopo i fatti.

Nonostante questo ben due tribunali, come riferisce il Japan Times, si sono schierati dalla parte delle autorità. Il quotidiano giapponese ha raccolto anche diverse dichiarazioni, a partire da quella dell’avvocato dei manifestanti Satoshi Shinkai che ha detto: “È un documento che dovrebbe essere reso disponibile per l’enorme valore storico".

"Il concerto finale del 2 luglio è assolutamente coinvolgente", ha aggiunto il fan Toru Omura, che ha scritto libri sull'impatto del tour nipponico del gruppo britannico, "Se fosse possibile confermare la presenza di filmati di quel giorno, anche oggi ci sarebbe un'enorme eccitazione".

Come Armstrong sulla Luna

Ha ragione Omura, quello dei Beatles in Giappone fu un vero e proprio sbarco paragonabile a quello sulla luna di Amstrong. Se la loro musica ebbe un’influenza così meravigliosamente scomposta in Italia, se la loro musica cambiò qualcosa qui, non è immaginabile cosa possa aver provocato in una cultura come quella del Sol Levante. Come scrive in un altro articolo meno recente Japan Times “La loro visita può essere vista come parte del riemergere sulla scena mondiale del Giappone, a partire dalle Olimpiadi di Tokyo del 1964 e culminata con l'Expo del '70 a Osaka”.

Il rock sotto i ciliegi

“Gli show dei Beatles in Giappone sono stati un fenomeno sociale – dice Aki Tanaka, che a quei concerti all'arena Nippon Budokan di Tokyo c’era e che oggi dirige la Sony Music Japan – hanno portato alla nascita di una vera scena musicale rock giapponese, dove i musicisti non solo hanno eseguito canzoni di qualcun altro, ma hanno anche scritto il proprio materiale".

La presenza dei Beatles sul suolo giapponese dette vita cinquanta anni fa ad una serie di commenti infuocati, tra i quali quello di Akahata, il quotidiano del Partito Comunista Giapponese, che non poteva non etichettare la band come “strumenti dell’imperialismo americano”, salvo poi cambiare vagamente opinione quando Lennon si schierò apertamente contro la guerra in Vietnam.

Nel segno del Badukan

Il clamore per la loro visita fu incredibile, oggi si stima che solo per la loro sicurezza (e si intende per proteggerli dai fans ma anche da quegli ultranazionalisti che manifestarono numerosi in quei giorni) furono impiegati 35mila poliziotti per un costo totale di circa 58 milioni di Yen.

Come continua il Japan Times “I collegamenti tra i Beatles e il Giappone sono rimasti forti. Lennon avrebbe incontrato Yoko Ono in una galleria londinese nel novembre del 1966 e visitò il Giappone diverse volte dopo il loro matrimonio nel 1969. McCartney sarebbe stato ospite involontario delle autorità di polizia giapponesi per una settimana nel gennaio 1980 dopo essere stato sorpreso a contrabbandare mezzo chilo di marijuana attraverso la dogana. Da allora ha reso il Giappone una tappa fissa nel suo programma di visite, così come lo è stato per Starr.

Harrison ha suonato una serie di date in Giappone nel 1991 con Eric Clapton e la sua band. E lungi dal "dissacrare" il Budokan, gli spettacoli dei Beatles gli conferirono uno status quasi sacro nella mitologia del rock. Artisti vari come Bob Dylan, Cheap Trick, Chic e Ozzy Osbourne hanno pubblicato tutti gli album "live at the Budokan". Insomma, anche la musica, come sappiamo, è capace di scrivere interi capitoli di storia. 

Un ex infermiere tedesco ha ammesso di aver ucciso 100 pazienti con un farmaco letale. Niels Hoegel, 41 anni, nella prima udienza del processo a suo carico nella città settentrionale di Oldenburg, ha ammesso le proprie responsabilità 13 anni dopo essere stato arrestato una prima volta e tre dopo essere stato condannato all'ergastolo per la morte di cinque pazienti in un ospedale di Delmenhorst, vicino a Brema.

Successivamente, però, era venuto alla luce un numero molto maggiore di omicidi, commessi con iniezioni di un farmaco letale allo scopo di tentare poi di rianimare i pazienti e per fare bella figura con i colleghi, scrive il Corriere. E' il piu' grave caso di omicidi seriali in Germania dopo la Seconda guerra mondiale. Gli investigatori temono che le vittime possano essere state il doppio, 200, ma hanno anche ammesso che difficilmente si arriverà a stabilire l'assoluta verità, perché nel frattempo diversi corpi sono stati cremati.

"Voleva sentirsi un eroe"

"Faremo del nostro meglio per far emergere la verità, per riportare la luce nell'oscurità", ha detto il giudice Sebastian Buehrmann dopo un minuto di silenzio in memoria delle vittime, i cui nomi sono stati scanditi uno per uno dal pm, Daniela Schiereck-Bohlmann, che ha anche ripetuto le accuse a carico dell'imputato, che ascoltava impassibile a testa bassa.

Hoegel sembra aver seguito una procedura simile per ogni omicidio: prima iniettava un farmaco che causava un arresto cardiaco, poi cercava di rianimare il paziente, ma spesso senza riuscirci. Era mosso dalla vanità, voleva mostrare ai colleghi di essere in grado di salvare, ma anche dalla noia, secondo l'impianto accusatorio, come riporta il Messaggero. Le vittime, secondo l'accusa, erano scelte a caso ed erano di età compresa tra 34 e 96 anni, scrive TgCom24.

Un caso "senza precedenti"

Secondo l'accusa, tra il 2000 e il 2005 almeno 36 pazienti sono stati uccisi nell'ospedale di Oldenburg, dove Hoegel lavorava, mentre altri 64 sono stati uccisi in una clinica nella vicina Delmenhorst.

I corpi di oltre 130 pazienti sono stati riesumati per far luce su un caso che gli investigatori hanno definito "a nostra memoria senza precedenti".

Il nipote di uno dei pazienti, Christian Marbach, ha lanciato accuse pesanti chiedendo perché Hoegel abbia potuto agire indisturbato per un periodo così lungo senza l'intervento delle forze dell'ordine o delle autorità ospedaliere. "Avevano tutto ciò di cui avevano bisogno (per fermarlo), non devi essere Sherlock Holmes", ha detto Marbach, dicendosi anche sorpreso per la confessione.

Nel 2008 l'ex infermiere era stato condannato a 7 anni. In un secondo processo erano state accertate le responsabilità per altri cinque decessi, per i quali l'uomo era stato condannato a 15 anni. Ma poi aveva confessato al suo psichiatra di aver ucciso almeno 30 pazienti in più a Delmenhorst. Secondo uno degli psicologi che ha seguito il caso, lo scopo di Hoegel non è mai stato uccidere, ma la soddisfazione provata nel salvare ogni paziente. Che durava poco, come una droga. 

Un nuovo terremoto, di magnitudo 5,3 della scala Richter, ha scosso all'alba l'isola greca di Zante, dopo il sisma di 6,4 di venerdì scorso. Secondo le prime informazioni la scossa, registrata alle 5.00 (le 4.00 in Italia), non ha causato danni. L'epicentro è stato localizzato in mare, alla profondità di 10 chilometri, 48 chilometri a ovest di Zante e 294 a ovest di Atene. 

Consolidare il rilancio delle relazioni bilaterali e la collaborazione nei fori multilaterali. È questa la missione, sul piano politico, che si propone il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, da oggi a Nuova Delhi per partecipare al Technology summit. Conte è il secondo capo di governo italiano a visitare l'India dopo la crisi dei rapporti in seguito alla vicenda dei Marò. L'anno scorso era stato Paolo Gentiloni a volare fino alla capitale del subcontinente, dopo 10 anni di assenza del nostro Paese. In questa occasione, sarà Conte a incontrare il premier indiano Narendra Modi con il quale avrà anche un pranzo di lavoro, proprio nell'ottica di rafforzamento nei rapporti bilaterali.

Anche sul piano economico il nostro Paese si propone di migliorare quelle che vengono definite le "già eccellenti relazioni". L'Italia è presente in India con centinaia di imprese e ha investimenti nel Paese per 6 miliardi di euro. Obiettivo del governo M5s-Lega è dare un contributo al 'made in India' ed espandere la collaborazione in molti settori: energie rinnovabili, cantieristica, infrastrutture, food-processing e design. E l'appuntamento del Technology Summit serve proprio a dare l'opportunità di approfondire la collaborazione scientifica e imprenditoriale in molti settori all'avanguardia: robotica, ambiente, aerospazio, biologia e biotecnologie, salute, istruzione superiore, tutela del patrimonio culturale.

L'agenda della kermesse

Conte già oggi, al suo arrivo a Nuova Delhi, incontrerà imprenditori, ricercatori e scienziati italiani che partecipano al Tech Summit, presso la Residenza dell'ambasciatore d'Italia. Mentre il 30, prima di partecipare al Summit e di incontrare il suo omologo indiano, sarà presente all'inaugurazione della mostra "Extraordinary Visions, Italy' promossa dal MAXXI.

Il Technology Summit si aprirà martedì, al Taj Palace hotel, con una sessione plenaria inaugurale, che vedrà come oratori principali il sottosegretario al Mise, Michele Geraci, e il ministro per la Scienza e Tecnologia Indiano, Harsh Vardhan. Successivamente, il programma si articolera' in quattro 'Tech Talks' di personalita' scientifiche di spicco dei due Paesi e seminari tematici – articolati ciascuno in due sotto sessioni – nei sette settori scelti congiuntamente con la controparte indiana ad alto contenuto tecnologico (ICT, tutela del patrimonio culturale, aerospazio, tecnologie legate all'ambiente, energie rinnovabili, salute e istruzione superiore). Da programma, al momento, è prevista la presenza di 145 partecipanti italiani, di cui 77 delegati di 54 aziende o enti, e 18 rappresentanti istituzionali e di Confindustria. Le aziende italiane presenti saranno: Piaggio, Enel Green Power, Kaleyra, Italferr, Mermec, Intermarine, Banca Sella, Fincantieri (da confermare), Danieli Officine Meccaniche, Angelantoni, Leonardo, Elettronica, iGuzzini e Directa Plus. 

Anche in Assia c’è un "uomo verde" che turba i sonni di Angela Merkel. Si chiama Tarek el-Wazir: è di padre yemenita e madre tedesca, ed è il candidato di punta dei Grünen nel Land centro-occidentale della Germania in cui si voterà oggi. El-Wazir è, a detta dei sondaggi, l’uomo politico più popolare della prospera regione in cui sorgono città come Wiesbaden e Francoforte. Una popolarità che potrebbe portare il partito ambientalista – già protagonista di un formidabile successo nelle elezioni bavaresi del 15 settembre – a replicare il trionfo.

Insomma, si tratta di un ulteriore appuntamento del destino per la Grosse Koalition tra Cdu e Spd che governa a Berlino: se il governatore cristiano-democratico Volker Bouffier dovesse perdere il posto, sarebbe un altro colpo duro per la cancelliera, che ormai tiene insieme i cocci del governo federale solo con grande difficoltà.

Modello Baviera

I sondaggi non aiutano: per il rilevamento reso noto la scorsa settimana dal secondo canale pubblico Zdf, sia la Cdu sia la Spd rischiano forti emorragie di voti, fermandosi rispettivamente al 26% e al 20. Gli unici a crescere vertiginosamente sono, ancora una volta, i Verdi. Che, piazzandosi al 22% dei consensi, conquisterebbero anche qui – come in Baviera – la palma di seconda forza politica del Land. Entrerebbe per la prima volta nel parlamento regionale l’ultradestra dell’Afd con il 12%, mentre la Linke e i liberali si fermerebbero ambedue all’8%.

La formazione di un governo a quel punto potrebbe rivelarsi molto difficoltosa: l’attuale maggioranza nero-verde (Cdu e Verdi) non avrebbe più i numeri per governare, idem una Grosse Koalition regionale con Cdu e Spd. Possibili, forse, una coalizione a tre cosiddetta “Giamaica” – ossia Cdu, Verdi e liberali dell’Fdp – oppure, addirittura, rosso-rosso-verde (Spd, Linke e Verdi), prospettiva che però notoriamente preoccupa moltissimo la cancelliera.

Troppe faide non aiutano il governo

In generale, a Berlino è opinione comune che se, come probabile, il partito di Merkel e i socialdemocratici subiranno un’altra batosta, sarà difficile che le tensioni intorno al futuro della Grosse Koalition non vedranno una nuova escalation, questa volta forse fatale.

Emblematico è stato il primo duello tv fra il governatore Bouffier e Thorsten Schaefer-Guembel, candidato di punta dei socialdemocratici, peraltro uno dei volti più popolari del partito anche a livello nazionale. Bouffier si è sforzato di dimostrare che in questo voto il vero tema “non è Berlino” e ha cercato di puntare sui temi regionali. Tutti quanti hanno incolpato proprio la politica nazionale per le cattive performance nei sondaggi, soprattutto per “l’eccesso di litigiosità nella GroKo”. Solo Tarek El-Wazir si è mostrato fiducioso: “Vi sarà un’altra spinta formidabile”, dichiara sorridente davanti alle telecamere.

La Spd spera di non crollare

Per quanto riguarda la Spd, dopo il tracollo in Baviera, la speranza è che, appunto, il partito che fu di Brandt e di Schmidt riesca a mantenersi sopra la soglia psicologica del 20%, fermando quello che finora è sembrato una sorta di declino inarrestabile.

E’ questo uno dei motivi per cui la parola d’ordine è di tenere le bocce ferme fino al voto in Assia: ne va del destino della leader del partito Andrea Nahles (ovviamente sotto pressione dopo il voto bavarese) ma anche quello della Grosse Koalition.

Se la Spd riuscisse a uscirne a testa alta, le molte voci nel partito di chi chiede di liberarsi da quello che considerano “l’abbraccio fatale” con Frau Merkel dovrebbero abbassarsi. Ovviamente vale il contrario nel caso di una nuova batosta.

L’uomo dei miracoli che non sono ancora avvenuti

L’uomo delle speranze è, appunto, Schaefer-Guembel. Quarantanove anni, è la terza volta che si candida a governatore nel suo Land. Richiesto perché questa volta dovrebbe farcela, risponde serafico: “Perché questa volta sono molto più preparato”. Di fatto, molti considerano lui il vincitore del duello tv con Bouffier, la settimana scorsa.

Non fosse per il terzo incomodo, Tarek El-Wazir: considerato un “Realo”, ossia un pragmatico, si occupa nel governo nero-verde dei temi dell’economia e del traffico ed è riuscito a evitare in larga parte i conflitti con l’alleato di governo. 

Un precedente interessante

C’è da dire che fu proprio in Assia che, nel lontano 1985, nacque il primo governo Cdu-Verdi della Germania. Ottimo curriculum per ritornare al governo. O addirittura per trovarsi nella posizione di porre condizioni agli altri partiti. In un contesto a cui in tutta la Germania – e anche nella Ue – si guarda con estremo interesse: se il voto confermerà quel che oggi dicono i sondaggi, con o senza Bouffier, avremmo un blocco “europeista” di oltre il 60%, con l’ultradestra populista dell’Afd ferma a guardare. E magari con un verde di nome Tarek a dare le carte.

 Il giorno dopo aver nominato a sorpresa primo ministro l'ex presidente Mahinda Rajapaksa, il presidente dello Sri Lanka, Maithripala Sirisena, ha sospeso il Parlamento fino al 16 novembre. Il presidente ha anche invitato formalmente Ranil Wickremesinghe a dimettersi da primo ministro e e mettersi da parte. Si aggrava dunque la crisi in Sri lanka. Poche ore dopo aver 'defenestrato' il suo ex alleato, il presidente ha installato come nuovo premier l'ex presidente, Mahinda Rajapakse. Tuttavia, Wickremesinghe continua ad occupare Temple Trees, la residenza ufficiale del primo ministro, e ha insistito in una lettera inviata a Sirisena nel sostenere che è ancora in carica: sostiene che può essere rimosso solo dal Parlamento, dove il suo partito controlla la maggioranza, e ha anche promesso di agire in giudizio contro quella che ritiene essere una mossa anticostituzionale. 
 

Urne aperte in Irlanda dove gli elettori sono chiamati a votare per il nuovo presidente ma anche a esprimersi nel referendum per abolire il riferimento alla blasfemia nella Costituzione. Sono oltre 3,2 gli aventi diritto al voto. Due le schede consegnate ai seggi, che si sono aperti alle 7 di mattina e chiuderanno alle 10 di sera: una bianca con i sei candidati presidenziali, e una verde per il referendum. Lo spoglio comincerà sabato mattina e i risultati saranno diffusi in serata.

Sono cinque i candidati che sfidano l'attuale capo dello Stato, Michael D. Higgins, in cerca di conferma per il secondo mandato: il deputato del Sinn Fein, Liadh Ni Riada, il senatore Joan Freeman, fondatore dell'ente di beneficenza Pieta House, gli imprenditore Sean Gallagher e Peter Casey, e l'ex giornalista Gavin Duffy.

Il referendum riguarda invece la norma della Costituzione che prevede la punibilità per pubblicazioni o dichiarazioni blasfeme. Molti irlandesi non erano neanche a conoscenza dell'esistenza di questa disposizione ma un caso recente ha acceso i riflettori sul tema, benché non ci siano state conseguenze legali. L'ultimo caso di blasfemia finito in tribunale risale al 1855 quando l'Irlanda era ancora sottoposta al Regno Unito.