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Un ragazzo italiano di 24 anni, Pietro Sanna, di Nuoro, è stato accoltellato ed ucciso a Londra per ragioni non ancora accertate dagli inquirenti. La famiglia appartiene ad una delle famiglie di imprenditori più note a Nuoro. I genitori sono state informati in serata dal Consolato italiano a Londra. I familiari non sarebbero al momento ancora in possesso dei particolari sull'uccisione degli figlio. Il ragazzo viveva a Londra da circa due anni.

Il consolato generale d'Italia a Londra, in stretto raccordo con la Farnesina, è in contatto con i familiari del ragazzo per prestare ogni assistenza necessaria e con le autorità britanniche che stanno indagando sulla dinamica dell'accaduto. Lo riferisce la Farnesina. Non ci sono ancora ipotesi precise sulla maorte del ragazzo, Scotland Yard sta effettuando i rilievi. Non si esclude la pista del tentativo di furto finito male.

 

Roma – Nella regione Euromediterranea non c'e' 'scontro di civilta'', piuttosto uno 'scontro di ignoranza' basato su stereotipi e la 'culturalizzazione' dei conflitti promossa da media e da interpretazioni ideologiche. All'interno dell'area gli italiani sono tra i piu' accoglienti e rispettosi nel considerare la diversita' come una fonte di prosperita' per la societa'.

Lo rivela il rapporto sulle Tendenze intercuturali nell'area euromediterranea, promosso dalla Fondazione Anna Lindh e dall'Istituto Ipsos e condotto in 13 paesi europei e della sponda sud-orientale del Mediterraneo. Lo studio si basa su 13mila interviste tra persone dai 15 anni in su in Finlandia, Polonia Austria, Francia, Paesi Bassi, Italia, Croazia, Portogallo, Israele, Giordania, Palestina, Tunisia e Algeria. Secondo lo studio il 78% degli italiani intervistati ritengono che le minoranze culturali e religiose dovrebbero avere gli stessi diritti e sono una fonte di prosperita' per la societa', contro il 71% di media degli altri paesi. Inoltre gli italiani hanno un alto livello di interesse nella conoscenza dell'altro, 35% contro il 28%. Il valore principale che i genitori italiani vogliono passare ai propri figli e' quello del rispetto per la diversita' e considerano l'istruzione un modo per prevenire e combattere il radicalismo.

Per quanto riguarda gli altri elementi emersi dal Rapporto ci sono anche dati singolari e controtendenza sui migranti. Il 60% degli intervistati della sponda Sud ricomincerebbe la vita nel proprio Paese di origine, contro il 15% che andrebbe in Europa. In Europa invece solo il 36% ricomincerebbe la sua vita in patria con un buon 30% che migrerebbe in un altro paese Ue e il 12% in America del Nord. Per quanto riguarda gli italiani il 41% rimarrebbe nel Paese e il 25% andrebbe in un altro paese Ue.

Resta inoltre, un certo ottimismo per il futuro e la maggioranza degli intervista considera l'Europa un'area di storie, vite e valori condivisi. (AGI)

 

Con i suoi 8.848 metri, l'Everest è la montagna più alta al mondo. Ma se il terremoto del 2015 in Nepal l'avesse fatto ‘rimpicciolire’? La domanda non è nuova: già due anni fa, subito dopo il sisma devastante che aveva colpito lo stato himalayano, gli scienziati avevano lanciato l'allarme, chiedendo di fare nuove misurazioni. Ma la posizione della montagna al confine tra Nepal e Tibet, con le conseguenti difficoltà geopolitiche che questo comporta, aveva portato al rinvio di ogni possibile missione. 

Al via a luglio la missione con il sostegno di esperti internazionali

Ora però Kathmandu ha annunciato che la nuova misurazione si farà, grazie a un team di tecnici che raccoglierà dati sull'altezza da tre punti intorno al massiccio, Basghari, Udayapur e Lukla. A questi, si aggiungeranno quelli ricavati dagli sherpa che porteranno dal Campo Base alla vetta la strumentazione necessaria. I lavori preliminari sono già iniziati, con una piccola squadra di tecnici inviata nel distretto di Udayapur a 1.500 metri di altezza, ma ufficialmente la missione comincerà a metà luglio e per agosto gli organizzatori sperano di avere una cinquantina di persone sul campo.
 
"Coinvolgeremo esperti internazionali, scienziati e altre persone con esperienza nelle misurazioni ad alta quota", ha assicurato Ganesh Prasad Bhatta del dipartimento di indagine, citando “il supporto tecnico dell’International Association of Geodesy, organizzazione stimata e credibile”. L’altezza verrà calcolata usando una combinazione di dati ricevuti attraverso varie strumentazioni, misuratori di gravità e Gps.
 
Un'operazione complessa, e costosa, per la quale il governo nepalese ha già stanziato 20 milioni di rupie (quasi 180mila euro) e si è detto pronto di ampliare i fondi fino a 140 milioni pari a 1,2 milioni di euro. Nel giro di due anni si avrà la risposta, ha promesso Kathmandu, e si conoscerà l’impatto del cambiamento climatico sull’Everest e le sue nevi perenni.

Dalla misurazione di George Everest nel 1856 ai dati cinesi (respinti) nel 2015

Il primo a misurare la montagna è stato nel 1856 Sir George Everest, esperto britannico dal quale prese il nome il massiccio. All’epoca l’altezza registrata era di 8.840 metri, un dato aggiustato nel 1955 quando venne codificata l’altezza ufficiale a 8.848, e tale è rimasta finora.
 
Non sono mancati però i tentativi negli anni di aggiornarlanel 1999 una squadra americana, con il sostegno della Us National Geographical Society, basandosi sulla tecnologia Gps sostenne che l’Everest era alto 8.850 metri. Ma il Nepal respinse la misurazione perché ottenuta senza seguire la procedura approvata dalle autorità locali.
 
Sei anni dopo, nel 2015, fu la volta dei cinesi di tentare l’impresa e il risultato fu di 8.844 metri: anche in questo caso, però, il dato non venne accettato perché la ricerca era stata condotta senza l’autorizzazione di Kathmandu. Stavolta, in segno di buona volontà, le autorità nepalesi intendono chiedere a Pechino di inviare i propri esperti a collaborare.

Helsinki ha un problema serio: oltre 700 giovani senzatetto al di sotto dei 25 anni. E per risolverlo ha dato il via a un programma pilota che prevede affitti a costi bassissimi in case di riposo per anziani in cambio di ore di attività sociali. Lo scopo è quello di azzerare il numero dei senzatetto entro il 2018. 

Serafina e gli amici del Rudolf

Serafina Eljaala ha 18 anni e da qualche mese vive in un monolocale all'interno della Rudolf Senior Home, una casa di riposo che ospita 140 anziani. Con alcuni di loro, Serafina ha instaurato un rapporto inaspettato: "E' figo stare qui", ha raccontato al Guardian. "Sono diventata più socievole e ho capito che mi piace sentir raccontare vecchie storie. Queste persone mi hanno insegnato ad apprezzare di più la mia giovinezza e a non dare per scontata la salute". Da accordi, Serafina deve trascorrere cinque ore a settimana con i suoi 'vicini' di casa: il programma prevede affitti a costi ribassati – o in alcuni casi un mini-stipendio da 250 euro – in cambio di 20 ore di attività sociali al mese. Le stanze destinate ai giovani sono quelle più scomode per gli anziani o inaccessibili in sedia a rotelle. 

Ma come trascorrono i pomeriggi Serafina e le sue nuove amiche? "Cantiamo, cuciniamo, leggiamo i quotidiani ad alta voce e andiamo anche al cinema". E l'entusiasmo è ricambiato: "Avere dei giovani che interrompono la noiosa routine quotidiana fa bene allo spirito", commenta Taimi Taskinen, residente del Rudolf da 10 anni. 
 
 

Il fenomeno dei senzatetto

I numeri ufficiali contano 700 under 25 senza casa a Helsinki. Ma il fenomeno, sostengono gli esperti, è molto più ampio e coinvolge almeno il triplo dei giovani. Miki Mielonen, project manager del dipartimento per i giovani del consiglio comunale e fondatore del progetto "A Home that Fits", sostiene che nel conteggio non sono calcolati tutti i ragazzi senza un indirizzo di residenza o che vivono sui divani dei loro amici. Non si tratta propriamente di ragazzi che vivono in strada, ma di persone che necessitano di una casa che non possono permettersi. 
Per Serafina, l'appartamento al Rudolf ha rappresentato un'occasione per evadere da una situazione familiare complicata. In molti casi, invece, i ragazzi vanno via di casa semplicemente perché è nella cultura finlandese diventare indipendenti dopo i 18 anni. Il problema è che il prezzo di un monolocale a Helsinki è abbastanza alto – circa 600 euro di media – e il più delle volte si rivela proibitivo per un ragazzo al primo lavoro. 
 

Come nasce il progetto

Il progetto "A Home that Fits" nasce nell'autunno del 2014 da un'idea di "Finnish Youth Housing Association", Y-Foundation and Design Driven City e del dipartimento per i giovani della città di Helsinki. Il programma prende il via ufficialmente nel febbraio del 2015 e per il primo anno viene finanziato anche dallo European Social Fund. Nell'autunno del 2015 i giovani fanno il loro ingresso alla Rudolf e da quel momento l'esperimento esce fuori dal perimetro di Helsinki: le televisioni di tutto il mondo si interessano al progetto, Mielonen è invitato a una conferenza in Australia e quest'estate faranno tappa a Helsinki due delegazioni, una da Belfast e una dalla Pennsylvania, per studiare il caso.

Kabul combatte la tristezza lasciata da anni di guerra con il colore. Circa 2000 case sulla collina occidentale della città afghana sono state ridipinte con i colori dell’arcobaleno. Un modo per dare – si legge sull’Independent – un nuovo impulso alla zona e cercare di migliorare lo stato d’animo dei residenti. “Gli afghani sanno bene quanto può essere forte l’impatto del colore sulla vita”, dice Abdul Waheed, impiegato al parlamento afghano e residente proprio in una di quelle case di fango sulle montagne che circondano Kabul. La sua casa e quelle intorno sono ora dipinte con colori vivaci.

Come i colori possono trasformare una città

E’ stata l’amministrazione comunale a decidere di ridipingere le case di fango lungo le pendici della montagna. per arrivarci non c’è una vera e propria strada ma un sentiero a tratti difficile da percorrere. Ma ciò non spaventa né i bambini né gli uomini più anziani che ci abitano e ogni giorno lo percorrono anche più volte per portare l’acqua nelle loro case. Il colore da sempre fa parte della vita afghana e malgrado gli anni difficili della guerra questa predisposizione non è venuta meno nella cultura popolare. Non è difficile, se si attraversa la città, vedere decorazioni, porte colorate o vasi dipinti a mano fuori dalle abitazioni.

Il progetto delle case colorate è partito a maggio 2017 e giorno dopo giorno il paesaggio si è trasformato e tutto ciò che prima era marrone a poco a poco sta diventando allegro e colorato. Tra le tinte scelte per le case  predominano il blu, il rosa e il giallo. Il rosso e le tonalità che ad esso si avvicinano sono state rifiutate dai residenti, perché troppo vicine al colore del sangue. Lo psicologo Rohullah Amin pensa che il progetto abbia molti punti di forza: "Per anni Kabul è stata oppressa dalla tragedia di un conflitto e spesso anche i colori erano associati solo a cose tristi. Il dolore causato dalla guerra – racconta all’Independent – ha trasformato anche il modo di vestire degli afghani: le donne in nero e gli uomini in grigio. Tutto questa oscurità ha influenzato gli ambienti, la socialità del popolo e il modo di guardare al futuro. L’arrivo di tanti colori brillanti e vivaci non può che far bene sulla mente dei cittadini e migliorare anche i rapporti sociali. Naturalmente – conclude Rohullah Amin – tutto questo non fermerà altri spargimenti di sangue o tragedie, ma un ambiente allegro e piacevole cambia sicuramente il modo con cui si reagisce alle situazioni difficili. In un posto come Kabul, dove c’è ancora tanta incertezza, anche questo diventa importante”.

La prima parte di realizzazione del progetto di ripittura delle case è andata così bene che si pensa già di estenderlo ad altre zone della città e dipingere altre 4000 case. “L'obiettivo è quello di trasformare la città entro un anno”, afferma il portavoce dell'ufficio comunale di Kabul, Jalil Sultani.

La rinascita dopo la guerra

Dopo la caduta dei talebani nel 2001 Kabul si sta risollevando e sta crescendo rapidamente. La fine della guerra ha spinto molti afghani ad andare verso la capitale con la speranza di una vita migliore. L’economia sta crescendo, grazie anche al sostegno degli investimenti stranieri e molti rifugiati a causa della guerra sono ritornati a Kabul e hanno iniziato a costruire nuove case. I più poveri lo hanno fatto sulle pendici delle montagne che circondano la città e molte di queste fanno parte del progetto del colore. Fortemente sostenuto, oltre che dall’amministrazione comunale, dal governo e dallo stesso presidente Ashraf Ghani. L’iniziativa rientra in un progetto più ampio che prevede una serie di miglioramenti alle infrastrutture della città, tra cui la rete elettrica, idrica e la pavimentazione delle strade.

Iniziative simili in giro per il mondo

Progetti simili  a quello di Kabul sono stati già realizzati in diverse parti del mondo e tutti hanno contribuito non solo a cambiare l’architettura esterna della città, ma anche l’atmosfera e lo stato d’animo di chi ci abita. E’ successo già a Santa Marta, una delle favelas di Rio de Janeiro e nel villaggio Kampung Pelangi in Indonesia che è diventato un vero e proprio “raimbow village". Stesso discorso per il quartiere Jalousie di Port-au-Prince, capitale di Haiti, distrutto dal terremoto del 2010.x

Sono trascorsi esattamente due anni da quando il ciclone Donald Trump ha fatto irruzione nella politica americana. L'imprenditore annuncia la discesa in campo dalle dorate scale mobili della Trump Tower, il suo quartier generale sulla Fifth Avenue di Manhattan, quintessenza del lusso newyorkese. Pollici in alto verso una folla di turisti e sostenitori. Al seguito la moglie Melania, bellissima, fasciata da un abito bianco. Centinaia i telefonini tesi ad immortalare l'annuncio della candidatura del più improbabile degli aspiranti alla presidenza. Il primo comizio anticipa tutti i punti vincenti della sua campagna: i messicani stupratori da cacciare via, la Cina da addomesticare, la promessa di rendere l'America grande di nuovo. Quel giorno si inaugura un viaggio elettorale concepito come "un grande reality show politico", come lo definisce il Washington Post. Ogni comizio è seguito da folle osannanti; presentandosi come candidato anti-establishment, Trump riesce a mobilitare la pancia d'America, un elettorato stanco della "palude" di Washington e dei giochi di potere dei politici di professione. Lo definiscono "the joke candidate". Eppure non è stato uno scherzo. Dopo aver sbaragliato tutti i concorrenti repubblicani, Trump umilia anche la rivale democratica Hillary Clinton, diventando il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti. Il giornale della capitale racconta questi primi – incredibili – ventiquattro mesi ritornando lì dove tutto ha avuto inizio, dando la parola ai supporter che hanno raggiunto la Trump Tower di New York per festeggiare questo straordinario anniversario.

Difficile mantenere l'entusiasmo degli elettori

Certo, qualcosa è cambiato dopo due anni. Trump ha grosse difficoltà a tenere vivo l'entusiasmo dei suoi elettori affrontando al tempo stesso le criticità della sua presidenza, a partire dal Russiagate. Il suo indice di gradimento è tutt'ora assai basso. Ma i trumpiani di ferro, quelli disposti a fare un pellegrinaggio dalle zone interne del Paese fino alla Grande Mela, pur di vivere per qualche ora i fasti della Trump Tower, non perdono la fiducia. Come Debbie Maddox, 61 anni, sostenitrice arrivata da Houston, in Texas: "Non gli stanno dando la possibilità di agire come vorrebbe. Non importa di cosa si tratti, per loro ha sempre torto". La figlia Stacey nota, però, quanto sia difficile dargli fiducia, per via del suo stile non convenzionale, non filtrato dai codici comportamentali tipici dei politici. Lei non lo ha votato, ma si augura che abbia successo. La donna racconta quanto divisiva sia stata l'esperienza Trump anche in uno stato profondamente e convintamente repubblicano e conservatore come il suo. Lei e i suoi conoscenti non parlano più di politica, per evitare frizioni. Anche una camicetta firmata Ivanka Trump, ora, la mette in difficoltà: teme che indossarla possa offendere qualcuno. Dal giorno dell'insediamento dello scorso gennaio, sono cambiate tante cose. Innanzitutto lei e la sua famiglia seguono molto meno le notizie politiche alla televisione. L'idea è che ci sia comunque un accanimento contro il presidente da parte dei media.

L'accanimento dei media

Il sentimento è condiviso da molti dei suoi sostenitori. Era il mantra della campagna elettorale, continua ad esserlo oggi. Lori Vanauken, dalla Florida, è anch'essa in pellegrinaggio. Ce l'ha con il Congresso e con tutte le commissioni d'inchiesta che indagano sulla questione russa. Per lei a Capitol Hill dovrebbero invece concentrarsi a sostenere l'agenda politica del presidente. Lei e suo marito difendono il presidente a spada tratta anche per quanto riguarda il controverso licenziamento del direttore dell'FBI James Comey. A Phoenix, in Arizona, tre settimane dopo l'annuncio, l'11 luglio del 2015, si tiene un comizio le cui dimensioni, per la prima volta, lasciano intuire la portata reale del fenomeno Trump: le migliaia di biglietti andati a ruba costringono gli organizzatori a spostare l'evento dalla sala di un hotel, al centro congressi della città. Maria Castro, membro del movimento Puente Human Rights, partecipa con altri attivisti. Al giornale racconta la rissa con i sostenitori di Trump, infastiditi dallo striscione: "Basta odio". Violenza, questa, che sarebbe diventata frequente durante tutta la campagna. Maria ha sostenuto Bernie Sanders ed alla fine ha votato per la terza candidata, la verde Jill Stein. Non si pente di aver disperso il suo voto, non avrebbe mai votato per Hillary. Oggi però, dopo aver scoperto di essere incinta, non segue più la politica. Le fa troppo male, la agita.

Attese su aborto e libertà religiosa

Phoenix è anche la città in cui nei giorni scorsi si è svolta l'importantissima convention della Southern Baptist Church, una delle più importanti congregazioni protestanti della nazione. Sono molti i pastori e le loro famiglie sentiti dal Post che dichiarano di aver votato per Trump. Non per il candidato ma per le sue idee, precisano. In primis il proposito di nominare alla Corte Suprema un giudice conservatore. La scelta di Neil Gorsuch li ha messi tutti d'accordo. Ora si aspettano dal presidente qualche passo in più in materia di aborto e libertà religiosa. Per il reverendo John Connell, 63 anni dalla Florida, lo scandalo più grande è che anche il partito repubblicano perda tempo nelle indagini del Russiagate che definisce "spazzatura infantile". A Mobile, in Alabama, il 21 agosto del 2015 migliaia di persone riempiono il Ladd-Peebles Stadium: forse trentamila. Tra loro Bill Hart che ancora oggi ricorda l'emozione della giornata: "Trump è riuscito a connettersi con la gente reale, non con Washington, non con i giornalisti ma con le persone vere". Bill, gay, lo ha sostenuto nonostante la sua agenda conservatrice. Oggi però non si sente sicuro di mettere sulla sua macchina un adesivo di Trump o una targa personalizzata con il nome del presidente: il rischio è che gliela righino. La voce discordante è quella di Stephen Wheeler, 46 anni, che invece crede che il presidente debba subire un impeachment. Gli fa eco LaKela Maye, 27 anni, democratica e clintoniana, che lamenta la scarsa attenzione di Trump per questioni cruciali quali diritti delle donne, disoccupazione, sanità ed istruzione. Eppure, come tanti altri, LaKela è convinta che occorra guardare avanti, affrontare la vita e le sue sfide giorno dopo giorno. Al di là di quello che si decide a Washington. Sono in tanti a pensarla come lei, sia da un fronte politico che dall'altro.

Video-selfie a sorpresa del presidente francese, Emmanuel Macron, e dell'ex governatore della California, alias 'Terminator', Arnold Schwarzenegger. Per contestare il ritiro degli Usa dall'Accordo sul clima di Parigi i due, convinti sostenitori delle politiche contro il surriscaldamento del clima, hanno pubblicato un video girato in maniera improvvisata al termine di un incontro all'Eliseo, proprio sui temi 'green'.

"Sono qui con il presidente Macron per parlare di questioni ambientali e un futuro 'verde'", si sente dire Schwarzenegger, prima che passi il microfono a Macron. "E ci impegneremo insieme per fare il pianeta grande di nuovo", aggiunge Macron, con un chiaro riferimento al 'tormentone' della campagna elettorale di Trump 'Make America Great Again".

 

 

 

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Si chiamava David José Vallenilla, aveva 22 anni ed è la 75esima vittima delle proteste che da inizio aprile incendiano il Venezuela, con una media di quasi un morto al giorno. Il giovane è stato ucciso da colpi d’arma da fuoco al petto, sparati a distanza ravvicinata da un agente della Guardia nazionale da dietro la recinzione della base aerea di La Carlota, nella zona orientale di Caracas. Immagini amatoriali rilanciate da media locali mostrano il momento in cui viene colpito, durante gli scontri, e poi portato via dagli altri manifestanti.

Il ministro dell’Interno, individuato il sergente che ha sparato

Su Twitter, il ministro degli Interni Nestor Luis Reverol ha confermato l'uccisione del manifestante, sottolineando che “l’assedio ricorrente alla base militare di La Carlota oggi ha prodotto la sfortunata morte di uno dei partecipanti”. Assicurando che i responsabili saranno “portati di fronte alla giustizia”, Reverol ha annunciato che il sergente implicato è già stato individuato e che ha sparato con “un’arma non autorizzata”.

Il ministro dell’Interno ha definito “inaccettabile in qualsiasi parte del mondo un assedio a una base militare”, ricordando che bombe incendiarie sono state lanciate anche contro la scuola elementare presente all’interno del complesso. Al termine di un profluvio di tweet, Reverol ha ribadito l’appello del “governo bolivariano alla Mud (la coalizione che raggruppa le forze dell’opposizione, ndr) a bloccare i gruppi autori di morti violente e distruzione”.

Mancanza di beni primari, inflazione e stallo politico

Non accennano a placarsi le proteste che da quasi tre mesi paralizzano il Paese sudamericano, in uno dei più imponenti sforzi dell’opposizione per mandare a casa il presidente Nicolas Maduro, delfino e successore di Hugo Chavez, accusato di essere il responsabile della crisi gravissima in cui versa il Venezuela, che soffre di una forte carenza di beni primari e di un'inflazione altissima.

 

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La vittoria della Mesa de Unidad Demicratica (Mud), la coalizione delle forze dell'opposizione, alle elezioni parlamentari del 2015 non ha avuto seguito dal momento che ogni altra consultazione popolare è stata bloccata. Maduro, sempre più alle strette, ha risposto alla crisi convocando una nuova ‘Assemblea costituente del popolo’ per riformare lo Stato e scrivere una nuova costituzione. Dell'Assemblea faranno parte 500 membri, metà scelti da organizzazioni sociali e di settore, gli altri da leader delle comunità attraverso voto segreto e diretto. Una mossa denunciata dall'opposizione, che la vede come un chiaro tentativo golpista di rimanere al potere, evitando le elezioni, rinviate dal presidente da quasi due anni.

Giovedì 22 giugno Maduro ha annunciato un rimpasto di governo con l’ingresso nell’esecutivo di tre generali, accusati di avere un ruolo nella repressione: Antonio Benavides, a capo della Guardia nazionale, Carlos Osorio, che diventa capo dello staff presidenziale, e Juan García Toussa, ministro dei Trasporti.

L’appello degli Usa all’azione e l’opposizione di Maduro agli imperialisti

Con il peggiorare della crisi è arrivato l’appello alla comunità internazionale dell’ambasciatore americano alle Nazioni Unite, Nikki Haley. “La tragica situazione in Venezuela chiama all’azione: la popolazione è alla fame mentre il governo calpesta la democrazia”. Immediata la risposta del presidente venezuelano, che ha accusato “gli imperialisti” di avere “una fatale ossessione per noi”. “Non permetteremo che ci trasformino in un martire o che il mondo crocifigga il Venezuela”, ha assicurato, dopo aver elogiato gli “eroici” sforzi delle forze dell’ordine per gestire i disordini e condannato l’opposizione per utilizzare adolescenti come scudi umani.

A sostegno della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Maduro ha mostrato una dichiarazione firmata da 57 Stati – tra cui Cina, Russia e Sudafrica – nella quale si rifiuta qualsiasi interferenza negli affari interni del Paese, lodando invece gli “sforzi lodevoli” per promuovere il dialogo portati avanti dai 12 membri dell’Unione delle Nazioni Sudamericane e dagli ex presidenti di Spagna, Panama e Repubblica Dominicana, insieme all’inviato speciale della Santa Sede.

E proprio dal Vaticano nei giorni scorsi è stata ribadita la necessità di un negoziato serio e sincero tra le parti. Come ha sottolineato monsignor Bernardito Auza, osservatore permanente della Santa Sede presso l’Onu, sin dall’inizio della crisi il Papa, il segretario di Stato vaticano e la Conferenza episcopale venezuelana, in diverse occasioni, hanno chiesto alle istituzioni e alle forze politiche, superando interessi di parte ed ideologie, di ascoltare la voce del popolo. La Santa Sede – ha sottolineato il presule – ha sempre esortato tutti i leader politici ad impegnarsi per porre fine alle violenze.

Nel primo anniversario del referendum che ha cambiato volto all'Europa, si conferma che la strada della Brexit è tutta in salita. I leader europei, riuniti per discutere di alcune delle più importanti questioni politiche ed economiche del Vecchio continente, hanno avuto l'occasione di confrontarsi con la premier Theresa May per la prima volta dalla batosta elettorale dei Tory e solo pochi giorni dopo l'avvio ufficiale del negoziato a Bruxelles.


I dossier più scottanti sulla Brexit

  • L'assistenza sanitaria e pensionistica ai cittadini Ue che vivono in Gran Bretagna da più di 5 anni
  • L'assegnazione delle agenzie per il farmaco e quella bancaria 

La proposta della titolare di Downing Street di difendere i diritti dei cittadini comunitari residenti nel Regno Unito non è stata considerata sufficiente dai Ventisette. Lo hanno detto il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, e quello del Consiglio, Donald Tusk, e anche il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni ha invitato a "verificare nel merito che cosa succede a quelli che non sono lì da 5 anni, e come le condizioni potranno essere esercitate con giurisdizioni diverse". 

L'accordo salta sulla Corte di Giustizia

In altre parole, il rifiuto di Londra di continuare a concedere un ruolo alla Corte europea di Giustizia nel regolare eventuali dissidi non è considerato accettabile dalla controparte comunitaria. Anche se la Brexit non era fra gli argomenti all'ordine del giorno del Consiglio, ha dominato nelle diverse conferenze stampa. Prima di lasciare Bruxelles, May ha definito la sua proposta "giusta e seria" sottolineando che il Regno Unito vuole arrivare a negoziare una relazione "profonda e speciale" con l'Ue. Il premier irlandese, Leo Varadkar, giovane debuttante a questo Consiglio come il presidente francese, Emmanuel Macron, pare essere rimasto il solo a illudersi che si possa fermare la Brexit: "Non vogliamo che lascino l'Ue, il mercato unico o l'unione doganale".

Milano guarda all'Agenzia del Farmaco

L'uscita del regno Unito dall'Unione, che pare ormai irreversibile, apre la corsa ad accaparrarsi le due agenzie europee destinate a lasciare Londra, in particolare l'Agenzia del Farmaco, ambita da Milano. L'Italia, assieme a Spagna e Olanda, è riuscita ad aumentare il peso che avranno i criteri tecnici rispetto a quelli geopolitici rivendicati dai Paesi dell'Est.


Chi contende a Milano l'agenzia per il farmaco

  • Bruxelles
  • Amsterdam 
  • Copenhagen
  • Stoccolma
  • Vienna

Quanto vale e perché tutti la vogliono

  • L’Ema rilascia le autorizzazioni per immettere sul mercato medicinali con una certificazione valida su tutto il territorio dell’Unione
  • È la seconda Agenzia europea in termini di budget annuo (322 milioni per il 2017) e staff impiegato (890 persone).

Al summit si è parlato anche di migranti: "I leader hanno concordato di coordinarsi meglio nelle prossime settimane per aiutare l'Italia", ha assicurato Tusk, che ha spiegato che "la situazione resta critica per gli arrivi irregolari". Nel dibattito, però, ci sono state tensioni con Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, e nessun progresso sulla redistribuzione dei profughi. Emmanuel Macron e Angela Merkel hanno invitato a mostrare più solidarietà con l'Italia.

Ci sono almeno 11 edifici nel Regno Unito – soprattutto a Londra – pronti a bruciare con la stessa letale velocità e facilità con cui il 14 giugno è andata distrutta la Grenfell Tower. E' quello che emerge dalla prima serie di accertamenti decisi dalle autorità dopo il rogo in cui hanno perso la vita 79 persone. 


I numeri dell'inchiesta

  • 79 morti alla Grenfell Tower
  • 11 edifici da sgomberare
  • 800 appartamenti evacuati a Camden
  • 3-4 settimane necessarie per la bonifica
  • 600 edifici già controllati
  • 100 controlli al giorno

L'incendio alla Grenfell Tower, il grattacielo nel cuore di Londra, a Kensington, in cui è morta anche una coppia di giovani italiani, è partito da un frigorifero difettoso. Lo ha reso noto la polizia londinese, confermando voci che si erano diffuse sin dall'inizio, quando testimoni sul posto, il 14 giugno, avevano raccontato di aver sentito un abitante dell'edificio che diceva che era suo l'apparecchio all'origine del rogo

A che punto sono le indagini

Scotland Yard ha aggiunto che l'isolamento esterno del grattacielo non rispondeva alle norme di sicurezza e che, nell'ambito delle indagini, si sta valutando l'ipotesi dell'omicidio colposo. Fiona McCormack, che conduce le indagini, ha sottolineato che i test effettuati sono stati su "piccola scala" ma ha che "tegole e isolamento non hanno superato alcun test di sicurezza". La polizia ha anche confermato il bilancio di 79 morti, tra le persone effettivamente decedute e quelle di cui si sono perse le tracce.

Gli stessi pannelli che hanno consentito un così rapido propagarsi del rogo che ha divorato la Grenfell Tower sono stati rilevati nelle cinque torri del complesso di edilizia popolare Chalcots Estate, a Camden, nella zona settentrionale di Londra. Tutti i residenti delle 800 abitazioni saranno allontanati. 

La decisione di rimuovere i pannelli era già stata presa ieri ma visto che ci vorranno tra 3 e 4 settimane di tempo per mettere in sicurezza le torri, le autorità hanno preferito evacuare immediatamente i residenti temendo una nuova strage. La società che ha curato l'ammodernamento delle torri della Chalcots Estate è stata la stessa che ha ristrutturato la Grenfell Tower, la Rydon Construction, riferisce la Bbc. 

Vivere in una bomba a orologeria

I potenziali inferni di cristallo, quindi, sono oltre una decina in tutta la Gran Bretagna. Migliaia di persone vivono esattamente nelle stesse condizioni in cui vivevano gli abitanti del grattacielo di Kensington. La scomoda verità sta emergendo, lenta ma inesorabile, dalle ricognizioni che il governo di Theresa May ha ordinato su tutto il territorio nazionale dalla fine della scorsa settimana.

Da allora sono stati almeno 600 gli edifici sottoposti all'inchiesta, nella capitale come altrove. Tutti con altezza superiore ai 18 metri di altezza, come lo era la Grenfell Tower. Tra questi per 11 sono risultati essere rivestiti dello stesso materiale, o di un materiale molto simile, del palazzo londinese: due strati di alluminio con in mezzo un terzo strato di polietilene infiammabile, il cui uso e' sottoposto a restrizioni in paesi come gli Stati Uniti.

I test vanno avanti al ritmo di 100 al giorno, il che lascia pensare che il numero sia destinato ad aumentare, anche sensibilmente. 

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