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Dopo le rivelazioni del New York Tims giunte in contemporanea con la decisione del governo italiano di riaprire l’ambasciata al Cairo, torna di strettissima attualità il caso Regeni, il ricercatore torturato e ucciso in Egitto tra gennaio e febbraio dello scorso anno.

Il retroscena del ritorno dell'ambasciatore al Cairo

Su Repubblica una fonte della Farnesina spiega la necessità di rimandare l’ambasciatore Giampaolo Cantini in Egitto. “Il nostro isolamento rischiava, se prolungato, di provocare danni – spiega -. Non solo per quanto sta accadendo in Libia ma soprattutto nei confronti della nostra comunità al Cairo e nella ricerca della verità su Regeni". Il quotidiano romano rivela un retroscena, la lettera di incarico del governo all’ambasciatore: Cantini arriverà al Cairo affiancato da una figura specifica che gestirà la cooperazione giudiziaria e investigativa con la procura generale del Cairo. Non è ancora stato deciso se si tratterà di un magistrato o di un ufficiale di polizia giudiziaria.

Viene confermato poi l'ordine del giorno del settembre 2016 che blocca ogni fornitura gratuita di materiale bellico al regime di Al Sisi. Resta congelato sine die – come si legge ancora dalla lettera di incarico – il business council italo-egiziano. Verrà mantenuta l'allerta sul sito istituzionale della Farnesina e saranno aumentati i progetti di cooperazione e sviluppo con l'Egitto con oggetto il rispetto dei diritti umani e la parità di genere. C'è infine – spiega ancora la fonte della Farnesina – il capitolo della "memoria" che "non sarà rituale". Sarà intitolata al ricercatore italiano la futura università italo- egiziana e l'auditorium dell'istituto di cultura. Il 25 gennaio, data della scomparsa di Giulio, sarà istituito il giorno della memoria in tutte le nostre sedi istituzionali in Egitto.

L'avvocato egiziano: "Nessuna cooperazione"

Il Corriere della Sera intervista Ahmed Abdallah, presidente del consiglio d’amministrazione della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, Ong che offre consulenza ai legali della famiglia di Giulio Regeni. Arrestato il 25 aprile 2016, Abdallah è rimasto in carcere per 4 mesi e mezzo con l’accusa di aver partecipato all’organizzazione di proteste che miravano a rovesciare il regime. La sua opinione sulla decisione di rimandare l’ambasciatore italiano al Cairo è nettamente negativa, al pari della famiglia Regeni. Si parla di progressi nelle indagini e di “rinnovata cooperazione” tra inquirenti, ma Abdallah ha pochi dubbi: “Non c’è nessuna cooperazione”. Il procuratore generale Nabil Ahmed Sadek, che dovrebbe garantire la giustizia in Egitto, spiega l’avvocato, “ha rifiutato finora di consegnarci il fascicolo sull’uccisione di Giulio e ha bloccato ogni tentativo legale di ottenerlo. La famiglia non ha avuto nessuno degli atti – aggiunge -. Non sappiamo nemmeno se quelli inviati agli inquirenti italiani siano un riassunto dell’inchiesta oppure gli originali. Penso che dovremmo vedere i documenti. Comunque, sulla base di quello che abbiamo visto sinora, mi aspetto che il fascicolo sia pieno di bugie”.

Renzi: "Obama non mi ha detto nulla"

Sulla Stampa si parla, invece, delle rivelazioni del New York Times, di quelle “prove esplosive” del coinvolgimento dei servizi segreti nell’omicidio Regeni che Obama avrebbe consegnato a Matteo Renzi. Il quotidiano di Torino cita l’ex premier che avrebbe detto al suo successore, Paolo Gentiloni: “Lo sai, con Obama, ci siamo visti tante volte, abbiamo parlato anche dal caso Regeni, ma mai una volta il presidente degli Stati Uniti mi ha fatto rivelazioni o fornito documenti. Né ha mai sentito il bisogno di metterci in allerta”. E anche Paolo Gentiloni, ministro degli Esteri del governo Renzi, a suo tempo, parlò del caso col suo omologo di allora, il segretario di Stato John Kerry, ma anche in questo caso senza mai ricevere elementi di fatto e tantomeno “prove esplosive”. E soprattutto – sottolinea ancora La Stampa – non furono suggerite tracce che fossero diverse da quelle già in possesso dei Servizi italiani.

Necessità di normalizzare i rapporti

La decisione di inviare l'amasciatore nuovamente al Cairo è giustificata da Palazzo Chigi con la necessità di 'normalizzare' i rapporti con l'Egitto dopo un anno e mezzo di ferri corti dovuti all'omicidio del ricercatore italiano. "Vogliamo tutta la verità sulle responsabilità di apparati dello Stato egiziano nella morte di Giulio", hanno sempre detto ministri e premier italiani in questi mesi. I silenzi ricevuti avevano portato al ritiro dell'ambasciatore dal Cairo. Prima di Ferragosto la notizia del reinvio di un nostro diplomatico (leggi anche l'articolo del Sole 24 ore) a fronte di nessuna sostanziale novità sul fronte delle indagini (anche se la procura di Roma che indaga sul caso ha parlato di "passi avanti" sul fronte della collaborazione con le autorità egiziane). Poi, a Ferragosto, la bomba sganciata dal quotidiano americano, che ha prodotto migliaia di commenti sulla rete, tra i quali, naturalmente, quello sgomento della famiglia di Giulio (leggi su questo l'articolo dell'HuffPost).

I nodi che restano aperti

Una nota che non spegne le polemiche. Il Corriere della sera mette in fila i punti scoperti portati alla luce dal quotidiano di New York: 

  • l’inchiesta spiega che le «prove esplosive» non furono passate dall’amministrazione americana al governo italiano, ma rivela che quelle prove esistono. Dal canto suo, Palazzo Chigi non smentisce, ma conferma quanto effettivamente scritto dal quotidiano: gli «elementi di fatto» non furono inviati da Washington a Roma;
  • nella nota delle «fonti» del governo italiano si sottolinea come «la collaborazione» investigativa tra Usa e Italia sia completa: un modo per smorzare ogni polemica; 
  • i rappresentanti governativi americani citati dall’articolo dicono che non fosse chiaro «chi» avesse dato l’ordine di catturare e «presumibilmente» di uccidere Regeni: una frase che indica che le prove in possesso degli Stati Uniti non siano in grado di chiarire né la responsabilità ultima, personale, dietro la decisione di rapire Regeni, né di indicare in modo incontrovertibile quale agenzia di sicurezza e intelligence lo abbia torturato e ucciso, né se la sua morte venne «decisa» o fu il risultato delle violentissime torture subite;
  • anche se non lo nomina esplicitamente, sembra che la fonte citata dal New York Times alluda ad Al Sisi e a membri del suo governo quando spiega che a sapere che cosa fosse successo a Regeni fosse «the very top», il vertice supremo dello Stato (usando il pronome «they», «loro»).

Nottetempo, piazza per piazza. I quattro monumenti simbolo dell’America confederata nella città di Baltimora sono stati rimossi così, per ordine del sindaco democratico Catherine Pugh, organizzando squadre, cavi e gru e autocarri tra le 11 e mezza di sera e le 5,30 di ieri mattina.

Così sono scomparsi i monumenti, “il più velocemente possibile”, ha detto il sindaco, dopo un anno di discussioni e sterili contrasti. Perché “era necessario tirarli giù”: subito e senza clamori per la sicurezza dei cittadini – tutti – dopo i fatti di Charlottesville in Virginia, dove sabato scorso è morta una donna negli scontri seguiti al raid di un suprematista bianco contro la rimozione di una statua del generale della Guerra di Secessione, Robert E. Lee.

Quali sono le statue rimosse la notte scorsa a Baltimora?

  • Il monumento ai soldati e ai marinai confederati (in Mount Royal Avenue vicino a Mosher Street). Eretto nel 1903 dalle Maryland Daughters of the Confederacy, fu realizzato dallo scultore newyorkese di origini francesi F. Wellington Ruckstuhl e rappresenta l’allegoria della Gloria che sostiene un soldato confederato morente con la bandiera sudista fra le mani.
     
     
  • Il monumento alla donna confederata (in Bishop Square Park all’University Parkway e Charles Street).Risale al 1917 e fu finanziato dalla Unione dei veterani confederati, dall’Unione delle figlie della Confederazione e dallo Stato del Maryland. Ritrae un soldato morente con la bandiera e due donne, una che lo tiene fra le braccia e l’altra, eretta, che scruta l’orizzonte.
     
     
  • Il monumento al generale Robert E. Lee e al comandante Thomas ‘Stonewall’ Jackson (in Wyman Park Dell vicino all’Art Museum and Wyman Park drives). Datato 1948, il gruppo bronzeo raffigura Robert E. Lee e ‘Stonewall’ Jackson a cavallo prima della battaglia di Chancellorsville in Virgina, nel 1863, che è reputata la “battaglia perfetta” di Lee malgrado la morte di Jackson. Il monumento fu finanziato dal banchiere J. Henry Ferguson, che morì nel 1928. Fu plasmato dalla scultrice Laura Gardin Fraser, che si aggiudicò un concorso per la sua realizzazione.
     
     
  • La statua a Roger B. Taney (in Mount Vernon Place). Eretta nel 1887, la scultura del quinto presidente della Corte Suprema, originario del Maryland, fu opera di William Henry Rinehart ed è la copia di quella che si trova nella Maryland’s State House. Taney, con la rimozione della stuatua, sconta una sua storica sentenza a favore della schiavitù.
     

Un esempio che sarà seguito a New York

Non è chiaro quale fine faranno le statue né a quanto ammontino i costi della loro rimozione, perché il sindaco Pugh, a quanto riferisce “The Baltimore Sun”, li ha definiti un dettaglio rispetto alle motivazioni che hanno portato alla decisione, corroborata comunque da un voto unanime del Consiglio. Al loro posto, saranno probabilmente collocate delle placche che spiegheranno quali monumenti sorgevano in quei punti e il motivo della rimozione.

L’aria è che altre municipalità seguiranno, negli Stati Uniti, l’esempio di Baltimora e la prossima rimozione potrebbe riguardare una targa infissa su un vecchio acero, sempre in onore del generale confederato Lee, che si trova a Brooklyn a New York, davanti a una chiesa episcopale frequentata dal comandante il quale piantò pure l’albero.

Per secoli è stata il flagello per eccellenza. Era considerata un castigo divino e il suo spettro ha aleggiato in numerosi capolavori della letteratura, dal Decamerone ai Promessi Sposi. Oggi di peste non si muore quasi più e quei mille o duemila casi che si registrano annualmente nel mondo si verificano quasi tutti in Africa, dove non è certo l'emergenza sanitaria più grave. Ma suscita comunque impressione vedere riapparire in uno dei Paesi più industrializzato del mondo il batterio della peste bubbonica.

Allarme in Arizona

Le autorità sanitarie di due contee dell'Arizona, Navajo e Coconino, hanno avvertito i residenti di aver rilevato delle pulci portatrici del batterio Yersinia Pestis, all'origine della malattia. Dati gli indubbi progressi compiuti dalla medicina dai tempi del Medio Evo, a rischiare la vita – leggiamo sul Washington Post – sono però soprattutto cani e gatti, più che i loro padroni, invitati a tenere i loro animali al guinzaglio e a evitare di toccare carogne. 

Come si cura la peste

Oggi, negli esseri umani, la peste bubbonica può essere curata facilmente con gli antibiotici se diagnosticata in tempo ma quando iniziano ad apparire i suoi sintomi più iconici, dalle vesciche sulla pelle agli arti che diventano neri, è spesso già troppo tardi. Perire di peste nel XXI secolo è nondimeno faccenda assai rara. Gli ultimi casi mortali negli Stati Uniti risalgono agli anni '20, quando il contagio era ancora endemico, soprattutto nell'area sudoccidentale. Oggi si registrano circa sette casi all'anno negli Usa, gli ultimi due dei quali sono stati diagnosticati nel Nuovo Messico lo scorso giugno.

 

Il governo americano sta cercando di ottenere i dati di tutte le persone che hanno visitato un sito anti-Trump, scatenando le proteste per quella che viene vista come una campagna anticostituzionale contro l'opposizione. Nel mirino del dipartimento di Giustizia è finita la società DreamHost la cui piattaforma ospita il sito www.disruptj20.org, usato dagli attivisti per coordinare le dimostrazioni di piazza in occasione della cerimonia di insediamento del presidente americano. Il mandato di perquisizione presentato lo scorso 17 luglio, riferisce il Guardian, mira infatti a ottenere non solo informazioni sui gestori del sito ma anche i dati di tutti coloro che lo avevano visitato – oltre 1,3 milioni di persone – insieme a date, permanenza e sistemi di accesso. 

Per il legale di DreamHost è "una prevaricazione"

Il caso è stato reso pubblico lunedì scorso quando la società ha annunciato che avrebbe dato battaglia in tribunale durante la prossima udienza prevista per venerdi'. Si tratta di una prevaricazione "puramente accusatoria portata avanti da un dipartimento di Giustizia altamente politicizzato diretto da Jeff Sessions – ha commentato il legale della DreamHost, Chris Ghazarian – dovreste essere preoccupati che chiunque possa essere preso di mira semplicemente per aver visitato un sito". 

Già all'indomani delle proteste del 20 gennaio il governo aveva inoltrato alla società una richiesta di informazioni sul proprietario del sito per poi tornare alla carica a luglio per ottenere dati più ampi sui visitatori. "Siamo i guardiani della porta tra il governo e decine di migliaia di persone che hanno visitato il sito, vogliamo tenerle protette", ha ribadito Ghazarian. Per Mark Rumold della Electronic Frontier Foundation, che sostiene la battaglia della DreamHost, il caso riguarda la "difesa del primo emendamento" e ha definito il tentativo della Giustizia di rintracciare le identità dei visitatori anticostituzionale. 

Non è la prima volta che le autorità tentano di risalire all'identità degli oppositori di Trump. Già a marzo un'agenzia governativa aveva ordinato a Twitter di consegnare indirizzo email e numero di telefono di un utente associato a un account critico nei confronti dell'amministrazione, @ALT_USCIS. Davanti al rifiuto della società, che aveva anche presentato una denuncia in tribunale, l'agenzia aveva fatto marcia indietro.

In principio fu Sean Spicer con i suoi "fatti alternativi", secondo la celebre definizione della consigliera del presidente, Kellyanne Conway. Poi fu la volta dell'effimera parabola di Anthony Scaramucci, durato appena dieci giorni, dopo aver lasciato la sua azienda e essere stato piantato dalla moglie, che non sopportava Donald Trump. Ora, leggiamo sul New York Times, la delicatissima posizione di capo della comunicazione della Casa Bianca è passata a Hope Charlotte Hicks, una ventottenne, modella per Ralph Lauren nell'adolescenza, molto vicina a Ivanka, la figlia prediletta del presidente.

Benché sia piuttosto giovane e non abbia avuto alcuna esperienza politica prima di entrare nel circolo dei Trump, Hicks ha sicuramente un curriculum più adeguato del suo predecessore, che non aveva alcuna esperienza di rilievo nel campo della comunicazione. Anzi, è, per così dire, figlia d'arte: suo padre, Paul Burton Hicks, è stato il vicedirettore dell'ufficio stampa dell'Nfl, la federazione nazionale del football americano, dal 2010 al 2015 e prima ancora era stato il capo dello staff di Stewart McKinney, un deputato repubblicano del Connecticut.

L'incontro con 'The Donald'

I rapporti di Hope con la famiglia Trump iniziano nel 2012, quando, per la società di pubbliche relazioni dove era stata assunta, la Hiltzik Strategies, inizia a curare la comunicazione della nuova linea di moda firmata da Ivanka, che due anni dopo la vorrà a tempo pieno nella Trump Organization. La ragazza si fa notare, tanto che nel gennaio 2015, 'The Donald' la convoca per una proposta che non potrà rifiutare. "Mister Trump mi guardò e mi disse: 'sto pensando di correre per la presidenza e tu sarai il mio addetto stampa',", è il racconto di Hicks. Occuperà la posizione fino alla conclusione della campagna elettorale che porterà l'immobiliarista alla Casa Bianca, diventando il membro più longevo del team. Hope è quindi una "trumpista" della prima ora, come Steve Bannon e la stessa Comway, in compagnia dei quali viene spesso ritratta.

Uno stipendio da record

Sin dai giorni delle primarie fu Hope a decidere, tra le 250 richieste di contatto ricevute al giorno, quali giornalisti avrebbero parlato con il magnate. Ed era lei che dettava a Trump alcuni dei suoi controversi 'tweet'. Hope trascorreva quasi tutta la giornata nell'ufficio dell'allora candidato. Un impegno – e qua un parallelismo con Scaramucci c'è – che le costerà un fidanzato che stava con lei da sei anni. È però grazie al suo lavoro (portato avanti in solitaria) che, nel gennaio 2017, si guadagna un posto nella lista di Forbes degli under 30 più influenti. Oggi è la figura più pagata della squadra della Casa Bianca, con uno stipendio mensile di 179.700 dollari, lo stesso di Bannon e del 'chief of staff' Reince Priebus. Attenzione, però, l'incarico della bella Hope è ad interim, in attesa che l'imprevedibile Trump scelga qualcuno a cui affidare il compito stabilmente.

Gli insetti, il cibo del futuro, sono già sulle nostre tavole. O meglio, si preparano a sbarcarci, e in grande stile. La seconda catena di supermercati svizzeri, Coop, ha annunciato che dal 21 agosto in alcuni punti vendita – tra cui Zurigo, Berna e Ginevra – si potrà trovare cibo a base di insetti destinato agli esseri umani. Tra questi, anche polpette e hamburger contenenti larve di coleottero, prodotte dall'Essento, una startup elvetica.
 
La Svizzera sarà così il primo Paese europeo ad avere sugli scaffali cibo composto da insetti destinato agli umani: a rendere possibile questo 'primato' e' stata la modifica nel maggio scorso delle leggi che regolamentano gli alimenti, che ha aperto la porta all'ingresso di grilli, cavallette e scarabei sulle tavole.
La normativa prevede che gli insetti debbano essere allevati, seguendo una regolamentazione molto stringente, per almeno quattro generazioni prima di poter essere considerati mangiabili dagli esseri umani. Questo vuol dire, sottolinea il Guardian, che ci vorrà qualche mese per le aziende locali per cominciare a produrre e commercializzare. Nel frattempo, si potranno usare alimenti importati che devono però sottostare alle leggi svizzere e passare al vaglio delle autorità elvetiche. 
 
Da qualche anno si parla sempre più spesso di introdurre gli insetti nella dieta umana: “Gli insetti forniscono cibo a un basso costo ambientale, contribuiscono positivamente al sostentamento e giocano un ruolo fondamentale in natura – si sottolineava già nel 2013 in uno studio della Fao citato da Die Welt – Tuttavia questi benefici sono ampiamente sconosciuti all’opinione pubblica”.
 
 
Come ha sottolineato il co-fondatore della Essento, Christian Bartsch, le polpette di insetti sono un mix di larve di coleottero, riso, carote, sedano, porri e un pizzico di peperoncino. Gli insetti “hanno un alto potenziale in cucina, la loro produzione permette di risparmiare risorse e hanno un profilo nutrizionale di alta qualità”, ha spiegato, parlando di un “complemento perfetto per una dieta moderna”.
 
Secondo l’agenzia alimentare dell’Onu, entro il 2050 la popolazione della Terra avrà toccata i 9 miliardi e ci sarà bisogno di raddoppiare almeno la produzione alimentare per sfamare tutti. Un obiettivo, che sostengono in molti, potrà essere raggiunto solo ricorrendo agli insetti.

Melbourne, Vienna o Vancouver: in quale di queste città vorreste vivere? Non si tratta di puntare un dito sul mappamondo, ma di cinque indicatori che, incrociati dall’Economist, vi dicono quali sono le realtà più ‘vivibili’ al mondo. Al primo posto viene la città australiana che batte il record, conquistando la vetta per il settimo anno consecutivo. Neanche Vancouver c’è riuscita, si è fermata a sei. Segue la ‘vecchia signora’ austriaca che per molti versi è allo stesso livello di Melbourne, ma manca il punteggio necessario per quanto riguarda cultura e ambiente. Sul podio c’è posto anche per la già citata Vancouver, che precede le altre due consorelle, Toronto e Calgary (quest’ultima quarta a pari merito con l’australiana Adelaide), segnando un ottimo piazzamento per la pattuglia canadese.

Non va altrettanto bene per il vicino americano, che si trova ben lontano nella classifica: gli Stati Uniti scontano la densità di popolazione e le preoccupazioni per la sicurezza. Come sottolinea il rapporto, infatti, “anche un Paese relativamente stabile come gli Usa ha visto crescere disordini civili legati al movimento ‘Black Lives Matter’ e alle politiche proposte dal 45esimo presidente Donald Trump”.

Roma solo cinquantesima ma Londra fa di peggio

Continuando con le prime dieci posizioni, il continente australe continua a mietere successi con Perth e Auckland a occupare la quinta e sesta posizione. Al settimo posto fa capolino la prima città europea, Helsinki, seguita da Amburgo, in Germania. Roma e Milano si piazzano rispettivamente 50esima e 43esima, ben lontane da Berlino (21esima), Bruxelles (28), Barcellona (30), Parigi (32) e Madrid (40). Tra le principali capitale europee, solo Londra fa peggio delle italiane, al 53esimo posto, seguita da Lisbona (56), Varsavia (65) e Atene (69).

Tra quelle che hanno registrato un forte balzo c’è Reykjavik, passata dalla 50esima posizione alla 37esima, grazie alla crescita del turismo e alla capacità di cambiare sviluppo. Progressi anche per Amsterdam, passata alla 18esima posizione, dopo aver assistito a un calo della criminalità. Diverso invece il destino per Manchester (da 43esima a 51esima) e Stoccolma (26esima), che hanno perso punti a causa degli attentati di cui sono state vittime. Per quanto riguarda l’Asia, Singapore festeggia il sorpasso su Hong Kong (rispettivamente 35esima e 45esima), con Tokyo e Osaka che mantengono il primato regionale (13esima e 14esima). Pechino è solo 73esima ma viene ben prima di New Delhi, al 110esimo posto.

La classifica annuale è stilata dall’Economist tenendo conto di indicatori come stabilità, assistenza sanitaria, cultura, ambiente, istruzione e infrastrutture. Vengono prese in considerazione, specificano gli autori, solo città “che le persone vorrebbero visitare o viverci”. Ecco perché posti come Kabul o Baghdad non fanno la loro apparizione nella lista dei 140 luoghi prescelti.

Perché le metropoli arrancano in classifica

Quelle che registrano i punteggi migliori, si sottolinea nel rapporto, “tendono a essere città di medie dimensioni in Paesi più ricchi con una densità abitativa relativamente bassa. Queste permette di favorire una serie di attività ricreative senza portare ad alti livelli di criminalità o infrastrutture sovraccaricate”. Ecco spiegata la relativamente bassa performance di grandi centri economici e finanziari a livello mondiale come New York, Londra, Parigi e Tokyo, “vittime del loro stesso successo”: sono tutte “hub prestigiosi” ma “soffrono di più alti livelli di criminalità, congestione e problemi di trasporti pubblici”.

Tenendo conto di ciò, non stupisce che all’altra estremità della classifica si trovi Damasco, la capitale della Siria devastata da oltre 4 anni dalla guerra civile. La precedono la nigeriana Lagos e Tripoli, in Libia, un altro Paese che da anni ormai non conosce pace. Non va meglio per Dacca, in Bangladesh, o per Port Moresby in Papua Nuova Guinea, così come per la pakistana Karachi e Algeri, a pari merito alla 134esima posizione.  

Scrivere ciò che si è realmente vissuto? Per i giallisti e gli autori di noir si tratta per fortuna di un raro fenomeno. E le eccezioni non sono più materia di critica letteraria, ma di polizia criminale. E' quanto succede adesso in Cina a Liu Yongbiao, autore di vari best seller nei vasti confini nazionali. Lo hanno arrestato con l'accusa di avere assassinato quattro persone, in un passato che lui considerava remoto ma non impunito per sempre. Fu ventidue anni fa. E si trattò di un crimine che gli avrebbe anche ispirato materia per romanzo.

 

La lunga attesa segreta che durava dal '95

Liu, 53 anni, è accusato di avere ucciso assieme a un complice i due proprietari di un ostello, il loro nipote di 13 anni e un ospite, il 29 novembre 1995 a Huzhou, città nella provincia orientale dello Zhejiang. Quando la polizia si è presentata alla sua attuale abitazione, a Nanling nello Anhui, lo scrittore non è apparso sorpreso e ha indirizzato agli agenti una frase davvero romanzesca: "Sono rimasto ad aspettarvi per tutto questo tempo…". Poi, in una lettera alla moglie di cui riferisce il "China Daily", fa una esplicita confessione: "Ho vissuto nella paura per venti anni. Sapevo che questo giorno sarebbe arrivato".

Lo scrittore avrebbe utilizzato la sua esperienza di assassino annunciando nel prologo al volume "Il colpevole segreto", pubblicato nel 2010, che si accingeva a raccontare di una bella romanziera la quale ha ucciso tanta gente finché i suoi crimini non vengono scoperti.

La strage all'ostello del '95 era rimasta senza colpevoli perché i due assassini riuscirono a scappare senza essere identificati, ma le analisi del dna condotte nei mesi scorsi, nonché la pertinacia degli investigatori che hanno analizzato 60 mila impronte digitali in quindici province della Cina durante gli anni, hanno consentito di concentrare i sospetti su Liu e su un tale Wang, che era suo vicino nel paese d'origine e ha oggi 64 anni. E' stato rintracciato e arrestato anche lui. La strage seguì al tentativo di rapinare un cliente dell'ostello. Alla sua reazione, i due lo uccisero poi furono costretti a eliminare la coppia che gestiva la guest-house e il loro nipote, per cancellare le testimonianze.

Omicidi & scrittura tra fiction e realtà

Liu Yongbiao è diventato celebre in Cina nel 2005 con il romanzo "Un film", che ottenne diversi premi. Nel 2014, un'altra sua opera è stata adattata per una serie televisiva in cinquanta episodi.

Il caso richiama quello dello scrittore danese Richard Klinkhamer, che fece opera letteraria del suo omicidio della moglie Hannelore, e che quando della donna si ritrovò lo scheletro, fu pubblicata – però virata dalla collana del romanzo puro a quella di non-fiction.

Sul versante speculare della pura immaginazione, il tema dello scrittore assassino che traduce il suo delitto in letteratura – quasi come catarsi – è stato sviluppato più di una volta. Per esempio nel romanzo d'esordio di Amélie Nothomb, "Igiene dell'assassino", in cui una giovane giornalista smaschera l'omicidio giovanile commesso da un ormai moribondo Premio Nobel, Prétextat Tach, il quale ne aveva fatto oggetto di un racconto incompiuto. C'è anche il caso, vedi il film "Analisi di un delitto" di Rowdy Herrington, un incauto ex avvocato che ruba la paternità di manoscritto e ne cava un romanzo di successo, senza sapere che l'autore – intanto morto – narrava una serie di veri delitti irrisolti. L'ex avvocato ne sarà accusato perché il libro svela dettagli che solo l'assassino poteva sapere. E si dovrà difendere da accuse più pesanti del plagio.

Sabato notte ha ucciso a calci e pugni il fiorentino Niccolò Ciatti in una discoteca di Lloret de Mar, in Costa Brava. Ora è in carcere in Spagna e si difende dicendo di essere stato ubriaco e drogato quando ha messo in atto contro un ragazzo poco più giovane di lui quello che aveva imparato in palestra ( o in guerra). Vediamo chi è il killer di Niccolò.

Paramilitare esperto di arti marziali 

Rasul Bisultanov è nato in Cecenia 24 anni fa. Come scrive Paolo Decrestina sul Corriere della Sera, gli inquirenti stanno verificando se abbia trascorsi nella guerra civile del suo Paese. Di certo aveva partecipato a gare di Mma, le arti marziali miste. Se il passato paramilitare è ancora da verificare, di sicuro sappiamo che Bisoultanov è un allenato lottatore e lo dimostra la sequenza impressionante di calci e pugni sferrata contro Niccolò Ciatti e registrata dal video del circuito di sorveglianza. Bissoultanov ha partecipato a gare di Mma, le arti marziali miste, quelle che consentono l’utilizzo sia di tecniche di percussione (calci, pugni, gomitate e ginocchiate), sia di lotta. Dopo il trasferimento in Francia per la richiesta di asilo politico, risulta tesserato all’Academie Europenne di Strasburgo.

In fuga dalla guerra di Cecenia

Il giornale spagnolo El Periodico ha contattato la palestra di Strasburgo dove si allenava Bissoultanov. Jean Luc Beck, responsabile della struttura sportiva, ha spiegato che il suo allievo pratica lotta lì da almeno sei anni. Secondo l'allenatore, si tratta di un giovane "tranquillo" che non ha mai causato incidenti lì. "Non è violento", ha assicurato. Il quotidiano ricorda poi che Bisultanov è originario di Cecenia, una repubblica appartenente alla Federazione Russa che per anni è stata in conflitto con il governo di Mosca. Ci sono state due guerre che hanno favorito l'ascesa del salafismo nella zona e molte persone sono fuggite e hanno cercato asilo politico in Europa. Uno di loro è Bissoultanov.

Cosa è accaduto sabato 13 agosto

La sera del 13 agosto Niccolò Ciatti, un ragazzo italiano di 22 anni, è morto dopo essere stato preso a calci e a pugni in una discoteca di Lloret de Mar, una località balneare sulla costa di Barcellona. Il giovane era di Scandicci, in provincia di Firenze. Come ricorda Repubblica, il ragazzo è rimasto in coma per un giorno in un ospedale della città catalana di Girona. La polizia spagnola ha fermato tre giovani russi di 20, 24 e 26 anni che erano fuggiti dopo il pestaggio ma sono stati subito rintracciati e fermati sul lungomare. Il giudice catalano non ha ritenuto che esistessero gli estremi per la custodia cautelare di due dei fermati; entrambi sono stati rilasciati e sono rientrati nella zona di Strasburgo dove vivono: K.K., 20 anni, e M.M. di 26 anni restano comunque indagati per omicidio e uno di loro ha l'obbligo di non uscire dall'area Schengen.

Era nascosto in Argentina nel fitto della selva di Misiones, ai confini con il Paraguay, un rifugio per nazisti scappati in Sud America dopo la seconda guerra mondiale. “Invisibile” fino agli anni duemila, e fino a un paio d’anni fa indicata arbitrariamente come “casa di Bormann”, la piccola costruzione in pietra è stata studiata per due anni nei dettagli da una équipe archeologica guidata da Daniel Schávelzon e Ana Igarita, che ne hanno anche tratto un libro da poco pubblicato in Argentina.

Una casa rimasta fantasma per decenni

Le ricerche sui resti di simili dimore, spesso ignorati o equivocati, potrebbero riservare nuove sorprese storiche sulla presenza dei nazisti nel Paese e sui percorsi seguiti per disperdere le tracce dopo il ’45. “Bisogna sottolineare l’importanza che siti di questo genere, in località molto isolate, siano ripensati e rivisti alla luce di questa nuova ipotesi mai immaginata prima d’ora” dichiara all’AGI Daniel Schávelzon, capo ricercatore del Conicet (Consejo Nacional de Investigaciones Científicas y Técnicas) e direttore del Centro di archeologia urbana presso la facoltà di Architettura dell’Università di Buenos Aires. Per Schávelzon, insomma, il rifugio nel parco naturale di Teyú Cuaré, a Misiones, non sarebbe necessariamente l’unico: “Esiste una infinità di rovine disseminate qua e là, che restano incomprese dall’archelogia. Sono considerate meramente – spiega – come resti antichi, riutilizzati dalla popolazione nel XX secolo e nulla più. E’ possibile invece che, col tempo, vengano fuori altri siti come quello”.

Il rifugio di Misiones, tre metri per tre, restò ignoto così a lungo perché celato nella selva, per l’assenza di qualsiasi documento catastale e grazie agli stessi materiali impiegati nella costruzione, mattoni di pietra che ingannavano a prima vista anche occhi di esperti, che datavano la casa al diciassettesimo secolo e la collegavano alla presenza gesuitica nell’area senza mai approfondire l’investigazione.

Monete tedesche, un cinturone, ritagli e fotografie

Schávelzon e la sua squadra si resero invece conto che si trattava di un manufatto moderno e avviarono l’indagine, individuando una cucina a legna, una vasca in maiolica, addirittura tubazioni sottostanti per l’acqua e un pozzo per la spazzatura che ai ricercatori parve una soluzione irrazionale, considerando la prossimità del fiume Paranà e la presenza tutt’intorno della selva. Aveva invece la funzione di occultare il più possibile le tracce degli ospiti. Gli scavi successivi hanno premiato gli archeologi: hanno ritrovato monete tedesche e dei paesi dell’Europa dell’Est occupati dalla Germania negli anni ’40, ritagli di giornale e fotografie dell’epoca, una scatola di latta arrugginita per la cotognata su cui fu stampata una fotografia di Hitler e Mussolini.

 “La scatola fu fabbricata da un’azienda alimentare argentina molto popolare a quel tempo. Mentre la foto di Hitler e Mussolini – racconta ancora Schávelzon all’AGI – fu impressa da un italiano, che viveva in Cile e fu arrestato alla fine della guerra come collaborazionista”. Non è possibile sapere da chi e per quanto tempo la dimora fu occupata, anche se sono stati rinvenuti diversi articoli di provenienza germanica e un cinturone della Falange di Francisco Franco in ottimo stato di conservazione.

Detratto il ‘mito’ di Martin Bormann, l'ultimo segretario di Hitler, del quale non c'è alcun indizio che sia passato per Misiones, l'archeologo ricorda le ragioni della particolare importanza assunta, in Argentina, dai destini dei nazisti: “Qui c’è una imponente immigrazione tedesca o di parlanti tedesco e la gran parte arrivò con la guerra. Ebrei prima di tutto, quindi quelli sopravvissuti all’Olocausto e più in generale tedeschi la cui vita fu distrutta dalla guerra, che facessero parte o no dell’esercito.
 

E poi, l’Argentina fu rifugio di gerarchi nazisti con il beneplacito del governo”. E se si è parlato di Bormann anche per la dimora di Teyú Cuaré, è perché “lui fu l’elemento agglutinante che permise ai neonazisti di mantenersi vivi, benché fossero un gruppo minoritario quasi insignificante, eppure molto attivo”, commenta Schávelzon. “Oltretutto, l’esercito argentino proveniva da una tradizione prussiana e antisemita, e dal 1943 contammo una lunga sequenza di militari al governo, che fossero dittature o democrazie. Perón, ad esempio, era un generale formato anche in Europa. Pertanto, il tema dei nazisti è radicato nella nostra storia anche se dalla guerra eravamo lontani”.   

 

 

 

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