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Il boss della famiglia mafiosa dei Gambino, Francesco “Franky Boy” Calì, è stato ucciso mercoledì sera davanti alla sua casa di Staten Island, a New York. Secondo quanto scrive il New York Post, Calì, 53 anni, è stato raggiunto da colpi d’arma da fuoco davanti alla sua villa di mattoni nel sontuoso quartiere di Todt Hill alle 21.20 (le 2.20 in Italia).

Sua moglie e i suoi bambini erano all’interno dell’abitazione.
 

Calì è il primo capo della mafia ad essere ucciso a New York da quando John Gotti, ordinò l’omicidio del boss dei Gambino, Paul Castellano, nel 1985 alla steakhouse Sparks a Midtown.

In Georgia è stata avanzata la proposta di introdurre un “testicular bill of rights”, una carta dei diritti e dei doveri “testicolari” mirante a regolare ciò che attiene alla sfera riproduttiva dell’uomo. La provocazione è della deputata Darshun Kendrick, capogruppo della minoranza democratica alla Camera dello Stato meridionale degli Usa. Si tratta di una aperta protesta contro l’HB-481, un pacchetto legislativo approvato la scorsa settimana in Georgia dalla maggioranza repubblicana, che limita il diritto delle donne all’interruzione volontaria di gravidanza proibendo l’aborto dal momento in cui il battito del cuore del feto è rilevabile, ovvero dopo circa la sesta settimana.

L’idea della Kendrick, lanciata via Twitter, punta a ribaltare la prospettiva, mettendo al centro del legislatore i diritti riproduttivi degli uomini e il loro corpo. Ad esempio proponendo una legge che obblighi gli uomini a richiedere il permesso delle partner per la prescrizione di medicinali come il Viagra, che li incrimini per aggressione aggravata se non utilizzano il preservativo oppure che proibisca la vasectomia punendo sia i pazienti sia i medici che la praticano.

Dopo lo stop Usa anche l’Unione europea si prepara a mettere i suoi paletti all’Italia sull’operazione Via della Seta. La Commissione europea oggi dovrebbe lanciare un richiamo formale agli Stati membri che intendono cooperare con la Cina, anche nel quadro della ‘Belt and Road Initiative’, chiedendo loro di mantenere la “piena unità” dell’Ue. Il collegio dei commissari che si riunisce oggi a Strasburgo, adotterà infatti una comunicazione sulle relazioni con la Cina, destinata a alimentare il dibattito durante il Vertice dei capi di Stato e di governo del 21 e 22 marzo. “Nel cooperare con la Cina, tutti gli Stati membri, individualmente o all’interno di quadri di cooperazione subregionali hanno una responsabilità di assicurare coerenza con il diritto, le regole e le politiche dell’Ue”, si legge nella bozza della comunicazione visionata dall’AGI. 

“Né l’Ue né alcuno dei suoi Stati membri possono effettivamente realizzare i loro obiettivi con la Cina senza piena unità”, si legge nella bozza. Nella comunicazione, la Commissione indicherà 15 azioni concrete che dovrebbero essere avallate dal Consiglio europeo per determinare le relazioni future con la Cina sia in termini di sfide che di opportunità. La posizione della Commissione, a quanto si apprende, sarà illustrata dal vicepresidente dell’esecutivo Ue, Jirki Katainen con un esplicito riferimento all’Italia.

Il richiamo alla “piena unità”

Ma la Ue aveva lasciato capire le sue intenzioni già la settimana scorsa. Rispondendo alle domande sulla decisione dell’Italia di firmare un memorandum d’intesa per entrare a far parte del progetto cinese ‘One Belt, One Road’, un portavoce Ue aveva già anticipato quella che sarebbe stata la posizione di Bruxelles:  “Né l’Unione europea, nè alcuno degli Stati membri può raggiungere i propri obiettivi con la Cina senza una piena unità. Tutti gli Stati membri, individualmente e nell’ambito dei quadri di cooperazione subregionali” “hanno la responsabilità di garantire la coerenza con le norme e le politiche del diritto dell’UE e di rispettare l’unità dell’Unione Europea nell’attuazione delle politiche dell’UE”, aveva fatto sapere il portavoce.

In tema di alleanze commerciali la posizione del governo italiano (o meglio, nel caso di Pechino, di una parte del governo, considerato le distanze tra Lega e M5S che stanno emergendo in queste ore) è osservata con attenzione dai partner e dalla Commissione: pochi giorni fa al Consiglio Affari Interni, l’Italia, unico paese dell’Unione insieme alla Gran Bretagna, si è astenuta sul pacchetto di norme deciso da Bruxelles per controllare gli investimenti esteri sul mercato europeo “per motivi di sicurezza e ordine pubblico”. La Ue sta lavorando insomma per mettere in atto una sorta di coordinamento tra gli stati membri per ‘difendersi’ da eventuali ingerenze di potenze extra-Ue. E oggi la Commissione manderà un messaggio chiaro a Roma: marciare da soli rende impossibile fronteggiare le sfide future con i colossi extra-Ue, Cina compresa.

Per Tria è una “tempesta in un bicchier d’acqua”

“Si sta facendo credo una gran confusione su questo accordo, che non è un accordo ma un Memorandum of Understanding in cui si ribadiscono accordi di cooperazione commerciale presenti in tutti i documenti europei. Detto questo credo che si debba tranquillizzare e tenere conto di alcune preoccupazioni”, dice in proposito il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, arrivando alla riunione dell’Ecofin.

“Credo si sia creata un po’ di confusione attorno a questa cosa – ha aggiunto a Bruxelles – nessuna regola commerciale ed economica viene cambiata e non sarebbe nemmeno nella possibilità italiana, visto che il commercio internazionale è una competenza europea. Credo che sia una tempesta in un bicchier d’acqua. Detto questo credo che si debba tranquillizzare e tenere conto di alcune preoccupazioni”. 

Un tribunale britannico ha condannato una donna ugandese di 37 anni a 11 anni di carcere per aver mutilato i genitali della propria figlia di tre anni. È una sentenza storica, in quanto si tratta della prima persona condannata nel Regno Unito per questo crimine. Alla condanna sono stati aggiunti altri due anni di detenzione per il possesso di pornografia estrema.

La donna aveva cercato di difendersi affermando che la figlia si era tagliata accidentalmente ma i giudici londinesi non le hanno creduto. I fatti risalgono all’agosto 2017. La bambina era stata portata in ospedale d’urgenza a causa delle gravi emorragie provocate dalla lesione.

Aggiornato alle ore 10,14 del 9 marzo 2019.

Un Boeing 737 della Ethiopian Airlines con 157 persone a bordo si è schiantato mentre era in volo tra Addis Abeba e Nairobi, in Kenya. Lo ha reso noto il premier etiopico, Abiy Ahmed, comunicando che ci sono vittime e inviando “le più profonde condoglianze a quanti hanno perso propri cari”. A bordo c’erano otto membri dell’equipaggio e 149 passeggeri. 

L’incidente è avvenuto questa mattina alle 8,44 ora locale, poco dopo il decollo da Addis Abeba, ha fatto sapere la compagnia aerea. Il velivolo è scomparso dai radar sei minuti dopo la partenza, in un’area che dista 48 chilometri dalla capitale etiopica. A bordo c’erano otto membri dell’equipaggio e 149 passeggeri. 
Il premier etiopico, Abiy Ahmed, nel comunicare che ci sono vittime, ha inviato “le più profonde condoglianze a quanti hanno perso propri cari”. 

Un vero “fiume umano” ad Algeri e cortei in tutto il Paese. Continuano a crescere le proteste contro il presidente Abdelaziz Bouteflika: e questa volta si è registrata la partecipazione più massiccia da quando è iniziata l’ultima ondata di manifestazioni, quella che ogni giorno di più appare essere la nuova “primavera algerina”
La folla ha riempito completamente la piazza centrale della capitale, così anche tutte le vie d’accesso.

Questo mentre si diffondeva la notizia di un esponente di spicco dell’opposizione arrestato a Ginevra, mentre cercava di entrare nell’ospedale in cui attualmente è ricoverato l’82enne Bouteflika.

Milioni contro milioni

Da settimane continuano le manifestazioni contro il presidente, sempre più imponenti. Anche gli automobilisti hanno manifestato la solo solidarietà, suonando i clacson.

“Loro hanno i milioni, noi siamo milioni”, si leggeva su uno dei cartelloni portati al corteo di Algeri, tra gli slogan scanditi, “Noi ad un quinti mandato” per il capo dello Stato, gravemente malato, di cui non si sente un discorso in pubblico da anni.

Grandi manifestazioni anche in altre città tra cui Orano e Costantina, e anche a Bejaia si è formata “una folla impressionante”, come affermano i media locali. Non sono segnalati né tafferugli, né altri disordini. La protesta è pacifica. 

Ieri il presidente, in una dichiarazione ufficiale, aveva avvertito i suoi concittadini dei rischi di “caos” a causa delle proteste di massa. Dal 22 febbraio scendono in piazza quasi tutti i giorni in vista delle presidenziali fissate per il 18 aprile.

Bouteflika governa il Paese nordafricano da quasi 20 anni, dal 2013, dopo un attacco ischemico transitorio, si è sostanzialmente ritirato dalla scena pubblica ed è costretto su una sedia a rotelle. A detta dei critici, il capo dello Stato sarebbe in realtà una “marionetta” nelle mani del suo stesso entourage. dal 24 febbraio è ricoverato “per analisi di routine” in una clinica in Svizzera. 

La capitale venezuelana, Caracas, e la maggior parte del Paese sono rimaste al buio durante la notte a causa di un enorme blackout. Il presidente Nicolas Maduro ha denunciato “un sabotaggio” della principale centrale elettrica venezuelana. L’elettricità è stata interrotta alle 16.50 (ora locale, le 21.50 in Italia), interessando tutte le aree della capitale e colpendo i servizi fondamentali, tra cui metropolitana e semafori.

Migliaia di persone che hanno lasciato il lavoro hanno dovuto camminare per chilometri per rientrare a casa. L’interruzione ha colpito anche le attività dell’aeroporto Simon Bolivar, le linee telefoniche e Internet. La città, considerata una delle più pericolose al mondo e regolarmente deserta dopo il tramonto, è stata avvolta dal buio.

Le interruzioni di corrente sono comuni in Venezuela, ma sono comunque più rare a Caracas. “Siamo stati presi di mira dalla guerra dell’elettricità”, ha dichiarato il ministro dell’Energia, Motta Dominguez. “Questa volta hanno attaccato la centrale idroelettrica di Guri (la principale del Paese, ndr)”. Su Twitter, il presidente Maduro ha accusato gli Stati Uniti. “La guerra dell’elettricità annunciata e diretta dall’imperialismo Usa contro il nostro popolo sarà sconfitta. Niente e nessuno può sconfiggere la gente di Bolivar e i patrioti di Chavez”, ha scritto Maduro. 

I civili siriani li chiamano con disprezzo “turisti”. Sono gli stranieri che negli anni scorsi sono accorsi in Iraq e in Siria per combattere tra le file del Califfato del terrore. Alcuni sono arabi di seconda o terza generazione, come il famigerato ‘Jihadi John’, il kuwaitiano naturalizzato britannico responsabile della decapitazione di diversi ostaggi, che sarebbe stato ucciso da un drone a Raqqa nel 2015. Altri sono figli del ricco Occidente che hanno scelto di unirsi all’Isis per noia o per un malinteso gusto dell’avventura, giovani benestanti e viziati che cinquant’anni fa avrebbero scelto con la stessa sconsideratezza di darsi alla lotta armata o, nella migliore della ipotesi, andare in India a ritrovare loro stessi.

E sono soprattutto “turisti” gli ultimi miliziani di Daesh catturati in questi giorni dalle forze curde nella sacca di Deir Ezor, ultima ridotta del sedicente Stato Islamico. “Turisti” come il neozelandese Mark Taylor, salito agli onori della cronaca non per la sua spietatezza ma per essere stato sbattuto in carcere almeno tre volte dalle autorità del Califfato, dopo essersi reso indegno dello stendardo nero dell’Isis con comportamenti decisamente poco consoni al verbo intransigente di Abu Bakr al-Baghdadi, quali produrre alcolici artigianali e fumare hashish.

Lo zimbello degli altri miliziani

L’episodio più celebre, che fece guadagnare al quarantaduenne l’appellativo di “mumbling jihadi” (jihadista pasticcione), risale al 2014, ovvero poco dopo il suo arrivo in Siria, quando pubblicò alcuni tweet propagandistici nei quali invitava i confratelli in Australia e Nuova Zelanda a compiere attentati. Tweet pubblicati senza prima, però, disabilitare la localizzazione geografica, consentendo così di individuare la posizione del covo dei terroristi. 

New Zealander ISIS fighter accidentally tweets secret location http://t.co/F8YVF1tcTv

— TIME (@TIME)
2 gennaio 2015

L’incidente si ripetè ben 12 volte, finché il suo account non fu sospeso (era l’epoca in cui Twitter era nel mirino per la disinvoltura con la quale i jihadisti riuscivano a utilizzare il social network per fare propaganda). “Nel gennaio 2015 fui convocato con una lettera da uno degli ufficiali”, ha raccontato Taylor ad Abc dal carcere curdo dove è oggi prigioniero, “mi portarono in una stanza, mi tolsero la mia arma e ogni altra cosa, compreso il mio telefono cellulare, che non avrei più visto, e mi dissero che ero sospettato di aver contribuito a localizzare via Gps 12 luoghi all’interno dello Stato Islamico”.

Accusato di essere una spia e minacciato di tortura, Taylor, che avrebbe svolto per lo più compiti di guardia, se la cavò con cinquanta giorni di prigione, un castigo decisamente clemente per gli standard di Daesh. Diventato così lo zimbello degli altri jihadisti, il neozelandese sarebbe stato incarcerato almeno altre due volte per violazioni più, diciamo, veniali. “L’ultima volta sono stato accusato di fabbricare e bere alcol e di fumare hashish, è stato piuttosto ridicolo”, ha riferito.

Sfortunato in amore

Nella conversazione con Abc, Taylor lamenta pure la sua sfortuna con le donne. Durante la sua militanza nell’Isis si sposò ben due volte ma entrambe le mogli non lo sopportavano e riuscirono a costringerlo a chiedere il divorzio. “Mi ero sposato con una donna siriana di Deir Ezzor”, racconta, “il suo nome era Umm Mohammed. Mi pregò di andarmene e recarmi a Idlib, e poi in Turchia”. In sostanza, la signora, pur di levarselo di torno, aveva cercato di convincerlo a morire con onore nella città del Nord Ovest siriano dove ora è concentrato il grosso delle truppe islamiste residue e che, prima della recente mediazione russo-turca, avrebbe dovuto essere l’obiettivo dell’ultima grande offensiva dell’esercito del presidente Bashar al-Assad.

“Un mese dopo ho sposato un’altra donna siriana molto più giovane, sostenitrice dell’Isis, ma ho divorziato”, spiega ancora Taylor, “non voleva stare nella mia casa, voleva spostarsi in un’altra area per stare vicino ai suoi amici, e non a suo marito. Ho dovuto spiegarle più volte che doveva restare a casa e obbedire a suo marito”.

L’unica alternativa, a questo punto, sarebbe stato procurarsi una schiava ma Taylor non aveva abbastanza soldi per acquistarne una, cosa che definisce il suo più grande rimpianto: “Per comprare una schiava servono almeno 5.000 dollari per una di 50 anni e oltre. Per comprarne una decente ne servono almeno 10 mila o 20 mila e non avevo quel denaro con me. Ero troppo povero”.

La fuga e la cattura

Con lo sgretolarsi del Califfato, la vita in quel che rimaneva dell’Isis era poi diventata sempre più difficile. Negli ultimi mesi del 2018 “non c’era cibo, non c’era denaro, non c’erano servizi di base, era collassato tutto”, ricorda, “ero nei guai anch’io e dovetti prendere una decisione finale, ovvero andarmene”. Così Taylor a dicembre decise di fuggire da Deir Ezzor, per trovare sulla sua strada i soldati curdi, ai quali si arrese.

Ora la Nuova Zelanda non sa che fare di lui: non avendo Auckland una rappresentanza diplomatica nei dintorni, dice la premier Jacinta Arden, Taylor dovrebbe in teoria riuscire ad arrivare da solo presso la più vicina sede consolare neozelandese in Medio Oriente. Un qualcosa che, prosegue il primo ministro, “sarebbe difficile per lui”. In patria lo attende, come ovvio, il carcere. Ma non si sa come potrà giungerci. Le capacità del governo di recuperarlo, ha ammesso Arden, “sono enormemente limitate”.

La Casa Bianca rifiuta di consegnare i documenti richiesti della Camera dei Rappresentati degli Stati Uniti, che ha avviato una serie di inchieste sul presidente Donald Trump, il suo cerchio magico ed entità a lui collegate.     

Il legale della Casa Bianca Pat Cipollone, in una lettera, definisce le richieste di documentazione della commissione Vigilanza sulla concessione dei nulla osta di sicurezza “straordinariamente intrusive e senza precedenti”.

Privilegio esecutivo

Secondo rivelazioni di stampa, Trump avrebbe personalmente ordinato che venisse concesso al genero e consigliere Jared Kushner il nulla osta per l’accesso alle informazioni top secret della Casa Bianca, nonostante il parere contrario dell’intelligence.

La Casa Bianca non ha ancora formalizzato il suo ‘gran rifiuto’, anticipato dai parlamentari democratici, ma il presidente Donald Trump si è mostrato pronto a sfidare tutte le inchieste avviate dalla Camera.

“E’ una disgrazia per il nostro Paese. Non sono sorpreso stia accadendo. Di fatto hanno avviato la campagna (per le presidenziali). Quindi che la campagna abbia inizio”, ha dichiarato Trump, sminuendo le indagini a mera propaganda politica.

“Invece di realizzare infrastrutture, Sanità, invece di fare tutte le cose che dovremmo fare, loro voglio giocare”, ha insistito il presidente, attaccando i democratici che da quando hanno riconquistato il controllo della Camera stanno esercitando appieno il loro potere di vigilanza sull’operato del governo.

Trump ha lasciato intendere di non voler rispettare neppure la richiesta di documentazione relativa al dossier della commissione Giustizia della Camera su 81 persone ed entità a lui associate, citando il predecessore Barack Obama.

“Loro non hanno fornito neppure una lettera. Non hanno fornito nulla”, ha rimarcato Trump indicando di poter ricorrere al privilegio esecutivo per astenersi dal rispettare l’ordine.

La risposta dei democratici

“Le argomentazioni della Casa Bianca sfidano la costituzionale separazione dei poteri – ha ribattuto il presidente della commissione Vigilanza della Camera, il democratico Elijah Cummings – il sistema della Casa Bianca sui nulla osta non funziona e richiede sia supervisione e sia una riforma legislativa. Consulterò i membri della commissione per stabilire i prossimi passi”.

E’ stata pubblicata oggi sui giornali di ognuno dei 28 Paesi dell’Ue la lettera del presidente francese, Emmanuel Macron, ai cittadini europei con cui invoca “un Rinascimento europeo” in vista delle elezioni europee di fine maggio. Si tratta di un messaggio diviso in tre parti in cui Macron propone di creare entro fine anno, con i rappresentanti delle istituzioni comunitarie e degli Stati, una conferenza per l’Europa che proponga riforme per rilanciare l’Ue, anche attraverso una revisione dei trattati.

Tra le idee messe sul tavolo ci sono una polizia comune alle frontiere, un’agenzia contro i cyberattacchi e un trattato che aumenti le spese militari e sancisca la difesa reciproca.

Macron punta a “contrastare le menzogne e l’irresponsabilita’” che a suo dire rovinano l’Europa proprio come è successo con la Brexit, “perché nessuno aveva spiegato ai britannici la verità sul loro avvenire”.

“Cittadini europei, se mi permetto di rivolgermi direttamente a voi, non è solo in nome della storia e dei valori che ci uniscono”, si legge nel testo uscito in Italia sul Corriere della sera, ma “perché c’è un’emergenza. Tra qualche settimana le elezioni europee saranno decisive per il futuro del nostro continente. Mai dalla seconda guerra mondiale l’Europa è stata così necessaria. Eppure, mai prima d’ora l’Europa è stata così in pericolo”.

“La forza del popolo europeo”, ha ricordato il titolare dell’Eliseo, “è di essere molti popoli, quando la paura ritorna, quando l’ansia verso il resto del mondo è lì, quando il dubbio entra nella nostra democrazia, la rabbia riparte e con essa il vecchi odi, i peggiori odi e quindi il razzismo e l’antisemitismo: questi discorsi di odio che stanno riemergendo oggi nella nostra società sono il sintomo di questo malessere, di questo disagio della civiltà, come avrebbe detto Freud”.