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Oscar Pistorius è rimasto ferito alla schiena e al costato in una rissa scoppiata nella prigione dove sta scontando la condanna a 13 anni per l'omicidio della fidanzata, Reeva Steenkamp. Il 31enne ex campione paralimpico sudafricano stava chiamando da un telefono pubblico del carcere di Attridgeville, quando ha avuto diverbio con un altro detenuto innervosito perché la conversazione andava troppo per le lunghe. Non sono noti altri dettagli sulla dinamica della zuffa.

L'episodio risale al 6 dicembre ma il Dipartimento penitenziario ne ha dato notizia solo ora spiegando di aver avviato un'indagine interna. Pistorius è stato trasferito nel carcere a nord di Pretoria specializzato per detenuti con disabilità nel novembre 2016. Nel mese scorso la Corte suprema d'appello ha più che raddoppiato la pena inflitta in primo grado all'ex Blade Runner, condannandolo per omicidio volontario dopo che era stato inizialmente giudicato colpevole di omicidio preterintenzionale.

A poco più di un anno dalla fine della lotta armata avviata negli anni '70 dai separatisti del Fronte di Liberazione Nazionale Corso, "Pè a Corsica", un'alleanza di partiti nazionalisti, si è imposta al secondo turno delle elezioni regionali anticipate nell'isola con il 56,6% dei voti. Le due sigle autonomiste – Femu a Corsica del governatore Gilles Simeoni e Corsica Libera del presidente uscente del parlamentino di Ajaccio, Jean-Guy Talamoni – avevano conquistato il governo anche nel 2015 ma si erano fermate al 47%, senza ottenere la maggioranza assoluta dei seggi.

La République en Marche, il partito del presidente francese Emmanuel Macron, si è fermato al 12,7% in una consultazione caratterizzata da un forte astensionismo (il 47% degli elettori non si è presentato alle urne). Forti di una vittoria così netta, Simeoni e Talamoni hanno già chiesto colloqui a Macron per chiedere maggiore autonomia dal governo centrale. Sarà la Corsica la prossima Catalogna?

Cosa vuole Ajaccio

Le tre richieste principali di "Pé a Corsica" sono il riconoscimento di pari dignità alla lingua corsa rispetto al francese, un'amnistia per i detenuti considerati prigionieri politici e il riconoscimento di uno status speciale ai residenti che impedisca agli stranieri abbienti di continuare a fare incetta di abitazioni sulle splendide coste dell'isola, mandando alle stelle i prezzi degli immobili. 

I due partiti non hanno però minacciato un referendum in stile catalano. Nel programma elettorale dell'alleanza è infatti chiarito nero su bianco che "Pè a Corsica" ha "progetti ambiziosi" per la terra natale di Napoleone ma non intende arrivare all'indipendenza. Una posizione moderata che è frutto di un compromesso tra l'autonomista Simeoni e l'indipendentista Talamoni, definito il Puigdemont​ corso, che ha accettato di accantonare le istanze più radicali. I due continuano però a dividersi i ruoli di poliziotto buono e poliziotto cattivo.

Dopo il voto, Simeoni ha invitato Parigi a "un dialogo costruttivo" che porti alla "necessaria emancipazione economica, ambientale e sociale della Corsica e dei suoi abitanti". Talamoni ha invece esortato l'Eliseo ad "aprire i negoziati molto in fretta" se non vorrà vedere i corsi scendere in piazza. Macron, che ha sempre guardato con scarso entusiasmo a una trattativa con gli autonomisti, si è limitato a replicare con una succinta nota che l'indipendenza non potrà essere discussa, senza rispondere alle specifiche richieste di "Pé a Corsica". 

Indipendentismo o autonomia?

Molti analisti insistono che la Corsica non vuole l'indipendenza perché, a differenza della Catalogna, non è un'area ricca, vive soprattutto di turismo e gode di ingenti trasferimenti da Parigi. Ciò è vero ma va sottolineato come la regione spagnola, nei giorni prima del referendum, avesse comunque assistito a una fuga di imprese che trasferivano la loro sede altrove per timore dell'incertezza. Anche se Madrid, per ipotesi, avesse concesso l'indipendenza a Barcellona, quest'ultima avrebbe potuto restare nell'unione monetaria come se niente fosse?

Una regione economicamente depressa

Secondo i sondaggi, la maggioranza della popolazione corsa vuole più autonomia ma non una secessione tout-court. Su tale atteggiamento ha il suo peso la violenza della lotta armata, a colpi di esecuzioni e attentati bombaroli ai danni di infrastrutture, ingaggiata dal Fronte di Liberazione Nazionale Corso, il cui gesto più clamoroso fu l'assassinio, nel 1998, del prefetto Claude Erignac, freddato con tre pistolettate mentre si recava a un concerto insieme alla moglie. La ragione principale per la quale i corsi non vogliono tagliare il cordone con Parigi sono i ricchi sussidi garantiti dal generoso welfare transalpino. L'isola è infatti una delle regioni più depresse della Francia, al cui Pil contribuisce per appena lo 0,4%. Un quinto della popolazione è sotto la soglia della povertà, il tasso di disoccupazione è a doppia cifra e l'economia è fortemente dipendente dal turismo, settore che impiega la maggior parte della popolazione attiva, a fronte di un'industrializzazione assai limitata.

I motivi del successo dei "Pé a Corsica" sta nell'effettiva assenza di un'autonomia paragonabile a quella della Catalogna, che gode di ampia libertà di manovra in settori quali la salute, la sicurezza e l'educazione, spiega a The Local il professor Thierry Dominici dell'Università di Bordeaux, laddove "la Francia è lo stato unitario più centralizzato d'Europa". "Lo Stato ha tutto da guadagnare a soddisfare almeno una delle loro tre richieste", aggiunge Dominici, "se non farà nulla, gli isolani scenderanno in piazza. E senza il bisogno che i nazionalisti glielo chiedano". 

@CiccioRusso_Agi

 

Una forte esplosione nel maggiore hub di gas dell'Austria, vicino a Vienna, ha provocato "alcuni" feriti. Lo ha riferito la polizia austriaca. L'hub di Baumgarten, nella regione orientale del Paese, e' nevralgico per la distribuzione del gas proveniente da Russia e Norvegia in Austria.
Su Twitter circolano immagini dell'incendio seguito all'esplosione. La situazione e' sotto controllo ma ci sono alcuni feriti.

Le forniture di gas dalla Russia all'Italia sono temporaneamente interrotte dopo l'esplosione a Baumgarten del maggiore terminale austriaco per il trasporto di metano. L'incidente ha causato un morto e almeno 18 feriti. Il ministero per lo Sviluppo Economico ha dichiarato lo stato di emergenza. Snam ha fatto sapere che la sicurezza del sistema energetico è garantita dagli stoccaggi e non esclude una ripresa a breve del flusso. 

Ancora ignote le cause dell'incidente

L'hub di Baumgarten, nella regione orientale del Paese, e' nevralgico per la distribuzione del gas proveniente da Russia e Norvegia in Austria e da lì in Italia e Croazia. Situato vicino al confine con la Slovacchia, è uno dei piu' importanti d'Europa. "L'esplosione e' avvenuta alle 08:45 ed è stata seguita da un incendio: la situazione e' sotto controllo", ha fatto sapere la polizia. Le cause dell'incidente non sono chiare.

Calenda: "Con il Tap non avremmo avuto problemi"

Con l'incidente in Austria "abbiamo un problema serio di forniture del gas che arriva dalla Russia. Il Tap serve a questo, a diversificare l'approvvigionamento del gas. Emiliano ha fatto ricorso al Tar pure su questo e lo ha perso. Se avessimo avuto già oggi il Tap, non dovremmo dichiarare, come faremo oggi, un'emergenza sull'approvvigionamento. È inaccettabile che si blocchi un gasdotto". Lo ha detto il ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda. 

Approvvigionamenti garantiti dagli stoccaggi

Il ministero dello Sviluppo economico ha dichiarato lo stato di emergenza sul gas in una nota: "Questa mattina è stato interrotto in Austria il flusso del gas proveniente dalla Russia per fronteggiare un incendio avvenuto presso il tratto di rete gestito dall'operatore Gas Connect. Di conseguenza è stata sospesa l'operatività del gasdotto che collega attraverso l'Austria il nodo di Baumgarten fino all'ingresso di Tarvisio della rete nazionale italiana. La fornitura di gas ai consumatori italiani è comunque assicurata in quanto la mancata importazione viene coperta da una maggiore erogazione di gas dagli stoccaggi nazionali di gas in sotterraneo. In base al Regolamento europeo e al Piano di emergenza nazionale il Ministero ha pertanto dichiarato lo stato di emergenza. Il Ministero monitora costantemente la situazione in contatto con gli operatori interessati al fine di verificare i tempi necessari per la ripresa dei flussi". 

"Sulla base delle informazioni al momento disponibili, le forniture potrebbero riprendere giaà nella giornata di oggi, se venissero confermate le prime indicazioni sull'assenza di danni alle infrastrutture di trasporto", fa invece sapere Snam, "la sicurezza del sistema italiano è intanto garantita dagli stoccaggi messi a disposizione da Snam". 

 

Sono in corso proteste in diverse regioni della Nigeria contro una controversa unità speciale, accusata di abusi contro i cittadini. La scorsa settimana una campagna virale su Twitter contro le squadre speciali contro le rapine (Special Anti-Robbery Squad, o Sars) ha ottenuto risposte da importanti esponenti politici e delle forze di sicurezza nazionali, che hanno promesso un’indagine nelle accuse.

Su twitter l’hashtag #endsars ha raccolto centinaia di video e testimonianze di violenze, ricatti, stupri e minacce. Una petizione online che chiede al parlamento di provvedere alla chiusura della squadra speciale ha raccolto decine di migliaia di firme. Dopo la forte risposta una coalizione di gruppi di attivisti ha organizzato per oggi proteste per chiedere lo scioglimento della Sars. Secondo i media locali, sono state organizzate manifestazioni a Lagos, nella capitale Abuja e negli Stati federati di Delta, Plateau, Rivers, Kaduna,  Oyo e Anambra.

“Siamo sconvolti dalle storie raccontate dalle vittime, dagli amici e dai familiari delle vittime che hanno raccontato esperienze di estorsione, tortura, omicidio e rapimenti di amici e persone care” hanno dichiarato gli organizzatori della campagna #EndSARS. Il movimento oltre a chiedere lo scioglimento dell’unità anti-rapine chiede anche l’introduzione di un codice di condotta più severo per le forze di polizia e maggiori finanziamenti da destinare a programmi di addestramento e miglioramento delle strutture. Gli organizzatori della campagna hanno dato al governo 21 giorni per venire incontro alle loro richieste, che includono lo scioglimento della Sars e la costituzione di commissione per riformare la polizia e indagare le accuse di abusi.

La campagna social ha iniziato a diffondersi sabato scorso, quando un utente ha pubblicato un tweet con l’hashtag #endsars, in cui affermava di aver appena visto agenti sparare a un ragazzo con un colpo alla testa. Nei giorni successivi l’hashtag ha preso sempre più popolarità, raccontando incidenti difficili da ignorare. Molte delle testimonianze sono state accompagnate da foto e video, che mostrano agenti Sars abusare del proprio potere e aprire il fuoco per motivi futili.

Il capo della polizia ha ordinato una riorganizzazione della squadra e ha avviato un’inchiesta interna, nonostante resistenze all’interno della polizia. Il portavoce della polizia nigeriana, parlando a una trasmissione televisiva ha accusato diversi politici “maliziosi” di aver orchestrato la campagna contro la Sars. Il Senato  federale nigeriano ha votato a larga maggioranza una proposta per avviare un’indagine e anche politici influenti come Atiku Abubakar, ex vicepresidente e probabile candidato alle elezioni del 2019, hanno dichiarato il loro sostegno per l’iniziativa.

Fra nove giorni, il 21 dicembre, i catalani sono chiamati alle urne per eleggere i vertici della regione autonoma dopo lo scioglimento di Generalitat e consiglio che ha fatto seguito alla proclamazione d'indipendenza dopo il referendum illegale di ottobre. Le elezioni precedenti si erano tenute il 27 settembre 2015 e hanno visto la vittoria della lista indipendentista trasversale Junts pel Sì, che ha ottenuto il 39,6%. Dopo un iniziale tentativo di rieleggere il proprio leader Artur Mas a Presidente della Generalitat, Junts pel Sì ha quindi raggiunto un accordo con l'altro partito indipendentista, la CUP (di estrema sinistra), e ha eletto quindi a presidente Carles Puigdemont, che ha avviato il processo indipendentista.

Nel 2015 Junts pel Sì era formato dall'unione trasversale di quattro partiti, tutti legati dallo spirito indipendentista. Puigdemont venne eletto presidente in rappresentanza del partito di centrodestra PDeCat, mentre suo vice fu nominato il leader del partito di sinistra Esquerra Repubblicana (ERC) Oriol Junqueras. 

Cosa dicono i sondaggi

Secondo gli ultimi sondaggi, i partiti indipendentisti potrebbero avere una maggioranza più bassa di quella uscita dalle urne due anni fa. Gli indipendentisti di ERC sarebbero tra il 26% e il 27% e i nazionalisti di Ciutadans tra il 21% e il 28%. Poi il Partito Socialista tra 14% e 15%; Junts pel Sì tra il 12% e il 15%; Podemos tra l'8% e il 9%; Partito Popolare all'8% e CUP al 6%.
Un altro sondaggio pubblicato dal sito del quotidiano La Vanguardia sottolinea le intenzioni sul dopo-elezioni. Il 46% degli intervistati ritiene che si debba rinunciare al percorso indipendentista, con il 44% che vorrebbe proseguire su questa strada. Ma sono di più (un 46% contro il 43%) quelli che escludono una rinuncia al processo indipendentista e il ritorno automatico alla legalità.

Il negoziato con Madrid lo vuole il 56% dei catalani contro il 39% che la ritiene una via da non seguire. Più del 68% degli intervistati ritiene che l'economia catalana abbia sofferto del desiderio di dichiarare l'indipendenza unilateralmente sebbene quasi il 30% non abbia questa percezione.

La cronologia degli eventi che hanno portato al voto anticipato

  • 6 settembre: il 'Parlament' catalano approva la legge per convocare un referendum sull'indipendenza.
  • 7 settembre: La Corte costituzionale spagnola sospende in via cautelare la convocazione del referendum.
  • 23 settembre: il ministero dell'Interno spagnolo assume il coordinamento delle forze di sicurezza spagnole.
  • 27 settembre: La Corte costituzionale ordina il sequestro dei locali in cui si dovrebbe svolgere il voto.
  • 1 ottobre: nonostante la chiusura di molti seggi da parte della Guardia civil spagnola, oltre due milioni e 200 mila catalani votano nel referendum tra tensioni e violenze. Il sì si impone con il 90%.
  • 2 ottobre: il presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, chiede una "mediazione internazionale".
  • 3 ottobre: il re di Spagna, Felipe, lancia un appello a rispettare l'ordine costituzionale e accusa i leader indipendentisti di spaccare la società catalana.
  • 5 ottobre: inizia l'esodo delle aziende dalla Catalogna, in due settimane in 1.200 trasferiranno la sede in altre zone della Spagna.
  • 8 ottobre: a Barcellona grande manifestazione per l'unità della Spagna e il dialogo.
  • 10 ottobre: Puigdemont dichiara di aver ricevuto il mandato per formare uno Stato indipendente ma propone di sospendere gli effetti della dichiarazione per favorire il dialogo.
  • 11 ottobre: Ultimatum del premier Mariano Rajoy: Puigdemont chiarisca entro 5 giorni se ha proclamato l'indipendenza.
  • 21 ottobre: Rajoy annuncia che chiederà l'applicazione dell'articolo 155 della Costituzione per sospendere l'autonomia della Catalogna.
  • 27 ottobre: il 'Parlament' catalano approva una mozione per l'indipendenza, il Senato spagnolo da' il via libera all'applicazione dell'articolo 155.
  • 30 ottobre: Carles Puigdemont e altri quattro membri della Generalitat vanno in Belgio.
  • 3 novembre: mandato d'arresto europeo per Puigdemont e gli altri 'ministri' catalani.
  • 17 novembre: prima udienza per estradizione Puigdemont.
  • 4 dicembre: seconda udienza, rinvio al 14.
  • 5 dicembre: la Corte suprema Spagnola ritira la richiesta di estradizione.

La corsa per il seggio in Senato dell'Alabama in palio nel voto di martedì si va sempre più configurando come un punto di svolta per il futuro del Partito Repubblicano che deve puntare su un candidato accusato di aver molestato delle minorenni, pur di mantenere il controllo della camera alta del Congresso. Il presidente, Donald Trump, la linea l'ha dettata. "Ci serve un repubblicano. Votate per Roy Moore", ha esortato via Twitter e durante il comizio organizzato venerdì sera a Pensacola, in Florida, a soli 30 chilometri dal confine con l'Alabama. Una location strategica per consentire anche ai media locali del vicino Stato di seguire e trasmettere il suo endorsement al controverso Moore che resta in testa ai sondaggi. 

"L'ultima cosa di cui l'agenda del rendere di nuovo grande l'America ha bisogno è un progressista al Senato dove ci sono già pochi margini di vittoria", ha ammonito Trump. Il Grand Old Party (Gop) controlla il Senato con appena 52 seggi su 100. Se Moore perdesse, il vantaggio scenderebbe a quota 51. Il repubblicano conservatore Moore, ex giudice della Corte Suprema dell'Alabama, è in corsa contro il democratico Doug Jones, ex avvocato dello stato. Il candidato eletto prenderà il posto lasciato libero da Jeff Sessions, diventato ministro di Giustizia nell'amministrazione Trump. 

Trump sostiene Moore, ma non era il suo candidato

Il settantenne Moore, che alle primarie Gop in Alabama ha avuto la meglio sul candidato sostenuto da Trump, Luther Strange, si era presentato al voto a cavallo, con il cappello da cowboy e, poco prima, durante un comizio aveva sfoderato una pistola. Dietro il suo successo, lo zampino dell'ultraconservatore Steve Bannon, ex capo stratega di Trump silurato la scorsa estate. Durante l'ultimo intervento a favore di Moore, Bannon ha attaccato l'establishment repubblicano più di quanto non abbia attaccato Jones. Moore sostiene che essere gay dovrebbe diventare illegale e che ai musulmani non dovrebbe essere consentito diventare parlamentari degli Stati Uniti. È accusato di aver molestato una 14enne, di avere abusato di una 16enne e di aver avuto relazioni con delle teenager quando era trentenne. Eppure, secondo l'ultimo sondaggio di Change Research, condotto tra martedì e giovedì scorsi, Moore resta in testa con il 51% dei consensi contro il 44% di Jones. Real Clear Politics sottolinea come le accuse di molestie gli abbiano fatto perdere consensi ma gli attribuisce comunque due punti di vantaggio su Jones al quale sono arrivati inattesi finanziamenti per la sua campagna.

Per il presidente, le accuse non sono credibili

Se la Casa Bianca ha definito le accuse a Moore "preoccupanti", Trump, durante il comizio in Florida, ha messo in dubbio la loro credibilità, stigmatizzando una delle sue accusatrici. Beverly Young Nelson, che come prova della sua relazione con Moore mentre lei era al liceo e lui aveva 30 anni, aveva fornito una dedica che lui le aveva scritto sul libro annuale della scuola alla quale ha però ammesso di aver aggiunto lei luogo e data. "Avete visto cosa è successo? È stato commesso un piccolo errore. Ha cominciato a scrivere sul libro annuale", ha ironizzato Trump puntando il dito anche contro l'avvocato difensore, Gloria Allred, in America una vera bandiera degli abusi contro le donne. "La Allred, ogni volta che la vedete c'è qualcosa che va storto", ha attaccato Trump. Gli esperti calligrafici hanno confermato che la dedica di Moore all'allora liceale Nelson è autentica ma per molti elettori dell'Alabama, profondamente conservatori e religiosi, votare per un candidato democratico che sostiene il diritto all'aborto è un peccato più grave degli abusi sessuali di cui è accusato il candidato repubblicano. "La questione dell'aborto da sola è sufficiente per far guadagnare a Moore la vittoria", ha osservato Brent Buchanan, sondaggista dell'Alabama. "Quella dell'aborto – ha aggiunto – è una questione non negoziabile per certi conservatori". 

Lo sa il New African Magazine, che ogni anno annuncia i 100 africani più influenti. I personaggi entrati nella lista per il 2017 includono: un attivista laureato in Legge all'Università di Harvard, un gruppo di ballerini adolescenti provenienti da una baraccopoli ugandese, un eroe mauritano abolizionista della schiavitù moderna.

Sono solo alcuni dei volti nuovi che vanno a unirsi a già famosi magnati del business, a veri e propri pesi massimi politici e a star dello spettacolo. La lista presenta otto categorie: politica e servizio pubblico; affari e finanza; società civile e attivismo; formazione scolastica; scienza, tecnologia e innovazione; media; arte e cultura; sport. L’analisi viene fatta sia su profili di africani che vivono nel continente, che su quelli della diaspora nominati dai loro pari e dagli addetti ai lavori.

"Ciò che i nostri lettori troveranno piacevole, è la diversità quasi sconcertante di questa lista, in termini di razza, etnia e nazionalità. Questo elenco, se non altro, mostra la bellezza e la potenza della pluralità presente nell’Africa che tutti noi amiamo", ha affermato Omar Ben Yedder, Group Publisher e Managing Director di IC Publications, editore del New African Magazine.

Nigeria al top

Quest’anno nella lista, per la prima volta da quando la rivista ha iniziato a pubblicarla ogni fine anno, ci sono ben 42 donne su 100, il numero più alto di voci femminili fino ad ora. Con 21 partecipanti, la Nigeria è in cima alle nomination, seguita da vicino dal Sud Africa che ha 14 nomi nella lista. In totale l'elenco include persone provenienti da 31 paesi, tra cui 12 dall’Africa francofona. Fra le new entry più popolari c’è la Triplets Ghetto Kids dall’Uganda, un gruppo di ballerini, e il nuovo editore, nato ghanese, di Vogue, Edward Kobina Enninful, così come l’astro nascente del pugilato nei pesi massimi nigeriano-britannico, Anthony Joshua.

Sorprendentemente solo tre capi di stato sono nella lista di quest’anno: Nana Akufo-Addo del Ghana, Paul Kagame del Ruanda e Alpha Conde della Guinea. Anche il vicepresidente della Nigeria, Yemi Osinbajo, è nella lista nella categoria Politica e Servizio Pubblico per come ha servito con mano sicura durante l'assenza forzata del presidente Buhari per gran parte del 2017.

I magnati degli affari Aliko Dangote della Nigeria e Mohammed Dewji della Tanzania sono rientrati nella categoria Business and Finance, che vede anche due nomi che quest'anno sono stati più volte sotto i riflettori dei mass media, l’angolana Isabel dos Santos e Jean-Claude Bastos de Morais. Quest'anno nella categoria Affari ci sono più personaggi di lingua francese e araba rispetto alle edizioni precedenti.

La modella con l'hijab

Tuttavia, forse come un segno dei tempi che cambiano in Africa, la sezione dello spettacolo Arts and Culture ha il maggior numero di voci e la maggior parte dei nuovi nomi. Fa un ritorno in questa categoria Chimamanda Ngozie Adichie, scrittrice nigeriana autrice di sei opere, a cui si uniscono volti nuovi come Adwoa Aboah, modella da copertina metà ghanese e metà inglese, e Halim Adem, modella somala, prima a posare in hijab, il velo nero che copre il capo.

Nella sezione sulla società civile c'è una nuova generazione di attivisti, compresi quelli che combattono per i diritti di persone con disabilità, abitualmente ignorati ma tanto presenti in Africa. Eros Ikponwosa, albina, dalla Nigeria è nella lista per il suo lavoro con la Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani per evidenziare la difficile situazione delle persone con albinismo. In tempi di denuncia della schiavitù africana in Libia, è entrato nella lista un eroe della lotta alla schiavitù, il mauritano Biram Dah Abeid.

"I nostri criteri per quest'anno sono stati abbastanza semplici, abbiamo cercato le persone il cui lavoro o la cui attività ha avuto una sorta di effetto trasformante per la società, nel senso di un impatto che si sia tradotto in un cambiamento di percezione o che abbia fornito ispirazione agli altri. Molti nella nostra lista hanno mandato in frantumi retaggi culturali del passato o lo stigma della disabilità e lo hanno fatto con grande coraggio, determinazione e sacrificio personale. Altri hanno prodotto una forza economica in grado di influire sui mercati mondiali ", ha spiegato Anver Versi, l'editore della rivista, che ha aggiunto: "Il talento africano nelle arti, nella cultura, nello sport e nella tecnologia ha anche un enorme impatto sul cambiamento della percezione del mondo nei confronti dell'Africa e della sua gente”.

L'Egitto ha annunciato la scoperta di due tombe antiche a Luxor, definita dal governo "eccezionale". Le tombe, appartenenti a membri della nobiltà della XVIII dinastia egizia, risalgono a circa 3.500 anni fa. Il governo di Abdel Fatah al Sisi spera che la scoperta possa aiutare a far risollevare il settore del turismo, in difficoltà dopo il 2011. Le tombe, situate sulla riva occidentale del Nilo in un cimitero per nobili e alti funzionari, sono l'ultima scoperta in una città già famosa per i suoi templi e le tombe appartenenti a diverse dinastie dell'antica storia egiziana.

"È davvero un giorno eccezionale", ha detto il ministro delle Antichitaà Khaled al-Enani. "Le tombe private della XVIII dinastia erano già conosciute. Ma è la prima volta che si riesce a entrare nelle due tombe". Il ministro ha dichiarato che le scoperte fanno parte degli sforzi del ministero per rilanciare l'industria turistica egiziana, che ha fortemente risentito degli attacchi da parte degli estremisti e dei disordini politici a partire dalla primavera araba. Il ministro ha detto che una tomba ha un cortile rivestito di mattoni di fango e muri di pietra e conteneva un'area di sepoltura larga sei metri che portava a quattro camere laterali. I reperti trovati all'interno erano per lo più frammenti di bare in legno.

Iscrizioni e dipinti sulle pareti suggeriscono che appartenga al periodo tra i regni di Amenofi II e Thutmosi IV, entrambi faraoni della XVIII dinastia. L'altra tomba invece ha cinque ingressi che conducono ad una sala rettangolare. Tra i reperti trovati all'interno vi sono coni funerari, maschere funerarie in legno dipinte, vasi di argilla, circa 450 statue e una mummia avvolta in lino, probabilmente di un alto funzionario. Un elemento decorativo scolpito sul soffitto reca il nome di Re Thutmose I della prima metà della XVIII dinastia. La scorsa settimana nei pressi di Luxor sono stati i resti di 27 statue che raffigurano Sekhmet, dea egizia con la testa di leonessa, nel sito archeologico del tempio funerario di Amenofi III, uno dei piu' importanti faraoni dell'antico Egitto appartenente anch'egli alla XVIII dinastia. 

L'attentatore che stamane ha tentato di far detonare un ordigno che indossava mentre si trovava nella metropolitana sotto il capolinea dei bus alla Port Authority di New York, è un ex tassista in cerca di vendetta. Il 27enne Akayed Ullah, originario del Bangladesh ma da sette anni negli Stati Uniti, arrestato e ricoverato, avrebbe detto agli investigatori di aver cercato di fare una strage per vendicare gli attacchi di Israele a Gaza e di aver giurato fedeltà all'Isis.

L'attentatore aveva utilizzato del velcro e delle zip per fissare l'ordigno alla vita. Nell'esplosione il 27enne è rimasto ferito, con bruciature e lacerazioni alle mani e all'addome, mentre altre 3 persone che erano nelle vicinanze hanno accusato disturbi minori. 

La potente esplosione è avvenuta nel terminal degli autobus della Port Authority, vicino a Times Square a Manhattan, tra la 42esima strada e l'Ottava Avenue.La stampa ha riferito di scene di calca tra i pendolari. Sono state evacuate tre linee della metropolitana.

Tre persone sono rimaste leggermente ferite dopo che la deflagrazione ha creato il panico e scatenato una calca tra i pendolari. Il bus terminal della Port Authority è il più grande di New York, uno dei più grandi del Paese; e vi passano tra le 230 mila persone in un giorno feriale. 

Bill Bratton, ex commissario di polizia, intervistato dalla Msnbc, ha riferito, citando fonti del Nypd, che il giovane avrebbe provocato l'esplosione in nome dell'Isis, un'informazione ancora non confermata. Il sindaco di New York, Bill De Blasio, ha parlato di un "tentativo di attacco terroristico".

L'uomo indossava un giubbotto esplosivo ed è stato trasferito all'ospedale Bellevue. La bomba è deflagrata prematuramente nel passaggio pedonale che conduce ai treni intorno alle 7.40 di mattina, ora locale, riferisce il New York Post, che mostra una foto del giovane a terra ferito e ammanettato. Interrogato brevemente dagli investigatori, il sospetto ha dichiarato di aver costruito l'ordigno artigianale nella sede dell'azienda elettrica dove lavora.

La Casa Bianca: "Proteggere le frontiere"

Per la Casa Bianca è necessario "sconfiggere l'ideologia malvagia dietro all'Isis e agli attacchi come quello di oggi" e proteggere le frontiere americane, ha rimarcato oggi la portavoce Sarah Huckabee Sanders durante il briefing con la stampa. La Sanders ha inoltre sottolineato che per fare questo vi è la "necessità per il Congresso di lavorare con il presidente sulle riforme sull'immigrazione che migliorino la nostra sicurezza pubblica e la sicurezza delle frontiere", e che gli Stati Uniti hanno bisogno di politiche che garantiscano che le persone "non vengano a fare del male" agli americani: "Dobbiamo passare a un sistema di immigrazione basato sul merito", ha avvertito.
La portavoce ha anche elogiato la polizia, citando l'ufficiale dell'amministrazione portuale, Jack Collins, che "ha arrestato il terrorista insieme ad altri ufficiali".

Trump: "Urge una stretta sull'immigrazione"

Il presidente Donald Trump ha reclamato una stretta "urgente" sull'immigrazione da parte del Congresso dopo l'ultimo attentato nel cuore di New York. "In primo luogo e come cosa più importante, come ho detto dal primo giorno in cui ho annunciato la mia candidatura alla presidenza, l'America deve 'aggiustare' il suo permissivo sistema dell'immigrazione che consente a troppe persone pericolose e non controllate in modo adeguato di entrare nel nostro Paese", ha dichiarato Trump in una nota. Il presidente ha dunque sottolineato come l'attentatore, originario del Bangladesh, Akayed Ullah, sia riuscito ad entrare negli Stati Uniti grazie ai legami di parentela che consentono a familiari di sponsorizzare l'immigrazione in Usa. 

Nonostante le pressioni di Benjamin Netanyahu, l'Unione Europea è "assolutamente unita" nel rigettare la decisione di Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele e non trasferirà le sue ambasciate nella Città Santa: questo il messaggio lanciato dall'Alto rappresentante per la politica estera, Federica Mogherini, al temine di un incontro storico a Bruxelles con il premier israeliano. Quella di Netanyahu è stata la prima visita presso l'Ue di un capo di governo di Israele in 22 anni. Ma l'incontro con i ministri degli Esteri dei 28 è servito soprattutto a confermare le divergenze sulla situazione di Gerusalemme e le prospettive per il processo di pace.

"Il fatto che Gerusalemme è la capitale di Israele è evidente a tutti" e "nessuno puo' negarlo", aveva spiegato Netanyahu prima della riunione: "Riconoscere la realtà è il fondamento della pace". Il premier israeliano si è detto convinto che in futuro "tutti o gran parte dei Paesi europei sposteranno le loro ambasciate a Gerusalemme e riconosceranno Gerusalemme come capitale di Israele". Ma dopo quasi due ore di discussione con i ministri europei, il verdetto di Mogherini è stato senza appello: Netanyahu "ha più volte menzionato di aspettarsi che altri seguano la decisione del presidente Trump di spostare l'ambasciata a Gerusalemme. Può mantenere queste aspettative per altri, perché da parte degli Stati membri dell'Unione europea questa mossa non verrà", ha spiegato l'Alto rappresentante dell'Ue.

Netanyahu era arrivato a Bruxelles con diversi atout da giocarsi, ma è ripartito senza rilasciare dichiarazioni e senza incontrare il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, ufficialmente per l'emergenza neve che ha paralizzato la capitale belga. Il gelo con l'Ue fa seguito al difficile colloquio con Emmanuel Macron, domenica all'Eliseo, a dimostrazione che in Europa non verranno offerte sponde dopo la "spiacevole" accelerazione di Trump, come l'ha definita il presidente francese.

"Ue e Israele sono partner importanti nella sicurezza, nella prosperità e nella pace", aveva detto il premier prima dell'incontro. Netanyahu ha citato le decine di potenziali attentati terroristici, "molti dei quali sul territorio europeo" che sono stati sventati grazie ai servizi di intelligence israeliani. Ha sottolineando che Israele è un leader nel campo dell'innovazione e "l'innovazione è il futuro". Ha messo sul tavolo anche la carta energetica, ricordando che Israele ha "trovato il gas" e ha appena concluso un memorandum d'intesa per un gasdotto fino all'Italia. Ma sul processo di pace, la distanza con gli europei è immensa. 

Mogherini: no a illusioni sul piano di Trump

Secondo Netanyahu, "dobbiamo dare una chance" all'iniziativa americana per rilanciare i negoziati. "È tempo che i palestinesi riconoscano lo Stato ebraico e che riconoscano anche il fatto che ha una capitale che si chiama Gerusalemme", ha detto il premier sentendosi rafforzato dalle posizioni di Trump. Mogherini ha risposto che è meglio non "farsi illusioni" su quel che hanno in mente gli Usa per il Medio Oriente: "Siamo molto lontani" dall'avere "un quadro e un orizzonte" per far avanzare dei colloqui seri. Inoltre, con la decisione su Gerusalemme, gli Usa rischiano di essere "screditati". 

Per l'Ue, "l'unica soluzione realistica è basata su due Stati, con Gerusalemme capitale sia dello Stato di Israele sia dello Stato palestinese", ha spiegato Mogherini. Secondo l'Alto rappresentante, gli Stati membri dell'Ue continueranno a "rispettare il consenso internazionale su Gerusalemme": lo status della città santa deve essere affrontato attraverso i negoziati tra Israele e i palestinesi e, fino a allora, non sarà presa alcuna decisione formale. L'Ue ha "sottolineato che una pace durevole tra Israele e palestinesi rimane una massima priorità", ha detto Mogherini.

Inoltre "abbiamo sottolineato con forza l'importanza dei luoghi sacri di Gerusalemme per le tre religioni monoteistiche" ed espresso "forte sostegno dei 28 e delle istituzioni Ue alla Giordania al ruolo del re giordano come custode dei luoghi santi", ha spiegato l'Alto rappresentante europeo. L'Ue non ha intenzione di promuovere un'iniziativa autonoma per rilanciare il processo di pace in Medio Oriente. Non vogliamo "moltiplicare le iniziative", ha assicurato Mogherini, "cercheremo di aiutare a trovare soluzioni, evitando vuoti pericolosi".

Secondo l'Alto rappresentante "c'è bisogno di un quadro regionale e internazionali che accompagni la ripartenza dei negoziati". L'Ue vuole "continuare a lavorare con il Quartetto" insieme a Usa, Russia e Nazioni Unite, ma vorrebbe anche "allargare questo formato a Giordania e Egitto", ha spiegato Mogherini: "abbiamo bisogno di unire le forze, le forze della ragione, determinate a trovare soluzioni". In questo contesto, le scelte di Trump appaiono irragionevoli all'Ue. "La cosa peggiore che può accadere ora è un'escalation della violenza, prima di tutto nei luoghi santi, ma anche nella regione e oltre", ha avvertito Mogherini 

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