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La Russia festeggia il Giorno del difensore della patria, ricorrenza nata in onore di chi svolge e ha svolto servizio militare e diventata nel tempo semplicemente la festa di tutti gli uomini, dai bambini agli anziani, una sorta di contraltare al più popolare 8 marzo delle donne.

Istituita nel 1918, in ricordo del primo reclutamento di massa dell'Armata Rossa, il 23 febbraio ha cambiato nome e status più di una volta fino a quando nel 2002 è stato dichiarato anche giorno non lavorativo. La data è attesa da tutti gli uomini per ricevere regali o più semplicemente per avere una scusa per riunirsi in compagnia e fare festa. 

Si tratta di una giornata il cui significato originale si è allontanato da quello prettamente militare, arrivando ad abbracciare l'idea di un patriottismo basato sulla difesa non solo della patria, ma anche della famiglia, quindi esteso a tutto il sesso forte.

Gli stessi militari guardano con sufficienza al 23 febbraio, convinti che la vera festa dell'orgoglio patriottico e delle forze armata sia solo il 9 maggio, l'anniversario della Vittoria dell'Armata Rossa su Hitler. La ricorrenza è quindi più vissuta come un pretesto per riunire gli amici, bere e fare regali non solo agli adulti, ma anche ai più piccoli e a chi non ha mai prestato servizio nell'esercito. 

Quest’anno, però, con la coincidenza delle elezioni presidenziali (18 marzo) e anche del centenario della fondazione dell’Armata Rossa, il 23 febbraio è caratterizzato da toni più militareschi: il presidente Vladimir Putin domani è atteso in visita al primo forum nazionale del movimento giovanile ‘Yunarmia' (‘Giovane esercito'), che riunisce 8.000 attivisti da tutto il paese al Parco ‘Patriota’, fuori Mosca. 

Accanto alle celebrazioni ufficiali – concerti nei parchi, film di guerra in tv e fuochi d'artificio – per la maggior parte degli uomini russi si tratta di una scusa per riunirsi in banya, la tradizionale sauna, o in ristoranti e locali, accompagnati preferibile da molto alcol. 

Per chi, invece, cerca situazioni meno rilassate, si può prenotare un safari su un vero carro armato: ci sono diverse società che fuori Mosca offrono questi servizi per gruppi più o meno grandi di amici. I festeggiamenti per il 23 febbraio iniziano già alcuni giorni prima negli uffici, dove le donne organizzano sempre almeno un piccolo buffet – torte, frutta e vino – per ringraziare i colleghi uomini del loro "coraggio e della loro forza" nel farle sentire protette, almeno così recitano alcuni dei brindisi più ricorrenti.

Le grandi aziende organizzano attività ricreative per i dipendenti che vanno dai giochi di ruolo, ai servizi fotografici in divisa militare fino a lezioni di bricolage, perché le donne possano così preparare con le proprie mani il regalo per il loro amato. La maggior parte delle russe, però, si affida a regali già pronti: se calzini, biancheria intima e set da barba sono associati a una relazione ormai consolidata e forse un po' stanca, le donne cercano di stupire il proprio uomo con idee più originali. L'importante è che l'oggetto abbia un alto contenuto di virilità: attrezzature per la caccia o la pesca, alcolici pregiati, ma anche armi a salve e coltelli da collezione, sono tra gli articoli più richiesti.

La virilità sovietica era incarnata da figure di lavoratori e soldati, replicate in numerosi monumenti in tutte le città dell'Urss. Oggi l'immagine che la Russia offre al mondo è associata all'idea di nuova grande potenza militare, guidata da un leader che nella narrazione di sé si serve dei cliché piu' macisti, in netta opposizione con un Occidente che apre ai matrimoni omosessuali e si allontana dalla famiglia tradizionale.

Ma la 'festa degli uomini' mette in evidenza anche una delle 'malattie' della società russa, in cui la figura dell'uomo, inteso come padre, è piuttosto debole: il tasso dei divorzi è tra i più alti d'Europa, gli uomini russi vivono in media 13 anni in meno delle donne, anche per uno stile di vita in cui non mancano massicce dosi di alcol e mediamente la famiglia russa è composta da una donna single che vive sola con un figlio e la nonna.

“Gli episodi di guerra informatica già esistono. La cosa peggiore è che non c’è alcun regolamento per quel tipo di conflitti e non è chiaro come si dovrebbero applicare la Convenzione di Ginevra e le leggi umanitarie”: per il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, il problema delle cyber-guerre è di primaria importanza, e la comunità internazionale dovrebbe prefiggersi l’obiettivo di stabilire dei principi per regolarle.

Durante un incontro all'Università di Lisbona, Guterres ha sottolineato la necessità di stabilire regole internazionali in grado di mitigare gli effetti di una eventuale guerra soprattutto nei confronti dei civili, come riportato da Reuters.

“Sono assolutamente certo che la prossima guerra inizierà con un impiego massiccio di attacchi hacker, rivolti contro obiettivi militari così come contro infrastrutture necessarie come la rete elettrica”, ha detto Guterres. Negli ultimi anni le armi informatiche hanno visto una sempre più importante diffusione. Dai malware agli strumenti per sottrarre informazioni alle vittime, questi metodi sono stati utilizzati per indebolire partiti politici o sottrarre informazioni sensibili.

Si ritiene che molti degli attacchi hacker siano sponsorizzati da gruppi statali o parastatali, che utilizzano la rete per fare spionaggio industriale o per tenere sotto controllo i dissidenti. Proprio la scorsa settimana i servizi segreti statunitensi avevano suggerito prudenza da parte di enti governativi e cittadini nell’utilizzare dispositivi informatici cinesi, attaccando direttamente Huawei e Zte.

Ma è del mese prima la notizia che potrebbe esserci il Libano dietro il gruppo di hacker soprannominato Dark Caracal, che ha sfruttato le vulnerabilità ormai note di Android per creare un malware in grado di sottrarre dai telefoni infettati Sms, registri delle chiamate e file multimediali.

Leggi anche – C'è stato un attacco informatico contro le Olimpiadi di Pyeongchang

E poi i Ransomware, che nel 2017 hanno bloccato l’accesso ai contenuti di 200mila dispositivi infettati chiedendo in cambio un riscatto. Centinaia in più sono state colpite poco dopo da un altro ceppo del malware, chiamato NotPetya. Episodi per i quali gli Stati uniti puntano il dito contro Corea del Nord e Russia. In questo contesto di costante emergenza, Guterres si è rivolto al mondo accademico per chiedere un maggiore coinvolgimento sul tema, in modo da “garantire un carattere più umano” a ogni conflitto che coinvolga dati e informazioni.

 

 

Alluvioni, siccità e ondate di calore. L'impatto del cambiamento climatico sull'Europa potrebbe essere molto peggiore del previsto, a quanto risulta da un nuovo studio pubblicato da Environmental Research Letters, che ha utilizzato tutti i modelli climatici disponibili per simulare le conseguenze di uno scenario dove gli obiettivi di riduzione dei gas serra venissero mancati in maniera clamorosa a fronte di un continuo aumento della popolazione. Tale scenario – denominato RCP8.5 dalla letteratura scientifica – prevede, entro il 2050-2100 – un aumento della temperatura tra i 2,6 e i 4,8 gradi centigradi dalla media del periodo tra il 1850 e il 1900. Dal momento che i modelli climatici possono rispondere in maniera differente alle variazioni della temperatura globale, sono stati elaborati tre modelli: a basso, medio e alto impatto. In tutti e tre i casi, le conseguenze appaiono preoccupanti.

Anche in uno scenario a basso impatto, città come Malaga e Almeria assisterebbero a periodi di siccità due volte più duri di quelli subiti tra il 1951 e il 2000. In quello ad elevato impatto, il 98% delle città europee sarebbero colpite da un peggioramento della siccità che, in alcune aree dell'Europa meridionale, sarebbe 14 volte più dura di ora. "Sebbene alcune aree dell'Europa meridionale siano abituate ad avere a che fare con la siccità, un mutamento simile potrebbe superare il punto di rottura", spiega a Quartz l'idrologa Selma Guerreiro, una ricercatrice dell'università di Newcastle tra i coautori dello studio. 

Le capitali europee che rischiano periodi di siccità più duri e frequenti sono:

  • Atene
  • Lisbona
  • Madrid
  • Nicosia
  • Sofia
  • La Valletta

La Gran Bretagna a rischio alluvioni

Secondo lo studio, nella seconda metà del secolo la Gran Bretagna rischia di essere colpita da ingenti inondazioni. Nello scenario a basso impatto, l'85% delle città fluviali britanniche, come Londra, assisterebbe a un aumento delle alluvioni. Nello scenario più grave, le precipitazioni aumenterebbero dell'80% circa in località come Glasgow e Wrexham, nel Galles. Tale percentuale salirebbe addirittura al 115% in alcuni casi, come Cork, in Irlanda.

Le capitali più a rischio alluvioni sono:

  • Dublino
  • Helsinki
  • Riga
  • Vilnius
  • Zagabria

Le ondate di calore, infine, vedrebbero aumentare la loro intensità in tutte le 571 città incluse nel database ufficiale dell'Unione Europea. I maggiori aumenti della temperatura durante le ondate (tra i 2 e i 7 gradi nello scenario a basso impatto, dagli 8 ai 14 gradi in quello a elevato impatto riguarderebbero l'Europa centrale.

Le capitali europee che registrerebbero il maggiore incremento della frequenza e della gravità delle ondate di calore sono:

  • Atene 
  • Nicosia
  • Praga
  • Roma
  • Sofia
  • Stocolma
  • La Valletta
  • Vienna

Il presidente americano, Donald Trump, si è dichiarato favorevole all'ipotesi di armare gli insegnanti nelle scuole per prevenire stragi, una posizione simile a quella assunta dalla potente lobby americana delle armi, la National Rifle Association (Nra) nel 2012, dopo il massacro di 20 bambini nella scuola elementare Sandy Hook.

"Se aveste avuto un insegnante abile con le armi si sarebbe potuto mettere fine all'attacco molto rapidamente", ha detto Trump ricevendo alla Casa Bianca una quarantina di sopravvissuti, insegnanti e familiari di vittime della strage del 14 febbraio in Florida. Pur ammettendo che il piano è controverso, il presidente ha osservato che "un insegnante potrebbe avere con sé un'arma nascosta, potrebbe essere addestrato e in questo caso sarebbe stato lì", pronto a intervenire. La Nra si è detta da tempo disposta a finanziare programmi per aumentare il personale armato nelle scuole.

Rispetto alla proposta di bandire l'acquisto di armi sotto i 21 anni, un divieto che avrebbe impedito all'autore della strage in Florida di armarsi, Trump ha mostrato delle aperture. Netto, però, il no della lobby delle armi: "Le proposte legislative per impedire a cittadini rispettosi della legge di età compresa tra 18 e 20 anni di acquistare fucili e carabine, che di fatto impediscono loro l'acquisto di ogni tipo di arma da fuoco, li priva del diritto costituzionale dell'autodifesa", ha tuonato il direttore Affari Pubblici della Nra, Jennifer Baker. "Continueremo ad opporci a misure per il controllo delle armi che puniscono solo i cittadini che rispettano la legge", ha avvertito.

La mamma di un bimbo di sei anni morto a Sandy Hoop ha apertamente detto al presidente che armare gli insegnanti non è la soluzione. "Non possiamo deluderli. Dobbiamo tenere i nostri ragazzi al sicuro", ha twittato Trump dopo l'incontro. "Ricorderò sempre il tempo trascorso oggi con studenti coraggiosi, insegnanti e famiglie", ha cinguettato il presidente.

Difficoltà di una protesta

Contrarietà alla proposta di armare gli insegnanti è stata espressa dal senatore repubblicano Marco Rubio durante l'evento organizzato dalla Cnn con i sopravvissuti alla strage in Florida, parlamentari e rappresentanti della Nra. "Non serve mettere armi nelle mani degli insegnanti. Dobbiamo armare gli insegnanti con piu' soldi nelle loro tasche", ha aggiunto Robert Runcie, il sovrintendente delle scuole pubbliche della contea di Broward, dove si trova il liceo Douglas, teatro della strage della scorsa settimana.

Intanto Barack Obama e la moglie Michelle sono scesi in campo nel dibattito sulle armi, schierandosi al fianco degli studenti che chiedono una riforma. "Sono totalmente incantata dagli straordinari studenti in Florida. Come ogni movimento per il progresso, la riforma delle armi richiede coraggio straordinario e resistenza. Ma @Barack Obama ed io crediamo in voi, siamo orgogliosi di voi e saremo con voi in ogni passo", ha scritto su Twitter l'ex First Lady. Ma diverse scuole stanno minacciando gli studenti che hanno in programma di manifestare in tutti gli Stati Uniti, avvertendo che chi protesta disertando le ore di lezione potrebbe subire gravi ritorsioni.

Il sovrintendente del distretto scolastico Needville Independent School, di Houston, Curtis Rhodes, ha avvertito in un post su Facebook che "chiunque partecipi a proteste di stampo politico sarà sospeso per tre giorni", indicando che saranno tutte le scuole pubbliche della città a non tollerare le manifestazioni durante l'orario scolastico.

Nicolás Maduro ci prova: il Venezuela è il primo Stato ad avere una propria criptomoneta. Si chiama Petro. E, come dice il nome, è ancorata al prezzo del petrolio, una delle risorse più abbondanti per lo Stato americano. L'obiettivo di Petro non è tanto creare un circuito finanziario parallelo quanto raccogliere risorse in un Paese abbattuto dalla crisi e dall'inflazione.

Con bond sempre più rischiosi, la criptovaluta punta a riempire le casse statali e a rifinanziare il debito. Una sorta di cripto-obbligazione, ma senza cedola. Per questo, secondo alcuni osservatori, i Petro restano un asset rischioso, nonostante le rassicurazioni (interessate) di Maduro. Il Venezuela gioca questa carta anche perché potrebbe consentire di aggirare le sanzioni imposte al Paese: Trump ha infatti vietato alle imprese americane l'acquisto di titoli di stato venezuelani.

Nell'agosto 2017 quando il Presidente Trump decise per un embargo finanziario sul Venezuela. Nessun istituzione finanziara americana da allora ha più potuto comprare bond venezuelani o delle sue compagnie statali. Il 4 dicembre dello stesso anno invece, con un annuncio sul sito del governo e una lunghissima diretta televisiva, Maduro annunciò la creazione di una nuova criptomoneta di stato, per rinforzare "la sovranità del popolo venezuelano e la propria indipendenza dalle dinamiche dei mercati internazionali".

La Ico del Petro venezuelano, prevista il 20 marzo

Caracas emetterà i Petro in un'Ico (Initial coin offering): la criptovaluta è un gettone digitale che, una volta acquistato, potrà essere scambiato sul mercato. E – si legge sul documento di presentazione del progetto – “potrebbe essere usata” per comprare beni, servizi e anche per pagare le tasse.

La prevendita di Petro è già iniziata, il 20 febbraio. Sarà seguita dall'Ico vera e propria, a partire dal 20 marzo. Più della metà di quanto raccolto finirà in un fondo sovrano. Il 45% sarà invece distribuito in tre quote uguali tra “progetti petroliferi”, “sviluppo dell'ecosistema” e “sviluppo tecnologico”. In tutto saranno emessi 100 milioni di Petro. Il 17,6% resterà però nelle mani dello Stato. Maduro spera quindi di vendere 82,4 milioni di criptomonete, a 60 dollari americani (anche se la cifra potrebbe variare in base al prezzo del barile).

Dire esattamente quanto raccoglierà non è ancora possibile: il progetto dell'Ico afferma che i primi 3,4 milioni di Petro venduti con un 30% di sconto e gli ultimi 24 milioni a prezzo pieno. In mezzo ci sono scaglioni da 5 milioni di “gettoni”, con sconti che diminuiranno progressivamente (anche se non si specifica di quanto). L'operazione, se dovesse fare il pieno, potrebbe quindi superare i 4 miliardi di dollari.

L'idea di una criptovaluta ancorata a un asset, scrive il governo, è di Hugo Chavez (predecessore di Maduro). Non è una novità assoluta: basta citare Tether (criptovaluta con un rapporto di parità con il dollaro). Ma, secondo Caracas, Petro “è un progetto molto più ampio” perché, essendo la prima moneta virtuale nazionale, dovrebbe avere ricadute sull'economia reale. È il futuro nella gestione del debito o è una mossa disperata di un Paese a un passo dal default?

Dopo #MeToo l’America è scossa da un altro hashtag: #NeverAgain. Uno slogan, un urlo di rabbia, persino un movimento che ha deciso di combattere quel fenomeno delle ”shooting mass”, sparatorie di massa, che stanno segnando la storia recente del Paese.

E sono slogan che, pur non venendo scanditi da un megafono, si muovono in rete facendo molto, moltissimo, rumore. Alcuni, negli ultimi anni, hanno persino dato corpo a manifestazioni organizzate capaci di ottenere un vero riconoscimento internazionale. E se la mente corre velocemente a #OccupyWallStreet, l’attenzione di oggi è focalizzata proprio su quello che sta nascendo intorno a #NeverAgain.

Dopo la strage all’interno della loro scuola, infatti, alcuni studenti si sono riuniti per provare a cambiare le cose. Senza perdere tempo. In meno di quattro giorni avevano già definito le linee guida del loro movimento, con un obiettivo politico chiarissimo: ottenere controlli molto più severi per chi vuole acquistare delle armi. E con una protesta. Una vera chiamata “alle armi” che invaderà le strade di Washington, e le autostrade della rete, il prossimo 24 marzo. “Una marcia per le nostre vite”. Come l’hanno definita. (New Yorker).

Cameron Casky e la prima riunione

Alcuni degli studenti della scuola della Florida in cui ha fatto irruzione Nikolas Cruz non hanno aspettato che il lutto finisse per iniziare la loro battaglia. Hanno deciso di organizzarsi mentre i funerali erano ancora in corso, mentre piangevano amici e compagni di viaggio, mentre le telecamere del mondo erano rivolte verso i loro volti. Lo hanno fatto perché sapevano che, in breve tempo, quella strage sarebbe stata presto dimenticata. La loro tragedia, passato il clamore mediatico, sarebbe diventata solo una cifra di un’infografica da aggiornare ancora una volta.

Tra i leader del gruppo c’è Cameron Kasky. È uno dei ragazzi sopravvissuti alla sparatoria, “il clown della classe” come si è definito lui stesso ai microfoni della CNN. Il nome “Stay alert – #NeverAgain” lo ha pensato in bagno indossando il pigiama dei Ghostbusters. E nella stessa giornata della sparatoria, dopo aver spento le candele della veglia per ricordare i 17 morti, ha invitato alcuni suoi amici a casa sua per provare a fare qualcosa. A far nascere un movimento apartitico.

Chris Grady e i social

Prima di mezzanotte la pagina Facebook era già online. Ad oggi il profilo twitter ha già quasi 60mila follower. Lo segue anche un ragazzino di 19 anni, mingherlino e con il ciuffo ribelle, amante del teatro. Si chiama Chris Grady. Ha aderito subito all’invito di Cameron diventando uno dei volti, fin dalle prime battute, di #NeverAgain. E la sua presenza non è banale. Nel suo futuro, oltre al palcoscenico, c’è l’esercito. Come informatico.

Almeno questo è quello che ha raccontato spiegando come lui e il gruppo non siano, a priori, contro il secondo emendamento della Costituzione americana. “Il fucile AR-15, quello usato da Cruz, dovrebbe essere riservato solo ad un uso militare. Sono armi da guerra fatte per uccidere quante più persone possibili nel minor tempo possibile”. Insomma più regole e meno facilità d’accesso. Con alcune tipologie di arma, quelle più pericolose, fuori dal mercato. (Business Insider)

Alfonso Calderon e le fake news

Accanto a Cameron e Chris c’è un altro ragazzo. Si chiama Alfonso Calderon e ha molta familiarità con i numeri e con i giornali: “Non parliamo di sangue ma di memoria e cambiamento. Cruz è stato denunciato alla polizia 39 volte prima che decidesse di agire”. È lui a raccontare, al giornalista del New Yorker, qual è la percezione dei ragazzi nei confronti della politica e, soprattutto, dei politici: “Nella mia breve vita ho notato che i politici sbagliano continuamente. Hanno sempre detto la cosa sbagliata al momento sbagliato. E nonostante questo sono ancora presi sul serio, più e più volte, invece di essere destituiti”. Tutto nonostante il costante factchecking dei giornali e la consapevolezza di quello che viene urlato, in prima persona, da Trump. “La mia generazione non gioca con le stesse regole. Se dovessimo dire qualcosa di non-fattuale sarebbe scrupolosamente esaminato da tutti. Anche dal Presidente”. Eppure il loro desiderio è solo quello di fare, per davvero, la differenza. Per questo la prima mossa è stata quella di creare una petizione per chiedere verifiche più approfondite su coloro che desiderano acquistare un’arma. Agire sulle leggi. E modificarle il prima possibile.

Jaclyn Corin e la politica

In quella veglia, alle luci delle stesse candele, c’è anche Jaclyn Corin. Ha 17 anni ed è una delle rappresentanti degli studenti alla Marjory Stoneman Douglas. Nella strage ha perso un amico e, anche lei, ha deciso di muoversi subito. E lo ha fatto aprendo un dialogo con la politica. Prima con la deputata democratica della Florida, Debbie Wasserman Schultz e poi con altri rappresentanti dello Stato. In poco tempo ha ottenuto che una delegazione di 100 studenti della Douglas, e 15 accompagnatori, fossero ricevuti nella capitale, Tallahassee, per parlare di un problema, quello delle armi, che conoscono bene: “Ci siamo cresciuti con questa roba. Non è nuova per noi. Esiste da prima che venissimo al mondo”. 

 

 

#NeverAgain, per combattere insieme

Portare avanti varie iniziative vuol dire disperdere le forze. Così Cameron e Jaclyn si sono incontrati per portare insieme e rafforzare il movimento #NeverAgain. E non solo loro. Molti altri ragazzi che avevano iniziato a parlare con i media sono entrati a far parte di quello che stava diventando un direttorio. Da David Hogg, il direttore del giornale scolastico, a Sarah Chadwick, studentessa diventata famosa per aver risposto “per le rime” su Twitter al messaggio di cordoglio del Presidente Trump. Fino ad arrivare a Emma ("We Call B.S.") González, il cui discorso, a Fort Lauderdale, è diventato subito virale. Undici minuti di rabbia e denunce, con quel “shame on you”, vergognatevi, che ancora risuona nelle pagine di tutti i giornali e sui social (CNN).

 

 

Clooney, Spielberg e il sostegno dei “Big”

Insomma, il movimento fa sul serio. Nonostante sia guidato da giovanissimi. E se ne sono accorti anche alcuni “big” del panorama mediatico e cinematografico americano. Primo fra tutti George Clooney che, con sua moglie Amal, avvocato che si occupa di diritti umani, ha deciso di donare 500mila dollari per contribuire all’organizzazione della marcia del 24 marzo (Vice News). E l’appello di Clooney ha avuto subito degli effetti. Anche Steven Spielberg, in questi mesi in sala con The Post, ha deciso di aderire alla campagna di sostegno donando la stessa cifra e augurando ai ragazzi, insieme alla moglie Kate Capshaw, di “continuare a prendere posizione e a lottare per il beneficio di tutte le generazioni future” (Local 10). E intanto iniziano a muoversi anche i loro coetanei. A Bangor, nel Maine, c’è stata una marcia di solidarietà e di vicinanza. Al lutto, certo, ma anche alla nuova battaglia che è appena cominciata (Wabi).  

 Studenti? Quelli sono attori

Quella di #NeverAgain insomma non è una piccola protesta. Lo si capisce dalle reazioni che una parte della destra più conservatrice americana che ha accusato i ragazzi di non essere semplici studenti ma attori, ingaggiati anche dall’FBI, per screditare l’amministrazione Trump e la politica condotta negli ultimi anni sul tema delle armi. Una sorta di cospirazione. David Hogg, ad esempio, si è dovuto difendere rilasciando un’intervista alla CNN fatta dal giornalista Anderson Cooper.

 

 

Gli haters, il nuovo nemico dei ragazzi

Insulti, minacce di morte e aggressioni. I ragazzi, oltre agli attacchi politici, stanno collezionando di ogni tipo di accuse sui social media. Sono entrati cioè nel mirino degli hater. Un esercito del web, che ha trasformato la lingua in un’arma, si sta impegnando a bloccare questa loro lotta attiva per spingere Congresso e Casa Bianca  ad una seria riforma delle leggi che regolamentano il possesso e l'uso delle armi. Ma alcuni effetti però sono già evidenti. Cameron, ad esempio, ha chiuso il suo profilo Facebook. Troppi i messaggi d’odio ricevuti.​

 

 

Intanto le maggiori compagnie come Twitter, Facebook e YouTube sono scese in campo, promettendo di prendere seri provvedimenti: "Stiamo lavorando attivamente sulle segnalazioni di abusi e aggressioni contro i sopravvissuti della tragica sparatoria di massa di #Parkland. Questo tipo di comportamento va al di là di tutto quello in cui noi di Twitter crediamo. Stiamo prendendo provvedimenti contro tutti i contenuti che violano i nostri termini di servizio". Misure simili anche quelle prese da YouTube, che ha rimosso dei video, e Facebook che ha cancellato alcuni contenuti ritenuti "ripugnanti". 

 

La riforma del diritto d'asilo in Francia che è stata illustrata in Consiglio dei ministri sarà discussa in Parlamento in aprile. Contiene novità sgradite sia alla destra, che le considera insufficienti, che alla sinistra che le giudica in molti casi inumane.

Tra queste ultime c'è la detenzione amministrativa in vista dell'espulsione che viene estesa da 45 a 90 giorni, con tre rinnovi di 15 giorni l'uno, per dare tempo alle autorità francesi di coordinarsi con i Paesi verso i quali i non aventi diritto dovranno essere rimpatriati.

La parola chiave di questo disegno di legge è "accorciare le scadenze". Come ha affermato il ministro dell'Interno, Gèrard Collomb, l'obiettivo è quello di contenere la procedura di asilo nel suo insieme entro sei mesi al fine di accogliere meglio i rifugiati e di rimpatriare quanti vengono respinti.

Se questa filosofia generale trova un ampio consenso, le modalità per realizzarlo, dividono, anche perché c'è il timore che comprimendo troppo ai richiedenti asilo non potrebbero far valere i loro diritti.

Attualmente l'Ufficio francese per la protezione dei rifugiati e degli apolidi (Ofpra) tratta le domande di asilo in meno di quattro mesi. Il tribunale nazionale per l'asilo (Cnda), la corte d'appello, in cinque mesi e sei giorni. Ofpra punta a ridurre i tempi entro i due mesi dalla fine del 2018 e un analogo dimezzamento dei tempi dovrebbe arrivare dal Cnda. Ma la vera sfida è ridurre la media di 35 giorni che sono necessari prima che un richiedente asilo registri la sua domanda, aumentando gli organici dei responsabili.

Le organizzazioni per i diritti umani, però, sono critiche. Olivier Chemin, il presidente dell'associazione degli avvocati che si occupano dei diritti degli stranieri, Elena France, sostiene che la riduzione del termine per la presentazione di una domanda di asilo, che verrebbe ridotto da 120 a 90 giorni dopo l'arrivo in Francia (articolo 5), e il taglio del termine per il ricorso, da un mese a 15 giorni (articolo 6), "una violazione del diritto alla difesa dei più vulnerabili".

Le nuove scadenze sono ritenute "infinitamente troppo brevi" da Olivier Brisson, membro della rete di avvocati Elena, specializzato in diritto d'asilo. Cambierà anche l'emissione degli obblighi di lasciare il territorio francese (OQTF) per i candidati provenienti da Paesi ritenuti sicuri, come l'Albania o il Kosovo, o per coloro che sono considerati avere un profilo pericoloso. Questo nell'ottica della lotta alla criminalità organizzata e al terrorismo. L'articolo 16 propone la creazione di un reato di attraversamento della frontiera non autorizzato. Fissa una pena di un anno di reclusione e una multa di 3.750 euro per chi entra in Francia senza passare per un valico di frontiera.

 A seguito della reintroduzione dei controlli alle frontiere interne istituita il 13 novembre 2015 sotto lo stato di emergenza e prorogata fino al 30 aprile 2018, le persone arrestate alla frontiera francese possono essere sottoposte a fermo di polizia e quindi perseguite davanti al tribunale. Il premier, Edouard Philippe, ha promesso che le 72 proposte per una migliore integrazione dei rifugiati, avanzate dal deputato Aurèlien Tachè di En Marche (il partito di Macron), saranno realizzate. Prevedono, in particolare un consistente aumento delle ore di corsi di lingua e di formazione, la valutazione dell'equivalenza dei diplomi e facilitazioni per l'impegno civico dei cittadini francesi che aiutano i rifugiati ad alloggiarsi e a integrarsi. 

Quello della Siria è uno scacchiere in continua trasformazione. Da quando è scoppiata la guerra, il 15 marzo 2011, alleanze e rotture, sia militari che politiche, si sono alternate tra le forze in campo e le potenze che le sostengono.

Nella partita, oltre al regime di Damasco guidato da Bashar Al Assad e i vari ribelli (curdi, jihadisti, Esercito libero), ci sono i grandi portatori di interesse: dalla Russia agli Stati Uniti, passando per Turchia, Arabia Saudita, Iran e Israele. E gli sviluppi più recenti, con Ankara che invade l'enclave curda Afrin e l'esercito siriano che la difende, sembra delinearsi un nuovo scenario che contrappone Ankara e Mosca.

Oggi Assad controlla il 65 per cento del territorio e circa l'80 per cento della popolazione. I curdi comandano invece l'area a nord-est che comprende Raqqa e Kobane, ex roccaforti del sedicente Stato islamico che ora controlla solo piccole aree nel centro del Paese. A sud il regime sta portando avanti una carneficina per riprendersi l'area di Ghouta est, sotto assedio dal 2013 e in mano ai ribelli sunniti appoggiati dall'Arabia Saudita. 

L'esercito di Assad

Il regime di Damasco ha subito gravi perdite nei sette anni di guerra. Ha rischiato la sconfitta in almeno due occasioni: nel 2013 e 2015. Solo grazie all'intervento della Russia è riuscito a riprendersi una importante fetta del territorio che aveva perso. L'esercito di Assad prima delle rivolte innescate con la "primavera araba" poteva contare su 300mila uomini, durante la guerra ne ha persi oltre la metà, tra i caduti in battaglia e quelli che hanno deciso di unirsi ai ribelli. I successi più grandi dei militari governativi sono rappresentati dalla riconquista di Damasco, Aleppo, Homs e Lattakia. 

Le forze filo-governative

A sostenere l'esercito di Assad negli anni si sono formate nuove forze militari. In totale hanno portato sul terreno tra i 150mila e i 200mila combattenti. Di questi, circa 90mila appartengono alla Forza nazionale di difesa.

Hezbollah

Il braccio armato libanese è uno dei principali sostenitori di Damasco. In campo ci sono tra i 5mila e gli 8mila combattenti. In Siria ci sono anche milizie irachene e afghane, tra i 30 e i 40mila uomini addestrati dai Pasdaran iraniani. 

Iran

Teheran e' il primo alleato del regime siriano. Negli anni non solo ha fornito migliaia di combattenti dei Guardiani della rivoluzione a supporto di Damasco ma ha dato anche un prezioso sostegno economico e logistico. Quella in Siria è stata soprattutto una guerra per procura tra l'Iran, dottrina sciita, e il principale rivale nell'area, l'Arabia Saudita, che ha appoggiato in tutto e per tutto le fazioni sunnite, compresi alcuni gruppi di jihadisti.

Russia

Senza Mosca Assad avrebbe perso la guerra almeno tre anni fa. L'intervento del presidente russo Vladimir Putin, attraverso i bombardamenti a partire dal settembre 2015, è stato decisivo. Un'iniziativa che ha assicurato alla Russia il controllo effettivo di tutti i territori recuperati, vincendo non solo il duello diretto con gli Stati Uniti ma anche la partita delle coalizioni: ne esce vincitrice quella formata appunto con l'Iran, ai danni di Usa, Arabia Saudita e, in parte, la Turchia. 

Turchia

La preoccupazione principale di Ankara è rappresentata dai curdi delle Unità di difesa del popolo (Ypg) che sono riusciti a cacciare l'Isis dai territori del nord e a controllare l'area a nord della Siria. La Turchia continua a rivendicare parti delle province settentrionali. Dal 20 gennaio è in corso una sua offensiva sulla città di Afrin nel nord-ovest. Martedì scorso sono intervenute forze filo-Assad in appoggio ai curdi dell'Ypg. Un'azione che mette a dura prova la relazione già difficile tra il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, e l'omologo russo Putin.

Curdi

I combattenti curdi controllano l'area settentrionale della Siria, con i turchi che rivendicano parte delle province di Raqqa, Aleppo, Idlib e Hasakah. L'obiettivo è creare la regione autonoma curda, in stile Kurdistan iracheno, che comprende anche Afrin. I combattenti dell'Ypg godono dell'appoggio degli Stati Uniti dai tempi della guerra allo Stato islamico. Un appoggio però che crea non pochi attriti con la Turchia, membro alleato della Nato. 

Una lunga e dettagliata testimonianza di quasi due anni trascorsi in un carcere cinese da parte di un ex investigatore privato britannico, ha fatto suonare un campanello di allarme per alcuni grandi gruppi noti internazionalmente sull’utilizzo del lavoro nelle carceri per la realizzazione dei loro prodotti.

I nomi che vengono apertamente citati nel testo pubblicato dal Financial Times sono quelli del gruppo della tecnologia 3M e dei giganti del fashion C&A e H&M, che hanno dichiarato di stare indagando alla ricerca di eventuali riscontri alle dichiarazioni pubblicate dal quotidiano della city. La prigione, si legge, è “un affare, che produceva lavori per i gruppi”, che, allo stesso tempo, “potevano essere inconsapevoli del fatto che il lavoro nelle carceri facesse parte del loro processo di produzione e distribuzione”.

A pronunciare queste parole è l’ex investigatore privato Peter Humphrey, che ha trascorso in un carcere della Cina – la prigione di Qingpu, a Shanghai – 23 mesi di detenzione, e le aziende nominate hanno risposto alle affermazioni ribadendo il rifiuto dell’utilizzo di carcerati nella produzione.

Il sottile confine tra proibito e inammissibile

H&M, nel suo statuto, non permette il lavoro carcerario, ma un portavoce ha spiegato al sito web Quartz che “è inutile dire che prenderemo molto sul serio le informazioni pubblicate dal Financial Times”. Una posizione simile l’ha espressa anche C&A che non ammette il lavoro carcerario “in nessuna forma” e che, sempre tramite un portavoce, spiega che nella revisione annua delle 273 aziende che lavorano per il gruppo in Cina sono sono stati riscontrati casi sospetti. Anche 3M nega di avere utilizzato il lavoro dei carcerati, e sempre tramite un portavoce promette di indagare a fondo sulle parole dell’ex investigatore privato. 

Il lavoro nelle carceri non viola automaticamente le regole dell’International Labour Organization, l’agenzia dell’Onu che si occupa degli standard di lavoro degli Stati membri, ma viene spesso vietato dalle aziende per la possibilità che possa tramutarsi in lavoro forzato, difficile da verificare in maniera indipendente.

La situazione potrebbe, però, essere molto difficile da controllare per i tre grandi gruppi, soprattutto nel caso in cui una o più aziende fornitrici abbiano deciso di subappaltare il lavoro di manifattura ad altre aziende che a loro volta potrebbero averlo affidato alle prigioni, per sfruttarne l’offerta di manodopera a basso o bassissimo costo. Secondo quanto scrive Humphrey, i detenuti venivano pagati 120 yuan al mese (l’equivalente di 15,3 euro) per il lavoro svolto, che poteva anche fruttare loro anche uno sconto di pena.

La storia di Peter Humphrey 

Ex reporter dell’agenzia Reuters, Humphrey aveva fatto molto parlare di sé nel 2013, al momento dell’arresto. L’investigatore privato a capo della ChinaWhys aveva tra i suoi clienti il gigante farmaceutico britannico, GlaxoSmithKline, accusato, quello stesso anno, di tangenti a cliniche e medici cinesi. Dopo l’arresto, in tenuta da carcerato, Humphrey aveva confessato davanti alle telecamere della China Central Television (Cctv) l’emittente televisiva statale cinese, di avere “in alcune occasioni” sottratto illegalmente dati personali e aveva chiesto scusa al governo cinese.

Sia Humphrey che la moglie, Yu Yingzeng, erano finiti in manette anche se il loro caso, ufficialmente, non è mai stato messo in connessione alle accuse di corruzione dei medici da parte della divisone cinese del gruppo britannico. La coppia passò tredici mesi in carcere prima del processo, nel quale i due vennero condannati per “avere illegalmente acquisito informazioni di cittadini” cinesi, accusa che, in aula, hanno entrambi smentito. Humphrey venne rilasciato nel giugno 2015, ufficialmente per buona condotta, ma in realtà per motivi di salute, con ancora sette mesi di carcere da scontare. Il suo caso fu uno dei primi di una serie di interviste in penitenziari condotte dalla Cctv, che hanno fatto molto discutere sulle dichiarazioni rilasciate dagli intervistati e sulla modalità stessa di conduzione di quelle interviste.

Prodi porta a Bologna il dibattito internazionale sulla Corea del Nord, nel primo di cinque "dialoghi" organizzati nella sua città dalla Fondazione per la collaborazione fra i popoli che l'ex premier presiede. Negli ultimi sette anni, ha organizzato incontri e confronti con esperti di affari  internazionali  sui temi più caldi del pianeta a favore della pace e dello sviluppo: dalle prospettive di integrazione del continente africano e dall’allarme per l’agonia del lago Ciad, al ruolo delle nuove tecnologie per alleviare la povertà, a quello della diplomazia della scienza, fino a ragionare sulle sfide e le opportunità della nuova via  della seta e sulla connettività come diritto umano.

Da Washington ad Addis Abba, da Beijing  a Rimini, passando Roma, Venezia, Rimini, Bologna, la Fondazione di cui Prodi è presidente ha tracciato un percorso sulla strada della comprensione e della cooperazione internazionale che da qui a primavera inoltrata  condurrà per una serie di cinque  incontri ancora sotto le Due Torri, facendo così di Bologna un luogo privilegiato di riflessione e confronto. “E’ la prima volta – ha spiegato Prodi in un'intervista all'Agi – che facciamo qualcosa sostanzialmente per la città, in primo luogo per gli studenti, ma pensando a un luogo aperto che non sia solo degli studenti”.   

Obiettivo, una sorta di dialogo semplice e chiaro su questioni dal forte impatto per le relazioni politiche ed economiche globali, organizzato dalla Fondazione in collaborazione con alcuni dei maggiori istituti culturali ed accademici cittadini, quali l'Università di Bologna, Nomisma, la Bologna Business School e il Centro San Domenico. Il ciclo prende il via oggi a Scienze Politiche con un tema caldo di attualità, il futuro della Corea – salita alla ribalta delle cronache per il rischio nucleare – dal titolo "Corea post Olimpica: si scioglierà il ghiaccio?" – che vede Prodi a confronto con uno dei massimi studiosi italiani del tema, il professor Antonio Fiori dell'Università di Bologna. Cinque in totale gli incontri in calendario: seguirà la politica estera russa, il ruolo della Cina nel nuovo mondo multipolare, la politica estera degli Stati Uniti e le prospettive dell'Unione Europea.

 

Sullo spettro di una guerra nucleare una ventata positiva è arrivata con le Olimpiadi invernali in corso di Pyeongchang che hanno visto sfilare unite le due Coree nella cerimonia inaugurale. Kim Jong-un si è  detto soddisfatto dal clima di riconciliazione e dialogo. Che messaggio arriva da questo evento? 

Il messaggio è sicuramente positivo, dato che trae origine dal discorso di inizio anno del leader nordcoreano. È stato, quindi, lo stesso Kim a tendere la mano per una ripresa del dialogo intercoreano. Ciò che è accaduto a Pyeongchang, dove una folta delegazione nordcoreana è stata mandata in rappresentanza e dove, soprattutto, le due compagini hanno sfilato congiuntamente sotto il vessillo dell’unificazione è un’indicazione precisa della volontà – da parte di Pyongyang – di far scendere il livello di tensione creatosi negli ultimi mesi e di provare a ri-innescare un dialogo costruttivo con Seoul. La reale questione che deve essere presa in considerazione, però, riguarda le ragioni che hanno spinto Kim Jong-un a compiere questo passo. Nell’opinione di alcuni Kim vorrebbe “incunearsi” nel rapporto tra Washington e Seoul, cercando di “sfilare” la Corea del Sud al “controllo” da parte degli americani; per altri, Kim vorrebbe semplicemente allentare le conseguenze delle stringenti sanzioni economiche poste in essere dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu; per altri ancora la strategia è importante per legittimarsi sempre di più all’interno del Paese. Tutte queste posizioni hanno un fondamento di verità, ma bisognerà aspettare prima di capire realmente perché Kim abbia deciso questa “apertura”. È peraltro molto importante sottolineare come a fronte della richiesta di dialogo e delle parole positive spese da Kim negli ultimi giorni in riferimento al rinnovato clima di integrazione venutosi a creare a Pyeongchang, egli abbia costantemente ribadito di non voler in alcun modo rinunciare al programma nucleare del paese, che, per certi versi, garantisce la sopravvivenza del regime. 

Antonio Fiori sostiene che il paese asiatico abbia deliberatamente scelto di sfidare gli Stati Uniti e la comunità  internazionale indossando i panni di un attore irrazionale al fine di ottenere razionalmente dei vantaggi. Tale strategia gli avrebbe permesso di strappare numerose concessioni con un  bilancio sostanzialmente positivo per il regime. Cosa ne pensa? 

In molti momenti della vita del regime nordcoreano sono state fatte delle concessioni che hanno aiutato il regime stesso a non essere spazzato via. La Corea del Nord ha da tempo compreso che il ricorso a una strategia di brinkmanship, cioè del rischio calcolato, è una strategia pagante, e quindi continua a utilizzarla con ampio margine di guadagno. Di certo con la transizione avvenuta alla fine del 2011 anche le finalità di questa strategia si sono modificate: con il padre dell’attuale leader le richieste erano di tipo “economico”. Ciò che la Corea voleva, insomma, erano beni di prima necessità. Con Kim Jong-un e la relativa crescita economica dimostrata dal Paese ci si è spostati verso una forma diversa di richieste: allo stato attuale ciò che la Corea del Nord chiede è di essere individuata come “potenza nucleare” a tutti gli effetti, per potersi eventualmente sedere al tavolo delle trattative con gli Stati Uniti, partendo da una base paritaria e di forza. È ovvio che questo disegno è inaccettabile per Washington e per gran parte della comunità internazionale; tutti gli attori coinvolti nella “questione nordcoreana”, d’altro canto, si rendono conto che la vita politica nel nordest dell’Asia si mantiene su equilibri sottilissimi e un conflitto (preventivo o meno) ai danni della Corea del Nord non farebbe bene a nessuno. 

Come possiamo dunque definire Kim Jong Un?  E cosa si nasconde dietro le sue continue minacce di una guerra nucleare?

Kim Jong-un è un leader molto giovane e senza alcuna esperienza in ambito militare e politico. Ciononostante, ha ampiamente dimostrato di essere in grado di comandare in Corea del Nord tenendo abilmente le redini della situazione interna ed esterna del Paese. Come già detto in precedenza, Kim è riuscito a creare tensione con i suoi test nucleari e missilistici (peraltro sempre più accurati e potenti), mandando dei segnali precisi alla comunità internazionale. Quest’ultima, però, non è riuscita a rispondere in maniera univoca: per questo motivo Kim ne esce come abilissimo nel perseguire la sua sottile strategia, sapendo perfettamente che – per una somma di ragioni – qualunque rappresaglia militare nei confronti del suo Paese avrebbe delle gravi conseguenze, anche e soprattutto in termini geostrategici. Kim, quindi, cavalca abilmente l’incertezza della comunità internazionale a suo vantaggio.

Dopo i recenti test missilistici ​la comunità internazionale ha posto in essere sanzioni sempre più stringenti che mirano a rendere difficile qualunque rapporto commerciale con l'esterno: ciononostante, la Corea del Nord  oggi fa affari non solo con la Cina ma anche con molti altri attori tra i quali l' Europa...

A dispetto delle definizione giornalistica di “regno eremita”, la Corea del Nord non è assolutamente isolata come si vorrebbe far credere. Essa ha rapporti diplomatici con più di 160 paesi nel mondo, ha sue rappresentanze ambasciatoriali in 47 paesi (anche in Italia, nonostante al nuovo ambasciatore non siano state accettate le credenziali in virtù delle sanzioni) e alcune ambasciate estere con sede a Pyongyang. Il Paese, quindi, non si limita ai meri rapporti con la Repubblica Popolare Cinese, ma – soprattutto grazie ai suoi traffici illeciti – intrattiene rapporti continuativi con molti Paesi africani, mediorientali e del sudest asiatico. Anche l’Europa è interessata, soprattutto per attività di riciclaggio di denaro e come finestra (non sempre limpida) da cui affacciarsi al sistema finanziario internazionale. 

Fiori non esclude la possibilità  di una escalation militare  tra Stati Uniti e Corea del Nord soprattutto a causa del cambio di atteggiamento di Washington con Trump. Ciò è avvenuto dopo che la postura attendista  dell'amministrazione Obama  non ha portato buoni frutti, consent​endo a Pyongyang di sviluppare il proprio arsenale in maniera indisturbata

La strategia “attendista” non ha mai dato buoni frutti con la Corea del Nord e non l’ha fatto neanche quando Obama era alla presidenza degli Stati Uniti. La “pazienza strategica” obamiana era fondamentalmente nutrita dalla speranza che se isolato il regime potesse collassare. Ciò, ovviamente, è rimasta una mera speranza, perché, nella realtà dei fatti, il regime nordcoreano ci ha costantemente mostrato di poter sopravvivere abbastanza tranquillamente anche in una situazione di quasi totale isolamento e abbandono. È molto più conveniente, quindi, che le istituzioni internazionali inneschino delle strategie di maggiore dialogo con Pyongyang, magari mantenendo delle forme di pressione che possano convincerla ad abbandonare – nel lungo periodo – le sue velleità relative al nucleare e ai missili. La comunità internazionale, tuttavia, ha ormai da molto tempo sposato la postura in base alla quale si vorrebbe che Pyongyang abbandonasse il suo arsenale atomico prima di procedere a qualunque altro passo. È ovvio, tuttavia, che questa strada viene rigettata dalla Corea del Nord perché il regime è molto conscio di come si siano evolute le situazioni irachena e libica, per esempio.  ˇ

Una situazione di grande tensione in tutta l'area del Pacifico : che ruolo gioca la Cina?

La Cina gioca un ruolo importante ma molto meno fondamentale di quello che le chiedono di giocare sia la gran parte dei commentatori internazionali sia l’attuale amministrazione statunitense. Per molte ragioni la Cina ha timore di fare troppa pressione sul regime nordcoreano, perché ciò potrebbe rappresentarne la fine e scatenare una spirale che nuocerebbe agli interessi nazionali di Pechino. La Cina, d’altra parte, vuole presentarsi all’esterno come “attore responsabile” e sa di avere gli occhi delle grandi potenze puntati addosso quando si tratta della “questione nordcoreana”. Anche Pechino, quindi, deve affrontare una sorta di dilemma, che è diventato negli ultimi tempi sempre più drammatico, ripercuotendosi anche pubblicamente, con molti studiosi che hanno cominciato a pubblicare degli articoli in cui suggeriscono al governo di “sganciarsi” da Pyongyang, raffigurata come un elemento di destabilizzazione persino per Pechino.

 

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