Newsletter
Ultime News
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

L’ultima roccaforte dell’Isis in Siria, Baghuz, è stata liberata. L’annuncio è stato dato dal portavoce delle Forze democratiche siriane (Sdf), le milizie curdo-arabe appoggiate dagli Stati Uniti, e segna l’eliminazione del Califfato e la fine di quasi cinque anni di guerra contro lo Stato Islamico in Siria e in Iraq. L’offensiva finale era iniziata nelle scorse settimane su Baghuz, situata sul fiume Eufrate, nell’est della Siria e vicino al confine iracheno, dopo l’evacuazione di migliaia di civili e la resa dei combattenti jihadisti nell’area. L’Isis aveva raggiunto la sua massima espansione territoriale nell’estate del 2014, con la conquista di Mosul, nel nord dell’Iraq e la proclamazione del cosiddetto Califfato.

E’ cominciata la visita in Italia del presidente cinese Xi Jinping: al braccio della moglie Peng Liyuan, il ‘principe rosso’ è sbucato nel tardo pomeriggio dal Boeing 747 dell’Air China, che lo ha portato a Roma per la missione che allarma Usa e Ue. Elegantissima e in rosa cipria la moglie, una soprano molto popolare in Cina, Xi viaggia accompagnato da una delegazione-monstre e firmerà accordi su infrastrutture, macchinari, finanza e cooperazione bilaterale.

Porta la promessa di investimenti nei porti italiani, ribadite negli ultimi giorni, e le chiavi di accesso al mercato cinese per le imprese italiane. E i riflettori sono tutti puntati sulla firma del memorandum d’intesa tra Italia e Cina sull’iniziativa Belt and Road, la nuova Via della Seta, lanciata da Xi nel 2013, che ha scatenato il dibattito politico in Italia e ha fatto inarcare più di un sopracciglio all’estero.

A oggi, 123 Paesi e 29 organizzazioni internazionali hanno detto sì alla proposta cinese, ma l’adesione italiana al maxi-progetto da oltre mille miliardi di dollari per la connessione infrastrutturale di Asia, Europa e Africa, non piace a Washington e viene vista con sospetto a Bruxelles.

L’Italia, Paese fondatore dell’Unione Europea, sarebbe il primo membro del G7 ad aderire, per favorire le esportazioni e attrarre gli investimenti, ma per gli Stati Uniti il rischio è che Roma venga attratta nell’orbita di Pechino, con la promessa di entrare in un progetto che trasuda presunzione agli occhi di Washington.

La Commissione Europea, invece, definiva nei giorni scorsi la Cina, per la prima volta, un “rivale sistemico” che punta alla leadership nella tecnologia e propone modelli alternativi di governance. E ha avvertito l’Italia: “Non ci sono pasti gratis” – parole del vice presidente della Commissione, Jyrki Katainen – lungo la nuova Via della Seta. “Né l’Ue, né alcuno dei suoi Stati membri può efficacemente raggiungere i suoi scopi con la Cina senza una piena unità”, ribadiva sottolineando la strategia Ue sulla Cina che sarà probabilmente ribadita nel summit di aprile.

Tra “incomprensioni e persino dubbi” scatenati dall’adesione italiana alla Belt and Road, ammessi dal vice ministro degli Esteri di Pechino, Wang Chao, parte il viaggio del presidente cinese in Italia. Il dibattito interno è “naturale”, ma la Cina, ha detto l’alto funzionario, sarà in grado di dimostrare che “i fatti parlano più forte delle parole”.

Xi ha in agenda un incontro con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, al palazzo del Quirinale. A fine mattinata salirà all’Altare della Patria per deporre una corona di fiori al Milite Ignoto. Nel pomeriggio, incontrerà a Palazzo Giustiniani la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, e a seguire, a Montecitorio, il presidente della Camera dei Deputati, Roberto Fico. In serata, è atteso al Quirinale per il pranzo di Stato.

La giornata del 23 marzo comincerà, invece, con la cerimonia di commiato dal presidente della Repubblica Italiana al Quirinale. In tarda mattinata, a Villa Madama, Xi incontrerà il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, assieme al quale assisterà alla cerimonia per le firme delle intese tra Italia e Cina, tra cui quella al memorandum d’intesa sulla Belt and Road, la Nuova Via della Seta. La cerimonia sarà l’ultimo atto formale della visita prima del trasferimento a Palermo, dove Xi rimarrà fino alla mattina del 24 marzo, quando è prevista la sua partenza per Nizza. A Palermo, è previsto che Xi e la moglie visitino Palazzo dei Normanni per vedere la Cappella Palatina e Villa Igea.

Amsterdam ha messo al bando le visite guidate dei quartieri a luci rosse perché ritenute “irrispettose” nei confronti delle prostitute e nel tentativo di ridurre il flusso dei turisti nel centro storico. “Non è più accettabile nei nostri giorni vedere le lavoratrici del sesso come attrazione turistica”, ha dichiarato il consigliere comunale Udo Kock, secondo quanto riporta il quotidiano britannico Guardian. Da un sondaggio è emerso che l’80% delle prostitute afferma che i turisti che stazionano a “bocca aperta” davanti alle loro vetrine fanno male agli affari. L’anno scorso i consiglieri avevano anche suggerito di spostare il quartiere a luci rosse in un’altra parte della città.

Amsterdam, con i suoi 850 mila abitanti, ha accolto nel 2018, 19 milioni di turisti. Il sindaco Femke Halsema prevede che entro il 2025 saranno 29 milioni. I residenti protestano: il centro storico medievale è sempre più invivibile.

Il divieto, che entrerà in vigore il primo gennaio prossimo, riguarderà i tour pagati e gratuiti, che secondo il consiglio comunale hanno “un effetto magnetico” sui numeri dei visitatori. Il numero massimo di persone consentite per le visite organizzate nel resto del centro città sarà ridotto da 20 a 15, e le guide dovranno avere un permesso dal Comune, superare il controllo di qualità e osservare rigide regole di comportamento.

Secondo il giornale Algemeen Dagblad, la proliferazione di pub e bar e i tour a luci rosse hanno portato ogni settimana oltre mille gruppi di turisti a passare per Oudekerksplein, una piazza al centro del quartiere a luci rosse, con un record di ben 48 comitive in un’ora. Il consiglio comunale di Amsterdam ha adottato finora diverse misure volte a ridurre il sovraffollamento e il disagio causati dal turismo nel centro della città e, in particolare, dal quartiere a luci rosse.

Un “patto strategico” insieme all’Italia: è quello che propone, con un articolo in esclusiva scritto per il Corriere della Sera, il presidente cinese Xi Jinping, che domani inizierà la sua visita di Stato nel nostro Paese con una delegazione di 500 persone, tra membri del governo, manager e imprenditori di grandi e piccole aziende. “Siamo pronti – afferma Xi – insieme alla controparte italiana, a sviluppare ulteriormente il partenariato strategico globale, a stringere maggiormente i legami ai massimi livelli e a rafforzare la cooperazione a tutti i livelli tra i nostri governi, parlamenti, partiti ed enti locali”.

Un lungo articolo, quello del presidente cinese, in cui affronta ovviamente il tema della nuova Via della Seta: “Siamo pronti – scrive ancora Xi – a costruire insieme la nuova Via della Seta, sviluppando appieno i punti di forza storici, culturali e geografici che la cooperazione tra i due Paesi sotto l’egida della Belt and Road può portare”. La definisce una “idea di interconnessione e connettività”, nella quale rientrano i “progetti italiani di costruzioni dei porti del Nord”, nonché “una nuova era in settori come la marina, l’aeronautica, l’aerospazio e la cultura”.

È un’intesa di grande respiro, quella che Xi Jinping propone all’Italia. Insieme alla “controparte italiana”, Pechino intende “rafforzare il coordinamento sull’agenda internazionale e in seno alle organizzazioni multilaterali”. Xi fa esempi concreti: la Cina, afferma il presidente, è disponibile per consolidare la comunicazione e la sinergia con l’Italia in seno alle Nazioni Unite, al G20, all’Asem e all’Organizzazione mondiale del commercio, su tematiche come la governance globale, il mutamento climatico, la riforma dell’Onu e del Wto di altre questioni rilevanti.

Il tutto sulla base “di un nuovo modello di rapporti internazionali basati sul rispetto reciproco, sull’uguaglianza e la giustizia, e sulla cooperazione di mutuo vantaggio, costruendo un futuro condiviso dell’umanità”. Nell’articolo, il capo dello Stato cinese ribadisce anche l’intenzione “di ampliare i settori della cooperazione fattiva”, citando l’organizzazione annuale “di eventi come la China Import Expo”, nonché “il potenziale di cooperazione in settori come la logistica, portuale, il trasporto marittimo, le telecomunicazioni e il medico-farmaceutico”.

Ricordando che Cina e Italia “sono rispettivamente l’emblema della civiltà orientale e occidentale, Xi vuole “stringere ancora di più i contatti in ambito umanistico-culturale”, ambito nel quale si possono “rafforzare i gemellaggi tra i siti Unesco e incoraggiorare la co-organizzazione di mostre ed esposizioni dei patrimoni culturali”, così come “dobbiamo consolidare l’insegnamento delle nostre lingue”. Il presidente cinese ricorda anche che nel 2020 cadono i anni dalla ripresa delle relazioni diplomatiche tra la Repubblica popolare cinese e la Repubblica italiana: da allora “i due Paesi sono un esempio di cooperazione di mutuo vantaggio basata su fiducia reciproca”.

Batte ogni record mondiale nella storia dei piccioni viaggiatori il fiammingo Armando, comprato domenica scorsa per 1,25 milioni di euro all’asta on-line battuta dalla casa Pipa, a Knesselare, nelle Fiandre orientali. Il volatile sbanca tutti i suoi ‘colleghi’: il più costoso, di nome New Bliksem, era stato venduto a ‘soli’ 376 mila euro lo scorso novembre.

“È il Roger Federer, il Lewis Hamilton dei piccioni. Non è un novizio ma un volatile che ha volontà e coraggio. Ha già vinto numerosi premi. È uno dei migliori della storia mondiale della colombofilia”, ha commentato Fred Vancaillie, presidente dell’associazione Colombophile Unique nel comune belga di Perwez.

Ora Armando, 5 anni, non dovrà piu’ volare ma procreare nuovi campioni del suo calibro. Il pregiato volatile maschile è un esemplare dell’allevamento di Joel Verschoot, a Ingelmunster, nelle Fiandre occidentali, uno dei più rinomati del Belgio. I nuovi proprietari, la cui identità non è stata rivelata, sono cinesi. “Da una decina di anni a questa parte sono i più grandi estimatori di piccioni belgi e questa tendenza si sta sempre più accentuando. I piccioni viaggiatori belgi hanno una reputazione internazionale”, ha aggiunto Vancaillie, “nessuno si aspettava che la soglia magica di un milione di euro venisse superata alla grande”.

È il crescente interesse dei collezionisti cinesi a far esplodere i prezzi di acquisto dei volatili campioni, la cui performance consiste nel rientrare a casa per primi, seguendo il proprio istinto, dopo aver percorso anche centinaia di chilometri. Secondo l’agenzia stampa belga sicuramente “Armando verrà utilizzato a fini riproduttivi, per far nascere nuovi campioni, rimanendo in Belgio dove i prezzi di vendita sono più alti”.

I concorsi dei piccioni viaggiatori, storicamente radicati in Belgio, nei Paesi Bassi e nel nord della Francia, stavano declinando, ma l’interesse degli asiatici per la disciplina sta dando nuova vita a questa tradizione. Nel 2012, Hu Zhen Yu, ricchissimo industriale cinese, si era regalato ‘Special Blue’ per 250 mila euro, battendo il record mondiale dell’epoca.

Brenton Tarrant, il 28enne australiano autore della strage alle moschee di Christchurch, in Nuova Zelanda, aveva comprato armi on line, ma non quella in seguito utilizzata per gli attentati costati la vita a 50 persone. Lo ha rivelato David Tipple, proprietario del negozio di armi Gun City, durante una conferenza stampa. 

Tarrant ha acquistato quattro tipi di armi e munizioni, in tre o quattro transazioni diverse tra il dicembre 2017 e il marzo 2018. Le armi erano di categoria A, ossia semiautomatiche ma con un massimo di sette colpi, in base alla legge attuale neozelandese, che la premier Jacinda Ardern punta a riformare nei prossimi giorni.

“Non abbiamo notato nulla di straordinario nell’ordine. Era un nuovo cliente, con una nuova licenza”, ha detto Tipple. Il suo negozio non aveva invece in dotazione fucili da assalto di tipo militare come quello usato per l’attentato, ha proseguito, perché il suo negozio vende solo armi di categoria A.

L’arma usata per la strage sembra essere un AR-15, l’equivalente ‘civile’ dell’M-16 in dotazione alle forze armate di diversi Paesi. Si tratta dello stesso fucile d’assalto usato per il massacro di Orlando nel 2016 o in quello di Parkland nel giorno di San Valentino del 2018.

Tipple si è detto a favore dell’appello della premier neozelandese per la riforma sul possesso di armi nel Paese. In base a quanto riporta Radio New Zealand, oltre il 99% delle richieste per una licenza di possesso di armi nel 2017 ha avuto successo. 

La polizia neozelandese ritiene che Tarrant abbia agito da solo, ma non esclude che altri possano averlo sostenuto nel progetto stragista. Lo ha dichiarato il commissario Mike Bush, durante una conferenza stampa sugli sviluppi delle indagini. “Voglio dire in via definitiva che riteniamo che ci sia stato un solo attentatore responsabile per questo orrendo gesto”, ha rimarcato Bush. “Questo non significa che non ci potessero essere altre persone a supporto, il che continua a essere una parte molto, molto importante delle nostre indagini”.

Tarrant ha anche deciso che si difenderà da solo. L’avvocato nominato d’ufficio, Richard Peters, che lo ha rappresentato nell’udienza preliminare, ha reso noto che il ventottenne australiano “vuole rappresentare se stesso” e che “è apparso lucido” in questa sua scelta.

L’ufficio della premier neozelandese, Jacinda Ardern, ricevette il ‘manifesto‘ di Brenton Tarrant qualche minuto prima che quest’ultimo compisse la strage nelle moschee a Chistchurch. “Sono una dei 30 destinatari del manifesto, che mi fu inviato nove minuti prima dell’attacco”, ha detto la stessa la Arden, precisando che nella mail non erano indicati il luogo e dettagli dell”attacco. Arden provvide a girare la mail ai sevizi di sicurezza entro due minuti dalla ricezione. 

Sapeva quello che faceva Brenton Tarrant, l’autore della strage di Christchurch, in Nuova Zelanda, in cui hanno perso la vita 49 persone. Ventotto anni, australiano, Tarrant aveva studiato il massacro nei minimi particolari ispirandosi a Anders Breivik e a Luca Traini, autori rispettivamente della strage di Utoya e dei tentati omicidi di Macerata.

Come i suoi ispiratori, Tarrant ha un solo obiettivo: proteggere la razza bianca. Nel testo “The great replacement”, il suo manifesto, l’autore ammette che “c’è una componente razziale”. A preoccuparlo è anche il tasso di fertilità delle donne bianche, il timore che la popolazione bianca possa essere sostituita. Tarrant è solo l’ultimo degli stragisti che hanno agito sulla base di tesi elaborate in un manifesto. Da Breivik a Unabomber, ecco chi sono:

Anders Behring Breivik – È un terrorista norvegese, conosciuto in quanto autore degli attentati del 22 luglio 2011 a Oslo e sull’isola di Utoya, dove era in corso un raduno di giovani laburisti. In quell’attacco sono morte settantasette persone. Dichiaratosi un anti-multiculturalista, anti-marxista, anti-islamista e sionista, fascista e nazionalsocialista, Breivik è autore del memoriale “2083 – Una dichiarazione europea d’indipendenza”. 

In quello scritto di 1.518 pagine Breivik si definiva “salvatore del cristianesimo” e “il più grande difensore della cultura conservatrice in Europa dal 1950”. Breivik affermò che il motivo che lo aveva spinto a compiere l’attentato era stato quello di mandare un “messaggio forte al popolo, per fermare i danni del Partito Laburista Norvegese” e per fermare “una decostruzione della cultura norvegese per via dell’immigrazione in massa dei musulmani”.

Dylann Roof – È l’autore della strage di Charleston avvenuta il 17 giugno 2015 nella chiesa Emanuel Africana Metodista Episcopale. Nell’attentato morirono nove afroamericani, incluso il pastore e senatore di Stato Clementa C. Pinckney, il quale era noto in città per le sue attività in difesa dei diritti degli afroamericani.

In seguito al suo arresto, confessò di aver commesso la strage nella speranza di scatenare una guerra razziale. Tre giorni dopo la strage, gli inquirenti scoprono il blog The Last Rhodesian collegato a Roof, un sito di celebrazione della supremazia bianca che conteneva foto dello stragista neo-nazista in posa con le armi, con la bandiera americana in fiamme e in visita a siti storici del sud, tombe dei soldati confederati. 

“Non ho altra scelta” affermava nella sua confessione-manifesto, “io non sono in grado da solo, di andare nel ghetto e combattere. Ho scelto Charleston, perché è la città più storica nel mio Stato, e nello stesso tempo ha la percentuale più alta di neri rispetto ai bianchi nel Paese”.

“Qui non abbiamo skinheads, nessun vero KKK, nessuno fa niente se non parlare su Internet”, proseguiva, “ebbene qualcuno doveva avere il coraggio di fare qualcosa di reale, e credo che toccherà a me”. “Purtroppo al momento in cui scrivo sono in gran fretta e alcuni dei miei pensieri migliori devo lasciarli fuori. Ma sono sicuro che grandi menti Bianche siano già lì fuori”.

Ted Kaczynski – È un terrorista e matematico statunitense noto con il soprannome di Unabomber. È stato condannato per aver inviato pacchi postali esplosivi a numerose persone, durante un periodo di quasi diciotto anni, provocando 3 morti e 23 feriti.

Giustificò i suoi atti come tentativi di combattere contro quelli che lui considerava i pericoli del progresso tecnologico. Prima di identificarlo, l’FBI utilizzava il nome in codice UNABOM (da UNiversity and Airline BOMber), da qui “Unabomber”. La sua rabbia e la filosofia dietro quei gesti sono tutte racchiuse nel suo manifesto: “La Società Industriale ed il Suo Futuro”.

Il trattato si apriva con quella che era la tesi principale di Kacznyski: “La rivoluzione industriale e le sue conseguenze sono state disastrose per la razza umana”.  Esse “hanno incrementato a dismisura l’aspettativa di vita di coloro che vivono in paesi sviluppati ma hanno destabilizzato la società, reso la vita insignificante, assoggettato gli esseri umani a trattamenti indegni diffuso sofferenze psicologiche (nel Terzo mondo anche fisiche), inflitto danni notevoli al mondo naturale”.

Compito dello stragista e di chi voleva seguirlo era quello di “riformare il sistema industriale in modo tale da impedirgli di ridurre progressivamente la nostra sfera di libertà”.  Sosteneva che la rivoluzione, diversamente dalla riforma, è possibile, e chiedeva ai lettori che condividono le sue idee di iniziare tale rivoluzione utilizzando due strategie: “aumentare gli stress sociali all’interno del sistema in modo tale da aumentare le possibilità che esso collassi” e a “sviluppare e diffondere un’ideologia che si opponga alla tecnologia”.

Cho Seung-hui – È l’autore, morto suicida, della strage al Virginia Polytechnic Institute and State University del 16 aprile 2007, costata la vita a 33 persone, mentre altre 29 hanno riportato ferite di varia entità. Studente coreano di 23 anni, Cho era cresciuto a Centreville, sobborgo di Washington nel quale si era trasferito assieme alla sua famiglia nel 1992, all’età di otto anni. 

Due giorni dopo la strage, la Nbc News ricevette per posta nei suoi uffici di New York un plico, spedito da Cho per posta immediata dall’ufficio postale del campus, ma arrivato a destinazione solo due giorni dopo a causa del codice di avviamento postale e dell’indirizzo sbagliati, conteneva un manifesto di 1800 parole che la Nbc giudicò lungo e delirante: 47 immagini e 27 videoclip.

Le accuse presenti nei video non avevano un destinatario preciso e vennero definite dagli psicologi come deliri di onnipotenza di una mente malata. Nei video, Cho discuteva della sua religione e del suo odio verso i ricchi. In uno dei video il ragazzo affermava:

“Avete avuto cento miliardi di possibilite modi per evitare ciò… ma avete deciso di versare il mio sangue. Mi avete costretto in un angolo e mi avete dato una sola opzione. La decisione è stata vostra. Ora avete sulle vostre mani del sangue che non si eliminermai.”

“Avete vandalizzato il mio cuore, violentato la mia anima e incendiato la mia coscienza. Pensavate fosse la vita di un patetico ragazzo che stavate estinguendo. Grazie a voi, muoio come Gesù Cristo, per ispirare le generazioni di persone deboli e indifese.”

“Avete avuto tutto quello che volevate. Il vostro Mercedes non era abbastanza, marmocchi. Le vostre collane d’oro non erano abbastanza, snob. Il vostro fondo fiduciario non era abbastanza. La vostra vodka e cognac non erano abbastanza. Tutte le vostre dissolutezze non erano abbastanza. Non erano abbastanza per soddisfare i vostri bisogni edonistici. Avevate tutto…”

Satoshi Uematsu – 26 anni, è l’autore del massacro di Sagamihara: un omicidio di massa perpetrato con l’obiettivo di colpire tutte le persone disabili del centro d’assistenza Tsukui Yamayuri-en. Alla fine dell’azione si conta che 19 persone hanno perso la vita per mano di Uematsu, ex dipendente della struttura.

Quattro mesi prima, dopo essersi licenziato, era stato visto dagli ex colleghi distribuire volantini in cui definiva gli individui con disabilità “creature senza valore” e incitava ad un “mondo senza disabili”. “Volevo liberare il mondo dai disabili“, ha poi confermato alla polizia prima di essere arrestato.

C’è anche il nome di Luca Traini, l’uomo di 28 anni che il 3 febbraio del 2018 a Macerata tentò di fare una strage di immigrati, tra le scritte sui caricatori dell’arma usata da Brenton Tarrant, 28 anni, identificato dalla polizia australiana come uno degli attentatori alle moschee di Christchurch, in Nuova Zelanda.

Lo testimoniano alcune foto postate, il 13 marzo, sul profilo Twitter di Tarrant. Insieme a Traini compare una lunga serie di scritte e di nomi che fanno riferimento a battaglie storiche ed episodi di cronaca recenti, sempre legati ai musulmani e all’Islam

Tra i nomi ai quali l’attentatore,  pare ideologicamente ispirarsi compare quello di Alexandre Bissonnette, l’uomo che la sera del 29 gennaio 2017 compì una strage simile a quella di Christchurch almeno nelle modalità, cioè assaltando una moschea, in quel caso a Quebec City, in Canada. I morti, allora, furono sei. L’autore è stato condannato all’ergastolo l’8 febbraio scorso.

Leggi anche: Quelle tracce lasciate dai killer sui social, ma ignorate dalle autorità

Oltre a Luca Traini c’è un altro nome italiano, quello di Sebastiano Venier. A molti non dirà molto: si tratta di un generale veneziano, doge nel 1577 e nel 1578, noto per aver guidato la Lega Santa, l’esercito di Papa Pio V, nella battaglia di Lepanto contro l’impero ottomano, i musulmani dell’odierna Turchia.

Nella foto dell’arma diffusa da Repubblica compare anche la scritta “Shipka pass”: si tratta del passo Shipka, sui Monti Balcani in Bulgaria, sede di quattro battaglie combattute tra 1877 e 1878 e che videro i Turchi sconfitti dall’esercito russo e bulgaro. L’impero ottomano torna anche nel nome di Milos Obilic, un cavaliere serbo vissuto nel 14esimo secolo che alcune fonti riportano come assassino del sultano ottomano Murad I nel corso della Battaglia del Kosovo, nel 1389. A guidare la crociata contro i musulmani, in quella circostanza, c’era il principe Lazar Hrebeljanović della cosiddetta Serbia della Moravia, nata dalle ceneri dell’impero serbo crollato quindici anni prima.

Il sito web della testata australiana Brisbane Times segnala la presenza di altri nominativi, come quelli di Bajo Pivljanin (scritto in cirillico sull’arma usata da Tarrant) e Novak Vujosevic. Un aiduco il primo, cioè un combattente montenegrino nelle schiere della Repubblica di Venezia durante la guerra veneziano-ottamana di metà Seicento; il secondo protagonista della Battaglia di Fundina, nel 1876, quando un piccolo plotone di cinquemila uomini montenegrini (cristiani) sconfisse gli Ottomani che erano otto volte più numerosi. Uno scontro in cui Vujosevic avrebbe ucciso 28 soldati turchi, guadagnandosi poi il riconoscimento da parte dell’imperatore russo.

L’ossessione dell’attentatore di Christchurch per le guerre contro i musulmani arriva a coinvolgere Carlo Martello, alla guida dell’esercito dei Franchi che fermò l’arrivo dei musulmani a metà dell’ottavo secolo (la nota battaglia di Poitiers). Sui caricatori c’è anche il nome di Gastone IV di Béarn, protagonista della prima Crociata (1096) e delle battaglie contro i Mori nell’odierna Spagna. Presenti anche i riferimenti alla battaglia di Vienna del 1683 quando i cristiani sconfissero i Turchi.

Uno delle citazioni più moderne, infine, è quella a Rotherham: una città del nord dell’Inghilterra dove, tra gli anni ‘80 dello scorso secolo e il primo decennio del Duemila, si sono registrati oltre mille casi di abusi sessuali su minori. I processi hanno portato a condanna diverse persone di origine pakistana. 

Il boss della famiglia mafiosa dei Gambino, Francesco “Franky Boy” Calì, è stato ucciso mercoledì sera davanti alla sua casa di Staten Island, a New York. Secondo quanto scrive il New York Post, Calì, 53 anni, è stato raggiunto da colpi d’arma da fuoco davanti alla sua villa di mattoni nel sontuoso quartiere di Todt Hill alle 21.20 (le 2.20 in Italia).

Sua moglie e i suoi bambini erano all’interno dell’abitazione.
 

Calì è il primo capo della mafia ad essere ucciso a New York da quando John Gotti, ordinò l’omicidio del boss dei Gambino, Paul Castellano, nel 1985 alla steakhouse Sparks a Midtown.