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Almeno cinque persone sono morte, compreso un ragazzo di 12 anni, e migliaia di abitazioni sono state danneggiate in seguito alle forti piogge e alle alluvioni avvenute nel nord-ovest della Tunisia nel fine settimana. Secondo l’agenzia di stampa Tap, almeno 12 distretti del governatorato di Nabeul hanno subito da sabato piogge torrenziali e inondazioni. Il portavoce del protezione civile locale, Moez Triaa, ha confermato che tra le vittime figura anche un 12enne rimasto folgorato a Cap Bon. Una persona risulta tuttora dispersa, un 70enne residente nella regione di Takelsa. Salwa Khiari, governatore di Nabeul, ha dichiarato che tutte le strade sono state ripulite e che gli aiuti saranno distribuiti alle vittime dell’inondazione a partire da oggi. 

Teheran ha promesso una "risposta terribile" contro chi ha eseguito l'attacco che ha fatto almeno 29 morti e 57 feriti a Ahvaz, capoluogo della provincia sud-occidentale del Khuzestan, durante una parata militare, e minacciato gli Stati Uniti, ritenuti "responsabili" di aver colpito l'élite militare della Repubblica islamica, il nucleo duro della Rivoluzione khomeinista: i pasdaran. Accuse, più velate, anche all'Arabia Saudita.

Due uomini armati e vestiti con uniformi militari, secondo una prima ricostruzione, hanno cominciato a sparare sulla folla da un parco accanto al percorso della parata per poi cercare di colpire il palco delle autorità. I due sono stati 'neutralizzati' dalle forze dell'ordine. La Fars, citando una fonte delle forze di sicurezza, ha riferito di un numero maggiore di aggressori, di cui due sono morti, uno è stato ferito e un altro arrestato. La sparatoria è durata una decina di minuti. Per l'agenzia semi-ufficiale Tasnim, almeno otto Guardiani della Rivoluzione sono morti, insieme a diversi civili. Altre fonti indicano 12 morti tra i pasdaran. Due, le rivendicazioni: la prima è arrivata dal gruppo separatista Al-Ahvaz, che combatte per i diritti della minoranza araba nella provincia. L'attacco, si legge nel comunicato rilanciato dalla Bbc in persiano, rientra nella "legittima resistenza" contro Teheran e "nessun civile è stato preso di mira"; la seconda è quella dell'Isis. 

La provincia separatista

L'attacco è avvenuto nell'anniversario dell'invasione irachena che diede inizio alla guerra negli anni '80. Ahvaz è il capoluogo della provincia del Khuzestan, area di frontiera ricca di petrolio, abitata da una forte comunità araba, oltre 3 milioni di persone, in prevalenza sunnite. Da tempo accusano le autorità centrali sciite di essere discriminate e negli ultimi anni ci sono stati attacchi da parte di gruppi separatisti contro le strutture petrolifere. Tra il 2005 e il 2006 nell'area di Ahvaz ci furono violenti disordini a cui fecero seguito una serie di attentati dinamitardi attribuiti a gruppi separatisti arabi che causarono 28 morti e 225 feriti.

Nel febbraio 2017 nella città si era recato anche il presidente iraniano per cercare di calmare gli animi dopo le dure proteste dei residenti che si lamentavano del fortissimo inquinamento, dei tagli alla corrente elettrica e dei problemi nella fornitura idrica. L'Iran, aveva spiegato in una intervista ad Avvenire rilasciata prima dell'attacco Shirin Ebadi, l'attivista per i diritti umani Nobel per la Pace nel 2003, rischia di "diventare presto il nuovo Venezuela": "un Paese che ha petrolio, che dovrebbe essere molto ricco, ma dove manca il pane. È quasi un anno che gli iraniani protestano per questo e nessuno li ascolta".

"L'America sarà sconfitta come Saddam"

Il Khuzestan, in particolare, è stato teatro di alcuni tra i più cruenti scontri durante la guerra tra Iran e Iraq, proprio quel conflitto degli anni '80 che è al centro di una settimana di commemorazioni nel paese con parate militari previste in tutto il Paese. Partecipando per l'occasione alle celebrazioni al Mausoleo di Khomeini a Teheran, il presidente dell Repubblica Islamica, Hassan Rohani aveva ribadito l'intenzione della Repubblica islamica di non cedere sul programma missilistico.

L'Iran "non abbandonerà mai il suo sistema difensivo" anzi lo "aumentera' giorno dopo giorno", compresi "i missili che fanno cosi' arrabbiare gli Usa", aveva affermato il capo di Stato iraniano prima che giungesse notizia dei fatti di Ahvaz. Quanto al presidente americano, Donald Trump, perderà nel suo scontro con la Repubblica islamica, così come è successo all'Iraq: "L'America soffrirà lo stesso destino di Saddam Hussein", aveva assicurato Rohani. Le accuse a Washington sono poi tornate per attribuire all'America la responsabilità dell'attacco contro la parata: "L'Iran – ha sottolineato il ministro degli Esteri, Javad Zarif – ritiene gli sponsor regionali del terrore e i loro alleati americani responsabili per questo tipo di attacchi" e "risponderà con velocità e decisione in difesa delle vite iraniane".

Per Rohani "chiunque abbia fornito informazioni sensibili e sostegno a questi terroristi sarà schiacciato". Il presidente russo, Vladimir Putin, ha espresso le sue condoglianze, esortando a rafforzare la cooperazione anti-terrorismo. "Siamo scioccati da questo crimine sanguinoso", ha scritto Putin a Rohani, augurandosi che "chiunque sia coinvolta affronti la punizione che si merita". "Questo evento – ha aggiunto il capo del Cremlino – ci ricorda ancora una volta la necessita' di una battaglia senza compromessi contro il terrorismo in tutte le sue manifestazioni", ha aggiunto, dicendosi pronto a "continuare a costruire la cooperazione" con Teheran. 

Diverse persone sono rimaste uccise in un attentato terroristico contro una parata militare nella città sud-occidentale iraniana di Ahwaz. Lo ha riferito la televisione di Stato. Uomini armati hanno aperto il fuoco durante la parata, e "ci sono diversi morti e feriti", ha spiegato un giornalista. Ahwaz è il capoluogo della regione petrolifera del Khuzestan e nel 2017 era stata teatro di proteste per l'inquinamento e problemi nella fornitura di acqua ed energia elettrica in occasione di una visita del presidente, Hassan Rohani.   

L'Italia patria della moda, ma a quale costo? Se lo chiede il New York Times, in un'inchiesta sullo sfruttamento della manodopera per la produzione di capi di alta moda Made in Italy. Il quotidiano della Grande Mela, citando la testimonianza di sarte pugliesi che lavorano in nero, denuncia paghe da 1 euro l'ora e paragona l'Italia a Paesi come la Cina, il Bangladesh, il Vietnam e l'india. "È una vergogna: un attacco puramente demagogico", ha commentato il presidente della Camera nazionale della moda italiana, Carlo Capasa, promettendo anche battaglia legale. Nell'articolo "Inside Italy's Shadow Economy", il New York Times descrive il "metodo Salento" come altamente diffuso e sfruttato da grandi marchi come Max Mara, Fendi o Louis Vuitton, che si affidano a lavoratrici e lavoratori sottopagati e senza contratto.

Accuse piuttosto forti – spiega il Giornale  – che hanno fatto scattare Capasa. Secondo il presidente della Camera nazionale della moda italiana, infatti, non è una casualità che l'articolo sulle 'ombre' della moda italiana sia uscito in concomitanza con il 'green carpet' che da ufficialmente il via alla Fashion Week di Milano. "La Puglia non è il Bangladesh", ha replicato Capasa che tra l'altro è nato a Lecce. "Gli americani rosicano – ha osservato – perché siamo sempre più bravi e avanti nella moda sostenibile".

Il New York Times parla di "migliaia di persone", soprattutto donne – si legge su Tgcom 24 – che lavorano da casa tessendo "senza contratto né assicurazione" preziosi tessuti da destinare alle grandi firme. Si cita in particolare un piccolo paesino del barese, Santeramo in Colle, dove una donna nel suo appartamento cuce cappotti di lana che vengono venduti ad un prezzo compreso tra gli 800 e i 2000 euro, in cambio di un euro al metro. Il lavoro le è stato affidato da una fabbrica locale, che produce capispalla per altre grandi firme internazionali, da Fendi e Louis Vuitton.

Come riporta la Stampa secondo il Nyt "Il lavoro a domicilio è una pietra miliare della catena di distribuzione della cosiddetta fast fashion. È particolarmente diffuso in Paesi come l'India, la Cina, il Bangladesh e il Vietnam, dove milioni di persone, per lo più donne, sono la parte meno protetta dell'intera industria".

Secondo il quotidiano, sebbene le condizioni delle lavoratrici italiane non possano essere assimilate a quelle della manodopera sfruttata in paesi del terzo mondo, i loro salari si'. "L'Italia – scrive il Nyt – non ha un salario minimo nazionale, ma circa 5-7 euro all'ora è considerato uno standard appropriato da molti sindacati. In casi estremamente rari, un lavoratore altamente qualificato può guadagnare fino a 8-10 euro l'ora".

Ma i lavoratori a domicilio, come le sarte pugliesi, guadagnano molto meno e, nei casi citati, da 1 a 2 euro l'ora. Non esistono dati ufficiali sulla manodopera senza contratto, ma l'indagine del quotidiano Usa ha collezionato "prove su almeno 60 donne che nella sola regione Puglia lavorano da casa senza un regolare contratto nel settore dell'abbigliamento" e cita il libro di Tania Toffanin, "Fabbriche Invisibili", dove si stima che attualmente ci siano dai 2000 ai 4000 lavoratori domestici irregolari nella produzione di capi d'abbigliamento. 

Il nuovo bilancio federale, il destino politico di un Donald Trump alle prese con il Russiagate, le nuove nomine della Corte Suprema e la conferma dei prossimi giudici federali; soprattutto: i rapporti di forza tra repubblicani e democratici e quindi il futuro stesso della rivoluzione populista trumpiana: tutto questo dipenderà dal voto che gli americani daranno il 6 novembre prossimo, in occasione delle elezioni di metà mandato.

Sulla carta solo elezioni profondamente ed esclusivamente locali: non ci sono incarichi federali – a partire dalla Presidenza degli Stati Uniti – in palio. Però sono innegabili due cose. La prima che dal loro esito dipenderà moltissimo, se non altro perché il prossimo Congresso potrebbe essere chiamato a pronunciarsi su una eventuale richiesta di messa in stato d’accusa di Trump; la seconda che, da sempre, le elezioni di metà mandato segnano un primo test di gradimento per le politiche del presidente appena insediatosi, I risultati non sono sempre soddisfacenti per la Casa Bianca, e questo ha portato più di un presidente in carica a rivedere profondamente la propria linea politica. Si veda quanto accaduto a Ronald Reagan nel 1982 ed a Bill Clinton nel 1994. Ma anche allo stesso Barack Obama nel 2010.

Questa una breve guida al prossimo appuntamento elettorale, a un mese e mezzo dall’apertura delle urne.

Camera dei Rappresentanti

Maggioranza: 218 seggi

Partito Repubblicano: 240 seggi

Partito Democratico: 195 seggi

Vantaggio per i Democratici

In parole povere, i democratici hanno bisogno di ottenere 24 seggi in più, cosa non impossibile sulla carta: tutti i seggi della Camera sono in palio (cosa che non è per il Senato). Questo potrebbe avere delle ripercussioni, dal momento che anche due anni fa, per le presidenziali, Hillary Clinton ebbe più voti popolari di Donald Trump, e fu solo la distribuzione dei consensi tra i vari stati a permettere la vittoria dei repubblicani.

Altra nota positiva per i democratici il fatto che in ben 39 seggi il candidato repubblicano ha scelto di non ripresentarsi, e questo li rende più alla loro portata, laddove invece i democratici che hanno scelto di lasciare libero il loro seggio sono 27. La situazione è quindi particolarmente incerta in una serie di stati già tradizionalmente giudicati in bilico, come la Florida e la Pennsylvania.

Da tenere d’occhio

Il 17mo distretto della Pennsylvania, dove un candidato democratico seppur molto centrista, Conor Lamb, ha vinto a sorpresa le suppletive dello scorso marzo. Si ripresenta, ed in più l’aver deciso la magistratura il ritocco dei confini del collegio lo ha favorito, almeno teoricamente. Perché due anni fa in quei quartieri di Filadelfia vinse Trump, anche se di poco.

Senato

Maggioranza: 51 seggi

Partito Repubblicano: 51 seggi

Partito Democratico: 49 seggi

Vantaggio per i Repubblicani

Maggioranza repubblicana, ma con il minimo sindacale. Si rinnovano 35 seggi, poco più di un terzo del totale. Ma il Grand Old Party ha un vantaggio: deve difendere 9 dei seggi in palio, mentre gli altri 26 sono problema dei democratici. E non è solo questo: dal momento che, per Costituzione, ogni stato ha due senatori indipendentemente dalla sua popolazione (una norma a tutela della dignità di tutte le componenti dell’Unione), l’essere i Democratici in maggioranza nel voto popolare potrebbe anche non essere di grande aiuto.

Esempio: la California ha 60 volte la popolazione del Wyoming. Entrambi però eleggono due senatori. Quindi basta, sulla carta, un pugno di voti nel Wyoming per riequilibrare una eventuale sconfitta in California. E nei piccoli stati rurali di solito è proprio il Grand Old Party ad essere in maggioranza. A favore dei Democratici solo la situazione in Nevada ed Arizona: i senatori repubblicani uscenti non si ripresentano, e la loro vittoria l’ultima volta è stata di strettissima misura.

Da tenere d’occhio

In Arizona è in palio il seggio che fu del conservatorissimo Barry Goldwater e, in tempi più recenti, di quel John McCain che, prima di morire alcune settimane fa, è stato indicato come l’anima del Partito Repubblicano offesa e osteggiata dal trumpismo imperante. La candidata repubblicana Martha McSally, considerata molto di destra, si trova in difficoltà di fronte alla democratica Kyrsten  Sinema, anche perché in questi anni è aumentata notevolmente la popolazione di origine latinoamericana. Il Grand Old Party , inoltre, è fortemente lacerato al suo interno: la decisione di McCain di non volere Trump al suo funerale ha lasciato il segno.

Governatori

In palio: 34 stati

Repubblicani: 26

Democratici: 8

Insieme ai due rami del Parlamento verranno eletti 34 governatori, ben oltre la metà del totale. A rischiare di più sono i repubblicani, perché devono trovare conferma in 26 stati contro gli 8 dei democratici. Non ci saranno conseguenze dirette sugli equilibri a Capitol Hill, ma l’esito della tornata avrà serie conseguenze perché sono i governatori quelli che si possono opporre o meno all’applicazione pratica delle leggi decise a Washington. Si pensi alla legislazione in materia di traffico di armi, o quello che è stato il dibattito sull’implementazione dell’Obamacare.

Da tenere d’occhio

La Florida: scontro al fulmicotone tra l’afroamericano iperliberal Andrew Gillum ed il trumpista di stretta osservanza Ron DeSantis. La Florida è uno dei superstati, feudo personale per anni della famiglia Bush a sua volta ai ferri corti con Trump. Insomma, si capiranno molte da cose e non solo di politica locale.

L'Unione africana ha espresso "sconcerto" per le parole del ministro dell'Interno, Matteo Salvini, che nella "recente conferenza a Vienna ha paragonato gli immigrati africani a schiavi". L'Ua ha chiesto che Salvini "ritratti la sua dichiarazione sprezzante", sottolineando che nella sua opinione "questa denominazione non risolve le sfide migratorie che affliggono l'Africa e l'Europa". 

L'offensiva contro Idlib, la città nel nord-ovest della Siria in mano ai ribelli, non ci sarà: lo ha annunciato la Russia, dopo aver presentato un accordo con la Turchia per la creazione di una zona demilitarizzata intorno all'area sotto il controllo dei miliziani che Damasco e Mosca puntano a riconquistare. L'intesa è stata raggiunta dai presidenti russo e turco, Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan, al termine di un incontro di quattro ore a Sochi, sul Mar Nero.

"Sono convinto che con questo accordo abbiamo evitato una grave crisi umanitaria a Idlib", ha sottolineato il leader di Ankara. L'inquilino del Cremlino ha spiegato che entro il 15 ottobre verrà istituita una zona demilitarizzata profonda 15-20 km lungo il confine tra ribelli e truppe governative. Questo porterà inoltre al "ritiro di tutti i combattenti radicali" da Idlib, incluso il Fronte Al-Nusra, ha aggiunto Putin, precisando che con Erdogan si è deciso anche il ripiegamento di "tutti gli armamenti pesanti dalla zona". A garantire che l'area sarà sicura e l'intesa rispettata saranno "gruppi mobili dei contingenti turchi e polizia militare russa". 

Il ministro della Difesa russo, Sergei Shoigu, interpellato in merito, ha spiegato che l'accordo vuol dire che non ci sarà un'offensiva militare contro la provincia di Idlib, intorno alla quale da settimane Damasco e Mosca stavano ammassando forze, suscitando l'allarme della comunità internazionale e dell'Onu, che hanno paventato il rischio di un bagno di sangue e della "peggiore catastrofe umanitaria del secolo"

Ankara allontana lo spettro di un nuovo esodo

Erdogan, che da settimane andava chiedendo un cessate il fuoco per evitare una possibile campagna militare contro Idlib che avrebbe provocato un massiccio esodo di profughi verso i suoi confini, in occasione del precedente incontro con Putin a Teheran all'inizio di settembre aveva apertamente discusso sul modo di gestire la situazione. A distanza di 10 giorni i due leader sono riusciti a trovare un'intesa. Poco prima di partire per Sochi, il leader turco aveva ribadito l'unità "contro il terrorismo". Ma "quest'ultimo non deve diventare un pretesto per bombardare", aveva sottolineato, invocando una "soluzione politica" per Idlib che evitasse operazioni militari ed eventuali conseguenze "intollerabili". A Idlib sono presenti sia combattenti di Tahrir al-Sham, coalizione vicina ai terroristi di al-Qaeda ed erede di Jabat al-Nusra, che miliziani di diverse formazioni facenti in qualche modo capo ad Ankara, compresa la 'vecchia' Free Syrian Army. 

Secondo l'Osservatorio siriano per i diritti umani, organizzazione con sede a Londra ostile a Damasco, il mese scorso oltre 30 civili sono stati uccisi nella provincia nord-occidentale a causa di raid russi, colpi di artiglieria siriana e barili-bomba. Raid che sono andati attenuandosi negli ultimi giorni, mentre il capo della diplomazia di Mosca assicurava che non si stava preparando nessuna grande offensiva contro la zona. "Stiamo facendo di tutto per assicurare che la popolazione civile non soffra", sottolineava.

Un agente di polizia è stato accoltellato a Bruxelles, vicino al parco Maximilien, ed è rimasto leggermente ferito. Altri agenti hanno sparato all'aggressore, che è stato colpito al petto e alla gamba ed è in gravi condizioni. . Le informazioni sono state confermate dalla Procura di Bruxelles. Le circostanze esatte dell'incidente non sono ancora note.

Sta già facendo proliferare ogni sorta di teoria cospirazionista in rete la chiusura dell'osservatorio Sunspot Solar, in New Mexico, che ospita uno dei più potenti telescopi al mondo per l'osservazione solare. L'improvvisa evacuazione, estesa anche agli abitanti del circondario, è stata decisa il 6 settembre per una non meglio specificata "questione di sicurezza" che sarebbe stata segnalata dall'Fbi. Tra le ipotesi circolate (e subito smentite dalle autorità) anche quella di una minaccia degli Ufo, visto che a 130 chilometri si trova Roswell dove nel 1947 si era schiantato un oggetto misterioso poi rivelatosi essere un pallone-sonda sperimentale e segreto degli Usa per spiare i programmi nucleari dell'Urss. Resta il giallo degno di una puntata si "X-Files" su quale sia la "questione di sicurezza" che ha portato a evacuare cosìrapidamente l'importante struttura scientifica nella contea di Otero. L'ordine di evacuazione doveva essere temporaneo ma sono già trascorsi una decina di giorni senza che sia stato revocato o che sia stata fornita alcuna motivazione.

 

Il tifone Mangkhut, il più violento degli ultimi anni, si è abbattuto sul nord delle Filippine a 185 chilometri orari con raffiche di 330. Lungo la sua traiettoria, dove vivono almeno 4 milioni di abitanti, in migliaia sono stati costretti ad abbandonare le proprie abitazioni. L'aeroporto di Tuguegarao, nella provincia settentrionale di Cagayan, è stato reso inagibile e la corrente elettrica è saltata nell'80 per cento delle aree colpite. La protezione civile non è stata ancora in grado di fornire un primo bilancio sui danni, ma non sono state segnalate vittime.

Ora la tempesta si sta dirigendo verso Hong Kong che si prepara alla grande tempesta, con una possibile allerta 8 (su una scala di 10). Il tifone si è abbattuto sulla città di Baggao, nel nord-est dell'arcipelago asiatico, sabato all'1.40 (ora locale, 19.40 di venerdi' in Italia). Il governo aveva lanciato l'allarme di possibile onde alte fino a 6 metri, accompagnate di inondazioni e frane. L'allerta resta massima.

Nella mattinata l'occhio del tifone si è diretto verso il mare dalla provincia di Ilocos Norte, sulla punta nord-occidentale del Paese. Si è indebolito, con venti massimi di 170 chilometri orari e raffiche fino ai 260. La tempesta ha distrutto i raccolti di riso e mais che si trovavano sulla sua traiettoria e ha lasciato tante case senza tetti.

Ricardo Jalad, il capo della Protezione civile, ha spiegato in una riunione di emergenza guidata dal presidente Rodrigo Duterte che circa 4,2 milioni di persone sono vulnerabili agli effetti piu' distruttivi dell'occhio di 78 miglia del tifone. Quasi 48 mila case in quelle aree ad alto rischio sono fatte di materiali leggeri e non resistenti ai venti di Mangkhut. Il governatore di Cagayan, Manuel Mamba, ha annunciato che sono state avviate le evacuazioni dei residenti dai villaggi sulla costa nel nord della provincia dove vivono 1,2 milioni di persone.

L'arrivo del super tifone a Hong Kong è atteso per domenica e il territorio semi-autonomo si prepara. Le città basse come Lei Yue Mun e Tai O, che affrontano il rischio di inondazioni, hanno programmato piani di evacuazione e rifugi temporanei per piu' di mille residenti. Diverse compagnie aeree, tra cui la Hong Kong Airlines, hanno annunciato che sospenderanno le loro attività domenica. Salteranno centinaia di voli.