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Sono state staccate le macchine che finora hanno tenuto in vita il piccolo Alfie Evans, il bimbo britannico affetto da una grave malattia neurodegenerativa che è stato per settimane al centro di un'aspra battaglia legale tra i medici e i suoi genitori. Il bimbo è stato staccato dai macchinari per la ventilazione nella tarda serata di lunedì e dopo una decina di ore ancora respirava da solo. I genitori, Thomas and Kate, sono rimasti nella stanza del piccolo, all'Alder Hey Hospital, per trascorrere con lui gli ultimi momenti.

“I medici sono stupiti”

Il padre ha parlato all'alba ai giornalisti all'esterno dell'ospedale a Liverpool, una decina di ore dopo dunque il distacco delle macchine. E ha aggiunto che gli stessi medici si sono detti "stupiti" dalla forza del piccolo. Rimarcando che il figlio ha respirato da solo per ore. Thomas Evans ha aggiunto che avrà bisogno di una forma di supporto vitale stamane: "Sarà dura, ma avremo bisogno che venga supportato nelle prossime ore. Perché lo sta facendo da solo da nove ore. È stato totalmente inaspettato, i dottori sono sbalorditi".

E ha poi aggiunto su Facebook: "Ho combattuto duramente in tribunale per mio figlio perché so cosa è giusto!! E guarda dove siamo ora, mio figlio è ancora VIVO DOPO 10 ore orribili spaventose strazianti". Anche la mamma Kate ha fatto un post, aggiungendo una foto del piccolo, che dorme, non più intubato e tenuto in braccio: "Ad Alfie è stato dato il permesso di ossigeno e acqua !! Quanto è incredibile lui? Qualunque cosa accada, ha già dimostrato che questi dottori hanno torto. Quanto è bello?" La scorsa notte, Thomas Evans e aveva fatto un video su Facebook sottolineando che i medici dell'Alder Hey Hospital stanno "rifiutando" di dare ossigeno al piccolo. "Ma bisogno di ossigeno ma i medici non glielo daranno", si sente il padre parlare fuori camera. "Non so cosa fare. Non sta soffrendo. Perde colore e le sue dita stanno diventando lentamente cianotiche ma è in grado di vivere da solo".

La cittadinanza italiana (che non è bastata)

Solo ieri l’Italia aveva concesso la cittadinanza italiana concessa in extremis perchè il bimbo fosse trasportato a Roma, dove l'ospedale pediatrico del Bambino Gesù era pronto ad accoglierlo. In una conference call lunedì sera si sono sentiti il team legale della famiglia in Italia, il giudice della Corte di Londra Anthony Paul Hayden e l'ambasciatore italiano a Londra, Raffaele Trombetta. Ma alla fine il giudice Hayden ha autorizzato i medici a staccare la spina, confermando la decisione già presa la settimana scorsa ovvero che fosse nel "migliore interesse" del piccolo, secondo i medici senza ormai speranze, andarsene serenamente. Gli unici parenti ammessi nella stanza, oltre ai due genitori, sono due membri della famiglia.

Dal Vaticano, era anche arrivato un nuovo appello di papa Francesco: "Commosso per le preghiere e la vasta solidarietà in favore del piccolo Alfie Evans, rinnovo il mio appello perché venga ascoltata la sofferenza dei suoi genitori e venga esaudito il loro desiderio di tentare nuove possibilità di trattamento", si legge in un tweet.

Alfie come Charlie Gard

La drammatica storia di Alfie ricorda quella di Charlie Gard, anche lui britannico e affetto a 11 mesi da una rarissima malattia genetica degenerativa: la Sindrome di deplezione del Dna mitocondriale, di cui si conoscono solo altri 16 casi, che provoca il mancato sviluppo di tutti i muscoli. Il 28 luglio scorso, come disposto dall’Alta Corte di Giustizia inglese, Charlie è stato staccato dalle macchine che lo tenevano in vita. Non senza una lunghissima lotta da parte dei genitori che hanno provato prima a trasferirlo in Usa, per una terapia mai sperimentata nemmeno sulle cavie, e poi al Bambino Gesù dove forse una cura avrebbe migliorato del 10% la sua situazione. Conny e Chris Gard hanno fatto appello alla Corte europea per i diritti umani ma la loro richiesta è stata rigettata.

Strage a Toronto, in Canada, ieri, sulla strada più famosa della città, Yonge Street, proprio mentre era in corso la riunione dei ministri Esteri e degli Interni del G7. Il bilancio definitivo è di 10 morti e 15 feriti uccisi da un furgone bianco salito su un marciapiede che ha falciato pedoni per due chilometri. "Un atto deliberato", lo ha definito la polizia che non sbilancia sul movente, che non esclude il terrorismo. L'autore della strage è uno studente 25enne di origine armena, Alek Minassian, residente in un sobborgo di Toronto, che è stato arrestato dopo una breve fuga.

L'attacco è avvenuto alle 13:30 ora locale, le 19,30 in Italia, all'incrocio tra Yonge e Finch, ad una trentina di chilometri dal luogo in cui erano riuniti i ministri del G7, tra cui gli italiani Angelino Alfano e Marco Minniti. Il furgoncino era stato noleggiato. Alcune delle vittime non sono ancora state identificate. "Uccidimi", avrebbe detto il killer alla polizia. "Sparami in testa", avrebbe insistito puntando qualcosa contro gli agenti come se fosse un'arma. Poco dopo è stato ammanettato.

Il premier canadese, Justin Trudeau, ha espresso vicinanza alle vittime e ringraziato i soccorritori. "Stiamo monitorando la situazione da vicino e continueremo a lavorare con le autorità senza esitazione", ha dichiarato offrendo le condoglianze alle famiglie delle vittime. La first lady Melania Trump, il presidente francese Emmanuel Macron, il presidente messicano Enrique Pena Nieto e l'ex ministro canadese Stephen Harper, sono tra coloro che hanno espresso loro solidarietà al Canada. 

A Toronto ai primi di giugno si terrà il summit dei capi di Stato e di governo dei sette Paesi più industrializzati. L'Unità di Crisi della Farnesina è al lavoro per verificare quanto sia accaduto e, in particolare, l'eventuale coinvolgimento di connazionali.

Di Minassian si sa ancora molto poco, scrive Rainews24 su suo sito: Residente a Richmond Hill, una località dell'Ontario a mezzora di macchina da Toronto, sarebbe uno studente universitario iscritto al Seneca College, un ateneo specializzato soprattutto in arti applicate, design e tecnologie, e dove Minassian pare studiasse informatica. La polizia ha smentito alcuni report sui media locali secondo cui Alek sarebbe una persona già nota alle forze dell'ordine, che lo avrebbero preso di mira in passato. Altre fonti invece rivelano una scoperta che sarebbe stata fatta dagli investigatori ma non confermata: l'uomo avrebbe più volte fatto ricerche sul web per avere più informazioni possibili sulla strage del 2014 di Isla Vista, in California, quando un ragazzo di 22 anni investì e uccise 6 persone e ne ferì altre 14 nei pressi del campus di Santa Barbara. 

Minassian comunque non sarebbe affiliato ad alcun gruppo terroristico organizzato e – confermano negli ambienti investigativi, non ci sarebbero al momento evidenze di una sua eventuale radicalizzazione. Intanto è diventato già virale il video del poliziotto eroe che ha fermato il conducente-killer dopo la sua corsa omicida. Questi sceso dal furgone ha puntato una pistola contro l'agente urlando di sparargli. Il poliziotto ha però mantenuto la calma, e puntando a sua vola la pistola contro Minassian lo ha convinto a desistere dopo una breve ma concitata trattativa, al termine della quale il killer è stato ammanettato

La Commissione Europea ha pubblicato la proposta sulla nuova normativa sulla tutela dei whistleblower​. Cioè degli informatori che hanno contribuito a far emergere, tra gli altri, i casi Dieselgate​, Panama Papers e Cambridge Analytica.

La proposta garantisce, in tutti gli Stati membri, una protezione per chi denuncia pubblicamente violazioni al diritto dell'Ue in materia di appalti pubblici, servizi finanziari, riciclaggio di denaro e finanziamento del terrorismo, sicurezza dei prodotti, sicurezza dei trasporti, tutela ambientale, sicurezza nucleare, sicurezza degli alimenti e dei mangimi e salute e benessere degli animali, salute pubblica, protezione dei consumatori, tutela della vita privata, protezione dei dati e sicurezza delle reti e dei sistemi informativi. Si applica anche alle violazioni delle norme Ue sulla concorrenza, alle violazioni e agli abusi concernenti le norme in materia di imposta sulle società e ai danni causati agli interessi finanziari dell'Ue. La Commissione incoraggia gli Stati membri a spingersi oltre queste norme minime e ad istituire quadri globali per la protezione degli informatori, ispirati agli stessi principi.

Gli obblighi per le società

La Commissione mira a introdurre obblighi chiari. Tutte le imprese con più di 50 dipendenti o con un fatturato annuo superiore ai 10 milioni di euro dovranno prevedere una procedura interna per gestire le segnalazioni. La nuova normativa si applicherà anche a tutte le amministrazioni statali e regionali e a tutti i comuni con più di 10.000 abitanti.

Aziende ed enti dovranno prevedere dei "canali di comunicazione interna" per gli informatori. E avranno l'obbligo di fornire dare riscontro alle denunce entro tre mesi. Qualunque forma di ritorsione è vietata e dovrebbe essere sanzionata. La persona segnalante che subisce ritorsioni dovrebbe avere accesso a una consulenza gratuita e a mezzi di ricorso adeguati. In questi casi, l'onere della prova sarà invertito e spetterà alla persona o all'organizzazione oggetto della segnalazione dimostrare che non sta mettendo in atto alcuna ritorsione nei confronti dell'informatore. Gli informatori saranno inoltre protetti in sede di procedimento giudiziario, in particolare mediante l'esonero da ogni responsabilità connessa alla divulgazione delle informazioni.

Per la prima volta, le regole sono studiate per essere applicata su base comunitaria e non, come avviene, oggi in un panorama che la commissione definisce "frammentato e disomogeneo": solo 10 Stati membri prevedono una piena tutela. Negli altri paesi, la protezione accordata è parziale e si applica solo a settori specifici o a determinate categorie di lavoratori.

"Molti dei recenti scandali – ha affermato il primo vicepresidente della Commissione europea Frans Timmermans – non sarebbero mai venuti alla luce se chi aveva accesso ad informazioni privilegiate non avesse avuto il coraggio di parlare. Chi lo ha fatto si è però assunto rischi enormi. Per questo motivo, garantendo una miglior protezione agli informatori, saremo maggiormente in grado di individuare e prevenire eventuali minacce al pubblico interesse". "Le nuove norme sulla protezione degli informatori segneranno un punto di svolta", ha confermato Vera Jourova, Commissaria per la Giustizia. "In un mondo globalizzato in cui la tentazione di massimizzare i profitti, talvolta a scapito della legge, è reale, è nostro dovere sostenere chiunque sia pronto a correre il rischio di smascherare violazioni gravi del diritto dell'Ue. Dobbiamo farlo per i cittadini europei onesti".

Non è ancora finita per Alfie Evans: quando il destino del bimbo inglese di 23 mesi con una malattia neurologica degenerativa sconosciuta appariva segnato, dopo l'ultimo ricorso dei genitori respinto dalla Corte Europea dei Diritti Umani, è arrivato lo stop al distacco dei macchinari che lo tengono in vita.

Cittadino italiano

Nelle stesse ore ad Alfie è stata concessa la cittadinanza italiana e l'Italia si è offerta di accoglierlo per curarlo. Di certo si sa che l'ospedale pediatrico Alder Hey di Liverpool avrebbero dovuto dare inizio alle 12 ora inglese, le 13 in Italia, la procedura di distacco, ma il piccolo è ancora attaccato al respiratore. Nel frattempo, i ministri degli Esteri, Angelino Alfano e dell'Interno, Marco Minniti, hanno fatto sapere di aver concesso ad Alfie la cittadinanza auspicando che "l'essere cittadino italiano permetta, al bambino, l'immediato trasferimento in Italia".

Il tweet del Papa

I genitori sperano di ricoverarlo all'ospedale Bambin Gesù, che si è già detto pronto ad accogliere Alfie. Il papà del bambino, Thomas Evans, ha scritto su Facebook che "Alfie appartiene all'Italia". Entrambi si trovano a Toronto per la riunione del G7 dei ministri degli Esteri. Dal Vaticano, è arrivato un nuovo appello di papa Francesco: "Commosso per le preghiere e la vasta solidarietà in favore del piccolo Alfie Evans, rinnovo il mio appello perché venga ascoltata la sofferenza dei suoi genitori e venga esaudito il loro desiderio di tentare nuove possibilità di trattamento", si legge in un tweet.

I tempi, comunque, si annunciano lunghi: anche se arrivasse il via libera al trasferimento in Italia, non scontato, bisognerà poi organizzare un trasporto che sarebbe molto delicato.

La querelle legale

In mattinata il tribunale europeo per i diritti dell'uomo si era nuovamente rifiutato di intervenire nella vicenda, dopo che tutte le corti di ogni ordine e grado britannico avevano avallato il parere dei medici che tenere in vita il bambino costitutiva solo accanimento terapeutico, infliggendo dolore a lui e senza alcuna possibilità di salvarlo o di migliorare la sua condizione. Fuori dall'ospedale in cui è ricoverato Evans i manifestanti hanno provato a sfondare il cordone di agenti.

"E' strano", ha commentato dal Friuli Matteo Salvini, "che il giorno in cui nasce il terzo reale d'Inghilterra, la giustizia inglese autorizzi a staccare la spina ad un bambino senza che la mamma e il papà siano d'accordo e senza che possa essere curato fino in fondo. E' un mondo strano quello dove si nasce e si muore in base ad una sentenza e si parla di staccare la spina come fosse un aspirapolvere".

Il terzo figlio di Kate e William è nato ed è maschio. Il piccolo, secondo maschio per i duchi di Cambridge e quinto nella di successione al trono britannico, è nato alle 11:01 e pesa 3,8 kg.

Come i fratelli il principe George, di quasi 5 anni, e la principessa Charlotte, quasi tre anni, anche il terzo figlio di William e Kate è venuto alla luce nella Lindo Wing, il reparto del St.Mary's Hospital, a Paddington, in pieno centro a Londra. Come da protocollo sulla gravidanza della duchessa c’è stato il massimo riserbo. Fino a all’annuncio di oggi nessuno – tranne ovviamente i famigliari – erano a conoscenza del sesso del terzo principino, né tantomeno il possibile nome. Dall’ospedale alla tata ecco le (poche) cose che sappiamo sull’evento.

Il nome

Ora che si è scoperto che è un maschio, gli scommettitori hanno ristretto la rosa: i favoriti sono nell'ordine Jack, Arthur, James, Albert, Alexander, Philip e Henry.

Jack è il nome più gettonato sia perché è l'ultimo nome del papà, William, e sia perché a una partita di calcio a Birmingham tra Aston Villa e Cardiff City, il 12 aprile, il principe si era lasciato scappare che avrebbe insistito per chiamarlo Jack o Jackie, dopo un gol segnato da Jack Grealish per la squadra di casa.

Il look di Kate

Un batuffolo bianco, nelle braccia della madre, Kate, completamente vestita di rosso: così la duchessa di Cambridge ha presentato al mondo – sulle scale dell'ospedale – il piccolo appena nato. 
Accompagnata dal marito, Kate, che aveva un aspetto radioso, appena un po' impacciata nei movimenti, è rimasta per qualche minuto all'esterno, salutando la folla di cronisti e curiosi festanti.

Poi è rientrata e dopo poco, con il bimbo in un port-enfant, è salita sull'auto scura che l'ha portata a casa. La duchessa è stata in ospedale in tutto dodici ore esatte: il tempo di mettere al mondo il piccolo e poi tornare a Kensington Palace.

La data 

Chi aveva puntato tutto su alcune date “speciali”, ha vinto. Kate, infatti, ha fatto il suo ingresso in ospedale il 23 aprile, giorno di San Giorgio, onomastico del primo royal baby George. C’era anche chi aveva scommesso sul 29 aprile, giorno dell’anniversario di matrimonio di Kate e William.

L’ospedale 

Alla Lindo Wing del St. Mary’s Hospital di Londra il trattamento è davvero regale: più di 5 mila sterline per le prime 24 ore, se il bambino nasce con parto naturale; oltre 6 mila per un cesareo. E le notti extra si parte da mille e 100 sterline per il pacchetto deluxe. Negli ultimi giorni i controlli davanti all’ospedale erano aumentati, così come era comparso il divieto di parcheggio, dal 9 al 30 aprile.

Niente gelosia 

Mamma Kate ha ben preparato i due figli all’arrivo di un fratellino o di una sorellina. Per evitare qualsiasi gelosia, la 36enne li ha coinvolti il più possibile nei preparativi. Dalla messa a punto della cameretta all’acquisto di un nuovo giocattolo per il bebè. 

La prima uscita 

Dopo la nascita di George la duchessa lasciò l’ospedale il giorno seguente, in un abito azzurro a pois bianchi (in omaggio a Lady Diana). Dopo aver dato alla luce la principessa Charlotte, invece, Kate si mostro in pubblico e tornò a casa già nella stessa giornata del parto. Per il primo figlio, poi, “la pausa maternità” durò cinque settimane. In questo caso, Kate sa già quando dovrà tornare in pubblico in pompa magna: il 19 maggio, al castello di Windsor. L’aspetta il matrimonio dell’anno.

Una nuova tata 

Al rientro a casa, i duchi di Cambridge potrebbero assumere una nuova tata, che vada ad aiutare l’ormai fidata nanny spagnola Maria Turrion Borrallo. Ai tempi dell’arrivo del primogenito la coppia era determinata a cavarsela senza un aiuto professionale, ma George ha sempre dormito pochissimo così dopo innumerevoli notti insonni Kate si sentì esausta e chiese aiuto a un’agenzia internazionale di tate. Maria Borrallo arrivò nella dimora nel Norfolk quando George aveva 7 mesi. È ancora lì.

La nuova moneta 

Quando George nacque la Royal Mint coniò 10 mila monete d’argento, vendute al prezzo di 80 sterline. Furono sold out in pochi giorni. Inoltre a tutti i bambini nati lo stesso giorno (22 luglio 2013) venne regalo un penny d’argento «portafortuna» coniato per l’occasione. Per Charlotte, invece, la Royal Mint ha prodotto quattro monete, dal prezzo compreso tra 13 e 1.800 sterline. Il terzo royal baby, oltre alla moneta personalizzata, avrà di sicuro anche le sue porcellane commemorative.

La successione al trono

Il terzo royal baby è quinto nella linea di successione al trono: segue il nonno Charles – Carlo – e il papà William, e segue anche i fratelli, George e Charlotte. È davanti invece al principe Harry, secondogenito del principe del Galles, che ora è al sesto posto. 

Anche se è maschio il piccolo non ha invece scalzato la sorella Charlotte perché nell'ottobre del 2011, quando era premier David Cameron, è stata cambiata la legge che regola la successione. Fino ad allora la linea di successione dava priorità ai maschi, ma i leader dei 16 Paesi del Commonwealth, dopo le nozze dei duchi di Cambridge, decisero di modificare il principio (sancito per la prima volta dall'antica legge Salica) che impediva alla figlia di un sovrano di salire al trono se dopo la sua nascita fosse venuto al mondo un erede maschio.

Tutte le regine inglesi, infatti, da Maria la sanguinaria a Elisabetta I, da Anna all'attuale Elisabetta II, sono riuscite a diventare regine solo perché non c'era un pretendente maschio o era deceduto. Il provvedimento (che ha modificato l'Act of Settlement del 1702 e il Royal Marriagee Act del 1772) ha anche rimosso il divieto per un sovrano britannico di sposare un cattolico.

Si può cercare di sbloccare un telefonino usando le dita, e quindi le impronte digitali, di un morto? Lo si può fare, per di più, all’interno delle pompe funebri che ne ospitano il corpo? Linus F. Phillip, 28 anni, è stato ucciso a Largo, in Florida, da un agente di polizia mentre cercava di scappare ed evitare una perquisizione. Una morte non chiara, i cui punti oscuri, secondo gli investigatori, possono essere sciolti accedendo proprio alle informazioni contenute all’interno dello smartphone. Un modo, ad esempio, per scoprire se il giovane facesse uso di droghe. La storia è stata raccontata dal Tampa Bay Times per poi rimbalzare sui principali siti di news americani.

Secondo la fidanzata di Philip, Victoria Armstrong, è stato compiuto un gesto irrispettoso che ha violato la sensibilità della famiglia e degli affetti del giovane. Due detective si sono presentati all’interno delle onoranze funebri, senza mandato, per essere condotti nella stanza dove era conservato il cadavere. A quel punto hanno provato a sbloccare il telefono della vittima usando le sue dita. Un tentativo che non ha dato i frutti sperati, come confermato dal tenente Randall Chaney e che ha scioccato i familiari.

La ricostruzione della morte

Philip è stato ucciso il 28 marzo, all’interno di un parcheggio di una stazione di servizio della Wawa. La macchina che aveva preso a noleggio, scrive FOX13, aveva i vetri oscurati. Un particolare che avrebbe spinto due poliziotti ad avvicinarsi alla vettura per un controllo. Gli agenti avrebbero riferito di aver sentito un forte odore di marijuana intimando al ventottenne di scendere dalla macchina. In quel momento Philip avrebbe cercato di scappare rischiando, con una manovra pericolosa, di trascinare uno dei due agenti contro la pompa di benzina. Poi gli spari, quattro, e la morte. Una ricostruzione che non ha mai convinto del tutto la famiglia e l’avvocato che la rappresenta, John Trevena. In passato Philip era già finito due volte in prigione ed era stato condannato, scrive sempre FOX13, per 22 reati.

Nessun mandato. È morto

Un defunto non ha diritto alla proprietà privata. E non occorre nessun mandato, secondo Chaney, per portare avanti un’azione come quella. Il quarto emendamento della Costituzione americana, infatti, difende l’individuo da qualunque tipo di perquisizione invasiva o confisca irragionevole. Ma come ha ricordato il Guardian, riprendendo le parole di Charles Rose, professore alla Stetson University College of Law, i morti non possono far valere le protezioni del quarto emendamento perché “quando non ci sei più non possiedi più nulla”.  Secondo Chaney, però, c’è una finestra precisa per poter accedere a quel tipo di informazioni usando il sensore di impronte digitali. Dalle 48 alle 72 ore.

Una questione “economica”

Anche Forbes si è occupato di questa pratica che non è nuovissima e che ha dei vantaggi molto evidenti. Oltre alla mancanza di restrizioni legali, infatti, il metodo delle impronte digitali risolve un problema economico non di poco conto. Permette cioè di non rivolgersi a realtà come Cellebrite o GrayShift per sbloccare un telefono. Insomma, l’azione condotta all’interno della Camera Ardente non è stata illegale ma certamente ha aperto una discussione sul suo valore etico. Interpellato dal Tampa Bay Times, Remigius Nwabueze, professore associato alla facoltà di giurisprudenza di Southampton, ha ribadito come sarebbe stato più ragionevole ottenere prima l’autorizzazione di un giudice o quantomeno avvertire la famiglia. Perché la legge, secondo, Nwabueze “è più crudele nei confronti di chi è deceduto”.

Siete imbattibili in Fortnite? Allora ci sono buone notizie: l’Ashland University in Ohio ha stanziato delle borse di studio per i più smanettoni. Quella che a una prima occhiata sembrerebbe un’autorizzazione con tanto di titolo accademico per giocare, in realtà è considerata un’attività molto seria. L’Ashland è una delle decine di scuole in tutto il Paese che organizzano questo tipo di gare, e già a inizio anno aveva annunciato la partecipazione a gare inter-collegiali di League Of Legends e Overwatch. A coloro che venivano selezionati per il campionato, l’università offriva 4.000 dollari in borse di studio. Ma per Fortnite è la prima volta.

"Piace sia all'utenza hardcore che a quella casual", ha dichiarato il coach Josh Buchanan. “Siamo davvero felici di mettere questo programma a disposizione dei giocatori che vogliono dare prova della loro abilità in un contesto competitivo. L'impianto di gioco di Fortnite stimola i giocatori ad essere creativi, innovare e dare prova del livello di padronanza delle proprie abilità".

Fortnite è un videogioco online di sopravvivenza cooperativo sandbox sviluppato dalla Epic Games e People Can Fly. Il gioco è stato pubblicato in anteprima per IOS, Microsoft Windows, macOS, PlayStation 4 e Xbox One il 25 luglio 2017 ma è diventato completamente gratis solo quest’anno. E secondo le stime, nel suo primo mese di vita sul web ha incassato più di 25 milioni dollari. Secondo le previsioni della compagnia, quando il titolo approderà anche su Android, si potrebbe arrivare a una cifra di 500 milioni di dollari l'anno. È ambientato in una Terra post-apocalittica, dove l'improvvisa apparizione di una tempesta mondiale ha fatto scomparire il 98% della popolazione, in parte sostituita da pericolose creature simili a zombie. La battaglia reale è ambientata in un'isola dove 100 giocatori lottano per la sopravvivenza. In questa modalità si può giocare in una squadra di 3 o 4 persone, in coppia o da soli contro tutti. Ci si lancia da un bus volante per atterrare sull'isola nella zona che più si preferisce dove si inizia fin da subito a combattere, dopo una corsa agli armamenti.

I rapporti tra buoni vicini si snodano spesso nel rispetto della quiete altrui: niente schiamazzi notturni, niente tacchi con cui passeggiare in casa, niente asciugacapelli sparato nel cuore della notte. E niente musica a tutto volume: la mossa della Corea del Sud, in vista del summit inter-coreano di venerdì 27 aprile, va in questa direzione. Dalla mezzanotte tra domenica e lunedì, Seul ha spento gli altoparlanti posizionati al confine con la Corea del Nord che da oltre due anni diffondono messaggi contro Pyongyang. “Ci auguriamo che questa decisione spinga entrambe le Coree a fermare le vicendevoli critiche e propaganda, e che contribuisca a creare pace e un nuovo inizio”, ha spiegato il ministro della Difesa sudcoreano.

Il confine tra le due Coree, dal 1953, è chiamato Zona demilitarizzata: un’area larga 4 chilometri che assolve il ruolo di cuscinetto. A nord e a sud vivono le truppe di soldati dei due Paesi. E in corrispondenza di questa striscia di terra entrambi i governi hanno piazzato anche una serie di altoparlanti che sparano musica e messaggi politici avversi all’altra metà della penisola. Nel Sud ci sono 11 punti che diffondono trasmissioni i cui contenuti intendono “indebolire la fiducia di militari e civili nordcoreani nei confronti del regime”, scrive il Guardian. “Occasionalmente passano anche previsioni del tempo, notizie internazionali e locali e trasmissioni radiofoniche” sulla vita a sud del 38esimo parallelo. Messaggi che, nel silenzio della notte, possono essere ascoltati fino a “24 chilometri di distanza, e a una decina durante il giorno”.

Nel video di Le Monde si vede il funzionamento degli impianti che prima dello spegnimento odierno erano in funzione dal gennaio 2016, quando Pyongyang aveva condotto il quarto test nucleare. Anche Kim Jong-Un ha i suoi altoparlanti: il meccanismo è simile, ma non è chiaro se anche questi verranno ora messi a tacere, scrive la Bbc, come invece era stato fatto in occasione della cerimonia di apertura dei recenti Giochi Olimpici di Pyeongchang, in Corea del Sud.

Il gesto di Seul ha una forte valenza simbolica e arriva a pochi giorni dal summit tra Nord e Sud. L’incontro di venerdì si terrà a Panmunjeom, un villaggio che si trova esattamente sul confine e dove il 27 luglio del 1953 venne firmato l’armistizio che mise fine alla guerra di Corea. Tecnicamente i due Paesi non hanno mai firmato una pace ma soltanto, per l’appunto, un armistizio. In agenda, venerdì 23 aprile, c’è quindi anche questo aspetto da risolvere. In questo articolo spieghiamo cosa attendersi dall’imminente summit inter-coreano. I colloqui, i terzi della storia dopo quelli del 2000 e del 2007, saranno l’antipasto dell’atteso incontro tra Kim e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Un meeting che arriverà entro giugno – data e luogo sono ancora top secret -, ma che cade nel momento apparentemente più sereno nei rapporti tra i due Paesi. Dopo le schermaglie sul “bottone da schiacciare” per scatenare l’arsenale militare, e l’apice delle tensioni tra Stati Uniti e Corea del Nord raggiunto nei mesi scorsi, l’annuncio di Kim Jong-Un di porre fine ai test nucleari ha fatto esultare Trump che su Twitter, lo scorso weekend, ha parlato di “progressi compiuti per tutti”.

Articolo aggiornato alle ore 7,30 del 23 aprile 2018*

* Il presidente del Nicaragua, Daniel Ortega, ha annunciato la revoca della riforma previdenziale, che ha dato il via alla violenta ondata di proteste in cui sono morte almeno 25 persone, tra le quali anche un giornalista che stava facendo una diretta su Facebook. In un incontro con uomini d'affari, l'ex guerrigliero sandinista ha detto che l'istituto previdenziale nicaraguense ha deciso di revocare la riforma che avrebbe aumentato i contributi dei lavoratori e dei datori di lavoro per dare stabilità finanziaria al sistema pensionistico. 
 

C'è anche un giornalista che stava realizzando una diretta Facebook tra i 25 morti nelle proteste contro la riforma delle pensioni in Nicaragua. Il bilancio di cinque giorni di rivolta contro il governo del presidente Daniel Ortega comprende anche 67 feriti, 43 dispersi e 20 arresti, secondo i dati diffusi dal Centro per i diritti umani del Paese centro-americano. Tra le vittime, registrate a Managua e in alcuni comuni vicini, c'è almeno un poliziotto.

Angel Gahona, questo il nome del giornalista, stava mostrando in diretta su Facebook gli scontri fra polizia e manifestanti e i danni a una banca della città di Bluefields, sulla costa caraibica, quando è stato centrato da un proiettile. Le immagini lo mostrano a terra, sanguinante. I colleghi hanno accusato la polizia affermando che a colpirlo è stato un tiratore scelto e che gli unici armati erano gli agenti antisommossa. Ma alcune foto scattate dai reporter di France Presse raccontano una realtà diversa: anche alcuni dimostranti sono armati.

Quelle scoppiate mercoledì scorso sono le più gravi proteste in Nicaragua in 11 anni di presidenza dell'ex guerrigliero sandinista Ortega. La riforma delle pensioni si propone di aumentare il costo dei contributi che grava su imprese e dipendenti per colmare il buco di 76 milioni di dollari del sistema pensionistico.

Nel mirino della dura repressione della polizia sono spesso finiti i giornalisti a cui è stata sequestrata l'attrezzatura. Ortega sabato si è offerto di avviare un negoziato con il settore privato ma le imprese hanno chiesto che prima cessi la repressione della polizia. Tra i dimostranti, si starebbero mischiando numerosi sciacalli che, approfittando della distrazione delle forze dell'ordine, starebbero saccheggiando i negozi.

La preoccupazione del Papa

Papa Francesco si è detto "preoccupato per quanto sta accadendo in questi giorni in Nicaragua". "Esprimo la mia vicinanza nella preghiera a quell'amato Paese", ha affermato il Pontefice durante il Regina Caeli in piazza San Pietro, "e mi unisco ai Vescovi nel chiedere che cessi ogni violenza, si eviti un inutile spargimento di sangue e le questioni aperte siano risolte pacificamente e con senso di responsabilità". Il Nicaragua è un Paese a maggioranza cattolica e la Conferenza dei vescovi in Nicaragua ha condannato la repressione appellandosi al buonsenso del governo.

 

Il terzo e attesissimo summit inter-coreano di venerdì prossimo tra il leader di Pyongyang, Kim Jong-un, e quello di Seul, Moon Jae-in, arriva dopo un processo di disgelo avviato con le Olimpiadi invernali di PyeongChang e culminato nella sospensione dei test missilistici e nucleari annunciata sabato dal Nord.

Il regime di Pyongyang ha anche annunciato la chiusura del sito di Punggye-ri, dove aveva condotto i suoi sei test atomici, l'ultimo dei quali, il più potente, il 3 settembre scorso. L'annuncio è arrivato al termine dell'assemblea plenaria del Partito dei Lavoratori nord-coreano di venerdì che doveva aprire a una "nuova fase", secondo le promesse della vigilia. "Il sito nucleare settentrionale della Repubblica Democratica Popolare di Corea", il nome ufficiale della Corea del Nord, "sarà smantellato per garantire in maniera trasparente l'interruzione dei test nucleari".

Come interpretare l'annuncio di Pyongyang

È duplice la lettura a cui si presta l'annuncio: preso alla lettera, il messaggio è che i test non servono più perché ormai la Corea del Nord è una potenza nucleare. Ma lo si può interpretare, come ha fatto gran parte della comunità internazionale, come un segnale che Pyongyang è davvero disposta a rinunciare al suo programma di armi atomiche. A dare fiducia alle intenzioni del regime di Kim di procedere verso la "completa denuclearizzazione" era stato il presidente sud-coreano, Moon Jae-in, che giovedì scorso aveva usato queste parole per descrivere la volontà di Kim Jong-un: dietro il desiderio di Pyongyang non si celerebbero richieste che gli Stati Uniti non potrebbero accogliere, come il ritiro dei soldati americani dalla Corea del Sud, ma solo la fine di quelle che il Nord definisce "politiche ostili" nei suoi confronti.

Moon, all'incontro con Kim, dovrà dimostrare che la Corea del Sud è in grado di avere un ruolo guida nei negoziati con Pyongyang, nonostante il mese scorso il leader nord-coreano si fosse recato in segreto a Pechino per incontrare il presidente cinese, Xi Jinping. "Un atto dovuto", lo aveva definito Kim al ritorno a Pyongyang, nei confronti del Paese che rimane il piu' importante alleato della Corea del Nord, e che se solo pochi mesi prima aveva scelto la linea dura delle risoluzioni Onu dopo l'ultimo test nucleare nord-coreano. La mossa comunicata oggi potrebbe servire, nelle speranze di Pyongyang, ad allentare la morsa delle sanzioni, e a favorire quello sviluppo economico di cui il Paese ha bisogno. "Concentreremo i nostri sforzi nel costruire una potente economia socialista", affermava oggi il regime attraverso la Kcna, guadagnandosi il plauso della Cina.

La prima volta oltre il confine di un Kim

Il summit, che verrà trasmesso in diretta nei momenti salienti, a cominciare dalla stretta di mano tra i due leader, sarà il terzo dalla fine della guerra di Corea, nel 1953: a differenza dei primi due, nel 2000 e nel 2007, non si terrà a Pyongyang, ma sul versante meridionale del villaggio di confine di Panmunjom, località simbolo dell'armistizio firmato tra le due Coree, che oggi la Corea del Sud vorrebbe trasformare in un trattato di pace, con la "benedizione" del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Kim scenderà a sud del confine, prima volta in assoluto per un leader nord-coreano, e seconda per un membro della famiglia Kim, dopo la visita in Corea del Sud della sorella, Kim Yo-jong, per la cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici Invernali di Pyeongchang.

I punti sul tavolo

Nonostante le promesse della Corea del Nord, alcuni punti saranno ancora da verificare, al summit di venerdì prossimo. Il primo riguarda le tensioni sul confine: un accordo sull'abbandono delle armi pesanti e delle postazioni di guardia rappresenterebbe "un significativo primo passo" verso la distensione, ha dichiarato ieri un funzionario della Difesa di Seul: attualmente il Sud ha sessanta postazioni di guardia, contro le 160 del Nord. Il secondo riguarda il programma nucleare che Kim ha promesso di interrompere: la questione chiave per la riuscita dei colloqui – non solo tra Moon e Kim, ma, successivamente, anche tra Kim e Trump – sarà riuscire a stabilire un protocollo di verifica dei progressi in questo senso da parte della Corea del Nord. Di particolare rilevanza è il centro di ricerca nucleare di Yongbyon: uno dei suoi reattori potrebbe essere stato spento il mese scorso, secondo immagini satellitari consultate dagli esperti del sito web 38 North, anche se non e' chiaro quanto altri siti non ufficialmente dichiarati la Corea del Nord abbia in funzione. 

Linea diretta tra le due capitali

Un altro importante passo verso il summit è stato compiuto giovedì, con l'installazione della linea di comunicazione diretta tra i leader dei due Paesi. L'ufficio della Commissione per gli Affari Statali nord-coreana, diretta da Kim, è oggi in comunicazione diretta con la Casa Blu, l'ufficio presidenziale sud-coreano. Le due parti hanno svolto chiamate di prova, a entrambi i capi della linea, per verificarne il funzionamento: i funzionari dei due Paesi si sono parlati, in tutto, per quattro minuti e diciassette secondi, ha informato i giornalisti un funzionario dell'ufficio di Moon. Prima del summit di venerdì prossimo è prevista anche una telefonata tra i leader delle due Coree. L'accordo per l'istituzione di una linea diretta era arrivato il mese scorso quando si era recato a Pyongyang il consigliere per la Sicurezza Nazionale sud-coreano, Chung Eui-yong, per un viaggio di due giorni dal quale era scaturita anche la volontà di Kim di incontrare il presidente degli Stati Uniti.

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