Newsletter
Ultime News
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

In una data altamente simbolica come il 20 luglio, anniversario dell’allunaggio americano, domani alle 18.28 ora italiana (le 21.28 in Kazakistan), l’astronauta dell’Agenzia spaziale europea (Esa) Luca Parmitano e gli altri membri dell’Expedition 60/61 – l’astronauta della Nasa Drew Morgan ed il comandante Alexander Skvortsov della russa Roscosmos – partiranno dal cosmodromo di Baikonur alla volta della Stazione spaziale internazionale (Iss).

La capsula Soyuz MS-13 con il suo lanciatore porterà Parmitano nello Spazio per la missione ‘Beyond’ dell’Esa, la sua seconda missione di lunga durata sulla Iss, dopo Volare dell’Agenzia spaziale italiana (Asi), che nel 2013 lo tenne in orbita per 166 giorni. Il termine ‘Beyond’ (Oltre in italiano) è stato scelto da Parmitano per indicare il desiderio di esplorare l’universo, di guardare ben oltre il nostro pianeta e di ampliare le nostre conoscenze. Per Skvortsov si tratta della terza missione nello spazio, la prima, invece, per Morgan. Dopo sei ore di volo, l’equipaggio della Expediton 60/61 arriverà alla Iss.

Il docking della Soyuz è previsto intorno alle 3.50 ora locale (le 00.50 in Italia) e dopo due ore l’apertura dell’hatch e l’ingresso nella Stazione, dove i tre astronauti saranno accolti dai colleghi già a bordo – Christina Koch, Nick Hague della Nasa e Alexy Ochivin di Roscosmos – dando inizio alla Spedizione 60.

In orbita per la ricerca  

Nel laboratorio orbitante, in sei mesi di missione, Parmitano compirà tra i 250 e i 300 esperimenti scientifici – 50 dell’Esa e sei dell’Asi – e segnerà alcuni primati: a metà missione, i primi di ottobre, sarà il primo italiano in assoluto ad assumere il ruolo di comandante della Stazione (il terzo tra gli astronauti Esa) e potrebbe essere coinvolto, se tutto verrà confermato, in una serie di attività extraveicolari (Eva anche dette ‘passeggiate spaziali’), annunciata come una delle più complesse mai realizzate finora. Le Eva saranno dedicate all’Alpha magnetic spectrometer (Ams), l’esperimento di astrofisica più importante al mondo, un cacciatore di antimateria, che dopo sei anni di lavoro ha ora bisogno di interventi di manutenzione non previsti, però, nella fase della sua progettazione.

Tutti e tre gli astronauti saranno impegnati in attività di ricerca, obiettivo principale delle missioni sulla Stazione. In ‘caduta liberà attorno al pianeta, gli astronauti a bordo vivono in condizioni di microgravità, in un laboratorio ‘in assenza di pesò che offre l’opportunità di eseguire esperimenti che risulterebbero impossibili sulla Terra.

Luca, a quanto comunicato da Esa, “dedicherà molto tempo alle attività scientifiche, in ambiti di ricerca come la fisiologia umana, la fisica, la biologia e le radiazioni, oltre ad effettuare dimostrazioni tecnologiche che potrebbero definire il nostro modo di vivere e lavorare”. Tra gli esperimenti europei su cui lavorerà Parmitano, c’è l’Analog-1, che mette alla prova possibili scenari futuri in cui gli astronauti, in orbita intorno a pianeti e lune distanti, potranno istruire i robot a svolgere compiti difficili e ad allestire una base prima dell’atterraggio dell’uomo.

Il modo in cui il cervello degli astronauti impara a manipolare un oggetto nello spazio è, invece, al centro degli esperimenti Grip e Grasp. Il primo sarà utile agli ingegneri che si occupano della progettazione di protesi di arti da utilizzare sulla Terra, e delle interfacce di cui si servono gli astronauti per comandare robot su altri pianeti con livelli di gravità diversi; il secondo, invece, indaga sulla fisiologia della coordinazione occhio-mano.

Luca indosserà un visore di realtà virtuale in grado di simulare una serie di attività. Un sistema di tracciamento dei movimenti in 3D aggiornerà la visualizzazione in tempo reale in risposta ai movimenti della mano, del corpo e delle braccia. Questa ricerca potrebbe far luce sui possibili trattamenti per i disturbi legati alle vertigini, all’equilibrio e all’orientamento spaziale.

Intelligenza artificiale

A bordo della Iss, inoltre, ci sarà Cimon, un robot dotato di intelligenza artificiale e capace di riconoscere i volti. Gli astronauti verificheranno se e come sono in grado di interagire con Cimon e se questo, di contro, sia capace di rapportarsi a un uomo anche decifrandone lo stato d’animo grazie alla scansione del volto. Colonnello pilota sperimentatore dell’Aeronautica militare, Parmitano resterà a bordo della stazione fino al 6 febbraio 2020. Tutte le fasi del viaggio – dal lancio all’apertura del portellone, passando per l’attracco della navicella – verranno trasmesse in diretta streaming da Esa Tv e sul canale web AsiTv.

Parmitano è attivissimo su Twitter con il profilo AstroLuca e non c’è dubbio che seguendolo si rimarrà sempre aggiornati sulle attività a bordo.

Uno scafista ha decapitato un giovane a bordo di un gommone, durante la traversata tra Marocco e Spagna, perché gli aveva bevuto il suo succo di frutta. La storia raccapricciante l’ha raccontata il quotidiano spagnolo El Mundo, dopo aver raccolto le testimonianze dei volontari della Croce rossa spagnola che hanno assistito i migranti coinvolti.

Il gommone – scrive El Mundo – era partito il pomeriggio del 5 luglio dalla spiaggia di Kariat Arkmane (vicino alla città di Nador, a nord del Marocco) ed è arrivato all’alba del giorno successivo in acque spagnole, nel mezzo del Mare di Alboran. Erano partiti in 17 ma sono arrivati in 16. “Gli ha tagliato la testa, è impazzito”: ha urlato terrorizzato uno dei giovani che si trovavano sulla barca, appena soccorso dalla Croce Rossa sulla costa andalusa.

L’attraversamento di oltre 200 chilometri nel Mare di Alboran è diventato troppo lungo. Il sole bruciava, la stanchezza (fisica e psicologica) aumentava e la sete colpiva forte lo stomaco. Ogni migrante, tutti provenienti dall’Africa subsahariana, portava con se’ un piccolo sacchetto con del cibo e una confezione di succo. Il proprietario della barca, il guineano Oumar Diallo, che si era fatto pagare 2.500 euro a testa, anche lui aveva il suo pacco di sopravvivenza. Uno dei compatrioti gli ha pero’ bevuto il suo succo.

La reazione dello scafista è stata immediata: ha estratto un lungo pugnale e ha decapitato lo sventurato. Gli altri sono rimasti scioccati, terrorizzati al punto di non essere riusciti a fiatare. Diallo ha gettato la testa in mare e ha lasciato il corpo sul gommone per altri 45 minuti.

L’episodio è stato riferito da chi ha assistito alla scena alla polizia, dopo l’arrivo in Spagna. Sono stati portati tutti al Centro rifugiati di Malaga tranne lo scafista che è stato trattenuto dagli investigatori che indaga sull’omicidio. “Una settimana dopo i fatti molti ancora non riescono a dormire, in tanti hanno ancora bisogno di assistenza psicologica”, riferiscono i volontari del centro. El Mundo non riuscito a identificare la vittima ma ha ricostruito la storia dello scafista: l’Organizzazione marocchina per i diritti umani lo aveva denunciato diverse volte per la tratta degli essere umani. “Individua le persone nel suo Paese di origine, la Guinea, e le convince a partire, chiedendo in cambio 3 mila euro. La polizia marocchina lo ha fermato piu’ volte ma poi e’ sempre stato scarcerato”, ha raccontato Omar Naji, presidente dell’Ong.

Nella foto: migranti nel Mar Mediterraneo (Afp). Foto di repertorio

Aggiornato alle ore 9,00 del 18 luglio 2019.

Sono almeno 12 le persone morte in Giappone in un un incendio doloso in uno studio di animazione a Kyoto. A compiere l’attentato un uomo non identificato di 41 anni, che ha lanciato liquido infiammabile e poi ha appiccato il fuoco nel locali della Kyoto Animation, che produce popolarissimi cartoni animati manga. Non sono chiare le ragioni del gesto. Qualcuno lo ha sentito gridare: “Andate all’inferno”. Al momento del rogo, all’interno dei locali c’erano circa 70 persone. Molti i feriti e i dispersi nell’inferno di fuoco. Anche l’attentatore, che è stato fermato, si è ustionato e ora è in ospedale dove sarà interrogato.

Una fonte della polizia locale ha riferito che quando le squadre di emergenza sono entrate nell’edificio hanno trovato i corpi di dieci persone riverse a terra.  Le immagini del rogo all’edificio, che è su tre piani, sono impressionanti: si vedono fiamme uscire da una delle finestre e fumo da altre, mentre i vigili del fuoco cercano di domare l’incendio. Decine i mezzi dei pompieri accorsi. Due ore dopo l’inizio dell’incendio, le fiamme non erano state ancora domate. La telefonata è arrivata ai vigili del fuoco Nel primo pomeriggio, alle 15:35 ora locale: “Dicevano di aver sentito una violenta esplosione provenire dal primo piano della Kyodo Animation e che vedevano fumo”, ha riferito un portavoce. 

L’azienda, che ha circa 160 dipendenti, è stata creata nel 1981 e ha una storia di successo: produce pellicole per il cinema e film di animazione per la televisione; e poi crea personaggi, progetta e vende prodotti derivati dalle sue serie cartoon, i popolari manga. Tra le sue produzioni K-ON!, La malinconia di Haruhi Suzumiya, Sound! Euphonium, La forma della voce, Violet Evergarden. 

A una settimana dal voto per riportarlo al potere, trema il presidente del governo spagnolo uscente, Pedro Sanchez, che potrebbe non farcela. L’ex premier socialista ha accusato la sinistra radicale di Podemos di voler rompere il negoziato per formare un nuovo governo. E la possibilità che non ce la faccia adesso è più che mai concreta.

Arrivato alla Moncloa nel giugno 2018 mediante una mozione di sfiducia al conservatore Mariano Rajoy, Sanchez ha vinto le elezioni dello scorso aprile senza ottenere però la maggioranza necessaria per governare, solo 123 seggi sui 350 della Camera. Ha dunque bisogno di alleanze, in particolare con i 42 deputati di Podemos e gli altri partiti regionali.

Il voto di investitura è fissato per il 23 luglio. Ma in un’intervista all’emittente Cadena Ser, Sanchez ha denunciato “una rottura unilaterale” del negoziato da parte del leader di Podemos, Pablo Iglesias. A giudizio di Sanchez, il dialogo si è arenato su un referendum ‘truccato’ tra la base di Podemos a proposito della scelta del partito. “È una mascherata bella e buona del signor Iglesias per giustificare il ‘no’ alla mia investitura”.

Podemos condiziona il suo sostegno alla formazione di un governo di coalizione: chiede di fatto una vicepresidenza e diversi ministeri con portafoglio. Sanchez, che inizialmente si opponeva, la scorsa settimana ha aperto alla possibilità di cedere alcuni dicasteri a persone con profili tecnici, proposti dalla formazione, ma non membri della direzione. Il che vuol dire che Iglesias non potrebbe entrare nel gabinetto di Sanchez. Così Podemos ha deciso di consultare la base, il che per Sanchez è la rottura del negoziato.

In tutti i casi, con o senza Podemos, il voto di investitura del 23 luglio è destinato al fallimento, visto che Sanchez non dispone della maggioranza assoluta di 176 voti sui 350 della Camera bassa. Un secondo voto si terrà 48 ore più tardi e a quel punto a Sanchez basta ottenere più sì che no.

Adesso l’ex premier socialista ha una settimana dinanzi per convincere Podemos, Pp e Ciudadanos all’astensione. Finora tanto i liberali di centrodestra che i conservatori gli hanno detto no. E Sanchez vuole evitare a tutti i costi che la sua elezione dipenda dall’astensione degli indipendentisti, visti i feroci attacchi della destra che lo accusa di essere ostaggio dei separatisti. Se non si arrivasse a un nuovo governo, il 23 settembre si andrebbe automaticamente a nuove elezioni, le quarte in quattro anni in Spagna.  

“Dobbiamo assolutamente investire di più tutti insieme nell’aprire vie legali e sicure affinché i rifugiati giungano in modo ordinato e non debbano ricorrere ai trafficanti senza scrupoli e a viaggi pericolosi. Richiedere asilo al di fuori dell’Ue in un paese terzo solleva molte questioni legali. Il reinsediamento è l’unica alternativa praticabile, con la collaborazione dell’Unhcr”.

Cosi il commissario Ue per le migrazioni Dimitris Avramopoulos in un’intervista a Il Messaggero oggi in edicola nel giorno in cui il ministro degli Esteri italiano Enzo Maovero Milanesi illustrerà il Piano italiano migranti sui flussi, a Bruxelles, nel corso del Consiglio europeo Affari Esteri, insistendo sul fatto che “va rafforzato il progetto sul ruolo dei paesi terzi”.

Per questo il Commissario Ue è perplesso sulle proposte del ministro Moavero che ieri ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera attraverso la quale il titolare della Farnesina illustrava la sua idea di creare “zone franche” per gli sbarchi e ”la distribuzione dei rifugiati”. Ovvero, corridoi umanitari per chi supera la prova e gli accertamenti “uscendo dalla tirannia delle emergenze e dell’emotività”, così si è espresso Moavero Milanesi.

Ma la proposta del ministro degli Esteri italiano che sembra invece ricevere l’appoggio del M5S e di alcune voci della sinistra, include anche l’istituzione di uffici europei nei Paesi di transito e un’apertura sugli ingressi legali per motivi di lavoro, come si può leggere sul Corriere edizione online.

“Rafforzare la cooperazione con i paesi terzi”

Avramopoulos sostiene che rafforzare la nostra cooperazione con i Paesi terzi “è essenziale se vogliamo ridurre gli arrivi irregolari e garantire rimpatri effettivi per coloro che non hanno il diritto di rimanere”. Continuando così sulla strada già intrapresa dalla Ue che ha “drasticamente ridotto” gli arrivi degli irregolari. Chi invece ha bisogno di protezione “può continuare a contare sull’Ue come rifugio, perché questo è un principio a cui non possiamo rinunciare”. Tutti gli altri vanno rimpatriati il prima possibile. E su tutte queste questioni, afferma il Commissario, “il ruolo dell’Italia è della massima importanza”.

Circa la questione della solidarietà tra diversi Stati, Avramopoulos resta tuttavia fiducioso perché dice di sentire un orientamento “sempre più esplicito” di alcuni Stati membri “che vogliono progredire” verso l’istituzione di un accordo più strutturale su come “redistribuire i migranti soccorsi dopo lo sbarco”. Per questo motivo quel che sta facendo la Ue è proprio “organizzare corridoi umanitari” in quanto, ad esempio, “la Libia non è sicura per i migranti”.

Quanto al ministro Salvini che vuole introdurre norme più stringenti per colpire le Ong, Avramopoulos dice che “non è competenza della Commissione decidere dove far sbarcare le persone soccorse in mare” ma che questa azione “spetta alle autorità nazionali, in linea con il diritto internazionale del mare”.

Mentre il Commissario Ue si dice d’accordo con il nuovo Presidente dl Parlamento europeo, l’italiano David Sassoli, circa la necessità di riformare il Regolamento di Dublino, perché “lasciare questa impresa incompiuta sarebbe dannoso per il futuro dell’Europa”.

Tardo pomeriggio del 15 aprile 2019, le immagini della cattedrale di Notre Dame in fiamme fanno il giro del mondo. A tre mesi da quel giorno, la cattedrale si è trasformata da gioiello del gotico nel più grande cantiere di Parigi.

Il restauro non è ancora cominciato

“Il rischio sempre reale eè che la volta crolli, ecco perché non possiamo circolare nè nella navata, nè nel transetto, nè nel coro, solo nelle navate laterali” della cattedrale, spiega Jean-Michel Loyer-Hascoet, della direzione generale del patrimonio presso il ministero della Cultura. L’imperativo, prima di cominciare il restauro, è sempre quello di rendere sicuro il sito: vengono installati ganci per consolidare i contrafforti volanti e sgomberato mediante robot le macerie (pietre, pezzi di legno. ..) dalla navata. Questo compito viene svolto dalle squadre che stavano già lavorando al restauro della cattedrale prima dell’incendio, a cui si aggiungono altri operai specializzati.

In totale, “un centinaio di persone” lavorano ogni giorno per proteggere il sito. Il processo dovrebbe durare fino all’autunno: è anche necessario installare un solaio sotto e sopra la volta e smantellare l’impalcatura. Questa operazione è “estremamente delicata: basta che cada un pezzo dalla volta per innescare la caduta di un altro pezzo”, ha affermato Loyer-Hascoet.

Preoccupa il piombo depositato sulle macerie

All’inizio di luglio, un inquietante articolo di Mediapart ha denunciato livelli di piombo da 400 a 700 volte più alti della soglia autorizzata, all’interno e attorno alla cattedrale, quindi potenzialmente pericolosi per residenti, turisti e lavoratori. Senza confermare o negare questi livelli, l’Agenzia regionale per la salute (ARS) dell’Ile-de-France rileva “puntualmente alti valori” di piombo.

“L’inquinamento è soprattutto sulla cattedrale, dove la polvere di piombo si e’ depositata, ma non nell’aria”, dice Loyer-Hascoet. Dopo l’incendio, ai residenti è stato chiesto di ripulire le loro case. Le stesse misure sono state prese nelle scuole e negli asili dei dintorni. Per quanto riguarda i lavoratori, devono seguire un protocollo specifico (pediluvio, sportello di sicurezza, camera di decontaminazione, doccia) e indossare una muta stagna, una maschera e scarpe antinfortunistiche per lavorare all’interno.

Vengono inoltre ripuliti tutti gli oggetti che escono da Notre-Dame ed è progressivamente prevista pulizia di tutto il duomo. “Una parete divisoria separerà via via le parti pulite finché non sarà ripulito tutto l’insieme”. “Camminare sul piombo non ha assolutamente alcun rischio”, ha assicurato nei giorni scorsi il prefetto di Parigi, Didier Lallement. I rischi per la salute esistono “se il piombo viene ingerito”.

L’inchiesta sulle cause

Il procuratore di Parigi ha completato le indagini preliminari alla fine di giugno, concentrandosi sulla tesi dell’incidente. Tra le possibili cause dell’incendio, un malfunzionamento elettrico o una sigaretta spenta male.

Donazioni: realizzato il 10% delle promesse

Dopo l’incendio, lo slancio di generosità è stato considerevole, con circa 850 milioni di euro promessi da varie entità, singoli individui o grandi aziende; promesse accompagnate da una polemica sugli sconti fiscali di cui possono beneficiare i donatori. “Un po’ più del 10%” di questi impegni e’ stato “realizzato”, ha reso noto il Ministro della Cultura, Franck Riester. 

Stessa situazione alla Fondazione Notre-Dame, che ha raccolto 38 milioni di euro (tra i quali 20 milioni dalle famiglie dei miliardari Bernard Arnault e Francois Pinault, che hanno promesso rispettivamente 200 e 100 milioni per ricostruire la cattedrale). “Questi due sponsor mi hanno scritto per confermare gli importi”, ha assicurato Christophe Rousselot, delegato generale della Fondazione. “Non sono minimamente preoccupato”. La Fondation de France, da parte sua, ha ricevuto 9 milioni su 20 promessi.

“Non giocare con il fuoco”: da Budapest, il capo della diplomazia cinese, Wang Yi, ha messo in guardia dopo il ‘via libera’ da parte del Dipartimento di Stato Usa alla vendita di armamenti per 2,2 miliardi di dollari a Taipei (un pacchetto che comprende 108 carri armati M1A2T Abrams e 250 missili Stinger con relativi equipaggiamenti). La Cina infatti minaccia sanzioni. “Al fine di salvaguardare gli interessi nazionali”, ha dichiarato il portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino, Geng Shuang, in una nota diffusa ai media cinesi a margine della conferenza stampa odierna, “la Cina imporrà sanzioni a società statunitensi coinvolte nella vendita di armi a Taiwan”.

La questione delle forniture di armi all’isola, che Pechino considera una provincia ribelle destinata alla riunificazione con la Repubblica Popolare Cinese, aveva scatenato una reazione sdegnata dal parte del Ministero degli Esteri cinese poche ore dopo la diffusione della notizia, martedì scorso: Pechino aveva chiesto la “cancellazione immediata” dell’affare.

Un impatto solo simbolico?

L’approvazione della vendita di armi a Taiwan giunge in un momento di tensione tra Cina e Stati Uniti, impegnate a risolvere la disputa tariffaria in corso da un anno, e ora nuovamente in fase di tregua, dopo l’incontro a margine dello scorso G20 tra il presidente Usa, Donald Trump, e il presciente cinese, Xi Jinping. Rimane difficile, però, stimare un impatto dall’annuncio di Pechino di oggi, dal momento che i gruppi della Difesa Usa non possono fare accordi con Pechino dopo la strage di piazza Tiananmen del 1989.

Proprio in queste ore, è negli Stati Uniti la presidente dell’isola, Tsai Ing-wen, nel suo primo stop-over in territorio statunitense sulla via per i Caraibi, dove nei prossimi giorni sarà in visita in quattro dei 17 alleati diplomatici su cui Taipei può ancora contare (Saint Vincent and Greandines, Saint Lucia, Saint Kitts and Nevis e Haiti).

“La nostra democrazia non è arrivata facilmente”, ha detto Tsai all’arrivo a New York, “e sta ora affrontando minacce e infiltrazioni da forze straniere”, in un velato riferimento alla Cina. Pechino non fa mistero di puntare alla riunificazione, anche ricorrendo alla forza militare. E si oppone apertamente anche agli stop-over della presidente di Taiwan negli Usa in occasione dei suoi viaggi tra gli alleati diplomatici nei Caraibi (sulla via del ritorno farà scalo a Denver).

Un sostegno mai interrotto

Pur non essendo tecnicamente un alleato diplomatico, dopo il riconoscimento della Repubblica Popolare Cinese nel 1979, gli Stati Uniti non hanno mai interrotto il sostegno a Taiwan, anche con la vendita di armi, che irrita fortemente Pechino e per la quale non è stato stabilito un termine. In particolare, da quando alla Casa Bianca si è insediato Donald Trump, i rapporti tra Washington e Taipei sono aumentati, assieme alle vendite di armi: la presidente di Taiwan, in cerca di un secondo mandato alle presidenziali del 2020, ha espresso gratitudine e apprezzamento verso gli Stati Uniti, via Twitter, per l’approvazione dell’ultimo pacchetto di armamenti.

Pechino, invece, vede con sospetto Tsai, che non ha mai riconosciuto pubblicamente il principio dell’unica Cina, fondamentale per la Cina per regolare le relazioni con Taiwan, e negli ultimi anni ha sottratto quattro alleati diplomatici all’isola: Panama e Repubblica Domenicana in America centrale, e Burkina Faso e Sao Tomè and Principe in Africa, dove anche il Gambia è tornato a riconoscere formalmente Pechino all’inizio del 2016, lasciando solo lo eSwatini, ex Swaziland, come unico alleato diplomatico di Taipei nel continente).

Per alcuni è una redazione investigativa da premio Pulitzer, per altri una testata che pubblica scoop anche senza verificarli, per ammissione del suo stesso direttore. Dopo le rivelazioni sulla presunta trattativa per finanziare la Lega con soldi russi, BuzzFeed News è tornata al centro dell’attenzione. Nata 7 anni fa dalla costola di BuzzFeed, un sito di informazione e intrattenimento per il web con 1700 dipendenti e ricavi annui che superano i 150 milioni di dollari, BuzzFeed News è diretta da Ben Smith, 43 anni, giornalista di New York, figlio di un giudice di corte d’appello. Dal 2016 la redazione ha una squadra di venti giornalisti investigativi, guidata da Mark Schoofs, premio Pulitzer, l’oscar americano per il giornalismo.

La testata, che su Twitter ha 1,3 milioni di follower, e dal 18 luglio 2018 ha un sito web proprio staccato dalla “casa madre”, rivelò la storia delle molestie sessuali di Kevin Spacey nei confronti di un giovane attore (denunce poi ritirare), ed è stata due volte finalista al Pulitzer. Ma ha fatto parlare di sè anche per “scoop” controversi.

La polemica sul Rapporto Steele

Il primo, nel gennaio 2017, ha riguardato la pubblicazione del Rapporto Steele, dal nome dell’ex capo dell’ufficio di Mosca dell’M16, i Servizi segreti britannici, Christopher Steele, in cui si rivelava di come la Russia da cinque anni stesse lavorando per favorire l’ascesa di Donald Trump alla Casa Bianca e dell’offerta di Mosca di offrire il contenuto delle email di Hillary Clinton hackerate. Nelle 35 pagine del dossier pubblicate da BuzzFeed si faceva cenno anche a un tentativo di Trump di mettere a tacere una storia riguardo “prestazioni sessuali” con prostitute russe.

Mentre New York Times e Nbc News si rifiutarono di pubblicare il documento per “mancanza di prove evidenti”, Smith lo fece, informando i lettori, che il dossier “non era stato verificato” e includeva “errori evidenti”. La redazione, aveva aggiunto il direttore, stava comunque lavorando per trovare conferme. “Intanto – aveva chiosato – lo condividiamo con i lettori, è il nostro modo di essere trasparenti”. Trump lo definì “cumulo di spazzatura”, mentre Jake Tapper, un giornalista della Cnn, network non vicino al presidente, lo aveva bollato come “atto irresponsabile”.

Citata in giudizio per diffamazione da un uomo d’affari, Aleksej Gubarev, il cui nome era apparso nel dossier, nel dicembre 2018 BuzzFeed si è vista pero’ riconosciuta la qualità del proprio lavoro. Secondo il giudice, l’articolo era risultato “corretto e veritiero”, poiché si era limitato a pubblicare un documento originale, senza aggiungere commenti.

Quel presunto scoop smentito da Mueller

Nel gennaio di quest’anno, la testata è finita di nuovo nella bufera per un’altra rivelazione, sempre legata ai rapporti tra Mosca e Trump: il presidente, sosteneva BuzzFeed, aveva ordinato al suo avvocato, Michael Cohen, di mentire al Congresso riguardo la tempistica delle relazioni con la Russia per la costruzione della Trump Tower a Mosca. Si sosteneva che i colloqui fossero avvenuti durante la campagna presidenziale, cosa vietata negli Stati Uniti.

La rivelazione di BuzzFeed fece il giro del mondo, mentre i democratici valutarono l’ipotesi di impeachment, ma due giorni dopo la notizia ricevette la smentita ufficiale del procuratore speciale, Robert Mueller. Rompendo per la prima e unica volta il silenzio in due anni, il procuratore bollò come “inaccurata” la ricostruzione giornalistica. Con la chiusura dell’inchiesta sul Russiagate, BuzzFeed pubblicò un articolo dal titolo “Il rapporto Mueller dice che Trump non chiese a Michael Cohen di mentire”.

Le domande a Salvini

Nonostante qualche scivolone, l’agenzia americana indipendente NewsGuard, che stila pagelle sulla qualità di informazione dei siti giornalisti, in passato ha promosso BuzzFeed con il massimo dei voti. “La redazione è formata da giornalisti esperti – ha commentato all’Agi una fonte interna di NewsGuard – nel caso italiano sono comparse anche registrazioni, e ci risulta che abbiano inviato domande a Matteo Salvini per verificare l’informazione”.

Da parte sua, Alberto Nardelli, il giornalista di BuzzFeed che firmato l’articolo sui presunti finanziamenti russi, dal suo profilo Twitter ha rivolto tre domande a Salvini. La prima: “Quale è la sua relazione con Savoini? Per quale motivo un uomo che non ricopre alcun ruolo ufficiale nel governo partecipa a viaggi ufficiali a Mosca con il ministro, sedendo nelle riunioni con ministri russi e partecipando a cene con il presidente Putin? In che ruolo fa tutto questo?”.

E ancora: “Cosa sa Salvini sull’incontro al Metropol del 18 ottobre. Era consapevole della trattativa e della proposta di accordo per finanziare il suo partito e la campagna elettorale? Sa quali altri italiani hanno partecipato alla riunione?”. E infine: “Cosa ha fatto Salvini la sera del 17 ottobre a Mosca dopo aver parlato alla conferenza al Lotte Hotel? E come mai i funzionari russi che avrebbe incontrato quella sera vengono poi nominati il giorno successivo durante l’incontro al Metropol Hotel?”.

Gli Stati Uniti tornano ad avere un ambasciatore in Turchia dopo un periodo di due anni. A rappresentare Washington presso Ankara sarà David Satterfield, giunto mercoledì nella capitale turca e in servizio da oggi dopo la nomina dello scorso 28 giugno.

Satterfield sostituisce John Bass, che abbandonò la Turchia tra le polemiche nel 2017, scoppiate in seguito all’arresto di tre impiegati turchi delle rappresentanze diplomatiche americane, accusati di spionaggio e legami con l’organizzazione sovversiva Feto, accusata di aver orchestrato il tentato golpe del 2016. Accuse che spinsero gli Usa a sospendere il rilascio dei visti nei confronti dei cittadini turchi.

Satterfield, classe 1954, si è laureato nel 1976 presso l’università del Maryland. Diplomatico di lungo corso, durante la presidenza di George W.Bush è stato coordinatore per l’Iraq e consigliere del segretario di Stato dal 2006 al 2009.

Nell’era di Barack Obama ha ricoperto il ruolo di direttore generale delle Forze Multinazionali e degli Osservatori a Roma tra il 2009-2013 e 2014-2017. Parla fluentemente arabo, ebraico, italiano e francese, ha avuto esperienze in Siria, Egitto, Libano, Arabia Saudita e dal 2017 si è occupato di vicino Oriente per il Senior Foreign Service della Casa Bianca.  

We’re pleased to announce that U.S. Ambassador-Designate to Turkey, David M. Satterfield, arrived in Ankara today. Welcome to Turkey! Bio: https://t.co/9GOAAEGgPI pic.twitter.com/RYhkowPq84

— US Embassy Turkey (@USEmbassyTurkey)
10 luglio 2019

Sono stati liberati 350 sopravvissuti del raid aereo che ha colpito Tagiura, in Libia, in cui sono stati uccisi più di 50 detenuti. Non sono più intrappolati in una prigione che le metteva direttamente in pericolo”. Lo ha scritto su Twitter Charlie Yaxley, portavoce dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), che precisa che l’agenzia “sta fornendo la propria assistenza” ai migranti.

BREAKING: 350 survivors of the Tajoura airstrike, that killed 50+ detainees, have been freed.

They’re no longer trapped in a prison that put them directly in harm’s way.

UNHCR is providing them with support through our urban progamme.

— Charlie Yaxley (@yaxle)
9 luglio 2019

 

Prima dell’annuncio della liberazione dei detenuti un referente locale aveva reso noto che centinaia di migranti del centro avevano iniziato uno sciopero della fame. Il campo di Tagiura, che ospitava oltre 600 persone, è stato bombardato nella notte tra martedì e mercoledì scorsi: un raid nel quale sono state uccise almeno 53 persone, di nazionalità diverse. Oltre 130 erano rimaste ferite.

I migranti sopravvissuti al bombardamento del centro di detenzione – che si trova a est della capitale libica Tripoli – avevano deciso di iniziare una protesta in nome di condizioni di sicurezza più certe. Secondo le fonti, sono 365 le persone che avevano deciso di aderire allo sciopero. “Non vogliono essere trasferito in un altro centro perché temono di perdere il loro diritto di lasciare il Paese, dopo aver trascorso oltre un anno a Tajoura”, spiegano le fonti locali.

Intanto, la sezione locale dell’Organizzazione mondiale della sanità rende noto che è di 1.048 morti, tra cui 106 civili, e oltre 5.500 feriti, il bilancio dell’offensiva dell’Esercito nazionale libico su Tripoli, lanciata dal maresciallo della Cirenaica Khalifa Haftar il 4 aprile scorso. “Continuiamo a inviare medici e forniture mediche per aiutare gli ospedali a far fronte alla crisi. I nostri team hanno eseguito piu’ di 1.700 interventi chirurgici in 3 mesi”, scrive l’organizzazione su Twitter. 

L’intreccio Usa-Francia sulle armi di Haftar

Erano stati venduti alla Francia per poi finire in mano alle forze del maresciallo Khalifa Haftar in Libia: sarebbe stato questo il destino di “potenti missili americani” di cui scrive oggi il New York Times. Trattasi di quattro missili anti-carro Javelin, che costano ognuno più di 170 mila dollari, trovati il mese scorso dall’esercito del Governo riconosciuto dalle Nazioni Unite e guidato da Fayez al-Serraj in un campo dei miliziani di Haftar a Gheryan, una città a sud di Tripoli. 

A quanto scrive il quotidiano americano, un trasferimento di armi da parte della Francia alle forze del generale Haftar rappresenterebbe una violazione degli accordi con gli Usa ma anche dell’embargo sugli armamenti delle Nazioni Unite. Tuttavia, scrive ancora il New York Times, “negli ultimi giorni il Dipartimento di Stato ha investigato sulle origine di questi missili, sulla base dei numeri di serie e altre informazioni, giungendo alla conclusione che originariamente erano stati venduti alla Francia, considerato forte sostenitore di Haftar”.

È sempre il New York Times a ricordare che la Francia acquistò circa 260 missili Javelin dagli Stati Uniti nel 2010. Sulla questione, il Dipartimento di Stato ha avuto una riunione con le commissioni di Camera e Senato confermando le conclusioni della propria inchiesta, ossia che i missili trovati in Libia erano proprio quelli venduti alla Francia. 

Da parte sua, un consulente delle Forze armate francesi interpellato dal quotidiano statunitense ha confermato che i Javelin di Gheryan appartenevano alla Francia, aggiungendo però che sarebbero danneggiati e comunque non utilizzabili. Il consulente – obbligato a mantenere l’anonimato – ha anche aggiunto che i missili erano stati temporaneamente depositati in un magazzino e negando che siano stati trasferiti alle forze locali.

A sua detta, le armi – effettivamente acquistate dagli Usa nel 2010 – erano destinate a proteggere le truppe francesi dispiegate in Libia per “operazioni di intelligence e antiterrorismo” e pertanto non rappresenterebbero una violazione degli embargo esistenti. 

Per il quotidiano americano questa ricostruzione dei fatti “lascia tuttavia senza risposta molte domande”, in particolare su “come queste armi siano finite in un campo” delle forze di Haftar “vicino alla prima linea di una battaglia che a detta dell’Onu ha causato oltre 1000 vittime da aprile ad oggi, compresi 106 civili”. 

Le forze speciali francesi inviate in Libia principalmente erano di stanza nell’est del Paese, ad una grande distanza da Tripoli, dove attualmente si concentrano gli scontri. “La scoperta dei missili Jovelin conferma i timori di lunga data sul fatto che il sostegno straniero alle varie parti in causa in Libia non faccia altro che amplificare il conflitto”