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Domenica 15 settembre gli elettori in Tunisia saranno chiamati a eleggere il nuovo presidente che raccoglierà l’eredità lasciata da Beji Caid Essebsi. Morto a 92 anni lo scorso 25 luglio, è stato il primo capo di stato del Paese eletto democraticamente dopo la Rivoluzione dei Gelsomini del 2011.

In lizza, quest’anno, ci sono 26 candidati: tra loro una serie di pesi massimi della politica tunisina, dall’attuale primo ministro Youssef Chahed al ministro della Difesa Abdelkarim Zbidi, dall’ex presidente Moncef Marzouki (in carica ad interim per tre anni tra 2011 e 2014) all’esponente del partito islamista Ennahda, Abdelfattah Mourou. E poi ancora Abir Moussi, una delle due sole donne candidate, senza naturalmente dimenticare quello che diversi osservatori indicano come il favorito numero uno: Nabil Karoui, magnate della televisione attualmente in carcere per un caso di corruzione e riciclaggio di denaro.

La posta in gioco

In Tunisia il presidente detiene il potere decisionale in materia di politica estera, di difesa e di sicurezza nazionale, mentre del resto si occupano il governo e il parlamento. È da questo presupposto, e da un complicato intreccio di date, che conviene partire per provare a comprendere la portata del voto del prossimo fine settimana.

Il 6 ottobre, a venti giorni di distanza dalle elezioni presidenziali, i cittadini tunisini si recheranno infatti alle urne anche per rinnovare il parlamento: in un mese appena, il panorama politico a Tunisi rischia insomma di cambiare in maniera notevole. In verità non è neppure detto che lunedì prossimo, dopo il voto, la Tunisia si risvegli con un nuovo presidente: se nessun candidato dovesse ottenere la maggioranza assoluta, è previsto un ballottaggio tra i due più votati. In questa (probabile) eventualità, il secondo turno slitterebbe a dopo il voto parlamentare.

Il rimescolamento di date è dipeso dalla morte di Essebsi: originariamente, infatti, il calendario di voto prevedeva a ottobre l’elezione del parlamento e solo in un secondo momento, a novembre, quella del presidente. La necessità di nominare un nuovo capo di stato entro 90 giorni dalla morte di Essebsi, come sancito dalla costituzione tunisina, ha però ribaltato tutto, provocando una corsa alle presidenziali di tutti i partiti politici.

Secondo il Washington Post, la bagarre è “estremamente competitiva e straordinariamente imprevedibile” e l’attenzione posta sulle elezioni presidenziali, dovute all’incertezza dell’esito, rischia di relegare le elezioni parlamentari a un evento secondario.

Il quotidiano statunitense sottolinea come il risultato delle urne potrebbe incidere sul sistema semi-presidenziale attualmente in vigore in Tunisia. Un presidente senza il sostegno di un partito forte in parlamento, scrive il WP, potrebbe sostenere un sistema più presidenziale e spingere per cambiamenti costituzionali. Viceversa, un presidente con un forte sostegno parlamentare potrebbe avere interesse a rafforzare il parlamento.

La rivoluzione democratica, l’economia che stenta

Di tutti i paesi coinvolti più pesantemente dalle rivoluzioni dei primi anni Dieci del Duemila, la Tunisia è l’unico a essere considerato un esempio di successo, a differenza di stati nordafricani come Egitto e Libia o di mediorientali come Yemen e Siria. La deposizione del presidente Zine El-Abidine Ben Ali, dopo oltre 23 anni al potere, ha aperto una stagione che giunge ora alle seconde elezioni democratiche del paese.

La transizione dalla Primavera Araba, che proprio in Tunisia prese il via dopo la morte del giovane Mohamed Bouazizi nel dicembre del 2010, ha tuttavia attraversato lunghi periodi di caos e di violenze (in particolare a cavallo del 2013) e diversi episodi di terrorismo che proseguono ancora oggi.

Sicurezza da una parte, economia dall’altra: ancora oggi sono questi due delle questioni irrisolte del paese africano più vicino all’Italia. “La gente dice che le cose vanno peggio ora rispetto al 2011 a causa di problemi di sicurezza e dei costi che devono affrontare, ad esempio, per l’istruzione e la vita quotidiana”, ha raccontato al Guardian l’ingegnere tunisino Hichem el Amri. Il prezzo dei beni di prima necessità, si legge sul quotidiano britannico, dalla rivoluzione in poi è raddoppiato o addirittura triplicato.

In un’economia che stenta a ristabilirsi, un ruolo fondamentale lo ricopre il sostegno economico internazionale. Quello arrivato dagli Stati Uniti (che recentemente hanno stipulato un accordo da 335 milioni di dollari per i prossimi cinque anni) e anche dall’Unione europea, in questi anni al fianco di Tunisi con progetti bilaterali da due miliardi e mezzo tra 2011 e 2017 e altri 500 milioni in arrivo fino al 2020. Il voto di domenica, e le dinamiche politiche che ne scaturiranno, sarà importante anche in ottica internazionale.

Uno sguardo ai candidati

La lista dei candidati, come detto, è lunga. Da segnalare la presenza, per la prima volta, di un esponente di Ennhada, il cosiddetto Movimento della Rinascita, di orientamento islamista e bandito dalla scena politica fino alla rivoluzione del 2011. La presenza di Abdelfattah Mourou, 71 anni, è di spessore, considerato il consenso di cui gode Ennahda: lo scorso anno, per esempio, la sua rappresentante Souad Abderrahim è stata eletta sindaco di Tunisi.

A competere per la poltrona da presidente c’è poi l’attuale primo ministro Youssef Chahed, in carica dal 2016, fautore di una politica di tagli alla spesa pubblica nel tentativo di risanare i conti tunisini. Il premier, che la prossima settimana compirà 44 anni, è presidente del partito Long Live Tunisia (Tahya Tounes), dopo aver abbandonato Nidaa Tounes, lo schieramento dell’ex presidente Essebsi.

In lizza anche Abdelkarim Zbidi, 69 anni e ultimo ministro della Difesa tunisino, carica da cui si è dimesso dopo aver ufficializzato la propria corsa presidenziale. In campagna elettorale, Zbidi ha promesso di modificare la costituzione per porre fine alla “irragionevole” divisione del potere tra le cariche di primo ministro e di capo di stato. Sulla stessa lunghezza d’onda c’è Abir Moussa, una delle due donne candidate, che intende rivedere la legge fondamentale dello stato e rafforzare la centralità del potere. Moussi, 44 anni, è il volto del Movimento Destourian, l’erede del Raggruppamento Costituzionale Democratico fondato dall’ex presidente esiliato Ben Ali.

A tentare un’affermazione a sorpresa ci saranno anche due ex primi ministri: il 57enne Mehdi Jomaa, in carica tra 2014 e 2015, e Hamadi Jebali, al governo tra la fine del 2011 e il 2013.

Il nome più chiacchierato di tutti rimane però un altro: quello di Nabil Karoui. Il 56enne, fondatore del canale televisivo Nessma (di cui dal 2008 Mediaset detiene il 25% della proprietà), da fine agosto si trova in carcere per un’accusa di riciclaggio e frode finanziaria. La sua candidatura, fino a un’eventuale condanna, rimane comunque valida; dal canto suo, Karoui e il suo partito (Qalb Tounes, Al cuore della Tunisia) lamentano una detenzione di natura politica.

Oltre che in tribunale, la sua figura è da mesi al centro del dibattito parlamentare: nel 2017, ricorda Reuters, ha fondato un’associazione benefica per combattere la povertà, e da allora non ha perso occasione per pubblicizzare le sue attività filantropiche anche tramite il popolare canale televisivo di cui è proprietario. Una mossa che ha scatenato le opposizioni: a giugno, l’assemblea tunisina ha approvato una legge che impedisce a chi gestisce enti di beneficenza di presentarsi alle elezioni. Il testo, prima di entrare in vigore, aveva bisogno della firma del presidente: un passaggio che il defunto Essebsi non ha mai fatto, e che consentirà a Karoui di correre per ereditarne il testimone.

Due impianti petroliferi del gigante saudita del greggio Aramco, nell’est del Paese, sono stati attaccati dai droni. L’offensiva è stata rivendicata dai ribelli Houthi dello Yemen, sostenuti dall’Iran, che hanno parlato di 10 aerei senza pilota mentre per il ministero dell’Interno di Riad erano soltanto due. In entrambe le strutture gli incendi sono stati domati ma non è chiaro il bilancio dei danni. Si tratta del terzo attacco di questo genere contro obiettivi sauditi negli ultimi cinque mesi da parte del gruppo sciita. 

A finire nel mirino sono stati i siti di Abqaiq e Khurais. Il primo è situato a 60 chilometri a sud-ovest di Dhahran, la sede principale del gigante petrolifero, e ospita il più grande impianto di lavorazione del petrolio di Aramco.  Khurais, a 250 chilometri da Dhahran, è uno dei principali giacimenti petroliferi dell’azienda statale che sta preparando il suo sbarco da record in Borsa, inizialmente previsto per il 2018 ma rinviato a causa del calo dei prezzi del greggio sul mercato mondiale. 

“Alle 04:00 ora locale (le 3 in Italia, ndr), le squadre di sicurezza di Aramco sono intervenute per spegnere gli incendi in due strutture”, ha riferito il ministero dell’Interno del regno saudita, il più grande esportatore mondiale di oro nero. “I due incendi sono stati domati”, ha aggiunto in una dichiarazione trasmessa dall’agenzia stampa ufficiale Spa, senza specificare l’origine dei droni, se ci siano vittime né se l’attacco abbia portato alla sospensione delle operazioni. Un’indagine è stata aperta. Le autorità hanno rafforzato la sicurezza attorno ai due siti attaccato per impedire ai giornalisti di avvicinarsi e verificare l’entità dei danni. 

Gli attacchi dei ribelli yemeniti Houthi – politicamente sostenuti dall’Iran, primo nemico regionale di Riad – rappresentano una grave minaccia per l’Arabia Saudita, in particolare per le sue strutture petrolifere, soprattutto dopo aver ottenuto armi sofisticate quali droni e missili. Il 17 agosto scorso, gli Houthi rivendicarono un attacco con 10 droni, “il più grande mai lanciato in Arabia Saudita”, contro il giacimento di Shaybah (est), che causò un rogo “contenuto” secondo Aramco su un impianto a gas, senza provocare feriti.

Il 14 maggio, i ribelli yemeniti  ‘firmarono’ un altro raid di droni nella regione di Riad, contro due stazioni di pompaggio in un gasdotto est-ovest poi temporaneamente interrotto. Le aggressioni si sommano alle crescenti tensioni nella regione del Golfo, a seguito di attacchi e atti di sabotaggio contro le petroliere (a maggio e giugno) di cui Stati Uniti e Arabia Saudita incolpano l’Iran, che nega qualsiasi coinvolgimento.

La battaglia di Hong Kong si estende al di fuori dei ‘confini’ dell’ex colonia britannica e coinvolge la Germania. Pechino ha convocato l’ambasciatore tedesco, Clemens von Goetze, per protestare formalmente per l’incontro a Berlino del ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas, con l’attivista pro-democratico Joshua Wong, uno dei volti-simbolo della protesta nella Città-Stato.

L’ambasciatore cinese a Berlino, Wu Ken, ha sottolineato “quanto grande sia la delusione da parte cinese” per le azioni tedesche: “Protestiamo con forza, questo incidente avrà un impatto molto negativo sulle relazioni bilaterali”, ha aggiunto. Già ieri, la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Hua Chunying, aveva espresso “estrema insoddisfazione e risoluta opposizione” all’incontro, definito “irrispettoso”. Affidarsi agli stranieri o parlare e agire per dividere il Paese, ha avvertito, sono tentativi “destinati a fallire”.

What’s it all about the leaderless #HongKongProtests? Tech, human-chain, trust, spontaneity and others. Wonderful exchanges thanks to #GermanystandswithHK https://t.co/emIyFHZi4A

— Joshua Wong 黃之鋒 (@joshuawongcf)
September 11, 2019

Wong, volato in Europa nella giornata di lunedì dopo esser stato rilasciato da una breve detenzione, e atteso venerdì negli Usa. L’attivista è alla ricerca del sostegno internazionale a favore della lotta dei manifestanti di Hong Kong. “L’aria di libertà che respiro qui, invece dell’odore irritante dei lacrimogeni, mi ricorda quanto sia importante condividere i pensieri delle persone che partecipano alle proteste proprio ora”, ha affermato nella capitale tedesca, chiedendo al governo di interrompere l’esportazione di armi e attrezzature antisommossa da destinare alla polizia dell’ex colonia britannica, da oltre mesi scossa da violenti proteste.

“Hong Kong è la nuova Berlino in una nuova guerra fredda”, ha ribadito l’attivista, respingendo le accuse di separatismo: “Vogliamo solo eleggere il nostro governo. Continueremo la nostra battaglia fino al giorno in cui non raggiungeremo la democrazia”, ha proseguito il segretario generale del partito di ispirazione pro-democratica Demosisto, ricordando che le libere elezioni rientravano nell’accordo con il quale nel 1997 l’ex colonia tornò alla Cina.

“Non stiamo cercando alcuna interferenza straniera nel processo di Hong Kong, ma è un obbligo per il mondo libero sostenerne la democratizzazione”, ha puntualizzato. Wong ha anche espresso apprezzamento per la cancelliera tedesca, Angela Merkel, che la settimana scorsa ha mostrato preoccupazione per la situazione a Hong Kong durante l’incontro a Pechino con il primo ministro cinese, Li Keqiang.

“Auspichiamo che in futuro l’Unione europea, quando farà negoziati commerciali con la Cina, includa anche i diritti umani”. La Merkel oggi è tornata a parlare di Hong Kong, ricordando davanti al Bundestag che per Berlino “il rispetto dei diritti umani e’ imprescindibile”, ribadendo al contempo il sostegno al principio “un Paese, due sistemi”. 

Jack Ma ha lasciato ufficialmente la guida di Alibaba, nel giorno del ventesimo compleanno del gruppo da lui fondato nel 1999, e diventato un colosso dell’e-commerce da 462 miliardi di dollari di valore di mercato, con oltre centomila dipendenti e ramificazioni nei servizi finanziari, nel cloud computing e nell’intelligenza artificiale.

Il timone del gruppo passa al Ceo, Daniel Zhang Yong, designato alla successione dallo stesso Ma, quando annunciò il ritiro. “La sua mente analitica è senza paragoni” disse di lui lo scorso anno, “tiene a cuore la nostra missione e visione, affronta le responsabilitàcon passione, e ha il fegato di innovare e mettere alla prova modelli creativi di business”.

WATCH: Alibaba Group CEO Daniel Zhang, who is taking over as the executive chairman, encourages and thanks company staff at the Alibaba 20th anniversary party. pic.twitter.com/IujzUaQPQI

— Alibaba Group (@AlibabaGroup)
September 10, 2019

Il nome di Jack Ma – 55 anni oggi – non scomparirà completamente dalla galassia Alibaba: il fondatore rimarrà, almeno fino al 2020, nel board of directors, mentre manterrà senza scadenza il suo posto tra i 38 membri della Alibaba Partnership, l’altro organo di governo del gruppo da lui fondato.

“Alibaba è solo uno dei miei molti sogni”, ha dichiarato Jack Ma alla festa per i venti anni dell’azienda, citato dal South China Morning Post, oggi di proprietà del gruppo. “Mi sento ancora giovane, ci sono molti posti che voglio visitare, sfide da affrontare. Dopo stanotte comincerò un nuovo capitolo della mia vita”.

WATCH: Snippets of Jack Ma’s speech at Alibaba’s 20th Anniversary Party. pic.twitter.com/AjLdpjA0ZK

— Alibaba Group (@AlibabaGroup)
September 10, 2019

Un capitolo dedicato, come da lui stesso preannunciato, a progetti filantropici, in particolare nell’educazione e della povertà nelle aree rurali, due campi in cui, forse non a caso, e’ impegnato anche il governo cinese. Quello che si celebra oggi, ha detto di fronte ai 60 mila invitati all’Olympic and International Expo Centre di Hangzhou, nella Cina orientale, “non riguarda la scelta di una persona, ma il successo di un sistema”. 

Nuovo schiaffo al premier britannico Boris Johnson da parte della Camera dei Comuni che ha bocciato la mozione per la convocazione di elezioni anticipate nel Regno Unito il 15 ottobre. “Non importa quali strumenti inventerà questo Parlamento per legarmi le mani, andrò al cruciale summit del prossimo 17 ottobre cercando di trovare un accordo. Questo governo non intende rinviare ulteriormente la Brexit”, ha tuonato Johnson incassando la sconfitta, a poche ore dall’entrata in vigore della legge che gli impone di chiedere a Bruxelles un rinvio di tre mesi, rispetto alla scadenza del 31 ottobre, per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea a meno che non riesca a stringere un’intesa di divorzio.     

E con il futuro della Brexit nel limbo, il Parlamento britannico è stato chiuso fino al prossimo 14 ottobre mentre lo Speaker John Bercow ha annunciato le dimissioni, per protesta contro il primo ministro. La Camera dei Comuni ha bocciato la mozione sulle elezioni anticipate con 293 voti a favore, 46 contrari e un’astensione di massa.

Il quorum necessario sarebbe stato dei due terzi ma gli oppositori, Labour in testa, hanno confermato il no, chiedendo al premier Tory d’assicurare prima che il 31 ottobre non vi sia una Brexit senza accordo, nel rispetto della legge a favore del rinvio che ha ottenuto il benestare della regina Elisabetta.     

“Non siamo pronti ad infliggere il rischio di un disastro con il no deal alle nostre comunità”, ha spiegato il leader del Labour Party, Jeremy Corbyn.  “Le opposizioni pensano di capire le cose meglio del popolo, credono di poter rinviare la Brexit senza chiedere al popolo britannico di dire la sua con un’elezione ma non potranno nascondersi per sempre, arriverà il momento in cui il popolo potrà esprimere il  suo verdetto“, è stata la reazione del premier al voto del Parlamento, accusando i laburisti di avere “paura” del voto.     

Lo Speaker della Camera Bercow, annunciando le dimissioni, ha esortato il governo a non “degradare” il Parlamento. Durante la cerimonia di chiusura per cinque settimana di Westminster, denominata ‘prorogation’, i parlamentari dell’opposizione urlavano “vergogna” e mostravano cartelli con la scritta “silenziati”. “Questa non è una normale ‘prorogation’, è una delle più lunghe da decenni e manifesta non solo il pensiero di alcuni colleghi ma di un gran numero di persone fuori”, ha osservato Bercow definendo la chiusura il frutto di “un editto esecutivo”.

Il tifone Faxai, che potrebbe sviluppare venti fino a 216 chilometri orari e forti, punta il Giappone e potrebbe arrivare sulle coste vicino a Tokyo nella tarda serata di oggi o nelle prime ore di domani, secondo l’agenzia meteorologica giapponese. Le prime avvisaglie del tifone (è il nome degli uragani nel Pacifico) stanno già colpendo il trasporto nella regione, poiché gli operatori hanno cancellato alcuni servizi di Shinkansen con ‘treni proiettile’ (che viaggiano a 400 chilometri orari) e traghetti.

La Central Japan Railway Company ha detto che avrebbe cancellato circa 50 treni proiettile che collegano Tokyo con le città giapponesi centrali e occidentali, mentre i traghetti che operano nella baia di Tokyo sono stati demoliti.

Circa 30 voli saranno messi a terra più tardi nel corso della giornata e alcune autostrade costiere sono state chiuse ad ovest della capitale a Kanagawa a causa della tempesta, secondo i media locali.

Faxai era vicino all’isola di Hachijojima, a sud di Tokyo nel Pacifico, alle 13 di oggi (le 6 del mattino in Italia), viaggiando a nord-ovest ad una velocità di 30 chilometri orarie già producendo onde alte.

Il potente tifone Krosa ha colpito il Giappone occidentale a metà agosto, portando forti venti e piogge torrenziali che hanno mietuto una sola vita. Alla fine di agosto, forti piogge hanno lasciato tre persone morte, mentre massicce inondazioni hanno colpito anche il Giappone occidentale.

È salito ad almeno cinque il numero dei morti negli Stati Uniti per insufficienza respiratoria presumibilmente legata all’uso di sigarette elettroniche. Lo hanno riferito le autorità sanitarie, comunicando anche che il numero di pazienti con gravi difficoltà respiratorie tra i fumatori delle cosiddette e-cigarette è raddoppiato: 450 casi in 33 Stati.

Gli investigatori federali non hanno specificato quali marchi o sostanze utilizzate per le sigarette elettroniche avrebbero causato i problemi respiratori osservati. C’è però un elemento ricorrente tra i pazienti: in molti “svapavano” prodotti contenenti Thc, il principio attivo della cannabis. I medici, comunque, hanno invitato alla cautela, non avendo ancora individuato una particolare sostanza responsabile degli specifici danni ai polmoni.

Gli ultimi due decessi sono avvenuti in California e Minnesota e si trattava di persone di 55 e 65 anni. Da quest’estate 450 persone, perlopiù giovani, sono finite in ospedale con problemi respira in queste condizioni. Tutti sono ‘svapatori’. Vengono ricoverati per fiato corto, crisi respiratoria, diarrea, vertigini, vomito. Agli esami tomografici i polmoni appaiono come colpiti da un’infezione molto aggressiva di cui i dottori non conoscono la causa.

Boris Johnson va avanti per la sua strada e insiste per le elezioni anticipate, unica “strada” – dice – per sbloccare l’impasse della Brexit, di cui non chiederà la proroga “nemmeno morto”. Ma intanto la battaglia spacca la famiglia del premier britannico, unita dall’ambizione ma divisa sull’uscita dall’Ue. Jo Johnson, il più piccolo dei quattro figli del patriarca Stanley Johnson, ha lasciato il partito e il governo per “una tensione irrisolvibile” tra la “lealtà alla famiglia e l’interesse nazionale” perché, a differenza del fratello maggiore, si oppone alla Brexit.

Jo, 47 anni, si era già dimesso dal precedente esecutivo conservatore di Theresa May e ancora prima da quello di David Cameron. Ma era tornato al governo grazie al fratello, nuovo leader Tory, in un evidente conflitto di interessi che si è chiuso con la sua uscita a sorpresa.

 I Johnson formano un clan ambizioso e molto affiatato, in cui la consanguineità finora è stata più forte del dissenso politico. Il New York Times li ha paragonati ai Kennedy o ai Kardashian. Ma le divisioni nel clan hanno finito per essere un microcosmo delle divisioni che stanno lacerando la società britannica e le plateali dimissioni di Jo lo hanno confermato. 

I due fratelli e la sorella del premier britannico – il maggiore dei quattro – sono tutti contrari all’uscita dall’Ue, esattamente come il padre, Stanley, ex eurodeputato che votò Remain nel referendum del 2016. La sorella Rachel, convinta sostenitrice della permanenza del Regno Unito nella Ue, si era unita a Change UK per partecipare alle ultime elezioni all’Europarlamento. Jo, giornalista e ‘investment banker’ prima di diventare deputato nel 2010, è sposato con una giornalista del Guardian, Amelia Gentleman; ha ricoperto diversi incarichi ministeriali con Cameron e May, ma si è dimesso da ministro dei Trasporti lo scorso novembre per chiedere un secondo referendum. 

Il fratello minore, Leo, che ha una moglie musulmana di origine afghane, si definisce “quello che non fa politica” ma anche lui aveva sostenuto Remain e ha chiesto un secondo tifoso voce sull’accordo finale per la Brexit. 

Una strada in salita

Intanto il premier ha incassato l’appoggio del vice presidente Usa, Mike Pence, che gli ha ribadito che Washington è pronta a negoziare immediatamente un accordo di libero scambio dopo la Brexit. Ma per lui adesso la strada è tutta in salita. Il governo porterà nuovamente in aula lunedì una mozione che chiede elezioni anticipate.

Johnson è già stato sconfitto mercoledì, quando la questione è stata messa ai voti. Ci riprova, perché lunedì molto probabilmente sarà legge la proposta avanzata dal laburista Hilary Benn per evitare una Brexit senza accordo, il 31 ottobre. Proprio questo è stato indicato nei giorni scorsi dal leader laburista Jeremy Corbyn come il passaggio sine qua non prima di tornare alle urne.

Johnson spera di riuscire a convincere i laburisti e gli servono 434 voti. Ma nonostante Corbyn sia tentato, molti temono questa mossa perché non si fidano del premier che potrebbe posticipare la data dopo il 31 ottobre oppure ottenere una maggioranza tale da poter poi abrogare la legge che impedisce il no-deal. In entrambi i casi avverrebbe il temuto scenario dell’uscita senza accordo e ora questo a volerlo sono sempre in meno, nonostante il premier anche ieri abbia ripetuto imperterrito il suo refrain: “Dobbiamo uscire il 31 ottobre”

Il figlio minore dell’ex presidente egiziano Mohamed Morsi, il 24enne Abdullah, è morto per infarto due mesi e mezzo dopo la scomparsa del padre nelle stesse circostanze. Lo ha riferito l’agenzia di stampa turca Anadolu, citando una fonte della famiglia.

Mohamed Morsi è stato il primo presidente democraticamente eletto dell’Egitto dopo la caduta di Hosni Mubarak, ma è stato deposto nel 2013, dopo meno di un anno al potere dall’attuale capo di Stato Abdel Fattah al-Sisi. È morto di infarto a 67 anni lo scorso giugno mentre si trovava sotto processo con accuse di spionaggio 

Le autorità sanitarie in Liberia hanno annunciato che c’è stato un focolaio di febbre di Lassa, che secondo loro ha ucciso almeno 21 persone, tra cui un operatore sanitario, a partire da gennaio di quest’anno. Il viceministro della Sanità e capo dell’ufficio medico della Liberia, Francis Kateh, ha dichiarato alla Bbc che sono stati segnalati più di 90 casi in tutto il Paese; ma 25, inclusi i 21 decessi, sono stati finora confermati. La febbre di Lassa è una malattia virale acuta trasmessa principalmente da animali.

È endemica in alcune parti dell’Africa occidentale, tra cui Sierra Leone, Liberia, Guinea e Nigeria. Anche i Paesi vicini sono a rischio, secondo i centri statunitensi per il controllo delle malattie. In Liberia è diffusa principalmente da topi e scarafaggi. Kateh afferma che anche se la febbre di Lassa è stata un problema di salute nella norma in alcune parti della Liberia per molto tempo, le autorità vedono l’attuale focolaio come una fonte di grave preoccupazione perché si sta verificando in un periodo dell’anno in cui in genere non è previsto. L’assistenza sanitaria è ancora quasi inesistente nella maggior parte della Liberia con ospedali e cliniche privi di farmaci di base.