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Virata e destra e strizzata d'occhio alla linea dura: è il Partito Popolare di Pablo Casado, nuovo presidente del Pp spagnolo che ha battuto al ballottaggio l'ex vicepremier, Soraya Saenz de Santamaria, con il 57% dei voti dei delegati, nel congresso straordinario convocato dopo le dimissioni di Mariano Rajoy.

Il delfino di Aznar

"Se mi deve sostituire qualcuno, che sia Pablo Casado: è un tipo stupendo", disse un giorno l'ex leader del Pp, José Maria Aznar: e fu come se, appena due anni fa, nel corso di un evento pubblico, ad Avila, lanciasse la 'corsa' del suo pupillo. Perché Pablo Casado (nato a Palencia nel 1981) ha avuto un'ascesa meteorica nel PP, dove era rapidamente entrato nella direzione del partito guidata da Mariano Rajoy. Deputato dell'Assemblea di Madrid tra il 2007 e il 2009, con Aguirre presidente della Comunidad, aveva lasciato lo scranno per diventare direttore di gabinetto dell'ex presidente Aznar.

Nel Pp è entrato giovanissimo, nel 2003 e solo due anni dopo, nel 2005, è stato eletto presidente di Nuevas Generaciones, incarico occupato per otto anni, fino al 2003. Molto presente sui social in qualità di portavoce del partito, Casado è stato anche sempre molto attivo in eventi sociali, economici o culturali, come se si preparasse al suo destino di leader. particolare anche la sua buona relazione con il leader di Ciudadanos​, Albert Rivera, anche se questo non lo aiuterà a recuperare voti alla formazione liberale o all'ultradestra di Vox 

Dal curriculum una potenziale grana

Un'unica ombra, anche se per ora Casado è riuscito a fare in modo che se ne parlasse poco: i dubbi sul curriculum, la velocità con cui ha superato gli esami di diritto, il modo in cui ha preso il master (conseguito come Cristina Cifuentes, la governatrice affondata dagli scandali, all'Universidad Rey Juan Carlos) e i titoli in università straniere. Finora si è sempre difeso con le unghie e con i denti. L'inchiesta è in mano a una giudice di Madrid che deve decidere ancora sul rinvio a giudizio. Se questo accadesse, la leadership di Casado comincerebbe certo in salita: per lui e per tutto il partito che ora spera di rinascere.

Tornano a soffiare pericolosamente i venti di guerra tra Israele e Hamas, il movimento islamista che controlla la Striscia di Gaza. Venerdì 20 luglio è stata una giornata di scontri e bombardamenti. Dalla Striscia sono stati sparati diversi colpi d'arma da fuoco e qualche razzo verso i territori israeliani. L'esercito e l'aviazione dello Stato ebraico hanno risposto con un bombardamento su larga scala che ha coinvolto tutta la Striscia. Il bilancio è di almeno quattro palestinesi morti e 120 feriti ma il timore è che quello di oggi sia l'atto inaugurale di un nuovo capitolo di sangue nei rapporti tra Israele e Gaza.

In serata invece un soldato israeliano è morto a causa delle ferite d'arma da fuoco riportate in uno scontro al confine tra Israele e la Striscia di Gaza. Lo ha riferito l'esercito dello Stato ebraico. "Durante un incidente, un gruppo di terroristi ha sparato ad alcuni soldati israeliani, uno dei quali è stato gravemente ferito e in seguito è deceduto a causa delle ferite", ha dichiarato l'esercito israeliano in una nota. Si tratta del primo israeliano ucciso dall'inizio della marce del 30 marzo di un movimento di protesta a Gaza contro il blocco israeliano. 

L'inviato speciale delle Nazioni unite per il Medioriente, Nickolay Mladenov, ha già lanciato un appello ai due attori, Israele e Hamas, di "allontanarsi dall'orlo del precipizio". I loro toni però non lasciano ben sperare: nella mattina il ministro della Difesa di Tel Aviv, Avigdor Libermam, aveva accusato la dirigenza di Hamas, di portare Israele a una situazione senza scelta. "Avremo bisogno di portare a termine una dolorosa operazione militare su vasta scala", aveva avvertito.

Dall'altra parte, le brigate Ezzedin al-Qassam, l'ala militare del movimento islamista, avevano annunciato che Israele pagherà "un alto prezzo" per i raid condotti nella Striscia. Oggi aerei e carri armati israeliani hanno bombardato "obiettivi militari in tutta la striscia di Gaza" in risposta a "colpi" di arma da fuoco sparati contro i soldati israeliani nei pressi della frontiera, ha fatto sapere l'esercito di Israele. Gli spari contro i soldati dello Stato ebraico sono avvenuti durante i "violenti scontri lungo la recinzione di sicurezza" che segna il confine tra Israele e Gaza dove, come ormai ogni venerdi', i palestinesi manifestavano a sostegno "dei diritti dei rifugiati".

Ieri, invece, i bombardamenti israeliani sono stati condotti nel sud della Striscia di Gaza, dove alcuni palestinesi avevano cercato di lanciare palloni incendiari contro il territorio meridionale di Israele.

 

 

Alla Brexit​ mancano poco più di otto mesi ma il rischio che le trattative si chiudano senza un'intesa, costringendo addirittura al ritorno al regime dei visti, sembra sempre più reale. Da Bruxelles la Commissione Ue ha chiesto agli Stati membri, imprese e cittadini di accelerare i preparativi per un mancato accordo, mentre un alto funzionario europeo ha evocato lo spettro del possibile ritorno dei visti. 

Senza un'intesa tra il Regno Unito e l'Unione Europea sulla Brexit, ha sottolineato, dal 30 marzo 2019 i cittadini europei potrebbero essere costretti a chiedere il visto per recarsi in Gran Bretagna, così come i britannici che vogliono entrare nel territorio dell'Ue.

"Dato che non abbiamo alcun accordo di esenzione dai visti con il Regno Unito, a partire dal 30 marzo 2019 tecnicamente sarebbe necessario il visto", ha spiegato l'alto funzionario europeo. Anche in caso di "no-deal", ha aggiunto, l'Ue potrebbe decidere "unilateralmente" di non richiedere il visto ai cittadini britannici "mettendo il Regno Unito nella lista dei Paesi liberi da obbligo di visto". La Commissione ha presentato una proposta legislativa che prevede entrambi gli scenari, tenendo aperta la possibilità che – dopo la Brexit – il Regno Unito sia inserito nella lista dei Paesi ai quali è richiesto il visto per entrare nel territorio dell'Ue. "Dipende dall'andamento dei negoziati", ha spiegato un'altra fonte europea. 

"Vogliamo a essere pronti a entrambi gli scenari"

Intanto, la Commissione europea ha chiesto in una comunicazione agli Stati membri di accelerare i preparativi in caso di mancato accordo con il Regno Unito su un'uscita ordinata dall'Ue. "Vogliamo essere pronti per entrambi gli scenari", ha spiegato la portavoce della Commissione, Mina Andreeva: "Stiamo lavorando molto duramente per avere un accordo con il Regno Unito, ma dobbiamo essere pronti a ogni eventualità".

Secondo la nota, "prepararsi al recesso del Regno Unito non è tuttavia responsabilità soltanto delle istituzioni europee: si tratta di un impegno comune, condiviso a livello di Unione, nazionale e regionale, che coinvolge in particolare anche gli operatori economici e altri soggetti privati". Per la Commissione, "ciascuno deve intensificare l'impegno per prepararsi a tutte le evenienze e assumersi la responsabilità della propria situazione specifica".

E nel giorno della prima riunione a Bruxelles con il nuovo ministro britannico per l'uscita dall'Ue, Dominic Raab, il capo negoziatore Ue, Michel Barnier, ha ricordato che c'è "molto lavoro da fare" perché mancano solo "13 settimane prima del Consiglio europeo di ottobre". "In questo poco tempo dobbiamo fare due cose: finalizzare l'accordo di ritiro e non ci siamo ancora. Dobbiamo preparare anche una dichiarazione politica sulla nostra relazione futura", ha spiegato Barnier.

Per il capo-negoziatore Ue, la questione più "urgente" è trovare un accordo su come evitare il ritorno di una frontiera fisica tra Irlanda e Irlanda del Nord. Sulle relazioni future, Barnier ha ricordato che l'Ue ha offerto a Londra una partnership "senza precedenti". Da parte sua, Raab ha sottolineato che per il Regno Unito è "vitale fare progressi su un quadro delle relazioni future". Sull'accordo di ritiro "abbiamo fatto molti progressi, in particolare sui diritti dei cittadini e sul periodo di implementazione (il periodo transitorio, ndr)", ma "ci sono ancora divergenze", ha aggiunto il rappresentante di Londra, spiegando di essere pronto a "intensificare" i negoziati. 

Zehra Dogan è un’artista e giornalista turco-curda che nel luglio 2016 è stata arrestata al confine con la Siria, dove viveva e lavorava e condannata meno di un anno dopo a due anni e dieci mesi di carcere per aver postato sui social una foto del dipinto con cui raccontava la distruzione della cittadina a maggioranza curda da parte delle forze di sicurezza turche. Alla sua vicenda l’artista britannico Banksy ha dedicato un enorme murale nel Lower Est Side a New York. Sotto al graffito che mostra Dogan intrappolata dietro una fila infinita di sbarre che ricorda il modo che hanno i detenuti per segnare i giorni che passano, campeggia la scritta 'Free Zehra Dogan'. Ora Dogan è riuscita ad aggirare i filtri di sicurezza e scrivere a Banksy per ringraziarlo del suo impegno. Una lettera, pubblicata su Instagram dallo stesso artista anonimo e riportata dal Corriere, che è anche una testimonianza dell’inferno quotidiano vissuto da Dogan.

 

 

. I got a letter from Zehra Doğan in Diyarbakır Prison, Turkey

Un post condiviso da Banksy (@banksy) in data: Lug 17, 2018 at 9:45 PDT

 

Caro Banksy

ti sto scrivendo questa lettera «illegale» da un carcere, luogo di sanguinose torture, in una città con tante proibizioni, in un paese ricusato.

La lettera è illecita perché devo rispettare un «divieto di comunicazione» che mi impedisce di mandare lettere o di fare telefonate, così sto scrivendo e spedendo questa lettera in maniera clandestina.

Prima di tutto vorrei parlarti dell’atmosfera che c’è qui, siamo stati portati alla follia a causa dal suono orribile di dozzine di jet da combattimento che partono per bombardare le nostre bellissime terre, montagne e città. Sentiamo questo suono circa una volta all’ora. Sappiamo che ogni jet da combattimento sta uccidendo in poco tempo le nostre sorelle, i nostri fratelli, parenti e animali.

E’ molto difficile descrivere il sentimento che si prova leggendo quasi tutti i giorni sul giornale che qualcuno che conosci è stato ucciso. Era un giorno come questo quello in cui abbiamo sentito che la figlia di un amico che si trova nella nostra stessa prigione era stata uccisa a Afrin. Lo stesso giorno abbiamo scoperto che un’altra prigioniera si é suicidata, impiccandosi con il laccio delle scarpe. Un giorno di morte. In giorni come questi è difficile sopravvivere. Durante i nostri dibattiti quotidiani abbiamo affermato: «Nessuno vede che abbiamo ragione e che veniamo schiacciati e distrutti dai massacri. E anche se lo vedono, nessuno fa niente e tutti rimangono in silenzio. Stiamo vivendo una bugia in una vita immaginaria».

Qualche momento dopo, un amico ha ricevuto i giornali che erano stati spediti e abbiamo visto la tua opera d’arte su Nusaybin e su di me, come protesta contro l’intera carcerazione. In un momento di pessimismo, il tuo supporto ha reso me e i miei amici qui enormemente felici. Lontano da me e dalla mia gente, è stata la migliore risposta al regime corrotto che non tollera nemmeno un’illustrazione.

Ciò che caratterizza questo paese, che massacra chi si ribella all’oppressione, ciò di cui ha più paura è mostrare la realtà proprio come uno specchio.

Grazie al tuo aiuto la mia illustrazione ha compiuto la sua missione, quella di mostrare le atrocità. Sono rimasta sorpresa quando mi hanno accusata di «portare le persone alla ribellione, alla rabbia e all’odio». Adesso posso però affermare che «quest’opera ha dato valore al tempo trascorso in prigione perché sono riuscita a mostrare la verità di Nusaybin».

La gente mi ascolta più che mai e, mentre i capi in questo paese che parlano la mia stessa lingua (visto che mi hanno costretto a imparare il turco) non mi capiscono, le persone che vivono in altri paesi che parlano lingue diverse riescono a capirmi. L’arte è un mezzo di comunicazione che va oltre la lingua e la parola.

Non finirò mai di ringraziare te e Barf. Non avrei mai potuto immaginare che la mia illustrazione sarebbe arrivata in una città come New York. Passo dodici ore al giorno a immaginare, ma questo va addirittura oltre la mia immaginazione. Adesso mi sento più forte e sto dipingendo Afrin.

Perché ne vale la pena.

Quaranta migranti, partiti a bordo di un gommone dalla Libia e diretti verso l'Italia, sono bloccati a largo delle coste tunisine da diversi giorni. Secondo la Croce rossa tunisina, che li ha localizzati lunedi' al largo delle coste di Zarzis, hanno rifiutato i soccorsi delle autorita' di Tunisi perche' volevano essere recuperati da navi europee. "Sono stati vani tutti i tentativi di convincerli a entrare in porto", ha spiegato il direttore regionale della Croce rossa di Medenine, Manji Salim. "La Croce rossa ha preparato tutto il necessario per accogliere i migranti", ha aggiunto. Secondo quanto riporta la rete televisiva Nessma la Marina tunisina ha "offerto l'assistenza ai migranti a bordo, senza pero' poterli convincere ad attraccare". Il gommone e' stato soccorso dalla nave gaziera "Sarost 5", che non ha ottenuto il permesso per attraccare in un porto tunisino.

Non si placa l'emergenza incendi in Svezia, alle prese con i più gravi roghi degli ultimi 40 anni che hanno già devastato più di 150 chilometri quadrati di foresta nella zona centrale. L'Italia ha deciso l'invio di due Canadair, dopo che da Stoccolma è stato lanciato un appello all'Ue per fronteggiare l'eccezionale situazione di alto rischio incendi nel Paese. Già nella prima metà di giugno equipaggi italiani erano stati impegnati nell'area della capitale svedese.

Il Presidente del Consiglio dei ministri, d'intesa con Protezione civile e Vigili del Fuoco, ha quindi disposto l'invio di due Canadair CL 415, nell'ambito del progetto Buffer-IT, strumento dell'Ue nato per rispondere tempestivamente ed in maniera efficace alle emergenze che si verificano su un territorio interno o esterno all'Unione, attraverso la condivisione delle risorse di tutti gli Stati membri.

I due Canadair e gli equipaggi italiani, in partenza da Ciampino (RM), tenendo conto delle ore di volo e dello scalo tecnico necessari per raggiungere lo scenario delle operazioni, si prevede che possano operare già dalla mattina di mercoledì 18 luglio. A supporto dei piloti, al fine di tenere i necessari contatti con le autorità locali di protezione civile, saranno sul posto anche un rappresentante del Dipartimento della Protezione civile italiana e del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco. 

"Il nostro rapporto con la Russia non è mai stato peggiore, grazie a molti anni di follia e stupidità degli Stati Uniti e ora, la caccia alle streghe!": così ha twittato Donald Trump a poche ore dal vertice a Helsinki con Vlaidimir Putin, con una chiara allusione alle amministrazioni guidate da Barack Obama e al caso del Russiagate che ha avvelenato i rapporti con Mosca. Trump ha anche assicurato che "la Nato non è mai stata così' forte".  

La Francia ha già accumulato più di 1,54 milioni di metri cubi di rifiuti radioattivi e la loro quantità aumenta ogni anno in modo esponenziale, rendendo impellente la costruzione di nuovi siti di stoccaggio. A lanciare l'allarme e' l'Agenzia nazionale per la gestione dei rifiuti radioattivi (ANDRA) nel suo rapporto triennale, che conferma uno scenario sempre più preoccupante e la necessità di soluzioni logistiche, ma soprattutto politiche, alla sfida del nucleare. In un tentativo di dare l'idea anche visivamente, l'agenzia ha spiegato che ogni anno un cittadino francese produce l'equivalente di "mezzo litro di latte in Tetrapak" di rifiuti radioattivi.

In 2 anni prodotti 85 mila metri cubi di rifiuti

Nei fatti, però, tra il 2015 e il 2016 sono stati prodotti altri 85 mila metri cubi di rifiuti. Il 60% proviene dal parco nucleare, il 27% da attività di ricerca, il 9% dal settore difesa e il rimanente da altre industrie e dal settore sanitario. Il 3% dei rifiuti è ad alta attività o lunga vita – centinaia di migliaia di anni per il loro smaltimento – e concentra il 99,8% della radioattività totale. Il 90% dei rifiuti ha invece un livello medio, basso o molto basso di attività. Rimane il fatto che gli attuali impianti di stoccaggio sono quasi arrivati a saturazione e ne servono altri sia di breve che media e lunga durata.

Per quelli più pericolosi è stato individuato un sito nel comune di Bure, nella Meuse (nord-est), al centro di una forte contestazione delle popolazioni locali e degli ambientalisti in difesa delle foreste. Nel 2019 l'ANDRA dovrà presentare formale richiesta per la sua creazione e il futuro Centro industriale di stoccaggio geologico (Cige'o) potrebbe aprire nel 2026. La sfida dello stoccaggio riguarda anche gli altri tipi di rifiuti, destinati a crescere in relazione alle normali attività di produzione e di consumo ma soprattutto in vista della chiusura ineluttabile dei reattori più vecchi. Ad oggi ben 19 centrali nucleari sono in servizio sul territorio francese, con un totale di 58 reattori, che coprono il 71% del fabbisogno nazionale in energia elettrica. Si tratta del secondo parco nucleare al mondo, dietro quello degli Stati Uniti, ma i suoi impianti stanno pericolosamente invecchiando.

La prima centrale, di Fessenheim, è entrata in servizio nel 1977; la durata massima di vita di un impianto è di circa 50-60 anni, ma già dai 40 anni in su aumentano i rischi ambientali e per la salute umana. Molte delle centrali francesi – costruite tra il 1977 e il 1992 – stanno quindi entrando in una fase di vita più critica. Sulla carta la legge di transizione energetica, varata nel 2015, sotto la presidenza del socialista Francois Hollande, prevede una riduzione costante della produzione di energia nucleare, per un livello massimo del 50% nel 2025.

Le promesse di Macron

In campagna elettorale, il presidente Emmanuel Macron si era impegnato in prima persona a favore della riduzione della dipendenza dal nucleare, promettendo di realizzare l'obiettivo prestabilito per legge. Il primo anno della sua presidenza si è concluso, ma le notizie per il nucleare non sono delle più confortanti. Il suo ministro per la transizione ecologica, il noto ambientalista Nicolas Hulot, ha già annunciato che difficilmente l'ambizioso traguardo verrà raggiunto, quindi per ora non si parla più di chiusura di un numero significativo di centrali.

Peggio ancora, pochi mesi fa Macron, dalla politica energetica molto prudente, si è detto possibilista, non escludendo alcuna opzione, neanche quella di costruire nuovi reattori. Tra gli argomenti tecnici e scientifici quello dell'impatto ambientale della riduzione del parco nucleare: la chiusura di 20 impianti raddoppierebbe le emissioni di C02, gas responsabile del cambiamento climatico. Una teoria respinta da molte associazioni ambientalisti francesi che a gran voce chiedono al governo maggior impegno per attuare politiche di controllo dei consumi energetici e sviluppare ulteriormente fonti di energie rinnovabili.

È alta la posta in gioco per il Paese leader nel settore nucleare, sia a livello nazionale che internazionale: tanti, troppo gli interessi di 'Electricite' de France' (EDF) e del gigante dell'uranio 'Areva', per citarne solo due. E' di poche settimane fa la firma dell'accordo di cooperazione tra EDF, General Electric e New Delhi per sviluppare in India il più grande progetto nucleare al mondo, che prevede la costruzione di sei reattori di ultima generazione (EPR) nel sud-ovest del gigante asiatico. 

L'opposizione democratica insorge contro il presidente Donald Trump reclamando la cancellazione del summit con il capo del Cremlino Vladimir Putin, dopo l'incriminazione di 12 agenti di Mosca per interferenze nelle presidenziali Usa del 2016. "Non ci dovrebbe essere alcun incontro a due tra questo presidente e il signor Putin", ha detto il numero due della commissione Intelligence del Senato, il democratico Mark Warner, in riferimento al fatto che Trump vuole vedere il presidente russo da solo, senza advisor, il prossimo 16 luglio in Finlandia, almeno per una parte del summit. "Inoltre, se il presidente e la sua squadra non vogliono considerare queste incriminazioni come massima priorità al vertice di Helsinki allora l'incontro dovrebbe essere cancellato", ha aggiunto Warner.

Il leader di minoranza al Senato, il democratico di New York Chuck Schumer, ha fatto analoghe considerazioni. "Trump dovrebbe cancellare il summit con Putin fino a che la Russia non faccia passi dimostrabili e trasparenti per dimostrare che non interferira' in future elezioni", ha avvertito Schumer, "sarebbe altrimenti un insulto alla nostra democrazia".

Trump ha escluso ieri che Putin sia un nemico definendolo "un competitor", cioè un concorrente, e auspicando che tra di loro possa nascere un'amicizia. Commentando le incriminazioni annunciate oggi, Trump si è limitato a dire che "porrà questa domanda con fermezza" a Putin. La Casa Bianca ha intanto fatto sapere che il vertice con il capo del Cremlino non sarà cancellato e verrà seguito da una conferenza stampa congiunta.

Lunedì prossimo Theresa May si gioca tutto. La Camera dei Comuni voterà il suo piano sulla Brexit che, giudicato troppo morbido dall'ala dura del 'Leave', ha causato le dimissioni del ministro degli Esteri, Boris Johnson, e di David Davis, il cui dicastero era direttamente incaricato di gestire i negoziati per il divorzio da Bruxelles. L'ala dei deputati 'tories' ribelli, capeggiati da Jacob Rees-Mogg, che potrebbe votare no sarebbe pari a qualche decina su un totale di 317. Ma, a meno che arrivi un soccorso da parte dell'opposizione (su questo punto i laburisti appaiono divisi), ne basterebbero molti meno per far saltare tutto. Alla Camera dei Comuni il governo May ha infatti una maggioranza di appena due voti e il suo esecutivo è appeso al sostegno dei dieci unionisti irlandesi.

Toni più alti per ricompattare il partito

Il post dai toni forti sui migranti comunitari apparso oggi sul profilo Facebook ufficiale della premier appare quindi come un tentativo in extremis di ricompattare un partito lacerato. "Non accadrà più – scrive May – che la gente senza permesso arrivi qui da tutta Europa con la remota speranza di poter trovare un lavoro. Saranno sempre benvenuti invece i professionisti qualificati che aiutano il nostro Paese a prosperare, medici e infermieri, ingegneri e imprenditori, ma per la prima volta da decenni, avremo il pieno controllo delle nostre frontiere. E sarà il Regno Unito, non Bruxelles, che deciderà a chi sarà consentito vivere e lavorare qui". Nel 'libro bianco' apparso sul sito ufficiale di Downing Street,(ovvero la proposta di 'Soft Brexit' che ha causato le dimissioni di Johnson e Davis, fautori della versione 'hard') la questione non è però così netta. Non solo le società che forniscono servizi saranno in grado di "muovere le loro persone di talento" attraverso il Canale della Manica ma continuerà a essere concesso ai cittadini comunitari di recarsi nel Regno Unito senza visto per impieghi di lavoro "temporanei". Ma a far inviperire i 'Brexiteer' sarà soprattutto il punto che prevede che le controversie commerciali, in certi casi, debbano "far riferimento alla Corte di giustizia dell'Unione europea per l'interpretazione".

Una Brexit meno Brexit possibile 

Le ragioni per un divorzio così soft stanno nella premessa ove il governo si richiama a una Brexit "pratica". Innumerevoli sono infatti i contrattempi che verrebbero causati da una cesura netta o disordinata, come si sono resi conto negli ultimi mesi anche tanti fautori del 'Leave'. L'obiettivo è, di fatto, mantenere con Bruxelles una relazione il più possibile simile a quella esistente, con "un dialogo regolare e istituzioni congiunte". Naturale che Johnson se ne sia andato sbattendo la porta. 

In primo luogo, verrebbe fissata un'area di libero scambio per evitare "costose dichiarazioni doganali" e, soprattutto, scongiurare l'incubo di una nuova frontiera tra le due Irlande. Inoltre vengono proposte "regole comuni su cibo e agricoltura" e addirittura la partecipazione del Regno Unito alle agenzie Ue che coprono settori quale la chimica, l'aviazione e la medicina, "accettando le regole di queste agenzie e contribuendo ai loro costi". Partnership stretta anche in campo di sicurezza, con costante scambio di dati a protezione dei cittadini e, addirittura, "coordinamento nella politica estera e nella difesa". Il libero movimento di persone dalla Ue alla Gran Bretagna, nondimeno, finirà. I dettagli devono però ancora essere negoziati nei mesi a venire e già in passato erano state promesse a Bruxelles importanti concessioni (se non addirittura voce in capitolo).