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Un’altra tegola sul capo del principe Andrea. All’indomani della disastrosa intervista sull’affaire Epstein, è spuntata una nuova accusatrice del finanziere-pedofilo che ha chiesto al duca di York di parlare. Non c’è pace dunque per il terzogenito della regina Elisabetta II da cui adesso, uno dopo l’altra, aziende e università prendono le distanze.

La denuncia

La donna è apparsa in pubblico sotto lo pseudonimo di ‘Jane Doe 15’ (15 sta per l’età che aveva all’epoca degli abusi), lanciando un accorato appello nel corso di una conferenza stampa svoltasi a Los Angeles. All’età di 15 anni, ha raccontato, subì “abusi sessuali crudeli e prolungati” da parte del finanziere Jeffrey Epstein e ora ha deciso di denunciare il miliardario, morto suicida nell’agosto scorso in carcere; ma per portare avanti la sua istanza ha chiesto al principe Andrea di “deporre come teste”.

Prima di lei un’altra decina di donne avevano denunciato di essere rimaste vittime di violenze sessuali inflitte dal finanziere americano, morto suicida in cella, accusato di induzione alla prostituzione e pedofilia. L’accusatrice ha chiesto che “il principe Andrea e chiunque altro fosse vicino ad Epstein, si facciano avanti per deporre sotto giuramento su quello che sanno”. La sua legale, Gloria Allred, ha aggiunto che il terzogenito della regina Elisabetta dovrebbe accettare di incontrare “volontariamente” l’Fbi e i pm che stanno indagando il caso a New York.

L’inizio dell’incubo

Jane Doe 15 ha raccontato di essere stata catapultata nel “mondo oscuro” di Epstein durante una gita scolastica a New York. Era stata autorizzata a fare visita alla sorella maggiore che lavorava come modella nella Grande Mela e conosceva già il finanziere. La ragazza, all’epoca 15enne, venne invitata alla residenza di Epstein, accolta da una segretaria che le scattò fotografie, prese una serie di informazioni e le regalò un iPod. Alcune settimane dopo quell’appuntamento, una mail inviata dalla stessa segretaria la informava che Epstein era rimasto “entusiasta” per le foto ed era “molto interessato a lei”.

Le due sorelle furono allora invitate ad uno show a Las Vegas e poi al ranch di Epstein, in New Mexico. La ragazza – “cresciuta in una povera abitazione del Midwest”, ha precisato l’avvocato – riuscì a convincere la madre ad autorizzarla ad andare, eccitata all’idea di poter viaggiare.

Alla fine dello spettacolo le sorelle furono accompagnate a bordo dell’aereo privato di Epstein, che “era presente e accompagnato da diverse ragazze giovani”; e una volta arrivate nella proprietà del finanziere, tutte le ragazze vennero lasciate libere di fare quel che volevano, cavalcare, nuotare nella piscina e altro. Ma a un certo punto, in base alla testimonianza della ragazza e ai documenti legali, la 15enne fu portata nella stanza di Epstein, in vestaglia, che le chiese di fargli un massaggio. E lì lui la aggredì. Jane Doe 15 lasciò il ranch dopo tre o quattro giorni, ma “Epstein – ha raccontato – si era preso la mia innocenza sessuale“. 

Quattro missili, lanciati dalla Siria verso il nord d’Israele, sono stati intercettati dal sistema difensivo anti-missilistico Iron Dome. Lo ha annunciato l’esercito israeliano. Il Consiglio regionale del Golan, nel nord dello Stato ebraico, ha deciso in seguito all’accaduto di non attuare speciali misure di sicurezza e ha esortato i residenti a mantenere la loro routine.

All’incirca nello stesso momento del lancio di missili, l’agenzia di stampa siriana ha riportato esplosioni all’aeroporto di Damasco.

La settimana scorsa c’è stata una nuova esplosione di violenze tra Israele e la Striscia di Gaza dopo che l’esercito con la stella di David ha ucciso un comandante militare della Jihad islamica nell’enclave, Baha Abu al-Ata. L’organizzazione palestinese ha reagito lanciando oltre 400 missili ai quali Israele ha riposto bombardando la Striscia. Una tregua è stata poi raggiunta. 

È stallo tra polizia e manifestanti, nel mattino di lunedì, dopo che le forze dell’ordine hanno tentato l’irruzione al PolyU di Hong Kong, sotto assedio da domenica, e al centro dei più violenti scontri tra polizia e manifestanti negli ultimi giorni.

La polizia ha usato i gas lacrimogeni contro i manifestanti che stavano cercando di fuggire dal PolyU, all’interno del quale si trovano ancora in centinaia con bottiglie molotov e armi rudimentali. Lo riferisce il South China Morning Post, che riporta la notizia di altri sette arresti di giovani in una via nei pressi dell’ateneo: non è chiaro se fossero all’interno del campus assediato, ma si sono rifiutati di rispondere alle domande della polizia.

Intanto, in molte parti dell’area di Kowloon, dove ha sede il Politecnico, sono in corso nuovi scontri dalla mattina di oggi tra manifestanti e forze dell’ordine, che hanno fatto ricorso ai gas lacrimogeni, contro una folla di circa centro persone che avanzava verso di loro.

Agenti delle squadre speciali, la Special Tactic Squad, hanno effettuato almeno un arresto con un’operazione rapida a Nathan Road, mentre un altro gruppo di circa trecento persone ha manifestato a Tsim Sha Tsui, sempre sul Kowloon, in segno di solidarietà con gli studenti asserragliati al PolyU. 

La diretta ora per ora dal PolyU di Hong Kong

La Cina ammonisce a non sottovalutare la propria determinazione nella salvaguardia della sovranità e della stabilità di Hong Kong. Lo ha dichiarato il portavoce del Ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang, nel corso di una conferenza stampa. 

Gli Stati Uniti, da parte loro, condannano l'”ingiustificato uso della forza” a Hong Kong e chiedono a tutti di “trattenersi dalla violenza e impegnarsi in un dialogo costruttivo”. “Come ha detto il presidente, gli Stati Uniti si aspettano che Pechino onori gli impegni presi nella dichiarazione congiunta sino-britannica” del 1984, che sanc’ il ritorno di Hong Kong alla Cina tredici anni più tardi, “e protegga la libertà, il sistema legale e lo stile di vita democratico di Hong Kong”.

La polizia, in un comunicato diffuso online dall’amministrazione di Hong Kong ha smentito di aver condotto un raid al PolyU, parlando invece di una operazione di dispersione della folla e di arresti, ma la tensione rimane alta: diversi manifestanti all’interno del campus sarebbero sul punto di un crollo nervoso dopo un giorno di assedio, riportano i media locali, e il gruppo sarebbe spaccato tra chi si dice pronto a lasciare e chi e deciso a rimanere a oltranza.

Gli agenti hanno lanciato un nuovo avvertimento ai manifestanti ancora all’interno del campus, chiedendo a “tutti quelli all’interno di lasciare le armi e gli oggetti pericolosi, togliersi le maschere anti-gas e andarsene in maniera ordinata” attraverso un nuovo passaggio indicato dalle stesse forze dell’ordine, il ponte sud di Cheong Wan Road

La polizia ha anche sparato tre colpi di pistola, prima dell’alba, per disperdere la folla, che aveva preso di mira un’ambulanza con lanci di mattoni e altri oggetti.

Poly U entrance in flames as riot police try to storm in #HK #HongKongProtests #StandwithHongKong pic.twitter.com/egcKyS4X5j

— James Pomfret (@jamespomfret)
November 17, 2019

Il primo bilancio degli scontri cominciati domenica parla di 38 persone ferite, tra cui anche un uomo di 84 anni. In mattinata sul Kowloon, decine di persone – almeno quaranta, ma il cui numero potrebbe salire fino a cento, secondi varie stime – sono state arrestate a Golden Plaza.

In gran parte giovani, gli arrestati sono stati ammanettati con fascette di plastica e sono stati fatti sedere faccia al muro e tenuti sotto sorveglianza degli agenti anti-sommossa.

Intanto i manifestanti al di fuori del campus sotto assedio stanno cominciando a riorganizzarsi: a Nathan Road, la via principale di Kowloon, alcuni gruppi sono comparsi per la strada per ripristinare i blocchi stradali, e nuove scene di tensione tra polizia e manifestanti sono state riprese sempre sul Kowloon, in quello che appare un tentativo di distrarre la polizia dall’assedio al PolyU. 

Gli scontri tra manifestanti e polizia tornano a infiammarsi a Hong Kong, dove gli studenti del Politecnico, sulla penisola di Kowloon, dall’interno dei campus, hanno scagliato frecce – una delle quali si è conficcata nel polpaccio di un agente – e usato le catapulte costruite nei giorni scorsi per lanciare bottiglie molotov contro la polizia.

Gli agenti hanno fatto ricorso ai gas lacrimogeni e agli idranti caricati con liquido chimico blu, come mostrano immagini diffuse on line, tenendosi a distanza dalle linee di difesa erette dagli studenti-manifestanti.

La situazione è “in rapido deterioramento”, scrive la polizia di Hong Kong in un post su Facebook, condannando con forza l’episodio. “Chiediamo a tutti i cittadini di non dirigersi verso l’area del PolyU”, il Politecnico, “perché la situazione si sta rapidamente deteriorando”.

Israele ha colpito obiettivi di Hamas nella Striscia di Gaza alle prime ore del mattino di oggi, dopo il lancio di razzi dall’enclave palestinese. Lo riferisce il quotidiano Haaretz citando l’esercito israeliano, due giorni dopo l’avvio di una fragile tregua. È la prima volta che viene colpita Hamas, che controlla di fatto la Striscia di Gaza, da quando è scoppiata l’escalation tra e Jihad islamica, questa settimana.

Le forze di Difesa israeliane (Idf) hanno fatto sapere di aver compiuto i raid dopo che “due razzi erano stati lanciati dalla Striscia di Gaza verso il territorio israeliano” e sono stati intercettati dalla difesa aerea. Secondo le forze di sicurezza palestinesi, gli obiettivi erano due siti di Hamas nel Nord della Striscia.
 

“Per salvare Venezia dobbiamo salvare i veneziani, prima di tutto da loro stessi”. Lo sostiene in un lungo articolo su La Stampa il professor Carlo Ratti, architetto e ingegnere che insegna al Massachusetts Institute of Technology di Boston e che dirige lo studio di progettazione CRA-Carlo Ratti Associati a New York e Torino.

Il professor Ratti indica una prima soluzione nel “sottrarre la città della Laguna alla giurisdizione italiana” per diventare “una città nuova, regolata da una giurisdizione internazionale” in cui chiunque possa arrivare “e subito diventare a pieno titolo cittadino”, a patto che il suo orizzonte mentale “non sia quello privo di responsabilità del turista”. Quindi per ricostruire la propria civitas,” a Venezia non resta che spalancarsi al mondo”, chiamando a raccolta coloro che hanno idee e progetti concreti.

A partire dagli “innovatori con visioni di impresa (e chi le può finanziare)” oppure “studenti pronti a trascorrere qualche anno in laguna per restaurare i suoi magnifici palazzi” o gli “ingegneri capaci di studiare nuove opere per rispondere ai cambiamenti climatici” in quanto “i problemi della laguna oggi potrebbero essere quelli di New York domani”. Insomma, un appello a “chiunque voglia impegnarsi e contribuire a ricostruire la gloriosa ma ormai decrepita civitas veneziana”.

Ratti imputa alle “scelte sciagurate fatte negli anni Ottanta del Novecento” le origini dei mali della città lagunare, perché “portarono la città a non puntare su università e innovazione” che al contrario sarebbero oggi motori di sviluppo eccezionali, bensì a scegliere di “ripiegarsi su un più facile e incosciente sfruttamento turistico“. Cosicché lo svuotamento civico di Venezia e l’emorragia di residenti dal centro storico “hanno avuto come conseguenza quella di deprivare la città di forme naturali di controllo del territorio e dell’ambiente”.

Ratti sostiene anche che è giunto il momento di porsi il problema di “pensare a come reagire” e che per farlo “non basterà mettere a posto il Mose o costruire un’altra opera faraonica” ma servono invece “gesti estremi e coraggiosi”. 

Il “presidente Trump era più interessato alle indagini sui Biden che all’Ucraina” e lo “sblocco dei fondi destinati all’Ucraina erano legati all’annuncio da parte del presidente Volodymyr Zelensky” di un’indagine su Joe Biden e il figlio, e questa sarebbe dovuta avvenire durante un’intervista alla Cnn. Sono le due novità emerse dalla prima audizione pubblica nella storia americana in una procedura di impeachment nei confronti di un presidente degli Stati Uniti.

Nessuna “pistola fumante”

Annunciato, atteso, temuto, il primo “processo” a un presidente aperto a tutti gli americani, secondo i media non ha prodotto il grande colpo che i democratici cercavano, e dopo le prime battute è scivolato nella noia. Anche perché le dichiarazioni rese dai primi due testimoni, l’ambasciatore in Ucraina William Taylor, e il diplomatico George Kent, sono opinioni personali, frasi riportate, pareri individuali. Non si è vista la “pistola fumante”, la prova che il presidente Trump avesse bloccato i fondi destinati all’Ucraina per usarli come moneta di scambio con Zelensky perché annunciasse l’inchiesta.

Taylor ha sostenuto che l’ambasciatore presso l’Unione Europea, Gordon Sondland, gli avrebbe detto che “tutto, compresi gli aiuti” destinati all’Ucraina e congelati dalla Casa Bianca, erano “legati all’annuncio dell’apertura delle indagini” sui Biden. Kent ha puntato il dito sul ruolo oscuro recitato dal legale del presidente, Rudy Giuliani, la cui opera di pressione per far aprire un’inchiesta da Kiev sui Biden aveva finito per “avvelenare i rapporti tra i due Paesi”.

Con il passare dei minuti la diretta televisiva ha cominciato a perdere tensione. Eppure i democratici avevano puntato tutto su questa prima audizione. La speaker della Camera, Nancy Pelosi, aveva detto ai componenti le commissioni che questo “sarebbe stato un giorno molto significativo per il Paese”. I democratici avevano un imperativo: non ripetere l’errore commesso per il caso Russiagate, quando l’audizione del procuratore speciale Robert Mueller, considerata chiave per mettere il presidente Trump con le spalle al muro, si era rivelata un flop. Mueller era apparso un testimone insicuro, balbettante, e l’audizione “noiosa e inutile”. 

Nascita di un format

Quell’esperienza si è rivelata utile per costruire un “format” piu’ incisivo. I democratici, che hanno la maggioranza alla Camera, hanno potuto fissare le regole delle audizioni, senza dover ascoltare i repubblicani. Tutto è diventato “molto televisivo”: il tempo delle domande dei parlamentari è stato contingentato a blocchi di 45 minuti; sugli schermi sono andati in sovrimpressione i testi dei messaggi telefonici che i testimoni avevano scambiato con alcuni diplomatici.

A Taylor è stato chiesto di leggerli ad alta voce, perché il peso delle parole arrivasse anche a un pubblico meno informato. A queste si è aggiunta la novità della presenza, nella prima parte, di un procuratore di professione, Daniel Goldman, che in pratica ha riposto ai due testimoni le stesse domande fatte dai parlamentari, ma essendo una figura neutra, l’obiettivo era trasmettere agli spettatori il messaggio che fossero fatti “al di sopra delle parti”. Le oltre tre ore di audizione non hanno aiutato il “format”.

In assenza di colpi di scena, la Casa Bianca è passata all’attacco. La portavoce di Trump, Stephanie Grisham, ha tuonato sui social: “Un’audizione inutile pagata dai contribuenti americani”. Il presidente, che ufficialmente era dato al lavoro, è uscito nelle stesse ore con un video in cui si rivolto ai suoi elettori per dire: “È la più grande truffa della storia politica americana. Vogliono fermarmi perché sto lottando per voi, ma non la darò mai vinta”. La sua campagna, in contemporanea, ha lanciato una nuova raccolta fondi agli elettori. Obiettivo: “raccogliere 3 milioni di dollari nelle prossime 24 ore”.

Il giorno dell’annuncio dell’impeachment da parte della Speaker Pelosi, la campagna di Trump aveva raccolto 15 milioni di dollari. Sarà questo il primo dato “sensibile” sugli effetti della prima audizione televisiva.

La senatrice dell’opposizione Jeanine Anez ha assunto l’interim della presidenza della Repubblica della Bolivia dopo le dimissioni di Evo Morales.

La decisione in una sessione parlamentare da cui erano assenti i 2/3 dei deputati, quelli eletti con il Movimento al Socialismo dell’ex presidente.

La Corte costituzionale della Bolivia ha confermato la Anez come presidente, benché mancasse il numero legale. “La funzionalità dell’esecutivo non può essere sospesa” e pertanto chi ne ha titolo assume la presidenza “ipso facto”, hanno detto i giudici.

Morales, da parte sua, ha condannato come “golpista” la senatrice Anez e ha parlato del “più insidioso e nefastro colpo di Stato della storia” definendo Anez “una senatrice di destra, mercante di golpe”, che “si è autoproclamata presidente senza il numero legale, circondata da un gruppo di complici”. 

È giunta l’ora di staccare la Gioconda dalle pareti del Louvre. A dare il suggerimento provocatorio è stato il critico d’arte del New York Times, Jason Farago. Ogni giorno a mettersi in fila per vedere il dipinto più famoso del mondo sono 30 mila visitatori, eppure quello che può essere considerato un successo numerico rappresenta, secondo Farago, un danno per il Louvre, “ostaggio” da decenni del ritratto firmato dal genio del Rinascimento.

Occorre togliere la Gioconda, suggerisce, perché le frotte di turisti, desiderose solo di vedere il quadro più famoso del mondo, si accalcano nelle sale e nei corridoi che contengono scrigni di tesori, senza guardare nulla e ignorando veri capolavori. “È pericoloso in termini di sicurezza, costituisce un ostacolo educativo e non viene nemmeno considerata una esperienza soddisfacente tra quelle inserite nell’elenco delle cose da fare” argomenta il critico d’arte del quotidiano statunitense.

Secondo lui, il ritratto di Lisa di Antonmaria Gherardini, meglio nota come Monna Lisa, “carino ma moderatamente interessante”, sta oscurando la più importante collezione d’arte di tutta Europa, quella ospitata dal Louvre, già di per sè un capolavoro architettonico.

Nel 2018 il museo parigino è stato visitato da 10 milioni di persone, per i tre quarti turisti stranieri, 25% in più rispetto all’anno precedente, il triplo dell’affluenza del Museo d’Orsay e del Centro Pompidou.

Anche nel contesto della mostra storica che il Louvre sta dedicando a Leonardo, nel 500esimo anniversario della morte del genio toscano, la direzione del museo ha deciso di lasciare la Gioconda al suo solito posto per non creare scompiglio, ma per Farago “è un vero fiasco”.

A patire della sua presenza ingombrante sono anche mostre eccellenti in location pregiate come il Grand Palais o la Fondazione Louis Vuitton, che agli occhi dei turisti vengono relegate al secondo posto. Perché ad avere il primato è sempre lei, la Monna Lisa, unico obiettivo dell’80% dei visitatori del Louvre, che in netta maggioranza rimangono delusi dalla visione della tela. Un’indagine realizzata in Gran Bretagna l’ha persino eletta “attrazione più deludente al mondo”, superando il Checkpoint Charlie, la scalinata di Piazza di Spagna e il Manneken Pis a Bruxelles.

“Famosa nel XX secolo, in un’epoca del turismo di massa e di narcisismo digitale è diventata un buco nero dell’anti-arte che ha trasformato il museo dentro e fuori” continua il rinomato critico d’arte. La scorsa estate parigina, segnata da temperature record, lo spostamento dell’iconico dipinto di Leonardo per rinnovare la sala degli Stati, nell’ala Denon che lo ospita, ha creato scompiglio tra i visitatori, provocando un tale caos che il “museo soffocante” ha dovuto chiudere le porte per diversi giorni.

Ricollocata nell’ala Richelieu, il piccolo quadro “ha ridotto la collezione fiamminga ad una semplice carta da parati in un recinto per bestiame, nel quale guardie visibilmente irritate cacciavano predatori di selfie sudaticci in fila da mezz’ora” ironizza Farago. E le cose non vanno meglio ora che è tornata al suo posto. Per vederla nella sala rinnovata, dietro il vetro anti-riflessi, i visitatori devono mettersi in fila a mo’ di serpente, la possono osservare per meno di un minuto e sono comunque troppo distanti per riuscire a farsi un buon selfie.

Nel frattempo le gallerie d’arte islamica sono semi vuote e persino la Venere di Milo, la seconda opera più famosa al mondo, si fa ammirare da poche decine di persone. “Tutto questo per un dipinto che non è certamente il più importante di Leonardo, in una sala che ospita i capolavori veneziani di Tiziano e del Veronese. Tant’è che gli stessi curatori hanno affisso un cartello che indica ‘La Monna Lisa è circondata da altri capolavori, guardatevi intorni” fa notare il critico d’arte del New York Times.

“E se i curatori pensano di far nascere una futura generazione di appassionati d’arte, stanno facendo proprio il contrario. La gente viene per obbligo e se ne va scoraggiata”, valuta l’esperto d’arte. Ora per evitare che la Monna Lisa mania porti il Louvre al tracollo, il suo direttore Jean-Luc Martinez e i curatori stanno ideando altre modalità di visita con biglietti a tempo e ulteriori ingressi. “Ma per il Louvre è giunta l’ora di riconoscere la sua sconfitta. E per la Monna Lisa è giunta l’ora di andarsene”, propone Farago. Ha bisogno di uno spazio tutto suo, forse alle Tuileries, logisticamente adatto alle folle, collegato al museo attraverso la galleria sotterranea del Carrousel, vendendo un biglietto unico per i due spazi, e magari allestendo attorno alla Monna Lisa un intero percorso didattico dedicato. “Il successo è assicurato”. 

Sostenere le PMI è fondamentale per un’economia forte. Le piccole medie imprese sono un elemento centrale per la creazione di posti di lavoro e per la crescita economica. Non è un caso se sono proprio loro a dare impiego a due terzi degli attuali occupati e a fornire il 5% del valore aggiunto all’interno dell’UE.

I benefici della proprietà intellettuale

La proprietà intellettuale (PI) può svolgere un ruolo cardine nella promozione della crescita sostenibile, in quanto offre a coloro che investono tempo, impegno e denaro nell’innovazione un meccanismo per proteggerla e trarne vantaggio. Quali sono gli effetti positivi per le PMI che investono nella tutela dei diritti di proprietà intellettuale? Una migliore reputazione e credibilità, un aumento del fatturato e migliori prospettive di espansione sul mercato.

Secondo lo studio dell’EUIPO, le tre principali motivazioni per la registrazione dei diritti di proprietà intellettuale per le PMI sono: impedire di essere copiati da parte dei concorrenti (59%), incrementare la certezza del diritto (58%) e migliorare l’immagine e il valore dell’impresa (36%).

Altri impatti favorevoli, valorizzati dalle imprese, sono nuove opportunità di collaborazione con altre imprese (17%), aumento dell’occupazione (15%) e maggiore redditività (12%). Inoltre, le PMI apprezzano anche i benefici derivanti dal rafforzamento delle prospettive commerciali a lungo termine (11%) e dalla maggiore facilità di accesso ai finanziamenti (8%).

I danni della mancanza di conoscenza

Tuttavia, per quasi quattro PMI su dieci la mancanza di conoscenza in merito ai diritti di proprietà intellettuale ha impedito loro di ottenere la protezione necessaria. Tra i problemi rilevati compare anche l’accesso ai finanziamenti.

Solo il 21% delle aziende titolati di diritti di PI registrati dispone di una valutazione professionale dei propri beni. Una percentuale ancora inferiore (13%) quelle che hanno cercato di ottenere finanziamenti utilizzando i propri diritti di proprietà intellettuale.

L’auspicio del direttore esecutivo EUIPO Il sostegno alle piccole e medie imprese (PMI) è essenziale per una crescita economica intelligente e sostenibile. Sostenere le PMI significa sostenere un’economia che alla creazione di posti di lavoro. Non a caso, le piccole e medie imprese danno impiego a due terzi degli occupati europei e forniscono il 57% del valore aggiunto all’interno dell’UE.

Da parte su, la PI può svolgere un ruolo cruciale nella promozione della crescita sostenibile. E perché è in grado di offrire a coloro che investono tempo, impegno e denaro nell’innovazione un meccanismo per proteggerla e trarne vantaggio. “Le PMI – ha dichiarato Christian Archambeau, direttore esecutivo dell’EUIPO – svolgono un ruolo fondamentale nell’economia dell’innovazione. E la proprietà intellettuale contribuisce a proteggere le loro preziose risorse aziendali. La nostra indagine mostra che il 61% delle PMI prenderebbe in considerazione la protezione della proprietà intellettuale se avesse migliori conoscenze in merito. Il nostro compito, attraverso il prossimo piano strategico, è di fornire loro gli strumenti e i servizi necessari a tale scopo”.