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AGI – Nelle ultime ore sono state scoperte altre duecento balene spiaggiate sulla costa di Macquarie Harbour, nell’Ovest della Tasmania, nell’Australia meridionale. Solo ieri erano state segnalate altre 270 balene spiaggiate, di cui un terzo morte. Sono state recuperate solo 25. Finora, quindi, sono 470 i cetacei rimasti bloccati. “Dall’alto sembra che la maggior parte delle balene scoperte di recente sia morta, ma una barca è diretta lì per effettuare una valutazione dal mare”, ha dichiarato Nic Deka, direttore del Servizio di controllo degli incidenti nei parchi naturali sull’isola della Tasmania.

“Continueremo il salvataggio da dove l’avevamo interrotto ieri, quindi seguiremo la stessa strategia. Ora siamo più efficienti. Ci concentriamo sugli animali ancora vivi. La mortalità è aumentata, ma c’è un numero significativo di esemplari vivi”, ha spiegato.
Le autorità sono al lavoro per fornire dati precisi sul numero di cetacei salvati e su quelli che sono morti, pur riconoscendo che è difficile prevenire questi incidenti. Kris Carlyon, biologo del Marine Conservation Program, ha evidenziato la difficoltà di determinare il motivo per cui le balene siano rimaste bloccate e ha suggerito l’ipotesi che questi cetacei si avvicinassero alla costa in cerca di cibo. 

AGI – La “scivolata” del segretario di Stato americano, Mike Pompeo, sul Papa che perderebbe la sua autorevolezza in caso di rinnovo dell’accordo tra Santa Sede e Cina potrebbe benissimo ottenere il risultato contrario rispetto a quanto sperato. Cioè spingere Vaticano e Pechino verso l’intesa. A scriverlo stamane il quotidiano cattolico “Avvenire”, secondo il quale “è difficile pensare che l’uscita di Pompeo possa spostare anche solo di una virgola la posizione vaticana riguardo il dialogo con Pechino”.
“Se le parole non cambieranno l’attitudine vaticana”, aggiunge il giornale, “può accadere invece che, paradossalmente, vadano a rafforzare l’intesa sino-vaticana”. Infatti “oggi più che mai Pechino è disposta a maggiori concessioni con interlocutori criticati piuttosto che ‘benedetti’ da Washington”.

AGI –  Le più grandi banche del mondo “hanno permesso ai criminali di riciclare denaro sporco”: un fiume di denaro sporco, somme astronomiche di soldi passate per anni attraverso le più grandi istituzioni bancarie internazionali. E’ quanto emerge da una ricerca realizzata dall’International Consortium of Investigative Journalists (Icij) che denuncia la mancanza di normative nel settore. In realtà è stato BuzzFeed News, un agguerrito sito di notizie statunitense, a ottenere il materiale che poi ha condiviso che il consorzio di giornalisti investigativi, reporter di 108 diversi testate che hanno lavorato in 88 Paesi.     

In base ai documenti fatti filtrare a Buzzfeed News, risultano oltre 2.100 segnalazioni di attività sospette per un totale di oltre 2 trilioni di dollari. Questo materiale, e più di 17.600 altri documenti ottenuti dall’Icij, fanno capire che presumibilmente i vertici bancari fossero al corrente che i truffatori spostassero denaro tra i conti e sapevano che quei fondi erano stati generati o utilizzati in modo criminale. Anche alcuni oligarchi russi pare abbiano usato le banche per evitare le sanzioni che invece avrebbero dovuto impedir loro di portare i soldi in Occidente. 

I documenti indicano transazioni per due trilioni di dollari tra il 1999 e il 2017; e l’indagine punta l’indice in particolare su cinque grandi banche (JPMorgan Chase, HSBC, Standard Chartered, Deutsche Bank e Bank of New York Mellon) accusate di transazioni di beni di presunti criminali, anche dopo perseguiti o condannati per reati finanziari.  L’indagine si basa su migliaia di “segnalazioni di attività sospette” inviate dalle banche di tutto il mondo alla FinCen, la polizia finanziaria del dipartimento al tesoro degli Stati Uniti. 

Si tratta dei segreti più gelosamente custoditi del sistema bancario internazionale: le banche li utilizzano per segnalare comportamenti sospetti ma non sono la prova di illeciti o crimini. Proprio questi documenti, compilati dalle banche e “condivisi con il governo ma tenuti fuori dallo sguardo dell’opinione pubblica, mettono in luce la debolezza delle tutele bancarie e la facilità con cui i criminali li utilizzano“, ha scritto Buzzfeed News, presentando il rapporto. Ma non solo: “Le reti attraverso le quali il denaro sporco circola nel mondo sono diventate arterie vitali per l’economia globale”.     

Deutsche Bank ha già reagito segnalando che le rivelazioni “sono ben note” agli organismi di regolamentazione e sostiene di aver stanziato “risorse significative per rafforzare i propri controlli” e per ottemperare “alle proprie responsabilità e obblighi. L’indagine comunque evidenzia la mancanza di potere delle autorità statunitensi nel regolare le operazioni finanziarie sporche. Prima della pubblicazione del rapporto, la polizia finanziaria del Tesoro ha avvertito che diffondere rapporti di transazioni sospette senza autorizzazione è un “crimine che può avere un impatto sulla sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.

AGI – Tornano le sanzioni Usa contro l’Iran. L’ha annunciato il segretario di Stato americano, Mike Pompeo: “Per non aver rispettato gli impegni assunti con l’accordo sul nucleare (Jcpoa)”.

La decisione è stata immediatamente respinta sia da Teheran, che definisce gli Usa “irresponsabili”, che da Mosca che considera le affermazioni di Washington “illegittime”. Restano fredde anche le principali potenze globale, compresi gli alleati europei. 

Pompeo spiega che “le sanzioni sono state nuovamente imposte all’Iran in base al processo di ripristino (snapback) ai sensi della risoluzione 2231 del Consiglio di sicurezza dell’Onu”.

In sostanza, “il 20 agosto scorso, gli Stati Uniti hanno notificato al presidente del Consiglio di sicurezza il significativo inadempimento dell’Iran dei suoi impegni presi con il Jcpoa. Questa notifica ha attivato il processo di trenta giorni che ha portato al ripristino delle sanzioni Onu precedentemente sospese, che sono entrate in vigore alle 20 (ora Washington) del 19 settembre”, ha spiegato il capo della diplomazia Usa. 

Costretti da inazione Onu

“Gli Stati Uniti hanno intrapreso questa azione perché, oltre al mancato rispetto da parte dell’Iran degli impegni presi dal Jcpoa, il Consiglio di sicurezza non ha esteso l’embargo sulle armi delle Nazioni Unite all’Iran, in vigore da 13 anni. L’inazione del Consiglio di sicurezza avrebbe spianato la strada all’Iran per acquistare ogni sorta di armi convenzionali il 18 ottobre. Fortunatamente per il mondo, gli Stati Uniti hanno intrapreso un’azione responsabile per impedire che ciò accadesse”, rivendica Pompeo. 

Non è tutto. “Gli Stati Uniti si aspettano che tutti gli Stati membri dell’Onu rispettino pienamente i loro obblighi di attuare queste misure. Oltre all’embargo sulle armi, sono incluse, tra l’altro, restrizioni come il divieto all’Iran di impegnarsi in attività di arricchimento e ritrattamento, il divieto di test e sviluppo di missili balistici e sanzioni sul trasferimento di tecnologie nucleari e missilistiche all’Iran. Se gli Stati membri delle Nazioni Unite non adempiono ai loro obblighi di attuare queste sanzioni, gli Stati Uniti sono pronti a utilizzare le loro autorità nazionali di conseguenza”, annuncia il capo della diplomazia di Washington.

La reazione di Teheran e Mosca

Teheran e Mosca però non ci stanno. “Ci aspettiamo che la comunità internazionale e tutti i Paesi del mondo si oppongano a queste azioni sconsiderate del regime alla Casa Bianca e parlino all’unisono”, ha detto in una conferenza stampa a Teheran il portavoce del ministero degli Esteri, Saeed Khatibzadeh. 

“Il mondo intero dice che nulla è cambiato”, ha dichiarato Khatibzadeh, secondo cui le sanzioni sono in vigore solo nel “mondo immaginario” del segretario di Stato americano. 

E’ tanto rumore per nulla, e credo che questi siano i giorni e le ore più amari per gli Stati Uniti”, ha aggiunto. “Le iniziative e le azioni illegittime degli Stati Uniti non possono, per definizione, avere conseguenze legali internazionali per altri Paesi”, ha affermato il ministero degli Esteri russo.     

Washington contro tutti

 Ma Washington è quasi sola e contro tutti: le altre grandi potenze, Russia, Cina, ma anche gli alleati europei degli americani, contestano l’affermazione, basata su una manovra giuridica, lo “snapback”, che non è legittima.     

“Qualsiasi decisione o azione presa sulla base di questa procedura o il suo esito sono privi di effetto per legge”, avevano risposto in anticipo Francia, Gran Bretagna e Germania in una lettera congiunta inviata venerdì alla presidenza del Consiglio di sicurezza.

“Abbiamo tutti detto chiaramente in agosto che questa manovra è illegittima. Washington è sorda?”, ha detto il vice ambasciatore russo alle Nazioni unite, Dmitry Polianski.

“È molto doloroso vedere un grande Paese umiliarsi in questo modo e opporsi nel suo ostinato delirio ad altri membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu”, ha twittato. 

AGI – Scontro a distanza su Cina e pandemia tra il presidente Usa, Donald Trump, e lo sfidante democratico nella corsa alla Casa Bianca, Joe Biden. 

Durante un comizio elettorale in Wisconsin, Trump ha ribadito che l’agenda del suo rivale “è Made in China”, mentre la sua è “Made in Usa”, e ha avvertito nuovamente che il 3 novembre se vince Biden, “vince la Cina”. Il presidente ha assicurato inoltre che “tre vaccini nella fase finale con i test clinici”. 

In occasione del town hall di Cnn in Pennsylvania, cruciale stato in bilico, Biden ha ribadito invece che sul vaccino “non mi fido del presidente. Mi fido di Fauci. Se Fauci dice che il vaccino è sicuro allora lo faccio. Dovremmo ascoltare la scienza”. Il candidato democratico ha avvertito che minimizzare la pandemia è “quasi un atto criminale”: “Sapeva, sapeva, e non ha fatto nulla”, ha detto, commentando il fatto Trump fosse consapevole della severità della pandemia già da gennaio, come rivelato nell’ultimo libro di Bob Woodward, “Rage”. 

Mentre l’avversario parlava, Trump ha pubblicato una raffica di tweet, attaccandolo per non essere andato nel Wisconsin durante la Convention democratica, tenutasi in forma virtuale per il coronavirus. “Tra 47 giorni vinceremo il Wisconsin e altri 4 anni alla Casa Bianca”, ha poi assicurato durante il un comizio a Mosinee.  Trump ha anche accusato Biden di voler delocalizzare i posti di lavoro del Wisconsin, un altro cruciale Stato in bilico. 

Secondo quanto anticipato dal New York Times, il presidente annuncerà altri 14 miliardi di dollari di aiuti per gli agricoltori colpiti dalla pandemia, che lo scorso aprile avevano ricevuto 19 miliardi di dollari nell’ambito del Cares Act licenziato dal Congresso.

Da parte sua, sulle proteste anti-razziste Biden ha ribadito la condanna ad ogni forma di violenza. L’ex vice presidente ha dichiarato di aver “beneficiato” del privilegio di essere bianco. “Certo, perché non ho dovuto passare tutto quello che passano i miei fratelli e le mie sorelle di colore”, ha affermato, ma ha anche detto di essere stato guardato dall’alto in basso perché proveniente da una famiglia di lavoratori di Scranton (Pennsylvania) e perché non non può vantare una laurea ottenuta in una università della ‘Ivy League’ che raccoglie i più prestigiosi (e costosi) atenei degli Usa. Il candidato democratico ha detto di appoggiare “il fracking”, avvertendo però che occorre una transizione verso le energie pulite, e ha indicato di voler ridurre la presenza militare Usa all’estero che dovrebbe essere dispiegata solo per le attività di contrasto al terrorismo, se sarà eletto alla Casa Bianca.    

AGI – La compagnia aerea Qantas ha venduto in appena 10 minuti tutti i posti disponibili sul volo “verso il nulla” che a metà ottobre, sorvolerà alcune delle principali attrazioni turistiche in Australia. Il volo che ha ricevuto tanto entusiastica adesione è la risposta della compagna aerea alle restrizione imposte dal governo alle rotte nazionali e internazionali per via del Covid.

Molti dei confini interni sono chiusi in Australia; e così l’azienda ha deciso di offrire un volo, per il 10 ottobre, che parte e ritorna a Sydney e che sorvolerà le principali attrazioni turistiche nel Paese: l’Uluru, il monolite sacro nel cuore del deserto rosso, le Isole Whitsundays e la Grande Barriera Corallina, la Sunshine Coast; previsto persino il sorvolo a bassa quota del Sydney Harbour, lo spettacolare porto della città. Sulle sette ore di volo, sarà servito il menu di uno chef molto amato localmente, Neil Perry.

Il volo, a bordo di un Boeing 787 Dreamliner normalmente utilizzato su rotte internazionali, consente di effettuare un viaggio senza che il passeggero debba effettuare la quarantena di 14 giorni che viene imposta ai residenti nei cosiddetti ‘hot spot Covid’ quando viaggiano in un altro Stato australiano. E nonostante il costo non proprio a buon mercato (tra 572 dollari e 2.754 dollari), i posti sono andati esauriti in 10 minuti. Il volo è stato “probabilmente il più veloce venduto nella storia di Qantas”, ha confermato una portavoce della compagnia.

E farà lavorare i dipendenti Qantas che sono “entusiasti”, ma allevierà anche i clienti dell’azienda, i globetrotter abituati a saltare da un volo all’altro, che sono in crisi di astinenza. La compagnia, che è la più grande australiana, deve fare i conti con il forte calo delle sue operazioni dovuto alla pandemia da nuovo coronavirus: a fine agosto, Qantas ha annunciato che sta valutando la possibilità di esternalizzare i propri servizi di terra e comunque a giugno aveva annunciato un piano di ristrutturazione con un taglio di 6mila posti di lavoro.

Per mitigare gli effetti economici della crisi, Qantas ha anche deciso di riprendere da novembre le rotte per sorvolare l’Antartide a bordo dei Boeing 787. 

“A ciascuno il suo”. Dal vaccino contro il Covid in arrivo nel “giro di 3 o 4 settimane” al bando delle trivellazioni al largo delle coste della Florida (cruciale Battleground State), fino agli accordi biblici (di Abramo) che aprono “una nuova alba di pace in Medio Oriente”.

Una serie di mosse e proclami ad ampio spettro, condensati nelle ultime settimane prima dell’Election Day, il 3 novembre, mentre le distanze sul rivale democratico Joe Biden si accorciano clamorosamente. Ieri è stato il giorno della “pax americana in Medio Oriente”, con la firma della storica intesa per la normalizzazione delle relazioni tra Emirati, Bahrein e Israele. La cerimonia è stata quella delle grandi occasioni, con 700 invitati nel South Lawn alla Casa Bianca.

Trump ha avuto l’opportunità di mostrarsi vicino, letteralmente, al premier israeliano Benjamin Netanyahu, leader conservatore sostenuto dagli evangelici americani che dai sondaggi emergono un pò disamorati. È il vantaggio di tutti i presidenti in carica: poter creare una scenografia ad effetto per far risaltare quello che si fa.

La scorsa settimana il set per The Donald era stato allestito in Florida, lo Stato dove non si può perdere, come confermano la sconfitta di Hillary Cliton nel 2016 o la doppia vittoria di Obama nel 2008 e nel 2012. Quindi Trump è volato a Jupiter per annunciare martedì scorso un bando decennale sulle trivellazioni al largo delle coste di Florida, Georgia e South Carolina: un regalo per quei repubblicani che operano settore del turismo e dell’immobiliare, elettori che chiedono di tutelare la proverbiale bellezza delle spiagge del Sunshine State, con buona pace dell’industria del greggio che tanto vota comunque per il candidato del Grand Old Party. Nel 2018 Trump aveva promesso di voler aprire alle trivellazioni praticamente tutti gli Usa, compreso l’Arctic National Wildlife Refugee dell’Alaska. I tempi (e le occasioni) cambiano.

Così Gina McCarthy, capo dell’Environmental Protection Agency (Epa) con Barack Obama ed attuale Ceo del Natural Resources Defence Council, ha parlato di “evidente tentativo per manipolare i ‘floridians’ a due mesi dall’Election Day”. La campagna del capo della Casa Bianca sta investendo massicciamente in Florida, anche con spot in spagnolo, con il dichiarato obiettivo di conquistare il 40% degli ispanici a livello nazionale rispetto al 28% ottenuto nel 2016. Biden ha speso più del rivale negli spot televisivi in Florida, 42 milioni contro 30 (secondo Kantar/CMAG) ma la campagna del tycoon da qui all’elezione ha prenotato spazi televisivi in più per 16 milioni di dollari. In soccorso di Joe è arrivato Michael Bloomberg con un assegno da 100 milioni per la campagna sui media del Sunshine State.

Tutti in Florida. Ieri è stata la volta di Biden, dove la media dei sondaggi di Real Clear Politics lo vede avanti di soli 1,2 punti su Trump, contro i 6 punti di vantaggio di luglio. Nessuna delle ultime tre elezioni presidenziali è stata decisa in Florida con un margine superiore al 3%. Con i suoi 29 grandi elettori è lo stato storicamente più conteso.

Trump ebbe la meglio su Clinton per un pugno di voti, circa 100 mila su oltre 9 milioni di preferenze. Nel 2000 fu la Corte Suprema a decidere il vincitore: George W. Bush superò Al Gore per 537 voti. Biden e Trump sono praticamente alla pari in Florida tra gli elettori anziani, 49 a 48 per Nbc. Una cattiva notizia per il tycoon che nel 2017 si guadagnò il consenso degli ultra 65enni con un vantaggio di 17 punti.

Ma Biden è in affanno con gli ispanici: ha il 43% dei consensi contro il 45% del rivale (Quinnipiac). Stando ad Equis Research, il vantaggio di Biden in Florida, a livello statale è d 16 punti contro i 27 di Clinton nel 2016. L’ex vice presidente ha partecipato ieri ad un evento organizzato a Kissimmee, una città della Florida centrale dove il 60% della popolazione è composta da latini, soprattutto portoricani, più inclini a votare dem rispetto ai cubani che prediligono Trump.

Biden ha promesso importanti investimenti economici e in infrastrutture nell’isola dei Caraibi, sottolineando, tramite gli organizzatori della sua campagna, come nessun candidato abbia mai presentato un piano cosi’ comprensivo per Porto Rico. I latini rappresentano il 20% circa degli elettori della Florida (Pew Research Center), di cui un terzo cubani-americani e un terzo portoricani. La visita di Biden in Florida era iniziata con una tappa a Tampa, dove ha attaccato il presidente che secondo l’Atlantic avrebbe definito dei perdenti i militari caduti. La candidata dem alla vice presidenza Kamala Harris era stata a Miami la scorsa settimana, fermandosi in un ristorante venezuelano per parlare con gli elettori.

Un sondaggio pubblicato sul Miami Herald vede sul fil di lana i due candidati nella contea Miami-Dade, tradizionale roccaforte dem che Hillary sbaragliò con un vantaggio di 30 punti. I latini sono stati tra i più colpiti dalla pandemia negli Usa, ma un sondaggio del Wall Street Journal ad agosto rileva come il 48% preferisca Trump e il 38% sia per Biden. A ciascuno il suo, lo vedremo il 3 novembre. La strada per la presidenza passa sempre da qui, tra il sole e gli uragani. La Casa è Bianca, il destino del voto è rosso o blu, di che colore sarà la Florida? 

AGI – È scoppiato un altro incendio a Beirut, stavolta nel Beirut Souks, la zona commerciale della capitale libanese.

Le fiamme, di cui circolano già numerose immagini sul web, hanno avvolto un edificio non terminato e disegnato dall’archi-star iraniana, Zaha Hadid. C’è stata una serie di incendi nella capitale libanese da quando il 4 agosto una terrificante esplosione nel porto ha causato la morte di oltre 190 persone e migliaia di feriti.

A commissionare l’opera è stato il gruppo Solidere, con un progetto del valore di 40 milioni di dollari che però comprendeva anche lavori di un altro studio. La società infatti ha già realizzato un complesso nell’area a sud dei Souks, mentre questo edificio si trovava nella parte più a nord; la parte progettata da Zaha Hadid, assieme a Samir Khairallah and Partners, avrebbe dovuto diventare un centro commerciale mentre, nella stessa area, erano già stati completati un complesso cinematografico e stavano venendo conclusi l’area divertimenti e quella ristorazione. 

AGI – Il presidente Usa, Donald Trump, sarà oggi in California per un briefing sugli incendi che nell’Ovest del Paese hanno ucciso almeno 35 persone e distrutto quasi due milioni di ettari di terreno tra Los Angeles, San Francisco, Seattle, nello stato di Washington e in Oregon: complessivamente, un’area area più o meno delle dimensioni di uno stato come il New Jersey. Si recherà domani nelle zone colpite anche la candidata democratica alla vice presidenza, Kamala Harris, che in un tweet ha attaccato Trump, sostenendo che i roghi sono sono dovuti anche ai cambiamenti climatici.

“Questo è il cambiamento climatico, e questa è un’amministrazione che ha messo la testa nella sabbia”, ha affermato Eric Garcetti, sindaco democratico di Los Angeles. Delle almeno 35 persone uccise dagli incendi dall’inizio dell’estate, 27 sono morte solo questa settimana. Trump ha in programma di incontrare oggi i responsabili dei servizi di emergenza, mentre il senatore della California Harris visiterà i danni il giorno dopo. La maggior parte delle vittime si è registrata in California e Oregon.