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Il presidente del Consiglio presidenziale di Tripoli, Fayez al-Serraj, e il comandante dell'Esercito nazionale libico Khalifa Haftar, hanno adottato una dichiarazione congiunta che prevede il cessate il fuoco in Libia ed elezioni la prossima primavera. Èquesto l'esito della riunione tra i due rivali libici, che si sono incontrati nel castello di La Celle-Saint-Cloud, alle porte di Parigi, in presenza dell'inviato speciale dell'Onu Ghassan Salamè. Un incontro organizzato dal presidente francese Emmanuel Macron, il quale, annunciando l'accordo ha detto che "oggi la pace in Libia ha fatto un grande progresso" e "ora puo' vincere".

Macron ringrazia l'Italia

La dichiarazione congiunta è un documento "storico", ha sottolineato Macron, che ha espressamente ringraziato "il lavoro svolto dall'Ue e soprattutto dall'Italia "del mio amico Paolo Gentiloni, che si molto adoperato e con il quale abbiamo parlato molto in preparazione della dichiarazione odierna".

Il capo dell'Eliseo ha elogiato il premier di Tripoli e il generale Khalifa Haftar, sponsorizzato nella regione da Qatar e Egitto. L'uomo forte della Cirenaica oggi a Parigi è stato definitivamente legittimato dall'Occidente, dopo mesi di spinta per renderlo parte attiva del processo di riconciliazione. "Il coraggio da voi dimostrato oggi con la presenza qui e concordando questa dichiarazione congiunta è un elemento storico, vi assumete il rischio di lavorare insieme per un processo di riconciliazione nazionale e per la costruzione di una pace durevole", ha sottolineato Macron.

Elezioni nel 2018

Per il presidente francese il processo di riconciliazione che porterà ad "elezioni nella primavera 2018" deve avere come obiettivo a breve "eliminare traffici d'armi che alimentano il terrorismo, ed il traffico di esseri umani che alimentano le vie migratorie. Le centinaia di migliaia di migranti che si trovano in Libia destabilizzano sia la stessa Libia che l'Europa ed alimentano i traffici i cui soli beneficiari sono i terroristi. Questo è essenziale per tutta l'Europa perché se non portiamo a buon fine questo processo, il rischio terrorismo le conseguenze migratorie, sarebbero conseguenze dirette sui nostri Paesi". 

Il presidente francese ha quindi ricordato che Serraj e Haftar si sono "impegnati a rinunciare alla lotta armata, tranne che contro i gruppi terroristici, e ad un processo di cessate il fuoco, essenziale per qualsiasi progresso, con l'accordo poi per andare ad un processo elettorale in primavera, naturalmente nel contesto dell'accordo (Onu) di Skyrat. Essenziale è il lavoro di riconciliazione politica inclusiva che dia spazio a tutti i gruppi politici che vorranno modificare l'intesa di Skyrat. Tramite questo cammino la pace e la riconciliazione nazionale potranno essere raggiunti. La posta in gioco è grandissima, sia per il popolo libico che per tutta la regione perché se fallisce la Libia fallisce tutta la regione soprattutto i Paesi vicini".

La Commissione europea è pronta a intervenire per la gestione dell'emergenza migranti a sostegno dell'Italia con misure concrete da attuare rapidamente su richiesta di Roma, già nelle prossime settimane. È quanto si legge in una lettera inviata oggi al presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e firmata dal presidente Jean-Claude Juncker, dal vicepresidente Frans Timmermans e dal commissario per l'immigrazione Dimitris Avramopoulos. Ne pubblichiamo la copia che abbiamo ricevuto da fonti comunitarie.

In particolare, si legge nella missiva che "la Commissione è pronta a decidere, se il governo italiano lo ritiene utile, azioni complementari". Azioni che comprenderebbero 

  • "Fondi aggiuntivi di emergenza fino a 100 milioni nell'ambito del fondo Ue per l'asilo, l'immigrazione e l'integrazione per misure necessarie ad attuare la legge Minniti, e specialmente per accelerare le procedure di asilo e rimpatrio, per assistere le autorità locali e le comunità nell'accoglienza di migranti e per sostenere la loro integrazione". 
  • Misure per accelerare il ritmo della redistribuzione "per assicurare che tutti coloro che rispettano i criteri per il ricollocamento arrivati in Italia prima del 26 settembre prossimo siano ricollocati". 
  • Aumento del sostegno per accelerare le procedure di rimpatrio con 500 nuovi esperti di Frontex disponibili e ulteriori fondi per finanziare un maggior numero di rimpatri. 
  • Quaranta esperti in più dall'ufficio europeo per l'asilo (Easo) per accelerare l'esame delle richieste di asilo e identificare più rapidamente quelle che non rispettano i criteri; organizzare un "workshop" operativo assieme alle autorità italiane e all'Iom per aumentare l'efficacia dei rimpatri.
  • Aumento dei rimpatri volontari attraverso fondi Ue e assistenza tecnica. 

 

Si intensifica a ​Pechino​ la caccia ​ai corrotti. L’ultima vittima è di altissimo profilo: si tratta di Sun Zhengcai, 53 anni, ex capo del Partito Comunista Cinese (PCC) della municipalità sudoccidentale di Chongqing, e il più giovane tra i venticinque membri del Politburo, l’ufficio politico del Partito. Le indagini nei suoi confronti sono state confermate dalla Commissione Centrale per l'Ispezione Disciplinare (massimo organo di controllo del Partito), dopo che il 15 luglio scorso il suo posto al vertice di Chongqing, una delle quattro città-provincia della Cina – assieme a Pechino, Tianjin e Shanghai –  strategiche per ottenere promozioni ai vertici del potere, era stato preso da un altro astro nascente del PCC: Chen Min’er, classe 1956, alleato di ferro del presidente Xi Jinping, fino a quel momento a capo della provincia di un’altra provincia del Sud Ovest, il Guizhou. 
 
Le voci di un coinvolgimento di Sun nelle indagini della Commissione Disciplinare guidata dal potentissimo Wang Qishan – diffuse la settimana scorsa dal Wall Street Journal  – hanno trovato riscontro in un comunicato del Politburo, dal quale Sun verrà presumibilmente espulso. Sun è il secondo funzionario di alto profilo in pochi giorni a finire sotto indagine da parte della Commissione Disciplinare, dopo che nei giorni scorsi erano state confermate le accuse nei confronti dell'ex numero due della China Securities Regulatory Commission (Csrc), la Consob cinese, Yao Gang, il quale dovrà rispondere di violazioni disciplinari e di "avere disturbato l'ordine del mercato finanziario". Yao era sotto indagine dal novembre 2015, dopo la crisi delle Borse cinesi dell'estate precedente; un crack finanziario che aveva portato al ricambio al vertice della Csrc, nel mirino del Ministero della Pubblica Sicurezza per presunte irregolarità nell'azione di vigilanza dei mercati azionari. 
 

Verso il Congresso: si apre la lotta al potere

E’ plausibile che la campagna anti-corruzione abbia colpito anche i potenziali avversari politici di Xi, il quale al prossimo Congresso punta a consolidare una cerchia di fedelissimi all’interno del Politburo, e a introdurre la sua teoria politica nella costituzione del Partito. Sun Zhengcai è sotto indagine per “gravi violazioni disciplinari” e la sua caduta in disgrazia rappresenta uno dei casi di lotta alla corruzione di più alto profilo di quest’anno, che sarà segnato dal Congresso del PCC. La campagna contro i funzionari corrotti è stata centrale nel primo mandato di Xi Jinping (2013-2017), per il quale rafforzare il Partito è necessario per avviare importanti riforme economiche e ridurre gli squilibri sociali.
In Cina la corruzione tra i funzionari è molto diffusa ed è uno dei fattori che più di altri rischiano di causare malcontento nella popolazione, e dunque minacciare il consenso del Partito. Nel 2016 sono stati puniti circa 300 mila funzionari. Nelle maglie della caccia a “mosche e tigri” sono finite altre 210 mila persone solo nella prima metà del 2017; di queste, almeno 38 sono funzionari di alto livello.
All’importante appuntamento politico dell’autunno prossimo (la data non è ancora nota), verranno assegnate promozioni importanti. Soprattutto: si assisterà al ricambio di cinque dei sette membri del Comitato Permanente, la cerchia ristretta di dirigenti politici a livello nazionale. In un Paese dove Stato e Partito sono sovrapposti, il Comitato Permanente rappresenta il cuore del potere cinese: tutti i membri, tranne il presidente e segretario generale del Partito Xi Jinping e il premier Li Keqiang, hanno infatti raggiunto i limiti di età (68 anni) e dovranno – in base alla consuetudine – lasciare il posto. Xi, nominato al sesto plenum dell’ottobre scorso “nucleo” del Partito e di fatto il leader più potente dopo Deng Xiaoping, entrerà nel suo secondo mandato (quinquennale), e quindi resterà in carica fino al 2023 (quando avrà 68 anni). 
 
Ma non è escluso che Xi, qualora non riuscisse a individuare il suo successore, possa rompere la consuetudine ed estendere la presidenza fino a un terzo mandato 

L'appuntamento politico dell'autunno prossimo sancirà un ricambio importante dei vertici cinesi:

  •  cinque su sette membri dell'attuale Comitato Permanente del Politburo, la cerchia ristretta del potere, dovranno lasciare il posto per raggiunti limiti d'età;
  •  tra i venticinque membri dell'attuale Politburo, saranno undici quelli che dovranno ritirarsi;
  •  complessivamente, dei circa 370 membri del Comitato Centrale, il vertice a base più larga del partito, circa duecento verranno sostituiti da altri membri più giovani.

Chi sale, chi scende

L’arrivo di Chen Min’er alla guida di Chongqing, megalopoli da oltre trenta milioni di abitanti, con un prodotto interno lordo (+10,7 %) più alto della media nazionale (6,9%), aveva subito aperto a dubbi sulla sorte del dirigente politico oggi indagato: alla cerimonia di successione mancava lo stesso Sun, pare impegnato a Pechino per un vertice finanziario dei vertici del Partito. Chen è sicuramente tra i nomi oggi più interessati a una promozione nel Politburo, proprio per quel suo legame con Xi Jinping. Chen, infatti, era stato a capo del dipartimento di propaganda della provincia del Zhejiang quando Xi era segretario locale del Partito (2002-2007).

Un altro alleato di ferro del presidente cinese è Cai Qi, da poco promosso a segretario del Partito Comunista di Pechino, dopo essere stato per un breve periodo sindaco della capitale. Entrambe le cariche, di capo politico di Chongqing e di Pechino, sono particolarmente ambite dai dirigenti politici per un salto nel Politburo. Particolarmente forte sarebbe la posizione di Chen, il cui nome come astro in ascesa circola già da tempo, e c'è già chi lo dà già come possibile successore di Xi al termine del secondo mandato del presidente cinese. Un altro nome che circola da tempo nelle cronache cinesi è quello di Hu Chunhua, segretario del partito del Guangdong, la ricca provincia sudorientale da cui erano partite le riforme economiche dell'ex leader Deng Xiaoping negli anni Ottanta.

Hu Chunhua, Cai Qi e gli altri: i politici si preparano al Congresso d’autunno

Dato in forte ascesa, nel suo primo discorso da leader di Chongqing, Chen ha sottolineato l’importanza di eliminare la “malvagia influenza” del suo predecessore più noto, Bo Xilai, che aveva governato la città dal 2007 al 2012, quando venne destituito e successivamente espulso dal Pcc per uno scandalo che aveva visto al centro, oltre allo stesso Bo, anche il suo braccio destro, il capo della Pubblica Sicurezza Wang Lijun, e la moglie dello stesso Bo, Gu Kailai.

Bo aveva pulito la città dai criminali e dai corrotti e si era reso protagonista di un revival del maoismo, avviando importanti politiche sociali a favore dei migranti sprovvisti di permesso di soggiorno. “Dobbiamo assolutamente eliminare l’influenza malvagia di Bo e di Wang dal pensiero, dalla politica e dallo stile di lavoro, e creare assieme un ecosistema politico puro e un buon ambiente di lavoro”, ha dichiarato Chen senza citare mai direttamente Sun nel discorso. Bo Xilai venne condannato all’ergastolo con l’accusa di corruzione, appropriazione indebita e abuso di potere, mentre Wang venne condannato a quindici anni di carcere al termine di un processo in parte segreto per diversi reati, tra cui corruzione, abuso di potere e diserzione. Gu Kailai, la moglie di Bo, venne condannata alla pena di morte con due anni di sospensione, una pena equivalente all’ergastolo per il coinvolgimento nell’omicidio dell’uomo d’affari britannico Neil Heywood; la cui morte diede il via allo scandalo che portò Bo Xilai – fino ad allora astro nascente della politica cinese – a cadere in disgrazia. 

Il documento politico di Wang Qishan

All’uscita di scena di Sun Zhengcai erano seguite le durissime parole del capo della Commissione Disciplinare, Wang Qishan, sul futuro della lotta alla corruzione in Cina e sulla supervisione interna al Partito. Dalle pagine del Quotidiano del Popolo, l'organo di stampa ufficiale del Partito Comunista Cinese, Wang aveva definito ancora “insalubre” il clima politico in Cina e dopo cinque anni di campagna anti-corruzione, la leadership del partito rimaneva “debole” nel contrasto al fenomeno. “I problemi che stiamo affrontando si sono accumulati in un lungo periodo e richiedono un lungo periodo di tempo per essere risolti”. 

Wang, 69 anni, è oggi uno dei sette uomini più potenti della Cina, con un posto al Comitato Permanente del Politburo. Per raggiunti limiti d’età, dovrebbe lasciare la sua posizione al prossimo Congresso. Ma a Pechino c’è chi mormora, scrive il Financial Times, che Xi potrebbe invece avere in mente di affidargli un ruolo chiave per la gestione delle riforme economiche; forse, persino, al posto del premier Li Keqiang.

Sullo sfondo la sfida della crescita economica

La conferma delle indagini nei confronti di Sun è arrivata al termine della riunione del Politburo che aveva come tema “cercare il progresso, mantenendo la stabilità” e che si è concentrata soprattutto sui temi economici. Dopo il successo dei primi sei mesi, che hanno visto una crescita del 6,9%, ben al di sopra dell’obiettivo fissato a marzo scorso di una crescita attorno al 6,5%, i venticinque leader del Pcc, hanno fissato le priorità per la seconda parte dell’anno, con l’obiettivo di ridurre ulteriormente la sovrapproduzione industriale e l’effetto leva nel settore finanziario, uno dei grattacapi più preoccupanti per i dirigenti politici nazionali e la cui importanza era stata sottolineata dallo stesso Xi, ad aprile scorso. Tra i punti che sono stati sottolineati nel comunicato finale dell’incontro ripreso dall’agenzia Xinhua, c’è l’importanza di “rafforzare il settore finanziario per servire meglio l’economia reale”.

Il telelavoro? Non è mica una novità. La possibilità di lavorare dall’esterno, che sia da casa o in spazi di coworking, è una pratica ormai diffusa in tutto il mondo. Non in Giappone: il tradizionale stile di lavoro, fatto di presenza costante – se non addirittura ossessiva – in ufficio e lavoro di squadra, è uno scoglio arduo da superare. Il governo però ha deciso di spingere con forza per un cambiamento, cercando di incentivare aziende e dipendenti.

L’appuntamento nel 2020 con le Olimpiadi

A spingere in queste direzione è in primis l’appuntamento cruciale delle Olimpiadi di Tokyo del 2020: secondo le previsioni, i giochi olimpici attireranno nella capitale 920mila visitatori al giorno, una moltitudine che andrà a impattare su trasporti già pesantemente congestionati. Da qui l’idea di creare il “Giorno del Telelavoro” il 24 luglio.

Bassa produttività, calo della manodopera e crisi della natalità

A questo si aggiunge un fattore economico che ha radici più antiche e conseguenze più profonde. Sebbene i lavoratori nel Sol Levante siano famosi nel mondo per il numero di ore passate in ufficio, con tanto di scandali per i conseguenti suicidi da troppo lavoro, la produttività è bassa. Come ha riferito l’Economist, tra i Paesi Ocse, il Giappone produce solo 39 dollari di Pil per ora lavorata, rispetto ai 62 dollari degli Stati Uniti.
 
Alla bassa produttività si associa il problema demografico che vede il Paese alle prese con una carenza di forza lavoro mai vista prima per via della crisi di natalità, accoppiata a una diffidenza profonda verso l’immigrazione che si traduce in rigide barriere all’entrata. Una situazione che l’appuntamento con le Olimpiadi del 2020 non farà che esasperare con una crescente richiesta da parte delle aziende di manodopera che il mercato interno non riesce a soddisfare.

L’obiettivo è il 10% dei lavoratori da casa in tre anni

La ‘crociata’ del premier Shinzo Abe contro questo stile di vita, che vede il lavoro fagocitare la sfera privata con ricadute economiche e sociali, è partita già da tempo, tanto da essere tra i principali obiettivi della riforma del lavoro. L’intento è di arrivare entro il 2020 a superare laquota del 10% di dipendenti che per almeno un giorno a settimana non si presentano in ufficio ma lavorano da casa. Al momento si è fermi al 4%.
 
L’impegno dell’esecutivo al riguardo è “molto serio”, ha confermato Parissa Haghirian, professore di management alla Sophia University di Tokyo. “Il problema – ha aggiunto – è che le aziende hanno certe tradizioni, e vogliono mantenerle”. A preoccuparle maggiormente è la protezione di dati sensibili – chi lavora da casa ha bisogno di accedere da remoto ai sistemi interni – e la difficoltà nel supervisionare l’operato dei dipendenti.
 
Ma qualcosa si sta muovendo anche su questo fronte, con le imprese sempre più interessate ad aumentare l’efficienza e ridurre i tempi persi dai pendolari nella calca di mezzi sovraffollati. Come ha sottolineato un’indagine condotta dal ministero degli Affari Internazionali e Comunicazioni e diffusa l’estate scorsa, le imprese che nel 2015 permettevano il telelavoro erano arrivate a essere il 16,2% rispetto all’11,4% registrato l’anno precedente. Il punto però è che per il 42% delle aziende, solo il 5% dei loro dipendenti usufruisce di questa possibilità.
 
Per approfondire:
 

Otto tonnellate e mezzo di oro del più puro minacciano la pace della Montagna Sacra, che si erge tra le vette dell'Isola del Nord con i suoi ricordi di antiche leggende maori. La guerra contro lo sfruttamento delle compagnie internazionali adesso la conducono i kiwi, i discendenti dei coloni bianchi, nel nome della salute e della pace che nasce in un luogo degno di aver ispirato un'enciclica ambientalista. Il loro peggior nemico però non sono nemmeno le ingordige e la sete di quattrini, quanto le false garanzie di una legge che dovrebbe tutelare l'ambiente e le sue aree protette, ed invece è piena di falle e scorciatoie.

Parliamo di decine di milioni di euro

Ad ogni modo, è un fatto che la vena aurifera della Montagna Sacra, e più in particolare della Karangake Gorge che ne è il punto più bello ed è proprio quello dove è stato trovato il tesoro, vale tanti tanti soldi. Finora, con una ricerca mineraria pienamente legale, ne sono stati individuati 8.500 chili, ma il tutto pare valga decine di milioni di euro. Un giacimento tra i più grandi della Terra, da collocare nelle statistiche tra il 5 percento dei giacimenti più ricchi in assoluto.

Un ricchezza davvero alla portata di tutti?

E chi se la sente di dire di no allo sfruttamento, soprattutto ora che l'oro è in rialzo sui mercati internazionali? Si prospetta, insomma, la concreta possibilità dell'ennesimo scempio nel nome della creazione di una ricchezza che, sostengono quelli della New Talisman Gold Mines, in fondo andrebbe anche nelle tasche degli abitanti del luogo. Tutti sanno che una miniera porta lavoro ed il lavoro porta benessere diffuso. Ma loro, i supposti beneficiari di tanta generosità della New Talisman, non ne vogliono sapere.

Anche l’ecoturismo genera ricchezza

Non si tratta solo di rispetto delle tradizioni, della cultura e dell'ambiente in senso astratto. Di lì, sostengono, passano sì le vene aurifere ma anche le falde acquifere che tutti i giorni li dissetano. E i soldi arrivano dall'ecoturismo: la Karangake Gorge è così bella che induce alla pace e alla serenità (e su questo punto insistono con particolare foga, nemmeno fossero seguaci di Francesco), uno dei luoghi più affascinanti del Continente Australe. Da sempre ispira arte e leggende. 

Monti sacri per i maori

Infatti sono monti sacri fin dall'alba dei tempi per i maori, che vi ambientarono – una volta di più, proprio nella Karangake Gorge – la storia di un amore tra una donna mortale, una ragazza figlia di un capovillaggio, ed un essere immortale. Un fauno, diremmo noi, o qualcosa di simile: un ‘taniwha’ abitatore delle fonti e delle foreste che l'accolse con sè quando lei vagava per i boschi per sfuggire alla strage della sua famiglia. E che da lei fu abbandonato quando tornò a farsi vivo il padre, a riprendersi figlia e villaggio, ristabilendo l'ordine naturale delle cose. Il fauno, con il cuore spezzato, si addentrò ancor più nella foresta e nessuno lo vide più: eterna storia dell'amore impossibile tra due esseri diversi, che per la possibile gioia di Frazer ricorda specularmente quella di Numa ed Egeria. Ma anche parabola della legittimità del potere e del ritorno del Re. Guardacaso: a poche decine di chilometri si trova Hobbiton, scenario cinematografico delle gesta tolkeniane del Signore degli Anelli e di Aragorn, il Re che fa il suo ritorno nella terza parte della saga fantasy più famosa del mondo.

Una legge che fa acqua da tutte le parti

Per rendersi conto della bellezza di questi monti basta ricordarsi dei sentieri su cui viaggiava la Compagnia dell'Anello. Ci si chiede allora come mai la legge neozelandese istituisca delle aree protette per poi permettere, nella medesima pagina, una serie di eccezioni per cui ora sono una cinquantina i siti nominalmente tutelati e oggettivamente sfruttati, nello stesso istante.

La legge è legge, e da sempre le grandi compagnie la sanno sfruttare. Quindi la New Talisman ha buon gioco nel dire che tutto è permesso, e che loro in fondo vogliono solo perforare dove già lo si faceva fino al 1992, e che la cosa ha tutti i crismi e le autorizzazioni pubbliche. In effetti è così, e non lo negano nemmeno gli abitanti della zona. Per questo si dicono traditi da tutti, e pronti ad ogni tipo di azione.

"Non volevamo, ma non abbiamo altre strade" spiega la loro portavoce, Ruby Jane Powell. Sfruttano, a riguardo, la migliore conoscenza del terreno, e cioè il fatto che l'accesso all'imboccatura della miniera è possibile solo passando da una stradina sterrata, dove adesso loro vanno a passeggiare in gruppo dalla mattina alla sera. E camminano lentamente, ma proprio lentamente, perché l'aria di montagna così entra meglio nei polmoni e si sente meno la puzza del camion che, disgraziatamente, è costretto a procedere per chilometri a passo d'uomo con il suo carico di putrelle e macchinari per riavviare la produzione. 

Dai picchetti ai chiodi sulla strada

Di recente però la questione ha preso una piega più preoccupante, perché dalle passeggiate si è passati ai picchetti e dai picchetti – almeno così lamenta la New Talisman – ai chiodi a tre punte rinvenuti lungo la strada. Difficile sostenere che siano prodotti dell'azione degli agenti atmosferici. In fondo è l'altro volto della pace e della serenità che ispirano queste montagne, che nelle loro viscere nascondono pur sempre tetri antri e cupi orridi. Proprio come le miniere di Moria del Signore degli Anelli, dove i nani scavarono per secoli alla ricerca di ricchezze, prima di accorgersi di aver scritto la parola fine sul loro stesso mondo.

Giudicata infruttuosa la conta delle pecore, scartato il ricorso alla consueta valeriana o a qualche tranquillante, una donna della verdeggiante Vallonia, afflitta dall'insonnia, si è rivestita e ha preso l'automobile per farsi un giro. Nulla di singolare, se non fosse che a 79 anni la signora si è messa alla guida di una Porsche Boxster GTS e che il giro lo ha fatto – attesta un autovelox – alla velocità di 238 chilometri all'ora. Inevitabile che il movente della mattana, reso a un giudice della città di Namur, diventasse notizia.

La setta degli insonni

La donna, secondo la Gazzetta di Anversa, ha spiegato all'esterrefatto, forse scettico magistrato che alla guida dell'auto cercava semplicemente di "svuotarsi la testa". Un tentativo comprensibile a chiunque faccia parte di quella "setta degli insonni", che comprende "uomini e donne di tutte le estrazioni sociali, di tutte le età, razze e religioni" citata ne "Le conseguenze dell'amore" di Paolo Sorrentino, dove però il protagonista Titta Di Girolamo si limita a accendersi una sigaretta gironzolando per la stanza.

Consapevole dell'infrazione – rilevata nella notte fra il 17 e il 18 giugno del 2016 – l'anziana ha aggiunto che non s'era proprio resa conto di andare così forte. Non si sa se dopo la cavalcata in Porsche sia riuscita a dormire, ma si sa che questo metodo le è costato 4 mila euro di ammenda e tre mesi di sospensione della patente di guida. La Porsche Boxster GTS raggiunge una velocità massima di 280 chilometri orari e va da zero a cento in cinque secondi.

Caccia al leone in Francia da giovedì 20 luglio: al quarto giorno la notizia, prima confinata nella zona dei Paesi della Loira, è diventata un dubbio nazionale, perché malgrado cinque testimonianze non c'è ancora certezza sulla reale esistenza di un felino in libertà. Sono incessanti le ricerche della polizia, cominciate nei dintorni di Saint-Jean-sur-Erve, un comune a ovest di Mans, dove è stato avvistato il leone che ora si ipotizza  diretto verso la Bretagna. Una squadra di quindici gendarmi è mobilitata per catturare l'animale.

Cinque testimoni e uno ha sentito il ruggito

Tutto è cominciato da una segnalazione nella tarda mattinata di giovedì 20, quando un camionista di passaggio ha dichiarato alla gendarmeria di avere avvistato un "leone senza criniera" (si presume dunque una leonessa o un giovane esemplare di maschio) di un metro circa di altezza non lontano dalla strada, nei pressi di Saint-Jean-sur-Erve. All'incredulità dei gendarmi, l'autista ha opposto la certezza dell'avvistamento: "Vengo da una famiglia di cacciatori e vi assicuro – ha asserito secondo quanto riferisce Le Figaro – che non era una lince né un grosso gatto, ma un leone in tutto e per tutto".

Successivamente, altre quattro persone hanno contattato le forze dell'ordine per segnalare di avere visto il felino e una di loro ne avrebbe addirittura sentito il ruggito nei pressi del comune di Changé, nella banlieue nord di Laval. "Al momento abbiamo cinque testimonianze attendibili. C'è una descrizione ricorrente dell'animale con dettagli che non abbiamo comunicato agli organi di informazione" ha spiegato il colonnello David Bièvre, che comanda la gendarmeria dipartimentale della Mayenne.

Allo scopo di catturare il felino, le forze dell'ordine hanno chiesto aiuto al rifugio dell'Arche, un centro di salvaguardia specializzato nell'accoglienza di animali feriti o abbandonati, sito a Saint Fort, a sud di Château-Gontier. "In Mayenne, siamo praticamente gli unici a essere attrezzati con fucili caricati a narcotico per addormentare questo tipo di animali. E' per questo motivo che la gendarmeria si è rivolta a noi" ha detto a Le Figaro una dipendente dell'Arche, Aude Huchedé.

Dubbi in prefettura: né impronte né attacchi al bestiame

Le autorità stanno cercando di ipotizzare la provenienza del felino: "Abbiamo condotto alcuni accertamenti, ma non ci sono circhi né proprietari di felini recensiti nella zona" ha dichiarato Anthony Boukoucha, capo di gabinetto del prefetto di Mayenne, il quale si dice scettico: "Le testimonianze sono sempre quelle di persone sole, senza un altro testimone accanto. Non esistono foto né video, non ci sono animali di cui è stata segnalata la fuga, non esistono impronte né si lamentano attacchi alle pecore o alle vacche nelle zone che il leone avrebbe attraversato. Ciò mi sembra abbastanza sorprendente, considerando che un leone ha bisogno di almeno sette chili di carne al giorno per sfamarsi", ha aggiunto il capo di gabinetto del prefetto.

Tuttavia, la gendarmeria della Mayenne ha postato sul suo account Facebook una serie di raccomandazioni alla cittadinanza circa il comportamento da tenere nel caso ci si imbatta nell'animale. Ci sono però poche possibilità che l'eventuale proprietario dell'eventuale leone ne denunci la fuga: rischierebbe, per il possesso del felino senza permesso, fino a due anni di galera e un'ammenda di 150 mila euro.

Delusione, non tanto per l'attesa sconfitta del campione, ma per il fatto che la tanto pubblicizzata gara con lo squalo è stata soltanto virtuale. Pubblico televisivo deluso e Michael Phelps, il più grande nuotatore di tutti i tempi, americano, 32 anni, 23 medaglie d'oro olimpiche e 39 record mondiali, battuto. Lo show è andato in scena domenica nelle gelide acque di Cape Town, in Sud Africa, con l'atleta equipaggiato con una monopinna, che ha cercato di superare in velocità un grande squalo bianco, uno dei più temibili predatori dei mari.

La gara è stata organizzata da Discovery Channel nell'ambito della ormai classica settimana dedicata alla conoscenza degli squali. Nelle acque del Capo di Buona Speranza, dove confluiscono gli oceani Atlantico e Indiano, Phelps ha nuotato da solo, non in contemporanea con lo squalo, il cui percorso è stato affiancato a quello dell'olimpionico grazie agli effetti speciali. Lo squalo ha vinto per due secondi con il salto finale che gli ha permesso di raggiungere la foca che fungeva da esca e di superare con il balzo il traguardo virtuale del percorso, naturalmente lungo quanto quello che ha visto in azione Phelps.

 Scheda: Le 4 volte che un atleta ha sfidato un animale, e perso miseramente 

Non è la prima competizione tra uomo e animale anche in acqua, nel 2011 il nuotatore italiano Filippo Magnini, campione mondiale dei 100 metri stile libero, venne ampiamente battuto in una sfida contro due delfini. Nel 2013 due giocatori di football americano corsero contro i ghepardi Jenna e Nave per un documentario di National Geographic. Uno dei due umani, Davin Hester dei Chicago Bears, vinse di qualche millesimo di secondo, contro il felino considerato l'animale più veloce del pianeta. Un militare dei Navy Seals, corpo d'elite della Marina militare statunitense, nel 2003 si cimentò in un percorso a ostacoli contro un scimpanzè per lo show televisivo "Man vs. Beast" (Uomo contro bestia), e vinse superando la proverbiale agilità della scimmia. Un altro concorrente di quella trasmissione perse invece contro un orso: la sfida era a chi mangiava di più e il plantigrado si dimostrò assai più vorace. In un paesetto del Galles, poi, si sono inventati la gara annuale "Man vs. Horse" (Uomo contro cavallo). Si disputa dal 1980 e finora solo per due volte l'umano è stato primo al traguardo.

Negli Stati Uniti il tabacco è un affare per poveri. Sono le classi meno abbienti a tenere vivo il mercato del fumo, con danni incalcolabili per la salute. Se il tasso di fumatori in percentuale è sceso, la popolazione è comunque aumentata, trasformando la nazione in un fruttuoso business in espansione: a livello nazionale sono circa 45 milioni gli americani che fumano. Basti pensare che per la British american Tobacco (Bat), il colosso multinazionale che ha da poco acquisito anche Reynolds american, gli Stati Uniti restano, dopo la Cina, il mercato più imponente. 

Tante le ragioni: leggi fluide, supporto politico grazie all'influenza delle lobby e tasse basse sulle sigarette. E' il Guardian a raccontare, con un ampio reportage, la mappa del tabacco americano. Le bandierine rosse sono puntate sugli Stati a reddito più basso. Come la Virginia Occidentale, che detiene il triste primato di Cenerentola d'america con salari e condizioni di vita inferiori alla media nazionale. E' qui che si registra probabilmente la più alta concentrazione di fumatori, che arrivava addirittura al 37% in alcune contee lo scorso anno. Questa percentuale cosi' alta segue un consolidato trend nazionale. Quello che è cambiato negli ultimi 50 anni, infatti, è il ritratto del fumatore tipo.

Fumatori? Poveri, poco istruiti e marginalizzati

Oggi gli americani benestanti non fumano molto come prima e le percentuali calano anche tra la classe media. Il tasso più alto di tabagisti è tra "poveri, meno istruiti e marginalizzati". Ovviamente questi numeri si traducono in una vera e propria crisi, con centinaia di casi di persone costrette a fare i conti con problemi di salute come tumori alla bocca, alla gola e ai polmoni, bronchiti croniche, asma.
Tom Takubo dirige a Charleston, la capitale, la più importante clinica pneumatologica della Virginia Occidentale. Il medico visita ogni giorno almeno una trentina di pazienti con queste patologie. La spiegazione è nei numeri diffusi dalla Robert Wood Johnson Foundation. a livello nazionale il tasso di fumatori è sceso dal 42,4% del 1965 al 16,8% del 2014, ma in questo angolo degli Stati Uniti la percentuale complessiva resta ferma al 26%. 
Il dottor Takubo, oltre ad essere uno pneumologo, è anche un senatore dello Stato, in forze al partito repubblicano. In questa doppia veste aveva provato a far passare una legge che punisse gli adulti che fumano in macchina in presenza di bambini, colpito dalla storia di una giovane paziente ammalatasi per colpa delle sigarette del padre. Eppure i suoi colleghi del Gop hanno bocciato la proposta. Non bastano morti e malati a scalfire lo strapotere della lobby del tabacco, capace di comprare consensi a qualsiasi livello in uno Stato colpito da una emergenza sanitaria dopo l'altra.
 

Tabacco, l'oppio dei poveri

La Virginia Occidentale, infatti, detiene anche un altro triste primato: questa aerea è anche quella più colpita dalla cosiddetta "crisi degli oppioidi", con il numero maggiore di overdose a livello nazionale. Eppure, nonostante ciò, i tumori legati all'abuso di tabacco seminano più sofferenza e distruzione delle droghe. Se l'abuso di stupefacenti ha portato via la vita di 41 persone su centomila nel 2015, il cancro alla gola e ai polmoni ha seminato il triplo delle morti. 
 

La città dove fuma un abitante su due

Il caso più emblematico è quello della contea di Calhoun con 123 morti su centomila per cancro. In questa città fuma quasi la metà della popolazione. In pratica un decesso su cinque, tra adulti di eta' superiore ai 35 anni, è provocato dal fumo. Una tassa sul tabacco potrebbe senz'altro migliorare la situazione, sia scoraggiando il consumo che facendo respirare le finanze di uno Stato in cui ogni anno si spendono 277 milioni di dollari in assistenza medica. 
Lo spettro di una controriforma sanitaria in programma al Senato, che limiti l'assistenza sino ad ora garantita ai malati indigenti, fa tremare più di un polso. Si', perchè a pagare saranno sempre i poveri. Negli Stati Uniti, infatti, il problema è oggi legato essenzialmente al reddito e al grado di istruzione: il 34% dei diplomati fuma, ma solo il 3,6% dei laureati dipende dalla sigaretta. E tutto cio' accade sotto lo sguardo immobile della politica. Il giro di denaro delle lobby e dei gruppi di pressione è notevole, nonostante le multinazionali del tabacco spendano meno in attivita' persuasive di quanto accadeva in passato. Qualche numero: lo scorso anno nel Dakota del Nord e in Colorado sono stati investiti rispettivamente 4 e 7 milioni in attivita' di comunicazione e lobby per bloccare una tassa sulle sigarette
 

I soldi per la prevenzione sono bloccati 

Le compagnie sono anche costrette a pagare agli Stati i danni per le conseguenze sulla salute, eppure una frazione minima, solo l'1,8%, di questo denaro che entra nelle casse pubbliche è utilizzato per campagne contro il fumo. Il caso della Carolina del Nord, lo Stato leader nella produzione del tabacco, è emblematico. I 139 milioni ricevuti annualmente dovevano essere ripartiti tra campagne di prevenzione, sostegno alle comunita' rurali e alle aziende di tabacco. 
Eppure nel 2011 i soldi destinati alla salute sono stati bloccati, ma non così quelli destinati allo sviluppo dell'industria del tabacco. In questo stato, a Winston-Salem, si trova anche la sede del gigante Reynolds american. La citta', con 5000 abitanti impiegati nella compagnia, ha costruito sulle foglie verdi del tabacco la sua fortuna e la sua possibilita' di sopravvivenza. La Reynolds, infatti, in un rapporto indissolubile tra benefici e danni, non solo ha creato lavoro, ma ha anche dotato Winston-Salem di strutture come scuole, ospedali, parchi, teatri, campi sportivi. Ma resta il problema di chi lavora nei campi di tabacco, dove le paghe sono basse e spesso incerte, determinate dall'altalena stagioni. Non solo. 
 
Nelle aziende agricole dello Stato il lavoro dei bambini dai 12 anni in poi è perfettamente legale. Il fenomeno dei piccoli contadini "è una conseguenza dei salari troppo bassi. Una famiglia non puo' vivere con 7,25 dollari all'ora" dice Catherine Crowe, che lavora con un sindacato. In sostanza non si puo' impedire ai bambini di lavorare, se al contempo non si aumentano gli stipendi degli adulti. Il circolo è vizioso. Dal gigante Bat, intanto, si attendono le risposte.

Quattro importanti accordi in diversi settori, tra cui il sostegno al ministero degli Esteri palestinese, attività di formazione di risorse umane, e alcuni accordi di cooperazione economica e culturale. E' quel che è emerso dalla recente visita – durata quattro giorni – di Mahmoud Abbas, a capo dell'Autorità Nazionale Palestinese, in Cina. Uno dei progetti più importanti che Pechino sosterrà in Palestina è la costruzione della zona industriale di Tarqomia, a ovest della città di Hebron, in cui è previsto anche lo sviluppo di energie alternative. Tra le richieste di Abu Mazen alla sua controparte cinese c'è stata anche quella di avviare in Cina attività di promozione del turismo cinese in Palestina, con la promessa da parte del presidente dell'ANP di adoperarsi rimuovere tutti gli ostacoli burocratici alla concessione di visti turistici.

Rapporti commerciali che inquietano Israele

La Cina, membro permanente del Consiglio di Sicurezza Onu, formalmente sostiene la causa palestinese, anche se si è sempre esposta molto meno di quanto storicamente non facciano gli Stati Uniti nei confronti di Israele. Recentemente, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha invocato la limitazione delle relazioni diplomatiche con ogni paese – compresa la Cina – che abbia sostenuto la risoluzione Onu 2334, che condanna gli insediamenti illegali dei coloni israeliani, compresi quelli a Gerusalemme est. Un "incidente" che ha spinto l'ambasciata israeliana a Pechino a rassicurare la Cina, affermando che la cooperazione tra i due paesi non sarebbe stata danneggiata dalle decisioni di Netanyahu.

Per Pechino Hamas non è terrorismo

Sin dalla fondazione dello Stato di Israele, le amministrazioni cinesi hanno sempre mantenuto la trasversalità dei loro rapporti internazionali in Medioriente, coltivando relazioni con Israele e con i Paesi arabi e sostenendo gli Accordi di Oslo. Sia Arafat che Mahmoud Abbas hanno visitato più volte la Repubblica cinese. Quando nel 2006 Hamas vinse le elezioni in Palestina, Pechino si rifiutò di designare il gruppo come "organizzazione terroristica", ribadendo la legittimità di un movimento che era stato eletto dal popolo palestinese. Nel novembre 2012, la Cina è stata tra i paesi che hanno votato a favore della risoluzione 67/19 dell'Assemblea generale, per dare alla Palestina lo status di Stato non membro e osservatore alle Nazioni Unite.

Dalla Palestina passa la Via della Seta

Nel 2016 il presidente cinese Xi Jinping ha riaffermato il sostegno cinese "alla istituzione di uno stato palestinese con capitale Gerusalemme est", durante un meeting della Lega Araba in cui era stato invitato. Fu in quella occasione che Xi Jinping annunciò inoltre l'avvio di un progetto da 7.6 milioni di dollari per la costruzione di pannelli solari nei territori palestinesi. Quasi un anno dopo, ad aprile 2017, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi – durante un meeting con il suo omologo palestinese Riyad al Maliki – affermò che "la mancanza di uno stato palestinese indipendente costituisce una terribile ingiustizia". Per la Cina, l'iniziativa strategica della "Nuova via della Seta" – volta a migliorare i collegamenti e la cooperazione con i paesi della cosiddetta Eurasia – passa necessariamente dalla cooperazione anche con Israele, oltre che dall'utilizzo del proprio soft power nei paesi arabi, nel tentativo di mantenere la tradizionale neutralità e il tipico basso profilo degli ultimi decenni.

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