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AGI – Un terremoto di magnitudo 7.1 ha colpito l’Antartide ieri notte, seguito da un’altra scossa registrata nel Cile centrale, mentre un falso allarme tsunami ha causato il panico tra la popolazione.
Il terremoto avvenuto alle 20:36 locali (le 00:36 in Italia in Italia) in mezzo al mare, a circa 210 km dalla base cilena Eduardo Frei in Antartide, e la conseguente allerta tsunami, hanno fatto scattare l’allarme evacuazione per nove basi militari e scientifiche del Cile e altri Paesi. 

L’Ufficio emergenze nazionali (Onemi) ha lanciato l’allerta tsunami per l’area antartica, ma a causa di un errore tecnico il messaggio è arrivato ai cellulari di buona parte dei 18 milioni di abitanti del Paese. Ottanta persone sono state evacuate dalla base Frei, che si trova a 1.230 km dalla terraferma, sull’isola di King George e ha una popolazione massima di 150 persone in estate e circa 80 in inverno.

Altre 80 persone sono state evacuate dalle basi cilene di O’Higgins, Fildes e Prat, dove non sono stati registrati danni; piani di evacuazione sono stati attuati anche in cinque basi straniere nelle vicinanze, sebbene non sia stato specificato di quali Paesi. Dopo quasi due ore, Onemi ha ritirato l’allerta tsunami. 

Nessun pericolo per la stazione antartica italo-francese di Concordia a Dome C., che ha registrato con la sua strumentazione il sisma, ma si trova molto lontana dalla base Frei, ha fatto sapere il Cnr che ne coordina le attività dal punto di vista scientifico. 

Meno di un’ora dopo questa scossa, alle 21:07 ora locale, si è registrato un altro terremoto di magnitudo 5.8 con epicentro a 14 km da Santiago, a 122 km di profondità. Onemi ha fatto sapere che non sono stati segnalati danni a persone o edifici. La scossa ha generato panico tra la popolazione perché per sbaglio ha ricevuto sui cellulari l’allarme tsunami, che però si riferiva alla costa antartica.

AGI – Il processo di impeachment dell’ex presidente Donald Trump inizierà la settimana dell’8 febbraio: lo slittamento è stato annunciato dal senatore Chuck Schumer, dopo che il leader repubblicano del Senato Mitch McConnell aveva chiesto il rinvio per dare alla difesa dell’ex presidente il tempo di preparare il suo caso. 

Il compromesso tra dem e Gop

“Una volta redatti i fascicoli, la presentazione da parte delle parti inizierà la settimana dell’8 febbraio”, ha riferito Schumer ai suoi colleghi del Senato assicurando che sarà “un processo completo ed equo”. La tempistica è il compromesso ‘bipartsan’ raggiunto dallo stesso senatore con McConnell che chiedeva un rinvio a metà febbraio. La Camera alta del Congresso Usa nel frattempo andrà avanti con la discussione delle misure anti-Covid e con le udienze per la conferma dei ministri nominati dal nuovo presidente Joe Biden.

Soddisfazione di McConnell

“Questa è una vittoria per un processo giusto e imparziale”, ha commentato Doug Andred, portavoce di McConnell. Di fatto si tratta di un segnale di collaborazione bipartisan, come auspicato dal nuovo inquilino della Casa Bianca, che però ha deluso l’ala radicale dei dem che chiedeva un processo immediato.

Per il secondo giorno consecutivo negli Stati Uniti sono stati fatti più di un milione di vaccini. Il dato è riportato dai Centri federali della sanità. Se questo ritmo venisse mantenuto a lungo, verrebbe raggiunto, e superato, il traguardo che il nuovo presidente, Joe Biden, si è posto alla vigilia del suo mandato: fare cento milioni di vaccini nei primi cento giorni della sua presidenza. Quella che sembrava un’impresa, in realtà appare quasi un ‘facile’ obiettivo. 

L’incremento, rispetto al passato, non è poi così significativo: sotto l’amministrazione Trump sono state somministrate in media 914 mila dosi al giorno, con un record di 1,1 milione di dosi registrato una settimana fa. Finora sono più di 17,5 milioni le persone vaccinate, di cui due milioni e mezzo hanno ricevuto la seconda dose.

Secondo Nbc News, Biden è intenzionato a incoraggiare gli Stati ad avviare fin da subito la vaccinazione anche tra le persone che hanno almeno 65 anni, assieme ai lavoratori essenziali, compresi gli insegnanti e chi lavora nei negozi di alimentari. Il problema sono le scorte: molti Stati hanno comunicato di essere in grado di aumentare il ritmo dei vaccini, ma di non avere dosi a sufficienza.

Nella sola città di New York sono stati fatti più di 500 mila vaccini, ma a 25 mila persone è stato annullato l’appuntamento perché non c’erano più scorte. L’obiettivo di raggiungere il milione entro fine mese è destinato a sfumare, ma non è un problema che riguarda solo New York.

Questa nuova emergenza americana potrebbe finire per mettere in ulteriore difficoltà l’Europa e l’Italia. Proprio per favorire l’amministrazione Biden, Pfizer avrebbe ridotto la distribuzione nel Vecchio continente del numero di scorte già promesse. Se così fosse, saremmo di fronte a una agghiacciante competizione Europa e Stati Uniti per accaparrarsi le dosi. Secondo il commissario straordinario per l’emergenza Covid-19, Domenico Arcuri questa settimana l’Italia ha ricevuto il “29 per cento in meno del previsto”, la prossima settimana arriverà il 20 per cento in meno. Le regioni minacciano di fare causa a Pfizer, e vogliono capire se l’America ha svolto un ruolo diretto nelle scelte della casa farmaceutica. Le conseguenze della pandemia, però, non si attenuano: mercoledì, giorno dell’insediamento di Biden, si sono registrati negli Usa 4.131 morti, nuovo record del 2021, dopo quello registrato il 7 gennaio. Il totale dei decessi, secondo i dati della Johns Hopkins University, è salito a 410 mila, quello dei contagi è arrivato a 24 milioni e 611 mila.

AGI – Se Asia, Africa e Sud America sono terreno di conquista per i vaccini cinesi e per quello russo, i Paesi del Nord del mondo, Europa e Stati Uniti in testa, ma anche Giappone e Corea del Sud, hanno scelto di puntare sui vaccini prodotti da Pfizer e BioNTech e da Moderna. Con l’eccezione dell’India che invece ha scelto di puntare sul vaccino sviluppato a Oxford da Astrazeneca. C’è una evidente correlazione tra relazioni geopolitiche e diplomatiche dei diversi Stati e la mappa di distribuzione dei vaccini anticovid. Per rendersene conto basta vedere dove sono autorizzati i diversi vaccini che sono attualmente disponibili contro il Covid-19.

Il vaccino prodotto dalla multinazionale americana Pfizer e sviluppato dall’azienda tedesca Biontech, al momento è stato autorizzato per uso in emergenza negli Stati Uniti, nel Regno Unito, nell’Unione Europea, dalla Svizzera, in Israele, Canada, Messico, e ora si attende anche il via libera dalla Corea del Sud e dal Giappone. Il 17 marzo del 2020 Pfizer e BioNTech hanno concluso un accordo che prevede lo sviluppo del vaccino e la sua distribuzione in tutto il mondo ad eccezione della Cina, dove BioNTech ha già stipulato un accordo ad hoc con Fosun Pharma.

Gli stessi Paesi che hanno autorizzato il vaccino di Pfizer/BioNTech hanno anche autorizzato il vaccino messo a punto dalla startup americana Moderna in collaborazione con il National Institute of Health americano che, a sua volta, ha sottoscritto un accordo con la multinazionale svizzera Lonza per la produzione e la distribuzione del vaccino su scala mondiale. Il via libera ai due vaccini in questi Paesi è stato anche facilitato da un accordo speciale che lega tra loro le autorità che sono chiamate ad autorizzare la distribuzione dei farmaci nei rispettivi Paesi e che vede coinvolti tra loro l’Agenzia del Farmaco Europea (EMA) e quelle canadese, svizzera e giapponese che ha permesso ai responsabili di queste agenzie di partecipare al processo autorizzativo europeo e di condividere dunque i dati presentati.

Nonostante questo accordo, non sarà possibile lanciare una campagna di vaccinazione prima di maggio in Giappone a causa delle legge nazionali che prevedono una sperimentazione del vaccino su scala nazionale, prima di poter essere autorizzato. I costi elevati e i limiti nella produzione dei vaccini che stanno rallentando la distribuzione anche nei Paesi che hanno già prenotato diversi milioni di dosi come per esempio l’Unione Europea e il Canada con il vaccino Pfizer/Biontech, sono anche un ostacolo all’adozione di questi vaccini in altri Paesi del mondo, soprattutto quelli molto popolosi e meno ricchi come l’India e quelli africani. Sono proprio questi Paesi che guardano con maggiore interesse agli altri vaccini disponibili.

Per esempio l’India che ha avviato a suo tempo – grazie ai rapporti consolidati con gli enti di ricerca britannici – una sperimentazione su scala nazionale del vaccino prodotto dalla multinazionale anglo-svedese AstraZeneca e sviluppato dallo Jenner Institute di Oxford (UK) che sarà prodotto in loco dal Serum Institute, uno dei più grandi produttori di vaccini del mondo. Per i vaccini di Pfizer/Biontech e di Moderna il mercato indiano potrebbe restare precluso, anche se, nelle ultime settimane si sono intensificati i rapporti tra Moderna e la  Hyderabad Indian Immunologicals Limited (IIL) di Hyderabad per la produzione in loco del vaccino americano.

Questo permetterebbe una riduzione considerevole dei costi e la leva del prezzo contenuto ha spinto anche il Brasile di Jair Bolsonaro a cercare il vaccino prodotto in India. Non a caso il vaccino di AstraZeneca è uno dei due vaccini autorizzati all’uso di emergenza in India insieme a quello prodotto dalla farmaceutica indiana Bharat Biotech e l’India è il solo Paese, dopo il Regno Unito ad aver autorizzato la distribuzione di questo vaccino.

Il vaccino è stato infatti progettato proprio per avere un costo contenuto e Astrazeneca ha dichiarato che fin tanto ci sarà l’epidemia non caricherà sul prezzo del vaccino i costi derivanti dallo sfruttamento del diritto d’autore, ovvero i costi di brevetto. Proprio il via libera a questo vaccino da parte della MHRA, l’autorità inglese di controllo che è arrivato scavalcando anche altre domande che erano state presentate (per esempio, quella del vaccino di Moderna) aveva suscitato una serie di polemiche che hanno evidenziato come i processi che portano all’autorizzazione e quindi alla distribuzione dei vaccini siano sensibili alle pressioni dei governi. 

Discorso analogo vale anche per il vaccino russo Sputnik V che è stato autorizzato per primo in Russia già ad agosto e che poi è stato via via adottato dai paesi che hanno un rapporto diretto con Mosca: Bielorussia, Serbia, Argentina, Bolivia, Algeria, Palestina, Venezuela, Paraguay e Turkmenistan.

Chi ha usato i vaccini come strumento di offensiva diplomatica è stata però la Cina. Il governo di Xi Jinping ha infatti sfruttato la potenza biotech cinese (4 dei 12 vaccini attualmente autorizzati sono di produzione cinese) per consolidare rapporti con Paesi che si trovano lungo la Via della Seta e nel continente americano: dal Brasile ai Paesi del Sud Est Asiatico, per non parlare dell’Africa dove la Cina sta implementando una vera e propria infrastruttura di distribuzione del vaccino, sono ormai diversi i Paesi che hanno avviato una concreta collaborazione con il governo di Pechino su questo fronte e hanno anche stretto importanti accordi politici.

Come per esempio l’Etiopia che ospiterà uno dei siti di produzione dei vaccini cinesi proprio alle porte di Addis Abeba, o l’Egitto e il Marocco che insieme a Brasile Cile, Emirati Arabi e Arabia Saudita, hanno ospitato una serie di sperimentazioni che hanno permesso di valutare l’efficacia dei diversi vaccini prodotti dalle aziende farmaceutiche cinesi. Ultimate le sperimentazioni, questi Paesi sono ora in prima fila per ricevere le dosi dei vaccini necessarie per le rispettive campagne vaccinali.

AGI  – Dall’ex capo stratega della Casa Bianca Steve Bannon, al rapper Lil Wayne, dall’ex ingegnere di Google Anthony Levandowski all’imprenditore playboy italiano Tommaso Buti: è assai variegata la lista delle 73 persone che hanno ricevuto la grazia da Donald Trump nel suo ultimo giorno da presidente degli Stati Uniti, un numero al quale vanno aggiunte altre 70 persone che hanno goduto di una commutazione della pena.

Artefice della campagna elettorale che portò il magnate alla presidenza nel 2016, Bannon era stato accusato di appropriazione indebita di fondi raccolti per la costruzione di un muro anti migranti al confine tra Stati Uniti e Messico. Il 67enne ex direttore di ‘Breitbart’ era stato licenziato nell’agosto 2017 in seguito a una sua dichiarazione nella quale aveva contestato l’approccio dialogante adottato dalla Casa Bianca con la Corea del Nord.

Un perdono scontato

Il suo perdono era stato ampiamente anticipato dai media, che avevano parlato di un recente riavvicinamento tra lui e Trump, così come era atteso quello di Wayne, che rischiava fino a dieci anni di carcere per possesso illegale di un’arma da fuoco. Ha “già pagato un prezzo significativo”, secondo la nota della Casa Bianca, Levandowski, l’ex ingegnere di Alphabet che portò con sé i segreti industriali dell’auto elettrica di Google quando nel 2016 fondò la startup Otto, poi venduta a Uber. Condannato lo scorso agosto a 18 anni di prigione, Levandowski potrà ora, prosegue la nota, “mettere il suo talento al servizio della comunità”.

L’imprenditore toscano

Quanto a Buti, la fine dell’inchiesta Usa sul crac della catena di ristoranti ‘Fashion Cafe” e’ una magra consolazione per l’imprenditore-playboy fiorentino, al quale la magistratura italiana ha inflitto lo scorso anno due condanne per bancarotta fraudolenta: cinque anni e dieci mesi per il fallimento di ‘Sfere’, la società collegata all’azienda di orologeria che portava il suo nome, e quattro anni e sei mesi per il crac del lussuoso locale fiorentino ‘Nove’.

Nell’elenco non mancano figure vicine al presidente, come il consigliere Kenneth Kurson, arrestato per cyberstalking ai danni dell’ex moglie nell’ambito di un’inchiesta che Trump sostiene abbia ragioni politiche, ed Elliot Brody, dirigente finanziario della campagna elettorale repubblicana, condannato per aver aggirato le norme sui lobbisti in alcuni affari con soggetti cinesi e malesi.

I politici perdonati

Tra le personalità politiche di primo piano che hanno beneficiato della grazia figurano poi l’ex rappresentante repubblicano Rick Renzi, tre mandati alla Camera e due anni di condanna per corruzione e l’ex sindaco democratico di Detroit Kwame Kilpatrick, il cui mandato fu segnato da numerosi scandali. Numerose sono poi le commutazioni di lunghe pene detentive per reati non violenti legati agli stupefacenti.

I grandi assenti

Tra i grandi assenti figurano il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, e la ‘talpa’ dell’Nsa, Edward Snowden, nonostante i numerosi appelli lanciati nei giorni scorsi. Non si è realizzato infine lo scenario, evocato più volte dai media, che avrebbe visto Trump perdonare se stesso. Il presidente uscente non ha adottato nessun provvedimento di clemenza nemmeno per il suo avvocato Rudolph Giuliani, come era pure stato ipotizzato da alcuni media.

AGI – Dalla caccia all’appuntamento a quella dei pro-Trump. Gli uomini e le donne che hanno assaltato il Campidoglio rischiano, oltre all’arresto, di non avere più appuntamenti galanti: le applicazioni come Tinder e OkCupid – sfruttando il loro enorme archivio di immagini – stanno rimuovendo gli utenti coinvolti.

Motivo: le norme vietano la promozione di atti violenti e illegali. Bando quindi – ha dichiarato un portavoce di Tinder – a “chiunque venga identificato” tra i partecipanti all’assalto.

Ma non solo: le app di incontri, scrive il Washington Post, si stanno trasformando in territori di caccia all’uomo. Vengono utilizzate da molte donne per conversare con chi sembra abbia partecipato alla protesta, spingerlo a confessare il suo coinvolgimento e denunciarlo. Non è ancora chiaro se polizia ed Fbi stiano utilizzando le segnalazioni per individuare i rivoltosi.

L’ondata di profili pro-Trump

Nella città di Washington, Joe Biden ha ottenuto il 93% dei voti. È quindi piuttosto raro incontrare un sostenitore di Trump per strada, figuarsi individuarlo su Tinder.

Nei giorni precedenti e successivi al 6 gennaio, però, diverse utenti intervistate da TheLily (testata che fa capo al Washington Post) hanno notato un’anomala presenza di uomini che, nelle foto del profilo, indossavano cappellini “Make America Great Again” o dichiaravano di essere “a Washington per pochi giorni”, accompagnando la breve descrizione con “Stop the steal” (il nome della teoria secondo la quale le ultime presidenziali sarebbero state una frode).

A caccia su Tinder

Il 7 gennaio, una delle utenti, Alia Awadallah, ha confermato su Twitter di aver notato “un’invasione” di profili pro-Trump, con buona probabilità coinvolti negli scontri a Capitol Hill.

In alcuni casi erano identificabili grazie agli indumenti, in altri – semplicemente – lo dichiaravano in modo aperto. Da qui è partita la caccia: le utenti hanno accettato una corrispondenza con i profili sospetti non per interesse personale ma per aprire una conversazione e ottenere una confessione.

Manovra che, a quanto pare, non avrebbe richiesto troppo sforzo: buona parte dei riottosi si è mostrata orgogliosa delle proprie azioni, senza badare alla possibilità di essere identificato e denunciato.

Non solo appuntamenti

Come successo per i ban di Trump, la caccia sulle app d’incontri ha diviso il pubblico. E, proprio come successo nei casi di Facebook e Twitter, solleva un tema che non si esaurisce con un appuntamento.

Da un parte c’è chi sostiene le ronde digitali, in nome della legalità. Dall’altra ci sono le preoccupazioni per la privacy e la libertà d’espressione: gli utenti, trasformatisi in detective dilettanti, potrebbero mettere a rischio la libertà di individui che con l’incursione nel Campidoglio non c’entrano nulla. Lo scenario peggiore sarebbe quello di una falsa corrispondenza tra un selfie su Tinder e un volto individuato tra la folla del 6 gennaio.

In ogni caso, ci sarebbe il rischio di un’attenzione particolare nei confronti di alcuni utenti motivata dalla sola appartenenza politica: indossare un cappellino rosso con scritto “Make America Great Again” non può essere motivo d’arresto né di bando da un’app.

Sullo sfondo, infatti, c’è sempre la questione del potere delle grandi piattaforme tecnologiche: basta un clic per silenziare una voce o, come in questo caso, limitare la possibilità di incontrare nuove persone.  

AGI – Il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian mette in guardia che il rilancio dell’accordo sul nucleare con l’Iran non sarà sufficiente e che è necessario fronteggiare Teheran anche sul programma missilistico e sulle sue attività minacciose nella regione.

In un’intervista al Journal du Dimanche, Le Drian ha espresso le sue preoccupazioni per le attività nucleari della Repubblica islamica, chiedendo una reazione immediata: l’Iran è in procinto di acquisire l’arma nucleare ed “è urgente dirgli basta”. 

Il ministro ha invocato un ritorno all’accordo sul nucleare del 2015 dal quale il presidente uscente Usa, Donald Trump, volle uscire, ma -ha detto- il solo accordo su nucleare non sarà sufficiente. “L’ Iran – lo dico chiaramente – sta per acquisire capacità nucleare”, ha avvertito. 

Poi ha sottolineato: “Ci sono anche le elezioni presidenziali in Iran a metà giugno. è quindi urgente dire agli iraniani che questo è abbastanza e fare in modo che Iran e Stati Uniti tornino all’Accordo di Vienna“.

Secondo Le Drian, “uscendo da questo accordo, l’amministrazione Trump ha scelto la strategia che ha definito di massima pressione sull’Iran. Il risultato è stato che questa strategia ha solo aumentato il rischio e la minaccia. Dobbiamo quindi fermare questo meccanismo”.

Ma “questo non sarà sufficiente: ci vorranno difficili negoziati sulla proliferazione balistica e sulla destabilizzazione dell’Iran sui suoi vicini nella regione. Sono tenuto al segreto quanto ai tempi di calendario di questo dossier, ma è urgente“.

L’accordo del 2015 prevede una revoca parziale delle sanzioni internazionali contro l’Iran, in cambio di misure per garantire che il regime non acquisisca armi atomiche. Ma Donald Trump è uscito unilateralmente dall’intesa nel 2018.

Nel frattempo, nelle ultime settimane hanno destato preoccupazione gli ultimi passi compiuti dall’Iran: a pochi giorni dal cambio di amministrazione negli Usa, le Guardie della rivoluzione hanno testato missili balistici a lungo raggio su due obiettivi nell’Oceano Indiano, a conclusione di un’esercitazione di due giorni in cui è stato simulato un attacco contro unità navali ostili.

Di più: nelle scorse settimane, il regime ha cominciato a produrre uranio arricchito al 20% nel sito sotterraneo di Fordow, a Est di Qom, una purezza che aveva raggiunto prima della firma del accordo di Vienna.

L’avvio della produzione di uranio arricchito (ancora sotto la soglia d’allarme, perche’ per l’arma nucleare serve uranio al 90%, ma comunque una violazione degli obblighi previsti dal cosiddetto Jcpoa che prevede una soglia del 3,7%) è stata la piu’ grave violazione del patto compiuto dall’Iran, che dal 2019 aveva superato il limite del 3,67%, ma solo del 4,5%.

AGI – Dustin Higgs, un afroamericano quarantottenne condannato a morte per l’uccisione di tre donne, ha ricevuto un’iniezione letale nel carcere di Terre Haute, in Indiana. Si tratta della tredicesima esecuzione in sei mesi, ovvero da quando lo scorso luglio il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha ripreso le esecuzioni federali dopo 17 anni di moratoria. Un tribunale aveva chiesto di rimandare l’esecuzione sostenendo che Higgs, affetto da Covid-19, avrebbe sofferto molto a causa delle condizioni dei suoi polmoni. La Corte Suprema aveva però accolto il successivo ricorso del Dipartimento di Giustizia, dando il via libera all’iniezione letale.

Nel gennaio 1996 Higgs aveva invitato tre giovani donne nel suo appartamento di Washington. Dopo che una di loro aveva rifiutato le sue avance sessuali, Higgs si era offerto di accompagnarle a casa insieme a un suo amico. Le tre donne furono invece portate in un posto isolato dove furono uccise a colpi di pistola dall’amico, su ordine di Higgs, che nel 2000 fu condannato a morte per sequestro e omicidio. L’uomo che sparò alle tre giovani fu invece condannato all’ergastolo. L’avvocato di Higgs aveva invano chiesto clemenza a Trump lo scorso dicembre affermando che fosse “arbitrario e ingiusto” che al suo assistito fosse stata inflitta una pena superiore a quella stabilita per l’esecutore materiale degli omicidi. 

Tra le 13 persone che, dallo scorso luglio, hanno ricevuto l’iniezione letale nel carcere di Terre Haute c’è anche la prima donna in quasi 70 anni a essere giustiziata: Lisa Montgomery. La morte di Higgs arriva a pochi giorni dal giuramento del presidente eletto, Joe Biden, che ha promesso di lavorare con il Congresso per abolire la pena di morte a livello federale. I parlamentari democratici hanno preparato un disegno di legge in materia che ha possibilità di essere approvato, ora che il partito dell’Asinello ha conquistato la maggioranza anche al Senato.

AGI – Il team del Presidente eletto Joe Biden ha presentato un pacchetto da 1.900 miliardi di dollari con l’obiettivo di rilanciare l’economia statunitense danneggiata dalla pandemia da Covid-19. Ecco le principali misure del suo piano di salvataggio americano.

Pagamenti diretti

Biden ha detto che i 600 dollari in pagamenti diretti a tutti gli individui del paese che il Congresso ha approvato a dicembre non erano sufficienti, così il suo piano aggiunge altri 1.400 dollari per portare il totale a 2.000 dollari. Il suo piano prevede anche l’aumento del salario minimo a 15 dollari l’ora per aiutare i lavoratori di prima linea con i salari più bassi, che sono prevalentemente minoranze.

Vaccinazione di massa

Biden si è impegnato ad aumentare massicciamente la vaccinazione a livello nazionale per distribuire 100 milioni di persone in 100 giorni. Il suo piano prevede 20 miliardi di dollari per accelerare la distribuzione del vaccino e 50 miliardi per espandere i test Covid-19. “L’amministrazione Biden prenderà provvedimenti per garantire che tutte le persone negli Stati Uniti – indipendentemente dal loro status di immigrazione – possano accedere al vaccino gratuitamente”, secondo un riassunto presentato dal team di transizione.

Governi locali in difficoltà

Biden proporrà 350 miliardi di dollari di finanziamenti di emergenza per i governi statali, locali e territoriali e 170 miliardi di dollari per le scuole e gli istituti di istruzione superiore in modo che possano riaprire in sicurezza. Durante tutta la pandemia, i governi statali e locali hanno lottato per fornire aiuti ai residenti, e poiché non possono prendere in prestito denaro per finanziare le operazioni, potrebbero essere costretti a licenziare migliaia di insegnanti, polizia e vigili del fuoco.

Indennità di disoccupazione

Il piano espande l’indennità di disoccupazione supplementare a 400 dollari a settimana per aiutare i lavoratori duramente colpiti che hanno perso il lavoro a causa della Covid-19, ed estende i pagamenti fino a settembre. Estende anche gli aiuti per i lavoratori che di solito non hanno diritto a sussidi di disoccupazione regolari, e fornisce fino a 1.400 dollari a settimana in ferie pagate d’emergenza a 106 milioni di americani in piu’ per ridurre la diffusione del virus.

Assistenza abitativa

Biden vorrebbe fornire un’ulteriore assistenza di 25 miliardi di dollari per gli affitti delle famiglie americane e prolungherebbe le moratorie di sfratto e pignoramento fino a settembre per evitare che un’ondata di famiglie perda le loro case.

Aiuti ai redditi bassi

Nel tentativo di aiutare un maggior numero di famiglie di lavoratori a basso reddito attraverso la politica fiscale, Biden espande il Credito d’imposta sul reddito guadagnato aumentando il beneficio massimo per gli adulti senza figli da circa 530 dollari a quasi 1.500 dollari, e alza il limite di reddito da circa 16.000 dollari a circa 21.000 dollari.

Assistenza infanzia

Milioni di donne sono state costrette a lasciare la forza lavoro per occuparsi dei bambini dopo la chiusura dei centri per l’infanzia. Il piano di Biden mira ad affrontare entrambe le questioni – in primo luogo con un fondo d’emergenza da 25 miliardi di dollari per sostenere i fornitori di servizi di assistenza all’infanzia, compresi i centri di assistenza domiciliare. Inoltre, amplia il credito d’imposta per rimborsare alle famiglie la metà dei loro costi di assistenza all’infanzia, in modo che ricevano fino a 8.000 dollari per chi ha due o più figli.

AGI – La polizia di Hong Kong ha compiuto una retata all’alba, arrestando 11 persone sospettate di aver aiutato lo scorso agosto un gruppo di attivisti pro-democrazia a tentare, senza successo, di lasciare la città su un motoscafo. Lo ha riferito una fonte delle forze di sicurezza. Tra i fermati c’è un noto avvocato dei diritti umani.

Le undici persone arrestate a Hong Kong hanno età compresa tra i 18 e i 72 anni di età  e, in base alle accuse, rischiano fino a dieci anni di carcere. In base aI primi riscontri, gli undici arrestati oggi non avrebbero commesso violazioni della legge sulla sicurezza nazionale nella città, imposta da Pechino a fine giugno scorso.

Daniel Wong Kwok-tung, l’avvocato arrestato, è noto per avere fornito assistenza legale ai manifestanti pro-democrazia di Hong Kong, arrestati durante le proteste del 2019. Dieci dei dodici fuggitivi che hanno tentato di scappare a Taiwan a bordo di un motoscafo ad agosto scorso sono stati condannati a pene tra i sette mesi e i tre anni di carcere il 30 dicembre scorso da un tribunale di Shenzhen per attraversamento illegale del confine, mentre gli altri due, minorenni, sono stati consegnati alle autorità di Hong Kong.