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 La Commissione Ue ha ricevuto ieri sera il progetto di bilancio rivisto dell'Italia assieme alla lettera di presentazione firmata dal ministro del Tesoro, Giovanni Tria. Lo riferiscono fonti Ue. L'esecutivo Ue, aggiungono le stesse fonti, non intende commentare per il momento. Il DBP rivisto sarà soggetto della valutazione della Commissione il prossimo 21 novembre, nell'ambito del semestre europeo, quando arriveranno sul tavolo dei commissari i piani di bilancio di tutti gli Stati membri. 

"Mi sento sedotto da questa donna, dalla calma potenza della sua bellezza": ed e' una lettera d'amore in piena regola. L'ha firmata Martin Walser, uno dei mostri sacri della letteratura tedesca contemporanea, destinataria Angela Merkel. Pubblicata dal settimanale Der Spiegel attualmente in edicola, è una specie di confessione in prima persona dello scrittore de "La guerra di Fink" e "Il momento dell'amore", padre biologico del giornalista Jakob Augstein (a sua volta uno dei maggiori critici della cancelliera). 

"Uno spiraglio di luce"

Già in un articolo del 2015 per il domenicale della Frankfurter Allgemeine, Walser aveva ricordato un episodio in cui si trovò a definire "bella" Angela Merkel in una sala piena di persone: "E la gente si mise a ridere". Nondimeno lo scrittore, novantunenne, uno dei massimi narratori contemporanei tedeschi, conferma senza timori tutt'oggi la sua indomita passione per la cancelliera: "Sono stati l'istinto e l'esperienza a fare di me un suo ammiratore". E ne spiega i motivi, anche illustrando le varie tappe della sua ascesa politica, da quando Helmut Kohl nei primi anni Novanta la chiamava "la mia bambina" all'eurocrisi del 2008 passando dalla vittoria, nel 2005, contro Gerhard Schroeder: "Il drastico calo del numero dei disoccupati dimostra il suo successo. Ma che si parli dei cambiamenti climatici o della modernizzazione della società, il bel volto di Merkel rimane così schivo nell'espressione come sempre. Per così dire, non è colpa sua che abbia così tanto successo: è per questo che il volto di Merkel è così bello. È uno spiraglio di luce".

Si mostra decisamente ispirato, Martin Walser: "L'immagine della cancelliera è la sua natura. Ed è proprio questo quello che la distingue da tutti gli altri politici della sua epoca: quando parla, ci fa condividere l'esperienza di come nascano le sue frasi mentre parla". E ancora: "Con Frau Merkel – continua – diveniamo testimoni di come Spirito e Natura si siano trovati insieme, e proprio per questo la trovo così bella". È un testo lungo, quello dell'autore e poeta di Wasserburg, già sodale, insieme a Guenter Grass, del socialdemocratico Willy Brandt nella sua epica campagna per diventare cancelliere, nonché in prima fila nelle proteste contro la guerra del Vietnam. "Io posso sempre fuggire, pellegrinare, viaggiare verso l'immagine di Angela Merkel, perché è un'immagine che mi prende sempre in ostaggio". 

Quando il sentimento trionfò sul calcolo politico

Walser ricorda il fatidico 2015, quando sull'onda più alta della crisi migratoria oltre un milione di stranieri fu accolto un Germania, grazie alla cosiddetta "politica delle porte aperte" della cancelliera. Fu allora, dice Walser, che Merkel disse la famosa frase "Wir schaffen das" ("noi ce la facciamo"), aggiungendo: "Se noi adesso iniziamo a scusarci perché in situazioni d'emergenza mostriamo un volto amichevole, allora questo non è il mio Paese". Secondo Walser in quel momento "il suo sentimento personale trionfò sul suo calcolo politico".

Lo Spiegel ha deciso di illustrare l'articolo-confessione dello scrittore con alcuni celebri ritratti di Angela Merkel in bianco e nero: "Il presente è sempre un flusso ininterrotto di immagini. Ed è in questo flusso che sta fermo, resiste, sopravvive l'immagine-Merkel: e la silenziosa potenza di quest'immagine è un simbolo di liberazione". Non c'e' dubbio: a molte donne piacerebbe ricevere una lettera come questa. 

Fiume di donazioni per il senzatetto australiano che venerdì scorso a Melbourne ha lanciato il suo carrello della spesa contro il terrorista islamico che aveva già ucciso una persona e ferite altre due, impedendo così che accoltellasse due agenti. Michael Rogers, la cui azione tempestiva è stata filmata ed è diventata virale, ha ottenuto finora oltre 123 mila dollari australiani (quasi 80 mila euro) sulla pagina GoFundMe aperta da Donna Stolzenberg, fondatrice dell'associazione di beneficenza Melbourne Homeless Collective.

"Tutti i fondi donati a questa campagna andranno direttamente a Rogers per aiutarlo a rimettersi in piedi. E' un eroe ai nostri occhi e può fare quello che ritiene meglio con i fondi ricevuti. Quel giorno ha rischiato la sua vita senza avere in cambio nulla e non si può dare un prezzo a questo", hanno sottolineato i promotori. Quando è stato individuato dai giornalisti il 46enne senza fissa dimora ha rivendicato il suo gesto: "Ho gettato il trolley dritto contro di lui, e l'ho preso. Non sono riuscito però a farlo cadere", si è rammaricato.

Gli incendi che stanno devastando la California hanno fatto almeno 23 morti. Il bilancio, che sabato con 11 morti era già spaventoso per lo Stato americano, si è aggravato con la scoperta di 10 corpi privi di vita a Paradise, la città finora più colpita, e quattro a Concow, nella contea di Butte. Altri due cadaveri sono stati trovati nell'area di Malibu, accerchiata dalle fiamme, che hanno spinto anche le star a evacuare insieme ad altre 250.000 persone di tutte le zone colpite.

Lady Gaga, Kim Kardashian, Cher, il regista Guillermo del Toro: fuggono le star dalle fiamme in California e lasciano le loro tracce su Twitter. Lasciano le case sontuose, le vite agiate, raccolgono precipitosamente le cose e si mettono in fuga dalle fiamme, che avanzano senza fare distinzione di ceto o censo. E raccontano su Twitter paure, sollievo, ma anche dolore.

Intanto il presidente Usa, Donald Trump, ha accusato le autorità della California di una "cattiva gestione assoluta" e ha addossato loro la responsabilità dei devastanti incendi che stanno bruciando in varie parti dello Stato: ha anche minacciato di annullare gli aiuti federali.

Ignorando evidentemente il cambio climatico e il surriscaldamento del pianeta, da Parigi, dove partecipa agli eventi di commemorazione del centenario della fine della Prima Guerra Mondiale, ha lanciato un'invettiva: "Non c'è alcuna ragione per questi incendi enormi, mortali e costosi in California, tranne il fatto che la gestione forestale è molto scarsa. Migliaia di milioni di dollari sono dati ogni anno e si perdono molte vite, tutto a causa di una cattiva gestione assoluta delle foreste. O vi si pone rimedio ora o non ci saranno più aiuti federali".

Trump venerdì ha garantito aiuti alle aree colpite, generi di soccorso, mezzi aerei e di trasporto, ma ha insistito che non lo rifarà in futuro. Più di 250 mila persone hanno dovuto lasciare le case. Il rogo più violento, e l'unico che finora ha causato vittime, è Camp Fire nel nord dello Stato, che in poco più di 24 ore ha distrutto 28.000 ettari e ha travolto gran parte della città di Paradise, 26.000 residenti, a circa 280 chilometri a nordest di San Francisco. Cinque delle vittime sono state trovate vicino o all'interno dei veicoli bruciati con cui cercavano di fuggire le fiamme, altri tre erano fuori dalle loro abitazioni bruciate, e uno all'interno di una casa. 

Altri due incendi, più limitati, bruciano più a sud. Uno di loro, Woolsey, è quello che minaccia Malibu, la città delle star; e Thousand Oaks, dove mercoledì sera un ex Marine con problemi mentali ha aperto il fuoco in un bar e ucciso dodici persone. Il terzo incendio, che ha raso al suolo 2.500 ettari, è Hill, che brucia molto vicino a Woolsey, entrambi nella contea di Ventura. I tre incendi si sono propagati molto velocemente a causa della bassa umidità nel suolo e il forte vento: è il micidiale vento di Santa Ana, in genere caldo e polveroso, che spira con direzione nord-est/sud-ovest, attraverso i canyon verso l'oceano, e che in autunno procura spesso incendi, soprattutto nelle aree in cui nei mesi precedenti è caduta poca acqua.

Ora le fiamme si avvicinano a Los Angeles

Le fiamme che bruciano nella contea di Ventura hanno messo in fuga gli abitanti dai ricchi sobborghi di Malibu e Calabasas. Su Twitter o Instagram, molte star hanno condiviso le esperienze, raccontato la paura, ringraziato i pompieri, espresso solidarietà al resto degli scampati. Lady Gaga ha postato immagini terrificanti: "Sono qui, seduta con molti di voi e vorrei sapere se la mia casa è finita in cenere". Kim Kardashian, che ha lasciato la casa con i tre figli perché le fiamme erano troppo vicine, lo ha raccontato su Instagram: "Preghiamo per Calabasas: ero appena tornato a casa dopo un volo da sola. Ho avuto un'ora di tempo per impacchettare tutto ed evacuare la casa". "Sono preoccupata per la mia casa ma non c'è nulla che possa fare. Sono andate in fiamme le case dei miei amici. Non posso reggere il pensiero di non avere più una casa a Malibu, dove ce l'ho da mezzo secolo", ha scritto Cher.

Il regista premio Oscar Guillermo del Toro è scampato al pericolo, ma adesso dice di temere per le sue collezioni. Secondo Tmz, nell'incendio ha perso casa anche Caitlyn Jenner, il patrigno del clan Kardashian e padre delle due sorelle Jenner, un tempo William Bruce Jenner ma che nel 2015 ha annunciato la sua trasformazione ed ora, forte della sua popolarità, è diventata un'ascoltata attivista transgender. E le fiamme adesso si stano avvicinando a Los Angeles, dove già sono stati portati via gli animali dalla zoo. Senza pioggia prevista dal meteo si preannunciano giornate difficili: del resto, secondo i registri ufficiali risalenti al 1932, quattro dei cinque incendi piu' distruttivi nella storia della California si sono verificati proprio negli ultimi sei anni.

E' di almeno 9 morti il bilancio degli incendi che stanno devastando la California. Evacuati anche l'esclusiva Malibu, paradiso delle star di Hollywood dove vivono 13.000 persone, e lo zoo di Los Angeles.

Il numero delle vittime è stato confermato in una nota dall'ufficio dello sceriffo della contea di Butte. L'incendio, divampato giovedì e denominato Woolsey Fire, continua ad espandersi ed "è imprevedibile", affermano le autorità mentre gli esperti meteo allertano sul forte vento che continua a soffiare.

Si tratta del vento di Santa Ana, in genere caldo e polveroso, che spira con direzione nord-est/sud-ovest, attraverso i canyon verso l'oceano, e che in autunno procura spesso incendi, soprattutto nelle aree in cui nei mesi precedenti e' caduta poca acqua. Sono oltre 2.200 i pompieri impegnati a combattere le fiamme in California ai quali sono stati affiancati 100 uomini della Guardia Nazionale. Paradise, cittadina californiana con 27.000 abitanti a nord di San Francisco, è stata interamente distrutta.

Le fiamme stanno bruciando l'equivalente di un campo di football al secondo. L'ufficio del governatore dello Stato ha fatto sapere che sono almeno 157 mila le persone evacuate. Tra le celebrità a le star di Hollywood costrette a lasciare le loro abitazioni, Barbara Streisand, Lady Gaga, Guillermo del Toro, Kim Kardashian. Le fiamme hanno raggiunto anche lo storico set cinematografico noto come Western Town, dove sono stati girati film a partire dagli anni Venti e che è stato recentemente utilizzato da Hbo per la serie Westworld.

Proprio mentre Donald Trump cacciava dalla Casa Bianca il cronista della televisione americana CNN che lo stava intervistando, a migliaia di chilometri di distanza, alla World Internet Conference di Wuzhen, debuttava un giornalista inquietante. L’agenzia di stato cinese Xinhua mandava in onda il primo telegiornale condotto da una intelligenza artificiale. Sullo schermo è apparso un giovane cinese elegante, con un vestito grigio, la cravatta a pallini bianchi, gli occhiali con la montatura trasparente, i capelli ben ordinati: non vi sforzate di trovargli un nome, quel conduttore di telegiornale non esiste. Era una immagine creata da un computer in grado di leggere le notizie del giorno con voce un tantino stentorea però chiara e convincente, muovendosi in modo piuttosto naturale.

Ok, non è ancora perfetto forse, ma ci manca pochissimo. Quel giornalista, scusate se lo chiamo così, parla un perfetto inglese, e ce n’è anche una versione per il pubblico cinese, un tale stempiato con cravatta rossa e senza occhiali, un tantino più allegro chissà perché. Secondo Xinhua si tratta di una innovazione formidabile, perché un giornalista così, alimentato dalle news scritte dai veri giornalisti dell’agenzia di stampa, è in grado di lavorare 24 ore al giorno senza battere ciglio (se il software non prevede battiti di ciglia ovviamente), senza mai dare segni di stanchezza, senza protestare mai.

Aggiungo: senza pensare mai. Non ha idee e ideali, non si indigna, non si appassiona. Un giornalista così non affronterebbe mai il presidente degli Stati Uniti incalzandolo di domande facendosi cacciare. Certo, giornalisti servi di un qualche potere ci sono sempre stati senza bisogno di scomodare l’innovazione tecnologica; e l’innovazione di Xinhua potrà avere delle applicazioni utili; ma è evidente che potrebbe anche essere usata per sostituire i giornalisti con megafoni del potere. Mentre guardavo e riguardavo il tg del giornalista artificiale ho ripensato all’intervista che il numero uno di Google Sundar Pichai ha dato al New York Times. Finisce così: la tecnologia è meravigliosa ma non risolve da sola i problemi dell’umanità. Tocca a noi umani farlo.  

Molte persone sono rimaste ferite in una sparatoria in un bar a Thousand Oaks, in California, lo scrive la CNN sul proprio sito. La sparatoria è stata anche segnalata sui social dai vigili del fuoco: "Incidente attivo, sparatoria in corso segnalata a Borderline in @CityofTO", ha twittato il dipartimento dei vigili del fuoco della contea di Ventura, che ha aggiunto: "Si prega di stare lontano dalla zona del fatto, segnalazioni di lesioni multiple, dettagli ancora da stabilire, richieste di ambulanze multiple". L'ufficio dello sceriffo della contea di Ventura ha detto alla CNN che c'era una sparatoria in un bar locale, ma non indicato altri dettagli. Thousand Oaks è nella contea di Ventura, a circa 40 miglia dal centro di Los Angeles.

Alla fine il “colpo di scena” non si è verificato: l’imprevisto che smentisce tutti i sondaggi e le previsioni unanimi degli analisti sembra essere rimasto – per ora – un caso confinato all’elezione di Trump nel 2016. Questa volta le elezioni negli Stati Uniti sono andate secondo le attese: i Democratici hanno guadagnato molti seggi alla Camera, conquistando la maggioranza assoluta e strappandone il controllo ai Repubblicani; Repubblicani che però hanno mantenuto il controllo del Senato, persino aumentando il proprio “bottino” (da 51 a 54-55 seggi).

 

La Camera

Lo spoglio non è ancora terminato, ma i Democratici dovrebbero più di 30 seggi rispetto ai 194 che avevano alla vigilia: questo dovrebbe proiettarli ben oltre i 218 seggi necessari per vincere la maggioranza di questo ramo del Congresso. Un risultato non facile da pronosticare, perché la Camera rinnova ogni 2 anni tutti i suoi 435 seggi, spesso con risultati inaspettati a livello di singoli collegi. Sembra non essersi verificata la “blue wave” (“onda azzurra” – l’azzurro in America è il colore dei Democratici, ndr) che alcuni paventavano: i Democratici hanno sì prevalso, ma senza “travolgere” i Repubblicani. Hanno fatto il minimo indispensabile per ribaltare la situazione – e anche qualcosina in più. Nel voto popolare, hanno ottenuto oltre 8 punti percentuali più dei Repubblicani: ma anche questo era stato ampiamente previsto, come era previsto che (a causa del “gerrymandering” in molti stati repubblicani) anche un vantaggio di questo tipo non avrebbe garantito con certezza un’ampia maggioranza ai Democratici.

 

 

Tra le tante storie di rinnovamento che vengono dalle sfide per la Camera alcune meritano senz’altro di essere menzionate: a cominciare da quella della democratica Alexandria Ocasio-Cortez, la più giovane deputata (29 anni) mai eletta al Congresso, eletta a New York con il doppio dei voti del suo predecessore. Rashida Tlaib è invece la prima deputata USA di origini palestinesi. Queste Midterm sono state anche la “prima volta” per delle deputate native americane (Davids e Haaland, elette in Kansas e New Mexico). Infine, il Texas ha eletto le sue prime due deputate latino-americane (Escobar e Garcia).

Il Senato

Discorso analogo a quello della Camera (ma di segno politico opposto) per il Senato, dove i Repubblicani rispettano i pronostici, non solo mantenendo la maggioranza ma anzi rafforzandola ulteriormente (arrivando a 54-55 seggi). In palio c’erano solo 35 seggi (su 100) e non tutte le sfide erano aperte. Ai Repubblicani è però bastato confermarsi laddove partivano anche solo leggermente favoriti e vincere in alcuni seggi in bilico. Tra le file del GOP, si sono confermati due ex sfidanti di Trump alle primarie repubblicane: Mitt Romney nello Utah e Ted Cruz in Texas. Quest’ultimo ha vinto quella che forse era la sfida senatoriale più attesa della vigilia, contro un astro nascente dei Democratici come Beto O’Rourke: il distacco finale tra i due è stato molto contenuto (un paio di punti) ma il Texas si è confermato anche in questa occasione un “red state”.

 

 

Nonostante la sconfitta, l’ottimo risultato di Beto sembra non precludergli un futuro luminoso nel partito dell’asinello. Partito dove si sono confermati alcuni “vecchi” come Bernie Sanders in Vermont (con oltre il 67% dei voti) e Elizabeth “Liz” Warren in Massachusetts.

Governatori

Tra le sfide per i governatori degli stati la sfida finisce senza vincitori né vinti: i Democratici vincono in diversi stati dove governavano i Repubblicani (Illinois, New Mexico, Michigan, Kansas – quest’ultimo un “red state”). Ma questi ultimi hanno vinto in alcuni stati molto “pesanti” come la Florida (vinta per un soffio da Ron DeSantis, sulla cui vittoria aleggia però l’incognita di un possibile riconteggio) e l’Ohio con Mike DeWine. Anche il conteggio complessivo degli stati andati al voto (36 in totale su 50) premia il GOP, che vince – o comunque vede i suoi candidati in vantaggio dove lo spoglio non si è ancora concluso – in 21 casi.

Le conseguenze di questo voto

Il Presidente Trump ora è quella che in gergo si definisce “anatra zoppa”: non ha più la maggioranza in entrambi i rami del Congresso, e dovrà scendere a compromessi sui Democratici se vorrà far passare le sue riforme. La Camera peraltro ha dei poteri ispettivi che – anche senza arrivare alla richiesta di impeachment per il Presidente – può mettere in difficoltà l’Amministrazione. Da oggi quindi il corso della presidenza Trump è destinato a cambiare.

Leggi anche: Mid term: Trump perde la Camera ma tiene il Senato. Cosa succede ora

Nel giorno in cui è entrata formalmente in vigore la seconda tornata di sanzioni petrolifere e finanziare Usa contro l'Iran, gli Stati Uniti hanno reso noto che otto Paesi, tra cui l'Italia, sono stati esentati e potranno continuare (anche se solo temporaneamente) a importare greggio da Teheran, senza incappare nella rappresaglia americana. Al ripristino delle sanzioni – revocate dopo l'accordo nucleare del 2015 negoziato dall'Amministrazione Obama e da cui il presidente Donald Trump p uscito in modo unilaterale – si aggiungono 300 nuovi bersagli nei settori petrolifero, marittimo, assicurativo e bancario dell'Iran. "Puniremo chiunque le violerà", ha avvertito il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, in una conferenza stampa.

La reazione di Teheran

L'Italia, primo partner commerciali della Repubblica islamica nell'Ue, figura tra le otto nazioni – insieme a Cina, India, Grecia, Giappone, Corea del Sud, Turchia e Taiwan – a cui gli Stati Uniti hanno concesso sei mesi di tempo per tagliare i rapporti con l'Iran. Dura la reazione della Repubblica islamica, che ha accolto la ripresa delle misure punitive con esercitazioni di difesa aerea. Parlando di "guerra economica" contro una "potenza che fa bullismo", il presidente iraniano, Hassan Rohani, ha avvertito che il Paese "aggirerà orgogliosamente" le sanzioni "illegali" e continuerà a vendere "autonomamente" il suo greggio. Rohani ha tracciato un parallelo con il 1980 e la guerra con l'Iraq: "Ieri avevamo di fronte Saddam, oggi Trump. Non c'è differenza. Dobbiamo resistere e vincere".
La tv iraniana ha mostrato le immagini di due esercitazioni dell'aeronautica nel nord del Paese, compreso l'abbattimento di un drone con un missile terra-aria. Già domenica, nell'anniversario del sequstro all'ambasciata americana nel 1979, migliaia di manifestanti avevano invaso le piazze della capitale bruciando bandiere a stelle e strisce e foto di Trump, intonando lo slogan "Morte all'America". 

L'Europa compatta contro Washington

A livello internazionale, le sanzioni sono state criticate da Cina, Russia e Ue. In un comunicato congiunto dell'Alto rappresentante per la politica estera e di difesa comune dell'Unione europea, Federica Mogherini, e dei ministri degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian, del ministro tedesco Heiko Maas, del segretario agli Esteri britannico Jeremy Hunt e dei ministri delle Finanze Bruno Le Maire, Olaf Scholz e Philip Hammond, l'Europa ha deplorato "profondamente l'ulteriore reintroduzione delle sanzioni da parte degli Stati Uniti, a causa del ritiro da parte di questi ultimi dal Piano d'azione globale congiunto (JCPoA)", il cosiddetto accordo sul nucleare iraniano.

La Cina, principale importatore di prodotti energetici iraniani, ha promesso di continuare i propri scambi bilaterali con la Repubblica islamica, mentre la Russia ha avvertito che la "linea di condotta degli Usa causerà gravi danni al regime di non proliferazione". Il rappresentante permanente della Russia presso l'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea), Mikhail Ulyanov, ha tenuto a sottolineare che Mosca, Pechino e Bruxelles faranno ogni sforzo per attuare in modo efficace l'accordo nucleare iraniano. Il ministero degli Esteri di Teheran, dal canto suo, ha fatto sapere che "sarà presto delineato" lo speciale meccanismo finanziario europeo, per aggirare le sanzioni. I Paesi Ue, che fanno ancora parte dell'accordo firmato per tenere a freno le attività nucleari dell'Iran, hanno promesso di aiutare il business iraniano a far fronte alle sanzioni, ma ci sono dubbi su quanto e come queste intenzioni possano tradursi in realtà. 

E Israele esulta

Anche prima della reintroduzione formale delle misure punitive americane, l'economia iraniana ha avuto un anno difficile, con la svalutazione del rial rispetto al dollaro e l'aumento dei prezzi dei beni di base. Proprio a tutela della popolazione, che per anni ha pagato il prezzo dell'isolamento economico, la Svizzera ha iniziato colloqui con Washington e Tehran per creare un canale di pagamento che garantisca l'afflusso di cibo e medicine nel Paese. Fuori dal coro, la reazione di Israele: il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, ha parlato di "un giorno storico", nella convinzione che il ripristino delle sanzioni americane ridurrà "l'aggressione" di Teheran nella regione, dove secondo gli Usa sostiene gruppi terroristici come Hezbollah.

La ripresa delle sanzioni ha già imposto una nuova policy ad alcune società internazionali. Il sistema Swift, che controlla le transazioni bancarie internazionali, ha annunciato che sospenderà "l'accesso di alcune banche iraniane" alla rete di pagamenti. Il gruppo petrolifero francese Total, come riporta il giornale Les Echos, e' stato, invece, costretto ad abbandonare i suoi progetti che prevedevano principalmente attività di esplorazione di gas. L'annullamento di fatto dell'accordo sul nucleare potrebbe non essere l'ultima misura intrapresa da Washington contro l'Iran: il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, John Bolton, ha detto a Fox News che gli Stati Uniti sono pronti a imporre altre sanzioni, oltre quelle entrate in vigore oggi. 

La Turchia ha richiamato la sua ambasciatrice in Uganda perché si era presentata a una festa in un abito greco scatenando le ire dei nazionalisti secondo cui era "vestita da Elena di Troia". L'ambasciatrice Sedef Yavuzalp, aveva organizzato un ricevimento per l'annuale festa del 29 ottobre che segna la fondazione, avvenuta nel 1923 grazie a Mustafa Kemal Ataturk, della moderna repubblica turca.

Su Twitter è circolata però una foto che la ritrae in un abito greco: secondo il quotidiano nazionalista Yavuzalp, che ha pubblicato gli scatti in prima, era vestita da Elena di Troia e il suo assistenza da Zeus.

La testata ha gridato a un "grande scandalo per il giorno della Repubblica".

In una nota, il ministero degli Esteri di Ankara ha comunicato che "sono state avviate inchieste urgenti dopo le pubblicazioni di immagini sui social e sulla stampa del nostro ambasciatore al ricevimento. In questo quadro, l'ambasciatore è stato richiamato", senza fornire ulteriori dettagli.

Anche il ministro degli Esteri, Mevlut Cavusoglu, ha twittato che l'ambasciatore era stato richiamato in patria perché fornisse spiegazioni. La diplomatica si è difesa ricordando che il 2018 è stato eletto "anno di Troia", nel quale Ankara celebra con un nuovo museo il sito archeologico vicino ai Dardanelli che è stato identificato come la città teatro della mitica guerra cantata da Omero.