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Nel 2018 gli italiani hanno pagato 33,4 miliardi di euro di tasse in più rispetto all’ammontare complessivo medio versato dai cittadini dell’Unione Europea. Si tratta di un differenziale che “pesa” quasi 2 punti di Pil. In termini pro capite, invece, abbiamo corrisposto al fisco 552 euro in più rispetto alla media dei cittadini europei. A dirlo è l’Ufficio studi della Cgia che ha comparato la pressione fiscale dei 28 Paesi dell’Ue e, successivamente, ha calcolato il gap esistente tra l’Italia e ciascun Paese appartenente all’Unione.

“Il tempo degli slogan e delle promesse è terminato – denuncia il coordinatore dell’Ufficio studi, Paolo Zabeo (nella foto) – Con la prossima manovra di Bilancio è necessario uno scossone che nel giro di qualche anno riduca di 3-4 punti percentuali il peso delle tasse. Considerata la delicata situazione dei nostri conti pubblici, tale intervento sarà praticabile solo ed esclusivamente se si riuscirà ad abbassare, di pari importo, la spesa pubblica improduttiva e una parte dei bonus fiscali. Operazione, quest’ultima, che appare difficilmente perseguibile. A confermarlo sono i risultati ottenuti in questi ultimi 10 anni. Tutti gli esecutivi che si sono succeduti si sono cimentati con grande determinazione sul versante della spending review; gli esiti, però, sono stati insoddisfacenti. L’auspicio è che il Governo Conte abbia maggiore fortuna”.

Le troppe tasse, comunque, sono un problema non solo perché mettono a repentaglio la tenuta finanziaria di tante famiglie e altrettante imprese, ma anche poiché hanno innescato nel sistema economico dei processi viziosi molto pericolosi. “Con un peso fiscale opprimente – afferma il segretario della Cgia, Renato Mason – e una platea di servizi erogati dall’Amministrazione pubblica che negli ultimi anni è diminuita sia in termini di qualità che di quantità, la domanda interna e gli investimenti hanno subito una caduta verticale. Inoltre, è diventato sempre più difficile fare impresa, creare nuovi posti di lavoro e redistribuire la ricchezza. Alle piccole e piccolissime imprese, altresì, l’effetto combinato tra il calo dei consumi delle famiglie e la contrazione dei prestiti bancari ha provocato molti squilibri finanziari, costringendo tantissimi lavoratori autonomi a chiudere l’attività e a cambiare mestiere”.

E in attesa che la manovra di Bilancio 2020 chiarisca come verranno “recuperati” i 23,1 miliardi di euro necessari per evitare che dal prossimo primo gennaio l’Iva torni ad aumentare, la Cgia ricorda che la pressione fiscale “reale” presente nel nostro Paese è di ben 6 punti superiore al dato “ufficiale”. Il nostro Pil, infatti, come del resto quello di altri Paesi dell’Ue, include anche gli effetti dell’economia non osservata che, secondo le ultime stime dell’Istat, ammontano a 209 miliardi di euro all’anno.

Questa “ricchezza”, generata dalle attività irregolari e illegali, se da un lato non fornisce alcun contributo all’incremento delle entrate fiscali, dall’altro accresce la dimensione del Pil. Rammentando che la pressione fiscale si ottiene dal rapporto tra le entrate fiscali e il Pil, se dalla ricchezza prodotta (ovvero dal denominatore) togliamo la componente riconducibile all’economia “in nero”, il risultato del rapporto (vale a dire la pressione fiscale) in capo ai contribuenti onesti aumenta, consegnandoci un carico fiscale “reale” molto superiore a quello “ufficiale” (48 per cento anziché 42,1 per cento).

Tornando ai dati della comparazione, sempre nel 2018 è emerso che in Europa solo Francia, Belgio, Danimarca, Svezia, Austria e Finlandia hanno pagato mediamente più tasse di noi. La “sorpresa” viene da Parigi: ogni cittadino d’Oltralpe ha versato al fisco 1.830 euro in più rispetto a noi. In termini assoluti il divario fiscale è a noi favorevole e ammonta a 110,7 miliardi di euro. Rispetto agli altri principali competitori, invece, “soccombiamo” sempre.

Se avessimo la pressione fiscale della Germania verseremmo 24,6 miliardi di tasse in meno (407 euro pro capite), dell’Olanda 56,2 (930 euro pro capite), del Regno Unito 114,2 (1.888 euro pro capite) e della Spagna 119,5 (1.975 euro pro capite). 

Per anni punto di riferimento dei romani che vogliono mangiare biologico, il “Canestro” abbassa – per sempre – le serrande dell’ultimo dei suoi tre punti vendita. Il sito internet è inaccessibile, la pagina Facebook chiusa. Difficile parlare con un responsabile, ma i motivi della chiusura sono facilmente intuibili. Gli ormai ex dipendenti attribuiscono la colpa del calo dei clienti alla concorrenza e alla vendita online. Le recensioni in rete sono in parte positive e in parte negative, ma quasi tutti i clienti concordano su un punto: i prezzi sono troppo alti.

Quanto costa mangiare biologico e sostenibile? Proviamo a fare due conti. Un pacco di pasta da NaturaSì, oggi la più diffusa catena di prodotti biologici in Italia, ha un prezzo che oscilla da 1,20 euro fino a quasi 5, a seconda della marca e del grano o cereale utilizzato. Un costo più elevato rispetto all’offerta dei marchi tradizionali. Un mix di verdure da circa 4,5 kg contenente patata gialla novella, melanzane, zucchine, fagiolini, peperoni, cipolla rossa costa intorno ai 20 euro. Circa 250 grammi di tranci di tonno surgelato costano all’incirca 8,50, qualche decina di centesimi in meno rispetto a quelli che si trovano nei negozi non bio. Gli hamburger freschi si portano a casa con 18/19 euro contro i 16/17 euro delle catene di supermercati.

Secondo una stima per un menù vegetariano biologico la spesa a persona si aggira intorno ai 5-6 euro, con pesce e carne il costo sale di qualche euro a seconda del prodotto. La conclusione, dunque, è che sì, a una prima occhiata, tendenzialmente mangiare bio è più costoso. Di un 15% circa, secondo diversi studi.

Ma quali sono i motivi? “Il prezzo allo scaffale del bio è più alto perché il costo di produzione di un prodotto bio vero è superiore al costo di produzione di un prodotto convenzionale”, spiega all’Agi Fabio Brescacin, presidente di NaturaSì. “Le produzioni sono minori, non potendo usare la concimazione chimica, i rischi sono maggiori non potendo usare insetticidi e anticrittogamici consentiti nell’agricoltura convenzionale e avendo a disposizione prodotti naturali che hanno un effetto più ridotto”. Non solo: “L’azienda biologica al posto della monocultura – che semplifica i processi produttivi e riduce i costi di produzione – effettua le rotazioni colturali e utilizza maggiore manodopera soprattutto per il controllo delle erbe infestanti”.

Un impegno che però alla lunga paga. “In Italia i negozi specializzati biologici sono circa mille”, spiega Brescacin che aggiunge: “Al momento non stanno aumentando. Il settore cresce, soprattutto per l’inserimento di prodotti biologici nella Grande Distribuzione, di conseguenza aumentano i clienti che acquistano bio”.

Quanto al prezzo – osserva ancora il presidente del gruppo – “secondo un calcolo fatto dall’inglese Soil Association il costo sanitario ambientale e sociale del prodotto convenzionale è il doppio di quello che viene fatto pagare ai consumatori. Questo significa che il prezzo non pagato dal consumatore allo scaffale comporta un costo sanitario ambientale e sociale che viene riversato sulla terra e le generazioni future. Quindi se parliamo del vero costo del prodotto, il prodotto bio ha un costo globale molto inferiore rispetto al prodotto convenzionale”. 

Ci possiamo fidare della dicitura bio? “Un prodotto biologico – spiega Federbio – sia che provenga da coltivazioni, allevamento o trasformazione, porta con sé la garanzia del controllo e della certificazione di organismi espressamente autorizzati per l’Italia dal ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali. Come previsto dalla normativa europea, la certificazione biologica copre tutti i livelli della filiera produttiva”.

A tutela del consumatore – continua – “non solo chi produce, ma anche chiunque venda prodotti marchiati come biologici (freschi o trasformati, in campagna, all’ingrosso o al dettaglio), infatti, deve essere sottoposto al controllo, con ispezioni in loco. Ogni organismo ha un proprio codice che viene riportato sull’etichetta del prodotto insieme al logo biologico dell’Unione europea. Le regole in materia di etichettatura e uso del logo sono rigorose, per difendere i consumatori da confusioni con altro tipo di coltivazioni di denominazione fantasiosa quali “agricoltura ecologica”, “naturale”, “pulita” (per cui mancano sia criteri per la denominazione che il minimo quadro di controllo)”.

 

Era ampiamente atteso il taglio dei tassi nella misura di 25 punti base, anche se si tratta della metà di quello che ci si aspettava fino a metà giugno, quando tutti davano per scontato una sforbiciata di mezzo punto percentuale del costo del denaro. La Fed ha scelto quindi la strada della prudenza, almeno per ora.

L’istituto di Washington sarà così la prima grande banca centrale ad agire concretamente in via preventiva per evitare una nuova crisi, far ripartire l’inflazione e contrastare un possibile rallentamento dell’economia Usa, che non va per niente male, ma che molti temono possa mostrare dei segnali di cedimento soprattutto a causa delle tensioni commerciali.

Un segnale evidente di questa incertezza è stato il dato sulla crescita del Pil Usa nel secondo trimestre, diffusa venerdì scorso. L’economia a Stelle Strisce tra aprile e giugno è cresciuta del 2,1%, meglio dell’atteso +1,8% ma peggio del +3,1% registrato nei primi tre mesi dell’anno. Donald Trump che aveva promesso una crescita del 3% quest’anno, non ha mai smesso di attaccare il presidente della Fed, Jerome Powell, reo, a sui dire di non aver abbassato abbastanza i tassi Usa e di aver così frenato l’economia.

Proprio due giorni fa Trump è tornato alla carica accusando il presidente della Fed Jerome Powell di non fare quasi nulla sui tassi in confronto all’Europa e alla Cina. “L’Unione europea e la Cina – ha twittato Trump – abbasseranno ulteriormente i loro tassi di interesse e pomperanno denaro nei loro sistemi, rendendo molto più facile per i produttori vendere i loro prodotti. Nel frattempo, e con un’inflazione molto bassa, la nostra Fed non fa nulla, e probabilmente farà molto poco al confronto. Peccato!”.

Già lo scorso 18 giugno, dopo che Mario Draghi a Sintra, in Portogallo, aveva avvertito che la Bce era pronta ad agire, ripristinando, se necessario, il suo ‘bazooka’, ovvero l’arma ‘nucleare’ del Qe, Trump, tra il minaccioso e l’ammirato, aveva preso a pretesto quelle parole per attaccare ancora una volta Powell, reo di non abbassare i tassi.

“Ci vorrebbe un Draghi al suo posto”, aveva detto Trump e Powell, sentendosi chiamato in causa, il giorno dopo e cioè il 19 giugno, aveva preso posizione, parlando oper la prima volta di possibile taglio ‘preventivo’ dei tassi Usa. “Un grammo di prevenzione – aveva detto Powell in quell’occasione – vale più di un chilo di cura”.

In poche parole, anche la Fed, che finora era sempre stata reattiva, cioè pronta a reagire in caso di crisi, ha assunto un atteggiamento ‘proattivo’, cioè è diventata preventiva nei confronti di una possibile crisi. Per giustificare il taglio, come aveva anticipato il Wall Street Journal, la Fed pone il dito contro l’inflazione Usa, la quale è sotto il 2% e continua ad essere troppo bassa rispetto al buon andamento dell’economia e del mercato del lavoro.

Insomma, la Fed punta al 2% di inflazione come segno di una crescita sana per tutta l’economia e per raggiungere questo obiettivo Powell e i suoi colleghi del Fomc hanno deciso di tagliare i tassi seppur in modo meno coraggioso di quanto volesse Trump e nonostante l’economia sembri in buona salute.

Apple supera le aspettative nel terzo trimestre fiscale nonostante la frenata degli iPhone e annuncia che la nuova carta di credito sarà lanciata ad agosto. I ricavi di Cupertino sono ammontati nel periodo a 53,8 miliardi di dollari, in rialzo dell’1% su base annua, contro i 53,39 miliardi previsti dalla società.

L’utile per azione è sceso del 7% a 2,18% dollari. Peggio del previsto i ricavi degli iPhone, a 25,99 miliardi di dollari contro 26,54 miliardi attesi, con vendite in calo del 12%. Per la prima volta dal 2012, i ricavi provenienti dagli smartphone rappresentano meno della metà del fatturato totale di Apple.

I ricavi dei servizi, come Apple Pay o Apple Music, sono saliti del 12,6% per una cifra pari a 11,46 miliardi. “Questo è stato il nostro miglior giugno di sempre, guidato dal record di tutti i tempi dei servizi, dall’accelerazione della crescita dei ‘wearables’ (indossabili), dalla forte performance degli iPad e dei Mac e dal significativo miglioramento dei trend degli iPhone”, ha osservato il Ceo della società, Tim Cook, segnalando che la nuova Apple Card, realizzata con il supporto di Goldman Sachs e Mastercard, sarà disponibile dal mese prossimo.

“La nostra performance è migliorata rispetto al trimestre precedente e ha spinto il cash flow operativo a 11,6 miliardi di dollari. Abbiamo distribuito più di 21 miliardi di dollari agli azionisti”. Questo il commento del direttore finanziario del gruppo fondato da Steve Jobs, Luca Maestri, durante la conference call con gli analisti. 

Per il quarto trimestre, Apple stima ricavi compresi tra 61 e 64 miliardi di dollari, contro 61,02 miliardi attesi in media dagli analisti. “Questi risultati sono promettenti in tutti i nostri segmenti geografici e siamo fiduciosi su quello che ci aspetta. Il bilancio del calendario 2019 sarà un periodo entusiasmante – ha aggiunto Cook – con importanti lanci su tutte le nostre piattaforme, nuovi servizi e diversi nuovi prodotti”. 

Huawei ha continuato a crescere anche dopo l’inserimento del gruppo nella black list da parte degli Stati Uniti ma nei prossimi mesi la corsa del gigante cinese potrebbe frenare. A sottolinearlo il presidente di Huawei Technologies, Liang Hua. “Viste le basi poste nella prima metà dell’anno, continuiamo a vedere una crescita anche dopo l’inserimento nell”entity list'”, ha spiegato.

“Questo – ha aggiunto – non vuol dire che non vediamo difficoltà di fronte a noi. Le vediamo e potrebbero influenzare il ritmo della nostra crescita nel breve termine”. Al tempo stesso Huawei continuerà a investire “come previsto” a partire dai circa 17,5 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo. “Supereremo queste sfide e siamo fiduciosi che Huawei entrerà una nuova fase di crescita dopo che il peggio è alle nostre spalle”, ha concluso Liang. 

“Sembrerà paradossale, ma per un’azienda, per un gruppo, avere dei valori che sono legati allo sviluppo, alla preservazione della terra, alla diffusione del benessere, ci ha aiutato a ridurre del 50% il nostro debito nei 5 anni peggiori del settore energia e dell’oil. E abbiamo aumentato la nostra diversificazione geografica con un posizionamento mai così rilevante in Medio Oriente”: lo afferma l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, in un’intervista pubblicata nell’inserto Economia del Corriere della Sera.

“Pensi solo”, ha aggiunto Descalzi, “al valore del cambiamento, al volerlo anticipare e non seguire. Ecco che l’utilizzo della tecnologia diventa fondamentale. Ti permette di trovare campi dove altri non sono riusciti. Prendete la raffinazione, abbiamo sviluppato tecnologie per trattare gli oli pesanti. E abbiamo vinto una gara molto importante indetta dall’Adnoc. E stiamo puntando anche su terreni nuovi, non solo sull’oil and gas in senso stretto”. “Siamo l’unica tra le major che si è cimentata nelle tecnologie dell’economia circolare”, ha ricordato Descalzi, “uscendo dal paradigma olio e gas per produrre, per esempio, biocarburanti. Per noi l’economia circolare non sono solo le fonti rinnovabili, ma anche i nuovi materiali, la bioplastica, la capacità che stiamo sviluppando di ridurre le emissioni. Si tratta di un cambiamento profondo che abbiamo avviato nel 2014. E ora siamo in vantaggio sui competitor”.

Anche per quanto riguarda la strategia della ricerca di nuovi giacimenti, ha sottolineato Descalzi, “i risultati ci stanno dando ragione. Nel 2010-11 invece di creare joint venture che prevedono quote del 20-30% abbiamo sviluppato algoritmi e tecnologie che ci hanno consentito di prenderci il rischio di cercare nuovi giacimenti da soli, al 100%. Con un tasso di successo che ora è all’80% contro una media del settore che non supera il 4%”. “Abbiamo di non investire nel 2009” nello shale gas, “quando tutti decidevano di farlo; una scelta la nostra che che si è rivelata corretta”.

L’Eni deve muoversi in un settore, l’energia, che sta vivendo cambiamenti profondi. “Non si può stare fermi”, ha osservato Descalzi, “legandosi a un contesto che non c’è più. La pigrizia mentale si paga. Cara. Per questo le parlo di valori come la sostenibilità”. “Sostenibilità ambientale, sostenibilità economica, sono elementi decisivi per immaginare il futuro”, ha insistito l’ad, “ma non a un anno, quanto a 10-20 anni. Pochi se ne sono accorti ma ci muoviamo in questa direzione da 5 anni. Economia circolare, rinnovabili per la produzione di energia, utilizzo di sostanze organiche e inorganiche per produrre energia. L’Eni tra 25-30 anni dovrà essere leader anche in altri settori che non saranno più gli idrocarburi”.

“Il punto”, ha aggiunto l’ad di Eni, “non è quanti barili produrre ma quanto costa produrli. L’obiettivo è ridurre il break even per barile e questo lo abbiamo ottenuto attraverso un modello operativo di crescita organica”. “In Eni, come matematici, biologi, fisici ingegneri, geologi agronomi, abbiamo circa 20mila persone. E stiamo assistendo a un cambiamento importante”. “Stiamo sostituendo il gas per la combustione interna con le rinnovabili”, ha spiegato Descalzi, “ormai dove operiamo vendiamo pacchetti legati ai 17 obiettivi fissati dall’Onu. Dalla conservazione delle foreste alla riduzione delle emissioni. Dal 2025 non faremo più gas flaring, non bruceremo più il gas associato alla produzione”.

Inoltre l’Eni continuerà a lavorare molto in Paesi ancora a livelli di sviluppo non adeguati, come l’Africa. “Questa parte del mondo rappresenta il 17% della popolazione mondiale e solo il 3% del Pil, contro il 65% dei Paesi Ocse”, ha osservato l’ad di Eni, “ma produce molta più energia. In questi Paesi siamo impegnati in programmi per proteggere la biodeversità, creare alternative occupazionali. Facciamo progetti per conservare le foreste: ogni anno si cancellano 15 milioni di ettari. Per conservarne uno serve il lavoro di 15mila persone. Questo nell’ambito di un programma per rendere tutta la nostra produzione carbon neutral nel 20130. Siamo già scesi da 65 milioni di tonnellate di Co2 a 40 milioni. I prodotti usati dai nostri clienti ne producono 240 milioni. Dobbiamo azzerare anche la loro produzione di Co2. Per questo lavoriamo sui biocarburanti, sulla plastica rigenerata. Un’evoluzione che ci porterà a realizzare un ebitda nelle rinnovabili per un miliardo di euro nel 2013: obiettivo 10 gigawatt elettrici”.

Al termine dell’intervista, Descalzi affronta la vicenda, su cui indaga la procura di Milano, dell’incontro a Mosca all’hotel Metropol tra Gianluca Savoini e alcuni interlocutori russi per presunti finanziamenti illeciti alla Lega tramite forniture scontate di prodotti petroliferi. “Come abbiamo detto”, ha ribadito Descalzi, “l’operazione di fornitura di cui tanto si parla non è mai avvenuta. Non so poi cosa volessero fare, noi quando compriamo prodotti petroliferi da Rosneft dobbiamo fare delle gare. Alcune le vinciamo, altre le perdiamo e i processi sono articolati e segregati. Si fanno gare non incontro con Mister X e per di più in un albergo come il Metropol”. 

Nota: l’Agi è una s.p.a. controllata al 100% da Eni

Malpensa ha retto” l’urto dello spostamento dei voli dall’aeroporto di Linate. Aerei decollati e atterrati regolarmente e controlli addirittura più celeri rispetto a sabato scorso. Questo il quadro tracciato dall’amministratore delegato di Sea, Armando Brunini, durante un punto stampa presso lo scalo varesino.

Il trasferimento dei voli da Linate si è reso necessario per la chiusura di 3 mesi dello scalo milanese per il restyling della pista e della struttura. L’ultimo aereo è decollato ieri alle 23.20 con destinazione Palermo. Questa mattina, invece, il primo volo spostato su Malpensa è partito alle 6.43, un Alitalia con destinazione Roma Fiumicino. La riapertura di Linate è prevista il 27 ottobre e il primo degli interventi in programma è il rifacimento della pista di decollo e atterraggio, con le ruspe che sono entrate in azione già questa mattina.

Il primo volo “ex Linate”, un Alitalia direzione Fiumicino, è decollato dall’aeroporto di Milano #Malpensa dalla pista “35 Right” intorno alle 6.45. pic.twitter.com/ickjotGcdZ

— Milan Airports Press Office (@SEA_Press)
July 27, 2019

 

Si lavorerà anche sul restyling dell’area imbarchi e sarà ammodernato l’impianto che riceve le valigie e le consegna al’imbarco. Alcuni cantieri resteranno aperti anche dopo il 27 ottobre, visto che il termine di tutti i lavori è previsto nel 2021.

L’operatività di Malpensa è procedura in modo regolare nell’arco di tutta la mattinata, nonostante  una crescita del 43% dei movimenti e l’aumento considerevole dei passeggeri. Normale il flusso dei voli, sia in partenza che in arrivo. Abbastanza soddisfatti gli avventori. “Ho l’aereo delle 11.55 per Lamezia Terme, sono arrivato con un po’ di anticipo perché avevo paura che ci fossero problemi, invece vedo che è tutto normale”, dice Stefano, 29 anni, in partenza per le vacanze con la ragazza. “Vado a Londra qualche giorno per lavoro, al momento non mi pare ci siano particolari disagi”, conferma un altro passeggero.

Situazione assolutamente sotto controllo a #milano #Malpensa, un po’ di traffico in superstrada ma nel Terminal 1 al momento tutto regolare e senza particolari criticità #bridge #linate #mxp #tuttoreolare @SEA_Press pic.twitter.com/7t8mtZt2Sy

— Aeroporti Lombardi (@aptlombardi)
July 27, 2019

 

Che il test fosse stato superato lo hanno confermato anche le parole dell’ad Brunini: “Malpensa ha retto alla prima prova, quella del fuoco”. Per l’amministratore delegato si è trattato di “un risultato importante e dimostra che questo aeroporto può avere ambizioni importanti per il futuro”. Tuttavia “dobbiamo reggere per 3 mesi e non è facile, sono sicuro che dovremo mettere in conto qualche momento di difficoltà. Il lavoro è appena iniziato, abbiamo ancora tanto da fare, però avrei messo la firma per un inizio cosi'”.

Tra l’altro, aggiunge Brunini, “il tempo di attesa alla security, oggi fino alle 11, è stato di 4 minuti e 11 secondi, la stessa rilevazione fatta sabato scorso era di circa 7 minuti. L’azienda ha profuso il massimo sforzo nel prepararsi a questo evento, in qualche caso abbiamo addirittura strafatto”. L’ad ha poi dato alcune stime aggiornate alle ore 11: “I voli tra partenze e arrivi sono stati 250, +43% sull’anno scorso. Il numero dei passeggeri transitato ai filtri di sicurezza e’ di 19 mila, anche qui +43%. Sono circa 117 mila i passeggeri che possiamo attenderci oggi”.  

Si alza il pressing di Trump sui colossi digitali americani, al centro del contendere ci sono le relazioni con la Cina. Ma il presidente statunitense se la prende anche con Macron per la digital tax e minaccia dazi sui vini francesi.

“Non daremo ad Apple nessuna esenzione dai dazi per i componenti del Mac Pro prodotti in Cina”, ha twittato nel pomeriggio di ieri l’inquilino della Casa Bianca invitando la società di Cupertino a produrre negli Usa in modo da “non avere dazi”.

Apple will not be given Tariff waiver, or relief, for Mac Pro parts that are made in China. Make them in the USA, no Tariffs!

— Donald J. Trump (@realDonaldTrump)
July 26, 2019

Il no di Trump arriva in risposta alla decisione di Apple di spostare la linea di produzione del nuovo Mac Pro dal Texas alla Cina. La società aveva precedentemente spiegato che diversi componenti non potevano essere prodotti negli States.

Anche Mountain View finisce nel mirino dell’inquilino della Casa Bianca sempre per i suoi rapporti con Pechino. “Potrebbero esserci o no timori di sicurezza nazionale per quanto riguarda Google i suoi rapporti con la Cina. Se c’è un problema lo scopriremo, mi auguro sinceramente che non ci sia”, scrive sul suo profilo social. I tweet dell’inquilino della Casa Bianca arrivano nel giorno della trimestrale del colosso, senza però creare conseguenze. Anzi, con i risultati oltre le attese, il titolo a Wall Street ha registrato la sua migliore seduta dal 2015 con un balzo fino all’11%.

There may or may not be National Security concerns with regard to Google and their relationship with China. If there is a problem, we will find out about it. I sincerely hope there is not!!!

— Donald J. Trump (@realDonaldTrump)
July 26, 2019

Ma il presidente Usa se la prende anche con Macron e accusa il suo omologo francese di aver imposto una digital tax sulle grandi aziende tecnologiche americane, minacciando sostanziali ritorsioni e lasciando intendere che potrebbero colpire i vini francesi. “Se qualcuno deve tassarle, dovrebbe essere il loro Paese d’origine, gli Stati Uniti. Annunceremo a breve una sostanziale azione reciproca contro la stupidità di Macron. L’ho sempre detto che i vini americani sono meglio dei francesi”, aggiunge.

France just put a digital tax on our great American technology companies. If anybody taxes them, it should be their home Country, the USA. We will announce a substantial reciprocal action on Macron’s foolishness shortly. I’ve always said American wine is better than French wine!

— Donald J. Trump (@realDonaldTrump)
July 26, 2019

La Francia l’11 luglio ha approvato una digital tax che prevede un tributo del 3% sulle aziende digitali con un fatturato globale di oltre 750 milioni di euro e uno di 25 milioni generato in Francia. L’imposta colpirà circa 30 colossi tecnologici tra cui gli statunitensi Alphabet, Apple, Amazon e Facebook. Arriva puntuale la risposta da Parigi che risponde alle minacce di rappresaglia del presidente Usa attraverso le parole del ministro francese delle Finanze, Bruno Le Maire.

La Francia “attuerà le sue decisioni nazionali” sulla tassazione digitale, in applicazione di un accordo internazionale. “La tassazione universale delle attività digitali – spiega – è una sfida che riguarda tutti noi. Speriamo di raggiungere un accordo su questo argomento nel quadro del G7 e dell’OCSE. Nel frattempo, la Francia attuera’ le sue decisioni nazionali”. 

Bio-On crolla in borsa a due giorni dal report di Quintessential Capital Management che ne ha messo in dubbio l’assetto societario e il prodotto. L’azienda bolognese, quotata all’Aim, ha chiuso con un -69,76%, passando da 49,60 a 15 euro per azione. Nata nel 2007 e quotata dal 2014, la società capitalizzava prima del report circa un miliardo di euro. Dopo le ultime sedute di Borsa la capitalizzazione è crollata a 282 milioni, bruciando circa 758 milioni di euro in due giorni. 

Le accuse contenute nel report di Quintessential

Le accuse alla ex startup bolognese sono contenute in un report di 25 pagine redatto dal fondo newyorkese che in passato ha fatto le pulci, e con discreto successo, a diverse società. Buona parte di queste sono state poi costrette a chiudere. Quintessential titola il report senza mezzi termini: “Bio-On: Una Parmalat a Bologna?”. I documenti raccontano che la società avrebbe gonfiato i bilanci con crediti in buona parte derivanti da società controllate. Puntano il faro sul prodotto, definito “obsoleto e noto da almeno 100 anni” ma anche sui costi di produzione, ‘inspiegabilmente’ superiori fino a 15 volte rispetto alle principali società concorrenti. (AGI)

Gabriel Grego, il capo del fondo, dopo la pubblicazione del report ha registrato un video di circa 30 minuti su YouTube dove entra più nel dettaglio della sua inchiesta: “La parte più incredibile della storia di Bio-On è nella contabilità”. Cita testimonianze dirette: “Un ex dipendente che abbiamo consultato ci ha detto che nessuno ad oggi sta comprando plastica da Bio-On. Il 100% delle entrate arrivano dalla vendita di licenze, ma in realtà sono solo studi per vedere se la tecnologia funziona”. Ma oltre alle testimonianze ci sono i documenti, da cui risulterebbe che l’88% dei ricavi sarebbe fittizio, sostiene Quintessential, e ottenuto da transazioni con società controllate.

Il ‘sistema’ delle controllate

Così come gran parte delle immobilizzazioni, che verrebbero da questi contratti con società sussidiarie. Grego sostiene, attraverso documenti messi online, che la società bolognese abbia creato una serie di joint venture alle quali avrebbe venduto la propria tecnologia. Ma, essendo società inattive e senza capitali, “si tratta di debiti che non verranno mai estinti”. Mentre “nei pochi casi in cui Bio-On è riuscita a recuperare questi crediti”, spiega Grego, “lo ha fatto prendendo soldi dalla propria cassa, girandoli alla joint venture, e ripagandosi quindi coi propri soldi”. Nei documenti Quintessential ricostruisce questo ‘sistema’: 9 società controllate, “con gli stessi amministratori della Bio-On, ma senza sede né dipendenti”.

Il report inoltre sottolinea alcune incongruenze negli investimenti della società. L’impianto di produzione di Castel San Pietro, Bologna, che doveva costare 15 milioni, alla fine ne è costati 50, lanciando il sospetto di operazioni immobiliari dubbie. Ma il costo di produzione della bio plastica stessa sembrerebbe superiore di circa 6 volte rispetto ai principali concorrenti.

Il prodotto di Bio-On

Eppure il problema principale, secondo Quintessential, è proprio la promessa di una rivoluzione nella produzione delle bioplastiche attraverso l’uso del polimero PHA (polidrossialcanoati). L’opinione di alcuni esperti contattati dal fondo statunitense è unanime: “La base tecnologica scientifica è assurda e farneticante”, sintetizza. Il PHA sarebbe noto da almeno 100 anni e non avrebbe nulla di rivoluzionario. Al centro dell’inchiesta anche una serie di transazioni finanziarie definite ‘sospette’ e alcune operazioni che sembrerebbero finalizzate solo alla produzione di campagne di marketing per far salire il titolo in borsa, come l’annuncio della costruzione di nuovi impianti, in Brasile, in Francia o in Italia, a cui però non si è mai dato seguito. 

La replica della società

Bio-On ha replicato alle accuse di Quintessential in una nota in cui sostiene che sia incorretto “comparare i costi di produzione e costi di investimento di società terze” che operano nello stesso settore. Conferma la produzione di del bio-polimero PHA “e la commercializzazione dei prodotti a dimostrazione dell’effettivo funzionamento della tecnologia”.

E infine, pur non smentendo direttamente la ricostruzione sulle joint venture, rigetta l’accusa che si tratti di un sistema di società finte che presto porterà al collasso del gruppo, in quanto nel corso del 2019 “risultano già incassati crediti verso le joint venture per un totale di 12,5 milioni”, e che “il saldo verso le imprese collegate” ad oggi è di “euro 20,1”. La società assicura inoltre il pieno funzionamento dell’impianto di Castel San Pietro, e che al momento dà lavoro a 100 dipendenti. Rassicurazioni che però evidentemente non hanno convinto gli investitori. 

Il management di Bio-On, guidato da Marco Astori, contesta tutti i punti di questa storia. Vicenda che vede diversi attori in gioco. Banca Finnat, che ha redatto alcuni studi sul titolo di Bio-On e risulterebbe tra gli azionisti di una delle joint venture create dalla società bolognese, ha chiuso con un -3,5% in Borsa. EY risulta la società di consulenza che ha valutato e giudicato ‘positivi’ i bilanci di Bio-On, contattata da AGI spiega che non può commentare la vicenda per doveri di riservatezza. Ora toccherà alle istituzioni fare chiarezza su quello che è successo e verificare il report di Quintessential.  

 

@arcangeloroc

 

Dopo una serata e una mattinata di tensione è schiarita fra Fondo interbancario di tutela dei depositi e Cassa Centrale Banca sulla partita per il salvataggio di Carige, l’istituto di credito ligure il cui cda è commissariato da inizio anno e che ha bisogno di un’operazione di pulizia del bilancio e di rafforzamento patrimoniale.

Dopo le riunioni degli organi del Fitd di martedì, che avevano dato il via libera alla conversione del subordinato da 320 milioni emesso lo scorso novembre dalla banca in difficoltà ma anche espresso diverse critiche alla proposta arrivata da Ccb per la sua partecipazione all’operazione, mercoledì è toccato al board dell’istituto trentino riunirsi. Il cda di Cassa Centrale è durato oltre 7 ore, durante le quali la trattativa con il Fitd è andata avanti a ritmi serrati, con l’obiettivo di trovare la quadra necessaria per arrivare in Bce con un piano di messa in sicurezza di Carige.

L’operazione di rafforzamento patrimoniale dell’istituto ligure in totale varrà circa 900 milioni: 700 di aumento vero e proprio, con una quota riservata a Ccb pari a poco meno del 10%, per circa 65-70 milioni di impegno, e 200 di bond subordinati. Anche qui, secondo le ultime novità, Cassa Centrale dovrebbe intervenire sottoscrivendo circa 100 milioni; altre quote potrebbero invece andare al Credito Sportivo e a Medio Credito Centrale. Non si può tuttavia, per quanto sul dossier si ritrovi un rinnovato “ottimismo” secondo diverse fonti vicine alla partita, parlare di accordo chiuso.

Per questo sarà necessario attendere che si riuniscano nuovamente gli organi del Fitd, che devono approvare l’impegno del fondo nella ricapitalizzazione: il braccio obbligatorio dell’organo dovrà infatti sottoscrivere una quota dell’aumento e anche garantire quanto non sottoscritto dagli attuali soci di Carige, chiamati comunque a giocare un ruolo.

La famiglia Malacalza, silente azionista di riferimento dell’istituto, potrebbe partecipare per parte della sua quota all’aumento, così da mantenere una presenza nell’azionariato ma, in ogni caso, il suo apporto sarà fondamentale perché l’operazione dovrà avere il via libera dell’assemblea, dove di fatto gli imprenditori liguri sono in grado di esprimere una minoranza di blocco.

Prima di arrivare a dare la parola ai soci, tuttavia, sarà necessario il placet della Bce: se non già oggi, di sicuro all’inizio della settimana prossima il piano sarà portato a Francoforte, dove verrà vagliato dall’autorità di vigilanza, che stava aspettando una nuova strategia dopo il passo indietro di Blackrock dei mesi scorsi. Fitd e di Ccb si sono avvicinate anche sulle strategie future e in particolare sulle condizioni a cui l’istituto trentino potrà rilevare, nei prossimi anni, la quota in mano al fondo e sullo sconto con cui questo avverrà.