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(AGI) – Rimini, 22 ago. – E’ possibile risparmiare tra i 3 e i 5 miliardi sul costo della Sanita’ oltre ai tagli dei costi di acquisto di beni e servizi. E’ quanto sostiene Carlo Cottarelli, direttore esecutivo del Fmi e gia’ commissario straordinario alla Spending review dal novembre 2013 all’ottobre dello scorso anno. Nel corso di una conferenza stampa al Meeting di Rimini, Cottarelli, definendo come “abbastanza virtuoso” il sistema sanitario italiano, ha posto l’accento sulle diverse situazioni nelle varie aree del Paese e, di conseguenza, sulla necessita’ di interventi “mirati” sulla spesa. “Negli ultimi 20-30 anni – ha ricordato l’economista – la spesa sanitaria italiana e’ aumentata, anche rispetto al Pil, meno che negli altri Paesi, il nostro e’ un sistema abbastanza virtuoso”. L’aumento della spesa sanitaria rispetto al PIl, ha fatto presente, “e’ stato dello 0,8% come in Germania e meno che in altri Paesi come Francia e Regno Unito”. “Risparmi ce ne sono da fare anche perche’ c’e’ una diversa efficienza tra le varie regioni d’Italia: si possono ottenere 3,4 o 5 miliardi di ulteriori risparmi oltre a quelli sull’acquisto di beni e servizi”. “I margini ci sono, l’importante e’ che ci siano interventi mirati” che tengano conto della situazione delle diverse realta’. Riguardo agli obiettivi della prossima spending review, Cottarelli ha affermato che l’obiettivo di 10 miliardi di risparmi e’ “credibile e raggiungibile”. (AGI) .

(AGI) – Roma, 22 ago. – Le imposte, le tasse e i tributi che versiamo allo Stato centrale sono tre volte superiori a quelle che paghiamo a Regioni ed enti locali. Lo sostiene l’ufficio studi della Ccia, secondo il quale, ad esempio, nel 2014 all’erario sono “confluiti” ben 379,7 miliardi, mentre nelle casse dei governatori e dei sindaci sono stati versati solo 106,1 miliardi di euro. Sul totale delle entrate tributarie incassate dalle Amministrazioni centrali, continua la Cgia, il 60% circa e’ riconducibile all’ Irpef (161,4 miliardi), all’Iva (97,1 miliardi) e all’Ires (31 miliardi). A livello locale, invece, le imposte piu’ “pesanti” sono l’Irap (30,4 miliardi di gettito), l’Imu/Tasi (21,1 miliardi), l’addizionale regionale Irpef (10,9 miliardi) e l’addizionale comunale Irpef (4,4 miliardi). Su un totale di 485,8 miliardi di entrate tributarie percepite l’anno scorso dal fisco, il 78% circa e’ finito nelle casse dello Stato centrale e solo il 22 per cento circa agli enti locali. “Nell’immaginario collettivo – spiega Paolo Zabeo della Cgia – si e’ diffusa l’idea che in questi ultimi anni Governatori e Sindaci sarebbero diventati dei nuovi gabellieri, mentre lo Stato centrale avrebbe alleggerito la pressione fiscale nei confronti dei contribuenti. In realta’, le cose non sono andate proprio cosi’. Se e’ vero che negli ultimi 15 anni le tasse locali sono aumentate del 48,4 per cento, quelle in capo alle Amministrazioni centrali sono cresciute del 36,1 per cento. Un po’ meno, ma non di molto. In termini assoluti, dalle Regioni e dagli enti locali abbiamo subito un aggravio fiscale di 34,6 miliardi di euro, mentre il peso del fisco nazionale e’ aumentato di ben 100,7 miliardi. Insomma, se dal 2000 le imposte locali hanno cominciato a correre, quelle erariali hanno registrato in valore assoluto un’espansione molto piu’ vigorosa, con il risultato che le famiglie e le imprese, loro malgrado, sono state costrette a pagare sempre di piu'”. Per la Cgia e’ comunque doveroso sottolineare che enti locali e Regioni hanno aumentato i tributi in misura superiore ai tagli praticati dal centro. Un confronto diretto tra la dinamica dei tributi locali e l’andamento dei trasferimenti risulta non del tutto agevole, anche in ragione dell’ampiezza dell’arco temporale considerato (dal 2000 ad oggi). In questo periodo, evidenzia l’Ufficio studi Cgia, sono state introdotte numerose modifiche normative che hanno avuto degli impatti significativi sui rapporti finanziari tra Stato ed Amministrazioni locali. Ad esempio, il finanziamento della sanita’ in capo anche alle Regioni (con il Decreto legislativo n. 56/2000), l’aumento “obbligatorio” dell’aliquota dell’addizionale regionale IRPEF dello 0,33 per cento (disposto dal decreto Salva Italia di fine 2011) e il taglio ai trasferimenti di Regioni ed enti locali a seguito delle manovre correttive di finanza pubblica. “In ogni caso – conclude Zabeo – in questi ultimi anni i trasferimenti correnti statali a beneficio di Regioni ed enti locali sono passati dai 53 miliardi di euro nel 2000 ai 35 miliardi nel 2013[1], ultimo anno disponibile, con una flessione del 35 per cento, pari a 18 miliardi di euro. Sempre nello stesso periodo, le entrate tributarie a livello locale sono cresciute di 32,6 miliardi. Un importo, quest’ultimo, nettamente superiore ai 18 miliardi di tagli subiti”. Tuttavia, e’ negli ultimi sette anni che si registra un vero e proprio crollo dei trasferimenti. Lo ha fatto notare recentemente anche la Corte dei Conti: tra il 2008 e il 2015 le manovre finanziarie hanno disposto “22 miliardi di tagli nei trasferimenti provenienti dallo Stato (di cui circa 10 miliardi a carico delle Regioni e i restanti 12 miliardi ad appannaggio degli enti locali), cui vanno aggiunti i tagli al finanziamento del fabbisogno del sistema sanitario gestito dalle Regioni per complessivi 17,5 miliardi”. (AGI) .

(AGI) – Rimini, 22 ago. – “E’ venuto il momento di mettere in ordine i nostri affari in modo che possano essere mostrati al mondo esterno: la prossima ondata di attacchi alla Chiesa potrebbe essere per irregolarita’ finanziarie”. E’ quanto ha affermato il cardinale George Pell, Prefetto della Segreteria per l’Economia della Santa Sede e dello Stato della Citta’ del Vaticano al convegno “Chiesa e denaro” al Meeting di Comunione e Liberazione. E rivolto alle istituzioni ecclesiastiche, il ministro dell’Economia della Santa Sede critica l’atteggiamento di disinteresse verso le questioni economiche, un comportamento che, secondo Pell, “apre le porte agli incompetenti ed ai mascalzoni”. E in questo ambito, rientra anche “l’obbligo morale a tendere ad un adeguato livello di rendimento finanziario” dei beni ecclesiastici. “La vita economica, oggi – ha osservato – e’ piu’ complicata di quanto non sia mai stata”. “Per questo il diritto canonico prevede la presenza di almeno (Christifideles) tre esperti laici in ogni consiglio diocesano per gli Affari economici. Comunque e’ pericoloso, moralmente sbagliato, il fatto che un esponente di vertice della Chiesa, un Vescovo, un parroco o superiore religioso sia contento di non interessarsi minimamente di come i soldi della Chiesa vengano utilizzati e dica che ‘non capisce nulla di soldi’. Questo apre le porte agli incompetenti ed ai mascalzoni. Un leader della Chiesa non deve essere necessariamente un esperto, ma deve essere in grado capire dove c’e’ del marcio (see a hole in a ladder) e dare un realistico giudizio personale che i soldi sotto il suo controllo siano usati bene”. “In Vaticano stiamo tentando a mettere in pratica gli insegnamenti cristiani sulla proprieta’, la ricchezza ed il servizio ai poveri ed a chi soffre. I moderni metodi di controllo sono buoni, e forse rappresentano il modo migliore per assicurare onesta’ ed efficienza. Cio’ richiede la necessita’ di avvalersi di esperti laici di grande competenza e la adozione del principio di trasparenza, per riferire alla comunita’, compresi i laici, cosa le gerarchie fanno con i soldi della chiesa”. “Se la Chiesa ha investimenti e proprieta’, le autorita’ ecclesiastiche hanno un obbligo morale mirare a un adeguato livello di rendimento finanziario. Se questo obiettivo non viene raggiunto, spesso significa che qualcun altro ci guadagna. In una delle mie diocesi un parroco diede in affitto un grande edificio per un canone basso e non congruo. Il suo inquilino subaffittava una parte dell’edificio per una somma maggiore di quella che pagava al parroco per l’intero immobile. Dare in affitto immobili che ci sono dati da amministrare a amici o amici degli amici e’ sbagliato, moralmente sbagliato”. Quanto agli immobili, secondo il ministro dell’Economia Vaticano “e’ prudente che le diocesi e gli ordini religiosi posseggano i loro edifici di culto e le loro scuole: cio’ garantisce loro sicurezza di continuita’. Tuttavia, “e’ importante che, ad esempio, un parroco non tratti i possedimenti della Chiesa come se fossero suoi propri”: perche’ i beni ereditati dalla Chiesa devono essere utilizzati per per finanziare le buone opere della Chiesa. E non devono essere dilapidati in una sola generazione”. Una principessa europea – racconta il ministro dell’Economia di Papa Francesco – una volta mi ha detto che alcuni guardavano al Vaticano come ad una vecchia famiglia nobile che stava andando in bancarotta, perdendo tutti i suoi soldi: un modo di fare da incompetenti, stravagante e che rende facili bersagli per i ladri. Nella Santa Sede tutti stiamo lavorando duro, sotto la guida di Papa Francesco, perche’ questa immagine possa cambiare”. (AGI) .

(AGI) – Rimini, 22 ago. – E’ possibile risparmiare tra i 3 e i 5 miliardi sul costo della Sanita’ oltre ai tagli dei costi di acquisto di beni e servizi. E’ quanto sostiene Carlo Cottarelli, direttore esecutivo del Fmi e gia’ commissario straordinario alla Spending review dal novembre 2013 all’ottobre dello scorso anno. Nel corso di una conferenza stampa al Meeting di Rimini, Cottarelli, definendo come “abbastanza virtuoso” il sistema sanitario italiano, ha posto l’accento sulle diverse situazioni nelle varie aree del Paese e, di conseguenza, sulla necessita’ di interventi “mirati” sulla spesa. “Negli ultimi 20-30 anni – ha ricordato l’economista – la spesa sanitaria italiana e’ aumentata, anche rispetto al Pil, meno che negli altri Paesi, il nostro e’ un sistema abbastanza virtuoso”. L’aumento della spesa sanitaria rispetto al PIl, ha fatto presente, “e’ stato dello 0,8% come in Germania e meno che in altri Paesi come Francia e Regno Unito”. “Risparmi ce ne sono da fare anche perche’ c’e’ una diversa efficienza tra le varie regioni d’Italia: si possono ottenere 3,4 o 5 miliardi di ulteriori risparmi oltre a quelli sull’acquisto di beni e servizi”. “I margini ci sono, l’importante e’ che ci siano interventi mirati” che tengano conto della situazione delle diverse realta’. Riguardo agli obiettivi della prossima spending review, Cottarelli ha affermato che l’obiettivo di 10 miliardi di risparmi e’ “credibile e raggiungibile”. (AGI) .

(AGI) – Milano, 22 ago. – Settimana nera per la Borsa di Milano, la peggiore del 2015 con il Ftse Mib da profondo rosso con un -6,46%, costato la discesa sotto quota 22mila punti (21.746). In linea l’All Share: -6,25%. Piazza Affari ha pagato come gli altri mercati internazionali un insieme di fattori che ha letteralmente terrorizzato gli investitori e avviato le vendite: in primis, i segnali macroeconomici provenienti dall’Estremo oriente che fanno temere una frenata nella crescita dell’economia cinese; il conseguente ulteriore calo del prezzo del petrolio che ormai punta deciso verso quota 40 dollari al barile; la svalutazione di diverse valute (Kazakistan e Sud Africa); le nuove nubi che si addensano sull’immediato futuro politico in Grecia dopo le dimissioni del premier, Alexis Tsipras. Uno scenario cupo che a Piazza Affari si e’ tradotto in un bagno di sangue per tutti i settori, dai finanziari agli industriali, dal lusso agli energetici. Per i bancari, Unicredit ha perso il 6,22%, Intesa Sanpaolo -6,67%, Mediobanca -7,49%, Bpm -5,97%, Mps -6,65%, quest’ultima nella settimana in cui si e’ appreso che la Banca Centrale di Norvegia e’ salita sopra il 2% del capitale. Nel risparmio gestito Mediolanum -8,51%, Azimut -8,25; tra gli assicurativi Generali ha pagato dazio con una flessione del 5,72%. Rimanendo sul listino principale, pesanti anche gli industriali (Fimeccanica -7,35%, Fca -6,93%, CnhI -12,95%) con l’eccezione di Pirelli che ha chiuso a -0,66% a quota 14,98 euro per azione, poco sotto il prezzo dell’Opa. Per quanto riguarda gli energetici, Enel -6,05%, Eni -8,17%, Saipem -4,38%; nel lusso Ferragamo -7,07%, Luxottica -8%, Tod’s -5,57%; Geox -12,16%. Telecom Italia ha invece archiviato l’ottava con un calo del 5,15% a quota 1,124 euro per azione. In netta controtendenza Prelios, risultato il miglior titolo in assoluto dell’intero listino con un +15,77%, in scia ad alcune indiscrezioni circa un potenziale interesse per la societa’ da parte di importanti investitori internazionali. (AGI) .

(AGI) – Roma, 22 ago. – In tre anni, tra giugno 2012 e giugno 2015, le tariffe dei servizi pubblici locali (raccolta rifiuti, trasporti pubblici, parcheggi, istruzione secondaria, mense scolastiche, nidi d’infanzia comunali, certificati anagrafici) sono salite del 9,9%, mentre l’inflazione e’ cresciuta dell’1,7%. L’allarme lo lancia Confartigianato, secondo la quale le aziende pubbliche partecipate a livello locale, presenti in tutta Italia e nelle quali spesso le perdite superano gli utili di esercizio, sono complessivamente 1.782. In testa nella classifica delle regioni con gli organismi a totale partecipazione pubblica che registrano le maggiori perdite c’e’ il Lazio. In questa regione si registra una differenza di 27,6 milioni di euro, data da utili per 4,4 milioni e perdite per 32 milioni. Secondo posto per l’Umbria con una differenza di 26,4 milioni tra utili per 6,4 milioni e perdite per 32,8 milioni. Seguono la Campania con una differenza di 19,8 milioni tra utili per 4,6 milioni e perdite per 24,4 milioni, Piemonte (-9,2 milioni tra utili per 18,4 milioni e perdite per 27,6 milioni), Calabria (-6,7 milioni tra utili per 0,8 milioni e perdite per 7,5 milioni), Abruzzo (con una differenza di 5,2 milioni data da utili per 1,8 milioni e perdite per 7 milioni), Molise (con una differenza di 2,7 milioni data da utili per 0,3 milioni e perdite per 3 milioni) e infine la Sicilia con una differenza di 2,4 milioni data da utili per 11,5 milioni e perdite per 13,9 milioni. All’altro capo della classifica, la regione piu’ virtuosa e’ il Trentino Alto Adige dove gli utili di 137,5 milioni superano di 132,1 milioni le perdite di 5,4 milioni. Buona performance anche per la Sardegna, regione in cui gli utili delle societa’ pubbliche locali si attestano a 109,3 milioni e superano di 106,8 milioni i 2,5 milioni di perdite. Bene anche la Puglia dove gli utili di 73,1 milioni superano di 61,6 milioni gli 11,5 milioni di perdite. Secondo il rapporto di Confartigianato, nelle otto regioni dove le perdite superano gli utili, gli organismi a totale partecipazione pubblica mostrano un’incidenza del costo del personale sul costo della produzione pari al 37,2%, superiore di 13,5 punti rispetto al 23,8% registrato nelle 13 regioni dove, al contrario, gli utili superano le perdite. Nel Lazio perdite-record per aziende pubbliche Tra giugno 2012 e giugno 2015 le tariffe dei servizi pubblici locali sono aumentate del 9,9%, mentre l’inflazione e’ rimasta contenuta ad un aumento dell’1,7% “Il mercato dei servizi pubblici locali – commenta il Segretario Generale di Confartigianato Cesare Fumagalli – ha bisogno di una robusta cura di efficienza. Le regole di una sana gestione imprenditoriale non possono valere soltanto per i privati. I risultati di esercizio e i costi per i cittadini la dicono lunga sulla necessita’ di interventi mirati a razionalizzare e innovare la gestione, innalzare la qualita’ dei servizi, migliorare la convenienza di prezzi e tariffe”. (AGI) .

(AGI) – Venezia, 22 ago. – “A Roma sono tassatori professionisti. Fanno finta di tagliare le imposte a livello centrale e scaricano l’onere dei mancati introiti sugli enti locali. Ormai abbiano tutti capito il giochino di Renzi e colleghi: ingrassare la spesa pubblica centrale e camuffare i presunti risparmi con tagli veri che strangolano Regioni e Comuni, specie quelli virtuosi”. Lo afferma il presidente del Veneto Luca Zaia, commentando l’ultima rilevazione dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, secondo cui il gettito dell’imposizione fiscale statale supera tre volte quello locale. “Lo scorso anno all’erario nazionale -rimarca Zaia- sono confluiti ben 379,7 miliardi; nelle casse delle Regioni e dei Comuni, invece, sono stati versati 106,1 miliardi di euro. Il rapporto e’ di uno a tre. Se negli ultimi quindici anni l’aggravio fiscale imposto da Regioni e Enti locali e’ aumentato di 34,6 miliardi di euro, ma il peso del fisco nazionale e’ cresciuto di ben 100,7 miliardi. Cittadini e imprese sono vessati da prelievi che arrivano al 68 per cento dei redditi, una vera rapina rispetto alla media europea del 46 % di pressione fiscale. E hanno capito benissimo che ogni volta che Roma annuncia un alleggerimento della tassazione nazionale, come sta ipotizzando il governo Renzi con la nuova legge di stabilita’, si prepara subito all’orizzonte un inasprimento delle imposte locali”. Anche l’ultimo sbandierato annuncio del governo di voler togliere l’Irap agricola, senza adeguate compensazioni erariali per le Regioni, sottende un ulteriore taglio ai fondi per la sanita’ che le Regioni si troveranno a dover coprire in qualche modo. E’ un gioco delle parti al quale noi non ci stiamo e che intendiamo smantellare -conclude il presidente del Veneto- perche’ l’incapacita’ di razionalizzare il prelievo fiscale e di mettere un freno alla dilagante spesa pubblica centrale sta minando la competitivita’ delle nostre imprese e affossa l’economia di quella parte del paese, come il Veneto, che produce, sa tenere in equilibrio i conti del proprio welfare e, anzi, restituisce a Roma ogni anno ben 19 miliardi di saldo attivo, tra tasse versate e trasferimenti ricevuti”. (AGI) .

(AGI) – Roma, 22 ago. – Le imposte, le tasse e i tributi che versiamo allo Stato centrale sono tre volte superiori a quelle che paghiamo a Regioni ed enti locali. Lo sostiene l’ufficio studi della Ccia, secondo il quale, ad esempio, nel 2014 all’erario sono “confluiti” ben 379,7 miliardi, mentre nelle casse dei governatori e dei sindaci sono stati versati solo 106,1 miliardi di euro. Sul totale delle entrate tributarie incassate dalle Amministrazioni centrali, continua la Cgia, il 60% circa e’ riconducibile all’ Irpef (161,4 miliardi), all’Iva (97,1 miliardi) e all’Ires (31 miliardi). A livello locale, invece, le imposte piu’ “pesanti” sono l’Irap (30,4 miliardi di gettito), l’Imu/Tasi (21,1 miliardi), l’addizionale regionale Irpef (10,9 miliardi) e l’addizionale comunale Irpef (4,4 miliardi). Su un totale di 485,8 miliardi di entrate tributarie percepite l’anno scorso dal fisco, il 78% circa e’ finito nelle casse dello Stato centrale e solo il 22 per cento circa agli enti locali. “Nell’immaginario collettivo – spiega Paolo Zabeo della Cgia – si e’ diffusa l’idea che in questi ultimi anni Governatori e Sindaci sarebbero diventati dei nuovi gabellieri, mentre lo Stato centrale avrebbe alleggerito la pressione fiscale nei confronti dei contribuenti. In realta’, le cose non sono andate proprio cosi’. Se e’ vero che negli ultimi 15 anni le tasse locali sono aumentate del 48,4 per cento, quelle in capo alle Amministrazioni centrali sono cresciute del 36,1 per cento. Un po’ meno, ma non di molto. In termini assoluti, dalle Regioni e dagli enti locali abbiamo subito un aggravio fiscale di 34,6 miliardi di euro, mentre il peso del fisco nazionale e’ aumentato di ben 100,7 miliardi. Insomma, se dal 2000 le imposte locali hanno cominciato a correre, quelle erariali hanno registrato in valore assoluto un’espansione molto piu’ vigorosa, con il risultato che le famiglie e le imprese, loro malgrado, sono state costrette a pagare sempre di piu'”. Per la Cgia e’ comunque doveroso sottolineare che enti locali e Regioni hanno aumentato i tributi in misura superiore ai tagli praticati dal centro. Un confronto diretto tra la dinamica dei tributi locali e l’andamento dei trasferimenti risulta non del tutto agevole, anche in ragione dell’ampiezza dell’arco temporale considerato (dal 2000 ad oggi). In questo periodo, evidenzia l’Ufficio studi Cgia, sono state introdotte numerose modifiche normative che hanno avuto degli impatti significativi sui rapporti finanziari tra Stato ed Amministrazioni locali. Ad esempio, il finanziamento della sanita’ in capo anche alle Regioni (con il Decreto legislativo n. 56/2000), l’aumento “obbligatorio” dell’aliquota dell’addizionale regionale IRPEF dello 0,33 per cento (disposto dal decreto Salva Italia di fine 2011) e il taglio ai trasferimenti di Regioni ed enti locali a seguito delle manovre correttive di finanza pubblica. “In ogni caso – conclude Zabeo – in questi ultimi anni i trasferimenti correnti statali a beneficio di Regioni ed enti locali sono passati dai 53 miliardi di euro nel 2000 ai 35 miliardi nel 2013[1], ultimo anno disponibile, con una flessione del 35 per cento, pari a 18 miliardi di euro. Sempre nello stesso periodo, le entrate tributarie a livello locale sono cresciute di 32,6 miliardi. Un importo, quest’ultimo, nettamente superiore ai 18 miliardi di tagli subiti”. Tuttavia, e’ negli ultimi sette anni che si registra un vero e proprio crollo dei trasferimenti. Lo ha fatto notare recentemente anche la Corte dei Conti: tra il 2008 e il 2015 le manovre finanziarie hanno disposto “22 miliardi di tagli nei trasferimenti provenienti dallo Stato (di cui circa 10 miliardi a carico delle Regioni e i restanti 12 miliardi ad appannaggio degli enti locali), cui vanno aggiunti i tagli al finanziamento del fabbisogno del sistema sanitario gestito dalle Regioni per complessivi 17,5 miliardi”. (AGI) .

(AGI) – New York, 21 ago. – Wall Street e’ di nuovo crollata in vista della chiusura, trascinata di dati dell’economia cinese. Il Dow Jones ha perduto il 3,06%, pari a oltre 500 punti. Il Nasdaq ha perduto il 3,52 % .

(AGI) – Roma, 21 ago. – Ancora una giornata nera sui mercati mondiali, gettati nel panico dalla frenata dell’economia cinese. Oggi, a conclusione di quella che e’ stata la peggior settimana di tutto il 2015, le principali borse asiatiche ed europee hanno chiuso in forte calo e Wall Street non promette di fare meglio. Record negativo anche per il petrolio con il Wti che e’ sceso sotto i 40 dollari al barile per la prima volta dal 2009 e il Brent che e’ calato ai minimi degli ultimi sei anni a 45,18 dollari al barile. La giornata e’ cominciata nel peggiore dei modi, con un nuovo tonfo della borsa di Shanghai che ha ceduto il 4,3% e una pessima performance di Tokyo arretrata del 2,98%. Male anche Seul (-2,01%) e Hong Kong (-1,53%). A rinforzare le paure degli investitori e’ stato il dato sull’indice Pmi manifatturiero cinese che ad agosto e’ crollato ai minimi degli ultimi sei anni e mezzo. L’indicatore Pmi/Caixin, che misura la fiducia dei manager chiave delle imprese industriali, e’ scivolato a quota 47,1: sotto le attese degli analisti che lo indicavano in media a 47,7 (da 47,8 a luglio) e ben lontano dai 50 punti che segnano lo spartiacque tra crescita e contrazione. Si tratta del peggior risultato da marzo 2009 nel pieno della grande crisi finanziaria globale. La febbre cinese ha contagiato anche le borse europee che hanno chiuso tutte in profondo rosso. Il mix tra i timori per il rallentamento della locomotiva cinese, le incertezze della Fed sui tassi, l’instabilita’ politica in Grecia e i prezzi del petrolio in picchiata si e’ rivelato una tempesta perfetta per i mercati del Vecchio continente: la performance peggiore e’ quella di Parigi che cede il 3,19%; Londra perde il 2,83%. A Milano l’indice Ftse Mib segna -2,83% a 21.746 punti. Francoforte va giu’ del 2,95% e Madrid del 2,98%. Quarto giorno consecutivo in calo anche per Wall Street. Il Dow Jones cede il 2,05%, lo S&P 500 arretra dell’1,84% e il Nasdaq cala del 2,17%. (AGI) .