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“Il problema è sempre quello: salvare il capitalismo da se stesso”. Il libretto è sottile, più un pamphlet che un trattato, e le pagine hanno preso col tempo un tono di colore che dà sul paglierino. Sul frontespizio il simbolo della casa editrice: un lupo. “L’editore era il marito di Virginia Woolf, Leonard. Si conoscevano dai tempi di Cambridge”, racconta Giorgio La Malfa, anche lui uscito da Cambridge, ma sessant’anni dopo i fatti. 

The End of Lassez-faire, il libro che sfoglia con cura (è un pezzo ormai raro) è solo uno dei tremila volumi della sezione economica della fondazione dedicata a suo padre Ugo, partigiano azionista, segretario del Partito Repubblicano. Uno dei padri laici dell’Italia democratica.

Libri ovunque, nella sede della Fondazione Ugo La Malfa: un bel contrasto con la politica dell’urlo che si è venuta imponendo negli anni, fatta di scarsa riflessione e intensa adrenalina, problemi complessi e soluzioni semplici.

Semplici solo apparentemente, se non addirittura impraticabili. E i dilemmi di un capitalismo che ha portato alla crisi del 2008, senza generare gli anticorpi necessari ad impedire il suo ripetersi, restano tutti insoluti.

Anche per questo La Malfa, con il suo inglese parlato come una lingua madre e la sua profonda conoscenza dei processi dell’economia, riporta all’attenzione di politici e intellettuali gli insegnamenti di un grande padre dimenticato del Novecento. Si tratta di quel John Maynard Keynes che tratteggiò, profeta allora ascoltato, la riforma del capitalismo puro e duro.

Ne scaturì il “Trentennio d’oro” delle economie occidentali, dal ’45 al ’75: ricchezza creata e distribuita, conquiste sociali, vittoria sul modello marxista del socialismo reale. Che tempi.

Oggi gli scritti più importanti di Keynes, fra cui la Teoria generale dell’ocupazione dell’interesse e della moneta, tornano in Italia raccolti in un volume de I Meridiani Mondadori. Lo ha curato lo stesso La Malfa: oltre ai testi (valorizzati da una traduzione che rende giustizia al bell’inglese dell’originale) si possono sfogliare un approfondito saggio introduttivo ed una ricca annotazione dei testi di La Malfa e di Giovanni Farese.

“La ragione di fondo che ha portato alla pubblicazione di questo libro è duplice”, spiega La Malfa all’Agi, “Da una parte si tratta di dare ai giovani studiosi e intellettuali italiani un’opera dotata di un adeguato apparato critico. Dall’altra c’è un’esigenza di carattere politico. Di Keynes si deve tornare a valorizzare la visione complessiva dell’uomo, all’interno della quale proponeva soluzioni per i problemi dell’economia e della società. Era sì un economista, e di formazione era un matematico. Ma mentre si laureava in matematica studiava la filosofia. Non è un caso”.

Si direbbe il contrario dell’iperspecializzazione in voga adesso. Quasi una figura rinascimentale che riesce ad andare oltre i presunti dogmi della propria materia. 

“Giovedì prossimo verrà presentato questo volume all’Accademia dei Lincei. Ci sarà anche il Presidente della Repubblica. E questo mi fa molto piacere, è una presenza che ha un significato preciso rispetto al messaggio non solo economico ma anche sociale del pensiero di Keynes”.

Mattarella fin dall’inizio del settennato ha sottolineato l’idea della responsabilità sociale dell’impresa.

“Il punto di fondo del pensiero keynesiano è il rifiuto del fondamento utilitaristico dell’economia. Si può costruire una vera teoria economica sul concetto dell’uomo come puro homo economicus, ma si rischia di trascurare degli aspetti essenziali. L’economia, diceva Keynes, non è una scienza naturale, ma morale. Insomma: è parente dell’etica”.

E il capitalismo?

“Il capitalismo è una macchina molto efficiente, ma non efficiente in modo assoluto. Ha bisogno di un volante per essere indirizzato, per essere corretto nei suoi eccessi e nelle sue insufficienze. Non garantisce necessariamente la piena occupazione e la giustizia sociale, ad iniziare dai redditi. Spesso genera la stortura di redditi molto alti per pochi e molto bassi per molti. Senza considerare la disoccupazione”.

Una teoria quasi degna di Marx, che parlava dell’accumulazione di ricchezze sempre maggiori in un numero sempre minore di mani. Tutte mani capitaliste.

“In realtà Keynes conosce poco Marx e ne dà un giudizio sommariamente negativo. Conosce, però, e capisce bene Russia”.

La Russia comunista?

“Keynes, che nella prima parte della vita era stato omosessuale, a un certo punto conosce Lydia Lopokova, una bellissima ballerina classica dei Ballets Russes di Sergej Djagilev, la sposa e con lei visita e conosce a fondo la Russia”. 

Potenza dell’amore. E che impressione ha della Russia?

“Keynes ricostruisce bene due aspetti essenziali del comunismo: la sua totale inefficienza in termini economici pratici e la sua formidabile capacità di attrarre quanti, a partire dalle classi operaie, hanno di che lamentarsi del capitalismo. E dice: o troviamo il modo per rendere efficiente il capitalismo o l’attuazione del comunismo sarà irresistibile. Lo scriverà anche a Franklin Delano Roosevelt, poco dopo la sua elezione alla Casa Bianca: “Se lei dovesse fallire, in tutto il mondo sarà gravemente pregiudicato il cambiamento su basi razionali e in campo rimarranno a scontrarsi solo l’ortodossia e la rivoluzione”.

Roosevelt non fallì, per fortuna. Anzi, indicò la strada ad una intera generazione di politici del dopoguerra, anche in Italia.

“In Italia tutti i partiti del secondo dopoguerra sono keynesiani: democristiani, repubblicani, socialisti …  Tutti vogliono dare un’anima al capitalismo. Fanfani vara il piano casa all’interno di un progetto di società ben preciso, e anche per non far scivolare i meno abbienti verso il comunismo. Ora quello che deve emergere, anche da questo libro, è l’ispirazione politica del pensiero keynesiano, incentrata su un’idea ben precisa: come salvare il capitalismo da se stesso”.

Una volta il pericolo era che gli esclusi scivolassero verso il comunismo. Oggi si direbbe che il rischio è quello del populismo che invoca la propria sovranità sul bilancio dello Stato.

“A mio giudizio è lecito fare una spesa pubblica in deficit, ma per delle buone ragioni, cioè per degli investimenti. Ma non lo si può fare solo per ottenere due voti. Esiste anche un’altra lettera di Keynes, questa volta ad Hayek: in realtà la stima reciproca dei due era molto maggiore di quanto non si pensi. Keynes aveva appena finito di leggere “La strada per la schiavitù” di Hayek, e gli scriveva di essere d’accordo con lui sui pericoli della spesa pubblica: chi somministra alla società la medicina dell’intervento deve avere la cautela che hai tu”.

Comunque una posizione ben lontana dal reaganismo e dal thatcherismo. O dall’adorazione del pareggio di bilancio fine a se stesso.

“Anche chi in passato sosteneva l’austerità a tutti i costi adesso riconosce che quella cura non è servita a bloccare il debito pubblico. Questo è un punto.  Ma questo non costituisce una giustificazione per la dissipazione delle risorse pubbliche. Come in tutte le cose, bisogna avere capacità di discernimento”.

 Certo, in questi anni la sinistra ha molto ridotto la sua critica al capitalismo

“Oggi la più forte voce critica riguardo gli automatismi del mercato è rappresentata dal mondo cattolico. Una volta era il socialismo, ora non lo è più. Ho visto con molto interesse questa iniziativa di Papa Bergoglio, che ha convocato ad Assisi per una tre giorni, il prossimo anno, il mondo dell’economia e dell’impresa per dare un nuovo volto alla materia. Se venissi invitato ci andrei con grandissimo piacere a parlare di questi problemi.  La Chiesa una volta poteva apparire come portatrice di un rifiuto del capitalismo. Nel mondo contemporaneo, per l’appunto, si tratta di dargli un’anima”.

Colpisce, in Keynes, questa comunanza di sensibilità tra la cultura laica e quella cattolica o comunque religiosa.

“Nella biografia di Keynes ho ricordato che lui da parte di madre discendeva da una famiglia di predicatori battisti, usciti quindi dalla Chiesa Anglicana perché ispirati ad una visione più severa del cristianesimo. Lui non era credente, ma mantenne probabilmente un’impronta di questo tipo. Quanto alla madre, era una figura di grande spessore: il primo sindaco donna di Cambridge. Il cammino della modernità segue molte strade”.

E Giorgio La Malfa torna a sfogliare La fine del Lasseiz-faire. Un’idea, quella dell’“Arricchitevi!” di Guizot, che pare appartenere ad un mondo vecchio e lontano. O comunque non più in grado di rassicurare l’uomo contemporaneo.

Facebook sta facendo fatica ad assumere i talenti migliori. Alla fine dello scorso anno accademico, le offerte avanzate da Menlo Park ai neo-laureati delle università più prestigiose (Stanford, Carnegie Mellon e quelle della Ivy League) venivano accettate nell’85% dei casi. Adesso i “sì” oscillano tra il 35 e il 55%. Emblematico, afferma Cnbc, sarebbe il caso degli sviluppatori. Nel 2016 solo uno su dieci si negava a Facebook; all’inizio del 2019, lo avrebbe fatto un ingegnere informatico su due.

Effetto Cambridge Analytica

Sarebbe un effetto collaterale del caso Cambridge Analytica: sui dubbi peserebbe infatti l’approccio alla privacy della società, sul quale i potenziali dipendenti preferiscono indagare a fondo prima di accettare. Cnbc ha raccolto informazioni dagli addetti alle assunzioni che, negli ultimi mesi, hanno lasciato la compagnia. Ci sarebbe quindi “un calo significativo dei tassi di accettazione delle offerte di lavoro dopo lo scandalo Cambridge Analytica del marzo 2018”. Facebook non rischia certo di rimanere a corto di dipendenti. Ma la corsa ai talenti è tra i fattori chiave per innovare. Ecco perché società come Google, Apple, Amazon, Microsoft, oltre a molte startup, combattono a colpi di buste paga e benefit. Il calo più consistente sarebbe quello registrato alla Carnegie Mellon University, dove poco più di un terzo degli utenti firma il contratto offerto da Zuckerberg.

Facebook non è più “il miglior posto di lavoro”

Facebook ha contestata i dati, definendoli “totalmente errati”. Non ne ha però forniti altri. Un portavoce ha sottolineato che il numero di dipendenti della società è cresciuto del 36% dal primo trimestre del 2018 al primo trimestre del 2019 (è scritto nero su bianco sulla trimestrale). E ha ricordato che “Facebook si colloca regolarmente in cima alle classifiche dei posti di lavoro più attraenti, come quella di Glassdoor”. È vero: nella graduatoria dei Best Places to Work 2019 (che raccoglie i dati del 2018), Menlo Park è al settimo posto. Ma la posizione non sembra contraddire le difficoltà nel reclutamento. Nella classifica 2018, infatti, Facebook era al primo posto. E non scendeva così in basso da tre anni. Anche secondo Glassdoor l’atteggiamento dei dipendenti sarebbe cambiato nell’ultimo anno e mezzo. Nel 2017, l’84% dichiarava di essere ottimista sul futuro dell’azienda. Alla fine dello scorso anno la quota era scesa al 52%. I dipendenti convinti che “Facebook migliori il mondo” sono passati dal 72 al 53%. Resta però molto forte la fiducia nei confronti di Mark Zuckerberg. Il 96% dei dipendenti approva ancora il suo operato.

“C’è un Def approvato da governo e Parlamento” e “il governo sta lavorando per attuare quello che c’e’ scritto nel Def”. E quel documento è stato approvato in Consiglio dei ministri anche da Matteo Salvini.

Giovanni Tria arriva a Bruxelles alla riunione dell’Eurogruppo preceduto dalle parole di fuoco del ministro dell’Interno che minaccia di ‘stracciare’ le regole su debito e deficit e dalle tensioni che soffiano sullo spread, e prova a rassicurare i partner europei preoccupati per la tenuta dei conti dell’Italia.

Il debito sarà quello previsto dal Def e Salvini lo ha votato, è il messaggio che il ministro dell’Economia porta al tavolo dei 19 per disinnescare le parole esplosive del capo della Lega.

“Campagna elettorale”

Quello che conta sono i documenti e gli impegni del governo sul debito e deficit sono scritti nero su bianco nel documento di economia e finanza.  
“In campagna elettorale i mercati finanziari sono un po’ in fibrillazione ma bisogna attenersi ai documenti”, ripete Tria, lasciando intendere che altro sono i proclami elettoralistici, altro gli impegni sottoscritti.

Tria bolla come ‘boutade da campagna elettorale’ l’ennesima ipotesi di uscita dell’Italia dalla zona euro e assesta un’altra stoccata al vicepremier quando i giornalisti chiedono se dopo il 26 maggio cambierà tutto come promette il ministro dell’Interno: “La Commissione resterà la stessa, per un po’”. 
L’esame dell’esecutivo all’Italia arriverà a giugno, dopo che la Commissione presenterà il suo ‘Country Report‘ per i vari Paesi. Le premesse non sono buone: le ultime previsioni di primavera hanno dipinto un quadro a tinte molto fosche dei fondamentali macro del Paese.

Dal Pil previsto in calo allo 0,1% nel 2019 al balzo del debito all’impennata del deficit oltre il 3% in caso di mancato aumento dell’Iva. E l’appello dei ministri delle Finanze dell’Eurozona che chiedono all’Italia il rispetto delle regole non lascia presagire molto di buono: dal tedesco Olaf Scholz al francese Bruno Le Maire al commissario Pierre Moscovici (il debito italiano al 140% del Pil? “Il 130% è già molto”, dice il responsabile Ue degli Affari economici) fino ai ‘piccoli’ danesi e lussemburghesi, la richiesta a Roma di tenere a posto i cordoni della borsa è unanime. 

Ma la bordata più pesante arriva dall’austriaco Hartwig Loeger che già alla vigilia dell’Eurogruppo, in una intervista aveva detto che l’Italia rischia di diventare ‘la nuova Grecia’, rilanciando le parole del cancelliere austriaco Sebastian Kurz. “Il collega dovrebbe pensare prima di parlare”, replica Tria. Ma Loeger incalza, “Tria dovrebbe trasmettere questo messaggio di saggezza a Salvini”, invece “ha ceduto”. L’Austria, ripete Loeger, chiederà alla Commissione questa volta di non fare sconti all’Italia e rimetterà sul tavolo la richiesta di sanzioni per chi non rispetta le regole.

Lo spread tra Btp italiani e Bund tedeschi nelle prime contrattazioni passa di mano a 288 punti, dai 284,8 punti della chiusura di ieri, giornata in cui il differenziale era salito fino a quota 291, il top da dicembre. A far lievitare il differenziale è l’alta tensione all’interno della maggioranza di governo, alimentata dalla minaccia dello stesso spread. Il rendimento si attesta a fine giornata al 2,764%.

Nei primissimi scambi lo spread tra Btp italiani e Bund tedeschi si attesta a 282,5 punti, il top da tre mesi. Ieri il differenziale era schizzato a quota 281, per poi chiudere a 279 punti. A far salire lo spread sono state le parole del vicepremier Matteo Salvini che ha sfidato l’Europa, sostenendo che “si puo’ sforare il 3%”. A Salvini ha replicato Luigi Di Maio, che le ha definite sparate irresponsabili. Il tasso di rendimento è ora al 2,744%. 

Si è spento nella notte a Milano Gianluigi Gabetti, storico collaboratore dell’avvocato Agnelli. Aveva 94 anni. I funerali, annuncia la famiglia, si svolgeranno in forma privata, mentre a breve sarà resa nota la data della messa di Trigesima pubblica, che si svolgerà presso la chiesa della Consolata di Torino.

Storia di Gianluigi Gabetti

Gianluigi Gabetti era nato a Torino il 29 agosto 1924, Laureato in legge presso l’Università torinese, entrò alla sede del capoluogo piemontese della Banca Commerciale Italiana, raggiungendo il grado di vice direttore. Passato successivamente alla Olivetti, nel 1965 fu eletto presidente della Olivetti Corporation of America. Negli Stati Uniti conobbe l’Avvocato Agnelli che, avendolo notato per il suo ruolo in Olivetti, una domenica mattina lo chiamò al telefono per chiedergli di accompagnarlo a visitare il Moma; immediatamente gli propose di diventare direttore generale dell’IFI (Istituto Finanziario Industriale). Gabetti ebbe un giorno per pensarci e accettò e nell’ottobre 1971 venne nominato direttore generale dell’IFI, del quale divenne anche amministratore delegato nel marzo 1972. 

Gabetti fu, inoltre, vice presidente della Fiat dal novembre 1993 al giugno 1999. Negli anni all’IFI e all’IFINT Gianluigi Gabetti fu regista di operazioni di grande rilevanza: insieme con Cuccia, nel dicembre del 76 concluse l’accordo che portò i libici della Libyan Arab Foreign Investment Co (Lafico) a sottoscrivere un aumento di capitale della Fiat, versando 415 milioni di dollari ed acquisendo il 9,7% delle azioni ordinarie.

Ancora Gabetti, dieci anni dopo, nel settembre 1986, riacquistò tramite l’IFIL 90 milioni di azioni Fiat ordinarie dalla Lafico, con un esborso di circa 1 miliardo di dollari, portando a poco meno del 40% la partecipazione di Gruppo al capitale ordinario Fiat. A metà degli anni ’90 Gabetti lasciò l’Italia per dedicarsi ad investimenti internazionali del Gruppo attraverso l’Exor (ex IFINT) con sede a Ginevra.

Lasciate le cariche per limiti di età e ritiratosi a Ginevra nel 1999, rientrò dopo poco a Torino a causa della malattia dell’Avvocato Agnelli. Alla morte dell’Avvocato, Umberto Agnelli divenne presidente della Fiat e chiese a Gabetti di tornare in servizio affidandogli la presidenza dell’IFIL.

Da presidente, Gabetti si occupò del riassetto del Gruppo nel 2003 e dell’aumento di capitale a cascata di GA, IFI, IFIL e Fiat che portò in Fiat 1,8 mld di euro. Nel 2004, scomparso Umberto Agnelli, Gabetti divenne presidente della Giovanni Agnelli e C. Sapaz, presidente dell’IFI e Presidente dell’IFIL diventando il punto di riferimento della Famiglia. Quando Morchio si propose per diventare presidente di Fiat, fu proprio Gabetti, in un week-end, dopo un consulto con le sorelle dell’Avvocato e la Famiglia Agnelli, a trovare la soluzione per il vertice del Gruppo: Luca Cordero di Montezemolo presidente.

Poche ore dopo, John Elkann incontrò a Ginevra Sergio Marchionne (all’epoca amministratore delegato di SGS), che il 1 giugno divenne amministratore delegato della Fiat. Nel 2005 Gabetti diede mandato all’avvocato Franzo Grande Stevens di studiare una soluzione che permettesse alla Famiglia Agnelli di mantenere il controllo sulla Fiat. Tra le soluzioni verificate da Grande Stevens, fu approfondita quella della conversione in azioni dell’equity swap sottoscritto nella primavera del 2005 da Exor, quanto il valore dei titoli Fiat aveva raggiunto valori particolarmente bassi (sotto il valore nominale, pari a 5euro).

Nell’aprile del 2007 John Elkann, l’erede designato dall’Avvocato, gli succedette alla presidenza dell’IFI. Appassionato di arte e di musica, è stato Life Trustee del Museum of Modern Art of New York, Presidente del Lingotto Musica e Socio del FAI.

 

Bisognerà aspettare che vengano nominati i nove componenti della Commissione chiamata a valutare le richieste di indennizzo e che sia operativa la piattaforma Consap perché i risparmiatori truffati possano fare domanda per essere risarciti: il decreto attuativo è pronto e se, come appare certo, verrà pubblicato il 13 maggio sulla Gazzetta Ufficiale, occorrerà attendere 45 giorni.

Col decreto attuativo sul Fondo per l’indennizzo dei risparmiatori, da 1,5 miliardi stanziati con l’ultima legge di bilancio, si compie così un ulteriore passo in avanti a favore dei risparmiatori truffati, ossia coloro che hanno subito violazioni degli obblighi di informazione, diligenza, correttezza e buona fede che il Testo unico della finanza impone nella vendita di titoli.

Sono chiamati in causa coloro che hanno investito nelle banche in liquidazione, quelle venete Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca ma anche in altre come Banca Etruria e Banca Marche. I beneficiari, così come prevede il testo del decreto attuativo, sono i risparmiatori che hanno dichiarato nel 2018 un reddito Irpef fino a 35 mila euro o hanno un patrimonio mobiliare fino a 100 mila euro).

Potranno presentare domanda dopo la nomina dei Commissari e dopo che la Consap, entro 20 giorni dalla pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale, aprirà il portale telematico che verrà poi reso operativo.

I rimborsi saranno parametrati al costo d’acquisto: il meccanismo prevede un ristoro del 30% nel caso delle azioni, e del 95% quando si tratta di obbligazioni subordinate. In entrambi i casi, il tetto è fissato a 100 mila euro per ogni indennizzato, a cui vanno detratti gli eventuali indennizzi già ricevuti in passato a forfait o tramite giudizio o arbitrato. Nel caso delle obbligazioni, andrà detratta l’eventuale differenza positiva far il rendimento del bond e quello di un Btp della stessa durata.

Oltre al risparmiatore e agli eredi potranno chiedere il rimborso i familiari, i conviventi o i parenti entro il secondo grado a cui sono stati ceduti i titoli. In dettaglio, viene sancito che l’indennizzo viene determinato nella misura del 30 per cento del costo di acquisto delle azioni, ivi inclusi gli oneri fiscali, entro il limite massimo complessivo di 100.000 euro per ciascun avente diritto (ma si sta discutendo se innalzare tale soglia a 200 mila come sollecitato da più fronti).

Per le obbligazioni subordinate che non hanno beneficiato delle prestazioni del Fondo di solidarietà, l’indennizzo è determinato nella misura del 95 per cento del costo di acquisto delle stesse, ivi inclusi gli oneri fiscali, entro il limite massimo complessivo di 100 mila euro per ciascun avente diritto. Sarà la Commissione a valutare poi le richieste, a verificare la sussistenza dei requisiti previsti e a disporre il pagamento “con la massima celerità”.

La Consap renderà intanto operativa, entro 20 giorni dalla pubblicazione del decreto, una piattaforma informatica per fornire al pubblico informazioni chiare e complete circa le modalità di presentazione della domanda e gli adempimenti a tal fine necessari. La piattaforma è dotata anche di un sistema interattivo di ricezione e risposta alle domande provenienti dal pubblico. Entro 45 giorni la piattaforma consente agli utenti di procedere alla presentazione formale dell’istanza e dei documenti.

In tempi di crisi, ha dell’incredibile. Un imprenditore offre un contratto a tempo indeterminato con uno stipendio di 1.500 euro al mese ma non trova nessuno perché l’impiego richiede che ci si svegli molto presto al mattino.

Il caso è emerso dalla telefonata dello stesso potenziale datore di lavoro (è di Jesolo) al programma, i Lunatici, condotto ogni notte su Rai Radio2 da Roberto Arduini e Andrea Di Ciancio e che raccoglie le storie e le confessioni dei vari ascoltatori.

Tra le varie chiamate arrivate ha spiccato quella di Andrea: “Io ho una attività di vendita di pesce al commercio e al dettaglio a Jesolo. Cercavo una segretaria o un segretario, e una persona che andasse ad aprire la pescheria al mattino. Ho fatto una montagna di colloqui, ma quando le persone scoprono di doversi svegliare presto al mattino e di dover lavorare anche il sabato si defilano. Offro un contratto a tempo indeterminato, con uno stipendio di 1500 euro al mese. Solo che bisogna svegliarsi presto al mattino”.

“Tantissimi giovani sono venuti ai colloqui, dicevano che andava tutto bene, e poi sono spariti. Non chiedo esperienza particolare, si può imparare, ma non riesco a trovare personale. Non c’è voglia di lavorare. A parole i giovani sono volenterosi, ma quando poi li richiami non rispondono nemmeno al telefono. Oppure inventano scuse assurde. Sono ancora in cerca di queste figure. Parliamo di un posto fisso, con contratto annessi e connessi”. 

La crisi dei giornali tradizionali innescata dal boom di Internet e dalla vasta disponibilità di informazione presente in rete porta con sè un gigantesco paradosso. Da una parte non c’è mai stata tanta domanda di informazioni, e quindi di lavoro giornalistico, come oggi. Dall’altra queste informazioni il pubblico è abituato ad averle gratis e, se si trova di fronte a un ‘paywall‘ (ovvero un contenuto online riservato agli abbonati), ha a disposizione parecchie alternative gratuite. La conseguenza è una competizione al ribasso dove il crollo degli utili degli editori si traduce in un taglio del costo del lavoro, il che va a detrimento della qualità dei contenuti disponibili sul web. 

I limiti del ‘paywall’

Trovare un modello di business sostenibile e compatibile con la rivoluzione digitale è da tre o quattro lustri il problema che attanaglia tutti gli editori. Il meccanismo del ‘paywall’ ha rivelato presto i suoi limiti. In primo luogo perché il presupposto è spingere chi non vuole spendere soldi per il cartaceo a investirli per leggere lo stesso articolo su un dispositivo, senza quindi offrire un contenuto originale e pensato su misura per la rete. In secondo luogo perché sono davvero poche le testate così prestigiose e così insostituibili da poter sperare di avere una sufficiente base strutturale di lettori online a pagamento. I primi esempi che vengono in mente sono i grandi quotidiani finanziari, come il Wall Street Journal e il Financial Times, che limitano peraltro al massimo gli articoli consultabili gratuitamente. 

Un caso unico

La notizia è che un giornale che è riuscito a trovare questo modello di business, senza ricorrere al paywall, c’è. È il britannico The Guardian, che ha annunciato di aver chiuso l’anno fiscale 2018-2019 con un utile operativo (ovvero il denaro guadagnato solo con l’attività editoriale, al netto di altre voci come, ad esempio, investimenti finanziari o immobiliari) di 800 mila sterline, dopo vent’anni di bilanci in rosso, con perdite definite “sostanziali”. 

Un risultato che è ancora più sorprendente se si va ad analizzare il bilancio nel dettaglio. Oltre la metà del fatturato, il 55%, viene generato dal sito, un traguardo che solo il Financial Times e pochissime altre testate possono vantare (Il 60% del fatturato del New York Times arriva ancora dal cartaceo). E le entrate pubblicitarie contano solo per l’8% del totale. Come detto, inoltre, i paywall non ci sono: tutta l’edizione online del Guardian è consultabile gratis. E allora? Alla fine di ogni articolo del Guardian trovate questo box.

Un libero invito a donare (con la possibilità di una sottoscrizione fissa e periodica) al quale hanno aderito abbastanza lettori da costituire oggi il 47% del fatturato. Un caso unico. Talmente unico da essere molto difficilmente replicabile. Per più di una ragione. 

Le ragioni di un successo

Prima di tutto, il Guardian è scritto in inglese, oggi lingua universale, e ha un’edizione internazionale distinta da quella britannica e pensata per i lettori residenti fuori dal Regno Unito, che costituiscono circa i due terzi del totale. Un obiettivo al quale Handelsblatt o Yomiuri Shinbun non possono certo aspirare. El Pais e Le Monde, che invece scelgono di offrire in abbonamento una versione digitale del cartaceo, comprensiva di supplementi, potrebbero forse provarci. Lo spagnolo si parla in quasi tutta l’America Latina e il francese in mezza Africa. Ma l’inglese è un’altra cosa.

La questione della barriere linguistiche spiega però solo una piccola parte dell’unicità del caso del Guardian. Ad aver reso, sovente a ragione, l’opinione pubblica diffidente nei confronti della stampa sono gli interessi che muovono i proprietari delle testate, raramente editori puri o privi di simpatie politiche.

Il Guardian, invece, può dirsi indipendente senza il timore di suscitare ironie, può permettersi davvero di affermare che “nessuno revisiona il nostro direttore”. La proprietà è di un trust che dal 1936 ne garantisce l’indipendenza. L’altra storica voce progressista della stampa britannica, The Independent (altro caso interessante: ha chiuso l’edizione cartacea e vive solo con l’online), nell’azionariato ha persino i sauditi

La lezione che vale per tutti

Ciò non vuol dire che The Guardian non abbia una linea politica: nato contiguo ai liberali, è poi diventato una testata di sinistra. Le critiche che i laburisti ricevono dal Guardian sono spesso però ancora più virulente di quelle che giungono dai quotidiani conservatori. Un altro aspetto da non sottovalutare, poi, è che The Guardian ha saputo fare autocritica dopo essere in parte caduto anch’esso, ai tempi dell’elezione di Trump, nel gioco della polarizzazione dove ogni elettore di destra finiva per essere infilato da molte testate liberal nel “cesto dei deplorevoli” di clintoniana memoria e, qualsiasi problema geopolitico sorgesse, era sempre e comunque colpa di Putin

Oggi, invece, anche il nazionalista più acceso difficilmente potrà negare che la serie di articoli sul fenomeno populista pubblicata nei recenti mesi o le inchieste di Tobias Jones dedicate all’estrema destra italiana sono tra i contributi più approfonditi e obiettivi mai pubblicati sull’argomento. Contributi che sono solo un piccolo risvolto di un’altra scommessa vinta.

Viene spesso detto che in rete la soglia d’attenzione è bassissima e che dopo 30 righe quasi tutti gli utenti vengono distratti da altro. Esiste però un altro tipo di lettore, quello che vuole i longform (formato che viene considerato improponibile sul web ed è invece tra i fiori all’occhiello della nuova strategia del Guardian), vuole contenuti che siano davvero di qualità, vuole percepire che dietro quel pezzo ci sia un lavoro strenuo di ricerca, documentazione e revisione, non un copia e incolla distratto e raffazzonato.

In poche parole, il lettore vuole vedere che il giornalista di turno ha lavorato, si è sforzato e lo ha fatto senza le direttive di un padrone. In tal caso, è persino disposto a pagarlo sua sponte. Ed è quest’ultima la lezione del Guardian che vale davvero per tutto il settore. 

@cicciorusso_agi

Si considerano i nuovi guardiani dell’informazione, i cacciatori di fake news, gli investigatori che mettono a nudo le falle dell’informazione online. La redazione della app americana “NewsGuard” è nel cuore di Manhattan, con 35 giornalisti, più i collaboratori che lavorano da casa. Attraverso un’estensione sul browser, da Chrome a Firefox e Safari, gli utenti su Internet trovano in alto a destra sulla pagina del sito un bollino verde o rosso, dipende se ha superato i test di attendibilità e correttezza. Verde, l’ha superato, Rosso, no.

Cliccando sul bollino, appare la “pagella” e si può verificare con quale ranking è stato raggiunto il giudizio complessivo. Un baffetto verde segnala, per ogni voce, il raggiungimento degli standard di correttezza, altrimenti compare una croce di colore rosso. NewsGuard conta anche su ex studenti della Columbia University, è sostenuta da donazioni e dopo aver analizzato 2.000 siti americani e 150 del Regno Unito, passerà ad analizzare l’informazione sui siti italiani: dal 13 maggio NewsGuard sbarcherà in Italia per consegnare le prime “pagelle”.

 

 

Di fatto la redazione si autopromuove come un’autorità per certificare chi fa informazione corretta. Sotto esame 9 voci che rispondono a criteri giornalistici: verificano se le notizie sono attendibili, le fonti citate chiaramente e i donatori resi pubblici, ma anche se notizie e commenti non sono separati, oltre alla presenza di titoli ingannevoli, pubblicità occulta, possibili conflitti di interesse di chi scrive e se il sito provvede informazioni chiare sui creatori di contenuti.     

I giornalisti di “NewsGuard” si muovono in questo modo: ognuno si occupa di una testata online, la analizza per giorni, poi stila la pagella che viene vagliata da un ufficio centrale. Se vengono trovate falle, viene contattata la testata, vengono segnalati i punti che non vanno e valutate le spiegazioni. Dopo alcuni giorni la valutazione verrà messa in rete. Cliccando sul bollino, rosso o verde che sia, l’utente potrà vedere la “pagella”. Il bollino verde si ottiene anche se non si ottengono nove giudizi positivi su nove, ma dipende da quali criteri di trasparenza non sono stati rispettati.