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AGI – Proprio nei giorni in cui affila le armi per la battaglia legale con Elon Musk per l’operazione da 44 miliardi di acquisizione della società, Twitter continua a lavorare su nuove funzioni in grado di dare nuovo smalto alla piattaforma social, soprattutto in chiave privacy e sicurezza.

Il social dell’uccellino ha lanciato oggi (dopo i test di aprile) “Unmentioning”, che consentirà alle persone di annullare i tag dalle conversazioni, di non essere menzionate e di avere più controllo sulle conversazioni stesse.

Sometimes you want to see yourself out.

Take control of your mentions and leave a conversation with Unmentioning, now rolling out to everyone on all devices. pic.twitter.com/Be8BlotElX

— Twitter Safety (@TwitterSafety)
July 11, 2022

“Unmentioning” consente di rimuoversi da una conversazione a cui non si vuole essere associati e impedisce ad altri di menzionarci nuovamente nella stessa conversazione. 

“A volte vuoi vederti fuori” ha twittato la società, presentando la nuova funzione, una delle ultime che Twitter ha implementato per aiutare a frenare gli abusi sulla piattaforma. 

La società ha chiarito che l’obiettivo dell’opzione è aiutare gli utenti a rimuovere se stessi da attenzioni indesiderate. L’azienda sta inoltre continuando a testare una nuova funzione “Modalità di sicurezza” che blocca automaticamente la comparsa dei troll nelle menzioni.

Per rimuoversi da una conversazione, basterà toccare il menu a tre punti sul tweet in questione. Da lì, compare la nuova opzione “abbandonare questa conversazione”. 

Dopo aver toccato l’opzione, Twitter spiega che lasciare una conversazione farà le seguenti cose: annullare il tag del nome utente (il nome utente rimane, ma verrà rimosso dal tweet originale e da tutte le risposte), interrompere le menzioni future (le persone non possono menzionarci di nuovo in questa conversazione), interrompere le notifiche (non si riceveranno ulteriori notifiche ma si potrà comunque vedere la conversazione).

AGI – E’ iniziata la prevista manutenzione al gasdotto Nord Stream 1, la più grande infrastruttura di importazione di gas dell’Unione europea, di proprietà della società russa Gazprom. I lavori durano fino al 21 luglio, ma governi, mercati e aziende temono che la chiusura possa essere prolungata a causa della guerra in Ucraina. Nord Stream 1 trasporta 55 miliardi di metri cubi (bcm) all’anno di gas dalla Russia alla Germania sotto il Mar Baltico.

Il mese scorso Mosca ha tagliato i flussi al 40% della capacità totale del gasdotto, citando il ritardo nella restituzione delle apparecchiature servite dalla tedesca Siemens Energy, in Canada.

Il Canada ha dichiarato da parte sua che nel fine settimana avrebbe restituito una turbina riparata, ma ha anche affermato che amplierà le sanzioni contro il settore energetico russo. L’Europa teme che la Russia possa estendere la manutenzione programmata per limitare ulteriormente la fornitura di gas, gettando nel caos i piani per lo stoccaggio per l’inverno e aggravando una crisi del gas che ha richiesto misure di emergenza da parte dei governi per calmierare il caro bollette.

In Francia il ministro delle Finanze, Bruno Le Maire, è convinto che si andrà verso un taglio totale delle forniture di gas dalla Mosca. “Ritengo che il taglio totale delle forniture di gas dalla Russia sia lo scenario futuro più probabile”, ha detto Le Maire, che ha anche allertato Bruxelles: “In Europa occorre prepararsi”. E il ministro tedesco dell’Economia, Robert Habeck, non ha fatto mistero di temere che i russi, dopo aver già ridotto del 60% le consegne di gas, possano utilizzare questa pausa per interrompere definitivamente i rifornimenti alla Germania e all’Europa, compromettendo gli sforzi dei paesi dell’Eurozona per assicurarsi le forniture in vista del prossimo inverno.

La Ue, che riceve circa il 40% del suo gas attraverso i gasdotti russi, sta cercando di ridurre rapidamente la sua dipendenza dagli idrocarburi russi in risposta all’invasione ucraina. In un clima di crescente tensione per l’esorbitante aumento dei prezzi energetici, nel Land della Renania-Palatinato l’amministrazione locale sta pianificando di allestire spazi collettivi, come le palestre, per fare in modo che chi non potrà più pagare i costi del riscaldamento in casa possa comunque riscaldarsi in caso di emergenza.

Ma anche i centri di Neustadt, Frenkenthal e Landau pianificano le cosiddette “isole di calore”. Fra le misure di emergenza previste anche lo stop dell’illuminazione degli edifici pubblici e lo spegnimento dei semafori di notte.

 

AGI – A lungo relegate in soffitta o, nel migliore dei casi, in un angolo oscuro dei banchi del mercato, le cassette VHS sono tornate prepotentemente di moda, al punto che sono battute all’asta a prezzi da capogiro grazie alla nostalgia e all’interesse degli investitori.

Ad esempio, una videocassetta di “Guerre stellari”, film uscito nel 1977, anno in cui furono messe in vendita le prime videocassette negli Stati Uniti, è stata aggiudicata per oltre 10.000 dollari. E ancora: in una vendita organizzata da Heritage Auctions lo scorso mese a New York, una videocassetta di “Ritorno al futuro” è stata venduta per 75.000 dollari, mentre “I Goonies” e “Lo squalo” hanno raggiunto rispettivamente 50.000 e 32.500 dollari.

Uno dei nastri della serie “Rambo” è stato aggiudicato per 22.500 dollari. Finora le videocassette non valevano praticamente più nulla e la rarità – che riuscivano a essere vendute per centinaia di dollari – riguardavano film non disponibili online oppure titoli di nicchia.

Ma la nuova moda sta prendendo piede: si distinguono i grandi blockbuster della prima metà degli anni ’80, a patto che i film soddisfino gli standard di qualità. Le prime edizioni o le copie esclusive hanno un valore maggiore. Una cassetta VHS di una serie limitata o la prima trasmissione di un film, nella sua confezione originale e non aperta, sono quelli più gettonati.

Tra i titoli che fanno più gola agli aficionados, la grande trilogia dei primi film distribuiti in VHS negli Stati Uniti: “MASH”, “Patton” e “The Sound of Music”, distribuiti nel 1977 dalla 20th Century Fox e dalla Magnetic Video.

Il prezzo? “È davvero difficile da dire. Direi che si tratta di cifre a sei zeri, forse sette”, afferma Jay Carlson, direttore di VHS presso Heritage Auctions, una posizione creata solo pochi mesi fa. Molti collezionisti veterani si chiedono come mai questa improvvisa impennata, 16 anni dopo l’ultima uscita di un film in questo formato (“A History of Violence”).

Basti pensare che gli ultimi videoregistratori sono stati prodotti nel 2016. Nell’ultimo decennio, diversi elementi culturali essenziali sono diventati oggetti da collezione, dalle scarpe da ginnastica ai videogiochi o, ora, alle videocassette. Per alcuni, hanno persino sostituito oggetti di valore culturale come francobolli o monete.

La rinascita del VHS sta mobilitando l’intero settore dei collezionisti: crescono i gruppi Facebook specializzati, proliferano i servizi di accreditamento dell’autenticità e della qualità dei nastri e si mobilitano i bookmaker per offrire questo prodotto.

Secondo gli esperti, il mercato delle VHS è potenzialmente superiore a quello dei videogiochi, che lo scorso anno hanno registrato vendite superiori a 1 milione di dollari. Questo perché non è detto che siano tutti i collezionisti patiti di giochi, anzi. E invece, chi è che non ha mai visto un film?

AGI – L’inflazione nell’ultimo anno è stata come una patrimoniale da 92 miliardi di euro sui conti correnti degli italiani, 18 volte più cara del prelievo disposto 30 anni fa dal governo Amato. Sono i conti dell’Ufficio studi della Cgia. Tenendo conto che in questi ultimi 12 mesi il tasso di interesse applicato dagli istituti di credito sui depositi bancari si è aggirato attorno allo zero mentre l’inflazione è cresciuta dell’8% – calcola la Cgia – a risparmi invariati, che al 31 dicembre scorso ammontavano complessivamente a 1.152 miliardi, il caro vita ha eroso questi ultimi di 92,1 miliardi di euro.

Nell’estate del 1992 la misura del 6 per mille del governo Amato costò alle famiglie 5.250 miliardi di lire, ovvero 2,7 miliardi di euro. Rivalutando questo importo a maggio 2022, il prelievo sale a 5 miliardi di euro; praticamente un “sacrificio” economico 18 volte inferiore ai 92 miliardi stimati, in quest’ultimo anno, dall’Ufficio studi della Cgia.

Come prevedibile, a livello territoriale il costo più salato l’hanno pagato i risparmiatori delle regioni più ricche: in Lombardia la perdita di potere di acquisto è stata di 19,4 miliardi, nel Lazio di 9,3, in Veneto di 8,3 e in Emilia Romagna di 8,12. Se a Nordovest il “prelievo” è stato di ben 29,8 miliardi, nel Mezzogiorno invece ha raggiunto quota 22,8 miliardi; un dato, quest’ultimo, superiore ai 20,7 miliardi registrati nel Nordest e, ancor più, rispetto ai 18,8 miliardi riconducibili al Centro.

L’ufficio studi della Cgia richiama il pericolo di uno scivolamento verso la stagflazione, ossia un periodo di crescita economica molto bassa, se non addirittura negativa, a cui si affianca un’inflazione molto elevata che provoca un aumento del tasso di disoccupazione. Contrastare la stagflazione, segnala l’Ufficio studi della Cgia, è un’operazione molto complessa.

Per attenuare la spinta inflazionistica, gli esperti sostengono che le banche centrali dovrebbero contenere le misure espansive e aumentare i tassi di interesse, operazione che consentirebbe di diminuire la massa monetaria in circolazione.

“Avendo un rapporto debito/Pil tra i più elevati al mondo – sostiene una nota – con l’aumento dei tassi di interesse l’Italia registrerebbe un deciso incremento del costo del debito pubblico. Un problema che potrebbe minare la nostra stabilità finanziaria. Bisognerebbe, infine, intervenire simultaneamente almeno su altri tre versanti: in primo luogo, attraverso la drastica riduzione della spesa corrente e, in secondo luogo, con il taglio della pressione fiscale, unici strumenti efficaci in grado di stimolare i consumi e per questa via alimentare anche la domanda aggregata di beni e servizi. Operazioni, queste ultime, non facili da applicare in misura importante, almeno fino a quando non verrà “rivisto” il Patto di Stabilità a livello europeo. Infine, dovremmo assolutamente introdurre un tetto al prezzo del gas e del carburante. Due voci che in questi ultimi 12 mesi hanno contribuito in misura determinante ad innalzare pericolosamente il nostro livello di inflazione”. 

AGI – I mercati hanno ancora paura della recessione ma allo stesso tempo continuano a salire e lo stanno facendo in modo abbastanza sostenuto con l’indice S&P a Wall Street che ieri è avanzato per la quarta sessione consecutiva, eguagliando la sua striscia più lunga dell’anno. Il rimbalzo è ancora piccolo rispetto alle perdite della prima metà del 2022, ma consentono all’indice di uscire dal ‘bear market’ e di portarsi a meno del 20% dal suo picco.

È anche positivo che le ultime due sessioni in rialzo siano arrivate nonostante i bruschi aumenti dei rendimenti dei Treasury, con il 2 anni e il 10 anni entrambi saldamente sopra il 3% ieri e la curva dei rendimenti che per il terzo giorno consecutivo si è invertita, rinnovando il segnale di una recessione in arrivo.

All’inizio di quest’anno, i rapidi movimenti al rialzo del mercato obbligazionario e gli aggressivi commenti della Fed sui tassi spaventavano le Borse, ma questa settimana la paura sembrerebbe essersi attenuata. Secondo Michelle Girard, capo analista di NatWest Markets, il mercato sembra sentirsi più a suo agio con le mosse aggressive della Fed e della Bce, in attesa che l’inflazione da ora in poi possa iniziare a diminuire.

“Il mercato – commenta Girard – ha passato dei bruttissimi momenti a causa dell’inasprimento della politica della Fed, e ora che la banca centrale si impegna a fare di più e che sia l’inflazione, sia l’economia Usa si stanno raffreddando, gli investitori non si sentono più così preoccupati del fatto che la Fed debba agire in modo aggressivo”.

Il prossimo test oggi arriverà dai dati del rapporto sul mercato del lavoro statunitense. “Se i numeri suggeriranno che la crescita dei salari può aver raggiunto il picco e che l’occupazione è ancora forte, allora il mercato potrà tirare un sospiro di sollievo e rafforzare la sua idea che la Fed abbia prezzato abbastanza rialzi per il momento e possa in futuro rallentare”.

In Asia oggi i listini sono in rialzo, nonostante l’attentato all’ex premier Shinzo Abe. La Borsa di Tokyo avanza di circa mezzo punto percentuale e salgono anche Shanghai e Hong Kong. Sui mercati asiatici crescono le speranze che Joe Biden rimuova alcuni dazi dell’era Trump dalle merci cinesi, per abbassare l’inflazione Usa.

E pesa in positivo la notizia secondo cui Pechino starebbe valutando di varare dei grossi stimoli all’economia in difficoltà, consentendo ai governi locali di raccogliere miliardi di dollari attraverso l’emissione di obbligazioni per progetti infrastrutturali. I future a Wall Street sono in calo dopo aver chiuso in deciso rialzo.

Ieri ai mercati sono piaciute le parole di Christopher Waller, uno dei membri del Fomc della Federal Reserve, il quale ha sponsorizzato un rialzo di 75 punti base a luglio e probabilmente di 50 punti base a settembre aggiungendo una nota di ottimismo sull’andamento dell’economia. “Personalmente – ha detto – penso che alcuni dei timori di recessione siano un po’ esagerati”.

Anche un ‘falco’ come James Bullard ieri è piaciuto ai mercati, suggerendo un possibile atterraggio morbido per l’economia. Anche i future sull’EuroStoxx 50 non sono particolarmente brillanti e sono piatti, ma arrivano dopo una seduta molto positiva per le Borse europee, con Milano maglia rosa, che ha guadagnato il 3,05%, mentre Parigi è salita dell’1,6% e Francoforte dell’1,97%. Anche Londra è avanzata dell’1,14% nel giorno in cui il premier Boris Johnson ha gettato la spugna e lasciato la guida dei Tory, riservandosi di restare primo ministro fino all’elezione di un successore a ottobre.

I listini del Vecchio Continente hanno consolidato i guadagni, sulla scia delle minute della Fed di martedì e di quelle della Bce di ieri, dalle quali non sono arrivate sorprese negative in fatto di tassi. La Fed ha confermato le attese di un rialzo dei tassi a luglio di 50-75 punti base e ha conquistato i mercati mostrando ‘tolleranza zero’ sull’inflazione.

Dalle minute della Bce è emerso che alcuni banchieri avevano originariamente proposto di alzare i tassi di più di 25 punti base nella riunione di luglio e che sullo scudo anti-spread si andrà avanti nonostante gli altolà dei ‘falchi’ tedeschi. Lo spread Btp-Bund è tornato ieri sopra la soglia dei 200 punti, a quota 202, per poi chiudere a 198 e il rendimento del Btp decennale è salito al 3,29%.

Il prezzo del greggio, che nei giorni scorso la paura della recessione aveva portato sotto i 100 dollari, è tornato a salire, con il Brent che in Asia è a 105 dollari e il Wti a quota 102. Sul mercato dei cambi, l’euro resta debole a 1,0143 dollari e lo yen risale sotto quota 136 dollari. In deciso progresso il prezzo del gas, che ad Amsterdam avanza dell’8,4% a 185,4 euro al Megawattora.

Oggi, oltre ai dati sul mercato del lavoro Usa, sono attesi gli interventi di Christine Lagarde e del presidente della Fed di New York John Williams. In Indonesia si è aperto il G20 dei ministri degli Esteri, con una girandola di incontri bilaterali, mentre è escluso un vertice tra il russo Lavrov e l’americano Blinken.

Ieri da Mosca sono arrivate parole dure sulla guerra. Nel pieno dell’offensiva sul Donbass, Vladimir Putin ha detto che la guerra in Ucraina è appena cominciata, perché “non abbiamo ancora iniziato a fare le cose sul serio”.

All’Occidente il presidente russo ha lanciato l’ennesimo guanto di sfida: “Se vogliono sconfiggerci sul campo, ci provino”. Nell’agenda del G20 di Bali le discussioni si incentreranno sulla crisi alimentare, le tensioni sull’energia (con una parte dedicata alla diversificazione delle fonti) e le altre sfide legate all’aggressione russa, oltre che sulla cooperazione per far fronte all’aumento dell’inflazione globale e per evitare una pericolosa recessione. 

AGI – I mercati restano deboli e altalenanti, impauriti dalla recessione incombente, ma le Borse salgono dopo le minute della Fed, che non hanno aperto nuovi orizzonti, ma sembrano rassicurare gli investitori sul fatto che la banca centrale intenda seriamente lottare contro l’inflazione.

“Forse il cambiamento di tono più notevole è la crescente accettazione del fatto che la crescita potrebbe dover essere sacrificata per ripristinare la stabilità dei prezzi, con la consapevolezza che questo è un costo che si è disposti a pagare”, commenta Michael Feroli di JPMorgan in una nota ai suoi clienti. I rendimenti dei Treasury, già in forte crescita, hanno esteso i loro guadagni dopo le minute. Anche i titoli azionari si sono spostati verso l’alto, poiché una Fed focalizzata sulla lotta all’inflazione sembra essere un segnale positivo per alcuni investitori.

“È chiaro che l’economia sta rallentando, trainando i prezzi delle materie prime verso il basso, e dunque cominciano a calare le aspettative di inflazione” spiega Brian Levitt, strategist di Invesco.

“I rischi in questa fase – aggiunge – sono ancora molto elevati, ma stiamo iniziando a vedere dei progressi nella direzione auspicata”. Un’inflazione in leggero calo, mentre alcune parti dell’economia riducono la crescita, potrebbe portare a una recessione lieve, o forse a quell'”atterraggio morbido” a cui punta il presidente della Fed Jerome Powell. In Asia i listini sono in rialzo, il dollaro sta relegando l’euro ai minimi da quasi 20 anni, poco sopra quota 1,01 e i prezzi del petrolio arretrano per paura dell’inflazione.

Tokyo avanza di quasi un punto e mezzo percentuale, Shanghai dello 0,5% e Hong Kong è piatta. I future a Wall Street e in modo più marcato quelli in Europa sono in rialzo dopo che la Borsa di New York ha chiuso positiva una seduta volatile. Il Dow Jones è salito dello 0,22%, lo S&P dello 0,36% e il Nasdaq ha guadagnato lo 0,35%.

Le minute della Fed hanno mostrato che i membri del Comitato esecutivo hanno riconosciuto la possibilità che un orientamento ancora più restrittivo potrebbe essere appropriato se le elevate pressioni inflazionistiche dovessero persistere. A oggi il mercato sconta un rialzo dei tassi Usa di 50 o più probabilmente 75 punti base a luglio e di 170 punti base di qui alla fine dell’anno, il che significa che il fed fund passerà dall’attuale 1,75% al 3,50.

La Bce invece dovrebbe rialzare i tassi di un quarto di punto a luglio, poi è atteso un rialzo di 50 punti base a settembre e altri due incrementi di 25 punti base l’uno a novembre e dicembre. Intanto per il secondo giorno consecutivo la curva dei rendimenti dei Treasury resta invertita.

Il tasso del 2 anni sale al 2,96% e quello del 10 anni avanza ma resta solo al 2,91%. Per i mercati l’inversione della curva rappresenta il segnale che la recessione si sta avvicinando, anche se il processo sta avvenendo in modo più accelerato del previsto. I future sull’EuroStoxx salgono di oltre un punto percentuale, dopo che ieri le Borse europee hanno rimbalzato, reagendo al tracollo di martedì scorso.

“C’è un po’ di recupero”, commenta un trader che tuttavia evidenzia i volumi sottili sia nella discesa che nel rimbalzo. Ad alimentare il mood positivo ieri sono stati gli ordini delle industrie tedesche che a maggio sono aumentati dello 0,1% mentre le attese erano di un calo dell’1%. Gli analisti ritengono comunque che si tratti di un rimbalzo tecnico transitorio e che il quadro generale resti ribassista. La migliore è stata Parigi, avanzata di oltre il 2,03%, sulla scia di Edf, volata a +14,7% dopo l’annuncio della premier francese Elisabeth Borne di voler nazionalizzare al 100% il colosso energetico.

Le Borse europee sono rimbalzate anche grazie alla fine dello sciopero dei lavoratori norvegesi del settore dell’energia, che ha alleviato i timori per la crisi delle forniture energetiche europee. Il prezzo del gas, dopo una partenza in calo poco sopra i 150 euro, ha concluso la giornata in aumento del 3,5% a 171 euro al Megawattora.

Il petrolio resta ancora al palo per la paura della recessione, ampiamente sotto i 100 dollari, mentre non si arresta la discesa dell’euro sul dollaro. Debole anche la sterlina, giù dello 0,45%, colpita dalla crisi del governo Johnson che si fa più estesa a ogni ora. È durato poco l’allentamento della tensione sui titoli di Stato europei: lo spread tra Btp e Bund tedeschi a 10 anni ha chiuso in rialzo a 194 punti base rispetto ai 190 dell’avvio della giornata, con il rendimento del prodotto del Tesoro al 3,14%. Oggi c’è attesa per le minute della Bce, da cui si cercheranno indizi per capire se il rialzo di luglio sarà di 25 punti base o di 50 punti base come vorrebbero i falchi di Francoforte. Sempre oggi escono i dati sui sussidi settimanali di disoccupazione Usa e il rapporto Adp sull’occupazione a stelle e strisce nel settore privato, che anticiperanno quelli più importanti di domani sul mercato del lavoro Usa.  

FMI non esclude recessione mondiale nel 2023

Il numero uno del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva non esclude una recessione globale l’anno prossimo e sostiene che le prospettive per l’economia globale si sono “oscurate in modo significativo” da aprile. Georgieva rivela a Reuters che nelle prossime settimane il Fmi abbasserà per la terza volta quest’anno le sue previsioni per il 2022, tagliando l’attuale stima del 3,6%. L’Fmi dovrebbe pubblicare le sue previsioni aggiornate per il 2022 e il 2023 a fine luglio, dopo aver già ridotto le sue stime di quasi un punto percentuale in aprile.

Domani escono dati sul mercato lavoro Usa

Il principale market mover dalla prossima settimana saranno i dati sul mercato del lavoro Usa di domani, che in questa fase avranno comunque una valenza inferiore rispetto al solito. La creazione del numero dei nuovi occupati è attesa in ridimensionamento rispetto al mese precedente, mentre il tasso di disoccupazione dovrebbe restare stabile al 3,6%. La crescita dei salari orari è attesa in lieve rallentamento, da +5,5% a +5,1%.

La Francia Pronta a nazionalizzare l’utility Edf

Il governo francese ha dichiarato che intende nazionalizzare l’utility Edf, come passo necessario per gestire la transizione dai combustibili fossili in un momento di crisi energetica in Europa, innescata dall’invasione russa dell’Ucraina. La prima ministra francese, Elisabeth Borne, si è presentata davanti all’Assemblea nazionale e ha detto che la Francia “sarà il primo Paese europeo a uscire dalle energie fossili” e che una delle misure annunciate per raggiungere l’obiettivo è la nazionalizzazione completa dell’Edf, la maggiore azienda produttrice e distributrice di energia del Paese.

La compagnia elettrica, che è già controllata all’84% dallo Stato francese, ha assorbito miliardi di euro di perdite da quando il presidente Emmanuel Macron ha imposto un tetto ai prezzi dell’elettricità, costringendo Edf ad acquistare forniture a prezzi di mercato più elevati senza trasferire il costo sui consumatori. Tali perdite sono diventate più pesanti dopo che la Russia ha interrotto il flusso di gas naturale verso l’Europa, innescando un aumento dei prezzi del gas e dell’energia elettrica.

Edf è anche al centro degli ambiziosi piani di Macron di sviluppare la flotta nucleare della Francia come mezzo per ridurre le emissioni e combattere il cambiamento climatico. Le azioni dell’operatore nucleare francese guadagnano oltre il 14% alla Borsa di Parigi dopo l’annuncio della nazionalizzazione. In Europa anche la Germania si appresta a correre in soccorso delle società energetiche varando un piano di salvataggio.

Amazon: intesa con Antitrust Ue, azienda condividerà più dati con rivali 

Amazon condividerà una maggiore quantità di dati con i concorrenti e offrirà agli acquirenti una scelta di prodotti più vasta. È quanto previsto da un accordo con le autorità antitrust dell’Unione europea – di cui scrive il Financial Times – che servirà a chiudere due delle maggiori indagini nel settore condotte da Bruxelles.

I dettagli dell’accordo sono stati condivisi con le rivali di Amazon, in modo che possano approvarli prima che la Commissione europea possa annunciare l’intesa. Le autorità di regolamentazione annunceranno il cosiddetto test di mercato la prossima settimana; poi, l’accordo dovrebbe essere sottoscritto formalmente dopo l’estate. Amazon permetterà ai venditori di terze parti di accedere a più informazioni che li possano aiutare a vendere più prodotti online.

L’indagine sulle presunte pratiche anticoncorrenziali di Amazon è stata aperta tre anni fa; l’accordo permetterà ad Amazon di evitare delle accuse formali di violazione delle leggi Ue e multe fino al 10% dei suoi ricavi globali. Gli investigatori sospettavano che Amazon, con il suo duplice ruolo di gestore del mercato e di rivenditore sulla propria piattaforma, stesse violando la legge, utilizzando informazioni sensibili sul mercato per favorire la propria attività di vendita al dettaglio a scapito dei rivali.

AGI – Il nigeriano Mohammed Barkindo, segretario generale uscente dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec), è morto ieri sera all’età di 63 anni.

Ne dà notizia stamani la Nigerian National Petroleum Corporation (Nnpc), nella quale Barkindo ha ricoperto diversi incarichi.

“Abbiamo perso il nostro caro Mohammad Sanusi Barkindo”, ha scritto il direttore generale dell’Nnpc, Mele Kyari, sul suo account Twitter.

“Questa è certamente una grande perdita per la sua famiglia, per la Nnpc, per il nostro Paese, per la Nigeria, per l’Opec e per la comunità energetica mondiale”, ha aggiunto.

Ancora ignote le cause della morte di Barkindo. Barkindo aveva iniziato il suo incarico di segretario generale dell’Opec nel 2016.

Nel corso degli anni ha anche lavorato in diversi ruoli chiave presso l’Organizzazione. 

AGI – TikTok ha abbandonato i piani per espandere la sua iniziativa di e-commerce in Europa, e quindi anche in Italia, e anche negli Stati Uniti. L’iniziativa dell’azienda cinese, denominata “TikTok Shop”, era stata lanciata l’anno scorso nel Regno Unito, il suo primo mercato al di fuori dell’Asia. In base al nuovo modello, gli influencer trasmettevano in diretta vendendo prodotti attraverso un cestino arancione cliccabile sullo schermo dell’app. Ma, rivela il Financial Times, l’iniziativa ha incontrato non pochi problemi.

In generale, le piattaforme di social media considerano il commercio in diretta come il futuro dello shopping. Esse percepiscono una commissione sulle vendite: questo modello si era rivelato redditizio per la società madre di TikTok, ByteDance, che ha visto le vendite sull’app cinese Douyin più che triplicare di anno in anno, vendendo piu’ di 10 miliardi di prodotti. Al punto che anche i rivali YouTube e Instagram stavano sviluppando funzioni simili in Europa.

TikTok aveva così previsto di lanciare la funzione in Germania, Francia, Italia e Spagna nella prima metà di quest’anno, prima di espandersi negli Stati Uniti nel 2022, ma i piani di espansione sono stati abbandonati dopo che il progetto del Regno Unito non ha raggiunto gli obiettivi e gli influencer hanno abbandonato il programma. 

“Il mercato non è ancora pronto”, ha dichiarato un dipendente di TikTok. “La consapevolezza e l’affezione da parte dei consumatori sono ancora basse e nascenti”. Molti livestream di TikTok Shop hanno ottenuto scarsi risultati di vendita nonostante l’azienda offra sovvenzioni e incentivi in denaro per incoraggiare i marchi e gli influencer a vendere attraverso l’app.

Il mese scorso, un’inchiesta del Financial Times ha rivelato l’esodo di massa del personale dal team ecommerce dell’azienda a Londra, che si è lamentato di una cultura lavorativa aggressiva imposta dalla leadership cinese dell’azienda. TikTok ha quindi dichiarato di non avere in programma l’introduzione di funzioni di shopping in Europa mentre il servizio è stato recentemente lanciato in Thailandia, Malesia e Vietnam ed e’ disponibile in Indonesia dallo scorso anno. 

AGI – L’inflazione ha raggiunto il 78,6% su base annua in Turchia a giugno, la più alta dal 1998, secondo i dati ufficiali diffusi stamani.

Il forte aumento dei prezzi è in gran parte spiegato dal crollo della lira turca, che ha perso quasi la metà del suo valore in un anno rispetto al dollaro.

L’inflazione, che a maggio ha raggiunto il 73,5% su base annua, non ha raggiunto tali livelli da quando il presidente Erdogan  salito al potere nel 2003.

L’argomento è diventato caldo in Turchia, a meno di un anno dalle elezioni presidenziali previste per giugno 2023, con l’opposizione e molti economisti che accusano l’Ufficio nazionale di statistica di sottovalutare di oltre la meta’ l’aumento dei prezzi al consumo.

L’Inflation Research Group (Enag), composto da economisti turchi indipendenti, ha affermato sempre stamani che l’inflazione è in realtà del 175,5% annuo, più del doppio del tasso ufficiale.

Nonostante l’inflazione in costante accelerazione e i timori di nuovi aumenti dei prezzi legati alla guerra in Ucraina, la Banca centrale turca si rifiuta ancora di aumentare il tasso di riferimento, stabile al 14% da dicembre.

Contrariamente alle teorie economiche classiche, il presidente Erdogan ritiene che gli alti tassi di interesse promuovano l’inflazione.

L’inflazione, che è ancora più alta nelle principali città del Paese, ha costretto il governo ad annunciare venerdì un nuovo aumento 25% del salario minimo – dopo quello del 50% attuato il 1 gennaio – rischiando di accelerare ulteriormente l’aumento dei prezzi nei prossimi mesi. 

AGI – “Nel 2021 l’amministrazione centrale dello Stato ha ricevuto dai propri fornitori 3.657.000 fatture per un importo complessivo pari a 18 miliardi di euro. Ne ha liquidate 2.420.000, corrispondendo a queste imprese 12,8 miliardi, ‘dimenticandosì, si fa per dire, di saldarne 1.237.000. Grazie a questo espediente, lo Stato centrale ha ‘risparmiato’ ben 5,2 miliardi. Dei 12,8 miliardi onorati, inoltre, il 28,2 per cento (pari a 3,6 miliardi di euro) è stato pagato in ritardo, ovvero non rispettando le disposizioni previste dalla legge in materia di tempi di pagamento”.

Lo afferma la Cgia spiegando che questi numeri sono il risultato di una elaborazione realizzata dall’Ufficio studi su dati della Corte dei Conti. “Una cosa inaudita – segnalano gli artigiani mestrini – che dimostra come la nostra Pubblica Amministrazione, in questo caso quella centrale, continua a mettere a repentaglio la tenuta finanziaria di tante imprese, soprattutto di piccola dimensione, attraverso una condotta, in materia di pagamenti, a dir poco disdicevole”.

Infatti, “come ha evidenziato la Corte dei Conti, la nostra Pubblica Amministrazione (PA) sta adottando una prassi sempre più consolidata; liquida le fatture di importo maggiore entro i termini di legge, mantenendo così il tempo medio di pagamento ponderato entro i limiti previsti dalla norma, ma ritarda intenzionalmente il saldo di quelle con importi minori, penalizzando, in particolar modo, le imprese fornitrici di prestazioni di beni e servizi con volumi bassi; cioè le piccole imprese”, spiega la Cgia.

L’Ufficio studi della Cgia ricorda che i mancati pagamenti appena descritti non includono anche quelli ascrivibili alle regioni, agli enti locali (province, comuni, comunità montane, etc.) e alla sanità. Settori, questi ultimi, che da sempre presentano tempi di pagamento (medi e ponderati) e debiti commerciali nettamente superiori a quelli registrati dallo Stato centrale. Pertanto, la denuncia sollevata “è solo la punta dell’iceberg di un malcostume che, purtroppo, attanaglia tutta la nostra Pa”. 

Almeno 55,6 miliardi ancora da pagare

Lo stock dei debiti commerciali di parte corrente dell’intera nostra Pubblica Amministrazione continua a crescere – spiega la Cgia – Nel 2021, ultima rilevazione presentata nei mesi scorsi, ha toccato il record di 55,6 miliardi di euro. Una cifra che rapportata al nostro Pil nazionale è pari al 3,1 per cento: nessun altro Paese dell’Ue a 27 registra uno score così negativo.

Dei nostri principali competitor commerciali, ad esempio, i debiti di parte corrente sul Pil della Spagna sono pari allo 0,8 per cento, nei Paesi Bassi all’1,2 per cento, in Francia all’1,4 per cento e in Germania all’1,6 per cento. Persino la Grecia, che l’anno scorso aveva un rapporto debito pubblico/Pil che sfiorava il 203 per cento, presenta un’incidenza dei debiti commerciali sul Pil quasi la metà della nostra: 1,7 per cento.

La corte di Giustizia europea ci ha già condannati

Con la sentenza pubblicata il 28 gennaio 2020, la Corte di Giustizia Europea ha affermato che l’Italia ha violato l’art. 4 della direttiva Ue 2011/7 sui tempi di pagamento nelle transazioni commerciali tra amministrazioni pubbliche e imprese private. Sebbene in questi ultimi anni i ritardi medi con cui vengono saldate le fatture in Italia siano in leggero calo, aggiunge la Cgia, nel 2021 la Commissione europea ha inviato al Governo Draghi una lettera di messa in mora sul mancato rispetto delle disposizioni previste dalla direttiva europea approvata 10 anni fa. Infine, un’altra procedura ancora aperta contro il nostro Paese riguarda il codice dei contratti pubblici che prevede un termine di pagamento di 45 giorni, quando a livello comunitario la scadenza, invece, è di 30 giorni.

Le imprese devono compensare i debiti fiscali con crediti commerciali

Per risolvere questa annosa questione che sta mettendo a dura prova tantissime Pmi, per l’Ufficio studi della Cgia c’è solo una cosa da fare: “prevedere per legge la compensazione secca, diretta e universale tra i crediti certi liquidi ed esigibili maturati da una impresa nei confronti della Pa e i debiti fiscali e contributivi che la stessa deve onorare all’erario. Grazie a questo automatismo risolveremmo un problema che ci trasciniamo appresso da decenni.

E finalmente, pare ci sia qualche segnale che va nella giusta direzione. In sede di conversione in legge del Decreto aiuti, giovedì scorso le Commissioni Finanze e Bilancio della Camera hanno approvato un emendamento che renderebbe strutturale la proposta richiamata più sopra. Ora non resta che incrociare le dita e attendere fiduciosi”.