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Chi ha investito nelle società di Elon Musk deve badare alle prospettive, ai fondamentali finanziari e a quelli delle proprie coronarie. “È un genio, anche se alcune sue uscite possono essere non adeguate”. Marco Valta sa cosa vuol dire perché ha puntato su Space X. Come ha fatto anche con Lime, AirBnB, la fintech Revolut, Snap prima che si quotasse.

Da BravoAvia ad AirBnB

Laureato in economia e commercio, un master a Berkeley, Valta è partito da imprenditore, fondando BravoAvia e vendendola a Bravofly. Poi è passato agli investimenti, puntando su circa 80 società e realizzato 17 exit negli ultimi sei anni. Ha creato un portafoglio fatto di early stage (cioè di investimenti su startup ai primissimi passi) e round più maturi. I primi sono più rischiosi, ma hanno ritorni potenzialmente molto maggiori. “Serve più intuito”. I secondi tendono ad avere rischio minore, ma richiedono una “quota d’ingresso” più onerosa, come quella sborsata per entrare in AirBnB quattro anni fa. In entrambi i casi, “sono fondamentali il network e il passaparola”.

Space X: investire su Elon Musk

Il miliardario americano, specie quando si è parlato di Tesla, ha regalato agli investitori gioie e sudori freddi. È stato più cauto, fino a ora, su Space X: “Se si guardano i pro e i contro di una società di Musk – spiega Valta – credo lui possa essere inserito in entrambi. È l’imprenditore più geniale del nostro tempo ma implica anche degli inconvenienti”. Non solo per le sue uscite social poco ortodosse o per le promesse che sparano in alto. Un investitore, spiega Valta, deve chiedersi: “E se succedesse qualcosa a Musk?”.

In società così legate alla figura di chi le guida, “perdere la sua vision potrebbe essere un fattore di rischio”. Meglio, allora, scavare e andare oltre Musk. “Ho puntato su Space X perché credo nel progetto. Ho avuto modo di conoscere ex founder di Paypal e altri investitori che stavano scommettendo sulla società e mi hanno fatto appassionare. I manager stanno costruendo un’azienda che si basi su diversi canali di revenue (dall’esplorazione spaziale ai satelliti) e si autosostenga”.

Lime e il futuro dei monopattini

Tra le scommesse di Valta in corso c’è quella in Lime, una delle società – assieme a Bird – che ha smosso il mercato dei monopattini elettrici in condivisione. Da Uber a Lyft fino a Ford: sono molte le società accorse per intercettare la spinta di quelli che in Usa chiamano “scooter”. Settore ad alto potenziale o bolla? “Credo che ci sarà una regolamentazione, perché i monopattini non possono essere lasciati ovunque. Dal punto di vista del business, mi spaventa il fatto che non c’è bisogno di grossi asset. Chiunque oggi raccolga capitale può lanciare una flotta con il suo software e arrivare sulle strade. Diventerà un gioco di acquisizioni. Reggerà chi si muoverà in modo più veloce, mentre chi non raccoglierà capitale sparirà”.

Da Snapchat ai nuovi social privati

Un altro investimento, più maturo, di Valta è stato quello in Snap, la società che ha portato in borsa Snapchat. Arrivata a Wall Street con promesse esorbitanti, dopo un’Ipo trionfale è colata a picco, un po’ per l’incapacità di generare profitti e un po’ perché Instagram e Facebook hanno importato la sua principale innovazione: i messaggi a scomparsa, le Storie. Valta ha evitato il tracollo post-Ipo perché ha venduto prima. “Da investitore il rischio del mercato non rientra nelle nostre competenze. Quando una società si quota o viene acquisita, creiamo liquidità”. Snap, quindi, è stato un affare: “Abbiamo realizzato un ottimo ritorno”.

Oggi il mercato è tornato a scommettere sul social guidato da Evan Spiegel, non si sa se più attratto da un conto economico non più così rosso o ingolosito dal prezzo di saldo. Snapchat è stato schiacciato da Zuckerberg, ma Valta è convinto che “ci sarà altro che farà diventare vecchio anche Instagram. Se me lo avessero chiesto quattro o cinque anni fa non avrei rinunciato a Facebook, oggi credo che potrei farlo. Zuckerberg ha detto che i social saranno sempre più ‘privati’. E questo vuol dire meno condivisione. È ancora presto per dire se diventeranno dei trend, ma negli Usa ci sono app che vogliono creare delle piccole community, costituite dai propri familiari o da un gruppo di amici”.

La presenza di un attore dominante, come Facebook nei social, non sarebbe un limite per un investitore. Tutt’altro. In un panorama in cui poche grandi società si espandono fino a includere settori lontani da quello originario (basti pensare ad Amazon con il food delivery o AirBnB con i viaggi), ci sono “grandi opportunità, perché – sottolinea Valta – se crei un servizio fatto bene e specifico che possa essere integrato, per le grandi società è meno costoso comprarlo che svilupparlo internamente. Anche perché non si acquisisce solo il servizio, ma anche le competenze, il team e gli utenti”.  

Investire è (anche) questione d’età

Metà del portafoglio di Valta è investito negli Stati Uniti e circa un terzo in Europa. Due universi che restano distanti: “In Silicon Valley c’è una propensione al rischio diversa. Il mercato statunitense è gigantesco, con una sola lingua e un marketing unico fatto per cinquanta Stati. Trovi fondi e startup che ti propongono moltissimi servizi, ci sono distretti dove trovi le professionalità capaci di farle crescere. La controparte è nei costi e nella maggiore concorrenza. Dal punto di vista delle competenze, ad esempio, l’Italia è uno dei mercati più interessanti”.

La distanza non è solo questione di risorse: “Spesso si vedono idee anche molto buone che però devono scontrarsi con la dimensione del mercato. Se è destinato solo all’Italia, quanto potrà crescere? Questo limita tantissimo gli investimenti”. Nel nostro Paese, poi, si aggiunge un altro fattore: “Credo ci sia una grossa differenza generazionale”, afferma Valta, che è un under 40. “Chi oggi ha le mani sul capitale appartiene a una generazione che, nella maggior parte dei casi, non ha propensione sufficiente a investire nel digitale. Se poi non lo fa in maniera professionale, c’è il rischio di essere attratti da chi fa un pitch migliore anche se sotto non c’è sostanza. È vero che il digital ti permette di scalare più velocemente, ma bisogna pur sempre creare un’azienda”.

Le nuove tendenze

La sfida di un investitore, come sempre, è quella di intercettare le tendenze prima che si consolidino. Quali sono quelle all’orizzonte? “Computer vision e realtà aumentata saranno un grosso trend”, afferma Valta. “Oggi se guardiamo le applicazioni di mappe, vengono fatte in 2D. Siamo ancora dei punti sulla cartina. Ci sarà una grossa innovazione con l’utilizzo della fotocamera che permetterà di collocarti in un luogo con la realtà aumentata in 3D. Oppure potrò fotografare delle scarpe e vedere subito il link per comprarle. L’altro grande trend è tutto quello che è analisi dei dati. È fondamentale per ogni azienda. Sapere cosa vuole un consumatore e cosa posso offrirgli permette di canalizzare tutto in modo vincente”.

“Il dibattito di queste ore sulla creazione o meno di un nuovo governo dà per scontato che la situazione economica si possa gestire e che la manovra che si sta avvicinando non sarà lacrime e sangue. Ma né la prima, né la seconda cosa sono scontate: l’Italia è oggi il paese più fragile dell’Ue e un esecutivo ‘salviniano’ aggraverebbe molto la situazione; proprio l’arrivo di Salvini al governo produrrebbe poi una manovra lacrime e sangue”.

Lo dice in una intervista a La Repubblica l’ex ministro dell’Economia dei governi Renzi e Gentiloni, Pier Carlo Padoan. Salvini, avverte, “che sia sincero o no, con la sua irresponsabilità premeditata sta promettendo cose insostenibili. Stiamo tornando al quadro politico ed economico di qualche mese fa quando lo spread sfiorò i 350 punti”.

Disse la Cassandra: i tablet scompariranno nel giro di pochi anni. L’estinzione sarebbe stata provocata da smartphone sempre più grandi e dal successo dei 2-in-1 (un po’ laptop e un po’ display da passeggio). È vero: l’età dell’oro dei tablet è passata. Secondo l’analisi di Idc, le vendite del secondo trimestre 2019 hanno registrato un calo del 5%. Male, ma non certo abbastanza da iniziare a recitare il de profundis. Mettiamola così: se si scommettesse un euro sulla ripresa del mercato, probabilmente sarebbe un euro perso. Ma un euro lo avrebbe perso anche chi, qualche anno fa, avesse puntato sulla rapida scomparsa dei tablet. Sono in declino, ma lento. E si stanno trasformando da dispositivi casalinghi a professionali, in un mercato che ha un chiaro vincitore: Apple. 

Il mercato cala ma non precipita

Tra aprile e giugno, sono stati venditi 32,2 milioni di tablet in tutto il mondo. Il calo del 5% anno su anno non fa certo stappare lo spumante, ma non è poi così nero. Idc parla di “declino modesto”, anche se segue il fragoroso tonfo dello scorso anno (-13,5%). Tra gennaio e marzo 2019 la flessione era stata del 5%. In altre parole: il marcato dei tablet sta rallentando a velocità costante, ma non sta sprofondando nonostante un periodo poco brillante per le vendite di hardware. Per fare un confronto: nel primo trimestre 2019, le vendite di smartphone sono calate del 6,6% (cioè più dei tablet) e nel secondo continuano a segnare rosso (-2,3%). Certo, i picchi sono lontani.

La cancelliera tedesca Angela Merkel (JOHN MACDOUGALL / AFP)

Nel secondo trimestre 2013, i tablet venduti erano stati 44,4 milioni e l’anno successivo 48 milioni. Da lì è iniziato il declino. Il mercato non ha più avuto sussulti. Ma non si è neppure comportato come una slavina che accelera fino a valle: -8,1% nel secondo trimestre 2015, -10,8% nel 2016, -2,8% nel 2017, prima del tondo dello scorso anno. A guardare da questa prospettiva, lo scenario del 2019 non sembra più così cupo. E non dovrebbe diventarlo per almeno cinque anni.

Tra il 2019 e il 2023, il calo medio – afferma un’altra analisi di Idc – sarà del 3,5%. Nonostante la domanda tenderà a indebolirsi, “permangono punti positivi sul mercato poiché prevediamo una crescita dei segmenti commerciali”. Potrebbe quindi esserci “un rimbalzo dei tablet nelle aziende”. Saranno quindi strumenti professionali, evoluti, più costosi, abbinati ad accessori come pennini e tastiere. Meno casa e più lavoro, in un mondo da nomade digitale in cui il proprio ufficio non è solo l’ufficio. 

Apple pigliatutto

Chi ha già intrapreso questa strada avanza. Gli altri arretrano. Nel secondo trimestre 2019, Apple è il leader di mercato: ha venduto 12,3 milioni di unità, il 6,1% in più rispetto allo scorso anno. Vuol dire che il 38% dei tablet acquistati tra aprile e giugno è stato un iPad. Merito soprattutto del nuovo Air, svelato alla fine di marzo. Un indizio sulla buona stagione dei tablet Apple era già arrivato nella trimestrale di Cupertino.

Il gruppo guidato da Tim Cook non rivela le unità vendute ma solo il fatturato generato: 5 miliardi di dollari, l’8,4% in più rispetto allo stesso periodo del 2018. Se si allarga lo sguardo ai primi nove mesi dell’anno fiscale della Mela (dallo scorso ottobre a fine giugno) il progresso supera il 15%. Insomma: l’iPad è in salute, tanto da aver probabilmente contribuito alla scelta di Google, che ha annunciato di voler mollare i tablet. Non ci sarà un nuovo Pixel Slate: a Mountain View ne hanno interrotto lo sviluppo. Google esce quindi da un mercato in cui si era tuffata nel 2015, con l’ambizione di rosicchiare quota di mercato nei tablet di gamma alta. Obiettivo mancato. Meglio allora concentrarsi altrove, come sui portatili Pixelbook, sugli smart speaker e sugli smartphone.

Promossi e bocciati

Promosso Amazon: è il quarto produttore e ha registrato una crescita del 46,3%. La nuova gamma funziona. E non dovrebbe perdere slancio nel trimestre in corso, che ha ricevuto la spinta del Prima Day, la giornata di sconti che quest’anno è stata il 16 luglio. Rimandata Samsung. Il gruppo è il secondo produttore e ha ampliato la propria quota di mercato (al 15,2%), ma solo perché le sue vendite hanno rallentato (-3,1%) meno del mercato.

Le prospettive? Incerte. Anche se i tablet Samsung – senza Google – rappresentano gli ultimi top di gamma Android, il grosso delle vendite arriva ancora dai dispositivi di fascia bassa. Che – stando alle indicazioni di Idc – sono i più esposti all’erosione della domanda. Nebuloso è anche l’avvenire di Huawei. Il gruppo cinese è riuscito a mantenere intatta la propria quota di mercato (10,3%), “nonostante i venti politici contrari”, afferma Idc. Ma le vendite sono calate del 6,5% e, con “le crescenti tensioni tra gli Stati Uniti e la Cina, il futuro di Huawei nel mercato dei tablet rimane incerto”. Chiude la cinquina dei leader Lenovo, con una quota di mercato (stabile) del 5,8%. Ha sofferto un calo del 6,9% ma è cresciuta nei mercati più maturi (e ricchi): Stati Uniti, Europa occidentale e Giappone.

Un futuro per pochi

La classifica dei sommersi e dei salvati va scorsa fino all’ultima riga, dove c’è un dato che indica la direzione del mercato. I produttori definiti come “altri” (cioè tutti esclusi Amazon, Samsung, Huawei, Amazon e Lenovo) hanno venduto appena 7,5 milioni di tablet, cioè meno di un dispositivo su quattro. Messi insieme non si avvicinano neppure alle vendite dei soli iPad. E valgono meno della somma di Huawei e Samsung. Ma quello che più colpisce è l’intensità con cui “gli altri” calano. Crollano. Rispetto allo scorso anno, è evaporato un quarto delle vendite. Significa che il mercato dei tablet è sempre più concentrato. E visto che continuerà a contrarsi, non attirerà nuovi produttori (al più, c’è qualcuno che scappa, come Google). I tablet hanno ancora un futuro, ma sarà per pochi.

Sono i cittadini lombardi a versare più tasse al fisco. Nel 2017 (ultimo anno in cui i dati sono disponibili), ogni residente di questa regione ha pagato mediamente 12.297 euro tra tasse, imposte e tributi. Seguono i valdostani con 11.480, gli abitanti del Trentino Alto Adige con 11.297 e gli emiliano-romagnoli con 11.252 euro. La Calabria, invece, è l’area dove il “peso” del fisco è più contenuto: ogni residente di questo territorio ha pagato all’erario mediamente 5.516 euro. Il dato medio nazionale e’ pari a 9.168 euro.

Questo risultato – segnala l’Ufficio studi della Cgia che ha realizzato questa elaborazione – non ci deve sorprendere. Come recita l’articolo 53 della Costituzione, il nostro sistema tributario è basato sul criterio della progressività. Pertanto, nei territori dove i livelli di reddito sono maggiori, grazie a condizioni economiche e sociali migliori, anche il gettito tributario presenta dimensioni più elevate che altrove. 

Qualora si andasse al voto, come sembra probabile, tornerebbe prepotentemente alla ribalta lo spettro dell’esercizio provvisorio, e di conseguenza l’incubo dell’aumento dell’Iva. Con le elezioni infatti non ci sarebbe matematicamente il tempo di varare la manovra economica nei tempi previsti e cioè in autunno, e il governo in carica potrebbe essere costretto a ricorrere all’esercizio provvisorio.

COSA È L’ESERCIZIO PROVVISORIO Previsto dall’articolo 81 della Costituzione, è un provvedimento che vincola il governo per un massimo di 4 mesi a gestire da solo mese per mese l’ordinaria amministrazione (riscuotere le entrate e pagare stipendi, pensioni, debiti), con margini di spesa estremamente ridotti, calibrati in tanti dodicesimi quanti sono i mesi di esercizio provvisorio. In questo modo, è possibile anche fare dei risparmi in quanto è consentito spendere solo lo stretto indispensabile (ad esempio gli stipendi degli statali).

QUANDO SCATTA L’autunno è tempo della legge di bilancio, che accorpa in un solo provvedimento sia la legge di stabilita’ che quella di bilancio. Il disegno di legge di bilancio va presentato alle Camere entro il 20 ottobre (tale termine segue il 15 ottobre, scadenza per la presentazione in sede europea del progetto di documento programmatico di bilancio) ed entro il 31 dicembre le Camere devono approvare la manovra triennale di finanza pubblica. Se cio’ non avviene scatta appunto l’esercizio provvisorio.

PERCHÈ SCATTA Se entro tale data, e cioè entro il 31 dicembre, le Camere non approvano il disegno di legge di bilancio, il governo non avrebbe il potere nè di accertare nè riscuotere le entrate nè di erogare le spese.

COME FUNZIONA L’esercizio provvisorio può scattare solo per legge. Nella sua durata, le spese possono essere effettuate, per ciascun capitolo, nella misura di tanti dodicesimi quanti sono i mesi dell’esercizio provvisorio, ovvero nei limiti della maggior spesa necessaria qualora si tratti di spesa obbligatoria e non suscettibile di impegni o di pagamenti frazionati in dodicesimi. In pratica, si divide per dodici la spesa del 2019 e ogni mese si puo’ spendere solo questo quantitativo.

PERCHÈ È MEGLIO EVITARLO Perché potendo gestire solo le spese ordinarie, non si potrebbero effettuare gli investimenti preventivati nella manovra di bilancio. Ne risentIrebbe la crescita economica, per non parlare della perdita di fiducia da parte degli investitori. Per questo motivo, è un’ipotesi che secondo gli esperti andrebbe scongiurata.

QUANDO È GIA’ SUCCESSO Da quando c’è la Costituzione della Repubblica, è stato adottato addirittura 33 volte, in pratica dal 1948 al 1968 c’è sempre stato. Ma dalla meta’ degli anni ’80, è stato usato solo due volte: con Craxi, per due mesi, nel 1986 e con Goria, tre mesi, nel 1988. Si rischiò l’esercizio provvisorio anche nel 2016, dopo il referendum costituzionale e le dimissioni da presidente del Consiglio di Matteo Renzi. In quel caso, però, per evitarlo Renzi rimase in sella per qualche giorno, in modo da approvare la manovra.

INCUBO AUMENTO IVA La manovra del 2019 prevede che l’Iva ordinaria salga dal 22% al 25,2% nel 2020 e al 26,5% nel 2021 e l’Iva agevolata dal 10% al 13% nel 2020. Per disinnescare l’aumento, il governo dovrebbe trovare risorse per 23 miliardi di euro nel 2020 e quasi 29 miliardi nel 2021. Ovviamente, con l’esercizio provvisorio non ci sarebbero i margini per scongiurare questo rischio in quanto l’aumento dell’imposta è già previsto a legislazione vigente. 

Le esportazioni totali cinesi nel mese di luglio hanno avuto un risultato migliore delle attese, nonostante la guerra commerciale con gli Usa. Le vendite totali della Cina all’estero sono aumentate del 3,3% su base annua dopo il calo dell’1,3% a giugno. Le importazioni hanno registrato un ulteriore calo del 5,6% (meno dell’atteso 9%), dopo il calo del 7,3% a giugno. In totale, l’avanzo commerciale cinese è sceso a 45,05 miliardi di dollari, da 51 miliardi del mese precedente. Con i soli Stati Uniti, l’export è sceso del 6,5% mentre le importazioni sono crollate del 19%.

Le Borse asiatiche chiudono in rialzo, dopo una settimana di perdite per le tensioni tra Cina e Usa. Il clima resta caratterizzato da forti preoccupazioni, come dimostrano i massicci acquisti dei yen, di oro e titoli di Stato. Tuttavia è piaciuto il dato sull’export cinese, cresciuto del 3,3% a luglio, sopra le attese. Tokyo avanza dello 0,37%, Hong Kong dello 0,48% e Shanghai dello 0,93%.

Refrigerio dei pomeriggi di afa grazie al loro elevato contenuto di acqua, cocomero e melone sono gli indiscussi protagonisti delle tavole estive e di questi tempi non mancano mai nel carrello degli italiani. Entrambi i frutti appartengono alla famiglia delle cucurbitacee, ma sono ben diversi dal punto di vista del gusto e delle caratteristiche fisiche ed organolettiche. Per questo motivo non tutti li amano allo stesso modo. Alcuni prediligono la polpa fibrosa e dissetante del cocomero. Altri preferiscono il melone, più piccolo e sodo, da cui si tolgono i semi con facilità e che è più versatile, perché può essere consumato sia nella versione salata, con il prosciutto o in insalata con dei formaggi, che in quella dolce, dal sorbetto alla macedonia. Se lo scontro tra le tifoserie del palato infuoca come al solito la stagione, soltanto un confronto numerico, però, potrà rivelarci il vero vincitore di questa gara ortofrutticola.

La coltivazione di cocomero domina a livello mondiale

Secondo una tipica consuetudine per riconoscere un cocomero di buona qualità, bisogna sentirne il suono, cioè il busso energico su una parte qualsiasi della sua superficie deve risultare sordo. Ci sono poi altri trucchetti come notare se il punto dell’attaccatura col picciolo sia ancora verde o scegliere i frutti con striature e macchie gialle. Con ogni probabilità la nostra tradizione popolare non è l’unica ad avere elaborato bizzarre trovate per scovare fra tanti il globo più gustoso.

L’anguria, infatti, da oriente a occidente è un alimento estremamente popolare. Uno studio del 2016 condotto dalla multinazionale del seme Limagrain, lo incorona come il frutto più consumato del pianeta, perfino più della banana. Considerando le decine di varietà, presenta una produzione mondiale imponente che la Fao ha quantificato nel 2017 in 197 milioni di tonnellate. Da questo punto di vista non sembra esserci alcun confronto con il melone che nello stesso anno si è fermato a 49 milioni di tonnellate. E questo sebbene il melone sia caratterizzato da una stagione produttiva più lunga, che arriva ai 10 mesi nelle coltivazioni in serra, e sia più adatto al trasporto a causa delle sue dimensioni ridotte. Per tutte le principali qualità di melone, infatti, dai cantalupi con o senza suture ai meloni d’inverno, non si superano di norma i cinque chilogrammi.

La coltivazione di anguria è sempre stata quella più diffusa. Scorrendo all’indietro nel tempo i dati della Fao, lo scarto di tonnellate tra i due frutti risulta costante fino all’inizio degli anni ’90, quando il cocomero oggetto di  un vero e proprio boom di popolarità triplica la sua quantità mentre il melone pur aumentando la sua non riesce a recuperare la distanza. Forse perché i dolcissimi frutti a pasta gialla e bianca sono piuttosto esigenti dal punto di vista delle condizioni ambientali. Per crescere liberamente hanno bisogno di terreni profondi e drenati, nonché di alte temperature. Oggi a ogni chilo di melone ne corrispondono ben quattro di cocomero, una differenza di quantità che mette gli amanti della polpa rossa in una posizione senza dubbio privilegiata.

Siamo tra i principali produttori di melone al mondo

Se la quantità totale di prodotto sul mercato dei nostri due protagonisti presenta numeri molto diversi, al vertice della classifica dei principali produttori ci sono, però, per entrambi gli stessi tre stati. La Cina trainata dal suo enorme mercato interno occupa il primo posto come succede ormai per molti altre voci dell’agricoltura e dell’economia in generale. Da sola, infatti, rappresenta il 40,17% della produzione mondiale di cocomero e quasi il 35% di quella del melone. Nettamente a distanza Turchia e Iran si scambiano il secondo e il terzo posto, rispettivamente con il 2,05% e 2,03% per l’anguria e l’8,17% e 8,27% per il melone. Seguono sia nell’uno che nell’altro caso paesi caldi, per la maggior parte extraeuropei, come il Marocco, l’Egitto, il Messico e il Brasile.

La situazione dell’Italia, invece, varia notevolmente a seconda del frutto. Per quanto riguarda l’anguria, occupa la  ventesima posizione con una fetta appena dello 0,29% della produzione mondiale ed è superata sia dalla Spagna che dalla Grecia. La Spagna, in particolare la zona di Almeria, negli ultimi anni sta puntando molto sulle esportazioni con prodotti senza semi che vanno per la maggiore all’estero. Sembra, infatti, che la predilezione per i piccoli semi neri sia diffusa soltanto in paesi con una grande tradizione gastronomica e in mercati poco sviluppati. Per quanto riguarda il melone, invece, l’Italia è appena fuori la top ten. Si colloca in undicesima posizione con una quota più alta, pari all’1,23% del totale mondiale, alle spalle sempre della Spagna, ma non della Grecia. In relazione agli altri paesi, specialmente dell’area del Mediterraneo, risultiamo quindi tra i principali produttori.

 

 

Produciamo più meloni che cocomeri

La differenza è di appena 22 mila tonnellate, quanto basta per sostenere che in Italia si raccolgono più meloni che cocomeri. Nel 2018 il confronto è stato di 633 mila tonnellate contro 611 mila. Ma lo stesso rapporto di forza si ritrova anche negli anni precedenti. In totale controtendenza con il quadro internazionale, quindi, i meloni sono più presenti nei nostri campi. Anche se nelle ultime stagioni si è assottigliata gradualmente questa divergenza.

La Sicilia, in particolare Agrigento, batte ogni record nella produzione delle cucurbitacee dalla polpa gialla. Secondo i dati dell’Istituto nazionale di statistica più di un sesto dell’intera quantità italiana (114 mila) proviene da questa provincia della Sicilia e a livello regionale si arriva a 172 mila tonnellate. Grazie al melone mantovano IGP, invece, un altro centro di produzione fondamentale è la Lombardia, seconda classificata con 106 mila tonnellate. Dopo di che si piazzano al terzo e al quarto posto la Puglia (55 mila) e l’Emilia-Romagna (45 mila).

Ad avere il primato per le cucurbitacee a polpa rossa è, invece, la città di Latina. Se ne raccolgono più di 120 mila all’anno. Il 22 luglio, infatti, proprio qui si è tenuto un contest per cocomeri giganti dove ha strappato il record un’opera della natura di 99 chilogrammi. Angurie in abbondanza vengono fuori anche nella piana del Sele nel salernitano (78 mila), quasi l’intera quantità di tutta la Campania (96 mila), e altre coltivazioni importanti sono localizzate in Lombardia (87 mila) e in Puglia (72 mila).

In Italia consumiamo quasi l’intera produzione di melone

Osservando i numeri dell’Istat sull’import-export della frutta analizzata finora, un elemento risulta del tutto evidente: esportiamo verso il resto del mondo più che altro cocomero e lo facciamo in modo costante da anni sempre sopra la soglia delle 200 mila tonnellate. Anzi, nel 2018 queste sono state circa 300 mila, quasi la metà della produzione che nello stesso è stata, come già detto, di oltre 600mila tonnellate. L’import varia tra le 30 mila e le 40 mila, ma poco sposta rispetto al quadro generale caratterizzato dal fatto che non consumiamo internamente circa il 50% dei cocomeri prodotti.

Al contrario sul versante dei meloni, dopo dieci anni quasi ininterrotti di bilancia commerciale negativa, nel 2018 le esportazioni sono ripartite e hanno leggermente sorpassato le importazioni. Ma contano più o meno per la stessa quantità, circa 30 mila tonnellate e per questo sembrano annullarsi vicendevolmente. La produzione di melone che effettuiamo in Italia, quindi, resta quasi interamente dentro i confini nazionali, destinata al mercato interno.

Il vincitore

Nel resto del mondo dunque spopola il cocomero, vincitore assoluto a livello del mercato mondiale. Ma per noi italiani chi tiene banco è soprattutto il melone. Non solo in termini assoluti nei nostri terreni vengono coltivati per la maggior parte meloni, anche se lo scarto non è molto ampio, ma soprattutto tendiamo a mangiarceli tutti e ad esportarne davvero pochi. Quindi, almeno nella nostra classifica nazionale, non c’è dubbio che il derby ortofrutticolo veda come vincitore il piccolo e zuccherino frutto a pasta gialla, arancione o bianca, il melone.

È scomparso 3 giorni fa, molto probabilmente suicida, a Bangalore nella Silicon Valley indiana, il ‘re del caffè’ dell’India, V.G. Siddhartha, imprenditore che portava lo stesso nome del fondatore del buddismo ed era uno degli uomini più ricchi del Paese, proprietario della catena Cafe Coffee Day, una sorta di Starbucks indiana.

Un’azienda a suo modo anomala per l’India, visto che Siddhartha ha scommesso sul business del caffè in un Paese dove si beve soprattutto tè. Non lo ha fatto per caso: Siddhartha sapeva benissimo che in India si beve il tè sette volte più del caffè, ma ha puntato su questa bevanda, sia perché la sua famiglia ha investito per 130 anni in questa bevanda, sia soprattutto perché ha intuito che il caffè poteva diventare il nuovo business di un Paese in rapida trasformazione e rappresentava la bevanda preferita e quindi lo status symbol della classe media indiana.

Il suo motto era “a lot can happen with coffee”, “molto può accadere col caffè”. Siddhartha ha cercato di trasformare il suo impero indiano del caffè in una storia di successo globale. E ci è riuscito solo in parte, come dimostra il suo apparente suicidio, che ha messo in evidenza la difficile lotta che molte aziende stanno sperimentando in India, cercando di prosperare sulla scia di una classe media particolare, in rapida espansione ma anche ‘low cost’. La storia di Siddhartha s’intreccia strettamente con quella dell’attuale fase di sviluppo dell’India e si lega con la storia di una classe media che è molto diversa, non solo da quella europea e americana, ma anche da quella cinese.
 

L’impero del caffè di Siddhartha

In poco più di 20 anni il 59enne Siddhartha è diventato uno dei principali commercianti mondiali di caffè. Nel 1996, a Bangalore, ha fondato il suo primo Coffee Day, un internet cafè come non se ne erano mai visti in India, un’oasi ‘global’, sul modello della quale ha creato una catena di locali tra le più grandi al mondo: oltre 1.700 esercizi dislocati in 245 città indiane che vendono ogni anno due miliardi di tazze di caffè, ossia quanto Starbucks vende in tutto il mondo con i suoi 23.000 negozi. Nel 2005 Siddhartha inizia ad espandersi all’estero, apre un locale a Vienna, poi a Praga e altri negozi in Malaysia e in Egitto. Nei suoi caffè gli studenti vanno a studiare, la gente si ferma dopo il cinema, si organizzano matrimoni. Il suo sogno? Rivaleggiare con McDonald’s e Starbucks, ma alla maniera indiana. Costruisce un network indiano di oltre 50.000 macchinette per la distribuzione del caffè. E soprattutto coltiva caffè: nelle sue tazzine e nei bicchierini di carta delle sue macchinette per il caffè, la materia prima proviene dalla sue piantagioni.

La sua famiglia è proprietaria di una delle maggiori piantagioni dell’Asia, con 12 mila ettari a disposizione. Questo gli consente di distribuire caffè a costi molti minori della concorrenza. Tuttavia non tutto fila liscio. Nel 2012 Starbucks sbarca in India e i profitti dell’azienda di Siddhartha calano. Per tenere il passo, lui investe, si espande ma s’indebita anche. La Coffee Day arriva a indebitarsi per 800 miliardi di dollari con le banche, una cifra molto consistente rispetto alle dimensione della sua azienda.

Nel maggio scorso a una conferenza con gli analisti sono in molti a chiedergli cosa intenda fare per ridurre l’indebitamento. L’imprenditore fatica a rispondere: con la sua famiglia ha dovuto impegnare il 70% delle loro partecipazioni in società come garanzia per ottenere prestiti. E poi a partire dal 2017, diversi controlli fiscali avevano messo sotto pressione il suo impero e Siddhartha, alle strette, aveva avviato un negoziato con la Coca Cola per vendere una partecipazione importante della sua azienda.

In una lettera al cda, rinvenuta dopo il ritrovamento del suo corpo, Siddhartha si dichiara un “imprenditore fallito” che abbandona il campo dopo una dura battaglia. “Ha sempre pensato in grande – rivela al Wall Street Journal D.K. Suresh, un suo amico e deputato – Ma ultimamente era molto stressato, aveva paura di non farcela a far fronte alle aspettative che aveva suscitato”.

La difficile scommessa sul boom della Middle Class

Il re del caffè aveva puntato sul ‘boom’ della classe media indiana ma la sua era una scommessa difficile che, secondo il Wall Street Journal, dovrebbe servire di ammonimento per i colossi come Amazon e WalMart che investono in India. Il rischio per tutte queste aziende è quello di investire miliardi di dollari sui consumi di centinaia di milioni di persone per scoprire poi che il numero di consumatori che potrebbero effettivamente permettersi i loro prodotti è più probabilmente dell’ordine di qualche milione di persone. Lo dimostrano il fallimento della compagnia aerea Jet Airways e la decisione di General Motors de ritirarsi nel 2017 dal mercato indiano, per guidare le sue ambizioni internazionali verso Paesi con vendite più elevate.
 

Una classe media ‘low cost’ 

L’India è un Paese incredibile. Ha un tasso di crescita tra i più alti al mondo: +7,2% nel 2017-18 e quest’anno dovrebbe crescere del 6,8%, più della Cina. Negli ultimi 15 anni il suo Pil si è moltiplicato per 5. Inoltre, l’India è il terzo Paese al mondo per numero di utenti Internet. Cina e India hanno i tassi di crescita più alti al mondo sull’utilizzo del web e l’India, essendo il Paese con la più alta percentuale di giovani, è quello con le migliori prospettive di crescita.

Tuttavia c’è anche l’altra faccia della medaglia. La classe media indiana è uno dei motori dello sviluppo, ma è una classe media low cost, nel senso che per appartenervi basta avere un posto di lavoro, un cellulare, una moto e quasi niente welfare. Attualmente ne fanno parte circa 300 milioni di persone, che si stima possano diventare 500 milioni nel 2025, più della Cina, che conta su una middle class intorno ai 130 milioni di persone, le quali però hanno un peso maggiore. Basti pensare al numero di auto vendute, che in Cina tocca i 30 milioni l’anno e in India è fermo a 3 milioni. Se dunque si sposta l’asticella dei consumi più in alto, per rendere più uniforme la composizione della classe media tra i due paesi (un confronto con l’Europa, gli Usa e il Giappone è di fatto improponibile), il numero di indiani che rientrano a far parte della middle class si abbassa molto e scende a poche decine di milioni, probabilmente circa 80 milioni.
 

Il sogno infranto di Siddhartha 

Il sogno di Siddartha di creare un ‘paradiso’ per la classe media indiana, si è dunque infranto contro questo scoglio di una middle class emergente ma povera, oltre che sulla lotta all’evasione fiscale del governo di Narendra Modi, che non gli ha fatto sconti, anzi l’ha preso di mira, subissandolo di ispezioni fiscale da due anni a questa parte. Probabilmente sono questi i principali motivi del suo suicidio. Lunedì sera Sidharta è scomparso misteriosamente. L’ultimo a vederlo è stato il suo autista. Stavano viaggiando da Bangalore a Mangalore, quando intorno intorno alle 18.30 l’imprenditore gli ha chiesto di accostare e di aspettare in auto il suo ritorno e si è incamminato lungo la strada che costeggia il fiume.

Siddhartha era solito fare lunghe camminate nelle sue piantagioni di caffè per rilassarsi. Ma da questa passeggiata non è più tornato indietro. Il suo corpo è stato scoperto da un pescatore che lo ha avvistato trascinato dalla corrente del Netravati, il fiume sacro che scorre lento nello stato indiano di Bangalore. Le indagini sul suo presunto suicidio sono ancora aperte.

Lo scorso 22 febbraio l’agenzia di rating Fitch ha confermato il giudizio sull’Italia, mantenendo il rating BBB e lasciando l’outlook negativo. In quell’occasione è stato evitato il downgrade per i conti del nostro Paese, anche se l’agenzia di Washington non ci è andata per il sottile mettendo in evidenza in una lunga nota che le amministrazioni pubbliche italiane conservano un alto indebitamento come alto è il debito estero, mentre il settore bancario si conferma debole (malgrado abbia smaltito quote consistenti di crediti non più esigibili). Di fatto chiedendo dunque un cambio di passo.

Il ‘verdetto’ del 9 agosto è per questo motivo particolarmente atteso, anche alla luce della stima preliminare del Pil nel secondo trimestre, diffusa dall’Istat nei giorni scorsi, in cui l’istituto di statistica ha evidenziato che la crescita italiana è ferma. Dice l’Istat che “nel secondo trimestre del 2019 è continuata la fase di sostanziale stagnazione dell’economia italiana che prosegue ormai dal secondo trimestre dello scorso anno. Dopo il lievissimo calo registrato nella seconda metà del 2018 e l’altrettanto marginale recupero del primo trimestre, il Pil ha segnato nel secondo 2019 una variazione congiunturale nulla”.

Un segnale di debolezza che arriva insieme a quello sull’inflazione, in frenata a luglio, che preoccupa la Bce. I mercati attendono comunque l’autunno per capire come si muoverà il governo sulla manovra. Si comincia a settembre con la presentazione della nota di aggiornamento al Def (entro il 27), che contiene l’aggiornamento delle previsioni su Pil, deficit e debito ed è quindi un tassello fondamentale perché getta le basi per la manovra economica 2020. Questa va presentata alla commissione europea entro il 15 ottobre e al Parlamento entro il 20 dello stesso mese.

Ecco il calendario per l’Italia fino al 31 dicembre:

  • 9 agosto Fitch (rating BBB, outlook negativo)
  • 6 settembre Moody’s (rating Baa3, outlook stabile)
  • 25 ottobre S&P Global (rating BBB, outlook negativo)
  • 15 novembre DBRS (rating BBB -high-, outlook stabile).

Influenzano i mercati, danno il barometro dello stato di salute di un paese, e assegnano anche delle vere e proprie ‘pagelle’ di cui ogni investitore tiene conto. Le agenzie internazionali di rating sono molto importanti sulle piazze finanziarie: sono sostanzialmente degli istituti che svolgono analisi e esami dei dati e cercano di capire quale sia il valore di un titolo di Stato o di una banca, giudicano insomma l’affidabilità creditizia dei governi e dei loro titoli. In questo modo, esprimono anche una valutazione finanziaria, ossia la “capacità di credito”, ed è in base a queste stime che gli azionisti si muovono di conseguenza.

Il rating determina insomma l’andamento del mercato azionario e dei titoli di Stato: qualsiasi investitore prima di comprare un’obbligazione (che è come un credito, che l’investitore compra) ha bisogno di un’analisi delle condizioni di stabilità economica, finanziaria e patrimoniale dell’ente del quale sta comprando i titoli, in questo caso del debito italiano. E il compito delle agenzie di rating è appunto questo: fornire all’investitore uno strumento per ponderare le loro scelte sugli investimenti.

Le più note agenzie di rating sono tre: Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch, controllano il 95% del mercato globale, e hanno tutte e tre base negli Stati Uniti. Negli ambienti finanziari, le chiamano “le tre sorelle”.

Questi istituti esprimono dunque una valutazione, pubblicano un ‘rating’, ossia una sorta di voto che esprime l’affidabilità di un’impresa, oppure di uno Stato e la sua capacità di ripagare il debito in un determinato periodo di tempo.

La valutazione che viene stilata si basa su una scala di valori e ciascuna dicitura ha un suo significato preciso.

AAA (promozione a pieni voti, massima stabilità ed affidabilità. Ai primi posti ci sono ad esempio Germania, Svizzera, Svezia, Canada).  Poi si passa a AA+ (del genere ‘puo’ fare di più, ma non si impegnà. Tra questi rientra ad esempio la Finlandia).​ Aa1 nel caso di Moody’s; a seguire AA e AA- per S&P e Fitch (oppure Aa2 e Aa3 per Moody’s). E ancora: A+, A e A- per S&P e Fitch (A1 A2 e A3 per Moody’s). Sono i gradi delle condizioni economiche avverse in cui può trovarsi un Paese ma la capacità finanziaria non viene messa in discussione.

Segue poi il rating B, da BBB (le finanze sono momentaneamente soddisfacenti) a B (situazione economica variabile). Quindi, il rating C (che indica il grado di vulnerabilità). Il D sta a significare il massimo rischio di default. Si chiamano questi ultimi due “junk”, ossia titoli spazzatura. Un altro strumento di valutazione è invece l’outlook che indica la previsione a medio e lungo termine e può essere: positivo, negativo o stabile. Indica appunto la prospettiva nel tempo che ha un ente o uno Stato di avanzare nella graduatoria e di consolidare la sua affidabilità creditizia. Attualmente il nostro rating di Fitch è BBB con outlook negativo, quello di S&P è BBB con outlook “negativo”.

L’escalation della guerra commerciale tra Cina e Usa ha spaventato i mercati, mandando in tilt le Borse europee e ha scatenato la corsa ai beni rifugio, tra cui in Bund tedesco. Ieri per la prima volta tutti i titoli di Stato della Germania sono finiti in territorio negativo, compreso il Bund trentennale, sceso sotto zero a -0,0069% per poi assestarsi a -0,002%. Anche il Bund decennale ha segnato un nuovo minimo storico a -0,50%, scivolando al di sotto del tasso sui depositi Bce, che è a -0,40%. Per i titoli di Stato italiani, considerati rischiosi, il trend è stato inverso, con il rendimento del Btp a 10 anni tornato all’1,6% e lo spread salito sopra quota 210. La Germania si è quindi accodata alla Svizzera, che ha anch’essa tutti i bond sotto zero.
 

Che significa avere tassi negativi

Normalmente chi compra dei titoli di Stato, o chi deposita dei soldi in una banca viene remunerato, con un tasso di interesse. Il tasso negativo significa invece che per comprare un titolo di Stato, cioè per prestare soldi ad uno Stato devo pagare. Lo stesso avviene per i depositi, cioè per depositare soldi in una banca, anche in questo caso con i tassi negativi devo pagare. Nel caso del tasso di deposito della Bce, sono le banche che per depositare i loro soldi su un conto della banca centrale devono pagare. Apparentemente è un’assurdità. In realtà non è così. I titoli di Stato tedeschi e quelli svizzeri sono gli unici, insieme a quelli della Danimarca, ad essere negativi, ma sono anche particolarmente sicuri. Dunque, in tempi difficili, rappresentano una garanzia per i risparmiatori. Cioè l’investitore, per comprare un titolo che non si svaluta, è anche disposto a pagare.
 

Il caso della Germania

La Germania ha un’economia in crescita, seppure di poco (+0,4% nel primo trimestre), un’inflazione che a luglio è risalita all’1,7%, un bilancio pubblico in pareggio e nel 2019 si appresta a raggiungere l’obiettivo di un debito/Pil sotto al 60%. E’ dunque un Paese con i conti a posto e con un’economia sana, seppure in rallentamento. Per questo i risparmiatori sono pronti a comprare Bund e, se per farlo devono sborsare qualcosa, lo fanno. È il prezzo della stabilità. Non è detto che questo trend sia destinato a durare, magari a un certo punto i risparmiatori si stuferanno di acquistare Bund. Sicuramente se l’economia globale dovesse migliorare saranno pronti a rischiare di più per avere tassi più remunerativi. Ma in tempi difficili, con Trump all’assalto dei dazi, specie con la Cina, preferiscono rivolgersi a beni rifugio e non c’è niente di più sicuro dei Bund tedeschi.
 

La domanda di titoli tedeschi 

Un terzo del debito pubblico tedesco (750 miliardi di euro) mostra rendimenti negativi: un investitore paga per il privilegio di prestare denaro fino a 30 anni al governo tedesco. I Bund non sono solo beni rifugio ma sono titoli privi di rischio, per questo sono diventati merce rara. Con i tassi negativi, il mercato quota anche l’ipotesi di rottura dell’euro e la possibilità di un conseguente rimborso del Bund in nuovi marchi che – perdendo la “zavorra” dei Paesi periferici dell’Eurozona – varranno più di quanto vale l’euro. Esattamente come quota, attraverso lo spread per i titoli di Stato italiani, il rischio che il debito pubblico italiano venga ridenominato e rimborsato in nuove lire svalutate rispetto all’euro.

In questo fragile contesto si sono inseriti gli stimoli monetari varati dalla Bce con il Quantitative Easing (Qe). Questi ultimi, data la regola della capital key – che sostanzialmente prevede la ripartizione degli acquisti in base alla dimensione dell’economia di ciascuno Stato rispetto all’Eurozona – hanno privilegiato proprio i Bund aumentandone ulteriormente la domanda e favorendo così l’effetto-scarsità che ha contribuito ad abbassarne i rendimenti.
 

Vantaggi e svantaggi dei tassi sottozero 

I tassi sotto zero hanno fatto bene alla finanza pubblica tedesca. Il debito pubblico tedesco si è praticamente liquefatto. Dal 2014 al 2018 il rapporto debito/Pil della Germania si è ridotto in media di 3,6 punti l’anno, passando dal 75,3% al 60,9% e si stima che nel 2023 sarà in area 50%. In compenso la redditività del sistema finanziario tedesco, a partire dal settore bancario, è oggi compromessa proprio per via dei protratti tassi negativi: secondo la Bundesbank, nel 2017 il margine netto da interessi delle banche si è assottigliato del 6,2%, rappresentando la componente principale della contrazione del margine operativo netto degli istituti di credito tedeschi.

Per questo ai risparmiatori tedeschi i tassi negativi non piacciono per niente, anzi li odiano, non tanto perché sono poco redditizi, visto che il valore patrimoniale è stabile, ma perché la scarsa profittabilità del sistema finanziario colpisce i fondi pensione, i fondi sanitari, le assicurazioni e persino alcuni hedge funds costretti, per motivi di regolamentazione prudenziale, a investire quote più o meno elevate della massa gestita in safe-assets come appunto i titoli di Stato tedeschi.

A causa dei tassi negativi questi fondi rischiano cioè di perdere parte del capitale investito o di dover tagliare i benefici riconosciuti ai soggetti assicurati o ai sottoscrittori delle loro quote, senza contare che i gestori potrebbero cercare di recuperare redditività spostando parte del portafoglio su investimenti illiquidi e particolarmente rischiosi.

Insomma, ai tedeschi che più che mettere i soldi in banca o nel mattone, come gli italiani, investono nei fondi, i tassi negativi non piacciono perché non convengono. ​Lo stesso ordine di problemi si pone per il sistema pensionistico e sanitario pubblico e, più in generale, per una larga parte di quelle che, nell’ambito del welfare State, sono le prestazioni future, la cui sostenibilità in prospettiva dipende dalla capacità di accrescere o quantomeno preservare il capitale versato dai contribuenti. In conclusione: i tassi così a lungo e così profondamente negativi potrebbero diventare a breve un serio problema per la Germania nonostante il beneficio in termini di abbattimento dello stock di debito pubblico.