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Il sindacato del futuro potrebbe essere completamente digital e social. È uno scenario immaginato da Quartz che ha provato a capire quanto la rete, e in particolare i gruppi Facebook, siano già in grado di dare una voce “collettiva” a tutti quei lavoratori che non possono iscriversi ad un sindacato tradizionale o che cercano una nuova forma per essere rappresentati e difesi. Parliamo dei collaboratori freelance nati all’epoca dello smart working che lavorano da casa o nei coworking, che non hanno mai visto in faccia i loro colleghi e che, nonostante questa distanza, hanno bisogno di unirsi per portare avanti le stesse battaglie.

Meno costi e più rapidità

I social, del resto, permettono di avere molti vantaggi rispetto al sindacato tradizionale. Si possono condividere molto più rapidamente informazioni ed eventi, aggiornando continuamente in caso di novità e discutendo, quasi in tempo reale, sulle azioni da intraprendere. Permettono di portare avanti scelte democratiche dato che i gruppi sono chiusi, privati e danno la possibilità di lanciare sondaggi e quindi vere e proprie votazioni.

Ma non solo. Abbattono i costi delle sedi fisiche, semplificano gli ostacoli burocratici e fanno ottenere, sfruttando i meccanismi della rete, una maggiore visibilità per le proprie campagne. I dipendenti freelance, i collaboratori, i lavoratori a scadenza, quelli che fanno parte della cosiddetta gig economy, hanno cioè capito che è la rete il luogo giusto dove ritrovarsi, discutere e combattere per i propri diritti.

Un meccanismo che è già partito (e funziona)

Fast Company ha recentemente raccontato della protesta portata avanti dai lavoratori di un’azienda di consegne, Instacart, per ottenere salari più alti. Un protesta nata, organizzata e portata a compimento all’interno di un gruppo Facebook dedicato. Tutto nonostante molti dipendenti fossero iscritti a un sindacato tradizionale che, però, non avrebbe potuto dare loro la possibilità di portare avanti un “no-delivery day”  (un giorno senza consegne) in maniera così repentina e con un impatto mediatico così forte.

Ogni gruppo Facebook, inoltre, impone delle regole di comportamento ai suoi membri molto rigide che ricordano veri e propri statuti ed è governato da amministratori, i famosi admin, che controllano tutto quello che viene pubblicato eliminando qualsiasi forma di spam o di post non inerente al conseguimento di un obiettivo comune. E non è un caso che Facebook abbia deciso di dare loro sempre più poteri.

Un esercito di 100 milioni di membri

Ogni giorno su Facebook nascono moltissimi gruppi e già 100 milioni utenti li popolano e li animano. E quelli dedicati al mondo del lavoro, in particolare, hanno dimostrato quanto possano essere utili nell’unire persone intorno a interessi e intenti comuni. Sia recuperando valori trasmessi dai sindacati “fisici” e sia sfruttando le possibilità offerte dai social come quello di Mark Zuckerberg. Quartz cita altri due esempi: il gruppo chiuso “Airline FA Contract Compare & Share” dove più di 3mila assistenti di volo discutono di ciò che accade, a livello contrattuale e non solo, all’interno delle varie compagnie aeree a cui appartengono; e il gruppo “I’m a Real Estate Appraiser" dove periti ed esperti si ritrovano per avere maggiore controllo all’interno del loro settore in un’epoca di grande cambiamento. 

Dalle bandiere in piazza agli hashtag

Il mondo digitale sta cambiando, infine, anche la creazione e la diffusione degli slogan. Ci sono meno voci urlate dentro ai megafoni, meno discese in piazza e più “cancelletti”da diffondere su twitter e su Facebook. La forma migliore per coinvolgere opinione pubblica e media. Dai dipendenti di Zara, e il loro #ChangeZara per ottenere salari più dignitosi, a #NameTheTranslator e #NoFreePhotos, la lotta di traduttori e fotografi professionisti contro i lavoratori improvvisati.

Le firme di protesta, necessarie per portare avanti le rivendicazioni davanti ai vertici delle aziende, non si raccolgono più nei gazebo ma direttamente attraverso piattaforme specifiche come coworker.org. Tutte iniziative che, nel 2015, ottennero persino l’appoggio e la lode dell’allora Presidente americano, Barack Obama. In un mondo così veloce anche le proteste hanno bisogno di essere coordinate molto rapidamente e arrivando a un numero di utenti più largo possibile nel tempo più breve possibile. Cosa che i sindacati, almeno quelli classici, non stanno più riuscendo a fare. Facebook, invece, sì ed è pronto a prendersi anche questa forma di ritrovo e discussione. 

 

Amazon non è più solo la piattaforma per il commercio online più grande del mondo: il suo servizio di consegne ne rende l'attività accostabile a quella dei corrieri espresso. Pertanto la multinazionale americana dovrà chiedere al ministero dello Sviluppo Economico l'autorizzazione generale per agire in qualità di operatore postale.

Queste le conclusioni alla quale è giunta l'Autorità per le Comunicazioni, che ha spedito alla multinazionale americana una diffida per invitarla a mettersi in regola. Una presa di posizione che dovrebbe avere effetti positivi per le rivendicazioni dei lavoratori


Cosa scrive l'AgCom

"Il Consiglio dell'Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni ha diffidato le società del Gruppo Amazon (Amazon Italia Logistica e Amazon City Logistica) a regolarizzare la propria posizione, con riferimento al possesso dei titoli abilitativi necessari per lo svolgimento di attività qualificabili come servizi postali", si legge nella diffida, "in base alle informazioni e dagli elementi acquisiti, l'Autorità rileva che il servizio di recapito ai destinatari dei prodotti acquistati sul c.d. marketplace, è offerto e gestito sul territorio nazionale da società riconducibili ad Amazon EU S.R.L. A giudizio dell'Autorità, il servizio svolto da queste società, al pari di quelli svolti dai principali corrieri espresso utilizzati da Amazon, è qualificabile come servizio postale, in base alla normativa di settore (nazionale e dell'Unione europea)".
"In particolare", leggiamo ancora, "secondo quanto rilevato da Agcom, è attività postale il servizio di consegna che ha ad oggetto prodotti offerti direttamente dai venditori e recapitati ai clienti finali attraverso società controllate da Amazon, nonché il servizio di recapito presso gli armadietti automatizzati (c.d. locker) svolto da società del Gruppo Amazon. 


Una buona notizia per i lavoratori

Finire nell’elenco degli altri 4274 operatori postali attivi nel nostro Paese può comportare, in capo ad Amazon, l’adozione del contratto collettivo di lavoro del settore, sottolinea Repubblica, la diffida del Garante, che ormai considera Amazon un operatore postale, rappresenta dunque una nuova arma per quei lavoratori che il 24 novembre, proprio nel giorno dei super sconti del Black Friday, hanno incrociato le braccia nel deposito della società a Castel San Giovanni, nel Piacentino, snodo nevralgico della rete logistica del gigante del commercio online.

Una volta iscritta all’elenco degli operatori postali, Amazon entrerà stabilmente nel radar del Garante stesso, che è ormai vigila anche su questo settore, oltre che sulla televisione e la telefonia, prosegue il quotidiano, forse Amazon, che gode di ottima fama come qualità e tempestività delle sue consegne, non riceverà mai richiami o sanzioni del Garante. Ma in linea di principio non potrà più dichiararsi libera da ogni vincolo, anzi.

 

Qualcuno, a Cupertino, fa il tifo per Donald Trump. In particolare per la sua proposta di riforma fiscale che è ora in discussione al Congresso. Apple, rivela il Financial Times, è l'azienda che avrebbe più di ogni altro da guadagnare dalla riforma: un vantaggio potenziale di 47 miliardi di dollari

Il beneficio è legato al miglior trattamento che, grazie alla riforma, godranno i profitti realizzati all'estero e che ora vengono trattenuti al di fuori degli Usa. Attualmente agli utili delle aziende Usa è applicata un'aliquota del 35%, mentre con la riforma agli utili riportati negli Usa verrè applicata un'aliquota intorno al 14,5%.

Apple ha circa 250 miliardi di dollari parcheggiati all'estero, un quinto della liquidità totale che le aziende Usa tengono fuori dagli Stati Uniti proprio per motivi fiscali. In base alle regole attuali se volesse rimpatriarli dovrebbe pagare al fisco 78 miliardi di dollari, mentre con la riforma voluta da Trump la cifra da versare all'erario, secondo gli esperti interpellati dal Ft, sarebbe di 31 miliardi di dollari.

Così Apple beneficerà della riforma fiscale

Il colosso di Cupertino rinvia continuamente il pagamento delle tasse dovute per i profitti all'estero, riporta SkyTg24. Molto difficilmente, quindi, con l'approvazione della riforma fiscale che è alle battute finali, le verrà presentato questo conto da 78,6 miliardi. Apple potrebbe vedersi ridotta questa cifra di 47 miliardi: secondo il testo approvato dal Senato il 2 dicembre. Il Financial Times cita il professor Richard Harvey della Villanova University, secondo cui il colosso di Cupertino dovrebbe pagare immediatamente 31,4 miliardi di dollari sui passati profitti all’estero. Cifra che potrebbe scendere ulteriormente, dice Harvey, a 29,4 miliardi se la Corte europea dovesse deliberare il pagamento dei 13 miliardi di tasse non versate all’Irlanda, dopo l’accordo con quest’ultima. Secondo Moody’s, riferisce il Financial Times, Apple possiede 252 miliardi di dollari all’estero tra liquidità e investimenti: un quinto di quanto detenuto globalmente da tutte le aziende americane all’estero.

A che punto è la legge

I tagli fiscali approvati dal Senato Usa, scrive Repubblica,  dovranno essere riconciliati con la versione della riforma passata alla Camera, ma sembra ci sia la volontà di arrivare a un testo unitario entro la fine dell'anno. In via preliminare, gli analisti di Intesa Sanpaolo parlano di un possibile impatto espansivo sull'economia americana da 0,3 punti percentuali per anno, nel 2018-2019. "I tagli fiscali forniscono un supporto al mercato americano, che ha bisogno di mantenere queste valutazioni e non crollare rapidamente, perché anche l'Asia faccia bene", ha annotato Joshua Crabb di Old Mutual Global Investors all'agenzia americana. Questa settimana, le attenzioni degli investitori si puntano sulle decisioni delle banche centrali in Australia e India, e anche le discussioni su Brexit – con la premier Theresa May attesa a Bruxelles – entrano in una fase centrale.

 

Nuovo bene rifugio o bolla destinata a una devastante esplosione? Chi vivrà vedrà. Intanto, mentre gli analisti di tutto il mondo si interrogano, il Bitcoin​ continua a macinare record, complice il crescente interesse della finanza "ufficiale", nel cui salotto buono la criptovaluta più scambiata al mondo si prepara a fare il suo ingresso, un riconoscimento destinato, a sua volta, ad avere conseguenze ancora difficili da stimare.

Solo nella giornata di oggi il Bitcoin ha sfondato prima quota 12 mila dollari e poi si è portato sopra soglia 13 mila, sulla scia dell'annuncio del Chicago Board Options Exchange (CBOE), pronto a lanciare scambi di futures in Bitcoin a partire dal 10 dicembre. E in molti prevedono che i prossimi giorni vedranno la criptovaluta proseguire una volata trionfale che la ha vista, dall'inizio dell'anno, apprezzarsi di oltre il mille per cento. Dopo Chicago, sarà infatti la volta del Cme Group, un'altra piattaforma finanziaria, che avvierà le contrattazioni in Bitcoin dal prossimo 18 dicembre. Le preoccupazioni per la sua volatilità persistono, le autorità di borsa internazionali ancora devono comprendere se e come regolare il fenomeno ma Wall Street ha deciso di prenderlo sul serio. 

Le criptovalute valgono più di Exxon

E la corsa senza fine del bitcoin continua trascinare tutte le altre criptovalute, che hanno raggiunto una capitalizzazione complessiva di 376 miliardi, stando alla stima di Coinmarketcap – sottolinea Il Sole 24 Ore – un valore che colloca l’intero criptomondo al di sopra di gruppi come Exxon e Jp Morgan, facendolo entrare nella top ten delle aziende a maggior capitalizzazione di Wall Street. È anche e soprattutto per questo che i mercati finanziari non potevano continuare a ignorarle. 

E' entrato in vigore il decreto fisco collegato alla manovra che contiene parte delle coperture della legge di bilancio e anticipa, per circa un miliardo, lo stop all'aumento dell'Iva per il 2018. Il provvedimento è stato pubblicato ieri in Gazzetta ufficiale e da oggi le misure sono operative.

Tra le novità più rilevanti, la fatturazione delle bollette su telefoni e pay-tv torna obbligatoriamente mensile e arriva la stretta sulla vendita delle sigarette elettroniche online.

Estesa la rottamazione, che vale per tutte le cartelle degli ultimi 17 anni, dal 2000 a settembre 2017. Inclusi anche i contribuenti esclusi dalla prima edizione perché non in regola. Arriva un mini-scudo per gli ex residenti all'estero e i transfrontalieri. E ancora. L'equo compenso viene esteso a tutti i professionisti, anche quelli non appartenenti a un ordine e arrivano novità per lo spesometro: i contribuenti potranno trasmettere i dati annualmente o semestralmente.

Lo split payment si applicherà a tutte le partecipate della Pubblica amministrazione. Per Alitalia si precisa che dovrà restituire il prestito ponte entro il 30 settembre così da allineare i fabbisogni finanziari ai prevedibili tempi della procedura di cessione.

Scuola-casa senza mamma e papà

Inoltre i minori di 14 anni potranno uscire autonomamente da scuola al termine delle lezioni, con l'autorizzazione dei genitori o dei tutori e i reati di stalking non potranno più essere estinti con il risarcimento. Meno adempimenti per l'obbligo di vaccinazione nelle scuole.

Dulcis in fundo, c'è anche la norma per 'sanare' la casa di Nonna Peppina, la 95enne di San Martino di Fiastra vittima del terremoto, sfrattata dalla sua casetta di legno in provincia di Macerata perchè priva della licenza edilizia.

Amazon crea più posti di lavoro di quanti ne distrugge? La domanda se l'è posta il sito Qz.com che ha analizzato il numero di posti di lavoro creati dal colosso di Jeff Bezos negli ultimi anni, paragonandoli a quelli che ha cancellato, e soprattutto al numero di robot che gradualmente ha cominciato ad impiegare. Partendo dai dati, e cioè che Amazon cresce del 40% anno su anno. Era l'ottavo più grande datore di lavoro privato negli Stati Uniti alla fine del 2016. Il sito di ecommerce inoltre ha annunciato l'intenzione di costruire una seconda sede statunitense che impiegherà 50.000 dipendenti. 

"Ma la crescita di Amazon ha un prezzo", scrive Qz.com. "Supponendo che le attuali tendenze del settore continuino fino alla fine dell'anno, il numero di dipendenti nella vendita al dettaglio crolleranno dell'1% anno su anno". Sembra una piccola percentuale, ma si tratta di una perdita di lavoro pari secondo Qz.com a 170.000 persone l'anno. 

 
 

Quindi il numero di posti di lavoro creati da Amazon non saranno sufficienti a coprire le perdite nel resto del settore, tra concorrenti e piccoli negozi che non avranno più giro d'affari.  

​Amazon inoltre ha già aggiunto 55.000 robot quest'anno e il suo tasso di crescita per numero di robot impiegati starebbe secondo Qz.com accelerando. "La società ha dichiarato di avere 45.000 robot alla fine del 2016, ha aggiunto 35.000 robot entro la fine del primo semestre del 2017 e altri 20.000 nel terzo trimestre. Ne abbiamo ipotizzati altri 20.000 nel quarto trimestre per un totale di 75.000 nuovi robot nel 2017". A beneficiare della crescita di Amazon quindi sembrano sopratutto loro, i robot. 

Anche se è difficile dimostrare una relazione di causa-effetto tra posti di lavoro creati e cancellati con i robot, "non è difficile vedere la correlazione tra un declino di 24.000 dipendenti umani e un aumento di 75.000 dipendenti robotici". Il crescente esercito di robot di Amazon può sembrare utile per le casse dell'azienda, conclude Qz.com, ma è anche molto efficace nel porre fine ai dipendenti del retail. 

 

In Italia, a chi entra oggi nel mercato del lavoro, la flessibilità per accompagnare l'uscita dal lavoro "sarà offerta solo dopo i 67 anni". Chi ha iniziato a lavorare in Italia nel 2016 a 20 anni, in base alla legge che lega l'età pensionabile alle aspettative di vita, andrà in pensione a 71,2 anni, contro i 74 anni della Danimarca e i 71 dell'Olanda. In Irlanda e Finlandia andrà in pensione a 68 anni, mentre in tutti gli altri Paesi Ocse l'età pensionabile sarà raggiunta prima. È quanto emerge dal rapporto Ocse 'Pension at Glance', come si legge sul Quotidiano Nazionale.

Attualmente l'età pensionabile in Italia è di 66,6 anni, ma salirà a 67 anni a partire dal 2019 proprio in base all'ultima revisione sulle aspettative di vita dell'Istat. L'organizzazione di Parigi invita invece tutti i governi a introdurre più flessibilità in vista dell'accesso alla pensione. In particolare, secondo l'Ocse, per alcuni paesi questa necessità "diventa urgente". 

L'Ocse rileva che nei 35 Paesi membri dell'organizzazione solo Italia, Danimarca, Finlandia, Olanda Portogallo e Slovacchia hanno introdotto il calcolo dell'aspettativa di vita nella legislazione previdenziale e che questo aumenterà l'età pensionabile in media di 1,5 anni per gli uomini e di 2,1 anni per le donne. Lo scrive anche Il Sole 24 Ore.

L'Ocse evidenzia anche che il tasso di sostituzione, cioè la percentuale di stipendio medio accumulato nel corso di una vita lavorativa che va a formare la pensione, nei 35 Paesi Ocse è attualmente del 63%, mentre il Italia sale al 93,2%, contro un minimo del 29% in Gran Bretagna e un massimo del 102% in Turchia. Ocse evidenzia che negli ultimi due anni il passo delle riforme previdenziali nei 35 Paesi membri ha "rallentato" e che gli interventi sono stati "meno ampi". Ciò è avvenuto perchè il "miglioramento delle finanze pubbliche ha diminuito le pressioni" sulla necessità di rivedere i parametri per accedere alla pensione.

"In alcuni Paesi – si legge nel rapporto – in un contesto di invecchiamento della popolazione e di incombente riduzione del lavoro, questa necessità diventa urgente. Solo così le politiche previdenziali possono rispondere alle domande di flessibilità senza mettere a repentaglio la sicurezza economica degli anziani".  Nel rapporto l'Ocse evidenzia che "quasi i due terzi dei cittadini dell'Ue" chiedono più part time e di unire pensioni parziali e lavoro, piuttosto che andare definitivamente in pensione. Tuttavia i tassi di adozione di queste richieste sono "relativamente bassi".

In Europa, secondo l'Ocse, "circa il 10% delle persone tra i 60 e i 69 anni combina lavoro e pensione" e nei Paesi Ocse "circa il 50% dei lavoratori sopra i 65 anni lavoro part time". "Questi livelli sono stati stabili negli ultimi 15 anni" si legge nel rapporto Ocse.  La spesa previdenziale nei 35 Paesi dell'Ocse è aumentata del 2,5% a partire dal 1990. è quanto si legge nel rapporto Ocse sulle pensioni. In Italia la spesa per le pensioni è già oltre il 15%, anche se "le prospettive di lungo termine sono migliorate e il ritmo della spese già anticipate è notevolmente diminuito".

 

Ryanair continua a non dare informazioni sui diritti dei passeggeri dopo la cancellazione dei voli e l'Antitrust avvia un procedimento per inottemperanza. "L'Autorità garante della concorrenza e del mercato – informa una nota – ha deliberato in data 29 novembre l'avvio di un procedimento di inottemperanza nei confronti di Ryanair per non aver dato seguito a quanto prescritto nel provvedimento cautelare adottato lo scorso 25 ottobre 2017 con la quale l' Autorità ha imposto al vettore irlandese, a seguito delle cancellazioni dei voli operate negli scorsi mesi di settembre e ottobre – in larga misura riconducibili a ragioni organizzative e gestionali del vettore – l'adozione di specifiche misure volte a fornire informazioni chiare, trasparenti e immediatamente accessibili sui diritti dei consumatori italiani. 

Il procedimento di inottemperanza avviato potrà condurre all'irrogazione di una sanzione amministrativa pecuniaria compresa tra 10.000 e 5 milioni di euro.  In particolare, l'Antitrust, con il proprio provvedimento cautelare, ha ordinato a Ryanair – sia attraverso una comunicazione specificamente diretta ai consumatori italiani che attraverso informazioni facilmente reperibili a partire dalla home page del sito Internet in lingua italiana della compagnia – di informare i consumatori italiani, con chiarezza, dei diritti nascenti dalla cancellazione dei voli, in modo da consentire loro di acquisire piena ed adeguata consapevolezza relativamente: alla immediata accessibilità e comprensione dell'informazione circa la sussistenza non solo del diritto al rimborso e/o alla modifica gratuita del volo cancellato ma anche alla compensazione pecuniaria, ove dovuta; all'elenco completo delle date, delle tratte e del numero di ogni volo cancellato in relazione al quale è sorto non solo il diritto al rimborso e/o alla modifica gratuita del volo ma anche alla compensazione pecuniaria, ove dovuta; alla connessa e immediata fruibilità della procedura da seguire per richiedere il rimborso e/o la modifica gratuita del volo e la compensazione pecuniaria ad essi spettante. 

Leggi anche l'articolo del Sole 24 Ore

Entro il termine di 10 giorni previsto dalla delibera del 25 ottobre, Ryanair non ha comunicato l'avvenuta esecuzione di quanto prescritto dal provvedimento cautelare e le relative modalità di attuazione. Tale comportamento, prosegue l'Autorità, si è protratto anche dopo che il Tar del Lazio, con ordinanza del 22 novembre 2017, ha respinto la domanda incidentale di sospensione dell'esecuzione del provvedimento cautelare dell'Autorità presentata da Ryanair; infatti, la compagnia irlandese non ha trasmesso alcuna comunicazione al riguardo, né risulta che abbia posto in essere azioni volte a ottemperare al provvedimento dell'Autorità.

Dopo una trattativa no-stop di cinque giorni e due notti è stata firmata l'ipotesi di accordo per il rinnovo del contratto collettivo nazionale dei lavoratori della logistica, trasporto merci e spedizione e di conseguenza revocato lo sciopero del settore dell'11 e 12 dicembre. Il contratto, scaduto da 23 mesi, riguarda oltre 700 mila lavoratori e prevede nella parte economica, un aumento medio di 108 euro da riparametrarsi ed una 'una tantum' di 300 euro". 

"Un rinnovo molto importante in uno dei settori dei trasporti più strategico per l'economia del Paese dove sono in atto trasformazioni e ci sono investimenti in innovazione", spiega il segretario generale della Filt Cgil, Alessandro Rocchi: "Con il contratto, in questo scenario, si assicura la certezza delle regole e della legalità sia per le imprese che per i lavoratori. In particolare negli appalti della logistica il contratto e le misure trovate marciano parallele al lavoro in corso al Ministero dello Sviluppo Economico per contrastare le forme di caporalato nel settore ed avviare controlli ed ispezioni per il rispetto della legge e delle condizioni di lavoro, previste appunto dal contratto rinnovato". Sono previsti incrementi salariali.

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Cosa cambia in concreto

Il nuovo contratto scadrà il 31 dicembre 2019 e presenta elementi innovativi dal punto di vista di una nuova definizione della mansione del personale viaggiante, valorizzandone la professionalità, con conseguente riconoscimento economico. Tra le novità, sono state inoltre create le condizioni per favorire l'occupazione giovanile per contrastare il distacco e la somministrazione transnazionale. Inoltre, ci sono l'introduzione della nuova figura professionale del 'rider' che verrà definita entro la stesura dei testi e l'introduzione della clausola sociale garantendo le tutele prima del Jobs Act nel caso di cambi di appalto. Sono presenti una più precisa selezione dei cambi di appalto, vietando i subappalti e prevedendo requisiti trasparenti per la scelta dei fornitori, un moderno orario di lavoro che tiene conto delle nuove esigenze di flessibilità nell'organizzazione.

Saranno costituiti enti bilaterali regionali, oltre a quello nazionale già esistente, per regolare le problematiche territoriali del settore ed è stato anche recepito l'accordo confederale del 2016 contro le molestie e la violenza nei luoghi di lavoro.

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"La riserva sull'ipotesi di accordo – spiegano Filt, Fit e Uiltrasporti – sarà sciolta entro il 1 febbraio 2018, dopo che saranno effettuate le assemblee certificate dei lavoratori. Nonostante numerosi confronti – sostengono infine Filt, Fit e Uiltrasporti – le centrali cooperative, pur avendo partecipato alle prime tre giornate del tavolo, non hanno firmato l'ipotesi di accordo ed auspichiamo che rivedano la loro posizione, perchè questo settore ha particolarmente bisogno di tenere unita tutta la filiera della logistica". 

I nodi che restano aperti per i fattorini

La norma riferita ai rider, scrive Il Corriere della Sera, prevederà la definizione dell’inquadramento professionale, dell’organizzazione del lavoro e degli orari. Successivamente si potrà ragionare sul perimetro di applicazione: in sostanza capire se verrà utilizzata per regolamentare il lavoro dei pony express e dei rider della consegna di cibo a domicilio. Sicuramente si applicherà agli addetti alle consegne dirette di Amazon almeno limitatamente all’ambito urbano (e non per i dipendenti dell’hub di Piacenza che applica il contratto del commercio). Oggi i fattorini della gig economy operano con la ritenuta d’acconto fino a 5 mila euro, la partita Iva oppure lo strumento del co.co.co. anche perché il diritto del lavoro non ha ancora stabilito se debbano essere considerati lavoratori autonomi o dipendenti. La nuova norma del contratto della logistica non risolverà automaticamente il rebus ma è destinata a influenzare il dibattito — prima che intervenga come sempre la magistratura — almeno nella direzione auspicata, ancora di recente, dal presidente del Cnel Tiziano Treu.

 

“Internet e il digitale stanno cambiando la nostra vita come forse mai era avvenuto prima. Ma non è così scontato che sarà tutta un’avventura meravigliosa. Da imprenditore dell’editoria, dico che con le Big Five dobbiamo poter competere ad armi pari. Da madre, mi chiedo quali prezzi dovremo pagare per le nuove opportunità offerte ai nostri figli. Da cittadina, qualche domanda sul futuro della democrazia me la faccio”. In una lunga intervista alla Stampa Marina Berlusconi parla di Internet e dei 5 colossi del Web (Apple, Microsoft, Google, Amazon, Facebook), chiedendo regole certe per la competizioni sul mercato editoriale e della pubblicità così da evitare un oligopolio mondiale. “ Se oggi i Cinque Grandi del web sono le maggiori società mondiali per valore di Borsa – dice la presidente di Fininvest – è anche perché hanno potuto operare in un contesto del tutto privo di regole. (…) Mi pare si continuino a sottovalutare le implicazioni economiche, politiche e sociali, di cui fatico perfino a immaginare la portata. È un mondo che va governato, prima che tanta potenza ci sfugga di mano". 

Parla anche di web tax, Marina Berlusconi, ma non solo. “Ma le pare accettabile che l’anno scorso Amazon abbia versato al fisco italiano 2,5 milioni di euro e Facebook neppure 300 mila? E poi ci sono i comportamenti “disinvolti” delle multinazionali del web, sanzionati da multe miliardarie, ci sono le decine di cause – in Italia Mediaset ha fatto da apripista – sull’utilizzo di contenuti e copyright. Senza dimenticare che di questi campioni di modernità e trasparenza si sa ben poco: in Italia Amazon non fornisce dati di vendita, idem Google e compagnia”. 

Ancora: “Google controlla nel mondo quasi il 90% dei motori di ricerca, Facebook il 66% del traffico social. Ma nessuno invoca barriere. Oltre che inutile sarebbe ridicolo. Chiediamo solo che le regole valgano per tutti. E magari anche uno sforzo di immaginazione, non si possono affrontare con norme vecchie di decenni fenomeni senza precedenti”. 

Le Big Five sono i nuovi robber barons digitali da fermare? Chiede La Stampa:   “Sono infinitamente più potenti. Seguono un modello, a partire da Amazon, non così innovativo: distruggere ogni mediazione, ogni passaggio fra loro e il consumatore finale, mettere fuori mercato tutti gli operatori della catena produttiva-distributiva praticando prezzi insostenibili, grazie alle economie di scala che la globalizzazione consente, alla tecnologia e ai comportamenti cui accennavo. Una volta padroni del mercato, saranno liberi di imporre a tutti le loro condizioni”. 

Sulla rivoluzione digitale ha portato tanti vantaggi ai consumatori: “Certo. Li utilizzo anch’io, come tutti. Eppure dobbiamo sapere che un prezzo lo paghiamo. Altissimo. Mettiamo la nostra identità, i nostri gusti, le nostre amicizie a disposizione di chissà chi e per chissà quali scopi. Miliardi di persone che accettano di essere schedate. Per questo non mi paiono molto credibili gli impegni a combattere le fake news: ai social non interessa informare correttamente, ma attrarre, e spesso il falso attrae più del vero. Gli utili non li fanno con l’autorevolezza, ma rivendendo i nostri profili. C’è poi un altro prezzo occulto. Perché il modello delle multinazionali del web non può creare benessere per l’intera comunità, anzi. Il consumatore che apprezza il tutto gratis è magari lo stesso che, nella guerra dei giganti per eliminare ogni concorrenza, è rimasto senza un lavoro o diventato un precario. E parla una che non può certo essere sospettata di demonizzare il profitto”. Leggi qui l’intervista integrale sulla Stampa.

 

 

 

Internet e social stanno cambiando la stessa politica. È un bene o un male?  

«Ogni strumento che migliori il rapporto elettori-eletti è positivo, ma la democrazia digitale è un’utopia pericolosa. I 5 Stelle sono la dimostrazione che non funziona, quando non è addirittura un inganno. C’è peraltro una contraddizione insanabile. Se l’obiettivo della democrazia digitale è eliminare ogni mediazione, la politica è o dovrebbe essere l’esatto opposto: in nome dell’interesse generale, la mediazione tra interessi particolari».  

 

 

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