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In Italia si prospetta "una nuova decelerazione, consolidando uno scenario di contenimento dei ritmi di crescita dell’economia": lo rileva l'Istat nella nota mensile sull'andamento dell'economia italiana in cui riferisce di un rafforzamento del mercato del lavoro. "La crescita dell’area euro – sottolinea l'Istat – rallenta ma continua il processo di riduzione della disoccupazione. In Italia prosegue la fase di debolezza dell’attività manifatturiera, accompagnata dal calo degli ordinativi e delle esportazioni, più diffuso nell’area extra Ue. Il mercato del lavoro si rafforza: l’occupazione aumenta e si riduce la disoccupazione. L’inflazione torna ad aumentare, mantenendosi comunque su ritmi inferiori a quelli dell’area euro". L'Istat ha anche riferito che la povertà in Europa "si mantiene stabile" nel 2016 rispetto al 2015, mentre in Italia "la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è pari al 30% (18.136.663 individui), in aumento rispetto all’anno precedente".

La Cina commenta con durezza l’entrata in vigore di dazi americani al 25% su oltre ottocento prodotti di importazioni cinese negli Usa per un valore complessivo di 34 miliardi di dollari. Gli Stati Uniti "hanno lanciato la più grande guerra commerciale della storia dell’economia" con l’entrata in vigore delle tariffe nei confronti della Cina, compiendo un atto di "bullismo commerciale", ha affermato il ministero del Commercio di Pechino, in una nota diffusa ai media statali. La Cina, prosegue la nota, "non ha sparato il primo colpo" nella guerra commerciale con gli Stati Uniti, “ma per difendere i nostri interessi siamo costretti a un necessario contrattacco". 

Il decreto Dignità apre la strada al reintegro dei voucher. Gli strumenti dovrebbero sostituire il libretto famiglia e il contratto di prestazione occasionale introdotti dal governo Gentiloni che si sono rivelati un flop, come sottolinea il Sole24Ore.

A volerli sono soprattutto i ministri leghisti, in primis quello dell’Interno, Matteo Salvini, e quello dell’Agricoltura, Gianmarco Centinaio. “I voucher per la stagionalità vanno reintrodotti, in primis nel settore agricolo”, ha dichiarato il vicepremier Salvini. Gli ha fatto eco Centinaio: “I voucher in agricoltura? Servono, e il mio obiettivo è reintrodurli”.

Il no della Cgil

Dalla Cgil arriva un netto stop. “La Cgil è assolutamente contraria all’ipotesi di reintroduzione dei voucher, contro cui continuiamo la nostra iniziativa. I voucher non sono uno strumento utile, in particolare in agricoltura”, ha dichiarato Susanna Camusso, segretario generale della confederazione che, nel 2017, si mobilitò con successo per frenare l’esplosione del ricorso ai buoni lavoro.

Centinaio: “L’alternativa è il lavoro nero”

“Sono fondamentali – ha spiegato Centinaio – E tutte le associazioni di categoria sono d’accordo. Con Di Maio ne discuteremo ma ho già spiegato che a me non interessa falsare i dati sull’occupazione, facendo figurare tra gli occupati anche coloro che lavorano con i voucher. Non mi interessa dire che con i voucher in agricoltura avremmo 50 mila occupati in più. Mi interessa garantire la produzione anche con lavori occasionali, purché legali, con contributi e tutele. Anche perché l’alternativa è il lavoro nero”.

E lo strumento andrebbe introdotto “anche nel turismo. Tantissimi operatori del settore si lamentano da quando Renzi e Gentiloni, li abolirono”. Per evitare le truffe, poi, basterebbe una regola semplice, spiega il Ministro: “Quando si acquistano i voucher dovrebbe essere indicato, oltre al nome del lavoratore, anche il giorno e l’orario di utilizzo. Le truffe cesserebbero immediatamente”.

Perché reintrodurli

Presenti nel “contratto per il governo del cambiamento” siglato da Lega e Movimento 5 stelle, i voucher, riporta Business Insider, erano rimasti fuori dal “decreto dignità” disegnato dal ministro Luigi Di Maio e appena approvato dall’esecutivo.

Tuttavia, la mattina del 3 luglio, il ministro del Lavoro Di Maio ha aperto a una loro reintroduzione in alcuni ambiti. Dello strumento dei voucher, ha detto Di Maio, “si è abusato tra il 2015 e il 2016 all’inverosimile”, con “record indegni”, mentre era nato per alcuni lavori, come quelli domestici, colf e badanti, e in alcuni casi in agricoltura. 

“Se il tema è questo se ne può discutere – ha concesso – se invece si vuole reintrodurre i voucher come hanno fatto Renzi e i suoi amici allora no, perché lì si pagavano pure gli ingegneri e gli avvocati”. “La cancellazione totale dei voucher – si legge nel contratto di governo tra Lega e M5s – ha creato non pochi disagi ai tanti settori per i quali questo mezzo di pagamento rappresenta, invece, uno strumento indispensabile”.

“50 mila posti di lavoro da recuperare”

Secondo la Coldiretti, “con il ritorno dei voucher circa 50 mila posti di lavoro occasionali possono essere recuperati con trasparenza nelle attività stagionali in campagna dove con l’estate sono iniziate le attività di raccolta e presto ci sarà la vendemmia”. 

I voucher, spiega la Coldiretti, “erano stati introdotti per la prima volta in via sperimentale nel 2008 per la vendemmia proprio per le peculiarità dell’offerta di lavoro nelle campagne. Nel corso degli anni successivi l’agricoltura è stata l’unico settore che è rimasto praticamente fedele all’originaria disciplina ‘sperimentale’ con tutte le iniziali limitazioni (solo lavoro stagionale e solo pensionati e studenti) a differenza di altri settori. Non è un caso che il numero di voucher impiegati in agricoltura sia praticamente rimasto stabile dal 2011 senza gli abusi che si sono verificati in altri settori”.

“Giovani pronti per la vendemmia”

Secondo i dati forniti dalla Coldiretti, “in agricoltura sono stati venduti nell’ultimo anno prima dell’abrogazione circa 2 milioni di voucher, più o meno gli stessi dei cinque anni precedenti pari all’incirca a 350mila giornate/anno di lavoro che hanno aiutato ad avvicinare al mondo dell’agricoltura giovani studenti e a mantenere attivi molti anziani pensionati nelle campagne”.

“Ora – chiosa la Coldiretti – occorre fare presto poiché l’estate coincide con il periodo di maggior impiego di lavoro nelle campagne a partire dalle attività di raccolta di verdura e frutta come albicocche o pesche, fino ad arrivare alla vendemmia che si concentra nel mese di settembre e secondo un sondaggio Coldiretti/Ixé il 68% dei giovani italiani sarebbe disponibile a partecipare alla vendemmia o alla raccolta della frutta. I voucher sono uno strumento positivo per l’economia e il lavoro dei territori interessati ma sono anche validi nel favorire l’emersione del sommerso”.

Voucher e libretto famiglia, le differenze

Uno degli obiettivi dei voucher lavoro era far emergere e regolarizzare le così dette prestazioni occasionali, allora tipicamente remunerate in nero. E cioè tutti quei lavori che per il loro grado di saltuarietà e breve durata non possono essere ricondotti a contratti di lavoro veri e propri. Con i voucher infatti il lavoratore occasionale si vedeva riconosciuti i contributi Inps. E il datore di lavoro viene protetto dall'assicurazione Inail sugli infortuni sul lavoro.

All’inizio i voucher avevano un ambito di applicazione molto limitato, e ogni lavoratore poteva ricevere attraverso questo tipo di remunerazione al massimo tremila euro l’anno. Col tempo, diversi provvedimenti ne hanno allargato l’utilizzo a quasi tutti i settori. E la remunerazione massima è arrivata a settemila euro l’anno. 

Con il governo Gentiloni sono arrivati il Libretto famiglia e il Contratto di prestazione occasionale. Il libretto famiglia è dedicato, appunto, alle famiglie. Permette di remunerare i piccoli lavori domestici, l'assistenza ai bambini e agli anziani e le lezioni private supplementari. Mentre per quanto riguarda il contratto di prestazione occasionale, le prestazioni ammissibili sono definite dai limiti posti ai settori, alla durata della prestazione e all’importo complessivo annuale che può essere corrisposto e ricevuto con questa tipologia di remunerazione.

 

Chiusura positiva per la Borsa, in sintonia con gli altri mercati europei, rivitalizzati anche da un certo ottimismo circa la soluzione della guerra commerciale con gli Usa sui dazi auto. L'indice Ftse Mib segna un progresso dell'1,05% a 21.914 punti, All Share sul +1,04%. Piazza Affari riparte anche grazie al buon andamento di Fca (+5,80%) dovuto sia a un report favorevole di Jefferies sia alla ripresa del settore, dopo le indiscrezioni su un possibile accordo tra Usa e Ue sul tema dazi; nel pomeriggio e' intervenuta la cancelliera Merkel che si e' detta favorevole ad abbassare i dazi europei. In rialzo anche Ferrari (+1,49%), la controllante Exor (+1,95%), Brembo e Pirelli.
    Salgono inoltre i titoli bancari, con Mediobanca +1,30%, Intesa +1,32%, Ubi +0,90%, Banco Bpm +2,03%. Tra i finanziari Generali +2,28% dopo la vendita di Generali Leben in Germania. Tra le altre blue chip su Stm (+2,99%), nell'energia bene Enel (+1,04%), Italgas sul +1,46%. Negativo il lusso con Ferragamo -2,11% dopo un report di Jp Morgan che ne abbassa giudizio e target price, Moncler -1,64%.
    Continua a volare la Juventus (+11,19%) sulla scia delle attese per l'acquisto del fuoriclasse Cristiano Ronaldo. 
Lo spread tra Btp e Bund tedeschi chiude in rialzo a 241,5 punti. Il tasso del differenziale si attesta al 2,717%. Lo
 A Parigi l'indice Cac guadagna lo 0,86% a 5.366,32 punti. A Londra, l'indice Ftse 100 avanza dello 0,40% a 7.603,22 punti. La migliore è Francoforte dove l'indice Dax sale dell'1,19% a 12.464,29 punti. 

Voli Ryanair a terra in Italia il 25 luglio: allo sciopero annunciato dagli assistenti di volo a livello internazionale, si aggiunge infatti quello nazionale dei piloti. Lo comunicano le segreterie nazionali di Filt Cgil e Uiltrasporti, spiegando che “l’agitazione si inserisce in un quadro internazionale di scioperi del personale navigante Ryanair, proclamati dalla maggioranza dei sindacati europei del trasporto aereo, contro l’approccio della compagnia irlandese verso i propri lavoratori”.

Con il dossier pensioni del governo Lega-Cinque Stelle si avrebbero da subito 750 mila pensionati in più. L’allarme lanciato dal presidente dell’Inps Tito Boeri durante la sua relazione annuale del 4 luglio divide Salvini e Di Maio, che devono convincere sulla sostenibilità dell’introduzione della “quota 100”.

Il governo vorrebbe attivare fin dal 2019 la possibilità di andare in pensione a 64 anni di età con 36 anni di contribuzione, e così superare la legge Fornero, promessa centrale della campagna elettorale. Ma i conti, per Boeri, non tornano, almeno per quanto riguarda le fasce d’età coinvolte e la forza lavoro attualmente impiegata.

Quanto costerebbe 'la quota 100'

Stando ai calcoli dell’Inps una simile misura costerebbe 4 miliardi dal primo anno, più 8 miliardi a regime. Spesa che salirebbe a 18 miliardi l’anno (11 miliardi solo il primo), se si realizza anche la “quota 41”, che introduce la pensione con 41 anni di contributi a prescindere dall’età (su quest’ultima il governo ha fatto intendere che se ne riparlerebbe in una seconda fase).

Il primo stop era arrivato dal ministero del Tesoro che, conti alla mano, aveva bocciato l’interpretazione estesa della “quota 100”: la somma dell’età e degli anni di contributi (per esempio 60 anni con 40 anni di contributi), unita all’attuazione della “quota 41”, costerebbe alle casse dello Stato 20 miliardi. Troppi anche per l’economista in quota Lega, Alberto Brambilla, che ha prodotto la controriforma che vincola la “quota 100” ad almeno 64 anni di età. In aggiunta, come spiega Repubblica, “chi vorrà utilizzare questo anticipo, dovrà rinunciare a qualcosa.

Come potrebbero cambiare le regole

Se nel 1995, anno della riforma Dini, il lavoratore aveva almeno 18 anni di contributi, e quindi ha potuto godere fino al 2011 del sistema retributivo, gli verrà ricalcolata la pensione sulla base del sistema contributivo (cioè in base ai contributi versati) per il periodo tra il 1996 e il 2011. Quindi subirà una decurtazione. Infine, viene posto un limite di due anni ai contributi figurativi che entrano nel calcolo. Tutte queste limitazioni ridurranno la spesa dai 20 miliardi iniziali a 5.

Ma in Italia ci sono due pensionati ogni tre lavoratori – ha spiegato Boeri -, e stando ai conti del Fondo Monetario Internazionale, potremmo arrivare entro il 2045 a un pensionato per ogni lavoratore. Per questo il presidente dell’Inps vede nell’immigrazione (regolare e strutturata) la possibile soluzione alle coperture del sistema pensionistico. “Gli italiani sottostimano la quota di popolazione sopra i 65 anni e sovrastimano quella di immigrati e di persone con meno di 14 anni. La deviazione fra percezione e realtà è molto più accentuata che altrove. Non sono solo pregiudizi. Si tratta di vera e propria disinformazione. Il nostro Paese ha bisogno di aumentare l’immigrazione regolare”, ha spiegato.

Leggi anche: Ci servono immigrati per sostenere le pensioni? Fact-Checking alla lavagna su Tito Boeri

Boeri ha evidenziato che nel lavoro manuale non qualificato “ci sono il 36 per cento dei lavoratori stranieri e l’8 per cento degli italiani”, e che “la storia ci insegna che quando si pongono forti restrizioni all’immigrazione regolare, aumenta l’immigrazione clandestina e viceversa: in genere, a fronte di una riduzione del 10% dell’immigrazione regolare, quella illegale aumenta dal 3 al 5%. In presenza di decreti su flussi del tutto irrealistici, la domanda di lavoro immigrato si riversa sull’immigrazione irregolare. I dati sono la risposta migliore, perché non c’è modo di intimidirli”.

Di Maio in difesa di Boeri

La posizione di Boeri è da tempo invisa alla Lega, che al vertice dell’Inps vorrebbe mettere uno dei suoi – probabilmente Brambilla -. Così il ministro dell’Interno Matteo Salvini si è scagliato contro Boeri, chiedendosi se “vive su Marte” e preannunciando cambiamenti ai vertici di certi “apparati pubblici”. A mitigare i toni arriva Di Maio che, come spiega La Stampa, “peraltro è il ministro ‘vigilante’ sull’Inps.

Boeri ha collaborato strettamente col presidente della Camera Roberto Fico sulla stretta ai vitalizi, e sta fornendo l’indispensabile supporto tecnico al ministero del Lavoro per l’operazione di ricalcolo delle ‘pensioni d’oro’”. Nonostante nella relazione di ieri Boeri non abbia evidentemente cercato in alcun modo di assecondare il vento politico, per Di Maio “rimane in carica fino al 2019”, quindi fino alla fine naturale del suo mandato. Purché, chiarisce il ministro al Lavoro e allo Sviluppo economico, “il Parlamento faccia il Parlamento e l’Inps faccia l’Inps”. 

La Plenaria del Parlamento europeo ha respinto l'avvio del mandato a negoziare un compromesso con il Consiglio Ue sulla riforma del diritto d'autore. Il testo che avrebbe dovuto dare il via libera all'inizio del negoziato, messo a punto dalla Commissione giuridica di Strasburgo, è stato bocciato dall'aula. I voti contrari sono stati 318, i favorevoli 278, gli astenuti 31. Il testo sarà di nuovo all'esame della Plenaria e sarà votato nella prossima sessione di settembre. 

I deputati hanno quindi respinto il mandato negoziale proposto dalla commissione giuridica il 20 giugno scorso e di conseguenza, la posizione del Parlamento sarà discussa, emendata e votata nel corso della prossima sessione plenaria di settembre, sempre a Strasburgo tra il 10 e il 14 settembre. 

Il Regolamento del Parlamento europeo prevede che se almeno il 10% dei deputati si oppone all'avvio di negoziati con il Consiglio sulla base del testo votato in commissione, si procede a una votazione in seduta plenaria. Martedì, entro la mezzanotte, il numero di deputati necessario ha presentato le proprie obiezioni e dunque il testo e' arrivato al voto dell'assemblea che ha respinto l'avvio del negoziato.

Il Tar del Lazio ha deciso di sospendere l'esecuzione del provvedimento con il quale la Presidenza del Consiglio ha inflitto a Tim una maximulta dal 74,3 milioni per la violazione degli obblighi relativi alla normativa sui poteri speciali (Golden Power). Una violazione che sarebbe stata legata alla mancata comunicazione da parte del socio Vivendi dell'assunzione del controllo di fatto del gruppo. E' stata così accolta la richiesta della società telefonica.

 Il reddito di cittadinanza, da un lato, e il calo delle tasse e la semplificazione fiscale, dall'altro, sono misure che "devono andare di pari passo in quanto sono necessarie per cambiare il sistema e sostenere la crescita economica". E' quanto ha affermato in un'intervista a Bloomberg il ministro dell'Economia, Giovanni Tria.
"La maggiore crescita economica deve venire dalla graduale attuazione del programma governativo", ha spiegato il ministro. "Tale percorso ci richiederà di agire sulla composizione delle entrate e delle spese fiscali – ha osservato – la nostra discontinuità con i precedenti governi non riguarderà il livello del deficit, ma piuttosto il mix di politiche".
 

Tesla ha raggiunto l'obiettivo inseguito per mesi: produrre 5.000 Model 3 a settimana entro la fine di giugno. Senza questo traguardo probabilmente l'azienda sarebbe stata punita dal mercato. Che, tuttavia, non ha festeggiato. Anzi: il 2 luglio, nella seduta successiva all'annuncio, il titolo ha perso il 2,30%. E il 3 luglio non solo ha fallito il rimbalzo, ma ceduto un altro 7,23%. Perché?

Meno annunci, più conferme

In passato, analisti e investitori hanno premiato le dichiarazioni del ceo Elon Musk. Oggi sono molto più cauti, soprattutto sui risultati di breve periodo e sui singoli obiettivi. Tradotto: vogliono conferme. La Model 3, cioè la vettura più economica del gruppo, è la prima che punta a un pubblico di massa. Non è un'utilitaria, ma il suo prezzo di partenza (35.000 dollari) è assai più basso rispetto a quelli di Model S e Model X. Il suo sviluppo era quindi legato all'esigenza di dimostrare che Tesla potesse produrre ampi volumi.

Svelata nel 2016, la Model 3 è entrata in fabbrica nel luglio 2017. Il gruppo avrebbe dovuto sfornare 5.000 vetture a settimana già a dicembre. Appuntamento rimandato per due volte, fino a ora. Elon Musk, che sapeva di giocarsi molto, ha accelerato: ha rivisto gli impianti, aumentato le loro ore di attività e ha trasferito parte della capacità produttiva di Model S e Model X verso la Model 3.

Proprio questa serie di interventi d'urgenza fanno tentennare diversi analisti, in attesa di ricevere conferme sulla sostenibilità di questi ritmi anche nel medio lungo termine. Tesla ce l'ha fatta per un soffio (le vetture sono state 5.031). Ma bisognerà vedere se questo livello sarà supportato e, anzi, incrementato. Elon Musk lo sa bene e ha già rilanciato: entro la fine di agosto la produzione punta a toccare le 6.000 unità a settimana.

La fretta ha condizionato la qualità?

L'analista di Ubs Colin Lang, intervistato da Reuters, ha sottolineato poi altri due elementi che potrebbero aver zavorrato le azioni Tesla. Il primo è il numero di segnalazioni, incidenti e guasti. Per quanto non siano statisticamente rilevanti, inducono alla cautela, in attesa di verificare se la fretta non abbia impattato sulla qualità. Proprio questa incognita, avrebbe affossato il titolo il 3 luglio. Secondo un documento interno ottenuto da Business Insider, Musk avrebbe ordinato agli ingegneri di saltare un test di sicurezza sui freni per accelerare la produzione della Model 3.

Produzione ancora sotto le attese

Il secondo dubbio riguarda le vetture in circolazione. Nel secondo trimestre, ha affermato Tesla nella sua comunicazione alla Sec, sono state consegnate 40.740 (18.440 sono Model 3). Una cifra che resta al di sotto delle aspettative del mercato.

Nel secondo trimestre, per la prima volta il numero di Model 3 prodotte ha superato quello di Model S e Model X messe insieme. Ma prima di dire se si tratta di un successo consolidato, spiegano gli analisti, manca un altro tassello. Fino a ora Tesla si è concentrata sulle versioni più rifinite e costose.

In sostanza, quindi, di Model 3 da 35.000 dollari se ne sono viste poche. Tutti questi elementi avrebbero quindi condizionato l'andamento del titolo, anche perché sono tutte incognite sui tempi con cui Tesla raggiungerà la profittabilità.

Tesla perde pezzi

Per Musk, che poche settimane fa aveva definito “infernale” la produzione della “piccola” di casa, il peggio è passato. Il comunicato della compagnia parla dei “12 mesi più difficili della storia di Tesla”. E di “orgoglio” per il traguardo raggiungo. “Non è stato facile, ma alla fine ce l'abbiamo fatta”.

Eppure, poche ore dopo e nonostante la “missione compiuta”, la società ha inviato un altro segnale che non ha certo contribuito a rassicurare gli investitori: ha confermato che Doug Field, capo della produzione di Model 3, lascerà la compagnia. Musk lo aveva di fatto congedato in primavera, mettendosi direttamente al comando. Adesso il congedo si è tradotto in un addio. E non è il primo: ad aprile aveva salutato anche Jim Keller, responsabile di un altro progetto chiave per Tesla, come il sistema di guida autonoma.