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Il commissario europeo agli affari economici, Pierre Moscovici, ha lamentato che il governo Conte sulla manovra non ha mantenuto gli accordi, ma ha non ha chiuso al dialogo: "La mia porta è sempre aperta e spero che il governo italiano ascolti questo messaggio", ha affermato in un'intervista a Repubblica.

"Sento dire che sarebbe la manovra del popolo contro la burocrazia ma non è cosi'", ha detto Moscovici, "io un accordo con Tria ce l'avevo e lo mantengo, il governo no". "Quando il debito sale aumenta la spesa per gli interessi che già oggi vale 1.000 euro per ogni italiano e in totale 65 miliardi, quanto il Paese spende per l'istruzione", ha osservato il commissario Ue sottolineando che "rimborsare il debito è la peggior spesa pubblica immaginabile, toglie risorse alla lotta contro la povertà, agli investimenti e alle infrastrutture".

"Consideriamo, come dire, ottimistica la crescita all'1,5% prevista dal governo", ha sottolineato Moscovici per il quale "c'e' il forte rischio che il deficit alla fine sarà più alto del 2,4%". Di qui la richiesta di "un nuovo bilancio entro il 13 novembre": "Seguiamo le procedure per convincere il governo a farlo". "Siamo ancora in un processo di dialogo costruttivo", ha assicurato Moscovici, "sebbene all'interno di un quadro chiaro e di una decisione forte e senza precedenti.

Dalla Perla, a Versace e Gucci per non parlare di Loro Piana e anche marchi di lusso meno raffinati come Puma, nel settore dell'abbigliamento. Ma il 'made in Italy' fa gola alle aziende estere su tutti i settori: basti pensare allo zucchero Eridania oppure ai gelati Motta. E anche le banche, come ad esempio Bnl e Cariparma, o le tlc: per lungo tempo è andata avanti la polemica sull'acquisizione di Telecom da parte della francese Vivendi. Questa di Magneti Marelli è quindi solo l'ultima di una lunga sequela di operazioni che dimostrano come le eccellenze italiane sono molto appetibili.

Lusso

La prima azienda italiana di è stata Fiorucci, la Maison di moda fondata a Milano da Elio Fiorucci nel 1967 che ha raggiunto il successo tra gli anni '70 e '80: è stata poi rilevata nel 1990 dalla Edwin International, società giapponese di abbigliamento con 8 marchi di proprietà e 6 in licenza, tra cui Lee, Wrangler e Avirex. Il lusso piace molto al capitalismo cinese, e anche i francesi ce lo contendono. Ad esempio gli yacht di Ferretti sono ora di proprietà di Shandong Heavy Industry-Weichai Group, e le collezioni di Krizia sono passate a Marisfrolg Fashion Co azienda leader sul mercato asiatico del pret-a'-porter di fascia alta.

Il marchio d'eccellenza Lvmh, titolare di Loro Piana (nel 2013) e di Bulgari (nel 2011), è andato al fondo francese Kering che ha fatto man bassa di marchi, da Gucci a Bottega Veneta, da Pomellato a Dodo, da Sergio Rossi a Brioni passando anche a Richard Ginori. Valentino è dal 2012 nelle mani di Mayhoola Investments (Qatar) e quel che resta di Gianfranco Ferrè di Paris Group (Dubai), mentre La Rinascente appartiene alla thailandese Central Group of Companies. In mani americane è invece Poltrona Frau, rilevata da Haworth. Ultimo caso eclatante, quello di Versace il cui brand è stato venduto allo stilista Michael Kors, lo scorso mese di settembre, per la bellezza di 2 miliardi di dollari.

Insomma, le griffe italiane fanno gola non solo alla Francia ma anche all'estremo Oriente e negli Usa. La giapponese Itochu Corporation ha nel tempo acquistato anche altri marchi italiani come Mila Schon, Conbipel, Sergio Tacchini, Belfe e Lario, Mandarina Duck, Coccinelle, Safilo, Ferrè , Miss Sixty-Energie, Lumberjack e Valentino S.p.A. Quasi tutte queste aziende sono state poi rivendute sempre ad aziende straniere. Unica in controtendenza, in questo settore, un'operazione finanziaria in cui l'acquirente è stata un'impresa tricolore. La Moncler, azienda d'abbigliamento che produce in particolare capi invernali fondata da un imprenditore francese nel 1952 e famosa per i suoi 'piumini', è dal 2003 proprietà dell'imprenditore italiano Remo Ruffini.

Tlc

Nel giugno del 2015 Vivendi diventa primo azionista dell'ex monopolista Telecom al posto di Telefonica con il 14,9% ed è arrivata a detenerne quasi il 25% del capitale. In sostanza, è primo socio di Telecom Italia con quasi il 24% delle azioni, oltre che azionista forte di Mediaset, con una quota di quasi il 29% del capitale (la Fininvest della famiglia Berlusconi ha il 40,3 per cento). E' invece nelle mani della russa VimpelCom la compagnia telefonica Wind.

Alimentare

Lunga la lista delle case italiane dell'industria alimentare finite in mani straniere, a partire dal lontano 1993, quando gli svizzeri della Nestlè si comprarono il marchio Italgel (Gelati Motta, Antica Gelateria del Corso, La Valle degli Orti) ed il Gruppo Dolciario Italiano (Motta e Alemagna). Quest'ultimo è poi ritornato in mani italiane grazie alla Bauli di Verona. Attualmente Nestlè controlla l'ex Italgel insieme a surgelati e salse Buitoni. Il colosso elvetico possiede anche l'acqua minerale Sanpellegrino e controllate (Levissima, Recoaro, Vera, San Bernardo e Panna).

Galbani, Locatelli, Invernizzi e Cademartori sono proprietà di Lactalis, il Re del Camembert che si è comprato Parmalat nel luglio del 2011, mentre gli oli Cirio-Bertolli-De Rica sono stati presi nel 1993 da Unilever, che poi li ha ceduti nel 2008 alla spagnola Deoleo, già titolare di Carapelli, Sasso e Friol. A seguire, un altro pezzo di made in Italy nell'agroalimentare a passare sotto insegne francesi è stato Eridania Italia, società leader nel settore zucchero italiano.

Anche la grande distribuzione non è rimasta immune dall'avanzata francese, presa d'assalto dai vari Carrefour, Castorama, Auchan e Leroy-Merlin. E che dire delle mitiche caramelle Sperlari? Attualmente la società, insieme alle italiane Saila, Dietorelle, Dietor e Galatine, fa parte della Leaf Italia S.r.l., società controllata dall'olandese Leaf International BV, azienda leader del mercato delle caramelle in Svezia, Olanda, Finlandia e Belgio e al secondo posto in Norvegia, Danimarca e Italia.

Nemmeno la 'bionda' per eccellenza è stata ignorata: la Birra Peroni, comprendente i marchi Peroni e Nastro Azzurro, entra a fa parte del colosso sudafricano SABMiller plc, tra i più grandi produttori di birra al mondo. E 'addio' anche alla Star, proprietaria di diversi marchi come Pummarò, Sogni d'oro, GranRagù Star, Orzo Bimbo, Risochef, Mellin, che è stata acquistata dalla spagnola Gallina Blanca del Gruppo Agrolimen.(

Finanza

Ha fatto molto 'gola' alla Francia. Risale al 2006, a seguito dell'annullamento dell'Opa di Unipol, l'acquisizione di Bnl da parte del gruppo Bnp Paribas. Poi nel 2007, a seguito della fusione tra Sanpaolo Imi e Banca Intesa, per motivi antitrust Intesa Sanpaolo cede il controllo delle banche al dettaglio Cariparma e Banca Popolare FriulAdria (654 sportelli in tutto) a Credit Agricole, già azionista della banca italiana fin dal 1990. Altro 'caso': Generali nel 2007 accetta l'offerta di Groupama, socio del patto di Mediobanca, a sua volta azionista di maggioranza a Trieste (con il 15,8%), per l'acquisto del 100% di Nuova Tirrena per 1,25 miliardi di euro.  E' stata in seguito la volta di Unicredit che ha venduto Pioneer ad Amundi per un valore di 3,5 miliardi di euro.

Industria

Segna il 'debutto' tedesco nel Made in Italy un'importante operazione e cioè l'acquisizione di Italcementi da parte di HeidelbergCement, con un'offerta da 1,66 miliardi di euro. Pirelli invece parla cinese: ChemChina è il nuovo socio forte del gruppo. Nell'ottobre 2014 la famiglia Merloni è uscita definitivamente dalla scena degli elettrodomestici: Whirlpool ha di fatto acquisito il 56% del gruppo di Fabriano salendo al 60,4%. A settembre 2016 la francese Suez è diventato il primo azionista privato dell'utility romana Acea fino al 23%: è così il primo socio privato di Acea, dietro al Comune che ha la maggioranza assoluta. Magneti Marelli passa oggi ai giapponesi di Calsonic Kansei per 6,2 miliardi di euro.

Energia

Parla francese Edison (Edf), e Saras è bilingue, controllata oltre che dai Moratti dai russi di Rosneft. Fuori da Piazza Affari, State Grid of China ha il 35% di Cdp Reti, la scatola in cui sono detenute le partecipazioni di controllo di Terna e Snam, e Shanghai Electric il 40% di Ansaldo Energia.

Trasporti

L'industria ferroviaria nazionale è oggi completamente in mani straniere. La Fiat Ferroviaria è controllata da Alstom dal 2000, mentre la Tibb (Tecnomasio-Brown Boveri) è passata prima sotto la Daimler Benz-AdTranz (1996) e poi sotto la canadese Bombardier (2001). AnsaldoBreda e il 40% di Ansaldo Sts è stata venduta alla giapponese Hitachi da parte di Finmeccanica.

Sul fronte aerei, è lo sbarco di Etihad alla cloche di Alitalia e poi il fallimento della partnership cui abbiamo tutti assistito. Altro esempio è Piaggio Aerospace, produttrice di aerei, dal 2014 nelle mani del fondo sovrano arabo Mubadalae più significative sono state le vendite di: Ducati Motor Holding S.p.A. alla società Audi AG del Gruppo tedesco Volkswagen, che ha assorbito definitivamente l'azienda, e Lamborghini, anch'essa acquisita dal Gruppo tedesco della Volkswagen. 

Debito pubblico italiano in leggero calo nel 2017 al 131,4% e deficit-Pil al 2,4% (era al 2,5% nel 2016). Lo rileva Eurostat, secondo cui il debito del nostro paese rispetto al Pil è passato dal 131,4% del 2016 al 131,2%. L'Italia rientra tra i 15 Stati membri che hanno un debito pubblico superiore al 60% del Pil, il più alto dei quali è registrato in Grecia (176,1%). L'Italia si piazza subito dopo (131,2%), seguita da Portogallo (124,8%), Belgio (103,4%), Francia (98,5%) e Spagna (98,1%). 
    Secondo Eurostat, il deficit e il debito pubblico sono diminuiti nel 2017 sia nell'area dell'euro sia nella Ue a 28. Nel dettaglio, il deficit della zona euro si è attestato al 1% nel 2017, in calo rispetto all'1,6% dell'anno precedente e nell'Ue a 28 all'1% contro l'1,7% del 2016. Il dato per l'Italia nel 2017 è al 2,4% contro il 2,5% del 2016. Il rapporto tra debito e Pil è diminuito nell'area dell'euro dall'89,1% di fine 2016 all'86,8% di fine 2017 e nel Ue a 28, dall'83,3% all'81,6%. 

Via la non punibilità per i reati e fuori dal condono i beni e le attività finanziarie detenute all'estero. Mentre potrebbe entrare nel corso dell'iter parlamentare il saldo e lo stralcio delle cartelle di Equitalia per i contribuenti in particolari difficoltà economiche. Il condono targato M5s-Lega resta ma si ridimensiona rispetto ai contorni che aveva assunto nei giorni scorsi. La sintesi è stata trovata nel corso di una riunione ristretta tra il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e i due vicepremier, Matteo Salvini e Luigi Di Maio.

Dal testo 'definitivo' sono state stralciate ampie parti dell'articolo 9 del decreto, ovvero la norma sulla dichiarazione integrativa che ha scatenato lo scontro tra i due soci di maggioranza. La pace fiscale nella versione precedente prevedeva una dichiarazione integrativa 'speciale' che si estendeva anche all'imposta sul valore degli immobili situati all'estero (Ivie) e all'imposta sul valore delle attivià finanziarie detenute all'estero (Ivafe), tipiche della voluntary disclosure.

Leggi gli articoli di Messaggero e Sole 24 Ore

Scudo penale

Nel nuovo testo non sarà possibile presentare la dichiarazione integrativa per i beni e le attività finanziarie detenute all'estero. Il vero nodo all'origine dello scontro era però rappresentato dalla non punibilità dei reati e in particolare dalla norma che introduceva lo scudo penale per riciclaggio e autoriciclaggio. Al comma 9 dell'articolo 9, nel vecchio testo si prevedeva la non punibilità per i reati tributari di dichiarazione infedele, omesso versamento di ritenute e omesso versamento Iva anche in connessione alle condotte connesse a riciclaggio o impiego di denaro o di proventi illeciti e quelle relative all'autoriciclaggio (fino alla data del 30 settembre 2019).

Altra modifica sostanziale, sempre in base a quanto dichiarato da Conte e dai due vicepremier, riguarderà il tetto del condono. La vecchia norma prevedeva una soglia di 100.000 euro sull'integrazione degli imponibili, comunque non oltre il 30 per cento di quanto già dichiarato, per singola imposta da sanare e per periodo d'imposta (dal 2013 al 2016). Ora invece il tetto sarà di 100.000 euro di imponibile e varrà per ogni anno di imposta e non più per singola imposta, quindi non sarà cumulabile.

L'aliquota media

Il resto dell'impianto della pace fiscale dovrebbe comunque essere confermato. Quindi sugli importi da far emergere si applicherà un'aliquota del 20% ai fini delle imposte sui redditi, delle imposte sostitutive delle imposte sui redditi, delle ritenute e dei contributi previdenziali, dell'Irap. Discorso diverso per l'Iva per la quale si calcolerà l'aliquota media, risultante dal rapporto tra l'imposta relativa alle operazioni imponibili, diminuita di quella relativa alle cessioni di beni ammortizzabili, e il volume d'affari dichiarato, tenendo conto dell'esistenza di operazioni non soggette a imposta ovver soggette a regimi speciali.

Nei casi in cui non è possibile determinare l'aliquota media, si applica l'aliquota ordinaria del 22%. Resta quindi confermato anche lo stralcio totale delle cartelle sotto i 1.000 euro per gli anni d'imposta dal 2000 al 2010, la rottamazione ter e il contenzioso tributario con la possibilità di pagare senza sanzioni o interessi il 20% del non dichiarato in 5 anni in caso di vittoria del contribuente in secondo grado o il 50% in caso di vittoria in primo grado.

Oltre 100 tra tasse, tributi e contributi pesano sui contribuenti italiani ma l'85% degli incassi arriva per lo Stato da appena una decina di voci. Commenta il coordinatore dell'Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo: "Con una seria riforma fiscale basterebbero poco più di 10 imposte per consentire ai contribuenti italiani di beneficiare di una riscossione più contenuta, di lavorare con più serenità e con maggiori vantaggi anche per le casse dello Stato che, molto probabilmente, da questa sforbiciata vedrebbero ridursi l'evasione".

Le imposte che pesano di più sui portafogli dei cittadini italiani sono due e garantiscono oltre la metà (il 55,4 per cento) del gettito totale: sono l'Irpef e l'Iva. Nel 2017 la prima (Imposta sul reddito delle persone fisiche) ha garantito all'erario un gettito di 169,8 miliardi di euro (il 33,8 per cento ovvero un terzo del totale) mentre la seconda (Imposta sul valore aggiunto) ha consentito di incassare 108,8 miliardi di euro (21,6 per cento). Per le aziende l'imposta più pesante è l'Ires (Imposta sul reddito delle società), che l'anno scorso ha consentito all'erario di incassare 34,1 miliardi di euro.

Di particolare rilievo anche il gettito riconducibile all'imposta sugli oli minerali che è stato pari a 26 miliardi e quello ascrivibile all'Irap (Imposta regionale sulle attivita' produttive) che ha assicurato 22,4 miliardi di euro. "Se si considera che il livello dei servizi presente nel nostro Paese è molto modesto – dichiara il segretario della Cgia, Renato Mason – è necessario che il Governo inizi seriamente a ridurre il carico tributario. Con la manovra di bilancio presentata nei giorni scorsi è cominciato un percorso di riduzione delle tasse sulle partite Iva. Un fatto sicuramente positivo, ma ancora insufficiente".

Oltre al peso fiscale eccessivo, la Cgia giudica "inaccettabile il grado di complessità raggiunto dal fisco", che, sostiene l'organizzazione, "scoraggia la libera iniziativa e la voglia di fare impresa". Secondo la Cgia non è poi "nemmeno più rinviabile una riflessione sull'assetto" della magistratura tributaria. "Non è un caso", conclude Mason, "che molti operatori stranieri non investano da noi proprio anche a causa dell'eccessiva ridondanza del nostro sistema burocratico. Incomunicabilità, mancanza di trasparenza, incertezza giuridica e adempimenti troppo onerosi hanno generato un velo di sfiducia tra imprese e Pubblica amministrazione che non sarà facile rimuovere in tempi ragionevolmente brevi". 

Ryanair ha una manciata di giorni per rispondere alle contestazioni dell’Antitrust che vuole la sospensione della decisione di fa pagare il bagaglio a mano a partire dal prossimo primo novembre. Secondo l’Autorità della concorrenza, che già lo scorso 20 settembre aveva avviato un procedimento nei confronti della compagnia aerea low-cost sulla nuova policy, si tratta di una procedura scorretta sia nei confronti dei passeggeri che delle altre compagnie aeree. Nel mirino dell’Authority anche la compagnia low cost ungherese Wizzair che, ha seguito le orme di Ryanair in questa nuova politica commerciale.

Cosa contestato l'Antitrust

L'Autorità indaga sulla possibilità che si tratti di una pratica commerciale scorretta. In particolare viene contestato che la nuova policy prevede l’inclusione nella tariffa standard della sola “borsa piccola” di dimensioni non eccedenti 40 cm x 20 cm x 25 cm, mentre viene richiesto un supplemento per trasportare il “bagaglio a mano grande” (il trolley), sia in cabina, con l’acquisto della 'Priority', che in stiva, convertendo il trolley in bagaglio registrato di 10 kg.

La nuova policy fornirebbe una falsa rappresentazione del reale costo del biglietto aereo attraverso lo scorporo dalla tariffa standard di un onere non eventuale ma prevedibile (il trasporto del trolley finora consentito) inducendo in errore il consumatore medio circa il prezzo effettivo del servizio di trasporto offerto. Di conseguenza falserebbe la comparazione con le tariffe proposte dalle altre compagnie, che includono nell'offerta la possibilità di trasportare il bagaglio a mano, alterando quindi la trasparenza tariffaria.

E’ stato quindi avviato un sub-procedimento cautelare, in considerazione del pericolo di un danno grave e irreparabile ai consumatori costretti a corrispondere dal primo novembre un supplemento rispetto alle tariffe standard del vettore, per un servizio – uno spazio per il bagaglio a mano – che rappresenta un elemento essenziale del contratto di trasporto. Le ripetute modifiche delle regole e condizioni per il trasporto del bagaglio a mano potrebbero inoltre esporre i consumatori al rischio di incorrere in ulteriori sovra costi, previsti per il mancato rispetto delle nuove condizioni, nel caso in cui si presentino al gate con un bagaglio a mano non registrato.

Analogamente, è stato avviato un diverso procedimento istruttorio – con contestuale avvio del subprocedimento cautelare – nei riguardi di Wizzair che sempre dal primo novembre modificherà in modo speculare la propria policy bagagli a mano, richiedendo ai consumatori un supplemento per il trasporto del trolley in cabina.

Cosa prevede il nuovo regolamento Ryanair

Dal primo novembre non sarà più possibile viaggiare con un trolley di dimensioni ridotte gratuitamente, neanche imbarcandolo in stiva come è invece oggi, ma si dovrà comunque pagare. Le soluzioni – si legge su Ryanair.con – saranno due: pagando il biglietto con il supplemento priority da 6 euro si potranno portare a bordo una borsa o uno zaino e il trolley, senza la priorità invece si potranno portare con sé solo borse e zaini e si dovrà comunque pagare l'imbarco della valigia per quanto di dimensioni e peso ridotti (massimo 10 chili). Se il trolley verrà registrato al momento dell'acquisto del biglietto il costo sarà di 8 euro, successivamente (fino a 40 minuti prima dell’orario di partenza previsto) sarà di 10 euro.

Il bagaglio registrato da 10kg dovrà essere depositato al banco consegna bagagli prima di passare il controllo di sicurezza. I passeggeri che non hanno aggiunto alla prenotazione il bagaglio a mano da 10kg registrato possono acquistarlo all’aeroporto: se acquistato al banco deposito bagagli, il costo sarà di €20, altrimenti, se acquistato al gate di imbarco, il costo sarà di €25. 

L'obiettivo è quello di convincere i passeggeri a spedire il bagaglio per ridurre il più possibile i tempi di imbarco ed evitare ritardi nella partenza dei voli. Secondo quanto afferma la compagnia in una nota, il 60% dei viaggiatori non sarà interessato dai cambiamenti.

Il Word Happines Report è un’indagine eseguita ogni anno con l’obiettivo di stilare una classifica dei 156 paesi analizzati sulla base della felicità dei propri cittadini.

La felicità quindi, viene spacchettata, contestualizzata, scientificamente analizzata attraverso sei parametri ben precisi: reddito, speranza di vita in buona salute, sostegno sociale, libertà, fiducia e generosità dei propri abitanti. Bene, tra le prime posizioni di questa classifica non manca mai la Danimarca, vera oasi di benessere al centro dell’Europa.

Il bilancio (non economico) della Danimarca

Un governo stabile con un bassissimo tasso di corruzione, sanità e istruzione di altissima qualità, tasse molto alte sì, ma a fronte di una serie di servizi di prim’ordine. I danesi poi sono tra i primi nel mondo a sperimentare un nuovo, cosiddetto, Work-Life-Balance, ovvero un equilibrio più sano tra il lavoro e il tempo libero.

Le ore di lavoro ufficiali infatti in Danimarca sono 37 a settimana, ma solo i più stakanovisti le raggiungono. Eppure non parliamo di un popolo di fannulloni, ma di un nuovo metodo di misurazione del lavoro basato sulla qualità piuttosto che sulla qualità.

Come funziona

Dal lunedì al giovedì, allora, alle 16 tutti a casa, il venerdì anche prima. Straordinari non solo aboliti, ma visti male. Sono le ragioni per cui, secondo Business Insider, “restare più a lungo solo per fare buona impressione ha un effetto abbastanza negativo e mette in discussione l’efficienza, come anche la capacità di gestire il proprio tempo da parte dei dipendenti”. Qualità, appunto: il segreto di un Paese che, nonostante gli orari ridotti, risulta essere uno dei più produttivi dell’Unione Europea.  Non sono solo i dati economici a dire che un dipendente più rilassato sia anche un dipendente più produttivo. Lo sostiene anche una ricerca: i lavoratori felici sono il 12% più efficienti.

In Italia sappiamo bene che la situazione è diametralmente opposta, così come i relativi risultati. Come scriveva a febbraio Il Fatto Quotidiano, in un anno lavoriamo 354 ore in più di un collega tedesco, 243 in più di uno francese. Il mondo del lavoro cambia e sembra che il nostro Paese difficilmente riesca a restare al passo.  

"Penso che internet nella sua attuale incarnazione sia una macchina che conferma i pregiudizi". Lo ha affermato il ceo di Amazon, Jeff Bezos, intervenuto a San Francisco durante la conferenza Wired 25. L'uomo più ricco del pianeta si è detto "preoccupato", in particolare, che i social media possano essere "molto utili ai regimi dispotici per far rispettare la loro volontà".

Il web come strumento di conferma e amplificazione dei pregiudizi degli utenti: non è un concetto nuovo. è una preoccupazione comune a molti osservatori ed esperti, primo tra tutti il padre del web Tim Berners Lee. A rimarcarla, pero', questa volta è una delle più grandi compagnie digitali del mondo, per bocca del suo fondatore.

"Una tecnologia che aumenta il bias", la distorsione cognitiva che tende a rafforzare le proprie convinzioni, "non è una buona cosa. Porterà a un maggiore tribalismo". Il problema, però, spiega Bezos, non è lo strumento ma il suo utilizzo: "Sono stati scritti libri malvagi che hanno condotto a cattive rivoluzioni. Con i libri sono stati creati regimi fascisti, ma questo non significa che il libro sia cattivo. La società, alla fine, sviluppa una risposta immunitaria agli usi negativi delle nuove tecnologia, ma ci vuole tempo".

Secondo Bezos, i social media sono ancora immaturi. E gli attuali problemi che riguardano la loro influenza (sulla politica e non solo) saranno prima o poi corretti. "A causa della tecnologia, succederanno tante cose che non ci piaceranno, ma non è una cosa nuova, è sempre stato cosi'". "Scopriremo" come uscirne. Ma la soluzione, conclude, "non è "fermare il progresso tecnologico".

All'indomani del varo della manovra e del Dl fiscale, la Borsa di Milano ha aperto positiva e lo spread  tra Btp e Bund tedeschi è in calo a 301 punti, contro i 305 della chiusura di ieri. Il rendimento del decennale arretra al 3,521%. In avvio di contrattazioni, l'indice Ftse Mib guadagnava lo 0,14%. Tra i titoli, A2A +1,48%, Buzzi Unicem -1,85%, Pirelli -1,21%.

C'è ancora tempo per rimettere le cose a posto. È questo il messaggio che giunge all'Italia dall'Indonesia dove si è tenuto il meeting annuale di Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale. Nel corso della tre giorni di incontri e discussioni sui principali temi dell'agenda mondiale, il 'caso-Italia' è stato tra gli argomenti più trattati.

La Commissione Ue si aspetta un cambio di rotta della maggioranza di governo sulla manovra prima di usare la clava della bocciatura del bilancio, cosa mai successa in precedenza. Per questo da Bali sono arrivate le parole concilianti del Commissario agli Affari economici Pierre Moscovici. "Non vogliamo entrare in conflitto con l'Italia" e il reddito di cittadinanza "si può fare anche senza aumentare il deficit. è una questione di scelte politiche", ha detto. Parole differenti rispetto a quelle pronunciate nella lettera del 5 ottobre scorso quando la Commissione espresse al governo "seria preoccupazione" per le cifre contenute nel Def.

Le diplomazie in Indonesia hanno lavorato molto per cercare di trovare una sponda nel ministro dell'Economia, Giovanni Tria che si è mostrato dialogante con le istituzioni. Il titolare di via XX settembre tuttavia deve fare i conti in patria con la decisa maggioranza gialloverde che vuole portare a casa (quasi) tutte e subito le promesse principali contenute nel contratto di governo.

Entro domani il governo dovrebbe mandare il documento programmatico di bilancio a Bruxelles. Senza modifiche la Commissione respingerà il testo – che in Europa non piace a nessuno nemmeno ai paesi 'amici' del governo Conte – sperando poi nel lavoro parlamentare per rendere più allineata alle regole europee la manovra del popolo come l'ha ribattezzata il vicepremier Luigi Di Maio. Fiducioso nel lavoro del Parlamento si è detto ieri il presidente della Bce, Mario Draghi, nel corso di una conferenza stampa dove l'Italia i suoi conti pubblici e lo spread sono stati i protagonisti assoluti.

"Sono ottimista su un accordo. Bisogna stare tranquilli e abbassare i toni e avere fiducia in un compromesso senza drammatizzare", ha detto il presidente dell'Eurotower insolitamente loquace e disponibile a rispondere alle domande su un Paese membro dell'Eurozona. "Le parole sono cambiate tante volte aspettiamo i fatti", ha rimarcato invitando a moderare toni e parole. Quelle parole, ha spiegato, che hanno fatto schizzare in alto lo spread tra i Btp italiani in confronto con quelli tedeschi a danno "di famiglie e imprese".

Uno spread che secondo il Financial Times potrebbe far ripiombare in recessione il Paese anche alla luce del prossimo giudizio sul nostro paese di Moody's e Standard and Poor's. Ipotesi non condivisa dal presidente di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros-Pietro. "Questi livelli di spread non portano a una recessione" mentre per il direttore finanziario, Stefano Del Punta, un eventuale downgrade a fine mese certamente "non sarebbe una buona notizia ma il mercato in qualche modo sta già scontando il rischio".