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“Digitalizzazione” e “globalizzazione”: sono le due parole chiave che la Lego ha consegnato a Niels B. Christiansen affidandogli il timone della barca otto mesi dopo l’ultimo cambio al vertice del Gruppo. Investito ufficialmente oggi, il nuovo ceo si insedierà a tutti gli effetti dal primo ottobre prossimo.

Perché sia stato scelto lui lo spiega con chiarezza un comunicato del Gruppo danese, marchio icona dagli anni Trenta del Novecento. Grazie ai suoi mattoncini eresse un edificio che perse molti pezzi nei primi anni Duemila, ma superata la crisi si consolidò coniugando tradizione e innovazione: fu una infilata decennale di esercizi positivi, che macinarono fatturato e utili, conseguiti anche grazie alle licenze per la realizzazione di set da “Star Wars”, “Harry Potter”, “Batman”, ai film d’animazione e ai videogiochi.

Come dare futuro (senza stravolgerle) alle imprese familiari

Nel 2016 l’ulteriore svolta, quando Lego ha rallentato la crescita del giro d’affari al +6% (cinque miliardi di euro in termini assoluti) e dell’utile netto al +2%, cioè i livelli più deboli del decennio. Il mercato suggeriva la ricerca di nuove strategie, ma nell’attesa – finiva l’anno – il gruppo mise nel ruolo di ceo Bali Padda, 61 anni, di origini indiane, conoscitore della macchina grazie a una esperienza interna di 15 anni e ricordato per essere il primo non danese a capo della Lego. Oggi il comando torna a un danese e a un manager più giovane: Christiansen ha dieci anni meno di Padda (che conserverà un incarico nel gruppo).

Soprattutto, però, Christiansen ha due caratteristiche: conosce la struttura di una impresa familiare – la Lego lo è per eccellenza, poiché i Kirk Kristensen discendenti dal fondatore Ole controllano ancora il 75% del capitale – e in secondo luogo sa come trasformarla in una compagnia all’avanguardia tecnologica.

Christiansen ha dimostrato queste doti al timone del colosso danese Danfoss, tenuto per nove anni fino al giugno scorso. “Ha trasformato una compagnia industriale tradizionale in un leader tecnologico. La sua esperienza nella digitalizzazione e globalizzazione, con l’attuazione di una strategia di trasformazione e la costituzione di un team internazionale flessibile e dalle elevate performance, beneficerà il Gruppo Lego”, ha spiegato Jørgen Vig Knudstorp, direttore esecutivo Lego: “Il cda è fiducioso – ha aggiunto – che sotto la guida di Niels il Gruppo continuerà a prosperare e a portare le esperienze del gioco a un numero maggiore di ragazzi in tutto il mondo”.

Danfoss (prodotti energetici) ha raddoppiato le dimensioni, rinnovato il portafogli e aumentato la presenza internazionale sotto la guida di Niels B. Christiansen, il quale ha raccontato che da bambino giocava anche lui alle costruzioni con i mattoncini Lego, e al termine degli studi cominciò la carriera alla McKinsey & Co.

Film, app e videogiochi

Come catturerà nuovi fan la compagnia danese? C’è nei programmi immediati il lancio di un nuovo film di animazione con la Warner, “Lego Ninjago” a settembre, l’apertura della ‘Lego House’ a Billund in Danimarca (12 mila metri quadrati per 23 metri di altezza) e lo sviluppo della nuova entità Lego Brand per le diversificazioni produttive, mentre avanzerà nel settore digitale, con app per smartphone e videogiochi. Christiansen è avvantaggiato da una posizione che non è un dettaglio: nell’annuale classifica stilata da ‘Brand Finance Global 500’, Lego nel 2017 è il marchio più potente al mondo, precedendo Google e Nike.

 Attualmente le vendite sono solide in Europa e hanno segnato considerevoli progressi in Cina, mentre meno soddisfazioni arrivano dall’altra sponda dell’Atlantico, dove pesa la concorrenza della Mattel più che altrove.

 

In Italia tornano ad esserci ‘posti di lavoro vacanti’. Il dato è stato diffuso oggi dall’Istat che stima che la quota di posti di lavoro vacanti è salito allo 0,9%, un incremento di un decimale rispetto allo ai primi tre mesi dell’anno, riporta Repubblica

Ma cosa sono i posti di lavoro vacanti? Secondo la definizione dell’istituto di ricerca sono “quei posti di lavoro retribuiti che siano nuovi o già esistenti, purché liberi o in procinto di diventarlo, per i quali il datore di lavoro cerchi attivamente un candidato adatto al di fuori dell'impresa interessata e sia disposto a fare sforzi supplementari per trovarlo". Posti di lavoro che sarebbero stati creati, o che vengono ad oggi cercati nei settori dell’industria e dei servizi. E’ il miglior dato dal 2010, anno in cui è iniziata la serie storica. 

Ma il problema sono le competenze

“Ma c’è anche un rovescio della medaglia”, scrive Il Sole 24 Ore. Potrebbe essere che in qualche caso “il valore possa indicare uno squilibrio tra domanda e offerta di lavoro”. Ovvero, le imprese cercano nuovi lavoratori ma in settori specifici, con competenze che le persone in cerca di lavoro non hanno. Ma al netto delle competenze disponibili, rimane un dato positivo per l’industria italiana che, se cerca nuovi lavoratori, vuol dire che cresce o è in procinto di farlo. Il minimo storico di questo dato, scrive ancora il Sole, è stato  toccato nel “periodo più nero della nostra storia recente in termini di occupati, tra il 2012 e il 2013”. 

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Il 4 agosto l’istituto di ricerca nella sua nota mensile aveva decretato il consolidamento della crescita del Paese. “In Italia si consolida la crescita economica con segnali positivi diffusi a livello settoriale sul mercato del lavoro. Migliora anche la fiducia di consumatori e imprese” aveva decretato l’Istat.

I lavori e le professioni più richieste

Sempre il Sole 24 Ore stila un elenco delle professioni e delle competenze più ricercate dalle aziende con uno sguardo al futuro: "Si espandono le professioni qualificate, dalla progettazione di software all'analisi finanziaria.

Si riducono quelle più legate a lavori meccanici e di routine, come l'utilizzo di macchinari o l'immissione dati". Il quotidiano finanziario cita l'analisi su 'L'impatto sul mercato del lavoro della quarta rivoluzione industriale' presentata in un'audizione al Senato da Giorgio Alleva, presidente dell'Istat. L'indagine ha messo a confronto un campione di 27 professioni “vincenti” (in crescita di almeno 20mila unità) e “perdenti” (in calo dello stesso valore) nel mercato del lavoro 2011-2016. 

"A imporsi sono soprattutto le carriere ad alto tasso di qualifiche nel commercio e nei servizi (+403mila) e le professioni intellettuali e scientifiche a elevata specializzazione (+330mila), mentre diminuiscono le attività del gruppo di artigiani, operai specializzati e agricoltori (giù di 579mila unità) e dei profili «esecutivi di ufficio», come segreteria e contabilità: meno 109mila posizioni nell'arco di cinque anni. Nel mezzo, si fa largo la crescita delle carriere Ict (in rialzo a ritmi di quasi il 5%) e dei lavori classificati come «elementari» e a basso livello di istruzione: un incremento di 268mila unità, in favore di un segmento che già rappresenta la quota più robusta di attività lavorative in Italia (circa il 35%)".

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La Disney si appresta a rompere ogni rapporto con Netflix, il colosso Usa dell'intrattenimento in streaming (via web) presente in oltre 190 Paesi con 104 milioni di abbonati. Netflix cui al momento fornisce Disney contenuti. Dal prossimo anno invece il colosso di Burbank non solo farà da solo ma farà anche concorrenza diretta al colosso online. La società fondata da Walt Disney, che controlla già la rete Abc, realizzerà due canali in streaming.

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Uno, dal prossimo anno, sarà la versione via cavo del suo canale sportivo ESPN, il secondo, dal 2019, riguarderà tutti i prodotti marchiati Disney, dai classi lungometraggi a cartoni animati ai telefilm più recenti. Secondo quanto riferisce il Wall Street Journal, non avendo la tecnologia necessaria all'impresa, Disney verserà 1,58 miliardi di dollari per acquisire il controllo (con una quota ulteriore del 42%) della società BAMtecc LLc specializzata nella diffusione di canali streaming, di cui possiede già il 33%.

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Il britannico Financial Times sottolinea che l'iniziativa coincide con i primi segnali di abbandono negli Usa della tv via cavo – inesistenti in Italia ma il 'Sistema' per eccellenza negli Usa dove invece le parabole rappresentano un'eccezione – per passare ai servizi in streaming, ossia vedere programmi sul web. 

Limitare o differire gli automatismi (l'adeguamento del coefficiente di trasformazione in funzione della dinamica della mortalità e l'adeguamento dei requisiti di accesso alla speranza di vita a 65 anni) renderebbe il sistema pensionistico più debole e lo esporrebbe al rischio della discrezionalità politica. In altre parole: le pensioni in futuro sarebbero tecnicamente a rischio e subordinate a scelte politiche del momento, non più ad automatismi contributivi.

E' quanto sostiene la Ragioneria generale in un rapporto presentato oggi. Hanno spiegato i ragioneri dello Stato: "Anche interventi legislativi diretti non tanto a sopprimere esplicitamente gli adeguamenti automatici previsti dalla normativa vigente, ma a limitarli, differirli o dilazionarli, determinerebbero comunque un sostanziale indebolimento della complessiva strumentazione del sistema pensionistico italiano volta a contrastare gli effetti dell'invecchiamento della popolazione, in quanto verrebbe messa in discussione l'automaticità ed l'endogeneità degli adeguamenti stessi, per ritornare nella sfera della discrezionalità politica con conseguente peggioramento della valutazione del rischio Paese". Anche in presenza della soppressione permanente del meccanismo di adeguamento alla speranza di vita dei requisiti di accesso al pensionamento il requisito di vecchiaia "verrebbe comunque adeguato a 67 anni nel 2021, in applicazione della specifica clausola di salvaguardia introdotta nell'ordinamento su specifica richiesta della Commissione e della Bce, e successivamente mantenuto costante a tale livello".

Chi vorrebbe limitare gli automatismi di adeguamento alla speranza di vita

Scrive La Stampa: "Secondo la Ragioneria generale, inoltre, l’effetto della soppressione del meccanismo di adeguamento alla speranza di vita comporterebbe 'una maggiore spesa per pensioni in rapporto al Pil di dimensioni consistenti'.  Contrari agli adeguamenti sono i due ex ministri del Lavoro, Maurizio Sacconi (Ap) e Cesare Damiano (Pd), che chiedono di procedere in modo graduale. Sacconi, presidente della Commissione lavoro del Senato, ha scritto nel blog dell’Associazione amici di Marco Biagi che 'con il collega Damiano abbiamo ipotizzato non certo di cancellare il collegamento tra aspettativa di vita ed età di pensione ma di rallentare l’automatismo per garantire una minima fase di transizione alle generazioni adulte e una riflessione su quelle più giovani. Purtroppo non si sono registrate analoghe reazioni di difesa della sostenibilità previdenziale nel momento in cui la politica ha voluto deroghe per esodati, precoci, “gravosi”, bancari, giornalisti ed altri, nonostante abbiano comportato impegni di spesa per circa venti miliardi. Più si segmentano i pensionandi, più si creano ingiustizie. La buona politica deve essere capace di coniugare sostenibilità finanziaria e sociale".

Sul 'partito' di chi vorrebbe congelare o rallentare l'automatismo dell'adeguamento alla speranza di vita leggi anche l'articolo di Repubblica

Le previsioni su indennità di accompagnamento e pensioni invalidità

La spesa per indennità di accompagnamento è destinata a crescere gradualmente nei prossimi 50 anni, mentre quella per le pensioni di invalidità resterà sostanzialmente costante. La spesa per pensioni di invalidità si attesta intorno allo 0,2-0,3% del Pil per tutto il periodo di previsione (fino al 2070) raggiungendo il livello massimo nel 2039. Al contrario, la spesa per indennità di accompagnamento, rispetto al Pil, mostra una crescita costante passando dallo 0,8% nel 2016 all'1,3% nel 2070. "I due diversi andamenti – spiega lo studio – derivano, principalmente, dalla differente dinamica della struttura della popolazione interessata. Infatti, l'invecchiamento della popolazione implica, da una parte, un aumento della popolazione anziana, e quindi della platea dei percettori di indennità di accompagnamento e, dall'altra, una sostanziale stabilizzazione della popolazione con età inferiore al requisito anagrafico minimo richiesto per l'accesso all'assegno sociale, dove si collocano i potenziali percettori delle pensioni di invalidità civile". 

Quante volte vi è capitato di arrivare all’aeroporto o di scendere da un aereo e rendervi conto che vi manca una maglietta tecnica o una giacca ultra-leggera? Uniqlo, il brand giapponese noto per vendere abbigliamento a prezzi abbordabili, ha lanciato i primi distributori automatici per acquistare un assortimento limitato di capi d’abbigliamento in 10 dei principali scali americani.

La campagna per conquistare il mercato americano

L’iniziativa ‘Uniqlo To Go’, riferisce il Wall Street Journal , è stata inaugurata all’aeroporto di Oakland, in California, ma altre 9 macchinette verranno installate nei prossimi due mesi in altrettanti scali e centri commerciali del Paese, tra cui New York, Los Angeles e Houston.

Il progetto rientra nell’ambiziosa campagna lanciata due anni fa da Uniqlo per farsi spazio nel mercato americano: dagli attuali 45 punti vendita, la marca giapponese potrebbe arrivare a 200 entro il 2020. L’attenzione è concentrata su temporary shop, mantenendo grossi punti vendita in zone di alto profilo come SoHo nella Grande Mela.  

Potenzialità e limiti dell’operazione

Come ha sottolineato il responsabile marketing in America, Marisol Tamaro, ripresa da Le Nouvel Observateur, “all’aeroporto non si ha il tempo di fare la fila ed esplorare tutto il negozio”. Inoltre, per l’azienda la vendita attraverso distributori automatici è relativamente economica rispetto alla gestione di un negozio tradizionale e dà la possibilità di raggiungere un gran numero di viaggiatori. E per l'amministratore delegato di Uniqlo Usa, Hiroshi Taki, la tecnologia ha portato “la comodità per i viaggiatori che cercano una giacca calda senza maglione o una maglietta versatile”.

D’altra parte, ricorda Fortune, rispetto ad altri articoli che si possono ormai acquistare dalle ‘macchinette’ – non solo caramelle ma anche articoli elettronici – l’abbigliamento è un settore più complicato nel quale spesso c’è bisogno di provare i capi e dell’interazione con il venditore.

Nei distributori si troveranno magliette tecniche sui 15 dollari e giacche ultra-leggere sui 70, in svariate colori e taglie, sia per uomo che per donna, e si potranno cambiare in negozio o per posta. Il progetto, però, al momento si limita al mercato americano.

I francesi e le ostriche disponibili H24

I giapponesi non sono gli unici ad aver pensato di ampliare la tradizionale scelta di articoli che si possono acquistare presso i distributori automatici: in Francia produttori di ostriche hanno cominciato a vendere in questo modo i delicati molluschi.

Una rivoluzione per un prodotto considerato di lusso e che mai si penserebbe di trovare dentro una macchinetta automatica. Ma è quello che sta succedendo su Ile de Re, un’isola al largo della costa occidentale. Tra i primi a proporlo, riferisce il Guardian, c’è Tony Berthelot, che attraverso il suo distributore propone ostriche di diverso tipo e misura 24 ore su 24. “lo ”, ha osservato, spiegando come gli è venuta l’idea. Certo, ha aggiunto, “c’è un costo da sostenere per comprare questa macchina ma la stiamo pagando a rate e oggi, in teoria, possiamo dire che i calcoli sono corretti e sta funzionando”.  

 

Un Pil pro capite crollato del 40%, un'inflazione a tripla cifra che sta diventando a quarta cifra, il valore del bolivar, la moneta nazionale che prende il nome dal Libertador, in poltiglia. La gestione della spaventosa crisi economica che ha investito il Venezuela è forse la ragione principale che ha scatenato la rabbia della popolazione nei confronti del presidente Nicolas Maduro, che – ormai avverso anche a figure che avevano sostenuto il suo predecessore Hugho Chavez, su tutte il Procuratore Generale Luisa Ortega – reagisce tentanto di riformare la Costituzione in senso più autoritario.

La miccia che ha fatto esplodere una nazione ricchissima di risorse naturali è il crollo del prezzo del petrolio avvenuto lo scorso anno, rivelatosi letale per un'economia assai poco diversificata e dipendente, forse più di ogni altro esportatore di greggio, dalle entrate garantite dall'oro nero. A dare la dimensione della catastrofe sono gli impietosi numeri delle statistiche, analizzati in un articolo uscito su Project Syndacate a firma di Ricardo Hausmann, l'economista di Harvard che nel 1992 e il 1993 fu ministro della Pianificazione del governo venezuelano, allora retto da Azione Democratica, oggi tra i partiti dell'opposizione contro Maduro.

Il Pil è sceso del 35% dal 2013

Contrazione ancora più brusca per il Pil pro capite, sceso del 40% in quattro anni. Si tratta di una contrazione che supera notevolmente quella del 28% registrata negli Stati Uniti nel quadriennio 1929-1933, quello della Grande Depressione. Rovesci maggiori, in tempi recenti, si sono visti solo in Russia e in Albania dopo la caduta del muro di Berlino.

L'inflazione. A terza o a quarta cifra?

La carenza di beni di prima necessità e l'affondamento del bolivar hanno portato l'inflazione a livelli da Repubblica di Weimar. Per il 2016 è difficile recuperare dati affidabili. A fine 2015 il tasso di incremento dei prezzi al consumo aveva superato il 108%. Un anno dopo sarebbe schizzato all'800% e, secondo alcune stime, entro fine anno è destinato a raddoppiare a un inaudito 1.600%. Una crescita frenetica che ha costretto molti ristoranti a non esibire i prezzi sul menu, tanto è rapida la maniera in cui crescono.

La produzione petrolifera è scesa del 17% in quattro anni

Il calo dell'output di greggio ha avuto un'accelerazione lo scorso anno, a causa del crollo del prezzo del petrolio, sceso sotto 30 dollari al barile nel gennaio 2016 dopo aver viaggiato sopra i 100 almeno un anno prima. Non è solo per l'eccessiva dipendenza dal petrolio che il brusco arretramento delle quotazioni ha colpito il Venezuela più di ogni altro paese esportatore. Caracas, che vanta le riserve maggiori del mondo, produce una qualità di petrolio molto pesante, che richiede elevati costi di produzione e raffinazione. Il tonfo dei prezzi ha quindi reso antieconomico estrarlo. Nello stesso periodo il valore delle esportazioni di greggio è sceso di 2.200 dollari pro capite.

Bolivar in caduta libera

Strettamente legato al crollo dell'export petrolifero è la picchiata della divisa venezuelana. Solo nel primo semestre del 2017, il valore del dollaro è passato da 3.000 a 10.000 bolivar. Questo è il cambio effettivo del mercato nero. In quello ufficiale basterebbero ancora dieci bolivar per acquistare un biglietto verde. Ma è un tasso ormai meno che teorico. A causa della svalutazione, le importazioni sono scese del 75% dal 2012 al 2016.

I poveri sono raddoppiati in due anni

IL numero di persone sotto la soglia di povertà è salito dal 48% del 2014 all'82% del 2016. Il 74% dei cittadini, nello stesso periodo, ha perso una media di 8,6 chili di peso per la difficoltà nell'alimentarsi in maniera adeguata. Il salario minimo, che in Venezuela è anche quello del lavoratore medio, è sceso del 75% dal maggio 2012 al maggio 2017, a prezzi costanti. Misurato in dollari, al tasso del mercato nero, il salario medio è sceso da 295 dollari ad appena 36 dollari.

E raddoppiano anche i neonati morti negli ospedali

La carenza di medicine e la mancanza di fondi ha messo a dura prova la sanità pubblica. Secondo l'Osservatorio Venezuelano sulla salute, nel 2016 il tasso di mortalità tra i pazienti è aumentato di 10 volte. Maduro, però, ha sempre rifiutato le offerte di assistenza internazionale.

35mila venezuelani varcano la frontiera in un giorno

È quanto accaduto il 22 luglio, quando la Colombia ha riaperto la frontiera con il Venezuela, dal quale 35mila persone si sono riversate per procacciarsi cibo e medicine nel Paese confinante

Enel Green Power North America (Egpna), controllata del Gruppo Enel, ha perfezionato l'offerta su tutte le azioni circolanti di EnerNoc (Nasdaq: Enoc) al prezzo cash di 7,67 dollari Usa per azione, per un corrispettivo totale di circa 250 milioni di dollari Usa. A seguito dell'offerta e della successiva fusione, si legge in una nota, Egpna possiede ora il 100% di EnerNoc. EnerNoc, che ha sede negli Stati Uniti, è un fornitore leader nel settore della gestione della domanda ("demand response") e dei servizi energetici per utility, clienti commerciali, istituzionali e industriali. A seguito della fusione, si procederà al delisting di EnerNoc.

"Questa acquisizione è un passo in avanti cruciale per Enel e la nuova business line e-Solutions, e ci consentirà di offrire una gamma senza precedenti di servizi energetici ai nostri clienti attuali e nuovi", ha dichiarato Francesco Venturini, responsabile Global e-Solutions di Enel. "Con il perfezionamento di questa operazione, rafforziamo la nostra capacità di trarre vantaggio dall'evoluzione tecnologica e digitale in atto nel settore energetico e apriamo la strada alla creazione di nuove opportunità di business innovativi, in risposta ai mutevoli bisogni della nostra base clienti che è in crescita", ha aggiunto. 

Con la chiusura dell'acquisizione, Enel incorporerà gli oltre 8.000 clienti di EnerNoc, i 14.000 siti che gestisce e una capacità di "demand response" pari a 6 Gw. I sistemi di "demand response" consentono ai consumatori commerciali e industriali di rispondere ai segnali di mercato aumentando o riducendo il proprio consumo energetico, con l'obiettivo di rispondere ai picchi di offerta o domanda elettrica, consentendo una maggiore flessibilità di rete, una maggiore stabilità e un utilizzo più efficiente delle infrastrutture e delle risorse energetiche. Grazie alla partecipazione a tali sistemi di gestione della domanda, i clienti possono beneficiare di una ripartizione della remunerazione, quando consentito dalla normativa.

Il perfezionamento dell'acquisizione è avvenuto a seguito del buon esito dell'offerta di Egpna agli azionisti per una quota non inferiore alla maggioranza azionaria di EnerNoc. Un totale di circa 22.447.759 azioni sono state validamente immesse nell'offerta e non ritirate, pari a circa il 71,61% del capitale circolante di EnerNoc a un prezzo cash di 7,67 dollari Usa per azione, ovvero un premio del 42% circa rispetto al prezzo di chiusura della società al 21 giugno 2017, e del 38% rispetto al prezzo medio ponderato su 30 giorni. In seguito all'accettazione delle azioni offerte, Egpna ha completato l'operazione acquisendo il 100% della proprietà della società.

EnerNoc ha reti di active demand response in Nord America, Europa e Asia-Pacifico. Inoltre, EnerNoc fornisce un software di energy intelligence che consente alle imprese di aumentare l'efficienza energetica delle proprie strutture, semplificare la gestione della bolletta e di facilitare attività di reporting. Gli strumenti e i servizi di approvvigionamento energetico della società aiutano i clienti ad acquistare l'energia in modo più strategico, a gestire i rischi e ottimizzare i prezzi.

(AGI) – Roma, 6 ago. – In Italia c'e' quasi mezzo milione di immobili in dissesto, parzialmente o totalmente inutilizzabili. Si tratta esattamente di 452.410 costruzioni classificate, secondo i parametri catastali, come degradati. Ne da' notizia Unimpresa, rivelando che il rapporto rispetto agli edifici "sani", che in totale sono 62.861.919, e' pari allo 0,72%. Sono 10 le province piu' a rischio, la maggior parte situate nel Sud del Paese, ma spiccano alcune realta' del Nord Ovest (In Piemonte e Val d'Aosta): Frosinone, Cosenza, Cuneo, Benevento, Foggia, Aosta, Siracusa, Piacenza, Verbania Cusio Ossola, Vibo Valentia. In tutto il resto del Paese si contano 345.848 costruzioni degradate e 58.393.439 edifici "sani", con un rapporto dello 0,58%.

"Al di la' delle preoccupazioni sul versante della sicurezza, l'area che abbiamo fotografato, ovvero degli immobili catastalmente rovinati, rappresenta una possibile fonte di sviluppo dell'economia, per il settore dell'edilizia e per tutto l'indotto, dall'arredamento agli accessori", commenta il presidente di Unimpresa, Giovanna Ferrara. "Bisogna insistere anche per quanto riguarda la valorizzazione di alcuni beni sul fronte artistico e culturale, con tutto quello che se ne puo' trarre anche per il turismo", aggiunge Ferrara. Secondo l'analisi di Unimpresa, basata su dati della Corte dei conti e dell'Agenzia delle Entrate aggiornati al 2015, le 10 province con il maggior numero di immobili degradati sono:

  • Frosinone (28.596 degradati e 410.813 "sani", con un rapporto pari al 6,96%);
  • Cosenza (15.188 degradati e 798.600 "sani", con un rapporto pari all'1,90%);
  • Cuneo (12.003 degradati e 870.155 "sani", con un rapporto pari all'1,38%);
  • Benevento (10.942 degradati e 259.589 "sani", con un rapporto pari al 4,22%);
  • Foggia (9.996 degradati e 679.060 "sani", con un rapporto pari all'1,47%);
  • Aosta (7.783 degradati e 270.043 "sani", con un rapporto pari al 2,88%);
  • Siracusa (7.123 degradati e 379.960 "sani", con un rapporto pari all'1,87%);
  • Piacenza (5.054 degradati e 370.657 "sani", con un rapporto pari all'1,36%);
  • Verbanio Cusio Ossola (5.046 degradati e 253.702 "sani", con un rapporto pari all'1,99%);
  • Vibo Valentia (4.822 degradati e 175.901 "sani", con un rapporto pari al 2,74%). 

Debito: termine che si sussurra con timore per l'aura negativa che lo connota. Eppure, chiedere un prestito alla propria banca o a un istituto finanziario serio permette di risolvere necessità più o meno urgenti relative, ad esempio, a problemi di salute, alla ristrutturazione della casa, alla nascita di un figlio. Le esigenze famigliari, o di un single, sono diverse e non sempre legate a problematiche serie e preoccupanti: forse si desidera compiere un viaggio per ritemprarsi e ritrovare la serenità perduta o, magari, regalarsi il viaggio di nozze che si era perso nel territorio delle pie illusioni.

Qualunque sia la motivazione che spinge una persona a chiedere un prestito, è determinante scegliere la soluzione migliore che assicuri un finanziamento soddisfacente e un rimborso equo. Tra i prestiti personali non finalizzati più comuni tra i richiedenti, la cessione del quinto rappresenta una possibilità in più per chi è considerato, con un termine effettivamente infelice, "cattivo pagatore" e ha nel suo curriculum finanziario delle "macchie" dovute principalmente a ritardi o insolvenze nel pagamento delle rate.

Ma cos'è la cessione del quinto e perché, oltre agli indubbi vantaggi, presenta degli svantaggi? Cominciamo con darne una definizione smart, rimandando per ulteriori chiarimenti alla guida di Facile.it sulla cessione del quinto: un breve ma efficace compendio che aiuta a districarsi nel labirinto insidioso dei prestiti e affini.

"Nomen omen", ovvero il "destino nel nome" oppure "di nome e di fatto" esclamerebbe un antico romano riferendosi alla cessione del quinto: infatti, questo tipo di finanziamento a tasso fisso viene restituito con rate mensili pari a 1/5 dello stipendio o della pensione, cioè al 20% dell'importo. I destinatari sono i dipendenti pubblici/statali, i dipendenti privati e i pensionati: categorie che garantiscono entrate mensili costanti.

Il funzionamento differisce da un prestito personale classico per un semplice motivo: è il datore di lavoro o l'Istituto di Previdenza (INPS o ex INPDAP) a effettuare il rimborso mensile alla società erogatrice del prestito, trattenendo il quinto dal netto dello stipendio o della pensione.

Prendetevi tutto il tempo che occorre per esaminare e confrontare le proposte di cessione del quinto dei vari istituti di credito. Fate attenzione al TAN (Tasso Annuo Nominale) e al TAEG (Tasso Annuo Effettivo Globale): a parità di importo elargito, se la durata del rimborso è maggiore, minore è il TAEG. Viceversa, quando la durata è la stessa, il TAEG si riduce se la somma prestata è più elevata.

L'iter burocratico non è immediato perché si devono valutare la situazione economico/fiscale del richiedente, l'anzianità lavorativa e il corrispondente TFR (Trattamento di Fine Rapporto) accumulato negli anni, l'ultima busta paga o il cedolino pensione. L'ammontare del prestito è direttamente proporzionale all'entità dello stipendio, del TFR o della pensione: più sono consistenti, maggiore è la somma concessa ed elevata la rata. Da notare che anche l'azienda dove svolge la sua attività il richiedente deve dimostrare la sua "salute economica" e dare il proprio consenso al contratto di finanziamento.

Per i pensionati può risultare utile la lettura delle normative INPS inerenti alla cessione del quinto dove è possibile trovare tutte le informazioni relative alla richiesta del prestito, procedura e calcolo della rata.  Quali sono i vantaggi della cessione del quinto? Siccome l'Istituto di Credito o la Finanziaria si basano sull'accertata garanzia di recuperare il prestito nel breve o lungo periodo (max 10 anni), sono più favorevoli ed elastici nella concessione dell'importo. Abbiamo già accennato a coloro che hanno una reputazione finanziaria non immacolata, magari con pignoramenti e protesti: hanno diritto al prestito se dimostrano di avere un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Il tasso fisso è una rassicurazione, ma che dire delle spese aggiuntive previste e spesso sottovalutate per inesperienza? Sono il lato oscuro della luna. Finanziaria.

Svantaggi. Le cosiddette spese di istruttoria, assicurative e le eventuali commissioni bancarie sono variabili che influiscono sul netto dell'importo. In caso di licenziamento il debito sarà saldato attingendo al TFR. Se non è sufficiente, saranno attivate le procedure di recupero crediti nei confronti dell'interessato.

In vista di una futura richiesta di prestito, esiste un modo trasparente e sicuro per accertare, con il supporto di consulenti accreditati, la propria affidabilità finanziaria e ricevere un report aggiornato sull'attuale storia creditizia.  Per conoscere, in ogni momento, lo stato della propria situazione creditizia e il livello di affidabilità economico è possibile utilizzare il servizio di consulenza di Mettinconto e chiedere un report con le tutte le informazioni presenti nel Sistema di Informazioni Creditizie di CRIF.
 

In Europa produciamo più di 39 miliardi di litri di birra ogni anno e ce li beviamo quasi tutti. Secondo i dati pubblicati da Eurostat, nel 2016 da birrerie industriali, artigianali e microbirrerie d'Europa sono usciti 400 milioni di litri più che nell'anno precedente, che equivalgono a circa 76 litri per abitante. Ma se dei 39,5 miliardi di litri ce ne beviamo ben 35,6, non significa che tutti i popoli europei siano indiscriminatamente beoni. C'è chi si è scolato il doppio della produzione media, come nel caso dei cechi, che viaggiano su 143 litri a testa (dati Brewers of Europe relativi al 2015). E chi avrebbe finito per farne andare a male più della metà, come Italiani e francesi che non vanno oltre i 31 litri.

Il maggior produttore, non è una sorpresa, è la Germania con 8,3 miliardi di litri pari al 21% del totale, seguita dal Regno Unito con 5,1 miliardi (il 13%), dalla Polonia (4 miliardi), la Spagna (3,7 miliardi), i Paesi Bassi (2,6 miliardi, di cui 1,9 destinati all'esportazione) e il Belgio (2,3 miliardi, pari al 6% del totale).

L'Olanda è il maggiore esportatore, davanti alla Germania che esporta solo 1,7 miliardi di litri e al Belgio (1,5). La principale destinazione extraeuropea delle birre esportate dai paesi Ue sono gli Stati Uniti (1,1 miliardi di litri) seguiti da Cina (525 milioni) e Canada (202 milioni). Quanto alle importazioni sono davvero marginali e arrivano in Europa soprattutto dal Messico (179,5 milioni di litri, pari a circa la metà del totale). 

Una curiosità: quasi un miliardo di litri di birra prodotta nel 2016 (il 2% del totale) era senz'alcol o con meno dello 0,5%.

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