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AGI – S’infiamma in Italia il dibattito sul salario minimo, mentre l’Ue stringe sulla direttiva e arriverà a un accordo politico probabilmente nella notte tra lunedì e martedì.

“Il salario minimo per legge non va bene perché è contro la nostra storia culturale di relazione industriali”, taglia corto il ministro per la Pubblica amministrazione ed esponente di Forza Italia, Renato Brunetta, dal palco del Festival dell’Economia di Trento. 

“Non buttiamo il bambino con l’acqua sporca e valorizziamo le nostre relazioni industriali – insiste – il salario non può essere moderato ma deve corrispondere alla produttività”.

Di ben altra opinione il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, che partecipando all’altro Festival dell’economia, quello di Torino, qualche ora dopo risponde indirettamente al ministro: “Se ben studiato è una buona cosa, ci sono vari effetti positivi. Il rischio è se il livello è eccessivo. Non bisogna legare al salario minimo automatismi che possono costare”.

Spiega il numero uno di Palazzo Koch: “Diversi studi statunitensi dicono che il salario minimo in certe condizioni è favorevole all’occupazione. In Francia ad esempio è stato introdotto di recente. Il rischio sta nel livello, perché se è eccessivo può portare a non occupare persone che potrebbero invece voler lavorare al di sotto di quel livello e che hanno una produttività sostanzialmente in grado di non arrivare a quel livello lì, ma credo non sia una cosa così importante. Quello che è importante è non legare al salario minimo automatismi che poi ci possono costare, per esempio un salario minimo che ha piena indicizzazione ai prezzi al consumo se diventa il modello di riferimento per tutti i salari, tutte le contrattazioni, incorpora direttamente quel meccanismo automatico”. 

A difendere a spada tratta la misura, la viceministra dell’Economia ed esponente del Movimento 5 stelle, Laura Castelli, che incalza: “Il salario minimo è un percorso obbligato per chi decide di stare in un’Europa che si dà paletti sociali ed etici. È indispensabile e non può aspettare”. E osserva: “Ci vogliono risorse ma non sarà difficile trovarle”.

Favorevole anche Enrico Letta, che pone il tema in cima all’agenda del Pd: “Noi vogliamo abolire stage e tirocini gratuiti e vogliamo rivedere le tipologie di lavoro che purtroppo tengono alto il tasso di precarietà – afferma a margine dell’inaugurazione della nuova sede Pd Abruzzo – inoltre la questione salariale è fondamentale, c’è l’impegno ad arrivare al salario minimo, come fanno in Germania e come fanno in Australia”, dov’è fissato un minimo per legge.

Per il segretario nazionale di Sinistra italiana, Nicola Fratoianni, “Brunetta che se la prende con il salario minimo in nome della difesa del sindacato fa ridere. E’ arrivato il momento di introdurre una norma che insieme tuteli il ruolo fondamentale della contrattazione collettiva e del sindacato – dice – ma che garantisca anche un livello di dignità ai salari e alle retribuzioni, che troppo spesso sono scandalosamente basse”. 

Sulla stessa lunghezza d’onda il deputato FI Elio Vito: “Brunetta sbaglia – scrive su Twitter – in Italia, dove ci sono salari bassi e un’alta percentuale di lavoratori poveri, il salario minimo serve, è una misura giusta e necessaria, che riduce le diseguaglianze e dà dignità al lavoro. E va previsto per legge, perché è un diritto non una concessione”.

 

Brunetta sbaglia, in Italia dove ci sono salari bassi ed una alta percentuale di lavoratori poveri, il salario minimo serve, è una misura giusta e necessaria, che riduce le diseguaglianze e dà dignità al lavoro.
E va previsto per legge, perché è un diritto non una concessione.

— Elio Vito ️‍ (@elio_vito)
June 4, 2022

 

E il leader di Azione, Carlo Calenda, guarda anche oltre: “Il salario minimo è fondamentale per coprire i lavori che non hanno contratti nazionali di riferimento ma non basta perché i giovani hanno degli stipendi mediamente inferiori del 30% alla media nazionale – afferma – per questo chiediamo di concentrare il taglio del cuneo fiscale e contributivo sulla fascia fino ai 30 anni: costa 5 mld di euro”. 

Intanto lunedì sera a Strasburgo prende il via il round decisivo di negoziati tra le istituzioni europee (Commissione, Parlamento e Consiglio Ue).

È stata già calendarizzata una conferenza stampa per martedì mattina in previsione dell’atteso accordo. La proposta del Parlamento Ue (approvata il 25 novembre 2021 con 443 voti a favore, 192 contro e 58 astensioni) mira a stabilire dei requisiti di base per garantire un reddito che permetta un livello di vita dignitoso per i lavoratori e le loro famiglie.

I deputati propongono due possibilità per raggiungere l’obbiettivo: un salario minimo legale (il livello salariale più basso consentito dalla legge) o la contrattazione collettiva fra i lavoratori e i loro datori di lavoro. Inoltre, il Parlamento vuole rafforzare ed estendere la copertura della contrattazione collettiva obbligando i Paesi Ue con meno dell’80% dei lavoratori coperti da questi accordi a prendere misure efficaci per promuovere questo strumento. 

AGI – L’attività industriale italiana è stimata in flessione a maggio (-1,4%), dopo l’arretramento in aprile (-1%). Nel secondo trimestre del 2022 si avrebbe cosi’ una contrazione già acquisita della produzione industriale pari allo 0,6% della produzione industriale rispetto al primo trimestre, in cui a sua volta si era già registrato un calo dello 0,9% rispetto ai tre mesi precedenti.

E’ quanto emerge dall’indagine rapida del Centro studi di Confindustria (CsC), secondo la quale la flessione del secondo trimestre è dovuta in particolare al rialzo dei costi dell’energia e alle difficoltà di approvvigionamento, acuiti dalle operazioni militari russe in Ucraina.

Le indagini qualitative (Istat e Ihs-Markit) continuano a evidenziare timori riguardo la persistenza dei fattori che frenano l’attività produttiva delle imprese. 

L’ulteriore flessione stimata per maggio, sommata al calo degli ordini – ad aprile -0,3% e a maggio -0,1% – compromette le attese sul secondo trimestre, sottolinea CsC. Il livello invariato di marzo ha sorpreso perché tutti gli indicatori qualitativi, e la stessa indagine del CsC, suggerivano una caduta, che avrebbe spinto a confermare la dinamica negativa del Pil nel primo trimestre.

La fase negativa della produzione industriale è attesa proseguire nel secondo trimestre: le attività industriali, sebbene in maniera differenziata settorialmente, risentono infatti del susseguirsi di rincari energetici e, conseguentemente, del persistente rialzo dei costi produttivi.

Ciò contribuisce – spiega CsC – a rendere l’andamento della produzione industriale estremamente volatile. Le indicazioni provenienti dalle diverse indagini degli ultimi mesi restituiscono un quadro negativo.

Il deterioramento del clima di fiducia delle imprese manifatturiere (da 109,9 a 109,3 a maggio, in diminuzione per il sesto mese consecutivo) e il peggioramento nei giudizi sugli ordini e sui livelli di produzione (in progressivo calo rispettivamente da dicembre e gennaio) influiscono negativamente sull’attività produttiva delle aziende e sulle loro aspettative future.

Elevate rimangono infatti le percentuali di imprese che ritengono l’insufficienza di impianti e/o materiali il principale ostacolo alla produzione, a cui si uniscono la scarsità di manodopera qualificata e ora anche i vincoli finanziari (valori tornati quasi ai livelli del secondo trimestre 2020) anche in ragione dell’ampiamente annunciato rialzo dei tassi della Bce. Il pessimismo degli imprenditori è accompagnato dal forte rallentamento del Pmi manifatturiero a maggio (da 54,5 a 51,9).

Il prolungarsi della fase di incertezza dovuta al conflitto in Ucraina contribuisce a rendere le condizioni dell’industria italiana ancora estremamente deboli e fortemente sensibili alla volatilità degli andamenti congiunturali che caratterizzano l’attuale contesto economico internazionale, conclude l’indagine rapida del CsC.

AGI – I prezzi dei generi alimentari sono lievemente diminuiti a maggio, per il secondo mese consecutivo, nonostante il prezzo del grano sia cresciuto del 5,6% rispetto ad aprile. Lo dice la Fao, il cui indice dei prezzi alimentari è pari a 157,4 punti per il mese che si è appena concluso, ovvero lo 0,6% in meno rispetto ad aprile. L’indice, che registra le variazioni mensili dei prezzi internazionali di un paniere di materie prime alimentari comunemente scambiate, è comunque del 22,8% più alto rispetto a maggio 2021.

L’indice Fao dei prezzi dei cereali è aumentato del 2,2% rispetto al mese precedente, trascinato dai prezzi del grano, che sono aumentati del 5,6% rispetto ad aprile e del 56,2% rispetto al valore corrispondente dell’anno precedente.

I prezzi internazionali del grano, in media solo dell’11% al di sotto del record raggiunto nel marzo 2008, sono aumentati in risposta a un divieto di esportazione annunciato dall’India – spiega la Fao – e alle preoccupazioni per le condizioni dei raccolti in diversi principali paesi esportatori, nonché per le ridotte prospettive di produzione in Ucraina a causa della guerra.

Anche i prezzi internazionali del riso sono aumentati su tutta la linea, mentre i prezzi dei cereali grezzi sono diminuiti del 2,1%, con i prezzi del mais che sono scesi ancora di più di pari passo con le condizioni del raccolto leggermente migliorate negli Stati Uniti, le forniture stagionali in Argentina e l’imminente inizio delle principali raccolto di mais.

L’Indice Fao dei prezzi dell’olio vegetale è sceso del 3,5% da aprile – precisa la Fao – pur rimanendo nettamente superiore al livello dell’anno precedente. I prezzi degli oli di palma, girasole, soia e colza sono diminuiti, in parte a causa della rimozione del divieto di esportazione di breve durata dell’olio di palma da parte dell’Indonesia e della domanda lenta di importazione globale di oli di soia e colza a causa dei costi elevati degli ultimi mesi.

“Le restrizioni alle esportazioni creano incertezza del mercato e possono provocare picchi di prezzo e una maggiore volatilitè dei prezzi, la diminuzione dei prezzi dei semi oleosi mostra quanto sia importante quando vengono rimossi e consentono alle esportazioni di fluire senza intoppi”, afferma Maximo Torero Cullen, capo economista della Fao.

AGI – La crisi economica morde lo Sri Lanka e la disperazione dilaga al punto che i residenti si rivolgono ai social media in cerca di aiuto mentre il Governo sta chiedendo assistenza alimentare ai Paesi vicini. In particolare, come ha dichiarato a Ft J Krishnamoorthy, commissario per l’alimentazione del paese asiatico, l’appello è stato rivolto all’Associazione per la Cooperazione Regionale dell’Asia Meridionale, che ha fornito riso e altri prodotti di base agli Stati membri durante le crisi alimentari.L’obiettivo è quello di ottenere circa 100.000 tonnellate di cibo sotto forma di donazioni o vendite sovvenzionate. L

a richiesta evidenzia come lo Sri Lanka stia scivolando da un Paese a reddito medio-alto, il più prospero tra i suoi vicini, a uno dipendente da donazioni e prestiti d’emergenza per cibo, medicine e carburante.  Si tratta della sua peggiore crisi economica dall’indipendenza del 1948, colpita da una combinazione di fattori tra cui l’impatto della COVID-19 sull’economia dipendente dal turismo, l’aumento del prezzo del petrolio e i tagli al bilancio pubblico.

La mancanza cronica di valuta estera ha portato a un’inflazione dilagante e alla carenza di importazioni, tra cui carburante, medicine e altri beni di prima necessità. Il mese scorso è andato in default su un debito internazionale di oltre 50 miliardi di dollari, e a quel punto è stato colpito da gravi carenze di beni essenziali da quando ha esaurito le riserve estere.

Nelle ultime settimane, la carenza di carburante ha portato a lunghi blackout con la chiusura delle centrali elettriche, mentre gli ospedali stanno rimandando le cure a causa della mancanza di medicinali. L’inflazione sta crescendo a due cifre, e la gente ha fame.

A peggiorare la situazione anche il fatto che i raccolti sono diminuiti drasticamente dopo che il presidente Gotabaya Rajapaksa ha vietato bruscamente i fertilizzanti chimici lo scorso anno. La decisione è stata rapidamente revocata, ma da allora le importazioni di riso nello Sri Lanka – che in precedenza era autosufficiente – sono aumentate del 368%.

Gli aiuti internazionali

Per questo motivo, il governo sta cercando urgentemente assistenza di emergenza da altri Paesi. L’India ha fornito più di 3 miliardi di dollari quest’anno attraverso linee di credito e swap di valuta, mentre la Cina ha offerto “qualche centinaio di milioni di dollari” in prestiti ed anche il Giappone e lo stato indiano del Tamil Nadu hanno donato cibo e medicinali.

È di questi giorni, la richiesta alla banca alimentare della SAARC, istituita nel 2007 per fornire riso e grano ai Paesi durante le emergenze, ma che e’ stata utilizzata per la prima volta solo nel 2020, quando il Bhutan ha ricevuto un carico di riso.

L’appello via social

Intanto i residenti soffrono la disperazione e si rivolgono sempre piu’ spesso alle piattaforme dei social media, tra cui Facebook, WhatsApp, Instagram e Twitter, per reperire beni di prima necessità e contribuire alla raccolta di fondi per i bisognosi.

Ci sono più di 11 milioni di utenti di Internet in Sri Lanka, circa la metà della popolazione: quando le proteste contro la gestione della crisi da parte del governo sono diventate violente all’inizio di aprile, le autorità hanno imposto un blackout dei social media a livello nazionale per circa 15 ore “per mantenere la calma”, una mossa che ha attirato critiche da parte del governo. Peraltro gli srilankesi trovano più facile fare richieste online perche’ si sentono meno inibiti negli spazi virtuali.  

AGI – L’agrifood italiano corre veloce. E si impone sul resto degli altri Paesi, anche se – va detto – sono assai pochi i grandi attori a dividersi la torta degli scambi internazionali dell’agroalimentare. Su tutti prevalgono gli Stati Uniti, che s’aggiudicano la porzione più consistente dell’intera torta con il 9,6% del totale, pari a un valore di 148 miliardi di euro. A ruota, seguono Paesi Bassi, Germania e Francia.

A fare il punto della situazione è il Rapporto Focus On diffuso da Sace, società specializzata nel sostegno alle imprese italiane, in particolare le PMI, che vogliono crescere in Italia e nel mercato globale e le affianca con l’obiettivo di aiutarle a rafforzare la liquidità, la resilienza e la competitività complessiva.

Quel che emerge dal Rapporto è che l’agrifood italiano è caratterizzato da un tessuto imprenditoriale composto in prevalenza “da piccole imprese dalla buona dinamicità oltreconfine”, tant’è che nel 2021 l’export italiano del settore ha raggiunto “la soglia record di 52 miliardi di euro”, grazie soprattutto al traino di alimentari e bevande (+11,6%), ma la performance è stata positiva anche per i prodotti agricoli (+8,8%).

Oltre agli storici mercati tradizionali di punta come Germania e Stati Uniti, come visto, ottime prospettive arrivano da geografie in crescita come Cina, Corea del Sud e, con le dovute cautele, la Polonia. Cosicché, se a livello di esportazioni tra i principali attori figurano numerosi Paesi emergenti, per l’import globale si osserva, invece, una netta prevalenza dei Paesi avanzati, ovvero solo gli emergenti Cina, Messico, Russia e India sono tra i primi 15 importatori.

E l’Italia, dunque? Il Rapporto di Sace sottolinea che di suo l’Italia, è forte di un alto valore di vendite estere di prodotti lavorati (vini e spirit su tutti), tant’è che a fronte di un import “composto in larga misura da prodotti agricoli o comunque in fasi iniziali di lavorazione, presenta un saldo commerciale in positivo (4,6 miliardi) e si posiziona al nono posto tra gli esportatori mondiali e all’ottavo tra gli importatori.

Un buon risultato dunque che la posizionano tra i primi dieci Paesi al vertice per gli scambi internazionali. Tanto da rendere il nostro Paese una “(pen)isola felice”, dove la parentesi nel suffisso serve a sottolineare se non la sua rarità la sua vera e propria unicità in quest’ambito commerciale.

Tutte queste considerazioni portano così a delineare un quadro che per l’immediato, cioè il 2022 fa sì che l’anno in corso si prospetti come un periodo caratterizzato ancora dalla tendenza ad una “crescita (+19,5% tra gennaio e marzo rispetto allo stesso periodo dello scorso anno), pur mostrando rischi al ribasso legati alle incognite del contesto internazionale e agli aumenti di prezzo delle materie prime agricole” dovuto ai rilevanti costi energetici in seguito sia alla pandemia, prima, e al conflitto russo-ucraino successivamente.

Così si legge nel Rapporto Focus On di Sace: “Il conflitto e le sue conseguenze economiche hanno portato a un deterioramento del mercato delle materie prime agricole a cui si sommano condizioni meteo non favorevoli, rincari dei costi di fondamentali input produttivi per la filiera agroalimentare, quali energia e fertilizzanti, e strozzature nella logistica. Russia e Ucraina, insieme, forniscono più del 30% dell’export mondiale di grano, circa il 20% di quelle di mais e l’80% di olio di girasole. L’esposizione italiana a tali beni è riferibile al 50% di olio di girasole, al 17% di mais e circa al 4% di grano”.

In questo quadro deteriorato se non ancora del tutto compromesso, tuttavia la performance italiana si rivela ancora una volta positiva perché “vino, olio d’oliva e pasta portano l’eccellenza italiana sulle tavole di tutto il mondo”.

E per esempio nel 2021 il loro export complessivo “ha rappresentato il 22,4% del totale export agroalimentare, attestandosi a €11,7 miliardi (+7% rispetto al 2020)” ciò che fa sì che  continui “la dinamica di crescita dei consumi futuri, con presidi dell’export italiano più o meno consolidati”.

Insomma, se vino e pasta presentano una maggiore eterogeneità, “il comparto dell’olio d’oliva mostra una forte concentrazione internazionale, con un netto divario tra le prime quattro principali destinazioni dell’export italiano e le restanti”.

La conclusione del Rapporto è che “anche per un settore così virtuoso il futuro prospetta importanti sfide strutturali” perché l’agrifood “rappresenta, infatti, un canale per una sempre maggiore sostenibilità” in quanto “l’Europa si sta muovendo per accelerare la transizione verso un sistema alimentare sostenibile rendendolo equo, sano e rispettoso dell’ambiente”. Ovverosia, si legge ancora, in questas radiografia del settore: “L’agricoltura 4.0 non è solo futuro, ma è anche già presente: macchinari agricoli connessi e blockchain rendono la filiera più efficiente, sostenibile, responsabile e trasparente”.

Per l’Italia, in ultima analisi, stanti i tempi cupissimi tra l’incudine e il martello pandemia-guerra,  si prospetta un futuro più roseo del previsto.

AGI – Nella giornata di giovedì 19 maggio i mercati tremano. In Asia i listini sono in rosso sulla scia di Wall Street, che ieri ha subito la peggiore perdita dal giugno 2020 e cioè dai primi mesi della pandemia. A far scattare le vendite a pioggia a New York sono stati i deboli risultati di alcuni colossi della grande distribuzione Usa, che hanno alimentato il timore che l’impatto dell’inflazione stia passando ai consumi e che i prolungati problemi nelle catene di approvvigionamento inizino a minare gli utili societari.

A pesare sui mercati è comunque più in generale il perdurare del conflitto in Ucraina, la frenata della locomotiva cinese e le prospettive di un inasprimento delle politiche delle banche centrali, tutti fattori che stanno accelerando il rallentamento dell’economia globale.

Martedì scorso il presidente della Fed Jerome Powell ha dichiarato che la banca centrale statunitense continuerà a “spingere” sugli aumenti dei tassi fino a quando non vedrà l’inflazione scendere, anche a costo di far del male alla crescita economica.

E gli analisti scommettono su aumenti dei tassi da 50 punti base a giugno e luglio e prezzano un’aggressiva stretta a fine anno di almeno il 3% che, come ieri si è avvertito anche a Wall Street, incomincia a impattare sul potere d’acquisto, sui consumi e sui risultati della grande distribuzione.

In Asia Tokyo arretra di oltre uno punto e mezzo percentuale, Hong Kong arretra di oltre il 3% e poi recupera e Shanghai è piatta. A Wall Street i future sono in leggero rialzo, dopo che il Dow Jones ha archiviato la terza seduta settimanale in perdita e il Nasdaq si è schiantato del 4,73%. Nel Vecchio Continente i future sull’EuroStoxx 50 calano, dopo che ieri le Borse europee hanno chiuso in negativo.

L’euro è in flessione sul filo di 1,05 dollari. A rafforzare il biglietto verde, che sale sullo yen ma scende sul franco svizzero, sono stati i toni da “falco” di Powell.  Oggi c’è attesa per i dati Usa sui sussidi settimanali di disoccupazione e domani Joe Biden parte per il suo primo viaggio in Asia che durerà 4 giorni e prevede tappe in Giappone e Sud Corea. 

Crollano i big della grande distribuzione

A far scattare la luce rossa a Wall Street sono stati i tracolli dei big della grande distribuzione e quindi il segnale concreto che gli americani comincino a spendere di meno. I titoli di Target, l’ottavo rivenditore al dettaglio Usa, sono crollati del 24,87% dopo che l’utile del primo trimestre si è dimezzato a causa dei costi del carburante e dei trasporti.

Male anche gli altri big del settore come Walmart (-6,84%), Gap (-9,91%), Costco (-12,45%), Macy’s (-10,68%). Bagno di sangue sul Nasdaq dove Intel ha perso il 4,62%, mentre Apple e Amazon sono crollate di oltre il 5%.  La fuga dalle attività rischiose ha innescato gli acquisti di beni rifugio più sicuri come i Treasury e il conseguente calo dei loro rendimenti, scesi al 2,9%.

Male anche il petrolio, che oggi in Asia rimbalza ma ieri al Nymex ha chiuso in calo: il Wti ha perso il 2,50%, imitato dal Brent. Le scorte settimanali di greggio negli Stati Uniti sono calate a sorpresa di 3,394 milioni di barili rispetto alla scorsa settimana, riporta l’Eia ricordando che la scorsa settimana erano aumentate di 8,4 milioni di barili. E questo inaspettato calo non è un buon segnale in vista dell’inizio della ‘driven season’, che negli Usa inizia il 30 maggio.

In Cina le banche d’investimento tagliano l’outlook 2022

Alcune grandi banche d’investimento Usa tagliano il loro outlook sulla crescita del Pil cinese quest’anno. Standard Chartered ha ridotto la sua previsione di crescita 2022 per la Cina, abbassandola al 4,1% dal 5% per riflettere una contrazione economica nel mese di aprile legata ai perduranti lockdown. “A nostro parere – si legge in una nota – la qualità della crescita a breve termine sarà influenzata negativamente”. Anche gli analisti di Goldman Sachs hanno abbassato la loro previsione di crescita al 4% dal precedente 4,5%, citando i danni all’economia causati dai contagi nel secondo trimestre.

Rialzo dei prezzi in Gran Bretagna, al top da oltre 40 anni  

Picco da 40 anni dell’inflazione nel Regno unito ad aprile. I prezzi al consumo salgono del 9% annuo, dal 7% di marzo, a causa dell’impennata dei costi energetici. Si tratta del livello più alto tra i paesi del G7. Su base mensile l’incremento è del 2,5%.

AGI – La peggiore crisi del costo della vita in Gran Bretagna degli ultimi trent’anni non raggiungerà il suo apice prima della fine di quest’anno: secondo le stime della Banca d’Inghilterra, arriverà al 10%.

Per questo motivo, l’istituto monetario dovrà intraprendere azioni più aggressive e rialzare di nuovo i tassi d’interesse, che sono già stati portati all’1%.

I nuovi lockdown in Cina e l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia hanno aggravato i problemi della catena di approvvigionamento, facendo schizzare i prezzi globali alle stelle.

Il governo ha subito crescenti pressioni per sostenere i redditi delle famiglie e il primo ministro Boris Johnson ha dichiarato la scorsa settimana che il suo governo “farà qualcosa” nel breve termine per aiutare i cittadini britannici, ma non è entrato nei dettagli.

Ad aprile l’inflazione ha raggiunto un massimo da 40 anni, pari al 9%, più di quattro volte l’obiettivo del 2% della BoE. In un solo mese, e cioè rispetto a marzo, è cresciuta del 2,5%.

Il governatore della Banca, Andrew Bailey ha affermato che l’attuale impennata dell’inflazione rappresenta la sfida più grande per la banca centrale da quando ha ottenuto l’indipendenza nel 1997 e che l’aumento dei prezzi dei generi alimentari rappresenta una delle principali preoccupazioni.

Nonostante le previsioni di un forte calo dei redditi delle famiglie, la BoE ha aumentato lo stesso i tassi all’1%, al top da 13 anni, e prevede nuovi rialzi. Questo mentre la sterlina è scesa di oltre il 2%, toccando i minimi da due anni.

L’opinione pubblica intanto e’ sempre piu’ pessimista. Recenti sondaggi sul sentiment dei consumatori, come ad esempio Gfk, hanno rilevato che la fiducia dei cittadini britannici nelle proprie finanze personali è ora al livello più basso dal 1985.

AGI – Nella giornata di martedì 17 maggio i mercati restano deboli e volatili ma provano a rimbalzare, mentre in prospettiva pesano le aggressive mosse delle banche centrali e all’orizzonte cresce il rischio di stagflazione, l’economia globale rallenta e le pressioni inflazionistiche permangono elevate. In Asia i listini salgono, mentre l’ottimismo sui lockdown a Shanghai, che dovrebbero terminare il primo giugno, contrasta con il forte rallentamento dell’economia cinese dovuto proprio agli effetti delle prolungate restrizioni da Covid.

Le Borse di Tokyo e Shanghai salgono e va in rally Hong Kong, spinta dai titoli tech, il cui indice arriva a rimbalzare fino al 4%. In crescita anche i future Wall Street, dopo una seduta debole, appesantita dalle crescenti preoccupazioni per la crescita globale alimentate dai deludenti dati economici cinesi e dal crollo dell’attività manifatturiera nello Stato di New York. L’indice mensile Empire State pubblicato dalla Fed è sceso di oltre 36 punti a -11,6.

Nuovo tonfo di Twitter che ha ceduto l’8,18% a causa dei timori che Elon Musk possa abbandonare l’acquisizione da 44 miliardi di dollari. Tra i titoli più pesanti quelli dei beni di consumo discrezionali, con Tesla che ha lasciato sul terreno il 5,88%.

Giù dell’1% anche McDonald’s dopo l’annuncio della vendita di tutti i suoi ristoranti in Russia. I big tech hanno registrato un andamento misto, con Apple, Alphabet e Amazon in calo di oltre l’1%, mentre Facebook e Microsoft hanno registrato contenuti rialzi. Oggi c’è attesa per una serie di interventi di esponenti della Fed, a partire dal numero uno, Jerome Powell, che parla a un convegno del Wall Street Journal.

In agenda anche il presidente della Fed di Chicago, Charles Evans, ospite all’Università di New York, quello di Filadelfia, Patrick Harker, quella di Cleveland, Loretta Mester e il ‘falco’ di St Louis, James Bullard. Lo scorso fine settimana Powell, in un’intervista, ha detto: il nostro obiettivo è quello di portare l’inflazione Usa al 2% attraverso un ‘soft landing’, cioè senza entrare in recessione. Tuttavia Powell ha anche precisato che questo della Fed è un esperimento “di cui non garantiamo il risultato”.

La recessione è quindi diventata un’ipotesi sempre più concreta. “È cambiato il clima – commenta Antonio Cesarano, chief global strategist di Intermonte – Fed e Bce hanno introdotto nel loro vocabolario la parola ‘recessione’. Magari per negarla, per dire che non ci sarà, ma ne parlano”. Anche i mercati recepiscono questo cambiamento di clima, come dimostra il marcato calo dei rendimenti obbigazionari. I T-bond a 10 anni sono scesi dal 3,2%, registrato la scorsa settimana al 2,9% attuale.

“I mercati azionari – spiega Cesarano – vedono che le banche centrali rialzano i tassi, che la crescita in prospettiva rallenta e che il tema stagflazione prende piede. Per cui preferiscono cautelarsi comprando titoli di Stato. Tra bond ed equity prevalgono i primi. L’obbligazionario è diventato appetibile. E sulle Borse è calato il maltempo, con brevi schiarite, come quella di venerdì scorso. Prevedo che questo trend proseguirà anche nelle prossime settimane”. Anche sull’azionario europeo si alternano alti e bassi. Lo dimostrano i future sull’EuroStoxx 50 che sono positivi, dopo la chiusura contrastata di lunedì 16 maggio, con Parigi che ha ceduto lo 0,23%, Francoforte lo 0,45%, Londra che è avanzata dello 0,65% e Milano piatta. 

Riflettori puntati sull’intervento di Christine Lagarde

La numero uno dell’Istituto di Francoforte, ha recentemente confermato che un rialzo dei tassi è imminente e potrebbe avvenire a luglio, una volta terminato il programma di acquisti netti di attività, previsto per l’inizio del terzo trimestre. L’aumento dei tassi invece avverrà “qualche tempo dopo”. Resta volatile il prezzo del petrolio, mentre l’Ue non trova l’accordo sull’embargo al petrolio russo.

Dopo il rally di ieri a New York, in Asia il greggio cede leggermente, con il Wti e il Brent quasi appaiati sopra 113 dollari. Continua la corsa del prezzo del grano sui mercati internazionali dopo che il governo indiano, venerdì scorso, ha annunciato forti limitazioni alle esportazioni di frumento, giustificandosi con il fatto che la sicurezza alimentare dell’India sarebbe a rischio. I future negoziati a Chicago, oggi salgono di oltre il 3% a 1.250 dollari al bushel, ai massimi dallo scorso marzo.

Anche il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Janet Yellen, avverte che l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia sta creato una crisi globale, aggravando i problemi di sicurezza alimentare in tutto il mondo. “La guerra sta avendo un impatto che va oltre l’Ucraina ed è qualcosa che ci preoccupa molto”, ha affermato. “Temo che abbiamo davvero una crisi globale tra le mani”. Frena leggermente la corsa del biglietto verde. L’euro apre stabile sopra 1,04 dollari, dopo essere sceso a un minimo da 5 anni a 1,035 dollari la scorsa settimana.

Boccata d’ossigeno anche per lo yuan, fermo a 6,7953 sul dollaro a livello offshore, dopo essere scivolato giù del 6% in un mese. Dollaro/yen sopra quota 129 e sterlina che si posiziona a 1,2344 dollari dopo essere scesa fino a 1,2156 dollari la settimana scorsa. In Ucraina è stato raggiunto l’accordo su una tregua a Mariupol e sono stati evacuati i primi 264 militari dall’acciaieria Azovstal. Stiamo salvando “i nostri ragazzi: l’Ucraina ha bisogno di eroi vivi“, ha commentato Zelensky. Oggi, dopo il rapporto di Primavera dell’Ue di ieri, escono gli attesi dati Usa sulle vendite al dettaglio ad aprile.

La Ue taglia le stime per la crescita dell’Eurozona 

La crescita dell’Eurozona rallenterà al 2,7% nel 2022 e al 2,3% nel 2023. E’ quanto emerge dal rapporto Ue di primavera. Tagliate dunque le precedenti stime di febbraio che davano il Pil al 4% nel 2022 e al 2,7% nel 2023. Vola invece a livelli record l’inflazione: nel 2022 toccherà il 6,1% (contro il 3,5% previsto a febbraio), trainata dai prezzi dell’energia. È “il tasso più alto nella storia dell’Unione monetaria”, commenta Gentiloni. Nel 2023 si prevede un’attenuazione al 2,7%.

Il tasso di disoccupazione si attesterà al 7,3% in calo rispetto al 7,7% nel 2021 per portarsi al 7% l’anno prossimo. La Commissione taglia anche le stime di crescita dell’Italia: il Pil dovrebbe scendere al 2,4% nel 2022 e rallentare all’1,9% nel 2023, rispetto al 4,1% e al 2,3% previsti a febbraio, a causa dell’impatto della guerra della Russia contro l’Ucraina che pesa su catene di approvvigionamento e prezzi.

Nelle previsioni di primavera Bruxelles segnala che “la maggior parte della crescita dell’Italia” per il 2022 è “attribuibile a un effetto di trascinamento” legato alla “rapida ripresa” registrata nel 2021. A causa dell’attuale contesto geopolitico “le prospettive restano soggette a pronunciati rischi al ribasso”. Il deficit italiano nel 2022 sarà al 5,5%, per scendere al 4,3% nel 2023. Il debito pubblico sarà al 147,9% quest’anno e al 146,8% nel 2023.  L’Italia sarà “gravemente colpita” dal brusco stop all’approvvigionamento di gas” russo. Germania in picchiata: Pil all’1,6%, il livello più basso tra i 27 se si esclude l’Estonia. 

I dati sulle vendite al dettaglio negli Stati Uniti

Oggi escono i dati sulle vendite al dettaglio Usa, che sono una proxy dei consumi. La previsione è buona: +0,9% mensile ad aprile, contro il +0,7% di marzo. E +0,7% mensile al netto delle vendite di auto e benzina, sostanzialmente come a marzo. Il dato non è male, specie tenendo conto che venerdì scorso è uscito l’indice Michigan sulla fiducia dei consumatori Usa, che a maggio ha registrato un deludente calo delle aspettative, scese a 56,3 punti dai 62,5 punti di aprile e sotto gli attesi 63 punti. Questo significa che l’aumento dell’inflazione inizia a mordere sulla fiducia dei consumatori americani e quindi è un importante che le vendite del settore retail tengano.

AGI – Renault ha annunciato che venderà la propria quota di maggioranza in Avtovaz a un istituto di scienze russo, aggiungendo che l’operazione comprende peroò un’opzione di sei anni per il riacquisto della quota. La casa automobilistica, che in Occidente è quella più esposta sul mercato russo, ha spiegato che la quota del 67,69% di Avtovaz sarà venduta all’Istituto russo centrale di ricerca e sviluppo sull’automobile e i motori, noto come Nami.

In questa direzione, tutte le approvazioni necessarie sono state ottenute. La quota del 100% in Renault Russia andrà alla città di Mosca. In una nota, il ministero russo dell’Industria e del Commercio ha fatto sapere che le attività di Renault in Russia sono ora di proprietà dello Stato russo.

“Oggi abbiamo preso una decisione difficile ma necessaria, e stiamo facendo una scelta responsabile per i nostri 45.000 dipendenti in Russia”, ha detto il Ceo Luca de Meo. La mossa ha preservato il gruppo, lasciando aperta la possibilità di ritornare nel Paese nel futuro, in un contesto differente, ha spiegato il manager.

A marzo Renault aveva detto di voler sospendere le operazioni nel proprio stabilimento in Russia a causa della pressione crescente innescata dal conflitto in Ucraina.L’azienda, al 15% di proprietà dello Stato francese, ha confermato una svalutazione “non-cash” di quasi 2,2 miliardi di euro, per riflettere i potenziali costi di una sospensione delle attività in Russia. Oltre 400 aziende si sono ritirate dal Paese dopo l’invasione dell’Ucraina iniziata il 24 febbraio, lasciando indietro miliardi di dollari di asset. 

AGI – Dopo due anni tragici, il turismo ritrova un po’ di ottimismo. Questo il messaggio uscito dalla 72esima assemblea di Federalberghi, dove non sono mancati comunque gli allarmi per le difficoltà delle imprese, che devono fare i conti con il rincaro dell’energia, conseguenza della guerra in Ucraina, il peso del fisco e della burocrazia, l’abusivismo dilagante e la carenza di personale.

“L’Italia ha enormi margini di miglioramento. Tolto il tappo, c’è un fenomeno di grandissima voglia di tornare in Italia dopo due anni di assenza”, ha detto il ministro del Turismo Massimo Garavaglia. “Dai primi dati – ha osservato – notiamo che su aprile, maggio e giugno l’Italia ha un tasso di riempimento delle strutture ricettive di 10 punti superiore alla Spagna, nostro tradizionale competitor. Non si vedeva da anni, c’è un rimbalzo ma dobbiamo renderlo strutturale”.

I segnali registrati con i week end di Pasqua e del 25 aprile ci fanno ben sperare per la stagione estiva“, ha affermato il presidente di Federalberghi, Bernabò Bocca, pur avvertendo che “una rondine non fa primavera” e “due fine settimana positivi non possono coprire il buco causato da due anni di stallo”.

“I dati in nostro possesso – ha precisato – ci fanno essere ottimisti per la stagione estiva, perché abbiamo un ritorno del turismo straniero soprattutto americano, nelle città d’arte. Ma il dato piu’ importante è quello degli italiani: fanno vacanze e restano in Italia. Questo è un motivo per noi di vanto e orgoglio”.

“Su alcuni mercati come quello americano, siamo ai numeri di due anni fa: gli americani amano l’Italia e sono tornati in Italia. Ma quest’anno – ha proseguito Bocca – dobbiamo fare a meno di altri mercati internazionali che non è solo la Russia, ma è tutto il Far East, cioè Cina, Taiwan, Corea, Giappone che sono totalmente assenti causa Covid. Speriamo di compensare questa assenza con più americani ma soprattutto più italiani”.

Per questo – ha detto il presidente di Federalberghi – è necessario che la politica metta il turismo al centro dei programmi. Nel 2021 la spesa dei viaggiatori stranieri in Italia è diminuita di oltre 22,5 miliardi di euro, con un calo del 50,9% rispetto al 2019. Con l’inizio del nuovo anno, purtroppo – ha affermato Bocca – la situazione è ulteriormente peggiorata e solo quando si sono allentate le misure di sicurezza l’Italia ha giocato ad armi pari con gli altri Paesi: allora finalmente gli stranieri sono tornati. Ora si tratta di dare forza a questo processo spingendo su investimenti e innovazione: gli albergatori puntano all’enogastronomia, convinti che la ristorazione di qualita’ sia l’alleata ideale per attrarre flussi. Una scelta condivisa dallo chef Carlo Cracco: insieme si può fare squadra.