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Salgono a marzo gli occupati, che secondo l’Istat mostrano un aumento dello 0,3% (60 mila unità in più), di conseguenza il tasso di occupazione passa al 58,9% (+0,2%). In particolare, l’Istat rileva una crescita dei dipendenti permanenti (+44 mila) e di quelli indipendenti (+14 mila) mentre sono stabili i dipendenti a termine. In calo il tasso di disoccupazione che a marzo scende dal 10,5% al 10,2% con un calo di 0,4 punti percentuali.

L’aumento dell’occupazione – spiega l’Istat – è determinato da entrambe le componenti di genere e si concentra tra i minori di 34 anni (+69 mila); sono sostanzialmente stabili i 35-49enni mentre calano gli ultracinquantenni (-14 mila). Le persone in cerca di occupazione calano del 3,5% (-96 mila). La diminuzione riguarda entrambi i generi e tutte le classi d’età. Il tasso di disoccupazione passa dal 10,5% al 10,2% con un calo di 0,4 punti percentuali.

Nel periodo da gennaio a marzo 2019 l’occupazione registra una crescita rispetto ai tre mesi precedenti, sia nel complesso (+0,2%, pari a +46 mila) sia per genere. Nello stesso periodo diminuiscono i dipendenti a termine (-1,0%, -31 mila), mentre aumentano sia i dipendenti permanenti (+0,4%, +64 mila) sia gli indipendenti (+0,3%, +14 mila). Nel trimestre all’aumento degli occupati si associa un calo delle persone in cerca di occupazione (-1,8%, pari a -50 mila) e degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-0,1%, -18 mila).

Su base annua l’occupazione cresce dello 0,5%, pari a +114 mila unità. L’espansione interessa entrambe le componenti di genere, i 15-24enni (+63 mila) e gli ultracinquantenni (+210 mila). Al netto della componente demografica la variazione è positiva per tutte le classi di età. In un anno crescono soprattutto i dipendenti a termine (+65 mila) e si registrano segnali positivi anche per gli indipendenti (+51 mila), risultano sostanzialmente stabili i dipendenti permanenti.

Nei dodici mesi, la crescita degli occupati si accompagna al calo dei disoccupati (-7,3%, pari a 208 mila unità in meno) e degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (-0,3%, -35 mila).

Cala a marzo al 30,2% la disoccupazione giovanile tra 15 e 24 anni, il minimo da ottobre 2011. Nel mese si è registrata una riduzione di 1,6 punti rispetto a febbraio e di 2,5 punti sull’anno. Il tasso di occupazione in questa fascia di età sale al 18,6%.

A marzo l’Istat stima una dinamica congiunturale stazionaria dell’indice dei prezzi alla produzione dell’industria, mentre su base annua si registra una crescita del 2,9%. A marzo 2019 – spiega l’istituto – la dinamica tendenziale dei prezzi dell’industria conferma un rallentamento della crescita, guidato dalla decelerazione nell’incremento dei prezzi dell’energia sul mercato interno. In termini congiunturali, la flessione del primo trimestre 2019 è principalmente dovuta al calo registrato sul mercato interno. Con riguardo all’industria delle costruzioni, la variazione tendenziale dei prezzi alla produzione mostra la prima contrazione da gennaio 2017 e si registra per il terzo mese consecutivo un calo congiunturale.

Nel dettaglio, sul mercato interno i prezzi alla produzione dell’industria rimangono invariati su febbraio e aumentano del 3,7% su base annua. Al netto del comparto energetico la variazione congiunturale è ugualmente nulla e si riduce in misura ampia l’incremento tendenziale (+0,6%).

Sul mercato estero la variazione congiunturale è lievemente positiva (+0,2%), sintesi di andamenti simili per entrambe le aree (+0,3% area euro, +0,1% area non euro). Su base annua si registra un aumento dello 0,9% (+0,6% area euro, +1,1% area non euro). 

A pochi giorni dalla scadenza del 30 aprile, termine per la presentazione delle offerte per ‘salvare’ Alitalia, il vicepremier Luigi Di Maio interviene per rassicurare: ce la metteremo tutta per rilanciarla e trovare una “soluzione strutturale”. “Stanno arrivando offerte di altri privati, anche se non ancora formalizzate”, garantisce il ministro, che chiede però “rispetto”, di fronte a retroscena e rumors che non aiutano: “Sono ore decisive, ce la possiamo fare, basta solo rispettare questo momento delicato”.

In lungo post su Facebook Di Maio scrive: “Non nego che siano ore importanti per questa azienda e ce la metteremo tutta per rilanciarla. Spero di essere l’ultimo ministro che se ne occupa. Voglio semplicemente dire due cose ai passeggeri, ai dipendenti e agli italiani: la prima è che il nostro obiettivo è un giusto rilancio, non un semplice salvataggio. Stiamo creando tutti i presupposti affinché questa operazione possa finalmente invertire la rotta societaria e “aggiustare” i disastri che sono stati creati con decenni di scelte politiche folli e di accozzaglie che hanno spolpato la nostra compagnia di bandiera”.

I presupposti, aggiunge il ministro, li sanno tutti: “Una presenza massiccia dello Stato nella newco come garanzia affinché il piano industriale sia coerente e competitivo, con la partecipazione diretta del ministero dell’Economia e delle Finanze e di Ferrovie dello Stato nella compagine societaria. Grazie alla adesione al progetto di Delta Airlines potremo creare quindi un vettore dei trasporti gomma/rotaia/aereo che sarebbe un unicum ed un’eccellenza a livello internazionale”. 

“Non ho incontrato nessuno per parlare dei dossier”

Per completare questa operazione, che, sottolinea Di Maio, “resta di mercato, stanno arrivando le offerte di altri privati, che andranno a comporre il 100% della società. Tutte offerte – tra cui quelle di alcuni concessionari autostradali – di cui apprendiamo per ora solo a mezzo stampa e che non sono state ancora formalizzate. Il gran vociare che si sta facendo è proprio su questo ultimo aspetto e tengo a precisare che non ho incontrato nessuno per parlare del dossier, né pregato nessuno a riguardo”. Di Maio smentisce così definitivamente le indiscrezioni circolate venerdì di un suo incontro con il Gruppo Toto per un’eventuale discesa in campo.

L’opposizione scende in campo e accusa il governo. Fonti del Pd attaccano: “Di Maio sostiene che passa spesso il proprio tempo sui voli Alitalia, tra le nuvole. Peccato che non abbia avuto ancora occasione di presentare un Piano industriale di rilancio della compagnia. L’ultima cosa che serve ad Alitalia è una riedizione dei ‘capitani coraggiosi’ in salsa gialloverde”. Mariastella Gelmini, presidente dei deputati di Forza Italia, parla di “volo cieco” e afferma: “La vicenda Alitalia rischia di diventare l’ennesimo simbolo dell’incapacità di questo governo di chiudere qualsivoglia dossier nelle sue mani”.

L’ipotesi Toto

Diverse testate, a partire da Repubblica, avevano individuato il possibile partner nell’ex patron di Air One il quale, secondo le indiscrezioni, potrebbe arrivare al 30% del capitale, coprendo il vuoto lasciato dal clamoroso ritiro di EasyJet

Secondo il quotidiano romano, il primo contatto concreto c’era stato a fine marzo, durante il viaggio di Luigi Di Maio a New York e Washington. “Da quel momento”, scrive, “il dialogo è andato sempre più avanti. E ora è a un passo dalla formalizzazione dell’intesa. Il socio italiano in grado di chiudere il cerchio di Alitalia è Riccardo Toto. Proprio uno degli esponenti della holding che in passato si era impegnato con alterni risultati nel settore dell’aerotrasporto”.

Il problema starebbe nelle tempistiche troppo strette. Toto, o chi per lui, dovrebbe formalizzare un’offerta entro martedì. Appare quindi probabile (e in questo senso andrebbero lette le smentite da più parti giunte ieri, come scrive il Sole 24 Ore, un rinvio del termine per presentare le offerte. Anche perché un partner solo in più potrebbe non essere sufficiente, giacché le adesioni per la ‘nuova Alitalia’ sono al momento ferme al 60% (30% Fs, 15% il ministero delle Finanze e 15% l’americana Delta Airlines).

Si è fatto spesso in questi giorni il nome di Atlantia, in alternativa o in partnership con lo stesso Toto a seconda dei rumor. Non sarebbe però una strada semplice da percorrere: sono ancora fresche le tensioni tra il governo e la holding dei Benetton che controlla Autostrade in seguito alla vicenda del Ponte Morandi. Come ultima spiaggia, infine, il nome è sempre quello: Lufthansa, ipotesi che sarebbe vista con favore soprattutto dalla Lega

Si affaccia un nuovo socio per Alitalia? Sembrerebbe di sì, stando a la Repubblica: si tratterebbe della famiglia o Gruppo Toto, nome di battesimo Riccardo, ex di Air One, la compagnia aerea low cost poi confluita in Alitalia. Il giornale romano aveva anticipato già ieri la notizia raccontando che l primo contatto concreto c’è stato a fine marzo. Negli Stati Uniti. Durante il viaggio che Luigi Di Maio ha compiuto a New York e  Washington. Da quel momento il dialogo è andato sempre più avanti. E ora è a un passo dalla formalizzazione dell’intesa. Il socio italiano in grado di chiudere il cerchio di Alitalia è Riccardo Toto. Proprio uno degli esponenti della holding che in passato si era impegnato con alterni risultati nel settore dell’aerotrasporto”.

Oggi la notizia è ufficiale, ed è sulle pagine di quasi tutti i quotidiani. Anche se la Repubblica aggiunge oggi che la famiglia Toto “studia un’offerta ma chiede più tempo”. E in ogni caso “la mossa del vicepremier M5s Luigi Di Maio sta già incontrando più di un ostacolo” perché “quel che è certo – racconta il quotidiano nelle pagine economiche – è che il Mise si aspettava un’offerta degli ex patron di Airone entro martedì, giorno entro cui bisognerà portare una soluzione al tavolo dei commissari”. E invece? Invece “ieri sera, Renexia – la società del gruppo Toto interessata – ha negato di stare preparando quell’offerta. E sembra rimanere in attesa di capire quale sia il reale atteggiamento del governo nei confronti di questa eventualità”.

Tuttavia, per Il Sole 24 Ore se “spunta Toto in alternativa ad Atlantia” (Gruppo Benetton) per Alitalia la verità è che si va “verso un rinvio per le offerte”. Nel senso che “alla scadenza del 30 aprile le Fs non saranno in grado di presentare ai commissari ‘l’integrazione dell’offerta’ vincolante per l’ipotizzata ‘newco Nuova Alitalia’” cosicché “le adesioni rimangono ferme al 60% del capitale calcolando, oltre al 30% di Fs, anche Delta e Mef (15% ciascuno). Dunque manca un 40% corrispondente a 300 milioni di euro”.

E, aggiunge il quotidiano di Confindustria, “al momento è controversa l’ipotesi che la famiglia del fondatore di Air One, anche qualora lo volesse (e questa decisione non è stata presa), possa entrare nella cordata con Fs e Delta. Non ci sono stati contatti tra i Toto e le Fs, né con Delta, né con l’advisor Mediobanca, che lavora in altra direzione, verso Atlantia, la holding dei Benetton “incriminata” dal M5s per il crollo del ponte autostradale Morandi”.

E che alla cordata Delta-Fs-Tesoro manchi ancora un socio “e 300 milioni” lo sottolinea anche il Corriere. Ciò che fa scrivere ad Alessandro Plateroti, vicedirettore de Il Sole, “più che un brillante colpo di scena, la candidatura della famiglia Toto al salvataggio di Alitalia sembra un pericoloso colpo di sole. Il governo ha certamente il diritto di scegliere a chi cedere la compagnia, ma anche il dovere di fare la scelta migliore: visti i precedenti della gestione Toto di Alitalia e i potenziali conflitti di interesse che potrebbero nascere in un futuro azionariato con le Ferrovie dello Stato (Anas è sotto il controllo di FS), la decisione di lanciare la candidatura del costruttore abruzzese ha creato non solo tensione tra i dipendenti Alitalia, ma anche stupore e incredulità tra chi si era dichiarato disponibile a investire sull’ex compagnia di bandiera. Nel caso specifico, il gruppo Benetton” che si era fatto avanti.

Ma se per Il Messaggero quella di Toto è un’”autocandidatura”, per Il Foglio i nomi per Alitalia saranno pure “nuovi, ma i soldi sono sempre quelli dei contribuenti”: “Ogni giorno una nuova possibile soluzione per Alitalia”, scrive il quotidiano diretto da Claudio Cerasa, “ma sempre e comunque una soluzione di Stato con un unico grande pagatore: il contribuente italiano. Dopo la girandola di compagnie aeree, i soci pubblici sono gli unici protagonisti certi in questa partita guidata dal comandante in pectore di Alitalia, Luigi Di Maio. Ferrovie dello Stato sono l’attore protagonista, mentre gli sparring partner continuano a cambiare quasi ogni giorno nell’incertezza politica più completa”.

C’è comunque da chiedersi: perché il governo non riesca a trovare grandi investitori, pur trovandosi di fronte a una compagnia liberata dai debiti? “La risposta – scrive Il Foglio – è più semplice di quanto si possa pensare: poche aziende vogliono essere soci di minoranza e anche di maggioranza dello “stato imprenditore”. Non deve dunque sorprendere che gli investitori della nuova Alitalia siano tutti più o meno legati allo stato. Dall’intervento diretto da parte del ministero dell’Economia, che investirà i soldi degli interessi del prestito ponte – 900 milioni di euro che non verranno mai rivisti dai contribuenti – fino alle controllate come Ferrovie dello Stato. E a parte questi investitori, gli ultimi “tirati dentro” nella partita Alitalia dal governo sono le concessionarie, i cui ricavi dipendono molto dalla regolazione e dalle decisioni dell’esecutivo. Con le solite dinamiche “do ut des”.

Ma per rispondere alla domanda iniziale, vi sarebbero poi altri elementi da tenere in considerazione: “Alitalia nel 2018 ha perso circa mezzo miliardo di euro e nel primo trimestre la perdita potrebbe essere all’incirca di 200 milioni: una compagnia molto debole, troppo piccola per essere competitiva. A livello europeo Alitalia trasporta ormai circa il 2 per cento dei passeggeri, contro oltre il 13 per cento sia di Lufthansa sia di Ryanair. E’ chiaro che una strategia stand alone è davvero poco attrattiva per il mercato e soprattutto rischia di diventare un suicidio nel medio periodo” chiosa il quotidiano diretto da Cerasa.

Il grande matrimonio bancario in Germania è saltato: dopo solo cinque settimane di discussioni, Deutsche Bank e Commerzbank, rispettivamente prima e seconda banca tedesca, hanno annunciato oggi che l’ipotesi di fusione “non avrebbe creato sufficienti vantaggi per superare i rischi connessi a una tale operazione”.

I due Ceo, Christian Sewing di Deutsche Bank e Martin Zieke di Commerzbank, hanno sottolineato in un comunicato congiunto che la fusione avrebbe comportato notevoli costi di ristrutturazione e avrebbe fatto scattare requisiti di capitale molto ingenti. Vengono rilanciate così le possibilità di un accordo che coinvolga la sola Commerzbank, per cui da mesi girano i nomi di tre candidati: la francese Bnp Paribas, l’olandese Ing e l’italiana Unicredit.

Quest’ultima potrebbe proporre la fusione con la controllata HypoVereinsBank, quinta banca tedesca. Dall’operazione nascerebbero importanti sinergie e lo Stato tedesco potrebbe mantenere un’importante quota nella banca che si verrebbe a creare. Uno degli azionisti di Commerzbank, Lyxor Asset Management, si è augurato che la banca esplori la possibilità di un accordo alternativo con uno di questi istituti, sostenendo che la fusione con Deutsche Bank andasse a vantaggio solo di questa.

Mettere insieme due zoppi non sembrava una buona soluzione

Finisce senza rimpianti intanto un’ipotesi di aggregazione che aveva sempre trovato più critici che estimatori. Le banche tedesche hanno gravi problemi di costi e di scarsa redditività e mettere insieme due zoppi non sembrava una buona soluzione. Per quanto poco convinti, i management delle due banche si sono impegnati in un serio esame dei costi e dei benefici perché la fusione aveva un grosso sponsor nel ministro delle Finanze, Olaf Scholz, che ancora oggi, commentando il fallimento delle trattative, ha detto che la Germania ha bisogno di grandi banche efficienti in grado di accompagnare e sostenere la sua industria in giro per il mondo.

Con la ventilata ipotesi che la fusione avrebbe comportato 30mila esuberi, è chiaro che i primi ad essere contrari erano i sindacati. In Germania questo è determinante, perché in base alla legge sulla cogestione metà dei posti dei consigli di sorveglianza delle aziende, banche comprese, sono occupati dai rappresentanti dei lavoratori.

Sembra anche che alcuni dei principali azionisti di Deutsche Bank non vedessero di buon occhio l’operazione. Deutsche Bank ha un azionariato diffuso e i primi soci, tutti con quote inferiori al 5%, sono grandi fondi Usa come BlackRock (4,8%) e Douglas Braunstein (3,1%). La stessa BlackRock è importante socio di Commerzbank con il 5%, mentre il primo azionista è il governo tedesco che ha il 15%, quota assunta quando intervenne per salvare la banca nel 2009 iniettandovi 1,77 miliardi di euro.

Ora per rilanciare le banche servono nuovi capitali

La Borsa oggi ha reagito mandando in ribasso i titoli di entrambe le banche: Deutsche Bank perde poco meno del 2% a 7,45 euro, Commerz scende del 3,3% a 7,58 euro. Se fosse andata in porto, l’operazione si sarebbe configurata come un’acquisizione da parte di Deutsche Bank, e questo aveva spinto nell’ultimo mese acquisti speculativi su Commerzbank, con le azioni salite da fine marzo a oggi del 14%, il doppio di quanto ha guadagnato l’indice Dax dell’intero listino di Francoforte.

Il fallimento del negoziato, per quanto previsto, accende un faro sulla situazione critica del sistema bancario tedesco e in particolare del colosso Deutsche Bank. La crisi è ben riassunta dall’andamento del titolo in Borsa: -42% negli ultimi 12 mesi, -80% negli ultimi cinque anni. Insieme alla fine delle trattative, Deutsche Bank ha annunciato oggi alcuni dati preliminari dei risultati del primo trimestre 2019, che diffonderà domani in maniera più ampia.

L’utile netto è stato di circa 200 milioni di euro e si confronta con la perdita di 409 milioni registrata nell’ultimo trimestre del 2018. Il Ceo Sewing ha detto che i risultati sono in linea con il piano che prevede una forte riduzione dei costi. Due sono i grandi problemi di Deutsche Bank: una struttura ipertrofica che conta oggi 91.700 dipendenti e un’attività di trading ancora pesantemente esposta ai prodotti derivati, gli stessi che scatenarono la drammatica crisi del 2008. Secondo alcuni osservatori, per rilanciarsi la banca sarà obbligata a raccogliere nuovi capitali.

Diverso il discorso per Commerzbank. La banca conta poco meno di 50mila dipendenti, ha chiuso il 2018 con un utile netto di 865 milioni e dovrebbe sfiorare quest’anno il miliardo. Per quanto poco redditizia, la sua posizione al centro del sistema Germania la rende appetibile per un’aggregazione.

Nell’area euro “la perdita di slancio della crescita proseguirà nel 2019”, e i rischi restano orientati al ribasso: pesano alcuni fattori di incertezza la “minaccia del protezionismo e le vulnerabilità nei mercati emergenti”. Lo si legge nel bollettino mensile della Bce.  Al tempo stesso, “gli ulteriori incrementi dell’occupazione e l’aumento delle retribuzioni continuano a sostenere la capacità di tenuta dell’economia interna e il graduale intensificarsi di spinte inflazionistiche”, sottolinea l’Eurotower. 

Cinque ministri (Di Maio, Lezzi, Grillo, Costa e Bonisoli) attesi oggi a Taranto mercoledì 24 per riavviare l’operazione rilancio della città, ancora stretta dalla questione Ilva. Ma dal 24 aprile al 4 maggio la protesta contro quella che è stata l’Ilva ed ora si chiama ArcelorMittal, avrà un’impennata attraverso tre distinti momenti.

Tre momenti caldi

Il primo: l’arrivo del ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, oggi sarà in Prefettura per presiedere il riavvio del tavolo del Contratto istituzionale di sviluppo ed incontrare le associazioni ambientaliste.

Il secondo: il concerto del 1° Maggio, promosso dal movimento “Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti”, che da anni rivendica la chiusura dell’acciaieria e delle fonti inquinanti.

Infine il terzo: la manifestazione del 4 maggio all’esterno della fabbrica, con arrivo a Taranto di movimenti e associazioni da tutta Italia, dal titolo “Ancora Vivi”.

Anche se la sua posizione non è da mettere in relazione con chi contesta Di Maio e l’M5s, è molto critico verso ArcelorMittal anche il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci.

“ArcelorMittal Italia – rileva il sindaco – ha fatto fin qui per Taranto troppo poco e lo ha fatto molto male”. Melucci sostiene: dall’azienda “mi aspettavo davvero di più”. E sottolinea che “il credito é esaurito” a cinque mesi dal loro ingresso in fabbrica al posto dei commissari dell’amministrazione straordinaria Ilva.

La presenza di Di Maio era attesa già da fine settembre scorso, quando al Mise venne firmato l’accordo per Il passaggio dell’Ilva ad ArcelorMittal.  Sebbene il vice premier sia responsabile dello Sviluppo economico e venga a Taranto per rifare il punto sul Contratto di sviluppo (lo strumento messo in pista dal precedente Governo per investire in infrastrutture, bonifiche ambientali, porto, sanità, recupero della città vecchia e riqualificazione urbana), il tema del siderurgico, con tutte le sue implicazioni, è comunque all’ordine del giorno.

Anzitutto perché l’arrivo di Di Maio a Taranto avviene dopo il Consiglio dei ministri di ieri,  quello che è stato convocato con all’ordine del giorno il decreto “Crescita”.  

Un provvedimento considerato delicato a Taranto per via della progressiva abolizione dell’immunità penale che una legge del 2015 ha concesso ai commissari Ilva, loro delegati e agli acquirenti della fabbrica (in quest’ultimo caso ArcelorMittal) solo relativamente alle condotte per l’attuazione del piano di risanamento ambientale.

Da tempo l’area ambientalista, ma anche il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, rivendicano l’abolizione dell’immunità penale, e il fatto che sia stata mantenuta col passaggio dell’Ilva ad Arcelor Mittal ha acceso le proteste.

Delusione

Proteste che si sono concentrate proprio sul Movimento 5 Stelle che, secondo l’accusa, nella campagna elettorale di un anno fa aveva promesso non la soppressione dell’immunità, ma addirittura la chiusura dell’Ilva per far spazio alla riconversione economica.

Il 24 aprile, a partire dalle 10, i movimenti Giustizia per Taranto, Taranto Respira, Tamburi Combattenti, Flm Cub e Tutta mia la Città, manifesteranno davanti alla Prefettura, “contro le politiche di Di Maio e di tutto il governo giallo-verde”.

“Dopo quasi un anno di ipocrisia, tradimenti, bugie e latitanza, il 24 aprile – sostengono i movimenti – il vicepresidente del Consiglio, Luigi Di Maio, sarà finalmente a Taranto. Ci preme sottolineare che, come associazioni, movimenti e comitati ascoltati a Roma durante le audizioni al Mise lo scorso giugno per la questione Ilva, abbiamo fornito a Di Maio, ed al Governo tutto, dati, valutazioni e possibili soluzioni per una riconversione ecologica della nostra economia che passi necessariamente dalla chiusura delle fonti inquinanti, con la riqualificazione ed il reimpiego delle maestranze in opere di risanamento del territorio”.

E “oggi – si prosegue -, in piena campagna elettorale per le europee, Di Maio pensa di venire a Taranto a raccontare nuove bugie”.

Questi movimenti, un anno fa, hanno votato Cinque Stelle proprio per gli impegni sull’ex Ilva e poi hanno accusato l’M5s di “tradimento”.

Non meno forte la critica all’M5s rinnovata dai “Liberi e Pensanti” in occasione del prossimo concerto del 1° Maggio (sul palco, tra gli altri, Max Gazzè, Elio e Malika Ayane).

Anche in questo caso si tratta di un movimento che un anno fa era molto vicino ai pentastellati. Due loro esponenti sono stati eletti in Consiglio comunale a Taranto ma per la vicenda ArcelorMittal hanno poi abbandonato l’M5s dichiarandosi indipendenti, mentre l’ex candidato sindaco Francesco Nevoli si è dimesso da consigliere comunale.

“Un anno dopo la proposta avanzata dal comitato – sostengono i “Liberi e Pensanti” alla vigilia dell’evento del 1° Maggio – di creare un Accordo di Programma, che così come accaduto a Genova avrebbe potuto cambiare le sorti di Taranto e di tutta la Puglia, non è possibile non registrare le promesse disattese di chi sposò quel progetto ma che oggi, pur essendo al governo del Paese, persegue progetti industriali opposti per la città e il suo siderurgico. Quell’insieme di azioni economiche e legislative nate dal lavoro coordinato di associazioni e cittadini è stato dimenticato il giorno dopo le elezioni politiche. Una consuetudine a cui i tarantini sono stati abituati”.

Infine, il 4 maggio sono attesi a Taranto tutti i movimenti e le realtà che dalla Tav al Tap al Muos in Sicilia hanno fatto della protesta il loro punto forte. “Noi vogliamo vivere” si legge sul volantino che alle 14 del 4 maggio partirà da piazza Gesù Divin Lavoratore, nel rione Tamburi – il quartiere vicino all’acciaieria -, per portarsi davanti ad ArcelorMittal.

Un contratto da rilanciare

Per “l’Ilva di Taranto, ora ArcelorMittal – si legge nell’appello nazionale -, vecchie e nuove forze politiche si sono costruite una falsa identità, tradendo le promesse fatte nelle solite campagne elettorali e riciclandosi a nuovi tutori ambientali”.

Ora l’obiettivo del presidio del 4 maggio è rendere “la questione Ilva molto di più di una battaglia ambientalista”. I promotori del 4 maggio, infine, nelle notti del Giovedi e Venerdi Santo, ma anche la mattina del Sabato Santo, hanno issato striscioni di protesta (restando però in silenzio) in occasione del passaggio delle processioni dell’Addolorata e dei Misteri. “Traditi con la nostra croce a carico – si leggeva su uno di essi -: anche Taranto vuole risorgere”.

I cinque ministri saranno oggi a Taranto, in Prefettura, a partire dalle 10.30. SI tratterà di procedere al riavvio del tavolo del Contratto istituzionale di sviluppo (Cis) previsto da una legge del 2015 con l’obiettivo di aiutare l’area a superare la crisi Ilva.

Oltre al vice premier e ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, sono annunciate a Taranto anche le presenze dei ministri Barbara Lezzi (Sud), Giulia Grillo (Salute), Sergio Costa (Ambiente) e Alberto Bonisoli (Beni culturali).

Il Contratto di sviluppo, infatti, si muove su un’ampia gamma di interventi che vanno dal potenziamento delle apparecchiature diagnostiche e sanitarie alla riqualificazione urbana, dalle bonifiche ambientali al recupero della città vecchia. Il che implica le competenze di più ministeri. Si parlerà anche di Ilva, ora ArcelorMittal, con Di Maio che incontrerà le associazioni ambientaliste. Alle 17.30 in Prefettura conferenza stampa conclusiva.

Negli incontri preliminari a Roma, avvenuti nei giorni scorsi a Roma, il Comune di Taranto ha già portato le sue proposte per il Contratto istituzionale.

Nella riformulazione del Contratto, il Comune chiede l’inserimento di Taranto nella “Via della Seta”, l’autonomia piena del polo universitario decentrato dall’Università di Bari, l’utilizzo turistico e culturale dell’isola di San Pa­olo in Mar Grande, che appartiene alla Marina Militare, la trasformazione in museo della Garibaldi quando sarà dismessa dal ruolo operativo nella squadra navale della Marina. Queste proposte sono contenute negli indirizzi che il sindaco Melucci ha presentato al ministero dello Sviluppo economico nella riunione a Roma dell’8 aprile.

Si tratta, spiega il sindaco nel documento, di un aggiornamento della visione disegnata dall’amministrazione comunale rispetto a quanto già previsto dal Cis.

Un aggiornamento per il triennio 2019-22 rispetto a quanto stabilito nel 2015. Nel documento presentato al ministero, il sindaco fa riferimento anche “alle tecnologie applicate alla conservazione ed al ripristino am­bientale” nonché “alla filiera marittima, turistica e dell’aerospazio”.

Il sindaco chiede anche di “dare impulso alle bonifiche straordinarie e, soprattutto, a dare soluzione, una volta per tutte, alle pendenze giudiziarie, alle compensazioni ai residenti dei quartieri più esposti, alla valutazione preventiva di impatto sulla salute dei cittadini, al riposizionamento dell’immagine stessa di Taranto secondo i principi del moderno marketing territo­riale”.

Soggetto attuatore del Cis Taranto è Invitalia, che fa capo al Mef. Invitalia si è occupata in particolare del concorso internazionale di idee per il recupero e la valorizzazione della citta vecchia di Taranto, dell’analisi di fattibilità per la valorizzazione turistica e culturale dell’Arsenale militare, realizzato in collaborazione con i ministeri della Difesa e dei Beni culturali, delle azioni di accelerazione per alcuni interventi, tra cui la realizzazione del nuovo ospedale “San Cataldo” di Taranto, per la quale Invitalia è stata attivata dalla Regione Puglia-Asl Taranto come Centrale di Committenza.

Il Contratto di sviluppo per l’area di Taranto (compresi anche i Comuni di Statte, Crispiano, Massafra e Montemesola), inizialmente stipulato per 33 interventi, ne comprende oggi 39 per un valore di 1.007 milioni di euro (+16,5% rispetto alla dotazione finanziaria iniziale). Invitalia ha fornito anche un quadro riassuntivo ad oggi del Cis.

Che comprende: 10 interventi conclusi per un valore di 92,3 milioni di euro; 9 interventi in realizzazione per un valore di 452 milioni di euro; 10 interventi in progettazione per un valore di 357 milioni di euro e 10 interventi in riprogrammazione per un valore di 105 milioni di euro.

Non cessano i guai giudiziari per Carlos Ghosn: il magnate è stato nuovamente accusato in Giappone per appropriazione indebita di fondi Nissan pari a 5 milioni di dollari. Ha immediatamente presentato una richiesta di cauzione, ma dovranno passare diversi mesi prima che possa uscire. Il tribunale di Tokyo ha confermato un nuovo, il quarto, atto d’accusa nei confronti dell’ex amministratore delegato di Renault-Nissan per un’aggravata “violazione della fiducia”.

Dal suo nuovo arresto che risale al 4 aprile nella sua casa di Tokyo, appena un mese dopo aver lasciato la prigione, l’illustre sessantacinquenne è stato interrogato sui trasferimenti di denaro dal gruppo giapponese al distributore di veicoli di un produttore in Oman. La decisione di rinviare Ghosn alla corte è stata presa “dopo aver raccolto abbastanza prove per ottenere un verdetto di colpevolezza,” ha detto il vice procuratore Shin Kukimoto in una conferenza stampa.

In una dichiarazione, Nissan ha annunciato un’azione legale, “chiedendo sanzioni di adeguata severità” di fronte a “una condotta totalmente inaccettabile”. Secondo gli esperti, questi sono gli elementi più gravi di cui Ghosn è stato accusato fino ad oggi, cinque mesi dopo l’arresto iniziale nella capitale nipponica il 19 novembre scorso. Arresto che ha sigillato la sua caduta.

Anche la moglie del manager sotto torchio

Secondo fonti vicine al caso, i fondi Nissan per 5 milioni di dollari sarebbero stati versati, attraverso una società libanese, in un fondo controllato dal figlio Anthony negli Stati Uniti, Shogun Investments LLC. Alcuni di questi soldi sarebbero anche serviti ad acquistare una lussuosa barca, del costo di 12 milioni di euro, chiamata “Shachou” (si pronuncia “shatcho”, capo in giapponese). 

La moglie di Carlos Ghosn è stata ascoltata a questo proposito dai tribunali giapponesi, in qualità di capo della società “Beauty Yachts”, registrata nelle Isole Vergini britanniche, che ha effettuato l’operazione. Fin dall’inizio, Carole Ghosn è stata molto attiva, in primis nel denunciare le condizioni di detenzione del marito. Tornata in Francia, sotto shock per il nuovo arresto di Carlos Ghosn – attuato, come racconta, all’alba “da più di una dozzina di membri dell’ufficio del pubblico ministero” – ha inviato un messaggio al presidente Emmanuel Macron. Dopo essere stata ascoltata in Giappone dagli inquirenti, è partita gli Usa e chiedendo questa volta a Donald Trump di intervenire nel caso, professando a più riprese l’innocenza del marito.

Per Ghosn si tratta di un complotto

Si tratta di un caso giudiziario che potrebbe diventare, insomma, diplomatico e politico: probabilmente se ne parlerà in occasione dell’incontro tra il primo ministro giapponese Shinzo Abe con Macron e Trump, prima dell’incontro del G20. Ghosn ha sempre parlato di cospirazione: secondo la sua ricostruzione, il ministro giapponese dell’economia, del commercio e dell’industria (Meti) stava lavorando con i dirigenti Nissan per bloccare la fusione di Nissan e Renault che lui voleva, per preservare l’autonomia di Nissan a tutti i costi.

Ghosn peraltro era già stato accusato due volte di false dichiarazioni dei redditi dal 2010 al 2018 e ancora una volta per “violazione di fiducia”. In particolare, è accusato di aver cercato di far coprire al produttore le perdite sugli investimenti personali durante la crisi del 2008.

Ghosn è stato rilasciato il 6 marzo dopo 108 giorni nel centro di detenzione di Kosuge (a nord di Tokyo) – dove è di nuovo detenuto – dietro pagamento di una cauzione di un miliardo di yen (8 milioni di euro). È stato poi messo agli arresti domiciliari, contro il parere dell’ufficio del pubblico ministero, in quanto il tribunale ha escluso il rischio di distruzione delle prove e di fuga. Una situazione che, secondo i suoi avvocati, non è cambiata e potrebbe giustificare un nuovo rilascio in attesa del suo processo, che non è previsto almeno per diversi mesi. 

Il 17 aprile il Parlamento Europeo ha deciso di supportare uno standard di comunicazione tra automobili basato sulla tecnologia Wifi, anziché sul nuovo protocollo 5G per le telecomunicazioni mobili. L’assemblea era stata chiamata a votare la proposta dell’europarlamentare Dominique Manafort di rimandare la decisione. Tuttavia, il voto ha deciso per l’obbligatorietà del Wifi come standard da utilizzare per le telecomunicazioni tra le automobili, in quanto il 5G non sarebbe ancora disponibile.

A favore del Wifi aziende come Volkswagen, Renault e Toyota. Dall’altra i marchi favorevoli al 5G: Bmw, Daimler, Ford, PSA Group, Deutsche Telekom, Ericsson, Huawei, Intel, Qualcomm e Samsung, come riportato da Reuters.

La decisione avrà un enorme impatto sul mercato sia automobilistico sia delle telecomunicazioni, con la previsione di generare milioni di euro di profitti.

“L’obiezione che ho presentato è stata rigettata dalla sessione plenaria – si è sfogato Riquet su Twitter -, non c’è rispetto per la neutralità tecnologica. Testimonianza del potere delle lobby”. Di fatto, il 5G avrebbe avuto una maggiore capacità di rendere le strade più sicure, permettendo una più ampia interconnessione tra i veicoli rispetto al Wifi, dalla portata limitata.

 

L’objection que j’ai déposée vient d’être rejetée en #EPlenary : pas de respect de la neutralité technologique. Témoignage de l’efficacité des lobbies! https://t.co/0aL2dUUfme

— Dominique Riquet (@DominiqueRiquet)
April 17, 2019

 

Secondo quanto riportato da Fasi, oggi la decisione potrebbe essere ancora ribaltata dal Consiglio, che si riunirà il prossimo 3 maggio e potrebbe decidere di rimandare la materia al consiglio. La precedente sessione ha visto Germania, Belgio, Austria e Francia sostenere la mozione pro Wifi, contro Danimarca, Spagna, Lussemburgo e Finlandia. Se il voto dei Paesi membri non dovesse cambiare, la legge verrebbe adottata così come è stata approvata dall’Europarlamento. 

Eni, Cdp, Fincantieri e Terna insieme per lo sviluppo di impianti di produzione di energia da moto ondoso su scala industriale. L’amministratori delegato di Cassa depositi e prestiti Fabrizio Palermo, l’ad di Fincantieri Giuseppe Bono, quello di Terna Luigi Ferraris e l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, hanno firmato, nella sede Eni all’Eur di Roma, un accordo non vincolante per lo sviluppo e la realizzazione su scala industriale di impianti di produzione di energia dalle onde del mare.

L’accordo ha lo scopo di unire le competenze di ciascuna società al fine di trasformare il progetto pilota Inertial Sea Wave Energy Converter (Iswec), l’innovativo sistema di produzione di energia dal moto ondoso installato da Eni nell’offshore di Ravenna e attualmente in produzione, in un progetto realizzabile su scala industriale e quindi di immediata applicazione e utilizzo.

Secondo i termini dell’accordo, Eni (che controlla Agi al 100%) metterà a disposizione del gruppo di lavoro congiunto i risultati dell’impianto pilota Iswec, sviluppato in sinergia con il Politecnico di Torino e lo spin-off Wave for Energy e fornirà il proprio know-how tecnologico, industriale e commerciale, oltre a rendere disponibili le opportunità logistiche e tecnologiche dei propri impianti offshore.

“L’accordo di oggi – ha commentato l’ad di Eni, Claudio Descalzi – rappresenta un importante passo in avanti verso la realizzazione su scala industriale di un nuovo sistema di produzione di energia rinnovabile dal moto ondoso. Questa intesa si inserisce nel nostro piano strategico di decarbonizzazione e nasce dal forte focus di Eni nella ricerca, sviluppo e applicazione di nuove tecnologie, finalizzate non solo a rendere più efficienti processi operativi convenzionali ma che ci spingono anche a creare nuovi segmenti di business nell’ambito energetico. La collaborazione con tre eccellenze italiane, quali Cdp, Terna e Fincantieri, consentirà di mettere a fattor comune le grandi competenze esistenti e di accelerare il processo di sviluppo e industrializzazione di questa tecnologia, con l’obiettivo di esplorare insieme possibili progetti su larga scala anche all’estero”. 

Cdp promuoverà il progetto con le pubbliche amministrazioni e le istituzioni coinvolte e, inoltre, metterà a disposizione le proprie competenze economico-finanziarie, anche al fine di valutare le più adeguate forme di supporto finanziario dell’iniziativa.  L’ad Fabrizio Palermo: “Il Piano Industriale di Cdp è fortemente orientato allo sviluppo sostenibile, in linea con i grandi trend globali e gli Obiettivi di Sviluppo sostenibile definiti dall’Agenda 2030 dell’Onu. Il progetto, quindi, è coerente con la nostra strategia e, insieme a partner come Eni, Fincantieri e Terna, potremo contribuire in modo concreto allo sviluppo di una tecnologia italiana innovativa e alla diffusione delle fonti di generazione rinnovabile, a beneficio del Paese e della collettività”. 

Fincantieri offrirà da parte sua le competenze industriali e tecniche tipiche delle realizzazioni navali per l’ottimizzazione delle fasi di progettazione esecutiva, costruzione e installazione delle unità di produzione. Ha spiegato l’ad Giuseppe Bono: “Siamo onorati di partecipare a un progetto di questa portata con partner come Eni, Terna e Cdp. Fincantieri è costantemente impegnata nel miglioramento dei sistemi navali che garantiscono il massimo rispetto dell’ambiente e questo accordo, che porterà all’industrializzazione di una soluzione per generare energia pulita dalla stessa forza del mare, ci appassiona e ci rende fiduciosi per la capacità tutta italiana di guardare al futuro”.      

Terna contribuirà invece a sviluppare gli studi relativi alle migliori modalità di connessione e integrazione del sistema di produzione di energia con la rete elettrica, ivi inclusa l’integrazione con i sistemi ibridi composti da generazione convenzionale, impianti di produzione fotovoltaici e sistemi di stoccaggio. “Con questo accordo quadro – spiega l’amministratore delegato di Terna, Luigi Ferraris – Terna investe nell’innovazione sostenibile al servizio della transizione energetica, nella forte convinzione che le competenze distintive del gruppo possano contribuire all’abilitazione di nuove fonti rinnovabili in grado di rendere il sistema elettrico sempre più efficiente e sostenibile”. 

In una prima fase, l’accordo prevede l’ingegnerizzazione della costruzione, installazione e manutenzione dell’Iswec. Questa fase porterà alla progettazione e alla realizzazione entro il 2020 di una prima installazione industriale collegata a un sito di produzione offshore Eni. Parallelamente, si valuterà l’estensione della tecnologia su ulteriori siti in Italia, in particolare in prossimità delle isole minori, con la realizzazione di impianti di taglia industriale per fornitura di energia elettrica completamente rinnovabile.

Le caratteristiche innovative del sistema Iswec possono consentire di superare i vincoli che hanno fin qui limitato un diffuso sfruttamento delle tecnologie di conversione dell’energia del moto ondoso.

Gli impianti di generazione di energia da moto ondoso potranno fornire un contributo rilevante non solo ai processi di decarbonizzazione in ambito offshore ma anche e più in generale a supporto della sostenibilità dei sistemi di produzione di energia elettrica e della diversificazione delle fonti rinnovabili.  L’intesa potrà essere oggetto di successivi accordi vincolanti che le parti definiranno nel rispetto della normativa applicabile ivi inclusa quella in materia di operazioni tra parti correlate.