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Saldi estivi ai nastri di partenza. Da oggi gli sconti partiranno in Campania, lunedì sarà la volta della Sicilia, martedì della Basilicata e da sabato 6 luglio lo shopping scontato sarà possibile anche nelle altre Regioni. Secondo le stime dell’Ufficio Studi di Confcommercio, quest’anno per l’acquisto di capi scontati ogni famiglia spenderà in media poco meno di 230 euro – circa 100 euro la spesa media pro capite – per un valore complessivo intorno ai 3,5 miliardi di euro.

Ad acquistare in saldo saranno circa 15,6 milioni di famiglie. “Le vendite di primavera sono letteralmente saltate, creando una condizione di disastro economico per le imprese e – sottolinea il presidente di Federazione Moda Italia/Confcommercio, Renato Borghi – sarebbe legittimo invocare lo stato di calamità per il settore che è fortemente condizionato dalla stagionalità insita nei prodotti di moda. I saldi estivi valgono circa il 12% dei fatturati dei fashion store. L’auspicio è, quindi, che almeno in questi saldi riparta la corsa allo shopping e si possa riscontrare un’effervescenza dei consumi anche se i nostri commercianti possono solo sperare di ‘fare cassa’, ma non certo di recuperare una stagione mai partita”.

L’Autoritaà garante della Concorrenza e del Mercato ha irrogato una sanzione di due milioni di euro a Costa Crociere in seguito all’accertamento di una pratica commerciale scorretta in violazione del codice del consumo. In particolare, spiega l’Antitrust in una nota, l’azienda “in occasione della vendita e organizzazione di due crociere denominate rispettivamente ‘neoRiviera’ e ‘Paradisi sul mare’ non ha fornito ai consumatori una informazione corretta e tempestiva circa lo stato di emergenza sanitaria in Madagascar, frapponendo inoltre ostacoli all’esercizio dei diritti dei consumatori connessi alle variazioni del programma di viaggio”.

Costa Crociere, infatti, a seguito dell’epidemia di peste verificatasi in Madagascar a partire dall’agosto 2017, ha modificato gli scali previsti nel programma delle crociere interessate, con partenza rispettivamente ad ottobre e dicembre 2017, senza darne tempestiva comunicazione ai consumatori, i quali sono stati informati della necessità di variare l’iter di viaggio originariamente previsto, nel primo caso, a partenza avvenuta, nel secondo, a ridosso della data di partenza.

Secondo l’Antitrust, la tempistica e le modalità con cui sono state comunicate le variazioni di programma “hanno di fatto ostacolato la facoltà di scelta dei consumatori, i quali avrebbero avuto il diritto di decidere se recedere dal contratto o fruire della crociera senza le previste tappe in Madagascar, in questo caso con una congrua riduzione del prezzo”.

Costa Crociere, al contrario, avrebbe dovuto porre in essere tutti gli accorgimenti necessari al fine di rendere edotti i consumatori, fin dal primo contatto e in ogni caso prima della partenza, della situazione di rischio sanitario esistente nei paesi oggetto delle mete turistiche pubblicizzate. Costa Crociere, invece – conclude la nota – ha continuato a pubblicizzare e vendere le crociere in questione, comprensive delle tappe in Madagascar, anche a seguito della diffusione dei comunicati sull’emergenza sanitaria da parte delle autorita’ locali e del Ministero della Salute, senza avvertire i consumatori di una possibile variazione del programma di viaggio.

Da oggi LinkedIn e Facebook si somigliano un po’ di più. Il social network professionale, proprietà di Microsoft, ha ritoccato il proprio algoritmo. Lo ha fatto a suo modo, nessuna scopiazzatura. Ma l’indirizzo è lo stesso scelto da Mark Zuckerberg e da altri social network: promuovere le interazione “positive” tra gli utenti.

Un’indagine interna di LinkedIn, spiega Axiosche per primo ha pubblicato la notizia – ha rivelato che gran parte dell’attenzione si concentrava sull’1% degli utenti più seguiti. Tanti contenuti pubblicati, ma troppa concentrazione. Da qui è nata l’esigenza di modificare l’algoritmo. Obiettivo: promuovere la conversazione, attraverso alcuni “strumenti”.

Avranno più visibilità gli utenti con i quali ci sono maggiori possibilità di interagire. Cioè le persone con cui lo abbiamo già fatto. Crescerà la visibilità dei contatti con cui si hanno interessi comuni. Fin qui, niente di molto diverso rispetto ad altre piattaforme. È però interessante un altro parametro: l’algoritmo tenderà a spingere i post che potrebbero interessare l’utente ma che non hanno ricevuto grande attenzione. Tradotto: quello che è già molto commentato e condiviso non dovrebbe avere ulteriori spinte.

Una scelta che punta proprio a illuminare post in ombra. È una scelta opposta rispetto ad altri social, che spingono chi già corre. La volontà di far emergere i contenuti sommersi è confermata anche dalla scelta di favorire le conversazioni di nicchie specifiche, penalizzando invece i post più generici. Un accorgimento figlio della natura professionale di Linkedin. Il social di Microsoft favorirà inoltre i post che incoraggiano l’interazione (ad esempio quelli che invitano a una risposta), così come quelli che usano menzioni e hashtag. Lunghezza e formato (video, foto o testo) non saranno rilevanti.

Secondo Axios, LinkedIn ha lavorato al nuovo algoritmo per 12-18 mesi. E ha già collaborato con alcuni “profili autorevoli” per adattare i post ai nuovi parametri. Il social cresce. Incastonato nell’ecosistema per aziende di Microsoft, sembra oggi giustificare quanto sborsato (non senza critiche) al momento dell’acquisizione, nel 2016: 26,2 miliardi di dollari. Il fatturato è aumentato del 27% anno su anno nell’ultima trimestrale e del 29% in quella precedente.

Ma per continuare serve cambiare. Le modifiche all’algoritmo vanno nella stessa direzione degli altri social network. Molti parametri contano: il numero di utenti attivi, il tempo che trascorrono online. E contano ancora. Ma alla quantità, serve affiancare la “qualità dell’interazione”. Il concetto è fluido e ognuno lo interpreta a modo suo. Twitter ha varato controlli più severi, reso meno visibile il conteggio in tempo reale dei follower (ritenuto un incentivo alla ricerca di consenso e non al dialogo), rivisto la grafica di retweet e commenti per facilitare le conversazioni.

Il ceo Jack Dorsey lo ha detto chiaramente: senza un piattaforma più pulita, si chiude. Zuckerberg ha scelto di valorizzare quelle che chiama “interazioni significative”. Sono quelle con amici, parenti e gruppi che ci interessano. Ecco perché, lo scorso anno, ha modificato l’algoritmo di Facebook penalizzando le pagine (di aziende non paganti e giornali) per riempire la bacheca di post ritenuti più personali.

LinkedIn premia le nicchie, i post in ombra e quelli che incentivano una risposta. Metodi diversi per platee diverse, con lo stesso obiettivo: promuovere un coinvolgimento di qualità. Non perché i social si siano di colpo redenti. È sempre una questione di affari: gli inserzionisti non si accontentano più dei grandi numeri ma vogliono un pubblico interessato e attivo. E sono disposti a pagarlo di più. Neppure sui social uno vale uno.   

Tre cose turbano i sonni dei protagonisti dell’hi-tech: la guerra commerciale tra usa e Cina, il flop dei primi smartphone a schermo pieghevole e la parità di genere in un mondo che tradizionalmente è declinato al maschile. E su questi tre temi si concentra il Mobile World Congress che si apre martedì 26 giugno a Shanghai. Una manifestazione più contenuta rispetto a quella tradizionale di Barcellona, ma in crescita e destinata a diventare con il Ces di Las Vegas un appuntamento imperdibile per il settore, specie in un momento in cui l’evoluzione della tecnologia è talmente rapida da non permettere di concentrare le novità in due soli eventi.

Il bando della Casa Bianca contro Huawei è sicuramente un tema caldo: quello di Shanghai è il primo evento sul territorio cinese da quando gli Stati Uniti hanno intensificato la propria offensiva e uno dei protagonisti della kermesse è Zte, l’altro colosso delle telecomunicazioni che di recente è uscito da un duro confronto con l’amministrazione americana grazie a una multa da un miliardo di dollari per poter tornare ad approvvigionarsi di tecnologia made in Usa. Zte è ora sulla strada della ripresa, mentre Huawei coltiva l’ottimistica prospettiva di chiudere bene la vicenda bando, persino con un impatto sulle vendite inferiore a quanto si temeva.

E Zte è uno dei protagonisti  dello sviluppo del 5G in Europa e soprattutto in Italia, altro tema che dominerà la rassegna, visto che di fatto a Barcellona in primavera sono state mostrate le prime applicazioni concrete.

Leggi anche: tutto quello che c’è da sapere sul 5G

Il 5G sarà ovunque al MWC di Shanghai: la tecnologia coprirà tutte e sette le sale espositive grazie ai tre operatori e partner cinesi e ci saranno dimostrazioni come un esempio live di chirurgia telerilevata abilitata per il 5G su una connessione China Mobile.

Un altro importante filone è il Summit Women4Tech. Ben accolto durante la sua prima apparizione all’evento nel 2018, l’agenda è stata ampliata quest’anno con una discussione centrata sui benefici che una maggiore diversità di genere offre alle imprese. Una iniziativa che si lega alla line-up 4YFN di start-up innovative: un elemento sempre interessante ai MWC e che vede schierati a Shanghai più di 100 espositori per dimostrare come stanno impiegando la tecnologia in modi fantasiosi, con opportunità per le imprese di ottenere finanziamenti dai venture capitalist.

Non mancheranno poi le novità più consumer, come quella annunciata dal produttore di smartphone  Oppo che presenterà la prima fotocamera anteriore integrata sotto il display. Dopo spessi fotocamere rotanti, flip e pop-up sembra arrivato il momento della tecnologia ‘definitiva’ per integrare l’ottimizzazione del rapporto scocca-display con le certificazioni di resistenza all’acqua e alla polvere. Un modo, anche, per mettere sul campo una novità che distragga dal finora imbarazzante esito degli smartphone pieghevoli.

“Io non vedo ostacoli per un accordo” con la Commissione europea. Lo ha detto il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, intervenendo al seminario organizzato dalla Fondazione economia Tor Vergata a Villa Mondragone.

“Per un’economia a crescita zero – ha spiegato Tria – il target di deficit al 2,1% per l’anno in corso rappresenta una politica fiscale più che prudente e stiamo andando verso questo livello di deficit grazie a una gestione delle finanze pubbliche prudente anche se stiamo attuando le politiche sociali programmate con l’ultima legge di bilancio”.

“Per il futuro – ha aggiunto – l’idea è quella di tenere il deficit basso e continuare con l’obiettivo di diminuzione del debito non attraverso l’innalzamento delle tasse, ma attraverso più basse spese correnti: questo è il nostro impegno verso il Parlamento e stiamo lavorando per soddisfare questo mandato con la prossima legge di bilancio. Sulla base di questo – ha concluso – io credo che l’Italia sia sostanzialmente in linea con le regole di bilancio europee e per questa ragione sono ottimista su una buona soluzione sulla procedura d’infrazione”. 

Sit-in a Palermo dei lavoratori Almaviva, colosso dei call center. Dalle 9 alle 13 presidi davanti ai punti di Wind e Tim di via Libertà, di tutti gli operatori liberi dal servizio, contro il rischio di dimezzamento degli stipendi e, a partire da settembre, di licenziamenti per il crollo dei volumi di traffico.

Tim e Wind avrebbero fatto sapere – dicono i sindacati – che da luglio passeranno il 70% in meno di chiamate. Sindacati e lavoratori sollecitano il governo nazionale a “intervenire su una crisi strutturale” che in Sicilia mette a rischio 20 mila posti di lavoro, di cui 3.200 in Almaviva Palermo, in un contesto in cui “i volumi di traffico delocalizzato all’estero hanno percentuali che superano il 60%”.

Chiesto il rispetto delle tariffe minime stabilite dalla legge e sollecitata la costituzione di un fondo di settore. Un tavolo è stato fissato al ministero del Lavoro per mercoledì prossimo.

In Italia circa 80mila persone lavorano nei call center. Di queste, la metà risponde alle chiamate dei clienti (inbound) e l’altra metà si occupa di outbound (ovvero propone agli utenti nuovi piani tariffari o prodotti da acquistare). Ma per molti di loro il posto di lavoro – che da anni rappresenta l’emblema della precarizzazione – è più a rischio che mai. E non è solo un problema dei lavoratori di Almaviva.

Quella dei call center è stata per anni una giungla, ma nel settore si è nel frattempo insinuato un tarlo che ha lavorato in profondità, intrecciandosi a una crisi economica che ha di fatto sublimato una situazione esplosiva. La globalizzazione (e le delocalizzazioni) esistono anche per i call center. Altrove ci sono costi minori, ma questo si chiama dumping se poi si va a gareggiare su commesse in Italia. Si è intervenuti nel 2012 con l’articolo 24-bis del Dl sviluppo in cui è stato previsto che chiunque si rivolga o sia contattato da call center debba sapere se sta parlando con qualcuno all’estero.

E sul futuro dei call center incombe il momento in cui chiameremo un’azienda, alzerà la cornetta un call center e risponderà un software. A gennaio The Information aveva rivelato che “alcune grandi società” stanno testando Duplex, la tecnologia di Google che permette a una macchina di conversare con gli umani, dando l’impressione di essere (fin troppo) umano.

Quando il ceo di Google Sundar Pichai ha presentato la tecnologia, durante la conferenza degli sviluppatori, la prima reazione è stata di entusiasmo. Le due telefonate in cui Duplex interagiva con un cliente per prenotare un tavolo al ristorante e un appuntamento dal parrucchiere avevano messo in mostra una voce naturale, per nulla robotica, e un modo di esprimersi umano, costruito anche con l’artificio di alcuni intercalare non necessari, come “aaah” e “mmm”. Dopo aver chiuso la bocca per lo stupore, è subentrata la preoccupazione. Da una parte per i lavoratori che, con tutta probabilità, avrebbero perso il proprio posto. Dall’altra il tema della trasparenza: alcuni osservatori avevano definito “orripilante” l’idea di non poter distinguere tra uomo e macchina. La reazione è stata talmente forte da spingere Google a replicare. In una nota aveva affermato di “comprendere” il problema e di impegnarsi per costruire “meccanismi di trasparenza incorporati” che “identifichino in modo appropriato” l’intelligenza artificiale. In altre parole: Duplex dirà ai suoi interlocutori che è un software, senza bocca e orecchie.

Google Duplex non si ferma. Non può farlo: è in compagnia e ha l’esigenza di prendere posizione in un mercato in grande espansione. Secondo le stime di MarketsandMarkets, i call center basati su cloud varranno 20,9 miliardi di dollari entro il 2022. Lo scorso anno ne valevano 6,8. Ecco perché in fila ci sono, tra gli altri,
Amazon (con la sua intelligenza artificiale, Alexa), Ibm, Cisco. Microsoft ha svelato qualcosa di molto simile a Duplex a fine di maggio. Prima in un evento a Londra e poi durante la conferenza francese VivaTech: Xiaoice è un assistente digitale in grado di fare chiamate vocali con gli umani. E in Cina (unico Paese dov’è disponibile) è già attivo. In altre parole: Google non è sola, anche se Duplex ha fatto più trambusto dei suoi colleghi.

Almeno ventimila persone hanno partecipato a Reggio Calabria alla manifestazione nazionale unitaria organizzata da Cgil, Cisl e Uil. “Ripartiamo dal Sud per unire il Paese” è lo slogan. Circa trecento i pullman provenienti da ogni parte d’Italia. Nonostante il centro cittadino completamente paralizzato, lo spiegamento di forze dell’ordine ha garantito la sicurezza della manifestazione che si eèsvolta senza problemi di ordine pubblico.

Sul palco allestito in piazza Duomo, si sono alternati i tre segretari generali confederali, di Cgil, Cisl e Uil, rispettivamente Maurizio Landini, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo. Unico comune denominatore la richiesta al governo di cambiare la politica economica del Paese, soprattutto per aiutare il Sud in gravissima difficoltà.

“Salvini ha raccontato per mesi che si cambiava il Paese chiudendo i porti. Diciamoglielo – ha affermato Landini – quello che è successo, hanno chiuso i porti ma sono i giovani del Sud che continuano ad andarsene fuori dal nostro Paese, sono più di 200 mila che se ne vanno e vorrei fargli notare che gli altri Paesi d’Europa che sono un po’ più intelligenti di noi non hanno chiuso le frontiere, anzi usano l’intelligenza dei nostri ingegneri e dei nostri giovani per far funzionare meglio i loro Paesi. La vera sicurezza di cui abbiamo bisogno – ha scandito Landini – è la lotta contro la malavita organizzata. In un Paese diviso com’è il nostro, con grandi diseguaglianze, l’unico elemento che lo unisce davvero è che oggi la mafia, la ‘ndrangheta, e la malavita organizzata sono al Nord come al Sud, uguale”.

Il segretario generale della Cgil si è rivolto anche al ministro del Lavoro, Luigi Di Maio “che dal balcone – ha ricordato – annunciò che il governo con un provvedimento aveva cancellato la povertà, gli dovremmo far vedere che al contrario, non i sindacati, ma l’Istat nei giorni scorsi ha certificato che la povertà purtroppo è aumentata, sia quella relativa che il resto. Ma il dato con cui fare i conti – ha concluso Landini – è che oggi si è poveri lavorando, per questo il problema è che combattere la povertà vuol dire affermare i diritti, vuol dire cambiare la politica economica”.

Barbagallo ha definito “immondizia” l’autonomia differenziata e ha ironizzato sui navigator “sono assunti come precari e dovrebbero offrire lavoro a tempo indeterminato agli altri?” e sulla manutenzione delle grandi opere “l’unico ponte che non cadrà è quello sullo Stretto di Messina, perché non l’hanno fatto”, ammonendo il governo che con quella di oggi finisce la fase delle grandi manifestazioni, “se non ci convocano sarà sciopero“. A stretto giro di posta è comunque arrivata la dichiarazione di Salvini: “Entro luglio saranno invitati al Viminale“.

La Furlan ha sottolineato che “oggi il Mezzogiorno invece di essere al centro dell’agenda politica, invece di essere la priorità assoluta, continua a essere completamente dimenticato”. Infine Furlan ha dedicato la manifestazione ad Agostino Filandro, il 42enne morto per un incidente sul lavoro venerdì nell’area del porto di Gioia Tauro. Ai bordi del palco il segretario nazionale del Partito democratico, Nicola Zingaretti, parlando coi giornalisti ha osservato che la manifestazione dei sindacati dimostra “che si può riprendere non solo una battaglia politica e una lotta, ma si può soprattutto ricostruire un’alternativa che manca a questo Paese, siamo qui per dare rappresentanza a chi ha capito che Di Maio e Salvini con i loro selfie hanno preso in giro questa grande nostra comunità italiana”.

In corteo anche il governatore della Calabria, Mario Oliverio, con una delegazione di Giunta, il quale ha sottolineato la necessità che il Governo riaccenda i fari sul Mezzogiorno. 

Adidas in fuorigioco. Il logo di uno dei più importanti marchi sportivi a livello mondiale è nullo. Perché le tre strisce parallele, un po’ sbieche, applicate diagonalmente su capi d’abbigliamento, scarpe, felpe, giubbotti oltre che sulle magliette di alcune tra le più prestigiose squadre di calcio a livello internazionale, e che nell’immaginario collettivo contraddistinguono il marchio, in verità “non sono un carattere distintivo”. Lo ha stabilito una sentenza del Tribunale dell’Unione Europea, con sede in Lussemburgo.

“La clamorosa decisione non riguarda tutte le versioni del marchio del brand tedesco ma si concentra su quelle intercambiabili come le strisce nere su fondo bianco e viceversa, quelle bianche su fondo nero. In questo caso si tratta di un marchio ‘figurativo ordinario’ facilmente invertibile e quindi utilizzabile anche da altri brand senza infrangere il copyright della Adidas” si legge su La Stampa di Torino che ricostruisce il caso ricordando che a rivolgersi alla Euipo era stata nel 2016 l’impresa belga di abbigliamento sportivo Shoe Branding Europe che rivendicava il diritto di utilizzare tre strisce parallele per il suo marchio.

La reazione dei mercati non si è fatta attendere, e si è manifestata con un ovvio crollo del titolo in Borsa pari al 2%. Adidas, società tedesca fondata esattamente settant’anni fa, nell’agosto del 1948 da Adolf Dassler, è uno dei più noti marchi sportivi al mondo nel segmento dell’abbigliamento sportivo dopo la statunitense Nike, e vale – in termini di fatturato – “qualcosa come 23 miliardi di euro”.

Un marchio, però, che a detta dei giudici del Lussemburgo “non ha acquisito in tutto il territorio dell’Unione un carattere distintivo in seguito all’uso che ne era stato fatto”. Quindi essendo il marchio privo di carattere distintivo “non avrebbe dovuto essere registrato” annota Il Sole 24 Ore. Adidas, insomma, non sarebbe riuscita a dimostrare “che ad attribuire il carattere distintivo delle tre strisce era stato invece l’uso diffuso nell’Unione”.

Una sentenza epocale, viene definita, che rischia di rimettere in discussione tutta la giurisprudenza sul copyright. “La vicenda nasce nel 2014”, riscostruisce il Corriere della Sera, e “l’Ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale (Euipo) aveva registrato le tre strisce in favore di Adidas per abbigliamento, scarpe e cappelleria”. Il marchio era stato descritto da Adidas come “costituito da tre strisce parallele equidistanti di uguale larghezza, applicate sul prodotto in qualsiasi direzione”. Nel 2016 l’Euipo aveva annullato la registrazione su domanda di dichiarazione di nullità della belga Shoe Branding Europe, sulla base del rilievo, privo (a suo dire) di qualsiasi carattere distintivo sia intrinseco sia acquisito in seguito all’uso.

Ora la sentenza del tribunale belga potrà essere impugnata entro poco più di due mese dalla sua notifica.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte è arrivato nel primo pomeriggio al Consiglio europeo con la convinzione che la partita sulla procedura di infrazione per disavanzo eccessivo nei confronti dell’Italia fosse più che mai aperta. Ma ora i segnali non sono affatto incoraggianti. Anzi a palazzo Chigi, secondo quanto si apprende, c’è un vero e proprio allarme. Del resto una fonte comunitaria non nasconde come in questo momento il nostro Paese sia in una condizione difficile. “Al momento viene considerata al pari della Gran Bretagna”, azzardano le stesse fonti.

la tela di Conte

In realtà il premier sta tessendo la sua tela: a Malta ha incontrato il presidente francese Emmanuel Macron, oggi a Bruxelles ha avuto uno scambio di battute con i presidenti di Commissione e Consiglio Ue, Jean-Claude Juncker e Donald Tusk, ha visto i capi del governo di Grecia e Olanda, Alexis Tsipras e Mark Rutte. E soprattutto ha avuto un colloquio con la cancelliera tedesca Angela Merkel: si è parlato soprattutto di nomine Ue, della possibilità che Roma possa avere un commissario con il portafoglio economico. I tempi sono prematuri, ma la Cancelliera avrebbe fatto delle aperture all’interno di un discorso complessivo e in ogni caso condiviso il metodo dei negoziati: il capo dell’esecutivo, pur non facendo parte dei gruppi politici che partecipano alle trattative, verrà informato, l’Italia – anche in qualità di paese fondatore della Ue – non verrà messa nell’angolo.

Ma sul tema della procedura di infrazione per disavanzo eccessivo l’ottimismo è stato cancellato in poco tempo, non sono stati pochi i Capi di Stato e di governo che hanno avvertito il premier sul rischio che corre il nostro Paese. E così il premier ha scosso la testa a chi gli ha chiesto se la Commissione Ue possa ammorbidire la sua posizione. Anzi il convincimento è che andrà avanti, che non si fermerà, che la Commissione uscente possa imporre all’Italia la linea del rigore. “Non hanno nulla da perdere, diverso se a trattare fossero i nuovi vertici Ue”, il ‘lietmotiv’.

Il timore quindi è che l’iter della procedura non possa affatto fermarsi. Non basta quindi l’aggiornamento di bilancio che verrà completato con il Consiglio dei ministri di mercoledì. Non basta il ‘tesoretto’ dei cinque miliardi: due già congelati nella legge di bilancio, tre derivanti dai risparmi di reddito di cittadinanza e Quota cento. Dovranno essere il ministro Giovanni Tria e i tecnici del Mef a cercare una soluzione ma il problema – questo il ragionamento a palazzo Chigi – è che i margini politici non ci sono. Perché sia Matteo Salvini che Luigi Di Maio non intendono abbassare la guardia. Le misure bandiere non si toccano.

Serve un “vero miracolo”

Il messaggio di Conte è che non bisogna sottovalutare i rischi della procedura di infrazione, sarebbe un danno vero per l’Italia. Ma non è tanto un messaggio rivolto ai vicepremier. E’ invece – viene fatto osservare – la reale fotografia di come la lettera inviata da Roma sia stata accolta con freddezza.

Al momento non c’e’ un ‘piano B’, l’ipotesi della manovra correttiva non viene presa in considerazione. Ma nella sede del governo c’è la consapevolezza che occorra “un vero e proprio miracolo”. Che l’impresa sia molto più ardua, rispetto alla partita giocata con l’Europa sulla legge di bilancio. Il presidente del Consiglio farà leva sui rapporti con Macron e Merkel e degli altri partner europei, legherà il tema della procedura di infrazione alle nomine Ue. Con un faro sulla Bce, perché il nostro Paese – questo il ragionamento – non si può permettere che un ‘rigorista’ venga scelto per il dopo-Draghi.

In ogni caso Conte ha ribadito che l’Italia intende rispettare le procedure e allo stesso tempo sottolineare che con la nuova legislatura bisogna impostare un dialogo per modificare le regole. Ma il commissario agli Affari Economici, Pierre Moscovici, e gli altri attori coinvolti nella mediazione con Roma sui conti pubblici per ora non ritengono che il governo sia riuscito a cambiare le carte in tavolo. 

La Federal Reserve ha lasciato invariato i tassi di riferimento all’interno della forchetta compresa tra il 2,25 e il 2,50%. Un componente del Fomc, il direttivo dell’istituto centrale statunitense, ha votato contro la decisione. 

Aumenta “l’incertezza” sulla crescita dell’economia statunitense, si legge nella nota della Fed, che agirà “in modo appropriato per sostenere l’espansione economica”. Il linguaggio utilizzato lascia intendere che il taglio dei tassi arriverà a luglio.

Dal comunicato della Fed sparisce la parola “paziente” legata all’aumento dei tassi. E l’attesa ora è di una riduzione complessiva di mezzo punto nella seconda metà dell’anno. A favore di questa ipotesi si sono espressi 7 componenti su 17 del direttivo, mentre un ottavo ritiene sufficiente un ritocco dello 0,25%. Il membro dissenziente del Fomc, James Bullard della filiale di St Louis, avrebbe voluto che il processo di riduzione del costo del denaro venisse avviato sin da questa riunione con una riduzione di un quarto di punto.

A sostenere l’ipotesi di un taglio dei tassi sono anche le nuove previsioni economiche. La Fed si attende ora che la crescita dell’inflazione si fermi quest’anno all’1,5% contro l’1,8% inizialmente previsto. E l’incremento dei prezzi al consumo si fermerà all’1,8%, al di sotto quindo dell’obiettivo del 2%, anche l’anno prossimo. Confermata al 2,1% invece la crescita del Pil quest’anno, mente sale dall’1,9% al 2% la stima per il prossimo.