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Sì alla sospensione dei lavori per la TAV Torino-Lione. Anzi, no. Nelle bozze del contratto di governo Lega-M5s il tema dello stop dei lavori in corso del tunnel italo-francese è durato il tempo di una bozza. Nel documento finale, dopo tensioni, polemiche e correzioni di rotta, i due leader si impegnano a "ridiscutere integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia". Luigi Di Maio ha insistito anche negli ultimi giorni: un'opera che forse andava bene 30 anni fa. "Leggetevi il contratto – la replica di Salvini – da nessuna parte c’è scritto che verranno bloccati lavori e cantieri. Alcuni grandi progetti fondamentali andranno avanti, alcuni potranno essere ridiscussi".  Una posizione comunque non chiara è piaciuta Oltralpe. 

Leggi anche: Tav e governo avvelenano presente e futuro tra Lega e Forza Italia

I richiami della Francia e dell'Unione europea

La prima reazione seccata è arrivata da Bruxelles. "È difficile – ha detto la commissaria ai Trasporti, Violeta Bulc – speculare su cosa farà il nuovo governo, finché non presenta ufficialmente le sue richieste, ma è molto chiaro che il governo italiano nel 2014 ha firmato impegni per completare i corridoi Ten-T di cui fa parte la Tav". "Aspettiamo e vediamo cosa propongono", scrive il Sole 24 Ore.

​Sulla questione è intervenuto anche Etienne Blanc, vicepresidente (Les Républicains) della regione Auvergne-Rhône-Alpes con delega a seguire e sostenere i lavori della Lyon-Turin. In un'intervista rilasciata al Corriere della Sera, Blanc afferma che sarebbe assurdo fermarsi ora, dopo aver cominciato a scavare, ma soprattutto sottolinea che per "l’Italia sarebbe più costoso interrompere i lavori che proseguirli fino alla fine, come concordato".

Non solo ingenti conseguenze economiche

Sarebbe dunque impossibile sospendere i lavori senza pagare un costo rilevante in termini di risorse spese inutilmente, fondi da restituire all’Unione europea, costi di ripristino dei luoghi, eventuali penali per i contratti in corso. Le prime stime parlano di due miliardi di euro, ma queste cifre non tengono conto né della perdita dei contributi della Ue (circa 2,4 miliardi), né del danno in termini di prestigio per l'Italia che straccerebbe unilateralmente un trattato internazionale con la Francia e azzererebbe una delle opere prioritarie previste dai programmi infrastrutturali europei. 

"La Sezione transfrontaliera della Torino-Lione – si legge sul quotidiano La Repubblica – è un enorme cantiere in corso in cui sono già stati investiti oltre 1,4 miliardi in studi, progetti ed opere finanziati per metà dall'Unione Europea e al 25 per cento a testa tra Italia e Francia". Lo scrive in un comunicato il presidente dell'Osservatorio per l'Asse ferroviario Torino-Lione, Paolo Foietta, che aggiunge: "L'Europa ha inoltre già assegnato una prima tranche di 813 milioni di euro di finanziamento, nell'ambito del programma Tent-T 2015-2019, per i lavori definitivi a finanziamento del 40 per cento dei costi sostenuti nel periodo".

L'eventuale recesso dagli accordi per costruire la Tav Torino-Lione "avrebbe effetti inediti e costi enorme di complessa quantificazione" e il solo "costo diretto complessivo da restituire a Ue e Francia risulterebbe senz'altro superiore a 2 miliardi": si tratterebbe di "un precedente assolutamente nuovo nelle relazioni europee e sarebbe necessario un nuovo trattato per dettagliare le penalità".

A che punto sono i lavori

La realizzazione è attualmente in corso sulla base di quattro trattati stipulati con la Francia nel 1996, 2001, 2012 e 2015, integrato nel 2016. Il costo complessivo dell'opera è di 8,6 miliardi suddiviso fra Unione europea (40%), Italia (35%) e Francia (25%). La grande infrastruttura è lunga 65 chilometri di cui la parte principale è il tunnel di base del Moncenisio di 57,5 chilometri, di cui 45 in territorio francese e 12,5 in territorio italiano. Il 21 marzo scorso il Cipe ha dato il via libera definitivo alla variante che prevede la realizzazione dell’opera da Chiomonte invece che da Susa. A oggi sono stati realizzati il 14% dei 160 chilometri previsti in galleria. Entro il 2019 è previsto l’affidamento di appalti per 5,5 miliardi divisi in una ottantina di lotti. 

Si chiama cobalto, è un minerale, e la corsa per estrarlo sta diventando un problema. Le sue proprietà, a cominciare dalla capacità di immagazzinare grandi quantità di energia in piccole masse, lo rendono un elemento  fondamentale nella produzione delle batterie al litio. Quelle cioè che tengono accesi i nostri smartphone e che alimentano le auto del futuro, elettriche o ibride che siano.

Ma ricavarlo dal terreno non è facile, perché spesso viene estratto insieme a rame o nichel, e poi va raffinato. Le scorte, poi, non sono infinite: secondo il recente Report on Global and China's Cobalt Industry 2018-2022, la domanda è in forte crescita e il Paese che ne ha in maggiore quantità è uno dei più poveri al mondo: la Repubblica Democratica del Congo. Dove tra i 150mila minatori artigianali, ci sono anche bambini.

Un’inchiesta multimediale di Cnn ha cercato di ricostruire il funzionamento del mercato del cobalto: dalla miniera alle batterie al litio, emerge una situazione che rischia di imbarazzare i produttori di auto elettriche. I cronisti americani sono andati a Kolwezi, la capitale della provincia congolese di Lualaba, nel sud del Paese, dove gli abitanti hanno inaugurato quelle che oramai vengono definite vere e proprie miniere artigianali. Si scava nel terreno, si scende fino a venti metri di profondità, e ci si cala in questi cunicoli per trovare il cobalto. Senza le attrezzature necessarie, senza garanzie né alcuna sicurezza.

A spingerli ad avventurarsi in questi tunnel improvvisati sono disperazione e povertà. Il richiamo del cobalto è troppo forte per non ascoltarlo: il suo valore in pochi anni è quadruplicato. Nei primi mesi del 2018, secondo il report di Roskill, una tonnellata di questo minerale valeva più di 90mila dollari; a inizio 2016 il prezzo superava di poco i 20mila. Tra i motivi dell’aumento, scrive Cnn, c’è proprio la forte crescita del mercato delle auto elettriche equipaggiate con le batterie al litio.

La Cina è il fulcro delle transazioni

“Due terzi del cobalto arrivano dal Congo. Un quinto del minerale estratto nel Paese centrafricano viene strappato al terreno in maniera artigianale, direttamente con le mani”. I dati, contenuti nel Mineral Commodity Summaries 2017 pubblicato dalla Us Geological Survey del dipartimento dell’Interno, mettono il Congo sotto i riflettori insieme alle aziende che da Kinshasa importano il cobalto. Ma prima di finire negli smartphone di Apple o nelle auto di Tesla, il minerale fa un giro del mondo che tocca in primo luogo la Cina. Pechino è infatti il cuore della produzione di cobalto: con 45mila tonnellate nel 2016, il Paese asiatico conta per il 47,92% della produzione globale” si legge nel report.

Secondo Cnn, i destini di Congo e Cina sono legati anche da un accordo stipulato tra il governo di Lualaba e la Congo Dongfang International Mining (Cdm), una società sussidiaria del colosso cinese del cobalto, la Zhejiang Huayou Cobalt da cui si riforniva anche Apple prima di scoprire che usava il lavoro di bambini minorenni.

La stessa Cdm, già nel 2016, era stata accusata da Amnesty International: nel rapporto intitolato “This is what we die for”, l’Ong ricostruiva, passaggio dopo passaggio, il destino del cobalto: dopo l’estrazione e il lavaggio in acqua, i grossi sacchi da 50 chilogrammi pieni del prezioso minerale arrivano nei mercati congolesi dove “commercianti indipendenti, spesso cinesi, lo acquistano senza preoccuparsi della loro provenienza, per poi rivenderlo a compagnie più grandi, come la Cdm, che si occupano di esportarlo”. Un’ipotesi confermata a Cnn da una serie di whistleblowers, informatori anonimi, secondo cui la società starebbe continuando ad acquistare cobalto a mercati dove arrivano sacchi di minerali confezionati con il lavoro anche minorile.

I big della tecnologia “non si preoccupano dei diritti umani”

Dalle miniere agli smartphone, passando per i mercato congolesi affollati di traders cinesi pronti a rivendere a società che smercino in tutto il mondo. Il quadro che emerge è questo, e secondo Research And Markets “l’industria cinese di cobalto eserciterà un’influenza sempre maggiore sul mercato globale”. A porre un freno potrebbero essere le stesse società, da Apple a Samsung, da Tesla a Microsoft, da Renault a Bmw, se decidessero di occuparsi della verifica della provenienza del cobalto utilizzato nei propri dispositivi. Interpellate da Cnn, Daimler, Tesla e Chrysler hanno risposto di non essere in grado di risalire all’intera catena di fornitura a causa della “natura complessa” del meccanismo. Soltanto Apple, Bmw e Renault hanno risposto: tra loro, la casa automobilistica francese ha ammesso di acquistare da Huayou. Apple, che sostiene di mappare i propri fornitori dal 2014, ha invece avviato un progetto insieme alla Ong Pact per diffondere la consapevolezza dei rischi del lavoro minorile in seno alle comunità di minatori.

 L'Ilva​ avvolta dei nodi. Quelli dell'inchiesta giudiziaria dopo l'incidente mortale di giovedì scorso, vittima un operaio 28enne dipendente di un'impresa appaltatrice; quelli della prospettiva dell'azienda, visto che Cinque Stelle e Lega, col contratto di governo, vogliono chiuderla, così almeno dice M5S; quelli della trattativa con nuovo acquirente Arcelor Mittal.

Il problema sicurezza torna in primo piano

La morte di Angelo Fuggiano, colpito alla spalla da una carrucola mentre provvedeva a sostituire un cavo ad una gru degli sporgenti portuali è stata sicuramente un colpo gravissimo. Per come la tragedia è maturata, per la giovane età della vittima e per il contesto complessivo, già molto problematico, in cui è avvenuta. Se ieri il problema centrale era il futuro dell'Ilva, mettendo al primo posto il suo risanamento ambientale, adesso è soprattutto la sua sicurezza. L'incolumità di chi ci lavora.

Il governatore della Regione Puglia, Michele Emiliano, chiede che si faccia una verifica sullo stato di tutti gli impianti: "Se sono insicuri, vanno sequestrati, fermati, in modo da vedere cosa non va". E anche la Uilm, in una lettera aperta al presidente Sergio Mattarella, dice che "una fabbrica non più in grado di garantire il diritto alla salute e all'occupazione, e soprattutto l'incolumità della vita di chi ci lavora, è una fabbrica che non ha più ragione di esistere". Ma tutela della sicurezza, risanamento ambientale e agibilità dell'acciaieria sono aspetti che non possono essere scissi tra loro. Ed è evidente che solo l'avvio di un massiccio piano di investimenti, già in ritardo sulle necessità impellenti, potrebbe consentire all'Ilva di uscire da una stasi che sta diventando sempre più pericolosa.

L'incidente mortale, infatti, ha dato ulteriormente la percezione che solo con una svolta si può ridare "ossigeno" ad un'azienda paurosamente in bilico, in amministrazione straordinaria, bloccata da anni di difficoltà (basti pensare a quanto derivato dall'inchiesta giudiziaria di luglio 2012 per i reati ambientali) e ora anche con la cassa quasi all'asciutto e con gli stipendi dei prossimi mesi a rischio. 

I giorni del dolore. E delle decisioni

"Sono i giorni del dolore – commenta il sindaco di Taranto, Rinaldo Melucci – ma sono anche i giorni che debbono farci prendere delle decisioni perché non possiamo più perdere tempo". Non perdere tempo ma per fare cosa? Il sindaco di Taranto, Confindustria Taranto col suo presidente Vincenzo Cesareo, i sindacati, concordano che si debba uscire dal guado. Mittal è l'unico investitore che c'è, ha vinto una gara un anno fa, ha avuto il 7 maggio scorso il via libera dell'Unione Europea, ed è con lui che bisogna confrontarsi tenendo ferme le priorità. Appunto salute, ambiente, lavoro.

Il naufragio del piano Calenda

C'è pero' un ostacolo su questa strada ed è che Mittal con Am Investco – la società che ha vinto la gara per l'Ilva – non intende assumere più di 10mila addetti mentre tutti i dipendenti di Ilva sono poco meno di 14mila. Il ministro Carlo Calenda aveva provato a tracciare una via d'uscita: 10mila a Mittal, 1200 una società mista Ilva-Invitalia, il resto coperti da cassa integrazione straordinaria e bonus per l'esodo volontario e incentivato. Ma i sindacati – Usb e Fiom Cgil in testa, cui si è poi unita anche la Uilm mentre la Fim Cisl avrebbe voluto trattare ancora – questa proposta l'hanno respinta. E ora, bloccato il confronto al Mise, sindacati e Mittal provano a trovare la quadra da soli. Si sono già visti – i sindacati hanno ribadito l'assunzione di tutti -, si rivedranno ancora, ma non è semplice trovare l'accordo. In ogni caso, con o senza intesa con i sindacati, Mittal, col contratto firmato e il via libera europeo, è legittimato ad entrare in fabbrica e ad assumerne la guida, cosa che farà prima dell'estate.

Le incertezze della politica 

In tutto questo, però, c'è la variabile politica e governativa. Il contratto tra Cinque Stelle e Lega affronta anche la questione Ilva e dice: chiusura delle fonti inquinanti, bonifica ambientale, tutela dei posti di lavoro, riconversione dell'economia. Una formula che sembrava un po' vaga ma che sabato il blog delle stelle, voce ufficiale del movimento, ha spiegato: "Nel contratto c'è scritto chiaramente che si lavorerà per la chiusura dell'Ilva". E così Calenda e il vice ministro Teresa Bellanova hanno detto di essere pronti "a convocare immediatamente il tavolo per evitare la più grossa deindustrializzazione del Sud degli ultimi decenni".

Molto preoccupati della posizione pentastellata si dicono Fim, Fiom e Uilm, che domani comunque andranno all'incontro promosso a Taranto dai parlamentari Cinque Stelle per capire come stanno le cose. I sindacati non vogliono la chiusura, non ritengono che la riconversione possa tutelare tutti i posti di lavoro tra Ilva e indotto (15mila solo a Taranto), e rilanciano sulla proposta che tiene insieme risanamento ambientale, salvaguardia dei posti di lavoro e rilancio produttivo. Stessa linea anche per Comune e Confindustria Taranto.

Oggi, infine, tornando all'incidente mortale dei giorni scorsi, dovrebbe svolgersi un nuovo vertice in Procura a Taranto. Dopo il rapporto consegnato al magistrato da Capitaneria di porto e Spesal, delegati alle indagini, sono partiti sei avvisi di garanzia nei confronti di altrettanti indagati per il reato di concorso in omicidio colposo. Coinvolti, tra gli altri, il titolare della Ferplast, Luca Palma, e il direttore del siderurgico di Taranto, Ruggero Cola. Ai sei indagati – quattro di Ferplast e due di Ilva – è contestata l'accusa di aver "cagionato per negligenza, imperizia e imprudenza e con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro la morte di Fuggiano Angelo Raffaele, operaio della ditta Ferplast".

Il segretario al Tesoro Steven Mnuchin ha confermato la sospensione dell'imposizione di dazi reciproci tra Usa e Cina il giorno dopo l'annuncio di un "accordo" tra i due paesi per ridurre il deficit commerciale degli Stati Uniti. Per fare questo, Pechino si è impegnata ad aumentare "significativamente" i suoi acquisti di beni statunitensi.

"Abbiamo concordato su un perimetro" di intesa, ha dichiarato Mnuchin a Fox News, "per ora, abbiamo concordato di sospendere le tariffe, mentre ci sforziamo di implementare questo quadro", ha aggiunto. "L'intesa dovrebbe scongiurare una guerra commerciale, non aumentando i rispettivi dazi doganali", ha detto in precedenza il vice premier cinese Liu He, citato dall'agenzia Xinhua. Mnuchin ha sottolineato, tuttavia, che se la Cina non dovesse mantenere i suoi impegni, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump "potrebbe sempre decidere di rimettere" i dazi. I due Paesi sarebbero d'accordo anche per rafforzare la cooperazione sulle questioni relative alla proprietà intellettuale, un altro dei punti chiave delle tensioni tra i due giganti economici, anche se i riferimenti alla questione restano vaghi.

La schiarita dopo mesi di tensioni

L'annuncio, fatto dopo i primi difficili negoziati a Pechino e a Washington questa settimana, arriva dopo mesi di tensioni tra le due potenze. "Abbiamo discusso molto di importanti problemi strutturali", ha detto ancora Mnuchin senza tuttavia dare numeri perché gli obiettivi sono stati fissati "settore per settore." La Cina alla fine di marzo era stato sottoposta a una tassazione del 25% sulle sue esportazioni di acciaio verso gli Stati Uniti e del 10% su quelle di alluminio, dazi che sarebbero scattati il prossimo primo giugno. In ballo la minaccia di 50 miliardi di dollari di imposte su varie merci in arrivo dalla Cina. Un periodo di consultazione sarebbe scaduto martedì, con una possibile applicazione immediata della minaccia. 

Da parte sua, Pechino aveva risposto minacciando rappresaglie sui prodotti agricoli, tra cui la soia, che arriva sul mercato americano. Lo scorso anno gli Stati Uniti hanno avuto un deficit commerciale col colosso asiatico per 375 miliardi di dollari. Trump incolpa la Cina dell'emorragia dei posti di lavoro americani negli ultimi decenni. Washington avrebbe chiesto di ridurre il deficit di almeno 200 miliardi di dollari entro il 2020, anche se dall'altra parte ancora non si fanno cifre precise. 

Con una certa cadenza, torna nel dibattito politico il tema della soppressione del Cnel, che doveva essere già abolito con il referendum sulla riforma costituzionale proposta da Matteo Renzi il 4 dicembre del 2016 ma che venne salvato dalla vittoria dei No.

Nel testo si prevedeva l'abrogazione dell'articolo 99 della Costituzione, cioè quello con cui si regolamenta il Cnel, spiegando le sue funzioni e la sua composizione. "Il Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro è soppresso", si leggeva in particolare nel testo della riforma costituzionale.

Salvato dal fallimento del referendum di Renzi

Dopo la vittoria dei No, il Cnel è rimasto in piedi. Eppure in campagna elettorale, il M5S aveva proposto il suo 'funerale' tra i punti del programma Affari Costituzionali, spiegando che per eliminarlo fosse sufficiente una legge costituzionale di poche righe. Nessun cenno invece nel programma della Lega.

Ad ogni modo, il Cnel risulta tuttora più vivo che mai, se si considera che proprio nel marzo scorso c'è stata un'infornata di 48 nuovi consiglieri. Arrivati a questo punto, la sua abolizione è tornata ad essere inserita, stavolta nel programma che il M5S e la Lega, in trattativa per il nuovo Governo, hanno stipulato.

Si tratta di un tema ormai ricorrente nella politica italiana e derivante dal fatto che il Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro viene considerato a tutt'oggi agli occhi dell'opinione pubblica un vero e proprio carrozzone di Stato, non essendo riuscito ad assumere la funzione che gli era stata assegnata, ossia quella di rappresentare una vera e propria cerniera tra interessi e istituzioni, tra economia e politica.

Quanto costa

Una sorta di "pensatoio alto" che però fino al 2015 è costata al bilancio dello Stato e quindi dei contribuenti italiani, la bellezza di 19 milioni l'anno, sostiene il Sole 24 Ore che fa il calcolo della dotazione di fondi pubblici messi a disposizione per il suo funzionamento: dagli uffici del presidente e il consiglio di presidenza (500 mila euro) ai compensiper il portavoce e il personale di supporto più gli 80 dipendenti a tempo indeterminato di cui 7 dirigenti. Solo il costo annuo del personale vale 7 milioni di euro. A questa cifra poi vanno sommati i costi per i 64 consiglieri del Cnel e i due vicepresidenti. Ogni consigliere (tutti esponenti del mondo dell'associazionismo imprenditoriale e sindacale) percepisce un'indennità annua di 25 mila euro (41 mila i due vicepresidenti). 

Dal 2015, scrive il Fatto Quotidiano, le cose sono cambiate: consiglieri ridotti a 64 e il consuntivo di 8,7 milioni. Da quell'anno, come ha deciso la Legge di stabilità, sono state infatti cancellate tutte le indennità, i rimborsi spese e i soldi per le varie attività.

E dire che era nato con le migliori intenzioni…

La sua nascita risale a più di cento anni fa quando si chiamava Consiglio Superiore del Lavoro: dopo l'Unità d'Italia, erano stati infatti istituiti i Consigli Superiori in qualità di enti preposti ad aiutare da un punto di vista tecnico i responsabili dei vari dicasteri. Erano poi stati Giuseppe Zanardelli e Giovanni Giolitti a dare impulso al nuovo organismo, un'assemblea nata nel 1903 che nel ventennio della sua esistenza svolse un ruolo incisivo nel promuovere leggi di forte impatto dal punto di vista sociale.

Il CSL venne poi soppresso da Benito Mussolini. Dopo la caduta del fascismo, e con il cambiamento del quadro politico, venne a maturare la nuova Costituzione, che appunto all'articolo 99 prevedeva la nascita del Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro, visto come un organo ausiliario nei confronti del governo e del Parlamento, funzione svolta anche dalla Corte dei Conti e dal Consiglio di Stato.

In particolare il Cnel rispondeva all'esigenza di stabilire un terreno di confronto nel quale l'economia e la politica avrebbero cercato motivi di unione e di comune agire. Il Cnel venne quindi istituito nel 1957, sotto la presidenza di Ruini. Ma una funzione piu' dinamica venne assunta da Piero Campilli, che cerco' di conferire all'ente un ruolo piu' attivo. Tentativo che pure ebbe una certa riuscita negli anni Sessanta ma che poi spinse il Cnel ad un ruolo praticamente marginale tanto che nel 1977 Giulio Andreotti affidò all'ente il compito di autoriformarsi per cercare di dare un senso alla sua esistenza.

La riforma giunse in porto nel 1986, ma venne considerato un tentativo a vuoto, visto che l'organismo non riusci' a riportare la sua attività agli obiettivi originari. 

Moneta virtuale e consumi reali. Minare bitcoin mangia energia. Quanta? Secondo un'analisi di Alex de Vries, economista ed esperto di blockchain, il processo di creazione di criptovaluta oggi consuma 2,55 gigawatt di elettricità. Ma alla fine del 2018 potrebbe schizzare a 7,67 gigawatt. Cioè circa lo 0,5% del consumo elettrico globale e quasi quanto quello di uno Stato come l'Austria. In alcune giornate con “picchi” produttivi, la percentuale potrebbe salire al 5%.

La creazione di bitcoin richiede calcoli complessi. Per completarli, non bastano più dispositivi casalinghi ma vere e proprie “fabbriche” che aggregano capacità di elaborazione. Richiedono però grandi quantità di elettricità, sia per consentire alle macchine di funzionare sia per alimentare i potenti impianti di raffreddamento necessari a tenere bassa la temperatura degli ambienti e dei dispositivi.

Produrre Bitcoin sarà ancora conveniente?

Il tema è ambientale. Ma non solo. La prospettiva di de Vries è soprattutto economica. Se il consumo energetico si moltiplicherà in così poco tempo, vorrà dire che cresceranno con altrettanta velocità le spese di chi “mina” bitcoin, assottigliando così i margini dell'attività. Tradotto: estrarre criptomoneta potrebbe diventare sempre meno conveniente. L'analisi dell'economista non è una condanna. Perché la profittabilità dipenderà dal prezzo futuro di un bitcoin: se aumenterà a un ritmo superiore alle spese, il mining continuerà a produrre guadagni.

E poi ci sono differenze da Stato a Stato. Perché ogni Paese ha un costo dell'energia (e quindi dei processi) differente. Diverse analisi hanno provato a capire quali siano gli Stati più convenienti. In Italia, estrarre un bitcoin costerebbe 10.310 dollari. Cioè già molto di più rispetto al valore attuale della criptovaluta (8300 dollari). In Germania, il costo è ancora superiore (oltre i 14.000 dollari). Altrove, come in Francia (poco sotto gli 8.000 dollari) la produzione rende di più. Ma gli affari migliori si farebbero (tra gli altri) in Cina, Serbia, Bulgaria, Bielorussia, Georgia, Trinidad e Tobago, Zambia. Anche se, per distacco, il Paese più conveniente sarebbe il Venezuela, dove il “costo di produzione” di un bitcoin sarebbe di appena 531 dollari.

Gli effetti collaterali

De Vries sottolinea come, nei prossimi mesi, il “sistema Bitcoin” potrebbe adottare soluzioni capaci di risparmiare energia, come Lightning Network, il protocollo che punta a semplificare le transazioni. “Per il momento però – afferma l'analista – ha un grande problema, che cresce rapidamente”. Senza soluzioni immediate, de Vries ipotizza una possibile deriva. Se la spesa energetica supera i ricavi, potrebbero moltiplicarsi i furti. Cioè gli attacchi informatici che succhiano elettricità e capacità di calcolo dai dispositivi di utenti e grandi organizzazioni per aggregarla e produrre criptomonete.

Un'ipotesi che sembra avvalorata da una recente analisi di F-Secure. Secondo i produttori di antivirus, “l'epoca d'oro dei ransomware” (i malware che bloccano un dispositivo e chiedono un riscatto per “rilasciarlo”) sarebbe finita, anche perché i cyber-criminali hanno preferito virare verso il cryptojacking: software malevoli che non prendono in ostaggio ma violano pc e smartphone per sfruttarli (all'insaputa degli utenti) nell'attività di mining. Gli attaccanti ci guadagnano, tanto non sono loro a pagare le bollette.

 

Sebbene dal 2015 le Regioni e gli enti locali non possano più aumentare le tasse locali per le tasche degli italiani le cose non sono migliorate.

Anzi, segnala una ricerca della Cgia di Mestre, in alcuni casi la situazione è forse peggiorata, visto che in questi ultimi 3 anni le tariffe dei servizi pubblici erogati dagli enti locali sono aumentate del 5,6 per cento, vale a dire oltre 3 volte la crescita dell'inflazione.

"Con lo stop agli aumenti della tasse locali – dichiara il coordinatore dell'Ufficio studi dell'organizzazione mestrina, Paolo Zabeo – molti amministratori hanno continuato ad alimentare le proprie entrate agendo sulla leva tariffaria, incrementando le bollette della raccolta dei rifiuti, dell'acqua, le rette degli asili, delle mense e i biglietti del bus. E tutto ciò, senza gravare sul carico fiscale generale, visto che i rincari delle tariffe, a differenza degli aumenti delle tasse locali, non concorrono ad appesantire la nostra pressione fiscale, anche se in modo altrettanto fastidioso contribuiscono ad alleggerire i portafogli di tutti noi".

Tra il 2015 e i primi 4 mesi di quest'anno, le principali tariffe amministrative applicate dai comuni (certificati di nascita, matrimonio/morte) sono aumentate dell'88,3 per cento.

Quelle applicate dalle società controllate da questi enti territoriali per la fornitura dell'acqua, invece, hanno subito un incremento del 13,9 per cento, quelle della scuola dell'infanzia del 5,1 per cento, le mense scolastiche del 4,5 per cento, il trasporto urbano del 2 per cento e i rifiuti dell'1,7 per cento. L'inflazione, invece, sempre in questo periodo è salita solo dell'1,7 per cento.

"Sebbene da qualche anno ai Comuni siano stati alleggeriti i vincoli di bilancio grazie al superamento del Patto di stabilità interno e abbiano potuto contare su importanti aumenti tariffari – afferma il segretario della Cgia, Renato Mason – le risorse a disposizione dei sindaci risultano ancora insufficienti per rilanciare gli investimenti e le manutenzioni pubbliche. Misure, queste ultime, che sono indispensabili per ridare fiato all'economia locale e, conseguentemente, al mondo delle piccole imprese".

Con molte meno risorse a disposizione a seguito dei tagli ai trasferimenti, sindaci e governatori, almeno fino al 2015, hanno reagito agendo sulla leva fiscale. Successivamente, grazie al blocco delle tasse locali imposto dal Governo Renzi, molti amministratori si sono "difesi" rincarando le tariffe e/o riducendo la qualità e la quantità dei servizi offerti ai cittadini.

A testimoniare la bassa qualità dei servizi pubblici offerti dalla nostra pubblica amministrazione è anche un'indagine elaborata dall'Ue. Su 23 Paesi analizzati, l'Italia si colloca al 17esimo posto per livello di qualità della nostra Pubblica amministrazione.

Oltre ai dati medi nazionali, l'indagine verifica anche le performance di ben 206 realtà territoriali. E tra le migliori 30 regioni europee, purtroppo, non c'è nessuna amministrazione pubblica del nostro Paese.

La prima, ovvero la Provincia autonoma di Trento, si colloca al 36esimo posto della classifica general, seguita dalla Provincia autonoma di Bolzano al 39esimo, Valle d'Aosta al 72esimo e Friuli Venezia Giulia al 98esimo. Pesantissima la situazione che si verifica al Sud: ben 7 regioni del Mezzogiorno si collocano nelle ultime 30 posizioni: la Sardegna al 178esimo posto, la Basilicata al 182esimo, la Sicilia al 185esimo, la Puglia al 188esimo, il Molise al 191esimo, la Calabria al 193esimo e la Campania al 202esimo posto. Solo Ege (Turchia), Yugozapaden (Bulgaria), Istanbul (Turchia) e Bati Anadolu (Turchia), presentano uno score peggiore della Pa campana.

Tra le realtà meno virtuose troviamo anche una regione del Centro, vale a dire il Lazio, che si piazza al 184esimo posto della graduatoria generale. Anche l'Ocse, nel suo "Rapporto economico sull'Italia" del 2017, evidenzia che il cattivo funzionamento della pubblica amministrazione italiana ha effetti molto negativi sulle performance di chi fa impresa, sugli investimenti e sulla crescita della produttività. L'indagine dimostra infatti che la produttività media del lavoro delle imprese è più elevata nelle zone con una più efficiente amministrazione pubblica e sottolinea come nel Sud la situazione abbia raggiunto livelli di criticità molto preoccupanti. 

La Cina definisce “costruttivi” i colloqui in corso con gli Stati Uniti sulla risoluzione delle dispute commerciali, ma smentisce l’offerta da duecento miliardi di dollari per ridurre il surplus con gli Usa, come dichiarato in forma anonima da un funzionario di Washington nelle scorse ore. “Questo rumor non è vero”, ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri Lu Kang in conferenza stampa. 

Lu ha aggiunto, senza scendere nel dettaglio, che i colloqui di Washington tra Cina e Stati Uniti sul commercio, giunti al secondo round dopo il primo svoltosi a Pechino il 3 e 4 maggio scorsi, “a quanto so, sono in corso e sono costruttivi”.

Giunto a Washington, il vice primo ministro cinese con delega agli affari economici e finanziari, Liu He, ha incontrato il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, a cui ha ribadito che la Cina vuole “gestire in maniera appropriata” le divergenze sul commercio con gli Usa per un “reciproco beneficio”, secondo quanto riporta l’emittente televisiva statale cinese, China Central Television.

Pace sul sorgo

In un segnale di distensione, il ministero del Commercio aveva annunciato l’interruzione dell'inchiesta anti-dumping sulle importazioni di sorgo dagli Stati Uniti, che erano soggette, secondo misure temporanee decise il mese scorso a dazi del 178,6%.

La Cina ha deciso di terminare le indagini anti-dumping sulle importazioni di sorgo proveniente dagli Stati Uniti perché “non sono nell’interesse pubblico”.

La decisione è stata annunciata da un comunicato diffuso dal ministero del Commercio, che cita i timori di un aumento dei costi segnalati da chi lavora nel settore e crescenti difficoltà per il settore agricolo.

Le indagini erano state lanciate a febbraio, e il 17 aprile scorso il ministero aveva deciso l’applicazione di una tariffa temporanea anti-dumping del 178% sul sorgo importato dagli Stati Uniti.

Lo scorso anno la Cina ha importato sorgo dagli Usa per 1,1 miliardi di dollari e la decisione di imporre dazi avveniva nel pieno delle tensioni sul commercio tra Cina e Stati Uniti. Il sorgo è utilizzato in Cina sia come mangime che per la produzione di alcolici.

Zte sullo sfondo

L’atmosfera tra Cina e Stati Uniti sul commercio si è rasserenata negli ultimi giorni. I colloqui – che si concluderanno il 19 maggio – seguono all’apertura di Trump, rispetto al caso Zte, oggetto di un bando settennale per la vendita di componenti al gigante della tecnologia cinese sull’accusa di esportazioni illegali verso l’Iran, che verrà preso nuovamente in considerazione dal Dipartimento del Commercio di Washington su richiesta dello stesso Trump. Una decisione che ha tuttavia sollevato le critiche della fronda anti-cinese alla Casa Bianca. 

Nel contratto di Governo tra Lega e M5s è previsto che lo Stato non esca dal capitale di Mps e che "provveda alla ridefinizione della mission e degli obiettivi dell’istituto di credito in un’ottica di servizio".

A spiegare cosa intende la futura coalizione di Governo per 'ottica di servizio', scrive il Sole 24 Ore è stato l’economista della Lega Claudio Borghi che, in un colloquio con Reuters, ha precisato che "significa che tutte le sedi di Mps nelle valli che erano molto utili per l’economia della popolazione toscana, e che in un’ottica di puro e crudo profitto è stato previsto di chiudere, verranno tenute per far sì che la banca faccia un servizio ai cittadini".

La chiusura delle filiali rientra nel piano concordato con la Ue che, in cambio della concessione alla ricapitalizzazione precauzionale da parte pubblica e l’aumento dell’influenza pubblica sul Monte, di cui lo Stato controlla il 68%, e l’accenno critico al 'puro e crudo profitto' ha innescato sul mercato un’ondata speculativa di vendite che hanno portato le quotazioni di Mps a chiudere in ribasso dell’8,86%. 

Crollo in chiusura, debole in apertura

Il titolo è apparso ancora debole nelle prime battute della seduta e dopo un iniziale congelamento sono entrate in negoziazione e con un ribasso dell'1,2% a 2,88 euro, dopo aver toccato anche un minimo a 2,84 euro, corrispondente al -2%.

Il ministro uscente dell’Economia, Pier Carlo Padoan, appena eletto proprio nel collegio di Siena, accusa Borghi, Lega e M5S di aver "immediatamente creato una crisi di fiducia" su Mps, scrive il Corriere, "un fatto molto grave che mette a repentaglio l’investimento effettuato con risorse pubbliche, tirandosi dietro i risparmi degli italiani che a parole si vorrebbero tutelare". Lega e Cinquestelle in questi anni sono stati molto critici verso i governi Renzi e Gentiloni per la gestione della crisi Mps e sul duro piano di ristrutturazione messo a punto con la Bce e l’Antitrust Ue, che ha autorizzato gli aiuti di Stato. Nel 2017 il Tesoro ha immesso 5,4 miliardi in Rocca Salimbeni, arrivando al 68% del capitale. 

Parole in libertà che costano un mucchi di soldi ai contribuenti

Molto critico anche il Fatto Quotidiano, secondo cui "la politica continua a giocare con i soldi altrui in modo del tutto irresponsabile". "Le idee di Borghi, della Lega e dei 5Stelle non sono certo una novità, ma asserire a mercato aperto nel bel mezzo di una trattativa per la formazione del governo che il piano industriale approvato dalla banca è sostanzialmente carta straccia e che il cambio di governance di Mps – “pur non entrando nel contratto” – è “abbastanza probabile, quasi naturale” equivale a creare una vera e propria turbativa di mercato".

Le parole “in libertà” di Borghi, aggiunge il quotidiano che non è certo ostile a M5s, hanno fatto guadagnare un mucchio di soldi a qualcuno e ne hanno fatti perdere tantissimi ai contribuenti che attraverso il Tesoro hanno iniettato come 5,4 miliardi nelle casse di Siena.

 

Mark Zukerberg ha infine accettato di presentarsi davanti al Parlamento europeo per rispondere alle domande di alcuni parlamentari. Ma c’è già polemica sull’incontro – che si terrà a Bruxelles il 22 maggio alle 17.45 ora locale – perché, diversamente dalle due audizioni americane, sarà a porte chiuse. E solo dopo il presidente del parlamento Ue, Antonio Tajani, terrà una conferenza stampa per dire ai media di cosa si sarà discusso.

Proteste per l’incontro a porte chiuse

La decisione di tenere un incontro privato – che, secondo alcuni commentatori discenderebbe da una richiesta della stessa Facebook – ha subito sollevato dubbi e proteste. Il leader del gruppo Alde (Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa), ed ex primo ministro belga Guy Verhofstadt, ha twittato di non voler incontrare Zuckerberg se l’evento avverrà a porte chiuse. “L’incontro deve essere pubblico”. Dispiacere espresso anche dalla commissaria europea alla giustizia e alla tutela dei consumatori, Vera Jourova: “Ci sono più utenti Facebook in Europa che negli Usa, e meritano di sapere come sono trattati i loro dati”, ha twittato.

Sconcerto e proteste anche dai Verdi e dall’Alleanza progressista di socialisti e democratici.

L’annuncio del sì di Zuckerberg era stato dato dallo stesso Tajani in un tweet(); nella dichiarazione del presidente dell’europarlamento si specificava che il Ceo di Facebook avrebbe incontrato i leader dei gruppi politici, della Commissione per le libertà civili, giustizia e affari interni (LIBE), e della conferenza dei presidenti.

Che domande gli faranno?

Ma di cosa si parlerà nell’incontro? Il comunicato di Tajani fa un generico riferimento al “chiarimento di questioni legate all’uso di dati personali”, salvo aggiungere che “particolare enfasi verrà posta sul potenziale impatto sui processi elettorali in Europa”. Purtroppo l’audizione a porte chiuse sarà un grosso limite, anche se di sicuro, oltre che Zuckerberg, salverà alcuni europarlamentari dal rischio di fare le brutte figure dei loro omologhi americani. Anche se almeno alcuni dei nostri politici europei sembrano piuttosto agguerriti e potrebbero andare molto in dettaglio. Magari aiutati dagli esperti. Nel mentre AGI ha sentito direttamente proprio alcuni di questi esperti per chiedere loro: cosa bisognerebbe domandare a Facebook in quell’incontro?

Le domande che si dovrebbero fare

Chris Wolfie, ricercatore austriaco, autore di numerosi dettagliati studi sull’economia dei dati e delle piattaforme (ben da prima dello scandalo Cambridge Analytica), vorrebbe sapere se e come dati sui profili Facebook siano stati condivisi con altre entità, aziende esterne o collegate. Nello specifico:

– Tra il 2012 e il 2018, Facebook ha condiviso dati a livello individuale sui comportamenti o le caratteristiche dei suoi utenti con altri soggetti, al di là di già note funzionalità come le app Facebook? Sì o no?
– Facebook ha accordi con altre entità per condividere dati che includano il collegamento (matching) di profili individuali? Con chi, quanti e per quale scopo?

Michael Veale è un ricercatore in privacy, machine learning e protezione dei dati all’University College di Londra, e da tempo è un punto di riferimento su GDPR e piattaforme, intervistato da media britannici e americani. Tre le domande che farebbe:

– Facebook ha annunciato la funzione Clear History per cancellare la cronologia della navigazione web raccolta attraverso i tracker di Facebook  (i tracker sono strumenti invisibili per tracciare gli utenti online e quelli Facebook coprono il 29 per cento del traffico web). Ma ora per la legge europea gli individui devono poter anche accedere ai dati che sono in grado di cancellare, e devono poterli scaricare. Finora Facebook ha usato una clausola della legge irlandese per evitare tutto ciò, dicendo che si trattava di  uno sforzo sproporzionato, ma col GDPR la clausola sparisce. Dunque gli utenti Facebook potranno scaricarsi questi dati specifici oltre che cancellarli?
– Facebook ha intenzione di chiedere il consenso anche per l’uso di dati personali sensibili (politica, religione, sesso) che deduce dalle azioni degli utenti (ad esempio dai Like)? La domanda nasce dal fatto che finora il social chiede il consenso solo per i dati che gli utenti inseriscono esplicitamente non per quelli individuati attraverso le loro attività. Eppure questo è un campo vasto e spericolato come dimostrato da una recentissima inchiesta del Guardian e della tv danese che mostra come gli inserzionisti possano inviare pubblicità mirate agli utenti Facebook sulla base di interessi collegati a religione, sessualità e politica, dedotti dalle loro azioni.
– Facebook permetterà agli utenti di scegliere di non far usare i loro post per la profilazione e la pubblicità targettizzata?

Guido Scorza, noto avvocato, docente di diritto delle nuove tecnologie, membro dell’unità di missione per l’attuazione dell’agenda digitale italiana della Presidenza del Consiglio dei Ministri, farebbe invece le seguenti domande a Zuckerberg:

– Quanto investe Facebook in attività direttamente correlate alla protezione della privacy dei loro utenti in proporzione al suo fatturato?

– Quale è la tariffa media oraria dei moderatori che usano per hate speech e fake news e quali sono i loro curricula?

– Perché non utilizzano un po’ della tecnologia che hanno per rendere davvero usabili due funzionalità fondamentali: la dashboard privacy&informativa e la mappatura per sapere “chi usa i miei dati”?

Chissà se i parlamentari Ue presenti all’incontro faranno alcune di queste domande. Almeno, come proposto da qualcuno, potrebbero fare una diretta su Facebook.

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