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AGI – A maggio, dopo il rallentamento di aprile, “l’inflazione torna ad accelerare salendo a un livello che non si registrava da novembre 1990”. Lo sottolinea l’Istat, rilevando che il mese scorso l’indice nazionale dei prezzi al consumo sale dello 0,8% su base mensile e del 6,8% su base annua (da +6,0% del mese precedente).

Spiega l’Istat: “Gli elevati aumenti dei prezzi dei Beni energetici continuano a essere il traino dell’inflazione (con quelli dei non regolamentati in accelerazione) e le loro conseguenze si propagano sempre piu’ agli altri comparti merceologici, i cui accresciuti costi di produzione si riverberano sulla fase finale della commercializzazione. Accelerano infatti i prezzi al consumo di quasi tutte le altre tipologie di prodotto”.

Carrello della spesa quasi ai livelli del 1986

In particolare accelerano a maggio i prezzi al consumo di quasi tutte le tipologie di prodotto, con gli alimentari lavorati che fanno salire di un punto la crescita dei prezzi del cosiddetto ‘carrello della spesa’, che si porta a +6,7% (da 5,7%), come non accadeva dal marzo 1986 (quando fu +7,2%).

Lo rileva l’Istat, spiegando che corrono anche i prezzi dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto, che passano da +5,8% a +6,7%. Nel dettaglio, su base congiunturale, crescono sia gli Alimentari lavorati (+1,3%) sia gli alimentari non lavorati (+1,1%). 

AGI – I mercati sono deboli, incerti, contrastati e molto volatili, in attesa delle decisioni di oggi della Federal Reserve. Gli investitori si aspettano che la Fed aumenti i tassi di tre quarti di punto, più dell’incremento di mezzo punto che la banca centrale aveva preannunciato, e si aspettano anche che nei prossimi mesi l’istituto continuerà ad agire in modo molto aggressivo per ridurre l’inflazione galoppante.

“Anche se la Federal Reserve dovesse aumentare oggi il costo del denaro dello 0,75% e di altri 50 o 75 punti base nei prossimi due mesi ,il mercato è ancora davanti alla Fed abbastanza significativamente” commenta Timothy Lesko, strategist di Mariner Wealth Advisors.

A spaventare i mercati è il rischio che tutte queste, pur necessarie, strette, spingano in recessione l’economia Usa nel prossimo anno e lo facciano in modo ancora più rapido in Europa. Tutti questi fattori, insieme alla guerra e ai prolungati lockdown in Cina, stanno mandando in tilt i mercati azionari e quelli obbligazionari.

In fibrillazione il fronte valutario, con il biglietto verde che svetta ai massimi da 20 anni. “In un contesto di inflazione alle stelle, tassi in aumento e crescenti preoccupazioni di recessione, l’S&P 500 ha avuto il suo peggior inizio dell’anno dal 1962”, osservano gli analisti di Goldman Sachs, secondo i quali anche “un eventuale picco di inflazione non sarà probabilmente sufficiente a vedere il fondo di questa fase ribassista, che potrà terminare solo quando la Fed tornerà a una politica più accomodante”.

I mercati si aspettavano chiarimenti dalla Bce sullo scudo anti-spread, ma è servito a poco l’intervento di Isabel Schnabel, membro tedesco moderato del Board, la quale si è limitata ad assicurare che l’istituto non tollererà spread a livelli di guardia.

L’Opec ha confermato le sue previsioni secondo cui la domanda globale di petrolio supererà i livelli pre-pandemia quest’anno, nonostante i venti contrari della guerra in Ucraina e dei nuovi lockdown anti-Covid. Intanto negli Usa si cercano rimedi per frenare l’inflazione, che rischia di pesare duramente sul voto dem alle elezioni di midterm.

La Casa Bianca non ha escluso una tassa sugli utili in eccesso per le compagnie petrolifere, mentre il senatore democratico Ron Wyden – alleato del presidente Biden – sta lavorando a un piano per imporre tasse federali del 42% sui profitti in eccesso alle società che registrano un margine di profitto superiore al 10%. 

AGI – Si prospetta un martedì incerto per i mercati dopo un lunedì nero e in attesa domani di una ‘bollente’ riunione della Fed.

A raggelare le attese, la scorsa settimana, hanno contribuito le comunicazioni della Bce e l’andamento dei prezzi al consumo negli Usa, mentre domani la Fed potrebbe decidere un incremento dei tassi di 50 punti base, o addirittura di 75 punti.

E di qui a fine anno i mercati ora prezzano il Fed fund al 3,4% dall’attuale forchetta tra lo 0,75% e l’1%.

Intanto in Asia i listini restano in rosso, mentre i future a Wall Street e in Europa provano il rimbalzo, dopo che ieri a New York lo S&P 500 ha perso quasi il 4% ed è entrato nella fase ‘Orso’ essendo calato del 20% dai massimi del 3 gennaio, mentre la curva dei rendimenti dei Treasury si è brevemente invertita per la prima volta da aprile, un segnale che sui mercati è considerato l’anticamera di una recessione, che potrebbe arrivare nel prossimo anno o nel 2024.

Ad alimentare le preoccupazioni per la crescita globale contribuisce anche l’emergenza Covid in Cina, dove c’è il rischio di nuovi lockdown.

La Borsa di Tokyo cala di un punto e mezzo percentuale, mentre quella di Shanghai perde circa l’1% e Hong Kong arretra.

“Alta inflazione, crescita rallentata e tassi in rialzo sono dannose per l’azionario” commentano in una nota gli analisti di Anz.

In rialzo di oltre un punto percentuale i future a Wall Street, dopo il tonfo di ieri, con il Nasdaq giù del 4,68% e il Dow Jones a -2,79%.

Pesanti le mega cap, con Apple che ha perso il 3,83%, Microsoft il 4,24%, Alphabet il 4,29%, Amazon il 5,45%. A rotoli anche l’obbligazionario, con il rendimento del Treasury a 10 anni salito fino al 3,44%, il livello più alto dal 2011, mentre quello a 2 anni, che è il tasso che più ricalca le aspettative sui tassi di interesse, avanza al 3,22%.

In Europa I future sull’EuroSotoxx 50 crescono di circa mezzo punto percentuale, dopo che ieri Milano ha chiuso a -2,79%, bruciando circa 10,2 miliardi di euro di capitalizzazione.

Allarme rosso anche sul fronte obbligazionario, dopo che la Bce la settimana scorsa si è mostrata più ‘falco’ del previsto, preannunciando un aumento di 25 punti base a luglio e 50 a settembre senza indicare uno scudo salva-spread. Ieri il differenziale tra il Btp e in Bund è volato a 248 punti, con il rendimento del decennale balzato sopra il 4%, sui massimi da dicembre 2013, mentre il Bund a 10 anni ha toccato l’1,6%, il top dal 2014.

“La stagflazione è uno scenario possibile” ha avvertito il ministro delle Finanze tedesco Christian Lindner, mentre Julian Howard, direttore degli investimenti del fondo Gam è stato altrettanto pessimista per l’altra sponda dell’Atlantico: “Penso che con un’inflazione come questa, la Fed sarà costretta a spingere forte sui tassi e che questo causerà un rallentamento economico”.

“A breve termine – aggiunge – si mette male per gli investitori, che non hanno nessun posto dove rifugiarsi, a parte il cash, almeno per ora”. Intanto sui mercati valutari non c’è attesa solo per la Fed, ma anche per la Boe di giovedì e per la Boj di venerdì. La sterlina è crollata dell’1,3% e vale meno di 1,22 dollari, depressa dalle preoccupazioni per l’economia del Regno Unito. Lo yen ha toccato un minimo da 24 anni intorno a quota 135 sul dollaro e l’euro resta debole non molto sopra 1,04 dollari.

In picchiata il Bitcoin che crolla del 20%, sotto 22.000 dollari e, più in generale perde il 50% del suo valore dal picco del 2021, mentre Ethereum è giù del 65%. A scatenare la fibrillazione degli investitori la scelta di Celsius, la principale società statunitense di prestito del settore, che ha congelato prelievi e trasferimenti citando condizioni “estreme”. Piatto il prezzo del petrolio in Asia, che comunque viaggia su livelli molto elevati per i timori sulle riduzioni dei rifornimenti e sulla tenuta della domanda cinese.

Il Wti e il Brent sono rispettivamente sopra 120 e sopra 122 dollari al barile. Oggi in Germania escono i dati finali sull’inflazione di maggio e quelli dell’indice Zew a giugno. Negli Usa saranno pubblicati i prezzi alla produzione di maggio.

A Ginevra, fino a domani, il Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio, tiene il suo primo incontro interministeriale da quasi cinque anni, in una fase in cui il commercio mondiale è in forte rallentamento per via della guerra in Ucraina. Lo ha sottolineato anche Mario Draghi, intervenendo alla riunione interministeriale dell’Ocse: “I nostri sforzi per prevenire una crisi alimentare devono partire dai porti ucraini del Mar Nero. Dobbiamo sbloccare milioni di tonnellate di cereali bloccati lì a causa del conflitto. Gli sforzi di mediazione delle Nazioni Unite sono passi significativi e penso, purtroppo, gli unici”. 

Domani la palla passa alla Fed, poi a Boe e Boj

Domani toccherà alla Fed fare le sue mosse. La banca centrale Usa ha già aumentato i tassi di interesse di tre quarti di punto percentuale quest’anno, avvantaggiandosi sulla Bce. A giugno e luglio i mercati davano per scontato due rialzi dei tassi di mezzo punto percentuale l’uno e un altro, sempre dello 0,50% a settembre. Tuttavia l’impennata all’8,6% dell’inflazione Usa a maggio rimescola un po’ le carte e ora, secondo diverse banche Usa, la Fed potrebbe innalzare fin da giugno o luglio i tassi allo 0,75%.

Bloomberg stima al 50% le probabilità che questo accada a luglio. Intanto di qui a fine anno i mercati ora prezzano il Fed fund al 3,4% dall’attuale forchetta tra lo 0,75% e l’1%, mentre Goldman prevede tre rialzi dei tassi Fed di 50 punti base a giugno, luglio e settembre e due aumenti di 25 punti base a dicembre e gennaio. L’impatto negativo che dei rialzi dei tassi così aggressivi potranno avere sulla crescita, rallentandola, in questa fase sembra interessare relativamente la Fed, che è tutta concentrata sulla riduzione dell’inflazione.

“Questa è la priorità – commenta Cesarano – in questa fase non c’è tempo per pensare alla crescita”. Inoltre mercoledì sono attesi anche i dot plot, quei puntini che prevedono i futuri movimenti dei tassi Fed. In particolare i riflettori saranno puntati sul tasso medio a lungo termine della Federal Reserve, che oggi è al 2,40% e che potrebbe essere rialzato. Con i previsti tre rialzi consecutivi di mezzo punto percentuale, la forbice del Fed Fund a settembre salirebbe tra il 2,25% e il 2,50%, attestandosi quindi già a settembre al livello di equilibrio.

Dopo la Fed, giovedì la Banca d’Inghilterra dovrebbe alzare i tassi di altri 25 punti base, o anche di 50 punti base, per tenere a bada un’inflazione che corre al ritmo più veloce degli ultimi quarant’anni, coi prezzi al consumo, che nel Regno Unito sono aumentati del 9% su base annua ad aprile, più di quattro volte l’obiettivo. La Boe ha già gradualmente rialzato i tassi, portandoli all’1% in quattro mosse consecutive da dicembre scorso. E venerdì la Boj continuerà nella sua solitaria battaglia accomodante, andando controcorrente rispetto a tutte le altre banche centrali globali e continuando così a sacrificare lo yen, che è ai minimi da 20 anni sul dollaro.

Ue: valutiamo ripresa procedura infrazione contro Gb

Intanto l’Ue fa sapere che “non rinegozierà il Protocollo” per l’Irlanda del Nord con il Regno Unito sottoscritto negli accordi per il post Brexit. Lo ha dichiarato il vice presidente della Commissione europea, Maros Sefcovic, in merito alla decisione del governo del Regno Unito di presentare una legge che disapplica unilateralmente gli elementi fondamentali del Protocollo. La Commissione valuterà ora “la possibilità di continuare la procedura d’infrazione avviata contro il governo del Regno Unito nel marzo 2021”.

Blackrock estende diritto di voto in assemblea ai clienti

Il più grande gestore patrimoniale del mondo, ha dichiarato lunedì che i clienti che possiedono quasi la metà dei suoi 4,9 trilioni di dollari di asset di indici azionari sono ora liberi di controllare il modo in cui vengono espressi i voti alle assemblee annuali delle società in cui investono i loro fondi.

La mossa segna un’espansione del programma ‘Voting Choice’ di BlackRock, lanciato lo scorso ottobre dalla società con sede a New York, che gestisce circa 10.000 miliardi di dollari di asset, e che mira ad offrire ai clienti istituzionali più voce in capitolo sui temi che stanno loro a cuore. Il programma arriva in un periodo tumultuoso per il gestore patrimoniale, che si trova ad affrontare critiche negli Stati Uniti e altrove per il modo in cui vota per conto dei clienti su temi quali il cambiamento climatico, la diversità e la retribuzione dei dirigenti.

“Il programma Voting Choice di BlackRock è una novità assoluta nel settore, ma lo consideriamo solo un inizio”, ha dichiarato Salim Ramji, Global Head of iShares and Index Investments in un comunicato. “La nostra ambizione è quella di rendere la scelta di voto conveniente ed efficiente per tutti gli investitori, e stiamo lavorando con i responsabili politici e i partecipanti al settore in tutto il mondo per estendere la scelta di voto per i nostri clienti”. 

India, l’economia mette il turbo ma crea pochi posti di lavoro veri

Per il Fmi l’economia indiana è prevista in crescita dell’8,1% quest’anno e del 6,9% nel 2013, dopo il +8,9% dell’anno scorso. Un numero crescente di indiani guadagna da vivere nel è stato colpito negli ultimi mesi da un’elevata inflazione, soprattutto nei prezzi dei prodotti alimentari. Per il New York Times, si tratta del ritmo di crescita più alto del mondo.

L’export è ai massimi storici. I profitti delle società quotate in borsa sono raddoppiati. I consumi post-pandemici della classe media in auto, immobili, intrattenimento e vacanze non sono mai stati così alti.

Tuttavia, come è tipico dell’India, i benefici di questi voraci consumi non vanno oltre il limite circoscritto della classe media, la cui dimensione è piuttosto modesta poiché oscilla tra il 10% e il 30% della popolazione.

E questo perché buona parte della classe media indiana verrebbe considerata povera nei Paesi avanzati, visto che solo un indiano su 45 possiede un’auto e che per 9 indiani su 10 l’ultimo modello dell’iPhone costa l’equivalente di sei mesi di stipendio. Inoltre, secondo il New York Times, l’alta crescita del Pil non si sta ancora traducendo nella creazione di posti di lavoro sufficienti ad assorbire le ondate di giovani istruiti che entrano ogni anno in India nella forza lavoro.

E questo sia perché, come rileva Oxfam, la pandemia ha ingrandito la divisione tra ricchi e poveri, gettando decine di milioni di indiani nella povertà, sia perché un gran numero di indiani, pari secondo le stime più attendibili oscilla tra il 40% e il 70% della forza lavoro, si guadagna da vivere nel settore informale, una zona grigia composta da ambulanti, precari, contadini stagionali, che negli ultimi mesi è stata colpita da un’elevata inflazione, legata soprattutto all’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari. 

AGI – Tira una gran brutta aria per i mercati in avvio di settimana, in attesa della riunione della Fed e dopo le turbolenti sedute per l’impennata dell’inflazione Usa, schizzata all’8,6% a maggio. Rincarano la dose le mosse da ‘falco’ della Bce, che hanno lasciato gli spread senza rete, e il rischio di stagflazione alle porte.

Affondano i listini asiatici, i future a Wall Street e in Europa sono in rosso, il prezzo medio della benzina Usa supera per la prima volta i 5 dollari al gallone, il biglietto verde balza a 135 yen, il massimo da 20 anni e volano i rendimenti dei T-bond, col 10 anni che tocca il 3,2% e il 2 anni che lo tallona al 3,16%, il top da 14 anni, riproponendo l’azzeramento della curva dei rendimenti e l’incubo dell’inversione, che per i mercati è un segnale di rischio di recessione a più stretto giro di posta.

Spread e bitcoin

Segnali importanti arrivano anche dallo spread. Ad inizio seduta lo spread tra Btp italiani e Bund tedeschi s’impenna a 238 punti, toccando il top dal maggio 2020. Il tasso di rendimento dei titoli italiani tocca il 3,882%, in rialzo dello 0,95%.

Bitcoin in caduta libera. Il valore della criptovaluta è sceso di oltre il 6% fino a 24.888 dollari, ai minimi di 18 mesi. L’Ether, la seconda criptovaluta al mondo, e’ calata di oltre l’8% a 1.311 dollari, il minimo da marzo 2021.

Il settore e’ sotto pressione da tempo e la società di prestito di criptovalute Celsius Network ha dichiarato che sospenderà i prelievi e i trasferimenti tra conti a causa delle “condizioni estreme del mercato”.

La settimana

Questa settimana si prospetta ‘bollente’ per i mercati, con l’evento clou del vertice Fed in agenda per mercoledì. Dopo la Bce, la palla passa alla banca centrale Usa che, dopo aver già rialzato i tassi di tre quarti di punto quest’anno, si appresta a varare almeno tre nuove strette di qui a settembre, tutte di almeno mezzo punto l’una e una delle tre, probabilmente quella di luglio, dello 0,75%.

In calendario giovedì e venerdì anche la Boe e la Boj, mentre in Francia, a due mesi dalla conferma alla presidenza di Emanuel Macron, bisognerà attendere il secondo turno delle legislative in programma domenica prossima per sapere se Macron potrà mantenere la maggioranza assoluta.

Intanto oggi in Asia Tokyo crolla del 3%, il calo più forte dal gennaio scorso, sulla scia dell’indebolimento dello yen e di quello di Wall Street. Male anche Hong Kong, giù di oltre il 3% e Shanghai che arretra di oltre un punto percentuale, mentre torna l’incubo dei lockdown a Pechino, dove nel quartiere di Chaoyang, il più popoloso della capitale, sono stati annunciati tre nuovi turni di test di massa per fermare dei focalai di Covid emersi in un bar e in una zona commerciale la scorsa settimana.

Inoltre, sempre a Pechino, la maggior parte dei bambini non tornerà a scuola questa prossima settimana, dopo che la nuova ondata di Covid-19 ha spinto le autorità a revocare la decisione di riprendere l’insegnamento in presenza.

L’analisi dell’esperto

I future a Wall Street cedono di oltre un punto percentuale. “L’inflazione – commenta Antonio Cesarano, chief global strategist di Intermonte – continua a mordere ed alle banche centrali non rimane altro che provare a curarla a colpi di machete sulla crescita, con forti rialzi tassi e meno liquidità. Prevedo dunque altre turbolenze in arrivo sui mercati. Il problema è che e’ cresciuto il rischio stagflazione, che e’ la cosa peggiore che ci potesse capitare”.

“L’unico dubbio – aggiunge – riguarda la parola ‘stag’: non è ancora chiaro se sta per rallentamento o per recessione. Io propendo per la recessione, che comunque, se ci sarà, in Europa lo vedremo nel prossimo semestre, almeno per alcuni Paesi, mentre per quanto riguarda gli Usa lo capiremo l’anno prossimo”.

Anche i future sull’EuroStoxx 50 perdono oltre un punto percentuale, dopo il bagno di sangue di venerdi’ scorso, che ha visto Milano finire ko a -5%, il tasso sui Btp volare al 3,8%, il massimo dal 2014, e lo spread che corre il serio rischio di superare presto quota 250 punti.

“La Bce non ha considerato urgente la questione degli spread – spiega e Cesarano, – ma si è focalizzata sull’intenzione di rialzare i tassi dello 0,25% a luglio e molto probabilmente dello 0,50% a settembre. I ‘falchi’ hanno preso in mano le redini del gioco e Lagarde li ha lasciati fare“.

Mercoledì prossimo è previsto un nuovo intervento della Lagarde e vedremo cosa avrà da dire. Da ieri al 15 giugno il Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio, terrà a Ginevra il suo primo incontro interministeriale da quasi cinque anni, in una fase in cui il commercio mondiale è in forte rallentamento per via della guerra in Ucraina.

Venerdì è previsto il parere della Commissione Ue sulla concessione dello status di candidato Ue all’Ucraina. Oggi ci sarà una prima riunione dei Commissari sul dossier. Secondo la stampa tedesca, Draghi, Macron e Scholz sono pronti ad andare insieme a Kiev per incontrare Zelensky prima del vertice del G7 in programma dal 26 giugno. Intanto l’euro resta sotto quota 1,05 dollari e il prezzo del petrolio cala in Asia, anche se il Brent resta sopra 120 dollari al barile.

 

AGI – Le bollicine saranno l’elemento trainante, con ricavi attesi a +5,7% ed esportazioni a +7,5 per cento. Ma non è tutto: export e spumanti spingeranno la crescita dei fatturati dei maggiori produttori di vino italiano nel 2022 fino a quasi il 5%. La previsione e la stima incoraggiante è contenuta nell’ultima indagine sul settore vinicolo nazionale realizzata dall’Area Studi di Mediobanca, dalla quale emerge un quadro generalmente positivo, a confermare la capacità dimostrata dal settore di saper reagire alla congiuntura economica negativa provocata dalla pandemia da Covid-19.

E ora, nonostante l’aumento dei prezzi dovuto al conflitto russo-ucraino sia destinato a pesare sulla fiducia globale e sui costi per le imprese, il nuovo scenario internazionale, come scrivono gli stessi analisti di Piazzetta Cuccia, sembra non compromettere i fatturati del vitivinicolo, dal momento che le attese per l’anno in corso lasciano intravedere un aumento di vendite complessive del 4,8%, con un +5,6% per le sole esportazioni.

Insomma, c’è più che ottimismo per il prossimo futuro. Non solo nelle stime di Mediobanca ma anche tra i principali produttori italiani, che già nel corso del 2021 hanno registrato un incremento dei ricavi del 14,2% (+14,8% mercato interno, +13,6% estero). Il 95,8% hanno dichiarato un incremento del fatturato complessivo, di cui oltre metà a doppia cifra. E per i mesi a venire, almeno 9 imprese su 10 prevedono di incrementare i ricavi, con un 23,3% che si attende una crescita a doppio numero.

E fiducia e ottimismo si ritrovano in misura maggiore in chi fa più ricorso alla vendita diretta, soprattutto sull’online, e in chi concentra il proprio business estero sul mercato europeo. Le spa e le srl (+7,2%) sono più ottimiste delle cooperative (+2,9%) per il 2022 mentre aspettative più caute si registrano a causa dall’incertezza sugli aumenti dei prezzi dei vini soprattutto nella grande distribuzione.

Infatti, nei gruppi che prevedono un calo di fatturato, il 76,9% delle vendite deriva dal canale off trade (Gdo e dettaglio), la cui quota scende al 45,5% per quelli con attese di rialzo dei fatturati.

Ma guardando al biennio precedente, 2020-2021, gli analisti di Mediobanca sottolineano che le tendenze registrare nel corso dell’ultimo anno si chiamano “premiumizzazione” e “sostenibilità” in quanto la ripartenza del “fuori casa”, dovuta all’allentamento dei divieti dovuti al progressivo rientro degli effetti della pandemia, ha finito con lo spingere le vendite dei vini di fascia alta rispetto a quella più bassa.

Con il risultato che i vini Icon fanno +33,2% e la loro quota passa dall’1,8% del 2020 al 2,1% del 2021. A doppia cifra, puntualizza Mediobanca, anche tutti gli altri segmenti di fascia premium (premium +14,5%, super premium +24,5%, ultra premium +32,7%). Nel mentre i vini cosiddetti “basic” crescono meno (+8,7%) e vedono la loro quota di mercato scendere al 52%, dal 53,7% del 2020).

Le società con maggiore specializzazione su vini più economici sono risultate invece svantaggiate: i gruppi in calo vendono vini “basic” per l’82,2% del fatturato. Il trend 2021 ha confermato anche la maggiore attenzione che c’è per la sostenibilità, la salubrità e il rispetto per l’ambiente in generale. Tant’è che il quadre che emerge ribadisce l’interesse per i vini biologici che, pur ancora una nicchia (3,3% delle vendite totali 2021), sono cresciuti dell’11%. Guadagnano terreno anche i vini vegani (+24,8%), che valgono il 2,2% del fatturato, e pure i vini cosiddetti “naturali” (+6,9%) e i biodinamici (+2,4%) ma con un peso che continua a restare un po’ marginale sul mercato complessivo.

 

AGI – Gli errori della Bce e l’aumento dei prezzi delle materie prime condurranno probabilmente a una recessione. Lo afferma all’AGI Gianclaudio Torlizzi fondatore di T-Commodity sottolineando che “al momento ci sono solo segnali molto preoccupanti che potrebbero portare a una recessione il prossimo anno. Le sanzioni verso la Russia e le politiche green manterranno al rialzo i prezzi delle materie prime con conseguenze sull’inflazione”.

E quando in Cina termineranno i lockdown dovuti al Covid il petrolio potrà avvicinarsi ai 200 dollari al barile. Torlizzi evidenzia che “l’aspetto più critico delle decisioni di ieri della banca centrale europea riguarda il modo in cui è stato comunicato l’eventuale adozione di un backstop per contenere gli spread. Il punto di criticità riguarda il fatto che la Bce abbia solo vagamente accennato a questo strumento senza però formalizzarlo.

Questo spingerà gli operatori finanziari a ‘vedere il bluff’, cioè quale sarà il livello di tolleranza dell’Eurotower prima di implementare effettivamente lo strumento. Purtroppo dalla riunione di ieri sono scaturite dinamiche di ulteriore ampliamento degli spread e in particolare di quello italiano e di quello spagnolo nei confronti del Bund”. Tutto questo indebolirà l’euro con effetti sull’import e quindi sull’inflazione.

“Avremo nei prossimi mesi – analizza Torlizzi – un ulteriore ribasso della moneta europea nei prossimi mesi con un possibile raggiungimento della parità nei confronti del dollaro e quindi anche il mancato effetto calmiere sull’inflazione. Perchè con un euro che si deprezzerà ulteriormente il costo della materia prima che noi importiamo dall’estero aumenterà”.

Di conseguenza, osserva il fondatore di T-Commodity, “il modo in cui la Bce ieri ha gestito la pratica è stato deludente e avrà ripercussioni negative non solo sul nostro spread e quindi sui costi di finanziamento del debito italiano ma ci sarà un effetto a cascata sull’Eurozona nel suo insieme perchè andrà ad alimentare le pressioni inflazionistiche che sono destinate a rimanere forti anche nei prossimi mesi a causa di una serie di elementi”.

In particolare, spiega l’esperto, “il primo motivo è legato al fatto che sull’energia il livello delle sanzioni spingerà la Russia a compensare il calo dei volumi con un taglio produttivo. Questo lo abbiamo già visto nel caso del gas: l’export russo verso l’Europa è sceso di circa il 30% da inizio anno eppure il prezzo del gas al TTf ha una media parziale oggi di 98 euro/Mwh contro la media del 2021 che era di 48 euro. E sul petrolio accadrà la stessa cosa. Il Brent veleggia stabilmente sopra i 120 dollari al barile perchè l’effetto delle sanzioni ha più che compensato il leggero aumento produttivo dell’Opec+ e anche l’immissione delle riserve annunciato dalla amministrazione Usa”.

C’è poi la questione climatica con l’Europa che si è posta obiettivi assolutamente ambiziosi. “Un altro aspetto cruciale- osserva l’esperto – è la mancata revisione dei piani climatici che rivestono un ruolo enorme nel rendere più tesa di quanto già non sia l’offerta nel comparto delle materie prime. Oggi il settore energetico si trova sottoposto a una duplice sollecitazione: da un lato deve gestire il prezzo dopo le sanzioni alla Russia che si tradurranno in un calo di produzione per compensare il calo dei volumi”.

In secondo luogo, prosegue, “la conferma dei piani climatici disincentiva le major oil&gas da nuovi investimenti. Il fatto di perseguire, allo stesso tempo, l’affrancamento dalle fonti russe e obiettivi climatici ancora più ambiziosi (come emerso dalla decisione del Parlamento europeo sullo stop alla vendita di auto a combustione a partire dal 2035) sta facendo fare un ulteriore salto di qualità sul fronte della riduzione della CO2 ma allo stesso tempo sono due elementi che messi insieme rappresentano una miscela esplosiva per il comparto energetico e che contribuiranno a far rialzare i prezzi ulteriormente”.

“Non solo in Europa ma anche negli Usa dove il prezzo della benzina è arrivato a 5 dollari al gallone e che rappresenta un problema politico per l’amministrazione Biden per la quale tuttavia le politiche green restano un elemento cardine della propria politica. L’amministrazione non vuole ammettere quanto le scelte climatiche stiano incidendo sulla produzione petrolifera e di gas. Dopo 2 anni di mercato in rialzo non c’è un segnale concreto di un aumento della produzione di petrolio, di gas o di metalli. Questo manterrà al rialzo i prezzi delle materie prime. L’unico elemento che sta impedendo che il petrolio superi i 150 dollari sono i lockdown in Cina. Ma quando la Cina si riprenderà economicamente il Brent potrà avvicinarsi a 200 dollari al barile”.

Di conseguenza, ad oggi “non ci sono elementi oggi per pensare a un raffreddamento del prezzo delle materie prime, non ne vedo, se non quello di una profonda recessione. Anche le decisioni dei governi di adottare stimoli e sostegni sul fronte fiscale per compensare l’effetto delle bollette è comprensibile, a livello politico e sociale, ma andrà a rinviare ulteriormente l’effetto di distruzione della domanda che rappresenta oggi l’unico elemento che puo’ raffreddare i prezzi”.

“L’aspetto ancora più preoccupante – spiega – è che nel dibattito sia mancato, con l’unica eccezione del ministro Giorgetti, un accenno al ruolo che l’offerta deve avere per scongiurare l’impennata dell’inflazione”.

“Tutto il dibattito si focalizza sulla domanda ma non si fa accenno al vero elemento che puo’ raffreddare l’inflazione ovvero l’aumento della capacità produttiva. Questo è il punto chiave e se non lo capiamo si conferirà solo alla distruzione della domanda il ruolo di abbassare i prezzi, pagando lo scotto di una recessione. L’aspetto preoccupante è la totale assenza dal dibattito di questi elementi”, conclude Torlizzi.  

AGI – È stato un giovedì nero per i mercati che decisamente non hanno gradito la road map tracciata dalla Bce e hanno preferito coprirsi in vista dell’atteso dato sull’inflazione negli Stati Uniti a maggio, che la Casa Bianca ha già preannunciato sarà molto elevata. Oggi potrebbe dunque essere un giorno ancora più nero per le Borse e per l’obbligazionario anche se i listini asiatici sono misti, così come i futures a Wall Street e in Europa, mentre il rendimento del Treasury a 10 anni è stazionario sopra il 3%.

Tutto in giornata ruoterà intorno al dato sull’inflazione Usa, che a maggio è prevista ferma all’8,3%, mentre quella ‘core’, al netto di energia e beni alimentari, dovrebbe rallentare dal 6,2% al 5,9%. Da mesi economisti e investitori si augurano che l’inflazione a Stelle e Strisce abbia raggiunto il picco. Per cui le oscillazioni in un senso o nell’altro dei dati odierni potranno creare grandi movimenti sui mercati.

“Mi aspetto che i prezzi segnino un nuovo picco a maggio, a causa dei rialzi di benzina, cibo e costi dei viaggi, saliti per la guerra in Ucraina e per quella che si preannnuncia la prima estate ‘Covid-free’ negli Usa dal 2019″, commenta, in una nota ai clienti, Jose Torres, economista senior di Interactive Brokers. “Prevedo per maggio un rialzo all’8,6% per i prezzi al consumo a al 6,2% per quelli ‘core'”. E, se le stime di Torres dovessero essere confermate, si preannuncia un altro brutto giorno per gli investitori dell’azionario e dell’obbligazionario.

La Borsa di Tokyo arretra di quasi un punto e mezzo percentuale, nonostante la Camera Bassa abbia respinto una mozione di sfiducia contro il governo Kishida. A rendere nervoso il Nikkei sono i dati sull’inflazione nipponica. A maggio l’ascesa dei prezzi alla produzione in Giappone ha rallentato, passando dal 9,8% al 9,3%, anche se i prezzi import, trainati dalle materie prime e dall’indebolimento dello yen, sono saliti dal 42,2% al 43,3%.

In calo anche Hong Kong, mentre è in rialzo listino di Shanghai, che guarda con maggiore ottimismo alla ripresa economica in Cina, anche se le autorità preannunciano nuovi parziali lockdown a Shanghai e Pechino. I future a Wall Street sono in lieve rialzo, dopo aver chiuso in profondo rosso, con il Nasdaq in calo del 2,75%, sulla scia del bagno di sangue dei big tecnologici, innervositi dalle impennate dei T-bond.

In lieve calo i future sull’EuroStoxx, dopo che la fine del quantitative easing della Bce e quella dell’era dei tassi zero ha mandato giù le Borse europee ieri e fatto schizzare lo spread tra Btp e Bund quasi a 230 punti.

mercati hanno decisamente interpretato come mosse da “falco” quelle della banca centrale europea: fine dal primo luglio del piano di acquisti, rialzo di 0,25 punti a giugno, poi un successivo ritocco a settembre, ancora da definire ma che potrebbe anche essere di mezzo punto percentuale. Oltre settembre la Bce è incline a intraprendere un percorso più graduale, meno aggressivo di quello della Fed, ma comunque considerato pericoloso dai mercati, che decisamente non hanno gradito lo scudo antispread solo parziale annunciato a salvaguardia dei Paesi più indebitati, come dimostra il rendimento del decennale italiano, volato al 3,72%, il top dal 2014.

“Rischiamo di avere lo spread attorno a quota 300 a fine anno” avverte Carlo Calenda a Metropolis. Debole anche l’euro che scende a un minimo da maggio a 1,0611 dollari e male lo yen vicino ai minimi da 20 anni, con il biglietto verde sopra quota 134. In compenso i prezzi del petrolio si sono presi una pausa dopo il vertiginoso rally degli ultimi giorni.

In Asia il costo di un barile di Brent arretra, attestandosi sopra 122 dollari e il Wti si colloca sopra quota 120. “Si tratta di piccole prese di profitto”, spiega Stephen Schork, analista dello Schork Report. Intanto la Commissione Ue accelera sul via libera alla concessione dello status di candidato Ue all’Ucraina. Dopo aver esaminato il questionario consegnato da Kiev, l’esecutivo europeo la settimana prossima potrebbe varare l’attesa raccomandazione.

Per l’Ucraina sarebbe una prima, concreta vittoria sul percorso di avvicinamento all’Ue. Ma il sì della Commissione, senza una ratifica del Consiglio europeo di fine giugno, rischia di essere inutile. E sulla candidatura di Kiev, gli Stati membri, non sono per niente uniti.

Oggi in Cina i prezzi alla produzione rallentano al 6,4% a maggio, il ritmo più lento da 14 mesi. Stazionari invece i beni al consumo che restano fermi al 2,1% annuale. Sempre oggi negli Usa, oltre ai dati sull’inflazione, sono attesi i risultati dell’indice Michigan sulla fiducia dei consumatori a giugno. In Russia la banca centrale deciderà sui tassi, dopo il taglio dal 14% all’11% dello scorso maggio.

In Cina rallentano i prezzi alla produzione 

Si allentano le pressioni inflazionistiche in Cina a maggio. I prezzi alla produzione salgono del 6,4% annuale, contro il +8% di aprile e in linea con le attese. Si tratta del ritmo di crescita più lento degli ultimi 14 mesi. Stazionari i prezzi consumo al 2,1%, contro un atteso +2,2%. I prezzi dei listini di fabbrica scontano la debole domanda di acciaio, alluminio e di altre materie prime industriali a causa dei dratici lockdown, che da due mesi condizionano pesantemente i centri industriali e in particolare l’hub di Shanghai, uno dei principali del mondo.

Pechino ha iniziato gradualmente a riaprire, ma in questi giorni preoccupano le nuove, parziali chiusure ordinate a Shanghai e Pechino. Gli analisti dunbitano che la seconda economia più grande economia del mondo possa raggiungere il target ufficiale del governo di una crescita per il 2022 intorno al 5,5%.

La Bce chiude il Qe e annuncua la stretta 

“Dopo 11 anni di tassi fermi meglio inziare gradualmente”. Lo annuncia Christine Lagarde, dopo che il consiglio della Bce, riunitosi a Amsterdam, elenca le future mosse dell’istituto: fine degli acquisti il primo luglio. Primo rialzo dei tassi, da 25 punti base, alla prossima riunione del consiglio direttivo, il 21 luglio. Secondo rialzo a settembre, ma di dimensioni non ancora definite, che “dipenderanno dalle prospettive di inflazione”. Più nel dettaglio, potrebbe essere necessario un aumento di 50 punti base “se le prospettive di inflazione persistessero o peggiorassero”.

Poi si continuerà con una graduale ma sostenuta stretta, in linea con l’impegno a raggiungere l’obiettivo del 2% a medio termine. è previsto anche uno scudo contro l’aumento degli spread, ma solo parziale. La Bce annuncia un reinvestimento dei titoli in scadenza che, per quanto riguarda i titoli acquistati sotto il Pepp, potrà essere realizzato in modo flessibile “nel caso di una rinnovata frammentazione del mercato legato alla pandemia”. In pratica, spiega Lagarde, intendiamo “prevenire la concretizzazione dei rischi”, ma “non c’è alcuno specifico livello dei tassi delle obbligazioni o dei prestiti, o degli spread sui bond che attiverà questo o quell’intervento”.

Dallo staff economico dell’Eurotower arrivano anche le attese revisioni sulle stime. L’inflazione media nell’Eurozona dovrebbe attestarsi quest’anno al 6,8%, prima di rallentare al 3,5% nel 2023 e al 2,1% l’anno successivo. Le nuove statistiche sulla crescita sono state “riviste significativamente al ribasso”, per il 2022, al 2,8%, e il 2023, al 2,1% mentre, per il 2024, c’è un lieve miglioramento rispetto alle stime precedenti con un +2,1%. Su tutto, pesa la guerra in Ucraina che, come ha detto Lagarde, rappresenta “un rischio significativo al ribasso”, soprattutto se si dovesse avere un’escalation.

Oggi escono i dati sull’inflazione Usa 

L’effetto confronto non premia l’inflazione europea, mentre ha consentito a quella Usa di scendere un po’ ad aprile e si spera che possa calare ancora di più a maggio. E’ stazionaria all’8,3%, mentre quella ‘core’, al netto di energia e dei beni alimentari, dovrebbe rallentare dal 6,2% al 5,9%

Usa e Ue al lavoro per limitare il rialzo dei prezzi del petrolio 

Gli Stati Uniti stanno lavorando con i suoi alleati e in particolare con l’Unione europea per cercare di limitare un ulteriore balzo dei prezzi globali del petrolio. L’obiettivo è quello di tagliare le entrate della Russia legate alle sue vendite di energia, proteggendo l’economia globale da una possibile recessione. Lo riporta il Wall Street Journal secondo il quale, come ha deto questa settimana il segretario al Tesoro, Janet Yellen, gli Usa stanno lavorando a stretto contatto con gli alleati europei per creare un cartello dei Paesi acquirenti e imporre un tetto al prezzo del petrolio russo.

Uno degli obiettivi è mantenere il petrolio russo disponibile sui mercati globali per acquirenti come India e Cina in modo da stabilizzare i prezzi e allo stesso tempo adottare un meccanismo che i paesi occidentali possono usare per ridurre le entrate di Mosca derivanti dalle vendite di petrolio. “Quello che vogliamo fare – ha detto la Yellen – è mantenere il petrolio russo continuare a far fluire il greggio russo sul mercato per tenere bassi i prezzi globali e per evitare un picco che provochi una recessione mondiale e faccia salire i prezzi del petrolio. Tuttavia il nostro obuiettivo resta quello di limitare le entrate della Russia”.

Gruppo di miliardari vara un fondo per produrre chip negli Usa 

Un variegato gruppo di miliardari americani ha avviato un insolito fondo di venture capital senza scopo di lucro, chiamato Americàs Frontier Fund, per investire nella produzione di chip americani, venendo incontro a una proposta in questo senso avviata dal presidente Joe Biden.

Secondo il Wsj Eric Schmidt, ex ceo di Google e donatore democratico di lunga data, e Peter Thiel, co-fondatore di PayPal e sostenitore dell’ex presidente Donald Trump, sono entrambi sostenitori dell’idea e spingono per convincere il governo Usa a investire nel fondo 1 miliardo di dollari dei contribuenti Usa. Il gruppo include anche l’ex segretario alla Difesa, Ashton B. Carter e l’ex consigliere alla Sicurezza Nazionale, H.R. McMaster.  

AGI – Eni annuncia l’intenzione di procedere con l’offerta pubblica iniziale delle azioni di Eni Plenitude S.p.A. Società Benefit, per la quotazione delle azioni della Società sul mercato regolamentato Euronext Milan, organizzato e gestito da Borsa Italiana.

L’Ipo, spiega la società in una nota, consisterà in un’offerta al pubblico indistinto in Italia e in un collocamento privato riservato a investitori qualificati in Italia e nello Spazio Economico Europeo e investitori istituzionali esteri al di fuori degli Stati Uniti d’America

È previsto che il flottante richiesto ai fini della quotazione, spiega ancora la nota, sia realizzato attraverso la vendita di azioni da parte di Eni. L’operazione consentirà di attrarre nuovi flussi di capitale per Eni, massimizzando il valore di mercato di Plenitude e della partecipazione detenuta da Eni e liberando nuove risorse da allocare nel proprio percorso di transizione energetica.

L’operazione è coerente con l’approccio strategico distintivo sviluppato da Eni, che include la creazione di nuovi modelli di business dedicati ai propri clienti, con capacità di accedere ai mercati dei capitali in modo indipendente. Eni continuerà a detenere una quota di maggioranza nella società, mantenendone il consolidamento.

Successivamente al completamento dell’Ipo, Plenitude continuerà a trarre beneficio dal supporto di Eni, comprese le attività di Ricerca e Sviluppo di Eni, la sua cultura HSE, la sua capacità di project management e solida posizione finanziaria.

I numeri di Plenitude

Plenitude fornisce gas ed energia a circa 10 milioni di clienti, dispone di un portafoglio di circa 1,4 GW di capacità di generazione di energia rinnovabile installata e in esercizio e ha l’obiettivo di raggiungere oltre 6 GW installati al 2025 e oltre 15 GW al 2030. Nel settore della mobilità elettrica, a marzo 2022 possiede una rete di circa 7.300 punti di ricarica, che prevede di ampliare fino a circa 30.000 punti di ricarica previsti entro il 2025 e a oltre 35.000 entro il 2030.

Plenitude nasce nel 2017 dal processo di societarizzazione delle attività retail gas & power di Eni. Oggi la Società conta oltre 2.000 dipendenti e opera nell’ambito dell’intera catena del valore dell’energia elettrica con un modello di business unico, che combina generazione di energia elettrica da fonti rinnovabili, vendita di energia e servizi energetici a clienti retail, e una rete capillare di punti di ricarica per veicoli elettrici.

Plenitude è una Societa’ Benefit, che si pone l’obiettivo di avere un impatto positivo sulle persone, le comunità e l’ambiente, e si inquadra nel più ampio impegno di Eni volto a creare valore attraverso la transizione energetica e a raggiungere la neutralità carbonica di CO2 Scope 1, 2 e 3 entro il 2040.

“Plenitude aiuterà milioni di clienti in tutta Europa a passare all’energia sostenibile” afferma in una nota Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, “La cessione sul mercato di una parte del business libererà un valore significativo e accelererà la sua crescita, aiutando Eni a tagliare le emissioni Scope 3 attualmente generate dai propri clienti, un passo fondamentale per raggiungere il nostro net zero target. Continueremo a investire in innovazione per accelerare la transizione energetica e garantire che le nostre nuove attività dispongano dei modelli operativi e di finanziamento necessari per crescere rapidamente”.

Eni porterà la controllata Plenitude in Borsa con un collocamento di titoli diviso in un’offerta retail, al pubblico indistinto in Italia, e un contestuale collocamento istituzionale. L’offerta, afferma una nota, è prevista nelle prossime settimane, e sarà realizzata attraverso la vendita di azioni detenute dall’Eni.

Il numero complessivo di azioni da offrire nel contesto dell’offerta globale, oltre ad ulteriori condizioni relative all’offerta stessa, sarà determinato immediatamente prima del suo inizio. Eni continuerà a detenere una quota di maggioranza nella società, mantenendone il consolidamento.

Plenitude, si afferma, ha come obiettivo una politica dei dividendi che permetta la distribuzione di capitale agli investitori, mantenendo la flessibilità per investire in progetti di crescita, dando la priorità agli impegni di crescita e a un profilo investment grade. Plenitude prevede di distribuire dividendi pari al 25% dell’utile netto consolidato di pertinenza del gruppo, con la prima distribuzione attesa per il 2023. 

AGI – Il futuro è qui: in termini energetici “il 2030 è praticamente dopodomani”, esordisce l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi. E mentre si discute di sicurezza delle fonti di approvvigionamento, di cambiamento climatico e di decarbonizzazione, la svolta potrebbe essere davvero dietro l’angolo. Ci credono gli studiosi del MIT, ci credono i rappresentanti del Congresso, ci credono magnati del calibro di Bill Gates e ci crede l’Eni che è il principale azionista di questo innovativo progetto messo a punto dal Commonwealth Fusion System e che riguarda la realizzazione entro il 2030 di un reattore pilota per produrre energia pulita a bassissimo costo.

“Abbiamo lavorato con il team del CFS negli ultimi anni perché abbiamo riconosciuto che il loro lavoro è in grado di trasformare il panorama energetico”, ha spiegato Descalzi alla stampa italiana al termine della sua missione negli Stati Uniti dove la tappa più importante è stata proprio la visita allo stabilimento alle porte di Boston. “È una vera rivoluzione”, ha detto senza mezzi termini il manager, spiegando in parole semplici il carattere innovativo del progetto.

Si parla di fusione che, al contrario della fissione, è un processo più pulito e più sicuro perché non produce scorie pericolose: si combinano gli isotopi dell’idrogeno che si fondono a temperature elevatissime (circa dieci volte quella del Sole) e che vanno poi confinati tramite campi magnetici. Dal vapore si produce energia: “È quindi un’energia che scaturisce dall’acqua, anche pesante, e per questo motivo non comporta la necessità di disporre di un fabbisogno idrico ingente“, ha proseguito Descalzi.

In un momento in cui le principali economie del Pianeta stanno facendo i conti, dal punto di vista energetico, con gli effetti del conflitto ucraino, questo modo di fare energia pulita potrebbe determinare nuovi equilibri geopolitici. “Assistiamo ora a rapporti di forza tra chi produce energia e chi non ce l’ha – ha spiegato Descalzi – ma potrebbero essere presto superati perché tutti i Paesi potrebbero produrre elettricità a bassissimo costo grazie al fatto che hanno a disposizione acqua pesante a volontà”.

Nel frattempo che l’impianto diventi operativo, Descalzi ha spiegato che si sta lavorando a un prototipo pilota in scala già per il 2025. L’iniziativa negli States assume ancora più significato nel momento attuale: la guerra ucraina sta infatti facendo capire alle grandi potenze della Terra il valore strategico della sicurezza energetica, mentre la corsa dei prezzi impone nuove decisioni a tutela dei consumatori e delle imprese.

A questo proposito, Descalzi ha ribadito la necessità di imporre a livello europeo un tetto al prezzo del gas. “Senza una valida ragione, abbiamo ora un prezzo del gas che è più alto di 6-7 volte rispetto a quello che avevamo nel 2019”, ha sottolineato il manager precisando che in effetti “non c’è un problema di flussi, ma di prezzi. Per questo bisogna intervenire”.

Il prossimo inverno che potrebbe quindi “non essere facile”, si porrà un problema “non di flussi, ma di prezzi in quanto i volumi ci saranno ma le bollette potrebbero essere pesanti per le aziende e per i consumatori a causa delle tensioni speculative presenti nel mercato”.

Per questo motivo, “il governo Draghi fa bene a insistere”. Per quanto riguarda le fonti di approvvigionamento, l’ad di Eni ha ricordato che è raggiungibile l’obiettivo di non dipendere dal gas russo e che sarà possibile ottenere questo risultato entro il 2025. “Nei paesi dove abbiamo investito, abbiamo prodotto gas e quel gas è nostro”, ha sottolineato spiegando che si tratta ora di portare tali scorte in Europa e soprattutto in Italia che “ha la priorità”.

Anche gli investitori si rendono conto che la sicurezza energetica è un tema fondamentale: ad esempio, ha sottolineato Descalzi, “l’attenzione degli azionisti americani è tutta concentrata su questo punto mentre fino al giugno 2021, il 90% delle loro domande riguardavano invece la transizione. C’è stato una U-turn, un’inversione a U. Ci chiedono se riusciamo a fare investimenti e se abbiamo riserve ma noi – ha concluso – siamo visti bene perché abbiamo fatto un sacco di esplorazioni e abbiamo trovato molto“. Ma ora è tempo di produrre energia con altre innovative tecnologie. Con la mente rivolta a Boston, appunto.

AGI – Dopo il rimbalzo di ieri, la paura dell’inflazione, della guerra e dell’aumento dei tassi torna a innervosire i mercati. In Asia i listini sono contrastati, mentre i future a Wall Street e in Europa arretrano e l’obbligazionario torna ad essere turbolento, in attesa di una settimana ‘calda’.

Nei prossimi giorni i principali market mover saranno i dati sull’inflazione Usa a maggio, in agenda per venerdì prossimo, la riunione della Bce di giovedì e, più in generale, le mosse delle banche centrali, che in questa fase decisamente piacciono poco ai mercati perche’ puntano a raffreddare i prezzi, rialzando aggressivamente i tassi.

Oltre alla Bce e, sullo sfondo, alla Fed, che ha già avviato le sue prime strette e ne prevede altre due a giugno e luglio di mezzo punto l’una, oggi la banca centrale australiana ha rialzato i tassi di mezzo punto percentuale, domani tocca a quella indiana e poi a quella polacca, pronte a rialzare anch’esse il costo del denaro.

Intanto nel Regno Unito Boris Johnson resta premier e supera lo scoglio del voto di fiducia, ma resta un”anatra zoppà, con il 40% dei parlamentari del suo partito che gli vota contro, una maggioranza ridotta all’osso e lo scandalo del Partygate che mina la sua credibilità di leader. A rendere poco stabile l’umore dei mercati c’e’ anche una crisi alimentare, che la la Fao e Wfp definiscono “imminente”, poiché, nonostante i tentativi di far ripartire i porti del Mar Nero, bloccati dalla guerra in Ucraina, la fame e il caro cibo “minacciano la stabilità” di oltre 50 Paesi poveri nel mondo.