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I sindacati si dicono pronti anche ad arrivare allo sciopero generale. “Non escludiamo nulla. Chiediamo che si cambi la politica economica e sociale di questo paese. E’ necessaria una legge di stabilità completamente diversa. La mobilitazione c’è, lo decideremo insieme a Cisl e Uil“.

Con queste parole il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, mette in guardia il governo. L’occasione è quella della manifestazione unitaria di Cgil, Cisl e Uil per rivendicare il rinnovo dei contratti e un piano straordinario di assunzioni nella Pubblica amministrazione, ma le critiche all’esecutivo sono a tutto tondo: dal fisco ai migranti, dalle vertenze sindacali alle politiche economiche messe in atto.

“Siamo qui per chiedere un cambiamento vero: bisogna invertire la tendenza, cambiare le politiche e sociali, che sono sbagliate”, prosegue Landini affermando che “se il governo vuole cambiare ha bisogno dei lavoratori. Ad oggi non hanno invertito la tendenza di questi anni”.

“Non c’è bisogno di padri o di capitani, abbiamo bisogno di buone politiche, di rispetto dei lavoratori, di un progetto per il futuro e di benessere sociale”. Afferma la segretaria generale della Fp Cgil, Serena Sorrentino, dal palco di piazza del Popolo. “Il Governo è tra i peggiori datori di lavoro” dice “anche nel caso dei servizi dati in affidamento o appalto, pensate all’assurdità degli effetti del decreto sicurezza il cui unico committente è il ministero dell’Interno: Salvini taglia 18 mila posti di lavoro nel settore della cooperazione che si occupa di accoglienza ai migranti e Di Maio al Mise sta discutendo con i sindacati come salvare qui lavoratori che vengono licenziati per effetto del decreto sicurezza”.

Non mancano le critiche nei confronti del ministro della Pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno. “Appare evidente che il ministro sceriffo Bongiorno e il governo del cambiamento non hanno un’idea di progetto vero per rilanciare i servizi pubblici”, tuona Sorrentino.

“Meno servizi pubblici vuol dire meno servizi alle persone, ci opponiamo a tutto questo”, sottolinea la segretaria della Cisl, Annamaria Furlan, che rimarca l’assenza di contatti tra i sindacati e il governo: “Ancora tante promesse e dichiarazioni e zero fatti. Per questo oggi migliaia di lavoratori protestano per cambiare la linea del governo, siamo già in ritardo servono risposte pronte”. Una richiesta avanzata anche dal segretario della Uil, Carmelo Barbagallo. “O ci ascoltano o le liti che faranno con l’Europa le faranno anche con noi. Lavoriamo ad avere un incontro con il governo e ad avere risposte sulla nostra piattaforma: siamo pronti a tutto e le piazze ci dicono che facciamo bene”. 

“So bene che è vietato introdurre monete parallele, sarebbe un disastro. La mia proposta è quella di introdurre uno strumento esigibile per il pagamento di debiti della pubblica amministrazione. Dunque non sarebbe nuovo debito, ma la cartolarizzazione di crediti esistenti”. Lo sostiene, in un’intervista a ‘La Stampa’, l’economista della Lega Claudio Borghi. Giovedì il presidente della Bce, Mario Draghi, aveva dichiarato che i minibot “o sono un’altra moneta e quindi illegali oppure sono altro debito. Non vedo una terza possibilità”, ha evidenziato. Possibilità che invece, per Borghi, c’è. 

Secondo Borghi il provvedimento, “sta nel contratto di governo. Lo faremo con la legge di bilancio, se riusciremo a realizzare la flat tax eliminando deduzioni e detrazioni, e riconoscendo i crediti di imposta che verranno meno attraverso i minibot”.

Nessuna intenzione invece di uscire dalla moneta unica, ma “rivendico – insiste – il diritto di discutere dell’euro e dei suoi limiti. Ieri Draghi ha detto di non voler nemmeno pensare alla ipotesi che il suo successore non faccia qualunque cosa per mantenere l’unità della zona euro. E se invece accadesse? Io non voglio farmi trovare impreparato”. Poi aggiunge: “Se io stessi progettando un’uscita unilaterale dalla moneta unica farei ben altre cose. Lo ripeto: l’ipotesi non è contemplata dal programma di governo, e al momento credo non trovi nemmeno il consenso della maggioranza degli italiani”.

Arriva il primo disco verde al decreto sblocca cantieri. Dopo un iter a singhiozzo, il Senato ha approvato con 142 voti favorevoli, 94 no e 17 astenuti il provvedimento che ora passa alla Camera per il via libera definitivo per la conversione in legge entro il 17 giugno. Lo sblocca cantieri è stato terreno di scontro all’interno della maggioranza che ha visto scricchiolare in più occasioni la sua tenuta, già provata nel post elezioni europee. Ecco cosa prevede il decreto:

Il codice appalti

Sospese fino a dicembre 2020 alcune norme del codice degli appalti, tra queste l’obbligo per i Comuni di fare gare attraverso stazioni appaltanti, l’obbligo di scegliere i commissari di gara dall’albo Anac. Sospeso anche lo stop all’appalto integrato. Elevato da 50 a 75 milioni il limite di importo delle gare dalla quale scatta l’espressione del parere obbligatorio del Consiglio superiore dei lavori pubblici.

La soglia dei lavrio in subappalto

Fino al 31 dicembre 2020 la soglia massima, calcolata sull’importo complessivo del contratto, per affidare i lavori in subappalto è fissata al 40%. La percentuale applicabile potrà essere stabilita dalle stazioni appaltanti di volta in volta. Via anche l’obbligo di nominare una terna di subappaltatori.

Procedura semplificata dei lavori fino a un milione

Fissata a 1 milione di euro la soglia sotto la quale è possibile affidare i lavori previa procedura semplificata. Per gli appalti da 40 a 150 mila euro è prevista l’affidamento diretto dovranno essere consultati nell’ambito della procedura negoziata tre preventivi o, per alcune alcune tipologie, di almeno 5 operatori economici individuati e nel rispetto di un criterio di rotazione degli inviti. Per gli importi compresi tra i 150 mila e 350 mila euro è prevista una procedura negoziata, previa consultazione di almeno 10 operatori economici; tra i 350 mila e un milione di euro è prevista una procedura negoziata con almeno 15 operatori. Se i lavori superano questa soglia si fa ricorso alle normative europee.

Stop all’albo dei commissari Anac

Sospeso fino al 2020 dell’albo dei commissari di gara dell’Anac. Previsto il ritorno al regolamento attuativo in luogo alle linee guida dell’Autorità anti corruzione.

I commissari per la ricostruzione potranno avvalersi di Invitalia

I commissari per le ricostruzioni post sisma potranno avvalersi, mediante la sottoscrizione di apposita convenzione, anche dell’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa (Invitalia).

Telecamere in asili e case di cura

Un fondo di 160 milioni per finanziare l’installazione di sistemi di videosorveglianza a circuito chiuso negli asili e nelle strutture socio sanitarie e assistenziali per anziani e disabili al fine di assicurare loro “la più ampia tutela”.

Scudeo per i funzionari che firmano lo stop alle concessioni

Vaglio preventivo del contratto concessorio da parte della Corte dei Conti che scuda per qualsiasi ragione il funzionario pubblico che firma la cessazione anticipata del rapporto di concessione autostradale.

Arrivano i commissari per il Mose e il Gran Sasso

In arrivo il commissario straordinario il rischio idrico del Gran Sasso e uno per il completamento del Mose di Venezia, vengono ripartiti anche i fondi per la salvaguardia della laguna. Ok anche alla trasformazione del Terzo Valico e del nodo di Genova in un Progetto Unico.

Sport e salute diventa stazione appaltante

Dal primo gennaio 2020 la società ‘Sport e Salute’ (ex Coni servizi) avrà la qualifica di centrale di committenza per gli appalti pubblici per “ottimizzare le procedure di affidamento degli appalti pubblici per la realizzazione delle scelte di politica pubblica sportiva e della relativa spesa pubblica”. Previsto inoltre che le risorse del fondo ‘sport e periferie’ vengano trasferite alla società Sport e Salute che subentra nella gestione del fondo (prima di competenza di palazzo Chigi).

PIiù tempo ai comuni per la messa in sicurezza

I Comuni che beneficiano dei contributi per investimenti, previsti dalla legge di Bilancio 2019, per la messa in sicurezza di scuole, strade, edifici pubblici e patrimonio comunale, avranno più tempo per iniziare l’esecuzione dei lavori e non perdere il beneficio. Slittano dal 15 maggio al 10 luglio 2019 i termini entro i quali i Comuni sotto i 20 mila abitanti, che abbiano già avviato la progettazione per la realizzazione degli investimenti, debbano avviare l’esecuzione dei lavori.

Sisma alert dela protezione civile

Nuovo sistema di comunicazione di emergenza per tutte le calamità. In caso di emergenza, la protezione civile invierà sms a tutti i cellulari presenti nelle aree interessate con le indicazioni e le misure di autoprotezione da mettere in atto.

Nasce Italia Infrastrutture

Italia infrastrutture è la società in house del Mit che dovrà assicurare la celere cantierizzazione delle opere pubbliche offrendo, tramite la stipula di concessioni, supporto tecnico-amministrativo e gestionale a Regione ed Enti locali. La società nascerà il 1 settembre 2019 e avrà un capitale sociale di 10 milioni di euro detenuto interamente dal ministero dell’Economia.

Le prove per i materiali da costruzione

Il ministero delle Infrastrutture e dei trasporti può autorizzare altri laboratori, oltre quelli ufficiali, a effettuare prove e controlli su materiali da costruzione su strutture e costruzioni esistenti.

La denuncia via Pec

La denuncia dei materiali e sistemi costruttivi utilizzati da parte del costruttore allo sportello unico potrà avvenire anche tramite pec.

Buste paga

Proroga di altri 4 mesi del termine per l’avvio della restituzione rate della busta paga pesante, con i primi rimborsi che slittano alla fine di ottobre.

La continuità scolastica nelle zone sismiche

Al fine di consentire la regolare prosecuzione delle attività didattiche e amministrative, per l’anno scolastico 2019/2020 i dirigenti scolastici delle aree colpite dagli eventi sismici potranno derogare al numero minimo e massimo degli alunni per classe previsto dalle norme in vigore.

Il degrado dei condomini

Per gli edifici condominiali dichiarati degradati dai Comuni si prevede la nomina di un amministratore giudiziario perché assuma decisioni indifferibili e necessarie in funzioni sostitutiva dell’assemblea.

Le colonnine di ricarica

Scendono a 10 milioni i fondi messi a disposizione nel 2019 per le Regioni che presentano progetti per l’installazione di colonnine di ricarica dei veicoli alimentati a energia elettrica.

La raccolta dei rifiuti oragnici a Roma e nel Lazio

L’iter autorizzativo per gli impianti connessi alla gestione aerobica della frazione organica dei rifiuti solidi urbani (FORSU) e dei rifiuti organici in generale della Regione Lazio e di Roma Capitale dovranno concludersi in massimo 60 giorni.

End of waste

Torna alle Regioni la competenza a emettere le autorizzazioni agli impianti per il trattamento dei rifiuti, il cosiddetto end of waste.

Fiat Chrysler Automobiles (Fca) ha ritirato la sua proposta di matrimonio a Renault perché in Francia “mancano le condizioni politiche”. In un comunicato diffuso nella notte, la casa del Lingotto annuncia “con effetto immediato”, il ritiro dell’offerta d’integrazione da 33 miliardi di euro, dopo il cda presieduto da John Elkann che si è tenuto a Londra.

Poco prima, Renault, al termine della riunione del board andata avanti per oltre 6 ore, aveva fatto sapere di non essere stata in grado “di prendere una decisione a causa della richiesta manifestata da rappresentanti dello stato francese di posticipare il voto ad un altro consiglio”. Secondo indiscrezioni, a votare contro la proposta di fusione nel cda di Renault sarebbero stati solo il governo francese e un rappresentante sindacale mentre il consigliere di Nissan si sarebbe astenuto.

Il Governo francese “prenderà atto” del ritiro dell’offerta, ha detto il ministro francese dell’Economia Bruno Le Maire. “Non appena questa offerta è stata fatta, il governo, azionista al 15,1% di Renault, l’ha accolta con apertura e ha lavorato in modo costruttivo con tutte le parti interessate”, ha detto il ministro in una dichiarazione, sottolineando che era stato raggiunto un accordo su tre delle quattro questioni principali al tavolo negoziale prima che si interrompessero. ​

L’esito dei negoziati “dimostra che quando la politica cerca di intervenire in procedure economiche non sempre fa bene” ha detto Luigi Di Maio che da Roma aveva seguito la trattativa. “Se Fca ha ritirato la proposta è perché non ha visto convenienza o per altro che noi non sappiamo” ha aggiunto.

Fca, nel comunicato, ha chiarito che a far saltare l’operazione è stato proprio il governo di Parigi. In Francia “non vi sono attualmente le condizioni politiche perché una simile fusione proceda con successo”, ha tuonato il gruppo di Torino. Fca continua “ad essere fermamente convinta della stringente logica evolutiva di una proposta che ha ricevuto ampio apprezzamento sin dal momento in cui è stata formulata e la cui struttura e condizioni erano attentamente bilanciati al fine di assicurare sostanziali benefici a tutte le parti”. Fca ha dunque espresso la propria gratitudine ai vertici di Renault ed ai suoi partner Nissan e Mitsubishi “per il loro costruttivo impegno in merito a tutti gli aspetti della proposta”. 

Le nozze non si celebreranno “a qualsiasi condizione” aveva avvertito Le Maire, lasciando presagire che qualcosa non stava funzionando. Parigi, per acconsentire alla fusione, ha reclamato una sede “operativa” Fca-Renault in Francia, garanzie sui siti industriali, sull’occupazione e ha preteso una poltrona per un rappresentante governativo nel nuovo cda che sarebbe dovuto essere paritetico, formato da quattro membri per parte.

A John Elkann sarebbe potuta spettare la presidenza, mentre l’amministratore delegato del nuovo colosso dell’auto sarebbe dovuto essere di sponda transalpina e tra i nomi indicati da Parigi c’era quello dell’attuale Ceo di Renault, Jean-Dominique Senard. Nel nuovo gruppo la quota pubblica francese si sarebbe diluita al 7,5%.

Dopo l’annuncio sulla mancata fusione i titoli Fca hanno perso il 3,4% nelle contrattazioni after-hours anche se la societ ha assicurato che “continuerà a perseguire i propri obiettivi implementando la propria strategia indipendente”.

Una settimana fa Matteo Salvini aveva dichiarato alla stampa che da Bruxelles stava per arrivare una buona notizia. Ovvero che l’Unione Europea era pronta ad alzare dal 40% al 55% la partecipazione al finanziamento del tunnel di base della Torino-Lione. La conferma arriva ora dalla coordinatrice del Corridoio mediterraneo della Ue, l’ex premier slovacca Iveta Radicova, che ha confermato tale disponibilità da Lione. Il costo del tunnel di base tra Bussoleno e Saint Jean De Maurienne è di 8,6 miliardi di euro. 

Il M5s potrebbe quindi ritrovarsi senza più alibi di fronte alla Lega, la quale ha sempre spinto per la realizzazione dell’infrastruttura. Che Salvini intendesse andare all’attacco sulla Torino-Lione dopo il voto europeo che ha ribaltato gli equilibri nella maggioranza era prevedibile. Così come in molti si aspettano che, in caso di rimpasto, una delle teste destinate a cadere sia quella di Danilo Toninelli, che da ministro delle Infrastrutture aveva commissionato il contestatissimo rapporto costo-benefici che bocciava la realizzazione del tunnel. Ora ecco la tessera giusta per finire il puzzle: un assist formidabile da Bruxelles per vincere le resistenze residue dei Cinque stelle. E Salvini sicuramente non se lo farà sfuggire. 

“Il voto in Piemonte un referendum sulla Tav”

“Qualsiasi ulteriore analisi costi-benefici con questi ulteriori finanziamenti renderebbe assolutamente utile, vantaggioso e doveroso completare un’opera fondamentale che ha avuto l’ok sotto forma di referendum delle elezioni regionali da oltre l’80% degli elettori piemontesi”, aveva detto Salvini la settimana scorsa, commentando quelle anticipazioni oggi confermate. La speranza del vicepremier è che il M5s approfitti della novità per dire sì alla Tav senza perdere troppo la faccia, dal momento che il rapporto costi-benefici aveva posto la questione su un piano economico, non ideologico. “Noi abbiamo piena fiducia nel ministro Toninelli”, aveva aggiunto Salvini, “contiamo che dal M5s arriveranno tanto sì”.

Dopo le parole di Radicova Salvini non è ancora tornato sulla questione, avendo messo bene in chiaro in precedenza la sua posizione in merito. A dargli manforte, e ad azzardare qualche conto, arriva il deputato Davide Gariglio, in quota Pd nella Commissione Trasporti.

“Con la disponibilità dell’Unione europea di portare dal 40 al 55 per cento la sua partecipazione al finanziamento del tunnel di base della Torino-Lione, l’Italia risparmierebbe oltre 1 miliardo e 300 milioni di euro”, afferma Gariglio, “a oggi infatti il nostro paese spenderebbe 3 miliardi di euro per la tratta internazionale e 1,7 miliardi di euro per la tratta nazionale ma con la nuova rimodulazione dei finanziamenti da parte dell’Ue i costi si ridurrebbero passando a 2 miliardi di euro e 1,3 miliardi di euro rispettivamente per la parte internazionale e nazionale. Rinunciare ad una opera strategica con costi così ridotti sarebbe una follia”.

 

 

Venti milioni di euro di investimento, 475 camere di cui 257 completamente tematizzate, sette “mondi” ispirati alla magia e all’avventura e una occupazione media dell’85% nell’ultimo anno. Sono i numeri dell’unico polo di hotel tematici d’Italia: il Gardaland Resort. Un polo arricchito sabato da una nuova inaugurazione, quella del Gardaland Magic Hotel, terzo hotel a tema nato nei pressi del parco di divertimenti veronese.

L’ultima struttura del gruppo vede 128 camere interamente tematizzate e porta la superficie totale dell’accoglienza firmata Gardaland a 7.200 mq e oltre 24.000 metri cubi, particolarmente visibile da lontano grazie ad un tetto costituito da 34.000 tegole viola e da un gigantesco cappello da mago, alto 14 metri e dal peso di oltre 11 tonnellate. “Il soggiorno in un hotel tematizzato come Gardaland  Magic Hotel permette alla famiglia di prolungare il divertimento ed immergersi in un’esperienza unica, in linea con la tendenza Fun&Magic del turismo 2019 – racconta Aldo Maria Vigevani CEO di Gardaland – che porta i visitatori a privilegiare le mete capaci di sorprendere, divertire e catapultare in altri mondi”.

Le 128 le camere della nuova struttura sono suddivise in tre differenti ambientazioni: Foresta Incantata, Cristallo Magico e Grande Mago e tutte le stanze dispongono di due zone separate, una con letto matrimoniale e l’altra con due letti singoli. “Forte dei risultati ottenuti anche nell’ultimo anno, con una occupazione camere pari al 85% – prosegue Vigevani – Gardaland Resort si pone per il 2019 l’obiettivo di una occupazione annua di 75.900 camere riservate in tutte e tre le strutture e di diventare sempre più una primaria destinazione turistica del divertimento per famiglie non solo in Italia ma a livello europeo”.

Identikit del “top visitors” è una famiglia di 4 persone proveniente da Roma, Milano, Torino, Bari e Venezia con un soggiorno medio di due notti, ma sta crescendo sempre più la presenza di turisti stranieri provenienti dall’Europa, tanto che il mercato estero rappresenta attualmente, sul totale delle prenotazioni nei tre hotel, il 48%. La Germania, l’Austria e la Svizzera rimangono i mercati di riferimento di Gardaland Resort con oltre 10.000 pernottamenti nelle strutture del Resort nel 2018, seguono il mercato olandese e belga.

Per il mercato inglese, in forte crescita sul Lago di Garda, è stata sottoscritta una collaborazione con Jet2holidays, tour operator specializzato in viaggi per famiglie che dalla primavera 2019 ha aumentato il flusso dei visitatori nell’area con ben 8 voli settimanali provenienti dalle principali città inglesi. Altro mercato emergente e di grande interesse è Israele, reso possibile anche dai collegamenti ormai consolidati dall’aeroporto di Tel Aviv a Verona, con voli di linea e charter. 

“Non siamo il vostro bancomat”. Lo slogan scelto dai pensionati scesi in piazza a Roma sintetizza le ragioni della protesta: no al blocco della rivalutazione degli assegni previdenziali e difesa dello stato sociale. “Si scrive conguaglio, si legge vi abbiamo fregato i soldi” recita un altro cartello mostrato a piazza San Giovanni, storica sede di manifestazioni sindacali, preferita dopo circa 15 anni alla meno capiente piazza del Popolo. Secondo gli organizzatori, i presenti erano 100 mila, provenienti da tutta Italia, per dire che il nostro “non è un Paese per vecchi” e per farsi ascoltare dal governo.

Il titolo della giornata, che ha accompagnato tutti gli interventi, è stato “Dateci retta”. Spi, Fnp, Uilp chiedono al governo di ascoltare le richieste di pensionati e lavoratori e arrivano a invocare prima lo sciopero dei nonni e poi lo sciopero generale. Non piace la politica del governo e ancora meno il comportamento assunto difronte alla loro piattaforma: “Avari a chi”, replicano i pensionati al premier Giuseppe Conte, che aveva citato Molière in una conferenza stampa. Tanto Ivan Pedretti, segretario generale Spi Cgil, quanto Gigi Bonfanti, leader di Fnp Cisl, spingono sull’acceleratore della mobilitazione di tutte le categorie.

I segretari generali di Cgil, Cisl e Uil Maurizio Landini, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo si dicono pronti a qualsiasi iniziativa se l’esecutivo giallo-verde non aprirà il confronto; non parlano di sciopero generale ma non lo escludono. Landini dà ancora tempo fino alla fine del mese di giugno; Furlan spera che le altre iniziative in programma, la protesta dei dipendenti pubblici in programma l’8 giugno a Roma, lo sciopero dei metalmeccanici indetto per il 14, la manifestazione a Reggio Calabria per il Mezzogiorno del 22, facciano cambiare linea all’esecutivo. Barbagallo dice di non voler fare minacce ma avverte: “Non ci fermeremo”.

“Il sindacato unitario che rappresenta il mondo del lavoro chiede al Governo di essere ascoltato e che si cambino le politiche”
Maurizio Landini, segr.gen. #Cgil oggi dalla manifestazione dei pensionati di #CgilCislUil di piazza San Giovanni#DateciRetta pic.twitter.com/VVN9pi7XGw

— CGIL Nazionale (@cgilnazionale)
1 giugno 2019

 

D’altronde, fa notare Furlan, lo “scippo” alle pensioni è “intollerabile” e il Paese scivola verso la recessione: il governo dovrebbe smettere di fare “chiacchiere, annunci e risse” per produrre invece fatti. La prospettiva di un taglio allo stato sociale fa reagire Landini, che promette lo scontro. Il welfare – dice Barbagallo – va rafforzato e non tagliato. La ricetta dei sindacati è chiara: investimenti, riduzione del carico fiscale sui lavoratori e pensionati, rinnovo dei contratti, lotta all’evasione e risorse su sanità e istruzione.

Giornata di passione a Piazza Affari per Fiat Chrysler, in attesa della risposta di Renault sulla proposta di fusione avanzata a inizio settimana dal gruppo della famiglia Agnelli.

Il titolo Fca ha vissuto con il fiato sospeso la seduta in Borsa dopo che il presidente statunitense Donald Trump ha attaccato commercialmente il Messico, dove il Lingotto possiede diversi stabilimenti.

Il consiglio di amministrazione della casa automobilistica francese, invece, si riunirà martedì 4 giugno per discutere l’offerta di fusione avanzata da Fiat Chrysler e dovrà decidere se aprire colloqui formali con il gruppo italiano dopo i tavoli di lavoro informali interni di questa settimana.

Le garanzie chieste da Parigi

Considerato che anche ieri dal ministro dell’economia transalpino, Bruno Le Maire, è arrivato di fatto un via libera all’operazione e che lo Stato francese è il primo azionista del gruppo con il 15%, l’appuntamento di martedì non dovrebbe destare sorprese.

Nel frattempo continua la tessitura di rapporti da parte di Fca e Renault per coinvolgere nel progetto anche gli alleati giapponesi di quest’ultima, ovvero Nissan e Mitsubishi.

John Elkann, il presidente di Fca che ha trattato con il suo omologo Jean-Dominique Senard durante i mesi scorsi, volerà presto a Tokyo per incontrare l’amministratore delegato di Nissan, Hiroto Saikawa, e il suo omologo di Mitsubishi, Osamu Masuke: l’appuntamento servirà per spiegare loro i motivi, gli obiettivi, la ratio dell’operazione, per poi arrivare magari persino a un futuro allargamento dell”alleanza’ anche ai due gruppi nipponici, in modo da creare il più grande costruttore al mondo, un colosso da 15 milioni di vetture vendute ogni anno.

Fra le condizioni poste dal governo di Parigi, infatti, “il rispetto per l’alleanza Renault-Nissan” è una delle “quattro condizioni” poste dai francesi: le altre sono “la salvaguardia dei posti di lavoro e dei siti industriali”, oltre ad avere “una governance equilibrata” nel futuro gruppo.

L’effetto degli annunci di Trump

In attesa degli sviluppi della partita, dunque, Fca – come del resto tutto il settore auto mondiale – ha sofferto in Borsa l’annuncio arrivato da Trump di dazi su tutte le merci in arrivo dal Messico, con una prima tariffa al 5% destinata a salire fino al 25% se lo Stato Centro-Americano non fermerà l’arrivo illegale di migranti negli Usa.

Il titolo, a Piazza Affari, ha perso il 4,76% chiudendo a 11,4380 euro per azione: l’industria automobilistica è la più colpita dalla mossa di Trump perché tutti i produttori hanno impianti nel Paese. Fca, in particolare, ha 2 stabilimenti dove si producono modelli Jeep e Ram venduti negli Usa, oltre ad altri cinque impianti di componentistica.

L’aumento dello spread frena la crescita economica dell’Italia e la rende vulnerabile nel settore bancario e finanziario. Sono preoccupate le parole del governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, sull’aumento dei tassi dei titoli di Stato italiani. Aumento che ha un effetto diretto sul Pil: “Si stima – dice Visco – che a parità di altre condizioni, e senza tenere conto degli effetti negativi sulla fiducia di famiglie e imprese, rendimenti delle obbligazioni pubbliche di 100 punti base più alti determinino una riduzione del prodotto dello 0,7 per cento nell’arco di tre anni”.

Visco snocciola i numeri che spiegano la sua preoccupazione. E avverte che l’aumento dello spread e dei rendimenti dei titoli di Stato italiani comporta rischi che “in situazioni di tensione possono acuirsi, nella percezione dei mercati, in modo repentino”.

Vediamo questi numeri: il rendimento dei titoli decennali è di quasi un punto percentuale più alto dei valori osservati nel mese di aprile dello scorso anno; il differenziale rispetto ai corrispondenti titoli tedeschi è aumentato di 160 punti base; quello nei confronti dei titoli spagnoli di 140 punti. Non solo: i premi sui ‘credit default swaps’ indicano che sia il rischio di credito sia quello di ridenominazione del debito in una valuta diversa dall’euro continuano a spingere verso l’alto i rendimenti dei titoli di Stato italiani. Finora, dice Visco, la trasmissione del maggiore costo dei titoli pubblici a quello dei prestiti delle banche a imprese e famiglie “è stata limitata, grazie all’ampia liquidità e alle migliori condizioni dei bilanci degli intermediari”.

E tuttavia, “cominciano a emergere segnali di tensione: secondo i sondaggi, le politiche di offerta dei prestiti, pur rimanendo nel complesso distese, si stanno gradualmente irrigidendo, soprattutto per le piccole imprese, a seguito del deterioramento del quadro macroeconomico e dell’aumento dei costi di provvista delle banche”.

La finestra per un’operazione più larga, che coinvolga oltre a Fca e Renault anche i partner giapponesi, resta aperta, anche se da Yokohama, dove ha sede il quartier generale di Nissan, c’è ancora cautela e voglia di capire prima gli eventuali termini. Sono queste, di fatto, le considerazioni che si respirano dopo l’incontro in Giappone fra il presidente del gruppo francese, Jean-Dominique Senard, Hiroto Saikawa, che guida Nissan, e Osamu Masuko, alla testa di Mitsubishi.

“Potrebbero esserci opportunità ma le voglio valutare da vicino, con gli interessi di Nissan in mente”, ha spiegato Saikawa prima dell’incontro. La posizione, seppur informalmente, è stata fatta filtrare anche più tardi, spiegando che il gruppo giapponese, che ha il 15% di Renault ma senza diritti di voto, “non si oppone” alla fusione ma al momento non la sosterrà nemmeno attivamente. Anche l’ad di Mitsubishi ha sottolineato: “Se avessero avuto l’intenzione di lasciarci fuori non sarebbero venuti fin qui per spiegarci la loro posizione”.

I dubbi di Nissan

In realtà, sottolineano alcuni osservatori che nei mesi scorsi hanno seguito la partita interna all’alleanza franco-giapponese, da un coinvolgimento di tutte le parti ci potrebbero essere diversi vantaggi per Nissan, che ha difeso strenuamente la propria indipendenza di fronte ai tentativi di Renault, che ne detiene oltre il 40%, di arrivare a una vera e propria fusione. La struttura dell’operazione infatti prevede che ci sia una holding in Olanda: secondo le indiscrezioni emerse, se entrasse nella partita, il gruppo giapponese avrebbe circa il 7,5% delle azioni, ma con diritto di voto. Peserebbe, in pratica, quanto lo Stato francese, che vedrebbe così affievolita la propria presa sulla casa automobilistica di Tokyo, il cui cui cruccio principale è mantenere una propria identità e indipendenza.

L’ingresso di Nissan nella partita non sarebbe solo importante per le economie di scala e per arrivare a creare il più grande produttore mondiale a livello di vendite: a essere particolarmente utili sarebbero le sue tecnologie sul fronte dell’ibrido e dell’elettrico, oltre alla presenza nei mercati orientali, a partire da quello cinese. Al tempo stesso in Giappone guardano con preoccupazione a possibili sovrapposizioni sul mercato statunitense con l’azienda italiana, per cui gli Usa sono uno dei mercati di riferimento. Per un ingresso formale nel nuovo gruppo che si formerà se la fusione fra Fca e Renault andrà avanti c’è tuttavia tempo.

Un matrimonio che non convince tutti

Mentre i tre gruppi studiano come proseguire nell’operazione, arrivano tuttavia le prime prese di distanza: in Francia emergono alcune posizioni scettiche, sia pure per motivi diversi. Da un lato infatti Le Monde ha parlato di “matrimonio problematico” con “svantaggi che in questa fase superano i benefici” mettendo in evidenza supposte debolezze di Fca; dall’altro l’ad di Psa (Peugeot, ndr), Carlos Tavares, che pure aveva trattato con Fca, in una lettera interna al gruppo ripresa da Automotive News, ritiene l’operazione “opportunistica” con il gruppo italiano che ha sfruttato il momento di difficoltà del rivale.

Intanto in Italia i sindacati Fim, Uilm, Fismic, Uglm e Aqcfr hanno avanzato al Lingotto una richiesta unitaria di incontro, per conoscere le prospettive della fusione con Renault. L’azienda ha risposto dando disponibilità ad un incontro a carattere informativo “allorquando e non appena vi saranno le condizioni oggettive per iniziare ad affrontare i rilevanti temi indicati”. Anche i mercati continuano a guardare l’operazione: nella mattinata italiana i due gruppi giapponesi hanno chiuso in rialzo; Renault ha consolidato i guadagni dei giorni scorsi, mentre Fca ha lasciato sul terreno l’1,22%.