Newsletter
Ultime News
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Cina e Stati Uniti hanno raggiunto una tregua nella disputa sul commercio al termine del G20 di Buenos Aires, che porterà a nuovi colloqui e a uno stop temporaneo su tariffe aggiuntive, che stanno provocando contraccolpi alle due grandi economie del pianeta. Il presidente Usa, Donald Trump, e il presidente cinese, Xi Jinping, hanno avuto "un incontro di grande successo", come lo definisce una nota della Casa Bianca. Gli Stati Uniti, dal primo gennaio prossimo, lasceranno temporaneamente al 10% le tariffe su duecento miliardi di dollari di merci esportate dalla Cina verso gli Usa, senza il rialzo al 25%, come precedente previsto. In cambio, la Cina acquisterà un "ancora non concordato, ma molto sostanziale ammontare di prodotti agricoli, energetici, industriali e di altro tipo dagli Stati Uniti" per ridurre lo squilibrio nella bilancia commerciale tra i due Paesi, e l'acquisto di beni agricoli comincerà "immediatamente".

Leggi anche gli articoli su: Repubblica, Fatto Quotidiano e Corriere della Sera

Cina e Stati Uniti cominceranno immediatamente i negoziati per i cambiamenti strutturali che riguardano le questioni di "trasferimento forzato di tecnologia, protezione della proprietà intellettuale, barriere non tariffarie, cyber-intrusioni e cyber-furti, servizi e agricoltura", che si dovranno concludere entro 90 giorni. "Se alla fine di questo periodo di tempo, le parti non saranno in grado di raggiungere un accordo, le tariffe al 10% saranno alzate al 25%", spiega la Casa Bianca.

Secondo quanto riportato dai media cinesi – i primi a dare la notizia dell'accordo tra Xi e Trump citando il ministro degli Esteri di Pechino, Wang Yi – non verranno imposte tariffe aggiuntive dopo il primo gennaio prossimo e i negoziati tra i funzionari dei due Paesi sul commercio continueranno. Nessuna menzione dei 90 giorni di tempo per raggiungere un accordo sui capitoli più spinosi della disputa sul commercio.

Una cena durata due ore e mezzo

Tra i primi a esprimersi sull'accordo è il tabloid Global Times, che lo definisce "un importante passo avanti", e che per primo cita la scadenza dei tre mesi per trovare un'intesa sui punti cruciali della disputa. "L'accordo tra Cina e Stati Uniti ha un enorme potenziale per il commercio equo", scrive il quotidiano. "Si auspica che i team economici di entrambi i Paesi raggiungano il maggiore numero possibile di accordi pragmatici e il più velocemente possibile per accelerare la cooperazione".

L'intesa è arrivata dopo una cena durata circa due ore e mezzo al Duhau Park Hyatt di Buenos, cominciata alle 17.30 di ieri, secondo il fuso argentino, più lunga di quanto avrebbe voluto la Casa Bianca. Le delegazioni dei due Paesi hanno degustato un controfiletto con cipolle rosse, formaggio caprino e datteri, accompagnato da un vino rosso argentino Malbec, tra vasi di fiori e lampadari di cristallo, mentre discutevano le sorti dei loro rapporti commerciali che hanno provocato fluttuazioni sui mercati finanziari mondiali.

Le preoccupazioni per le tensioni commerciali nell'economia globale sono affiorate anche nel corso del G20 e il managing director del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, ha sottolineato che hanno cominciato ad avere "un effetto negativo".

Alla cena, hanno partecipato sia esponenti dell'ala morbida con Pechino, come il segretario al Tesoro Usa, Steve Mnuchin, che i falchi dell'amministrazione Trump, come il segretario al Commercio, Peter Navarro, la cui presenza è stata confermata solo negli ultimi giorni. Presenti, per gli Usa, anche il consigliere alla Sicurezza, John Bolton, il capo dello staff di Trump, John Kelly, e lo Us Trade Representative, Robert Lighthizer. Per la Cina sono riconoscibili dalle foto diffuse della cena, il vice primo ministro, Liu He, consigliere economico del presidente e capo della delegazione cinese ai colloqui avuti finora con gli Usa, il ministro del Commercio, Zhong Shan, il vice ministro, Wang Shouwen e il ministro degli Esteri, Wang Yi.  Oltre a loro erano presenti il direttore dell'Ufficio Generale del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese, Ding Xuexiang, e il direttore della segretaria del Gruppo Guida sugli Affari Esteri, Yang Jiechi.

Un 'consenso importante'

Trump e Xi hanno raggiunto "un consenso importante", ha detto il ministro degli Esteri di Pechino. "La Cina vuole espandere le importazioni sulla base dei suoi bisogni, è d'accordo ad aprire il suo mercato e soddisfare le preoccupazioni legittime degli Stati Uniti, come parte del processo di riforme e aperture" del proprio sistema, ha proseguito, usando una formula non dissimile da quella utilizzata a giugno scorso nel comunicato emesso al terzo del terzo round di colloqui sul commercio tra Cina e Stati Uniti che si era tenuto a Washington, e che non aveva soddisfatto Trump.

La tregua annunciata nelle scorse settimane giunge dopo che gli Stati Uniti hanno imposto tariffe su 250 miliardi di dollari di merci provenienti dalla Cina, mentre Pechino ha imposto tariffe di rappresaglia su 110 miliardi di merci importate dagli Usa. Nell'accordo raggiunto a Buenos Aires, c'è anche, in nuce, la risoluzione del nodo relativo al gigante statunitense dei semi-conduttori, Qualcomm.

"Il presidente Xi ha anche affermato di essere aperto all'approvazione dell'accordo tra Qualcomm e Nxp, non approvato in precedenza, qualora dovesse essergli ripresentato", scrive la Casa Bianca, in riferimento alla mancata acquisizione del gruppo olandese per 44 miliardi di dollari, a causa del mancato assenso dell'autorità anti-trust cinese. Il comunicato della Casa Bianca cita anche i "grandi progressi fatti" rispetto alla Corea del Nord, nel quale Trump esprime "amicizia e rispetto" per il leader nord-coreano, Kim Jong-un.

Non ci sono certezze sulla possibilità che al termine dei novanta giorni, la tregua commerciale tra Pechino e Washington possa durare, ma la nota della Casa Bianca ha citato, nel finale, la soddisfazione di Trump per il rapporto con il presidente cinese. "È stato un incontro meraviglioso e produttivo", sono le parole attribuite al presidente Usa, "con possibilità illimitate sia per gli Stati Uniti che per la Cina. E' un grande onore per me lavorare con il presidente Xi", che "in un meraviglioso gesto umanitario", ha inserito il Fentanyl, un oppioide sintetico, tra le sostanze soggette a controlli, promettendo il massimo della pena prevista dalla legge per chi lo venderà sul mercato statunitense.

Nel 2019 l'applicazione del disegno di legge di Bilancio comporterà per le aziende italiane un aggravio di 6,2 miliardi a livello fiscale: di cui 4,5 miliardi circa in capo alle imprese non finanziarie e quasi 1,8 miliardi a carico di banche e assicurazioni. A dirlo è l'Ufficio studi della Cgia che è giunto a questi risultati dopo aver misurato gli effetti fiscali sulle imprese di ogni singolo articolo presente nel disegno di legge di Bilancio. Ebbene, tra nuove misure che appesantiranno la tassazione, la rimozione/differimento di altre che avrebbero dovuto essere applicate e l'introduzione di novità che invece alleggeriranno il prelievo, nel 2019 le imprese italiane subiranno un incremento di gettito di 6,2 miliardi di euro. Le cose, invece, andranno meglio nel 2020, quando la crescita del prelievo si ridurrà a soli 374 milioni di euro, per cambiare completamente segno nel 2021, quando il sistema delle imprese, le banche e le assicurazioni beneficeranno di una diminuzione del prelievo fiscale per un importo di circa un miliardo di euro. "Il malumore che serpeggia tra il mondo delle imprese – dice il coordinatore dell'Ufficio studi, Paolo Zabeo – trova una parte di giustificazione nei risultati che emergono da questa ricerca. In campagna elettorale, in particolar modo al Nord, oltre al tema della sicurezza e allo smantellamento della legge Fornero, Lega e M5s hanno riscosso un forte consenso tra gli elettori perchè si erano impegnati a tagliare pesantemente le tasse. Se con questa manovra e col decreto sicurezza una buona parte di questi impegni è stata mantenuta, sul fronte della riduzione delle imposte, invece, le aspettative, in particolar modo dei piccoli e medi imprenditori, sono state clamorosamente disattese". 

A ottobre il tasso di disoccupazione sale al 10,6% (+0,2 punti percentuali su base mensile). Lo rileva l'Istat. L’aumento della disoccupazione interessa tutte le classi di età, con la variazione più intensa tra i 50-64enni (+0,4 punti). Il tasso di disoccupazione giovanile aumenta lievemente e si attesta al 32,5% (+0,1 punti). 
Gli occupati sono rimasti sostanzialmente stabili rispetto a settembre (+9.000 unità) mentre sono cresciuti di 159.000 unità sull'anno. Il tasso di occupazione, pari al 58,7%, non fa registrare variazioni congiunturali.
    Nel periodo agosto-ottobre 2018 l’occupazione risulta in calo rispetto al trimestre precedente (-0,2%, pari a -40.000 unità). La stabilità degli occupati su settembre deriva da un aumento dei dipendenti permanenti (+37.000) e da un calo per i lavoratori a termine (-13.000) e degli indipendenti (-16.000).

Eni torna per il quarto anno consecutivo a JOB&Orienta, il più grande salone nazionale sui temi dell’orientamento a Verona, dal 29 novembre al primo dicembre. Un’occasione per riflettere con i giovani sul futuro in termini di nuovi trend, modelli economici, mestieri dimenticati, rinnovati o che non esistono ancora e l’attitudine necessaria per essere pronti al cambiamento. Orientarsi per orientare il futuro. Sono queste le componenti da mettere nella cassetta degli attrezzi dei professionisti del domani così da renderli protagonisti di un futuro sostenibile.

L'evento Eni

Quattro testimonianze di ispirazione, la possibilità per il pubblico di interagire tramite Whatsapp e una band “circolare” sono gli ingredienti dell’evento “Il futuro è qui”, organizzato da Eni nel giorno di apertura di JOB&Orienta, giovedì 29 novembre alle 10:30 presso l’Auditorium Verdi della Fiera di Verona. A raccontare il futuro sul palco da diversi punti di vista ci saranno Stefano Micelli, economista e docente, Giovanni De Lisi, visionario CEO di Greenrail, Esther Elisha, attrice italiana e Gilda Bartucci, ingegnere di perforazione, con la conduzione dello storyteller Giampaolo Colletti e le note della Gaudats Junk Band.

Come ogni anno, Eni avrà a disposizione uno stand all’interno del Padiglione 7, in cui i giovani interessati avranno l’occasione di incontrare di persona i selezionatori di Eni e dove sarà possibile vivere, attraverso un’inedita esperienza in realtà virtuale, l’emozione di una giornata a bordo di una piattaforma Eni offshore, sperimentando le reali sensazioni di questi luoghi della produzione così poco noti e difficilmente immaginabili.

Sono, inoltre, previste le presentazioni “Progetta Oggi il Tuo Futuro”, dedicate ai giovani, che si svolgeranno all’interno della Saletta TopJOB (Percorso Rosso – pad. 7). Le presentazioni si svolgeranno giovedì 29 novembre dalle ore 14.30 alle 15 e venerdì 30 novembre dalle ore 11.30 alle ore 12 e dalle 14.30 alle 15. Durante gli incontri, saranno illustrati i profili professionali più ricercati da Eni e i titoli di studio più richiesti, oltre alle Lauree Magistrali e i Master Universitari attivati da Eni, in collaborazione con i principali Atenei italiani.

Completa la partecipazione Eni a JOB&Orienta, un ricco programma di workshop “Le Faremo Sapere” dedicati ai partecipanti per riflettere sulle competenze che completano i profili professionali, presentare diversi strumenti valutativi (CV, colloquio, test, giochi di ruolo) e stimolare la riflessione sui propri “super poteri”. I workshop si terranno nella sala Mozart, giovedì 29 novembre, dalle 14 alle 16, e venerdì 30 novembre dalle 10 alle 12 e dalle 14 alle 16.

Amazon diventa anche corriere in Italia: 'Amazon Italia Logistica' e 'Amazon Italia Transport' sono entrate nell'elenco degli operatori postali stilato dal ministero dello Sviluppo economico, aggiornato al 16 novembre. In base all'elenco sono 4.463 i corrieri postali autorizzati dal Mise, molti dei quali però compaiono più volte sotto diversi nomi

. L'Agcom aveva condannato Amazon a pagare una multa di 300 mila euro perché offriva servizi postali senza averne l'autorizzazione e gli aveva intimato di sospendere le attività oppure mettersi in regola. Per questo a ottobre il colosso di Jeff Bezos ha fatto richiesta al Mise, ottenendo l'ok alle due licenze.

Le condotte illecite identificate dall’Autorità riguardavano in particolare, "l’organizzazione di una rete unitaria per svolgere il servizio di consegna dei prodotti di venditori terzi e la gestione dei punti di recapito". Amazon aveva subito replicato: "Consideriamo importante la cooperazione con le autorità e ci impegniamo affinché tutte le osservazioni che ci vengono rivolte siano affrontate il più rapidamente possibile".

"E così è stato: tempo quattro mesi, le due partecipate che si occupano delle consegne sono entrate ufficialmente nell’elenco", si legge sul Corriere, "tra gli obblighi derivanti dal nuovo status di operatore postale, per Amazon ci sarà quello di essere sottoposto alla vigilanza dell’Agcom".

"Non commentiamo i nostri piani futuri"

"Abbiamo ottemperato a quanto disposto da Agcom nella delibera di agosto. Siamo sempre disponibili a cooperare con le autorità al fine di fornire informazioni relative alle nostre attività", è la reazione dell'azienda. Ma come cambieranno i rapporti con i corrieri con i quali già lavora l'azienda? Verranno rilevati? "Non commentiamo i nostri piani futuri", è la replica affidata a una nota, "lavoriamo con una grande varietà di corrieri e ci aspettiamo di continuare a farlo. Il nostro obiettivo è consegnare pacchi ai clienti entro la data di consegna prevista. Valutiamo i corrieri in base a velocità, affidabilità, flessibilità, innovazione e costi. Abbiamo milioni di ordini da consegnare in tutta Europa ogni settimana e valutiamo tutte le opzioni che forniscono i corrieri per assicurarci che le consegne avvengano in tempo per soddisfare o addirittura superare le aspettative dei nostri clienti".

"Dal sito del Mise emerge che le due società che fanno capo ad Amazon hanno ottenuto la cosiddetta "autorizzazione generale", vale a dire la possibilità di consegnare posta sopra i 2 kg e pacchi da 20 a 30 kg, pony express, raccomandate urgenti, consegna con data e ora certa.". spiega Repubblica, "tra le voci autorizzate, si scorge anche quella dei "servizi a valore aggiunto (corriere espresso, consegna nelle mani del destinatario, garanzia di recapito ad una determinata ora, ritiro a domicilio, conferma dell’avvenuta consegna, possibilità di cambio di indirizzo, tracciamento elettronico, ecc.) anche per invii postali fino a 2 kg e pacchi fino a 20 kg".

Cala a novembre il clima di fiducia dei consumatori e delle imprese. Lo rileva l'Istat, secondo cui l'indice per i consumatori passa da 116,5 a 114,8 e quello per le imprese diminuisce per il quinto mese consecutivo, passando da 102,5 a 101,1.  Tutte le componenti del clima di fiducia dei consumatori sono in calo, seppur con intensità diverse, ad eccezione del clima personale per il quale si rileva un lieve aumento (da 108,7 a 108,9); più in dettaglio, il clima economico passa da 137,2 a 131,7, il clima corrente diminuisce da 112,5 a 111,5 e il clima futuro cala da 121,4 a 118,9. Con riferimento alle imprese – continua l'analisi dell'Istat – il clima di fiducia peggiora in tutti i settori (nel manifatturiero l’indice passa da 104,9 a 104,4, nelle costruzioni da 138,9 a 132,5 e nei servizi da 103,6 a 101,8) a eccezione del commercio al dettaglio dove l’indice sale da 101,6 a 102,0.     

Il prezzo dei Bitcoin crolla sotto la soglia dei 4.000 dollari, ai minimi da 14 mesi. È la 12esima seduta su 14 che la criptovaluta registra un arretramento, scendendo a 3.957,63 dollari Il Bitcoin ha perso quasi un tezo del suo valore in 7 giorni. La capitalizzazione totale dei Bitcoin è crollata intorno ai 70 miliardi di dollari, meno di un quarto dei 330 miliardi del dicembre scorso, quando le quotazioni avevano toccato il picco a un soffio da quota 20mila dollari.

Lo sgonfiamento della bolla dei Bitcoin è evidente in da un mercato dominato da pochi attori senza alcuna governance. La volatilità e la discesa del valore è stata recentemente rafforzata da una nuova scissione nella famiglia dei bitcoin, cosumata il 15 novembre. Il Bitcoin Cash, nato ad agosto dalla biforcazione della blockchain di bitcoin per rendere più efficienti le transazioni, si è spaccato tra Bitcoin Abc e Bitcoin Sv. 

Fin dai tempi di Pearl Harbor i giapponesi sono considerati specialisti nell'attaccare senza dichiarare guerra.

Così avrebbero fatto anche con Nissan, la quale ha fornito ai magistrati di Tokyo gli elementi per arrestare il suo ex salvatore, il presidente Carlos Ghosn, in quello che molti esperti considerano, appunto, un atto di guerra non dichiarata verso la francese Renault, che da oltre un decennio controlla la stessa Nissan con una partecipazione del 43%.

Di fatto giapponesi e francesi sono ai ferri corti, anche se finora lo scontro non è emerso ufficialmente, anzi si fa di tutto per minimizzarlo.

I motivi dell'arresto

Ghosn, amministratore delegato e presidente della Renault, è accusato di aver nascosto 44 milioni dollari di guadagni a Nissan, di cui era presidente, incarico dal quale e' stato estromesso giovedi' scorso dai direttori dell'azienda giapponese. Inoltre da un'indagine interna di Nissan emerge che Ghosn abbia speso milioni di dollari, prelevandoli da un non meglio specificato fondo della compagnia per comprare e ristrutturare case di lusso, sparse in diverse parti del globo.

La famiglia Ghosn, secondo quanto rivela il Wall Street Journal, credeva che le residenze di Rio de Janeiro, di Beirut e di altre località fossero abitazioni dell'azienda, acquistate attraverso dei normali canali, approvati da Nissan.

Ghosn, dopo il suo arresto di lunedì scorso, non ha rilasciato dichiarazioni e anche il suo avvocato ha preferito non fare commenti. Nel frattempo sono emerse forti tensioni tra Renault e Nissan. Alla casa francese, che, pur controllando i giapponesi, è più piccola di Nissan, da tempo i sindacati paventano una progressiva "Nissanizzazione", mentre nella compagnia nipponica, dove molti dipendenti si lamentano che gli stranieri vengano promossi più velocemente e siano pagati meglio, molti appoggiano il tentativo di riportare l'azienda alle sue radici ed espellere i francesi.

Una guerra strisciante

Secondo una ricostruzione del Wall Street Journal, all'indomani della notizia dell'arresto di Ghosn, il direttore indipendente della Renault, Philippe Lagayette, ha letto a voce alta un messaggio del ceo di Nissan, Saikawa, in cui si sosteneva che la sua azienda aveva trovato le prove di possibili illeciti. Il direttore della Renault al meeting avrebbe detto ai colleghi del consiglio di amministrazione: "L'ho trovato molto, molto violento". Inoltre i manager Renault non hanno gradito che i giapponesi abbiano agito senza consultarli. "Non li lasceremo indagare da soli", avrebbe detto un membro del consiglio al gruppo.

Ma cosa c'è dietro questa guerra strisciante tra Nissan e Renault? Per capirlo e per valutare la portata della crisi aperta dall'arresto di Ghosn, il giornale economico Les Echos ha sondato i vertici francesi, girando loro una domanda insidiosa: Nissan, che controlla il 15% di Renault, mentre Renault controlla il 43% della casa nipponica, è in grado di invertire i ruoli nella sua alleanza, o quantomeno di ribilanciarli a suo favore? Le risposte sono state controverse. "No", ha tagliato corto una fonte di Bercy, il ministero dell'Economia francese. "Sì, questa è una paura reale", ha affermato un membro del cda Renault.

Cosa c'è dietro l'accordo del 2015

Per capire il motivo di queste risposte cosi' diverse, Les Echos ritiene opportuno tornare all'inverno 2015/2016. A quel tempo, spiega il giornale, il ministro dell'Economia, che era Emmanuel Macron, e Carlos Ghosn erano in disaccordo sui diritti di voto dello Stato francese nell'alleanza Renault-Nissan.

Dopo lunghi mesi di discordia, Bercy e Renault firmano un "accordo di stabilizzazione" in cui lo Stato francese si impegna a utilizzare il suo doppio diritto di voto solo su argomenti strategici e Renault limita i suoi poteri in Nissan, di cui detiene il 43%. In pratica, il gruppo francese accetta di non detenere più di quattro seggi sui nove nel board Nissan e di "votare a favore" delle risoluzioni proposte dal consiglio per "la nomina, il licenziamento e la retribuzione dei membri del consiglio".

Inoltre l'accordo prevede che, se Renault dovesse rompere i suoi impegni, Nissan otterrebbe i diritti di voto del suo partner. Avrebbe inoltre tutto il tempo per aumentare la propria partecipazione, al momento è limitata al 15%. Questo dettaglio non è scontato: se infatti il gruppo giapponese superasse la soglia del 25% del capitale di Renault, questa, in base alla legge giapponese, perderebbe automaticamente i suoi diritti di voto su Nissan. 

In pratica, secondo fonti interpellate oggi da Les Echos, con quell'accordo Ghosn, "per limitare l'influenza dello Stato francese in Renault" ha favorito Nissan, o meglio "forse è proprio Nissan che ha usato Ghosn per riconquistare l'indipendenza". "E' stato un grosso errore", conferma un'altra fonte, che spiega: "Lo Stato è stato ingannato. E Renault ha rinunciato a esercitare il controllo su Nissan", lamenta un ex gruppo. Da parte sua, Hiroto Saikawa, il negoziatore giapponese che da allora e' diventato amministratore delegato di Nissan e che molti considerano il il "Bruto" di Carlos Ghosn, si è detto "molto soddisfatto di quel risultato". Il motivo? E lo stesso Les Echos a spiegarlo, facendo i conti in tasca a Nissan e Renault.

Nissan è in vantaggio

Dal punto di vista finanziario, chiarisce il giornale, in prospettiva di OPA ostili e incrociati, che, per quanto improbabile, sarebbero il peggior scenario possibile per i due gruppi, l'esito non sarebbe a favore di Renault. Oggi, infatti il 10% della compagnia francese, che consentirebbe a Nissan di arrivare al 25% e dunque di tornare indipendente, vale 1,7 miliardi di euro sul mercato, una somma lontana dal prosciugare la liquidità della casa nipponica che è di oltre 12 miliardi. Viceversa, il 7% di Nissan (quello che serve per superare il 50%) costerebbe a Renault circa 2,2 miliardi un importo che praticamente azzererebbe i risparmi della casa francese, pari a 3 miliardi.

Per ora l'alleanza non si tocca

Detto questo, conclude Les Echos, poche persone scommettono su un finale così catastrofico dell'alleanza Renault-Nissan. "Sarebbe una guerra totale", sostengono, allarmati, quelli dalla Renault. Un finale del genere "sarebbe drammatico per entrambe le società – spiegano gli esperti – Non siamo in un momento qualsiasi per l'industria automobilistica: gli investimenti necessari per l'automobile autonoma o elettrica sono astronomici".

Consapevoli del pericolo, tutti i partiti – a cominciare dai governi francese e giapponese (il fondo pensionistico pubblico giapponese Gpif è il secondo maggiore azionista di Nissan), per il momento hanno avuto cura di sottolineare il loro impegno nei confronti del team Renault-Nissan. "Dato il contesto, non vogliamo toccare per ora la struttura del capitale dell'Alleanza", dicono all'Eliseo.

E i giapponesi, che si sono incontrati a Parigi, con gli esponenti del governo francese, sono della stessa idea. Dunque, l'uscita di scena di Ghosn probabilmente è stata un atto di guerra. La tensione tra i due gruppi e tra Francia e Giappone si taglia col coltello, ma per ora l'alleanza non si tocca.

"Il rialzo dei tassi di interesse sul debito pubblico registrato da maggio rischia di vanificare l’impulso espansivo atteso dalla politica di bilancio". L'allarme è contenuto nella Rapporto sulla stabilità finanziaria della Banca d'Italia, secondo cui il governo, nel valutare una maggiore crescita tendenziale dello 0,6% nel 2019 grazie all'effetto positivo della legge di bilancio "presuppone" moltiplicatori "piuttosto elevati". In ogni caso, scrivono i tecnici di via Nazionale, "l’effettivo impatto sulla crescita e quindi sul peso del debito dipenderà dalle misure specifiche e dal mantenimento della fiducia degli investitori".

Più interessi, più spread, più debito

Bankitalia calcola che l’incremento dei tassi all’emissione dei titoli di Stato ha determinato negli ultimi sei mesi un’espansione della spesa per interessi di quasi 1,5 miliardi rispetto a quella che si sarebbe avuta con i tassi che i mercati si aspettavano in aprile; costerebbe oltre 5 miliardi nel 2019 e circa 9 nel 2020 se i tassi dovessero restare coerenti con le attuali aspettative dei mercati. Inoltre, sottolinea il rapporto, "un rialzo pronunciato e persistente dei rendimenti, a parità di tassi di crescita nominale dell’economia, aumenta il rischio che la dinamica del debito si collochi su una traiettoria crescente".

"L’incertezza sull’orientamento delle politiche economiche e di bilancio ha determinato forti rialzi dei rendimenti dei titoli pubblici; vi hanno contribuito timori degli investitori riguardo a un’ipotetica ridenominazione del debito in una valuta diversa dall’euro", prosegue il Rapporto, secondo cui "le condizioni di liquidità del mercato secondario dei titoli di Stato sono più tese rispetto ai primi mesi dell’anno ed è aumentata la volatilità infragiornaliera delle quotazioni".

Cosa vorrà dire uno spread più alto

Gli effetti negativi dell'aumento dello spread sono ben elencati nel rapporto. "Incrementi elevati e persistenti dei premi per il rischio sui titoli di Stato", scrivono i tecnici di via Nazionale, "ostacolano il calo del debito pubblico in rapporto al prodotto, incidono sul valore della ricchezza delle famiglie, frenano e rendono più oneroso il credito al settore privato, peggiorano le condizioni di liquidità e la patrimonializzazione di banche e assicurazioni".

In ogni caso, aggiunge Bankitalia, "diversi fattori stanno attenuando le ripercussioni delle turbolenze finanziarie sull’economia. L’indebitamento del settore privato risulta tra i più bassi nell’area dell’euro, l’avanzo commerciale è ampio e la posizione debitoria netta verso l’estero si è pressoché azzerata. L’elevata vita media residua del debito pubblico rallenta la trasmissione dell’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato al costo medio del debito".

E tuttavia, non manca di avvertire il documento, "il rialzo dei premi per il rischio sui titoli di Stato, se protratto nel tempo, avrebbe ripercussioni negative sul sistema finanziario e aumenterebbe i rischi per la stabilità". In particolare, "incrementi elevati e persistenti" dello spread "ostacolano il calo del rapporto debito/Pil, riducono il valore della ricchezza delle famiglie, frenano e rendono più oneroso il credito al settore privato, peggiorano le condizioni di liquidità e la patrimonializzazione di banche e assicurazioni".

Anche le banche rischiano

"Nel settore bancario prosegue il miglioramento della qualità del credito e il recupero della redditività, ma anche il processo di rafforzamento dei bilanci delle banche risente negativamente delle tensioni sul mercato del debito sovrano, che hanno determinato un peggioramento degli indicatori di liquidità e di patrimonializzazione”, rileva ancora il documento della Banca d’Italia, secondo cui "la flessione delle quotazioni dei titoli di Stato ha determinato una riduzione delle riserve di capitale e di liquidità e un aumento del costo della provvista all’ingrosso".

Il forte calo dei corsi azionari degli intermediari "ha determinato un marcato aumento del costo del capitale", aggiungono i tecnici di via Nazionale, che avvertono: se le tensioni nel mercato dei titoli di Stato dovessero protrarsi, le ripercussioni sulle banche potrebbero essere rilevanti, soprattutto per alcuni intermediari di media e piccola dimensione".

Sul fronte degli Npl, Bankitalia rileva che il flusso di nuovi crediti deteriorati, valutato in rapporto al totale dei prestiti in bonis, si colloca all’1,7 per cento, dopo aver toccato nel secondo trimestre dell’anno il valore minimo dal 2006. Il calo registrato negli ultimi anni, che ha riguardato sia i prestiti alle famiglie sia quelli alle imprese, afferma Palazzo Koch, è stato favorito dalla crescita economica, dal basso livello del costo del credito e dalla prudenza delle banche nell’assunzione dei rischi.

Nel primo semestre dell’anno le banche italiane hanno ridotto del 13 per cento la consistenza dei crediti deteriorati lordi, a 225 miliardi. La diminuzione, si legge nel rapporto, è in larga parte riconducibile alle cessioni di prestiti in sofferenza (20 miliardi, contro 42 nell’intero 2017).

 

L'economia tedesca registra un calo dello 0,2% congiunturale nel terzo trimestre, in linea con le attese e contro il +0,5% del secondo trimestre. Su base annuale il Pil tedesco avanza dell'1,1% contro il +2% dei precedenti tre mesi. Lo rileva l'agenzia federale di statistica Destatis. L'arretramento del Pil è in larga misura legato alla discesa dello 0,9% dell'export, mentre le importazioni salgono dell'1,3%. Giu' dello 0,3% anche la spesa per consumi, soprattutto per riluttanza dei tedeschi ad acquistare nuove auto.