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C’è una cosa che gli industriali italiani si aspettano dal nuovo governo: “Una parola chiara sul fatto che lavoro e impresa costituiscono una risorsa di questo Paese, da preservare e rilanciare. Deve dire come intende sostenerli, con quali misure, con quali modalità, con quali tempi” come racconta a La Stampa nell’edizione in edicola che lo intervista, il presidente di Confindustria Lombardia Marco Bonometti.

Fatti non parole, dunque. Nessuna “cambiale in bianco”, dunque. Tanto più che si tratta, sottolinea Bonometti, di un “governo formato da due forze politiche che finora non hanno mai condiviso alcun progetto comune. Vedere per credere e aspettare per vedere, il motto. Vige lo scetticismo. Anche se non c’è alcuna “nostalgia per quell’esecutivo, che non ha fatto nulla di buono per le imprese e, in alcuni casi, ha peggiorato la situazione”.

 

Casomai oggi gli industriali sono preoccupati per il fatto “che il presidente del Consiglio sia lo stesso che, dicendo di voler sostenere la crescita, ha avallato provvedimenti come decreto dignità, reddito di cittadinanza e quota 100” con il risultato che sono 5 mesi che la produzione in Italia è ferma, gli investimenti sono bloccati, la cassa integrazione dilaga”. Ma Conte non era lo stesso premier che parlava di un “anno bellissimo”? Allora “diceva bugie” chiosa.

Come si può riscattare il premier, allora? Per il capo di Confindustria lombarda “seguendo gli obiettivi della competitività, della crescita e della riduzione del debito”. E poi riaprendo i cantieri “già autorizzati e finanziati: valgono 30 miliardi, un punto di Pil all’anno per 3 anni”.

Occorre poi investire in infrastrutture e grandi opere, incentivare gli investimenti in macchinari e nuove tecnologie, “rilanciare Industria 4.0, investire sulla sicurezza, tagliare il cuneo fiscale e mettere così più soldi in tasca ai lavoratori…”. E sul salario minimo? “È l’esempio di un provvedimento fatto per penalizzare le imprese, già gravate da pesanti svantaggi competitivi rispetto ai concorrenti europei: ci costerebbe 6,5 miliardi” dice.

Quel che andrebbe invece fatto, aggiunge, sarebbe “prima tagliare a poche decine gli 800 contratti che ci sono, quindi prevedere un livello minimo sul 40% del salario e basare l’altro 60% sulla contrattazione aziendale, in base a produttività e merito”. “Giudicheremo da fatti”.

 

Nella bozza di lavoro che riassume le linee programmatiche che il presidente del Consiglio incaricato Giuseppe Conte sta definendo, la riduzione delle “tasse sul lavoro a vantaggio dei lavoratori” – cioè il taglio del cosiddetto cuneo fiscale – è uno dei primi punti.

Ma, al di là di quello che sarà l’esito della trattativa tra Pd e M5s per formare un nuovo governo Conte, quanto pesa il cuneo fiscale in Italia? E qual è la situazione nel resto d’Europa? Andiamo a vedere i dettagli.

Che cos’è il cuneo fiscale e quanto pesa in Italia

Il cuneo fiscale – in inglese Tax wedge – è definito dall’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) come «il rapporto tra l’ammontare delle tasse pagate da un singolo lavoratore medio (una persona single con guadagni nella media e senza figli) e il corrispondente costo totale del lavoro per il datore».

Nella definizione dell’Ocse sono comprese oltre alle tasse in senso stretto anche i contributi previdenziali.

Quindi se per un datore il costo del lavoratore è pari a 100, il cuneo fiscale rappresenta la porzione di quel costo che non va nelle tasche del dipendente ma nelle casse dello Stato. Nel caso dei contributi, i soldi raccolti dallo Stato vengono poi restituiti al lavoratore sotto forma di pensione (ma, come spiega l’Inps, nel nostro sistema “a ripartizione” sono i lavoratori attualmente in attività a pagare le pensioni che vengono oggi erogate: non è che il pensionato incassi quanto lui stesso ha versato nel corso della propria vita, come se avesse un conto personale e separato presso l’Inps).

Secondo il più recente rapporto dell’Ocse Taxing Wages 2019 – pubblicato l’11 aprile 2019 – nel 2018 in Italia la busta paga di un lavoratore medio (circa 30 mila euro lordi) era tassata del 47,9 per cento. Quindi su 100 euro di lordo in busta paga, a un lavoratore italiano medio arriva un netto di 52,1 euro. Quasi la metà.

Ma come siamo messi in Europa da questo punto di vista?

La situazione in Europa

Il rapporto dell’Ocse Taxing Wages 2019 contiene anche una classifica dei suoi Stati membri, in base al peso del cuneo fiscale. Andiamo a vedere come si posizionano l’Italia e il resto degli Stati Ue presenti in classifica.

Roma arriva terza, con il 47,9 per cento. Davanti ha il Belgio, primo in classifica con un cuneo fiscale (e contributivo) pari al 52,7 per cento, e la Germania con il 49,5 per cento.

Subito sotto al podio si trova la Francia, con il 47,6 per cento, appaiata con l’Austria. Seguono poi Ungheria, Repubblica Ceca, Slovenia, Svezia, Lettonia e Finlandia.

Gli altri Stati comunitari grandi e medio-grandi sono nettamente più in basso in classifica: la Spagna è sedicesima nella Ue con il 39,6 per cento, la Polonia ventesima con il 35,8 per cento, e il Regno Unito ventitreesimo con il 30,9 per cento.

Londra è poi, dei Paesi Ue che sono anche membri dell’Ocse, quello con il cuneo fiscale minore.

Altri Paesi Ocse

In fondo alla classifica dell’Ocse non troviamo nessuno Stato dell’Unione europea.

La percentuale più bassa è infatti attribuita al Cile, appena il 7 per cento di cuneo fiscale. Davanti, staccati, arrivano poi Nuova Zelanda (18,4) e Messico (19,7).

Degli Stati europei, ma non Ue, quello con la percentuale più bassa è la Svizzera, con un cuneo fiscale del 22,2 per cento.

Gli Stati Uniti, infine, hanno un cuneo pari al 29,6 per cento. La media Ocse è del 36,1 per cento.

Conclusione

In Italia il cuneo fiscale è pari – dati relativi al 2018 – al 47,9 per cento. Questa è la terza percentuale più alta tra i Paesi dell’Ocse. Davanti a Roma si trovano solamente Berlino e Bruxelles.

Se avete delle frasi o dei discorsi che volete sottoporre al nostro fact-checking, scrivete a dir@agi.it

“Dopo un violento temporale, il capitano Reisch ha dichiarato lo stato di emergenza e ora si dirige verso il  porto di Pozzallo nonostante il divieto delle autorità italiane”. Lo scrive su Twitter la Ong Lifeline in mare con la nave Eleonore. Intanto uovo sbarco di migranti è avvenuto a Lampedusa: un gruppo di un centinaio di tunisini è sbarcato autonomamente a Cala Spugne. Le forze dell’ordine li hanno bloccati dopo l’approdo e li stanno accompagnando nel centro di accoglienza dell’isola.

La sfiducia reciproca tra Usa e Cina rende difficile il negoziato sui dazi, ma il raggiungimento di un’intesa sarebbe utile a entrambi i Paesi. Secondo gli analisti, il rallentamento dell’economia legato alla guerra commerciale tra i due colossi rischia di produrre danni pesanti.

E se Pechino rischia di deragliare, anche a Washington non manca chi comincia a preoccuparsi per una visione che negli “ultimi tre o quattro anni si è fatto sempre più ostile” nei confronti del Dragone, come fa notare sulle colonne del Wall Street Journal Stephen Hadley, che è stato consigliere per la Sicurezza nazionale di George W. Bush. È un dato di fatto che tra tutte le scelte politiche fatte da Donald Trump, proprio la guerra commerciale con la Cina sia stata quella che ha registrato meno contrasti.

E, anzi, è stata applaudita in modo quasi bipartisan. Le ragioni non mancano: Pechino, scrive il quotidiano statunitense, non si è dimostrato un partner affidabile per le imprese, ha accentuato il carattere bellicoso nei confronti dei Paesi vicini e ha continuato a reprimere il dissenso. Il rischio però è che il confronto stia scivolando verso un punto di rottura.

La questione, rileva sempre sul Wsj l’ex segretario al Tesoro, Henry Paulson, “è che abbiamo un atteggiamento verso la Cina ma non una politica nei confronti della Cina. La Sicurezza nazionale, l’Fbi, la Cia, il dipartimento della Difesa trattano la Cina come un nemico e i membri del Congresso competono tra loro per vedere chi si dimostra più ‘falco’. Nessuno naviga controvento, fornisce equilibrio. Tanto che c’è da chiedersi chi possa realisticamente fare qualcosa che abbia una qualche possibilità di ottenere risultati che non siano dannosi per la nostra economia e gli interessi della sicurezza nazionale nel lungo periodo”.

L’analisi prevalente nelle stanze del potere a Washington sembra ignorare che la storia della Cina è in direzione di una sempre maggiore integrazione internazionale e non il contrario. E che la Cina, afferma Susan Thornton, che ha avuto incarichi di alta responsabilità in Asia orientale per il dipartimento di Stato sotto le amministrazioni Obama e Trump, non è un monolite ma “un vasto Paese, molto complicato da governare e pieno di costanti spinte contrastanti all’interno del sistema”.

A spingere per un’intesa è anche l’andamento dell’economia. Gli effetti della guerra commerciale, sottolinea Alberto Conca, responsabile degli investimenti di Zest asset management, cominciano a farsi sentire “negativamente sia sui dati macroeconomici sia sulle aspettative”.

E Trump potrebbe finire per pagare questo rallentamento in termini elettorali. Che poi è quello che si augurano i suoi avversari. Come l’ex presidente della Federal Reserve di New York, William Dudley, che ha irritualmente esortato l’istituto centrale statunitense a non toccare i tassi d’interesse anche in caso di frenata del Pil per azzoppare la rielezione dell’attuale inquilino della Casa Bianca.

Ma a rischiare di rimanere scottata dallo scontro sui dazi è soprattutto la Cina. Secondo S&P il Pil di Pechino, dopo anni di boom a due cifre, crescerà in media del 4,6% nel prossimo decennio. Un risultato naturale e salutare per un’economia divenuta più matura, nota la società di rating, ma che la guerra commerciale in corso con gli Usa rischia di rendere difficile da gestire.

“Più la Cina si localizza”, afferma Shaun Roache, capo economista per l’area Asia-Pacifico dell’agenzia di classificazione, “più lentamente sembra destinata a crescere”. Pechino ha bisogno di aumentare la sua produttività e per farlo non può prescindere dalla tecnologia straniera.

Anche per questo Washington si sente in vantaggio nella guerra commerciale in corso. “Il messaggio alla Cina”, conclude Hadley, “dovrebbe essere: fissiamo le regole di ingaggio. Ma non commettete errori. Se non riuscissimo a far funzionare le cose e precipitassimo in un combattimento a mani nude, saremo pronti e vinceremo”. 

Sarà una vera e propria sfida sul piano economico il programma del nuovo esecutivo Conte, secondo quanto spiegato oggi dal presidente del Consiglio incaricato. Questi i punti accennati.

CRESCITA

Con un Pil pari a ‘zero’ nel semestre, e dopo la “recessione tecnica” nella seconda metà del 2018 (-0,1% negli ultimi due trimestri), l’obiettivo di proseguire spediti verso la ripresa così come preannunciato da Conte si configura non facile tenendo soprattutto conto dei tempi che stringono. Il premier lo ha detto chiaramente: sulla crescita pesano “diverse incognite” ma andiamo verso la sessione di bilancio e in poco piu’ di un mese, l’Italia dovrà presentare la manovra in Parlamento e alla Commissione europea.

AUMENTO IVA

Più volte evocata durante questa crisi di governo, scongiurare un rialzo delle aliquote è l’operazione più stringente e più delicata che si troverà a fronteggiare il nuovo esecutivo. “Contrastare l’aumento dell’Iva”, ha detto Conte subito dopo il conferimento dell’incarico. Servono però 23 miliardi e senza di questi, l’applicazione delle clausole di salvaguardia sarà inevitabile: si passerà dal 22% al 25,2% per l’aliquota ordinaria, dal 10 al 13% per quella agevolata.

Il Paese si troverà così a fronteggiare una vera e propria emergenza causata da una misura impopolare che rischia di deprimere sia i consumi sia i profitti delle aziende che decidono di non aumentare proporzionalmente i loro prezzi.

CONSUMATORI 

Va considerata la frenata della fiducia dei consumatori ad agosto, il cui indice rilevato dall’Istat è passato da 113,3 a 111,9. ed è proprio ai consumatori che Conte ha riportato l’attenzione specificando l’intenzione di agire a loro “tutela”.

FISCO 

Il Presidente del Consiglio incaricato punta a far sì che “le tasse le paghino tutti, ma proprio tutti, ma le paghino meno”. La lotta all’evasione, nei primi 4 mesi, l’erario ha registrato entrate pari a 2.981 milioni di euro (+192 milioni di euro, +6,9%). e Conte meno di un mese fa, nell’incontro con le parti sociali, aveva accennato come pilastro della crescita ad “un quadro fiscale e normativo favorevole alla competitività”.

SUD

Conte auspica un Mezzogiorno “rigoglioso delle sue ricchezze umani, culturali, naturali”. Nel Sud del Paese, rileva lo Svimez, il Pil dovrebbe calare dello 0,3% quest’anno. Non solo, ma gli occupati negli ultimi due trimestri del 2018 e nel primo del 2019 sono calati di 107 mila unità (-1,7%) (nel Centro-Nord, invece, nello stesso periodo, sono cresciuti di 48 mila unità cioè dello 0,3%)”.

Conte non cita espressamente il turismo, ma si capisce che lo interpreta come volano dell’economia. Una sfida importante: secondo Assoturismo-Confesercenti, quest’estate al Sud le presenze attese hanno perso l’1,4%. P.A.. Per Conte la pubblica amministrazione non deve essere “permeabile alla corruzione” ma “amica di cittadini e imprese”. Il presidente incaricato punta così a concludere la riforma complessiva del settore, dopo il ddl concretezza da poco diventato legge e che introduce in primis misure in direzione della prevenzione dell’assenteismo (come le impronte digitali contro i furbetti del cartellino). 

Slittato a data da destinarsi l’incontro informale tra commissari straordinari di Alitalia e sindacati che si sarebbe dovuto tenere nel pomeriggio di ieri a Fiumicino. Il vertice doveva essere l’occasione per fare il punto sul piano industriale della cordata costituita da Fs, Atlantia, Delta e Mef ed era stato convocato, subito dopo la pausa estiva, visto l’avvicinarsi di importanti scadenze.

Ufficialmente, il motivo del rinvio dell’incontro è per sopraggiunti impegni dei commissari, ma secondo i sindacati a pesare è “la situazione politica fluida che c’è in questo momento”, spiega all’AGI il segretario generale della Uiltrasporti, Claudio Tarlazzi. Dello stesso avviso il segretario nazionale Filt Cgil, Fabrizio Cuscito: “È evidente che c’è bisogno di capire come sarà composto il governo e se proseguirà in linea con le precedenti indicazioni. Sicuramente i commissari adesso non hanno delle risposte da darci in quanto non possono avere una visibilità del quadro completa”.

È chiaro, prosegue il sindacalista, che la nomina dei commissari “dipende dai ministeri”, e la nuova azienda che deve nascere avrà un parte pubblica e per quanto riguarda la percentuale che spetta allo Stato “è importante l’indirizzo che il governo politico darà”.

Secondo il segretario generale della Fit Cisl, Salvatore Pellecchia: “È opportuno che l’incontro venga riprogrammato rapidamente; il tempo che scorre non è neutro ai fini della risoluzione vertenza Alitalia, tutti sanno che c’è una perdita strutturale e che i commissari non vi possono far fronte, occorrono azioni industriali”.

Per il presidente dell’Anpac, Antonio Divietri, a essere centrale, più che la crisi di governo, è “la questione degli accordi commerciali” e il “ruolo ancillare al quale sarebbe condannata Alitalia” rispetto alla compagnia statunitense Delta. Come spiega all’AGI, “non c’entra la crisi, oltretutto dovevamo incontrarci perché dovevano darci notizie sullo stato di avanzamento lavori sugli accordi, e questo è qualcosa che prescinde la crisi di governo che, di certo, può aggravare la situazione di Alitalia, ma non è che non fa andare avanti le discussione”.

Sul negoziato con Delta non vi è alcuna notizia ufficiale. “A noi serve sapere come stanno andando le trattative tra i partner del consorzio che dovrà rilevare la compagnia aerea e se tra loro ci sarà l’accordo per estendere le rotte intercontinentali” che sono uno dei nodi chiave per il rilancio di Alitalia, spiega Tarlazzi. “Serve capire – prosegue – se ci saranno investimenti per aumentare la flotta a lungo raggio senza la quale è difficile affrontare la questione della cassa integrazione”.

La situazione politica potrebbe avere come conseguenza un ritardo della presentazione dell’offerta vincolante per rilevare la compagnia, fissata per il 15 settembre. “Il rischio che possa esserci uno slittamento c’è, dipende dai tempi tecnici della presa in carica dei nuovi ministri”, spiega Cuscito che aggiunge: “La scadenza di metà mese è stata fissata dal Mise, adesso non so se il ministro sarà lo stesso e, in caso dovesse cambiare, nel momento in cui entrerà in carica quello nuovo qualche variazione ci potrebbe essere”.

Anche secondo il leader della Uiltrasporti “ci sarà una proroga per la presentazione dell’offerta vincolante, i lavori sono ancora abbastanza indietro per rientrare nei tempi. Uno slittamento non mi stupirebbe, vista la difficoltà politica”.

Restano inoltre da sciogliere altri nodi, uno su tutti quello degli esuberi che potrebbero arrivare a 2.800. Sul tavolo anche un possibile taglio alla flotta, la rinegoziazione dell’alleanza transatlantica, la governance. Il 23 settembre scade invece la Cassa integrazione che riguarda complessivamente circa 1.010 dipendenti: 90 piloti, 70 unità del personale di cabina e 850 di terra.

Per l’Anpac, “si deve trovare una sintesi prima del 23 settembre, arrivare a quel giorno come data ultima è dannatamente tardi. Si deve trovare prima una soluzione nel bene o nel male. Non a caso per il 6 settembre abbiamo indetto uno sciopero di 24 ore su questi temi perché in assenza di chiarezza rispetto al futuro vogliamo far sentire forte la nostra protesta”. Per il 6 del mese, è in programma lo sciopero proclamato dai sindacati Anpac, Anpav e Anp inizialmente previsto per il 26 agosto e poi differito per l’invito del Garante degli scioperi e del ministero dei Trasporti. 

Eni, tramite la propria consociata Naoc (Eni 20%, operatore, Nnpc 60%, Oando 20%) ha effettuato una importante scoperta a gas e condensati nelle sequenze geologiche profonde dei campi di Obiafu-Obrikom, nella licenza OML 61, nell’onshore del delta del Niger. Il pozzo Obiafu 41 Deep ha raggiunto una profondità totale di 4.374m, incontrando un importante accumulo a gas e condensati nelle sequenze deltaiche sabbiose di età Oligocenica caratterizzate dalla presenza di oltre 130 m di sabbie di alta qualità mineralizzate. I volumi in posto dell’accumulo sono di circa 28 miliardi di metri cubi di gas e 60 milioni di barili di condensato nella sequenze profonde perforate.

La scoperta ha ulteriore potenziale che sarà valutato con una nuova campagna di perforazione. Il pozzo ha una capacità produttiva stimata di circa 3 milioni di metri cubi di gas e tremila barili di condensato al giorno, e sarà immediatamente messo in produzione per aumentare la produzione gas di Naoc. La scoperta fa parte di una campagna di perforazione pianificata da Naoc Jv per esplorare le opportunità delle sequenze profonde sinora non perforate con l’opportunità  di immediato time to market. Eni (che controlla il 100% di Agi)  è presente in Nigeria dal 1962 con attività di produzione, sviluppo ed esplorazione operate e non operate su un totale di 30.049 Km2 nell’onshore e nell’offshore del Delta del Niger. Nel 2018 la produzione equity è stata di 100.000 barili di olio equivalente al giorno. 

Non si è fatta attendere la risposta di Vivendi all’esposto con il quale Mediaset ha chiesto alla Consob di “invitare ufficialmente” i francesi ad “assumere una posizione unica e inequivoca” in vista dell’assemblea del 4 settembre. I soci sono stati convocati in via straordinaria per deliberare sulla fusione tra Mediaset e la controllata spagnola e la contestuale nascita della holding olandese MediaforEurope (MfE), nelle intenzioni del gruppo il primo nucleo del futuro polo di una tv generalista pan-europea.

Vivendi ha annunciato che votera’ ‘no’ al progetto con la quota pari al 9,99% del capitale posseduto direttamente, mentre il restante 19,2% è detenuto tramite il trust Simon Fiduciaria. Su quest’ultimo pacchetto azionario, come già stabilito da due distinti pronunciamenti della magistratura, Vivendi non può neppure presentarsi ai lavori assembleari.

Il dubbio che Vivendi possa effettivamente esercitare il prossimo 4 settembre il proprio diritto di voto con la quota del 9,9% è reale, tanto che i francesi hanno già provveduto a presentare al tribunale di Milano una richiesta per ottenere “un provvedimento urgente idoneo a tutelare il diritto di partecipare e votare”.

Già in due occasioni, il consiglio di amministrazione di Mediaset ha ritenuto che Vivendi – sempre per la quota posseduta direttamente – non avesse i requisiti per poter votare in assemblea. È accaduto anche durante l’assise che lo scorso 18 aprile ha approvato l’introduzione del voto maggioritario, uno strumento che di fatto rafforza la presa di Fininvest sul ‘Biscione’.

In quell’occasione, Vivendi ha rifiutato di partecipare ai lavori solo come semplice ‘osservatore’ e successivamente ha fatto ricorso in tribunale per annullare le delibere con le quali è stato adottato il voto plurimo. Uno scenario che potrebbe ripetersi – come riportano fonti consultate dall’AGI – anche il 4 settembre, con Vivendi ammessa in assemblea ma senza la possibilità di votare, con il conseguente ennesimo ricorso al tribunale per annullare quanto deliberato, ovvero la nascita della nuova Mediaset con targa olandese.

Chi sembra approfittare delle conflittualità dei soci è il titolo in Borsa di Mediaset che continua la propria corsa dopo i guadagni realizzati nelle ultime settimane: lunedì a fine seduta, le azioni del gruppo della famiglia Berlusconi sono salite dell’1,4% a quota 2,97 euro.

In ottobre Milano avrà come le altre grandi città europee i suoi monopattini elettrici in condivisione, ma l’auspicio è che il loro utilizzo venga regolamentato in modo da garantire la sicurezza di chi li usa e dei pedoni, soprattutto. Il Comune ha fissato per il mese di settembre il bando per le società che vorranno proporre il servizio, che dovrebbe essere operativo già da ottobre.

Come ha spiegato all’Agi l’esperta di mobilità urbana Patrizia Malgieri, responsabile di pianificazione della società Trt-Trasporti e territorio, “in una città come Milano, dove c’è un problema di traffico e di spazi limitati per pedoni e piste ciclabili, perché anche questi strumenti diventino una parte importante di mobilità, occorre che le regole li rendano compatibili con gli spostamenti di tutti. Tutta la mobilità dovrebbe essere più lenta e più sicura, e Milano sta andando in questa direzione con l’aumento delle zone con il limite di velocità a 30 chilometri all’ora”.

Il fatto di arrivare in ritardo rispetto ad altre città europee come Lisbona o Parigi, dove i monopattini sono 20mila e viaggiano dappertutto in attesa di regolamentazioni, permetterà al Comune di Milano di stabilire dei paletti ben precisi sia per chi fornirà il servizio che per gli utilizzatori. “Si tratta innanzitutto di decidere dove potranno circolare – ha osservato Malgieri – Sicuramente sulle piste ciclabili, ma a Milano sono poche e strette, e nelle zone pedonali, ma non sui marciapiedi, dove lo spazio per i pedoni è già conteso dai tavolini all’aperto di bar e ristoranti”.

Quanto alla circolazione in mezzo al traffico stradale, “è pericolosissima per gli utilizzatori dei monopattini, che sono senza protezione, come i ciclisti, ma più veloci”. Anche il tema della velocità sarà da regolamentare: “di solito viene stabilito che dove vanno assieme ai pedoni i monopattini non possano superare i 6 chilometri orari, perché i mezzi elettrici sono silenziosi e quindi potenzialmente pericolosi per chi cammina”.

Il decreto con cui il governo ha delegato ai Comuni la responsabilità della gestione di questi nuovi mezzi prevede un’attenzione speciale alla segnaletica, ma anche al fatto che dovrà essere stabilito un limite al numero di monopattini in circolazione, compatibile con la situazione delle varie città.

Un altro punto importante riguarda i parcheggi: “nelle città europee dove esistono, ci sono monopattini lasciati disordinatamente ovunque, che ostacolano il passaggio sui marciapiedi e anche per strada. E’ opportuno che anche le società che offrono il servizio si facciano carico di questo aspetto”.

C’è poi un aspetto tariffario: “come anche nel caso del servizio di bike-sharing, dopo un inizio sovvenzionato i prezzi cominciano a salire. A Lisbona per esempio dopo un paio d’anni di servizio, i monopattini costano ora 2,55 euro per miglio percorso: per fare 3 chilometri si spendono 5 euro: più che in taxi. Il mercato – ha proseguito Malgieri – si regola da sé e non si sovvenziona in eterno, ma questo provoca l’aumento dei prezzi e la scomparsa degli operatori meno competitivi, come è successo con le biciclette Ofo a Milano”.  Quanto all’impatto che l’uso di monopattini elettrici può avere sulla riduzione del traffico cittadino, è tutto da studiare: “non ci sono ancora dati che lo dimostrino. Sembrerebbe che riduca piuttosto l’utenza del trasporto pubblico”. L’uso ideale, conclude l’esperta, sarebbe quello misto, “prendere un mezzo pubblico per la parte più lunga del tragitto e completare in monopattino ‘l’ultimo miglio’”.  

La guerra a una nuova recessione potrebbe essere combattuta con gli elicotteri. Il timore che un ulteriore rallentamento dell’economia trovi governi e banche centrali ad armi scariche ha riacceso il dibattito sull'”Helicopter money”, il trasferimento diretto di capitale al settore privato.

Come se il denaro contante venisse fatto piovere sui cittadini da un elicottero in volo sui loro conti correnti, secondo la metafora utilizzata dal premio Nobel per l’economia, Milton Friedmann, primo a teorizzare lo strumento. Blackrock, la più grande società di investimento al mondo, lo chiede senza mezzi termini. “Lo spazio della politica monetaria è quasi esaurito, con i tassi interessi globali ridotti allo zero o anche sotto”, si legge nell’ultimo report del gruppo che gestisce un patrimonio di oltre 6,8 trilioni di dollari.

Un terzo di tutte le obbligazioni statali e con ‘investment grade’ offre ormai rendimenti negativi. È un dato di fatto che le politiche “non convenzionali” utilizzate sin qui dalle banche centrali hanno rimesso in pista il sistema finanziario dalla lunga crisi ma non sono riuscite a riportare la crescita su un sentiero sostenibile e l’inflazione a livelli accettabili.

Le politiche monetarie usate finora non sembrano funzionare più

Anche la Bce se ne è accorta, sottolinea Stanislas Jourdan, presidente della Ong Positive money Europe, e non è un caso che il presidente Mario Draghi, negli ultimi tempi, abbia sempre più messo l’accento sulla necessità di coordinare strumenti monetari e politiche di bilancio. Tecnicamente ineccepibile, osserva Jourdan, ma “paradossalmente” quella di Draghi appare quasi “un’ammissione di sconfitta” e “una disperata richiesta di aiuto”.

Insomma, l’Helicopter money potrebbe essere il nuovo “Whatever it takes”. La distribuzione di un dividendo ai cittadini avrebbe sicuramente effetti su consumi e inflazione più diretti di quanto avvenga con il Quantitative easing che si fonda invece sul canale di trasmissione bancario. I soldi viaggerebbero senza intermediari ed entrerebbero immediatamente nelle tasche dei consumatori. “Quando le politiche monetarie e quelle di bilancio hanno esaurito il loro spazio”, insiste Blackrock, “serve un risposta senza precedenti.

Il dibattito su come utilizzare l”elicottero dei soldi’

Quella risposta richiederà probabilmente di ‘andare diretti’ e ‘andare diretti’ significa che le banche centrali dovranno trovare il modo di mettere i soldi direttamente nelle mani degli spenditori pubblici e privati”. Gli economisti non mancano di dividersi su come realizzare l’helicopter money. I più cauti immaginano che la banca centrale possa comprare titoli del debito statali per consentire ai governi di tagliare le tasse. I più estremi sostenitori della misura ritengono invece che si tratti semplicemente di rimpinguare i conti correnti con una somma di denaro. Ovviamente non manca chi è radicalmente contrario.

L’ex capo economista della Bce, Otmar Issing, ritiene che avrebbe “un effetto devastante” perché distruggerebbe la fiducia nella solidità della moneta. E c’è chi fa notare che se l’helicopter money non fosse permanente molti cittadini potrebbero preferire il risparmio ai consumi o, per contro, se fosse speso tutto immediatamente, potrebbe provocare disordini e disequilibri nel sistema economico. Il punto è però che il dibattito è aperto e trova spazio anche sulle autorevoli colonne del Financial Times.

Lo spettro di una nuova recessione all’orizzonte spaventa. Tra gli analisti la domanda non riguarda più il se ma il quando. E quando la bufera arriverà serviranno nuovi strumenti per contrastarla. Affermare che “la prossima guerra sarà combattuta con gli elicotteri”, per dirla con Global Capital, non è più un tabù.