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Con la primavera arriva in Piazza Affari la stagione dei dividendi e una pioggia di soldi sta per rovesciarsi nelle tasche degli investitori. Secondo i primi calcoli, quest’anno l’investimento in azioni risulterà decisamente più remunerativo dell’investimento in titoli di Stato.

L’ufficio studi di Websim, il sito del broker Intermonte che offre consulenza agli investitori retail, ha calcolato in circa 26 miliardi il totale dei dividendi che le società quotate distribuiranno fra fine aprile e fine luglio. Una cifra che è pari al 4,2% della capitalizzazione complessiva della Borsa di Milano. Si tratta di un ritorno molto più elevato del 2,5% che offre il Btp decennale, lo strumento tipico per un investimento di lungo periodo. Impietoso il confronto con il Bot a 12 mesi che oggi ha un rendimento sotto zero.

Nella classifica delle azioni che offrono il più alto rendimento in termini di dividendo spicca Fiat Chrysler, che non distribuiva la cedola agli azionisti da un decennio. Quest’anno l’azienda ha già deciso una cedola ordinaria di 0,65 euro (sarà staccata il 23 aprile), pari a un rendimento del 4,9%, ma gli analisti danno per scontato che la prossima assemblea del 12 aprile approverà anche un cospicuo dividendo straordinario con cui verrà distribuita ai soci parte dei 6,2 miliardi incassati con la vendita di Magneti Marelli. Websim ipotizza una cedola straordinaria di 1,9 euro per azione, che farebbe salire il rendimento complessivo, fra dividendo ordinario e straordinario, al 14,6%.

Al secondo posto per rendimento c’è Azimut, che il 20 maggio staccherà una cedola di 1,5 euro, pari al 10% dell’attuale quotazione della società del risparmio gestito. La classifica delle top top five per rendimento vede in terza posizione l’utility veneta Ascopiave con il 9,5% (dividendo di 0,335 euro), seguita da Intesa Sanpaolo che il 20 maggio staccherà una cedola di 0,197 euro, pari a un rendimento del 9,1%. Quinta è Dea Capital, la società di investimenti della famiglia De Agostini, con rendimento dell’8,2% (dividendo di 0,115 euro).

Da sottolineare che alcune importanti società distribuiscono il dividendo in più tranche nel corso dell’anno, per cui per calcolare il rendimento bisogna tenere conto della cedola di acconto già distribuita. È il caso di Banca Mediolanum (rendimento complessivo del 6,4%), Enel (4,9%), Eni (5,4%), Recordati (2,7%), Snam (4,9%), Stm (1,7%) e Terna (4,2%).

I conti pubblici, la spesa, l’entità della o delle eventuali manovre correttrici e il buco del bilancio restano la principale preoccupazione. Delle categorie, della politica, dei giornali, che anche oggi ci puntano nel tentativo di fare chiarezza. E vedere se in fondo al tunnel si intravvede una luce.

Il Sole 24 Ore, ci ricorda con un titolo di apertura della prima pagina, che ”Con il Def 2 miliardi di tagli alla spesa” quale effetto della “frenata del Pil che “gonfia il deficit” e “ipoteca i due miliardi ‘congelati’ dal governo a dicembre”. Il quadro delineato dal quotidiano confindustriale è questo: “L’attivazione della clausola sulla spesa è destinata a tagliare per quest’anno una serie di voci soprattutto a carico dei ministeri dell’Economia (1,18 miliardi, tra cui 916 milioni destinati a «competitività» e «incentivi» alle imprese) e delle Infrastrutture (300 milioni per il trasporto locale).

Ed è considerata inevitabile per tamponare un disavanzo spinto al 2,4% del Pil da una crescita tendenziale dello 0,1%”. “Numeri – si legge ancora – su cui peseranno anche i dati attesi dall’Istat su conti economici nazionali, Pil e indebitamento Pa 2018 e produzione industriale di febbraio”. Pertanto “questi dati torneranno a spingere al rialzo anche il debito; il suo peso è già stato ritoccato per il 2018 al 132,1% del Pil dal 131,7%” analizza Il Sole.

Per Repubblica l’Europa non crede ai piani del governo

Un quadro fosco che non viene certo rischiarato dalla lettura de la Repubblica, che dopo averci raccontato a pag. 6 che L’Europa non crede affatto ai piani del governo italiano in quanto il vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, afferma: “Quest’anno, l’economia rallenta, la nostra stima di inverno era di una crescita dello 0,2% ma ora potrebbe essere anche più bassa”, a pag. 4 ci gela agitando in un titolo “Il Fantasma dell’Iva”.

Il superministro economico resta il centro dello scontro, alternativamente ora con Di Maio e ora con Salvini. Perché, come ci racconta il quotidiano diretto da Carlo Verdelli, “è un ‘macigno nero’ quello che il Def-verità di Tria getta sulle ambizioni dei gialloverdi per la prossima ‘Finanziaria’. La crescita non c’è, il deficit e il debito aumentano e già ci impegniamo nelle pagine del Documento di economia e finanza ad ‘attuare’ la clausola di salvaguardia da due miliardi prevista dagli accordi con Bruxelles del dicembre scorso che prevedeva il congelamento prudenziale delle spese dei ministeri fino al test di metà anno” confermando quel che scrive il quotidiano confindustriale.

“In pratica – si legge ancora su la Repubblica – una manovrina che nelle prossime settimane diventerà definitiva imponendo tagli ai trasporti, alle imprese e alla sanità”. Così, “a conti fatti, in base alla bozza del Def, per il prossimo anno, già si prevede una manovra, tra Iva e correzione, di 26,4 miliardi; in tre anni bisognerà trovare tutto compreso 43 miliardi”. Morale della favola? “Spazi per nuove spese non ce ne sono, soprattutto non ci sono margini per la mini flat tax leghista, che costa 12-15 miliardi e che prevede, a partire dal 2020, una Irpef del 15 per cento fino a 50 mila euro favorendo sostanzialmente i ceti medio alti”.

Allora la soluzione? “Ci sarebbe – spiega l’articolista -, ma è assai pericolosa: aumentare l’Iva di oltre 3 punti dal 1° gennaio del 2020 dall’attuale 22 al 25,2 per cento. Un passo delicato che aumenterebbe la pressione fiscale, farebbe alzare l’inflazione e graverebbe sulle fasce più povere. Inoltre la mossa non libererebbe 23 miliardi da spendere alternativamente, perché la somma andrebbe trovata da qualche altra parte per garantire i saldi di bilancio sui quali ci siamo già impegnati, anche se certamente allargherebbe i margini di azione del governo”. Insomma, la Leg continua ad esigere la flat-tax, ma attuarla “significa tassare di più i consumi”. Con effetti depressivi.

Sul Messaggero Siri lancia un messaggio a Tria

Dalle colonne del Messaggero, il sottosegretario alle infrastrutture e consigliere economico di Matteo Salvini, Armando Siri, insiste nel corso di un’intervista nel dire che “nel Def va inserita subito la flat tax” e che “il Tesoro deve aver il coraggio di farlo, non è il momento di avere timidezze o paure” facendo sentire al ministro Tria il fiato sul collo della Lega sul tema. “Ma è il momento della visione”. Che resta appunto la flat tax e il progetto “che abbiamo sottoposto al ministro – racconta al quotidiano della capitale Siri – prevede un’aliquota unica al 15% per i redditi familiari fino s 50 mila euro e deduzioni fisse per garantire la progressività dell’imposta. (…) Ho ragione di credere che nella prossima legge di bilancio diventerà realtà”.

Il Corriere a Cernobbio racconta il malumore delle imprese

Ma stando alla lettura che ne da Federico Fubini sul Corriere, sulla manovra le imprese cono “contro il governo” tanto che “otto su dieci lo bocciano”. Inviato a Cernobbio al Forum Ambrosetti, il giornalista scrive che “forse mai in passato si era consumato un divorzio così radicale fra le percezioni politiche dell’uno per cento e quelle del 99 per cento. Le persone dai redditi più alti e gli altri 59 milioni di italiani sono ormai così distanti nella lettura della realtà, che quando ne parlano sembrano descrivere due Paesi diversi. Da un lato c’è quello degli uomini vestiti di giacche e cravatte di qualità — grandi manager e imprenditori sono ancora quasi sempre maschi — dall’altro gli italiani comuni.

Nel mezzo, un governo «sovranista» che nei due gruppi sta producendo reazioni opposte”. “Ma quando ieri alla platea del Forum è stato chiesto di esprimere un voto digitale anonimo ‘sull’operato del governo’ – si legge ancora – la risposta è stata univoca come di rado capita in questi casi. Il 40,2% ha dato un giudizio «negativo» e altrettanti ne hanno dato uno «molto negativo». Nel complesso oltre otto top manager e imprenditori su dieci sono convinti che l’esecutivo guidato da Giuseppe Conte stia lavorando male. I voti positivi sono stati appena il 3,9%, quando invece un anno fa il 53% aveva espresso un giudizio positivo sull’operato del governo, allora in uscita, di Paolo Gentiloni”.

Sulle stesse colonne del quotidiano di via Solferino, nell’intervista al viceministro dell’Economia leghista Massimo Garavaglia, il giornalista fa osservare i malumori della platea Ambrosetti perché “dicono che la manovra del cambiamento non funzioni”. “Aspettiamo a dirlo. Abbiamo indicazioni positive che ci fanno ben sperare”. Risponde Garavaglia. Sollecitato a indicarne almeno una, il viceministro risponde: “Gliene dico cinque. La flat tax funziona: nel primo mese il numero delle partite Iva è salito del 5%. La spesa per investimenti delle Regioni, cui abbiamo liberat o 2,5 miliardi di euro, è salita dell’84%. Quella delle Province per le scuole e le strade, che sono in condizioni pietose, è aumentata del 6%. Ai piccoli Comuni abbiamo dato a gennaio 400 milioni e li hanno già spesi”. E la quinta? “L’Iva sugli scambi interni. Il gettito è cresciuto in due mesi di 900 milioni, e questo non è certo l’effetto della fattura elettronica, che semmai è contrario” risponde Garavaglia.

“Niente manovra correttiva, allora? “Nessuno ce la chiede – dice sicuro Garavaglia al Corriere -. Aggiorneremo il quadro dei numeri, allineandoci alle previsioni internazionali sui tendenziali di crescita dell’economia, inferiori a quelli che si ipotizzavano pochi mesi fa. E stabiliremo un obiettivo pro – grammatico realistico, considerando l’impatto positivo dei provvedimenti presi. Pe r inciso ricordo che la crescita media in Italia dal 2000 in qua è stata dello 0,2%. Non ci vuole molto a fare megli”. Dicendosi altrettanto sicuro che la flat tax estesa alle famiglie “ci sarà”. La palla passa ora al ministro Tria.

 

 

 

 

 

 

 

 

Il reddito di cittadinanza “è una straordinaria occasione per ripensare le politiche attive del lavoro. È però ad altissimo rischio lo scivolamento verso una social card di tremontiana memoria: l’abbiamo già vista e l’abbiamo già vista fallire più volte”. Giorgio De Rita, segretario generale del Censis, riconosce alla misura bandiera del Movimento 5 Stelle il merito di rappresentare un’opportunità. Come anche un rischio.

Può “modernizzare la macchina amministrativa” che supporta chi è in cerca di occupazione, ma l’averla presentata “come una misura ibrida, un po’ lavoro e un po’ contrasto alla povertà ha creato grande confusione”.

Pochi benefici per l’economia

Intervistato dall’Agi, De Rita sottolinea: “L’aver presentato lo strumento come una tesserina di plastica è oggettivamente un errore“, come il “non aver immaginato investimenti sulle piattaforme digitali, che sono il cardine di tutta la misura ma dovranno essere realizzate senza oneri aggiuntivi di finanza pubblica e quindi sempre secondo lo stesso schema di una digitalizzazione ormai collassata”.

Mette in guardia De Rita: “Questo espone di nuovo a un alto rischio di scivolamento verso una misura solo di assistenzialismo. Se è così, non è cambiato nulla e i problemi che c’erano prima restano inalterati”.

“Bene per chi riceve questi soldi – osserva – ma l’economia italiana ne trae pochissimo o nulla. E soprattutto non abbiamo costruito niente per il futuro e lasciamo le strutture per il supporto alla ricerca del lavoro nello stesso punto in cui le abbiamo trovate”.

La complessità, per il segretario generale del Censis, sta nel trasformare l’impegno politico in fatti amministrativi: “Se le risorse che metti in campo non servono a radicare un modo diverso di funzionamento dell’amministrazione non hai fatto niente”.

“Il tema non è ‘tanti o pochi soldi’, ma il fatto che tutte queste risorse sono pura elargizione caritatevole e non orientate a una modernizzazione della macchina amministrativa che dovrebbe funzionare da supporto”.

Questo, secondo De Rita, è il vero spreco: “Non nell’avere pagato tanto o poco, ma nell’aver perso l’ennesima occasione di modernizzazione della macchina amministrativa e dei relativi sistemi informativi”.

Presto per giudicare, ma al momento sono in pochi

A un mese dal via alle domande per accedere al reddito, per De Rita è comunque “prematuro” dare una valutazione completa e precisa, perché è “un percorso complesso e un sistema particolarmente articolato” proprio per la sua doppia valenza (“da una parte è una politica attiva del lavoro, dall’altra è una misura di inclusione sociale”).

Ma considerando i numeri, afferma De Rita, 850.000 domande presentate nel primo mese “sono oggettivamente poche”, perché “la relazione tecnica parlava di un milione e 250.000 famiglie potenzialmente beneficiarie e quindi ci si aspettava che almeno per la domanda se ne presentassero ben di più”.

Tenendo conto poi, prosegue nel ragionamento, che secondo i dati Istat ci sono oltre 5 milioni di persone che vivono in regime di povertà assoluta di cui un milione 850.000 nuclei familiari, “era ragionevole aspettarsi un’adesione alla domanda più alta”.

A questi numeri De Rita aggiunge “i 2,7 milioni di persone che cercano lavoro, quindi un’altra platea”.

Due i fenomeni che secondo De Rita si annidano dietro all’esiguo numero di richiedenti: il primo è insito alla complessità della misura, “che prevede tutta una serie di requisiti ed è molto articolata: presentare la domanda appare facile ma in realtà non lo è – spiega – quindi i potenziali beneficiari si sono messi alla finestra e hanno pensato ‘Fammi aspettare per vedere quali sono le implicazioni'”.

“Doveva essere una misura per i giovani”

Il secondo fenomeno viene etichettato dall’esperto come “una buona dose di cinismo”. E osserva: “C’è chi la ritiene la stessa misura già stata messa in campo con la social card e il reddito d’inclusione e quindi pensa: ‘È una misura di bassa portata che dà qualche euro, si può sempre aderire. Aspettiamo e vediamo”.

Emblematica  “la polemica sui navigator” e “il fatto che se si va ai centri per l’impiego nessuno è in grado di risponderti”.

Il vero problema, torna a ribadire, è che “le famose piattaforme digitali che dovevano essere alla base di tutto non sono ancora partite e i sistemi informativi che dovevano consentire una gestione di tutto l’iter (e quindi del ‘patto per il lavoro’ e del ‘patto per l’inclusione sociale’) sono ancora al primissimo stadio”.

Quindi, tira le fila, una parte di chi ha diritto e non si è fatto avanti pensa: “Tutto sommato quella che appariva una misura di riforma strutturale dell’accesso al lavoro diventa semplicemente una sorta di elargizione caritatevole, come tale sono cinico e aspetto di capire”.

Il dato che colpisce De Rita è quell’8% di giovani che – secondo le cifre del ministero – ha presentato domanda: “È una misura che dovrebbe orientare al lavoro – precisa – il 46% delle persone che cerca lavoro in Italia ha meno di 34 anni, quindi ragionevolmente ci saremmo aspettati grosso modo 3 su 10, o 4 su 10 e non 1 su 10. Era una misura naturalmente orientata verso i giovani come politica del lavoro e la riforma dei centri impiego avrebbe dovuto vedere una loro amplissima partecipazione. E questo dai primi numeri non si vede”.

 

“Non mi sento niente, andiamo avanti tranquillamente”. Così il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, risponde alle domande dei giornalisti arrivando alla riunione dell’Eurogruppo a Bucarest, che gli chiedevano se si sentiva sotto attacco della maggioranza dopo la mancata approvazione in Consiglio dei ministri del decreto sui rimborsi ai risparmiatori truffati dalle banche.

A proposito delle norme sul risarcimento dei risparmiatori da parte delle banche tria ha detto; “Stiamo cercando la norma piu’ adatta per pagare tutti, ovviamente secondo le regole, altrimenti non si possono pagare. Noi vogliamo pagare tutti e dobbiamo fare in modo che possano essere pagati nel piu’ breve tempo possibile”.

Quanto alle divergenze all’interno della maggioranza e alle notizie di uno scontro con Di Maio, Tria ha aggiunto che “abbiamo discusso semplicemente del fatto che vogliamo condividere con i risparmiatori il modo migliore per pagarli il prima possibile. Sarà fatto tutto quanto in regola, saranno pagati tutti, prima si chiude la norma e prima verranno pagati”. Secondo Tria, “non ci sono posizioni differenti” all’interno della maggioranza, “stiamo cercando la norma piu’ adatta per pagare tutti, ovviamente secondo le regole, altrimenti non si possono pagare”. 

Tria ha parlato anche dello spettro di una ∫ senza accordo. “Si spera che non si arrivi a una uscita senza accordo”, ma in caso di no-deal “l’impatto ci sarebbe, ma è l’impatto generale di incertezza che si sta provocando non solo sull’economia italiana, ma su quella europea”.

Tria ha ribadito che “noi stiamo subendo l’andamento di tutta l’economia europea, dell’economia tedesca”. Un rischio recessione legato a una Brexit senza accordo, secondo Tria farebbe “parte di un quadro di un andamento complessivo dell’economia”.

Da Adamo ed Eva a Biancaneve, la mela è il simbolo della tentazione. E spesso ha portato guai. Apple ha fatto un’offerta agli editori: entrare in News+, una Netflix dei giornali in cui gli utenti pagano un abbonamento per avere accesso a oltre 300 tra settimanali e mensili, quotidiani (tra cui Los Angeles Times e Wall Street Journal) e contenuti di testate online (tra cui TechCrunch e Vox). Dalle parti di Cupertino hanno tante buonissime ragioni per farlo. Non è invece ancora chiaro se sia un affare per gli editori. In molti, però, ci credono: secondo il New York Times (uno di quelli che ha detto di no), News+ avrebbe raccolto 200.000 iscrizioni nelle 48 ore successive all’evento di lancio, tenutosi il 25 marzo.  

Cosa ci guadagna Apple

I pro per Apple sono solari. News+ è un servizio che apre a un flusso di entrate tutto nuovo. È quello che serve alla Mela per far lievitare (assieme alla piattaforma di streaming Tv+ e all’abbonamento per videogiochi Arcade) i servizi, unico antidoto alla dipendenza da iPhone. I servizi non sono solo fonte di incassi freschi: sono più redditizi perché hanno margini più ampi dei prodotti; e sono costanti, perché non oscillano con le stagioni (al contrario degli smartphone, che decollano nell’ultimo trimestre dell’anno, tra cyber monday e feste di Natale).

 

Tim Cook (foto Afp)

Dal punto di vista finanziario, poi, la spartizione degli incassi (metà dell’abbonamento resta a Cupertino, l’altra metà viene distribuita agli editori) sembra davvero molto conveniente. L’altro vantaggio di Apple è rinsaldare il proprio ecosistema. Cupertino sa che l’iPhone, anche se dovesse riprendere quota, non guadagnerà fette di mercato. La concorrenza di prodotti efficienti a un prezzo inferiore, specie in alcuni mercati in via di sviluppo, è troppo forte. La società deve allora diventare una “boutique”. E per farlo non bastano i dispositivi più fascinosi del globo ma occorrono servizi esclusivi: Tv+, Arcade, Card e News+. L’obiettivo è far sì che l’ecosistema valga più della somma delle sue parti.

La scommessa degli editori

Il vantaggio per gli editori è, sostanzialmente, uno: accedere a un pubblico potenziale di oltre un miliardo di persone. Cioè raggiungere chiunque abbia un dispositivo Apple. Un’opportunità unica, che molti hanno deciso di afferrare, nonostante condizioni economiche (il fifty-fifty con la società guidata da Tim Cook) obiettivamente penalizzanti. La grande scommessa dei giornali è questa: raggiungere una platea nuova, che – ormai sono convinti – non riuscirebbero a conquistare altrimenti. La speranza è arrotondare anche in un altro modo: i contenuti (che non sono copie esatte di quelli cartacei ma versioni prodotte per News+, almeno per i giornali di spicco) hanno link che portano fuori dall’app, al sito della testata. Traffico fresco.

Gli editori non riceveranno dati e non ci saranno “tracciatori” che seguiranno i lettori altrove. Ma potranno comunque ricavare alcune informazioni e pubblicare sull’app offerte dei propri prodotti, come le newsletter. L’equilibrio, tra una cosa e l’altra, non è semplice. Il primo rischio riguarda la possibile erosione dei propri abbonati. Perché un utente dovrebbe pagare 39 dollari al mese (tanto costa un abbonamento al Wall Street Journal) quando per 9,99 dollari può avere quello e molto altro? Un lettore è un lettore, ma un abbonato diretto non vale quanto uno di News+: paga un prezzo più alto, che finisce tutto o quasi nelle casse dell’editore. Un abbonamento diretto è quindi molto più redditizio, non solo in termini economici ma anche di dati: indirizzi e informazioni che, con News+ di mezzo, non saranno fruibili.

Wsj e New Yorker: in cerca di equilibrio

I giornali entrati nella scuderia Apple devono quindi cercare di modulare un’offerta tale da conquistare nuovi lettori senza far migrare quelli attuali. È un po’ come offrire un all you can eat sperando che i clienti più esigenti continuino a ordinare alla carta. Le testate più prestigiose, forti di un maggiore potere negoziale, hanno spiegato che i propri contenuti non saranno tutte su News+.

Il Wall Street Journal – ha svelato la Cnn – affiderà all’applicazione “una selezione di notizie di interesse generale”. Tradotto: ci saranno articoli, video e interviste che non riguardano il vero valore aggiunto del giornale, cioè le notizie sui mercati finanziari. Per avere quelle o si va in edicola o ci si abbona. L’approccio è chiaro: tentiamo di guadagnare in modo nuovo da un pubblico nuovo perché siamo convinti che i lettori più affezionati sono disposti a spendere di più.

Cupertino, quartiere generale di Apple (Foto Afp)

 

Anche il ceo del New Yoker, Michael Luo, ha esposto le proprie ragioni in 13 tweet: brevi messaggi che spiegano quanto sia forte la consapevolezza che il patto con Apple sia un rischio, ritenuto però necessario. Luo ha sottolineato che “il miglior modo per accedere a tutti i contenuti è abbonarsi” al giornale e non a News+. Nell’all you can eat Apple sono inclusi il settimanale cartaceo (integrale), ma solo alcuni dei “10-15 pezzi che pubblichiamo online ogni giorno”. È convinto che “l’esperienza di lettura dell’edizione stampata è difficile da battere”. Due tweet, più di altri, chiariscono motivazioni e dubbi: “Siamo molto interessati ad ampliare la platea dei nostri lettori e speriamo che Apple News+ ci aiuti a farlo”. “Ma se vuoi supportare il nostro giornalismo, il modo migliore per farlo è abbonarsi” al New Yorker e solo al New Yorker. Insomma: ci è toccato farlo perché le alternative sono poche, sappiamo bene che potrebbe essere un problema.

Cosa si stanno giocando i giornali

Il rischio, per i giornali, non è solo economico. Ha a che fare con l’indipendenza. Ogni testata continuerà ad avere un proprio editore e una propria redazione, certo. Ma tra sé e i lettori avrà un intermediario: Apple. Il rapporto diventa meno diretto, anche per una questione tecnica. News+ raccomanda contenuti in base agli interessi dell’abbonato, mettendo insieme un giornale e un suo concorrente. L’esperienza di lettura diventa un mosaico. È più fedifraga: salta definitivamente quel “patto” tra giornale e lettore, perché a garantire e consigliare è Apple. Ed è sempre Apple a orientare la lettura. Nessun algoritmo è neutrale e non lo sarà neppure quello di News+, che promette comunque di fare abbondante uso di personale umano.

Privilegerà gli articoli ad alto impatto visivo o le notizie brevi, gli argomenti leggeri o quelli che contano davvero? Tra tanti dubbi, c’è una certezza: gli editori stanno cedendo parte della propria sovranità. Si appoggiano a una piattaforma che potrebbe diventare talmente potente da rendersi necessaria. A quel punto, i giornali sarebbero molto esposti alle scelte di Apple. Non è fanta-editoria: è già successo. I giornali hanno cavalcato Facebook perché dal social network arrivava traffico, da giocarsi con gli inserzionisti. Peccato che molti siti d’informazioni siano finiti nei guai quando il social network ha deciso di modificare l’algoritmo penalizzando le pagine per premiare le “interazioni autentiche”. Risultato: meno visibilità sulle bacheche, meno utenti che cliccano sui post, meno lettori sul sito.

Il caso di News+ è diverso perché si parla di un abbonamento, ma il precedente di Facebook racconta quanto sia rischioso affidarsi a una piattaforma tecnologica esterna. Soprattutto se il rapporto è di subordinazione. Oggi e per un bel po’ di tempo ancora (forse per sempre) News+ sarà una frazione marginale del giro d’affari di Apple. Modificare il servizio, ritoccarlo, rivoluzionarlo, cambiare prezzi e condizioni (come ha fatto Netflix) sarebbe quindi una mossa quasi indolore. Alla quale i giornali, che hanno margini assai più sottili, sarebbero praticamente costretti ad accodarsi.

Ma è colpa di Apple?

Sia chiaro però: mica Apple è il diavolo. Se ha avuto il potere di imporsi è per merito suo e demerito altrui. Ha le cassa piene e oltre un miliardo di utenti che usano i suoi prodotti. Dall’altra parte ci sono gli editori, che adesso si ritrova ad aggrapparsi a un salvagente calato da un’astronave perché non sono riusciti a costruirsi una scialuppa di salvataggio. Chi ha detto “no” lo ha fatto perché ha puntato per tempo su abbonamenti ed edizioni digitali: New York Times e Washington Post. Il Times ha raggiunto i 4 milioni di abbonamenti (3 dei quali digitali), che nell’ultimo trimestre 2018 sono cresciuti a un ritmo che non si vedeva dall’elezione di Donald Trump. Il giornale dice di aver ricevuto “forti pressioni da Apple”. Ma si è negato per avere “una relazione diretta” con i lettori: l’app, ha spiegato il ceo Mark Thompson, “confonde diverse fonti di notizie in miscele superficialmente attraenti”. 

Il Post (che alle spalle ha Jeff Bezos) ha oltre 1,5 milioni di abbonati per l’edizione digitale. E ha detto no perché l’obiettivo è “aumentare la base di abbonati”. Il Wall Street Journal, che di abbonati ne ha 1,7 milioni, sta invece tentando di trovare la giusta alchimia puntando sul suo essere un giornale specializzato. Una carta che Times e Post, generalisti, non potevano giocarsi. Tutti gli altri, come spiega il quotidiano di Washington, sono editori o troppo piccoli o “che hanno appena iniziato a costruire un business digitale”. Un modo gentile per dire che sono in ritardo. Hanno deciso di mordere la mela, sperando che non sia avvelenata.       

Sono stati pubblicati sul sito Internet dell’Inps il modello aggiornato per la presentazione della domanda del Reddito di cittadinanza e della Pensione di cittadinanza e i nuovi modelli Com Ridotto ed Esteso che recepiscono le modifiche introdotte in sede di conversione del decreto legge.

I modelli, riferisce l’istituto in una nota, vengono pubblicati dopo avere sentito il ministero del Lavoro e delle politiche sociali ed avere ricevuto il parere del Garante per la tutela in materia di dati personali.

I nuovi modelli accolgono le modifiche apportate al decreto nel corso dell’esame parlamentare.

In particolare, i requisiti più favorevoli per l’accesso al reddito per i nuclei con disabili e la documentazione aggiuntiva richiesta agli stranieri per ottenere l’assegno.

L’Istat ottimista

“Sulla base dei risultati ottenuti risulta che il reddito di cittadinanza determinerebbe una riduzione della disuguaglianza nella misura di 0,2 punti percentuali dell’indice di Gini, che passerebbe da 30,1 a 29,9%”: lo afferma il direttore del dipartimento dell’Istat, Roberto Monducci, in un’audizione alla commissione Bilancio del Senato sulla relazione sull’andamento degli indicatori di benessere equo e sostenibile per il 2019. “Dal punto di vista macroeconomico il reddito di cittadinanza potrebbe avere un effetto di stimolo pari a 0,2-0,3 decimi di punto di Pil”, aggiunge.

“Secondo me non c’è un minor numero di domande rispetto a quanto preventivato. Ripeto, il reddito si può richiedere sempre. E’ iniziato con 800 mila domande circa il primo mese, visto che durerà per sempre immaginiamo tra 12 mesi o tra due anni. Speriamo sempre che la povertà si riduca, ma ripeto, il tiraggio del primo mese è assolutamente in linea con le previsioni perché la misura non si esaurisce”. Così il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, questa mattina a Roma a margine di un convegno sui minori affetti da disabilità organizzato dall’Istituto, rispondendo a chi gli chiedeva un commento sull’andamento delle domande per il reddito di cittadinanza.

“Il 15 aprile l’INPS sarà già in grado di dare risposta ai beneficiari che hanno fatto domanda nel mese di marzo – ha aggiunto – Entro la fine di aprile saranno erogati i pagamenti del primo mese. La domanda per il reddito di può fare sempre, il reddito di cittadinanza è una misura strutturale”.

Inoltre “Non è assolutamente vero che è troppo alto. Quelli troppo bassi in Italia sono i salari. In Italia abbiamo salari bassi e questo lo dice la banca centrale europea e lo dice anche l’Ocse”.

 

 

 

La compagnia petrolifera saudita Saudi Aramco è la società che nel 2018 ha realizzato il più alto utile netto a livello mondiale, pari a 111 miliardi di dollari, una cifra che è sostanzialmente pari agli utili di Apple, Google ed Exxon Mobil sommati insieme. A rendere noti i conti è Moody’s, chiamata con l’altra agenzia di rating, Fitch, a valutare la rischiosità del bond da 10 miliardi di dollari che Aramco ha deciso di emettere in questi giorni per finanziare in parte l’acquisizione di Saudi Basic Industries Corporation (Sabic), la società della petrolchimica del governo saudita. Per acquistare il 70% di Sabic, Aramco pagherà una cifra complessiva di 69,1 miliardi di dollari.

Per decenni i conti di Saudi Aramco sono stati un segreto di Stato ben custodito. Con l’emissione del bond e la conseguente richiesta di rating alle agenzie internazionali, il governo di Riyad ha accettato di divulgare i bilanci del primo produttore mondiale di idrocarburi.

Secondo quanto comunicato da Moody’s, che ha studiato il prospetto informativo preparato per l’emissione del bond, il colosso petrolifero saudita ha realizzato nel 2018 ricavi per 355 miliardi di dollari, con un utile operativo di 212 miliardi. L’utile netto di 111 miliardi evidenzia un incremento del 46% sul 2017, grazie alla crescita del prezzo del petrolio, salito del 31% rispetto al prezzo medio del 2017. Aramco ha una posizione finanziaria netta positiva per 48,8 miliardi di dollari.

Per fare un paragone, Apple, la società quotata più redditizia al mondo, ha chiuso il 2018 con un utile netto di 59,4 miliardi di dollari, la metà di Aramco. Alphabet, la società che controlla Google, ha realizzato profitti per 30,7 miliardi di dollari ed Exxon Mobil, la principale compagnia petrolifera americana, ha conseguito un utile di 20,8 miliardi di dollari.

Moody’s ha assegnato a Saudi Aramco il rating A1. Per Fitch il rating è A+ (sostanzialmente lo stesso di Moody’s), in linea con il rating dei titoli di Stato dell’Arabia saudita. Saudi Aramco avrebbe dovuto essere quotata in Borsa nel 2018, un’operazione voluta dal principe ereditario Mohammed bin Salman all’interno di una serie di progetti che mirano ad attirare capitali internazionali nel regno saudita per diversificare un’economia totalmente dipendente dal petrolio. Il progetto di Ipo prevedeva di collocare sul mercato il 5% di Aramco raccogliendo 100 miliardi di dollari, sulla base di una valutazione del 100% della società di 2.000 miliardi di dollari.

Secondo il Wall Street Journal l’Ipo è stata rinviata perchè le valutazioni del mercato non superavano i 1.400 miliardi, ben più basse dei desideri di Riyad. Il nuovo appuntamento con il mercato è fissato per il 2021. Oggi nel mondo la società quotata con la più alta capitalizzazione è Microsoft, che vale in Borsa 905 miliardi di dollari.

Secondo l’agenzia di rating Fitch, negli anni 2015-2017 Aramco ha fornito il 70% delle entrate allo Stato saudita. La compagnia è sottoposta a un prelievo fiscale con un’aliquota del 50%, cui si aggiunge il pagamento al governo di royalties del 20% su ogni barile di petrolio estratto, percentuale che sale notevolmente se il prezzo del greggio supera i 70 dollari al barile.

Saudi Aramco è il primo produttore mondiale di petrolio, con una produzione totale di idrocarburi (compreso il gas) nel 2018 di 13,6 milioni di barili olio equivalenti al giorno. Le riserve provate di petrolio ammontano a 227 miliardi di barili e le riserve totali di idrocarburi a 257 miliardi di barili di olio equivalente. Il nome della compagnia era stato fatto tra l’altro nelle scorse settimane, come il possibile ‘veicolo’ dell’ingresso dell’Arabia Saudita nel cda della Scala, accompagnato da una donazione di 15 milioni di euro, prima che il progetto sfumasse e la trattativa venisse annullata. 

A febbraio è risalito il tasso di disoccupazione che si attesta al 10,7% con un aumento dello 0,1%. Lo rileva l’Istat. Le persone in cerca di occupazione sono aumentate dell’1,2% (+34 mila), risultando pari a 2 milioni 771 mila. Su base annua tuttavia il numero dei disoccupati è in calo (-1,4%, -39 mila). Confrontando il dato con il minimo pre-crisi (5,8%, dell’aprile 2007), emerge come il tasso di disoccupazione sia ancora di quasi 5 punti superiore. La stima degli occupati a febbraio in calo dello 0,1% rispetto a gennaio (-14 mila unità).

Gli occupati a febbraio sono risultati in lieve calo rispetto a gennaio (-0,1%, pari a -14 mila unità, stima l’Istat, secondo cui anche il tasso di occupazione scende di poco al 58,6% (-0,1 punti percentuali).

L’andamento degli occupati è determinato dalla diminuzione dei dipendenti (-44 mila), sia permanenti (-33 mila) sia a termine (-11 mila), mentre nell’ultimo mese risultano in aumento gli indipendenti (+30 mila). Il calo dell’occupazione e’ concentrato nella classe di età centrale dei 35-49enni (-74 mila), mentre si conferma il segno positivo per gli ultracinquantenni (+51 mila).

Su base annua l’occupazione cresce dello 0,5%, pari a +113 mila unità. L’espansione interessa entrambe le componenti di genere, interessando i 25-34enni (+21 mila) e soprattutto gli ultracinquantenni (+316 mila). Al netto della componente demografica la variazione è positiva per tutte le classi di età tranne i 35-49enni per i quali è nulla. Crescono soprattutto i dipendenti a termine (+107 mila) e si registrano segnali positivi anche per gli indipendenti (+71 mila) mentre calano i dipendenti permanenti (-65 mila). 

“Adottare le opportune iniziative al fine di definire l’assetto della proprietà delle riserve auree detenute dalla Banca d’Italia nel rispetto della normativa europea”. È questo l’impegno che la maggioranza chiede al governo con una mozione calendarizzata per mercoledì in Aula al Senato.

La mozione, a prime firme di Alberto Bagnai (Lega) e Laura Bottici (M5s), chiede all’esecutivo di “adottare le iniziative opportune al fine di acquisire, anche attraverso la Banca d’Italia, le notizie relative alla consistenza e allo stato di conservazione delle riserve auree ancora detenute all’estero e le modalità per l’eventuale loro rimpatrio, oltre che le relative tempistiche”. 

Pubblicata il 28 marzo, la proposta, in premessa, sottolinea anche che “la Banca d’Italia è il quarto detentore di riserve auree al mondo, dopo la Federal Reserve statunitense, la Bundesbank tedesca e il Fondo monetario internazionale; il quantitativo totale di oro detenuto dall’istituto, a seguito del conferimento di 141 tonnellate alla Banca centrale europea (BCE), è pari a 2.452 tonnellate (metriche) costituito prevalentemente da lingotti (95.493) e, per una parte minore, da monete; l’oro dell’istituto è custodito prevalentemente nei propri caveau e in parte all’estero, presso alcune banche centrali”.

Dunque, a giudizio dei proponenti dell’atto di indirizzo, “la proprietà delle riserve auree nazionali è surrettiziamente apparsa nella discussione parlamentare come un tema di dibattito, specie dopo l’avvento del sistema bancario europeo e lo stratificarsi della normativa nazionale, rendendo dunque necessario un intervento legislativo chiarificatore”. 

Sulle riserve auree di Bankitalia pende anche una mozione di Fratelli d’Italia, depositata il sei febbraio scorso, prima di quella, dunque, della maggioranza, e una del Pd. “Probabilmente per non riconoscere a Fratelli d’Italia la parternità di questa storica battaglia, la maggioranza grillo-leghista si è sbrigata a presentare una identica mozione collegata alla nostra”, polemizza Giorgia Meloni, “siamo felicissimi di aver svegliato la maggioranza dal suo torpore, dopo che il premier Conte in Senato a un question time di Fratelli d’Italia su questo tema aveva clamorosamente dichiarato che le riserve auree appartengono a Bankitalia. È tempo di mettere fine a questa pericolosa situazione e certificare una volta per tutte che l’oro della Patria è degli italiani e non dei banchieri”.

Dai transistor alle auto elettriche. Dalle operaie-ricamatrici degli anni ’60 del secolo scorso, con una manualità non comune, e comunque rara da poter trovare in un uomo, alle mani super high tech e specializzate dei robot di oggi. Così è cambiata in poco meno di sessant’anni la STMicroelectonics di Catania, per come ce la racconta la pagina “Economia&Imprese” del Sole 24 Ore.

Si tratta di un’azienda di semiconduttori che dal suo storico stabilimento siciliano lancia ora la sfida dei dispositivi in carburo di silicio (SiC)”, un materiale duro come il diamante, trasparente come il vetro e quaranta volte più costoso del silicio stesso. Ma anche molto più performante. “Soprattutto per applicazioni che riguardano la mobilità elettrica”, si legge nell’articolo. Rispetto a un microchip in semplice silicio, uno di quelli che viene realizzato con carburo di silicio può infatti gestire il triplo dell’energia ed essere dieci volte più piccolo e resistente.

Il “super silicio”, su cui si sono intensificati gli sforzi di ricerca e di applicazione di STMicroelectronics, può quindi trattenere più calore, dissipandone meno nell’ambiente. Questo perché, a parità di voltaggio, offre il 90% di resistenza passiva in meno. Una questione di efficienza della materia e al tempo stesso anche di efficientamento della dinamica produttiva. Tanto da poter raggiungere oggi una performance che aumenta dell’80%, e che – se applicata alle auto elettriche – per quei componenti che convertono l’energia in forza motrice “la tecnologia al carburo di silicio permette di aumentare l’autonomia del veicolo del 30%”.

O, addirittura, a parità di resa e di autonomia, di poter installare “batterie più leggere e meno voluminose”. Per l’obiettivo produttivo di poter sfruttare il carburo di silicio è stato lanciato un programma per il quale sono stati stanziati 250 milioni di euro. Così adesso, nel cuore della Sicilia, sta per nascere la “Silicon Carbide Valley”, ramo made in Italy della più conosciuta Silicon Valley californiana. Con l’obiettivo di dar vita ad una nuova era, quella “post silicio”.

“Oggi di fatto lavoriamo con tutti i produttori di auto: da Audi a Bmw, passando per Porsche – spiega al Sole24 Ore Marco Monti, presidente della divisione automotive St -Abbiamo calcolato che utilizzare su un veicolo elettrico componentistica St con tecnologia SiC comporta una spesa aggiuntiva di 300 dollari per veicolo, ma permette di risparmiarne 2mila in produzione, sempre per veicolo. Questo perché si riducono i costi della batteria, che può essere più piccola, si ottimizzano pesi e spazi e anche i sistemi di raffreddamento possono essere ridimensionati, e quindi meno costosi”.

Si stima che il mercato mondiale in questi settori delle applicazioni basate sul carburo di silicio possa valere in un prossimo futuro e nemmeno troppo distante, ovvero nel 2015, 3,7 miliardi di euro. E St punta, per quella data, a conquistarne una quota pari a 1 miliardo. Ed è per questo motivo che l’azienda ha di recent rivisto il proprio piano industriale per intensificare al massimo gli sforzi su questa tecnologia, per la quale ha già investito 250 milioni di euro. La maggior parte dei quali ha riguardato il sito St di Catania, che ha in portafoglio oltre 70 brevetti sul carburo di silicio. Una proprietà intellettuale che ha permesso a St di arrivare sul mercato prima dei concorrenti. L’azienda è poi celebre per aver fornito a metà degli anni 2000 gli accelerometri prima a Nintendo, per la consolle Wii, e poi ad Apple per i primi iPhone.

Al centro ricerca e sviluppo St di Catania studiano le proprietà del carburo di silicio dagli anni ’90. Ma dal 1960, al tempo delle “ricamatrici dei transistor”, lo stabilimento è cresciuto non solo in dimensioni ma prima di tutto in conoscenze, grazie anche ad una fitta rete di rapporti intessuta con il mondo della ricerca. Di fatto, “un ecosistema vivo ancora oggi, che concentra su un’area estesa poche centinaia di chilometri 50 anni di ricerca e sviluppo sui semiconduttori”.

Una rete che va dalle sedi siciliane dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn) e dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) alle università di Catania, Messina e Palermo. “E che include il Cnr di Catania, con cui St vanta una collaborazione iniziata oltre 20 anni fa”. È questa la qualità che rende unico lo stabilimento di Catania: riunire in un solo luogo ricerca e produzione. Una fabbrica-laboratorio e al tempo stesso anche un laboratorio-fabbrica ad elevata componente tecnologica.

Così come lo è stata nel passato continua ad esserlo nel presente e anche nel prossimo futuro.