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Via libera alle smart road e alla sperimentazione su strada dei veicoli a guida automatica con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto del ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti previsto dalla Legge di Bilancio 2018.

Standard comuni per strade più connesse e sicure

La legge scandisce interventi, tempi e tipi di strade interessate. Individua innanzitutto gli standard funzionali per realizzare strade più connesse e sicure che, grazie alle nuove tecnologie introdotte nelle infrastrutture stradali, possano dialogare con gli utenti a bordo dei veicoli, per fornire in tempo reale informazioni su traffico, incidenti, condizioni meteo, fino alle notizie turistiche che caratterizzano i diversi percorsi. Riguarderanno le tratte autostradali o statali di nuova realizzazione oppure oggetto di manutenzione straordinaria.

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In particolare, in una prima fase, entro il 2025, si interviene sulle infrastrutture italiane appartenenti alla rete europea TEN-T, Trans European Network – Transport, e su tutta la rete autostradale e statale. Progressivamente, i servizi saranno estesi a tutta la rete dello Sistema nazionale integrato dei trasporti, come individuata dall'allegato al Def 2017 "Connettere l'Italia". Entro il 2030, saranno attivati ulteriori servizi: deviazione dei flussi, intervento sulle velocità medie per evitare congestioni, suggerimento di traiettorie, gestione dinamica degli accessi, dei parcheggi e del rifornimento, anche elettrico.

È prevista l'installazione di dispositivi per il monitoraggio strutturale della staticità delle opere stradali. Gli interventi per la trasformazione in smart road sono stati identificati dopo un confronto con il settore e tenendo conto di quanto già realizzato da alcune concessionarie autostradali e da Anas. I costi degli interventi saranno a carico del concessionario o del gestore dell'infrastruttura.

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Veicoli automatici, possibile la sperimentazione su strada

Allo stesso tempo, il decreto disegna il percorso verso la sperimentazione degli innovativi sistemi di assistenza alla guida sulle nuove infrastrutture connesse. La legge prevede che, da oggi, il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti possa autorizzare, su richiesta e dopo specifica istruttoria, la sperimentazione di veicoli a guida automatica su alcuni tratti di strada, secondo specifiche modalità e controlli durante la sperimentazione, con lo scopo di assicurare che si svolga in condizioni di assoluta sicurezza. Possono chiedere l'autorizzazione istituti universitari, enti pubblici e privati di ricerca, costruttori del veicolo equipaggiato con le tecnologie di guida automatica.

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Un osservatorio di monitoraggio

È prevista infine l'istituzione di un Osservatorio Smart Road presso il Mit, per monitorare l'attuazione del provvedimento.

Se il predominio cinese nell’intelligenza artificiale è sempre più tangibile lo si deve anche a una start up di Hong Kong specializzata nel riconoscimento facciale: si chiama Sense Time. Nata nel 2014 dall’idea di un ambizioso professore universitario, Tang Xiaoou, è stato però un suo ex allievo, Xu Li, 40 anni, a lanciarla due anni dopo, diventandone Ceo.

Ha appena ricevuto un finanziamento di 600 milioni da una cordata di investitori (tra cui Temasek e Suning) guidata da Alibaba, raggiungendo così il valore di 3 miliardi di dollari; pochissime società statunitensi riescono a valere tanto basandosi quasi unicamente sul riconoscimento facciale, che in Cina ha conosciuto un vero boom. La società gode anche del sostegno di altri investitori, tra cui il colosso americano dei processori, Qualcomm, e il gigante cinese del real estate, Dalian Wanda. Ha clienti in tutto il mondo (oltre 400) e si sta espandendo in altri settori, come il deep learning e la guida autonomia, scrive il Financial Times.

Il cliente più grande? Ovvio: il governo cinese (30% del portfolio, scrive Quartz), che punta a trasformare l’AI in una industria da 150 miliardi di dollari entro il 2030, e dal quale Sense Time ha ottenuto pieno accesso ai dati dei cittadini. Non c’è solo questo: la Cina ha già assunto una posizione dominante nel mercato mondiale della videosorveglianza, e sta conducendo vari esperimenti che utilizzano il riconoscimento facciale per tracciare ogni movimento della popolazione. Dei giorni scorsi la notizia dell’arresto di un uomo sospettato di reati economici individuato dalle forze dell’ordine durante un concerto pop a Nanchang, nella Cina sudorientale, in mezzo a 50mila persone.

In Cina si contano già 176 milioni telecamere di sicurezze, con un incremento annuale del 13% dal 2012 al 2017; un dato che fa impallidire il 3% che ne scandisce la crescita a livello globale.

Sense Time, che in comune con i suoi principali rivali, Megvii e Yitu, ha l’altissimo valore di mercato, non è l’unica società ad avere avviato sperimentazioni con le forze di polizia. Nel febbraio scorso, in occasione del consueto esodo di massa per i festeggiamenti del Capodanno lunare, la polizia ferroviaria di Zhengzhou (capoluogo della provincia dello Henan) arrestò sette ricercati e altri 26 truffatori in possesso di falsi documenti. Sugli occhiali degli agenti era stata montata una mini telecamera in grado di realizzare uno screening di massa quasi perfetto. Il dispositivo era stato realizzato da LLVision Technology Co.

Il ministero per la Pubblica Sicurezza nel 2015 ha lanciato un piano che punta a creare un sistema in grado di collegare in pochissimi secondi il volto di ciascun cittadino con la foto identificativa: un database utilizzato per motivi di sicurezza ma le cui immaginabili conseguenze in termini di privacy per i cittadini ha già sollevato molti dubbi.

Nella corsa a immagazzinare i dati degli utenti, inestimabile tesoro da usare in vari ambiti, dalle campagne pubblicitarie al sistema di credito sociale, il programma di rating che assegna un voto alle attività online dei cittadini e delle imprese, Alibaba, Tencent e Baidu da tempo trasferiscono alle forze dell'ordine le tracce elettroniche degli utenti, dalle chat agli acquisti online.

Il riconoscimento facciale – tema caldo in questi giorni con l’arrivo della controversa tecnologia su Facebook in Europa – sta rivoluzionando anche altri settori, dal retail banking ai pagamenti online.

Pochi cinesi hanno probabilmente sentito parlare di Sense Time. Che però di loro sa tutto. Se entri al negozio di Suning, il colosso dell’elettronica cinese (quello che ha comprato l’Inter), è possibile che una telecamera di sicurezza stia registrando ogni tuo movimento: dentro c’è un software di Sense Time.

Se apri Rong360, un’app molto popolare in Cina che serve a farsi prestare soldi da altra gente (il cosiddetto “peer-to-peer lending”: un sistema di crowdfunding individuale che sopperisce alla carenza del credito finanziario), ti verrà chiesto di fare login con il riconoscimento facciale.

Chi lo sviluppa? Sense Time. Potrebbe poi venirti voglia di farti un video e mandarlo agli amici utilizzando Snow, app simile a Snachap, indossando occhiali per la realtà aumentata – fatti da Sense Time. Dalle prigioni ai grandi magazzini, Xu Li corteggia pubblico e privato (tra i suoi clienti figura anche Walmart).

Mentre continuano le schermaglie commerciali tra le due principali economie del mondo (stando a un rapporto di Rhodium Group, gli investimenti diretti cinesi negli Stati Uniti sono calati del 35% nel 2017; flessione da imputare in parte ai controlli delle autorità di Pechino sul movimento di capitali, ma soprattutto alle attività di interdizione esercitate dall’agenzia Usa sugli investimenti esteri: Cfius), uno dei settori nei quali Washington teme di perdere l’egemonia è proprio l’intelligenza artificiale.

Il rivale asiatico potrebbe avere già vinto, a partire dal settore militare. L’innovazione è il terreno in cui si consuma uno scontro più ampio: la Cina ha già scavalcato il Giappone come seconda potenza al mondo per brevetti internazionali, e l’Onu prevede il sorpasso sugli Usa in tre anni. Donald Trump, per sabotare le ambizioni del presidente cinese Xi Jinping, ha lanciato una dura rappresaglia contro i prodotti tecnologici. Il bersaglio è il Piano Made in China 2025, il programma di innovazione manifatturiera del gigante asiatico. Pechino ha risposto con controdazi che colpiscono la base elettorale del presidente americano. 

Il consorzio europeo composto da Snam, principale azionista con una quota del 60%, insieme a Enagás (20%) e Fluxys (20%), conferma di essere stato individuato dall’Agenzia greca per le privatizzazioni (Taiped) come aggiudicatario della gara per l’acquisto del 66% di Desfa, l’operatore nazionale nel settore delle infrastrutture del gas naturale, per 535 milioni di euro. Desfa gestisce, in regime regolato, una rete di trasporto ad alta pressione di circa 1.500 km, nonché un terminale di rigassificazione a Revithoussa.

Snam, Enagás e Fluxys, azioniste del progetto Tap, potranno nei prossimi anni dare slancio alla crescita del sistema greco delle infrastrutture del gas naturale, cogliendo pienamente il potenziale del Paese come hub, facendo leva sullo sviluppo del mercato domestico e sulle nuove iniziative di transito. Il consorzio, inoltre, potrà trasferire a Desfa capacità tecnico-operative e sviluppare nuovi utilizzi e fonti del gas naturale (come metano per i trasporti e biometano) per dare un contributo determinante al processo di riduzione delle emissioni climalteranti del Paese. Grazie alla sua posizione strategica nel Mediterraneo, la Grecia può rappresentare un crocevia importante per la diversificazione degli approvvigionamenti e l’apertura di nuove rotte del gas naturale in Europa.

Taiped ha accettato l’offerta di 535 milioni di euro per il 66% del capitale di Desfa presentata dal consorzio la scorsa settimana. Sono state avviate discussioni con un pool di banche greche e internazionali finalizzate a ricevere un finanziamento non-recourse per l’acquisizione.

Nell’esercizio 2017 Desfa ha riportato risultati in significativa crescita rispetto all’anno precedente, con un ebitda pari a circa 177 milioni di euro, che include anche componenti tariffarie non ricorrenti, e una posizione finanziaria netta positiva di circa 5 milioni di euro (inclusiva di cassa disponibile per circa 228 milioni di euro).

La sottoscrizione degli accordi per l’acquisizione potrà intervenire all’esito degli ulteriori step previsti dalla procedura di gara e dalla normativa locale sulle privatizzazioni, mentre il closing dell’operazione è previsto nella seconda parte dell’anno, a valle delle necessarie autorizzazioni tra le quali la clearance antitrust.

“Questo risultato conferma il ruolo centrale dell’Italia nel settore delle infrastrutture energetiche in Europa e nel Mediterraneo. Siamo orgogliosi di veder valorizzate con queste operazioni tecnologie e competenze di eccellenza italiane. Con i nostri partner Enagas  e Fluxys abbiamo costruito un forte consorzio industriale europeo con l’obiettivo di sviluppare ulteriormente Desfa, il mercato greco, l’Energy Union e l’intero sistema energetico dell’Europa mediterranea, a beneficio dei consumatori, della competitività delle imprese, della sicurezza delle forniture e della decarbonizzazione”, ha commentato il ceo di Snam Marco Alverà.

Ci mancavano anche la criptovaluta fatta in casa e il gangster di Macao noto come “dente rotto”, nella vicenda di Cambridge Analytica. Che aveva già avuto una svolta grottesca (si pensi al servizio della tv Channel 4 in cui l’allora Ceo Alexander Nix propugnava davanti a un giornalista sotto copertura metodi di campagna politica assai poco scientifici e ‘psicografici’ ma di indubbia efficacia, come “l’invio di ragazze a casa di un candidato”). Tuttavia il filone trash ora sta toccando nuove vette.

L’azienda al centro dello scandalo dei 50, poi 87 milioni di profili Facebook comprati dal ricercatore Aleksandr Kogan e in teoria utilizzati per fare campagne elettorali (anche se va ricordato che dell’utilizzo specifico di questi dati sappiamo poco e niente), stava per lanciare una sua moneta digitale attraverso una offerta iniziale di valuta (ICO, Initial Coin Offering). Le ICO sono una nuova modalità di raccolta fondi, molto in auge negli ultimi due anni e poco regolamentata, incentrata sullo sviluppo di criptovalute basate su tecnologia blockchain, la stessa che sta al cuore di Bitcoin. Si lancia una critpovaluta, un token digitale, fondata su una blockchain, un registro distribuito e immodificabile delle transazioni, spesso con l’idea di sviluppare un sistema di pagamento legato a una serie di servizi collaterali. Un settore tumultuoso, volatile, non privo di truffe e truffatori, con cui startup più o meno serie stanno raccogliendo montagne di fondi.

La moneta digitale di Cambridge Analytica avrebbe dovuto consentire di salvare in forma digitale dati personali, e anche di venderli, almeno secondo il sommario resoconto fatto al New York Times da una ex dipendente, Brittany Kaiser, che come vedremo ha anche testimoniato alla Commissione cultura, media e digitale del Parlamento britannico. L’obiettivo sarebbe stato dunque di creare una piattaforma protetta per permettere alle persone di vendere (come? non ci sono dettagli) i propri dati personali agli inserzionisti. Proprio quelli che con l’altra mano Cambridge Analytica acquisiva da ricercatori e da vari quiz e app per profilare milioni di persone. Una contraddizione in termini? O la chiusura del cerchio? “Chi ne sa di più dell’uso di dati personali di Cambridge Analytica?”, ha detto Kaiser al New York Times. “Dunque perché non fare una piattaforma per ricostruire il modo in cui funziona questo processo?”

Ad ogni modo, quale che fosse il funzionamento, il punto è che la società di campagne elettorali e analisi dati sperava così di raccogliere fino a 30 milioni di dollari. Ma il progetto dell’ICO sarebbe stato sospeso con l’esplosione dello scandalo Facebook.

Non era l’unico tuffo nel mondo delle criptovalute compiuto dalla controversa società. Cambridge Analytica si era messa a pubblicizzare i propri servizi di targeting, di profilazione, alle aziende interessate a lanciare delle ICO. E aveva promosso una moneta digitale nota come Dragon Coin. Moneta nata per essere usata nientemeno che dai giocatori di casinò di Macao, un settore economico non esattamente noto per la lotta al riciclaggio (i casinò di Macao nei primi sei mesi del 2017 hanno registrato un boom di transazioni sospette). Per di più tale Dragon Coin, secondo documenti visionati sempre dal New York Times, vedrebbe il coinvolgimento pure di un gangster di Macao, Wan Kuok-koi, uscito di prigione nel 2012, noto come Dente Rotto (Broken Tooth), tra gli sponsor. Per la cronaca, Dragon Coin dice di aver raccolto 300 milioni di dollari, ma sul piano operativo il suo progetto non sembra essere decollato finora.

Dato questo scenario forse non sorprende che Alexander Nix, l’ex Ceo di Cambridge Analytica sospeso a marzo dal Cda, abbia deciso di non presentarsi davanti al Parlamento britannico. Doveva testimoniare alla Commissione cultura e digitale, ma Nix ha fatto sapere che non si sarebbe presentato citando come ragione l’esistenza di un’indagine da parte del commissario all’informazione. Vari osservatori ritengono però che non sarebbe stato un problema. Il commissario all’informazione (Information Commissioner’s Office) è infatti un’autorità di controllo che può comminare multe su temi legati alla privacy, ma non starebbe conducendo una indagine criminale.

Nel frattempo, davanti alla commissione britannica, ha testimoniato Brittany Kaiser, la già citata ex dipendente di Cambridge Analytica. Secondo la donna, la società avrebbe potuto raccogliere dati da più degli 87 milioni di profili Facebook individuati finora perché utilizzava un’ampia gamma di giochini della personalità per estrarre informazioni personali dai social network, e non solo attraverso il quiz progettato dal ricercatore Aleksandr Kogan. 

 

 

Ventisette dei ventotto ambasciatori dei Paesi dell’Unione Europea a Pechino lanciano, in un rapporto, una dura critica all’iniziativa di sviluppo infrastrutturale euro-asiatica “Belt and Road”, che “va contro l’agenda di liberalizzazioni del commercio dell’Unione Europea e spinge gli equilibri di potere in favore delle aziende cinesi che godono di sussidi”.

Lo scrive il quotidiano tedesco Handelsblatt che afferma di avere consultato il rapporto, a cui sarebbe mancato il sostegno della sola Ungheria, tra i Paesi Ue. I contenuti del rapporto, spiega il quotidiano tedesco, servirebbero a preparare il prossimo Eu-China Summit, in agenda per il mese di luglio. 

Fonti diplomatiche sentite dall’Agi non hanno voluto commentare direttamente la notizia, anche se, a quanto si apprende, la scorsa settimana ambasciatori di Paesi dell’Unione Europea e non solo hanno avuto incontri con il vice ministro del Commercio cinese, Fu Ziying, che ricopre anche la carica di China International Trade Representative, per trattare sia temi bilaterali che multilaterali. 

Nel rapporto, prosegue il quotidiano tedesco, gli ambasciatori europei sostengono che la Cina intenda modellare la globalizzazione in base ai propri interessi. “Allo stesso tempo, l’iniziativa persegue obiettivi di politica interna come la riduzione della sovrapproduzione, la creazione di nuovi mercati per l’export e e la salvaguardia dell’accesso alle materie prime”, si legge in un passaggio ripreso dal quotidiano tedesco. L’avvertimento lanciato dagli ambasciatori Ue è che i gruppi europei potrebbero non ottenere buoni contratti se i gruppi cinesi non aderiranno ai principi di trasparenza negli approvvigionamenti pubblici dell’Unione Europea e agli standard ambientali e sociali.

Negli ultimi mesi, l'Italia si è abituata a vedere il segno meno davanti ai dati sugli investimenti in startup. Il 2018 si è però aperto in un'altra direzione, almeno per l'equity crowdfunding. I volumi (se confrontati con l'estero) non sono ancora esplosivi. Ma questo strumento di raccolta comincia a diventare consistente sulla bilancia degli investimenti italiani.

La raccolta record del primo trimestre

Il primo trimestre 2018 è stato (di gran lunga) il più ricco di sempre: le campagne di equity crowdfunding chiuse con successo sono state 24 e la raccolta ha raggiunto i 5,9 milioni di euro (+180% anno su anno), coinvolgendo 2100 investitori. La somma ottenuta in 90 giorni, quindi, vale la metà di quella ottenuta nell'intero 2017 (11,7 milioni). L'equity crowdfunding, in cui una “folla” (crowd) di investitori entra nel capitale di startup e Pmi con l'intermediazione di una piattaforma digitale, sembra quindi accelerare in modo consistente. Un momento che si aspettava dal 2014, cioè da quando il settore è stato regolamentato in Italia (con alcune correzioni in corsa che hanno reso il processo più agile).

Nel 2017 ha rappresentato l’8,7% degli investimenti complessivi in startup. Una quota, vista la partenza, destinata ad ampliarsi nel 2018. A spingere il settore nel primo trimestre è stata soprattutto la piattaforma Mamacrowd (braccio operativo di Siamosoci): ha raccolto 2,8 milioni di euro (il 47% dell'intera raccolta italiana) e ha chiuso con successo 7 campagne (tra le quali la più ricca di sempre per il nostro Paese).

La sfida delle Pmi 

“L'equity crowdfunding – afferma il direttore generale di Siamosoci Massimiliano Ceaglio – rappresenta un’opportunità di crescita e sviluppo per tanti settori con idee innovative”. E, da gennaio, non solo per le startup. La normativa ha infatti aperto le piattaforme alle Pmi. “Credo che la crescita di operazioni e ammontare investito sia fisiologica”, spiega Dario Giudici, presidente di SiamoSoci e fondatore di Mamacrowd. “Le piccole e medie imprese portano con sé un business consolidato e utilizzeranno l'equity crowdfunding per raccogliere cifre maggiori”. Certo, le difficoltà non mancheranno. Perché il tessuto imprenditoriale italiano è, per tradizione, tanto frammentato quanto geloso della propria autonomia.

“Questo è un tema cruciale”, conferma Giudici. “Ma crediamo che ci saranno passi avanti promuovendo la conoscenza dello strumento. Spesso le imprese non si aprono a capitali esterni per i timori di ingerenze sulla gestione. L'equity crowdfunding dà la possibilità di emettere quote e azioni senza diritti di voto. Ottenendo risorse e un nuovo network di soci senza però perdere il controllo della governance. E poi sono convinto che il ricambio generazionale nelle imprese familiari contribuirà a una maggiore apertura”. Dall'altra parte, però, ci sono gli investitori che dovranno accettare di non mettere bocca nell'azienda sulla quale hanno puntato i propri soldi. “Spesso gli utenti della piattaforma – sottolinea Giudici – non sono interessati alla gestione ma vogliono solo diversificare i propri investimenti. E poi nulla vieta alle imprese di concedere diritto di voto oltre una certa soglia investita. È chiaro che chi investe di più voglia avere potere decisionale”.

"Le banche non sono il nemico"

L'equity crowdfunding rende possibile creare un portafoglio diversificato di startup e Pmi anche con somme contenute. Nessuna concorrenza, però. Né con venture capital e business angel (come investitori), né con le banche (come canale per ottenere risorse). “Gli investitori professionali – continua Giudici – tendono a focalizzarsi su operazione di una certa dimensione e i business angel su investimenti territoriali. C'è invece una mancanza di fondi nella fase che va dalla nascita della startup e all'ingresso dei venture capital. L'equity crowdfunding colma questo spazio, con volumi più contenuti ma con un numero più elevato di operazioni”.

Non si tratta però di un'alternativa al credito bancario. “Non siamo una minaccia per le banche ma uno strumento complementare”, afferma Giudici. “Le Pmi hanno spesso un problema di sottocapitazzazione, che limita l'accesso al credito. Il crowdfunding può essere utile per ricapitalizzare, permettendo alle imprese di ottenere finanziamenti e alle banche di avere maggiori garanzie”.

Le campagne di successo

In attesa che le Pmi conquistino spazio, il grosso delle campagne arriva dalle startup. Anche se quella più ricca mai chiusa in Italia (su Mamacrowd, sempre nel primo trimestre 2018) una startup non è. Si tratta di Club Italia Investimenti 2, un portafoglio nel quale gli utenti della piattaforma hanno messo 1,2 milioni di euro. Che saranno poi utilizzati per supportare le imprese innovative. Una cifra che segna un nuovo record, superando la campagna di Green Energy Storage, che nel 2017 aveva raccolto poco più di un milione di euro. Dei progetti che approdato su Mamacrowd, l'89% raggiunge l'obiettivo fissato. Merito, spiega Giudici, di una rete di partner fatta di incubatori e acceleratori. Sono spesso queste strutture a fare una prima scrematura. Per poi lasciare alla piattaforma “un giudizio di ragionevolezza dell'offerta”.

In altre parole: Mamacrowd decide se la richiesta della startup è congrua con il suo valore e con i suoi obiettivi. Più o meno la metà dei progetti “segnalati” dagli incubatori attiva campagne su Mamacrowd. Quelli che passano per l'autocandidatura, non avendo affrontato alcun setaccio, vengono spesso bocciati (nel 95-97% dei casi).

Cosa cercano gli investitori

Lasciar passare solo progetti di qualità è interesse della piattaforma. Anche perché il crowdfunding non perdona. “È come essere in una scatola di vetro”, spiega Ceaglio. “Gli utenti sono attenti a ogni dettaglio, come in una due diligence diffusa che va avanti per tutto il tempo della campagna”. E allora come si individua una società di successo? Come al solito, non ci sono formule matematiche. Il supporto degli incubatori o il gradimento del mercato sono i primi indizi. Poi, afferma Giudici, “devono essere progetti che vanno raccontati e resi comprensibili. Non tutti quelli buoni sono adatti all'equity crowdfunding”.

Il settore di appartenenza non è decisivo: “Abbiamo capito – spiega il presidente di Siamosoci – che non c'è una predilezione verso una specifica tecnologia quanto verso altre caratteristiche. Gli investitori non puntano su aziende ancora in fase di prototipazione. Cercano progetti che siano già stati testati sul mercato, che abbiano già un fatturato, un team competente e una struttura per la commercializzazione e il marketing. Gli investitori privati possono così avere più punti di riferimento. È per questo motivo che il percorso più auspicabile passa da un percorso di accelerazione per finire sulla piattaforma”.

 "L’Italia è il nostro primo Paese a livello di investimenti: 7 miliardi di euro nei prossimi 4 anni, di cui 1 miliardo di euro destinato alle attività green, incluse le spese per la ricerca e sviluppo al servizio del processo di decarbonizzazione”. Lo ha detto l’ad di Eni Claudio Descalzi presentando alla comunità finanziaria italiana il Piano strategico della compagnia per il quadriennio 2018-2021, fornendo, con l’occasione, aggiornamenti sui risultati raggiunti nell’ambito della sicurezza, sulle attività green in Italia e sui passi compiuti nell’ambito ricerca e sviluppo.

"Lavoriamo in decine di Paesi nel mondo e in ogni Paese – ha aggiunto – integriamo le nostre competenze e la nostra passione con quelle delle popolazioni che ci ospitano, con risultati straordinari. Ma le nostre radici sono in Italia ed è proprio qui che vediamo il potenziale per investire di più".

Descalzi si è soffermato sul Progetto Italia, iniziativa di riqualificazione industriale che implica la realizzazione di impianti per la produzione di energia rinnovabile nell’ambito di terreni Eni bonificati. L’energia rinnovabile prodotta sarà destinata prevalentemente a soddisfare gli autoconsumi degli asset industriali di Eni, consentendo alla compagnia di ridurne i consumi energetici. Finora Eni ha identificato in questo ambito 25 progetti per una potenza complessiva pari a 220 megawatt, pari a 0,4 terawatt/ore all’anno di energia elettrica, e che entreranno in esercizio nel 2021.

Sempre in ambito green, l’ad di Eni ha ricordato l’impegno della compagnia per la realizzazione di prodotti bio nell’ambito del downstream: Eni è stata la prima compagnia a convertire una raffineria tradizionale in bioraffineria, a Venezia, e completerà entro fine anno la conversione della raffineria di Gela; i due impianti, insieme, produrranno 1 milione di tonnellate all’anno di green diesel entro il 2021, facendo di Eni uno dei principali produttori d’Europa. La società, infine, ha lanciato una serie di progetti legati alla chimica verde come prodotti intermedi da olio vegetale e piantagioni sperimentali di Guayule per produrre gomma naturale.

Enel Brasil Investimentos Sudeste, società interamente posseduta dalla controllata brasiliana Enel Brasil, ha lanciato un’offerta pubblica volontaria per l’acquisizione dell’intero capitale della società di distribuzione elettrica brasiliana Eletropaulo Metropolitana Eletricidade de São Paulo S.A. per un corrispettivo di 28,0 real brasiliani per azione, condizionata all’acquisizione di un numero totale di azioni rappresentative di oltre il 50% del capitale stesso. E' quanto si legge in una nota della società.

L’investimento complessivo atteso ammonta sino ad un massimo di 4,7 miliardi di real brasiliani, pari a 1,1 miliardi di euro. Enel Americas S.A., società controllata da Enel e che a sua volta controlla Enel Brasil, fornirà ad Enel Sudeste le risorse finanziarie necessarie per tale investimento. L’operazione è coerente con l’attuale Piano Strategico del Gruppo Enel e, in caso di esito positivo, rappresenterebbe un altro passo avanti nel rafforzamento della presenza del Gruppo nel settore della distribuzione in Brasile.

La Cina apre i settori dell’automotive, della cantieristica e dell’aviazione al capitale straniero. Il governo cinese ha annunciato oggi che eliminerà i limiti alle quote in possesso di investitori stranieri nel settore dell’automotive entro il 2022. Lo ha reso noto la Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme, l’ente di panificazione economica del governo cinese. Entro il 2020 saranno eliminati i vincoli per le aziende produttrici di veicoli commerciali, mentre entro il 2022 verranno eliminate le restrizioni per gli altri gruppi che producono vetture per il trasporto dei passeggeri.

Con l’apertura annunciata oggi, i produttori di auto stranieri non dovranno più sottostare alla regola di avere una partnership al 50% con produttori locali, che ha generato malcontento da parte di alcuni produttori per i timori di violazioni della proprietà intellettuale. Entro quest’anno, scrive la Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme, verranno poi eliminati i limiti per le aziende che producono auto alimentate a nuove fonti energetiche. Sempre entro la fine del 2018, la Cina prevede anche l’eliminazione dei limiti alle quote in possesso di investitori stranieri nei settori della cantieristica e della produzione di aerei.

Maxi tariffe su sorgo importato da Usa 

La Cina annuncia che imporrà dazi antidumping provvisori sul cereale sorgo importato dagli Stati Uniti. Si aggiunge così un'altra pressione alle già accresciute battaglie commerciali tra le due principali economie del mondo. Le tariffe sul sorgo danneggerebbero gli agricoltori in Stati come Kansas, Texas, Colorado e Oklahoma, che sono anche i principali Stati repubblicani che costituiscono la base del presidente Donald Trump. 

 "C'era dumping di sorgo importato e coltivato negli Stati Uniti e l'industria del sorgo domestico ha subito danni ingenti", ha detto il ministero del commercio in una nota. Il ministero ha detto di aver ordinato agli importatori di pagare alla dogana cinese un deposito pari al 178,6 per cento del valore del sorgo importato.  Il ministero prenderà una decisione definitiva dopo ulteriori indagini, che potrebbero portare a tariffe antidumping. 

Gli Stati Uniti hanno spedito 4,8 milioni di tonnellate di sorgo in Cina l'anno scorso, con un incremento di quattordici volte rispetto alle 317.000 tonnellate del 2013, ha affermato Wang Hejun, direttore del ministero del commercio e del servizio investigativo.

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La polemica tra Cina e Stati Uniti ha visto nel mirino anche lo yuan, la valuta cinese. Nei giorni scorsi, dal Forum di Boao, sull’isola cinese di Hainan, il governatore della banca centrale cinese, Yi Gang, aveva smentito le voci secondo cui la Cina stava prendendo in considerazione gli effetti di una svalutazione dello yuan, la valuta cinese, in risposta alle tensioni commerciali con gli Stati Uniti.

La politica monetaria di Pechino è tornata ieri al centro dell’attenzione dopo che su Twitter, il presidente Usa, Donald Trump, ha accusato Cina e Russia di manipolazione delle rispettive valute, in un momento in cui gli Stati Uniti continuano ad alzare i tassi di interesse. “Non è accettabile!, ha concluso Trump nel tweet, che contraddice, però, l’ultimo rapporto del Dipartimento del Tesoro di venerdì scorso, nel quale non venivano segnalati partner commerciali di prima grandezza degli Usa che, nella seconda metà del 2017, avessero manipolato la propria valuta.

La replica alle accuse di Trump è arrivata oggi dalla portavoce del Ministero degli Esteri di Pechino, Hua Chunying, che ha definito “un po’ caotiche” le informazioni in arrivo da Washington, sottolineando che la Cina continuerà nella riforma del tasso di cambio del renminbi, altro nome della valuta cinese.

Cresce esposizione a bond Usa a febbraio

La Cina aumenta la propria esposizione al debito Usa a febbraio scorso, ai massimi degli ultimi sei mesi. Secondo gli ultimi dati del Dipartimento del Tesoro di Washington, la Cina ha acquistato buoni del Tesoro Usa per 8,5 miliardi di dollari, portandosi a quota 1180 miliardi di dollari, e rimanendo il primo creditore degli Stati Uniti, seguita dal Giappone che ha lievemente ridotto la propria esposizione sul mese precedente, e che oggi detiene bond Usa per un totale di 1060 miliardi di dollari.

L’ultimo dato sull’aumento dell’esposizione cinese giunge in un momento di forti tensioni commerciali con gli Stati Uniti, e sull’onda delle speculazioni di una possibile ritorsione di Pechino nella battaglia dei dazi con gli Usa, proprio sui bond. La Cina si è dichiarata, in diverse occasioni, “un investitore responsabile”, anche se il mese scorso l’ambasciatore cinese a Washington, Cui Tiankai, non aveva escluso la possibilità di una riduzione dell’esposizione cinese al debito Usa, durante un’intervista all’agenzia Bloomberg. 

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