Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Coincidenze: il 13 giugno, nel giorno di massima tensione tra Eliseo e Palazzo Chigi, le startup italiane e francesi si stringevano la mano. La French Tech, la rete dell'innovazione transalpina, ha organizzato un evento per parlare di investimenti. C'era anche l'ambasciatore francese in Italia Christian Masset. Che non ha evitato la questione Aquarius. Passando però in fretta dall'immigrazione (definita “una sfida comune”) all'innovazione (“Francia e Italia non si possono trasformare se non lo fa anche il proprio vicino”).

Se Salvini e Macron, prima di rappacificarsi, ostentavano vocabolario e maniere spicce, a Milano volavano sorrisi. Forse perché, quando si parla di innovazione, il quadro è pacifico. I rapporti di forza sono chiari (e impari): la Francia corre, l'Italia insegue. Ne hanno parlato sette investitori italiani.

Costamagna (Cdp): “In Italia manca la cultura del rischio”

Cassa depositi e prestiti non è un fondo di venture capital. Ma è, di fatto, il principale investitore italiani in capitale di rischio. Il suo presidente, Claudio Costamagna, ha confermato che l'Italia “è ancora molto indietro” e che ha “molto da imparare dalla Francia”. La mano pubblica di Parigi, infatti, ha giocato un ruolo chiave nella nascita della “startup nation”.

Secondo Costamagna, le ragioni del ritardo italiano sono diverse: “Una delle principali è la scarsa diffusione della cultura del rischio, con gli investitori che preferiscono investimenti meno volatili. C'è poi un problema di trasferimento tecnologico, dalla ricerca scientifica in brevetti” e la “scarsa presenza di grandi aziende, che nel venture capital contano”. Cdp avrebbe fatto "tutto il possibile per mettere benzina in un mercato che ne aveva bisogno. Adesso è il momento di gestirla bene”. I venture capital sono “indispensabili per tradurre le idee in attività compiute”. Non solo per l'apporto di risorse finanziarie, ma anche perché consentono di “acquisire competenze specializzate, di usufruire del network dell'investitore e determinare un impatto positivo a livello economico”.

Buonanno (Invitalia Ventures): “L'importanza di un sistema organico”

Sergio Buonanno, amministratore delegato di Invitalia Ventures, è uno dei pochi a dirlo chiaramente: “Sono ottimista e credo ci siano le possibilità di recuperare, in tutto o in parte, il gap” con la Francia. I Pir potrebbero essere “un'opportunità”, non ancora sfruttata, di convogliare risorse verso il venture capital. Importare modelli esteri non è sempre la soluzione. Ma, nel caso italiano, “una delle cose che funziona è l'attività dei fondi dei fondi”. Tra i grandi difetti c'è il “trasferimento tecnologico”, cioè l'incapacità di trasformare l'idea in impresa. E non perché, sottolinea l'ad di Invitalia Ventures, “manchi l'imprenditorialità e la buona ricerca scientifica”.

Quello che manca è “un sistema organico che funzioni, come in Francia”. Altro punto debole: l'incapacità di sostenere, a livello finanziario, l'intero percorso di crescita di una startup. “Oggi in Italia non ci sono fondi in grado di intervenire in un round B”. Colpa anche delle grandi imprese, ancora lontane: si parla tanto di open innnovation ma si fa poco. “È vero che non sono molte, ma i corporate venture capital falliscono anche perché non sviluppano una struttura snella e non riescono a gestire gli investimenti,”, che richiedono “competenze diverse da quelle del mondo industriale”.

Levi (360 Capital): “I grandi gruppi facciano la loro parte”

Emanuele Levi, General Partner di 360 Capital, ha un punto di vista privilegiato. Perché opera proprio tra Italia e Francia. E si focalizza su un punto: “L'ecosistema deve diventare un vero ecosistema. Dire che manca significa dire che mancano i grandi gruppi. Anche se meno numerosi rispetto alla Francia, devono svolgere il loro ruolo”. I numeri degli investimenti francesi sono distanti, ma l'Italia resta “un'area d'interesse”, ricca di “imprenditori di talento”: “Se c'è un Paese dove c'è cultura imprenditoriale è l'Italia”.

La domanda, ricorrente da anni è: viene prima il successo o i capitali? Per Levi questi ultimi sono “il punto di partenza”. “Una volta che ci sono, possiamo innestare questo circolo virtuoso che attrae studenti e imprenditori". Mentre oggi "ci sono hub esteri che hanno maggiore attrattività". Piuttosto che guardare il modello americano, Levi consiglia di guardare a quello francese: “Ha più elementi che possono essere importati”.

Mondini (Idinvest): “Manca la comunicazione del successo”

Fabio Mondini, venture partner in Idinvest, guarda a un altro aspetto: “Il successo alimenta successo. E in Italia manca la comunicazione dei casi positivi”. “Più storie di successo spingeranno corporate e fondi di venture capital”. Certo, non è solo una questione di entusiasmo. “La media del ritorno dell'investimento in Italia è ancora lontano da quello francese. E la maggior parte delle grandi imprese francesi investono o hanno un proprio fondo. In Italia i casi del genere sono pochi”.

Mondini ha definito “triste” il fatto che Exor abbia deciso di investire 100 milioni (di dollari e non di euro) sulle startup (americane e non italiane). Nonostante le pecchi, Mondini è convinto che “nei prossimi 3-5 anni l'Italia prenderà il volo”.

Valenti Valenti Gatto (Partech): “Imprese abbiano visione più aperta”

Anche Nico Valenti Gatto (responsabile corporate investor e startup della francese Partech) punta sulle grandi imprese. Che non investirebbero anche per una questione culturale. Un terzo delle risorse gestite da Partech arriva da lì. Ma con un approccio diverso, più strategico: se sei un'impresa e investi in startup, l'approccio è (o dovrebbe essere) diverso. Più aperto, spiega Valenti Gatto, che non cerchi solo il profitto ma anche “opportunità di sviluppo, talenti e acquisizioni, non solo nel core business dell'impresa”.

Altrove, questo modello funziona. E in Italia? “Non vedo perché non dovrebbe. Forse il messaggio non è ancora stato impacchettato in maniera abbastanza attraente per i grandi gruppi”.

Magnifico (LVenture): “Valutiamo presenza a Parigi”

LVenture ha radici a Roma, ha aperto un avamposto a Milano da pochi mesi. E adesso sta valutando l'apertura di una sede all'estero. In pole position, spiega il consigliere della società Roberto Magnifico, c'è proprio Parigi: “Perché c'è un ecosistema in grande fermento, con grandi ambizioni. Potremo essere contaminati dal venture capital francese, ma anche contaminare la Francia con l'imprenditorialità italiana. Andiamo dove viviamo opportunità di crescita”. Anche Magnifico sottolinea lo scarso apporto delle grandi compagnie italiane, “quasi del tutto assenti”.

E anche Magnifico, pur senza nominarla esplicitamente, fa l'esempio di Exor. “Una grande famiglia italiana sta investendo 100 milioni negli Stati Uniti, dove non hanno certo problemi di capitali”. Proprio LVenture, che con Luiss Enlab osserva molto da vicino il mondo dell'università, indica anche il problema del trasferimento tecnologico. “Il meccanismo s'inceppa all'interno delle università. Il modello con cui si approccia la ricerca e sviluppo è puro, non sempre con validazione sul mercato. Questa mentalità sta cambiando, ma non è ancora molto diffusa”.

Trombetti (PiCampus): “Italia punti sui settori in cui è leader”

Marco Trombetti è stato un imprenditore che si è trasformato in investitore. È partito con un piccolo fondo seed da 5 milioni di euro, con un focus di settore molto preciso: l'intelligenza artificiale (lo stesso settore nel quale ha avuto successo la sua Translated). Oggi ha investito in 40 progetti, metà dei quali in Italia.

“Specializzarsi rende difficile trovare solo opportunità locali. Per questo l'Europa rappresenta un'opportunità incredibile”. Per emergere, è inutile sperare che nasca un “Sequoia Capital europeo”. Cioè un fondo tanto grande quanto variegato. Il futuro dell'Italia potrebbe passare dalla fusione tra innovazione e settori in cui “il Paese è riconosciuto come leader mondiale, come fashion tech e food tech”.

Il Quantitative Easing, abbreviato con Qe, è uno strumento non convenzionale di politica monetaria espansiva usato dalle banche centrali per stimolare la crescita economica, con lo scopo di orientare l'offerta di credito e i mercati finanziari. La Bce ha avviato il suo programma nel marzo 2015 e ha annunciato oggi che lo ridurrà a 15 miliardi a partire dal mese di ottobre per poi azzerarlo dal gennaio 2019. Inizia così la fase del tapering, vale a dire il rientro graduale degli stimoli.

Cos'è e a cosa serve

Il piano e' un programma di allentamento quantitativo, cioè è una delle modalità con cui la banca centrale immette liquidità nel sistema finanziario. In pratica, la Bce crea moneta a debito e lo fa attraverso iniezioni di liquidità, con operazioni di mercato aperto, tramite l'acquisto di titoli di Stato e di altre obbligazioni. Il programma ha come obiettivo far ripartire il credito delle banche all'economia reale e contrastare i rischi di deflazione, riportando il tasso di inflazione verso il target del 2%. 

I programmi di Quantitative Easing  

Nel corso di questi tre anni e mezzo ci sono stati quattro programmi di quantitative easing. Nel gennaio del 2015 la Bce ha approvato il suo primo Qe: il cosiddetto 'bazooka', che prevedeva acquisti mensili di 60 miliardi di euro al mese ed era diretto prevalentemente all'acquisto di titoli di Stato. Questo programma è durato fino al marzo del 2016, quando la Bce ha sorpreso i mercati, prendendo una raffica di storiche decisioni, tra cui quella di abbassare a quota zero il 'Refi, il tasso di rifinanziamento e di abbassare a -0,40% il tasso sui depositi, quello che le banche pagano agli istituti centrali per parcheggiare la loro liquidità.

Nella stessa occasione, fu ampliato da 60 a 80 miliardi di euro al mese l'ammontare degli acquisti mensili di titoli, estesi anche gli acquisti agli 'abs' e ai 'covered bond'. La Bce decise inoltre di lanciare un nuovo programma di Tltro, ovvero di prestiti alle banche a tasso agevolato condizionati alla fornitura di credito all'economia. A dicembre del 2016 eè scattata la terza fase del quantitative easing. Il direttivo della Bce ha esteso fino alla fine del 2017, "o oltre se necessario", il programma mensile di acquisti, che da aprile si è ridotto a 60 miliardi al mese. Gli acquisti sono stati estesi anche alle obbligazioni emesse da regioni ed enti locali. A marzo del 2017, la Bce ha confermato l'estensione a tutto il 2017 del Qe e la sua riduzione da aprile a 60 miliardi di euro di acquisti mensili. Infine, a ottobre dello scorso anno, ha dimezzato gli acquisti di titoli a partire dal gennaio 2018. Il Quantitative easing è dunque passato da 60 a 30 miliardi di acquisti mensili.

Anche qui ci sono dei paletti

Fin dal gennaio 2015 la Bce ha previsto due paletti per il Qe che si sono mantenuti e che riguardano la condivisione del rischio e i limiti sulle operazioni di acquisto. Innanzitutto, l'acquisto di titoli di Stato, fin dal gennaio 2015, viene effettuato, in concreto, dalle banche nazionali dei paesi dell'Eurozona. La Bce è pronta a condividere il peso di eventuali perdite con le banche centrali nazionali per il 20% dei titoli acquistati. Per il restante 80% non c'è quindi condivisione del rischio. Inoltre, le operazioni di acquisto previste dal 'quantitative easing' dell'Eurotower hanno due limiti. In primo luogo, non si può comprare più del 25% dei titoli messi in circolo con ogni emissione. In secondo luogo, non potrà essere acquistato piu' del 50% del debito pubblico di un singolo paese (questa quota inizialmente era del 33% ed è stata estesa a marzo del 2016).

Seconda tappa della Food Innovation Global Mission (FIGM), la missione ufficiale patrocinata dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. La delegazione internazionale formata da 16 giovani ricercatori della terza edizione del master Food Innovation Program (FIP) ha visitato la Spagna e Berlino, per proseguire nella missione alla ricerca dei più importanti food hub del mondo. 

Valencia

Parte dei ricercatori sono a Valencia. Tra gli eventi più importanti, l’incontro con le istituzioni della Città e la VIT Emprende e un workshop sul futuro delle proteine presso uno dei prestigiosi partner della mission, il Gruppo Martinez, azienda leader nel settore della carne in Spagna. Non poteva mancare la visita all’AINIA, uno dei più grandi parchi tecnologici agroalimentari della Spagna e centro specializzato in innovazione e sviluppo di tecnologie finalizzate al miglioramento della produttività dei processi industriali. 

Madrid 

Durante la mission di quest’anno, Madrid ha rappresentato una tappa fondamentale. I ricercatori hanno avuto la possibilità di scoprire la cultura culinaria spagnola tra i locali della capitale. Formativa la cena alla Sala de Despiece con il fondatore e proprietario Javier Bonet. I membri del team indossano divise fatte di grembiuli da macellaio e papillon per onorare i prodotti con cui lavorano. Dotati di iPad, ordinano e aiutano e servono i clienti, spiegando esaurientemente tutti i passaggi che devono conoscere per interagire e preparare i piatti.
Le materie prime sono fondamentali per la Sala de Despiece, uno spazio in cui l'interior design cerca di migliorare l'essenza di questi prodotti e trasformarli in attori principali. È uno spazio ispirato alle aree di taglio delle macellerie o dei mercati del pesce con pochi dettagli decorativi volti a rendere omaggio alla professione del macellaio. Un bancone in polietilene bianco da dieci metri assume diverse funzioni all’interno dello spazio: è un tavolo da taglio, un espositore per i prodotti e un tavolo da lavoro per la squadra, nonché il punto focale della sala degustazione. Le scatole Porexpan, normalmente utilizzate per il trasporto di prodotti alimentari freschi, coprono pareti e soffitti.
 
L’evento più importante a Madrid ha avuto luogo il 23 maggio. I ragazzi hanno assistito all’apertura ufficiale della nuova sede del Future Food Lab presso lo IED (Istituto Europeo di Design, Moda e Arti Visive). Oggi, l’Europa ha un centro di innovazione strategico pieno di design, creatività, tecnologia e collaborazione umana per un futuro più luminoso. L'ultimo giorno del tour in Spagna è stato dedicato ad incontri con alcuni dei partner piú importanti della MissionECOALF,  brand di abbigliamento e accessori realizzati con materiali ricavati dalle plastiche raccolte dagli oceani; 24Bottles, la bottiglia made in Italy che condensa utilità, sostenibilità ambientale, attenzione al design e altissimi standard qualitativi; e Arte Facta  che realizza accessori speciali dal design raffinato dal mood vintage 

Berlino

La seconda metà dei ricercatori è atterrata a Berlino per approfondire le diverse realtà locali protagoniste della Food Revolution, tra economia sostenibile, innovazioni agricole e tecnologiche.
La necessità di nutrire le città di domani è il filo conduttore di questa tappa, un legame che unisce realtà ristorative come The Bowl e Veganzincentrate sulla cucina vegana, Data Kitchen, uno slow food per colazione e pranzo completamente digitalizzato tra app e online, e l’icona berlinese dell’hamburger Burgermeister con il Carnevale delle Culture, che celebra la diversità in tutti i suoi aspetti, cibo compreso. 

In questo tuffo culturale a Berlino vanno menzionati anche Atlantic Food Labs, dove vengono create le nuove food companies, nell’era in cui la cura dell’impatto dell’alimentazione è essenziale per un mondo sostenibile, e Original Unverpackt, un supermercato completamente libero da plastiche e packaging, in grado di mantenere un servizio di alta qualità sia online che offline

Nella tappa berlinese i ricercatori sono stati seguiti e accompagnati dai grandi Food Heroes e Food Makers locali. Arlene Stein, direttore esecutivo e fondatrice dell’annuale Terroir Hospitality Symposium. Nadja Flohr-Spence e Denise Loga di Sustainable Food Academy hanno mostrato alla delegazione i concept più interessanti della food revolution berlinese degli ultimi anni.
 
A chiudere la tappa berlinese l'incontro all'ambasciata italiana a Berlino con l’Ambasciatore Pietro Benassi e il Primo Consigliere Francesco Leone, un momento di confronto accompagnato non solo dal Future Food Institute, ma anche da Eva Fakete-KereticClimate Leader del progetto internazionale di Al Gore che opera in Germania. 

A chi bazzica la Cina per business sarà capitato di partecipare a sontuose cene di lavoro dove il vino viene versato nei calici fino all’orlo neanche fosse succo di frutta (l’altra bevanda sempre presente a tavola insieme al tè). A poco è servito diventare il quinto mercato più grande al mondo: all’aumento dei consumi non sono immediatamente seguiti gusti raffinati. Ma presto non sarà più così – scrive l’agenzia Xinhua. Con l’espansione del mercato sta emergendo infatti la richiesta di una nuova figura professionale: quella del sommelier. Si chiama “Scienza e cultura del vino” ed è il corso universitario creato nel 2008 dal professor Kong Weibao della Northwest Normal University (a Lanzhou, nel Gansu: nuova frontiera della produzione vinicola cinese). I primi anni l’aula era pressoché vuota, ma oggi straripa di studenti. Tra gli oltre duemila iscritti, alcuni seguono il corso per curiosità, altri invece pensano di farne un mestiere. Vizi e virtù dei millennial cinesi, che vogliono vivere bene e mangiare sano. E non badano a spese.

Partiamo dai numeri. La Cina nel 2017 ha importato oltre 746 milioni di litri: ciò significa – stando al China Wine Association Alliance –  che nel mercato cinese è entrato il 17% in più di vini stranieri rispetto all’anno precedente.

Inutile affondare sempre il dito nella piaga: sì, è francese il vino più venduto in Cina, non il nostro. La Francia è il primo Paese esportatore (973 milioni di euro in valore); seguono l’Australia (640 milioni in aumento del 23%), il Cile (290 milioni), la Spagna (171). L’Italia è quinta, a quota 130 milioni.

Arranchiamo con però qualche notizia positiva. Le esportazioni dei prodotti enologici sono aumentate del 29%, toccando il record storico. Tanto da spingere Coldiretti a dire che il vino italiano potrebbe avvantaggiarsi delle tensioni commerciali tra Washington e Pechino (gli Usa sono il sesto Paese esportatore, dietro l’Italia). Un trend che si inserisce nel quadro positivo della crescita dell’export dell’Italia in tutto il mondo: +5,8% nei primi mesi dell’anno (qui i numeri di Sace Simest).

Una cosa è certa: per i vinicoltori italiani la Cina è un mercato strategico.

Ne sa qualcosa Vinitaly, impegnata in questi giorni in un nuovo roadshow in Cina. Con le quattro tappe della missione commerciale – Verona, Shenzhen, Changsha, Wuhan – si consolida la presenza in Asia del Salone Internazionale (dopo Pechino, Shanghai, Hong Kong, Chengdu e gli appuntamenti della Vinitaly International Academy). Veronafiere ha coinvolto 46 aziende, tra cantine italiane e distributori cinesi, portando nella Terra di Mezzo 300 etichette. Stando ai dati di Vinitaly-Nomisma Wine Monitor, il 2017 ha visto i consumi di vino in Cina crescere del 3% rispetto al 2016. Non solo: il valore delle importazioni ha toccato quota 2,5 miliardi di euro, raddoppiando in 10 anni.

C’è di più. La quota di mercato dell’Italia all’inizio del 2018 è pari al 7%; non proprio risicata se si considera che i margini di crescita per l’export restano elevati. E’ chiaro: per conquistare nuovi consumatori bisogna aiutare i cinesi ad apprezzare la qualità e la varietà della produzione vitivinicola. E a non vedere in una pregiata bottiglia di vino soltanto un dono da esibire. “Le tre città individuate – commenta Giovanni Mantovani, direttore generale di Veronafiere – costituiscono hub strategici per diffondere cultura, storia e lifestyle legati al vino italiano, in ottica di uno sviluppo dei consumi. Il nostro export vinicolo in Cina negli ultimi dieci anni è cresciuto del 50%, ma siamo ancora lontani dai competitor (Fonte: Quotidiano.net).

Bisogna affrettarsi prima che la Cina impari a produrlo da sola, il vino.  Se è vero che l'import cinese di vino è salito del 75% dal 2012, dalla ricerca dell'Area studi di Mediobanca, emerge che negli ultimi vent'anni la quantità di vigneti impiantati nel Paese è cresciuta un bel po’. Del 407%. 

La fine del Quantitative Easing, ovvero del programma di acquisto da parte della Banca centrale europea dei titoli di Stato, potrebbe aprire una fase di difficoltà per l'Italia. Gli acquisti mensili della Bce, in questi tre anni di vita del Qe, hanno rappresentato un'ancora di salvataggio per un Paese come il nostro che detiene un debito pubblico pari a 2.315 miliardi, cresciuto negli ultimi mesi al ritmo di 10,5 miliardi al mese. In particolare, gli acquisti della Bce hanno aiutato a sostenere la domanda di titoli di Stato, allentando la stretta del credito delle banche. Il QE finirà a dicembre. Il direttivo della Bce, che oggi si è riunito a Riga, ha deciso di ridurre il programma a 15 miliardi al mese da ottobre a dicembre, per poi ridurlo a zero a partire da gennaio 2019. Il Qe fino a settembre resterà agli attuali livelli di 30 miliardi al mese. 

 

Per l'Italia aumenteranno i costi per ripagare il debito pubblico

Per l'Italia, a medio termine, la fine del programma QE significherà un aumento del carico finanziario per coprire il debito pubblico. Se mettiamo insieme il fatto che la domanda di titoli del debito pubblico diminuirà per via della riduzione del programma di acquisti della Bce, al fatto che ci sarà un innalzamento dei tassi a medio e lungo termine importato dagli Usa, è inevitabile pensare a dei riflessi per l'Italia.

L'effetto non sarà immediato, perché il nostro Paese ha iniziato ad allungare le scadenze del debito, ma inevitabilmente ne risentiremo. "Diciamo – ha spiegato all'Agi l'economista Marcello Messori, direttore della School of European Political Economy dell'Università Luiss (in una intervista dell'ottobre 2017) – che, se l'Italia non saprà dare segnali importanti sul fronte del debito pubblico, in prospettiva potrebbero esserci problemi. Un Paese come il nostro inevitabilmente entrerà in una fase di maggiore difficoltà. L'auspicio è che si sfrutti ancora questo spazio temporale in cui la Bce diminuirà gli acquisti ma continuerà comunque a farli. L'Italia può sfruttare questo tempo che ha a disposizione per avviare una graduale ma costante diminuzione del rapporto tra debito pubblico e Pil. Penso che questa sia davvero la scommessa che ci giochiamo. Dobbiamo porci su un sentiero che sia credibile per tutti, sia per i mercati finanziari, sia per i nostri partner europei. La credibilità delle nostre mosse e dei nostri impegni su questo fronte è piu' importante perfino del ritmo in cui avverrà questa riduzione del debito". 

Leggi anche: La Bce sta per scaricare il 'bazooka'. E ha un messaggio molto chiaro per l'Italia

Cosa succederà alle banche

Uno dei grandi problemi delle banche italiane, oltre a quello dei crediti deteriorati, è che hanno ancora troppi titoli del debito pubblico nei loro bilanci. In questa fase di transizione in cui il Qe della Bce si ridurrà gradualmente, calerà la domanda di titoli del debito pubblico e, in prospettiva, aumenteranno i tassi a medio e lungo termine, le banche italiane dovranno cedere una parte dei titoli del debito pubblico che hanno in eccesso, soprattutto quelli a medio e lungo termine.

In tal modo ridurranno le perdite in conto capitale e potranno capitalizzare le forti plusvalenze che fino adesso hanno maturato, avendo comprato questi titoli in una fase più difficile di quella attuale. Inoltre, con la riduzione del Qe e un aumento dei tassi di interesse, se per le banche verrà un po' meno la fonte di guadagni proveniente dai titoli del debito pubblico, dall'altra si riaprirà la possibilità di svolgere con maggiori margini di guadagno l'attività tradizionale di intermediazione, perché si riallargherà la forbice tra i tassi di raccolta e quelli di impiego del denaro.

Cosa succederà agli investimenti in titoli di Stato 

Lo scenario di un aumento dei tassi di interesse, in prospettiva, può dar spazio per i risparmiatori a investimenti meno rischiosi e a rendimenti più alti. Il problema è rappresentato dalla fase di transizione, quella cioè in cui, andando verso una fase di normalizzazione delle politiche monetarie ultra-accomodanti, possono verificarsi fasi di volatilità dei mercati e si assisterà a un riposizionamento degli investitori.

In questa fase, spiegava ancora Messori, "chi ha dei portafogli con molti titoli del debito pubblico a lunga scadenza, non solo italiani, non sarà contento, perché il valore di quei titoli si abbassa. Questo significa che in un mondo che, prima o poi, farà segnare aumenti dei tassi di interesse, anche l'investimento in titoli di debito fisso in obbligazioni, può diventare rischioso". 

 

Un effetto positivo

La fine del Qe non è la fine del mondo, scrive oggi Il Sole 24 Ore. "Al contrario, la fine del quantitative easing è l'inizio del ritorno a un mondo (finanziario) più normale. Anche se non si tornerà più al mondo come era prima del crack Lehman, perché la regolamentazione delle banche e dei mercati finanziari è cambiata per ridurre i rischi nel sistema e proteggere soldi dei contribuenti. Il Qe è uno strumento di politica monetaria non convenzionale: le banche centrali solitamente, in condizioni normali, tengono sotto controllo l'inflazione con il rialzo e il ribasso dei tassi d’interessi. La Bce ha avviato nel marzo 2015 il Qe per contrastare i timori di deflazione. E per accelerare l'uscita dalla grande crisi nell'Eurozona. La fine del Qe non solo significa che la bestia nera della deflazione è stata sconfitta ma che la crescita dell'economia non ha più bisogno di un sostegno straordinario: il Qe infatti, attraverso l'acquisto dei titoli di Stato che sono un benchmark (il punto di riferimento del mercato), abbassa i rendimenti a medio-lungo termine, soprattutto dai 3 ai 30 anni e quindi riduce il costo del denaro anche su scadenze lunghe".

 

Un effetto negativo

Nel pieno del Qe l'Italia – con Draghi che comprava anche i nostri bond – ha risparmiato circa 15 miliardi di euro all'anno sul cosiddetto servizio al debito, cioè riconoscendo minori interessi sui titoli di Stato ai suoi sottoscrittori. Leggiamo su Lettera43: "L'ex viceministro all'Economia Mario Baldassarri ha calcolato che, quando il programma di acquisti sarà finito, il Tesoro potrebbe spendere almeno 7 miliardi in più. Ma la cifra è prudenziale perché potrebbe scontare sia l'incertezza legata al carattere populista e sovranista del nuovo governo sia i suoi progetti di investimenti in extradeficit, che allontanerebbero il Paese dai propositi di ridurre il debito, saldamente sopra il 132% del Pil. Già in questi giorni si è notato un peggioramento, con il Tesoro che ha dovuto portare il rendimento del Btp a 10 anni, il nostro benchmark sulla stabilità dei conti, sopra le soglie di guardia. Le cose potrebbero andare peggio se la Fed abbasserà i tassi americani, rendendo gli interessi sui T-Bond, soprattutto quelli a breve termine e più vicini al nostro decennale, più bassi. A quel punto la speculazione avrebbe gioco facile a tornare a scommettere contro il debito italiano".

È un futuro di crescita e opportunità, nonostante le incertezze, quello che attende l'export italiano nei prossimi quattro anni. Forte della profonda evoluzione realizzata negli ultimi 10 anni e dell'eccellente performance del 2017, l'export italiano ha tutto il potenziale per non arrestare la sua crescita e cogliere le opportunità offerte dai mercati esteri anche in un contesto oggettivamente complesso. è quanto emerge da 'Keep Calm & Made in Italy', l'ultimo Rapporto export del Polo Sace Simest, presentato a Milano nella sede di Borsa Italiana.

Lo studio, che include le previsioni 2018-2021 sull'andamento delle esportazioni italiane per paesi e settori e fornisce approfondimenti sui fenomeni globali a maggiore impatto, prospetta un quadro di "vigile ottimismo per le nostre imprese esportatrici e dedica un approfondimento al settore infrastrutturale, elemento chiave per rafforzare la proiezione internazionale dell'Italia".

"La performance brillante delle esportazioni italiane nel 2017 non è un successo isolato, ma è la conferma della forza del nostro export, che dalla crisi del 2008 è stato in grado di riadattarsi, migliorare la qualità, aumentare la specializzazione e orientarsi sempre più verso mercati a maggior potenziale", ha dichiarato il presidente di Sace, Beniamino Quintieri, che prevede per il 2018 "una crescita delle esportazioni italiane del 5,8%, un trend positivo che continuerà anche del triennio successivo a un tasso medio annuo del 4,5%, fino a superare quota 540 miliardi di euro nel 2021: vero e proprio 'patrimonio nazionalè, l'export continuerà a offrire un contributo decisivo alla crescita del Paese".

"L'incertezza e la volatilità che caratterizzano i mercati in questo momento storico sono importanti, ma dobbiamo abituarci a considerarle come la nuova normalità – ha invece spiegato Roberta Marracino, direttore Area Studi e Comunicazione di Sace -. Sono fattori di complessità che devono essere affrontati senza cadere in allarmismi e senza perdere di vista le opportunità esistenti nei mercati esteri e le priorità per coglierle. Tra queste gli investimenti in infrastrutture, soprattutto in ambito portuale, marittimo e del trasporto intermodale, indispensabili per un'economia che basa più del 30% del proprio Pil sull'export e che potrebbero consentirci di recuperare ogni anno 70 miliardi di euro di export".

Dopo i risultati del 2017 (+7,4%), le esportazioni italiane, continueranno dunque ad avanzare anche nel 2018 (+5,8%) e nel triennio successivo 2019-2021 (+4,5% medio annuo), sfiorando i 500 miliardi di euro già nel 2019 e superando i 540 miliardi nel 2021. Crescerà anche l'export di servizi, che nell'arco della previsione dovrebbero raggiungere i 116 miliardi di euro. In questo contesto, al di là di incognite importanti, le imprese italiane avranno diverse certezze su cui contare: la ripartenza degli investimenti, accompagnati dalla ripresa dei prezzi delle materie prime; gli accordi commerciali dell'Unione Europea con Canada, Messico, Paesi Mercosur, Giappone, India e Paesi Asean; l'elevata qualità del Made in Italy che rende le nostre esportazioni meno soggette alla concorrenza di prezzo.

Le maggiori incognite riguardano invece le pressioni sul tasso di cambio, dove un rapporto euro/dollaro superiore a 1,30 si ripercuoterebbe negativamente sulla competitività del nostro export, l'evoluzione delle catene globali del valore, con le politiche di import substitution di mercati di punta come Cina, India e Stati Uniti potrebbero influenzare le opportunità per l'export italiano; e i rischi di escalation protezionistica, dove si concentrano le maggiori preoccupazioni".

L'advertising è un settore difficilmente quantificabile, il business oscilla tra i 1.000 e i 2.000 miliardi di dollari l'anno e il potere al suo interno si sta spostando dai boss alla Martin Sorrell, il fondatore di Wpp, la più grande agenzia pubblicitaria del mondo, recentemente costretto a dimettersi, a quelli come Carolyn Everson, vice presidente delle global market solution di Facebook.

Leggi anche: La battaglia campale sul web per proteggere dati e privacy usando il GDPR

È quanto emerge da un’analisi del Financial Times, il quale rileva che nell'era del digitale le nuove 'solution' pubblicitarie, sono immagini al computer, create sulla base dell'utilizzo dei dati personali dei consumatori, per lo più detenuti da colossi del web come Google e Facebook. Irwin Gotlieb, che gestisce GroupM, una società del gruppo Wpp, ha speso 2,5 miliardi di dollari per non essere essere costretto a rifornirsi esclusivamente da Facebook e Google. Come? GroupM ha acquisito diverse agenzie che hanno accesso ai dati personali dei consumatori americani, e ha costruito ciò che equivale a un vasto foglio di calcolo che comprende 200 milioni di individui e 40.000 caratteristiche comportamentali: una sorta di mappa dei gusti, delle preferenze e dei comportamenti della nuova America dei consumi.

Questo schema è diventato il nuovo business dell'azienda, o meglio, è diventato l'affare più redditizio del gruppo Wpp. A un cliente che vuol vendere una nuova marca di salsa di pomodoro, Wpp, invece di acquistare spazio in Tv come avrebbe fatto fino a qualche anno fa, ora offre i servizi di GroupM, suggendo agli inserzionisti pubblicità mirate, ben indirizzate, dirette non a un pubblico generico, ma a persone il cui profilo e le cui abitudini di acquisto sono stati accuratamente cross-matchate, ovvero analizzate e incrociate, per poi essere indirizzate online.

Si tratta di annunci personalizzati, che ti seguono su Internet mentre navighi, che ti consigliano, ti offrono prodotti, servizi, pacchetti, tutte offerte che ti seguono online come un’ombra, perchè loro davvero sanno chi sei. I titani del settore pubblicitario sanno di non stare rispettando la privacy, si sentono un po’ a disagio quando vengono messi sotto pressione per non aver rispettato le leggi sulla riservatezza e sanno che i consumatori si ribellerebbero se sapessero la portata dello stalking a cui sono sottoposti quotidianamente sul web, ma allo stesso tempo sono convinti che il 'furto' dei dati personali e la loro manipolazione siano alla base di un accordo equo: navigazione gratis in cambio della tacita concessione di dati personali.

Dopotutto, i servizi gratuiti devono essere pagati in qualche modo. I titani della pubblicità sanno anche che stanno giocando un gioco pericoloso ma senza alternative. Alla lunga gli inserzionisti potrebbero fare a meno della loro  mediazione e servirsi direttamente da Google e Facebook. Oppure, non è escluso, che il gioco finale, l'intera catena della fornitura pubblicitaria, potrebbe essere gestita da dei robot, o dall'Intelligenza artificiale, tramite ditte con uffici a Shanghai, a Pechino, o ad Hong Kong, perché, secondo il Finanacial Times, la frontiera di questa nuova pubblicità è più in Asia che negli Stati Uniti, o in Europa.

Più che parlare di europeisti e anti-europeisti sarebbe opportuno "aprire il dibattito su come stare in Europa per garantire all'Italia e all'Ue la crescita e il benessere sociale". È quanto ha affermato il ministro per le Politiche europee Paolo Savona nel corso della presentazione della sua autobiografia 'Come un incubo e come un sogno'.

L'economista ha chiarito che non intende per ora anticipare i suoi orientamenti: "Mi sto preparando ad affrontare problemi complessi e delicati", "relazioni con altri 26 ministri", "riunioni incombenti": quando il Governo avrà assunto l'orientamento su come affrontarli si saprà quali sono le decisioni "non mie, ma del Governo". E a testimonianza della mole di impegni che lo attende, Savona ha ricordato che "da un primo calcolo la preparazione al Consiglio d'Europa coinvolgerà 46 punti importanti".

L'euro ha aspetti positivi, indispensabili

L'euro "non solo ha aspetti positivi ma indispensabili: se vuoi avere un mercato unico devi avere una moneta unica, perché se permetti all'interno di un mercato che le monete si muovano tu rompi l'unità del mercato". Nel far presente che "la costruzione va perfezionata", l'economista ha sottolineato l'opportunità che "la Banca centrale europea, che gestisce la seconda moneta del mondo, sia dotata di uno statuto simile a quello delle altre banche centrali come la Fed statunitense".

"Io non voglio far tremare l'Europa", "non devo dare lezioni a nessuno", ha continuato Savona, rispondendo a un giornalista che gli faceva notare come nel suo libro una fascetta descriva l'opera come "l'autobiografia che fa tremare l'Europa". "Mi hanno chiesto di fare abiura di cose che non ho mai detto: avrei potuto fare come Galileo" al quale chiesero di abbandonare l'idea che la Terra si muovesse "e una volta insediato al ministero dell'Economia dire come Galileo 'Eppur si muove", ha poi aggiunto il ministro, precisando che: "Non esiste nessun piano B e non ho mai chiesto di uscire dall'euro".

Non esiste alcun piano B

L'economista ha tenuto a precisare che il suo ruolo è quello di "un tecnico che sta individuando le soluzioni tecniche che andranno sul tavolo dei politici". Ricordando la sua esperienza in Banca d'Italia dove al termine di lunghe e aspre discussioni tutti si uniformavano alle decisioni dell'allora governatore Guido Carli, Savona ha annunciato che altrettanto farà nella sua veste di membro del governo. Guardando oltre confine, il neo ministro ha osservato come Emmanuel Macron "sta giocando un ruolo molto importante". "Se troviamo un punto di incontro rilanciamo l'Europa alla grande", ha concluso.

Intanto spunta l'ipotesi di una delega a Savona ai rapporti con Bce e Fed

Tra le ipotesi al vaglio nel governo intanto nella serata di ieri è spuntata proprio quella di affidare Savona la delega per i rapporti con la Bce e la Fed. L'economista, che per diversi giorni è stato in pole position per la guida del ministero di via XX settembre, ha gettato acqua sul fuoco delle polemiche sull'atteggiamento dell'esecutivo nei confronti dell'Unione europea. Ha annunciato di credere nel rispetto del vincolo del 3%, di non ritenere un piano B l'uscita dell'euro, di voler vestire i panni del tecnico e non del politico.

Elon Musk non è Superman e Steve Jobs non era Batman. Sono imprenditori. Geniali, ricchi, prolifici. Ma pur sempre imprenditori. Quindi, per cortesia, basta trattarli come se fossero eroi infallibili. Basta, perché anche i semidei della tecnologia sbagliano. E perché a rimetterci potrebbero essere le loro aziende e i loro azionisti. Un articolo del Wall Street Journal firmato da Christopher Mims sottolinea che “la Silicon Valley ha un problema di responsabilità che affonda le radici dell'idolatria del fondatore-ceo”.

L'ascesa dei super-ceo

L'idea di un super-ceo non è solo una questione di costume. Si traduce in una gestione che affida a un solo uomo poteri sproporzionati rispetto al numero di azioni che possiede. Tradotto: condividono il rischio con gli altri azionisti, ma decidono tutto loro, come in una monarchia. “Trattare l'amministratore delegato come se fosse nato sul pianeta Krypton – sottolinea Mims – porta, tra le altre cose, nella concessione di più soldi e più potere”. In un'impresa normale il ceo dovrebbe rispondere a un consiglio di amministrazione, eletto dagli investitori. In sostanza, c'è qualcuno che può assumere o licenziare un ceo. Formalmente è così anche in Facebook, Tesla, Google, Snap. In realtà no.

È il fondatore, grazie a una struttura che concentra nelle sue mani i poteri decisionali, che si sceglie i membri del consiglio di amministrazione più graditi. Sia chiaro: gli azionisti non sono vittime. Anzi, sono spesso complici inconsapevoli. Perché, come spiega il Wall Street Journal, in questa idolatria collettiva “tutti vogliono un pezzo del mito”. I motivi che hanno portato a questa “crisi di rappresentanza” affondano in un passato molto più antico della Silicon Valley. Ma è in California che esplode. Perché? L'esempio di scuola potrebbe essere quello di Steve Jobs. Un uomo che, tra lupetti neri, jeans e liturgie ha saputo creare il mito di se stesso. Ma anche un imprenditore che ha creato il proprio culto per reagire all'incubo di ogni fondatore: essere estromesso dalla propria azienda, prima del grande ritorno.

Le prime crepe in Silicon Valley

Nel caso di Apple l'uomo solo al comando ha funzionato. Ma, secondo Mims, utilizzare Cupertino come argomentazione a favore della concentrazione dei poteri nelle mani del ceo-supereroe “è ridicolo”. Il motivo di un giudizio così tranciante è semplice: quante Apple esistono al mondo? In altre parole: ci sono società che hanno galoppato anche grazie alla venerazione dei propri amministratori delegati. Ma dovrebbero essere reputate l'eccezione e non buone ragioni per seguirne le orme. Va bene l'ambizione, ma l'altare potrebbe non essere il punto di partenza migliore.

I fondatori ceo non hanno mai avuto così tanto potere come in questo momento. Si trovano in una congiuntura favorevole, fatta di mitologia tecnologica e abbondanti capitali da venture capital che si saldano con meccanismi di governance capaci di trattenere il controllo della propria società. I supereroi diventano così “dittatori a vita” e a ogni costo. Anche se a farne le spese è proprio l'impresa. La domanda, a questo punto, è: fino a quando durerà? Secondo il Wall Street Journal potremmo essere vicini a un punto di rottura.

I super-ceo sarebbero arrivati in vetta e potrebbero presto iniziare la discesa. Gli esempi che indicherebbero le prime crepe non mancano. Gli azionisti di Snap, contrariati dagli scarsi risultati, stanno mettendo in discussione Evan Spiegel. Il caso Cambridge Analytica ha messo sotto pressione Mark Zuckerberg. Il fondatore di Uber Travis Kalanick è stato sostituito da un manager esterno (Dara Khosrowshahi). Theranos è collassata, trascinando con sé Elizabeth Holmes, definita per carisma e look, la “Steve Jobs donna”.

Il caso Tesla

Un'azienda e un episodio raccontano meglio di altri sia la mitologia del ceo sia la nascita di alcune (per ora piccole) crepe. Poche compagnie come Tesla sono il proprio fondatore: Elon Musk. Le sue promesse sono parte del business quanto le portiere e le batterie elettriche. Non a caso, nel momento più grigio della società (con il titolo in calo e la produzione di Model 3 in ritardo) Musk ha puntato su se stesso con un piano decennale di premi in azioni che azzera lo stipendio e àncora il guadagno agli obiettivi finanziari.

Come a dire: credo in quello che faccio, resto qui per un paio di lustri e se le cose andranno bene avrò un crescente controllo sulla società. Nella recente assemblea di Tesla, però, un azionista ha proposto di spezzettare i poteri di Elon Musk, che da dieci anni combina i ruoli di ceo e presidente. Una struttura che – si legge nelle proposta – garantisce leadership ma che potrebbe non essere adatta a un settore sempre più complicato e competitivo. In sostanza: l'idea di un uomo solo al comando non funzionerebbe. Si trattava di fatto di una proposta kamikaze.

Il consiglio di amministrazione è gestito da Musk, che su una delle poltrone ha anche piazzato suo fratello. E qualsiasi variazione deve passare da una maggioranza qualificata dei due terzi. Molto difficile da raggiungere senza la quota di Musk, pari al 22%. Tradotto: non si muove foglia che Musk (azionista forte, presidente e ceo) non voglia. E infatti il board ha detto no: “Il successo della compagnia non sarebbe possibile” se la società fosse guidata da un'altra persona. Proposta respinta e pieni poteri al grande capo. La saga dei super-ceo non è ancora finita.

L'accordo su Tim e il futuro di circa 30 mila lavoratori c'è. Contratto di solidarietà al posto della cassa integrazione e uscite solo volontarie. Questi i risultati strappati dai sindacati all'azienda al termine di una lunga trattativa conclusasi nella notte, con la partecipazione all'ultimo minuto anche del neo ministro del Lavoro e vice premier Luigi Di Maio.

Più nel dettaglio, la cassa integrazione di 12 mesi per 29.736 lavoratori a rotazione per 26 giornate anno su base mensile è stata tramutata in “solidarietà difensiva” pari al 10 % e medesimo meccanismo di una tantum precedente; 4.500 esuberi strutturali sono completamente sono assorbiti dall’utilizzo di strumenti volontari di uscita.

Le uscite volontarie – spiega La Repubblica – sono complessivamente 5.0000 e sono state così articolate:  

  • circa 1.000 lavoratori saranno collocati in prepensionamento già nel 2018 con l'isopensione (un trattamento a cui accede il lavoratore che sottoscrive un accordo di esodo con prepensionamento a carico dell'azienda. Dal momento in cui smette di lavorare fino a quando matura la decorrenza della pensione, percepisce un importo mensile pagato dall'ex datore di lavoro),
  • nel biennio 2019-2020 potranno essere prepensionati i lavoratori che maturano il diritto a pensione entro il 31 dicembre 2024-2025 rispetto ad una base esodabile individuata di massimo 4.000 unità

Contestualmente – riporta Il Fatto quotidiano – è stato preso dalle parti un impegno ad aprire a settembre 2018 un confronto per superare l’attuale regolamento aziendale unilaterale e definire un secondo livello in maniera pattizia mettendo immediatamente al centro la situazione dei livelli inquadramentali, il part time, le dinamiche economiche e normative della parte on field, lo smartworking. 

Di Maio "La parola ai lavoratori"

"Ci sarà massima attenzione nel seguire le conseguenze di questo accordo, che dovrà essere approvato anche dai lavoratori con un referendum interno, un principio che sta alla base dei valori della forza politica che rappresento" – è quanto ha detto il ministro dello Sviluppo e del Lavoro Luigi Di Maio, secondo il Corriere della Sera

"Riteniamo importante che siano state accolte le richieste delle sigle sindacali e che l’azienda si sia resa disponibile ad accettare un compromesso soprattutto, siamo soddisfatti del fatto che ci sia la disponibilità a individuare una formula per azzerare gli esuberi e, in ultima istanza, utilizzare strumenti non traumatici così da evitare di far piombare i lavoratori in situazioni difficili. Ancora – ha concluso il ministro del Lavoro – è importante il fatto che saranno creati tavoli per valutare la buona attuazione dell’accordo. Oggi abbiamo affrontato e risolto uno degli aspetti del nuovo piano industriale dell’azienda, sarà nostra priorità verificare la sostenibilità di questo piano industriale collaborando con le parti”.

Genish ringrazia il ministro

A Di Maio si è rivolto direttamente l'ad della compagnia telefonica, Amos Genish, scrive ancora Repubblica: "Siamo particolarmente soddisfatti per questo accordo raggiunto con le associazioni sindacali. Voglio ringraziare i rappresentanti nazionali e territoriali delle associazioni che hanno dimostrato una volta di piu' di avere a cuore le sorti dell'azienda e del piano strategico digitim come dei lavoratori. Un particolare ringraziamento va al ministro Luigi Di Maio per il sostegno che ha dimostrato nelle fasi finali del negoziato. Spero di poterlo incontrare quanto prima per affrontare i vari temi di impegno comune".

Flag Counter