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Il Fondo monetario rivede al rialzo le stime sulla crescita dell'economia italiana. In particolare, nell'aggiornamento del World economic outlook, i tecnici di Washington fissano all'1,6% l'incremento del Pil nel 2017, all'1,4% nel 2018 (lo 0,3% in più rispetto a ottobre) e all'1,1% nel 2019 (lo 0,2% in più rispetto alle previsioni precedenti).

Del rapporto dei Millennials, la generazione dei ragazzi nati tra 1980 e 2000, con il lavoro, in Italia, si è scritto e detto di tutto. A cominciare da quel loro essere schizzinosi, choosy secondo l’ex ministro Elsa Fornero, nello scegliere la propria prima occupazione.

Dall’altra parte dell’oceano, negli Stati Uniti, c’è invece chi ha provato a capire la Generazione X – un altro termine usato per indicare i nati in quegli anni – in maniera scientifica, adottando un metodo di analisi sia quantitativa che qualitativa. Si chiama Millennial Impact Report e i risultati dello studio rivelano che la maggior parte di loro, il 55% del campione intervistato, sceglie di accettare un’offerta di lavoro anche in base alle cause sociali che l’impresa sposa.

Tradotto: un’azienda che si dimostra attenta a dinamiche come la lotta alla discriminazione razziale o sessuale, o al rispetto dell’ambiente, è in grado di attrarre forza lavoro e di esercitare su di essa sufficiente interesse da far desistere dal cambiare impiego, come riportato da Quartz.

Il problema della fuga dei cervelli

No, la fuga dei cervelli statunitense non assomiglia a quella dei talenti italiani verso l’estero. In Usa, preoccupa soprattutto il problema del turnover dell’impiego. In un Paese dove il tasso di disoccupazione generale è al 4,1%, capita molto spesso che i giovani cambino datore di lavoro repentinamente, anche al ritmo di un nuovo impiego ogni due anni.

Per l’azienda si tratta di un gravoso investimento di tempo nel formare nuovo personale, un brutto colpo per il morale di gruppo di chi rimane a lavorare in quella società, e anche un danno economico non indifferente. Una cifra che può variare da una decina di migliaia di dollari al doppio dello stipendio annuale, secondo Josh Bersin, fondatore della Bersin by Deoitte, società di gestione e valorizzazione delle risorse umane.

La soluzione?

Per fermare questa emorragia la soluzione può essere, almeno oltreoceano, l’offrire la possibilità di investire del tempo in attività sociali. Le ragioni sono diverse. Da un lato, l’idea che in un posto di lavoro attraversato da queste dinamiche si viva meglio. “Se un’azienda dimostra di avere a cuore temi esterni al proprio business, allora so che mi tratteranno bene”, come emerso da alcuni intervistati nello studio del Millennial Impact Report del 2014.

Ma la speranza che questo si traduca in un ambiente di lavoro più confortevole è solo una delle ragioni: il dipendente può sviluppare un senso di gratitudine per aver avuto l’opportunità di svolgere una simile attività e maturare quindi un sentimento di fedeltà nei confronti dell’azienda.

Non tutti sono uguali

Ci sono però evidenze che rivelano come, anche all’interno della categoria dei Millennials, vi sia un differente approccio a seconda della nazione. Negli Stati Uniti molti giovani reputano il lavoro di gruppo un valore importante. E a mettere quasi tutti d’accordo è la possibilità di impiegare le proprie competenze specifiche in progetti di volontariato: alcuni dipendenti di LinkedIn, la piattaforma sociale dedicata al mondo del lavoro, hanno ad esempio preso parte a un progetto di consulenza per ex soldati, in modo da aiutarli a trovare un nuovo impiego dopo la fine del servizio.

In Italia, una ricerca di Uniplaces ha invece messo in luce i principali fattori di attrazione di un’offerta di lavoro nello Stivale: a consigliare i giovani connazionali nella scelta dell’impiego sono soprattutto lo stipendio e la possibilità di crescere all’interno: quasi la metà degli intervistati, in quel caso studenti, aveva dichiarato di valutare una proposta anche sulla base delle opportunità di carriera che offre, mentre solo un quarto del campione aveva ammesso di prendere seriamente in considerazione un eventuale cambio di datore. 

Parte oggi a Davos la 48esima edizione del World Economic Forum: il meeting annuale durerà fino a venerdì e vedrà la partecipazione del gotha politico ed economico mondiale. Oltre 3.000 gli invitati, tra cui il presidente degli Stati Uniti Donald Trump che parteciperà ai lavori giovedì prossimo.

Per l'Italia saranno presenti, oltre ai manager e ad altri imprenditori, il premier Paolo Gentiloni e il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan.

Ecco le 10 cose da sapere su Davos.

1) Dov'è Davos?

È una cittadina delle Alpi svizzere, nel Cantone dei Grigioni, molto nota come località sciistica. Nell'Ottocento era famosa per ospitare nosocomi di un certo livello: pare che Thomas Mann, che aveva la moglie lì ricoverata, avesse tratto ispirazione per la sua "Montagna incantata" durante uno dei suoi soggiorni. Generalmente la terza settimana di gennaio Davos ospita il Meeting annuale del World Economic Forum (WEF), un'organizzazione no profit svizzera, che comprende l'èlite imprenditoriale e politica mondiale. I delegati (che devono essere invitati) includono leader politici, dirigenti e il personale senior delle principali compagnie internazionali, compresi gli hedge fund, le banche, la tecnologia e le grandi case farmaceutiche, nonchè i principali studiosi e politici.

Per cinque giorni, questa piccola cittadina di montagna viene presa letteralmente d'assalto e bloccata. Impossibile muoversi senza essere controllati da un corpo permanente di cecchini dell'esercito svizzero (saranno 5.000) con ai piedi scarponi da sci, molti dei quali appostati sui tetti che si affacciano sulle sedi delle conferenze e sugli hotel. La gente del posto dice che è un ottimo momento per sciare in quanto le piste rimangono per la maggior parte inutilizzate. Trovare una stanza d'albergo potrebbe però rivelarsi difficile se non si partecipa al forum.

2) Cos'è l'annual meeting del Wef

Il convegno ha cadenza annuale fin dal 1971. Quell'anno si tenne l'European Management Symposium, una conferenza accademica, economica e di gestione presieduta da Klaus Schwab: professore di origine tedesca dell'Università di Ginevra, era tornato da un anno ad Harvard e voleva condividere la sua nuova esperienza nei sistemi di gestione degli Stati Uniti. Il primo forum richiamò 450 persone. Nel corso degli anni, è cresciuto. Il forum ha invitato i politici per la prima volta nel 1974 e nel 1976, per poi estendere l'adesione a CEO e dirigenti d'azienda di oltre 1.000 aziende leader nel mondo. La fondazione divenne il World Economic Forum nel 1987. Quest'anno è alla sua 48esima edizione. 

3) Quando si svolge

Generalmente, si svolge nella terza settimana di gennaio. Quest'anno, dal 22 al 26.

4) Gli invitati

Non è facile per gli amministratori delegati delle principali società del mondo cancellare cinque giorni interi dalle loro agende; alcuni restano solo un giorno o due. Tuttavia, il primo "Davos" si tenne in tempi meno 'rapidi' rispetto ad oggi e durò ben due settimane. Partiamo dai monarchi: il re Filippo del Belgio e sua moglie, la regina Mathilde, e il principe ereditario norvegese Haakon e la principessa Mette-Marit sono sulla lista degli ospiti. I re Abdullah II di Giordania e la regina Rania sono clienti abituali di Davos. La regina Massima dei Paesi Bassi presta il suo imprimatur reale e funge anche da avvocato speciale dell'Unità per la finanza inclusiva. Tra i politici, oltre Trump, quest'anno ci sono il primo inistro britannico Theresa May, il presidente afgano Mohammad Ashraf Ghani, il presidente ucraino Petro Poroshenko, il presidente della Columbia, Juan Manuel Santos, il primo ministro pakistano, Muhammad Nawaz Sharif, il presidente sudafricano, Jacob Zuma, e il presidente cinese, Xi Jinping. Oltre ai manager delle più importanti aziende internazionali, saranno presenti tra gli oltre 3.000 nomi, il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres, e il direttore generale dell'Organizzazione mondiale del commercio, Roberto Azevedo.

Ma anche il presidente della Banca mondiale, Jim Yong Kim, il direttore generale del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde, e il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, sono sulla lista degli ospiti. Inoltre, Davos ha sempre avuto la sua spolverata di celebrità del mondo dello spettacolo. Matt Damon, Goldie Hawn, Leonardo Di Caprio, Kevin Spacy e Bono sono solo alcuni dei nomi che sono sfilati a Davos. Quest'anno verranno premiati per il loro impegno nel sociale Elton John e Cate Blanchett. Tra gli assenti degni di nota, sempre in quest'edizione, figurano la cancelliera tedesca, Angela Merkel, e l'ex presidente francese, Francois Hollande.

5) Gli italiani presenti

Figurano nella lista degli invitati gli italiani Emma Marcegaglia, presidente dell'Eni, Claudio Descalzi ad di Eni, Alberto Nagel ad di Mediobanca, Francesco Starace ad di Enel, Carlo Messina ad di Intesa Sanpaolo, Claudio Costamagna presidente di Cdp, Fabio Gallia ad di Cdp, Davide Serra ad di Algebris, Philippe Donnet ad di Generali, Carlo Cimbri ad di Unipol, Mario Greco ad di Zurich, Vittorio Colao ad di Vodafone, Andrea Illy presidente di Illy, Nerio Alessandri presidente di Technogym e Paolo Merloni presidente di Ariston Thermo.

6) Di cosa si parlerà

Le discussioni di Davos sono sempre piene di idee e alcune arrivano a buon fine. I 'Grandì trascorrono la settimana a rimuginare sulle principali sfide mondiali e su come vincerle. A margine, si incontrano, si salutano e fanno un sacco di affari. L'accordo nordamericano di libero scambio – che collega Stati Uniti, Canada e Messico – è stato inizialmente proposto in una riunione informale per i leader politici a Davos. Ogni anno si affronta un argomento diverso, in quest'edizione si parla di 'Creating a Shared Future in a Fractured World' ossia di "Come creare un futuro condiviso in un mondo fratturato", ma sono oltre 400 i panel in programma nel corso dei quali verranno affrontati i temi più disparati. Non si parla solo di economia, ma dei temi più vari, dalla cybersecurity all'ambiente passando al sociale.

7) C'è anche Trump

La novità di quest'anno è sicuramente la presenza di Donald Trump. Nella storia degli Usa, Ronald Reagan si è unito al gruppo di Davos diverse volte, ma solo tramite collegamento video. Il primo presidente statunitense che si è seduto a Davos è stato Bill Clinton nel 2000. Il presidente George Bush – padre e figlio – non è mai venuto al villaggio nelle montagne svizzere, e nemmeno il presidente Barack Obama.

8) Capitolo Badge

C'è una vera e propria gerarchia dei badge del WEF. I capi di stato, di regalità e di alto livello hanno i distintivi più ambiti: badge in bianco. Arancione (media), viola (personale tecnico), verde (funzionari che accompagnano i capi di stato) e distintivi grigi (per coniugi e partner di tassi bianchi) offrono un accesso più limitato.

9) Come sarà il tempo

Le temperature scendono a -15 o -17 gradi a Davos e gli invitati al forum possono usufruire di speciali navette per gli spostamenti. Benchè brevi, non sono molto consigliabili per l'alta probabilità di cadute sui sentieri ghiacciati.

10) Non tutti sanno che

Il fondatore del forum, Klaus Schwab, potrebbe essere l'unica persona ad aver riagganciato il telefono a un presidente francese. Negli anni '70 chiese alla sua segretaria di chiamare "signor Giscard d'Estaing". Voleva parlare con Olivier Giscard d'Estaing, l'uomo responsabile della business school Insead. Invece la chiamata fu fatta al palazzo dell'Eliseo, e Schwab fu messo in contatto direttamente con l'allora presidente francese, Valery Giscard d'Estaing. Sentendo la voce del presidente, Schwab andò nel panico e mise giù il telefono. Altro aneddoto: l'ex primo ministro britannico, Edward Heath, fece la sua apparizione nel forum come direttore d'orchestra, assumendo la direzione della Zurich Chamber Orchestra in un concerto di beneficenza nel 1979, anche se il suo compito principale in quell'anno era di fungere da presidente del forum. Ma, grazie al forum, sembra che si sia sventata anche una guerra. L'ex primo ministro turco, Turgut Ozal, sostiene che Davos impedì che il suo Paese entrasse in conflitto con la Grecia. Quando nel 1987 le tensioni tra i due Paesi si intensificarono, non si arrivò a una guerra aperta perchè l'anno precedente Ozal aveva conosciuto al Forum il suo omologo greco, Andreas Papandreou, capendo che si sarebbe potuto fidare di lui.

Alla vigilia del vertice annuale del World Economic Forum in programma dal 23 al 26 gennaio a Davos, Oxfam lancia il rapporto "Ricompensare il lavoro, non la ricchezza". Un dossier che per il quarto anno, restituisce la fotografia di un mondo in cui le crescenti disuguaglianze socio-economiche stanno divenendo sempre di più il tema centrale del nostro tempo. Un trend in negativo, che purtroppo non risparmia l’Italia.

I dati chiave del rapporto

  • L’82% dell’incremento della ricchezza globale registrato nel 2017 è stato appannaggio dell’1% della popolazione più ricco, mentre il 50% più povero della popolazione mondiale non ha beneficiato di alcuna porzione di tale incremento.
  • L’1% più ricco della popolazione continua a detenere più ricchezza del restante 99%.
  • A metà del 2017 in Italia, l’1% più ricco possedeva il 21,5% della ricchezza nazionale netta. Una quota che sale a quasi il 40% per il 5% più ricco dei nostri connazionali.  
  • Due terzi della ricchezza dei più facoltosi miliardari del mondo sono ereditati o frutto di rendita monopolistica ovvero il risultato di rapporti clientelari.
  • Nei prossimi 20 anni le 500 persone più ricche del pianeta lasceranno ai propri eredi oltre 2.400 miliardi di dollari, un ammontare superiore al Pil dell’India uno dei Paesi più popolosi del pianeta con 1,3 miliardi di abitanti.
  • Tra il 1995 e il 2016 il numero di persone che vivevano in estrema povertà con meno di 1,90 dollari al giorno si è dimezzato, eppure ancora oggi più di metà della popolazione mondiale vive con un reddito insufficiente che oscilla tra i 2 e i 10 dollari al giorno.
  • 7 cittadini su 10 vivono in un Paese in cui la disuguaglianza di reddito è aumentata negli ultimi 30 anni.
  • Nel 2016 l’Italia occupava la ventesima posizione (su 28) in UE per il livello di disuguaglianza nei redditi individuali.
  • Nel 2015 il 20% più povero (in termini di reddito) dei nostri connazionali disponeva solo del 6,3% del reddito nazionale equivalente contro il 40% posseduto dal 20% più ricco.
  • Nel 2016 erano 40 milioni le persone “schiavizzate” nel mercato del lavoro, tra cui 4 milioni di bambini.
  • Solo nel 2016, le 50 più grandi corporation mondiali hanno impiegato lungo le proprie filiere produttive una ‘forza lavoro di 116 milioni di invisibili’, il 94% della loro forza lavoro complessiva.
  • A livello globale si stima che nel 2017 erano 1,4 miliardi le persone impiegate in lavori precari, oltre il 40% degli occupati totali.
  • Quasi il 43% dei giovani in età lavorativa a livello globale risulta disoccupato o occupato ma a rischio di povertà. In Italia il tasso di disoccupazione giovanile (18-24 anni) a novembre 2017 era del 32,7%.
  • A livello globale le donne subiscono in media un divario retributivo del 23% ed hanno un tasso di partecipazione al mercato del lavoro del 26% più basso rispetto agli uomini. Persino tra i ricchi si registra una sostanziale disparità di genere, 9 su 10 miliardari sono uomini.
  • L’Italia si è collocata all’82 posto su 144 Paesi esaminati dal World Economic Forum per il suo Global Gender Gap Index 2017. Per l’uguaglianza retributiva di genere (a parità di mansione) l’Italia si è collocata in 126esima posizione.
  • Nel 2016 tra i lavoratori dipendenti in Italia le donne prevalevano solo nel profilo di impiegato. Le donne rappresentavano appena il 28,4% dei profili dirigenziali nazionali.
  • Un AD di una delle 5 principali compagnie del settore dell’abbigliamento guadagna in 4 giorni ciò che una lavoratrice della filiera di produzione in Bangladesh guadagna nella sua intera vita lavorativa.

Le dimensioni della disuguaglianza

"La crisi della disuguaglianza non conosce ancora una battuta d’arresto", denuncia Oxfam, "la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi è sempre più accentuata. Nuove ricerche mostrano come gli squilibri, su scala globale e nazionale, nella distribuzione dei redditi possano essere più ampi di quanto stimato finora". Secondo alcune misurazioni la disuguaglianza globale dei redditi, seppur molto elevata, si va attenuando, trainata dalla crescita dei redditi della classe media e dei ceti più poveri in Cina, India e alcuni Paesi latinoamericani. Tuttavia 7 cittadini su 10 vivono in un Paese in cui la disuguaglianza è aumentata negli ultimi 30 anni. Governi e istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, pur riconoscendo esplicitamente la necessità di intervenire contro il fenomeno delle crescenti disuguaglianze, non fanno ancora abbastanza per porvi rimedio. Di fronte all’immobilismo istituzionale, la crisi della disuguaglianza si va quindi estremizzando.

I miliardari non sono mai cresciuti così tanto

Tra marzo 2016 e marzo 2017, su scala globale, il numero dei miliardari ha conosciuto il più rapido aumento di sempre con 1 nuovo miliardario ogni 2 giorni. Oggi i miliardari sono 2.043, 9 su 10 sono uomini. Nel periodo di riferimento di cui sopra, la ricchezza netta di questa facoltosa élite è aumentata di 762 miliardi di dollari. Una cifra che, a mero titolo comparativo, rappresenta 7 volte l’ammontare delle risorse necessario per far superare la soglia di 1.90$ di reddito giornaliero ai 789 milioni di cittadini del globo che vivono in condizioni di povertà estrema.  L’1% più ricco (in termini patrimoniali) su scala globale continua a detenere più ricchezza netta del restante 99%. Su scala planetaria, l’82% dell’aumento della ricchezza netta registrato nel 2017 è stato appannaggio dell’1% più ricco. Allo stesso tempo, la metà più povera della popolazione mondiale non ha beneficiato di alcuna frazione di tale surplus di ricchezza. A metà del 2017 in Italia l’1% più ricco possedeva il 21,5% della ricchezza netta nazionale, una quota che sale a quasi il 40% per il 5% più ricco dei nostri connazionali.

Il World Inequality Report 2018 stima che tra il 1980 e il 2016 circa il 27% dell’incremento del reddito globale sia stato appannaggio dell’1% più ricco (in termini di reddito) della popolazione mondiale. Il 50% più povero ha beneficiato di una porzione (12%) inferiore alla metà di quanto è fluito verso il vertice della piramide globale dei redditi. In termini assoluti, seconde le stime degli economisti Lackner e Milanovic, nei 24 anni intercorsi tra il 1988 e il 2013 il 10% dei percettori più poveri di reddito ha visto le proprie entrate aumentare in media di 217 dollari contro i 4.887 dollari del 10% più ricco.

Nell’elaborazione delle distribuzioni dei redditi nazionali vengono sistematicamente sottostimati i redditi degli individui più ricchi (high earners). Elaborando i dati dai sistemi dei conti nazionali i ricercatori di Brookings stimano che in molti Paesi, inclusa l’Italia, gli squilibri nella distribuzione del reddito nazionale possano essere molto più marcati.

Lavoro sempre più pericoloso e precario

"Un lavoro ben retribuito e tutele solide per i lavoratori sono indispensabili per garantire società in cui i benefici economici siano suddivisi più equamente tra i cittadini. Ma l’attuale sistema economico offre ben altro: lavori pericolosi, sotto-retribuiti e precari e un sistematico abuso dei diritti di chi lavora", osserva Oxfam, "fino a quando per il sistema economico la remunerazione della ricchezza di pochi sarà un obiettivo predominante rispetto alla garanzia di un lavoro dignitoso per tutti, non sarà possibile arrestare la crisi della disuguaglianza".

"Posti di lavoro equamente retribuiti rappresentano la linfa vitale di un sistema economico ben funzionante. Quando i lavoratori percepiscono una retribuzione carente, la domanda interna per beni e servizi si deprime con effetti tutt’altro che trascurabili sulla sostenibilità della crescita economica", prosegue il rapporto, "bassi salari possono comportare un ricorso al credito non garantito che porta alla miseria sempre più persone e che ha contribuito alla crisi economica del 2008. Un calo dei redditi da lavoro ha inoltre impatti negativi sugli erari pubblici con ricadute sul livello di finanziamento dei servizi pubblici, tra cui l’istruzione e la sanità, cruciali per tutti ma soprattutto per le fasce più povere e vulnerabili della popolazione".

Ad oggi il 56% della popolazione mondiale vive con un reddito compreso fra i 2 e i 10 dollari al giorno. Almeno uno su tre tra i lavoratori delle economie emergenti e nei Paesi in via di sviluppo vive in condizioni di povertà. Su scala globale desta preoccupazione il persistente ritardo dei salari sulla produttività: in 91 (su 133) economie avanzate e Paesi in via di sviluppo i salari non hanno mantenuto il passo della produttività e della crescita economica nel periodo 1995-2014. Dopo la crisi economica del 2008-2009, la crescita dei salari reali a livello globale ha conosciuto un periodo di recupero nel 2010, seguita tuttavia da una decelerazione dal 2012, passando dal 2,5% al 1,7% del 2015, il tasso più basso in quattro anni.

L’economia informale ha una dimensione consistente rispetto al Pil globale e impiega un considerevole numero di persone. In America Latina l’economia informale vale il 40% del Pil regionale. In Paesi come Benin, Tanzania, Zambia e Sudan fino al 90% della forza lavoro è occupata nell’economia informale. Su scala globale, il numero di persone occupate in forme vulnerabili di lavoro è invece stimato intorno a 1,4 miliardi, il 40% degli occupati totali. Se il reddito globale non è fluito ai lavoratori comuni, che fine ha fatto allora? Se i lavoratori sottopagati sono i perdenti dell’odierno sistema, i vincitori vanno cercati fra i percettori di redditi elevati e i possessori di grandi patrimoni.

Il dividendo paga più del lavoro

I dati globali sono emblematici: se su scala globale e in molti contesti nazionali la quota complessiva del reddito da lavoro risulta in calo, la quota relativa dei percettori di redditi alti (da lavoro) è aumentata negli ultimi anni. Tra il 1995 e il 2009, su scala globale, la quota dei redditi da lavoro dei lavoratori poco o mediamente qualificati è scesa del 7%, mentre quella dei lavoratori altamente qualificati è aumentata di oltre 5 punti percentuali. L’Ocse stima che negli ultimi 20 anni i redditi dell’1% più ricco siano aumentati del 20% a fronte di una drammatica riduzione dei redditi dei percettori di redditi bassi.

Destano preoccupazione anche i divari salariali in molti Paesi. Nel Regno Unito i manager esecutivi delle compagnie dell’Ftse100 percepiscono 130 volte lo stipendio del dipendente medio. Il divario retributivo era ‘appena’ 47:1 nel 1998. Una ricerca condotta da Oxfam in Spagna ha rilevato come i top-manager delle maggiori 35 società quotate in borsa percepiscano in media emolumenti superiori di 207 volte lo stipendio minimo corrisposto all’interno della propria compagnia di riferimento.

I vincitori del sistema economico globale vanno cercati anche fra i percettori di redditi da capitale. Si tratta di forme di reddito che interessano una percentuale estremamente ridotta dei cittadini. La proprietà di azioni è ad esempio concentrata nelle mani di una fascia relativamente limitata di persone. Negli Stati Uniti l’1% più ricco della popolazione possiede il 40% del mercato azionario. Nel 2015 su scala globale il volume dei dividendi (redditi da capitale) corrisposto ai proprietari di azioni (fortemente concentrati al vertice della piramide della ricchezza) ha toccato quota 1200 miliardi di dollari. Questo crescente divario rafforza anche la capacità di condizionamento da parte di pochi dei processi decisionali pubblici, indebolendo sempre più il potere di fatto dei lavoratori comuni in favore dei percettori di alti redditi e possessori di richezza.  

Che fare?

Secondo Oxfam, le politiche che possono contrastare l’estrema disuguaglianza sono di due generi:

  • Politiche predistributive: incentivi a modelli imprenditoriali che adottano politiche di maggiore equità retributiva e mantengono livelli salariali dignitosi; tetto agli stipendi dei manager (così che il divario retributivo non superi mai il rapporto 20:1); eliminazione del divario retributivo di genere; promozione di salari dignitosi superiori al salario minimo (spesso non commisurato al reale costo della vita); protezione dei diritti dei lavoratori specialmente delle categorie più vulnerabili: lavoratori domestici, migranti e del settore informale e, in particolare, del loro diritto di associazione sindacale.
  • Politiche distributive: incremento della spesa pubblica per i servizi essenziali e per la sicurezza sociale; regolamentazione degli operatori privati nei settori educativo e sanitario (per scongiurare il pericolo che i più poveri siano esclusi da un equo accesso a tali servizi), politiche fiscali nazionali votate ad una maggiore equità e progressività, riforma fiscale internazionale per contrastare la deleteria corsa globale al ribasso in materia di tassazione d’impresa, messa al bando dei paradisi fiscali.

Oxfam esorta inoltre governi e istituzioni internazionali "di porsi come obiettivo, che entro il 2030 il reddito complessivo del 10% più ricco non sia superiore al reddito del 40% più povero" e chiede alle grandi imprese di "assicurare un salario dignitoso per tutti i lavoratori, come azione prioritaria rispetto alla distribuzione dei dividendi agli azionisti o al pagamento di mega bonus ai top manager; contemplare la rappresentanza dei lavoratori nei consigli di amministrazione; scegliere approvvigionamenti da fornitori le cui imprese sono votate ad un business più etico; condividere una percentuale dei profitti con i lavoratori più poveri all’interno della propria filiera di produzione; favorire la parità di genere all’interno della propria impresa; ridurre i divari retributivi introducendo un tetto massimo di 20:1; collaborare costruttivamente con le parti sindacali a beneficio dei lavoratori e soprattutto delle donne là dove maggiormente discriminate".

Nel mondo le donne guadagnano in media il 23% in meno degli uomini. Lo affermano le Nazioni Unite, secondo cui si è difronte al "più grande furto della storia". Per ogni dollaro guadagnato da un uomo, una donna guadagna in media 77 centesimi e – sottolinea la consigliera delle Nazioni Unite Anuradha Seth – non vi è "un solo Paese né un solo settore in cui le donne abbiano gli stessi stipendi degli uomini".

Notevoli comunque, le differenze tra paesi: tra i membri dell'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse), vi sono paesi con una differenza del 5% come Italia e Lussemburgo e altri con un gap del 36% come la Corea del Sud. Secondo l'Eurostat (che calcola il divario retributivo di genere sulla base della differenza del salario medio lordo), nell'Unione europea le donne in media guadagnano circa il 16% in meno degli uomini. Il "gender pay gap" era nel 2015 del 16,3% nella Ue a 28 stati e del 5,5% in Italia, in riduzione dal 7% del 2013 e dal 6,1% del 2014.

Leggi anche: "La parità salariale fra uomini e donne imposta per legge funziona". In Islanda

Nel nostro Paese si rileva la percentuale più bassa d'Europa insieme a quella del Lussemburgo. Ma gli aspetti da considerare nel divario salariale sono molti: dalla mancata remunerazione del lavoro domestico, alla minore partecipazione al mercato del lavoro, al livello delle qualifiche. Le lavoratrici hanno meno ore retribuite, operano in settori a basso reddito, sono meno rappresentate nei livelli apicali delle aziende. E ricevono in media salari più bassi rispetto ai colleghi maschi per fare esattamente lo stesso lavoro. La differenza salariale si amplia generalmente in relazione all'età e alla presenza di figli: con ogni nascita le donne perdono in media il 4% del loro stipendio rispetto a un uomo; per il padre il reddito aumenta invece di circa il 6%. Ciò dimostra, secondo Seth, che buona parte del problema è il lavoro familiare non retribuito che le donne continuano a svolgere in modo sproporzionato.

Secondo i dati dell'Organizzazione internazionale del lavoro riferiti al 2015, il 76,1% degli uomini in età lavorativa fa parte della popolazione attiva, contro il 49,6% delle donne. Al ritmo attuale, avverte l'Onu, ci vorranno più di 70 anni per porre fine al divario salariale tra uomini e donne.

 

Snap​, la società che controlla Snapchat​, licenzierà "almeno due dozzine di persone". Lo riportano i portali specializzati The Information e Cheddar. Il gruppo guidato da Evan Spiegel ha confermato la notizia. I tagli colpiranno soprattutto il personale che si occupa della produzione di contenuti nelle sedi di New York e Londra.

I licenziamenti sarebbero la risposta di Snap a un calo nella crescita degli utenti, drenati da Facebook e dalla sua controllata Instagram da quando hanno deciso di lanciare le Storie (brevi contenuti, visibili a tempo, identici a quelli ideati da Snapchat). La versione ufficiale della società, però, non parla di tagli ma di una manovra finalizzata a trovare "le persone giuste". Se i team di New York e Londra si ridurranno, Snap prevede infatti una crescita del personale nella sede centrale di Venice, in California.

I licenziamenti non sono comunque una sorpresa: Snap, sotto la pressione degli azionisti, sta cercando di ridurre i costi (anche perché il fatturato non cresce secondo le previsioni). Lo scorso ottobre, il ceo Spiegel aveva parlato di "un rallentamento" delle assunzioni e di "difficili decisioni" da prendere nel corso del 2018. La strategia di Mark Zuckerberg ("copia chi non riesci a comprare") sembra quindi aver avuto ragione anche dell'unico social network la cui concorrenza Facebook temeva sul serio.

Il rialzo delle criptovalute ha fatto la gioia di alcuni investitori. Ma la febbre da bitcoin e soci sta facendo anche la fortuna dei grandi produttori di chip. Tsmc, società di Taiwan e leader mondiale del settore, ha chiuso il quarto trimestre con una crescita del 10,1% rispetto a quello precedente. La responsabile finanziaria Lora Ho ha spiegato che a spingere i conti sono stati due elementi: "I nuovi prodotti mobile lanciati e la crescente domanda di processori per il mining di criptovalute".

Come di consueto, gli ultimi mesi dell'anno, grazie alle festività natalizie, sono stati il periodo più proficuo per gli smartphone. Accanto a questa costante, Tsmc sottolinea il crescente peso del mercato delle monete digitali. Per "minarle", cioè per crearne di nuove, sono necessarie elaborazioni sempre più complesse, serve più capacità di calcolo, più dispositivi in grado di sostenerla e (di conseguenza) più chip.

Anche se la società non ha rivelato dettagli sulle fonti di incassi, si può già certificare quello che era impensabile fino a pochi mesi fa: la domanda di criptovalute è tale da impattare sui conti di un produttore che, nel quarto trimestre, ha registrato un fatturato di 9,21 miliardi di dollari. Un impatto che non dovrebbe essere volatile come il prezzo dei bitcoin: la richiesta di chip per estrarre nuove monete digitali è destinata a rimanere quantomeno stabile.

"Per il primo trimestre 2018 – afferma Ho – ci aspettiamo che continui la forte domanda per il mining di criprovalute, mentre la stagionalità del mercato mobile fa prevedere un calo".

Quanto pesano i processori utilizzati da chi estrae valuta digitale? Niente dati ufficiali. Ma le stime per il trimestre in corso forniscono un indizio: Tsmc prevede di chiuderlo con un fatturato compreso tra gli 8,4 e gli 8,5 miliardi di dollari. Una flessione contenuta rispetto al trimestre d'oro per la vendita degli smartphone e probabilmente ammortizzata dai chip per le criptovalute: il mining non ha "stagionalità". 

Mark Zuckerberg ha aggiunto un nuovo tassello nella strategia annunciata lo scorso 12 gennaio per cambiare Facebook nel 2018: dopo le critiche per il proliferare, in passato, di "fake news" da fonti inattendibili, il fondatore del social network più usato al mondo ha deciso di delegare il processo di selezione dell'autorevolezza delle fonti di notizie (testate tradizionali, tv, radio e siti) agli stessi 2 miliardi di utenti. Saranno loro a decidere.
 
"La scorsa settimana ho annunciato un cambiamento importante nel news feed", ha scritto Zuckerberg il 19 gennaio in un post pubblicato sulla sua pagina Facebook. "Ogni utente vedrà meno contenuti pubblici, tra cui notizie, video e post pubblicati dalle aziende. Dopo questo cambiamento, prevediamo che le notizie rappresenteranno circa il 4% dei contenuti, rispetto a circa il 5% di oggi. Questo è un grande cambiamento, ma sappiamo che le notizie saranno sempre un modo fondamentale per far cominciare le discussioni tra le persone".

Zuckerberg ha quindi annunciato la seconda novità del 2018, che riguarderà la qualità delle notizie: "Per assicurarci che le news che visualizzate, anche se saranno di meno, siano di alta qualità, ho chiesto al nostro team di assicurarsi di dare priorità a notizie attendibili, informative e locali". Il lavoro sulle "fonti attendibili", comincerà la prossima settimana, ha annunciato. 
 

Il motivo? Un ostacolo alla disinformazione e alla polarizzazione

Il motivo lo spiega poco più avanti: "C'è troppo sensazionalismo, disinformazione e polarizzazione [delle opinioni] nel mondo di oggi", ha aggiunto Zuckerberg. "I social media consentono alle persone di diffondere informazioni più velocemente che mai, e se non affrontiamo nella maniera corretta questi problemi, finiremo per amplificarli. Ecco perché credo che sia importante che il nostro News Feed promuova notizie di alta qualità, quelle che contribuiscono a creare il senso comune".

 La domanda che pare abbia tormentato Zuckerberg in queste settimane è: come si decide una fonte autorevole nella galassia dell'informazione online? "Potremmo provare a prendere questa decisione da soli", ha confessato il numero uno di Facebook, "ma è qualcosa che non ci faceva sentire del tutto a nostro agio. Abbiamo preso in considerazione la possibilità di chiedere ad esperti esterni, ma sapevamo che probabilmente non avrebbero risolto il problema dell'obiettività. Oppure potevamo chiederlo a voi – la community – e quindi sarà il vostro feedback a determinare la classifica". Ecco la risposta. 
 

Saranno gli utenti a decidere: ecco come funzionerà la soluzione

Zuckerberg quindi ha deciso di affidare ad ognuno dei circa due miliardi di utenti mensili del suo social di stilare la propria personale classifica su quali siano le fonti attendibili dell'informazione, quelle a cui credere, quelle che hanno sufficiente autorevolezza per comparire sulle bacheche. "Funzionerà così", ha continuato Zuckerberg.  

"Tra i sondaggi sulla qualità del nostro servizio, chiederemo alle persone se conoscono una certa fonte giornalistica [un sito, un giornale, una tv] e  se si fidano di quel media. Crediamo infatti che alcune testate gioralistiche abbiano fiducia soprattutto dai propri lettori, mentre altre siano invece riconosciute come testate autorevoli anche da chi non le segue direttamente". Incrociando le risposte degli utenti quindi, il social deciderà quali testate avranno priorità nel feed, quali no. Dando così priorità alla diffusione della fiducia che ha un media, piuttosto che alla sola credibilità dei suoi 'fan'.
 

L'effetto possibile sulle testate

Si comincia a configurare quindi la risposta di Zuckerberg al problema delle fake news. Per effetto di questo cambiamento, è possibile che le testate che saranno considerate più autorevoli avranno maggiore spazio sulle home degli utenti, e quindi probabilmente un buon incremento di traffico, mentre quelle considerate meno autorevoli vedranno calare ulteriorment il 'reach' (il numero di persone raggiunte per ogni contenuto pubblicato) e di conseguenza il traffico sul loro sito. 

"La mia speranza è che questo aggiornamento sulle notizie attendibili e quello della scorsa settimana sulle interazioni significative possa contribuire a rendere il tempo speso su Facebook un tempo ben speso", ha concluso Zuckerberg nel suo post. 

@arcangeloroc

Il 2017 è stato l'anno record dei finanziamenti della Bei (La banca europea di investimento) in Italia con 119 operazioni sostenute per 12,3 miliardi (+10% rispetto al 2016), pari allo 0,7% del Pil. Oltre 3 miliardi sono stati destinati alla ricostruzione (a seguito del sisma che ha colpito l'Italia centrale), a interventi di messa in sicurezza del territorio legati al dissesto idrogeologico o a calamità naturali e all'edilizia scolastica. Con altri 1,5 miliardi sono state finanziate operazioni nel settore delle infrastrutture, dell'ambiente e dell'energia. Oltre 100 milioni sono stati messi in campo per finanziare investimenti in ricerca, sviluppo e innovazione e circa 400 milioni per operazioni nel settore del sociale e della previdenza. 

Negli ultimi dieci anni, tra il 2008 e il 2017, i 100 miliardi di nuova finanza messi in campo dalla Banca europea per gli investimenti nel nostro Paese hanno sostenuto investimenti del valore di oltre 270 miliardi, finanziando l'attività di 210mila piccole e medie imprese e oltre 6 milioni di posti di lavoro. 

Queste alcune delle principali operazioni condotte in Italia nel 2017:
 

Finanziamenti alle Piccole e medie imprese 

Grazie a 5,3 miliardi di prestiti e garanzie sono state sostenute 39.700 Pmi e 542.500 posti di lavoro nel 2017. Lo scorso anno sono state attivate nuove linee di credito con 18 delle oltre 30 banche partner. Nel decennio 2008-2017 39,4 miliardi di prestiti e garanzie hanno sostenuto 210mila Pmi e oltre 6 milioni di posti di lavoro.

I progetti con la Pubblica amministrazione
 

2 MLD PER TERREMOTO ITALIA CENTRALE: un miliardo per le famiglie (abitazioni) e imprese (capannoni, etc.) veicolato tramite Cdp e banche. 1 miliardo direttamente al Mef per edifici pubblici (scuole, ospedali, uffici, tribunali etc.). 

DISSESTO IDROGEOLOGICO: 800 milioni al Mef (400 già firmati) per 150 interventi di messa in sicurezza del territorio sotto il coordinamento del ministero dell'Ambiente (argini dei fiumi, canali di collegamento, casse di espansione fiume e torrenti, prevenzione frane).

CALAMITA' NATURALI: 530 milioni (230 già firmati) a famiglie e imprese per la ricostruzione dei danni causati da 40 eventi calamitosi (alluvioni, frane etc.) degli ultimi quattro anni in 16 Regioni italiane, in collaborazione con la Cdp. 

PIANO SCUOLA: altri 1,3 miliardi per l'edilizia scolastica (adeguamento, messa in sicurezza, nuovi edifici, efficientamento energetico. In collaborazione con il Miur, Presidenza del Consiglio e Cdp. In totale dal 2015, 2,7 miliardi e 1,600 cantieri già aperti.
 

Infrastrutture, energia e ambiente
 

ENEL OPEN METER: un miliardi (500 milioni già firmati) a E-Distribuzione per l'installazione di 42 milioni di contatori digitali di nuova generazione.

ACQUEDOTTO PUGLIESE: 200 milioni per la rete di distribuzione, per ridurre le perdite e per migliorare la qualità dell'acqua (Piano Juncker).

TERNA: 300 milioni per l'interconnessione elettrica Italia-Francia. Infrastruttura strategica a livello europeo (Piano Juncker). Premio Pfi awards European energy del 2017.

OSPEDALE DI TREVISO: 68 milioni per la nuova Cittadella della Salute. Operazione in parte piano Juncker.
 

Ricerca, sviluppo e innovazione
 

AVIO SPACE PROPULSION SYSTEM: 40 milioni per investimenti in ricerca e sviluppo destinati a nuovi prodotti e tecnologie per i sistemi di propulsione spaziale.

GRUPPO SAVIOLA: 50 milioni per investimenti in ricerca e sviluppo per la trasformazione e il riciclo degli scarti del legno (Piano Juncker).

MERMEC GROUP: 30 milioni per investimenti nella diagnostica ferroviaria e sistemi di segnalamento (Piano Juncker).
 

Sociale e previdenza
 

SOCIAL ECONOMY: piattaforma Fei-Cdp di 100 milioni per interventi nella social economy. 

ELITE BASKET BOND: cartolarizzazione di minibond emessi da 10 società Elite per un ammontare di 122 milioni (Piano Jumcker).

CASSA FORENSE: 175 milioni in gestione al Fodno europeo per gli investimenti da destinare alle Pmi europee attraverso un fondo di fondi per iniziative di venture capital, ovvero forme di investimento al alto rischio, in vari segmenti. 

Per molti, più che un investimento le criptovalute sono una scommessa. Perché allora non puntare al buio? Ci ha pensato Cblocks, il servizio che funziona più o meno come un pacco sorpresa. Solo che è pieno di criptovalute. L'utente compra online un pacchetto di taglie diverse, dai 75 ai 500 dollari. Cblocks tiene per sè una tariffa fissa di 25 dollari (che quindi incoraggia a comprare il cripto-pacco sorpresa più ricco).

Il resto (dai 50 ai 475 dollari) lo usa per comprare cinque criptovalute di pari valore, scelte del tutto a caso. Poi le piazza in un portafogli digitale e spedisce i dati di accesso al cliente.

È quindi un modo semplice (ma con un costo elevato se confrontato alla somma investita) per accedere a un mercato percepito come complesso. In un certo senso, però, ha anche un obiettivo pedagogico: con il pacco sorpresa si riceve anche un documento con informazioni dettagliate sulle monete elettroniche acquistate. Che, con tutta probabilità, non saranno le solite note: Cblocks pesca infatti tra le oltre 300 tracciate su Coinmarketcap.com.

L'idea è poco più di un gioco (tutto sommato con pochi rischi viste le somme in ballo) e interpreta le criptovalute più come una scommessa che come un investimento. E sembra avere successo. Al momento, infatti, i cripto-pacchetti (disponibili per ora solo per gli utenti statunitensi) sono esauriti, in attesa che Cblocks rifornisca il proprio magazzino digitale di criptovalute.

Se Cblocks è quasi un gioco (fatta eccezione per i soldi veri), con Cryptoroulette.info (come s'intuisce dal nome) si può anche togliere il "quasi": è un sito che calcola in tempo reale, con un clic, quanto un ipotetico investitore avrebbe guadagnato se avesse investito in un giorno del 2017 (scelto a caso) 1000 dollari in sei criptomonete (scelte a caso). Per fare qualche esempio: investendo 1.000 dollari il 7 maggio in TrustCoin, Ubiq, Edgeless, VertCoin, Komodo e SibCoin, oggi in tasca ce ne sarebbero 14.330.

L'incasso sfiorerebbe i 100.000 dollari se la puntata fosse stata del 4 marzo su DigitalNote, PascalCoin, Golem, Augur, FirstBlood e BlockNet. L'intento è scherzoso, ma vuole anche dimostrare la velocità con cui il mercato si è gonfiato: nei pochi secondi necessari per l'elaborazione, compare un messaggio con scritto "calcolo della cripto bolla". 

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