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Governo e Regione Sardegna lavorano per chiudere l’accordo sul prezzo del latte ovino, anche con misure finanziarie a sostegno della filiera concordate con le banche, ma in Sardegna le proteste dei pastori non si fermano.

Il prezzo indicativo iniziale di 72 centesimi a litro – gli allevatori chiedono almeno un euro – è contestato da Coldiretti, Copagri e dal Movimento Pastori Sardi, che non lo considerano accettabile: è comunque giudicato un passo avanti rispetto ai 60 centesimi offerti ai pastori prima della mobilitazione del ‘latte versato’ che sta infiammando la campagna elettorale per le regionali in programma domenica prossima nell’isola.

Produzione ripresa, ma ci sono ancora agguati alle cisterne

In uno dei principali caseifici gestiti da imprenditori, quello dei fratelli Pinna a Thiesi (Sassari), l’attività è ripresa oggi a singhiozzo. Il presidio degli allevatori, in corso da una decina di giorni, non si è sciolto, ma almeno le autocisterne hanno ripreso a entrare e a uscire dallo stabilimento. L’amministratore Paolo Pinna ha raccontato che due camion sono stati inseguiti e che gli autisti hanno dovuto chiedere ai carabinieri di essere scortati.

Nel Sud Sardegna resta il presidio davanti alla ‘Central Formaggi’ dell’area industriale di Villasanta, all’altezza di Serrenti. Poco lontano, in località Sanluri Stato, un’autocisterna della Cao-Coperativa allevatori ovini di Fenosu (Oristano) è incappata stamane in un agguato: cinque uomini a volto coperto hanno costretto l’autista a buttare per strada l’intero contenuto trasportato. L’episodio si aggiunge all’ampia casistica di danneggiamenti, violenze, minacce, assalti a camion e blocchi stradali avvenuti nelle ultime due settimane durante la ‘guerra del latte’ e su cui stanno ora indagando le forze dell’ordine in tutta la Sardegna, su indicazione delle procure competenti per territorio. Non c’è tregua piena dunque, nonostante il tavolo della filiera preannunciato dal premier Giuseppe Conte per giovedì prossimo al Mipaaf.

Regione e governo al lavoro per trovare un accordo

Il leader della Lega Matteo Salvini, durante il suo tour elettorale in Sardegna, ha incontrato una delegazione di pastori nella prefettura di Sassari, in vista di una riunione con una rappresentanza di industriali caseari. Per oggi a Cagliari la Regione ha convocato un tavolo tecnico con le banche, per concordare misure finanziarie a sostegno della filiera lattiero-casearia, anche con l’obiettivo di ritirare dal mercato fra i 15 mila e i 20 mila quintali di formaggio. Sia il ministro per le Politiche agricole Gian Marco Centinaio sia la Giunta regionale hanno sottolineato l’impegno per portare il prezzo del latte a un euro.

“Stiamo lavorando per portare il prezzo del latte oltre l’euro”, ha fatto sapere nei giorni scorsi la Regione. Questo perché “72 centesimi al litro non è il prezzo definitivo ma un acconto minimo, un nuovo punto di partenza della trattativa, un prezzo che sarà riconosciuto non solo a marzo e aprile, ma anche per tutto febbraio. Nei prossimi tre mesi saranno messe in atto tutte le operazioni, che stiamo già definendo nei dettagli, necessarie a far aumentare il prezzo oltre l’euro”.

A stagionare

La Giunta regionale uscente intende innanzi tutto ritirare dal mercato le forme di pecorino romano invendute per un totale di 10 milioni di euro: fra i 15 mila e i 20 mila quintali di formaggio saranno messi a stagionare. “Il ruolo della Regione in questa operazione è quello di fare da garante attraverso la Sfirs, la nostra finanziaria regionale, in stretta collaborazione con Abi e in particolare con il Banco di Sardegna vista la sua capillare presenza sul territorio, con i Confidi e attraverso il Consorzio di tutela del pecorino romano”, ha spiegato l’assessore Paci. 

 Il prezzo del petrolio è in rialzo, sulla scia del calo della produzione nei Paesi Opec. Sui mercati asiatici i future sul Light crude Wti avanza di 33 cent a 55,92 dollari e quelli sul Brent crescono di 20 cent a 66,45 dollari al barile.

Una bozza di accordo è il risultato della riunione di circa nove ore, in prefettura a Cagliari, con il ministro Gian Marco Centinaio, il presidente della Regione Francesco Pigliaru, pastori e industriali, per il prezzo del latte ovino sardo. Di tratta di un progetto – ha sottolineato il ministro parlando con i giornalisti al termine del vertice – che le parti, sia i pastori che gli industriali, valuteranno nelle prossime ore. L’ipotesi di accordo prevede un prezzo base, Iva compresa, di 72 centesimi al litro – 12 in più di quello pagato oggi – per febbraio, marzo e aprile. Un ‘acconto’, che a maggio è previsto venga rivalutato sulla base di una serie di misure che Governo e Regione metteranno in campo.

A fine ottobre è previsto un altra verifica che dovrebbe portare a un ulteriore aumento. Si punta a raggiungere un euro al litro o anche – nelle intenzioni di ministro e presidente della Regione – di superarlo. “Se nei mesi successivi il prezzo del pecorino salirà”, ha spiegato Pigliaru, “significa che si sta maturando un conguaglio che alla fine riconoscerà un prezzo prezzo più alto”. 

Verso il rincaro del pecorino

L’intervento di Governo e Regione prevede il ritiro di 60.000 tonnellate di produzione di pecorino romano (con diverse misure come il bando per gli indigenti) che mira a far aumentare il prezzo del formaggio e quindi del latte. Ora il pecorino è a 5,40 euro al chilo e il latte a 60 centesimi al litro. Se raggiunge a maggio i 6,50 euro – è stato ipotizzato – il latte potrà essere pagato a 80 centesimi. Sul tavolo ci sono 45 milioni di euro circa. Dieci messi a disposizione dal Banco di Sardegna, 10 dalla Regione tramite la finanziaria Sfirs e 25 dal governo. “Occorre aiutare il prezzo a crescere per far ì’ – ha spiegato Pigliaru – che quando si calcolerà il conguaglio alla fine di ottobre questo sia molto più alto dei 72 centesimi anticipati”. 

Centinaio ha ricordato inoltre l’accordo con la grande distribuzione per una serie di iniziative promozionali e la presenza dell’Ice, il 21 al tavolo di filiera, per avviare un piano di internazionalizzazione che garantisca l’aumento dell’export. L’intervento – ha spiegato Centinaio – non si esaurisce nello stanziamento dei fondi ma è anche previsto un decalogo per migliorare la produzione: rappresentanza dei pastori nei consorzi, proroga della scadenza della programmazione a marzo, monitoraggio del rispetto delle quote, aumento delle sanzioni per chi non rispetterà le regole, lavoro con le banche per gli interessi passivi sui mutui, tavolo di filiera istituzionale, apertura del Centro di intervento economico (luogo dove si definiscono i prezzi) per il latte ovino, registro telematico del latte ovino e caprino, la nomina di un prefetto per l’analisi e il monitoraggio della filiera. 

La protesta potrebbe continuare

Centinaio ha lanciato una sorta di appello ai presidi dei pastori perché questi “siano un momento di confronto e non di scontro” ma – rispondendo alle domande cronisti – ha precisato che la bozza non è stata firmata dai pastori. Occorre attendere quindi che i rappresentanti si presentino alla ‘base’ per discutere e decidere. Uno dei pastori che ha partecipato al tavolo, parlando con l’Agi, ha detto che con la proposta di oggi “si resta sotto i costi di produzione” per cui si dovranno fare tutte le valutazioni del caso, ma non è ancora possibile dire se la protesta dei pastori possa terminare.

No, il ceo di JP Morgan Jamie Dimon, non ha improvvisamente cambiato idea. No, JP Morgan non ha creato un “suo” Bitcoin: è una contraddizioni in termini, perché Bitcoin non ha proprietari. Però sì, fa effetto che la maggiore banca statunitense battezzi una propria criptovaluta. Ma com’è fatta, a cosa serve e cosa significa il suo arrivo?

Come funziona JPM Coin

La criptovaluta si chiama JPM Coin e usa la blockchain per trasferire valore. Tecnicamente è una “stablecoin”. Ha cioè un rapporto di parità con il dollaro e non fluttua secondo scambi propri. Anche perché viaggia in un sistema chiuso, quello di JP Morgan. A differenza di Bitcoin, quindi, non si muove su una blockchain aperta (che per i puristi è l’unica che si possa chiamare blockchain, in quanto “distribuita”) ma blindata, cui si accede con il permesso della banca.

La criptovaluta, quindi, è una sorta di “capsula digitale”, che “ingloba” il dollaro e gli permette di trasferirsi in modo istantaneo, accompagnati dalla certificazione della blockchain. “Molti dei nostri clienti – ha spiegato l’istituto – trasferiscono denaro in modi diversi e sono alla ricerca di una soluzione per farlo istantaneamente”. JPM Coin è nata quindi su spinta dei clienti. Il suo sviluppo è iniziato circa un anno fa e adesso si aprirà a un ristretto gruppo di clienti istituzionali. Per ora si parte con i dollari, ma la banca sottolinea che “la funzionalità di prodotto e tecnologia sono indipendenti dalla valuta”. Prevede quindi di estendere la moneta digitale “alle altre principali valute”.

Rivoluzione o evoluzione?

Nel corso degli anni, sono state introdotte diverse soluzioni che hanno reso le transazioni sempre più rapide. Il sistema Swift, ad esempio, permette alle banche di comunicare usando lo stesso linguaggio, accelerando così le transazioni. Ma, come sottolinea JP Morgan, c’è ancora qualche attrito quando i pagamenti devono valicare i confini nazionali. Ed è a questo che punta l’istituto: migliorare quello che è già possibile fare. Intervistato da Bloomberg, Gregory Klumov (ceo di Stasis, una società che opera su blockchain) sostiene che il progetto “prenda processi esistenti e li renda un po’ più rapidi”, ma non ha nulla di “rivoluzionario”. Per il ceo di Ripple Brad Garlinghouse, “come previsto le banche stanno cambiando i toni sulle criptovalute”. Ma JP Morgan “manca il bersaglio” perché “le monete bancarie non sono la risposta”. Anzi, di più: “Introdurre un network chiuso oggi è come lanciare Aol dopo la quotazione di Netscape”. Un tantino anacronistico.

As predicted, banks are changing their tune on crypto. But this JPM project misses the point – introducing a closed network today is like launching AOL after Netscape’s IPO. 2 years later, and bank coins still aren’t the answer https://t.co/39EAiSJwAz https://t.co/e7t7iz7h21

— Brad Garlinghouse (@bgarlinghouse)
February 14, 2019

Tra pubblico e privato

Due anni fa, Garlinghouse aveva già sottolineato tutti i suoi dubbi. E lo scenario, secondo il ceo di Ripple, non è cambiato. Se ogni banca emettesse una propria criptovaluta, ci sarebbero due scenari. Nel primo, “tutte le banche di tutto il mondo mettono da parte concorrenza e geopolitica, adottano lo stesso asset digitale, concordano sulle regole da seguire e gestiscono il sistema in modo armonioso. Un’eventualità remota, dice Garlinghouse. Nel secondo scenario, le banche conservano “le proprie risorse digitali, con le proprie regole e la propria governance”. Ne verrebbe fuori “un panorama valutario ancora più frammentato di quello che abbiamo oggi”.

Alcuni istituti potrebbero anche trovare accordi e adottare la stessa criptomoneta. Ma all’esterno dei gruppi sarebbe, parola di Garlinghouse, “un casino”. Quello del ceo è un parere (giusto o sbagliato che sia) interessato. Ripple, al di là della speculazione, nasce come sistema di trasferimento di fondi in tempo reale. Che come tale sarebbe quindi in diretta concorrenza con JPM Coin e le sue (future) sorelle. Ed è curioso che le critiche arrivino dal “capo” di una criptovaluta accusata dagli integralisti di non essere una criptovaluta autentica, perché di fatto centralizzata. Gli scambi sono diffusi, ma gli XRP (i gettoni che si muovono su Ripple) sono stati emessi in una sola volta (non vengono quindi “minati” in modo distribuito), sono detenuti in buona parte dai creatori della piattaforma e hanno alle spalle una società (Ripple Labs Inc.) e non una comunità.

In altra parole: attenzione a puntare sulla cripto-purezza perché c’è sempre qualcuno più cripto-puro di te. Da una parte ci sono quindi le obiezioni di Garlinghouse, dall’altra i vantaggi di una criptomoneta centralizzata: un sistema piramidale, come una società privata, e una blockchain chiusa, come quella di JP Morgan, hanno tempi di evoluzione compressi e una gestione più efficiente. C’è qualcuno che decida, lo fa in fretta e ha i fondi in tasca per tradurre la scelta in azione. Se il sistema resta circoscritto, forse è vero che non c’è nulla di rivoluzionario. A meno che la rivoluzione non sia questa: portare tra le grandi banche una tecnologia punk.

Jamie Dimon ha cambiato idea?

Ma come, Jamie Dimon diceva che Bitcoin era una frode e ha cambiato idea? In realtà il ceo di JP Morgan non ha ribaltato la propria posizione. Nel settembre 2017 l’aveva effettivamente sparata grossa. Aveva definito i bitcoin “una truffa”, accostando il prezzo in lievitazione alla bolla dei tulipani. Aveva anche detto che la speculazione “finirà con l’uccidere qualcuno”. E che i bitcoin erano una moneta da usare al posto dei dollari “se sei in Venezuela, Ecuador, Corea del Nord e in altri posti del genere. O se sei uno spacciatore o un assassino”. Dalle parti di JP Morgan, maneggiare bitcoin era vietato: se un trader della banca avesse iniziato a farlo, aveva detto Dimon, lo avrebbe licenziato “in un secondo”.

Due mesi dopo, Dimon si era già detto “pentito”. Più per i toni (obiettivamente fuori scala) che per la diffidenza. Attenzione, però: Dimon ha sempre parlato di bitcoin e solo di bitcoin. Anche durante lo stesso convegno in cui aveva descritto la prima criptovaluta una roba da manigoldi, aveva definito la blockchain una tecnologia “benedetta” e “concreta”. Mentre Dimon parlava, infatti, JP Morgan stava già sperimentando da un paio d’anni cripto-soluzioni per le transazioni finanziarie e sedeva nel consiglio di amministrazione dell’Enterprise Ethereum Alliance, associazione che punta a sfruttare la blockchain di Ethereum per creare standard condivisi dalle imprese. JPM Coin non spunta dal nulla.  

Vola in Borsa il titolo di Tim: ora segna un balzo del 7,64%. E’ questo l’effetto dell’annuncio fatto giovedì 14 febbraio dalla Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), il cui Cda straordinario deliberato di acquistare ulteriori azioni di Tim. Una mossa che era già nell’aria e che gli analisti si attendevano dopo le parole pronunciate dall’ad Fabrizio Palermo.

In un’intervista al Sole 24 Ore, il manager aveva detto che “entrare nella partita delle reti tlc è una scelta strategica per Cdp e per il Paese. Sono assett importanti per la crescita. I conti si faranno alla fine. Senza fretta”. Parole che, riflesse nella decisione del Cda, si traducono come la volontà di aumentare il pressing sul dossier della rete unica, uno dei più importanti e decisivi temi nell’ottica di un potenziamento delle infrastrutture del Paese. Ma si tratta soprattutto di un implicito via libera all’ipotesi di una rete unica tra Tim e Open Fiber, che sta costruendo a sua volta una sua fibra a fibra ottica.

Lo stato potrebbe raddoppiare la quota in Tim

Cdp potrebbe così raddoppiare la sua quota in Tim: risale allo scorso anno, nell’aprile 2018, il suo ingresso nel capitale della società guidata da Gubitosi, con l’acquisizione di una quota del 5%: un’operazione che avvenne circa un mese prima dell’assemblea di maggio che portò al ribaltone in cda Tim con la maggioranza dei consiglieri in quota Elliott (‘rivali’ dei francesi Vivendi). La Cassa detiene poi in Open Fiber il 50% (l’altro 50% e’ in mano all’Enel), quindi il fatto che si decida di aumentare la quota che già possiede in Tim è per questo motivo un segnale importante in direzione della rete unica: la quota, secondo gli analisti potrebbe arrivare al 10%.

La battaglia tra Vivendi ed Eliott

Certo che però la strada non è in discesa perché all’interno della società c’è una profonda spaccatura sul tema dello scorporo: Vivendi, azionista di maggioranza, sono contrari mentre Elliott è favorevole. Entrando nel dettaglio, Palermo ha spiegato che Tim, in questa partita, è importante come lo è “la creazione di reti convergenti. Occorre giocare su tre fronti: la rete in rame, quella in fibra ottica e il 5G. Nel soppesare vantaggi e svantaggi va tenuto conto di vari aspetti, compresi quelli occupazionali. Anche per questo è intervenuto il legislatore decidendo forti incentivi per la rete unica di Tim”, ha spiegato.

Riflettori puntati ora sul nuovo piano strategico di Tim, che l’ad porterà in cda il 21 febbraio, e soprattutto sull’assemblea del prossimo 29 marzo. Nel frattempo, con l’acquisizione da parte di Cdp di un ulteriore 5% di Tim, Vivendi verrebbe messo all’angolo e il fondo Elliott che appoggia il progetto della rete unica ne uscirebbe vincitore nei confronti di Vivendi in questa che si prospetta come una guerra all’ultima banda. Anzi, ultrabanda. 

Nella sua prima intervista da quando è stato nominato amministratore delegato di Cassa depositi e prestiti, Fabrizio Palermo ha confermato alcune indicazioni di massima trapelate in queste settimane sul ruolo che avrà l’azienda nell’impulso al venture capital e agli investimenti in innovazione e startup.

La prima, è che il modello che sarà adottato è quello francese. Non è una conferma da poco. Già era trapelato che nel nuovo piano industriale di Cdp ci sarebbe stata una maggiore attenzione al venture capital e agli investimenti in aziende del territorio. Palermo ha confermato al Sole24Ore che “La missione del gruppo” è “supportare le aziende, la pubblica amministrazione e lo sviluppo infrastrutturale del Paese. Per questo andremo sempre di più dove le aziende vivono”. Il modello è appunto quello della Caisse de dépots che “attraverso la Banque publique d’investissement e la Banque des territoires” mette in pratica “esattamente l’approccio che stiamo seguendo”. Ed è esattamente quello che ha reso la Francia una ‘startup nation’, etichetta diventata popolare anche nell’opinione pubblica italiana, permettendo a Parigi di sfidare Londra nel primato europeo per gli investimenti in innovazione.

La seconda riguarda più da vicino quello che riguarda il venture capital: “Faremo leva su filiere industriali, università, incubatori di startup portando il corporate venture capital (gli investimenti in capitale di rischio di startup fatti da aziende, ndr), sul territorio”. Questa attenzione al venture capital era stata anticipata da AGI a novembre. Palermo conferma questa strategia, anche se non risponde direttamente alla domanda sulla possibilità che Cdp acquisti Invitalia Ventures (società di gestione del risparmio di Invitalia, controllata dal ministero del Tesoro). La questione Invitalia Ventures è uno dei tasselli che compongono il piano di razionalizzazione delle risorse dello Stato per potenziare il mercato degli investimenti in capitale di rischio.

Come emerso nel maxi emendamento alla manovra dello scorso dicembre, Invitalia Ventures dovrebbe passare sotto il controllo di Cdp con la sua dotazione di circa 400 milioni. L’obiettivo del passaggio dovrebbe essere quello di creare uno strumento di investimento unico in innovazione, che probabilmente avrà la forma giuridica di una società di gestione del risparmio. Solo una parte della più ampia strategia prevista dal ministero dello Sviluppo economico di muovere nei prossimi anni circa un miliardo di investimenti in startup

Pioggia di reazioni all’analisi costi-benefici sulla Tav che boccia in modo netto l’opera, mentre il leader leghista, Matteo Salvini, conferma di essere favorevole all’opera ed è pronto a sfidare il M5s con un referendum nazionale.

La Commissione europea non commenta le cifre: “Stiamo ancora esaminando il documento che ci è stato inviato dal governo – riferiscono fonti Ue – ci sono alcuni aspetti del documento che dovranno essere chiariti con le autorità italiane”, aggiungono le stesse fonti contattate dall’Agi. Gli industriali invece lanciano subito un allarme sulla mancata occasione di costruire posti di lavoro: “Auspichiamo che il Governo abbia un’unica e grande priorità: l’occupazione e il lavoro. L’apertura di quei cantieri a regime determina 50.000 posti. Se per il governo questo basta a noi basta come analisi costo/opportunità in una fase delicata dell’economia in cui va messo al centro occupazione e lavoro”, afferma. “È una grande occasione per dare lavoro a 50.000 persone. Io l’analisi l’ho già fatta. Ho dato solo un dato e a noi basta”, conclude. 

Immediata la replica del M5s: “La Tav è un enorme spreco, Boccia se ne faccia una ragione”, affermano i deputati del Movimento 5 Stelle in Commissione Bilancio e Finanze della Camera. “Boccia, nonostante numeri negativi evidenti, fa terrorismo psicologico continuando a parlare di un’occasione persa per creare posti di lavoro. Boccia fa finta di non sapere che si possono creare migliaia di posti di lavoro investendo in manutenzione del territorio e opere viarie utili che colleghino l’Italia all’Italia”. E il leader di FI Silvio Berlusconi ha così tagliato corto: “È stato uno studio costruito apposta per dare ragione a M5s, che non vuole la Tav. È pieno di sciocchezze. Sono pazzi, e chi li vota è piu’ pazzo di loro”. 

Salvini: “Mi hanno parlato di dati un po’ strani”

Ma le tensioni all’interno del governo per ora restano. Il vertice di governo di ieri mattina è stato disertato da Luigi di Maio. E Salvini ha ribadito di essere a favore della realizzazione dell’infrastruttura, pur non avendo ancora letto l’analisi. “Oggi ho passato quasi tutta la giornata occupandomi di pastori”, ma “stanotte mi leggo la Tav”, ha dichiarato, “chi l’ha letta mi dice che ci sono dati un po’ strani che ci confermano l’idea di andare avanti. Se è contato come un danno il fatto che la gente consuma meno benzina e meno autostrade perché va in treno per me quello è un beneficio”, ha aggiunto. “Leggerò tutte le carte perché ho il rispetto del lavoro di tutti” ma “io resto della mia idea”. 

Favorevole a un referendum nazionale sulla Tav, in mancanza di un accordo M5s-Lega? “Sono sempre favorevole ai referendum. Ma ora mi sto occupando di latte, di pastori e di Sardegna”, dice poi il vicepremier all’uscita dall’assemblea dei parlamentari della Lega alla Camera. Dalla Lega fanno sapere che lo stop all’opera non è un’ipotesi percorribile. “Valuteremo l’analisi costi-benefici. Pensare di non realizzare la Tav onestamente non la vedo un’ipotesi percorribile”, dice il capogruppo della Lega alla Camera Riccardo Molinari. “L’analisi costi-benefici – aggiunge – è un’analisi tecnica come ce ne sono molte altre, ma non è il Vangelo. A mio avviso prima di mandare tutto a monte bisogna riflettere bene e soprattutto, nel caso in cui non si trovi un accordo, l’ultima parola deve essere data ai cittadini”.

Il commissario di governo parla di “farsa”

Tuona Paolo Foietta, commissario di governo per la Torino Lione: “È una farsa che corre il rischio di trasformarsi in una truffa, anche perché da una prima lettura mi pare che si ci siano questioni che sono assurde. I costi sono stati gonfiati”. “Complessivamente è un oggetto facilmente smontabile – aggiunge Foietta – e facilmente sarà smontato. Si presterà non ad essere la verità, ma a creare moltissime polemiche”. 

Leggi il nostro dossier: Tav, la verità dei fatti

Il capogruppo del Pd alla Camera, Graziano Delrio, definisce l’analisi “uno studio cieco e inaffidabile totalmente guidato e pilotato dalla politica. Dicendo no alle infrastrutture e agli investimenti pubblici il governo blocca il Paese e chiude le porte allo sviluppo e al lavoro contraddicendo tutti i precedenti studi che avevano valutato positivamente un’opera fondamentale per trasferire il trasporto delle merci dalla gomma al ferro con evidenti vantaggi ambientali”. Anche le ‘madamin’ del Comitato Sì Torino va avanti parlano di “disastro annunciato”. “Dal 10 novembre, quando siamo scese in piazza la prima volta – aggiungono – abbiamo diffuso e sostenuto le ragioni del Sì alla Tav, risultate da 7 analisi costi benefici”.

Per i francesi è un’analisi “di parte”

Infine il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, al termine di un incontro con Giuseppe Conte, a Strasburgo, spiega di aver riportato al presidente del Consiglio “la posizione del Parlamento” sull’Alta velocita’ Torino-Lione: “è prioritario interesse dell’Europa anche la realizzazione della Tav perché favorisce sviluppo e occupazione e diminuisce l’inquinamento”. “Ritengo che quei soldi vadano investiti bene e non buttati al vento perché 5 capricciosi no Tav hanno detto che non si deve fare”, conclude.

L’analisi costi-benefici sulla Tav Torino-Lione non ha convinto nemmeno il fronte francese. Le Comité pour la transalpine Lyon-Turin sostiene che l’analisi è “straordinariamente di parte. Minimizzando gli enormi benefici ambientali dell’infrastruttura, il professor Ponti ha iscritto nella colonna dei costi i mancati introiti per lo Stato italiano dovuto a una significativa riduzione delle tasse sul carburante e dei pedaggi autostradali”.

 

L’analisi costi-benefici sul Tav, anticipata dal Fatto Quotidiano, boccia l’opera: i primi sono altissimi e i secondi quasi inesistenti. Secondo il quotidiano, il documento degli esperti del ministero spiega che i costi sono pari a 12 miliardi e i benefici si fermerebbero a 800 milioni. Nel migliore dei casi si arriva a un effetto negativo (sbilancio tra costi e benefici) di 5,7 miliardi; nel peggiore si sfiorano gli 8 miliardi; in quello ‘realistico’ si arriva a 7 miliardi.

Il risultato del dossier è dunque una stroncatura, anche considerando i costi necessari per fermare l’opera. Una bocciatura che nasce dal fatto che una vera domanda di traffico non sembra esserci. 

Per sostenere l’opera le merci dovrebbero essere 25 volte di più. I tecnici utilizzano due scenari: nel primo si basano su stime di traffico merci e passeggeri, stilate a partire dal 2011 dall’Osservatorio sul Tav di Palazzo Chigi. Nel secondo le stime, assai ottimistiche, sono riviste alla luce di scenari “piu’ realistici”.

Il risultato è negativo in entrambi. Il risultato è negativo, bene che vada, prosegue il Fatto, per 7 miliardi. Anche assumendo che servano 1,5 miliardi per ripristinare i luoghi dei cantieri e ammodernare la vecchia linea del Frejus, come sostiene il costruttore italo-francese Telt, il risultato resta negativo per 5,7 miliardi.

Dietro l’attacco a Bankitalia da parte di Salvini e Di Maio si nasconderebbe una disputa tra governo e Palazzo Kock sulla vendita di una parte dell’oro conservato nei forzieri della Banca d’Italia? Lo ipotizza oggi il quotidiano La Stampa, secondo cui il governo avrebbe pensato a ricavare così circa venti miliardi di euro necessari e utili a evitare l’aumento dell’Iva, altrimenti imposto dalle clausole di salvaguardia.

Le prove secondo il quotidiano torinese sono una presa di posizione di Grillo sul suo blog lo scorso 9 settembre, in cui il garante del Movimento si ricorda che gli altri Paesi europei hanno venduto dal 20 al 60% delle loro riserve (mentre “l’Italia non ha venduto nemmeno un grammo. Perché?”) e un disegno di legge presentato da Claudio Borghi, con Alberto Bagnai il più accanito avversario dell’euro.  

Il giornale cita fonti politiche e tecniche del Tesoro che intrecciano la vicenda dell’oro al braccio di ferro scatenato dal M5s sulla riconferma di Luigi Federico Signorini a vice-direttore generale, colpevole per i grillini di aver criticato il reddito di cittadinanza e riforma delle pensioni.

Il 9 settembre scorso sul blog personale del garante del Movimento è uscito un articolo a firma Gabriele Gattozzi e dal titolo “Vendo Oro”. Nel pezzo Gattozzi scrive anche:

“In estrema sintesi la situazione è la seguente. L’Italia è il 3° Paese in termini assoluti per riserve di oro che ammontano a oggi a quasi 2.500 t. Anche a livello pro capite la situazione è immutata, anzi addirittura migliorativa della precedente in quanto dimostra che in Europa (e nel Mondo) siamo il 3° Paese dopo la Svizzera (ovviamente) e – solo di misura – dopo la Germania”.

“quasi tutti i Paesi europei nel corso degli ultimi 20 anni – dai più ricchi ai più poveri – hanno venduto parte delle loro riserve auree. Tralasciando la Svizzera – che non appartiene alla UE e ha evidentemente mano più libera – si nota che la Francia (Paese a noi più simile per PIL e popolazione) ha venduto ben 572 t delle sue riserve auree nel periodo 2004-2009. Sostanziose vendite sono state effettuate anche da Spagna e Portogallo (che dovrebbero essere in crisi come noi). Anche la Germania – che in teoria non ne avrebbe bisogno – ha venduto 85 t di oro e persino la BCE ha ceduto una grossa fetta delle sue riserve auree. Complessivamente nel corso degli ultimi anni sono state vendute circa 4.000 t di oro”.

“Pur essendo il 3° Paese al Mondo per riserve auree, sia in termini assoluti che su base pro capite, pur avendo più oro di Paesi a noi simili come la Francia, pur essendo in crisi come la Spagna e il Portogallo, pur detenendo più del triplo delle riserve auree della Banca Centrale Europea, della Russia e persino del Giappone, la Repubblica Italiana attraverso la sua banca centrale della quale detiene il controllo, nel corso degli ultimi 20 anni in un sistema regolato da ben quattro round del CBGA non ha venduto nemmeno un grammo di metallo prezioso”. 

Tali vendite – aggiunge ancora Gattozzi – ci permetterebbero di rimanere in ogni caso tra i top detentori di riserve auree a livello mondiale passando dal terzo al quarto posto. Inoltre tali quantitativi potrebbero tranquillamente essere acquistati assorbendo la domanda di alcuni Paesi quali Cina, India, Russia, Brasile, Corea del Sud e altri Paesi cosiddetti emergenti che hanno già manifestato l’intenzione di incrementare le loro riserve auree.

Leggi qui il post integrale sul blog di Beppe Grillo.

 

“Siamo qua perché chi doveva controllare non ha controllato, la Banca d’Italia e Consob andrebbero azzerati, altro che cambiare una o due persone. Azzerati. Dov’erano questi signori mentre questi mangiavano?”: l’affondo di Matteo Salvini arriva da Vicenza, davanti alla platea di migliaia di risparmiatori colpiti dal crack della BpVi, dove il leader leghista è arrivato con l’altro vicepremier Luigi Di Maio, nel giorno in cui tiene banco il dossier M5s contro i vertici di Bankitalia, con lo stop alla conferma del vicedirettore Luigi Federico Signorini.

“Chiediamo discontinuità e quindi non possiamo confermare le stesse persone che sono state nel direttorio di Bankitalia nel periodo in cui è successo quello per cui è oggi qui questa gente”, ha confermato Di Maio.

Sulla scelta dei vertici della Banca d’Italia “stiamo approfondendo”, ha confermato da Roma il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. A rischio sarebbe la riconferma del vicedirettore di Bankitalia, Luigi Federico Signorini, ma anche quelle della vicedirettrice Valeria Sannucci e del direttore generale Salvatore Rossi.

“Chiarisco un concetto: un conto è l’indipendenza di questi organismi che controllano, un’altra cosa è l’irresponsabilità”, ha spiegato Salvini davanti alla platea dei ‘truffati’ dalle popolari venete. “Se non fai il mestiere per cui sei pagato paghi civilmente e penalmente, fino in fondo. Non è più possibile che qualcuno sbaglia e non si sa mai chi è stato e non paga nessuno. Noi rispettiamo chi fa il suo lavoro ma ci sono stipendi da centinaia di migliaia di euro e non riconfermare qualcuno del passato mi sembra il minimo nel rispetto di voi e di chi è stato fregato”.

Salvini e Di Maio sono apparsi uniti, come non si vedeva da tempo, tra un abbraccio e le contestazioni, fin dal loro arrivo all’assemblea presidiata da un imponente schieramenti delle forze dell’ordine. L’obiettivo era spiegare come accedere a quel miliardo e mezzo di euro stanziato per il fondo di indennizzo per le vittime del crack di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca: “Questo governo ha ascoltato i risparmiatori”, ha esordito Di Maio, “il miliardo e mezzo di euro lo abbiamo trovato e ci dicevano che non c’erano soldi”.

Quanto alle perplessità espresse dall’Ue, ha aggiunto: “Letterine arrivano ma ce ne ne freghiamo altamente. Ancora pochi mesi poi questa Europa sarà finita e queste lettere non arriveranno più”. “Adesso si tratta di fare in modo che i risparmiatori abbiano rapidamente” i soldi, gli ha fatto eco Salvini, “sperando che da Bruxelles non arrivino rotture di scatole”.