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Lo spread tra Btp decennali e omologhi Bund tedeschi schizza a 214 punti, poi frena ma resta sopra quota 200, dopo che ieri sera l’Eurogruppo si è impantanato sugli eurobond. 

Il differenziale avanza a 205 punti dopo aver terminato ieri la sessione a 191 punti. Il rendimento del titolo italiano è salito fino all’1,748%. A Bruxelles è stallo sulle condizionalità concesse ai paesi membri per poter accedere alle linee di credito del Mes.

Questo, secondo quanto si apprende, il principale motivo di scontro che dopo 16 ore di trattative ha portato al nulla di fatto a riunione Eurogruppo. “Nonostante i progressi nessun accordo ancora all’Eurogruppo. Continuiamo a impegnarci per una risposta europea all’altezza della sfida del Covid-19”, scrive su Twitter il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri.

Lo stallo è sulle condizionalità concesse ai paesi membri per poter accedere alle linee di credito del Mes. L’ipotesi di condizioni minime o nulle per accedere ai fondi del Mes è nettamente respinta dall’Olanda, mentre Italia e Spagna restano sulle loro posizioni, chiedendo che i paesi possano accedere alle linee di credito del Fondo salva Stati con condizionalità speciali per fronteggiare l’emergenza sanitaria ed economica del coronavirus.

Sul tavolo resta anche la proposta della Francia, appoggiata dall’Italia, sulla creazione di un fondo per la ripresa attraverso l’emissione di titoli garantiti dal debito comune. Anche su questo punto le posizioni restano lontane, l’Olanda è nettamente contraria, salvo che si tratti di un prestito emesso solo a copertura dell’emergenza sanitaria. Secondo quanto riferito tuttavia, su questo potrebbe esserci uno spiraglio di apertura in una formulazione piu’ vaga

“La Germania ha grandissime virtù e pochissimi difetti, solo qualche volta pone le sue grandissime virtù al servizio dei suoi pochissimi difetti” scrive in un articolo sul Il Sole 24 l’ex ministro dell’Economia dei governi Berlusconi Giulio Tremonti.

Tanto che oggi, “in un momento in cui la Germania pensa di avere solo grandissime virtù e nessun difetto, è per tutti noi in Europa – e certo per l’Italia – arrivato il momento per copiarla”.  In che modo? “Si può cominciare partendo prima dalla Kreditanstalt für Wiederaufbau (Kfw) e poi dai Germanbond”, che sono due metodi per affrontare la crisi.

Ma “nel pieno di questa crisi il regime speciale riservato a Kfw – avverte Tremonti – è ancor più inaccettabile per l’asimmetria che si è venuta a creare tra le nuove regole europee in materia di contabilità e di mercato, il formale permanere del privilegio di cui gode Kfw, il limite di operatività che ancora si minaccia contro Cdp S.p.A.”, mentre “in un momento che vede il rigetto di una tra le ultime idee di Europa – l’idea degli Eurobond – è arrivato il momento per un altro esercizio copiativo, questa volta nel campo delle emissioni di debito pubblico” quindi è “il caso di fare esattamente quello che ha fatto finora e continua a fare la Repubblica Federale di Germania”.

Secondo l’ex ministro dell’Economia dei governi di centrodestra, pertanto, in Germania è attiva la Finanzagentur, cioè “una speciale agenzia per l’emissione dei titoli del debito pubblico tedesco” che “agisce come segue: una quota dei titoli pubblici in emissione viene messa all’asta; la quota residua viene invece trattenuta, per un certo periodo di tempo, per essere poi fatta salire al piano di sopra, al piano della Bundesbank e da qui, via mercato secondario, fatta infine risalire al piano della Banca centrale europea”.

Per Giulio Tremonti è perciò “in questi termini, con questo passaggio dal primo al terzo piano, che la Germania fa le sue emissioni”. E si chiede l’ex ministro dell’Economia: “Perché non copiamo questa tecnica, ortodossa e virtuosa per definizione? Perché non ne importiamo – gratis s’intende – il prezioso copyright? Per dovuto omaggio potremmo semmai parlare, se non di Eurobond, di Germanbond”.

Ma per farlo, suggerisce, “dobbiamo solo superare un nostro problema storico. In Italia ancora si danza intorno al totem del “divorzio tra Tesoro e Banca d’Italia”, un “totem” – scrive Tremonti – che è stato eretto nel 1981 e intorno al quale ancora oggi si sviluppa una danza rituale, nell’insieme un palinsesto di politica, dottrina e prassi scritto in un mondo totalmente diverso da quello che c’è ora”.

Per poi concludere: “Se da un lato la “monetizzazione” dei debiti pubblici via banche centrali è nel mondo prassi crescente e dominante, dall’altro lato e all’opposto l’Italia, senza gli Eurobond e senza la Banca d’Italia, rischia di scivolare verso un non remoto incidente-disastro finanziario, economico, sociale, infine politico. Altre idee copiative seguiranno a breve”.

 

Le borse europee aprono in forte rialzo, con Milano che in apertura di contrattazioni registra un +2,56% e il Dax di Framncoforte a +4%.

Piazza Affari scatta in avvio di settimana, sulla spinta delle borse asiatiche e dei futures di Wall Street: il Ftse Mib, a pochi minuti dall’apertura delle contrattazioni, sale a 16.804 punti. A ridare fiducia agli investitori un mix di dati in miglioramento sul fronte dell’epidemia di Coronavirus, dei provvedimenti dei governi, di attesa per l’Eurogruppo di domani e di indicazioni provenienti dagli Stati Uniti.

Fra i titoli del paniere principale si mettono in evidenza i bancari dopo i pesanti cali della settimana scorsa, con Intesa Sanpaolo (+6,08%) in spolvero. Continua anche la corsa di Atlantia dopo il rally delle ultime due settimane: in vista del cda di domani, dove potrebbe esserci un aggiornamento sul dossier Aspi, balza del 7,5%.

Toniche anche utilities ed energia, con le big Enel ed Eni in rialzo rispettivamente del 2,1 e del 2,7%. Nexi sale di quasi il 5% spinta dal buy di Jeffries; fra gli industriali Fca recupera il 3,08% e Leonardo guadagna il 5,2%. Contiene i guadagni Pirelli (+0,7%) che venerdi’ sera ha tagliato i target sul 2020. 

 

Almeno 7 miliardi di euro. A tanto ammonta la stima della perdita di fatturato che a livello nazionale le imprese artigiane subiranno in questo mese di chiusura a causa del coronavirus (dal 12 marzo al 13 aprile 2020).

A fare i conti è stato l’Ufficio studi della Cgia. I comparti più colpiti sono anche quelli più rappresentativi di tutto il settore: le costruzioni, ad esempio,  vedranno una flessione del fatturato di 3,2 miliardi (edili, dipintori, finitori di edifici, ecc.) la manifattura di 2,8 miliardi (metalmeccanici, legno, chimica, plastica, tessile-abbigliamento, calzature, ecc.) e i servizi alla persona di 650 milioni di euro (acconciatori, estetiste, calzolai, etc.).

Rischio chiusura per 25% imprese artigiane

“L’artigianato rischia di estinguersi, o quasi, in particolar modo nelle piccole città e nei paesi di periferia, molte attività – segnala il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – a fronte dell’azzeramento degli incassi, degli affitti insostenibili e di una pressione fiscale eccessiva, non reggeranno il colpo e saranno costrette a chiudere. Se la situazione non migliorerà entro la fine del prossimo mese di maggio, è verosimile che entro quest’anno il numero complessivo delle aziende artigiane scenderà di almeno 300 mila unità: vale a dire che il 25 per cento delle imprese artigiane presenti in Italia chiuderà i battenti”. 

In dieci anni chiuse quasi 180.000 aziende

Una situazione, quella che sta vivendo l’artigianato in queste settimane, molto difficile che si sovrappone ad un quadro generale altrettanto pesante che negli ultimi 10 anni ha visto crollare il numero delle imprese presenti in questo settore. Tra il 2009 e il 2019 – sono i calcoli della Cgia – le aziende artigiane che hanno chiuso definitivamente sono state poco meno di 180 mila (per la precisione 178.664), pari al -12,2 per cento.

Se nel 2009 lo stock era pari a 1.465.949, al 31 dicembre dell’anno scorso il numero è sceso a 1.287.285. La regione che ha subito la flessione più elevata è stata la Sardegna (-19 per cento).  “Quasi il  60 per cento della contrazione delle imprese artigiane registrata in questi ultimi 10 anni – fa notare il segretario Renato Mason – riguarda attività legate al comparto casa.

Edili, lattonieri, posatori, dipintori, elettricisti, idraulici, ecc. hanno vissuto anni difficili e molti sono stati costretti a gettare la spugna. La crisi del settore e la caduta verticale dei consumi delle famiglie sono stati letali. Certo, molte altre professioni artigiane, soprattutto legate al mondo del design, del web, della comunicazione, si stanno imponendo. Purtroppo, le profonde trasformazioni in atto e la drammatica crisi che vivremo nei prossimi mesi cancelleranno molti mestieri che hanno caratterizzato la storia dell’artigianato e la vita di molti quartieri e città”. 

Vecchi mestieri in via di estinzione

A fronte delle difficoltà che certamente si intensificheranno nei prossimi mesi, la CGIA ha elencato 25 vecchi mestieri artigiani che, già in forte agonia, rischiano di scomparire definitivamente dalle nostre città e dai paesi di campagna, o professioni che sono in via di estinzione a causa delle profonde trasformazioni tecnologiche in atto. Eccoli:

  • Arrotino (molatore o affilatore di lame);
  • Barbiere (addetto al taglio dei capelli su uomo e alla rasatura della barba);
  • Calzolaio (riparatore di suole, tacchi, borse e cinture);
  • Casaro (addetto alla lavorazione, preparazione e conservazione dei latticini);
  • Canestraio (produttore di canestri, ceste, panieri, etc.);
  • Castrino  (figura artigianale tipica del mondo mezzadrile con il compito di castrare gli animali);
  • Ceraio (produttore di torce, lumini e candele con l’uso della cera);
  • Cocciaio (produttore di piatti, ciotole e vasi);
  • Cordaio (fabbricante di corde, funi e spaghi);
  • Corniciaio;
  • Fotografo;
  • Guantaio (produttore e riparatore di guanti);
  • Legatore (rilegatore di libri);
  • Norcino (addetto alla macellazione del maiale e alla lavorazione delle carni);
  • Materassaio (colui che confeziona o rinnova materassi, trapunte, cuscini, etc.);
  • Mugnaio (macinatore di grano e granaglie);
  • Maniscalco (addetto alla ferratura dei cavalli, degli asini e dei muli);
  • Ombrellaio (riparatore/rattoppatore di ombrelli rotti);
  • Ricamatrice  (decoratrice del tessuto con motivi ornamentali);
  • Sarto/a (colui o colei che confeziona abiti maschili o femminili);
  • Selciatore (addetto alla posa in opera di cubetti di porfido);
  • Sellaio (produttore di selle per animali);
  • Scopettaio (produttore di spazzole e scope);
  • Scalpellino (colui che sgrossa e lavora la pietra o il marmo con lo scalpello);
  • Seggiolaio (produttore o riparatore di seggiole impagliate)

Il Covid 19 ha costretto alla chiusura 6 artigiani su 10

Tornando alle chiusure imposte dalla legge in queste ultime 2 settimane a causa del COVID 19, sono 752.897 le imprese artigiane che sono state costrette a sospendere l’attività (pari al 58,5 per cento del totale); il conto sale a 799.462 se si considerano anche le attività per le quali è prevista la possibilità di fare solo somministrazione per asporto. A livello regionale si sono registrate punte del 65,6 per cento in Toscana,  del 63,9 per cento in Valle d’Aosta e del 61,1 per cento in Umbria. Le realtà meno interessate dalla chiusura sono state la Basilicata (52,9 per cento), la Calabria (52,5 per cento) e infine la Sicilia (48,9 per cento).

Al Sud gli artigiani sono sempre meno

A livello territoriale è il Mezzogiorno la macro area dove la caduta è stata maggiore. Tra il 2009 e il 2019 in Sardegna la diminuzione del numero di imprese artigiane attive è stata del 19 per cento (-8.092). Seguono l’Abruzzo con una contrazione del 18,8 per cento (-6.788), l’Umbria, che comunque è riconducibile alla ripartizione geografica del Centro, con  – 16,2 per cento (-3.945), il Molise con il 16,1 per cento (-1.230) e la Sicilia con il -15,9 per cento, che ha perso  13.486 attività.

Un taglio da 10 milioni di barili al giorno della produzione mondiale di petrolio sembra ora possibile. A sancirlo dovrebbe essere il vertice dell’Opec+ convocato in teleconferenza per lunedì prossimo dall’Arabia Saudita. I mercati ci credono, come testimonia il nuovo balzo dei prezzi del greggio: venerdì sera il barile americano di Wti con consegna a maggio è salito di circa il 12%, ovvero 3,2 dollari, attestandosi a 28,34 dollari. Il prezzo del barile di Brent, con consegna a giugno, è aumentato del 13,5%, pari a circa 4 dollari, a 34 dollari

Il lavoro delle diplomazie è stato certificato anche dal presidente russo, Vladimir Putin, che si è detto pronto a collaborare con gli Stati Uniti per stabilizzare i corsi dell’oro nero. Il leader del Cremlino non ha mancato tuttavia di criticare l’atteggiamento saudita e ha accusato Riad di aver fatto crollare i prezzi nelle ultime settimane per “mettere fuori gioco” i produttori di shale americani.

Il vertice di lunedì

Ad annunciare che l’Opec e i suoi alleati si riuniranno lunedì in teleconferenza è stato il ministro dell’Energia azero. Sul tavolo, hanno fatto sapere fonti dell’organizzazione dei produttori c’è un taglio senza precedenti, pari al 10% della produzione mondiale: circa 10 milioni di barili al giorno. Per ora non ne è tuttavia ancora stata discussa la distribuzione e se e quanto interverrano anche altri Paesi che dell’Opec non fanno parte, a cominciare dagli Stati Uniti.

Mosca pronta a collaborare con Washington

A far sentire forte la sua voce è stato il presidente russo, Vladimir Putin. La Russia, ha detto, è “pronta a lavorare con gli Stati Uniti” per stabilizzare il prezzo del petrolio sui mercati: c’è bisogno di un taglio alla produzione di “circa 10 milioni di barili”. Putin ha anche riferito di aver avuto un colloquio con il presidente Usa, Donald Trump, nel corso del quale entrambi si sono detti “preoccupati per la situazione”.

Il Cremlino non ha però mancato di accusare l’Arabia Saudita per il recente crollo dei prezzi del greggio, rotolato su livelli che non si vedevano dal 2002. Il calo, ha osservato, Putin è stato dovuto sì al coronavirus, che ha fatto crollare la domanda, ma anche al ritiro di Riad dall’Opec+ e dall’obiettivo del Regno di mettere fuori gioco i produttori di shale americani.

La Iea avverte: le scorte cresceranno comunque

Il taglio alla produzione in discussione lunedì potrebbe comunque rivelarsi insufficiente. Secondo il direttore  dell’Agenzia internazionale per l’energia, Fatih Birol, una riduzione della produzione di 10 milioni di barili al giorno non basterebbe a impedire che le scorte mondiali salgano di 15 milioni di barili al giorno nel secondo trimestre. Troppo forte il calo della domanda legato alle misure di contenimento del coronavirus. Birol ha anche esortato l’Arabia Saudita, leader de facto dell’Opec, a coinvolgere tutti i Paesi del G20, di cui Riad è attualmente alla guida, nel tentativo di stabilizzare il mercato.

Gli Usa taglieranno? Trump incontra i petrolieri

La vera domanda è se anche gli Stati Uniti parteciperanno ai tagli alla produzione e in quale misura. Proprio di questo ha discusso Donald Trump con i ceo delle major a stelle e e strisce convocati alla Casa Bianca, ai quali ha assicurato che “verrà trovata una soluzione per far ripartire il business dell’energia è che verranno acquistati barili per le riserve strategiche nazionali. Il presidente Usa è stato il primo ad annunciare un taglio alla produzione globale tra 10 e 15 milioni di barili al giorno, ma ha anche sottolineato di non aver fatto ​”nessuna concessione all’Arabia Saudita o alla Russia” e, in particolare, di non aver «concordato un taglio della produzione Usa”.

Negli Stati Uniti il dibattito è aperto. A trattare con l’Opec+ sarà il commissario della Texas Railroad Commission, Ryan Sitton, invitato a partecipare alla riunione di lunedì dal segretario generale dell’organizzazione, ​Mohammad Barkindo. I prezzi bassi stanno rendendo insostenibile la situazione per molti produttori di shale americani, i cui costi di estrazione sono troppo alti per sostenere la situazione. Ma se Texas e Oklahoma hanno strumenti legali per regolare la produzione, lo stesso non vale per altri grandi Stati produttori come l’Alaska, cui neanche il governo federale potrebbe imporre un tetto.

La sfiducia sociale può trasformarsi in un detonatore della crisi dell’economia alla fine dell’emergenza sanitaria. È la conclusione cui giunge uno studio che analizza i dati della prima spaventosa pandemia influenzale: la cosiddetta “spagnola”, che fra il 1918 e il 1920, subito dopo la Grande Guerra, infettò 500 milioni di persone uccidendone circa un decimo, 50 milioni. Le conseguenze furono devastanti per l’economia e la società. Cent’anni dopo, una nuova pandemia di tipo influenzale sta affliggendo il pianeta: in che cosa l’esperienza storica può aiutare a gestire la crisi attuale?

 Un gruppo di studiosi dell’Università Bocconi di Milano in collaborazione con la Barcelona Graduate School of Economics, ha elaborato i dati della spagnola per capire le relazioni fra la mortalità nei diversi paesi e le conseguenze economico-sociali della pandemia. I risultati della ricerca sono stati pubblicati su VoxEu, portale del think tank Cepr, Center for Economic and Policy Research.

“Le nostre analisi” si legge nella sintesi “suggeriscono che l’influenza spagnola e le sue conseguenze in termini di disgregazione sociale e diffidenza generalizzata hanno avuto conseguenze permanenti sul comportamento individuale in termini di minore fiducia sociale. Questa perdita di fiducia sociale ha limitato la crescita economica per molti decenni a seguire”. Secondo gli autori dello studio, questo aiuta a capire le conseguenze economiche dei diversi approcci alla gestione della crisi Covid-19.

“Il 13 marzo 2020, mentre l’infezione ha continuato a diffondersi rapidamente in Italia, Standard Ethics – una società indipendente di rating della sostenibilità – ha migliorato le sue prospettive per il paese da negativo a stabile. Questo perché, secondo Standard Ethics, “nell’emergenza derivante dalla diffusione del virus Covid-19, l’Italia ha rivalutato la solidarietà. È possibile che superando coraggiosamente questa difficile prova, una nazione come l’Italia ritrovi l’ottimismo ”.

Secondo lo studio, il caso dell’influenza spagnola è stato l’opposto: le istituzioni governative e i servizi sanitari nazionali si sono dimostrati in gran parte inefficaci nell’affrontare la crisi, mentre la società civile ha subito una grave crisi a causa del clima di sospetto generalizzato. Allora, interventi potenzialmente utili, in particolare per quanto riguarda il distanziamento sociale, sono stati influenzati negativamente dagli errori di comunicazione e dallo specifico contesto storico – fortemente turbato dalla prima guerra mondiale – in cui si è verificata l’influenza spagnola.

Come hanno fatto i ricercatori a stabilire i livelli di fiducia di un secolo fa? “Scoprire l’impatto sociale più ampio di una pandemia storica come l’influenza spagnola è ovviamente una sfida – ammettono – Non esistono misure di indagine diretta sugli atteggiamenti e la fiducia sociale. Abbiamo quindi utilizzato le informazioni sui discendenti di coloro che hanno vissuto l’evento storico. Questo metodo sfrutta il fatto che tratti e atteggiamenti culturali sono ereditati dalle generazioni successive, passando dai genitori ai figli. Utilizzando i dati del General Social Survey (GSS), sondaggio rappresentativo della popolazione degli Stati Uniti, risaliamo al livello di fiducia sociale dei discendenti diretti di migranti negli Stati Uniti e, utilizzando queste informazioni, siamo in grado di fornire una stima della fiducia sociale per ogni paese di origine, prima e dopo la diffusione dell’influenza spagnola. Per ogni paese di origine, abbiamo confrontato i livelli stimati di fiducia sociale per i due periodi e stabilito che la possibile differenza di fiducia dipende dal tasso di mortalità pandemica. I risultati della nostra analisi suggeriscono un effetto negativo e statisticamente significativo dell’influenza spagnola sulla fiducia. Un aumento della mortalità per influenza di un decesso per mille ha comportato una diminuzione della fiducia di 1,4 punti percentuali”. 

In conclusione, “sebbene alcuni degli interventi di contenimento siano stati abbastanza simili a quelli introdotti dall’Italia (e da un numero crescente di altri paesi) durante la crisi Covid-19, un secolo hanno portato a una divisione sociale anziché a una maggiore unità e solidarietà. E come sosteniamo, questi errori e insuccessi nella gestione dell’influenza spagnola hanno avuto conseguenze economiche negative di lunga durata”.

“È necessaria molta attenzione nel commentare le conseguenze finali di una crisi ancora in corso – ammettono gli autori dello studio nelle conclusioni – Tuttavia, la storia potrebbe costituire un avvertimento per quei paesi che optano per limitare la loro gestione della pandemia a misure chiare: se l’epidemia si diffondesse ampiamente e senza controllo, i costi economici cumulati da pagare a lungo termine potrebbero essere ancora più alti di quanto ci si aspetta”.

“Il sovraccarico registrato ieri dal sito Inps era prevedibile”. Lo afferma Guglielmo Loy, presidente del Consiglio di indirizzo e vigilanza dell’Inps, che non si esprime sull’ipotesi di un attacco hacker: “Non saprei, c’è un esposto alla polizia postale e faranno indagini, vedremo”. “Sicuramente – fa notare, interpellato dall’AGI – c’è stato un assalto da parte degli utenti, che si poteva immaginare. E’ stato fatto un provvedimento rivolto da 3 a 10 milioni di italiani ma la struttura è la stessa. All’origine vi è l’errore di una norma di legge che non ha calcolato l’effetto operativo: se l’istituto non ha potuto investire, il legislatore lo deve sapere e l’istituto aveva il dovere di segnalarlo”.

Secondo Loy, anche se non si parla di ‘click day’ nei fatti il sistema dell’indennità a professionisti e autonomi ha funzionato così: “Se i 600 euro sono assegnati senza criteri selettivi non può che valere la cronologia nella lavorazione della pratica, dal momento che, secondo la norma, una volta finite le risorse l’Inps sospenderà i pagamenti e poi il legislatore deciderà se rifinanziare la misura. E’ evidente che tutti hanno cominciato a caricare la domanda dalla mezzanotte. Se la copertura fosse stata al 100% si poteva fare un accesso scaglionato, altrimenti inevitabilmente vale la cronologia della domanda”.

#InpsComunica Accesso ai #servizitelematici Inps. Da oggi, 2 aprile, i servizi online saranno disponibili dalle ore 8.00 alle 16.00 per Patronati e Intermediari secondo le consuete modalità di accesso, e dalle ore 16,00 alle 8,00 per i cittadini https://t.co/QFrx4Re9Fm pic.twitter.com/f2LL2BLR3h

— INPS (@INPS_it)
April 2, 2020

“Il problema – ha aggiunto Loy – è anche che l’istituto ha fatto una campagna per dire agli utenti di rivolgersi direttamente al sito, attraverso numero verde, app etc.. In realtà l’80% delle pratiche arrivano attraverso intermediari che hanno un inoltro differente. Ma rispetto a questa prassi, solo il 5% delle domande è passato dai patronati e circa il 90% dal sito. Incentivando il rapporto diretto e sottovalutando il valore dell’intermediazione, vi è stato un aumento quantitativo enorme di domande e il crollo del sistema. Oggi questo è stato corretto, suddividendo l’orario di accesso tra patronati e intermediari e singoli cittadini”.

“Nella situazione normale – prosegue Loy – ci sono in media 500 milioni di accessi annui al sito dell’Inps, dividendo per le giornate lavorative (270) si ha una media giornaliera di 1,8-1,9 milione di accessi; se ieri hanno caricato 300 mila domande vuol dire che ha provato ad accedere almeno 1 milione di persone. Quindi il traffico è quasi raddoppiato. E’ inevitabile che il sistema rischi di andare in tilt”. 

 A febbraio disoccupazione in leggero calo. Lo rileva l’Istat precisando che  i dati fanno riferimento alla fase immediatamente precedente l’emergenza sanitaria legata al Covid-19.

Il tasso si attesta al 9,7% (-0,1 punti), stabile quello giovanile al 29,6%. Questo deriva dalla diminuzione delle persone in cerca di lavoro (-0,7% pari a -18mila unità) che nell’ultimo mese coinvolge le donne (-3,2%, pari a -39mila unità) e gli over35, mentre tra gli uomini (+1,7%, pari a +22mila) e i giovani 15-24 il numero delle persone in cerca di occupazione è in aumento.

L’occupazione è rimasta stabile a febbraio: il tasso  al 58,9%, è il risultato dell’aumento lieve registrato tra le donne (+0,1%, pari a +12mila), i dipendenti a termine (+14mila) e, in misura più consistente, i giovani tra i 15 e i 24 anni (+35mila) e del calo tra gli uomini (-0,2% pari a -22mila), i dipendenti permanenti (-20mila), gli indipendenti (-4mila) e gli over 35 (-44mila). 

Nell’affrontare l’attuale crisi legata al coronavirus Fca continua “a pianificare per essere pronti nel momento in cui usciremo da questa crisi e, a questo fine, stiamo implementando numerose misure a tutela della nostra azienda in questo periodo”. È quanto scrive l’amministratore delegato di Fca, Michael Manley in una lettera inviata ai propri dipendenti. E spiega: “Stiamo rafforzando l’accesso al capitale e al contempo prestando un’attenzione maniacale a ogni progetto, programma e spesa, eliminando o posticipando tutte le attività non critiche”.

“Come sapete – si legge nella missiva – continuare a mantenere comunicazioni frequenti e regolari, data la portata dei cambiamenti in corso, è una priorità per noi. A supporto di questo flusso di comunicazioni più intenso, ho chiesto ai nostri leader regionali di iniziare ad organizzare town hall virtuali. La scorsa settimana oltre 25.000 dipendenti hanno partecipato alle riunioni tenutesi in LATAM, Nord America ed Emea, e la town hall di APAC è prevista per questo venerdì. Penso che questo sia un ottimo inizio e cercheremo di ampliare ulteriormente la partecipazione nelle prossime settimane. La pandemia – prosegue – non ha risparmiato la nostra famiglia globale, ci ha toccati a livello personale, con alcuni dei nostri colleghi attualmente in convalescenza o in quarantena. Ma, con profonda tristezza, ci troviamo anche a ricordare coloro che abbiamo perso a causa di questa pandemia. In questo momento di dolore, i nostri pensieri vanno a loro e alle loro famiglie. Il coronavirus non è qualcosa di distante: è proprio qui, tra noi”.

E continua: “Con il diffondersi della pandemia, abbiamo dato priorità alla creazione di un ambiente di lavoro sano e sicuro, ma abbiamo anche lavorato per salvaguardare l’impiego del personale a tempo indeterminato di Fca”.

Le decisioni sugli stipendi

L’amministratore delegato di Fca ha poi comunciato come da aprile e per tre mesi si taglierà lo stipendio del 50 per cento: “Proteggere la salute finanziaria dell’azienda è responsabilità di tutti, a partire naturalmente da me e dal team di leadership – sottolinea Manley – al fine di raggiungere questo obiettivo e per evitare una riduzione del personale nel secondo trimestre, dal mese di aprile e per i prossimi tre mesi ridurrò il mio stipendio del 50% e i membri del Group Executive Council (Gec) ridurranno il loro del 30%”.

“Chiederemo alla maggior parte dei dipendenti nel mondo non ancora impattati da riduzione di orario o ammortizzatori sociali di partecipare a questo sacrificio comune accettando un differimento temporaneo del 20% dello stipendio”. Ha scritto ancora Manley nella lettera ai dipendenti. “Il processo – spiega il Ceo varierà a seconda del Paese e potrebbero essere necessari accordi specifici”. 

Il presidente John Elkann e il consiglio di amministrazione di Fca, invece, hanno fatto sapere di aver deciso “all’unanimità di rinunciare in toto al proprio compenso da qui alla fine del 2020”.  

 

A marzo l’Indicatore del sentimento economico (ESI) è crollato in modo drammatico sia nell’area euro (-8,9 punti a quota 94.5), sia nell’Unione Europea (-8,2 punti a quatoa 94,8), secondo i dati pubblicati oggi dalla Commissione. Malgrado il fatto che in alcuni Paesi i dati siano stati raccolti prima delle misure di confinamento introdotte dagli Stati membri per combattere l’epidemia di coronavirus, si tratta del calo dell’ESI più alto mai registrato dall’inizio dei rilevamenti nel 1985, ha spiegato la Commissione.     

Tra le grandi economie dell’area euro, l’Italia è la più colpita con un calo dell’ESI di 17,6 punti, seguita da Germania (-9,8), Francia (-4,9), Olanda (-4,0) e Spagna (-3,4). A livello settoriale, la fiducia subisce un crollo in tutti i settori (-4,6 per l’Industria, -13,3 per i Servizi, -8,1 per il commercio al dettaglio, -2,7 per le costruzioni). La fiducia dei consumatori subisce un calo di 5,0 punti. La fiducia nel settore dei servizi finanziari (non inclusi nell’ESI) crolla di 15 punti. Anche l’Indicatore delle aspettative sull’occupazione (EEI) è precipitato di 10,9 punti nell’area euro (a quota 94,1) e di 9,7 punti nell’Ue (a quota 94,8).