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La guerra Usa-Cina si sta sempre più concentrando sul settore dei giochi online. Lo rivela il Financial Times, secondo il quale la battaglia dell’amministrazione Trump contro WeChat e per costringere TikTok, la app di condivisione video di proprietà della cinese ByteDance, a cedere il controllo proprietario a aziende statunitensi, rappresenta solo il primo passo verso questa stretta nei confronti dell’industria dei giochi online. Il motivo? L’amministrazione Trump è preoccupata che queste aziende, le quali contano centinaia di milioni di utenti, perlopiù giovani, possano rappresentare una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti.
 
Come? Il governo cinese esercita un grande controllo sulle imprese in Cina e può costringere queste aziende a consegnare i dati in loro possesso. Pertanto,
gli addetti Usa alla sicurezza temono che l’app TikTok possa inviare dati sugli utenti statunitensi in Cina, agendo come un ‘cavallo di Troia’ per conto di Pechino. Lo stesso discorso vale per WeChat, un’app di messaggistica istantanea che ti permette di chattare gratuitamente con gli amici sfruttando un qualsiasi dispositivo basato su sistema operativo Apple, Android, Windows Phone, Symbian, BlackBerry o Java. WeChat è la gallina dalle uova d’oro del colosso cinese Tencent (650 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato), il quale succhia circa un terzo dei suoi ricavi da WeChat. 

La balcanizzazione di internet

La guerra di Donald Trump a Huawei e ora a TikTok e WeChat, per il Financial Times, mette a nudo un problema di fondo che riguarda l’insieme del mondo digitale: la crescente ‘balcanizzazione di Internet’.
Gli analisti usano il termine ‘balcanizzazione’, per riassumere la frammentazione della Rete. L’idea della cyber balcanizzazione è qualcosa in contrasto con un Internet idealizzato, aperto, libero e accessibile a tutti, che poi è l’idea stessa che è all’origine dalla nascita della Rete. Anche la censura governativa di Pechino su Internet, la pirateria degli hacker, lo spionaggio industriale sono tutti esempi di ‘balcanizzazione’ del digitale. Tuttavia, picconando TikTok e WeChat, l’amministrazione Trump fa di più, ha aggiunto mattoni al nuovo Muro di Berlino della nuova Guerra Fredda virtuale. E rivela, come spiega il Financial Times, un’intenzione recondita: “Il governo degli Stati Uniti è pronto a rimodellare l’architettura del mondo digitale nel modo forse più significativo dagli albori di Internet, configurandolo come un progetto di ricerca americano”.  

Ft: “pericolosa” l’idea che Cina minacci la sicurezza Usa

Secondo il Ft, l’idea coltivata dall’amministrazione Trump che le società di proprietà di holding cinesi, essendo presenti sulla maggior parte dei dispositivi della maggiori aziende tecnologiche americane, costituiscano una potenziale piattaforma di attacco e quindi “che qualsiasi cosa vada a vantaggio dell’industria tecnologica cinese sia contro gli interessi degli Stati Uniti è una
dicotomia pericolosa e falsa“. “Nell’attuale clima politico – spiega il Ft – è allettante che le autorità di regolamentazione degli Stati Uniti cerchino divieti che colpiscano i campioni tecnologici cinesi. Ma questa è una ricerca miope degli interessi statunitensi. Esistono “zone reciproche” naturali negli ecosistemi tecnologici, dove è impossibile per una parte danneggiare un’altra senza subire danni”. 
 
L’esempio canonico è la produzione di iPhone. Il partito comunista cinese potrebbe paralizzare Apple chiudendo le sue fabbriche, ma questo passo drastico distruggerebbe così tanti posti di lavoro locali che probabilmente è insostenibile”. Ne deriva che “nel mondo tecnologico, le zone reciproche ideali dovrebbero essere definite come aventi un alto valore economico combinato con una bassa minaccia politica strategica”. 
“Il principio guida nella risoluzione di questi dibattiti – dice ancora il giornale britannico – dovrebbe essere la ricerca di soluzioni che consentano a entrambe le parti di preservare i legami costruiti su zone reciproche”. “In un mondo in cui la fiducia è difficile da ottenere – conclude il Ft – abbiamo bisogno di legami che si rafforzano quando ogni attore persegue i propri incentivi. Tali legami daranno forma al modo in cui l’umanità guarda le più grandi sfide del 21esimo secolo. Sono legami per cui vale la pena combattere”.

AGI – Nel 2019 il tasso di crescita del Pil in volume è pari a 0,3%, con una revisione nulla rispetto alla stima di marzo. Lo rende noto l’Istat diffondendo i Conti economici nazionali relativi al 2018-19. Sulla base dei nuovi dati, nel 2018  il Pil in volume è cresciuto dello 0,9%, con una revisione al rialzo di 0,1 punti percentuali rispetto alla stima di marzo. 

La stima aggiornata dei conti economici nazionali, commenta l’Istat, conferma il significativo rallentamento della crescita dell’economia nel 2019, con un tasso di variazione del Pil dello 0,3% a fronte di un incremento dello 0,9% nel 2018. 
Dal lato della domanda, aggiunge l’Istat, nonostante il rallentamento delle esportazioni, il calo delle importazioni ha determinato un contributo positivo della domanda estera netta, mentre la domanda interna ha fornito nel complesso un contributo lievemente negativo.

Dal lato dell’offerta di beni e servizi, si conferma la crescita delle costruzioni e dei servizi e la contrazione dell’agricoltura e delle attività manifatturiere. L’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche è pari all’1,6% del Pil, in netto miglioramento rispetto al 2018, e la pressione fiscale è aumentata.     

Nel 2019 il Pil ai prezzi di mercato risulta pari a 1.789.747 milioni di euro correnti, con una revisione al rialzo di 2.083 milioni rispetto alla stima di marzo scorso.

Per il 2018 il livello del Pil risulta rivisto verso l’alto di 4.895 milioni di euro. Nel 2019 gli investimenti fissi lordi sono cresciuti in volume dell’1,6%, i consumi finali nazionali dello 0,3%, le esportazioni di beni e servizi dell’1,0%; le importazioni sono diminuite dello 0,6%.     

Il valore aggiunto in volume è cresciuto dell’1,8% nelle costruzioni e dello 0,5% nel settore dei servizi ed è diminuito dell’1,7% nel settore dell’agricoltura, silvicoltura e pesca e dello 0,7% nell’industria in senso stretto. Per l’insieme delle società non finanziarie, la quota di profitto è pari al 41,8% e il tasso di investimento al 21,6%. 

Deficit-Pil confermato all’1,6%, migliora sul 2018

L’indebitamento netto delle amministrazioni pubbliche in rapporto al Pil si attesta nel 2019 a -1,6%  a fronte del -2,2% registrato nel 2018. E’ la stima aggiornata, invariata rispetto alla previsione pubblicata ad aprile. In valore assoluto l’indebitamento è di -28,650 miliardi di euro, in diminuzione di circa 10,3 miliardi rispetto a quello dell’anno precedente.  

L’indebitamento netto, sottolinea l’Istat, è “in netto miglioramento” rispetto al 2018. Il saldo primario (indebitamento netto al netto della spesa per interessi) è positivo e pari a 31,736 miliardi di euro, con un’incidenza sul Pil dell’1,8% (+1,4% nel 2018). Il saldo di parte corrente (risparmio o disavanzo delle AP) è positivo e pari a 29,234 miliardi di euro (15.479 milioni nel 2018). Tale miglioramento, spiega l’Istituto, è il risultato di un aumento delle entrate correnti di circa 23,8 miliardi di euro e di un aumento di entità inferiore, circa 10,1 miliardi, delle uscite correnti.

Reddito famiglie sale all’1%

Il reddito disponibile delle famiglie consumatrici ha segnato nel 2019 una crescita dell’1,0% in valore e dello 0,5% in termini di potere d’acquisto. Poiché il valore dei consumi privati è aumentato dell’1,0%, la propensione al risparmio delle famiglie è rimasta stabile all’8,1%. 

Aumenta la pressione del fisco

La pressione fiscale complessiva (ammontare delle imposte dirette, indirette, in conto capitale e dei contributi sociali in rapporto al Pil) è risultata pari al 42,4% nel 2019, in aumento rispetto all’anno precedente. Lo rileva l’Istat nei Conti economici nazionali. ​ Nel 2019 le entrate totali delle amministrazioni pubbliche sono aumentate del 2,9% rispetto all’anno precedente.

L’incidenza sul Pil è pari al 47%. Le entrate correnti hanno registrato una crescita del 2,9%, attestandosi al 46,8 % del Pil. In particolare, le imposte dirette sono risultate in aumento del 3,5%, in virtù della crescita dell’Irpef, dell’Ires e delle imposte sostitutive. Anche le imposte indirette hanno registrato un aumento (+1,5%), per effetto principalmente della crescita del gettito Iva e dell’imposta sul Lotto e le lotterie. 

AGI – Negli ultimi 10 anni, i prestiti delle banche italiane alle imprese sono crollati di oltre 186 miliardi di euro. Il calo, che in media è pari a quasi 20 miliardi l’anno, e’ stato del 21,79%, dagli 856 miliardi di luglio 2010 ai 669 miliardi di luglio 2020. E’ quanto emerge dal rapporto sul credito realizzato dal Centro studi di Unimpresa, secondo il quale sono scesi bruscamente i finanziamenti alle imprese a breve termine, con una riduzione di 135 miliardi e sono diminuiti di 79 miliardi quelli di lungo periodo: variazioni negative solo in parte compensate dai crediti a cinque anni, saliti di 28 miliardi.

Le famiglie sempre più indebitate

Risultano, invece, sempre più indebitate le famiglie: i finanziamenti ai privati sono infatti saliti di 55 miliardi (+9,5%) da 579 miliardi a 634 miliardi, grazie a 41 miliardi in più di mutui per abitazioni e 45 miliardi in piu’ sul fronte del credito al consumo, che hanno bilanciato la diminuzione dei prestiti personali per 32 miliardi.

Scendono le sofferenze, di quasi 5 miliardi

 I prestiti non rimborsati (sofferenze) da parte di famiglie e imprese – prosegue lo studio – sono scesi di quasi il 7%, grazie a una diminuzione di quasi 5 miliardi da 70 miliardi a 65 miliardi. “I rubinetti delle banche sono chiusi da un decennio. Adesso, siamo fortemente preoccupati per l’effetto negativo sui prestiti alle piccole e medie imprese, derivante dalle nuove regole europee sulla svalutazione dei crediti deteriorati e degli incagli. Mentre gli istituti sono riempiti di liquidità, dall’altro vengono vessati con regole di vigilanza che si riveleranno controproducenti per la ripresa” dichiara il segretario generale di Unimpresa, Raffaele Lauro. “Assistiamo a due politiche in conflitto fra loro: in era Covid e’ assurdo imporre alle banche la svalutazione di tutti i crediti incagliati, poiché il settore verrebbe messo alle corde; per le banche questa ulteriore stretta si tradurrebbe nel conteggio di nuove perdite, sofferenze azzerate e rubinetti del credito serrati” conclude Lauro.

Il totale dei prestiti al settore privato calato di 131,5 mliliardi

Secondo il rapporto del Centro studi di Unimpresa, che ha elaborato dati della Banca d’Italia, il totale dei prestiti al settore privato, negli ultimi 10 anni, è diminuito di 131,5 miliardi (-9,16%) passando da 1.435,6 miliardi di luglio 2010 a 1.304,1 miliardi di luglio 2020. In particolare, lo stock dei finanziamenti alle aziende è crollato di 186,5 miliardi (-21,79%) da 856,1 miliardi a 669,6 miliardi. Nel dettaglio, sono calati di 135,7 miliardi (-42,98%) i prestiti a breve termine (fino a 1 anno) passando da 315,9 miliardi a 180,1 miliardi; i crediti a medio periodo (fino a 5 anni) sono invece saliti di 28,4 miliardi (+19,70%) passando da 144,2 miliardi a 172,6 miliardi; le erogazioni di lungo periodo (oltre 5 anni) sono scese di 79,1 miliardi (-19,99%) passando da 395,9 miliardi a 316,8 miliardi.

Aumenta il credito al consumo, e anche i mutui per la casa

Per quanto riguarda le famiglie, si è registrata una variazione positiva: i privati sono dunque più indebitati per 55,02 miliardi (+9,50%) con lo stock di crediti passato da 579,4 miliardi a 634,5 miliardi in 10 anni. Nel dettaglio, e’ salito di 45,9 miliardi (+72,93%) il credito al consumo (prestiti per acquisti di autoveicoli, elettrodomestici, smartphone, abbigliamento e viaggi) passando da 63,07 miliardi a 109,06 miliardi; anche i mutui per abitazioni sono aumentati e l’aumento è stato pari a 41,8 miliardi (+12,12%) da 345,6 miliardi a 387,5 miliardi; in controtendenza, i prestiti personali, scesi di 32,8 miliardi (-19,24%) da 170,7 miliardi a 137,9 miliardi.

Calano le sofferenze, anche gli “arretrati” delle famiglie

Sul fronte delle rate dei prestiti non pagate da famiglie e imprese, si registra, in totale, un calo delle sofferenze lorde di 4,8 miliardi (-6,92%) da 70,06 miliardi a 65,2 miliardi: nel dettaglio, sono calati di 1,7 miliardi (-3,82%), i non performing loan (npl) delle aziende, passando da 45,7 miliardi a 43,9 miliardi; gli “arretrati” riconducibili alle famiglie, invece, sono scesi di 2,8 miliardi (-18,11%) da 15,7 miliardi a 12,9 miliardi; le rate non saldate dalle imprese familiari sono scese di 1,7 miliardi (-23,78%) da 7,4 miliardi a 5,7 miliardi;

In crescita di 1,5 miliardi (+140,27%), invece, il resto delle sofferenze (riconducibili a onlus, pubblica amministrazione, assicurazioni, fondi pensione) passato da 1,09 miliardi a 2,6 miliardi. Complessivamente, le sofferenze nette (quelle non coperte da garanzie reali) sono scese di 15,9 miliardi (-39,39%), calando da 40,5 miliardi a 24,6 miliardi. Il rapporto tra sofferenze lorde e prestiti era al 4,88% a luglio 2010 e si e’ attestato al 5,00% a luglio scorso; mentre il rapporto tra sofferenze nette e prestiti e’ passato, in 10 anni, dal 2,83% all’1,89%.

AGI – Dopo la pandemia da Covid 19 il mondo dovrà cambiare il proprio modello di sviluppo. Lo ha detto, l’ad di Eni Claudio Descalzi intervenendo a Il Cortile di Francesco, ad Assisi. “Questo è il luogo adatto per parlare di questi argomenti, della necessità di non lavorare solo per se stessi ma per un reale altruismo, una reale generosità”, ha osservato. “Questo cammino, questo cambiamento dei mercati io lo interpreto come un cambiamento del modello di sviluppo che punti molto di più sul rispetto degli altri, per costruire una civiltà più equilibrata nella quale vengano ridotti i gap tra chi ha e chi non ha”, ha sottolineato l’ad di Eni. 
Un cambiamento che il mondo dovrà portare avanti in maniera profonda. “Quando si cambia veramente non si cambia a valle ma si cambia a monte. Si modificano i modelli di sviluppo e chiaramente il Covid ha trovato un mondo molto debole con un modello di sviluppo che ha già avuto dei tentennamenti, delle crepe pesanti, negli ultimi decenni, con divari importanti dal punto di vista culturale ed esistenziale, povertà, fame, mancanza di energia”, ha osservato il manager. 

In Eni è in atto una trasformazione tecnologica

Eni dal canto suo la strada del cambiamento l’ha già intrapresa. “La trasformazione è fatta da tecnologie, abbiamo investito negli ultimi 5 anni e mezzo tra tecnologie e implementazione delle stesse più di 4 miliardi di euro, abbiamo quadruplicato il numero di ricercatori e siamo arrivati a 7.500 licenze”
Investire in ricerca, ha aggiunto, “è redditizio se la ricerca ha un time to market veloce. Solitamente la ricerca viene fatta in serie. Noi abbiamo messo in sovrapposizione i segmenti. Abbiamo lavorato per prepararci a un’Eni diversa, perché la mia sensazione è che se dovessimo restare così tra 10 anni non ci saremmo pù. Quindi tra 3-4 anni dovremo essere diversi”, ha osservato l’ad di Eni.

Descalzi ha poi evidenziato il fatto che bisogna aumentare il costo delle emissioni: “Serve un costo della CO2 diverso, perché se continua a costare 25 euro a tonnellata non ha senso fare gli investimenti. Noi stiamo già investendo come se il carbon pricing fosse più alto”. Con il Covid “l’azienda è cresciuta, come ogni volta che ci sono difficoltà si cresce, abbiamo fatto un passo avanti”.  “Nella sofferenza si cresce e si cambia e questo vale sia per le persone che per le aziende”, ha evidenziato.
“Una pandemia che ci pone tutti sullo stesso piano ci porta a un maggiore solidarietà e forzatamente ci migliora. Il ricordo deve rimanere ma servono azioni strutturali”, ha spiegato il manager. “Non a caso il Recovery Fund ha come obiettivi crescita e resilienza”, ha osservato sottolineando che “bisogna cambiare, creando un mondo con meno debolezze”.

Descalzi: venderemo prodotti decarbonizzati

Eni “dovrà essere diversa, tutti i prodotti che venderemo dovranno essere decarbonizzati. L’olio diminuirà sempre di più, il gas resterà perché è meno inquinante, può essere decarbonizzato e può dare prodotti blu, depurati dalla componente carbonica”, ha aggiunto. “Il Covid ha accelerato questa trasformazione. Credo che un’industria che non guarda all’ambiente ha pochissimo spazio davanti a sé. Quindi io voglio vedere un’Eni diversa ma ancora viva e forte e che riuscirà a dare un servizio completamente pulito. Per avere questo bisogna investire adesso”, ha concluso Descalzi. 

AGI – Prosegue l’escalation di tensione tra Washington e Pechino. Il governo cinese ha annunciato l’istituzione di un meccanismo che gli permetterà di limitare le attività delle imprese straniere, un provvedimento percepito come un atto di ritorsione contro gli Stati Uniti, dopo il bando di TikTok e WeChat deciso dal presidente americano Donald Trump.

L’annuncio del ministero del Commercio, fatto nel bel mezzo di un’escalation tra Pechino e Washington, non si rivolge direttamente alle aziende estere. Ma si riferisce, in generale, a una serie di azioni che comporterebbero sanzioni alle aziende e restrizioni alle attività e all’ingresso di materiale e personale in Cina.

La lista includerebbe le aziende le cui attività “violano la sovranità nazionale della Cina e i suoi interessi di sicurezza e sviluppo” o violano “le regole economiche e commerciali accettate a livello internazionale”.L’annuncio arriva dopo che gli Stati Uniti hanno vietato il download, a partire da domenica, delle applicazioni TikTok e WeChat, di proprietà dei giganti cinesi ByteDance e Tencent. In una dichiarazione, il ministero del Commercio cinese ha accusato Washington di “intimidazione”.     

E ancora: “Se gli Stati Uniti persisteranno nelle loro azioni unilaterali, la Cina prenderà le misure necessarie per proteggere risolutamente i diritti e gli interessi legittimi delle imprese cinesi”, afferma Pechino.     

TikTok, ha inoltre presentato a un giudice degli Stati Uniti una denuncia volta a bloccare il divieto di download. Secondo Bloomberg News, la società madre ByteDance ha presentato un ricorso alla corte federale di Washington, contestando l’ordine esecutivo. 

Stando alla denuncia, Trump avrebbe superato la propria autorità vietando l’applicazione, e che lo ha fatto per “ragioni politiche” piuttosto che per fermare una “minaccia insolita e straordinaria” per gli Stati Uniti, come richiesto dalla legge.

Le tensioni tra Stati Uniti e Cina sono aumentate da quando il presidente Usa ha lanciato un ultimatum a TikTok, accusandola di spionaggio industriale per conto di Pechino. Anche il gigante cinese delle telecomunicazioni Huawei è sulla lista nera di Washington.

Gli Stati Uniti stanno esercitando pressioni sui Paesi europei affinché escludano Huawei dalle loro future reti 5G

AGI – ‘Ripartire dal Lavoro’: questo lo slogan della mobilitazione di Cgil, Cisl e Uil in 23 piazze d’Italia. Dopo ‘La notte del Lavoro’ del 29 luglio scorso, le tre confederazioni hanno organizzato oggi una giornata di mobilitazione nazionale con iniziative regionali per avanzare proposte e invocare una partecipare attiva dei sindacati alla costruzione del futuro del Paese, dopo l’emergenza Covid.

I tre segretari generali parleranno in tre grandi città del Nord, Centro e Sud e nelle altre piazze vi saranno i segretari confederali. A Milano, in piazza Duomo, la leader Cisl Annamaria Furlan, a Roma, a piazza del Popolo, il segretario generale della Uil Pierpaolo Bombardieri, a Napoli, in piazza Dante, il leader della Cgil Maurizio Landini.

Tante le questioni che verranno portate in piazza: la proroga degli ammortizzatori sociali e le vertenze aperte; la riforma fiscale e la lotta all’evasione; il rinnovo dei contratti nazionali pubblici e privati che riguarda oltre dieci milioni di lavoratori; il diritto all’istruzione e ad una scuola sicura; sanità pubblica, sicurezza sul lavoro, conoscenza e cultura; investimenti, politiche industriali, digitalizzazione, lavoro stabile e sostenibile, mezzogiorno; legge per la non autosufficienza, previdenza e inclusione sociale. “La proroga degli ammortizzatori e del blocco dei licenziamenti – fanno sapere Cgil, Cisl e Uil – non produrrà gli effetti desiderati se il Paese non sarà in grado di ripartire attraverso una progettualità e una visione che concentri la propria azione sul lavoro, sulla persona e di conseguenza sulle necessarie riforme, a partire da quella  fiscale”. Oggi, spiegano, “siamo in un contesto sociale difficile, condizionato da un immobilismo politico che non lascia intravedere un impegno concreto rispetto alla necessità di operare scelte condivise in grado di cogliere le opportunità che le risorse europee, Recovery Fund e lo stesso MES, sarebbero in grado di realizzare”.

Per le tre confederazioni “servono nuove risposte in particolare per giovani, donne e pensionati che in questi mesi hanno pagato, più di altri, la mancata pianificazione di misure in grado di garantire un supporto concreto. Il Paese – aggiungono – ha bisogno di ricomporre un tessuto sociale che l’emergenza Covid ha messo e sta mettendo tutt’ora a dura prova, a partire dal sistema sanitario”.

Secondo Cgil, Cisl e Uil “si deve ripartire dal lavoro, dal buon lavoro, in cui si opera in sicurezza e in cui si rinnovano i contratti sia pubblici che privati, condizione indispensabile per dare valore e dignità alle persone”.

I leader sindacali chiedono al governo di ascoltarli e lamentano di non essere stati convocati a discutere insieme dei progetti del Recovery Fund. La mobilitazione di oggi punta quindi a rilanciare il ruolo delle parti sociali nella costruzione di un paese diverso, con meno disuguaglianze, più coeso e più solidale.

AGI – E’ ancora profondo rosso per il mercato auto dell’Europa Occidentale (Ue+Efta+Gb), fortemente colpito dagli effetti della pandemia di Coronavirus. Lo rivela una nota del Centro Stusi Promotor, secondo il quale, dopo il calo del 39,5% dei primi sei mesi dell’anno, si sono registrate contrazioni del 3,7% in luglio e del 17,6% in agosto. Vi è quindi qualche segnale di minore negatività legato alla fine del lockdown, ma il quadro resta molto pesante.

Il bilancio dei primi otto mesi chiude con una contrazione rispetto allo stesso periodo del 2019 che si è ridotta, ma è comunque ancora del 32,9% e a ciò si aggiunge che è dovuta a cali in tutti i mercati dell’area, nessuno escluso. La caduta è molto pesante anche nei cinque maggiori mercati in cui si concentra il 69,1% delle immatricolazioni dell’Europa Occidentale. In questo gruppo di mercati il risultato peggiore lo fa registrare la Spagna (-40,6%), seguita dal Regno Unito (-39,7%), dall’Italia (-38,9%), dalla Francia (-32%) e dalla Germania (-28,8%).

Proprio nel nostro Paese sono emersi però i primi segnali di ripresa. In agosto quello dell’Italia è il terzo miglior risultato dell’area. Il confronto con lo stesso mese del 2019 è ancora negativo, ma il decremento è soltanto dello 0,4%. Il merito va indubbiamente agli incentivi alla rottamazione introdotti dal decreto rilancio, così come è stato modificato sulla base dell’emendamento Benamati, che, superando assurde pregiudiziali ideologiche, ha esteso gli incentivi anche all’acquisto di vetture diesel e a benzina con emissioni non superiori a 110 gr/km di CO2.

L’impatto degli incentivi dovrebbe portare in terreno positivo il mercato italiano già in settembre. “Purtroppo però – ha dichiarato Gianluca Benamati, intervenendo ieri ad un convegno organizzato a Lainate in apertura dell’evento sulla mobilità aziendale Company Car Drive – nel DL di agosto il Governo ha introdotto dei massimali d’impegno per le diverse categorie molto rigidi che fanno si che i fondi risultino esauriti per alcune categorie di auto e in sovrabbondanza per altre”.

Se questo problema non verrà superato in tempi brevi l’impatto degli incentivi potrebbe esaurirsi già in settembre. “Tuttavia – ha dichiarato sempre Benamati – il problema potrebbe essere superato rapidamente in Senato”. “Se così fosse – ha dichiarato Gian Primo Quagliano, presidente del Centro Studi Promotor – l’Italia potrebbe essere il Paese dell’Europa Occidentale in cui il mercato dell’auto esce più rapidamente dalle secche della pandemia. Sarebbe un bellissimo segnale, non solo per il mercato dell’auto, ma anche per il nostro Paese”. 

AGI – Il 2020 sarà l’anno più nero per il turismo. Secondo le previsioni dell’Enit i visitatori internazionali pernottanti in Italia diminuiranno del 58% (37 milioni di visitatori); il numero dei pernottamenti diminuira’ di 126 milioni rispetto al 2019.

Male anche il mercato domestico, con un crollo del 31% dei turisti (16 milioni); i pernottamenti sono stimati inferiori di 46 milioni nel 2020 rispetto al 2019.

L’analisi dell’Agenzia nazionale turismo sulle prenotazioni di passeggeri aeroportuali rileva 162 mila prenotazioni da agosto a novembre, grazie alla migliore performance prevista per settembre e ottobre. Non va certo meglio per la Spagna (170 mila) e per la Francia (154 mila).

Secondo l’Enit, l’Italia registrerà un calo dell’apporto del turismo al Pil nazionale ma meno di quanto accade ai nostri vicini.

Il contributo diretto del turismo all’economia italiana (mantenendo fermo il Pil nazionale totale economia 2019) diminuira’ di 2,6 punti percentuali nel 2020 (3,2% del Pil) rispetto al 2019 (5,7% del Pil).

Sebbene significativo, questa riduzione è inferiore a quello di Francia (4,5%) e Spagna (3,1%).

“La flessibilità del nostro sistema di offerta compensa parzialmente la riduzione dei flussi stranieri grazie alla capacita’ dei nostri operatori di attrarre sia il mercato domestico” dichiara il Presidente Enit Giorgio Palmucci.

Il contributo diretto del turismo in Italia all’economia si ridurrà quindi di poco meno della metà, rispetto a più della metà per tutti gli altri Paesi selezionati. 

AGI – Cresce l’inflazione ad agosto, ma meno dello scorso anno. Lo rileva l’Istat, che conferma la stima preliminare. Nel mese di agosto, l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (Nic), al lordo dei tabacchi, registra dunque un aumento dello 0,3% su base mensile e una diminuzione dello 0,5% su base annua (da -0,4% del mese precedente).

Il commento dell’Istat

Osserva l’istituto: “Agosto registra il consueto aumento congiunturale dei prezzi al consumo dovuto a fattori stagionali legati alle vacanze estive che, quest’anno, si sovrappone alla riapertura di gran parte delle attività della filiera turistica. Ciononostante, per alcuni comparti dei servizi legati ai trasporti, la crescita dei prezzi su base mensile è inferiore a quella dello scorso anno, determinando una maggiore flessione tendenziale che si riflette su quella dell’indice generale. L’inflazione negativa, più ampia di un decimo di punto rispetto a luglio (non era così da aprile 2016), si conferma quindi per il quarto mese consecutivo”.

Il carrello della spesa e i numeri

I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona – il cosiddetto ‘carrello della spesa’ – rallentano da +1,2% a +0,9%, mentre quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto accentuano di poco la loro flessione da -0,1% a -0,2%. 

L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (Ipca) diminuisce dell’1,3% su base mensile e dello 0,5% su base annua (da +0,8% di luglio), confermando la stima preliminare. È l’avvio ad agosto in quasi tutte le regioni dei saldi estivi di Abbigliamento e calzature (di cui il Nic non tiene conto) a produrre sia il marcato calo congiunturale sia l’inversione di tendenza dell’Ipca, che si allinea così all’indice Nic.

I prezzi di abbigliamento e calzature registrano una vistosa diminuzione congiunturale (-18,6%) molto più ampia di quella di agosto 2019 quando fu pari a -6,6% (i saldi erano iniziati a luglio) e quindi un forte rallentamento tendenziale che si riflette sull’andamento dell’indice generale. L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (Foi), al netto dei tabacchi, registra un aumento dello 0,2% su base mensile e una diminuzione dello 0,7% su base annua.

 

AGI – Da mercoledì prossimo sino a fine mese gli italiani dovranno districarsi tra una vera e propria “giungla fiscale” costituita da ben 270 scadenze, tra i versamenti che sono stati prorogati in questi ultimi mesi a causa del Covid e gli adempimenti ordinari previsti dal calendario. A segnalarlo è l’Ufficio studi della Cgia, che sottolinea: “Sia chiaro. Non è che i contribuenti saranno chiamati a onorarle tutte, ma tra pagamenti, comunicazioni, adempimenti, ravvedimenti operosi, dichiarazioni ed istanze da presentare all’erario, saremo costretti a trascorrere giornate molto stressanti”. A chiederci il conto ci penseranno, in particolar modo, l’Iva, i contributi previdenziali l’Ires, l’Irap e il saldo/acconto Irpef (queste ultime per coloro i quali hanno optato per la rateizzazione), etc. La giornata più difficile sarà il prossimo 16 settembre quando il fisco ci chiederà 187 versamenti e la presentazione di 2 comunicazioni e di 3 adempimenti. 

​Al via la maratona fiscale di settembre

“Da mercoledì prossimo – afferma il coordinatore dell’Ufficio studi, Paolo Zabeo – scatterà una vera e propria maratona fiscale. Per 15 giorni non avremo tregua e le imprese, in particolar modo quelle di piccola dimensione, saranno sottoposte ad un forte prelievo. Il groviglio di scadenze tese dall’erario non ci lascerà  scampo e in attesa della semplificazione fiscale e del tanto agognato taglio delle tasse, l’unica certezza su cui potremo contare è  che ancora una volta dovremo mettere mano pesantemente al portafoglio”.

Negli ultimi 40 anni tasse aumentate di 11 punti

Negli ultimi 40 anni la serie storica della pressione fiscale registrata in Italia è salita di 11 punti percentuali. Lo rileva l”Ufficio studi della Cgia, che spiega: “Se nel 1980 era al 31,4 per cento, nel 2019 si è attestata al 42,4 per cento. In questo periodo  la punta massima è stata raggiunta 2013, quando il prelievo ha raggiunto la soglia del 43,4 per cento. Livello raggiunto a seguito dell‘inasprimento della tassazione imposto dal governo Monti che ha reintrodotto la tassa sulla prima casa, ha aumentato i contributi Inps sui lavoratori autonomi, ha inasprito il prelievo fiscale sugli immobili strumentali, ha ritoccato all’insù il bollo auto, eccetera”. 

Necessario tagliare le tasse ed erogare più credito    

La Cgia fa notare che la necessità di avere un sistema fiscale più semplice, meno esoso e più giusto  è ormai avvertito da tutti. Soprattutto dai leader politici nazionali, anche se in questi ultimi 20 anni alle promesse non sono seguiti i fatti. “Solo con un drastico taglio delle tasse e una forte iniezione di liquidità – dichiara il segretario Renato Mason – possiamo aiutare concretamente il mondo delle micro e piccole imprese. Altrimenti, rischiamo una moria senza precedenti che desertificherà tantissime zone produttive e altrettanti centri storici sia di piccole che di grandi città, minando la coesione sociale che in questo Paese è il pilastro su cui si basa la nostra economia. Per evitare tutto questo, però, bisogna intervenire rapidamente. Tanti artigiani e piccoli commercianti sono allo stremo e possono ancora risollevarsi se saremo in grado di dare a loro delle risposte in tempi ragionevolmente brevi. Ovvero – conclude Mason – consentendogli di pagare molte meno tasse, di avere una burocrazia meno oppressiva e di disporre di risorse finanziarie sufficienti per superare questa situazione di grave difficoltà”. 

Per le scadenze slittate al 16 i pagamenti sono facilitati

Tra i 187 versamenti da onorare entro mercoledì 16 settembre, 13 sono quelli che sono stati sospesi in questi ultimi mesi a seguito della crisi sanitaria provocata dal Covid. Si ricorda che con il decreto di agosto (in fase di conversione di legge) è prevista una ulteriore parziale proroga per queste 13 scadenze secondo le seguenti modalità: il 50 per cento del dovuto si può versare in un’unica soluzione entro il 16 settembre o in 4 rate mensili di pari importo (di cui la prima il 16 di settembre). Il restante 50 per cento del dovuto si può rateizzare al massimo in 24 rate mensili di pari importo, con il versamento della prima rata a partire dal 16 gennaio 2021. 

La pressione fiscale nel 2020? Bisogna attendere il Nadef

Per l’anno in corso, fa sapere la Cgia, è estremamente difficile prevedere a quanto ammonterà la pressione fiscale. Molto probabilmente è destinata ad aumentare, non tanto a causa di un incremento delle entrate tributarie, ma per la forte contrazione del Pil che, rispetto al 2019, dovrebbe ridursi del 10 per cento. Ricordiamo, infatti, che la pressione fiscale è il risultato del rapporto tra le entrate fiscali e il prodotto interno lordo. A chiarire l’interrogativo ci penserà la Nota di Aggiornamento del Def che sarà presentata alle Camere nelle prossime settimane.

La burocrazia fiscale costa alle pmi 3 miliardi l’anno

Oltre alle tasse, conclude la Cgia, in Italia il problema è anche il peso dell’oppressione fiscale che ostacola l’attività quotidiana delle  imprese: 270 scadenze in 15 giorni previste in questo mese sono decisamente troppe.  Al netto delle tariffe applicate dai commercialisti per la tenuta della contabilità aziendale, secondo una indagine realizzata periodicamente dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, il costo della burocrazia fiscale in capo agli imprenditori (obblighi, dichiarativi, certificazione dei corrispettivi, tenuta dei registri, etc.), ammonta a circa 3 miliardi di euro all’anno. Un costo che penalizza soprattutto i piccoli imprenditori che, a differenza delle medie e grandi aziende, non dispongono di strutture amministrative interne all’azienda in grado di occuparsi di questa situazione.