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Con i forti cali di ieri, legati ai timori per il rallentamento dell'economia cinese, tutti e tre gli indici di Wall Street hanno chiuso la settimana in zona correzione, avendo perso il 10% dall'ultimo picco. È la prima volta dal marzo 2016 che il Dow Jones, il Nasdaq e lo S&P, che ieri hanno perso rispettivamente il 2,02%, l'1,91% e il 2,26%, sono entrati simultaneamente in zona correzione. Si tratta di una sorta di allarme rosso, che scatta quando le perdite superano del 10% l'ultimo picco e si differenzia dal 'bear market', più pericoloso ancora, che scatta quando la soglia di allarme, cioè le perdite dell'indice, superano del 20% l'ultimo massimo.

L'ultimo a cedere il 10% dal suo ultimo picco è stato ieri il Dow Jones, mentre lo S&P è sceso di oltre l'11% dal suo recente massimo toccato a settembre e il Nasdaq è sceso di quasi del 15% dal massimo di agosto. Ovviamente adesso bisognerà vedere quanto durerà questo periodo di sbandamento: più i mercati resteranno in zona correzione e più la situazione diventerà rischiosa. In questa fase di estrema volatilità dei mercati azionari, dovuta al cambio di marcia della Fed, che ha avviato una prolungata e graduale stretta monetaria, un brusco calo a Wall Street nel fine settimana è diventato una sorta di consuetudine: gli investitori non si fidano ad affrontare il weekend restando lunghi, come si dice in gergo, cioè tenendosi grossi stock di azioni in portafoglio, per cui se ne liberano, tenendosi 'corti'.

Mercati in agitazione

Il motivo? La volatilità dei mercati, appunto, che ieri è stata accentuata dalla spia rossa che si accesa sulla Cina, dove la locomotiva delle crescita economica appare in affanno. O meglio, Pechino deve affrontare una congiuntura particolarmente insidiosa: far fronte a un rallentamento del suo spettacolare boom economico trentennale, mentre è alle prese con un conflitto commerciale con gli Stati Uniti. Come non bastasse, ci si è messa anche la Bce, che giovedì ha annunciato la fine del Qe, cioè ha confermato che dal primo gennaio foraggerà di meno i mercati finanziari, in vista di una stretta che dovrebbe concretizzarsi dopo l'estate del 2019.

Insomma, i mercati non sono tranquilli e hanno chiuso la settimana male: Wall Street in correzione e anche Asia ed Europa hanno perso terreno. Queste turbolenze azionarie a dicembre, specie a Wall Street, sono un'anomalia, come nota il Wall Street Journal in genere questo è un mese in cui le le Borse Usa salgono, mentre quest'anno dall'inizio del mese gli indici hanno perso il 5,5% e i cali hanno riguardato un po' tutti i settori, con una prevalenza per il tecnologico, che è quello che è cresciuto di più e che dunque, nelle fasi di turbolenza, tende a sgonfiarsi maggiormente. In compenso l'immobiliare e le utility, che hanno ritorni più stabili, sono invece i titoli che hanno perso di meno.

Questa tendenza a rimanere corti nei fine settimana è il segnale di una scarsa propensione al rischio degli investitori che, secondo gli esperti, è destinata a protrarsi per qualche tempo. Quanto a lungo? Secondo gli esperti sentiti dal Wall Street Journal molto dipenderà dall'andamento del negoziato tra Cina e Usa sul commercio. Dopo la tregua di 90 giorno concordata all'inizio del mese e che si concluderà a fine marzo, finora i segnali sono stati altalenanti. Quindi difficilmente prima della fine di marzo le turbolenze cesseranno sui mercati.

Perché la Cina rallenta

La locomotiva cinese, dunque, rallenta. Lo dimostrano alcuni importanti dati macro: le vendite al dettaglio, che a novembre sono cresciute solo dell'8,1% ai minimi da 15 anni, e la produzione industriale, che il mese scorso ha registrato un +5,4% il minimo dal febbraio 2016. In compenso gli investimenti fissi sono saliti del 5,9% tra gennaio e novembre, un po' piu' delle attese. Tuttavia gli investitori hanno ugualmente reagito male all'infornata di dati, il cui impatto ha provocato un corto circuito sulle piazze azionarie. 

A preoccupare i mercati è il fatto che il governo cinese aveva recentemente introdotto diversi stimoli per rafforzare l'economia, che mostrava segnali di rallentamento. Più nel dettaglio Pechino aveva annunciato investimenti nel settore delle infrastrutture e aveva iniettato liquidità nel sistema bancario, per stimolare i prestiti alle famiglie e alle imprese. I dati odierni dimostrano però che queste misure si stanno dimostrando inefficaci e che probabilmente le autorità di Pechino dovranno intervenire ulteriormente. Ieri il Politburo, l'ufficio politico, uno degli organismi più importanti del Partito comunista cinese, si era impegnato a "mantenere l'attività economica a un livello ragionevole" e a "stabilizzare ulteriormente" l'occupazione, gli investimenti e il commercio estero.

Ora probabilmente le autorità cinesi dovranno passare dalle parole ai fatti. Tra i più recenti segnali di indebolimento dell'economia cinese c'è il settore dell'auto (la Cina è il primo mercato mondiale dell'auto), che a novembre ha registrato un calo del 14%, il quinto a livello mensile del 2018. L'associazione nazionale dei produttori si aspetta per quest'anno un arretramento delle vendite di auto, il primo passo indietro in Cina dagli anni Novanta. La scorsa settimana un'altro dato macro ha messo in guardia gli analisti, le importazioni a novembre sono cresciute solo del 3%, contro un atteso +14%.

Nonostante i correttivi approvati dalla Camera dei Deputati, nel 2019 la manovra di bilancio costerà al sistema imprenditoriale italiano 4,9 miliardi di euro. Di questi, 3,1 miliardi graveranno sulle imprese non finanziarie e 1,8 miliardi sugli istituti di credito e sulle assicurazioni. A dirlo e' l'Ufficio studi della Cgia. "Grazie all'aumento della deducibilità dell'Imu sui capannoni – spiega il coordinatore dell'Ufficio studi della Cgia, Paolo Zabeo – al ripristino delle detrazioni sulla formazione 4.0. e all'impegno di abbassare i premi Inail, alla Camera la maggioranza di Governo ha diminuito, rispetto al testo uscito da Palazzo Chigi, da 6,2 a 4,9 miliardi l'aggravio sulle imprese provocato dalla manovra. Uno sforzo importante, ma non ancora sufficiente. Le aspettative degli imprenditori, in particolar modo in materia fiscale, sono state ampiamente disattese. Senza contare che con la rimozione del blocco delle tasse locali prevista in manovra, c'è il pericolo che dal 2019 torni ad aumentare il peso dei tributi locali". 
 

Moscovici smorza gli entusiasmi sull'accordo fra Ue e Italia in merito alla manovra. La riduzione dal 2,4% al 2,04% del deficit proposta dall'Italia, ha detto il Commissario europeo per gli Affari economici, "non è ancora sufficiente". "E' un passo nella giusta direzione, ma tuttavia non ci siamo ancora, ci sono altri passi da fare, forse da entrambe le parti", ha affermato Moscovici in un'audizione al Senato francese.

Su YouTube gira il video di un certo Luca Arietti che scaglia a terra il proprio telefono, poi, non contento, lo prende a martellate, finché non è completamente distrutto. Il video risale al 2014 ed è solo uno dei tanti che va sotto lo slogan ‘smash the past’ (si potrebbe tradurre in “fa’ a pezzi il passato”) una specie di rituale religioso – vedremo poi chi lo ha definito così – necessario per entrare in una sorta di setta di smanettoni.

Solo dando questa prova di fedeltà assoluta era possibile entrare nel novero degli eletti che avrebbe provato un nuovo smartphone. Gratis? No, pagandolo. Come qualunque altro telefono. Una roba da matti, quindi, alla quale però non aderì un pugno sparuto di fomentati, ma 140 mila persone che speravano di entrare tra i primi cento privilegiati che avrebbero dovuto distruggere il proprio smartphone per conquistarne uno realizzato da una azienda di cui nessuno sapeva niente.

Solo loro, i primi cento, avrebbero potuto invitare qualcuno ad acquistarne uno, in una catena di Sant’Antonio che nessuno avrebbe cestinato. Tanto che su eBay cominciarono a spuntare ‘inviti’ ad acquistare il telefono venduti a 400 dollari.

In sostanza c’era gente disposta a pagare 400 dollari per garantirsi il diritto a comprare un telefono che ne costava 300. Buffo, vero? Non tanto, visto che il modello si rivelò talmente vincente che la società decise di monetizzare anche gli inviti e così, in occasione del lancio del modello successivo, questi furono messi in vendita, e il ricavato destinato all’Unicef.

Marketing virale geniale

Una cosa che sembra poter funzionare solo sulla carta di un progetto di marketing virale talmente visionario da apparire sconclusionato. E invece ha avuto così tanto successo che oggi presentarsi a un summit di geek con un OnePlus è come andare a una festa accompagnati da quella che forse non è la ragazza più desiderata della scuola, ma sicuramente la più intrigante.

Abbiamo detto di chi stiamo parlando eppure molti tra voi avranno storto la bocca perché, anche se è giunto al nono modello, OnePlus non è certo uno dei marchi più conosciuti. La ragione è semplice: non fa pubblicità o almeno non ne fa tanta. Ma altrettanto semplice è la ragione per cui dovreste conoscerlo: produce smartphone che non hanno nulla da invidiare a modelli di punta di colossi più blasonati, ma costano la metà.

Quanto costa uno OnePlus 6T e cosa fa

Un device per chi si accontenta, potreste pensare, ma non è così. E’ un device per chi non ha tempo da perdere in dettagli spesso inutili. Se volete uno smartphone con una fotocamera imbattibile perché vi sentite Helmut Newton, compratevi uno Huawei. Se volete un telefono che può usare anche un bradipo sotto hashish prendetevi un iPhone. Se volete una serie di ammennicoli la cui utilità è oscura a tutti tranne a chi li ha progettati ma vi fa sentire molto cool prendetevi un Samsung. Ma in tutti e tre i casi preparatevi a spendere una cifra intorno (o oltre) i mille euro.

Se invece volete una macchina velocissima, affidabile, senza troppi fronzoli e che faccia bene il proprio lavoro allora OnePlus fa per voi. E il 6T, il modello uscito da poche settimane, lo trovate a meno di 600 euro.

Dove si trovano gli OnePlus

La novità è che lo trovate, perché la casa cinese – sì, non è un’impresa nata in un garage californiano, ma anche lei una storia interessante che merita di essere raccontata – si è finalmente decisa ad approdare alla grande distribuzione e in Italia si è affidata a Mediaworld dopo aver realizzato che forse il giochino degli inviti a pagamento aveva finito per stufare anche i più esaltati e che con numeri di vendite a sei zeri era venuto il momento di inseguire il mainstream.

Dagli acquisti a inviti agli scaffali dei megastore

Per la verità, tra la fase delle vendite su invito e la collaborazione con MediaWorld, ci sono due momenti intermedi nel mercato italiano: la vendita online sul sito di OnePlus (aperta a tutti, anche senza invito, a partire dal lancio del modello OnePlus 3) e quella su Amazon (attiva in Italia dalla primavera 2018, cioè a partire dal lancio di OnePlus 6). In altri Paesi, lo sviluppo commerciale ha avuto tappe diverse: il 6T che in Italia ha fatto sbarcare per la prima volta OnePlus nei negozi di MediaWorld, negli Stati Uniti è stato messo in vendita nei retail di T-Mobile.

L’obiettivo, hanno in più occasioni detto i fondatori, non è accodarsi al mainstream ma sarebbe una conseguenza del buon operato dell’azienda,  perché l'attenzione resterebbe sempre sul prodotto, che deve essere pensato e realizzato nel miglior modo possibile in tutti i suoi dettagli.

Resta il fatto che per molti parliamo di una realtà ancora sconosciuta. Qualcuno cui affidare 600 euro – ok, non saranno mille e passa, ma pur sempre un discreto gruzzolo – viene ancora un po’ difficile. Quindi raccontiamo la storia di OnePlus così come la tramanda l’iconografia aziendale.

Storia di Pei e Lau

E’ la fine del 2013 quando Carl Pei e il suo socio Pete Lau fondano OnePlus. Pei ha 25 anni e Lau 39. Lo fanno, racconterà un anno e mezzo dopo Pei, perché pur lavorando in una azienda che fabbrica smartphone con sistemi operativi Android, entrambi usano ancora iPhone. La ragione è che gli smartphone Android sono brutti e hanno un software meno user-friendly di iOs.

Così decidono di creare lo smartphone che piacerebbe a chi con lo smartphone ci lavora e si mettono in ascolto di quello che gira sui forum per smanettoni. Raccolgono lei idee, le sottopongono alla community e nel 2014 lanciano One Plus One, il primo modello della nuova casa. L’obiettivo è vendere 30 mila pezzi, ma ne va via un milione.

Ma come diavolo hanno fatto? Di nuovo l’iconografia aziendale parla di annunci online su un nuovo telefono di fascia alta a prezzi contenuti accompagnati da uno slogan accattivante: “Never settle”. Che si può tradurre con “Mai mettersi comodi” o “Mai riposare sugli allori”, con un messaggio che suona vagamente come un monito per Apple. Ci sono stati il rituale di ‘Smash the past’ di cui abbiamo parlato (a proposito: è stato Pei a parlare di rito religioso) e altre trovate. Fino a poco prima nessuno aveva sentito parlare di OnePlus e nel giro di pochi mesi è sulla bocca di tutti quelli che frequentano siti come TechRadar, forum per geek e Reddit. L’operazione marketing virale ha funzionato e ha scatenato la frenesia.

Con quali modelli OnePlus ha sbagliato

Al momento del lancio di OnePlus 2 Pei dice al Wall Street Journal: “Tradizionalmente, i consumatori poco informati pensano che a un prezzo più elevato corrisponda un prodotto migliore. Con la trasparenza di Internet e le recensioni degli utenti, l'intera equazione sta cambiando. Per gli smartphone come per i ristoranti”. Ma Pei e il suo socio commettono un errore.

Entusiasti per il successo che hanno ottenuto con lo One hanno smesso di ascoltare le opinioni e i consigli della community e il risultato è che il modello 2 è un flop. E ancora peggio va con l’X, un tentativo di fare una versione ancora più economica, ma decisamente meno performante. Potrebbe piacere, ma nessuno lo compra perché commercialmente non ha senso. I due soci si rendono conto dell’errore e decidono di raccogliere le idee.

E come ha posto riparo

Per e Lau tornano a interagire sui forum e ad ascoltare i pareri esterni ed è così che nasce One Plus 3. Un nuovo successo. Seguito sei mesi dopo dal 3T. A chi gli contesta di essere caduto nella trappola dei grandi marchi di lanciare un modello ogni sei mesi, Pei risponde che così come non si aspetta un anno per aggiornare un software, allo stesso modo non c’è motivo di aspettare a usare hardware più performanti. Il 5 e il 5T prima e il 6 dopo replicano il successo. Il 6T ha abbattuto il muro della distribuzione ed è, letteralmente, alla portata di tutti.

E come altri brand cinesi, anche OnePlus ha lanciato una partnership con una supercar. Così se da qualche anno ormai Huawei viaggia insieme a Porsche e Oppo ha messo di recente sul mercato un modello del suo flagship co-brandizzato Lamborghini, la casa di Carl Pei ha scelto McLaren per uno smartphone con tecnologia di Warp Charge 30 per una carica della durata di un giorno in soli 20 minuti e una memoria Ram da 10 giga. Sostanziale anche in questo caso la differenza di prezzo: il 6T McLaren cosa poco più di 700 euro contro i circa 1.600 del Lamborghini di Oppo e del Mate 20 RS di Huawei.

Da dove vengono i soldi?

Sembra una bella favola, un po’ come quella dei colossi hi-tech che hanno visto la luce in anonimi garage di famiglia, ma ci sono alcuni elementi da considerare. Pei, nato in Cina, cresciuto negli Usa e formato in Svezia, non è solo un piccolo genio: è un uomo d’affari.

Dice di ispirarsi a Steve Jobs, ma al suo fianco ha quello che è stato general manager della divisione blue-ray di Oppo, una azienda cinese che produce smartphone nella stessa fabbrica di Shenzhen dove li produce OnePlus. E sia Oppo che OnePlus hanno tra gli investitori Bbk Electronics, una società creata nel 1995 specializzata in TV, lettori MP3, fotocamere digitali e che investe anche in un altro produttore di smartphone: Vivo.

L’idea di lanciare uno smartphone di qualità a un prezzo contenuto, quindi, era più che buona, ma quanto lontano sarebbe andata senza i soldi della Bkk, da cui comunque OnePlus è indipendente, è ancora da capire.

L’immagine di impresa ribelle e fuori dal mercato, forse, è più la costruzione di un marketing geniale capace di far leva sull’ossessione di una certa fascia di consumatori per l’ultima novità a ogni costo piuttosto che una vera rivoluzione. Resta il fatto che, se volete andare a una festa dove la vostra ragazza sarà la più ammirata, sapete come spendere in vostri soldi. 

Carlo Bonomi è il presidente di Assolombarda da un anno e mezzo; negli ultimi mesi, le sue posizioni sono state piuttosto critiche nei confronti delle ricette economiche proposte dal governo gialloverde, e il suo intervento all’assemblea dello scorso ottobre è stato accolto con applausi scroscianti dai rappresentanti delle 6 mila aziende delle province di Milano, Lodi e Monza-Brianza. La riunione della più importante, per numeri e rappresentatività, delle associazioni confindustriali si è tenuta anche quest’anno alla Scala e Bonomi dal palco ha parlato per oltre mezz’ora. La standing ovation finale dei colleghi imprenditori era molto convinta. Quasi quanto quella che ha accolto, alla Prima di pochi giorni fa nello stesso teatro, l’affacciarsi del presidente Sergio Mattarella dal Palco Reale, prima della rappresentazione dell’opera verdiana Attila.

I cinque minuti di applausi al capo dello Stato, dice Bonomi in una intervista all’Agi, “fanno parte del Dna milanese. Milano storicamente ha avuto il ruolo di locomotiva del paese, non è qualcosa di nuovo. Noi amiamo le istituzioni repubblicane e ci riconosciamo nel presidente: siccome non viene a Milano tutti i giorni, averlo alla Prima della Scala è molto simbolico. È stato apprezzato ed è stato riconosciuto un doveroso tributo a quel ruolo che svolge per tutti noi”.

Oltretutto, ha aggiunto, “la Prima non è quell’evento dell’élite come viene rappresentato, ma è la conclusione di una giornata in cui Milano festeggia il suo patrono: parte la sera prima con l’accensione dell’albero, prosegue con la consegna degli Ambrogini d’oro a chi ha reso Milano importante: è un tributo alla città, ed è l’inizio dei festeggiamenti per il Natale in città”.

Carlo Bonomi, presidente di Assolombarda
 

Lunedì il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini è venuto a discutere con gli imprenditori di Assolombarda: quali sono le vostre richieste al governo?

“Il tema è questo: noi condividiamo gli obiettivi che si è data la legge di bilancio. Chi non è d’accordo con intervenire sulla povertà o aiutare la partecipazione dei giovani al mondo del lavoro per fare crescita nel paese? Siamo tutti d’accordo. Condividiamo anche il metodo: fino ad oggi siamo stati abituati a lavorare su politiche che vedevano al centro la stabilità pensando che questa determinasse la crescita. Nella realtà condividiamo di invertire il paradigma perché quella politica non ha funzionato e quindi bisogna fare crescita affinché ci siano le risorse per fare la stabilità”.

Su che cosa non siete d’accordo, e che cosa proponete?

“Quello che non condividiamo e su cui abbiamo iniziato ad incalzare il governo è il tema proprio della crescita: quali manovre si devono inserire all’interno della legge di bilancio per fare crescita. Noi riteniamo che i due pilastri che sono stati inseriti (su cui peraltro ad oggi non abbiamo ancora nulla), che sono la famosa quota 100 e il reddito di cittadinanza non siano gli strumenti per fare crescita nel paese. In questo momento c'è una frenata mondiale del commercio internazionale, indipendente da tutti ma dovuta a quello che sta succedendo, ovvero i problemi geopolitici e gli scontri fra le grandi potenze Russia, Cina e Stati Uniti; quindi c'è un rallentamento generale. L'Italia purtroppo sta frenando, i dati questo segnalano: in questo momento, noi riteniamo che debbano essere altre le priorità da mettere in campo".

A che cosa si riferisce in particolare?

“C’è anche il tema delle infrastrutture che sono un importante tema di connessione dei nostri territori con il mondo Le competizione globale è molto forte,  i nostri competitors estremamente agguerriti: noi non possiamo pagare il gap dalle infrastrutture rispetto agli altri. Le dico due dati: non li diamo noi, ma Sace, che è un ente governativo. Se noi avessimo le stesse infrastrutture del nostro competitor tedesco, la prima manifattura in Europa mentre noi siamo la seconda, potremmo esportare dai 60 ai 70 miliardi in più. Inoltre, paghiamo una bolletta di logistica di 13 miliardi all’anno. Solo questi 2 numeri danno la dimensione di quello che dovrebbe essere l’azione di questo governo”.

Come valuta la trattativa con Bruxelles sul rapporto fra deficit e Pil?

“Il problema non è che facciamo il 2,4%: potremmo anche fare il 4%, ma quelle risorse devono essere finalizzate alla crescita. La stessa Commissione europea non sta contestando il 2,4% ma come vengono spese quelle risorse, mettendo in dubbio il fatto che poi generino davvero una crescita dell’1,5%. Quest’anno abbiamo una previsione dell’1,2%, ma siamo nell’ultimo trimestre e ancora allo 0,9%. Non credo ci arriveremo. I numeri sono lì a sottolineare quello che chiediamo al governo: di mettere in campo le manovre necessarie a fare quella crescita di cui questo paese ha bisogno”.

Assolombarda ha ospitato una conferenza sulla Diplomazia economica, in collaborazione con la Farnesina. Perché a Milano?

"Milano gioca un ruolo particolare in Italia: e' hub della internazionalizzazione sia per le imprese e i fondi esteri che vogliono venire a investire in Italia sia per le imprese italiane che vogliono usare Milano come trampolino per proiettarsi nel mondo. E' la prima volta che questo rapporto viene presentato fuori Roma e guarda caso viene presentato proprio a Milano. Con piu' di 40 miliardi di euro di export generati all'anno e oltre quattromila imprese internazionali attive sul territorio, Milano poggia la propria identità sulla vocazione economico-produttiva del territorio e fa dell'apertura ai mercati globali una leva di sviluppo di importanza strategica. E' centro della diplomazia economica, punto di riferimento e traino della proiezione internazionale delle eccellenze produttive del Paese". 

Gli imprenditori del Nord hanno una visione diversa rispetto a quelli del resto d’Italia? Penso ad esempio alla protesta di un paio di settimane fa a Torino. 

“No: quello che io vedo è una posizione condivisa del mondo industriale, non solo di quello del Nord: Le necessità che hanno le imprese di Milano ce le hanno a Palermo, a Bari, anche se naturalmente poi ci sono le specificità regionali. C’è una questione industriale nazionale: non è più una questione di Nord, ma di paese”.

La produzione industriale è cresciuta dello 0,1% su base mensile  a ottobre. Lo comunica l'Istat, sottolineando che, corretto per gli effetti di calendario, l’indice è aumentato in termini tendenziali dell’1% (i giorni lavorativi sono stati 23 contro i 22 di ottobre 2017). Nella media dei primi dieci mesi dell’anno, la produzione è salita dell’1,7% rispetto all’anno precedente. Nella media del trimestre agosto–ottobre 2018 il livello della produzione ha segnato invece un incremento dello 0,8% rispetto ai tre mesi precedenti. 

Tra le tante cose rivelate nelle 250 pagine pubblicate dal Parlamento britannico, c'è la risposta a una domanda: perché Facebook ha comprato Whatsapp? Oggi che l'applicazione ha oltre 1,5 miliardi di utenti e si appresta a diventare una ricca fonte di guadagno, è facile parlare di successo.

Allora, nel 2014, molti si chiesero perché Mark Zuckerberg spendesse la bellezza di 19 miliardi di dollari per una società che aveva meno di 500 milioni di utenti, fatturava poco o nulla e non aveva idea di come incassare. Nelle pagine riservate ci sono grafici che spiegano tanto. Si potrebbero sintetizzare così: il primo obiettivo dell'operazione è stato disinnescare un avversario di Messenger.

Non un semplice antagonista, ma un emergente che avrebbe potuto mettere a rischio la tenuta di Facebook.

L'ascesa della messaggistica

Per mesi (almeno dall'agosto 2012) Facebook ha monitorato Whatsapp attraverso l'app di analisi Onavo. Tra agosto 2012 e marzo 2013, Onavo dice quanti utenti statunitensi di iPhone vengono raggiunti dalle app di messaggistica. Skype è leader, con il 17,1% della popolazione. Messenger è secondo con il 13,7%, seguito da Whatsapp con l'8,6%. Giù dal podio ci sono molte altre applicazioni, alcune delle quali oggi scomparse o ridotte a periferia digitale: Viber, Kik, Voxer, Tango. Un affollamento che suggeriva un inconveniente (la grande concorrenza) ma anche un'opportunità (l'enorme appeal della messaggistica).

 

Nella classifica complessiva delle app per utenti di iPhone, Facebook è prima e Instagram (acquisita nel marzo 2012) terza. Messenger è 15esima e Whatsapp 30esima. Quando sulla scrivania di Zuckerberg arrivano questi dati, il ceo ha già allacciato i primi contatti con i co-fondatori Jan Koum e Brian Acton. Il ceo riconosce la bontà e l'importanza delle informazioni fornite da Onavo. Ecco perché decide di ottenerli in esclusiva. La società, che fino ad allora offriva i propri servizi anche ad altre compagnie, viene acquisita da Facebook nell'ottobre 2013 per 100 milioni di dollari. Quattro mesi dopo, Menlo Park compra Whatsapp.

 

 

Perché Whatsapp spaventa Zuckerberg

Il fatto che Whatsapp sia ancora lontana dalla top 10 delle app più utilizzate è un particolare secondario. Perché Onavo indica altri dati preoccupanti (per Facebook). L'applicazione non è ancora tra le più scarica, ma gli utenti la usano molto. Nell'aprile 2013, Whatsapp invia, in media, 8,2 miliardi di messaggi al giorno. Su Facebook sono 11,5 miliardi.

Attenzione però: a differenza del social network, Whatsapp non è accessibile da pc. Tenendo in considerazione solo gli smartphone, il sorpasso c'è già stato: Facebook veicola (via Messenger) 3,5 miliardi di messaggi. Un dato allarmante, perché in quei mesi Zuckerberg sta puntando (giustamente) molto sul mobile e sulle chat.

 

Un'altra metrica dice la stessa cosa: Whatsapp coinvolge più di Messenger. Gli utenti di iPhone passano in media più tempo sull'app di Koun e Acton che su quella di Zuckerberg. In questa classifica, Whatsapp è preceduto solo da Snapchat (non lontano), Facebook, Twitter, Forsquare e Instagram. In altre parole: quella che al momento dell'acquisizione è stata segnalata come debolezza (perché spendere così tanto per Whatsapp quando hai già Messenger?), per Zuckerberg è stato il motivo principale dell'operazione.

Una mossa, prima di tutto, difensiva (per quanto possa sembrare bizzarro definire difensiva una spesa da 19 miliardi). Quello che è successo dopo è tutto merito di Zuckerberg e dei suoi collaboratori. Sono riusciti trovare un'alchimia tutt'altro che scontata: far crescere sia Whatsapp che Messenger senza che l'una erodesse l'altra. E adesso si preparano a passare alla cassa con entrambi, introducendo sistemi di monetizzazione che trasformino gli utenti e i loro dati in dollari.

 

Acquistare per neutralizzare

Paranoico o lungimirante? Zuckerberg ha sempre tentato di stroncare la crescita dei concorrenti quando ancora erano solo potenziali avversari. Come? Comprandoli. E pace se questo avrebbe portato a scucire qualche miliardo in più rispetto al valore di mercato. I soldi non sono mia stati un problema, specie se in ballo c'è la sopravvivenza.

Zuckerberg ci aveva provato anche con Snapchat nel 2013. Offrì 3 miliardi di dollari a Evan Spiegel, che rifiutò. Il fondatore di Whatsapp Brian Acton ha ricordato uno Zuckerberg “impaziente” e preoccupato quando, nel 2016, l'ascesa di Snapchat sembrava accelerare. Non essendo riuscito a comprare, Facebook è passato al piano B: distruggere. Ha importato le Storie, i messaggi temporanei nati su Snapchat. Che da allora ha praticamente smesso di crescere. Con WhatsApp non è servito.  

Con l’arrivo delle tredicesime, a festeggiare sotto l’albero di Natale sarà anche il fisco, che dalle tredicesime incasserà 11 miliardi. A rilevarlo è la Cgia, secondo cui a fronte di circa 47 miliardi di mensilità aggiuntiva che a dicembre saranno erogati a 33,7 milioni di pensionati, operai e impiegati, l’erario attraverso le ritenute Irpef ne preleverà 11 e alla fine in tasca ai beneficiari ne rimarranno 36. Grazie alla gratifica natalizia, segnala la Cgia, "si spera che a far festa  siano anche i piccoli commercianti e le botteghe artigiane". Spiega l'associazione: è vero che una buona parte di questa mensilità sarà spesa nel mese di dicembre per pagare la rata del mutuo, le bollette, il saldo dell’Imu/Tasi sulla seconda abitazione e la Tari (tributo per l’asporto e lo smaltimento dei rifiuti), ma è altrettanto auspicabile che la rimanente parte venga utilizzata per far ripartire i consumi interni.

Mercato azionario in ripresa nella prima parte della mattinata, in linea con il resto d'Europa, dopo il forte calo di giovedi' conseguente alle tensioni Usa-Cina per la vicenda Huawei. L'indice Ftse Mib segna ora un +1,15% a 18.859 punti, All Share sul +1,16%. Attesa per i dati sull'occupazione Usa a novembre. Sul listino gli spunti piu' evidenti sono per Ferrari (+1,8%), Moncler (+2,5%), Saipem e Campari. Vola Unipol (+4,2%) dopo le indiscrezioni che vorrebbero Bper (-0,5%) interessata a rilevare Unipol Banca. Poco mosse invece le banche, con Unicredit e Ubi +0,3%; meglio Intesa con un +0,8%. Sale Eni con un +1,2% e nell'energia bene anche Italgas e Snam. Tim guadagna l'1,4%

 Apertura in lieve rialzo per lo spread tra Btp decennali e omologhi Bund tedeschi. Il differenziale, aiutato dal clima più sereno tra governo e commissione europea sulla manovra, si è attestato a 281 punti, dopo aver chiuso ieri in netto calo a 278,8 punti. Il rendimento del decennale è al 3,070%.