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Saipem ha chiuso il primo trimestre del 2019 con ricavi e margini in crescita. Per il gruppo il fatturato si è attestato a 2,15 miliardi, rispetto a 1,91 dei primi tre mesi del 2018, con un Ebitda adjusted che è salito a 274 milioni, 60 in più dello stesso periodo dell’anno precedente. Il risultato netto è stato pari a 21 milioni di euro, mentre quello adjusted è di 29 milioni (11 milioni nel primo trimestre 2018). Saipem ha riportato “solidi risultati della divisione Engineering & Construction Offshore grazie a buone performance operative”, mentre prosegue il “turnaround” della divisione Engineering & Construction Onshore; il gruppo ha visto anche una “significativa acquisizione di nuovi ordini” e conferma le stime per l’anno in corso. “I risultati del primo trimestre del 2019 confermano la buona performance operativa e gestionale già registrata nel corso del 2018, in particolare grazie ai solidi risultati della divisione Engineering & Construction Offshore. Abbiamo registrato significative acquisizioni di nuovi ordini che migliorano la visibilità per il 2019 pur in un contesto di mercato che ancora non mostra evidenti segnali di ripresa”, ha commentato l’ad Stefano Cao.

Debutto amaro a Piazza Affari per Nexi, la maxi matricola dei pagamenti digitali che è sbarcata ieri mattina in Borsa con una quotazione che, fino ad ora, è la più grossa del 2019. I titoli, che sono partiti da un prezzo di 9 euro, hanno chiuso a 8,44, con un calo del 6,22% che le ha spinte addirittura sotto il valore minimo della forchetta di prezzo indicata a inizio collocamento. La capitalizzazione è così scesa dai 5,7 miliardi del debutto a circa 5,35 miliardi.

“È il primo giorno di un lungo percorso, quindi vedremo nel tempo”, ha detto l’ad Paolo Bertoluzzo, rivendicando come sia arrivata in Borsa “una società che ha raccolto l’interesse di oltre 340 investitori istituzionali. Crediamo che questa quotazione possa essere motivo di orgoglio anche per il nostro paese, qui nasce una società che fa tecnologia, del fintech”.

Lo sbarco a Piazza Affari, tuttavia, “dal punto di vista dei nostri piani non cambia niente. Parte di quanto raccolto, circa 700 milioni, sono andati a ridurre il nostro indebitamento, una cosa tipica in operazioni di questo genere. Abbiamo un piano di investimenti molto importante, al di sopra degli standard del nostro settore perché crediamo che per fare innovazione, qualità, sicurezza servono investimenti”.

Il manager si è soffermato anche sul fronte delle possibili operazioni straordinarie, spiegando come al momento non ci sia niente di concreto sul tavolo. Nexi è pronta a cogliere eventuali occasioni che creino valore per gli azionisti “ma di progetti al momento non ce ne sono”. “Di contatti fra operatori ce ne sono tutti i giorni, ma non ci sono progetti se non di fare bene con il nostro piano”, ha aggiunto rispondendo a una domanda sulla società scandinava Nets.

“Non c’è niente sul tavolo con Sia”, ha continuato. In generale per il manager è “un passaggio bello per l’Italia” avere quella che per ora è la più grande quotazione del 2019 e che nel Paese c’è “una delle prime 5 in Europa”. “Ci siamo dati un’ambizione folle. Dobbiamo dare un contributo serio al modo in cui gli italiani pagano: più sicuro più semplice più digitale”, ha concluso.

Sono oltre 806 mila le richieste per nucleo familiare arrivate all’Inps attraverso i modelli presentati alle Poste, ai CAF e on-line entro il 31 marzo, per accedere al Reddito di cittadinanza. L’Inps, informa una nota, ha inviato a Poste Italiane 33 flussi informatici per le prime 487.667 istanze accolte, a fronte di 680.965 istanze già lavorate (72%). Sono state respinte 177.422 istanze (26%); 15.876 istanze (2%) saranno in evidenza presso le sedi perché è necessaria un’ulteriore attività istruttoria.

Da martedì l’Inps inizierà ad inviare un sms o un messaggio di posta elettronica agli utenti la cui istanza sia stata accolta. Delle domande residue, circa 45 mila saranno definite entro questa settimana. Le ulteriori 80 mila sono domande presentate insieme al modello Rdc/Com per comunicare la variazione di redditi da attività lavorativa rispetto all’Isee, che saranno lavorate entro la fine del mese di aprile.

Stimando che anche per le istanze in evidenza si confermi una percentuale di accoglimento analoga a quella delle pratiche già definite e che la percentuale di accoglimento delle pratiche presentate insieme al modello Rdc/Com sia più alta, pare ragionevole una stima complessiva delle istanze accolte intorno al 75%

Tria in trincea. Dopo i giorni delle polemiche, ora si entra nel vivo. Iniziano di fatto oggi le audizioni sul Def, il Documento di economia e finanza, da parte delle Commissioni bilancio di Senato e Camera. Al centro dell’attenzione ci sono le prospettive di un Paese che non cresce ed è fermo allo 0,2%, dato per altro ulteriormente tagliato a un misero +0,1% del Fmi, il Fondo Monetario Internazionale.

Dinanzi a questo quadro, il ministro dell’Economia Giovanni Tria, domenica con Lucia Annunziata nel programma Mezz’ora in più su Raitre, ha messo i puntini sulle “i”: nessuna patrimoniale e sì alla flat tax, purché “progressiva”, sintesi che riportano tutti i quotidiani oggi nei loro titoli, tranne La Stampa: “No alla patrimoniale e alla flat tax” per aggiungere anche un: “Aumenterei l’Iva ma i partiti sono contrari”. “Con questo Def abbiamo voluto dare il messaggio di stabilità, nel senso che il quadro macro che abbiamo presentato è completamente condiviso” si legge poi su la Repubblica. E sulle tasse il ministro ha anche aggiunto: “Come sempre abbiamo detto, non ci saranno manovre correttive nel 2019”. Fin qui la cronaca spicciola.

Ma sullo scenario dei conti pubblici e del fisco, Federico Fubini sul Corriere della Sera gela qualsiasi entusiasmo con questo incipit: “Un buco di una trentina di miliardi con la ‘flat tax’. E questo prima ancora di trovare i 50 che servono per coprire reddito di cittadinanza e pensioni anticipate a ‘quota 100’ nei prossimi due anni. Difficile, per ora, che lo spread dell’Italia su Spagna e Portogallo scenda tanto presto”. Proseguendo: “Il governo sta promettendo nuovi tagli delle tasse ed è probabile che la stagione attuale, relativamente tranquilla, lo stia incoraggiando in questa direzione. In effetti le ragioni per tirare il respiro non mancherebbero, al termine di molti mesi di tensione. Dopo i crolli del 2018, da inizio anno Piazza Affari è teatro di uno dei recuperi più spettacolari al mondo. La produzione industriale ha smesso di scendere e negli ultimi due mesi ha dato sorprese positive, lasciando sperare che la recessione sia alle spalle. Anche lo scarto fra i rendimenti dei titoli di Stato italiani e tedeschi — sempre alto—è di ventato un po’ più stabile da quando in dicembre il governo ha accettato di trovare un accordo con la Commissione europea sul bilancio”.

Tuttavia, prosegue l’analista economico e finanziario di via Solferino, a uno sguardo meno superficiale “sotto la superficie, continuano ad agitarsi nei mercati correnti profonde di diffidenza verso l’Italia”. Cartina di tornasole sono i buoni del Tesoro che stanno continuando “a perdere terreno rispetto a quelli di Paesi simili”. Così “lo strato di fiducia resta sottile, mentre il governo legge nella quiete di questi mesi un incoraggiamento ad andare avanti con il taglio delle tasse. Sarebbe una ragione di più per dare al mercato qualche indicazione chiara sull’entità della sforbiciata e su come finanziarla” sottolinea Fubini.

Invece? “Nel Documento di economia e finanza (Def), pubblicato la scorsa settimana, non c’è. Si moltiplicano invece le dichiarazioni di esponenti della Lega sull’ipotesi di un intervento sull’Irpef, l’imposta sui redditi delle persone fisiche, in nome di una ‘flat tax’: una aliquota ‘piatta’ che riduca la pressione fiscale sulle famiglie”. Il punto è che “nessuno sa quanto possa costare la ‘flat tax’ data la struttura sociale del Paese, per la semplice ragione che non sono mai stati fatti calcoli su dati reali. Per il momento, nessuno ha mai chiesto agli uffici competenti di tentare una stima”.

Stima che però azzarda lo stesso Fubini, sulla base dei dati disponibili del Def e del Dipartimento delle Finanze: “L’anno scorso l’Irpef ha garantito allo Stato 194,3 miliardi su un totale di 480,5 miliardi di entrate tributarie. Quella tassa è il cuore delle entrate dello Stato, la locomotiva che permette alla scuola o alla sanità pubbliche di andare avanti. E quei 20,6 milioni di italiani fra i 15 mila e i 50 mila euro di reddito, il ceto medio italiano, sono i contribuenti essenziali all’intero sistema: da loro arrivano circa 110 miliardi l’anno di gettito Irpef, un euro ogni quattro delle entrate tributarie dello Stato. Una ‘flat tax’ al 15% rappresenta un taglio effettivo dell’imposta di circa il 40% se si ipotizza che per quei venti milioni di italiani l’aliquota media effettiva sia di circa il 25%. In altri termini, a prima vista, con la tassa piatta il gettito medio crollerebbe di circa 44 miliardi e il deficit pubblico esploderebbe fuori controllo”. Servono quindi meccanismi che ne mitighino l’impatto, suggerisce il giornalista. la Lega, per esempio, fa capire che le famiglie dovranno scegliere: se vogliono la ‘flat tax’, devono rinunciare a tutte le attuali deduzioni e detrazioni che esistono per loro”.

Ma quanto valgono le detrazioni? Ancora qualche calcolo: se si sommano gli assegni familiari, si legge, (1,8 miliardi), il bonus di Renzi (8,9 miliardi) e altri sgravi del genere, si arriva a circa 11 miliardi di economie. “Il buco della ‘flat tax’ sarebbe dunque ancora colossale, oltre trenta miliardi. Tutto questo, prima ancora di trovare i 50 che servono per coprire reddito di cittadinanza e pensioni anticipate a ‘quota 100′ nei prossimi due anni”. Difficile pertanto che in queste condizioni lo spread possa scendere… su Spagna e Portogallo.

Intanto, come ci racconta un’altra cronaca dello stesso quotidiano, il testo del Def a undici giorni dall’approvazione (“salvo intese”) “rimbalza ancora tra Palazzo Chigi e i ministeri” a causa delle coperture ancora mancanti e assalti alla diligenza dell’ultima ora, con la probabilità che il decreto sulla crescita possa slittare “a maggio”. E per dare un saggio del clima, “Raccontano al Mef che Luigi Carbone, il nuovo capo di Gabinetto di Giovanni Tria, sia in forte pressing per conto del ministro sugli altri dicasteri coinvolti, entrambi guidati da Luigi Di Maio. Se i tecnici del Tesoro sospettano che al Mise siano «in alt o mare con le coperture», nelle stanze del capo politico del M5S se la prendono con Tria e con i tecnici del Mef, autori di circa 35 norme. Un a competizione che di certo non aiuta ad accelerar e i tempi”, si legge, “mentre le imprese aspettano di sapere quale impatto avrà la nuova ‘mini-Ires’. Se le ultime limature al testo saranno confermate, l’aliquota (oggi al 24%) scenderà al 22,5 per il 2019, al 21,5% per il 2020, al 21% per il 2021 e al 20,5% per il 2022”. Al momento è tutta un’incognita.

Conclusione, da La Stampa: “Resta solo la strada del deficit, a questo punto ben oltre il 2,4 per cento programmato nel Documento di economia e finanza. Assumendo un tasso di crescita pari a quello programmato, se il governo deciderà di fermare gli aumenti Iva significherà un aumento del disavanzo per più di un punto percentuale, dunque ben oltre il tre per cento fissato come limite invalicabile da Maastricht. Salvini e Di Maio sperano nell’indulgenza della nuova Commissione europea”.

Un gruppo “forte e in salute”, pronto “a giocare il proprio ruolo” nello sviluppo del settore auto, e con l’intenzione di rendere il ritorno al dividendo “strutturale” negli anni a venire. Questo il ritratto del gruppo Fiat Chrysler delineato dal presidente John Elkann e dall’ad Mike Manley, che oggi ha debuttato – in maniche di camicia – al posto che fu di Sergio Marchionne, al tradizionale appuntamento dell’assemblea primaverile di bilancio.

Elkann ha iniziato ribadendo come in passato l’impegno “di lungo termine e per la stabilità” da parte della propria famiglia nell’azionariato di Fca: “Abbiamo accompagnato l’evoluzione della società negli ultimi 120 anni, ci siamo stati nei momenti più belli e in quelli difficili e continueremo a farlo”.

Fiat Chrysler, annuncia “non è mai stata più forte e così in salute come oggi. Il suo bilancio ci consente di fare gli investimenti opportuni e al contempo di remunerare i nostri azionisti con i dividendi”.

Proprio il ritorno al dividendo, 0,65 euro per azione, dopo dieci anni di digiuno, e anzi la prima cedola da quando esiste il gruppo Fiat Chrysler, ha catalizzato l’attenzione dell’assemblea.

“La nostra intenzione è che diventi strutturale”ha promesso Manley, mentre Elkann ha precisato che “non sarà un importo fisso ma legato ai nostri utili netti, sarà in proporzione di quelli”.

Di dividendo, straordinario questa volta, si tornerà a parlare già nei prossimi mesi, in seguito alla vendita della Marelli.

Manley ha confermato che il closing avverrà entro il primo semestre per una cifra vicina ai6 miliardi e che a seguire il board approverà una maxi cedola da 2 miliardi di euro.

Di alleanze non si parla

Non si è parlato invece di alleanze nel settore auto. I piccoli azionisti non hanno sollevato il tema e i vertici non hanno affrontato la questione, con Elkann che è volato alto: “I prossimi 20 anni per l’auto saranno vivaci e ricchi di novità come lo furono i primi 20. Oggi stiamo vivendo una nuova fase di profondo mutamento creativo e di fermento tecnologico. Siamo pronti a costruire questo futuro, con tecnologie utili e a prezzi accessibili. Siamo pronti a giocare il nostro ruolo in questa nuova ed entusiasmante era dell’industria dell’auto. Come in passato, siamo preparati a prendere decisioni e ad agire con coraggio e creatività, per costruire un futuro solido e ricco di opportunità per Fca”.

Quanto al 2019, Manley si è dichiarato “fiducioso” nel raggiungimento dei target per il 2019, e che “i risultati operativi saranno superiori a quelli record del 2018”.

Nell’area Nafta i risultati saranno dapprima in calo poi in ripresa, per Maserati è prevista una flessione nella prima metà, nell’area Emea le azioni intraprese spiegheranno i loro effetti durante l’anno con pieni benefici nel 2020.

In sintesi, afferma Elkann, “ci aspettiamo un significativo miglioramento nel secondo semestre”.

Confermati gli investimenti per “oltre 5 miliardi” di euro in Italia nell’arco di piano al 2022, che serviranno tra l’altro agli investimenti per la seconda generazione della 500 Bev elettrica.

Vertici abbottonati poi sull’accordo tra Fca e Tesla sull’acquisto da parte del Lingotto dei crediti per le emissioni zero.

“E’ un accordo pluriennale – precisa solo Manley -ma mi rifiuto di svelarne i costi, perché sono dati che non vanno divulgati, vanno tenuti all’interno dell’azienda per proteggere questa intesa”.

L’assemblea di Fca ha approvato il bilancio 2018, chiuso con un utile di 3,6 miliardi di euro, e ha rinominato i consiglieri del gruppo, con la novità della nomina in cda del direttore finanziario Richard Palmer, che sarà consigliere esecutivo.

“E’ consuetudine che chi riveste la posizione di direttore finanziario sia anche consigliere – ha spiegato Elkann – Palmer è in Fca da anni, parlando con Manley abbiamo pensato che fosse un valore aggiunto averlo in consiglio. Lui ha allargato le competenze, sta seguendo una serie di attività, è un valore per l’azienda e un rafforzamento per il board, siamo contenti per questa opportunità di eleggerlo in consiglio”.

L’amministrazione Trump ha annunciato venerdì i suoi piani per accelerare l’installazione di reti 5G, compresa la promessa di miliardi di dollari per dare alle aree rurali l’accesso più remoto alle comunicazioni mobili ultraveloci.

“La nuova rete 5G migliorerà la vita degli americani in molti modi”, ha detto alla Casa Bianca il capo della Federal Communications Regulatory Agency (Fcc), Ajit Pai.

La Fcc ha annunciato delle aste per queste nuove reti e ha promesso un fondo da 20,4 miliardi di dollari per dotare, nel decennio, di reti rurali ad alta velocità che, a causa della vastità del territorio degli Stati Uniti, Uniti, hanno ridotto o nessun accesso a Internet.

“Dall’agricoltura di precisione alle reti di trasporto intelligenti alla telemedicina e altro ancora, vogliamo che gli americani siano i primi a trarre vantaggio da questa nuova rivoluzione digitale, proteggendo nel contempo i nostri innovatori e i nostri cittadini. E non vogliamo che gli americani che fanno la campagna restino ai margini”, ha detto Pai.

Con la sua consueta tendenza all’iperbole, il presidente degli Stati Uniti ha detto di volere “il prima possibile il 5G, e anche il 6G”. Non si sa se sia ambizione o la riproposizione del “punto, due punti!” di Totò e Peppino, ma di sicuro Donald Trump si è schierato: “Le nuove reti sono più potente, più veloci e più intelligenti dello standard attuale. Le aziende americane devono intensificare i loro sforzi. Non c’è motivo per cui dovremmo essere in ritardo”.

Non lo dice, ma il “ritardo” è, prima di tutto, nei confronti della Cina. Il 5G, oltre a essere un gigantesco propulsore per l’economia del Paese, è anche l’ennesimo campo di gara con Pechino. Due eccellenti motivi per accelerare.

Le nazioni leader

Sfruttare le potenzialità del 5G vorrebbe dire 391 miliardi di dollari e 1,8 milioni di posti di lavoro in cinque anni. È la stima fatta da Analysis Group in un rapporto della Ctia, l’associazione americana che rappresenta il settore delle comunicazioni wireless. L’indagine certifica il progresso degli Stati Uniti. La Ctia, miscelando diversi parametri (progetti pilota, copertura, infrastrutture, applicazioni) arriva a una classifica dei Paesi meglio piazzati nello sviluppo del 5G. Nel 2017, gli Usa erano al terzo posto, alle spalle di Cina e Corea del Sud. Nella nuova graduatoria (che vede l’Italia al quinto posto, primo tra europei accanto alla Gran Bretagna), ha scavalcato Seul e ha affiancato proprio la Cina. Quarto il Giappone.

Leggi anche: Lo speciale Agi sul 5G

“Il miglioramento nel ranking degli Stati Uniti – afferma il rapporto – è attribuibile agli investimenti significativi dell’industria wireless americana nelle reti 5G e all’azione del governo”. Gli Usa sembrano più pronti nella messa a terra dei servizi. Cioè nella capacità di fornirli a imprese e utenti. La Cina ha invece un “significativo vantaggio infrastrutturale”, con 14 “celle” (le stazioni che coprono un’area) ogni 10.000 abitanti e 5 ogni 10 miglia quadrate. Gli Stati Uniti si fermano rispettivamente a 4,7 e 0,4. L’infrastruttura cinese è quindi molto più capillare. È (anche) alla luce di questo testa a testa che va osservata la questione Huawei, le pressioni di Washington sui Paesi alleati da una parte e la dura difesa di Pechino (oltre che del gruppo di Shenzen).

Verizon, 5G già aperto ai clienti

Verizon offre già alcuni servizi 5G al pubblico. 5G Home consente di connettere ad alta velocità la propria casa in alcune aree di Houston, Sacramento, Indianapolis e Los Angeles. Per chi è già un cliente mobile di Verizon, costa 50 dollari al mese (non esistono ancora pacchetti annuali). Non ha un tetto di dati e promette di essere 20 volte più veloce rispetto alle più diffuse connessioni 4G Lte. La velocità più frequente, al momento, è di 300 Mbps, ma in alcune zone si toccano i 940 Mbps.

Verizon ha promesso di allargare il perimetro dell’offerta, per raggiungere 30 citta entro la fine del 2019. Ma – al momento – c’è un problema: sono ancora pochissimi i dispositivi, fissi o mobili, che possono sfruttare il 5G. Ecco perché l’espansione sarà, con tutta probabilità, rimandata alla seconda metà dell’anno. Nel frattempo, però, l’operatore ha fatto un altro passo: dal 3 aprile offre ai clienti, per la prima volta, un piano wireless per dispositivi mobili, a Minneapolis e Chicago.

Se le reti ci sono, anche in questo caso, quello che manca sono gli smartphone. Per sfruttare il 5G, infatti, serve essere in un’area delle due città coperte e avere un Motorola Z3, l’unico a oggi compatibile e sul mercato. Presto ne arriveranno altri,come il Galaxy S10 5G e il V50 ThinQ di LG. Vista la scarsa presenza di dispositivi, nella vita di tutti i giorni non ci sarà una rivoluzione, neppure a Minneapolis e Chicago. Così come non cambia nulla nel conto economico di Verizon. Il ceo Hans Vestberg, ha spiegato a Cnbc che non si aspetta di vedere un impatto significativo sul bilancio fino al 2021. È però un traguardo, simbolico e non solo, importante: i clienti possono pagare (10 dollari aggiuntivi al proprio abbonamento) per avere il 5G nelle mani.

Tra nuove reti e fusioni

AT&T, altro grande operatore Usa, ha già detto che intende avere una copertura 5G nazionale entro il 2020. Ha già varato servizi 5G in 12 città americane: Houston, Dallas, Atlanta, Waco, Charlotte, Raleigh, Oklahoma City, Jacksonville, Louisville, New Orleans, Indianapolis e San Antonio. Ma è un’offerta circoscritta ad alcune imprese e a una ristretta cerchia di clienti. Non è quindi libera come quella di Verizon, anche se un piano simile dovrebbe arrivare nel 2019.

Alla corsa partecipano anche gli altri due big del mercato, che potrebbero accelerare se le autorità americane approveranno la loro fusione. T-Mobile e Sprint si sono già accordare un anno fa, ma il via libera non è ancora arrivato. Nessuna delle due ha aperto un servizio pronto all’uso. T-Mobile copre già una trentina di città, tra le quali Los Angeles, New York e Las Vegas. Ma non è accessibile ai clienti, perché la rete non è ancora compatibile con alcun dispositivo. Dovrebbe esserlo nella seconda metà del 2019. La compagnia prevede di coprire due terzi della popolazione americana con una velocità di 100 Mpbs entro il 2021.

Le reti 5G di Sprint dovrebbero invece aprire al pubblico a maggio, in alcuni luoghi come aeroporti e impianti sportivi, in città come Atlanta, Chicago, Dallas. Poco dopo dovrebbero aggiungersi Houston, Los Angeles, New York City, Phoenix e Washington. Tutto questo con un’occhio alla fusione. Il 7 marzo, l’amministratore delegato di T-Mobile Usa, John Legere, ha affermato che un nuovo soggetto forte (cioè il gruppo che risulterebbe dalla fusione) permetterebbe di offrire connessioni ultraveloci casalinghe anche nelle aree rurali (che ospitano il 45% della popolazione) e – grazie a una maggiore concorrenza –consentirebbe agli americani di risparmiare 13 miliardi di dollari entro il 2024.    

Lvmh, il gruppo leader al mondo nell’industria del lusso, sconfigge il timore di un rallentamento degli acquisti da parte dei clienti cinesi e corre in Borsa segnando il nuovo massimo storico a 346 euro per chiudere a 344,95 (+4,61%). Il gruppo parigino ha diffuso i risultati del primo trimestre 2019 che evidenziano un’accelerazione della crescita, nettamente superiore alle attese degli analisti.

I ricavi sono saliti del 16% a 12,5 miliardi di euro. Il raffronto a parità di perimetro, cioè al netto di acquisizioni, dismissioni e dell’effetto cambi, è un incremento dell’11%, in accelerazione dal +9% del trimestre precedente. La banca francese Société Générale ha alzato la raccomandazione a Buy (comprare) da Hold (tenere in portafoglio), sottolineando il brillante comportamento di Lvmh rispetto ai concorrenti.

Guidata dal presidente e amministratore delegato Bernard Arnault (che è anche il principale azionista), Lvmh è definita una “conglomerata” del lusso che possiede un impressionante elenco di marchi: da Louis Vuitton (borse e valigie) a Christian Dior (abbigliamento), da Moet et Chandon (champagne) all’italiana Bulgari (gioielli), senza dimenticare Sephora, Givenchy, Celine Tag Heuer, l’italiana Fendi e molti altri brand noti a livello internazionale.

La spinta maggiore alla crescita dei ricavi nei primi tre mesi dell’anno e’ venuta dalla pelletteria, con una buona performance anche dalle aziende delle bevande alcoliche. In un report di Rbc Capital Markets si legge che Lvmh continua a essere una società attraente per gli investitori dato che vanta una leadership in diversi mercati, una forte diversificazione delle sue attività, un ottimo management e una presenza geografica ben diffusa a livello mondiale. Nel mondo del lusso i clienti cinesi, vuoi quelli che acquistano in territorio cinese, vuoi quelli che acquistano nei negozi di tutto il mondo, rappresentano circa un terzo del fatturato complessivo.

Da qui il timore che il recente rallentamento dell’economia cinese abbia ripercussioni sui risultati dei “big” del settore. Lvmh non ha diffuso uno spaccato dei risultati Paese per Paese, ma ha segnalato “una buona crescita” in tutte le regioni. I risultati positivi di Lvmh trascinano al rialzo anche gli altri titoli del lusso. A Piazza Affari Moncler sale dell’1,7%, Ferragamo +4,38%, Brunello Cucinelli +1,34%. Con il balzo di oggi la capitalizzazione di Borsa di Lvmh sale a 175 miliardi di euro, ben pi del doppio del suo principale concorrente, il gruppo francese Kering (67,4 miliardi di euro) che possiede marchi come Gucci, Yves Saint Laurent, Bottega Veneta e Puma. Kering ha guadagnato il 2,23% alla Borsa di Parigi. Dal punto di vista della capitalizzazione, i campioni italiani del lusso sono ben distanziati: Moncler vale in Borsa 9,5 miliardi di euro, Ferragamo 3,3 miliardi, Brunello Cucinelli 2,1 miliardi. 

Tasse sul lavoro in rialzo in Italia: tra il 2017 e il 2018, il cuneo fiscale avanza dal 47,7% al 47,9%, attestandosi di quasi 12 punti sopra la media Ocse, che è del 36,1% (dal 36,2% del 2017). Una quota che colloca il nostro paese al terzo posto nell’area, dietro soltanto Belgio e Germania. È quanto si legge nel rapporto ‘Taxing Wages’ dell’Ocse.     

Più nel dettaglio, il cuneo fiscale in Italia è salito di 0,2 punti percentuali tra il 2017 e il 2018, attestandosi al 47,9% per un lavoratore medio single senza figli. Si tratta del terzo cuneo fiscale più alto tra i 34 paesi dell’area Ocse, dopo il Belgio (52,4%) e la Germania (49,5%). In fondo alla classifica troviamo il Cile, con un cuneo fiscale al 7%. La media dell’area Ocse è in calo dello 0,1% al 36%. In Italia le imposte sul reddito e i contributi di sicurezza sociale combinate assieme rappresentano l’85% del cuneo fiscale totale, rispetto al 77% del cuneo fiscale medio dell’Ocse.

Crescita vicina allo zero e debito in salita. È un quadro pieno di incognite quello delineato dal Documento di economia e finanza varato dal governo (ovvero, il documento che pone le basi per la prossima legge di bilancio), al termine di un lungo braccio di ferro che ha visto al centro le stime di crescita, la flat tax e lo stop all’aumento dell’Iva. 

Alla fine, nel giorno in cui anche il Fondo monetario internazionale ha tagliato le stime di crescita per l’Italia (0,1% nel 2019), è prevalsa la linea più prudente e realistica del ministro dell’Economia, Giovanni Tria, bersaglio di nuove tensioni, durante la riunione del Cdm, attorno alle ipotesi di flat tax promosse dalla Lega e la loro compatibilità con il blocco delle clausole di salvaguardia dell’Iva. Il Pil programmatico per il 2019 è fissato allo 0,2% ma M5s e Lega hanno spinto fino all’ultimo per alzare l’asticella fino almeno allo 0,3-0,4%. Negli anni successivi la crescita dovrebbe attestarsi allo 0,7% nel triennio 2020-2022.

“Nessuna nuova tassa e nessuna manovra correttiva”, ha assicurato il governo in una nota stringata al termine della riunione, che si è conclusa senza la consueta conferenza stampa, e in cui si sottolinea che “il Documento di economia e finanza conferma i programmi di governo della legge di bilancio e il rispetto degli obiettivi fissati dalla Commissione Ue”. 

Il deficit, nello scenario programmatico, sale al 2,4% del Pil nel 2019 per poi avviare un percorso di graduale riduzione che dovrebbe portarlo all’1,5% nel 2022. Il deficit strutturale dovrebbe scendere dall’1,6% del Pil di quest’anno allo 0,8% nel 2022, convergendo verso il pareggio strutturale. In salita il debito che si attesterà al 132,6% nel 2019, al 131,3% nel 2020 e 130,2% nel 2021. 

Numeri che non sono in linea con quanto auspicato dai due partiti di maggioranza ma che prendono atto della reale situazione del Paese, ha tenuto a sottolineare la Lega, e che “non mettono in discussione il programma di governo che sarà attuato, anche se – fanno notare fonti governative del partito di Matteo Salvini – a questo punto la realizzazione del contratto richiederà piu’ tempo”. 

Il nodo della flat tax

I margini stretti di finanza pubblica limitano il raggio d’azione dell’esecutivo e rischiano di acuire le tensione all’interno della maggioranza. Al centro del lungo vertice che ha preceduto la riunione lampo del Consiglio dei ministri, iniziato con dure ore di ritardo, la flat tax, cavallo di battaglia leghista, tornato alla ribalta per l’urgenza politica dettata dalle elezioni europee alle porte. La Lega ha spinto fino all’ultimo per dare un segnale subito e ‘blindare’ l’operazione nel Def. “La flat tax si farà”, ha assicurato Matteo Salvini al termine della riunione sottolineando che la tassa unica è citata nel documento “in due passaggi”. 

Dal canto suo, il leader M5s Di Maio ha voluto sottolineare che la flat tax inserita nel Def è “indirizzata al ceto medio” e “non solo ai ricchi” rivendicando che “vince il buonsenso”. Nella versione post Cdm del Def, il riferimento alla flat tax sarebbe abbastanza generico: spariscono le ipotesi dei due scaglioni di aliquote al 15 e al 20% contenute in una prima bozza. 

Alla fine la sintesi politica ha portato a introdurre un’indicazione di massima alla “azione di riforma fiscale in progressiva attuazione di un sistema di flat tax come componente importante di un modello di crescita più bilanciato”. Il governo. ha spiegato il Mef in una nota, “intende continuare il processo di riforma delle imposte sui redditi in chiave flat tax andando a incidere in particolare sull’imposizione a carico dei ceti medi”.

Altro nodo gli oltre 23 miliardi di clausole di salvaguardia da disinnescare, oggetto di un confronto acceso tra i ministri del Movimento 5 stelle e il titolare del Tesoro Tria nella riunione di governo. I pentastellati, secondo quanto viene riferito, avrebbero chiesto garanzie sullo stop all’aumento dell’Iva nel 2020 e 2021 spingendo anche perché fosse esplicitato che il governo non farà ricorso a nuove tasse. “Non ci sarà alcun aumento dell’Iva”, ha assicurato anche Salvini.

Il rappresentante al Commercio Usa ha proposto di applicare tariffe su una lista di prodotti europei, del valore di 11 miliardi di dollari, che vanno dagli aerei ai prodotti alimentari, compresi il formaggio roquefort e l’olio d’oliva, come rappresaglia contro gli aiuti agli aerei europei Airbus. La mossa rappresenta una significativa escalation della tensione tra Washington e Bruxelles e arriva anche in un momento particolarmente delicato per l’Ue, con le elezioni al Parlamento europeo fissate per il prossimo mese e con l’Unione europa alle prese con un difficile negoziato sulla Brexit. 

I prelievi proposti dagli Stati Uniti sui prodotti Ue si aggiungono alle tariffe americane già imposte sulle importazioni europee di acciaio e di alluminio e alla minaccia dell’amministrazione Trump di incrementare anche le tariffe sui prodotti automobilistici Ue per ragioni di sicurezza nazionale. Durante una visita a Washington, lo scorso luglio, Jean-Claude Juncker, il presidente della Commissione europea, ha stretto un accordo con Donald Trump per avviare negoziati commerciali e astenersi dall’imporre ulteriori tariffe.

Tuttavia quei negoziati non sono ufficialmente iniziati e le trattative preliminari non hanno fatto molti progressi. In particolare, gli Stati Uniti si sono lamentati della riluttanza dell’Ue a includere l’agricoltura nei colloqui.