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A Roma i prezzi degli affitti universitari aumentano del 6%. La denuncia arriva da Link Roma coordinamento universitario, a poche settimane dall’avvio dell’anno accademico. “L’aumento costringe gli studenti a compiere enormi sacrifici – afferma Link in una nota – o addirittura ad abbandonare gli studi”. Per il quinto anno consecutivo nella capitale i prezzi degli affitti universitari continuano ad aumentare, dichiara il coordinamento: in media per una stanza singola vengono richiesti 400 euro mensili, con un aumento registrato del 6%. Dall’ultima analisi di Solo Affitti risulta che per l’ennesimo anno di fila crescono gli affitti per studenti nelle principali città universitarie italiane, con una media del 6% circa.

“Di fronte a questa situazione non vi sono agevolazioni né politiche pubbliche per aiutare gli studenti a pagarsi una stanza – dichiara Francesco Pellas, coordinatore di Link Roma – troppo spesso ci si ritrova in balia della speculazione immobiliare, di stanze troppo piccole e di contratti inadeguati, se non ad affitti in nero. Chiediamo che il Comune di Roma si impegni ad agevolare gli studenti universitari: è impensabile che nella Capitale solo un fuorisede su 50 riesca ad accedere a un posto alloggio”.

“Nel corso della scorsa primavera – ricorda Pellas – come Link Roma ci siamo mobilitati per contrastare il caro affitti e mancanza di un numero adeguato di residenze universitarie per gli studenti degli atenei romani. Dopo mesi di mobilitazione -prosegue il coordinatore di Link Roma – siamo riusciti a far approvare, contribuendo alla sua scrittura, un nuovo accordo territoriale sugli affitti con il Comune di Roma: grazie a questo, abbiamo garantito affitti più bassi nelle zone universitarie”.

“Ma non ci basta” sottolinea Federica La Pegna, rappresentante degli studenti nella Consulta dell’ente regionale per il diritto allo studio, Lazio DiSCo. “Chiediamo che il Comune di Roma e la Regione Lazio si impegnino nella riconversione del patrimonio pubblico dismesso e dei beni confiscati alle mafie in residenze universitarie. Vogliamo, inoltre, che la residenzialità pubblica venga potenziata e che vengano adottate misure concrete per ridurre la speculazione edilizia e l’aumento esorbitante dei prezzi degli affitti. A partire dall’applicazione dell’accordo territoriale. Come Link Roma – conclude La Pegna – siamo pronti a mobilitarci assieme a tutti gli studenti universitari che si ritroveranno senza un tetto sopra la testa per chiedere al governo maggiori finanziamenti e agevolazioni per poterci permettere di studiare!”.

Il cliente? Nell’era della connessione e dell’interconnessione, il cliente è oggi più che mai “al centro di un sistema che lo coinvolge a 360 gradi”. Sistema che risponde in tempo reale ai suoi bisogni, le sue abitudini, il suo stile di vita. Nel tentativo non solo di esaudirli, ma anche di prevenirli. Stuzzicandolo, solleticandolo, corteggiandolo. Facendolo sentire a proprio agio in qualsiasi situazione all’interno della struttura commerciale. È il cosiddetto “globalismo dell’accoglienza”, che ha poi anche diverse fasi, sfaccettature e altrettante declinazioni. Un circuito tendenzialmente avvolgete nel quale, da consumatori ci si fa trascinare. E più che volentieri. Stuzzicati nella naturale inclinazione a godere e procurarsi piacere.

È, quella appena descritta, la filosofia vieppiù affinata e il trend della GDO, acronimo che sta per Grande Distribuzione Organizzata. I Supermercati. I Mega Store. Le catene dei Grandi Magazzini. Una rete immensa. Il motivo di tutto ciò? È doppio. Da un lato risponde all’esigenza di dare una scossa all’immobilismo dei consumi, che si sta trasformando, per la prima volta a partire dal 2013, in una contrazione della spesa sostenuta dalle famiglie.

E dall’altro, di venire incontro a nuove esigenze di consumo. il settore della GDO, infatti, è riuscito a cogliere le sollecitazioni, le attese, i desideri reconditi del consumatore medio – oggi sicuramente molto più informato d’un tempo e al tempo stesso più consapevole di ciò che vuole acquistare in termini di prodotti e loro qualità – quindi più esigente e pertanto anche più attento nelle proprie scelte quotidiane alimentari. Nella qualità e a vantaggio della propria economia.

Ma come si fa a vezzeggiare il cliente? Facendolo sentire a casa propria, facilitandolo nella comodità di fare gli acquisti, quindi offrendogli servizi – anche online – che vadano in questa direzione. Ma anche dandogli la sensazione di vivere all’interno degli spazi del supermercato un’esperienza più unica che rara, sia in termini reali che virtuali. Possibile? Più che possibile.

Allora ecco quali sono le direttrici principali verso le quali si sta muovendo la GDO e anche quali sono gli aspetti che bisogna tenere d’occhio e non farsi sfuggire nei criteri di selezione dei prodotti di chi li propone. Del resto, che cos’è la Grande Distribuzione Organizzata se non il moderno sistema di vendita al dettaglio promosso e concepito “attraverso una rete di supermercati” o di altre catene di intermediari di diversa natura? Al tempo stesso è “l’evoluzione del supermercato singolo”, su larga scala, che a propria volta non è altro che lo sviluppo del negozio tradizionale che via via ha finito lui stesso per soppiantare.

Quindi principio numero uno della GDO del futuro è oggi riuscire a “ripensare i criteri della “shopping experience” dell’utente-consumatore, per favorire all’interno dei supermercati la nascita e l’affermarsi di aree di “food service”. Ovvero, si tratta di favorire lo sviluppo di piccoli punti di ristoro, come lo possono essere i wine corner adibiti al consumo di drink o di snack spezza-fame. Ma in alcuni casi anche di veri e propri locali dall’offerta che “dura tutto il giorno” in grado di coprire i diversi momenti della giornata nella loro forma diversificata (prima colazione, pranzo, merenda, aperitivo, cena e dopo, magari con anche l’intrattenimento musicale di qualità).

Da questo punto di vista Eataly di Oscar Farinetti è stato pioniere e antesignano di questa direzione. Introducendo da subito, per esempio, chioschi, corner bar e i ristoranti tematici sul prodotto all’interno della sua struttura. E prima ancora, forse, è stata l’Ikea, con il suo ristorante all’interno affermatosi a suon di piatti di “polpette svedesi”, le più che famose Köttbullar, gioia e delizia di grandi e piccini. Obiettivo dichiarato? “Aumentare l’indice di gradimento del cliente, i suoi tempi di permanenza in loco e un coinvolgimento che vada oltre la semplice esperienza del fare la spesa”.

Va proprio in questa direzione l’ultimo ritrovato di Eataly nell’ex Stazione Ostiense di Roma: si chiama “Terra. La griglia di Eataly”, ovvero, un ristorante da cento coperti con un menù completo che va dall’antipasto al dolce e che tra le sue caratteristiche principali vanta una griglia larga 3 metri, fatta a mano, per cotture a carbone naturale, 100% italiano, vergine di Leccio proveniente dalle Serre Vibonesi della Calabria, in grado di conferire profumi e aromi particolari alle pietanze cotte sulla brace, mentre i prodotti arrivano direttamente dal mercato di Eataly, per una filiera cortissima – meno del km 0 – che va direttamente “dal banco alla tavola”.

Così se il concetto e lo slogan attuale della finanza è “fare soldi a mezzo di soldi”, quello della GDO oggi potrebbe ben essere: “Mangiare tra le cose da mangiare”. Una tendenza, perché più che mai la tavola e il suo cibo sono sempre più al centro della nostra vita e delle nostre esperienze di relazione. Non solo sociale.

Va in questa direzione anche il progetto “Panieri”, un format di ristorazione realizzato all’interno del punto vendita della Conad di viale Regina Margherita a Roma, civico 130. Cuore del progetto: dal mercato alla tavola, appunto. Va in questa direzione anche la recente acquisizione da parte di Conad del Gruppo Auchan Retail Italia e di tutti i suoi punti vendita, distribuiti lungo la penisola.

Anche la tecnologia, ovviamente, ha i suoi benefici influssi. Ribaltando completamente i modelli di vendita e acquisto tramite lo sviluppo dell’e-commerce e la totale digitalizzazione dei punti vendita, l’informatica abbinata a internet è una soluzione e un’opportunità che permette di monitorare non solo il cliente in tempo reale, rispondendo immediatamente alle sue richieste, alle sue abitudini e stili di vita, ma anche di rispondere a un fine sociale. Diretto, immediato: la lotta allo spreco alimentare nella GDO. Con soluzioni appropriate e offrendo applicazioni che permettono di scoprire quali sono i negozi più vicini in cui è possibile reperire, a prezzi vantaggiosi, cibi ancora buoni ma vicini alla data di scadenza, come già diverse iniziative propongono. Non ultima il progetto Last Minute Market, nato nel 1998 da uno studio della Facoltà di Agraria di Bologna, sotto la supervisione del professor Andrea Segrè, e al quale aderiscono diverse sigle della GDO.

Due prodotti, la stessa filosofia. Dopo aver presentato il sistema operativo fatto in casa (HarmonyOS), Huawei ha lanciato la sua nuova versione di Android: Emui 10. Non è certo una sorpresa: il gruppo ha ribadito più volte che la collaborazione con Google (di cui Emui è figlio) è l’opzione preferita, tanto che HarmonyOS rivolge per il momento lo sguardo altrove (smart speaker e smartwatch).

Due strade, lo stesso orizzonte

In attesa che il quadro si schiarisca, Huawei procede lungo due tracce parallele. Non si toccano ma sono molto simili, come gli slogan con cui sono stati presentati i due sistemi operativi. Se HarmonyOS doveva rispondere a “un’esperienza intelligente su tutti i dispositivi e in ogni scenario”, la nuova versione di Emui punta a “permettere una ‘smart live’ in ogni scenario”. Praticamente la stessa cosa. Che sia un sistema operativo fatto in casa o derivato di Android, l’obiettivo di Huawei non cambia: si punta a far dialogare con meno attrito possibile più dispositivi. Il gruppo ha sottolineato in una nota che il futuro sarà caratterizzato da dispositivi intelligenti diversi e, di conseguenza, le loro applicazioni sono destinate a intersecarsi, se non a fondersi: “Gli utenti devono avere la stessa esperienza e l’accesso allo stesso servizio con qualsiasi dispositivo, indipendentemente da dove si trovino. Di conseguenza, gli sviluppatori devono affrontare grandi sfide nell’adattamento multi-dispositivo”.

Arriva la modalità “dark”

Oltre ai ritocchi grafici tipici di ogni nuova versione, la funzione che forse fa meglio cogliere questo aspetto riguarda chiamate e videochiamate, che potranno essere effettuate non solo da smartphone ma anche dagli altoparlanti intelligenti. Tra le funzionalità che ambiscono a un maggiore dialogo tra dispositivi c’è il mirroring. In pratica, quello che compare sul display dello smartphone sarà utilizzabile come fosse un pc, tramite collegamento wireless. Arriva, sull’onda della tendenza che la sta portando ovunque, anche la modalità “dark”, cioè scura per le ore notturne e per far riposare gli occhi. In attesa di testare il sistema operativo con mano, Emui 10 promette di essere più veloce rispetto al suo predecessore e di avere un consumo energetico inferiore. La versione beta sarà testata su P30 e P30 Pro dall’8 settembre. I primi smartphone Huawei ad arrivare in commercio con la nuova versione definitiva saranno i nuovi dispositivi della gamma Mate.

Un messaggio a Google (e a Trump)

La presentazione di Emui 10 è stata anche l’occasione per diffondere alcuni numeri: il sistema operativo di Huawei derivato da Android ha 500 milioni di utenti attivi ogni giorno, in 216 Paesi e in 77 lingue. Le statistiche mostrano tassi di aggiornamento del 79% per di Emui 8.0 e dell’84% per Emui 9.0. Gli utenti che aggiorneranno con la versione 10 dovrebbero essere circa 150 milioni. Informazioni come queste non sono un’anomalia. Nel contesto in cui vengono pronunciate, però, potrebbero essere un messaggio. Mezzo miliardo di utenti attivi vuol dire (al netto delle metriche differenti) avere un bella fetta dei 2,5 miliardi di dispositivi su cui gira Android (dato reso pubblico da Google lo scorso maggio). Non è un messaggio ostile, anche perché il nemico non è Mountain View (che dalla rottura con Huawei ci perderebbe). Il gruppo di Shenzhen ha parlato di “atteggiamento cooperativo e aperto”. Due aggettivi che si rivolgono agli sviluppatori, ma vanno dritti negli Stati Uniti.  

Dopo cinque anni di ricerca e sviluppo, la Banca Popolare cinese ha annunciato di essere pronta a lanciare una nuova valuta digitale, basata su tecnologia blockchain. A pochi mesi dalla presentazione della moneta di casa Facebook, Libra, la banca aveva già fatto sapere di aver accelerato i lavori per la realizzazione di una propria criptovaluta, studiata specificamente per essere utilizzata in un “mercato al dettaglio di piccola scala e ad alta frequenza”, come riporta la stampa locale. In particolare, la nuova valuta recepisce le critiche mosse dalla Cina a Libra, che avrebbe voluto sottoposta al controllo di un’autorità monetaria, anche a garanzia contro potenziali rischi di stabilità sul cambio internazionale.

Così la nuova moneta cinese – per la quale non è ancora stata annunciata una data di lancio – sarà erogata sotto la supervisione della banca nazionale del Paese, al contrario di quanto avviene normalmente con le criptovalute dette “decentrate”. “Libra deve essere vista come una moneta straniera e quindi dev’essere sottoposta alle norme cinesi che regolano questo tipo di valute”, ha commentato durante l’evento il responsabile dell’autorità nazionale cinese per le valute estere, Sun Tianqi.

Secondo quanto riporta Bloomberg, per utilizzare la valuta sarà necessario scaricare un’app sul proprio dispositivo, attraverso la quale è possibile convertire gli yuan nella moneta digitale, oltre a fare e ricevere pagamenti. Tuttavia, la Banca del Popolo Cinese potrà monitorare ogni spostamento di denaro.

In un comunicato ufficiale rilasciato a inizio agosto, la banca spiega che “accelererà la ricerca sulla valuta digitale”, monitorandone lo sviluppo sia in Cina che all’estero.

Non c’è dubbio che dopo l’annuncio di Libra, governi, banche e autorità regolatrici di tutto il mondo dovranno accelerare i propri piani e avvicinarsi alle valute digitali – ha spiegato a Bloomberg Dave Chapman, direttore esecutivo del BT Technology Group -. Devono tenere in considerazione la possibilità che valute non governative possano avere drammatici effetti sulla finanza e i pagamenti”.

Resiste la tradizione del picnic con circa 7,1 milioni di italiani che hanno scelto di trascorrere il giorno di Ferragosto all’aria aperta con piatti della tradizione portati da casa o grigliate sul posto. È quanto emerge dall’indagine Coldiretti/Ixè dalla quale si evidenzia che più di due italiani su tre (68%) non restano in casa a Ferragosto e sono in vacanza, hanno raggiunto parenti o amici oppure deciso di fare una semplice gita una gita fuori porta, anche con il classico picnic nel verde, al mare, in riva al lago, in montagna, in campagna, spinti dalle condizioni climatiche favorevoli quasi ovunque.

Solo per poco più di un italiano su dieci (11%) – precisa la Coldiretti – il Ferragosto è un giorno come gli altri perché deve lavorare o ha deciso di non fare nulla di particolare mentre il 21% coglie l’occasione per stare in casa a riposare. A tavola nell’occasione molti in alternativa al picnic, preferiscono mangiare nelle case di vacanza proprie o di parenti e amici ma anche in ristoranti, pizzerie, trattorie o agriturismi. 

La scelta dell’agriturismo

Sono circa 450 mila i vacanzieri che hanno scelto di trascorrere il Ferragosto 2019 in agriturismo all’insegna della buona tavola e del relax all’aria aperta, sulla base delle indicazioni di Campagna Amica. A far scegliere l’agriturismo rispetto alle altre forme di ristorazione è certamente l’opportunità di conciliare la buona tavola con la possibilità di stare all’aria aperta avvalendosi anche delle comodità e dei servizi offerti. Se la cucina e’ una delle ragioni principali per scegliere l’agriturismo, sono sempre più spesso offerti programmi ricreativi come l’equitazione, il tiro con l’arco, il trekking ma non mancano – continua la Coldiretti – attività culturali come la visita di percorsi archeologici o naturalistici.

Il menu di Ferragosto

Dalla caponata di melanzane, tipicamente siciliana, alle frittole di maiale calabresi, dalla pastasciutta al sugo di papera che sono un cavallo di battaglia dell’Umbria agli zitoni di Ferragosto tipica pasta caratteristica della Costiera Amalfitana condita con pomodori freschi e secchi, dal coniglio all’ischitana tipico dell’Isola del golfo di Napoli alle lumache di Belluno, sono solo alcuni dei menu tipici della tradizione che gli italiani riscoprono in questa giornata di festa.

La tradizione del Ferragosto nasce da un’antica festa pagana delle campagne (Feriae Augusti), dedicata alla raccolta dei cereali e ai momenti di prosperita’ dovuti alla loro abbondanza. Un rito che venne istituito nel 18 avanti Cristo in onore dell’Imperatore Augusto. 

I profitti di Dr Martens’ sono aumentato del 7o% in un anno grazie soprattutto alla gamma di prodotti vegani. L’azienda di calzature britannica che produce l’iconico anfibio ha fatto sapere che anche le vendite online stanno andando molto bene e registrano una crescita di due terzi, pari al 16% del totale del fatturato della compagnia.  L’amministratore delegato della società, Kenny Wilson, ha affermato all’Independent, che gli stivali vegani rappresentano il 4% delle vendite del brand e hanno contribuito in modo massiccio a far totalizzare all’azienda gli 85 milioni di sterline di fatturato anno su anno.

Ma che prodotto dobbiamo aspettarci? Uno identico a quello tradizionale in pelle. Dr. Martens sostituisce la pelle con un materiale sintetico – poliuretano  – che l’etichetta chiama “Felix Rub Off”. Secondo la società, questo materiale si comporta “esattamente allo stesso modo” e viene realizzato utilizzando “assolutamente nessun prodotto animale”. Il veganismo – ha precisato il brand –  è “una scelta consapevole con un compromesso”.

Tra i prodotti di maggior successo del marchio ci sono gli stivali originali Dr Martens, i sandali estivi, versioni per bambini e collaborazioni con i Sex Pistols, lo stilista Marc Jacobs e il marchio streetwear Lazy Oaf. E a riprova dell’ottima annata, la casa di calzature fa sapere ddi avere da marzo 2019, 109 dei propri negozi, tra cui due nuove sedi nel Regno Unito e quattro nuovi negozi negli Stati Uniti.

Nonostante abbiano fatto il suo debutto sulla scena rock degli anni ’60, gli anfibi di Dr Martens’ sono in circolazione dagli anni ’40, quando un medico di nome Klaus Maertens ne sviluppò il design. Maertens è stato arruolato nell’esercito tedesco all’età di vent’anni, durante i quali si è rotto il piede sciando. L’ex calzolaio fu spinto a creare uno stivale utilizzando materiali riciclati e rimanenti dopo che lo stivale militare di cui era dotato era troppo scomodo.

Da allora, gli stivali sono stati adottati dalle varie ottoculture, tra cui gli skinhead, i punk e i goth. Oggi, sono un must have nei guardaroba di chi segue la moda e amati da celebrità come Pharrell Williams, la modella Gigi Hadid, la cantante Miley Cyrus e le attrici Emma Watson e Julia Roberts.

Chi ha investito nelle società di Elon Musk deve badare alle prospettive, ai fondamentali finanziari e a quelli delle proprie coronarie. “È un genio, anche se alcune sue uscite possono essere non adeguate”. Marco Valta sa cosa vuol dire perché ha puntato su Space X. Come ha fatto anche con Lime, AirBnB, la fintech Revolut, Snap prima che si quotasse.

Da BravoAvia ad AirBnB

Laureato in economia e commercio, un master a Berkeley, Valta è partito da imprenditore, fondando BravoAvia e vendendola a Bravofly. Poi è passato agli investimenti, puntando su circa 80 società e realizzato 17 exit negli ultimi sei anni. Ha creato un portafoglio fatto di early stage (cioè di investimenti su startup ai primissimi passi) e round più maturi. I primi sono più rischiosi, ma hanno ritorni potenzialmente molto maggiori. “Serve più intuito”. I secondi tendono ad avere rischio minore, ma richiedono una “quota d’ingresso” più onerosa, come quella sborsata per entrare in AirBnB quattro anni fa. In entrambi i casi, “sono fondamentali il network e il passaparola”.

Space X: investire su Elon Musk

Il miliardario americano, specie quando si è parlato di Tesla, ha regalato agli investitori gioie e sudori freddi. È stato più cauto, fino a ora, su Space X: “Se si guardano i pro e i contro di una società di Musk – spiega Valta – credo lui possa essere inserito in entrambi. È l’imprenditore più geniale del nostro tempo ma implica anche degli inconvenienti”. Non solo per le sue uscite social poco ortodosse o per le promesse che sparano in alto. Un investitore, spiega Valta, deve chiedersi: “E se succedesse qualcosa a Musk?”.

In società così legate alla figura di chi le guida, “perdere la sua vision potrebbe essere un fattore di rischio”. Meglio, allora, scavare e andare oltre Musk. “Ho puntato su Space X perché credo nel progetto. Ho avuto modo di conoscere ex founder di Paypal e altri investitori che stavano scommettendo sulla società e mi hanno fatto appassionare. I manager stanno costruendo un’azienda che si basi su diversi canali di revenue (dall’esplorazione spaziale ai satelliti) e si autosostenga”.

Lime e il futuro dei monopattini

Tra le scommesse di Valta in corso c’è quella in Lime, una delle società – assieme a Bird – che ha smosso il mercato dei monopattini elettrici in condivisione. Da Uber a Lyft fino a Ford: sono molte le società accorse per intercettare la spinta di quelli che in Usa chiamano “scooter”. Settore ad alto potenziale o bolla? “Credo che ci sarà una regolamentazione, perché i monopattini non possono essere lasciati ovunque. Dal punto di vista del business, mi spaventa il fatto che non c’è bisogno di grossi asset. Chiunque oggi raccolga capitale può lanciare una flotta con il suo software e arrivare sulle strade. Diventerà un gioco di acquisizioni. Reggerà chi si muoverà in modo più veloce, mentre chi non raccoglierà capitale sparirà”.

Da Snapchat ai nuovi social privati

Un altro investimento, più maturo, di Valta è stato quello in Snap, la società che ha portato in borsa Snapchat. Arrivata a Wall Street con promesse esorbitanti, dopo un’Ipo trionfale è colata a picco, un po’ per l’incapacità di generare profitti e un po’ perché Instagram e Facebook hanno importato la sua principale innovazione: i messaggi a scomparsa, le Storie. Valta ha evitato il tracollo post-Ipo perché ha venduto prima. “Da investitore il rischio del mercato non rientra nelle nostre competenze. Quando una società si quota o viene acquisita, creiamo liquidità”. Snap, quindi, è stato un affare: “Abbiamo realizzato un ottimo ritorno”.

Oggi il mercato è tornato a scommettere sul social guidato da Evan Spiegel, non si sa se più attratto da un conto economico non più così rosso o ingolosito dal prezzo di saldo. Snapchat è stato schiacciato da Zuckerberg, ma Valta è convinto che “ci sarà altro che farà diventare vecchio anche Instagram. Se me lo avessero chiesto quattro o cinque anni fa non avrei rinunciato a Facebook, oggi credo che potrei farlo. Zuckerberg ha detto che i social saranno sempre più ‘privati’. E questo vuol dire meno condivisione. È ancora presto per dire se diventeranno dei trend, ma negli Usa ci sono app che vogliono creare delle piccole community, costituite dai propri familiari o da un gruppo di amici”.

La presenza di un attore dominante, come Facebook nei social, non sarebbe un limite per un investitore. Tutt’altro. In un panorama in cui poche grandi società si espandono fino a includere settori lontani da quello originario (basti pensare ad Amazon con il food delivery o AirBnB con i viaggi), ci sono “grandi opportunità, perché – sottolinea Valta – se crei un servizio fatto bene e specifico che possa essere integrato, per le grandi società è meno costoso comprarlo che svilupparlo internamente. Anche perché non si acquisisce solo il servizio, ma anche le competenze, il team e gli utenti”.  

Investire è (anche) questione d’età

Metà del portafoglio di Valta è investito negli Stati Uniti e circa un terzo in Europa. Due universi che restano distanti: “In Silicon Valley c’è una propensione al rischio diversa. Il mercato statunitense è gigantesco, con una sola lingua e un marketing unico fatto per cinquanta Stati. Trovi fondi e startup che ti propongono moltissimi servizi, ci sono distretti dove trovi le professionalità capaci di farle crescere. La controparte è nei costi e nella maggiore concorrenza. Dal punto di vista delle competenze, ad esempio, l’Italia è uno dei mercati più interessanti”.

La distanza non è solo questione di risorse: “Spesso si vedono idee anche molto buone che però devono scontrarsi con la dimensione del mercato. Se è destinato solo all’Italia, quanto potrà crescere? Questo limita tantissimo gli investimenti”. Nel nostro Paese, poi, si aggiunge un altro fattore: “Credo ci sia una grossa differenza generazionale”, afferma Valta, che è un under 40. “Chi oggi ha le mani sul capitale appartiene a una generazione che, nella maggior parte dei casi, non ha propensione sufficiente a investire nel digitale. Se poi non lo fa in maniera professionale, c’è il rischio di essere attratti da chi fa un pitch migliore anche se sotto non c’è sostanza. È vero che il digital ti permette di scalare più velocemente, ma bisogna pur sempre creare un’azienda”.

Le nuove tendenze

La sfida di un investitore, come sempre, è quella di intercettare le tendenze prima che si consolidino. Quali sono quelle all’orizzonte? “Computer vision e realtà aumentata saranno un grosso trend”, afferma Valta. “Oggi se guardiamo le applicazioni di mappe, vengono fatte in 2D. Siamo ancora dei punti sulla cartina. Ci sarà una grossa innovazione con l’utilizzo della fotocamera che permetterà di collocarti in un luogo con la realtà aumentata in 3D. Oppure potrò fotografare delle scarpe e vedere subito il link per comprarle. L’altro grande trend è tutto quello che è analisi dei dati. È fondamentale per ogni azienda. Sapere cosa vuole un consumatore e cosa posso offrirgli permette di canalizzare tutto in modo vincente”.

“Il dibattito di queste ore sulla creazione o meno di un nuovo governo dà per scontato che la situazione economica si possa gestire e che la manovra che si sta avvicinando non sarà lacrime e sangue. Ma né la prima, né la seconda cosa sono scontate: l’Italia è oggi il paese più fragile dell’Ue e un esecutivo ‘salviniano’ aggraverebbe molto la situazione; proprio l’arrivo di Salvini al governo produrrebbe poi una manovra lacrime e sangue”.

Lo dice in una intervista a La Repubblica l’ex ministro dell’Economia dei governi Renzi e Gentiloni, Pier Carlo Padoan. Salvini, avverte, “che sia sincero o no, con la sua irresponsabilità premeditata sta promettendo cose insostenibili. Stiamo tornando al quadro politico ed economico di qualche mese fa quando lo spread sfiorò i 350 punti”.

Disse la Cassandra: i tablet scompariranno nel giro di pochi anni. L’estinzione sarebbe stata provocata da smartphone sempre più grandi e dal successo dei 2-in-1 (un po’ laptop e un po’ display da passeggio). È vero: l’età dell’oro dei tablet è passata. Secondo l’analisi di Idc, le vendite del secondo trimestre 2019 hanno registrato un calo del 5%. Male, ma non certo abbastanza da iniziare a recitare il de profundis. Mettiamola così: se si scommettesse un euro sulla ripresa del mercato, probabilmente sarebbe un euro perso. Ma un euro lo avrebbe perso anche chi, qualche anno fa, avesse puntato sulla rapida scomparsa dei tablet. Sono in declino, ma lento. E si stanno trasformando da dispositivi casalinghi a professionali, in un mercato che ha un chiaro vincitore: Apple. 

Il mercato cala ma non precipita

Tra aprile e giugno, sono stati venditi 32,2 milioni di tablet in tutto il mondo. Il calo del 5% anno su anno non fa certo stappare lo spumante, ma non è poi così nero. Idc parla di “declino modesto”, anche se segue il fragoroso tonfo dello scorso anno (-13,5%). Tra gennaio e marzo 2019 la flessione era stata del 5%. In altre parole: il marcato dei tablet sta rallentando a velocità costante, ma non sta sprofondando nonostante un periodo poco brillante per le vendite di hardware. Per fare un confronto: nel primo trimestre 2019, le vendite di smartphone sono calate del 6,6% (cioè più dei tablet) e nel secondo continuano a segnare rosso (-2,3%). Certo, i picchi sono lontani.

La cancelliera tedesca Angela Merkel (JOHN MACDOUGALL / AFP)

Nel secondo trimestre 2013, i tablet venduti erano stati 44,4 milioni e l’anno successivo 48 milioni. Da lì è iniziato il declino. Il mercato non ha più avuto sussulti. Ma non si è neppure comportato come una slavina che accelera fino a valle: -8,1% nel secondo trimestre 2015, -10,8% nel 2016, -2,8% nel 2017, prima del tondo dello scorso anno. A guardare da questa prospettiva, lo scenario del 2019 non sembra più così cupo. E non dovrebbe diventarlo per almeno cinque anni.

Tra il 2019 e il 2023, il calo medio – afferma un’altra analisi di Idc – sarà del 3,5%. Nonostante la domanda tenderà a indebolirsi, “permangono punti positivi sul mercato poiché prevediamo una crescita dei segmenti commerciali”. Potrebbe quindi esserci “un rimbalzo dei tablet nelle aziende”. Saranno quindi strumenti professionali, evoluti, più costosi, abbinati ad accessori come pennini e tastiere. Meno casa e più lavoro, in un mondo da nomade digitale in cui il proprio ufficio non è solo l’ufficio. 

Apple pigliatutto

Chi ha già intrapreso questa strada avanza. Gli altri arretrano. Nel secondo trimestre 2019, Apple è il leader di mercato: ha venduto 12,3 milioni di unità, il 6,1% in più rispetto allo scorso anno. Vuol dire che il 38% dei tablet acquistati tra aprile e giugno è stato un iPad. Merito soprattutto del nuovo Air, svelato alla fine di marzo. Un indizio sulla buona stagione dei tablet Apple era già arrivato nella trimestrale di Cupertino.

Il gruppo guidato da Tim Cook non rivela le unità vendute ma solo il fatturato generato: 5 miliardi di dollari, l’8,4% in più rispetto allo stesso periodo del 2018. Se si allarga lo sguardo ai primi nove mesi dell’anno fiscale della Mela (dallo scorso ottobre a fine giugno) il progresso supera il 15%. Insomma: l’iPad è in salute, tanto da aver probabilmente contribuito alla scelta di Google, che ha annunciato di voler mollare i tablet. Non ci sarà un nuovo Pixel Slate: a Mountain View ne hanno interrotto lo sviluppo. Google esce quindi da un mercato in cui si era tuffata nel 2015, con l’ambizione di rosicchiare quota di mercato nei tablet di gamma alta. Obiettivo mancato. Meglio allora concentrarsi altrove, come sui portatili Pixelbook, sugli smart speaker e sugli smartphone.

Promossi e bocciati

Promosso Amazon: è il quarto produttore e ha registrato una crescita del 46,3%. La nuova gamma funziona. E non dovrebbe perdere slancio nel trimestre in corso, che ha ricevuto la spinta del Prima Day, la giornata di sconti che quest’anno è stata il 16 luglio. Rimandata Samsung. Il gruppo è il secondo produttore e ha ampliato la propria quota di mercato (al 15,2%), ma solo perché le sue vendite hanno rallentato (-3,1%) meno del mercato.

Le prospettive? Incerte. Anche se i tablet Samsung – senza Google – rappresentano gli ultimi top di gamma Android, il grosso delle vendite arriva ancora dai dispositivi di fascia bassa. Che – stando alle indicazioni di Idc – sono i più esposti all’erosione della domanda. Nebuloso è anche l’avvenire di Huawei. Il gruppo cinese è riuscito a mantenere intatta la propria quota di mercato (10,3%), “nonostante i venti politici contrari”, afferma Idc. Ma le vendite sono calate del 6,5% e, con “le crescenti tensioni tra gli Stati Uniti e la Cina, il futuro di Huawei nel mercato dei tablet rimane incerto”. Chiude la cinquina dei leader Lenovo, con una quota di mercato (stabile) del 5,8%. Ha sofferto un calo del 6,9% ma è cresciuta nei mercati più maturi (e ricchi): Stati Uniti, Europa occidentale e Giappone.

Un futuro per pochi

La classifica dei sommersi e dei salvati va scorsa fino all’ultima riga, dove c’è un dato che indica la direzione del mercato. I produttori definiti come “altri” (cioè tutti esclusi Amazon, Samsung, Huawei, Amazon e Lenovo) hanno venduto appena 7,5 milioni di tablet, cioè meno di un dispositivo su quattro. Messi insieme non si avvicinano neppure alle vendite dei soli iPad. E valgono meno della somma di Huawei e Samsung. Ma quello che più colpisce è l’intensità con cui “gli altri” calano. Crollano. Rispetto allo scorso anno, è evaporato un quarto delle vendite. Significa che il mercato dei tablet è sempre più concentrato. E visto che continuerà a contrarsi, non attirerà nuovi produttori (al più, c’è qualcuno che scappa, come Google). I tablet hanno ancora un futuro, ma sarà per pochi.

Sono i cittadini lombardi a versare più tasse al fisco. Nel 2017 (ultimo anno in cui i dati sono disponibili), ogni residente di questa regione ha pagato mediamente 12.297 euro tra tasse, imposte e tributi. Seguono i valdostani con 11.480, gli abitanti del Trentino Alto Adige con 11.297 e gli emiliano-romagnoli con 11.252 euro. La Calabria, invece, è l’area dove il “peso” del fisco è più contenuto: ogni residente di questo territorio ha pagato all’erario mediamente 5.516 euro. Il dato medio nazionale e’ pari a 9.168 euro.

Questo risultato – segnala l’Ufficio studi della Cgia che ha realizzato questa elaborazione – non ci deve sorprendere. Come recita l’articolo 53 della Costituzione, il nostro sistema tributario è basato sul criterio della progressività. Pertanto, nei territori dove i livelli di reddito sono maggiori, grazie a condizioni economiche e sociali migliori, anche il gettito tributario presenta dimensioni più elevate che altrove.