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AGI – Opzione donna, cuneo fiscale, indicizzazione delle pensioni più alte, congedo da estendere anche ai papà: sono questi i punti che possono essere modificati nella legge di bilancio elencati dal premier Giorgia Meloni sia nel vertice di maggioranza che nell’incontro con i sindacati che si sono tenuti mercoledì.

Ma gli incontri hanno visto i sindacati spaccati: critico il giudizio sulla manovra della Cgil dopo il nuovo incontro con il governo. “Abbiamo confermato il nostro giudizio negativo sulla manovra, e’ necessario proseguire la mobilitazione che abbiamo messo in campo e richiede delle modifiche profonde”, spiega il segretario Maurizio Landini. Mentre la Uil, per voce del segretario generale Pierpaolo Bombardieri, sostiene: “Durante l’incontro e’ stata data disponibilita’ ad aprire una serie di tavoli di confronto, ma come si direbbe con una battuta: con i tavoli non si pagano le bollette e non si mangia”.

La Cisl, invece, segue una linea di maggiore apertura. Uno sciopero contro la manovra “è legittimo ma in questa fase secondo noi è sbagliato perche scarica sacrifici sui lavoratori e trasferisce tensioni su aziende già in difficoltà che non hanno alcuna responsabilità”, ha affermato Luigi Sbarra, segretario Cisl, intervenuto a ‘Radio anch’io’ su Radio 1 Rai. “Stiamo trattando con il governo – ha spiegato – non c’è uno scontro con le aziende. Bisogna affidarsi attraverso il dialogo e il confronto a una azione di responsabilità per cambiare e migliorare la legge di bilancio”.

L’incontro con la premier Giorgia Meloni è stato positivo. Abbiamo ribadito la nostra valutazione sulla manovra e chiesto di migliorarla”, ha detto Sbarra in una intervista a ‘Il Corriere della serà, nel corso della quale ha offerto un giudizio articolato sulla legge di Bilancio. “Apprezziamo che i due terzi della manovra siano rivolti a dare continuità e a consolidare i sostegni a lavoratori, pensionati, famiglie e imprese colpiti dal caro energia e dall’inflazione”, ha sottolineato il leader della Cisl, che ha anche definito “positive alcune misure che recepiscono nostre proposte.

Per esempio, l’innalzamento a 15mila euro dell’Isee per allargare la platea di famiglie che beneficiano del bonus sociale sulle bollette”.

Giudichiamo importante il taglio del cuneo“, ha proseguito, “anche se lo sconto di tre punti va esteso alle retribuzioni fino a 35mila euro. Bene l’esonero contributivo per stabilizzazioni e assunzioni di giovani e donne fino a 36 anni, ma bisognerebbe alzare il tetto della decontribuzione oltre 6mila euro. Anche aver rafforzato l’assegno per il potenziamento del congedo parentale, misura che pero’ va estesa ai padri. Riteniamo importante il fondo per sostenere gli acquisti delle fasce deboli, come pure aver disinnescato lo scalone sull’età pensionabile, a patto pero’ che il governo avvii il confronto sulla riforma complessiva della previdenza. Infine, abbiamo chiesto di azzerare la tassazione sui premi aziendali e di estenderla ai lavoratori pubblici”.

Per la Cisl, ha rilevato Sbarra, le priorità sono quelle di “ristabilire la piena indicizzazione delle pensioni tra 4 e 7 volte il minimo, perchè il taglio deciso dal governo colpisce in questo caso non pensioni d’oro ma assegni da 1.600-1.700 euro al mese”. Inoltre, ha osservato, “non ci convince la stretta su opzione donna: bisogna prorogare gli attuali requisiti. Sul fronte lavoro, sono dannose le misure che estendono l’uso dei voucher, perchè destrutturano il sistema contrattuale. Sul fisco, bisogna rafforzare la tracciabilità dei pagamenti e stringere le maglie contro l’evasione.

Infine, abbiamo chiesto più risorse per sanità, scuola, servizi sociali, non autosufficienza e per il rinnovo dei contratti“. Insomma, ha detto ancora Sbarra, “ci sono chiari e scuri. è nel dialogo che possiamo e dobbiamo migliorare la manovra”.

E in questo senso, ha aggiunto, “la presidente Meloni si è impegnata a un supplemento di valutazione sulle nostre proposte. Inoltre verranno aperti tavoli di confronto su pensioni, pubblica amministrazione, sicurezza sul lavoro, politiche industriali. Chiaro che giudicheremo dai frutti. I margini di redistribuzione ci sono: è quello che deve fare il governo. Nostro dovere è segnalare i profili di iniquità. E tra questi c’è l’indicizzazione delle pensioni”.

Sbarra ha poi ricordato che dopo aver avviato una fase di assemblee nei luoghi di lavoro e nei territori, il 15 dicembre la Cisl svolgerà l’assemblea nazionale dei delegati e dei pensionati a Roma per incalzare il governo e la politica. “Il sindacato non è diviso ma plurale”, ha concluso, “ci sono differenti giudizi sulla manovra, come l’anno scorso, ma questo non toglie che ci sia un comune sentire su grandi traguardi strategici. In questa fase, noi pensiamo che lo sciopero generale sia un errore, rischia di scaricare sacrifici economici sulle spalle dei lavoratori in una fase di grande difficoltà e di trasferire tensioni nei luoghi di lavoro”. 

AGI – “Dopo l’approvazione, lo scorso agosto, dei nuovi impegni con la Commissione europea, si è conclusa con successo, in ottobre, l’operazione di aumento di capitale e si è dato avvio all’esecuzione del nuovo piano di ristrutturazione. Confermiamo il nostro impegno a gestire in maniera ordinata l’uscita dello Stato dalla Banca preservandone il valore e il ruolo di sostegno ai territori e alle imprese”. Lo ha detto il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, nella sua audizione sulle linee programmatiche alle Commissioni Finanza congiunte di Camera e Senato, parlando del Monte dei Paschi di Siena

“Aggregare le banche per sostenerne lo sviluppo”

“L’attuale situazione congiunturale e geopolitica aumenta le pressioni in particolare su quegli intermediari, per la maggior parte di piccole dimensioni e con un’operatività tradizionale, che continuano a presentare debolezze strutturali, legate sia a fragilità del governo societario e dei controlli interni, ma anche alla ridotta capacità di accedere ai mercati dei capitali, di innovare e di sfruttare economie di scala e di diversificazione”, ha osservato ancora il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, a proposito dello stato del mercato del credito.

“È importante quindi che continui l’opera di rafforzamento – ha proseguito – che ha interessato il comparto bancario, rivedendo i modelli di attività, irrobustendo il sistema di governance, sfruttando le opportunità per la creazione di nuove partnership commerciali, costituendo consorzi e, ove possibile, procedendo ad ulteriori operazioni di aggregazione al fine di sostenere la redditività e lo sviluppo delle banche”.

Secondo Giorgetti: “Solo la costituzione di banche – grandi o piccole che siano – sufficientemente robuste, sotto il profilo economico-finanziario, patrimoniale e regolamentare, garantirà che sia mantenuta viva la capacita’ competitiva del settore bancario italiano, permetterà di intercettare e rispondere ai bisogni delle comunità di riferimento, assicurerà l’allocazione efficiente del risparmio e consentirà, in ultima, di raccogliere appieno la sfida posta della citata twin transition”. 

AGI – Lunedì 5 dicembre scatta ufficialmente l’embargo europeo al petrolio russo ma Mosca, da quanto sembra, si è già attrezzata per aggirarlo. Il motto sembra quello molto in voga in Italia: fatta la legge, trovato l’inganno. La Russia starebbe già studiando sistemi per aggirare il blocco attraverso ‘navi fantasma’ che disconnettono i sistemi di localizzazione e registrano le petroliere in paradisi fiscali dove vengono offerte bandiere di copertura. Altro escamotage, scrive il Wall Street Journal, è il trasbordo del greggio in navi più grandi mischiandolo con un olio dalle caratteristiche simili. La legge prevede infatti che per essere considerato russo, il petrolio deve provenire almeno per il 51% da aziende del paese.

Secondo l’International Energy Forum l’embargo porterà ad avere almeno 3 milioni di barili in meno ogni giorno per i Paesi dell’Unione europea che unito ai tagli Opec (2 milioni di barili decisi a ottobre), se la situazione in Cina si stabilizzerà, potrebbe portare a una nuova impennata delle quotazioni con pesanti ricadute per l’inflazione. L’embargo europeo infatti si aggiunge a quello deciso a primavera da Usa, Canada, Gran Bretagna e Australia.

Nell’ultimo mese, il prezzo del greggio russo (il cosiddetto Ural) è sceso a 69 dollari, in calo del 10%. La decisione, spiegano gli analisti, potrebbe avere una tendenza rialzista sulle quotazioni del greggio a livello globale. Lunedì insieme all’embargo scatterà anche il price cap per quello trasportato via nave (60 dollari al barile) e consentirà agli operatori europei di trasportare (e assicurare) il petrolio russo verso Paesi terzi solo quando questo ha un prezzo inferiore al tetto stabilito. “Il limite di prezzo è stato pensato per ridurre ulteriormente le entrate della Russia, mantenendo stabili i mercati energetici globali attraverso l’approvvigionamento continuo.

Contribuirà quindi anche ad affrontare l’inflazione e a mantenere stabili i costi energetici in un momento in cui i costi elevati – in particolare i prezzi elevati del carburante – sono una grande preoccupazione nell’Unione europea e in tutto il mondo”, spiega la Commissione europea. Come detto, il price cap sul greggio entrerà in vigore dal 5 dicembre mentre il 5 febbraio 2023 si estenderà ai prodotti petroliferi raffinati (con un prezzo ancora da definire).

Secondo molti broker tuttavia Mosca si sta attrezzando per aggirare l’ostacolo mettendo in piedi una flotta di 100 vecchie petrolioere per aggirare le restrizioni occidentali. I trader affermano che la flotta ombra ridurrà l’impatto di tali misure, ma non riuscirà a eliminarlo completamente. Le misure punitive di Ue e G7 taglieranno fuori Mosca da gran parte della flotta globale di petroliere, spiega il Financial Times, perchè agli assicuratori come i Lloyd’s di Londra sarà impedito di coprire le navi che trasportano greggio russo, qualunque sia la loro destinazione, a meno che non venga venduto al di sotto del prezzo massimo. La Russia ha risposto che non tratterà con nessun paese che impone il tetto.

L’Europa senza petrolio russo

“Da quest’anno l’Europa vivrà senza petrolio russo. Mosca ha già chiarito che non fornirà petrolio a quei Paesi che sostengono il tetto ai prezzi, misura contraria al mercato. Aspettate e vedrete che molto presto l’Ue accuserà la Russia di usare il petrolio come arma”, ha avvertito Mikhail Ulyanov, rappresentante permanente della Russia presso le organizzazioni internazionali a Vienna. I trader dicono che l’oro nero sarà diretto verso altri mercati, ovvero India, Cina e Turchia che sono diventati da marzo i suoi maggiori clienti.

Gli acquisti anonimi di navi cisterna sono monitorati attraverso i registri. Le navi hanno generalmente 12-15 anni e dovrebbero essere demolite nei prossimi anni, ha affermato Anoop Singh, capo della ricerca sulle petroliere di Braemar. “Questi sono acquirenti con cui noi, pur essendo broker di lunga data, non abbiamo familiarità”, ha ammesso Singh. “Ma riteniamo che la maggior parte di queste navi sia destinata alla Russia”.

Nel 2022, si sospetta che gli operatori legati alla Russia abbiano acquistato ben 29 superpetroliere – note come VLCC, navi di greggio giganti – ciascuna in grado di trasportare più di 2 milioni di barili, ha dichiarato Braemar all’Agenzia internazionale per l’energia il mese scorso in un convegno. Sembra inoltre che Mosca abbia acquistato 31 Suezmax in grado di trasportare circa 1 milione di barili ciascuna e 49 petroliere Aframax che possono trasportare ciascuna circa 700.000 barili, ha aggiunto l’analista. Andrei Kostin, capo della banca statale russa VTB, lo scorso ottobre sembrava confermare il ‘sospetto’ spiegando che il paese avrebbe dovuto spendere “almeno 16,2 miliardi di dollari” per “l’espansione della flotta di navi cisterna“. Mentre il vice primo ministro russo Alexander Novak a marzo spiegava che il paese avrebbe costruito le proprie “catene di approvvigionamento” nel greggio. 

“Il numero di navi di cui la Russia avrà bisogno per spostare tutto il suo petrolio fa venire l’acquolina in bocca”, ha affermato Craig Kennedy, un esperto di petrolio russo del Davis Center di Harvard che sta monitorando il fenomeno. “Negli ultimi mesi abbiamo assistito a numerose vendite ad acquirenti anonimi e, poche settimane dopo la vendita, molte di queste navi cisterna si sono presentate in Russia per caricare il loro primo carico di greggio”, ha detto al FT.

Il problema delle petroliere

La Russia dovrebbe ancora affrontare una mancanza di petroliere e avere difficoltà nei primi mesi del 2023 per mantenere i suoi livelli di esportazione, il che aumenterebbe i prezzi, affermano gli analisti. Il deficit potrebbe aumentare quando il divieto dell’Ue si estenderà anche ai combustibili raffinati russi a febbraio, ha affermato Kennedy.

La Russia avrà bisogno di accedere a un numero ancora maggiore di petroliere rispetto al solito perchè la durata di ogni viaggio sarà maggiore e il petrolio che in precedenza veniva venduto in Europa sarà inviato a nuovi acquirenti in Asia. Braemar prevede che il deficit russo sarà compreso tra 700.000 e 1,5 milioni di barili al giorno.

Rystad stima che la Russia sarà a corto di 60-70 navi cisterna e prevede che le esportazioni via mare diminuiranno di circa 200.000 barili al giorno. Alla fine i volumi totali russi persi sul mercato potrebbero raggiungere i 600.000 barili al giorno se Mosca dovesse vendicarsi tagliando le forniture via oleodotto verso l’Europa – che non sono soggette a sanzioni – prima di avere abbastanza petroliere per dirottarli, ha detto Rystad. “La Russia ha bisogno di più di 240 petroliere per mantenere il flusso delle sue attuali esportazioni”, ha tagliato corto Viktor Kurilov, analista di Rystad.

“Puoi escogitare ogni sorta di furbizia, ma c’è troppo petrolio da spostare: i russi faranno sempre fatica per mantenere intatte le proprie esportazioni, senza limite di prezzo”, ha chiosato Kennedy. 

AGI – È entrato in vigore l’embargo Ue alle importazioni (via mare) di petrolio russo e il price cap concordato tra Ue, G7 e Australia, nel tentativo dell’Occidente di limitare la capacità di Mosca di finanziare la guerra in Ucraina. Il nuovo limite al prezzo del petrolio russo è fissato a 60 dollari al barile. L’accordo consente di spedire il petrolio russo a Paesi terzi utilizzando navi cisterna del G7 e dell’Ue, solo se il carico viene acquistato a un prezzo pari o inferiore al limite massimo. La Russia ha già detto che non rispetterà la misura anche se dovrà tagliare la produzione.

Gli Stati del G7 e l’Australia hanno concordato un tetto massimo di 60 dollari al barile per il prezzo del greggio russo trasportato via mare, dopo che i membri dell’Unione europea hanno superato la resistenza della Polonia. “Stiamo lavorando su meccanismi che vietino l’uso dello strumento del price cap, a prescindere dal livello fissato,
perché tale interferenza potrebbe destabilizzare ulteriormente il mercato – ha detto il vice primo ministro russo Alexander Novak – Venderemo petrolio e prodotti petroliferi solo a quei Paesi che lavoreranno con noi alle condizioni di mercato, anche se dovessimo ridurre un po’ la produzione”.

L’accordo del G7 consente di inviare il petrolio russo a Paesi terzi utilizzando petroliere del G7 e dell’Ue, compagnie assicurative e istituti di credito, solo se il carico viene acquistato a un prezzo pari o inferiore al tetto di 60 dollari. 

Borse asiatiche positive, corre Hong Kong

Borse asiatiche in forte rialzo grazie alle attese di un ammorbidimento delle forti restrizioni sanitari in Cina. Altre città cinesi, tra cui Shanghai, una settimana dopo le storiche proteste, hanno annunciato un allentamento delle restrizioni mentre Pechino cerca di rendere più mirata e meno rigida la sua politica sanitaria.

A Tokyo l’indice Nikkei ha chiuso in rialzo dello 0,15% a 27.820,40 punti. L’indice composito di Shanghai ha terminato la seduta con un progresso dell’1,8% a 3.211,81 punti mentre quello di Shenzhen segna un rialzo dello 0,88%, a quota 2.062,63. Vola Hong Kong con l’indice Hang Seng che balza di oltre il 4,4% a 19.511 punti.

Come hanno aperto i mercati

Borse europee: i listini del vecchio continente aprono deboli e poco mossi nell’avvio di una settimana che si prospetta interlocutoria, in attesa delle riunioni di Fed a Bce di metà dicembre. Nei primi scambi, a Francoforte il Dax cede lo 0,21% a 14.449,45 punti, a Londra l’Ftse 100 segna +0,03% a 7.558,55 punti, a Parigi il Cac 40 si attesta a +0,01% a 6.742,63 punti e a Madrid l’Ibex-35 cala dello 0,10% a 8.374,63 punti. A Piazza Affari l’Ftse Mib cala delo 0,20%.

Petrolio: i future del Wti guadagnano lo 0,59% a 80,46 dollari al barile mentre quelli del Brent salgono dello 0,51% a 86 dollari al barile.

Gas: Prezzo in rialzo in avvio di contrattazioni in Europa, poiché le temperature sono destinate a scendere con l’arrivo dell’inverno, riducendo le scorte. Al Ttf di Amsterdam, hub di riferimento europeo, i contratti sono scambiati a 146,5 euro al megawattora, in rialzo dell’8,05%.

Cambi: Dollaro debole in avvio dopo una settimana difficile, mentre lo yuan vola ai massimi da metà settembre sulla scia dei segnali di allentamento delle rigide misure anti Covid in Cina. L’euro apre in rialzo sul biglietto verde a quota 1,0569 dollari e avanza nei confronti dello yen a 142,39. Il dollaro è scivolato sotto i 7 yuan negli scambi offshore, mentre lo yuan onshore ha fatto un balzo dell’1,4% circa fino a 6,9507, il valore piu’ alto dal 13 settembre. Dollaro/yen a 134,69. 

AGI – Nella riunione di oggi l’Opec+ dovrebbe confermare i livelli di produzione del greggio. La decisione ‘conservativa’ verrà presa a causa della forte incertezza che c’è sul mercato condizionato dalla guerra della Russia all’Ucraina, dai timori di una recessione globale, dall’incrtezza proveniente dalla Cina a causa della politica ‘zero Covid’, dal tetto al petrolio russo del G7 e dall’embargo europeo che scatterà lunedì.

Il 6 ottobre scorso il gruppo di paesi con a capo Arabia Saudita e Russia hanno deciso di tagliare l’offerta di 2 milioni di barili al giorno, circa il 2% della domanda mondiale, da novembre fino alla fine del 2023. La decisione non è piaciuta agli Stati Uniti che hnno accusato, in particolare, l’Arabia Saudita di schierarsi con la Russia nonostante l’invasione dell’Ucraina decisa da Putin.

L’Opec+ si è difesa negando qualsiasi motivazione ‘politica’ e sostenendo che la decisione sia stata presa per le prospettive di un rallentamento economico e per i prezzi in calo a causa della frenata dell’economia cinese e dell’aumento dei tassi di interesse nelle grandi economie occidentali.

Venerdì il G7, l’Ue e l’Australia hanno definito il tetto al prezzo del greggio russo trasportato via mare a 60 dollari al barile per privare Putin delle risorse necessarie per finanziare la guerra e, allo stesso tempo, permettere al greggio russo di fluire verso i mercati globali impedendo così nuove fiammate al rialzo dei prezzi.

Mosca ha risposto che non venderà il suo petrolio ‘a sconto’ e che studierà le contromosse. Per molti analisti e ministri dell’Opec le norme che regolano il tetto al prezzo sono confuse e probabilmente non efficaci visto che Mosca sta vendendo la maggior parte del suo greggio a paesi come Cina e India che non hanno condannato l’invasione dell’Ucraina.

Ieri c’è stata una riunione Opec senza gli altri 10 membri con cui formano l’organizzazione allargata (Russia Messico, Kazakistan, Azerbaijan, Bahrein, Brunei, Malesia, Oman, Sudan e Sudan del Sud) per discutere di questioni amministrative.

Il cartello non ha discusso del price cap russo. Nei giorni scorsi, invece, era circolata la voce che l’Opec+ non aveva completamente accantonato l’ipotesi di un nuovo taglio a causa dei timori sulla domanda. I rumors hanno provocato un forte rialzo delle quotazioni con il Wti balzato questa settimana di quasi il 5%.

La necessità di un ulteriore taglio tuttavia non circola solo tra i produttori: per molti analisti infatti per mantenere le quotazioni stabili sarebbe necessario ridurre l’offerta in caso contrario potrebbe verificarsi un crollo.

Tuttavia il fatto che la riunione sarà condotta in modalità virtuale sta a indicare, sostengono molti osservatori, che non saranno prese grandi decisioni. Si comincia alle 12 con la riunione del Comitato consultivo congiunto ministeriale di monitoraggio (JMMC) e a seguire la conferenza ministeriale.

AGI – La spesa media pro capite per i regali di Natale ammonterà a 157 euro. È la stima dell’ufficio Studi di Confcommercio, secondo cui il dato è in calo rispetto allo scorso anno (169 euro di spesa media reale e 158 in euro correnti) ed è il più basso da oltre un decennio.

La spesa aggregata per i regali di Natale (a prezzi 2022) era nel 2009 di 14,4 miliardi, scesa poi a 9,6 miliardi nel 2019, a 7,9 nel 2020 e 7,4 nel 2021. Ma secondo il direttore dell’ufficio studi di Confcommercio, Mariano Bella, “non ci sono segnali di particolare preoccupazione: ci aspettiamo sorprese positive in un contesto difficile, a meno che non ci sia un crollo della fiducia”. 

La propensione a fare regali – secondo una ricerca Confcommercio – è decrescente dal 2015, e quest’anno si attesta al 41,7% contro il 41,1% del 2021 e il 43,8 del 2020. “È importante che il fenomeno della decrescita si sia arrestato – osserva il direttore dell’ufficio studi di Confcommercio Mariano Bella – è una cosa abbastanza importante in senso positivo”. 

Nonostante la disponibilità delle risorse appaia ridotta, Confcommercio comunque nutre delle aspettative: se migliora la fiducia, come ha indicato l’andamento delle vendite durante il Black friday, Natale potrebbe non andare male per i consumi.

AGi – Prosegue la ripresa del mercato auto in Italia. A novembre sono state immatricolate 119.853 autovetture a fronte delle 104.519 iscrizioni registrate nello stesso mese dell’anno precedente, con un aumento del 14,67%. Lo comunica il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

I trasferimenti di proprietà sono stati 415.438 a fronte di 290.382 passaggi registrati a novembre 2021, con un aumento del 43,07%. Il volume globale delle vendite mensili, pari a 535.291, ha interessato per il 22,39% vetture nuove e per il 77,61% vetture usate.

Le immatricolazioni rappresentano le risultanze dell’Archivio Nazionale dei Veicoli al 30.11.2022, mentre i dati relativi ai trasferimenti di proprieta’ si riferiscono alle certificazioni rilasciate dagli Uffici della Motorizzazione nel mese di novembre 2022.

I numeri di Stellantis

Il gruppo Stellantis ha immatricolato in Italia a novembre 36.892 auto, l’1,5% in piu’ rispetto allo stesso mese del 2021, quando erano state 36.363. La quota e’ passata dal 34,8% al 30,9%. Negli undici mesi le immatricolazioni sono state 428.599, in calo del 17%, rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. La quota e’ stata del 35,5% rispetto al 37,8%.  

AGI – Il fatturato generato nel 2021 dalle vendite dei beni di lusso dei primi 100 gruppi mondiali è stato pari a 305 miliardi di dollari, 53 miliardi in più del 2020 e 24 miliardi oltre i livelli pre pandemia Covid,rispetto a cui la crescita è dell’8,5%.

Lo rileva la ricerca annuale Global Powers of Luxury Goods 2022 di Deloitte, che esamina e classifica i 100 Top Player del settore Fashion & Luxury a livello globale. L’Italia con il suo Made in Italy si conferma uno dei Paesi leader nel settore, posizionando ben 23 aziende tra le 100 che costituiscono la graduatoria.

Golden Goose, Moncler ed Euroitalia rientrano tra le aziende a crescita più rapida, rispettivamente al terzo, decimo e sedicesimo posto, grazie a incrementi a doppia cifra nel 2018-2021 (rispettivamente 27,2%, 12,9% e 10,9%).

Il gruppo Prada, Moncler e Giorgio Armani sono i tre principali player italiani in classifica e, in forma aggregata, rappresentano il 35% delle vendite di beni di lusso realizzate dalle aziende italiane presenti nel ranking.

Il gruppo Marcolin ha registrato il net profit margin più alto dell’intera classifica: 33,4%, seguito da Hermés con 27,3%. Anche in questa edizione l’importanza delle migliori aziende del lusso è evidente: quasi l’85% del net profit della classifica delle Top 100 di Deloitte proviene dalle aziende della Top 10, che si confermano leader anche in termini contributo alle vendite totali delle aziende (56,2%, + 4,8 punti percentuali rispetto al 2020).

Il podio della Top 10 dei big del lusso è oramai consolidato, rimanendo invariato per il quinto anno consecutivo e vede i colossi LVMH Moet Hennessy Louis Vuitton SE, Kering SA e The Estée Lauder Companies Inc in testa alla classifica.

“In questo periodo di cambiamento ed incertezza, l’appeal delle aziende del settore lusso si è riconfermato. Il comparto è stato capace di re-inventarsi ed avviare un processo di trasformazione considerevole, portando concetti quali sostenibilità, economia circolare, innovazione, al centro delle proprie strategie di crescita per i prossimi anni. Oggi più che mai le aziende di questo settore sono in grado di essere vicine ai consumatori in termini di servizio, produzione, ascolto e condivisione dei medesimi valori”, commenta Giovanni Faccioli, Deloitte Global Fashion & Luxury Practice Leader. 

AGI – Finora è andato (quasi) tutto bene. Anche se i cittadini europei hanno dovuto pagare bollette raddoppiate di luce e gas rispetto a un anno fa, almeno non ci sono stati i tanti temuti razionamenti o blackout. Questo perché, nonostante la crisi energetica seguita all’invasione russa dell’Ucraina, i paesi più dipendenti dal gas russo, Italia e Germania in primis, si sono mossi in fretta per trovare fonti alternative.

Stoccaggi pieni ma in calo

Complici le temperature miti dell’autunno gli stoccaggi sono pieni. Secondo i dati Agsi, l’Italia è quasi al 93%, la Germania al 99%, la Francia al 98% mentre l’Europa in media si trova al 95%. I problemi potrebbero esserci il prossimo inverno, quello 2023-2024, quando l’Europa molto probabilmente dovrà fare i conti con l’interruzione quasi tutale delle forniture russe alla luce dell’indisponibilità del Nord Stream per le esplosioni che lo hanno messo fuori uso a fine settembre. Tuttavia secondo gli ultimi dati gli stoccaggi stanno diminuendo da quasi 10 giorni. Un segnale poco incoraggiante. 

In arrivo un’ondata di freddo

Il clima è stato ‘amico’ degli europei almeno fino ad ora, ma le previsioni dicono che a partire dall’inizio di dicembre arriverà un’ondata di freddo glaciale unita a carenza di vento. Un doppio rischio considerando i bassi flussi di gas russo e il fermo degli impianti eolici che rappresentano una valida alternativa al metano. E’ noto come le temperature abbiano un impatto determinante sui consumi energetici. Basti pensare che l’impennata dei prezzi è iniziata nella seconda metà dello scorso anno, molto prima dell’invasione russa, per la ripresa post-Covid ma anche per la bonaccia che ha caratterizzato l’estate del 2021 nel mare del Nord che ha tenuto ferme le pale eoliche che danno elettricità ai paesi del Nord Europa.

“Le temperature fredde sono pronte a mettere a dura prova i fragili sistemi energetici europei, colpiti da un forte calo dei flussi di gas russo e da prolungate interruzioni degli impianti nucleari” in particolari francesi, ha scritto Bloomberg. Dalla Francia alla Finlandia, i governi stanno sperimentando carenze di energia e la domanda è destinata a raggiungere il picco nei prossimi mesi. Secondo Maxar Technologies, nelle prossime due settimane si abbatterà sull’Europa continentale un’ondata di freddo. Il 3 dicembre a Berlino la temperatura dovrebbe scendere fino a -3,5 gradi C mentre a Helsinki e Stoccolma scenderà anche al di sotto delle media stagionale.

Il prezzo del gas sale, quello del petrolio scende

Questo mentre i prezzi dell’elettricità sono ancora molto alti. In Borsa elettrica la settimana scorsa il costo è stato pari a 238,00 euro/MWh poco più alto rispetto ai 236 euro di un anno fa quando i sintomi dell”energy crunch’ erano già evidenti. In attesa di trovare un accordo sul price cap a Bruxelles, al Ttf il prezzo del gas viene quotato intorno ai 130 euro/Mwh, (100 euro un anno fa), mentre il petrolio ha preso una traiettoria ribassista a causa delle tensioni politiche in Cina innescate dalle proteste per le misure anti-Covid prese dal governo. La settimana scorsa, quindi prima dell’esplosione delle proteste in molte città cinesi, Goldman Sachs aveva tagliato di 10 dollari a 100 dollari al barile il prezzo del Brent per il quarto trimestre del 2022. Altro effetto lo avrà il tetto al prezzo del petrolio russo imposto dal G7 sul quale tuttavia, spiega sempre Goldman Sachs, “manca chiarezza nell’implementazione” della misura.

Secondo gli economisti ulteriori lockdown del principale importatore mondiale di petrolio intaccherà ulteriormente la domanda. In ogni caso il prezzo del Brent oggi è a circa 84 dollari al barile (a fine novembre 2021 era a 73 dollari) per le speranze che la Cina riveda la strategia ‘zero Covid’ che sta frenando l’economia del Paese.

Le navi fantasma russe pronte ad aggirare l’embargo Ue

Il prezzo del greggio russo (il cosiddetto Ural) è sceso a 64 dollari, in calo del 16% da inizio anno a pochi giorni dall’embargo europeo che scatterà il 5 dicembre. La decisione, spiegano gli analisti, potrebbe avere una tendenza rialzista sulle quotazioni del greggio a livello globale. Da quanto trapela, Mosca starebbe già studiando sistemi per aggirare il blocco attraverso ‘navi fantasma’ disconnettendo i sistemi di localizzazione e registrando le petroliere in paradisi fiscali dove vengono offerte bandiere di copertura. Altro escamotage per aggirare il divieto, scrive il Wall Street Journal, è il trasbordo del greggio russo in navi più grandi mischiandolo con un olio dalle caratteristiche simili. Per essere considerato russo infatti, il greggio deve provenire almeno per il 51% da aziende del paese. Secondo l’International Energy Forum l’embargo porterà ad avere almeno 3 milioni di barili in meno ogni giorno per i Paesi dell’Unione europea che unito ai tagli Opec (2 milioni di barili decisi a ottobre), se la situazione in Cina si stabilizzerà, potrebbe portare a una nuova impennata delle quotazioni con pesanti ricadute per l’inflazione. L’embargo europeo si unisce a quello deciso a primavera da Usa, Canada, Gran Bretagna e Australia. L’embargo sul petrolio di Mosca ha creato poi un problema per l’Isab di Priolo la raffineria Lukoil che rischia di chiudere e per il quale in queste ore il governo italiano è impegnato a trovare una soluzione. Impianto simbolo, e purtroppo in questo caso anche vittima, di come funziona la globalizzazione.

AGI – La capsula Orion della missione senza equipaggio Artemis I della Nasa ha raggiunto la distanza massima raggiunta da qualsiasi veicolo spaziale dalla Terra: 434.522 chilometri, superando così la distanza record dell’Apollo 13.

Alle 16:06 ora degli Stati Uniti orientali (21:06 ora italiana) è stato raggiunto “un traguardo importante” con la distanza raggiunta da Orion e dai suoi tre manichini a bordo, da quando hanno lasciato il Kennedy Space Center di Cape Canaveral.

L’Orion, che viaggia a 8.200 km/ora, ha così battuto il record per la distanza più lontana percorsa dalla Terra da qualsiasi veicolo spaziale progettato per essere equipaggiato da esseri umani, secondo la Nasa.

Alla conferenza stampa, svoltasi dal Johnson Space Center di Houston (Texas), è stato reso noto che la sonda Orion continua a trasmettere immagini dal vivo ad alta risoluzione. “Artemis sta aprendo la strada per portare gli umani su Marte”, ha detto l’amministratore della Nasa Bill Nelson.