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AGI – La pandemia impoverisce gli italiani. A un anno dallo scoppio della crisi pandemica, alle famiglie italiane, nonostante i numerosi ristori, sono venuti a mancare in media 1.650 euro di redditi. E le prospettive di recupero sono lente e strettamente legate gli esiti della campagna vaccinale, attualmente in ritardo sugli obiettivi fissati: continuando così, a fine 2021, il reddito medio delle famiglie sarà ancora inferiore di 512 euro ai livelli pre-crisi. A stimarlo è Confesercenti.

In Emilia Romagna le famiglie più colpite

A livello territoriale, alla fine del 2021 la distanza maggiore dalle condizioni pre Covid si registrerebbe in Emilia Romagna (-897 euro), seguita dalle Marche (-807 euro). Resterebbe invece al di sotto dei 200 euro la perdita delle famiglie pugliesi. Per quanto riguarda le altre regioni, la contrazione dei redditi 2021 rispetto al 2019 sarebbe compresa fra 600 e 700 euro in Piemonte, Valle d’Aosta, Veneto, Toscana e Umbria. Superiori ai 500 euro sarebbero le perdite delle famiglie di Lombardia, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia. La compressione dei redditi supererebbe i 400 euro nel Lazio, in Abruzzo, in Molise e in Sardegna. Per Liguria, Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia la flessione andrebbe oltre i 300 euro per famiglia.

A soffrire di più sono i lavoratori autonomi

La crisi, però, non si è abbattuta con la stessa forza su tutte le categorie e le attività. A soffrire di più sono i lavoratori autonomi, per i quali la perdita di reddito a fine 2020 avrebbe avvicinato i 44 miliardi e risulterebbe ancora pari a -27 miliardi nel 2021, e i lavoratori dipendenti del settore privato, che registrano una caduta di 43 miliardi, cui si è contrapposto un aumento di 2,5 miliardi per i dipendenti pubblici, trainato dalle assunzioni nel comparto sanitario. A fine 2021, secondo Confesercenti, i redditi dei lavoratori privati saranno ancora inferiori di 22,8 miliardi rispetto al 2019, mentre nel settore pubblico l’incremento dei redditi salirà a 9,4 miliardi.

Anno nero per turismo, commercio, ristorazione 

Il mancato recupero dei redditi nel corso del 2021 sarà fortemente asimmetrico anche a livello settoriale, perché prevalentemente concentrata in due soli comparti: quelli del “Commercio, ristorazione e pubblici esercizi” e quello delle “Attività artistiche e di intrattenimento” oltre che, ovviamente, al turismo.

De Luise, accelerare su ristori e vaccini

“La crisi da pandemia non ha colpito dunque tutti allo stesso modo: l’impatto, come i dati sui redditi dimostrano, si è concentrato quasi completamente sui lavoratori autonomi e sui loro dipendenti, con perdite decisamente superiori ai ristori diretti elargiti fino ad ora. Anche perché l’ultima tranche dei sostegni, quella che avrebbe dovuto arrivare con il Ristori V forte di 32 miliardi di risorse, ancora non si è materializzata, ad oltre 60 giorni dall’annuncio. Una situazione incredibile ed inaccettabile, che crea sconcerto e sfiducia negli imprenditori e nei loro dipendenti e che blocca qualsiasi prospettiva di ripresa”, commenta la presidente di Confesercenti Patrizia De Luise.

“Per questo, chiediamo con forza al governo di accelerare sui sostegni promessi: le imprese sono al limite e non possono aspettare un altro mese. Ma dobbiamo anche cambiare modello: se si parla di possibili nuovi lockdown è perché le restrizioni alle imprese non bastano a contenere l’epidemia, oltre ad essere una soluzione insostenibile per l’economia sul lungo periodo. Dobbiamo puntare con maggior forza sul vaccino: è ormai improcrastinabile che l’azione di governo si sposti dalla successione di decreti di chiusura all’organizzazione di una campagna vaccinale a tappeto che permetta all’economia di normalizzarsi. A oggi, ha ricevuto almeno una dose di vaccino solo il 6,6% della popolazione italiana. Negli Stati Uniti è stato vaccinato oltre il 20% degli abitanti, nel Regno Unito quasi il 30%, in Israele oltre il 90%. Questi paesi stanno uscendo dall’incubo pandemico, noi ci stiamo ripiombando proprio quando i vaccini avrebbero dovuto proteggerci”.

AGI – L’impennata dei rendimenti sui Treausury Usa spaventa i mercati. Ieri Wall Street ha chiuso in calo e oggi le piazze asiatiche sono andate a picco, con Tokyo che ha chiuso in discesa quasi del 4%, seguita a ruota dal listini del Vecchio Continente, con Londra, Francoforte, Milano e Parigi tutte in calo intorno all’1%. In compenso, il dollaro sale al top da sei mesi sullo yen.

Il problema? Tutto parte dal balzo dei tassi obbligazionari Usa. Il rendimento sui decennali a stelle e strisce oggi è tornato all’1,486% dopo essere volato ieri all’1,6%, il top da un anno. Alla luce dei rendimenti dei bond a 10 anni, gli investitori temono che la ripresa dell’inflazione spinga la Federal Reserve a mettere da parte le politiche di liquidità e ad alzare i tassi di interesse, nonostante il numero uno della banca centrale americana, Jerome Powell, martedì abbia assicurato che non accadrà.

L’entità del selloff ha spinto la banca centrale australiana a lanciare un’operazione di acquisto di obbligazioni a sorpresa per cercare di arrestare l’emorragia, ma l’operazione è servita poco a calmare i mercati. Ieri il Dow Jones ha perso l’1,76%, in caduta libera il Nasdaq che ha bruciato il 3,52%, il peggior risultato da quattro mesi, con Apple a -3,47%, Amazon a -3,21% e Google a -3,06%.

Oggi l’onda rossa di Wall Street ha contagiato l’Asia, dove Hong Kong perde il 3,4% e Seul il 2,8%. maluccio i future di Wall Street che cedono tra l’1% e lo 0,6%. Si mette male per l’apertura delle europee, con i future dell’Eurostoxx che arretrano quasi del 2%. Gli analisti sono concordi nel ritenere che nella seconda metà del 2021 ci sarà un forte rimbalzo dell’economia statunitense grazie, da un lato, ai buoni esisti della campagna di vaccinazione che dovrebbe consentire una ripresa delle attività, dall’altro al pacchetto di aiuti che il governo americano si appresta ad approvare.

Questa forte ripresa dell’economia e l’aumento della spesa secondo gli analisti innesterà un aumento del costo del denaro. Il rialzo dei tassi Usa risponde a questa aspettativa, che si riflette negativamente soprattutto sui tecnologici: chi investe in questi titoli generalmente deve aspettare più tempo per recuperare i propri investimenti, perché la loro scommessa è sull’impatto delle tecnologie nel lungo periodo. Uno scenario poco attraente durante i periodi di inflazione, dove i soldi potrebbero valere oggi più di quanto varranno domani. Incredibilmente, anche il prezzo dell’oro è in discesa. Insomma, questa ripresa è destinata a procurarci diverse sorprese. E siamo solo all’inizio.

AGI – YouTube lancerà a breve degli account che consentiranno l’accesso a bambini e preadolescenti di utilizzare il servizio di video in streaming entro limiti stabiliti dai propri genitori.

Lo ha comunicato la società controllata da Google che ha annunciato il lancio dei nuovi account nei prossimi mesi, attraverso i quali i genitori potranno fornire ai più piccoli l’accesso a YouTube con un accesso più limitato e con vincoli di funzionalità. 

Una mossa che cerca di rispondere alle preoccupazioni crescenti sui contenuti violenti che circolano sulla piattaforma.

“Abbiamo compreso sentendo i genitori che i più piccoli hanno esigenze diverse, che non erano soddisfatti dalla nostra offerta”, ha scritto in un blogpost James Beser, responsabile della gestione di prodotti per le famiglie e bambini della società.

Per questo “consentiremo l’accesso” alla piattaforma “con un account supervisionato”.

AGI – Con il via libera del consiglio di amministrazione di Cassa depositi e prestiti, entro il 24 febbraio verrà presentata ad Atlantia l’offerta vincolante per l’acquisto della partecipazione dell’88% di Autostrade per l’Italia.

L’offerta prevede anche la possibilità di acquistare fino al 100% delle quote in caso di esercizio di co-vendita da parte dei soci di minoranza di Aspi.

Se l’offerta dovesse essere accettata, si chiuderebbe così il lungo braccio di ferro tra il governo italiano e Autostrade, cominciato il il 14 agosto del 2018 con il crollo del Ponte Morandi di Genova. Da allora sono passati quasi tre anni.

La nuova Aspi avrà una partecipazione azionaria acquistata da un Consorzio tramite una società italiana di nuova costituzione, la BidCo, che sarà partecipata, direttamente o indirettamente, al 51% da Cdp Equity e al 24,5% rispettivamente da Blackstone e da Mira, la Macquarie Infrastructure and Real Assets.

Cdp Equity avrà inoltre la possibilità di cedere una parte delle proprie azioni ad altri investitori istituzionali, con i quali manterrà congiuntamente la maggioranza del capitale della BidCo.

Ad Atlantia spettano tre giorni di tempo per accettare l’offerta, quindi entro il 28 febbraio, termine entro il quale dovrà valutare il prezzo dell’offerta.

Per Cassa depositi e prestiti si tratta di un “investimento coerente con il ruolo di Cdp”, che attualmente è il primo investitore nelle infrastrutture nel Paese, e già azionista di società che gestiscono reti nazionali strategiche come Snam, Terna, Italgas, Tim e OpenFiber.

Un investimento che, ha precisato Cassa, risponde a una serie di obiettivi: “promuovere l’ammodernamento della rete, favorendo la digitalizzazione e la logistica integrata e affrontando le sfide poste dall’innovazione; dare stabilità alla governance di un’infrastruttura chiave per il Paese in un’ottica di lungo periodo; contribuire alla realizzazione di un ingente piano di investimenti esteso all’intera rete autostradale di Aspi, con l’obiettivo di accelerare i programmi di manutenzione dell’infrastruttura, assicurando i piu’ elevati standard di performance e sicurezza per gli utenti”.

 

AGI – Il petrolio fa un balzo in avanti di circa il 3% oggi, ma non è la sola commodity a salire. Il greggio fa la parte del leone, visto che dal marzo scorso, cioè dall’inizio della pandemia guadagna quasi il 200%.

Ma sono tutte le materie prime a crescere, anzi a volare, con un rialzo che da marzo è di circa il 70%, con il rame al top da 8 anni. A New York il Light crude Wti sale del 3,04% a 61,04 dollari al barile, mentre il Brent cresce del 2,83% a 64,65 dollari.  

Il motivo? Le vaccinazioni e la fiducia nella ripresa dell’economia mondiale. Tuttavia nel caso del prezzo del greggio, ci sono anche altre ragioni, più contingenti dietro alla ripresa dei corsi. C’è, innanzitutto, il ritorno, molto lento, della produzione negli Stati Uniti dopo lo stop causato dal grande freddo che ha colpito il Texas

L’insolito clima artico in Texas, il primo produttore Usa di greggio, ha ridotto l’output a stelle e strisce di circa 4 milioni di barili al giorno e di 21 miliardi di piedi cubi di gas.  I produttori shale, per gli analisti, potrebbero impiegare almeno due settimane per rimettere sul mercato oltre 2 milioni di barili al giorno.

Inoltre i mercati guardano alla riunione Opec+ del 4 marzo, che dovrebbe mantenere la politica invariata, cioè congelare gli attuali tagli, almeno per un altro mese, che è il lasso di tempo che i grandi produttori mondiali si sono dati per monitorare la loro politica energetica.

AGI – Tra il 2012 e il 2020 e’ proseguito il processo di desertificazione commerciale e, infatti, sono sparite, complessivamente, dalle citta’ italiane oltre 77mila attivita’ di commercio al dettaglio (-14%) e quasi 14mila imprese di commercio ambulante (-14,8%). E’ quanto rileva l’analisi dell’Ufficio Studi di Confcommercio ‘Demografia d’impresa nelle citta’ italiane’, secondo cui per il Covid nel 2021, solo nei centri storici dei 110 capoluoghi di provincia e altre 10 citta’ di media ampiezza, oltre ad un calo ancora maggiore per il commercio al dettaglio (-17,1%), si registrera’ per la prima volta nella storia economica degli ultimi due decenni anche la perdita di un quarto delle imprese di alloggio e ristorazione (-24,9%). (AGI)
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AGI – Tra febbraio e dicembre 2020, “lo stock complessivo dei prestiti erogati alle imprese italiane per fronteggiare la crisi economica è aumentato di 39 miliardi di euro, anche se il volume dei prestiti garantiti messo in campo dal Governo Conte bis è stato di oltre 150 miliardi“.

Lo segnala segnala l’Ufficio studi della Cgia, secondo cui queste operazioni hanno consentito di invertire il trend (dalla fine del 2011 sino alla fine del 2019 – viene sottolineato – il volume dei prestiti bancari alle imprese è crollato di 300 miliardi) ma “il bazooka messo in campo dall’ex premier Conte non è riuscito ad aggredire con successo la cronica mancanza di liquidità che storicamente assilla in particolar modo le Pmi”.

L’ufficio studi Cgia sostiene che solo un quarto delle garanzie messe a disposizione dallo Stato attraverso Sace e il Fondo di garanzia è finito nelle casse degli imprenditori perché “una parte delle nuove garanzie è andata a colmare i cali fisiologici del credito in essere e nella sostituzione dei prestiti a breve con aumenti di quelli a medio-lungo termine”.

“Oltre a ciò – prosegue la Cgia – è possibile che il sistema bancario abbia usato una parte di questi miliardi anche per abbattere i propri rischi, sostituendo le garanzie legate ai prestiti che aveva erogato prima dell’avvento di queste novità legislative”.

 “Un modo di agire che sicuramente ha favorito gli istituti di credito, che così facendo hanno azzerato i rischi di incorrere in crediti deteriorati, e in parte anche le imprese, almeno quelle che prima del mese di marzo dell’anno scorso avevano delle linee di credito aperte con gli istituti”.

L’ufficio studi sottolinea che, in linea generale, tutto il sistema economico ha tratto beneficio dall’applicazione di “Cura Italia”, del “Decreto Liquidità” e del “Garanzia Italia”, a cui si deve aggiungere anche la moratoria sui crediti a famiglie e imprese introdotta sempre dal Governo Conte per un valore complessivo di altri 300 miliardi di euro.

“Tuttavia – aggiunge – la cronica mancanza di liquidità in capo alle Pmi non è stata ancora risolta. Anzi”.

Secondo Cgia, per tantissime Pmi si prevede “una nuova stretta creditizia”.

“Nel rapporto tra correntista e banca – ricordano dall’Ufficio studi – dall’inizio di quest’anno c’è un’altra grossa novità che rischia di penalizzare in particolar modo il primo. Gli istituti di credito, infatti, hanno l’obbligo di applicare le nuove regole europee sulla definizione di default. Vale a dire che le banche, ad esempio, definiscono inadempiente un piccolo imprenditore che presenta un mancato rientro da oltre 90 giorni, il cui importo risulta superiore sia ai 100 euro che all’1 per cento del totale delle esposizioni verso il gruppo bancario”. 

“Nel caso superi entrambe le soglie, può scattare la segnalazione presso la Centrale Rischi della Banca d’Italia che, automaticamente, classifica l’imprenditore come cattivo pagatore, impedendogli così di poter disporre per un determinato periodo di tempo dell’aiuto di qualsiasi istituto di credito. Una situazione che rischia di interessare tantissime partite Iva che tradizionalmente sono a corto di liquidità e con grosse difficoltà, soprattutto in questo momento, a  rispettare i piani di rientro dei propri debiti bancari”. 

“Questa nuova definizione di default, quasi sicuramente indurrà le banche a tenere  dei comportamenti molto prudenziali. Con l’abbassamento della soglia di sconfinamento, infatti, avremo senz’altro un’impennata dei crediti deteriorati. Per evitare che succeda ciò, Bruxelles ha imposto alle banche la svalutazione in 3 anni dei crediti a rischio non garantiti e in 7-9 anni per quelli con garanzia reali.

Pertanto, l’applicazione di queste misure indurrà moltissimi istituti di credito ad adottare un comportamento di estrema cautela nell’erogare i prestiti, per evitare di dover sostenere delle perdite in pochi anni”.

AGI – Nonostante il calo del prezzo del greggio e gli effetti del Covid-19, nel quarto trimestre del 2020 Eni torna all’utile. Il gruppo infatti negli ultimi tre mesi dello scorso anno ha registrato un utile netto adjusted di 66 milioni di euro dopo la perdita di 153 milioni del terzo trimestre. Nel 2020 il gruppo ha registrato un ebit adjusted consolidato pari a 1,9 miliardi di euro (0,5 miliardi di euro nel quarto trimestre) in contrazione di circa 6,7 miliardi dovuta per -6,8 miliardi alla flessione dei prezzi/margini degli idrocarburi e per -1 miliardo agli effetti del Covid-19, attenuati da una migliore performance per 1,1 miliardi. 

Utile quarto trimestre oltre le attese del mercato

“Nell’anno più difficile nella storia dell’industria energetica, Eni ha dato prova di grande forza e flessibilità, rispondendo con prontezza allo straordinario contesto di crisi e progredendo nel processo irreversibile di transizione energetica. In pochi mesi abbiamo rivisto il nostro programma di spesa e minimizzato l’impatto sulla cassa della caduta del prezzo del greggio, aumentato la nostra liquidità e difeso la nostra solidità patrimoniale”, ha spiegato l’ad di Eni Claudio Descalzi commentando i risultati di esercizio e del quarto trimestre 2020.

“I risultati del quarto trimestre, con un prezzo del Brent a 44 dollari/barile sostanzialmente stabile rispetto al trimestre precedente, superano le aspettative del mercato a livello di utile operativo ed utile netto, e confermano la generazione di cassa operativa e l’efficacia della nostra azione di risposta alla crisi”, ha evidenziato il manager. 

Risultati eccellenti nei business dei prodotti decarbonizzati

“Mentre il settore upstream – ha proseguito Descalzi – consolida fortemente la tendenza alla ripresa, nell’anno i business destinati alla generazione e vendita di prodotti decarbonizzati hanno conseguito risultati eccellenti, con l’Ebit di Eni gas e luce in aumento del 17% e le lavorazioni delle bio raffinerie del 130%, oltre a 1GW di capacita’ di generazione da solare ed eolico gia’ installata o in fase di sviluppo”.

“Abbiamo posto le basi per una forte accelerazione delle rinnovabili – ha osservato l’ad di Eni – con l’ingresso in due mercati strategici quali gli Usa e l’eolico offshore del Mare del Nord, con la partecipazione al progetto Dogger Bank in UK che sarà il più grande al mondo nel suo genere. Grazie alle azioni che abbiamo messo in campo, la generazione di cassa adjusted 2020 di 6,7 miliardi di euro è stata in grado di autofinanziare i capex con un avanzo di 1,7 miliardi di euro. L’indebitamento netto (ante IFRS 16) rimane al livello di fine 2019 ed il leverage si attesta intorno al 30%”. 

Eni ha confermato la proposta di dividendo 2020 di 0,36 euro per azione, di cui 0,12 euro versati in sede di acconto a settembre 2020. Il dividendo a saldo di 0,24 per azione sarà messo in pagamento a partire dal 26 maggio 2021 con stacco cedola il 24 maggio 2021. 

Nel 2020 la produzione d’idrocarburi di Eni si è attestata a 1,73 milioni di boe/giorno, in linea con la guidance ridefinita a seguito dello scoppio della pandemia.

AGI – La compagnia aerospaziale europea Airbus ha limitato a 1,1 miliardi di euro le sue perdite nel 2020 causate dal Covid. Il rosso di bilancio è inferiore a quello di 1,4 miliardi di euro registrato nel 2019 a causa di una mega-multa per corruzione da 3,6 miliardi di euro che la società ha accettato di pagare a Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. 

“I risultati del 2020 – si legge in un comunicato – dimostrano la nostra resilienza nei confronti della peggiore crisi che ha mai colpito l’industria aerospaziale“.

I ricavi del gruppo sono crollati a 49,9 miliardi di euro dai 70,5 miliardi di euro dell’anno precedente. Nel 2020 ha annunciato un calo del 34% degli ordinativi a 566 unità, che includono 38 A220, 446 A320, 19 A330, 59 A350 e 4 A380, a fronte degli 863 aerei consegnati nel 2019. Non è previsto un miglioramento immediato delle prospettive del settore.

“Molto incertezze permangono nel 2021 a causa dell’impatto della pandemia” rileva l’ad Guillaume Faury. Dopo l’annuncio che non distribuirà dividendi nel 2020, il titolo ha perso in apertura di Borsa circa il 4%,

AGI – Bitcoin accelera e supera per la prima volta la quota psicologica dei 50.000 dollari portando a termine una volata che dura da due mesi. Negli ultimi sessanta giorni la criptovaluta ha più che raddoppiato il suo valore, portando la sua capitalizzazione di mercato a 895,8 miliardi di dollari e registrando una crescita negli ultimi 12 mesi che ha visto la moneta digitale schizzare del 400%.

“Oramai gli investimenti in Bitcoin hanno più l’aspetto della speculazione che di una scommessa nella tecnologia che c’è dietro”, commenta all’AGI Antonio Simeone, amministratore delegato di Euklid e tra i primi conoscitori in Italia di criptovalute. E avverte: “Rivedo un po’ lo stesso entusiasmo del 2017, quando dopo i record arrivò il crollo”.

Bitcoin subito dopo aver toccato il suo record è sceso del 3% (attualmente è scambiato a poco più di 48.000 dollari). Difficile dire se è trattato di vendite direttamente legate alla notizia del record. Sta di fatto che Bitcoin continua ad attrarre una platea sempre più vasta di investitori. Anche piccoli e piccolissimi investitori che nei forum si scambiano messaggi sulla possibilità di guadagno facile che sembrerebbe derivare dall’investimento in cripovalute.

Secondo le stime di alcune società di analisi riportate dal Wall Street Journal, da agosto a dicembre sono stati ‘coniati’ circa 150.000 nuovi Bitcoin, mentre nello stesso periodo ne sono stati comprati circa 359.000. È quindi certo uno squilibrio di mercato tra nuovi Bitcoin e richiesta.

Oltre ai Bitcoin in circolazione infatti, una porzione di nuove monete digitali viene quotidianamente immessa sul mercato al termine di un processo di ‘estrazione digitale’ che avviene sul protocollo che muove Bitcoin, chiamato blockchain. Si calcola che sia circa 900 le nuove monete digitali ‘estratte’ ogni giorno.

La febbre Bitcoin. Un’opportunità?

La febbre da Bitcoin quindi non sembra scemare e sembra molto più forte di quella che prese il mondo degli investitori nel 2017, quando la cripto volò a 20.000 dollari sul finire dell’anno per poi registrare numerosi crolli che la portarono per mesi a poco più di 3.000 dollari.

Oggi la moneta digitale creata dal misterioso Satoshi Nakamoto (forse solo uno pseudonimo) e lanciata nel gennaio 2009 sembra riuscire a fare molti più proseliti rispetto a quattro anni fa e convince grossi istituzioni finanziarie e grandi aziende.

Che il prezzo di Bitcoin sarebbe arrivato a 50.000 dollari l’avevano previsto molti analisti negli ultimi giorni. Prima la decisione di Elon Musk, fondatore e amministratore delegato di Tesla, di investire 1,5 miliardi della propria cassa in Bitcoin l’8 febbraio, poi la decisione di Bank of New York Mellon di dare la possibilità ai propri clienti di detenere e trasferire asset digitali sui propri portafogli investimenti due giorni dopo, avevano dato nuovo slancio alla criptovaluta che era passata in pochi giorni da 44 a 48 mila dollari prima, per poi dirigersi con decisione verso i 50 mila dollari.

Bitcoin, il rischio ‘schema 2017’ 

“Ho studiato bitcoin fin dall’inizio”, commenta Simeone. “Queste ondate di euforia mi sembrano assai simili a quelle del 2017. C’è da capire se, come nel 2017, poi ci sarà un momento di depressione. Al momento tutti vogliono Bitcoin perché promette margini di guadagno interessanti, ed è peggio di quello che successe nel 2017 quando una parte degli investitori scommetteva anche sulla sua tecnologia.

In questo quadro ci sono nuove figure, come quella di Elon Musk, che sembrano invitare le persone a investire in criptovalute. E credo che le grosse banche d’affari aprano ai portafogli in cripto più per una richiesta dal basso, dei propri clienti, che per una reale convinzione nello strumento”, aggiunge.

L’entusiasmo resta alto, anche se negli ultimi giorni i timori sono stati sollevati da diverse persone che Bitcoin lo conosco bene. Nassim Nicholas Taleb, autore de Il Cigno Nero e Antifragile, ha definito su Twitter Bitcoin una “calamita per imbecilli”, dopo aver aperto con entusiasmo alla cripto negli anni scorsi. Mentre Micheal Burry, analista finanziario reso celebre dall’interpretazione di Christian Bale in “The Big Short” ha messo in guardia dal rischio di bolla speculativa legata alle criptovalute.

@arcamasilum