Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Incentivi alle imprese "più adeguati" e legati alle assunzioni a tempo indeterminato. Stretta su contratti a termine e sulla somministrazione, per contrastare la precarietà. Apertura ad un periodo transitorio, per evitare di "stravolgere le attività aziendali e i contratti in essere". Rafforzamento dei centri per l'impiego che dovranno essere "il cardine su cui dovrà girare il reddito di cittadinanza".

Luigi Di Maio, nella sua prima intervista da ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, indica su Il Sole 24 Ore le priorità d'azione in vista della presentazione del cosiddetto "decreto dignità", atteso per la fine del mese. Sul capitolo tutele per i lavoratori 4.0 la soluzione è ora affidata a un tavolo negoziale e non più a un decreto legge.

"Non c'è un cambio di rotta sia ben chiaro – spiega il ministro – abbiano rilevato la disponibilità ad aprire un tavolo ma se non sarà produttivo, sarà il Governo a normare il settore. Quindi non è un cambiamento di strategia, semplicemente dopo aver incontrato i rider, abbiamo incontrato le aziende che si occupano di food delivery ed è emersa, sia dai rappresentanti delle aziende nazionali che internazionali, la disponibilità di avviare un percorso condiviso per la creazione di un contratto per chi lavora nel settore".

"I tempi saranno stretti – aggiunge – non è mia intenzione aprire un tavolo che duri all'infinito, se c'è la possibilità di chiudere con soddisfazioni delle parti si crea un percorso e si porta avanti. I tempi saranno chiari appena aziende, riders e organizzazioni sindacali si incontreranno al ministero".

Nel 'decreto dignità' resteranno le modifiche al Jobs act e sui contratti a termine, il governo reintrodurrà le causali e ridurrete le proroghe da 5 a 4. "Non credo ci sarà un incremento dei contenziosi – sostiene Di Maio – l'idea di fondo è quella di favorire il contratto a tempo indeterminato ed evitare che ci sia un ricorso indiscriminato ai rinnovi: non è più ammissibile che ci siano contratti di settimane o un mese che vengono rinnovati senza una causalità, ma a discrezione dell'azienda".

Nei rapporti a tempo determinato attualmente in corso, "Stiamo valutando la misura migliore che ci consenta di intervenire in maniera adeguata senza stravolgere le attività aziendali e i contratti in essere".

"Sulla somministrazione – aggiunge – stiamo già lavorando ad alcuni strumenti specifici, dal momento che anche in questo caso lo strumento si e' prestato ad abusi nel corso degli anni". Inoltre "Stiamo già operando per riformare i Centri per l'impiego e per renderli operativi e in grado di realizzare l'incrocio tra domanda e offerta di lavoro. I Centri per l'impiego saranno il cardine su cui dovrà girare il reddito di cittadinanza, devono essere l'hub su cui si dipanano le politiche per il lavoro".

Per l'Ilva "ieri è stato avviato il tavolo con le parti sociali, enti locali e associazioni. Oggi si chiuderanno gli incontri e faremo le opportune valutazioni, rispondere ora sarebbe poco rispettoso per i partecipanti, avendo ben chiara la necessità di salvaguardare contemporaneamente e in pari misura l'ambiente, i lavoratori e la vita dei cittadini di Taranto".

Per le pensioni "la volontà di inserire una nuova anzianità è assodata ma sui tempi tecnici ci stiamo lavorando e non posso dire ora a circa due settimane dall'insediamento se entrerà in legge di bilancio o meno. Ma è una priorità ve lo assicuro". 

Stop all'aumento dell'Iva e rispetto degli impegni europei ma con l'obiettivo di avviare il negoziato con Bruxelles per rimodulare il percorso di riduzione del rapporto deficit/Pil nel triennio 2019-2021 e rinviare il pareggio di bilancio strutturale oggi previsto nel 2020 dal quadro tendenziale.

Sarà questo, sostanzialmente, l'impianto della risoluzione di maggioranza sul Documento di economia e finanza, ancora suscettibile di modifiche, che approderà mercoledì 20 nelle Aule di Camera e Senato. Un testo snello che non dovrebbe contenere indicazioni dettagliate sugli interventi del contratto di governo da mettere in campo.

La risoluzione impegna l'esecutivo ad "assumere tutte le iniziative per favorire il disinnesco delle clausole di salvaguardia", ovvero per trovare i 12,4 miliardi necessari per evitare l'aumento dell'Iva e delle accise che scatterebbe dall'anno prossimo. E si sollecita inoltre il governo a "riconsiderare in tempi brevi il quadro di finanza pubblica nel rispetto degli impegni europei per quanto riguarda i saldi di bilancio" nel triennio "2019-2021" (in una prima versione della risoluzione il riferimento era limitato al 2018-2019). Questo passaggio, secondo quanto viene riferito, implicherebbe l'impegno al negoziato per ottenere nuovi margini di flessibilità e rinviare di un anno il pareggio di bilancio.

La rimodulazione del rapporto deficit/Pil 

"Può darsi che ci sia una rimodulazione" del rapporto deficit/Pil, ha sottolineato il viceministro all'Economia, Massimo Garavaglia, intervenendo a Circo Massimo. "È in fase di trattativa tutti gli anni in questo periodo la prosecuzione dell'abbattimento del deficit". Lo stesso Garavaglia ha ricordato che ogni anno il pareggio di bilancio slitta: "Adesso è al 2020, l'anno prima era al 2019, l'anno prima al 2018, non è che parliamo di una novità".

Nel testo messo a punto dalla maggioranza si chiede inoltre di "individuare gli interventi prioritari necessari per dare attuazione alle linee programmatiche indicate dal Presidente del Consiglio dei ministri nelle sue comunicazione alle Camere e su cui ha ottenuto la fiducia, sottoponendo tempestivamente tali nuovi indirizzi all'approvazione parlamentare e presentando quindi al Consiglio europeo e alla commissione europea un aggiornamento del Programma di stabilità e del Programma nazionale di riforma".

Difficilmente, quindi, la risoluzione potrà essere condivisa se, come previsto nella bozza, resterà il riferimento "alle linee programmatiche" indicate dal premier Conte. Il Pd ha già fatto sapere che non sottoscriverà un testo che implichi un voto a favore del contratto di governo. E Forza Italia dovrebbe essere sulla stessa linea. Nella versione finale del testo nessun riferimento esplicito dovrebbe essere fatto all'avvio della pace fiscale, cavallo di battaglia della Lega, rilanciato oggi da Garavaglia.

Rinviati reddito di cittadinanza e modifiche alla Fornero alla manovra

"L'intenzione – ha spiegato il viceministro – è di andare verso una misura che riporti in vita gente che è stata messa fuori mercato da regole assurde e sbagliate e alla fine a perderci è proprio il fisco". Quanto al possibile gettito, Garavaglia non ha fornito cifre: "Dipende da come scrivi la norma, cambia tantissimo a seconda dei piccoli dettagli". Nessun condono tombale, ha però assicurato il viceministro. Il governo punta inoltre ad avviare la flat tax già da agosto per imprese e partite Iva, per poi completare l'operazione nella legge di bilancio in una prospettiva pluriennale.

Reddito di cittadinanza e modifiche alla riforma Fornero non arriveranno, invece, prima della manovra. E il primo step, sul fronte pensioni, sarà probabilmente quota 100, overo l'accesso alla pensione con una combinazione di età anagrafica minima di 64 anni e probabilmente almeno 35 anni di contributi, che porti appunto alla somma di 100, 

Non solo il vino. Ai cinesi piace sempre di più anche il formaggio italiano. Quello vero. A parlare sono i numeri: le esportazioni dei prodotti caseari verso la Cina sono cresciute del 27% nel 2017. Il massimo storico.

Mentre lo scontro tra Stati Uniti e Cina sul commercio continua a produrre forti attriti tra le due sponde del Pacifico, a trarre vantaggi dalla guerra commerciale potrebbe essere questa volta il gorgonzola Made in Italy. Lo dice un’analisi della Coldiretti su dati Istat divulgata dopo l’annuncio del governo cinese di contro-dazi su una serie di prodotti americani, in risposta al rinnovato protezionismo dell’amministrazione targata Donald Trump. Una contromisura della stessa portata della rappresaglia americana che colpisce una lista di prodotti tecnologici cinesi per un importo di 50 miliardi di dollari.

Tra i due litiganti il terzo gode.

Sì perché nel mirino dei nuovi balzelli cinesi  – che entreranno in vigore a partire dal 6 luglio (659 merci dal valore di 50 miliardi di dollari che verranno soggetti a tariffe del 25%) – figura una vasta gamma di prodotti agroalimentari a stelle e strisce. C’è un po’ di tutto: dai formaggi alla soia, dal mais al grano, dallo yogurt al burro, dal riso alla carne di maiale e di manzo; fino a pollame, pesce, nocciole e frutta e verdura come arance, patate, pomodori, asparagi, melanzane.

Si aprono così interessanti opportunità per le esportazioni italiane. A partire dai formaggi che l’anno scorso hanno toccato il record delle vendite nel mondo: 412 milioni di chili. In Cina – appunto – la crescita è stata a doppia cifra. Coldiretti è convinta che l'Italia potrebbe sostituire l'offerta degli Stati Uniti nel mercato cinese.

In fondo gli americani un po’ se lo meritano, suggerisce l'associazione. Non sono loro i maggiori produttori di formaggi contraffatti? Inondano i supermercati di falsi: dal ‘parmesan’ al provolone, dall'asiago al gorgonzola. La Confederazione è in perfetta sintonia con la boutade sovranista di Matteo Salvini contro l’italian sounding: la contraffazione dei prodotti italiani. “Dopo le navi delle ong, potremmo fermare anche quelle che arrivano nei nostri porti cariche di riso cambogiano. Io sono assolutamente a fianco della Coldiretti”, ha detto il vice premier e ministro dell'Interno in un'intervista al Corriere della Sera.

Diamo a Cesare quel che è di Cesare. I dazi cinesi avranno l'effetto di riaprire alle specialità italiane spazi sugli scaffali sino ad oggi ingiustamente usurpati dalle imitazioni americane, dice Coldiretti.

Non finisce qui. Grandi vantaggi si profilano all’orizzonte anche per il settore ortofrutticolo. Soprattutto per i kiwi e gli agrumi, su cui le autorità cinesi hanno dato il via libera dopo la rimozione nel 2016 del bando sulle carni suine italiane (in vigore dal 1999).

 

Leggi anche: Perché Salvini vuole bloccare i barconi carichi di riso asiatico

Del resto il 2017 è stato l’anno doro per l'export agroalimentare italiano in Cina, che ha segnato una crescita del 18% e più di 460 milioni di euro in valore. Non solo. 1,4 milioni di turisti cinesi hanno visitato l’Italia, scoprendo un’enorme ricchezza agroalimentare forte di 292 tesori Dop e Igp, 523 vini Docg, Doc e 5.047 specialità alimentari tradizionali.

Certo, per alcuni prodotti – pere, mele, erba medica disidratata – resta da superare l'ostacolo delle barriere fitosanitarie imposte da Pechino.

Ma una guerra commerciale è per principio una calamità da scongiurare. A fronte delle opportunità per il cibo tricolore, l'estendersi della guerra dei dazi ai prodotti agroalimentare tra le due maggiori economie del mondo – dice Coldiretti – apre scenari inediti e preoccupanti nel commercio mondiale di alcuni prodotti base: dalla soia al sorgo fino alla carne. 

“Dopo le navi delle Ong, potremmo fermare anche quelle che arrivano nei nostri porti cariche di riso cambogiano”: è l’obiettivo del vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini, che ha parlato così in un’intervista al Corriere della Sera."Siamo assolutamente a fianco della Coldiretti”, ha detto Salvini aggiungendo: "Siamo pronti a bloccare le navi cariche di riso asiatico”. Ma a cosa si riferisce nello specifico?

“Dall’Asia la metà del riso importato in Italia”

Per l’associazione è di fondamentale importanza fermare le importazioni di riso asiatico a dazio zero che stanno facendo concorrenza sleale alle produzioni nazionali e comunitarie. Stando ai dati, nell'ultimo anno – sostiene Coldiretti – sono arrivati in Italia 22,5 milioni di chili di riso da Cambogia e Birmania. Una quantità tale da dimezzare sostanzialmente le quotazioni riconosciute agli agricoltori italiani, giunte a "livelli insostenibili". "Un pacco di riso su quattro venduto in Italia – spiega la Coldiretti – contiene prodotto straniero con la produzione asiatica che rappresenta circa la metà del riso importato in Italia. Non c'è dunque tempo da perdere per salvare la risicoltura italiana da una situazione in cui nell'ultimo anno i prezzi riconosciuti agli agricoltori italiani hanno fatto registrare contrazioni consistenti per le principali varietà di riso, quali:

  • -58 % per l'Arborio
  • -57 % per il Carnaroli
  • -41 % per il Roma
  • -37% per il Vialone Nano

Una caduta che dura da 10 anni

“Tutto è cominciato alla fine degli anni Ottanta – ha raccontato al Sole24Ore il risicoltore Alessandro Beccaro – in Europa mancava la varietà Indica, quella a chicchi allungati per intenderci. Veniva tutta importata da fuori, ma era la più consumata nel Nordeuropa, che la usa come contorno. Così la Ue cominciò a dare incentivi a chi seminava questo riso. Io ho iniziato così”. E come lui molti altri. Racconta Paolo Carrà, presidente dell’Ente nazionale risi: “Fino al 1982 in Italia il riso occupava 169 mila ettari, nel 2011 siamo saliti a 247 mila: i 70 mila in più sono tutti nuovi campi ricavati per la varietà Indica. Per molti anni va tutto bene, i risicoltori italiani passano dalle 300 mila tonnellate esportate nel 2004 alle 600 mila del 2008. Poi, arrivano gli accordi con i Paesi in via di sviluppo del Sudest asiatico. Così entrano in Europa 10 mila tonnellate di riso a chicco lungo nel 2008 e ben 370 mila del 2016”, spiega Carrà. “Un’invasione. E il prezzo crolla. A quel punto, i risicoltori italiani che avevano imboccato la via dell’Indica tornano sui loro passi e ricoltivano le varietà nazionali. Ma il mercato italiano è quello che è, più di tanto risotto non può mangiare. E così, per eccesso di offerta, crolla anche il prezzo del carnaroli e dell’arborio”.

“Ue non favorisca importazioni”

Secondo Coldiretti, la crisi è drammatica e mette a rischio il primato nazionale in Europa dove l'Italia è il primo produttore di riso con 1,50 milioni di tonnellate su un territorio coltivato da circa 4 mila aziende di 234.300 ettari, che copre circa il 50 % dell'intera produzione Ue con una gamma varietale del tutto unica. Seguono:

  • Spagna
  • Francia
  • Portogallo
  • Grecia
  • Romania
  • Bulgaria
  • Ungheria

"Non è accettabile che l'Unione Europea continui a favorire con le importazioni lo sfruttamento e la violazione dei diritti umani nell'indifferenza generale", ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo nel sottolineare "è invece necessario che tutti i prodotti che entrano nei confini nazionali ed europei rispettino gli stessi criteri a tutela della dignità dei lavoratori, garantendo che dietro gli alimenti, italiani e stranieri in vendita sugli scaffali ci sia un percorso di qualità che riguarda l'ambiente, la salute e il lavoro, con una giusta distribuzione del valore. Bisogna fare presto – conclude – per chiudere l'inchiesta e attivare la clausola di salvaguardia per affrontare concretamente una crisi che già da troppo tempo compromette il futuro di migliaia di risicoltori e delle loro famiglie”.

Ma si possono fermare i ‘barconi’ di riso asiatico?

Se lo chiede il Corriere che prova a fare il punto. Le importazioni nella Ue a dazio zero di riso lavorato proveniente dalla Cambogia e da Myanmar (Birmania) sono regolate in base agli accordi europei Era che anche l’Italia, in quanto Stato membro dell’Unione, è tenuta a rispettare.

Cos’è l’Eba

Dal primo settembre 2009 c’è la piena liberalizzazione delle importazioni di riso lavorato senza limiti qualitativi e a dazio zero da una lista di Paesi meno avanzati (Pma) . La Cambogia gode dell’esenzione dei dazi per l’esportazione di riso verso la Ue dal settembre 2009 mentre il Myanmar dal giugno 2013 (con effetto retroattivo dal 2012). Con il Vietnam è stato firmato un accordo di libero scambio nell’agosto 2015 con un tetto però alle importazioni a dazio zero. L’obiettivo della politica che sta alla base del sistema delle preferenza tariffarie generalizzate (Spg) della Ue è aiutare i beneficiari a integrarsi meglio nel commercio mondiale, contribuendo al loro sviluppo attraverso riduzioni dei dazi doganali per determinati prodotti importati nel mercato europeo.

Nell’ambito dell’attuale regime speciale a favore dei Pma, i dazi della tariffa doganale comune sono aboliti per tutti i prodotti provenienti da una serie di Paesi (regolamento delegato Ue n. 1421/2013) tranne per le armi e le munizioni, secondo il principio conosciuto con l’acronimo inglese Eba: Everything but arms (Tutto tranne le armi).

L’Italia cosa ha fatto finora per proteggere i propri risicoltori?

Il 16 febbraio scorso l’allora ministro dello Sviluppo Carlo Calenda insieme all’allora ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina hanno presentato ufficialmente alla Commissione europea, con il sostegno di altri sette Paesi che hanno attività di produzione di riso nell’Ue (Spagna, Francia, Portogallo, Grecia, Romania, Bulgaria e Ungheria), la richiesta di attivare la clausola di salvaguardia sulle importazioni del riso Indica originario dalla Cambogia e dal Myanmar perché queste importazioni hanno causato serie difficoltà ai produttori dell’Unione europea di riso Indica. Il 16 marzo la Commissione Ue ha pubblicato l’avviso dell’apertura di un’inchiesta che dovrà concludere con una decisione entro 12 mesi, anche se può adottare degli atti prima di quella scadenza.

Una norma sul copyright che minaccia internet. Non usano giri di parole, Cerf, Berners-Lee e altri luminari che hanno contribuito a edificare la Rete come la conosciamo. E che questa volta prendono di mira l’Unione europea. Che si è mostrata più attenta di altri Stati ai diritti dei cittadini, attraverso il Regolamento sulla privacy (il GDPR). Ma che ora – è la contestazione degli architetti della Rete – rischia di cadere sul diritto d’autore.

Prima l’antefatto. Da tempo Parlamento e Commissione europea discutono di una proposta di riforma del copyright. E su alcuni degli articoli proposti – in particolare l’art 13 – la discussione si è fatta via via più accesa. Ora la prossima settimana è attesa una votazione della commissione giuridica del Parlamento Ue.

La lettera dei padri della Rete

In questo quadro, nei giorni scorsi, è arrivato un appello firmato da personalità autorevoli. Una settantina di ricercatori e studiosi, incluse alcune figure considerate tra i “padri di internet”, hanno infatti scritto una lettera aperta al presidente dell’europarlamento Antonio Tajani, chiedendogli di opporsi a uno degli aspetti più controversi della nuova direttiva sul copyright nel mercato unico digitale, l’articolo 13.

Questa disposizione impone maggiori responsabilità in capo a siti e servizi internet per i contenuti che ospitano. In particolare siti che permettono agli utenti di caricare testi, audio, video, codice dovranno filtrare automaticamente i contenuti, confrontandoli con quelli registrati dai detentori di copyright in un database; diversamente rischiano multe per violazione del diritto d’autore. Tra gli autori della lettera al parlamento figurano l’inventore del Web Tim Berners-Lee, e Vint Cerf, considerato tra i padri di internet. Ma anche Jimmy Wales, cofondatore di Wikipedia, Brester Kahle, fondatore dell’Internet Archive, o il professore della Columbia University Tim Wu.

“Come gruppo di pionieri e architetti originali di Internet e loro successori – recita la lettera – vi scriviamo urgentemente su una minaccia imminente al futuro della rete globale. La proposta della Commissione europea nell’articolo 13 della direttiva per il copyright nel mercato unico digitale partiva da buone intenzioni. Come creatori, condividiamo la preoccupazione per una equa distribuzione dei ricavi dall’uso online di opere protette dal diritto d’autore, che benefici i creatori, gli editori e le piattaforme. Ma l’articolo 13 non è la strada giusta. Richiedendo alle piattaforme Internet di eseguire un filtro automatico su tutti i contenuti caricati dai loro utenti, l’articolo 13 fa un passo in avanti senza precedenti verso la trasformazione di Internet da una piattaforma aperta alla condivisione e innovazione a uno strumento per la sorveglianza automatizzata e il controllo degli utenti”.

La lettera prosegue dicendo che questa misura invertirebbe il modello adottato fino ad oggi dalla direttiva sull’ecommerce, per cui chi carica contenuti su piattaforme neutre è responsabile degli stessi, mentre le piattaforme devono rimuovere i contenuti solo dopo che la loro illegalità sia stata portata alla loro attenzione, e non prima ancora che siano pubblicati.

Inoltre, scrivono i ricercatori (molti americani), la norma non colpirà solo le piattaforme Internet americane ma anche i concorrenti europei, a partire da medie e piccole imprese e startup che dovranno sobbarcarsi i costi delle tecnologie di filtro automatico. Ma l’impatto ci sarà anche sugli utenti, anche a chi contribuisce a siti collaborativi come Wikipedia e Github.

Il commento di un firmatario

“Il primo ordine di problemi è che la tecnologia di cui sta sta discutendo, il filtro automatico, è ampiamente imperfetta”, commenta ad AGI Stefano Zanero, professore di sicurezza informatica al Politecnico di Milano e tra i firmatari della lettera. “Oggi chi la usa lo fa volontariamente. Ma se lo metti come obbligo rischi che le piattaforme finiranno col togliere anche contenuti leciti per timore di incorrere in sanzioni. Inoltre queste tecnologie peseranno di più sulle spalle di realtà medio-piccole, a partire dalle aziende europee. Infine, i filtri non sanno distinguere il diritto di cronaca, di satira e così via. In generale bisognerebbe tenere presente che le piattaforme di contenuti generati dagli utenti permettono lo scambio di opinione e informazione che sono diritti costituzionalmente garantiti”.

La voce dei detentori di copyright

Di parere diametralmente opposto Enzo Mazza, presidente della Federazione dell’Industria Musicale Italiana (FIMI), che sostiene questa riforma del copyright. “Sono paure inesistenti, perché l’articolo 13 chiarisce semplicemente il ruolo e la collocazione delle piattaforme di contenuti”, commenta ad AGI, aggiungendo che “l’assenza di responsabilità prevista dalla direttiva ecommerce riguardava solo gli Isp e le telco, e non doveva applicarsi alle piattaforme di contenuto come YouTube”, come di fatto sarebbe poi avvenuto. Secondo Mazza, le realtà wiki e collaborative non avrebbero nulla da temere “perché l’ultima formulazione della proposta esclude le attività non a scopo di lucro”.

Stop all'aumento dell'Iva e rispetto degli impegni europei tenendo fede al programma di governo. Con un periodo di programmazione che dovrebbe essere esteso al 2020, anno in cui il quadro tendenziale prevede il pareggio di bilancio. Sarà questo l'impianto della risoluzione di maggioranza sul Def che, dopo un periodo di stand-by, approderà martedì nelle Aule di Camera e Senato.

Un testo snello, ancora soggetto a modifiche, che impegna il governo ad "assumere tutte le iniziative per favorire il disinnesco delle clausole di salvaguardia", ovvero per trovare i 12,4 miliardi necessari per evitare l'aumento dell'Iva e delle accise che scatterebbe dall'anno prossimo. Nel documento si sollecita anche l'esecutivo a "riconsiderare in tempi brevi il quadro di finanza pubblica nel rispetto degli impegni europei sui saldi di bilancio".

 

Gli ultimi ritocchi dovrebbero estendere l'arco temporale di programmazione oltre il 2018-2019 previsto in una prima versione, comprendendo il 2020, anno in cui è previsto il raggiungimento del pareggio di bilancio strutturale, ovvero l'obiettivo di medio termine per l'Italia. Nessun accenno, invece, al mix di misure che tra deficit, tagli di spesa e aumenti di entrata, dovrà garantire le coperture "per gli interventi prioritari necessari" per attuare il contratto di governo, richiamati nel testo della risoluzione.

 

Il Def sarà un banco di prova per l'esecutivo e la nuova maggioranza. Ovviamente Lega e M5s hanno i numeri per approvare da soli la risoluzione ma in una fase delicata, in cui il percorso di politica economica muove i suoi primi passi, incassare il sostegno delle altre forze parlamentari potrebbe essere decisivo anche nel negoziato che si intende aprire con l'Europa. Tuttavia, difficilmente la risoluzione potrà essere condivisa se, come previsto nella bozza circolata, resterà il riferimento "alle linee programmatiche" indicate dal premier Conte "nelle sue comunicazioni alle Camere e su cui ha ottenuto la fiducia".

Il Pd ha già fatto sapere che è pronto a votare la risoluzione solo nel caso in cui ci si limiti a disinnescare le clausole di salvaguardia e a negoziare con Bruxelles margini sul deficit per il 2019 garantendo comunque una graduale riduzione. La risoluzione si muove su un filo sottile cercando di conciliare la linea prudente sui conti, di cui il ministro dell'Economia, Giovanni Tria si fa garante, con le posizioni più dure presenti all'interno dell'esecutivo.

La sostenibilità dei conti pubblici, ha fatto capire chiaramente il responsabile del Tesoro, non è in discussione, soprattutto alla luce dei segnali di rallentamento dell'economia che potrebbero imporre di rivedere al ribasso le stime di crescita a settembre in occasione della Nota di aggiornamento al Def (la cornice su cui costruire la manovra del 2019). Sarà quella la sede in cui il governo conta di aggiornare il quadro programmatico di finanza pubblica. Per preparare il terreno per la pace fiscale, il reddito di cittadinanza e le modifiche alla riforma Fornero, misure che difficilmente potranno essere messe in campo prima della legge di bilancio l'esecutivo M5s-Lega punta a ridiscutere alcuni parametri economici europei e ottenere nuovi margini di flessibilità, ovvero più spazi di manovra.

Il primo provvedimento del governo arriverà a breve, probabilmente entro giugno, e dovrebbe essere sostanzialmente a costo zero. Sarà il decreto 'dignità' annunciato dal ministro al Lavoro e allo Sviluppo, Luigi Di Maio. Conterrà misure per i lavoratori e per le imprese. Quattro i punti cardine. Lo stop a spesometro, redditometro e studi di settore, già destinati in realtà ad andare in soffitta dal 2019. In arrivo anche misure per disincentivare le delocalizzazioni: chi prende fondi pubblici non potrà andare all'estero. Revisione del Jobs Act e lotta alla precarietà. Una delle prime categorie di lavoratori a cui il decreto si rivolgerà sarà quella dei rider, i ciclo- fattorini non protetti da alcun contratto ne' assicurazione, ai quali verrà garantito il salario minimo orario e saranno estese le tutele Inps e Inail. Previsto, infine, lo stop alla pubblicità del gioco d'azzardo per contrastare la piaga della ludopatia. Il governo studia inoltre un rinvio di sei mesi per l'obbligo di emissione dell'e-fattura che dovrebbe scattare da luglio. Ed entro agosto si punta ad avviare la mini flat tax per le partite Iva e un anticipo del meccanismo di pace fiscale.

Domanda: “Ma intanto state facendo soldi a palate”. Risposta: “Si sbaglia, non ci sono utili di Foodora Italia perché è ancora un’attività in avviamento. E anche i nostri concorrenti sono nella stessa condizione”.

È uno dei passaggi più interessanti dell’intervista che Gianluca Cocco, capo di Foodora Italia, una delle principali società di consegne di cibo a domicilio in Italia, ha rilasciato domenica 17 giugno al Corriere della sera, dove però ne spiccava un’altra che è destinata a tenere alta la tensione tra queste società e il governo: “Se fossero vere le anticipazioni del decreto dignità di Di Maio, il governo ha l’obiettivo di farci andare via dall’Italia”. Il motivo è che queste società dicono di non poter reggere il peso del lavoro subordinato. Tradotto, assumere i rider come dipendenti. Minaccia che il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Luigi Di Maio ha respinto qualche ora dopo al mittente, convocando per lunedì 18 giugno cinque delle venti piattaforme di food delivery che lavorano in Italia al ministero.

Per capire cosa c'è in ballo sul primo tavolo voluto dal ministro Di Maio, il tema del lavoro su cui il governo si gioca il suo debutto, occorre forse dotarsi di una bussola, e un po' di numeri. 
 

Qual è il mercato del food delivery in Italia?

Si tratta di un mercato piuttosto giovane, fatto perlopiù da società che hanno cominciato a guardare il mercato italiano nel 2015. Secondo la stima più ottimistica potrebbe valere un giro d’affari di circa due miliardi di euro (numeri di un report pubblicato lo scorso marzo da una società di comunicazione, Comunicatica). Cresce del 3 percento circa ogni anno. E secondo alcuni stralci di un report che sarà pubblicato a luglio a cura della Fondazione De Benedetti, pare che in Italia lavorino come fattorini nel settore circa 10mila persone (qui le parti riportate dal Sole 24 Ore).

Il numero, anche se per alcuni è esagerato, sarebbe comunque considerevole se ce ne fossero solo la metà. Ma quello che non è emerso ancora è che riguarda solo una piccola porzione del mercato delle consegne a domicilio.

Il mercato totale delle consegne a domicilio, dove le app contano il 5%

Nel 2016, a due anni dalla quotazione della londinese Just Eat, Deutsche Bank, la banca di investimento che ne curò il listing, rilasciò un report dove raccontava i numeri reali del mercato del food delivery per capirne potenzialità e limiti. Il report parlava dettagliatamente anche dell’Italia, dove Just Eat era presente da un anno: In Italia il mercato delle ordinazioni di cibo via internet era due anni fa il 3,5 percento del totale. Un report di un anno dopo, questa volta curato da Dealroom, determina una crescita dell’1,5%. Questo vuol dire che le società di food delivery e i 10mila fattorini che ci lavorano sono il 5% del mercato complessivo delle consegne a domicilio. Oggi le stime più ottimistiche, considerata la crescita del mercato, vedrebbero le ordinazioni online al 7-10% del mercato totale

Chi determina il restante 90%? Le classiche pizzerie sotto casa, spiegano i report, quelle che si raggiungono telefonicamente e i loro fattorini che guadagnano i 50 euro a serata, spesso a nero, e che è impossibile tracciare, né fare emergere.

 

Perché le multinazionali del food delivery sono in rosso? Chi le finanzia?

Un mercato giovanissimo, che non ha ancora cominciato a marciare davvero. Spesso alla maggior parte delle persone risulta controintuitivo che le nuove multinazionali del digitale siano in rosso da anni eppure siano considerate dei giganti quotati addirittura in borsa. Uber, Twitter, Lyft sono alcuni esempi. Queste società sono diventate grandi spesso grazie alla scommessa di investitori privati che ne hanno riempito le casse con tantissimi soldi, miliardi di dollari, in cambio di azioni, e con la scommessa che prima o poi andranno in utile permettendo loro di recuperare le perdite e farci molti soldi. Ecco perché possono diventare dei giganti rimanendo per anni in rosso (Uber non genera ancora utili). È quello che è successo a Facebook, a Linkedin.

Come arrivano i soldi a Foodora, e le altre

Foodora è stata comprata nel 2015 dal gruppo Delivery Hero. Da questa è finaziata. Il gruppo ha registrato nel 2017 ricavi per 544 milioni, ma è in perdita di 245 milioni. Il pareggio dovrebbe arrivare quest’anno, poi la crescita. Dove prende questi soldi Delivery Hero? Nel settembre 2017 ha raccolto 660 milioni dal fondo Nasper, lo stesso che sei mesi prima gliene aveva versati 440, due anni prima 110 con Rocket Internet e così via. E dal 2018 gli investitori cominceranno, forse, a ripagare la loro scommessa (dati Crunchbase). È attiva in 40 Paesi, ma è quasi ovunque in rosso. Deliveroo, altro nome, sorte analoga: è andata in pareggio nel 2016, con perdite pari ai ricavi, 144 milioni di euro, ha in pancia circa 800 milioni di investimenti da diverse società di venture capital (dati Crunchbase). Just Eat è danese, ma sede a Londra e macina molto rispetto alle altre, ma la Deutche Bank lo scorso marzo ha declassato l'investimento nella società per la sua difficoltà a generare utili. 

 

Che cos’è la gig economy o l’economia dei lavoretti?

L’origine è piuttosto dibattuta, ma su una cosa sono tutti concordi: le aziende della gig economy (in italiano economia dei lavoretti, da gig, lavoretto appunto) non sono nate per creare normali posti di lavoro. Ma per dare ad alcuni la possibilità di arrotondare. Sono aziende per le quali promettere un full time non ha senso: lavorano spesso alcune ore al giorno, quando si pranza o quando si cena, soprattutto di sera. L’arco temporale in cui si svolge il lavoro è ridottissimo.  

È quello che accade nel food delivery.

Un buon esempio ce lo fornisce un articolo del Corriere della Sera: “Prendiamo una cena recapitata a casa. Il costo è di 30 euro. In realtà 21 finiscono al ristorante, 9 alla piattaforma che ha agganciato l’oridine e gestito la consegna (il 30%). Di questi 9 euro, 4 servono per pagare il lavoratore, 4 sono le spese di marketing e gestione. Alla fine, alla piattaforma questa consegna frutta un euro. A fare la differenza quindi è il valore del pasto: più è alto, più i ricavi aumentano”. Ma in realtà anche il numero delle consegne e la grandezza della flotta dei rider.

Il lavoro e i lavoretti

L’Us Bureau Labor Statistic, l’istituzione che tiene il polso del mercato del lavoro negli Stati Uniti, ha tuttora molta difficoltà a capire il numero esatto di lavoratori nel settore, ma sa che in america ci sono circa 10 milioni di freelance, e tra questi sono considerati anche i rider. In un report pubblicato la scorsa settimana, si dice che il 70% dei dipendenti è interessato a fare dei lavoretti per queste piattaforme, per avere un po’ di soldi in più a fine mese. Il trend è in crescita enorme in Cina. Ma nessuno si sognerebbe di considerare quello il proprio lavoro principale.

Ma questo giudizio sembra riguardare anche l'Italia. Il capo di Foodora Italia al Corriere ricorda una ricerca dell'Inps dove si spiegava che il 50% dei rider sono studenti, per il 25% è un secondo lavoro, e un altro 10% lo considera un lavoro di passaggio. Un modo per guadagnare qualcosa, prima di trovare un lavoro migliore. 

Di contro, spiega Di Maio, i rider sono il simbolo di una generazione tradita. Quella dei ventenni e dei trentenni. E che si impegnerà per fare in modo che in Italia non ci siano più sfruttamento e precarietà del lavoro. Ma, raccontano i rider intervistati in questi mesi dai media, e ai report, è spesso l’assenza di un lavoro stabile, magari il lavoro per cui si è studiato, che induce questi ragazzi a cercare di sbarcare il lunario con i lavoretti delle consegne.

Il problema quindi potrebbe essere più generale e esteso che quello, pur esistente e urgente, di un settore piccolo e incerto come quello dei fattorini.   

 

 

La potenza mediatica del nuovo schiavismo digitale

È davvero difficile farsi un'idea sulle dinamiche del lavoro e dello sfruttamento del lavoro di queste aziende. 

In questi anni abbiamo visto spesso i riders in televisione: incappucciati per non farsi riconoscere, la voce modificata, ragazzi e ragazze. Li abbiamo sentiti mentre raccontavano la loro vita su due ruote, i rischi. Abbiamo imparato che sono governati da un algoritmo, proprietario di società con sede all’estero, multinazionali arrivate in Italia per conquistare un mercato vergine e sfruttarne le debolezze, come la cronica mancanza del lavoro. Ci siamo sentiti vicini a loro quando hanno raccontato che il loro lavoro è valutato a like e stelline, come un post su Facebook o un tweet, dalle persone a cui consegnavano un hamburger o del sushi, e che da quel like poteva dipendere il futuro del loro lavoro.

Gli elementi per odiare chi offre queste opportunità di lavoro ci sono tutti. L’algoritmo, le multinazionali, il lato oscuro della tecnologia, società con sedi all'estero, che generano utili su un lavoro duro, sottopagato e senza tutele, fatto da ragazzi che consegnano il cibo a casa per la comodità dell'utente.

Ma a ben vedere l’algoritmo non “governa” loro, ma traccia gli spostamenti e indica quale potrebbe essere la prossima consegna. Mentre la logica del giudizio è tutta dell’utente, perché sono esseri umani in carne ossa e pensieri che cliccano su stelline per giudicare il lavoro dei fattorini, non l’algoritmo, che non giudica, calcola.

 

Chi potrebbe guadagnare e chi perdere dall’operazione dignità di Di Maio 

Il capo di Foodora l’ha detto chiaramente: così rischiamo di dover chiudere. Non è l’unico ad averlo pensato. Off the record è quello che si sente dire più spesso dai manager italiani di queste società.

Ma le attive in Italia non sono solo le 5 chiamate al ministero da Di Maio. Ce ne sono almeno altre 15, più piccole e tutte italiane. Alcune di queste con condizioni di lavoro come la paga oraria fissa (pagare un rider un tot di euro, si pensa possano essere 15, a prescindere dal numero di consegne che fa, per un numero di ore non definito ma non inferiore a 4) molte potrebbero essere costrette a chiudere  

"Non possiamo permetterci di pagare un rider anche se non lavora"

Una di queste è Prestofood. È molto attiva nel sud Italia, di base è a Catania, e ad Agi il suo amministratore delegato Guido Consoli, 25 anni, aveva detto di essere “abbastanza favorevole ad una regolamentazione dei riders”, ma con un margine del 25% le aziende come la sua “non possono sopportare le spese dei contratti subordinati. Sarebbe impossibile e poi il rider ha un problema di fondo, lavora per 3/4h ma non si prevede mai quello che la mole di lavoro svilupperà per lui. Dovresti pagarlo vuoto per pieno con una retribuzione fissa mensile ma se non esegue nessuna consegna?”.

Il rischio individuato da molti è che l’operazione dignità “risolva la questione dei riders cancellando la possibilità che in Italia ci siano lavori come quello dei rider: niente più rider ma disoccupati”.

"Ci considerano schiavisti del Novecento, in realtà siamo tutti in rosso per pagare i dipendenti"

Non è l’unico. Un’altra società di food delivery italiana, Moovenda, sempre ad Agi cerca di chiarire un aspetto piuttosto centrale. A parlare è il suo amministratore delegato Simone Ridolfi, romano, 30 anni: “C’è un equivoco che riguarda i nostri margini. Sembra che siamo imprenditori del primo novecento che schiavizzano i fattorini. Di fatto tutte queste società sono in rosso e buona parte del motivo è che costano tanto i fattorini”. Non li si può pagare di meno, “perché anche noi teniamo alla dignità di chi lavora”, 12,5 euro l’ora per i fattorini di Moovenda, ma l’azienda ha cercato di ottimizzare le consegne migliorando l’algoritmo proprietario.

“Molti nostri concorrenti lavorano dividendo i rider per zone della città. Noi non abbiamo zone, ma l’algoritmo calcola in base a dove si trova il fattorino in un dato momento qual è la consegna più prossima”. A Moovenda, spiega Ridolfi, la legge di Di Maio potrebbe pure andare bene e favorirne il business perché loro grazie al tipo di tecnologia che ha sviluppato il fattorino non ha mai tempi morti, e può permettersi già una paga oraria più o meno fissa.

Ma per un’azienda che ne potrebbe guadagnare, altre potrebbero perdere. E forse chiudere. Molte di queste sono italiane, mentre le multinazionali guarderebbero semplicemente altrove, lasciando i riders senza lavoro. Quello che uscirà dal tavolo del ministero potrebbe determinare la fine di alcuni business. Di Maio si è detto interessato a fare in modo che queste aziende crescano ancora e creino altri posti di lavoro. Su quella linea tra crescita e tipologia di lavoro creato si gioca tutta la partita del settore.

@arcangeloroc 

 

“Se fossero vere le anticipazioni del decreto dignità che il ministro Di Maio ha fornito alle delegazioni di rider incontrate, dovrei concludere che il nuovo governo ha un solo obiettivo: fare in modo che le piattaforme digitali lascino l’Italia. Quella che filtra è una demonizzazione della tecnologia che ha dell’incredibile, quasi medievale e in contraddizione con lo spirito modernista del Movimento 5 Stelle”.

Lo ha detto Gianluca Cocco, amministratore delegato di Foodora Italia, al Corriere della Sera in una intervista uscita oggi. Cocco ha 31 anni e guida uno dei gruppi di  food delivery più affermati anche in Italia.

Leggi anche: Il tribunale ha dato torto ai rider di Foodora sulla base di una sentenza anni '80

In questi giorni si sta parlando molto di riders (i fattorini che consegnano i prodotti nelle grandi città, spesso in bicicletta), da quando Luigi Di Maio, neo ministro del Lavoro ha parlato di loro intervenendo alla Camera e annunciando un ‘decreto dignità’, così lo ha chiamato il vicepremier, un provvedimento che mira a garantire una paga oraria e una tutela assicurativa a tutti i lavoratori di questo settore. Un decreto, dice al Corriere Gianluca Cocco, che porterebbe questo gruppo a lasciare l’Italia.

Leggi anche: Quanto guadagna un fattorino di Deliveroo? Secondo l'azienda i rider sono felici

Cosa ha detto Cocco nell’intervista al Corriere

Questi alcuni dei passaggi dell’intervista dell’ad al quotidiano di via Solferino (leggi qui l’intervista integrale)

“Il decreto ingessa la flessibilità, parte dal riconoscimento dell’attività dei rider come lavoro subordinato. Così gli operatori saranno costretti ad assumere tutti i collaboratori, chiuderanno i battenti e trionferà il sommerso. Secondo una ricerca condotta in collaborazione con l’Inps solo il 10% dei rider lo considera un lavoro stabile. Il 50% sono studenti, il 25% lo esercita come secondo lavoro e un altro 10% lo considera un’attività di transizione. La durata media è 4 mesi, non di più”. 

Il nostro lavoro dura due-tre ore nella fase del pranzo e circa quattro al tempo della cena e i rider si alternano. Il 75% in una settimana lavora meno di 25 ore. Non è uno schema da 8 ore al giorno come nel ‘900. Se Di Maio vuole che i player tecnologici lascino l’Italia lo dica chiaramente”. 

Gli mostrerò i risultati di una nostra ricerca dove più del 90% dei rider indica la flessibilità come un pregio di questo lavoro”

“Oggi un nostro fattorino guadagna 5 euro per ciascuna consegna e in un’ora ne può fare anche tre. In busta paga gli entrano 3,60 euro, il resto è contribuzione Inps e Inail. Se ne può discutere rispettando però la sostenibilità del conto economico delle nostre aziende”. 

Noi paghiamo già il contributo Inps e tutto il premio Inail e un’assicurazione privata per i danni a terzi. Pensiamo che sia il sistema più giusto perché garantisce maternità e indennità di disoccupazione. Se tutto il settore decide di rafforzare le tutele dei rider siamo i primi a esserne felici”. 

Leggi anche: Gli algoritmi, i voucher e la dignità dei fattorini digitali di Riccardo Luna

Ci vogliono in Italia 5 generazioni, vale a dire circa 180 anni, perché un discendente di una famiglia povera si elevi socialmente e percepisca il reddito medio del Paese. E il 71% dei genitori è in ansia perché teme che i loro figli non raggiungano lo stesso status della famiglia d'origine. È quanto emerge da un rapporto dell'Ocse sul cosiddetto "ascensore sociale". Non solo, ma sempre in Italia i due terzi dei figli la cui famiglia d'origine è poco istruita resterà a quel livello mentre solo il 6% riuscirà a prendere un diploma di scuola superiore.

E, ancora, circa il 40% dei figli dei lavoratori manuali farà lo stesso lavoro dei genitori mentre il 31% dei figli di chi percepisce un reddito basso percepirà lo stesso reddito. In questo senso, l'Ocse punta il dito sull'entità molto bassa degli investimenti che si fanno nella scuola e nella formazione, citando ad esempio il fatto che i laureati guadagnano in media solo il 40% in più rispetto ai diplomati, mentre tale percentuale sale al 60% nei paesi dell'area Ocse.

Servono cinque generazioni, ma è nella media 

Per quanto riguarda in generale l'indice di 'ascensore sociale', l'Italia è nella media dei paesi dell'area Ocse dove servono appunto 5 generazioni per elevarsi socialmente e guadagnare anche di più. Ma ci sono alcuni paesi come la Francia e la Germania dove la media sale addirittura a 6 per non parlare del Brasile e del Sudafrica (9 generazioni) o della Colombia (11).

La media cala drasticamente in Danimarca e negli altri paesi nordici (Norvegia, Finlandia, Svezia) dove sarebbero necessarie solo 2 o 3 generazioni. In media, nei paesi Ocse, solo il 17% dei bambini provenienti da ambienti modesti riescono a salire socialmente fino in cima alla scala dei redditi, mentre il 42% dei bambini di famiglie ricche sono in grado di rimanere a quel livello.

L'assenza di mobilità sociale in Italia 

Per l'Ocse, manca insomma la "mobilità sociale": in media, inoltre, solo il 24% dei figli dei lavoratori manuali diventa dirigente (il 27% in Francia) mentre la percentuale è doppia per i figli dei dirigenti. Solo il 12% dei bambini con genitori scarsamente istruiti ha un'istruzione superiore, rispetto a più del 60% dei bambini nati in famiglie più intellettualmente preparate.

Eni e Ics Maugeri hanno sottoscritto un accordo per estendere a livello mondiale a tutti i Paesi in cui Eni opera la reciproca collaborazione per la ricerca, prevenzione e trattamento nell’ambito delle emergenze tossicologiche.  La collaborazione tra Eni e il Centro antiveleni dell’ICS Maugeri, già operativa a livello nazionale, viene quindi estesa agli oltre 70 Paesi in cui il gruppo Eni opera nel mondo, a cominciare dai dodici paesi africani (Algeria, Angola, Congo, Egitto, Gabon, Ghana, Kenia, Libia, Mozambico, Nigeria, Sudafrica e Tunisia) dove operano complessivamente oltre 3.500 addetti della compagnia e che saranno coperti entro il 2018. 

Grazie all’accordo, Eni e ICS Maugeri rinnovano e rinforzano una collaborazione che risale al 1996 e che unisce esperienze e know how d’eccellenza con l’ambizione di portare le rispettive competenze a servizio e beneficio dei lavoratori di Eni e delle popolazioni dei Paesi in cui la società opera. I rischi tossicologici rappresentano un elemento importante della medicina preventiva e del trattamento clinico: per questo motivo, grazie alla grande esperienza del Centro antiveleni della Maugeri, i 200 medici di Eni operativi presso tutte le realtà della compagnia saranno in grado di garantire il livello più alto di protezione ai dipendenti e a tutti coloro che vivono in prossimità delle strutture Eni in qualsiasi Paese del mondo. 

Il Centro Antiveleni dell’Ics Maugeri, diretto dal dottor Carlo Locatelli, ha fornito in questi anni una consulenza tossicologica ad ampio spettro per il personale sanitario degli impianti di Eni in Italia: dal supporto per la predisposizione di piani di emergenza, al consulto immediato nell’eventualità di incidente industriale e al minimo caso di intossicazione del singolo addetto. Per farlo, il Centro ed Eni gestiscono gli antidoti nei singoli siti industriali, provvedendo al loro controllo e alla loro sostituzione.

In più di un caso, essendo il Centro un riferimento nazionale per la Banca dati nazionale degli antidoti, nella gestione di singoli casi di avvelenamento per gli ospedali pubblici è stato indicato un impianto Eni come primissima fonte di approvvigionamento di antidoti che non era possibile reperire sul territorio. E in diverse occasioni il Servizio Sanitario Nazionale si è avvalso di antidoti stoccati da Eni per la gestione di emergenze. Il Centro Antiveleni non lavora solo sulla prevenzione delle emergenze ma fornisce expertise in campo tossicologico, anche per problematiche regolatorie, e fornisce attività formativa di routine. Inoltre, il reparto di Tossicologia che il Centro gestisce all’IRCCS Maugeri di Pavia può ricoverare personale eventualmente coinvolto in casi di intossicazione, dopo la gestione dell’emergenza, per la valutazione adeguata delle condizioni di salute.

L’estensione graduale dei servizi del Centro Antiveleni a tutti gli oltre 70 Paesi in cui Eni opera, comporterà un’importante azione di aggiornamento dei dati e delle informazioni del Centro stesso per offrire, al personale impiegato in quei contesti, una tutela tossicologica la più ampia possibile. Per ogni nuovo Paese il Centro sta approntando nuovi dossier relativi a reti sanitarie esistenti, farmacopea locale e rischi tossicologi extra-industriali tipici di quei territori: dalle punture o i morsi di animali, alla vegetazione velenosa, al contatto o all’ingestione accidentale, fino all’intossicazione alimentare tipica. 

Flag Counter