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AGI – Nella giornata di martedì 17 maggio i mercati restano deboli e volatili ma provano a rimbalzare, mentre in prospettiva pesano le aggressive mosse delle banche centrali e all’orizzonte cresce il rischio di stagflazione, l’economia globale rallenta e le pressioni inflazionistiche permangono elevate. In Asia i listini salgono, mentre l’ottimismo sui lockdown a Shanghai, che dovrebbero terminare il primo giugno, contrasta con il forte rallentamento dell’economia cinese dovuto proprio agli effetti delle prolungate restrizioni da Covid.

Le Borse di Tokyo e Shanghai salgono e va in rally Hong Kong, spinta dai titoli tech, il cui indice arriva a rimbalzare fino al 4%. In crescita anche i future Wall Street, dopo una seduta debole, appesantita dalle crescenti preoccupazioni per la crescita globale alimentate dai deludenti dati economici cinesi e dal crollo dell’attività manifatturiera nello Stato di New York. L’indice mensile Empire State pubblicato dalla Fed è sceso di oltre 36 punti a -11,6.

Nuovo tonfo di Twitter che ha ceduto l’8,18% a causa dei timori che Elon Musk possa abbandonare l’acquisizione da 44 miliardi di dollari. Tra i titoli più pesanti quelli dei beni di consumo discrezionali, con Tesla che ha lasciato sul terreno il 5,88%.

Giù dell’1% anche McDonald’s dopo l’annuncio della vendita di tutti i suoi ristoranti in Russia. I big tech hanno registrato un andamento misto, con Apple, Alphabet e Amazon in calo di oltre l’1%, mentre Facebook e Microsoft hanno registrato contenuti rialzi. Oggi c’è attesa per una serie di interventi di esponenti della Fed, a partire dal numero uno, Jerome Powell, che parla a un convegno del Wall Street Journal.

In agenda anche il presidente della Fed di Chicago, Charles Evans, ospite all’Università di New York, quello di Filadelfia, Patrick Harker, quella di Cleveland, Loretta Mester e il ‘falco’ di St Louis, James Bullard. Lo scorso fine settimana Powell, in un’intervista, ha detto: il nostro obiettivo è quello di portare l’inflazione Usa al 2% attraverso un ‘soft landing’, cioè senza entrare in recessione. Tuttavia Powell ha anche precisato che questo della Fed è un esperimento “di cui non garantiamo il risultato”.

La recessione è quindi diventata un’ipotesi sempre più concreta. “È cambiato il clima – commenta Antonio Cesarano, chief global strategist di Intermonte – Fed e Bce hanno introdotto nel loro vocabolario la parola ‘recessione’. Magari per negarla, per dire che non ci sarà, ma ne parlano”. Anche i mercati recepiscono questo cambiamento di clima, come dimostra il marcato calo dei rendimenti obbigazionari. I T-bond a 10 anni sono scesi dal 3,2%, registrato la scorsa settimana al 2,9% attuale.

“I mercati azionari – spiega Cesarano – vedono che le banche centrali rialzano i tassi, che la crescita in prospettiva rallenta e che il tema stagflazione prende piede. Per cui preferiscono cautelarsi comprando titoli di Stato. Tra bond ed equity prevalgono i primi. L’obbligazionario è diventato appetibile. E sulle Borse è calato il maltempo, con brevi schiarite, come quella di venerdì scorso. Prevedo che questo trend proseguirà anche nelle prossime settimane”. Anche sull’azionario europeo si alternano alti e bassi. Lo dimostrano i future sull’EuroStoxx 50 che sono positivi, dopo la chiusura contrastata di lunedì 16 maggio, con Parigi che ha ceduto lo 0,23%, Francoforte lo 0,45%, Londra che è avanzata dello 0,65% e Milano piatta. 

Riflettori puntati sull’intervento di Christine Lagarde

La numero uno dell’Istituto di Francoforte, ha recentemente confermato che un rialzo dei tassi è imminente e potrebbe avvenire a luglio, una volta terminato il programma di acquisti netti di attività, previsto per l’inizio del terzo trimestre. L’aumento dei tassi invece avverrà “qualche tempo dopo”. Resta volatile il prezzo del petrolio, mentre l’Ue non trova l’accordo sull’embargo al petrolio russo.

Dopo il rally di ieri a New York, in Asia il greggio cede leggermente, con il Wti e il Brent quasi appaiati sopra 113 dollari. Continua la corsa del prezzo del grano sui mercati internazionali dopo che il governo indiano, venerdì scorso, ha annunciato forti limitazioni alle esportazioni di frumento, giustificandosi con il fatto che la sicurezza alimentare dell’India sarebbe a rischio. I future negoziati a Chicago, oggi salgono di oltre il 3% a 1.250 dollari al bushel, ai massimi dallo scorso marzo.

Anche il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Janet Yellen, avverte che l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia sta creato una crisi globale, aggravando i problemi di sicurezza alimentare in tutto il mondo. “La guerra sta avendo un impatto che va oltre l’Ucraina ed è qualcosa che ci preoccupa molto”, ha affermato. “Temo che abbiamo davvero una crisi globale tra le mani”. Frena leggermente la corsa del biglietto verde. L’euro apre stabile sopra 1,04 dollari, dopo essere sceso a un minimo da 5 anni a 1,035 dollari la scorsa settimana.

Boccata d’ossigeno anche per lo yuan, fermo a 6,7953 sul dollaro a livello offshore, dopo essere scivolato giù del 6% in un mese. Dollaro/yen sopra quota 129 e sterlina che si posiziona a 1,2344 dollari dopo essere scesa fino a 1,2156 dollari la settimana scorsa. In Ucraina è stato raggiunto l’accordo su una tregua a Mariupol e sono stati evacuati i primi 264 militari dall’acciaieria Azovstal. Stiamo salvando “i nostri ragazzi: l’Ucraina ha bisogno di eroi vivi“, ha commentato Zelensky. Oggi, dopo il rapporto di Primavera dell’Ue di ieri, escono gli attesi dati Usa sulle vendite al dettaglio ad aprile.

La Ue taglia le stime per la crescita dell’Eurozona 

La crescita dell’Eurozona rallenterà al 2,7% nel 2022 e al 2,3% nel 2023. E’ quanto emerge dal rapporto Ue di primavera. Tagliate dunque le precedenti stime di febbraio che davano il Pil al 4% nel 2022 e al 2,7% nel 2023. Vola invece a livelli record l’inflazione: nel 2022 toccherà il 6,1% (contro il 3,5% previsto a febbraio), trainata dai prezzi dell’energia. È “il tasso più alto nella storia dell’Unione monetaria”, commenta Gentiloni. Nel 2023 si prevede un’attenuazione al 2,7%.

Il tasso di disoccupazione si attesterà al 7,3% in calo rispetto al 7,7% nel 2021 per portarsi al 7% l’anno prossimo. La Commissione taglia anche le stime di crescita dell’Italia: il Pil dovrebbe scendere al 2,4% nel 2022 e rallentare all’1,9% nel 2023, rispetto al 4,1% e al 2,3% previsti a febbraio, a causa dell’impatto della guerra della Russia contro l’Ucraina che pesa su catene di approvvigionamento e prezzi.

Nelle previsioni di primavera Bruxelles segnala che “la maggior parte della crescita dell’Italia” per il 2022 è “attribuibile a un effetto di trascinamento” legato alla “rapida ripresa” registrata nel 2021. A causa dell’attuale contesto geopolitico “le prospettive restano soggette a pronunciati rischi al ribasso”. Il deficit italiano nel 2022 sarà al 5,5%, per scendere al 4,3% nel 2023. Il debito pubblico sarà al 147,9% quest’anno e al 146,8% nel 2023.  L’Italia sarà “gravemente colpita” dal brusco stop all’approvvigionamento di gas” russo. Germania in picchiata: Pil all’1,6%, il livello più basso tra i 27 se si esclude l’Estonia. 

I dati sulle vendite al dettaglio negli Stati Uniti

Oggi escono i dati sulle vendite al dettaglio Usa, che sono una proxy dei consumi. La previsione è buona: +0,9% mensile ad aprile, contro il +0,7% di marzo. E +0,7% mensile al netto delle vendite di auto e benzina, sostanzialmente come a marzo. Il dato non è male, specie tenendo conto che venerdì scorso è uscito l’indice Michigan sulla fiducia dei consumatori Usa, che a maggio ha registrato un deludente calo delle aspettative, scese a 56,3 punti dai 62,5 punti di aprile e sotto gli attesi 63 punti. Questo significa che l’aumento dell’inflazione inizia a mordere sulla fiducia dei consumatori americani e quindi è un importante che le vendite del settore retail tengano.

AGI – Renault ha annunciato che venderà la propria quota di maggioranza in Avtovaz a un istituto di scienze russo, aggiungendo che l’operazione comprende peroò un’opzione di sei anni per il riacquisto della quota. La casa automobilistica, che in Occidente è quella più esposta sul mercato russo, ha spiegato che la quota del 67,69% di Avtovaz sarà venduta all’Istituto russo centrale di ricerca e sviluppo sull’automobile e i motori, noto come Nami.

In questa direzione, tutte le approvazioni necessarie sono state ottenute. La quota del 100% in Renault Russia andrà alla città di Mosca. In una nota, il ministero russo dell’Industria e del Commercio ha fatto sapere che le attività di Renault in Russia sono ora di proprietà dello Stato russo.

“Oggi abbiamo preso una decisione difficile ma necessaria, e stiamo facendo una scelta responsabile per i nostri 45.000 dipendenti in Russia”, ha detto il Ceo Luca de Meo. La mossa ha preservato il gruppo, lasciando aperta la possibilità di ritornare nel Paese nel futuro, in un contesto differente, ha spiegato il manager.

A marzo Renault aveva detto di voler sospendere le operazioni nel proprio stabilimento in Russia a causa della pressione crescente innescata dal conflitto in Ucraina.L’azienda, al 15% di proprietà dello Stato francese, ha confermato una svalutazione “non-cash” di quasi 2,2 miliardi di euro, per riflettere i potenziali costi di una sospensione delle attività in Russia. Oltre 400 aziende si sono ritirate dal Paese dopo l’invasione dell’Ucraina iniziata il 24 febbraio, lasciando indietro miliardi di dollari di asset. 

AGI – Dopo due anni tragici, il turismo ritrova un po’ di ottimismo. Questo il messaggio uscito dalla 72esima assemblea di Federalberghi, dove non sono mancati comunque gli allarmi per le difficoltà delle imprese, che devono fare i conti con il rincaro dell’energia, conseguenza della guerra in Ucraina, il peso del fisco e della burocrazia, l’abusivismo dilagante e la carenza di personale.

“L’Italia ha enormi margini di miglioramento. Tolto il tappo, c’è un fenomeno di grandissima voglia di tornare in Italia dopo due anni di assenza”, ha detto il ministro del Turismo Massimo Garavaglia. “Dai primi dati – ha osservato – notiamo che su aprile, maggio e giugno l’Italia ha un tasso di riempimento delle strutture ricettive di 10 punti superiore alla Spagna, nostro tradizionale competitor. Non si vedeva da anni, c’è un rimbalzo ma dobbiamo renderlo strutturale”.

I segnali registrati con i week end di Pasqua e del 25 aprile ci fanno ben sperare per la stagione estiva“, ha affermato il presidente di Federalberghi, Bernabò Bocca, pur avvertendo che “una rondine non fa primavera” e “due fine settimana positivi non possono coprire il buco causato da due anni di stallo”.

“I dati in nostro possesso – ha precisato – ci fanno essere ottimisti per la stagione estiva, perché abbiamo un ritorno del turismo straniero soprattutto americano, nelle città d’arte. Ma il dato piu’ importante è quello degli italiani: fanno vacanze e restano in Italia. Questo è un motivo per noi di vanto e orgoglio”.

“Su alcuni mercati come quello americano, siamo ai numeri di due anni fa: gli americani amano l’Italia e sono tornati in Italia. Ma quest’anno – ha proseguito Bocca – dobbiamo fare a meno di altri mercati internazionali che non è solo la Russia, ma è tutto il Far East, cioè Cina, Taiwan, Corea, Giappone che sono totalmente assenti causa Covid. Speriamo di compensare questa assenza con più americani ma soprattutto più italiani”.

Per questo – ha detto il presidente di Federalberghi – è necessario che la politica metta il turismo al centro dei programmi. Nel 2021 la spesa dei viaggiatori stranieri in Italia è diminuita di oltre 22,5 miliardi di euro, con un calo del 50,9% rispetto al 2019. Con l’inizio del nuovo anno, purtroppo – ha affermato Bocca – la situazione è ulteriormente peggiorata e solo quando si sono allentate le misure di sicurezza l’Italia ha giocato ad armi pari con gli altri Paesi: allora finalmente gli stranieri sono tornati. Ora si tratta di dare forza a questo processo spingendo su investimenti e innovazione: gli albergatori puntano all’enogastronomia, convinti che la ristorazione di qualita’ sia l’alleata ideale per attrarre flussi. Una scelta condivisa dallo chef Carlo Cracco: insieme si può fare squadra.

AGI – Da Facebook a Uber, da Amazon a Twitter, i big tecnologici statunitensi, dopo il boom sperimentato nel corso della pandemia, attraversano ora una fase difficile e stanno rallentando le assunzioni.

Durante una telefonata con gli analisti alla fine di aprile, David Wehner, direttore finanziario di Meta, la società madre di Facebook, ha parlato di un “aggiustamento” degli obiettivi di assunzione.

“Rivalutiamo regolarmente il nostro pool di talenti in base alle nostre esigenze aziendali”, ha dichiarato all’Afp un portavoce di Meta. “Alla luce delle nostre previsioni di spesa, comunicate in occasione degli ultimi risultati, stiamo rallentando la crescita” delle assunzioni, ha aggiunto, precisando però che l’obiettivo a lungo termine resta quello di aumentare l’organico del gruppo, che a fine marzo contava 77.805 dipendenti, in crescita del 28% rispetto a un anno fa.

Un altro colosso tecnologico e il secondo più grande datore di lavoro negli Stati Uniti dopo Walmart, Amazon, che aveva 1,6 milioni di dipendenti alla fine del 2021 (più del doppio rispetto al 2019), ha lasciato intendere che le assunzioni non sono in programma nell’immediato.

“Quando la variante (Omicron) è diminuita nella seconda metà del primo trimestre e i dipendenti sono rientrati, siamo passati rapidamente da una situazione di carenza di personale a un eccesso di personale”, ha dichiarato il direttore finanziario del gruppo, Brian Olsavsky.

Twitter, sotto i riflettori per l’acquisizione in stand-by da parte di Elon Musk, ha deciso di sospendere le assunzioni non essenziali.

Il numero uno di Uber, Dara Khosrowshahi, ha scritto in un’e-mail ai dipendenti dell’azienda pubblicata dalla Cnbc che le nuove assunzioni dovranno essere considerate “un privilegio”.

Questi gruppi non hanno annunciato alcun licenziamento ma la piattaforma di brokeraggio online Robinhood alla fine di aprile ha comunicato che avrebbe tagliato circa il 9% della sua forza lavoro, ovvero quasi 350 posizioni a tempo pieno.

E secondo quanto riportato da The Information, Cameo, un’applicazione che consente di richiedere videomessaggi personalizzati dalle celebrità, ha rescisso i contratti di 80 dipendenti. 

AGI – I mercati provano a reagire, anche se c’è grande incertezza e volatilità in vista dei dati odierni sull’inflazione Usa, dai quali dipenderà l’aggressività dei futuri rialzi dei tassi Fed. In Asia i listini provano a rimbalzare, dopo che Wall Street ha chiuso mista una sessione estremamente volatile.

Sullo sfondo permangono i timori che hanno spinto al ribasso le piazze finanziarie in queste ultime settimane: la guerra, l’alta inflazione, il rallentamento dell’economia globale, l’aggressività della Fed, i lockdown in Cina. Positivi i future a Wall Street e in Europa in attesa del dato sull’inflazione Usa.

In Asia il prezzo del petrolio è in risalita dopo aver perso oltre il 9% nelle due sessioni precedenti. Il Wti torna sopra 100 dollari al barile e il Brent risale sopra 104 dollari. I mercati sono in attesa dell’annunciato embargo da parte dell’Ue del petrolio russo, anche se manca ancora il voto dell’Ungheria, indispensabile per avere la necessaria unanimità. In ribasso i T-bond, rivalutati dagli investitori in questa fase di incertezza come beni rifugio.

Il rendimento del Treausury a 10 anni è arretrato al 2,9%, dopo essere schizzato ieri al top da 3 anni e mezzo al 3,2%. Torna sopra 31.000 dollari il Bitcoin, che ieri, per la prima volta dal luglio 2021, era sceso sotto quota 30.000 dollari. Lo spread ha chiuso in calo a 200 punti base con un tasso del decennale al 3,003%. Sull’andamento del mercato obbligazionario europeo hanno pesato i timori per l’arrivo della stretta monetaria della Bce, che hanno fatto salire il premio di rischio sui titoli di Stato dei paesi più indebitati.

Il presidente della Bundesbank, Joachim Nagel, è tornato a chiedere un aumento dei tassi a luglio. Oggi c’è attesa per l’intervento di Christine Lagarde. Sui mercati valutari il dollaro si mantiene vicino ai massimi di 20 anni, mentre l’avversione al rischio fa sì che l’euro scambi attorno alla parità a 1,0544, dopo essere crollato a un minimo da 5 anni di 1,0469% alla fine dello scorso mese.

Oltre ai dati sull’inflazione Usa e su quella cinese, sono attesi i prezzi al consumo anche in Germania e in Brasile. A Madrid parla il Governatore della Banca d’Olanda Klaas Knot e in Florida il presidente della Fed di Atlannta, Raphael Bostic. Ieri il premier Mario Draghi ha incontrato il presidente Usa Joe Biden nello Studio Ovale, e oggi si recherà al Congresso per un incontro bipartisan con i leader dei Gruppi politici.

Attesa per i dati sull’inflazione americana e il discorso di Lagarde 

Oggi saranno diffusi i dati sull’inflazione Usa, che a marzo ha toccato i massimi dal 1981 raggiungendo l’8,5% annuo. Ad aprile si prevede una discesa all’8,1%. Se questa stima dovesse essere confermata sarebbe una boccata d’ossigeno per l’economia americana e costituirà una guida per i futuri rialzi dei tassi della Fed.

C’è attesa anche per l’intervento di Christine Lagarde, che  proverà  a stemperare quello che sta succedendo sui mercati, dove l’obbligazionario è in fibrillazione. Questi forti movimenti sono dipesi in gran parte dalle attese che si sono create sulle prossime mosse della Bce.

Il francese Villeroy, una delle ‘colombe’ del board, ha detto alla fine della scorsa settimana che “è plausibile avere i tassi in positivo a fine anno”. Questo vuol dire che quest’anno la Bce farà almeno 3 rialzi dei tassi. I mercati se ne aspettavano circa 4, ma se a dire che i tassi europei torneranno in positivo a fine anno è uno dei più ‘dovish’ di Francoforte inevitabilmente l’asticella dei mercati è destinata a salire.

Finora Lagarde è stata vaga, si è limitata a dire che la banca centrale è pronta a tutto e sarà flessibile. Se anche lei oggi dovesse aprire la porta a un rialzo dei tassi a luglio, per i mercati potrebbe mettersi male. Il problema è che più salgono i tassi, più peggiorano le condizioni finanziarie in Eurozona. L’aumento dei tassi in Europa indirettamente accelera il processo di frenata dell’economia. L’Italia è quella che rischia di più di entrare in recessione, ma anche la Germania ci è vicina. E la Francia è in stagnazione.

Insomma, la stagflazione si sta avvicinando, a grandi passi. Ma quando potrebbe avere inizio? “In Europa – prevede Vincenzo Bova, strategist di Mts Capitalservices – nel secondo trimestre, negli Stati Uniti nella seconda parte dell’anno. In Europa nel secondo trimestre c’è già il rischio di avere un Pil negativo, negli Stati Uniti invece è il settore immobiliare quello più a rischio e penso che dall’estate in poi cominceremo a vedere dati economici veramente negativi”.

“Questo significa – aggiunge – che la Fed potrebbe iniziare a moderare l’aspettativa sui tassi da settembre e che la Bce, se dovesse rialzare I tassi a luglio, bisognerà vedere come reagirà davanti a un Pil negativo”.

Il ritmo “rallentato” della crescita in Cina 

I prezzi alla produzione in Cina sono aumentati al ritmo più lento da un anno nel mese di aprile, nonostante l’impennata dei costi delle materie prime. L’indice dei listini di fabbrica è cresciuto dell’8% annuale, dopo l’8,3% di marzo e più dell’atteso 7,7%.

L’indice dei prezzi al consumo è invece salito del 2,1% annuale dall’1,5% di marzo, sopra l’atteso +1,8% e al ritmo più veloce da 5 mesi a questa parte. Il risultato dei prezzi alla produzione è legato alle misure governative introdotte per stabilizzare i prezzi delle materie prime e aumentare l’offerta e lascia spazio a ulteriori stimoli per puntellare la debole crescita dell’economia del Dragone.

AGI – È uno dei lasciti più rilevanti dell’emergenza Covid, durante la quale, confinati in casa e costretti a produrre, poco altro si poteva fare. Ma qualcosa è veramente cambiato nel nostro modo di rapportarci al lavoro, all’ufficio e all’organizzazione dei tempi casa-occupazione. Insomma, dallo smart working non si torna indietro. “Apre a grandi opportunità per le imprese e i lavoratori”, ha detto pochi giorni fa il ministro del Lavoro, Andrea Orlando intervenendo al “Festival Città impresa” a Vicenza, sottolineando le necessità che ci siano regole. Dunque, che cos’è smart working, cosa telelavoro, tempi, diritto alla disconnessione. 

Dall’altra parte dell’Oceano si spinge l’acceleratore sullo smart working. Almeno a stare alle parole del  Ceo di Airbnb, Brian Chesky. “It’s over” ha detto in una recente intervista, riferendosi al lavoro per come lo conosciamo, parlando dell’ufficio come di un qualcosa “pre-digitale”, di uno spazio che a oggi non avrebbe senso inventare (“se l’ufficio non esistesse, mi chiedo, lo inventeremmo?”).

Quella di Airbnb è la posizione più decisa a favore del lavoro da remoto. Anche Twitter a inizio pandemia si era espressa a favore dello smart working totale, ma con il terremoto Elon Musk è un passaggio da mettere a fuoco. Apple invece ha optato per il modello ibrido. Dal 23 maggio la compagnia passerà a un modello con giorni di ufficio obbligatori il lunedì, martedì e giovedì. Ma un gruppo di dipendenti non l’ha presa bene.

Per Chesky l’unico spazio di lavoro è “Internet”. Solo parole? Il Ceo ha recentemente annunciato che i dipendenti dell’azienda potranno lavorare da qualsiasi luogo, anche (per un massimo di tre mesi) all’estero. Ha anche abolito la retribuzione basata sulla posizione, almeno negli Stati Uniti. Nei giorni successivi all’annuncio, la pagina dedicata al lavoro di Airbnb ha ricevuto un milione di visitatori. 

Certo, la società ha licenziato un quarto del suo personale durante la pandemia, ma ha anche rilasciato utili del primo trimestre che corrispondevano molto ai livelli pre-pandemia. La compagnia torna attrattiva, ma è qualcosa di diverso da quello che era prima dell’emergenza Covid. In Airbnb “ci riuniremo una settimana al trimestre”.

“Se vuoi sapere come sarà il futuro del posto di lavoro, guarda le aziende giovani, perché le aziende giovani fondamentalmente non hanno alcuna eredità. E le giovani aziende sono flessibili, mobili, sono un po’ più nomadi. Penso che sia probabilmente come sarà il posto di lavoro del futuro tra 10 anni”.

I numeri dello smart working in Italia

Secondo la ricerca dell’Osservatorio Smart Working 2020 di Polimi, durante la fase acuta della pandemia il lavoro agile in Italia ha coinvolto il 97% delle grandi imprese, il 94% delle PA italiane e il 58% delle PMI, per un totale di 6,58 milioni di lavoratori, circa un terzo dei lavoratori dipendenti italiani, un numero oltre dieci volte più alto rispetto ai 570 mila censiti nel 2019. 

A marzo 2021, a un anno dal primo lockdown, l’Osservatorio ha stimato che erano 5,37 milioni gli smart worker italiani, di cui 1,95 milioni nelle grandi imprese, 830 mila nelle PMI, 1,15 milioni nelle microimprese e 1,44 milioni nella PA.

Nel secondo trimestre il numero ha iniziato progressivamente a diminuire fino a 4,71 milioni, con il calo più consistente nel settore pubblico (1,08 milioni), seguito da microimprese (1,02 milioni), PMI (730 mila) e grandi aziende (1,88 milioni). A settembre il numero degli smart worker si è attestato a 4,07 milioni, contando complessivamente 1,77 milioni di lavoratori agili nelle grandi imprese, 630 mila nelle PMI, 810 mila nelle microimprese e 860 mila nella PA. 

Sempre secondo le rilevazioni dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, il lavoro agile resterà nell’89% delle grandi aziende e nel 62% delle PA, con formule ibride: in media 3 giornate “agili” nelle prime, 2 nelle seconde.

Fino al 31 agosto 2022 c’è possibilità per i datori di lavoro privati di ricorrere al lavoro agile in forma semplificata senza bisogno di stipula degli accordi individuali, come previsto da una modifica introdotta al disegno di legge per la conversione del decreto Riaperture. Viene, inoltre, prorogato, fino al 30 giugno 2022, il diritto dei dipendenti, pubblici e privati, “fragili” di svolgere la prestazione lavorativa in modalità agile quando ciò sia compatibile con le caratteristiche della prestazione.

Da settembre la parola passa poi alle aziende, che hanno tre mesi per valutare la situazione e comprendere nel profondo quanto sia cambiato il mercato del lavoro dopo l’emergenza Covid.

L’Europa e il diritto alla disconnessione

E nel resto dei paesi UE? Secondo i dati di Eurostat (aggiornati a marzo 2021) la Finlandia con il 25,1% degli occupati che lavora da casa è stato il Paese Ue con la più alta diffusione dello smart working. Seguono il Lussemburgo con il 23,1% dei lavoratori e l’Irlanda con il 21,5%. L’Italia si colloca appena sotto la media europea, con il 12,2%.

Le percentuali più basse di lavoratori in smart working sono state segnalate in Bulgaria (1,2%), Romania (2,5%), Croazia (3,1%) e Ungheria (3,6%). Secondo la Commissione Ue il tema vero è il diritto alla disconnessione. Per far sì che questo sia garantito in tutti gli Stati membri, serve una direttiva a livello europeo che tuteli i lavoratori. 

“Attualmente, circa il 37% dei posti di lavoro consentono il lavoro a distanza. Nel 2019 solo il 5% degli europei lavorava in smart working, mentre nell’aprile del 2020 la percentuale è salita al 40%”, ha detto di recente il Commissario europeo per il lavoro e i diritti sociali Schmit, secondo cui “lo smart working può migliorare la produttività, il salario, la flessibilità e incoraggiare un buon equilibrio di vita” avvertendo però al contempo dei rischi legati a questa modalità come condizioni non idonee, numero di ore eccessivo e orari di lavoro imprevisti.

AGI – La Commissione Ue chiederà ai Ventisette di condividere il gas in caso di taglio improvviso delle forniture da parte di Mosca. Lo scrive El Pais ricordando il piano di risparmio energetico a cui lavorano a Bruxelles e che la Commissione vuole approvare il 18 maggio.

In caso di emergenza le misure riguarderanno quasi tutti i partner Ue perché quelli che hanno altre fonti di approvvigionamento dovranno condividere il loro gas con i Paesi rimasti a secco dal taglio russo.

Bruxelles ovviamente chiederà anche un razionamento energetico, a partire dal settore industriale, e che le misure di razionalizzazione siano applicate in modo tale che le imprese di un Paese meno colpito non abbiano un vantaggio competitivo rispetto a quelle dei Paesi messi più in difficoltà dai tagli di Mosca.

Bruxelles ha già annunciato l’intenzione di ridurre di due terzi la sua dipendenza dal gas russo entro la fine dell’anno e punta a mettere fine completamente alla sua dipendenza entro cinque anni. Una dipendenza che è pesante (decisamente di più rispetto a quella di petrolio o carbone) visto che l’Ue fa affidamento sulla Russia per il 40% delle sue forniture di gas. 

La Commissione europea ha già presentato una proposta legislativa che impone agli Stati membri di garantire che i loro depositi di gas sotterranei siano riempiti almeno fino all’80% della capacità entro il primo di novembre prossimo.

Gli operatori dei siti di stoccaggio dovranno segnalare i livelli di riempimento alle autorità nazionali e gli Stati membri monitorare i livelli di riempimento su base mensile e riferire alla Commissione. 

La garanzia di una quantità sufficiente di gas negli stoccaggi sarà una responsabilità comune. La proposta della Commissione mira a garantire che gli stoccaggi di gas possano essere condivisi in tutta l’Ue, in uno spirito di solidarietà (tanto che gli Stati membri senza impianti di stoccaggio saranno tenuti a garantire che il gas sia immagazzinato in altri Paesi dell’Ue oppure a sviluppare un meccanismo di condivisione degli oneri con uno o più Stati membri con impianti di stoccaggio).

AGI – Ogni anno, secondo le stime dell’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente, una famiglia italiana (due persone, senza scaldacqua elettrico, Indice di Consumo Elettrico 1.500 kWh) spende circa 1200 euro per alimentare la caldaia e per l’elettricità di casa, costi che pesano sull’ambiente per 2.700 kWh.

Il risparmio energetico non solo è una possibilità, ma un’opportunità economica e un dovere nei confronti dell’ambiente. Già, ma come fare? Ci sono diversi ordini di interventi. Quelli che dipendono dalle nostre scelte quotidiane (a costo zero o quasi), altri che contemplano interventi strutturali (soprattutto in termini di edilizia) più impegnativi dal punto di vista finanziario e altri ancora che rientrano in scelte collettive (le istituzioni, le società, la tecnologia).

Sette buone abitudini a basso costo

Alcuni studi evidenziano che le nostre abitudini di cittadini nei confronti dell’uso corretto dell’energia hanno un ruolo importante nel ridurre gli sprechi energetici. Secondo le stime di Accenture Management Consulting per il PAES (Piano d’Azione per l’Energia Sostenibile) del Comune di Bari, l’educazione e la modifica dei comportamenti del cittadino è l’area che può generare una riduzione di consumi del 34%. Seguono le smart grid 20%, mobilità 19%, fonti rinnovabili 18%, interventi sugli edifici 6%, PA 3%.

Numeri, stime e linee guida sono stati presentati dalla Società Italiana di Medicina Ambientale alla Camera dei deputati. “Ogni azione volta al risparmio energetico ha ricadute positive sull’ambiente e quindi sulla salute pubblica”, ha spiegato Alessandro Miani, presidente di Sima, che ha ribadito “l’importanza di contribuire con semplici azioni quotidiane a migliorare il proprio e l’altrui benessere, tutelando oggigiorno anche l’economia domestica, soprattutto in questo frangente storico in cui la voce energia incide significativamente sul potere d’acquisto e di vita delle famiglie”.

La domotica. Adottare un sistema di domotica per il risparmio energetico ottimizza la gestione e regolazione degli impianti termici ed elettrici raggiungendo risparmi anche del 20-40%. Adottando un sistema completo anche di sensori intelligenti collegati agli utilizzatori elettrici si può raggiungere, in alcuni casi anche, il 50-60% di risparmio energetico. 

Nuove forme di illuminazione. La sostituzione di quattro lampadine tradizionali con LED a luce calda di ultima generazione può comportare un risparmio di oltre 50 euro all’anno.

Attenti ai dispositivi in stand-by. Dopo l’uso, non si dovrebbero lasciare i dispositivi in stand-by. Come fare? Si può usare una ciabatta elettrica dotata di tasto di accensione e spegnimento. Secondo alcune stime questo può far risparmiare mediamente circa 100 euro all’anno.

Facciamo un esempio. Un modello di smart TV, di dimensioni medie (43 pollici) consuma quando è acceso 65W, mentre quando è in stand-by (collegato ad Internet e con il bluetooth acceso), consuma, oltre a contribuire inutilmente all’inquinamento elettromagnetico, 6,5W. Calcoli alla mano, se la TV è accesa mediamente per 4 ore al giorno e per le restanti 20 ore sta in stand-by, il consumo è pari a 94.9KWh l’anno, dovute all’uso effettivo del TV e 47.45 KWh l’anno dovuti all’uso in stand-by della televisione. Non c’è bisogno di aggiungere che 47.46KWh l’anno sono uno spreco di energia elettrica e di soldi. 

La manutenzione degli impianti. Un impianto o dispositivo elettrico ben manutenuto consuma e inquina meno. 

Se non ho un sistema di domotica. Evitare di utilizzare il sistema di riscaldamento e raffrescamento senza tener conto delle effettive esigenze. La normativa consente una temperatura ambiente di 20-22°, ma 19° sono sufficienti a garantire il comfort necessario. Ogni grado in meno corrisponde ad una riduzione dal 5 al 10% di combustibile utilizzato per il riscaldamento.

In particolare, è necessario adattare l’uso in funzione della temperatura esterna, del numero di persone nella stanza, del livello di umidità, della presenza effettiva di persone negli ambienti riscaldati e raffreddati, dell’apertura di porte e finestre. Adottare un crono-termostato e valvole termostatiche (se non ancora installati) è un utile aiuto alla conduzione degli impianti. 

Isolamento termico. Favorire il corretto isolamento termico tra casa ed ambiente esterno. Schermare le finestre di notte o durante le ore calde chiudendo persiane e tapparelle o utilizzando delle tende. 

Elettrodomestici a pieno carico. Usare in modo efficiente gli apparecchi elettrici. Usare lavastoviglie e lavatrici a pieno carico per evitare ripetuti lavaggi e preferibilmente nelle ore in cui l’energia costa meno, evitare di tenere accese le luci nelle stanze in cui non c’è nessuno e regolare l’intensità in base alle effettive esigenze di illuminazione. 

Quanto risparmio

Torniamo alla famiglia senza scaldacqua elettrico e ICE 1.500 kWh. Se questa famiglia consuma all’anno 2.700 kWh – questo il calcolo di Sima – applicando le tecniche di risparmio energetico, a regime, può risparmiare 1.200 kWh all’anno che, al costo attuale, equivalgono a 550 euro (più di un terzo). In termini di riduzione dell’impronta di carbonio, il risparmio di 1.200KWh al contatore elettrico corrisponde ad una riduzione di energia primaria stimabile in circa 1.775,7 KWh ed una riduzione di emissione di CO2 pari a circa 868 gCO2.

AGI –  I mercati affondano per il crescente timore di una stagflazione in arrivo. Il rally innescato mercoledì dalla Fed si è dimostrato di breve durata e sui mercati tutti gli indicatori, dalle Borse ai rendimenti obbligazionari, al dollaro stanno girando in negativo, per il timore che la Federal Reserve e alcune altre grandi banche centrali debbano aumentare i tassi di interesse in modo più aggressivo del previsto per combattere una persistente alta inflazione, spingendo potenzialmente le economie in recessione.

In Asia i listini riaprono e Tokyo avanza leggermente, mentre le Borse cinesi vanno a picco, sulla scia del tonfo di ieri a Wall Stret, che ha registrato la sua peggiore sessione dell’anno, con il Nasdaq che è sprofondato del 4,99% mettendo a segno la sua terza maggiore perdita di sempre. Allarme rosso anche per quanto riguarda i rendimenti dei T-Bond a 10 anni che avanzano di oltre il 3%, dopo essersi impennati ieri al 3,1%, il top dal novembre 2018.

Anche il treasury a 2 anni sale ma con minor forza, attestandosi al 2,73%, mentre la curva dei rendimenti tra il 2 e il 10 anni s’irrigidisce, il che non è un bene, visto che per i mercati l’intensificarsi del rialzo del decennale, dopo un’inversione, che c’è stata non molto tempo fa, rappresenta un pericoloso segnale di recessione in arrivo. E il tasso del Treasury a 30 anni ieri ha toccato il 3,2%, il top dal marzo 2019. 

Anche dal mercato valutario arrivano cattive notizie: il dollaro è salito overnight al top da 20 anni su un paniere di altre valute, sta facendo ruzzolare lo yuan ai minimi da 18 mesi a quota 6,7338, mentre ieri ha brevemente riportato l’euro sotto quota 1,05 dollari, salendo del 2,2% ai massimi da quasi due anni contro la sterlina. Intanto oggi crollano Hong Kong e Shanghai, mentre Tokyo è in controtendenza e avanza di oltre mezzo punto percentuale.

A Wall Street i future sono in lieve perdita dopo che ieri il Dow Jones ha lasciato sul terreno il 3,12% e lo S&P 500 il 3,44%, mentre i megacap tecnologici sono crollati, con Alphabet a -4,71%, Apple a -5,57%, Microsoft a -4,36%, Meta a -6,77%, Tesla a -8,33% e Amazon a -7,56%.  

Gli investitori non stanno guardando ai fondamentali, in questo momento, è più un problema di sentiment“, ha commentato Megan Horneman, chief investment officer di Verdence Capital Advisors. In leggero calo i future sull’EuroStoxx 50 dopo che ieri le Borse europee hanno chiuso contrastate: Parigi a -0,43%, Francoforte a -0,5%, Milano a -0,57% e in controtendenza Londra, che è salita dello 0,17%, dopo il previsto aumento dei tassi di 25 punti base all’1% da parte della Banca d’Inghilterra.

A un soffio dai 200 punti il differenziale tra Btp italiani e Bund, mentre il rendimento annuo dei titoli italiani è salito al 3,036% e quello sul Bund è tornato sopra l’1%. Il petrolio resta in rialzo, dopo essere salito a New York e dopo il balzo di oltre il 5% di mercoledì.

Attualmente il Wti è oltre 108 dollari e il Brent sopra 111 dollari, poiché gli investitori hanno valutato imminente l’embargo Ue sul petrolio russo, che tuttavia ancora non è stato deciso, e hanno preso atto della volontà dell’Opec+ di non voler intervenire sui mercati, dopo aver varato ieri solo dei modesti aumenti della produzione mensile. 

ggi c’è attesa per I dati sull’occupazione Usa ad aprile, mentre a Tokyo l’inflazione sale all’1,9% al top da sette anni, riportandosi vicino al target del 2% della Boj. Oggi escono anche i dati sulla produzione industriale ad aprile in Germania e Spagna e sono previsti gli interventi dei due governatori della Fed, Christopher Waller e James Bullard e del capo economista della Boe, Huw Pill, dopo che ieri il suo collega della Bce, Philip Lane ha preparato il terreno per un rialzo dei tassi di interesse europei a luglio, che poi è quello che i ‘falchi’ sostengono da mesi, dicendo di aspettarsi “un altro anno di un’inflazione sopra le attese” e che “è improbabile che l’economia si stabilizzi rapidamente”. 

Attesa per i dati sul mercato del lavoro negli Usa  

Oggi saranno diffusi i dati sul mercato del lavoro Usa. La previsione è che gli occupati americani salgano ad aprile intorno alle 400.000 unità, come a marzo. L’indice di disoccupazione dovrebbe restare fermo al 3,6% e i salari salire del 5,6%, meno dell’inflazione ma comunque in modo consistente. Ieri i sussidi settimanali di disoccupazione Usa sono saliti salite di 19.000 unità a quota 200.000, peggio delle attese degli analisti, che scommettevano su 180.000 unità.

In Giappone l’inflazione ha raggiunto il valore massimo in 7 anni 

L’indice core dei prezzi al consumo di Tokyo è aumentato ad aprile dell’1,9% annuo, il top da sette anni a questa parte.  Il tasso di inflazione continua ad accelerare in Giappone, toccando i massimi da 26 mesi per effetto dell’aumento dei costi di energia e delle materie prime. A marzo l’indice core dei prezzi al consumo è aumentato dello 0,8%.

Il dato è distorto però dall’introduzione di nuove tariffe a basso costo da parte degli operatori nazionali di telefonia mobile: se si esclude questa voce, l’inflazione al consumo è stata invece del 2,2%, al di sopra del target del 2% della Banca del Giappone. In particolare, a marzo il prezzo dell’energia elettrica è aumentato del 21,6% e quello dell’olio alimentare del 34,7%.

L’inflazione nipponica potrebbe accelerare ulteriormente ad aprile e nei prossimi mesi, quando i dati non rifletteranno più l’abbassamento delle tariffe di telefonia mobile e per effetto della prosecuzione del conflitto in Ucraina e dell’indebolimento dello yen. 

La Bank of England rialza i tassi ma vede rischi “recessione”   

La BoE ha alzato il tasso di riferimento di 25 punti base alla riunione di ieri, portandolo all’1%. È il quarto aumento del costo del denaro in altrettante riunioni. Tuttavia la Boe ha segnalato che è probabile che si muoverà con cautela nei prossimi mesi in un contesto di crescenti preoccupazioni per una possibile recessione. La decisione non è stata unanime, con 3 dei 9 membri del comitato di politica monetaria che avrebbero preferito una stretta di 50 punti base, come quella della Fed di mercoledì scorso.

La “maggior parte” dei membri del board, si legge nel comunicato della BoE, ritiene che “ulteriori rialzi dei tassi potrebbero essere appropriati nei prossimi mesi”. Anche la decisione sulla guidance non è stata unanime, con due membri del board che hanno dissentito da questa formulazione, ritenendo più probabile che i tassi restino all’1% attuale. “L’elevata incertezza sull’outlook ha portato a divisioni nel board”, ha spiegato in conferenza stampa il governatore Andrew Bailey, aggiungendo che al momento la politica monetaria “è su un sentiero stretto, tra rischi di inflazione e prospettive più deboli per un calo del reddito reale”.

Uno dei motivi della cautela della BoE è che ci sono già segnali di un rallentamento della spesa dei consumatori con quote sempre maggiori del reddito delle famiglie che vengono assorbite dai costi energetici. I consumatori del Regno Unito sono infatti stati colpiti il mese scorso con un aumento del 54% dei prezzi dell’energia domestica.

La BoE ha affermato che si aspetta che le bollette energetiche aumenteranno di un ulteriore 40% quando il tetto dei prezzi verrà nuovamente rivisto a ottobre. Per questo, prevede che il tasso di inflazione annuo raggiungerà il picco con una media del 10% negli ultimi tre mesi dell’anno, sui massimi dal 1982. 

L’Opec concorda un modesto aumento della produzione  

I paesi produttori di petrolio Opec+ hanno concordato un ulteriore aumento in misura modesta della loro produzione di oro nero, mentre si intensificano le preoccupazioni per la domanda derivanti dalle restrizioni anti-Covid della Cina. Gli esponenti dei tredici paesi membri dell’Organizzazione e i loro dieci partner (Opec+), compresa la Russia, hanno convenuto “di adeguare al rialzo la produzione mensile totale di 432.000 barili al giorno per il mese di giugno”.

AG. – Gucci inizierà ad accettare pagamenti in criptovalute in una selezione dei suoi negozi negli Stati Uniti. Il programma pilota, attivo a partire dalla fine di maggio, permetterà ai clienti Gucci di pagare i propri acquisti in criptovalute nei negozi Gucci Wooster a New York, Rodeo Drive a Los Angeles, Miami Design District, Phipps Plaza ad Atlanta e The Shops at Crystals a Las Vegas. Nel corso dell’estate il programma sarà esteso a tutte le boutique Gucci a gestione diretta, in Nord America.

I clienti Gucci, informa una nota, potranno effettuare i loro acquisti in oltre 10 criptovalute, tra cui, a titolo esemplificativo, Bitcoin (BTC), Bitcoin Cash (BCH), Ethereum (ETH), Wrapped Bitcoin (WBTC), Litecoin (LTC), Dogecoin (DOGE), Shiba Inu (SHIB) e 5 USD-pegged stablecoin (GUSD, USDC, USDP, DAI e BUSD).

Gucci, si afferma “ha da sempre avuto un approccio digital first al business e questo progetto rappresenta un passo ulteriore nel percorso avviato dal brand nel Web 3.0″.