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AGI – Come in un domino, le tessere del risiko bancario italiano stanno piano piano cadendo una a una. Dopo l’Opas che Intesa Sanpaolo ha lanciato su Ubi, aprendo la strada alle offerte non sollecitate, anche gli altri gruppi del credito tricolore si stanno muovendo per rafforzarsi; la prima mossa ufficiale è toccata però ai francesi del Credit Agricole, per cui l’Italia rappresenta il secondo mercato, che hanno messo nel mirino il Credito Valtellinese, di cui erano il primo socio.

Sullo sfondo, tuttavia, si intravedono già altre possibili operazioni, e in particolare quella fra Banco Bpm e Bper (l’istituto milanese e quello di Modena avevano già cercato un matrimonio nel 2007), mentre si fa più intenso il pressing su Unicredit perché diventi il partner attorno a cui costruire la definitiva messa in sicurezza di una Mps ricapitalizzata e messa al sicuro dai rischi legali.

In pochi mesi, insomma, il panorama bancario italiano potrebbe cambiare rapidamente faccia: se fino a prima della crisi del Covid lo scenario vedeva due grandi gruppi e alcune banche medie alle loro spalle, ora, con i suoi 36 miliardi di capitalizzazione, Intesa Sanpaolo vale il doppio di Unicredit e oltre 10 volte la terza banca italiana, Banco Bpm.

Il nome a cui ruotano tutte le partite, però, rimane quello della banca più antica del mondo, il Monte dei Paschi di Siena.

Con la regia del ministero dell’Economia, che ne è diventato il primo socio con una ricapitalizzazione precauzionale e che, nonostante le divergenze politiche all’interno della maggioranza, vuole uscire dalla banca in linea con i tempi definiti all’epoca del salvataggio assieme all’Ue, Mps ha ripulito il bilancio dalla maggior parte dei crediti deteriorati, grazie a un’operazione con Amco, altra controllata del Mef. Al tempo stesso, tuttavia, questo non è stato sufficiente per rendere nuovamente appetibile la banca sul mercato: a frenare eventuali pretendenti rimangono infatti lo spauracchio delle cause, che vale circa 10 miliardi di euro, e la necessità di puntellare i coefficienti patrimoniali della banca, su cui pesano proprio gli accantonamenti per le vicissitudini legali e le perdite legate ai crediti deteriorati.

Per questo sono allo studio a Roma eventuali ‘incentivi’ per convincere un partner, che viene sempre più frequentemente individuato in Unicredit, specialmente dopo l’indicazione di Pier Carlo Padoan per la presidenza in vista del rinnovo del cda del prossimo anno, a farsi carico del Monte. 

Sul piatto, secondo indiscrezioni, il governo sarebbe pronto a mettere, oltre alla conversione di 3,7 miliardi di ‘dta’ in crediti fiscali, computabili quindi a patrimonio, anche una sterilizzazione dei rischi legali e un aumento di capitale.da 2,5 miliardi. “A queste condizioni secondo noi l’operazione sarebbe sostanzialmente neutrale/leggermente accresciuto sotto il profilo del capitale per Unicredit, nonché neutrale dal punto di vista del profilo di rischio in quanto verrebbero sterilizzate le componenti specifiche di Mps”, sottolineano gli analisti di Equita.

Sull’asse Modena-Milano, invece, i rapporti si sono rafforzati la settimana scorsa quando Carlo Cimbri, ad di Unipol, che è il primo azionista di Bper con quasi il 20% del capitale, ha definito un matrimonio con Banco Bpm come una prospettiva “affascinante”; l’apertura è stata subito recepita dall’amministratore delegato dell’istituto di Piazza Meda, Giuseppe Castagna, che l’ha accolta “con piacere” prima ancora di scoprire di aver perso la possibile sponda dell’Agricole. 

AGI – Il colosso alimentare francese Danone annuncia la sua intenzione di sopprimere fino a 2.000 posti di lavoro per l’impatto del Covid sulle vendite. L’obiettivo, spiega, è quello di “semplificare” la sua organizzazione. In Francia i tagli riguarderanno tra 400 e 500 addetti, in particolare dirigenti e manager. 

AGI – Manovra al via in Parlamento. Approdata alle Camere con un mese di ritardo, è partito oggi con le audizioni l’esame a Montecitorio della legge di bilancio, la prima che potrà beneficiare dei fondi europei del Recovery Fund che arriveranno a partire dal 2021. Anche se si profila il rischio di ritardi a causa dello stallo nelle trattative sul Next Generation Eu. Un rischio sul quale mettono in guardia i tecnici di Camera e Senato.

“I negoziati stanno proseguendo con difficoltà – si legge nel dossier parlamentare elaborato sulla manovra – a causa di una serie di criticità e divergenze che si stanno registrando su diversi elementi dell’accordo. Ciò sta inevitabilmente comportando un allungamento dei tempi per la finalizzazione dell’iter legislativo, con il conseguente rischio di ritardare l’avvio dei nuovi programmi, non solo della coesione, e la messa a disposizione dei fondi di Next Generation EU”.  

In particolare, secondo i tecnici delle Camere, “i Governi di Polonia e Ungheria hanno messo il proprio veto in Consiglio sull’approvazione del bilancio e della decisione sulle risorse proprie (che richiedono l’unanimità) in ragione della loro contrarietà all’introduzione di una condizionalità per l’erogazione dei fondi legata al rispetto dello Stato di diritto”. Nei giorni scorsi il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, audito in Senato aveva rassicurato e si era detto fiducioso sullo sblocco dei negoziati e su un possibile accordo entro dicembre.

A lanciare l’allarme sui tempi della ripresa è invece l’Abi che chiede al governo di incentivare forme di investimento nell’economia reale introducendo nuove misure agevolative per famiglie, imprese e investitori. “Pur nelle prospettive positive date dai progressi sulla via dei trattamenti sanitari, siamo ancora davanti ad una sfida estremamente difficile, in cui i margini di incertezza sui tempi della ripresa sono elevati – ha sottolineato il direttore generale dell’Abi Giovanni Sabatini, ascoltato in Parlamento sulla legge di Bilancio – ed è difficile prevedere quanti e quali effetti di lungo periodo l’emergenza sanitaria e la crisi economica avranno sulle scelte di consumo e di investimento”.  

Secondo l’Abi, per consentire al settore bancario di offrire il massimo supporto alla ripresa, occorre da un lato “mantenere attivi fino a quando sarà necessario tutti quegli strumenti straordinari che si sono dimostrati efficaci nell’affrontare la crisi”, evitando il rischio di “un ritiro prematuro di misure ancora indispensabili”. Dall’altro, “predisporre per tempo tutti gli strumenti, normativi e operativi, che consentano di prevenire ed eventualmente gestire non traumaticamente, per le banche e per i clienti, i rischi che abbiamo davanti, in primo luogo quello di una crescita dei crediti deteriorati”.

Per i commercialisti le misure messe in campo in manovra sono giuste ma “insufficienti”, a partire dai fondi per la riforma fiscale “cui vengono destinate a regime risorse nell’ordine di 1,5 miliardi di euro”. La categoria chiede inoltre di disapplicare gli Isa (indici di affidabilità economica) considerando la natura ”anomala” dell’andamento economico e di prorogare il superbonus, nonché l’ecobonus e il sismabonus per interventi su parti comuni di edifici condominiali, fino almeno al 31 dicembre 2024. Anche l’Ania chiede di prorogare per almeno 2 anni le maxi-detrazioni introdotte dal decreto Rilancio per riqualificazione energetica, antisismica e ristrutturazione edilizia. Mentre per il Sistema Gioco Italia l’anno si chiuderà con un crollo di circa il 50% rispetto al 2019 per i punti vendita e una perdita stimata del 25% per il mercato online.

I tempi per l’esame della manovra sono strettissimi e ci saranno probabilmente solo due passaggi parlamentari. Montecitorio interverrà sulla legge di bilancio che dovrebbe poi essere approvata a scatola chiusa al Senato. Palazzo Madama si occuperà, invece, delle modifiche al decreto Ristori, che accorperà il decreto ter varato nella notte dal Consiglio dei ministri e anche il quarto che dovrebbe essere approvato la prossima settimana dopo il via libera delle Camere, atteso per giovedì, allo scostamento di bilancio da 8 miliardi richiesto dal governo.

Risorse, ha sottolineato Gualtieri sui social, che serviranno “a rafforzare le misure di sostegno economico, a partire dal rinvio delle nuove scadenze tributarie, per i settori più colpiti da qui alla fine dell’anno, attraverso un decreto Ristori quater che sarà adottato subito dopo il voto del Parlamento“.

“Con il decreto Ristori ter – ha spiegato – si alimenta con 1,5 miliardi di euro di risorse già disponibili il Fondo che consente di finanziare in modo automatico, rapido ed efficiente, le misure di ristori destinate alle categorie costrette a chiudere, nelle regioni che cambiano di fascia a causa della recrudescenza del virus”. La dotazione complessiva, ha detto il ministro, “sale in questo modo a 1,84 miliardi che serviranno a erogare i contributi a fondo perduto, ma anche per altre misure previste dai precedenti decreti Ristori tra cui il credito di imposta sugli affitti commerciali, il congedo parentale e il bonus baby sitter”.

AGI – A fine 2020 l’Italia rischia una seconda recessione a causa della pandemia di coronavirus. È l’allarme lanciato dal Centro Studi di Confindustria nella Congiuntura Flash.

Le recenti misure restrittive per arginare l’epidemia inducono il Csc a stimare che nel IV trimestre si avrà di nuovo un Pil in calo. L’impatto sull’economia italiana dovrebbe essere contenuto rispetto al crollo nel I e II (-17,8%), dato che molti settori produttivi restano aperti. Ciò avviene subito dopo il forte rimbalzo nel III (+16,1%), che aveva riportato l’attività al -4,5% dai livelli pre-Covid.

 Anche la crescita dell’Eurozona frena. Dopo il rimbalzo del Pil nel III trimestre (+12,6%), si è avuta una frenata a ottobre: il pmi composito è sulla soglia neutrale di 50 e il sentiment è fermo lontano dalla media storica. Ciò – spiega il Csc – è sintesi di dinamiche divergenti: negativa per i servizi, dove è atteso un ulteriore calo di domanda, per le nuove restrizioni; buona per l’industria, che è sostenuta da un ricco portafoglio ordini. In Germania l’impennata della produzione industriale ha alzato di 5 punti l’utilizzo degli impianti. 

L’analisi mette anche in evidenza come il tasso sovrano in Italia sia rimasto basso (0,66% medio il Btp decennale a novembre), “nonostante qualche volatilità”. Anche lo spread sulla Germania ha tenuto, sui bassi valori di ottobre (+1,23%). Una buona notizia rispetto al balzo di marzo, quando l’Italia era percepita come più rischiosa.

Risalita stoppata per l’industria nel iv trimestre

Secondo Confindustria, la produzione già a settembre-ottobre ha visto interrompersi il suo rapido recupero, sui livelli pre-Covid: ciò potrebbe preludere a una nuova, moderata, caduta nel IV trimestre.

Gli indicatori segnalano fino a ottobre una tenuta della domanda interna, dopo il rimbalzo nei mesi estivi. Gli ordini interni dei produttori di beni di consumo sono risaliti a -28,3 (-34,4 nel III trimestre), quelli dei produttori di beni strumentali a -31,4 (da -42,8). La fiducia delle famiglie però diminuisce, con forte calo delle attese sull’economia: ciò alimenta la propensione al risparmio. L’Icc segnala in ottobre un -8,1% annuo dei consumi: i dati peggiori sono per turismo, servizi per il tempo libero, trasporti. 

L’occupazione si è di nuovo appiattita a settembre, dopo la risalita temporanea a luglio-agosto. La disoccupazione sembra ripuntare verso il basso, come a marzo-aprile, per la contrazione della forza lavoro. Il IV trimestre anche per l’occupazione si preannuncia in negativo. 

A settembre, poi, la dinamica del credito alle imprese ha accelerato ulteriormente (+6,8% annuo, da -1,0% a gennaio), per sopperire alla carenza di liquidità. I prestiti con garanzie pubbliche hanno superato i 110 miliardi a novembre (dati Task Force). Per il centro studi di Confindustria ciò peserà sul debito bancario (da 16,5% a 18,9% del passivo) e sugli oneri finanziari, riducendo le risorse per investimenti. 

Peggiorano i servizi, perdite del turismo vicine 70%

Il rischio di una nuova recessione per l’Italia nel IV trimestre riguarda soprattutto i servizi, con il turismo che subirà nuovamente perdite vicine al 70%. Il Pmi nei servizi (Purchasing Managers’ Index) segnala un ulteriore arretramento già in ottobre (46,7 da 48,8), con domanda indebolita dopo il recupero parziale del settore turistico fino ad agosto, a fine anno in vari segmenti le perdite saranno ancora vicine al 70% (stime Federturismo). 

La pandemia minaccia un secondo stop agli scambi

Con la seconda ondata della pandemia di Covid, il Csc prevede un nuovo stop del commercio mondiale a fine 2020. Il recupero del commercio mondiale (-3,5% in agosto su fine 2019) è atteso proseguire qualche mese, ai massimi le spedizioni di container a settembre, sopra 50 gli ordini esteri globali in ottobre (Pmi). Ma con l’aggravarsi dei contagi si rischia il blocco. 

Sul fronte delle esportazioni, Csc rileva che l’export di beni è rimbalzato del 30,3% nel III trimestre (-3,2% dai valori di febbraio), con il recupero che ha riguardato tutti i principali tipi di beni e, con ritmi diversi, i maggiori mercati. Le indicazioni a inizio IV trimestre erano positive: in risalita gli ordini manifatturieri esteri. Tuttavia, sottolinea, le probabilità di una nuova caduta a fine anno sono alte, a causa della pandemia, specie nelle voci legate al turismo. 

Buzzfeed comprerà la testata digitale HuffPost da Verizon Media nell’ambito di un accordo più ampio tra i due gruppi che prevede uno scambio di azioni e la condivisione di contenuti e piattaforme digitali. Lo riferiscono le due aziende in una nota. Non sono stati resi noti i dettagli economici dell’accordo, siglato in un momento che vede sia Buzzfeed che HuffPost in difficoltà economiche a causa dell’insufficiente raccolta pubblicitaria, nonostante i tagli al personale effettuati nel recente passato.  

AGI- “Lo sciopero serve per convincere il datore di lavoro, in questo caso lo Stato, a rinnovare il contratto, esattamente come abbiamo fatto nel privato per alimentaristi e metalmeccanici. Parliamo del diritto al contratto, scaduto da due anni”. È quanto afferma in un’intervista al Corriere della Sera la segretaria della Cisl, Annamaria Furlan, in vista di una astensione dal lavoro dei dipendenti pubblici che viene vista con preoccupazione in un momento come questo, in piena pandemia.

Furlan spiega le motivazioni dell’azione di lotta: “Il governo ha stanziato solo 400 milioni con la manovra 2021. Ma così si avrebbe un contratto inferiore al precedente”, tanto più che “l’ultimo contratto fu rinnovato con 8 anni di ritardo”.

La leader della Cisl contesta il fatto  che “non possiamo chiamare un giorno ‘eroi’ i dipendenti pubblici che stanno lavorando senza soste e in situazioni di rischio e il giorno dopo dimenticarcene” ed è “inaccettabile definire imboscato un lavoratore pubblico”, chiosa Furlan che precisa: “Noi avevamo chiesto un accordo sullo smart working, invece il governo ha lasciato tutto in mano ai dirigenti. Col rinnovo dei contratti la materia andrà regolamentata. Non c’è solo un tema di controlli, ma anche di tutele e diritti, a partire da quelli alla disconnessione, alla formazione e alla strumentazione.

Si tratta di accompagnare una vera e propria rivoluzione, uscendo dai luoghi comuni e affrontando il tema in modo serio”.

 Il punto, per la segretaria Cisl è che “mancano 600 milioni” e “mi auguro – sottolinea – che il premier ci convochi.

Abbiamo chiesto queste risorse anche per sostenere il processo di digitalizzazione e ammodernamento della Pa, a partire dalla sanità che negli ultimi dieci anni ha subito tagli per 38 miliardi”. (AGI)

AGI – Le vendite di auto in Europa (Ue+Efta+Gb) registrano un calo del 7,1% a ottobre rispetto allo stesso mese di un anno fa. Il dato segna un’inversione di tendenza rispetto al +1,1% di settembre che era stato il primo segnale positivo del mercato da otto mesi a questa parte. Le vendite, come rileva l’Acea, l’associazione dei costruttori europei, si attestano a 1.129.163 unità.

Dall’inizio dell’anno le immatricolazioni sono state di 9.696.928 unità (-27,3%). In Italia le vendite a ottobre sono scese dello 0,2% a 156.958 unità e nei primi 10 mesi dell’anno sono calate del 30,9% a 1.123.194 unità. x

Le immatricolazioni in Europa del progressivo annuo sono invece ancora molto lontane dai risultati del 2019 e il confronto dei dati dell’anno scorso con quelli del 2020 è poco significativo e non correttamente paragonabile.

Dopo la chiusura tra marzo e maggio delle attività non necessarie comprese le concessionarie, e dopo le incertezze ancora presenti in giugno e nei mesi successivi, il mercato è ancora distante dai valori del 2019, pur tornando su livelli ante pandemia. Infatti, complessivamente le immatricolazioni nel progressivo 2020 sono poco meno di 9.700.000, in calo del 27,3% rispetto ai primi dieci mesi del 2019.

I numeri di Fca

Fca a ottobre ha venduto in Europa (Ue+Efta+Gb) 70.172 nuove auto, il 3,2% in più rispetto allo stesso mese del 2019. La sua quota di mercato è salita dal 5,6% al 6,2%. Dall’inizio dell’anno le vendite del gruppo si sono attestate a 560.202 unita’, in calo del 30,8% sullo stesso periodo dell’anno scorso. La quota di mercato e’ scesa dal 6,1% al 5,8%. 

Durante il lockdown, Fiat Chrysler Automobiles aveva attivato alcune iniziative di successo – come Car@home, il servizio avviato con Google Meet per comunicare senza uscire di casa – con cui è stato possibile ai clienti contattare i consulenti di vendita FCA e acquistare una vettura, in modo così da ovviare parzialmente alla chiusura totale delle attivita’ commerciali.

Si è trattato di vantaggi concreti che hanno permesso ai clienti di scegliere in totale tranquillità il proprio mezzo di trasporto in un momento particolarmente complesso.

Queste iniziative si ripercuotono positivamente anche sulle vendite di ottobre. Infine, l’esperienza maturata con le iniziative avviate in primavera consentirà a FCA di affrontare un eventuale nuovo lockdown totale o parziale in modo ancora piu’ rapido ed efficace.

L’analisi di Promotor

Dopo la prima crescita dell’anno nel settembre scorso (+1,1%), le immatricolazioni di autovetture nell’Europa Occidentale (UE+EFTA+UK) in ottobre tornano in rosso con un calo del 7,1% su ottobre 2019, ma con un calo molto piu’ pesante nei primi dieci mesi dell’anno (-27,3%). E’ quanto sosiene in una nota il Centro Studi di Promotor.

In ottobre dei 31 mercati nazionali dell’area solo quattro sono in crescita e si tratta di mercati piccoli o piccolissimi: Norvegia (+23,6%), Romania (+17,6%), Islanda (+12%) e Irlanda (+5,4%). “In questa situazione le previsioni per l’ultimo scorcio del 2020 e per il 2021 non possono essere che catastrofiche. È quindi essenziale – afferma Gian Primo Quagliano, presidente del Centro Studi Promotor – che dal Parlamento venga la proposta di un pacchetto per l’auto da inserire nella Legge di Bilancio e che questo pacchetto sia adeguato all’importanza del comparto che, con il suo indotto, vale in Italia il 12% del Pil”.

Tra gli altri 27 mercati il risultato meno negativo e’ quello dell’Italia che in ottobre accusa un calo contenuto nello 0,2% per effetto del residuo impulso degli incentivi alle vetture con alimentazione tradizionale. Il consuntivo dei primi dieci mesi dell’anno è però particolarmente pesante proprio per il nostro Paese (-30,9%).

Nel gruppo dei cinque maggiori paesi dell’Europa Occidentale soltanto la Spagna fa peggio dell’Italia (-36,8%), mentre il calo del Regno Unito è quasi uguale a quello italiano (-31%) e migliori sono invece le situazioni di Francia (-26,9%) e di Germania (-23,4%).

In tutti i mercati la domanda di autovetture è oggi influenzata essenzialmente da tre fattori: le limitazioni alle attività economiche e alle libertà personali disposte per contrastare la pandemia, gli effetti sull’economia e sulla propensione all’acquisto di beni durevoli derivanti dalle limitazioni di cui si e’ detto e gli incentivi varati in quasi tutti i paesi per sostenere il mercato dell’auto e il rinnovo del parco circolante.

Ovviamente i primi due fattori penalizzano le vendite di auto, mentre il terzo fattore le sostiene. L’impatto dei primi due fattori è stato devastante da marzo a maggio. Da giugno ad ottobre gli incentivi hanno invece consentito di contenere le perdite, che sono state comunque pesanti. Ora è facile prevedere che il ritorno del virus determinerà nuovi crolli a partire da novembre, temperati, ma solo in parte, nei paesi con sistemi di incentivazione efficace e con stanziamenti adeguati.

Non vi sarà invece alcun temperamento dell’impatto del virus nei paesi con incentivazioni inadeguate. Purtroppo l’Italia rientra in quest’ultima categoria di paesi. Oggi, 18 novembre, sono completamente esauriti gli stanziamenti per gli incentivi previsti dal Decreto Agosto per le auto con emissioni da 61 a 110 di CO2 per gr/Km e si stanno esaurendo anche quelli per le auto con emissioni di CO2 da 0 a 60 gr/Km. A ciò si aggiunge che la proposta di Legge di Bilancio presentata dal Governo al Parlamento per la conversione in legge non prevede nulla per l’auto.  

Troppe mancette così non c’è crescita. Se il governo ci ascoltasse non butterebbe un sacco di miliardi un po’ a casaccio, serve un patto di sopravvivenza e, soprattutto, un patto per il lavoro”.

In un’intervista alla Stampa, il presidente di Confindustria Lombardia, Marco Bonometti, punta l’indice contro il governo, reo di aver elargito “mancette di partito” con il rifinanziamento del reddito di cittadinanza. Bonometti considera anche soldi “sprecati” i 100 miliardi di euro finora stanziati in quanto “gli investimenti devono essere per loro natura produttivi, creare crescita e sviluppo”.

Anche perché, sottolinea il presidente di Assolombarda, “portano debito. E l’indebitamento va tenuto d’occhio. Non possiamo lasciarlo alle nuove generazioni che poi dovranno pagare per la vita. Il futuro passa attraverso decisioni che si prendono adesso”. Poi Bonometti definisce l’Italia “un Paese ingessato, dove manca una visione per il presente e il futuro. In cui nessuno si assume la responsabilità di decidere, mentre noi tutti stiamo affogando di burocrazia”.

E conclude: “Il mondo è cambiato, e anche l’organizzazione delle fabbriche. Pure la produzione è cambiata. I contratti vanno legati a produttività e flessibilità. Formazione e riqualificazione sono indispensabili. Le macchine te le compri, i lavoratori o te li formi o non li hai. Servono sforzi importanti”.

AGI – L’economia asiatica decolla sulle ali del Rcep (Regional comprehensive economic partnership), lo storico accordo commerciale di libero scambio siglato da 15 Paesi asiatici, il primo patto che mette insieme Cina, Giappone e Corea del Sud e che, secondo gli analisti, aggiungerà quasi 200 miliardi di dollari di Pil all’economia globale entro il 2030. “È il più grande accordo di libero commercio della storia” commenta sul Financial Times, Peter Petri, professore di finanza internazionale alla Brandeis University, il quale ricorda che l’intesa “copre circa il 30% della popolazione mondiale”.

Secondo Petri e Micheael Plummer, professore di economia internazionale alla John Hopkins University il Rcep aggiungerà 186 miliardi di dollari all’economia globale e lo 0,2% del Pil ai 15 Paesi che l’hanno sottoscritto. Il patto, che riguarda 2,2 miliardi di consumatori, mette insieme gli accordi già siglati dai 10 Paesi membri dell’Asean e li combina con un unico singolo patto multilaterale con Australia, Cina, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud.

“È una vittoria del multilateralismo e del libero commercio” ha commentato il premier cinese, Li Keqiang. A beneficiare del Patto, secondo gli analisti, saranno soprattutto Cina, Giappone e Corea del Sud, ma anche Usa ed Europa, secondo il Ft, potranno avvantaggiarsene con l’export e comprando beni a minor prezzo. Inoltre, l’accordo avrebbe potuto essere ancora più ampio, se l’India fin dal 2019 non avesse deciso di tenersene fuori. A dare consistenza alla notizia dello storico Patto dei 15 Paesi dell’Asia-Pacifico, arrivano oggi anche i dati macro della Cina e del Giappone. 

In Cina ripartono i consumi e la produzione

A ottobre le vendite al dettaglio in Cina crescono del 4,3% annuale e anche la ristorazione ha ripreso a correre, a dimostrazione che i consumi interni stanno carburando e spingono anch’essi l’economia cinese, che è in netta ripresa, a differenza di quella europea che rischia di fermarsi e di quella Usa, che cresce ma rischia anch’essa di risentire di una seconda inarrestabile ondata pandemica.

I dati sulle vendite al dettaglio in Cina si aggiungono a quelli dei giorni scorsi sugli ordini record per Alibaba, il gigante dell’e-commerce cinese, che al termine del Single’s Day, ha annunciato vendite record per 63,8 miliardi di euro. Il risultato di quest’anno, spalmato su quattro giorni, supera, di molto, anche il record dell’anno scorso, quando gli ordini online di Alibaba avevano 24,69 miliardi di euro. Sul fronte della produzione industriale arriva poi una conferma: un aumento del 6,9% a ottobre, pari a quello di settembre e superiore alle attese. La Cina sarà l’unica economia mondiale a salvarsi nel 2020. Secondo l’Ocse, quest’anno l’economia globale subirà una contrazione del 4,5%, ma il Pil della Cina registrerà un aumento dell’1,8%.

L’economia giapponese balza del 5% nel terzo trimestre

Il Giappone, la terza economia del mondo, esce dalla recessione innescata dalla crisi del Covid: il balzo del Pil nel terzo trimestre è del 5%, il tasso annualizzato di crescita è pari al 21,4% (le previsioni davano un aumento del 18,9%), il maggior incremento degli ultimi 40 anni, il primo segno positivo negli ultimi quattro trimestri.

Il rimbalzo di Tokyo è stato trainato da un’impennata record del 4,7% dei consumi privati (spesa per auto, tempo libero e ristoranti) e del 2,9% dell’export. Il risultato per gli esperti non è un sicuro segnale di ripresa, anche se il Paese del Sol levante, come le altre economie asiatiche, non registra una seconda di pandemia pesante come quelle degli Usa e dell’Europa. Nonostante i segnali positivi, gli analisti si aspettano che quest’anno il Pil nipponico registrerà una contrazione del 5,5% e impiegherà anni per tornare ai livelli pre-Covid.

AGI –  Un fallimento globale. Scarse percentuali di adozione, ancora più scarso il numero di utenti attivi, diffidenze e timori diffusi tra i cittadini mai del tutto fugati da parte dei governi che le hanno lanciate.

Un articolo apparso su Science raccoglie i dati dei primi 10 mesi delle app di contact tracing. E ne racconta la temporanea sconfitta. Lanciate un po’ ovunque come uno dei pilastri per combattere la pandemia da Covid-19, le app stanno avendo difficoltà a ogni latitudine, con motivi spesso piuttosto simili paese dopo paese. In un articolo scritto a quattro mani, Alessandro Blasimme e Effy Vayena, due bioetici del Politecnico di Zurigo, in Svizzera, provano ad analizzare le cause di questo fallimento, ma lasciano una speranza per i prossimi mesi: perché, sostengono, se i governi dovessero cambiare strategia utilizzo, e di comunicazione, la rotta potrebbe ancora essere invertita.

Erano gli inizi della pandemia quando ovunque nel mondo si è cominciato a parlare di contact tracing digitale. Da lì i governi hanno cominciato la corsa alle app anti contagio.

Tutto sembrava andare per il verso giusto. Un insolito accordo tra Google e Apple ha visto i due giganti unire per la prima volta gli le forze e fornire un protocollo che ha consentito il ‘dialogo’ tra smartphone Android e iOS via bluetooth. Eppure, dopo 10 mesi, i tassi di download restano ovunque bassi. Ancora più bassi quelli di utilizzo. E a questo si devono aggiungere le difficoltà delle aziende sanitarie, della logistica, dei tamponi: un po’ ovunque, non solo in Italia. Il bilancio del tracciamento digitale dei contagi è al momento negativo. E sono i dati a raccontarlo.

CONTACT TRACING, NAZIONE PER NAZIONE 

Lo studio pubblicato da Science fa una panoramica delle percentuali di adozione nei principali paesi che hanno lanciato un’app di contact tracing. Nonostante i primi sondaggi della scorsa primavera, che negli Usa, in Svizzera e in Italia raccontavano di una popolazione adulta pronta a scaricare le app con percentuali tra il 55 e il 70 percento, i dati una manciata di mesi dopo raccontano una realtà assai diversa: i download sono stati ovunque inferiori alle aspettative.

Al netto degli Usa, che al momento non si sono dotati di un’app di tracciamento dei contagi, in Australia la CovidSafe è stata scaricata da 6,5 milioni di persone (26% della popolazione); in Italia Immuni da 8 milioni (13,4% – riportiamo i dati dello studio che però non sono aggiornati: ad oggi Immuni è stata scaricata da 9,8 milioni di persone); in Francia Stop Covid da 1,5 milioni (2,3%); in Irlanda CovidTracker da 1,3 milioni (24%); in Svizzera SwissCovidApp da 1,8 milioni (21,5%); in Germania CoronaWarn da 16 milioni (19,3%).

CAUSE, SOLUZIONI 

Nel loro saggio, gli autori Alessandro Blasimme e Effy Vayena, due bioetici del Politecnico di Zurigo, in Svizzera, giustificano questo ‘flop’ soprattutto con una una mancanza generale di “gestione flessibile da parte dei governi” (adaptive governance, nel testo). Cioè l’incapacità mostrata dagli esecutivi responsabili di agire in modo aperto e collaborativo, mettendo da parte la classica strategia “dall’altro verso il basso” a discapito dei governi locali e regionali. Un lavoro di squadra e trasparente che sembra essere mancato un po’ ovunque.

Questo avrebbe aumentato il clima di scetticismo intorno alle app. In successive indagini è emerso come molte persone abbiano manifestato un crescente timore sull’uso dei dati da parte dei governi centrali e delle società tecnologiche che hanno messo a disposizione il protocollo di contact tracing. Timori che, spiega lo studio, i governi farebbero bene a fugare, e in fretta. Perché l’esperimento non è ancora da destinare alla soffitta, sostengono i bioetici. C’è tempo per cambiare direzione, dare un nuovo impulso alle app che potrebbero svolgere un ruolo ancora determinante per combattere la seconda ondata dei contagi. Mentre già si comincia a parlare della terza.

@arcangeloroc