Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Gary Zabroski, 61 anni, è entrato in General Electric nel 1976, in quello che all'epoca era considerato il posto di lavoro più sicuro al mondo. Per 40 anni, spiega il Wall Street Journal in un articolo incentrato sul crollo dei titoli di GE, ha lavorato come operaio alle presse del settore aerospaziale ed è andato in pensione nel 2016, con una retribuzione previdenziale di 85.000 dollari l'anno e una liquidazione di 280.000 dollari in titoli GE. 

"È piuttosto spaventoso"

Un ottimo pensionamento, fino a quando le azioni di GE non hanno iniziato a crollare. In un anno, nel 2017, General Electric ha perso 140 miliardi di dollari di valore di mercato e le sue azioni, considerate il titolo piu' affidabile e diffuso negli Usa, hanno fatto perdere soldi, non solo ai big di Wall Street che le detenevano, ma anche ai piccoli risparmiatori come Zabroski. Il valore delle sue azioni ora si è più che dimezzato, i titoli dell'ex operaio adesso valgono 110.000 dollari e il 61enne dovrà probabilmente essere costretto a mettersi a caccia di lavoro in tarda età. "Non avevo previsto di dover tornare a lavorare da pensionato", dice al Wsj Zabroski, che ha pagamenti ipotecari mensili da rispettare e una moglie parzialmente disabile da mantenere. "È piuttosto spaventoso", ammette.

Un crollo incredibile

Il crollo di 140 miliardi di dollari del valore di mercato di GE in un anno, nota il Wsj, rappresenta una cifra incredibile, è il doppio di quanto ha perso la Enron nel suo clamoroso fallimento del 2001 e più di quanto hanno perso, insieme, Lehman Brothers e General Motors durante la crisi del 2008. Dal suo picco nel 2000 GE ha perso in valore di mercato, cioè in capitalizzazione di Borsa, 460 miliardi di dollari. Questa maxi-perdita è il frutto di investimenti mal programmati, problemi insorti in alcuni mercati chiave e proiezioni finanziarie eccessivamente rosee, che insieme hanno innescato una crisi finanziaria che potrebbe mandare in pezzi l'azienda. Tuttavia per ora a rimetterci sono stati soprattutto i piccoli risparmiatori, molti dei quali ex dipendenti come Zabroski. Il 43% degli azionisti di GE infatti sono investitori di questo tipo, contro il 32% di J&J e il 21% di Boeing.

Venerdì scorso GE ha riportato il bilancio del primo trimestre di quest'anno che registra utili in tutti i settori, compresi la sanità, l'elettricità e l'aeronautica. I dirigenti di GE hanno detto che la maggior parte delle aziende della società sta andando bene, nonostante i problemi dell'anno scorso, e che GE ha abbastanza denaro per finanziare le operazioni e il dividendo. "Sono profondamente consapevole del dolore che le nostre performance azionarie e il taglio dei dividendi hanno causato agli investitori, ai pensionati e alle loro famiglie", ha dichiarato John Flannery, amministratore delegato di GE, il quale ha assicurato che il gruppo si sta focalizzando sul miglioramento delle sue prestazioni e sul ripristino della fiducia.

Uno dei peggiori piani pensionistici Usa

Le parole di Flannery non hanno incoraggiato più di tanto quelli come Zabroski. I più penalizzati dal crollo dei titoli GE sono stati proprio gli ex dipendenti, ai quali l'azienda per decenni ha offerto condizioni vantaggiose per l'acquisto di questi titoli, sui quali ha dirottato il 50% dei contributi, prendendoli direttamente dalle buste paga. Ora più di 600.000 persone dipendono dai programmi previdenziali di GE, strutturati in questo modo, che rischiano di mettere in difficoltà chi li possiede e che pesano sui conti aziendali. 
Secondo un rapporto di Milliman Consulting del 2010 gli obblighi pensionistici di GE, pari a quasi 100 miliardi di dollari alla fine del 2017, sono sottofinanziati di quasi 30 miliardi, il che rende il suo programma previdenziale, secondo il Wsj, uno dei peggiori piani pensionistici su larga scala negli Stati Uniti, al punto che per finanziarlo, quest'anno GE dovrà prendere in prestito circa 6 miliardi di dollari. 

Cina e Usa potrebbero presto accantonare le tensioni commerciali, rinfocolatesi dopo il caso Zte, e aprire un negoziato per evitare la guerra dei dazi, che nessuno dei due litiganti vuole. Pechino ha dichiarato il proprio apprezzamento per la possibilità dell'arrivo del segretario al Tesoro Usa, Steve Mnuchin, il quale sabato scorso, a margine di un meeting del Fondo Monetario Internazionale a Washington, aveva dichiarato che un viaggio in Cina per discutere le questioni economiche e commerciali è "preso in considerazione" dall'amministrazione Usa guidata da Donald Trump.

Mnuchin non si è sbilanciato in pronostici sulla tempistica, ma ha detto di essere “prudentemente ottimista” sulla possibilità di raggiungere un accordo con Pechino, stando all'agenzia Reuters. Un segnale di disgelo che trova conferma nelle dichiarazioni del governo cinese: "La Cina ha ricevuto informazioni sull'auspicio degli Stati Uniti di discutere a Pechino le questioni economiche e commerciali, cosa che la Cina accoglie con favore", ha reso noto il ministero del Commercio di Pechino attraverso un portavoce.

La Cina mete i puntini sulle i. Ribadisce la propria opposizione al protezionismo commerciale e il proprio sostegno al sistema di commercio multilaterale dalle pagine del suo giornale più rappresentativo: il Quotidiano del Popolo. Lo fa con un articolo pubblicato a firma del ministro del Commercio di Pechino, Zhong Shan. La Cina, scrive il ministro prendendo le mosse dal discorso pronunciato il 10 aprile dal presidente cinese, Xi Jinping, al Boao Forum for Asia sull'isola di Hainan, "deve opporsi fermamente a tutte le forme di protezionismo, promuovere il commercio globale e la liberalizzazione e la facilitazione degli investimenti". 

Da parte sua, Mnuchin ha speso parole di apprezzamento sulle recenti aperture di mercato ai settori assicurativo e bancario annunciate dal governatore della banca centrale cinese, Yi Gang, nei giorni scorsi; i due si sono incontrati all'incontro del del Fondo monetario, ha dichiarato lo stesso segretario al Tesoro. Parole di elogio sono giunte all’indirizzo del governo cinese anche in merito al sostegno alle sanzioni delle Nazioni Unite contro la Corea del Nord, all’indomani dell’annuncio di Kim Jong-un della sospensione dei test missilistici e nucleari, che ha avuto il plauso di Cina e degli Stati Uniti.

La posta in gioco non è altissima ma neanche irrilevante: si parla di dazi e controdazi su merci di importazione dal valore complessivo di 150 miliardi da ambo le parti. Balzelli che in realtà, secondo gli osservatori, nessuno dei due intende perseguire (Trump è esasperato dal surplus commerciale con la Cina e dalla necessità di proteggere le tecnologie americane dai presunti furti cinesi).

La Cina non ha voluto dare l’impressione di cedere alle richieste di Washington, scrive il Financial Times, ma gli americani hanno registrato come un successo l’ulteriore apertura del mercato delle auto alle compagnie a stelle e strisce, a lungo richiesta da parte americana. Donald Trump si è detto "molto grato" al presidente cinese "per le belle parole” pronunciate dal presidente cinese alla "Davos Asiatica", quando Xi ha promesso tariffe più basse per le auto straniere sul mercato cinese.

Questi passi in avanti rischiano di essere frenati da almeno due focolai accesi.

Il primo riguarda la decisione del Dipartimento del Commercio Usa di vietare alle aziende americane le vendite per sette anni di componenti al colosso delle telecomunicazioni Zte; un provvedimento bollato come “ingiusto” dal colosso di Shenzhen che, in una durissima nota, dice di essere pronto a tentare tutte le vie legali per opporsi a un blocco che potrebbe portarla a fallire.

Il secondo ha a che fare con la possibilità contemplata dalla Casa Bianca di applicare l’International Emergency Powers Act (IEEPA) per bloccare lo shopping cinese di tecnologie Usa, scrive il Sole 24 Ore. Cioè? Si tratta di una legge che risale al 1977, usata per imporre sanzioni agli “oligarchi” russi, al regime di Pyongyang e a terroristi internazionali. Ora Washington la vuole usare per fermare la corsa cinese al predominio delle tecnologie del futuro.

Gli attriti politici possono avere ripercussioni negative sulle acquisizioni cinesi all’estero, che l’anno scorso hanno registrato una brusca frenata.  Stando a un rapporto stilato da Baker McKenzie e Rhodium Group, gli investimenti diretti cinesi negli Stati Uniti sono calati del 35% nel 2017, scendendo a 30 miliardi di dollari (il calo in Europa è stato del 22%). Questa flessione è da imputare in parte ai controlli delle autorità di Pechino sul movimento di capitali (il governo ha diviso in tre categorie gli investimenti all’estero dei giganti cinesi: vietati, soggetti a restrizioni o incoraggiati), ma anche alle attività di interdizione esercitate dall’agenzia Usa sugli investimenti esteri: Cfius, che avrebbe bloccato progetti per 8 miliardi. 

“Rapporti commerciali che riguardano lo scambio di beni e servizi e investimenti diretti sono in qualche modo correlati", ha commentato all'Agi Marco Marazzi, avvocato di Baker McKenzie. "Gli Usa – ha sottolineato – probabilmente dimenticano che una parte del deficit commerciale è dovuto a società americane che producono in Cina ed esportano parti o prodotti finiti, e che non sempre potrebbero rilocalizzarsi in America. Poi ci sono le aziende americane che producono per il grande mercato cinese locale. La guerra commerciale può indirettamente colpire questi investimenti e quindi ogni mossa va valutata con attenzione"

 

Il 2017 è stato un anno positivo per chi ha scelto di acquistare casa: i tassi di interesse dei mutui ai minimi, il prezzo degli immobili sostanzialmente stabile e l’aumento del reddito a disposizione delle famiglie hanno creato condizioni favorevoli per comprare.

Ma chi ha presentato domanda di mutuo prima casa, quanti anni di stipendio dovrà versare per restituire alla banca il capitale richiesto?  Al netto degli interessi e considerando che oggi le famiglie italiane cercano mediamente di destinare alle rate del mutuo circa il 25% del reddito annuale, Facile.it e Mutui.it hanno calcolato che occorrono in media 17 anni e 10 mesi. Il risultato emerge dall’analisi di circa 40.000 richieste di mutuo prima casa raccolte dai due portali da gennaio 2013 a dicembre 2017 i cui valori sono stati incrociati con i dati Istat disponibili relativi ai redditi delle famiglie italiane.

Aumentano gli anni e gli importi

Il valore risulta in crescita rispetto al 2013, quando le famiglie che richiedevano un mutuo dovevano mettere in conto di destinare alla banca in media 16 anni e 10 mesi di stipendi. Brutte notizie? In realtà no, se si considera che dietro all’aumento degli anni necessari a ripagare il capitale non vi è una riduzione dei redditi medi delle famiglie italiane, bensì un aumento della cifra richiesta agli istituti di credito. Nel 2013 l’importo medio che gli aspiranti mutuatari cercavano di ottenere per acquistare la prima casa era pari a 123.583 euro, mentre nel 2017 la richiesta media è aumentata dell’8% raggiungendo i 133.456 euro.

"Nel corso degli ultimi anni abbiamo assistito ad una consistente diminuzione dei tassi di interesse e degli spread applicati dalle banche, che ha determinato un alleggerimento della rata mensile", spiega Ivano Cresto, Responsabile BU mutui di Facile.it. "Questo ha consentito alle famiglie di richiedere in prestito importi più elevati, mantenendo comunque una rata mensile contenuta, che non impattasse troppo sul reddito complessivo".

La dinamica spiegata da Cresto risulta chiara se si guarda a come è cambiato negli ultimi quattro anni il valore medio della rata e il suo il rapporto con il reddito mensile delle famiglie richiedenti; nel 2013 la rata media richiesta era pari a 663 euro, con un impatto del 27% sullo stipendio mensile, mentre nel 2017, nonostante gli importi richiesti alle banche siano aumentati, la rata media è diminuita arrivando a 606 euro, con un impatto del 24% sul reddito mensile medio.

Se per assurdo fosse possibile destinare alle rate del mutuo il 100% del reddito annuale, alle famiglie italiane basterebbero oggi mediamente 4 anni e mezzo per restituire alla banca la quota capitale presa in prestito al netto degli interessi, mentre nel 2013 servivano 4 anni e 2 mesi.

Le differenze regionali

Analizzando in ottica territoriale le richieste di mutuo prima casa raccolte dai due portali nel 2017, emergono importanti differenze tra le aree del Paese. Gli aspiranti mutuatari della Campania risultano essere quelli che dovranno mettere in conto più anni, e stipendi, per restituire il capitale richiesto al netto degli interessi; 21 anni, ipotizzando, come detto, che ogni anno confluisca nel mutuo una somma pari al 25% dello stipendio. Seguono in classifica i richiedenti mutuo del Lazio (20 anni e 3 mesi) e della Sicilia (19 anni e 11 mesi)

Di contro, le aree dove i valori si riducono notevolmente sono il Friuli Venezia Giulia, qui i richiedenti mutuo impiegano in media 13 anni e 10 mesi, l’Umbria (14 anni e 7 mesi) e l’Emilia Romagna (14 anni e 11 mesi).

Quanti anni servono, regione per regione (al netto degli interessi e destinando ogni anno il 25% del reddito familiare)

Abruzzo

17 anni e 2 mesi

Basilicata

19 anni e 5 mesi

Calabria

17 e 2 mesi

Campania

21 anni

Emilia-Romagna

14 anni e 11 mesi

Friuli-Venezia Giulia

13 anni e 10 mesi

Lazio

20 e 3 mesi

Liguria

16 anni e 9 mesi

Lombardia

16 e 5 mesi

Marche

15 anni e 3 mesi

Molise

n.d.

Piemonte

16 anni e 8 mesi

Puglia

17 anni e 3 mesi

Sardegna

17 anni e 2 mesi

Sicilia

19 anni e 11 mesi

Toscana

16 anni e 8 mesi

Trentino-Alto Adige

n.d.

Umbria

14 anni e 7 mesi

Valle d'Aosta

n.d.

Veneto

15 anni e 3 mesi

Italia

17 e 10 mesi

L'Istat stima che siano 8 milioni 816 mila le donne fra i 14 e i 65 anni che nel corso della vita hanno subito qualche forma di molestia sessuale e 1 milione e 404 mila le donne che nel corso della loro vita lavorativa hanno subito molestie fisiche o ricatti sessuali sul posto di lavoro. Un dato impressionante ma a lungo ignorato. Il caso Weinstein ha posto il tema all'attenzione mondiale con grande risalto anche in Italia. Ma prima della mobilitazione delle donne negli Stati Uniti, nel nostro Paese era già in corso un cambiamento concreto eppure poco evidente: i contratti aziendali e territoriali stanno via via recependo l'accordo sottoscritto a gennaio 2016 tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria sulle molestie e violenze nei luoghi di lavoro, ampliano in taluni casi le tutele previste dalla legge e contribuiscono a cambiare la consapevolezza generale sul problema. L'intesa afferma che le molestie o la violenza nei luoghi di lavoro sono inaccettabili e vanno denunciate; precisa inoltre che imprese e lavoratori hanno il dovere di collaborare al mantenimento di un ambiente di lavoro in cui sia rispettata la dignità di ognuno.

Chi ha aderito all'intesa (e come)

Hanno recepito l'accordo i contratti nazionali della Pa, dei Trasporti, delle Poste e decine di contratti aziendali che in alternativa prevedono specifici codici di condotta o intese nell'ambito degli istituti di welfare: si va da grandi gruppi come Fs e Sodexo e Starhotel, a aziende come Tnt, Alpitour, Giglioli Production, Beldinini, Nexive, Terme di Salsomaggiore e Tabiano, Koiné Bologna, Smurfit Kappa, Aspiag. 

In molti accordi aziendali è prevista l'estensione dei periodi di congedo per le vittime di molestie nonché in taluni casi, della copertura economica. Così il contratto di Ales stabilisce che il periodo di congedo retribuito per le vittime di violenza arrivi a 3 mesi; in Alpitour è previsto il congedo non retribuito per 6 mesi oltre quelli previsti per legge; in Comifar il congedo arriva a 1 anno, in Arval a 4 mesi. I lavoratori e le lavoratrici di Gucci hanno ulteriori 6 mesi di aspettativa non retribuita per violenza di genere. Ied prevede un sistema di tutele di genere attraverso campagne contro la violenza fisica e psicologica. Il contratto di Ikea contempla l'aspettativa per stalking e maltrattamenti familiari fino a 6 mesi. Ma i casi più interessanti sono quelli di Sodexo e di Starhotel: l'Italia è il primo paese ad aver recepito l'intesa internazionale fatta dal gruppo di servizi francese con il sindacato europeo Uita contro le molestie sessuali nei luoghi di lavoro, che impegna le parti al rispetto dei diritti fondamentali sui luoghi di lavoro e sulle attività di contrasto alla violenza di genere, a diffondere informazioni a tutti i dipendenti, a eseguire attività di formazione sul tema, a eseguire monitoraggi e definizioni di eventuali azioni. La catena alberghiera ha sottoscritto da parte sua un articolato che impegna l'impresa a contrastare fenomeni di molestie e violenza nei luoghi di lavoro anche ad opera dei clienti e a tutelare le vittime.

A livello territoriale, l'accordo più innovativo è quello raggiunto tra Alleanza delle cooperative, Cgil, Cisl e Uil e la Regione Emilia Romagna, finalizzato a contrastare comportamenti molesti e violenti nei luoghi di lavoro, a promuovere attività di formazione e informazione e adottare misure organizzative per prevenire le molestie e garantire la tutela delle vittime. In particolare, la Regione che si è impegnata a potenziare nei consultori i presidi di assistenza alle lavoratrici vittime di violenza nei luoghi di lavoro. 

Cosa rimane da fare

"Le cose stanno cambiando – afferma Liliana Ocmin, responsabile donne, immigrati, giovani della Cisl. – vi è una maggiore consapevolezza e una nuova presa di coscienza. Se fino a qualche tempo fa era impossibile anche fare una stima su questa tipologia di violenza, spesso silenziosa, ora qualcosa si muove. Questo grazie al coraggio di quelle vittime che si sono rifiutate di continuare a sottacere la violenza per paura di ripercussioni sulla propria carriera professionale. Ma l'atto della denuncia avviene ancora troppo raramente, perché quello che vediamo e apprendiamo dalle cronache è solo la punta dell'iceberg". Bisogna quindi aiutare le donne a rompere il silenzio: anche per questo stanno nascendo sportelli di ascolto dei sindacati che danno anche sostegno psicologico e legale. Il primo sportello è stato aperto a Bergamo e altri stanno operando in Sicilia, Campania, Abruzzo.

"L'attenzione sulle molestie sul lavoro si è accesa a livello nazionale e internazionale – fa notare Elena Vanelli, segretaria nazionale Fisascat, la federazione dei servizi, commercio e turismo che rappresenta in stragrande maggioranza lavoratrici – ma restano difficoltà a definire il fenomeno così come a convincere le vittime a denunciare. Tra gli imprenditori vi è resistenza a mettere nero su bianco cosa e' una molestie ma stiamo cercando di farlo nel contratto nazionale. A livello di ente bilaterale sindacati-Confindustria, utilizzando il lavoro fatto dai sindacati europei, in particolare spagnolo e svedese, ci stiamo impegnando per redigere una sorta di manuale da dare a lavoratori e imprese, per rilevare i rischi di molestie, evitarle e prevenirle. Servono cose utili per debellare questa piaga".

Un cambio di passo dovrebbe venire dalla prossima conferenza dell'Ilo (Organizzazione internazionale del lavoro) che si terra' dal 28 maggio all'8 giugno a Ginevra: qui dovrà essere approvata la proposta di convenzione contro la violenza di genere sul posto di lavoro. "I nostri obiettivi – spiega Ocmin – sono che l'Italia dia adesione e massimo supporto alla Campagna dell'Ilo "Stop Gender Based Violence at WorK", ma chiediamo anche interventi mirati per promuovere in ogni contesto lavorativo la cultura di genere nel rispetto delle relazioni uomo-donna. Occorre diffondere l'Accordo Quadro del 2016 sulle molestie e la violenza nei luoghi di lavoro nel privato come nel pubblico e sviluppare punti di ascolto per fornire alle vittime di molestie e violenza l'assistenza materiale e psicologica necessarie per intraprendere un percorso di superamento della condizione di disagio".

Quando fu lanciato, nel 2017, l'esperimento del governo di Helsinki attirò l'attenzione di tutto il mondo. A duemila giovani disoccupati finlandesi erano stati garantiti 590 euro al mese esentasse per due anni, a prescindere dal fatto che poi trovassero o meno lavoro. Un vero e proprio reddito di cittadinanza, quindi, una misura più radicale di quella proposta in Italia dal Movimento 5 Stelle, che – almeno nelle sue ultime declinazioni – è di fatto un sussidio condizionato all'accettazione di proposte di lavoro.

I risultati ufficiali della sperimentazione verranno diffusi solo nel 2019. Quel che si sa, per ora, è che l'esecutivo ha archiviato l'idea di proseguire il progetto ed estendere il versamento a una platea più ampia, che includesse anche occupati, e punta invece a ricorrere ad altre forme di welfare per le fasce della popolazione più disagiate. "Al momento, il governo sta attuando delle modifiche che stanno allontanando il sistema dal reddito di cittadinanza", ha spiegato al quotidiano svedese Svenska Dagbladet Miska Simanainen, un ricercatore del Kela, l'istituto finlandese per la sicurezza sociale.

Simanainen non nasconde la sua delusione: senza includere i lavoratori a basso reddito, non si raggiungerà quello che sarebbe stato l'obiettivo chiave della seconda fase dell'esperimento: comprendere se il finanziamento avrebbe spinto le persone a investire in formazione o a cambiare carriera, piuttosto che adagiarsi sugli allori. "Due anni sono un arco temporale troppo breve per stilare conclusioni soddisfacenti da un esperimento così vasto", ha spiegato invece Olli Kangas, uno degli accademici che hanno ideato il sistema, "avremmo dovuto avere più tempo e denaro per ottenere risultati affidabili".

Perché Helsinki ha cambiato idea

Secondo il governo finlandese, spiega Business Insider, i sussidi previsti erano così alti e il sistema era così rigido che a un disoccupato non sarebbe convenuto cercare un lavoro finché poteva godere del reddito di cittadinanza. Così, lo scorso dicembre, è arrivata la prima stretta nella forma di una legge approvata dal Parlamento finnico che condizionava il mantenimento degli assegni a un'attività lavorativa pari ad almeno 18 ore ogni tre mesi, senza le quali i versamenti sarebbero stati ridotti. Il ministro delle Finanze, Petteri Orpo, sembrerebbe già avere le idee chiare sul nuovo sistema che entrerà in vigore dal gennaio 2019, quando il progetto pilota si esaurirà. "Quando l'esperimento sul reddito minimo universale finirà al termine dell'anno, lanceremo un esperimento sul credito universale", annuncia il ministro al giornale finlandese Hufvudstadsbladet. Cioè, invece di dare direttamente denaro ai disoccupati, verranno armonizzati e concentrati in un solo sistema diversi benefici fiscali a favore dei poveri, sulla scia di quanto già avviene in Gran Bretagna. 

Raffreddate le speranze dei profeti di Big Tech

La delusione dei padri del reddito di cittadinanza alla finlandese è condivisa anche dalla comunità tecnologica. Da Ray Kurzweil, capo degli ingegneri di Google, a Elon Musk, patron di Tesla, in molti avevano visto nel reddito universale di cittadinanza, denaro versato alle persone per il solo fatto di essere vive, come lo strumento che avrebbe consentito ai cittadini di continuare a comprare i beni prodotti da un'industria sempre più automatizzata, dove i robot rimpiazzeranno gli uomini in un numero crescente di mansioni. E l'esperimento finlandese era stato visto quindi come il primo passo verso una rivoluzione che, nel 2030, secondo Kurzweil, si sarebbe propagata in tutto il mondo. Un mondo dove l'uomo non avrebbe più dovuto trovare dignità nel lavoro ma accontentarsi del ruolo di consumatore, di utilizzatore finale di una filiera produttiva nella quale ci sarebbe stato sempre meno posto per operai in carne ed ossa. Uno scenario che per alcuni è un sogno di emancipazione, per altri un incubo distopico.​

Cresce e diventa sempre più articolata la relazione che gli immigrati hanno con i servizi bancari. Sono oltre 2,7 milioni i conti correnti intestati ai cittadini stranieri, posseduti dal 75% degli immigrati adulti residenti in Italia.

Di questi, uno su due 'accede' ai servizi bancari grazie al web e quasi uno su tre utilizza lo smartphone o il tablet per effettuare operazioni finanziarie. È quanto rileva la sesta edizione del Rapporto annuale del'Abi sull'inclusione finanziaria dei migranti in Italia.

Di pari passo alla loro integrazione sul territorio, dunque, cresce anche la capacità da parte degli immigrati di cogliere le potenzialità offerte dagli strumenti finanziari, che consentono un'operatività ampia in temi di servizi di pagamento. Hanno superato il milione le carte con Iban a cui non corrisponde un conto corrente presso la stessa banca: fra il 2015 e il 2016 il numero di carte con Iban intestate a cittadini immigrati sono aumentate del 38%, con un tasso medio annuo di crescita del 27% nel periodo 2011-2016.

Di seguito alcune delle principali evidenze delineate dall'indagine, che si basa sui dati forniti direttamente dagli operatori finanziari (banche e BancoPosta) relativi a stranieri residenti appartenenti a 21 nazionalità. A questa si affiancano l'analisi condotta su un campione rappresentativo di migranti e attività di ricerca nelle comunità straniere.

Clienti sempre più informati ed esigenti

Dal rapporto emerge un quadro articolato e in costante evoluzione. L'inclusione finanziaria dei nuovi cittadini stranieri si rafforza, mentre si struttura sempre di più la loro presenza sul territorio: negli ultimi anni – si legge nel rapporto – è molto cresciuto il loro livello di consapevolezza, al punto da renderli sempre piu' soggetti attivi dinanzi alla molteplicità di offerte e di proposte di servizi e prodotti provenienti dal mondo bancario. La maggiore conoscenza e reciproca fiducia nel rapporto con la banca, e il consolidato processo di inclusione economica e sociale di una parte significativa della popolazione straniera, comportano una evoluzione dei comportamenti finanziari da un lato sempre piu' assimilabili a quelli della clientela italiana e dall'altro confermando alcune significative caratterizzazioni che li distinguono e che pongono nuove e stimolanti sfide al mondo bancario.

Il ruolo dei servizi di pagamento

Dall'indagine emerge come i servizi di pagamento siano diventati il traino per il processo di inclusione finanziaria dei cittadini immigrati. È questa infatti la componente che ha subito l'incremento maggiore: ciascun correntista è titolare di quasi due strumenti di pagamento (erano poco più di uno nel 2011). Dal rapporto emerge inoltre il ricorso crescente ad una pluralità di prodotti e servizi bancari anche maggiormente evoluti, sia sul versante degli investimenti e sia su quello della protezione: la componente assicurativa rileva un incremento nell'incidenza del 50%, mentre quella legata ai prodotti e servizi di investimento di quasi il 70%.

Internet banking sempre più diffuso

Significativa la diffusione tra i correntisti immigrati dell'Internet banking (53%) a conferma di un rapido processo di adeguamento da parte dei migranti in termini di accesso alla rete e, più in generale, della preferenza espressa per il ricorso ad una multicanalità che consenta flessibilità senza limiti di tempo e di luogo. L'indagine esamina anche la frequenza di utilizzo degli strumenti tecnologici, facendo emergere due aspetti di rilievo: l'ulteriore conferma della familiarità degli immigrati nei confronti dell'utilizzo di Internet, con una concentrazione della frequenza nella classe di utilizzo 'almeno una volta al giorno' (84% dei casi) e una sostanziale assenza di individui esclusi, con il solo 0,5% del campione che non possiede uno smartphone o tablet.
 

Gli spagnoli sono diventati più ricchi degli italiani. Lo indacano i dati dell'Fmi rielaborati dal Financial Times che lo definisce un segnale "preoccupante" per Roma alle prese con uno "stallo politico". Il sorpasso di Madrid è avvenuto nel 2017, secondo le cifre sul Pil pro capite "a parità di potere d'acquisto", contenute nel World Economic Outlook. Dal 2015 la Spagna ha segnato tassi di incremento superiori al 3%, più del doppio rispetto all'Italia fino al sorpasso lo scorso anno. E per il Financial Times nei prossimi anni Madrid staccherà ancora di piu' l'Italia: nel 2022 sara' il 7% più ricca. Solo un decennio fa, l'Italia era il 10% più prospera della Spagna.

La debolezza del Pil pro capite viene attribuita più allo stallo italiano che alle positive performance dell'economia spagnola, chiamando in causa un ritmo di ripresa più basso degli standard Ue (l'economia è cresciuta di appena il 2% dal 2008 ad oggi) e un'instabilità politica che sta minando la fiducia degli investitori internazionali. Secondo le ultime stime dell'Fmi, il Pil spagnolo quest'anno salirà al 2,8% contro circa la metà dell'Italia. Gli ispettori di Washington hanno richiamato Spagna e Italia per l'entità del debito anche se il direttore generale dell'Fmi, Christine Lagarde, durante un dibattito con il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, ha tenuto a sottolineare che "sembra essersi stabilizzato e inizia a scendere".

È cominciato a Gedda in Arabia Saudita il vertice tra i Paesi Opec e non Opec per mettere a punto la strategia in vista del meeting viennese del 22 giugno e, soprattutto, definire i dettagli di un’alleanza di lunga durata. L’evento ha messo le ali al prezzo del greggio tornato ai massimi di 4 anni. Tutto questo non è passato inosservato al presidente americano Donald Trump che non si è lasciato sfuggire l’occasione per sfogare la sua rabbia su Twitter lanciando strali contro l’Opec rea di far lievitare i prezzi del petrolio. "Ci risiamo con l'Opec. Con quantità record di petrolio dappertutto, anche con le navi a pieno carico in mare. I prezzi del petrolio sono artificialmente Molto Alti! Non va bene e non sarà accettato", ha tuonato il presidente. 

Da notare che le ire presidenziali hanno raffreddato momentaneamente la corsa al rialzo delle quotazioni. Ma probabilmente il calo durerà poco. Innanzitutto perché l’andamento del greggio non dipende solo dalle decisioni prese da Arabia Saudita e Russia, rispettivamente a capo dei Paesi Opec e non Opec. Anche se l’idea, sempre più concreta, che si crei un’organizzazione stabile (Opec Plus) in grado di controllare metà dell’offerta mondiale di greggio alletta molto gli investitori. Di questa Banca Centrale del petrolio gli Stati Uniti non farebbero parte, trovandosi nello scomodo ruolo di spettatori.

A ventilare la nascita di una organizzazione del genere era stato a fine marzo il principe saudita, Mohammed bin Salman: "Stiamo lavorando per passare da un accordo annuale a uno che duri 10-20 anni. Abbiamo già un'intesa di massima ma non ancora sui dettagli". Concetto ribadito oggi dal ministro dell'Energia russo Alexander Novak: "Abbiamo creato basi solide per una cooperazione futura tra paesi Opec e non Opec che va al di là della dichiarazione di cooperazione".

All’ira di Trump ha risposto proprio da Gedda il ministro saudita dell'Energia, Khaled al-Faleh: "Non ho notato alcun impatto sulla domanda con gli attuali prezzi. In passato abbiamo conosciuto prezzi ben più alti. Due volte quelli attuali", ha affermato aggiungendo che “c'è la capacità di assorbire l'aumento dei prezzi". Per la serie: vogliamo far salire ancora le quotazioni, il presidente americano se ne faccia una ragione. Come detto, il rialzo non dipende solo da Riad e Mosca. Anzi Trump stesso ha una responsabilità non piccola avendo contribuito ad aumentare le tensioni geopolitiche in giro per il mondo. In particolare proprio verso la Russia e l’Iran, rispettivamente, primo e quarto produttore mondiali di greggio.

Da ricordare che il primo approccio tra paesi Opec e non Opec risale alla fine del 2016 quando raggiunsero un’intesa per tagliare la produzione di 1,8 milioni di barili al giorno. L'accordo che dovrebbe durare fino alla fine del 2018 ha contribuito a far risalire i prezzi del greggio sopra i 70 dollari dai 29 di gennaio 2016. Secondo gli analisti inoltre l’obiettivo dell’Arabia Saudita – maggior esportare di greggio al mondo – è quello di riportare le quotazioni a 80 dollari (qualcuno si spinge fino a 100) per risanare il bilancio pubblico e valorizzare maggiormente il 5% di Saudi Aramco, prossima alla quotazione. E questo scenario, evidentemente, al presidente Vladimir Putin non dispiace per niente. 

Pagine di storie e appunti e uno stile di presentazione narrativo e coinvolgente. Niente powerpoint, presentazioni statiche o slide. Secondo Jeff Bezos il successo di Amazon, e dei suoi dipendenti, passa anche da un cambiamento netto nell’impostazione delle riunioni interne. Un cambiamento che è stato ampiamente raccontato nell’ultima lettera agli azionisti dove Bezos ha mostrato grande orgoglio per come i lavoratori hanno accolto questo nuovo modo di incontrarsi: “Alcuni di questi racconti sono così belli che sembrano avere la chiarezza degli angeli”. 

I numeri (e i successi) di Amazon

La lettera si apre con alcuni dati che certificano la forza di Amazon sul mercato. L’American Customer Satisfaction Index, ad esempio, ha recentemente annunciato i risultati del suo sondaggio annuale e per l’ottavo anno consecutivo Amazon è in cima alla classifica. Ma, secondo Linkedin, l’azienda americana è anche quella in cui le persone vorrebbero lavorare. L’ultimo report citato è quello di Harris Poll: nel suo Reputation Quotient annuale, che esamina oltre 25.000 consumatori su una vasta gamma di argomenti, dall'ambiente di lavoro alla responsabilità sociale per prodotti e servizi, c’è anche Amazon. Sì, sempre al primo posto. Classifiche a cui bisogna aggiungere il numero di dipendenti, salito a oltre 560mila, e il numero di abbonati ad Amazon Prime, superiore alla popolazione di Paesi come la Germania o l’Italia.

Standard alti e “scontentezza” dei clienti. Le chiavi del dominio

Secondo Bezos sono le enormi aspettative che le persone nutrono nei confronti di Amazon a decretarne il successo. “Una cosa che amo dei clienti è che sono costantemente scontenti. Le loro aspettative non si fermano mai: salgono sempre. È la natura umana. Le persone hanno un appetito vorace verso le novità e il "wow" di ieri diventa rapidamente l’"ordinario" di oggi”. Insomma, ad Amazon nessuno può dormire sugli allori o accontentarsi di un traguardo raggiunto. L’asticella, nel frattempo, si è già spostata più in alto. E le risposte da dare sono già diventate tantissime.

Per essere sempre in cima è necessario che i dipendenti lavorino insieme condividendo idee e progetti. Gli appunti, che non vengono scritti di getto, sono il frutto di una riflessione più lunga e complessa: “Ci vuole tempo per far sì che abbiano compreso in pieno la portata di queste aspettative”. Dopo una prima stesura, i testi passano nelle mani di altri colleghi a cui viene chiesto di provare a dare il loro contributo per migliorarne i vari aspetti. Poi, dopo un periodo in cui vengono lasciati da parte, i documenti vengono letti e rimodellati da altre persone ancora. Alla fine, un’intera squadra di lavoro, avrà generato un promemoria efficace, in forma anonima e senza mettere in difficoltà il singolo individuo. Un metodo che secondo Bezos proteggerà anche chi non ha particolare creatività “ma che potrà offrire una birra a chi, invece, ne ha avuta di più”.

La metafora della verticale

Per spiegare l’importanza del processo e del tempo che ci vuole per produrre un documento di qualità, Bezos ha usato una metafora assai calzante: “Di recente un amico ha deciso di imparare a fare una verticale perfetta. Non voleva appoggiarsi semplicemente a un muro e non voleva compiere un gesto che potesse durare appena qualche secondo. Non riuscendo a ottenere i risultati che voleva da solo ha ingaggiato un allenatore”. Una figura, preparata, che le ha dato alcuni consigli d’oro. “La maggior parte delle persone pensa che se lavorano duramente, dovrebbero essere in grado di fare una verticale perfetta in circa due settimane. La realtà è che ci vogliono circa sei mesi di pratica quotidiana. Se pensi di riuscirci in due settimane, finirai per smettere”.  Lo stesso discorso andrebbe applicato anche all’interno di Amazon. Per raggiungere gli standard di alto livello, difficili da insegnare ma in grado di soddisfare le aspettative dei clienti, i dipendenti hanno bisogno del giusto tempo per elaborare soluzioni adeguate. Applicandosi tutti i giorni.

L’arte dello scrivere (che non è uguale a quella di fare una verticale)

Secondo Bezos, però, tutto questo potrebbe non bastare. Scrivere è un processo diverso e più difficile. Non è sempre facile individuare e capire le qualità che caratterizzano un grande testo da uno che può essere giudicato solo “buono”. Le parole, poi, sono troppo importanti per essere affidate a slide o a presentazioni powerpoint. Ci vuole una narrazione adeguata e un ascolto totale da parte del pubblico. “ Per questo ne leggiamo uno, in rigoroso e assoluto silenzio, all’inizio di ogni riunione come se fossimo all’interno di una sala studio”. E i risultati si vedono. “Trovo che, nella maggior parte dei casi, le persone reagiscono all’ascolto di testi rilevanti in un modo molto simile. Percepiscono subito che qualcosa lì dentro funziona”. Ed è in quel momento, forse, che diventa possibile individuare un nuovo modo di creare quei prodotti e quelle soluzioni che risponderanno alle richieste dei clienti. Aspettative che sono, anno dopo anno, croce e delizia di un’azienda come Amazon ma che, in fondo, sono solo storie che aspettano di essere scritte e ascoltate. 

Prove di alleanza duratura tra Opec e Russia. Mosca, maggior produttore mondiale di petrolio, sostiene l'idea di stabilizzare l'alleanza con l'Opec per rafforzare e controllare meglio il mercato. "Abbiamo creato basi solide per una cooperazione futura tra paesi Opec e non Opec che va al di là della dichiarazione di cooperazione", ha detto il ministro dell'Energia russo Alexander Novak. Anche l'Arabia Saudita vede molto bene un'intesa che preveda una cooperazione di lungo termine.

Opec e non Opec hanno raggiunto un accordo alla fine del 2016 per tagliare la produzione di 1,8 milioni di barili al giorno e ridurre l'eccesso di offerta a livello globale. L'intesa che durerà fino alla fine del 2018 ha contribuito ad alzare i prezzi del greggio sopra i 70 dollari dai 29 del gennaio 2016. "Stiamo lavorando per passare da un accordo annuale a uno che duri 10-20 anni", ha detto alla fine di marzo il principe saudita, Mohammed bin Salman, "abbiamo già un'intesa di massima ma non ancora sui dettagli".

In ogni caso, il rialzo ha anche motivazioni geopolitiche come la minaccia americana di nuove sanzioni all'Iran e problemi di produzione in Venezuela, Nigeria e Libia. Ma i prezzi alti hanno avvantaggiato anche i produttori americani che hanno continuato a produrre toccando il record di 10,5 milioni di barili al giorno la scorsa settimana, secondo quanto riferito dall'Eia. Gli Stati Uniti hanno superato l'Arabia Saudita come secondo maggiore produttore di greggio, pompando poco meno di 10 milioni di barili al giorno mentre a Gedda si vagheggiano nuovi tagli. 

Flag Counter