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Fca avrebbe sottovalutato il valore del suo business americano di 5,1 miliardi di euro (5,6 miliardi di dollari) al momento della sua acquisizione di Chrysler. E sarebbe quindi finita sotto la lente dell’Agenzia delle Entrate.

La notizia, anticipata da Bloomberg, è stata confermata dall’AGI da fonti qualificate. Altre fonti vicine al dossier riferiscono che Fca potrebbe dover restituire 1,5 miliardi di dollari.

“Non condividiamo affatto le considerazioni contenute nella relazione preliminare dell’Agenzia delle Entrate e abbiamo fiducia nel fatto che otterremo una sostanziale riduzione dei relativi importi”,  sostiene un portavoce di Fca. “Va inoltre rilevato – aggiunge il portavoce Fca – che qualsivoglia plusvalenza tassabile che fosse accertata sarebbe compensata da perdite pregresse, senza alcun significativo esborso di liquidità o conseguenza sui risultati”.

Battuta d’arresto negli Usa in un settore che normalmente registra forti surplus commerciali: i servizi. Lo rivela il Wall Street Journal, ricordando che da oltre mezzo secolo gli Usa sono diventati un campione indiscusso dell’economia globale dei servizi. Dal 2003 al 2015, il surplus commerciale degli Stati Uniti in servizi come l’assistenza medica, l’istruzione superiore, le royalty e il comparto dei pagamenti è quasi raddoppiato a 263,3 miliardi di dollari. Ebbene, quel surplus si sta riducendo. E questo è particolarmente preoccupante, tenendo conto che da tempo la bilancia commerciale del settore manifatturiero Usa è in deficit e che l’industria americana arranca, a causa degli effetti della guerra commerciale.

I servizi rappresentano dunque per gli Stati Uniti un importante vantaggio competitivo e l’abilità degli americani nel mondo accademico, tecnologico, finanziario e della consulenza crea milioni di posti di lavoro, spesso altamente qualificati, e aiuta compensare le importazioni di merci come smartphone, automobili e macchinari elettrici. 

Nei primi 9 mesi dell’anno, come rivelano i dati del dipartimento al Commercio l’export di servizi Usa è salito poco e l’import è cresciuto del 5,5%. A settembre l’avanzo commerciale dei servizi Usa è calato del 10% a 178,5 miliardi di dollari, il declino più forte dal 2003. E giovedì prossimo sono attesi i dati di ottobre.

Le ragioni del rallentamento

Secondo il Wsj l’indebolimento dei servizi Usa è in parte legato a fattori ciclici, come il dollaro forte e l’indebolimento dell’economia globale, ma altri fattori hanno una natura più strutturale, come le tensioni commerciali e la perdita di ‘appeal’ dei servizi a Stelle e Strisce. L’indebolimento Usa nel settore dei servizi, nota al Wsj Michael Pearce, economista di Capital Economics, è grave, perché “va al cuore di ciò in cui gli Stati Uniti sono davvero bravi” e cioé le esportazioni di assistenza medica, istruzione, tecnologia, consulenza e finanza. “Queste – spiega Pearce – sono tutte aree in cui gli Stati Uniti sono leader mondiali ed è anche ciò che guida una crescita di qualità dal lato dell’offerta, nell’economia”.

La Western Kentucky University fornisce un esempio significativo di questa capacità di leadership degli Usa nei servizi. Tra il 2011 e il 2015, le iscrizione di studenti internazionali all’interno dell’università sono più che raddoppiate, superando le 1.500 unità, e ogni studente paga fino a 40.000 dollari l’anno di tasse, aiutando così la scuola statale a riequilibrare il suo bilancio e a costruire nuovi dormitori, controbilanciando la riduzione degli stanziamenti pubblici. Tuttavia dal 2015, le iscrizioni internazionali di studenti sono diminuite di quasi la metà, schiacciate da sussidi governativi meno generosi, dalla concorrenza delle scuole estere e dalla percezione che gli Stati Uniti siano diventati meno sicuri e accoglienti.

Di recente anche l’escalation delle tensioni commerciali ha influenzato il settore dei servizi. “L’instabilità che è stata creata nel mondo del commercio, in gran parte dall’escalation delle tariffe ma anche solo dall’approccio degli Stati Uniti al commercio, ha avuto un effetto negativo”, ha affermato Christine Bliss, che ha lavorato come assistente rappresentante commerciale degli Stati Uniti nell’amministrazione Obama. L’amministrazione Trump infatti, non sono nei negoziati commerciali con la Cina, ma anche in quelli con Messico e Canada, tende a concentrarsi sui prodotti agricoli e sui beni manifuttarieri e raramente sui servizi.

E questi nonostante, come nota il Wsj, le voci più importanti dell’esportazione degli Stati Uniti non siano automobili o semi di soia ma le spese dei visitatori stranieri in cibo, alloggio, tasse scolastiche e assistenza sanitaria. Queste esportazioni, etichettate collettivamente come “servizi di viaggio”, sono diminuite dello 0,6% nei primi nove mesi dell’anno a 160 miliardi di dollari.

Anche in settori, come i servizi finanziari, in cui gli Stati Uniti mantengono saldi avanzi commerciali, ci sono stati quest’anno forti flessioni del surplus e lo stesso è avvenuto in servizi come la proprietà intellettuale e i trasporti, che includono le spedizioni di pacchi. I pagamenti esteri per i brevetti e la tecnologia degli Stati Uniti sono un’importante fonte di entrate per le esportazioni di servizi, grazie soprattutto alla leadership degli Stati Uniti nell’istruzione superiore e nella ricerca di base. Ma dal 2004, il numero di università statunitensi classificate tra le prime 200 del mondo è sceso a 46 da 62, secondo le classifiche QS World University e la Cina ha superato gli Stati Uniti come il principale produttore di articoli scientifici e tecnici nel 2016 e ha assunto la guida mondiale nelle domande di brevetti, marchi e design industriale.

E veniamo a un’altra eccellenza americana: l’assistenza medica. Secondo il Wsj i medici stranieri – molti dei quali si sono formati nelle scuole mediche statunitensi – hanno migliorato molto la loro professionalità nei campi del trattamento del cancro e delle malattie cardiache, esportandola nei loro Paesi d’origine. Per questo, secondo gli esperti, i cittadini benestanti di questi paesi avranno meno motivi per cercare assistenza negli ospedali statunitensi. Nel frattempo, sempre più persone negli Stati Uniti cercano assistenza sanitaria e college all’estero per evitare l’impennata dei costi degli ospedali Usa. Dal 1999 al 2018, la spesa degli Stati Uniti per i viaggi legati all’istruzione è’ cresciuta del 379% e i viaggi per la salute degli americani sono aumentati del 1.761%, sebbene partissero da basi iniziali molto basse.

Unicredit prevede nel nuovo piano al 2023 di avere costi totali per 10,2 miliardi con una decrescita media annua dello 0,2%. Al tempo stesso, tuttavia, in Europa Occidentale i risparmi saranno pari a 1,2 miliardi, pari al 12% della base di costo 2018, e saranno in parte ottenuti attraverso la riduzione di circa 8000 ‘full time equivalent’ e tramite la chiusura di 500 filiali a livello di gruppo.

I costi per ottenere questi risparmi, pari a 1,4 miliardi, saranno spesati tra il 2019 e il 2020.  

“Abbiamo appena iniziato le discussioni con i sindacati. Non diamo dettagli su quando e dove saranno. Nel piano precedente abbiamo agito in una maniera socialmente molto responsabile e continueremo a farlo”, ha detto l’a.d. Jean Pierre Mustier in conferenza stampa.

Non sono bastate 12 ore alla Commissione Finanze della Camera per chiudere il dl fiscale. Il fascicolo degli emendamenti è stato esaminato, ma restano da sciogliere due nodi fondamentali. Manca infatti una quadra sulle norme che riguardano le ritenute e le compensazioni di appalti e subappalti e il carcere per i grandi evasori.

Nella giornata di ieri sembrava vicino l’accordo sull’emendamento che riscrive la norma sui reati tributari, oggetto di lunga trattativa nella maggioranza. La proposta di modifica presentata dai relatori attenua l’aumento delle pene detentive per i delitti occasionali di dichiarazione infedele e di omessa dichiarazione, non caratterizzati da condotte fraudolente, lasciando immutate le soglie di punibilità per i delitti di omesso versamento di ritenute e di Iva.

Viene inoltre limitata l’applicabilità delle confisca per sproporzione ai reati tributari più gravi. Ma la proposta di modifica è stata accantonata, insieme a quelle riguardanti l’articolo sugli appalti dopo 4 ore di discussione in Commissione. Italia Viva chiede dal canto suo di sopprimere la confisca per sproporzione per i reati fiscali o quanto meno non renderla retroattiva.

Sono state approvate diverse proposte di modifica, ok al taglio sulla tampon tax che fa scendere l’Iva dal 22% al 5% ma solo sugli assorbenti compostabili, lavabili e sulle coppette mestruali e rinvio al 6 marzo delle multe per chi non ha ancora installato i seggiolini anti-abbandono.

Stop anche alle multe ai i commercianti che non hanno il Pos. Approvati invece gli incentivi fino a 250 euro per l’acquisto degli airbag per le moto e l’Iva al 4% sulle auto ibride ed elettriche per i disabili. Viene riscritto il calendario fiscale, con la scadenza del 730 che passa dal 23 luglio al 30 settembre. Si amplia anche la platea dei contribuenti che possono usare il 730: oltre ai dipendenti e ai pensionati, possono presentarlo anche i titolari di redditi assimilati a quello di lavoro dipendente e i titolari di redditi di lavoro autonomo occasionale.

Passa dal 7 al 16 marzo il termine di trasmissione delle certificazioni uniche da parte dei sostituti d’imposta. Spostato dal 15 aprile al 0 aprile il termine per la messa a disposizione dei contribuenti della dichiarazione precompilata. Arriva l’ok all’unanimità all’indennità minima per i sindaci dei Comuni fino a tremila abitanti che sale a 1.400 euro netti.

Via libera per il 2019 a una spesa da 460 milioni per il finanziamento di investimenti infrastrutturali della rete ferroviaria nazionale. Riaperta per il 2019 e 2020 la compensazione dei crediti commerciali e professionali non prescritti, certi, liquidi ed esigibili, maturati nei confronti della pubblica amministrazione, con cartelle esattoriali affidate agli agenti della riscossione entro il 31 ottobre 2019.

In arrivo 180 milioni di euro per pagare gli straordinari dei poliziotti e dei vigili del fuoco effettuati prima del 2019 e non ancora liquidati, in deroga alle norme vigenti. La proposta di modifica approvata, nello specifico, prevede che 175 milioni di euro siano destinati al pagamento dei compensi per il lavoro straordinario delle forze di polizia e 5 milioni di euro al corpo nazionale dei vigili del fuoco. 

Proroga del bonus verde e ritocchi al nuovo bonus facciate. Ma resta fuori la riforma dell’Autonomia differenziata. Sono alcune delle ultime novità del restyling della manovra. È così partita in Senato la corsa contro il tempo in commissione Bilancio per votare le modifiche alla legge di bilancio cercando di rispettare la tabella di marcia dei lavori.

Il presidente della Commissione, Daniele Pesco, ha già annunciato che l’approdo in Aula, previsto per martedì 3 dicembre, slitterà. Pesco ha spiegato comunque che si cercherà di “stare più vicini possibile all’obiettivo” e quindi di inviare il testo in Assemblea il 4 o il 5 dicembre. Non dovrebbe entrare in manovra la riforma dell’Autonomia differenziata.

Nei giorni scorsi il ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia, aveva annunciato l’intenzione di inserire la legge quadro sull’autonomia attraverso un emendamento ma era arrivato lo stop dei 5 Stelle. E oggi il senatore Pd Dario Stefano, vicepresidente del gruppo dem, e relatore di maggioranza alla legge di bilancio, ha chiarito che “tutti i partiti di maggioranza si sono già espressi sulla inopportunità di inserire il tema dell’autonomia differenziata nella manovra di bilancio”.

Nella legge di bilancio ci sarà invece la proroga dello sconto verde, la detrazione del 36% per la sistemazione e riqualificazione di giardini, terrazzi e balconi. Lo ha assicurato il ministro dell’Agricoltura Teresa Bellanova. “Era impensabile per me pensare a una manovra green senza il bonus verde”.

Le proposte di modifica sul tema sono state accantonate in Commissione così come quelle sul bonus facciate e su tutto il capitolo green new deal, sulla cedolare secca per i negozi e sulla famiglia. Su questo ultimo tema infatti, ha spiegato Pesco, si sta cercando di “trovare convergenze attraverso le proposte dei gruppi su asili nido e aiuti”.

Altro tema di approfondimento la nona salvaguardia per gli esodati, misura su cui sono attese le quantificazioni della platea da parte dell’Inps. E spunta anche un bonus per i rubinetti tra le proposte segnalate dal Pd. La misura, ancora oggetto di riflessione e che potrebbe essere rinviata alla Camera, estende l’ecobonus del 65% per le spese di acquisto e posa della rubinetteria sanitaria (anche soffioni doccia e colonne doccia, cassette di scarico e sanitari) sostenute dal 19 gennaio 2020 al 31 dicembre 2022, fino a un massimo di spesa di 3.000 euro.

La detrazione si applica anche alle caldaie a biomassa per la produzione di calore certificate. Correttivi in arrivo per il nuovo bonus dedicato alle facciate: resterà del 90% ma dovrebbe avere un tetto ed essere cumulabile con altri sconti fiscali.

Depositate intanto le prime proposte di modifica del governo. Un pacchetto di 8 emendamenti che prevede 25 assunzioni alla Corte dei Conti e 35 tra Consiglio di Stato e Tar. Con un altro emendamento il governo punta a coinvolgere anche il ministro per le Pari opportunità e la Famiglia, oltre a quello dell’Economia, alla stesura del decreto del ministero dell’Interno con il quale saranno individuati gli enti beneficiari e gli importi degli interventi per le opere di messa in sicurezza, ristrutturazione o costruzione di edifici di proprietà dei comuni destinati ad asili nido.

In arrivo anche la proroga fino al 1 novembre 2020 del termine per mettere a punto le procedure telematiche per il rilascio del documento unico di Circolazione, ferma restando l’entrata in vigore della riforma prevista per il 1 gennaio. Il governo precisa inoltre che sarà il ministero della Salute, sentite le organizzazioni sindacali più rappresentative, a individuare i criteri con cui gli Istituti attribuiscono le fasce retributive del personale assunto.

Infine una spinta alle smart city, puntando sulla mobilità sostenibile e l’edilizia verde. Tra le correzioni che dovrebbero essere apportate alla Camera, oltre alla marcia indietro su plastic tax e auto aziendali, anche un primo pacchetto di misure per i Comuni. Mentre si punta a rinviare alla seconda lettura a Montecitorio il capitolo impresa 4.0 e i correttivi alla sugar tax.

I tempi sono stretti e si rischia l’ingorgo con il decreto fiscale collegato che domani notte dovrebbe ottenere il primo via libera della Commissione Finanze della Camera. è ancora stallo sul carcere per gli evasori.

Nella maggioranza si continua a trattare per arrivare a una soluzione entro domani che potrebbe vedere attenuate le pene detentive per i reati tributari meno gravi e limitare l’applicabilità della confisca per sproporzione ai reati tributari più gravi. Ma Italia viva continua a esprimere perplessità. Il decreto è atteso in Aula nella tarda serata di lunedì per la discussione generale e il governo conta di chiedere la fiducia martedì. 

Hiroto Saikawa, amministratore delegato di Nissan sotto Carlos Ghosn e dopo la sua caduta, svela il tentativo di golpe che una fazione nazionalista giapponese ha tentato di attuare all’interno dell’azienda per rompere l’alleanza con la francese Renault.

In un’intervista rilasciata al Financial Times, alla vigilia della sua uscita di scena, Saikawa fa sapere che “c’erano persone all’interno di Nissan che avevano idee conservatrici profondamente radicate e che erano convinte che la società avrebbe dovuto tornare come era prima della crisi finanziaria della fine degli anni ’90. Queste forze si sono scatenate quando è caduto il sistema di potere che ruotava intorno a Ghosn”.

In questi ultimi 12 mesi Saikawa ha guidato Nissan nel corso di una fase molto turbolenta, offuscata da un crollo record dei profitti e dal sospetto che lui avrebbe pilotato le accuse contro il suo ex capo Ghosn, mettendo insieme le prove che hanno consentito ai giudici di arrestarlo e di incriminarlo per cattiva condotta finanziaria.

Ghosn è attualmente agli arresti domiciliari e nega le accuse a suo carico. Anche Saikawa nega di aver complottato contro di lui. Adesso comunque sta per uscire, dopo che a settembre il cda di Nissan è insorto e lui è stato costretto a dimettersi. La prossima settimana Saikawa verrà sostituito alla testa del gruppo nipponico dall’ex capo dell’unità cinese, Makoto Uchida.

Nel frattempo è emerso che nei mesi in cui Saikawa ha preso le redini dell’azienda, ha dovuto barcamenarsi nel bel mezzo di una lotta a coltello tra i feroci lealisti di Ghosn e le forze nazionaliste anti-Renault. Lo ha rivelato lui stesso, spiegando le difficoltà che ha incontrato ad arginare il caos che ha fatto seguito all’arresto dell’ex presidente un anno fa e a stabilizzare un’instabile alleanza con Renault. “All’inizio le cose non sono andate avanti perché le persone vicine a Ghosn hanno resistito e hanno affermato che c’era stata una cospirazione.

E’ stato molto pesante per me, anche perché non riuscivo a comunicare normalmente con Renault”. Per il futuro comunque, nonostante le difficoltà in cui attualmente si dibatte Nissan, Saikawa è ottimista e confida che una nuova generazione di leader prenderà il suo posto.

Nei prossimi giorni Uchida, che assumerà il ruolo di capo, sarà affiancato alla guida dell’azienda da Ashwani Gupta, direttore operativo di Mitsubishi Motors, partner di Nissan e da Jun Seki, che dirigerà il piano di riorganizzazione del gruppo. “Tutti e tre – spiega Saikawa al Ft – hanno costruito le loro carriere dopo che Nissan si è internazionalizzata e l’alleanza con Renault e Mitsubishi fa parte del loro dna. Sanno quali sono i problemi e cosa devono fare”.

“Nel corso dell’anno passato – aggiunge Saikawa – sono successe così tante cose inaspettate, ma sono abbastanza sollevato dal fatto che secondo me Nissan riuscirà a farcela grazie a questa nuova generazione di leader”. Nelle settimane precedenti le sue dimissioni, Saikawa e il presidente della Renault Jean-Dominique Senard hanno discusso di come livellare la struttura patrimoniale e di controllo dell’alleanza, in cui la Renault possiede il 43% di Nissan mentre il gruppo giapponese detiene il 15% della società francese.

Non sarà una cosa facile da portare avanti, tenendo conto della grande varietà di pressioni esterne a cui l’alleanza è sottoposta. Intanto Nissan si sta concentrando sul rilancio delle proprie attività e Renault sta selezionando un nuovo capo. 

Il Black Friday dà il via allo shopping natalizio, che quest’anno si preannuncia all’insegna della sostenibilità, con molti consumatori orientati verso prodotti più rispettosi dell’ambiente. Una scelta nata dalla crescente consapevolezza sulla crisi climatica e ambientale, merito anche dalla battaglie portate avanti a tamburo battente nel 2019 da alcuni attivisti, a cominciare da Greta Thunberg.

Ad esempio il 50% degli intervistati dalla società di consulenza Accenture ha dichiarato che opterà per modalità di consegna dei regali a basse emissioni di carbonio, come la spedizione lenta e il ritiro in negozio. Ma il segreto per uno shopping più verde è cominciare presto, anticipare i tempi per poter pensare al regalo più idoneo, acquistarlo in modo più efficace e in tutta calma.

La parola d’ordine di consulenti e organizzazioni no profit è: “Comprare meno e comprare bene”, con l’idea che i regali possano essere fatti in modo riflessivo e utile invece di rivelarsi non pratici e generare maggior disordine nelle nostre case.

L’altro suggerimento utile è quello di compiere acquisti multipli in un unico viaggio in macchina, oppure fare i regali assieme ad altre commissioni, perché no fermandosi sulla strada che dal lavoro vi riporta a casa, in modo da essere sostenibili anche negli spostamenti. Per quanto riguarda il regalo in sè, comprare e offrire oggetti di seconda mano rappresenta un’altra opzione sostenibile. La scelta non manca tra un libro antico, gioielli vintage e oggetti di antiquariato.

Chi sceglie invece prodotti di bellezza e make-up ha la possibilità di acquistare linee vegane o di preferire quei brand con contenitori in plastica riciclata e imballaggi sostenibili. Il Natale è l’occasione perfetta per compiere un gesto solidale e rispettoso dell’ambiente: invece del tradizione regalo ad un amico, in suo nome si può invece fare una donazione destinata a gruppi e associazioni rispettosi del clima, attivi nella tutela delle foreste, la lotta allo spreco alimentare o l’istruzione delle bambine.

Per evitare regali inutili a parenti ed amici esistono anche le gift cards. Un dono alternativo può anche regalare ad una persona del tempo libero, liberandola dalla faccende domestiche oppure cucinandole un pranzetto con i fiocchi. Sempre in linea con comportamenti ‘green’, in pieno spirito natalizio, bandite la carta da regalo comprata in commercio, a caro prezzo per le vostre tasche e per le foreste, oltre ad invadere le pattumiere all’indomani delle festività, a maggior ragione che buona parte non è nemmeno riciclabile.

Utilizzate la carta che vi trovate in casa – giornali già letti, vecchi fumetti e mappe stradali – decorandola in modo creativo e riciclate le buste regalo. “Non c’è niente di più coerente con lo spirito della stagione che pensare all’impatto delle scelte individuali sul pianeta che lascerete in eredità ai vostri figli e nipoti” ha dichiarato al New York Times Kate Kiely, portavoce del Consiglio per la difesa delle risorse ambientali.  

Valgono, nel caso dei più grandi presi anche singolarmente, più dell’intera Piazza Affari, macinano ricavi per 850 miliardi di euro l’anno a livello mondiale, fanno 110 miliardi di utili, ma in Italia nel 2018 hanno versato solo 64 milioni di tasse. Sono i ‘giganti’ del WebSoft, 25 società con un fatturato superiore agli 8 miliardi ciascuna e una media di 15 milioni di utili al giorno, analizzate da un lavoro dell’ufficio studi di Mediobanca: si tratta di quei gruppi mondiali che operano nell’internet retailing, nello sviluppo di software e nei servizi per il web come i social, i motori di ricerca, i portali e i sistemi di pagamento.

In Borsa, a metà novembre, capitalizzavano 5,06 miliardi di euro, oltre 8 volte l’intera Borsa Italiana e più di due volte il listino tedesco. Scendendo nel dettaglio le prime tre società della classifica per valore di mercato sono Microsoft, Alphabet (la holding del gruppo Google) e Amazon: ognuna delle tre, che rispettivamente capitalizzavano al 14 novembre 1,04 miliardi, 821 e 791 milioni, vale anche da sola più di Borsa Italiana. Il fatturato di questi giganti, dal 2014 a oggi, è cresciuto del 20,3% l’anno a fronte di un +3,1% annuo delle multinazionali manifatturiere e per questi gruppi, lavorino nel mondo quasi 2 milioni di persone, raddoppiate dal 2014.

Un anno di grande crescita

Il 2018, spiega lo studio, è stato un anno di grande crescita, che ha portato i ricavi del comparto al 6,4% del giro d’affari totale delle multinazionali mondiali; in questa cornice estremamente positiva sono soprattutto le aziende cinesi a brillare, grazie a ricavi incrementati del +294% sul 2014. I big americani crescono, invece, “solo” del +91%.

Il mercato è sempre più concentrato e il podio resta ancora tutto a stelle e strisce: nel 2018 i primi tre giganti, Amazon, Alphabet e Microsoft rappresentano circa la metà dei ricavi aggregati del settore, con Amazon (203,4 miliardi) che si conferma in prima posizione per fatturato dal 2014, seguita da Alphabet (119,5 miliardi) e Microsoft (96,4 miliardi).

Scendendo nello specifico delle filiali italiane, quasi tutte sparse fra Milano e Monza-Brianza, i ricavi, stando ai bilanci, ammontano a 2,43 miliardi, appena lo 0,3% di quelli mondiali. È a partire da questo fatturato che i 25 gruppi hanno pagato, nel 2018, imposte per 64 milioni, in crescita dai 59 dell’anno precedente; sono in calo invece le sanzioni ricevute dal fisco, scese a 39 milioni dai 73 di due anni fa.

Allargando a livello globale lo sguardo sul rapporto fra le 25 WebSoft analizzate da Mediobanca e il fisco, circa la metà dell’utile ante imposte di questi gruppi è tassato in Paesi a fiscalità agevolata, con conseguente risparmio fiscale cumulato di oltre 49 miliardi nel 2014-2018. Il tax rate effettivo delle multinazionali WebSoft è pari al 14,1%, ben al di sotto di quello nominale del 22,5%.

Un mercato dove l’Europa è ai margini

Per la sola Apple (non considerata nella classifica, ndr), nel periodo 2014-2018, la tassazione in Paesi a fiscalità agevolata ha determinato un risparmio fiscale cumulato che sfiora i 25 miliardi; il produttore degli iPhone in Italia ha registrato ricavi per circa 500 milioni, un risultato netto prima delle imposte di 44,3 milioni e ha pagato tasse per 12,4 milioni, con un tax rate pari al 28,1%. Nessun gruppo italiano compare nello studio, ma è in generale l’Europa a essere un fanalino di coda. Sono infatti appena 2 i gruppi del Vecchio Continente presenti: si tratta delle tedesche Sap e gruppo Otto, che si posizionano rispettivamente al 9 e al 12 posto nella classifica per ricavi.

A dominarla sono i gruppi americani, che piazzano ben 14 società nel settore: il podio è infatti composto da Amazon, Alphabet e Microsoft. Altre sette società hanno sede in Cina – la piu’ grande è JD.com, 58 miliardi di fatturato, al quarto posto mondiale – e due invece in Giappone: si tratta di Nintendo e Rakuten. Il più grande gruppo italiano del comparto è Satispay, visto che il gruppo LastMinute, nonostante ‘l’anima’ italiana, ha sede a Chiasso, in Svizzera.

Per Alitalia “al momento una soluzione di mercato non c’è”. Le ultime dichiarazioni del ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, non spiegano quale sia (né se ci sia) un piano B a portata di mano per la ex compagnia di bandiera. Con la frenata sulla cordata con Delta e Fs, però, la strada per il salvataggio di Alitalia è tutta in salita. Eppure, molti Stati europei nel recente passato hanno risanato la compagnia nazionale.

Ecco quali:

Swissair salvata dalle banche 

“Non abbiamo i soldi per il carburante”. Così, la mattina del 2 ottobre 2001, Swissair annuncia che i suoi aerei restano a terra. La compagnia non ha più liquidità. Il 4 ottobre arriva un prestito statale di 450 milioni di franchi e gli aerei riprendono a volare. Il governo elvetico preme sulle banche per risolvere la situazione: Ubs e Credite Suisse sbloccano un finanziamento di 260 milioni di franchi svizzeri per garantire l’operatività ordinaria della compagnia, in attesa che a fine mese il servizio aereo sia trasferito alla controllata, più piccola, Crossair (la filiale per i voli regionali).

Le due banche acquistano il 70,35% di Crossair e Swissair diventa una bad company. La Newco si chiama Swiss e nasce nel gennaio 2002 con azionisti privati e banche in maggioranza, governo federale, Cantoni: rileva due terzi delle attività ex Swissair e Crossair. Il 31 marzo 2002 Swiss brinda al primo volo. Due anni dopo tornano i problemi di liquidità e il 22 marzo 2005 viene ufficializzata la vendita a Lufthansa. L’operazione, che prevede due tappe, si conclude il primo luglio 2007. Swiss ha come azionisti lo Stato (20,4% di quote), alcuni Cantoni tra cui Zurigo (10,3%), Ubs (10,4%) e Credit Suisse (10,3%), Nestlè, Roche, Novartis e altri. Il passaggio a Lufthansa non è indolore. In due anni l’organico passa da 8.000 a poco piu’ di 5.300 addetti.

Oggi Swiss è una compagnia sana. Il 2017 è definito dagli analisti un “anno record per il bilancio” (con un utile operativo salito del 31% a 510 milioni di euro) e il 2018 non è da meno (utile rettificato di 593 milioni e fatturato di 4,897 miliardi). Alla fine dello scorso anno Swiss ha quasi 9.000 dipendenti e 89 aerei, dei quali 29 per voli intercontinentali. Sono 17,9 milioni i passeggeri che viaggiano sui suoi aerei nel 2018 raggiungendo oltre 100 destinazioni in 44 Paesi.

Il salvataggio di Austrian Airlines 

Austrian Airlines nasce nel 1957 ed è la principale compagnia aerea austriaca, con sede a Vienna. Le cose vanno bene per quasi cinquant’anni, poi problemi di liquidità mettono a terra gli aerei. Ancora una volta a togliere le castagne dal fuoco (ma a caro prezzo) arriva Lufthansa. Nel 2007 inizia il processo di privatizzazione e nel novembre del 2008 la quota pubblica della compagnia (il 41,56%) viene acquistata ufficialmente da Lufthansa, che l’anno dopo diventa proprietaria del 90% delle quote dopo l’autorizzazione Ue a 500 milioni di aiuti statali, la metà del buco della compagnia.

Nel luglio 2012, a fronte di un progetto di razionalizzazione dei costi, la Austrian Airlines trasferisce l’intera flotta e personale di volo alla sussidiaria regionale Tyrolean Airways. Dal primo luglio 2012 tutti i voli sono operati da Tyrolean sotto marchio Austrian. Nel 2018 la compagnia trasporta 13,9 milioni di passeggeri, con un aumento rispetto al 2017 dell’8% e un totale di 150.963 voli con 83 aeromobili (una media di 414 voli al giorno).

Il caso Olimpic

Olympic Airlines, precedentemente nota come Olympic Airways, era fino al settembre 2009 la compagnia aerea di bandiera greca, nonché la più grande compagnia ellenica. La Olympic Airways nasce il 6 aprile del 1957 grazie ad Aristotele Onassis. Poi nel 1975 la compagnia passa nelle mani dello Stato greco. Nel dicembre del 2003 la Olympic Airways e le compagnie aeree sussidiarie Olympic Aviation e Macedonian Airlines si uniscono per diventare un’unica compagnia aerea greca di bandiera: la Olympic Airlines. Dopo circa sei anni di servizio e almeno due miliardi di perdite la Olympic Airlines cessa ogni operazione il 30 settembre 2009.

A fine 2013 l’Antitrust Ue autorizza la cessione ad Aegean Airlines, posseduta da privati greci. Aegean Airlines chiude il 2018 con ricavi consolidati in crescita del 5%, pari a 1,187,4 miliardi di euro. Gli utili, al netto delle imposte, sono pari a 67,9 milioni, in crescita del 13%. Il traffico totale dei passeggeri raggiunge i 14 milioni di persone, con un incremento del 6% rispetto al 2017. I voli internazionali registrano 7,8 milioni di passeggeri, il 7% in più rispetto al 2017, mentre i passeggeri dei voli nazionali sono cresciuti del 4% fino a raggiungere i 6,1 milioni.

Sabena in bancarotta 

Sabena è una controllata di Swissair (per il 49,5%, mentre il resto è nelle mani dello Stato belga) che collassa insieme alla compagnia aerea ‘madre’. Già nel 2000 perde 320 milioni e l’anno successivo il gruppo porta i libri in Tribunale. Il mancato versamento da parte di Swissair obbliga la Sabena a formalizzare il 3 ottobre 2001 la sua esposizione economica e infine a sospendere definitivamente tutte le operazioni il 7 novembre 2001. L’attività riparte dalla filiale per voli regionali Delta Air Transport (Dat).

Nell’attività di nuovo vettore aereo belga subentra la SN Brussels Airlines, che eredita i codici internazionali ed il logo di una ‘S’ stilizzata. I dipendenti vengono dimezzati e passano a circa 6.000. Nel novembre 2006, cinque anni dopo il fallimento, SN Brussels Airlines e Virgin Express annunciano di fondersi e dar vita alla Brussels Airlines. La nuova compagnia aerea inizia le operazioni di volo il 25 marzo 2007. Ma i conti non vanno bene e ancora una volta arriva Lufthansa. La compagnia tedesca compra il 45%, con opzione ad acquistare il residuo 55% dal 2011.

Dal 25 ottobre 2009 Brussels Airlines diventa membro del programma Frequent Flyer di Lufthansa, Miles & More mentre dal 9 dicembre 2009 la compagnia belga è il 26esimo membro di Star Alliance (con tanto di cerimonia al municipio di Bruxelles). Da dicembre 2016 i tedeschi possiedono il 100 per cento. Oggi la compagnia ha 52 aerei, di cui 10 a lungo raggio. 

Le distanze fra Vivendi e Mediaset per trovare un accordo ‘tombale’ sul contenzioso che li contrappone sono “minime” e nella famiglia Berlusconi c’e’ “ottimismo”, anche se permangono ancora dei nodi e quello che i vertici stessi del gruppo italiano vivono come un grande ‘ma’: la linearita’ dell’azionista francese.

A fare il punto sulla situazione, dopo la proroga alle trattative arrivata venerdì scorso e in vista del nuovo incontro davanti al giudice il prossimo 29 novembre, è l’ad di Mediaset, Pier Silvio Berlusconi: “Sono molto ottimista se quello che abbiamo detto nella trattativa verrà mantenuto, ma chissà se lo sarà”, ha detto a margine della presentazione del nuovo programma televisivo di Piero Chiambretti. “Se loro sono lineari, la distanza è ridotta al minimo. Bisogna capire se la cosa su cui stiamo trattando oggi è la cosa su cui si tratta o se domani si cambia”, ha aggiunto parlando di una controparte a volte “molto oltre l’imprevedibile”.

I due gruppi sono impegnati da anni in contenziosi legali dopo il mancato rispetto del contratto per la compravendita di Premium, mentre negli ultimi mesi la battaglia legale si sta concentrando sul progetto Mfe, la holding olandese candidata a diventare il polo televisivo pan-europeo. “Crediamo moltissimo nel nostro progetto industriale, lo vogliamo fare e lo dobbiamo fare. Dobbiamo trovare il modo di crescere e la strada di creare grande broadcaster europeo è l’unica strada che da’ delle certezze”, ha spiegato Berlusconi, dicendo chiaramente che a Cologno Monzese sono pronti a valutare anche strade alternative se il piano Mfe venisse bloccato. La via della fusione e della costituzione della holding in Olanda “sono la strada più pratica ma se non sarà cosi’ troveremo altri modi”, ha avvertito Berlusconi.

Cosa faranno i francesi con la quota residua?

“Noi andiamo avanti col nostro progetto ma fa male che venga rallentato: male non a Mediaset o a Fininvest ma a una grande azienda italiana che sta cercando di trovare un passo internazionale”, ha ribadito. Per il ‘Biscione’, dunque, si tratta di vedere se gli accordi raggiunti con Vivendi – che in sostanza sancirebbero la volontà del gruppo francese di vendere circa due terzi del proprio 29% di Mediaset – reggeranno nonostante le differenze che ci sono ancora sul prezzo; mentre un altro punto cruciale per l’azienda italiana è capire che intenzioni abbia il gruppo francese per quel 9,9% che vuole mantenere e con cui resterebbe comunque il secondo azionista di Mediaset.

Più in generale, ha concluso Berlusconi supportato da alcune slide sulla crescita del gruppo a fronte di competitor in arretramento, c’è “molta soddisfazione” in casa Mediaset per come sta andando l’anno. “La televisione è in grandissimo fermento, bisogna continuare a guardare avanti. Essere forti nel mondo è complicato e c’è tanto lavoro da fare. Le nostre reti devono avere una solidià’ sempre maggiore. Io penso che Mediaset possa fare un grande lavoro. Se non ce la facciamo noi a guardare avanti in termini televisivi non ce la fa nessuno”.