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Ai ministeri russi dell'Industria e delle Telecomunicazioni è stata sottoposta l'idea di creare una "mining-town" in Russia per le operazioni di mining delle criptovalute​. L'iniziativa, come riporta la Ria Novosti, è del deputato Boris Chernyshov. A suo dire, sempre più persone stanno affittando posti in 'mining-hotel' o costituendo propri 'mining farm', le fabbriche di criptovalute dove si generano le monete virtuali. Per questo, la Russia potrebbe utilizzare il fenomeno per creare una nuova fonte di reddito per i cittadini e di introiti per le casse pubbliche. "Una mining-town aiuterà le persone a guadagnare soldi, comprarsi un appartamento e altre cose di cui ha bisogno", ha detto Chernyshov. "Se costruissimo una tale realtà, per esempio al confine con la Cina, attirerebbe subito molto interesse e aprirebbero flussi di turisti di questo business". Un posto del genere, è convinto il deputato russo, potrebbe diventare "un vero e proprio forum del mining, portare investimenti esteri, essere un driver per la crescita". 

Perché la Russia sarebbe il Paese ideale?

L'idea è quella di fondare la mining-town in Siberia o nell'Estremo oriente russo, vicino a una grande centrale idroelettrica. La Russia è vista come il Paese ideale per il business delle criptovalute: le operazioni di mining richiedono un grande dispendio di energia e la Russia ne ha in quantità e a basso costo.

Nel sempre più acceso dibattito sul rapporto dei regolatori ufficiali con le criptovalute, ancora non definito nella maggior parte dei Paesi, la Russia ha delineato la sua posizione: non introdurrà un bando su questi strumenti finanziari, come ha fatto la Cina, ma mira a porne sotto il controllo dello Stato sia emissione, che circolazione, tanto che sui portali specializzati c'è già chi parla di "criptorublo". Secondo alcuni analisti, la Federazione punta sulle monete virtuali per aggirare le sanzioni finanziarie, varate nei suoi confronti tre anni fa da parte di Usa e Ue. Chernyshov ha spiegato che le cryptocurrency possono diventare un'importate aerea dello sviluppo dell'innovazione, e sulla base di una mining-town si potrebbe creare un intero cluster tecnologico, in grado di competere con la Silicon Valley.

Il Cremlino, però, frena

Il presidente della Commissione per la Politica economica e lo sviluppo innovativo alla Duma, Serghei Zhigarev, ha dato il suo sostegno all'iniziativa ma ha invitato a non correre troppo, specificando che una mining-town potrà essere creata solo dopo l'adozione di una legge che regolamenti le criptovalute nella Federazione, come ha chiesto lo stesso presidente Vladimir Putin. L'idea di costruire una città-miniera in Russia comporta "molti rischi", ha avvertito Vladimir Gutenev, primo vice presidente della Commissione per la politica economica e lo sviluppo innovativo alla Duma. "Mi sembra che sia una proposta populista, che non porterà alcun vantaggio né alla città né ai suoi abitanti, perché non è realizzabile", ha denunciato Gutenev, indicando nell'anonimato dei pagamenti, che possono finire a terrorismo o organizzazioni illegali, e nella difficoltà di tutelare i risparmi dei cittadini, due elementi che rendono le cryptocurrency "non indicate" per la Russia.

Leggi anche: La nuova sfida di Putin, regolare le criptovalute

La piccola di casa ha superato la sorella maggiore. La capitalizzazione di Square, società di servizi finanziaria e pagamenti digitali, ha superato quella di Twitter: 17,1 miliardi di dollari contro 15,4. Square e Twitter hanno in comune il fondatore e il ceo: Jack Dorsey.

Square è nata nel 2009, tre anni dopo Twitter. E, mentre investitori e media si concentravano sulla piattaforma di microblogging, ha mosso i primi passi a cavallo tra hardware e servizi. Il primo prodotto è stato un lettore (di forma quadrata, come da nome della società) che si applica agli smartphone e consente di strisciare la carta di credito per pagare via mobile.

Sono poi nati altri dispositivi (come casse intelligenti per i punti vendita) e servizi di pagamento. Nel novembre 2015, due anni dopo Twitter, Square opta per la quotazione e ottiene una valutazione di 2,9 miliardi di dollari. Tutt'altra dimensione rispetto ai 31 miliardi di dollari della sorella al termine del primo giorno di contrattazioni.

L'esordio di Square a Wall Street è tribolato: a sei mesi dalla quotazione ha perso un quinto del proprio valore. Poi, però, inizia una lunga salita. Dal 2015 condivide il ceo con Twitter: Dorsey, da sempre alla guida della società fintech, decide di tenere per sé anche il timone del suo social dopo l'addio di Dick Costolo. Ma i risultati delle sue due creature non sono uguali: sotto pressione per utenti e fatturato che non crescono sufficienza, le azioni della società sono calate del 42% da quando il fondatore è anche ceo.

Twitter fatica, Square si espande

Alla piattaforma dei cinguettii si rimprovera proprio la capacità di espandere il proprio business. Square, invece, si espande. È ancora in perdita (nell'ultima trimestrale ha registrato un rosso di 16 milioni) e ha registrato un fatturato di 257 milioni di dollari. Nello stesso periodo, Twitter ha incassato di più (590 milioni) ma ha anche perso di più (21 milioni). E soprattutto è cresciuta molto meno (anzi, ha inserito la retromarcia): nel trimestre chiuso a settembre, il fatturato di Square è cresciuto del 45% anno su anno mentre quello di Twitter è diminuito del 4%.

I conti hanno quindi spinto le azioni di Square al sorpasso. Ma non è solo una fiammata: negli ultimi 3 mesi le azioni si sono apprezzate dell'80%. Valgono ormai più del doppio rispetto a quelle di Twitter e vengono indicate dagli analisti con un “buy”, cioè con un consiglio di accumulo in previsione di ulteriori rialzi.

Merito non solo dei numeri a bilancio ma anche dell'evoluzione in corso: all'inizio di settembre, la società ha presentato alle autorità americane (la Federal Deposit Insurance Corporation) la richiesta per diventare una “industrial loan company”. Cioè una società che può concedere prestiti e offrire depositi, come una banca. E a metà novembre ha annunciato che sperimenterà le transazioni di bitcoin, per rendere la gestione delle criptovalute “più veloce e semplice”.    

 

Dall’introduzione della Tari nel 2014 a oggi i Comuni hanno commesso errori sul calcolo sulla tassa dei rifiuti applicata a box auto, cantine e garage, ma la buona notizia è che i contribuenti possono ora richiedere il rimborso. Lo ha stabilito il ministero dell’Economia e delle finanze che, con una circolare, ha specificato che “è corretto computare la quota variabile una sola volta in relazione alla superficie totale dell’utenza domestica”. Qualora il contribuente “riscontri un errato computo della parte variabile della tassa sui rifiuti effettuato dal Comune o dal soggetto gestore del servizio può chiedere il rimborso del relativo importo in ordine alle annualità a partire dal 2014, anno in cui la Tari è entrata in vigore”.

Come?

 Le richieste vanno fatte inviando al Comune (o al gestore del servizio) una raccomandata di andata e ritorno (o una Pec – mail di posta elettronica certificata) intimando il rimborso entro e non oltre i 30 giorni.  È fondamentale, inoltre, indicare “il contribuente, l’importo versato e quello di cui si chiede il rimborso”, specificando anche la pertinenza che ha generato l’errore.

Il nodo della quota variabile

Ma dov’è nato l’errore?  A generare confusione – spiega il Sole 24 Ore – sono stati “i criteri seguiti in una serie di Comuni, grandi e piccoli, per applicare la “quota variabile” del tributo. Accanto alla “quota fissa”, che va moltiplicata per i metri quadrati, la Tari prevede infatti una parte variabile, che cambia in base al numero degli abitanti dell’immobile e serve a parametrare il conto alla quantità di rifiuti prodotti. Secondo le stime dell’Aduc, ogni persona paga in media circa 40-50 euro per la Tari, ogni metro quadrato dell’abitazione e delle pertinenze, invece, ‘costa’ intorno ai 2 euro.

L’errore – sostiene La Stampa – è stato fatto sulla quota variabile relativa alle pertinenze. Questa quota, che conteggia il numero di persone che vivono nell’abitazione, è stata applicata a ogni pertinenza dell’abitazione. Invece deve essere contata una sola volta per tutto l’immobile. Facendo l’esempio dell’abitazione da 100 metri quadri con 4 persone e 3 pertinenze: la parte variabile (parametrata su 4 persone) doveva essere considerata una volta sola. Invece è stata calcolata una prima volta per la quota del garage, una seconda per la cantina e una terza nel box auto. Vuol dire 400 euro di troppo ogni anno. Ora la circolare parla chiaro: "Un diverso modus operandi da parte dei Comuni non troverebbe alcun supporto normativo, dal momento che condurrebbe a sommare tante volte la quota variabile quante sono le pertinenze, moltiplicando immotivatamente il numero degli occupanti dell'utenza domestica e facendo lievitare conseguentemente l'importo della TARI".

Restano esclusi i precedenti della Tares

Dalle istruzioni del ministero dell’Economia restano esclusi la possibilità di chiedere rimborsi anche per il 2013, quando era in vigore un tributo (la Tares) caratterizzato dalle regole poi ereditate dalla Tari, come spiega la stessa circolare. Fuori dal problema, e quindi dai rimborsi, è anche la “Tari puntuale”, applicata finora in meno di 300 Comuni che provano a misurare davvero la quantità dei rifiuti prima di calcolare la bolletta.

I campanelli d’allarme

Per capire se siamo nella casistica di chi ha pagato più del dovuto, occorre verificare il bollettino di pagamento e andare a cercare le voci Pf (parte o quota fissa) e Pv (parte a quota variabile). In genere è in questo modo che viene espresso l’importo. Se la parte variabile è troppo elevata, il rischio errore è alto. Non tutti i Comuni però indicano nel dettaglio le varie parti della tariffa. In questo caso, va chiesto il dettaglio all’amministrazione. In alternativa si possono verificare i regolamenti comunali, anche per un incrocio dei controlli.  

 

 

 

Cambia il lavoro, cambiano le assicurazioni. La startup Zego ha incassato un round da 6 milioni di sterline (6,75 milioni di euro). L'investimento è guidato da un venture capital di peso come

Balderton Capital, include gli azionisti della prima ora come LocalGlobe e alcuni business angel del settore assicurativo. Fondata nell'aprile 2016, Zego aveva già ricevuto 1,2 milioni di sterline (1,4 milioni di euro) lo scorso luglio.

La startup produce polizze su misura per la cosiddetta gig-economy. Il presupposto è questo: i lavoratori a chiamata, senza stipendio fisso e formalmente in proprio come quelli di Foodora, Deliveroo o Uber, non hanno forme di tutela adatti alle proprie tasche e al proprio impiego. Zego propone quindi assicurazioni “a consumo”: si stipulano a tempo e si attivano solo solo quando serve, cioè solo quando autista o fattorino sono attivi e collegati all'app: anche solo per un'ora.

La società nasce proprio con la gig-economy in mente. Due dei tre fondatori sono ex manager di Deliveroo. E proprio durante quell'esperienza si sono resi conto di quanto mancasse una nuova forma assicurativa per un lavoro estremamente flessibile. Al momento si possono stipulare polizze per chi si muove in scooter (per circa 60 centesimi l'ora) e in automobili (per 1,30 euro ogni 60 minuti).

La spesa è a carico di autisti e fattorini. Le assicurazioni a consumo potrebbe essere una terza via che le società stanno cercando. Le piattaforme, infatti, non possono assicurare direttamente i propri collaboratori (anche perché sarebbe un'ammissione implicita che sono dipendenti). Possono però incentivare formule alternative, come quelle di Zego. Perché? Prima di tutto perché le polizze leggere hanno più probabilità di essere adottate dai driver, offrendo alle società un argomento da usare di fronte alle crescenti pressioni regolatorie. Allo stesso tempo, un accordo con società come Deliveroo e UberEats rende il servizio di Zego più efficiente. In due modi: la partnership diretta con la piattaforma consente ai lavoratori di essere assicurati in automatico, ogni volta che si collegano all'app; e poi, accedendo ai dati su orari e percorsi, Zego potrebbe creare polizze personalizzate.

La spesa resta però a carico dei lavoratori. Le assicurazioni su misura non risolvono quindi il tema di un impiego in proprio che dipende da una singola piattaforma. Sono il segno della negoziazione in corso, all'interno della gig-economy, tra governi, tribunali, autonomi (o presunti tali) e imprese.  

Oggi, dalle 8 alle 22, sciopero nazionale dei tassisti e presidio davanti al ministero dei Trasporti dalle 10,30 alle 18 per chiedere nuove regole sui servizi di noleggio con conducente (Ncc) e le piattaforme come Uber​, che fanno alle auto bianche una concorrenza sempre più agguerrite. La conferma della mobilitazione è venuta dopo l'incontro al Ministero dei Trasporti tra i sindacati e il governo. Alla giornata di stop parteciperanno quasi tutte le sigle della categoria: Fast-Tpnl, Fita/Cnataxi, Fewdertaxi-Cisal, satam, Silt, Tam/Acai, Ugl-Taxi, Unimpresa, Uti, Claaai, Fit-Cisl Usb-Taxi, Mit, Faisda-Confail, Unica Taxi Cgil, Confartigianato-Taxi, Uri, Uiltrasporti e Uritaxi.

Secondo i tassisti a parte qualche "irrilevante variazione sul discorso delle piattaforme tecnologiche" nell'ultimo documento dell'esecutivo non c'è "alcun elemento valido per scongiurare lo sciopero". Ben diversa la posizione del viceministro ai Trasporti Riccardo Nencini, secondo cui lo sciopero "non trova alcuna giustificazione"; "parte delle associazioni – ha fatto notare – ha chiesto di mettere fuori legge le piattaforme, questo non è lo spirito che muove il governo. Dietro alcune sigle si nasconde una valutazione che non e' di merito ma solo politica".

Ecco le regole, in cinque punti, contenute nel decreto interministeriale Mise-Mit contro l'abusivismo nei servizi taxi e Ncc. 

  • Contrasto all'abusivismo

Vengono date "disposizioni attuative al fine di evitare pratiche di esercizio abusivo" nelle attività di noleggio con conducente e del servizio taxi.

  • Il ruolo delle Regioni

Il decreto dà alle Regioni un ruolo importante per arginare il fenomeno dell'abusivismo, prevede un archivio web Ncc e taxi e dà alle Regioni la pianificazione dei servizi pubblici non di linea.

  • Ncc in rimessa senza prenotazioni

Senza prenotazione gli Ncc non potranno sostare su strada ma dovranno rientrare nell'autorimessa. "Nei Comuni in cui è istituito il servizio taxi non è consentita – si legge – in assenza di una prenotazione di trasporto come disciplinata dal presente articolo, la sosta su strada dei veicoli adibiti a servizio da noleggio con conducente. Tali veicoli devono stazionare, in attesa di servizio, soltanto all'interno dell'autorimessa". Il rientro in rimessa non è previsto nel caso in cui gli Ncc abbiano un pacchetto di prenotazioni. 

  • Uso collettivo per i taxi

Si apre all'uso collettivo dei taxi, che peraltro non possono rifiutare le corse. "I Comuni o nel caso le città metropolitane possono prevedere che i titolari di licenza per il servizio taxi svolgano servizi integrativi quali il taxi a uso collettivo o mediante altre forme di organizzazione del servizio". Inoltre, "non è consentito al servizio taxi rifiutare alcuna corsa che parte dal territorio comunale o comprensoriale, anche se richiesta tramite tecnologie a distanza, qualora abbia come destinazione lo stesso Comune o comprensorio". I Comuni e le città metropolitane che hanno rilasciato le licenze "devono monitorare anche con sistemi di controllo a distanza il regolare svolgimento del servizio". Il prelevamento dell'utente o l'inizio del servizio di taxi deve avvenire all'interno dell'area comunale o della città metropolitana "salvo che non vi siano accordi tra i Comuni o le città. L'attesa dell'utente può avvenire negli orari dei turni di servizio in appositi posteggi individuati dal Comune per lo stazionamento durante la circolazione stradale".

  • Nasce il registro per le app

Arriva il registro delle app in capo al Mit. "È tenuto a cura del ministero delle Infrastrutture e dei trasporti il registro delle piattaforme tecnologiche di intermediazione, tra i soggetti titolari di licenza per l'esercizio del servizio taxi e le imprese titolari di autorizzazione per l'esercizio del servizio di Ncc". Per favorire una più efficace organizzazione dei servizi, si legge nel decreto, "è consentito l'utilizzo di tecnologie di chiamata a distanza come, a titolo esemplificativo, radio taxi o sistemi equipollenti o applicazioni web aventi analoghe funzioni. Le tecnologie di chiamata a distanza – specifica la bozza di decreto – non sostituiscono il tassametro, ove previsto, ai fini della determinazione del costo del servizio per l'utente". Inoltre "i soggetti titolari e gestori delle piattaforme tecnologiche di intermediazione tra i passeggeri e i soggetti con licenza taxi o Ncc" devono essere iscritti al registro delle app e devono avere "sede legale e domicilio fiscale nell'ambito dell'Ue". 

Perdere fa male. Perdere per colpa di una monetina ancora di più. Questo è quello che è successo nell’assegnazione dell’Ema, l’Agenzia europea del Farmaco che, dopo la Brexit, lasciava Londra in cerca di una nuova casa. Milano era tra le papabili. Per molti la favorita. Bratislava, una delle possibili rivali è caduta quale subito, alla prima votazione. Copenaghen si è arresa subito dopo, al turno successivo, fermandosi al terzo posto. In finale la sfida tra la città lombarda e Amsterdam. Una sfida tra due città importanti, simbolo di due nazioni che, per un gioco del destino, sono entrambe state escluse dai Mondiali di Calcio del 2018 in maniera sorprendente: l’Italia e l’Olanda. Ma in questo novembre nero siamo ancora noi a dover sopportare una nuova delusione.

La reazione della politica

La beffa, il commento del premier Paolo Gentiloni

L’unica “non Capitale”, quello del Sindaco di Milano, Beppe Sala

La sfortuna, quello del Ministro degli Esteri Angelino Alfano

Il paradigma europeo, quello del presidente della regione Lombardia Roberto Maroni

La follia, quello del leader della Lega Nord Matteo Salvini

Il riconoscimento, quello del candidato alla presidenza della regione Lombardia Sandro Gozi

L’amarezza, quello del Ministro della Salute Beatrice Lorenzin

Laconica notizia, dal Comune di Milano

L’ironia dei social

Una sfida degna di “Giochi senza Frontiere”

Anno nerissimo anche per Barcellona, ancora una volta ignorata da Bruxelles

Alemanno era pronto con lo screenshot da questa mattina

Se fosse capitato a Roma? #Emanarie

Ma cosa vuol dire Ema?

Tutte ste complicazioni per finire con una monetina..

Una buona notizia per quelli che dicono “Colpa dell’euro, sempre e comunque”

La prossima volta giochiamo le nostre carte in un’altra città..

Bratislava e Tallinn? Cancellate dalle nostre mete future!

Zaza, Pellé.. non sarebbe andata molto diversamente…

E ora il Pirellone come lo usiamo?

In Italia circa 80mila persone lavorano nei call center. Di queste, la metà risponde alle chiamate dei clienti (inbound) e l’altra metà si occupa di outbound (ovvero propone agli utenti nuovi piani tariffari o prodotti da acquistare). Ma per molti di loro il posto di lavoro – che da anni rappresenta l’emblema della precarizzazione – è più a rischio che mai. E non è solo un problema dei lavoratori di Almaviva che, come ordinato dal giudice con una sentenza di pochi giorni, dovrà riassorbire (a Catania) i 153 licenziati del call center Almaviva Contact di Roma, che oggi non esiste più. La questione è ben più ampia, assorbe tutto il comparto e non solo Almaviva – che nel settore fa la parte del leone, anche perché impiega lavoratori italiani e non delocalizza all'estero – e affonda le radici nell’aumento dei costi e nei bassissimi stipendi.

I campanelli d’allarme

Secondo quanto riporta il Sole24Ore, il settore, “a sentire sia i sindacati sia le imprese, sembra avvertire un crescendo di campanelli di allarme. Nel Rapporto Asstel, che sarà presentato il 28 novembre, si quantificano in 2 miliardi – e in salita fra il 2 e il 4% – i ricavi del settore nel 2016. Dall’altra parte anche i costi sono in aumento con marginalità crollata ed Ebitda al 4,6% dei ricavi: in calo dell’11% fra 2015 e 2016 e del 6% fra 2014 e 2015. Pur trattandosi di un mercato altamente frammentato, i primi 12 player generano oltre il 60% del fatturato totale che per il 90% viene da 50 aziende”.

Ma non solo: “L’attività nel nostro settore – spiega Paolo Sarzana, presidente di Assocontact – presenta livelli di remunerazione talmente bassi che per molte realtà non ne garantiscono la sopravvivenza. E se è vero che in questo momento non ci sono crisi attive, è altrettanto vero che ci sono tantissime imprese in sofferenza, che perdono soldi, con un rischio di default in aumento”.

L’autoregolamentazione imposta dal Mise

Parlando di remunerazione – continua il Sole – il discorso finisce inevitabilmente sulla committenza. Qui il Mise ha portato 13 grandi società committenti a firmare a maggio un “Protocollo di autoregolamentazione sulle attività di call center in outsourcing”. Tra i punti qualificanti figura l’impegno a svolgere almeno l’80% delle attività in Italia. A breve ci sarà una verifica. “Vedremo i risultati. Certo è – aggiunge Sarzana – che è in arrivo anche il rinnovo contrattuale, con un inevitabile aumento dei costi. È chiaro che i futuri livelli di remunerazione dovranno tenerne conto e questi 13 grandi committenti dovranno dare l’esempio”.

Le aggregazioni nate per abbattere i costi

Nel frattempo, le tensioni sui costi stanno spingendo sempre di più alle aggregazioni. Nel settore si attendono, quindi, altri piccoli e grandi consolidamenti nei prossimi mesi sulla scia di quanto successo l’anno scorso con la fusione tra Visiant e Contacta, aziende italiane quinta e nona sul mercato, che ha dato vita a Covisian. Lo stesso Gruppo Covisian ha qualche giorno fa annunciato di aver acquisito l’88% del capitale di Vivocha, azienda italiana specializzata in sistemi digitali per il Crm.

Quella dei call center è stata per anni una giungla. La circolare Damiano – sostiene il quotidiano in un altro articolo – ha portato all'assunzione di 26mila lavoratori, con la distinzione fra inbound e outbound. “Nel settore però si è nel frattempo insinuato un tarlo che ha lavorato in profondità, intrecciandosi a una crisi economica che ha di fatto sublimato una situazione esplosiva. La globalizzazione (e le delocalizzazioni) esistono anche per i call center. Altrove ci sono costi minori, ma questo si chiama dumping se poi si va a gareggiare su commesse in Italia. Si è intervenuti nel 2012 con l'articolo 24-bis del Dl sviluppo in cui è stato previsto che chiunque si rivolga o sia contattato da call center debba sapere se sta parlando con qualcuno all'estero”.

A questo si unisce “l'obbligo di comunicazioni al ministero del Lavoro, di cui sia i sindacati sia le aziende lamentano una diffusa inottemperanza. Intanto arrivano crisi e un periodo di gare su gare, con i committenti interessati a spuntare il miglior prezzo possibile. In questo quadro disattendere le norme sulle delocalizzazioni ad alcuni ha fatto gioco, e ad altri no. Ecco che spuntano le crisi, con sindacati e istituzioni impegnati a salvare posti di lavoro. Ma la salvaguardia ha comportato spesso facilitazioni per le realtà salvate, in grado così di fare offerte competitive con l'effetto, velenoso, di abbassare il mercato”.

 

La banca centrale della Norvegia ha raccomandato che il fondo sovrano del Paese ceda i suoi investimenti nei combustibili fossili. L’annuncio è considerato una grande vittoria per il movimento, iniziato pochi anni fa, a favore del “divestment” da petrolio, gas e altri combustibili fossili considerati responsabili del cambiamento climatico, anche se la mossa della banca centrale è basata "esclusivamente su argomenti di carattere finanziario", specialmente quello di preservare il fondo da ribassi duraturi dei prezzi di oil & gas.

Il fondo sovrano della Norvegia è il più grande al mondo e gestisce attività per un valore di oltre 1.000 miliardi di dollari, controllando circa l’1,5% del mercato azionario mondiale. L’annuncio ha pertanto causato una discesa delle azioni delle principali aziende petrolifere europee.

L'Ipo più grande della storia

L’annuncio potrebbe danneggiare l’imminente Ipo di Aramco, il colosso energetico statale dell’Arabia Saudita che Riad intende quotare come parte di un piano, anche in questo caso, per diversificare l’economia nazionale dal petrolio e altri combustibili fossili.

La quotazione di Aramco è considerata potenzialmente la più grande della storia, con una valutazione stimata di oltre 1.000 miliardi di dollari. Il governo saudita ha infatti l’obiettivo di cedere il 5% dell’azienda per una somma pari a 100 miliardi di dollari.

L’Ipo è ambìta dalle principali borse mondiali, con i governi di Stati Uniti, Regno Unito, Cina e Giappone che si sono esposti per promuovere il proprio listino nazionale nella corsa alla quotazione internazionale di Aramco. Infatti il governo saudita intende quotare Aramco su più mercati, con almeno parte della quota collocata sul listino nazionale saudita, il Tawadul.

Leggi anche i servizi di Repubblica e del Sole 24 Ore

Le ambizioni del principe

L’iniziativa rientra nelle riforme economiche proposte dall’ambizioso principe della Corona Mohammed bin Salman, che nelle ultime settimane ha avuto un ruolo centrale nella crisi diplomatica libanese, la chiusura delle frontiere in Yemen e l’arresto di decine di oppositori interni nell’ambito di una campagna anticorruzione domestica. Tra le altre riforme, il principe 32enne ha anche annunciato a ottobre investimenti di 500 miliardi di dollari per realizzare una nuova area economica lungo il Mar Rosso, in una zona che copre 26.000 chilometri quadrati e attraversa Arabia Saudita, Giordania e Egitto.

L’assenza del maggiore investitore azionario al mondo renderà più complicato per Riad riuscire a ottenere la valutazione sperata per Aramco. Oltre all’impatto dell’assenza di un fondo che al momento ha ancora molti investimenti legati al settore energetico, l’annuncio potrebbe a cascata incentivare altri investitori a fare scelte simili.

Fino a oggi il movimento per disinvestire dai combustibili fossili era stato popolare soprattutto tra investitori di dimensioni più ridotte o aveva avuto successo nel limitare gli investimenti solo in alcune delle fonti di energia più sporche.

Dopo il commissariamento imposto dal dissesto nei conti, Melegatti, la storica azienda veronese il cui fondatore brevettò il pandoro, ha trovato i finanziamenti necessari ad avviare in extremis la produzione natalizia: un'ottima notizia per uno dei marchi dolciari che hanno svettato per decenni sulle tavole degli italiani durante le feste. E, soprattutto, per i dipendenti, che erano senza stipendio da agosto.

L'8 novembre, ricostruisce il Gazzettino, il tavolo risolutivo con i rappresentanti dei sindacati, i sindaci di San Giovanni Lupatoto e San Martino Buon Albergo (i Comuni dove si trovano i due stabilimenti del gruppo) e Giambruno Castelletti, il ragioniere commercialista esperto in crisi aziendali, nominato all'unanimità dai soci, che ha presentato un piano da 16 milioni per il rilancio dell'azienda.

Emanuele Felice, ad di Advam Sgr, e Alessandro De Luca, partner di Financial Innovations, sono i due investitori che hanno deciso di sostenere il rilancio dell'azienda attraverso il fondo maltese Abalone, scrive il Corriere:"Sei milioni sono stati immediatamente investiti per la produzione natalizia. Si prevede una produzione di un milione e 750mila pezzi tra pandori e panettoni, per poi puntare sulla successiva campagna pasquale, che verrebbe finanziata appunto con i restanti 10 milioni del business plan".

"Sono stati giorni frenetici", ha spiegato Luca Quagini, il manager incaricato di dirigere il salvataggio, "nei quali abbiamo portato a casa un risultato di grande importanza per questa azienda, che ha segnato un pezzo di storia della nostra cultura gastronomica e che continuerà senz’altro a farlo. Grazie ai dipendenti, che hanno compreso lo sforzo che stiamo facendo per assicurare un futuro competitivo; grazie al Tribunale di Verona e ai Commissari, che hanno evaso le pratiche a tempo di record pur di permetterci di riprendere l’attività; grazie ai nostri partner finanziari, senza i quali non si sarebbe potuto ricominciare. Ora spetta a noi fare in modo che quando creato fino a questo momento possa essere sviluppato anche in futuro, ma l’entusiasmo e i mezzi sicuramente non mancano".

Le ragioni della crisi

Ad aprire una voragine nei conti di Melegatti fu l'apertura, nel 2016, di un secondo stabilimento, quello di San Martino Buon Albergo, per la produzione di croissant, un tentativo tardivo di rispondere alle nuove strategie di società concorrenti, come Bauli, che avevano iniziato da tempo a proporre prodotti che non vendessero solo durante le feste. La nuova apertura era stata finanziata con un prestito di 15 milioni di euro dalle banche investito nell’acquisto di macchinari ad alta tecnologia, spiega Il Post: "Appena aperta, la nuova fabbrica è stata usata a pieno regime e alcuni dipendenti raccontano di aver lavorato con turni da 63 ore settimanali. I soldi però sono finiti in pochi mesi. Alla fine dell’estate le banche hanno iniziato a essere sempre più severe, a chiedere il rientro dei prestiti, a limitare i fidi e a tagliare la liquidità. La società non ha più potuto pagare né dipendenti né fornitori ed è stata costretta a sospendere le attività". Ma questo investimento avventato non fu l'unica ragione della crisi.

"Le cose hanno preso una brutta piega dal 2005", ha raccontato al Post una dipendente, "quell’anno morì il presidente Salvatore Ronca e iniziò una battaglia durata tre anni tra le due principali famiglie che detenevano quote della società, i Ronca e i Turco. Una parte era favorevole a cederla, mentre l’altra voleva continuare le attività. Alla fine nel 2008 divenne presidente la vedova di Ronca, Emanuela Perazzoli, che insieme alla sorella Giogliola Ronca raccolse il 68 per cento delle quote dell’azienda. Gli anni di scontri però avevano portato a una perdita secca di bilancio che la nuova gestione cercò di ripianare. Anche se le cose migliorarono negli anni successivi, la società non è mai riuscita a ripartire del tutto, stretta tra un costo delle materie prime che continuava ad alzarsi e i prezzi pagati dai distributori sempre più bassi". La crescita della grande distribuzione aveva infatti ridotto fortemente i margini di guadagno.

C’è un articolo che ha tenuto banco sul mondo dell’innovazione lo scorso mese, e la cui eco è arrivata fino alle sale, agli stand del Web Summit di Lisbona. L’era delle startup è finita, sintetizzata il titolo del pezzo apparso su TechCrunch, da molti considerata la bibbia della digital economy, magazine online con sede a San Francisco e che dal 2005 racconta al mondo le nuove frontiere dell’innovazione.

Poteva passare come una provocazione. Ma a scriverlo è Jon Evans, giornalista (e ingegnere) piuttosto navigato e autorevole, che ha avuto l’abilità di percepire un sentimento diffuso e raccogliere alcune inquietudini in un articolo che ha avuto un’eco enorme. La sua tesi è: i giganti della digital economy (Google, Facebook, Amazon, Microsoft, Apple) hanno raggiunto dimensioni tali che sono in grado di soffocare le opportunità di crescita delle nuove startup, assorbendole con operazioni di acquisizione, o impedendone lo sviluppo facendo leva proprio sulla loro posizione di dominanza del mercato.

Non solo, Evans elenca una serie di tecnologie che promettono di essere le prossime grandi rivoluzioni, dall’intelligenza artificiale alla Blockchain all’Internet delle cose. Ma sarebbero a suo avviso tecnologie troppo poco accessibili per le startup, diversamente da quanto lo sono state il web e le app per gli smartphone nella prima ondata di digitale a cavallo tra la fine degli anni Novanta e il 2010.

“Alphabet, Amazon, Apple, Facebook e Microsoft sono diventate le cinque aziende più capitalizzate al mondo. Il futuro appartiene a loro”.

Startup, game over insomma, come suggerisce un altro articolo che sostiene una tesi analoga pubblicato qualche settimana fa su The Guardian.

L'era delle startup è finita? Cosa dicono i dati

 

Ma è davvero così? Non c’è davvero molto altro da inventare, innovare, non c’è più alcuna possibilità di far crescere un’azienda in questo settore? Le startup sono aziende che o cercano di innovare mercati già esistenti con nuove tecnologie o modelli di business (Uber per il trasporto su gomma nelle città) o che inventano nuovi mercati e dimostrano di saper crescere (Facebook e la sua piattaforma di connessione tra le persone).

Da quando parliamo di startup il mercato degli investimenti in queste aziende è cresciuto costantemente negli anni: l’Europa nel 2016 ha battuto il suo record di sempre con 4,3 miliardi, la Cina anche con 31 miliardi, gli Usa invece hanno registrato una flessione del 12% con 69 miliardi. Quest’anno gli analisti si aspettano un nuovo record, con 7 miliardi in Europa, 43 in Cina, 53 negli Usa, che registreranno una nuova flessione.

I dati ci dicono quindi che il mercato degli investimenti negli Usa sta percorrendo una strada diversa rispetto al resto del mondo. Certo, rimangono il punto di riferimento globale di questo settore, e patria eletta e forse inalienabile dell’innovazione. Ma se i trend dovessero essere confermati, nei prossimi due, tre anni la Cina supererà gli investimenti in innovazione degli Usa. Ed è frutto di una strategia politica precisa che impegna direttamente il governo di Pechino. 

Cosa succede in Cina. Il caso Ofo Bike, da poco in Italia

La Cina è un buon contraltare della tesi della bibbia statunitense delle startup e della sua tesi sulla fine dell’era delle startup. Un caso lo racconta bene. Ofo, la startup pechinese che ha creato un servizio di bike sharing che consente all’utente di lasciare la bici ovunque voglia, senza necessità di recarsi ai totem sparsi in città. Ofo è nata nel 2014. Nell’università di Pechino. Oggi è presente in 20 città, anche in Europa, e in Italia a Milano.

Il suo cofondatore Zhang Yanqi, 30 anni, sul palco del Web Summit si è riservato quest’anno un posto di assoluto rilievo. La sua startup è già un caso mondiale: è l’azienda che sta crescendo di più al mondo, complice un round di investimento da oltre un miliardo di dollari sottoscritto da giganti come Alibaba e Didi Chuxing: “Noi abbiamo creato un prodotto guardando alle esigenze del cliente, e abbiamo cercato di soddisfarlo al meglio, credo che gli investitori guardino soprattutto a questo”, ha detto sul palco del Web Summit.

L'era delle startup è finita? Cosa dicono gli esperti

Ma quello di Ofo è solo un caso tra centinaia di startup che crescono e aprono nuovi mercati, ne cambiano altri. E raccolgono miliardi di investimenti nel mondo. “Se guardiamo i dati e i trend di oggi, solo se guardiamo i numeri ci accorgiamo che è davvero fuori luogo parlare di fine delle startup. Avremo sempre bisogno di innovazione, si chiuderà un modo di farla ma se ne aprirà un altro”. Paolo Cellini, professore di marketing digitale all’università Luiss di Roma, ha attraversato da manager e da studioso gli ultimi 30 anni di innovazione. “Questa tesi sembra dimenticare che le startup sono un modello di innovazione, non una parola usa e getta. È basato su un feroce approccio darwinista, dove nove ne muoiono e una ce la fa. Ma è il senso di questo mondo che chiamiamo startup, piaccia o meno”. Insomma, noi siamo abituati a considerare ‘startup’ una parola, sembra suggerire Cellini. Ma è invece un modo di fare impresa. “Chiamiamole pure in un altro modo, il loro approccio al mercato rimane”.
 

“La Silicon Valley non è più il centro di tutto, se ne stanno accorgendo”

Chi lavora con le startup in Italia non crede a questa tesi. L’unanimità più che suggerire una voglia di non credere all’inevitabile, o di difendere il proprio lavoro, sembra invece marcare la distanza tra due mondi. “Forse è la centralità della Silicon Valley oggi ad essere messa in discussione. È stata sempre l’epicentro di tutto, adesso lo è meno” commenta Gianluca Dettori, imprenditore e fondatore della società di venture capital Dpixel. “Io penso che la tecnologia continuerà a creare nuovi mercati, che imprenditori continueranno a trovare soluzioni a problemi che oggi non sappiamo nemmeno di avere”. E continua: “È vero che il mercato Internet è sempre più polarizzato su alcuni mega operatori, e forse Techcrunch si scorda di citare alcune 'startup' cinesi tipo Alibaba e Tencent solo per citarne un paio che sono colossi impressionanti, non Silicon Valley”.

Augusto Coppola, direttore del programma di accelerazione di Luiss Enlabs, confessa invece che “si tratta di un punto di vista su cui, nel mio piccolo, ragionavo da tempo” ma “la cosa che, sembra sfugga a TechCrunch è che esiste uno spazio immenso legato alle asimmetrie dei sistemi paese”. Ovvero? “Ad esempio l'Italia non solo non è la Silicon Valley, ma ad occhio e croce direi che in Europa non c'è nulla che sia neanche NYC. In sostanza, quindi, esiste uno spazio per aziende giovani ed agili che partono da risolvere problemi locali, che sfuggono ai radar USA, ma che possono avere un impatto su scala internazionale”.

“Le startup non sono il digitale, ma uno strumento per migliorare l’esistente”

Stessa opinione per Andrea Di Camillo, managing partner di P101: “L’era delle start up non è finita e non finirà mai. E ci mancherebbe pure. A volte assumono l’area del fenomeno lyfestile a volte crea distorsioni nella nostre percezioni, ma è comunque l’economia ad aver sempre bisogno di nuovi attori e nuove tecnologie da sfruttare per le aziende". E il presidente di Roma startup Gianmarco Carnovale ad esempio bolla come “Cassandre” questo genere di tesi. Il motivo? “I fatti dimostrano che il “modello startup” è fatto di processi fissi ed altri in continua evoluzione, e che si applica ad ogni settore economico o sociale. Le startup migliorano l’esistente – non il digitale, il software, il web – ma tutto l’esistente, passando attraverso onde settoriali, semplicemente mettendo in contatto persone di talento dotate di visione e disposte a mettersi in gioco, con capitale di rischio”. E conclude: “Le startup non sono una moda, sono un modo diverso di fare impresa, più democratico e basato sulla condivisione del valore tra molti soggetti. Sono un modo che è arrivato per rimanere”.

L'era delle startup è finita? Cosa dice l'Europa

Quanto invece alla tesi che è la posizione di ‘monopolio’ sul mercato di queste aziende a poter impedire o soffocare la nascita e lo sviluppo di nuove imprese innovative, il tema è sicuramente sentito. A fare un esempio, è stato forse il senso più politico di tutto il Web Summit di Lisbona quest’anno, con il numero uno dell’antitrust europeo Margrethe Vestager a bacchettare per due volte in due giorni i giganti del tech americano che sfruttano il loro potere per azzerare la concorrenza: “Ogni volta che vado negli Usa sono felice di essere Europea” ha detto Vestager sul palco di Lisbona, “I giganti del tech devono imparare che il libero mercato con i loro monopoli non è più libero, e l’Europa lo impedirà”. Ancora una volta quindi, sembra una prospettiva ‘locale’ quella della fine delle startup, che si gioca su una serie di piani ancora apertissimi: il mercato, la politica, i paesi di riferimento. E sembriamo lontanissimi dal mettere il cappello ‘fine’ ad alcunché.

Il professore del politecnico di Torino Marco Cantamessa e presidente dell’incubatore universitario i3P è d’accordo sul fatto che questo è il vero tema: “TechCrunch ha ragione dove nota come gli ‘Over the top player’ costituiscano dei monopoli radicati. “Possiedono i dati” ed è particolarmente problematico perché, nella prossima ondata di innovazione, basata su Big Data, la futura “materia prima”, e Intelligenza Artificiale, la futura “fabbrica” che usa questi dati, il monopolio rischia di diventare impossibile da scalzare (e questo senza contare il tema dell’influenza dei social network sui processi sociali e politici). Ma questo è uno dei classici casi dove gli Stati possono e devono entrare con forza nei settori economici con le armi della regolazione, imponendo misure anche drastiche (purché ragionate) laddove sia necessario. Altro che webtax”.

“La Silicon Valley non è più l’ombelico della terra”

C’è poi un’altro aspetto: la sensazione da ‘fine del mondo’ che sembra promanare da quella tesi, che pure racconta un po’ lo spirito del tempo. Almeno in Silicon Valley: “È sempre difficile predire il futuro. La verità è che il modello industriale dell’innovazione attraverso le startup è in fase espansiva e non recessiva” ha commentato il presidente di Italia Startup Marco Bicocchi Pichi. “Gli scenari su cui sviluppare il futuro possibile devono considerare bisogni più ampi – acqua, cibo, salute, ambiente. L’articolo mio vedere ha una vista limitata, oso dire provinciale, di quelle che fanno chiamare agli americani un campionato World Series anche se è solo il campionato USA”.

Insomma, sembra suggerire Bicocchi Pichi, il mondo di AGAF (Amazon, Google, Apple, Facebook) è già sfidato da BAT (Baidu, Alibaba, Tencent) e c’è ancora spazio dalle tecnologie di ieri per “creare unicorni domani ma non solo. I settori industriali che possono essere “disrupted” da startup non sono finiti e la concorrenza delle startup globali sta iniziando solo ora. The game is not over. Il mondo ha appena iniziato a giocare e la Silicon Valley non è più l’ombelico della Terra”.

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