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In Europa ci sono più lavatrici che automobili. Ognuna contenente in genere tra 30 kg e 40 kg di acciaio e la qualità di costruzione e l’affidabilità cambiano da macchina a macchina. Secondo la Ellen MacArthur Foundation, la longevità viene misurata in cicli di lavaggio, che vanno da circa 2.000 per macchine a basso costo a 10.000 per apparecchi di alta qualità. Più a lungo una macchina rimane funzionale, minore sarà il suo costo/lavaggio. Ma oggi se una lavatrice, una lavastoviglie o un frigorifero si rompono è spesso più comodo e facile sostituirlo che ripararlo. Con gravi danni per l’ambiente oltre che per le tasche dei cittadini.

Ora una direttiva Ue ha stabilito che dovrà essere più facili ripararli. Il 1 ottobre la Commissione ha adottato nuove regole per incoraggiare i produttori a progettare prodotti pensando all’economia circolare. Dalle lavatrici ai distributori automatici, la direttiva sulla progettazione ecocompatibile prolungherà la vita di molti apparecchi garantendo una più facile sostituzione dei pezzi di ricambio che i produttori dovranno immagazzinare per 10 anni e di cui dovranno garantire la consegna in tempi rapidi.

Infographic: Europe's Worst Offenders For Electronic Waste  | Statista 

La nuova direttiva va incontro alle lamentele delle associazioni dei consumatori secondo cui è più semplice ed economico sostituire alcune apparecchiature piuttosto che ripararle, a causa della mancanza di parti di ricambio, della complessità delle riparazioni o del prezzo elevato dei ricambi.

I rifiuti elettronici – dispositivi elettrici o elettronici scartati – sono ora la fonte di rifiuti in più rapida crescita al mondo. Vengono prodotte ogni anno circa 50 milioni di tonnellate (in Italia 6, tra i dati più bassi), ma solo circa il 20% viene smaltito in modo appropriato. Il passaggio a un modello di economia circolare, con un’enfasi sul riutilizzo piuttosto che sulla sostituzione degli articoli, potrebbe essere un modo per affrontare il problema, scrive il World Economic Forum che ha analizzato il problema.

Quelli cui saranno più gradite le nuove regole del “diritto alla riparazione” saranno probabilmente i tecnici delle riparazioni e della manutenzione. Mentre i produttori dovranno rendere ampiamente disponibili i pezzi di ricambio ai sensi della direttiva sulla progettazione ecocompatibile, dovranno solo fornirli a riparatori professionisti.

Quali sono gli elettrodomestici inclusi nella direttiva

  • frigoriferi
  • Lavatrici
  • lavastoviglie
  • Display elettronici (compresi i televisori)
  • Sorgenti luminose e alimentatori separati
  • Fornitori di energia esterna (gruppi elettrogeni e di continuità)
  • Motori elettrici
  • Frigoriferi con funzione di vendita diretta (ad esempio Frigoriferi nei supermercati, distributori automatici di bevande fredde)
  • Trasformatori di potenza
  • Attrezzature per saldatura

E’ tregua sui dazi dopo una prima intesa con la Cina, annunciata alla Casa Bianca dal presidente Donald Trump. “Siamo arrivati alla fase uno di un accordo sostanzioso”, ha dichiarato, dopo aver incontrato il vice presidente cinese Liu He, al termine della due giorni di negoziati a Washington. Congelati gli aumenti tariffari del 5% su 250 miliardi di beni cinesi importati negli Usa che sarebbero altrimenti scattati dal prossimo 15 ottobre.

La parziale intesa, che sarà scritta nelle prossime settimane, comprende i servizi finanziari, i prodotti agricoli e progressi sul contenzioso relativo alla proprietà intellettuale. La Cina ha acconsentito all’acquisto di prodotti agricoli statunitensi per 40-50 miliardi di dollari, alleviando così la pressione sui produttori Usa che più di tutti hanno risentito della guerra commerciale tra i due giganti economici.

Il nodo Huawei sarà affrontato separatamente e anche sulla designazione della Cina come Paese manipolatore di valuta da parte degli Usa le discussioni proseguiranno. Incerto l’esito degli altri aumenti tariffari del 15% previsti da meta’ dicembre su 156 miliardi di dollari di importazioni dalla Cina.

Trump ha lasciato intendere che “la fase uno dell’accordo” potrebbe essere firmata a novembre quando incontrerà il presidente cinese Xi Jinping in Cile, al vertice di cooperazione Asia-Pacifico (Apec). I negoziati sulle fasi successive, ha indicato Trump, riprenderanno dopo la firma sulla prima fase.

Wall Street ha brindato all’intesa ma archiviando la seduta sotto i massimi trattandosi di un accordo parziale. “Negoziati positivi”, li ha definiti il vice presidente cinese Liu He, sbarcato a Washington giovedì. Erano oltre due mesi che le parti non si sedevano al tavolo.

All’inizio della settimana gli Usa hanno inserito nella lista nera 28 entità cinesi, compresi gli uffici pubblici per la sicurezza e il produttore di tecnologie per la sorveglianza Hikvision, accusando Pechino di violazione dei diritti umani contro le minoranze come gli uiguri. Washington ha inoltre imposto restrizioni sui visti di funzionari cinesi e Pechino ha fatto sapere di pianificare una mossa analoga.

Ril

Cina e Stati Uniti riprendono i colloqui sulla disputa tariffaria con l’aspettativa di trovare un accordo parziale che possa sospendere l’imposizione di nuove tariffe Usa sui prodotti made in China. L’ultimo segnale di apparente distensione nella guerra dei dazi è arrivato dal presidente Usa, Donald Trump, che su Twitter ha confermato l’incontro di domani alla Casa Bianca con il vice primo ministro cinese, Liu He, a capo della folta delegazione partita da Pechino per i negoziati con il rappresentante Usa per il Commercio, Robert Lighthizer, e con il segretario al Tesoro, Steve Mnuchin.

Big day of negotiations with China. They want to make a deal, but do I? I meet with the Vice Premier tomorrow at The White House.

— Donald J. Trump (@realDonaldTrump)
October 10, 2019

Nonostante gli spiragli di tregua emersi nelle ultime ore, Trump non sembra, però, avere sciolto completamente le riserve. “Vogliono fare un accordo, ma io?”, scrive nel tweet. La Cina, sostengono fonti a conoscenza delle trattative citate da Bloomberg e Financial Times, sarebbe pronta ad aumentare l’acquisto di prodotti agricoli statunitensi e a fare concessioni sul piano delle barriere non tariffarie. Nel mini-accordo che si profila tra Cina e Stati Uniti potrebbe rientrare anche un’intesa sul piano valutario.

E ad addolcire il clima dei colloqui ci sarebbe anche l’approvazione di Trump a concedere ad alcuni gruppi della tecnologia Usa le licenze per vendere componenti considerati non sensibili a Huawei, secondo fonti citate dal New York Times.

Un accordo parziale tra Cina e Stati Uniti rinvierebbe a un secondo momento le questioni dirimenti per gli Usa – in particolare quelle relative ai temi della proprietà intellettuale e dei trasferimenti di tecnologia – e potrebbe significare una tregua nella guerra dei dazi, evitando di colpire praticamente tutto l’export cinese verso gli Stati Uniti dalla metà di dicembre prossimo. La disputa tariffaria si intreccia, però, con questioni politiche: i giorni che hanno preceduto la ripresa dei negoziati sono stati segnati dalle polemiche sulla libertà di espressione che hanno visto al centro la lega professionistica di basket Usa, l’Nba, e dalle polemiche sulla situazione dei diritti umani nella regione autonoma cinese dello Xinjiang.

Prima, il Dipartimento del Commercio Usa ha inserito nella black list i grandi nomi cinesi dell’intelligenza artificiale, accusandoli di coinvolgimento nella repressione in atto contro gli uiguri e le altre minoranze musulmane nella regione; poi, il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, ha annunciato restrizioni alle concessioni dei visti per gli Stati Uniti ai funzionari ritenuti implicati nelle “detenzioni e abusi” dei musulmani nello Xinjiang.

Pechino ha manifestato la propria opposizione e oggi il portavoce del ministero degli Esteri, Geng Shuang, ha definito una “diffamazione” le ultime dichiarazioni di Pompeo, che in un’intervista ha parlato di “enorme violazione dei diritti umani” nello Xinjiang.

Dubbi sulla possibilità di un accordo sono arrivati anche dal segretario al Commercio di Washington, Wilbur Ross: in un discorso pronunciato a Sydney ha detto che le pratiche commerciali della Cina “stanno peggiorando” e l’imposizione di tariffe è servita per “costringere la Cina a prestare attenzione” alle preoccupazioni degli Stati Uniti.

Procedura di cessione dello stabilimento di Napoli sospesa fino e non oltre il 31 ottobre. È quanto ha ottenuto il governo da Whirlpool, per riaprire il confronto. A breve il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli vedrà l’ad di Whirlpool Italia Luigi La Morgia, ma lo stesso ministro ha osservato che il segnale di sospensione “non è il massimo” e sarebbe stato preferibile l’interruzione; ora si tratta di andare “a vedere le carte”.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha spiegato che “ritiene non soddisfacenti e non risolutivi i contenuti della lettera” inviata all’esecutivo dai vertici dell’azienda, per annunciare la sospensione: l’interlocuzione servirà a capire “se ci siano ulteriori elementi di novità, con particolare riguardo al superamento definitivo del precedente piano di reindustrializzazione”.

Il governo si dice determinato a mettere in campo tutte le azioni necessarie, per quanto di propria competenza, per mantenere questo presidio industriale e sollecita i vertici della multinazionale a far chiarezza su quali siano gli ostacoli e le difficoltà che impediscono la prosecuzione del progetto e degli impegni già assunti. L’intento è creare tutte le condizioni perché venga mantenuto sul territorio il presidio industriale e vengano salvaguardati i livelli occupazionali.

Sindacati sul piede di guerra

Dopo l’incontro con il premier e Patuanelli a palazzo Chigi, i sindacati restano sul piede di guerra e riuniscono le assemblee dei lavoratori: scioperi, presidi, manifestazioni non hanno spostato “di un millimetro” la posizione dell’azienda e la sospensione ” a orologeria” suona come “un’offesa” ai lavoratori e alle istituzioni. La procedura ex articolo 47 sul trasferimento di ramo d’impresa, avviata il 18 settembre, prevede che la cessione avvenga a partire da 25 giorni, quindi la scadenza sarebbe stata il 12 ottobre; ma nella lettera di avvio di procedura – hanno fatto notare i sindacati – l’azienda aveva già scritto che la cessione sarebbe stata perfezionata entro il 31 ottobre.

Whirlpool da parte sua si dice pronta a riprendere il confronto e “la discussione di merito sul progetto identificato, che dia un futuro di lungo periodo al sito di Napoli e ai suoi 400 lavoratori”. Il progetto è la cessione alla svizzera Prs (Passive refrigeration solutions) che produce containair refrigerati per conservazione di beni deperibili. Una azienda che secondo Fim, Fiom e Uilm, non fornirebbe sufficienti garanzie per un futuro produttivo ai dipendenti. La questione non è il mantenimento nell’immediato dei livelli occupazionali, perché l’accordo del 2018 obbliga Whirlpool a non fare licenziamenti fino al 2020, dal momento che ha ottenuto gli ammortizzatori sociali per l’intero gruppo (salvo fuoriuscite volontarie).

Il nodo è il rispetto degli accordi firmati nel 2015 e nel 2018, che prevedevano la produzione di lavatrici a Napoli. Se si lascia vendere lo stabilimento campano – è il ragionamento dei sindacati – si apre la porta della dismissione di tutti gli impianti dell’azienda in Italia, con circa 6.000 posti di lavoro a rischio. Riconosce che “c’è un problema di gestione delle emergenze” anche il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia, secondo cui le emergenze vanno gestite in modo da “non andare avanti solo per traumi”. Per Boccia “occorre una visione più lunga e larga del paese”; “la questione industriale è la grande questione nazionale e il lavoro è l’ elemento di coesione del paese. Ripartire da questo diventa un elemento essenziale nell’interesse del Paese e dell’Europa”. 

 

Il ministro delle Risorse minerarie del Mozambico, Ernesto Max Tonela, e l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, hanno firmato a Maputo un protocollo d’intesa per la definizione di progetti in materia di sviluppo sostenibile e decarbonizzazione. La firma, riferisce una nota, è avvenuta alla presenza del presidente della Repubblica del Mozambico Filipe Nyusi.

Il protocollo prevede la cooperazione tra Eni e il governo del Mozambico nella definizione di iniziative congiunte a supporto dell’Agenda di sviluppo sociale ed economico del Paese. Tali iniziative verranno definite in funzione degli Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sustainable development goal​s, Sdg) delle Nazioni unite, e i contributi determinati a livello nazionale (Nationally determined contrib​utions, Ndc), sottoscritti da ogni paese nell’ambito dell’Accordo di Parigi per ridurre le emissioni a livello nazionale e adattarsi agli impatti del cambiamento climatico.

Le aree di cooperazione, spiega ancora il comunicato, includono la riduzione delle emissioni, il supporto alla conservazione e gestione sostenibile delle foreste e la preservazione degli stock di carbonio, nell’ambito delle iniziative Redd+. Il primo obiettivo riguarda la protezione di 1 milione di ettari di foreste, che consentirà di avviare l’offset della futura produzione di CO2 dei progetti Eni nel Paese. Altre aree di cooperazione sono relative all’accesso all’energia (Sdg 7), lo sviluppo di industria, innovazione e infrastrutture (Sdg 9), la gestione sostenibile delle foreste (Sdg 15), la lotta al cambiamento climatico e contro gli impatti ambientali (Sdg 13), l’accesso all’istruzione e alla formazione (Sdg 4, 8), la diversificazione economica (Sdg 8), l’accesso all’acqua (Sdg 6) e l’accesso alla salute (Sdg 3).   Queste intese ampliano il perimetro delle attività di Eni in Mozambico e rafforzano la presenza nel Paese.

Eni è presente in Mozambico dal 2006, a seguito dell’acquisizione di una partecipazione nel permesso petrolifero di Area 4, nel bacino del Rovuma, nell’area settentrionale del Paese, dove dal 2011 al 2014 sono state scoperte risorse supergiant di gas naturale nei giacimenti di Coral, Mamba Complex e Agulha, stimate in 2.400 miliardi di metri cubi di gas in posto. 

“Nel mercato del lavoro si intravedono dinamiche incoraggianti che vanno perseguite e rafforzate”. A dirlo, nella giornata di ieri, Roberto Gualtieri, davanti alle Commissioni Bilancio di Senato e Camera, in seduta congiunta, durante l’audizione preliminare all’esame della Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza (Nadef). Il ministro dell’Economia ha sottolineato però che “il tasso di disoccupazione è ancora stimato su livelli medi troppo elevati, e anche il tasso di disoccupazione giovanile resta su livelli preoccupanti”.

Nel corso dell’intervento è arrivato un chiarimento sul’ipotesi, circolata in questi giorni, che prevedeva che le famiglie avrebbero dovuto agire da sostituto di imposta nei confronti di colf e badanti. “Quella è una fake news, sono felice di poterlo dire in questa sede formale”. Per il ministro, infine, “l’Italia è un Paese solido, ha finanze pubbliche sane e sostenibili e ha mostrato significative doti di resilienza anche nelle fasi più difficili”.

L’obiettivo del governo ora è quello di avviare “una strategia di politica economica imperniata su tre assi fondamentali: il rilancio degli investimenti, la riduzione della tassazione lavoro e sulla coesione territoriale e sociale. Con la Nadef intendiamo ricollocare l’Italia sul sentiero della crescita e della stabilità ereditando una difficile eredità del passato”. Gualtieri ha ben chiaro da dove si deve partire per invertire una situazione di fragilità: “È evidente che il principale punto debolezza italiana ed europea è la debolezza della domanda interna ed è qui che dobbiamo agire”.

E alcuni degli ingredienti della ricetta economica del Conte bis sembrano già chiari: “Evitare l’inasprimento della pressione fiscale” anche grazie a “nuove politiche per il rilancio della crescita: la riduzione del cuneo fiscale sul lavoro, il rilancio degli investimenti, l’aumento delle risorse per istruzione e ricerca e per rafforzare il servizio sanitario”. Per una manovra “che ha un’intonazione espansiva, insisto”. Con un primo annuncio: nel trienno 2020-2022 ci saranno “risorse aggiuntive per investimenti pubblici e privati per 15 miliardi di euro”. 

Tutto questo, secondo Gualtieri, “risponde alla alla necessità di assicurare un profilo di sostenibilità alla finanza pubblica e discendente del debito pubblico”. Anche grazie al fatto che “la pressione fiscale scenderà di diversi decimali sia rispetto al tendenziale del 2020 ma anche rispetto al 2019”. Per una crescita del Pil reale nel 2020 pari allo 0,6% che viene ritenuta dal ministro una “stima realistica e financo prudente”. 

Poi c’è la questione dello spread, tornato a livelli assai ridotti rispetto ai mesi passati. Una riduzione che comporterà “un risparmio di spesa di interessi pari a 6,8 miliardi di euro”. Sull’Iva, invece: “La rimodulazione non c’è nella Nadef, c’è la completa sterilizzazione delle clausole, ma questo non esclude una rimodulazione delle aliquote”.

Non verrà invece toccato il bonus di 80 euro introdotto dal governo Renzi: “Non sarà eliminato. C’è nelle intenzioni del governo quella di avviare un ripensamento dell’Irpef e più in generale di una riforma fiscale”.

Destino opposto invece per la Flat Tax: “L’intenzione del Governo è quella di non confermare la misura” che prevede un allargamento della flat tax fino ai 100.000 euro, sottolineando che “la misura non è in vigore” e che comunque offre “profili di iniquità. Sulla flat tax attuale – ha aggiunto – il mio giudizio è che presenta numerosi profili critici, tuttavia l’orientamento del Governo è quello di evitare interventi che che modifichino le regole del gioco, ma ci sono profili critici che valuteremo nel quadro di più generale dello sforzo di riforma del sistema fiscale”. 

Impossibile pompare acqua da un pozzo, impensabile far funzionare un frigorifero. Nei villaggi rurali dell’Africa Orientale la mancanza di elettricità esclude l’accesso a servizi essenziali, come acqua e strutture sanitarie sicure, e aggrava situazioni di povertà già estrema, malnutrizione e bassi livelli di istruzione. Eppure i sette stati della regione – Kenya, Burundi, Malawi, Mozambico, Uganda, Tanzania e Ruanda – sono ricchi di materie prime e fonti di energia sia rinnovabili che tradizionali.

“L’Africa Orientale è una delle regioni del mondo con la più bassa percentuale di accesso all’elettricità: circa il 50% della popolazione, 140 milioni di persone, non hanno accesso a energia elettrica e questo limita fortemente i margini di crescita e di sviluppo”, spiega Giacomo Falchetta, ricercatore della Fondazione Eni Enrico Mattei che insieme a Simone Tagliapietra, Giovanni Occhiali e Manfred Hafner ha curato il volume “Renewables for Energy Access and Sustainable Development in East Africa”. Lo studio propone un percorso per raggiungere un livello universale di accesso all’elettricità in quest’area.

Energia per tutti, ovunque

In Africa Orientale vivono circa 271 milioni di persone con un tasso di crescita demografico del 2,6%, tra i più elevati del mondo. A questo ritmo nel 2050, nello spazio di una generazione, la popolazione è destinata a raggiungere i 569 milioni di abitanti. Aumenta anche la ricchezza, ma non per tutti. Il Pil è cresciuto in media di circa il 5,9%, con sostanziali differenze da paese a paese, e si prevede che mantenga un ritmo simile nei prossimi anni. In particolare, il settore industriale è cresciuto a un ritmo doppio rispetto all’agricoltura, trascinato da un’attività mineraria molto vivace. Tale crescita, tuttavia, ha avuto impatto limitato sul Pil pro capite reale e sulla riduzione della povertà.

In questo contesto l’energia, se distribuita in maniera capillare, può diventare fattore di sviluppo per tutti. Lo studio dei ricercatori FEEM punta sulle possibilità offerte dalle fonti rinnovabili di garantire un accesso universale, non subordinato cioè all’allaccio a un’infrastruttura nazionale, come avviene nel caso invece delle fonti energetiche tradizionali.

Risorse in loco già disponibili

“Se il nostro obiettivo è quello di garantire a tutta la popolazione, anche a quella che vive nelle aree rurali e quindi più difficilmente raggiungibili dalla rete elettrica nazionale, un accesso minimo all’energia, tale però da assicurare il funzionamento di sistemi essenziali allo sviluppo delle comunità rurali (per esempio le pompe per i pozzi), allora le fonti rinnovabili possono giocare una partita davvero importante”, aggiunge Falchetta.

Si tratta cioè di garantire a una fetta consistente della popolazione dei paesi dell’Africa Orientale di avere accesso all’energia sfruttando le risorse in loco: eolico, ma anche tanto solare e perfino il microidroelettrico. Con un sistema integrato di risorse di questo tipo è possibile fornire un flusso di energia in grado di alimentare sistemi di comunicazione, sistemi di refrigerazione e anche di sollevamento dell’acqua, dando la possibilità a intere comunità di avere accesso a servizi essenziali.

Il mix energetico ideale

I ricercatori hanno studiato nel dettaglio i sette stati dell’Africa Orientale – Kenya, Burundi, Malawi, Mozambico, Uganda, Tanzania e Ruanda – e, in alcuni casi, hanno incluso nelle loro ricerca anche il Sudafrica. “Pur non essendo propriamente appartenente alla regione – chiarisce Falchetta – fornisce comunque una serie di informazioni interessanti per comprendere le problematiche di approvvigionamento energetico”, soprattutto in chiave di impatto delle nuove regole per il controllo delle emissioni. Il Sudafrica è infatti fortemente dipendente dal carbone: oltre a essere la fonte che produce la maggior quantità di gas climalteranti, è anche molto dispendiosa in termini di risorse idriche, di cui, il paese africano non dispone in abbondanza.

L’analisi FEEM ha anche guardato alla distribuzione della popolazione sul territorio, alla loro concentrazione nelle città e alla percentuale di quella ancora residente nelle aree rurali, cercando di correlare, in termini geospaziali, anche la distribuzione delle diverse fonti energetiche, soprattutto di quelle rinnovabili che, in questo percorso di elettrificazione dell’area possono avere un ruolo molto importante.

“Nel complesso – afferma Falchetta – la nostra analisi rivela che il mix ottimo per elettrificare la regione si attesta a una media di 59% di connessioni alla rete nazionale, 37% di sviluppo di mini-reti, e 4% di soluzioni stand-alone. Uno scenario in cui una maggiore quota percentuale di rinnovabili è inserita nella rete nazionale non solo permette di ridurre sino al 46% le emissioni di CO2, ma anche di ridurre i costi del 4,4%”.

I costi continuano a essere elevati

I ricercatori della Fondazione Eni Enrico Mattei si sono spinti oltre e hanno cercato di capire che flusso di risorse sarebbe stato necessario per costruire un sistema così strutturato e si sono chiesti anche dove andare a reperire i capitali necessari. Il totale per l’elettrificazione è pari a 83,5 miliardi di dollari, e la cifra in termini pro-capite è di 15,6 dollari per cittadino nel primo anno di investimento, mentre se si considera solo la fetta di popolazione senza accesso la cifra sale a 20,1 dollari per cittadino.

Il punto, però, è che la popolazione senza accesso all’energia non è in grado di sostenere questa spesa e – anche laddove in grado – fino a oggi è mancata la canalizzazione dell’investimento pubblico e con partecipazione privata per la realizzazione dell’infrastruttura. Inoltre vanno considerati all’incirca 40 miliardi aggiuntivi richiesti per potenziare la rete affinché sostenga tale nuova capacità installata. Si arriva così a un totale di 123,5 miliardi (5,6 miliardi per anno se l’obiettivo è 100% elettrificazione entro il 2030), cioè 23 dollari pro capite nel primo anno di investimento, un costo troppo elevato in relazione alle disponibilità economiche della popolazione.

Kenya esempio virtuoso

Dal Kenya potrebbe arrivare un modello di riferimento replicabile anche agli altri paesi dell’area. Negli ultimi 5 anni il suo tasso di elettrificazione è salito di circa venti punti percentuali, raggiungendo il 74% di oggi. Come? Permettendo ai privati di investire in infrastrutture pagando le stesse in maniera dilazionata e proporzionale ai consumi. Il Kenya è uno dei mercati più vivaci per le aziende private che sfruttano sistemi di pagamento smart (cioè via telefonia mobile) e modelli di business pay-as-you-go che permettono anche agli utenti con un reddito limitato di evitare il pagamento di grosse somme ‘upfront‘, che possono rappresentare un forte scoglio iniziale. In questo modo, per esempio, l’acquisto dei pannelli solari sul tetto di casa avviene in leasing o a rate a lungo termine, mentre ciò che si paga è l’effettivo consumo elettrico.

Le disposizioni che obbligano gli Ncc ad iniziare e terminare il servizio presso la propria rimessa, ovvero il Comune di rilascio della licenza, e a compilare sempre il foglio di servizio anche dopo prenotazioni online restano in vigore: lo ha stabilito il Consiglio di Stato che non ha sospeso l’efficacia della Circolare Interpretativa del decreto di riforma del settore Ncc e ha rinviato al Tar Lazio perché sia fissata un’udienza sull’argomento.

Con l’ordinanza depositata venerdì dalla terza sezione, il Consiglio di Stato, pronunciandosi sul ricorso presentato da Uber, non ha dunque riformato la decisione del Tar Lazio che aveva detto no alla sospensione cautelare della circolare del Viminale sulle linee attuative della riforma degli Ncc. Palazzo Spada, infatti, ha “ritenuto, ad un primo esame, che per i motivi proposti le esigenze della società ricorrente siano tutelabili adeguatamente con la sollecita definizione del giudizio nel merito” e, per questo, ha disposto la trasmissione degli atti al Tar per la “sollecita fissazione dell’udienza di merito”.

“Siamo soddisfatti dell’ordinanza del Consiglio di Stato che, accettando la nostra richiesta, ha sollecitato un intervento sul merito da parte del Tar”. Lo riferisce un portavoce di Uber, commentando la decisione. “Si tratta – aggiunge – di un ulteriore segnale che l’Italia ha bisogno di una riforma organica della mobilità. Continueremo a cercare un dialogo costruttivo con le istituzioni e gli operatori per costruire città più sostenibili per tutti”.

Nell’audio rubato a Mark Zuckerberg durante un incontro con i suoi dipendenti, il fondatore di Facebook ha parlato di una app che in qualche modo potrebbe rappresentare una minaccia al dominio del suo network. Si tratta di TikTok. Nella trascrizione, si legge un dipendente chiedere: “Ci preoccupa la crescita di TikTok tra i teenager e la generazione ‘zeta’? E quali sono i nostri piani di attacco?”. Zuckerberg risponde: “Beh, sì. TikTok sta facendo bene. Ed è il primo prodotto fatto da una società cinese, ByteDance, che sta facendo bene quasi ovunque nel mondo”.

“Un fenomeno molto interessante”, spiega Zuckerberg, paragonandola alla funzione ‘Esplora’ di Instagram, social che ha comprato nel 2012 per un miliardo. Il fondatore di Facebook non manifesta eccessiva preoccupazione. Per molti commentatori però nella sua valutazione commette un grave errore. TikTok è molto più che una funzione di Instagram. È un modo diverso di vivere i social. Un fenomeno che Zuckerberg starebbe sottovalutando, almeno nei giudizi dati ai suoi dipendenti.

TikTok è un’app che già nel 2018 è stata scaricata circa un miliardo di volte, secondo il sito di analisi Sensor Tower, che però precisa che nell’analisi non possono essere considerati gli utenti cinesi, che non è in grado di mappare. Su iOs ha superato per download sia Facebook che Instagram. La usano soprattutto giovani e giovanissimi. La generazione ‘Zeta’.

Quella che si può scaricare oggi è la fusione di due app, in realtà. Musical.ly e TikTok, entrambe con fondatori cinesi, entrambe comprate e fuse dalla cinese ByteDance che ne ha fatto un’app unica, con un progetto piuttosto originale. Da un’analisi del Wall Street Journal emerge che per renderla così popolare, ByteDance spenderebbe 3 milioni al giorno in pubblicità, mentre su CrunchBase non risultano finanziamenti in venture capital. 
 

Un app per fare video, ma assai particolare

Di base, la crescita poderosa di alcuni fenomeni a cui ci ha abituato il digitale parte dal concetto di ‘Fomo’, fear of missing out, paura di essere tagliati fuori dalla nuova cosa che tutti hanno e devono avere. TikTok pare stia incarnando questo principio alla grande. TikTok è un’app per fare video. Durano al massimo 15 secondi. Video girati con lo schermo in posizione verticale, e sempre con lo smartphone in posizione verticale è possibile scorrere tra i video caricati, nelle categorie desiderate (gli hashtag hanno una funzione fondamentale in questo social). Non sembra il classico social dove si condivide un pezzo della propria vita, magari su una spiaggia sognata, o davanti a un piatto desiderabile.

Chi lo usa è fortemente incoraggiato a interagire con gli altri, magari invitando a mettere like per svelare una parte di sé, un desiderio, qualcosa che si vuole dire a qualcuno (sembra molto popolare in queste settimane la #YupNop challenge: su una musichetta che ripete Yup e Non – sì e no in slang – si racconta qualcosa di sé). Mescola montaggio video e audio, sembra invitare alla creatività in maniera molto più evidente che su altre app.

Un futuro a cui nessuno finora aveva pensato

“Immagina una versione di Facebook che sia in grado di riempire i tuoi feed prima ancora che cominci a farti degli amici. Questo è TikTok”, si legge in un’analisi pubblicata da Livemint.com. Il rovescio della medaglia è: non c’è bisogno di avere molti amici, o follower, per diventare immediatamente molto popolari.

TikTok non ti richiede di crearti il tuo ‘gruppo’ di seguaci, ma ti invoglia a saltare da trend a trend sotto categorie che già raggruppano persone interessate a quei video, a quella sfida. “Ti dà un inconfondibile senso che stai usando qualcosa che è in crescente espansione, in ogni direzione”.

Un manager di Vine, altra app a cui per certi versi TikTok si ispira, insieme ad Instagram e Snapchat, commentando il successo del social ha ammesso che usandola non si sa bene perché si è portati a passare così tanto tempo a scrollare i video. Ma funziona. Pare abbia dei tempi di permanenza enormi, che nessuno dei social oggi in circolazione può vantare.

Al centro c’è la macchina, l’organizzazione dei feed e delle categorie, non più l’utente e le sue relazioni, argomenta. Un futuro che Twitter, Facebook, Instagram e gli altri non avevano ancora immaginato. Se fosse davvero così, se Zuckerberg stesse sottovalutando TikTok, come potrebbe riuscire ad arginarla?

@arcangeloroc

 

“L’Italia è il Paese che ha goduto della maggiore flessibilità negli ultimi anni. Non credo che governanti italiani, compresi quelli del precedente esecutivo, si possano lamentare del ruolo della Commissione, e sicuramente non di me in particolare”. Così il commissario uscente Ue agli affari economici Pierre Moscovici in un colloquio con La Repubblica. Moscovici conosce bene il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri e ammette di avere con lui un “filo costante”. “Ci siamo sentiti ancora ieri, è uno dei migliori conoscitori degli arcani del Patto di stabilità e crescita. Quindi è l’uomo giusto al posto giusto”.

Sui 14,4 miliardi di flessibilità non si sbilancia: “C’è un calendario da rispettare, per una valutazione aspettiamo il 15 ottobre quando il governo ci consegnerà ufficialmente il documento con gli obiettivi programmatici”. Moscovici sottolinea che non accetterà “interpretazioni creative ” del Patto. “È quello che chiede Roma? Dico solo che non lo faremo”.

Infine parla di Gentiloni, il suo successore. “Farà bene, condividiamo lo stesso approccio, ovvero flessibilità all’interno delle regole. Gli italiani non si illudano che si occuperà solo degli affari dell’Italia come pensarono i francesi quando divenni commissario. Sono certo che Gentiloni manterrà la sua indipendenza”.