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Si chiama "ConvenzionIstituzioni.it" ed è la prima piattaforma sconti dedicata agli operatori di Giustizia. Fino a tremila euro di risparmio all’anno, sconti al 50% in oltre 8000 attività per circa 500mila esponenti delle Forze Armate e di polizia e le loro famiglie, è il risultato degli accordi stretti dai Ministeri della Difesa e della Giustizia con ConvenzionIstituzioni.it. 

Il personale di Esercito Italiano, Marina Militare, Aeronautica, Carabinieri, Guardia di Finanza, Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria e polizia di Stato, sia in servizio che in pensione, può registrarsi gratuitamente sul portale della startup ConvenzionIstituzioni.it per usufruire di agevolazioni per tutta la famiglia e sconti fino al 50% presso migliaia di attività in Italia: studi medici e dentistici, studi legali, farmacie, alberghi, ristoranti, palestre, negozi di ogni genere e  altro ancora. 

Aiuto concreto in una fase di crisi

"In una fase che continua ad essere segnata dalla crisi economica – commenta Domenico Pianese, segretario generale del sindacato di Polizia COISP– il servizio offerto da ConvenzionIstituzioni.it rappresenta un supporto concreto per il bilancio familiare dei membri delle Forze dell’Ordine. I recenti aumenti di stipendio, equivalenti ad un caffè al giorno, non rafforzano in alcun modo il potere di acquisto degli operatori di Giustizia: ecco perché tanti hanno già scelto di approfittare dei vantaggi assicurati da ConvenzionIstituzioni.it. Un sistema veloce, affidabile, efficiente e – naturalmente – conveniente per centinaia di migliaia di persone che indossano quotidianamente la divisa per proteggere i cittadini e garantire l’ordine pubblico".

45 mila carnet scaricati in un anno

In un anno sono stati oltre 45 mila i carnet denominati Cicoupon60 scaricati sulla piattaforma. Ognuno comprende 60 coupon-sconto per le oltre 8.000 attività convenzionate. Ogni sconto è strettamente personale, non cedibile a terzi, e deve essere accompagnato dal tesserino identificativo/badge di appartenenza. "La nostra è una start up in continua crescita – sottolinea Gionatan Ciminiera, amministratore delegato di ConvenzionIstituzioni.it – che si candida a diventare un punto di riferimento in materia di risparmio per tutti i rappresentanti italiani delle Forze Armate e di Polizia. I carnet con gli sconti possono essere acquistati anche da tutti i dipendenti della pubblica amministrazione. Stiamo lavorando per sottoscrivere altri accordi con ministeri e enti pubblici per allargare ulteriormente il numero di beneficiari dei carnet gratuiti".

Dopo i sacchetti anche gli imballaggi, le stoviglie monouso e recipienti usa e getta per alimenti finiscono nel mirino dell'Unione europea nel quadro di una nuova offensiva contro le plastiche inquinanti.

La direttiva sulla riduzione dell’inquinamento da plastica, che la Commissione europea presenterà a fine maggio, prevede anche il costo dello smaltimento a carico del produttore, annunci sopra gli imballaggi sui pericoli dell’inquinamento da plastica e tappi dei contenitori di bevande che rimangono attaccati per non andare dispersi. 

I prodotti al bando

La proposta concentra gli sforzi laddove sono maggiormente necessari, ossia sui principali prodotti in plastica monouso utilizzati nei confini comunitari, gli stessi che oggi costituiscono la parte più consistente dell’inquinamento di mari e coste.

La direttiva comunitaria prevede la messa al bando di piatti e bicchieri in plastica, cotton fioc, posate usa e getta, cannucce, bastoncini per mescolare le bevande e bastoncini dei palloncini gonfiabili. Questi prodotti, secondo Bruxelles, potranno essere sostituiti con altri di materiali diversi dalla plastica.

La Commissione, inoltre – spiega il Corriere della sera – vuole ridurre significativamente entro 6 anni l'utilizzo di recipienti rigidi per alimenti pronti al consumo, con o senza coperchio, e di bicchieri monouso. Gli Stati membri potranno fissare obiettivi di riduzione o imporre che non siano offerti gratis. 

Produttori di plastica responsabili dello smaltimento

La bozza del documento impone poi il principio della responsabilità estesa del produttore per lo smaltimento di una serie di oggetti: contenitori per cibo rigidi o flessibili, contenitori per bevande, bicchieri, sigarette con filtro, assorbenti, salviette umidificate, palloncini, sacchetti di plastica, reti da pesca.

Il produttore, in pratica, dovrà coprire il costo di raccolta, trasporto e trattamento di questi rifiuti. Alcuni prodotti dovranno portare sugli imballaggi informazioni sugli effetti negativi dei rifiuti di plastica, come avviene sulle sigarette: sarà il caso di assorbenti, salviette umidificate e palloncini.

L'85% dei rifiuti sulle spiagge è plastica

Ogni anno gli europei generano 25 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica, ma meno del 30% è raccolta per essere riciclata. Nel mondo – si legge su National Geografic – le materie plastiche rappresentano l'85% dei rifiuti sulle spiagge. Le materie plastiche raggiungono anche i polmoni e le tavole dei cittadini europei, con la presenza nell'aria, nell'acqua e nel cibo di microplastiche i cui effetti sulla salute umana restano sconosciuti. Basandosi sui lavori precedenti della Commissione, la nuova strategia europea sulla plastica intende affrontare la questione in modo diretto.

Plastica anche nella Fossa delle Marianne

Un recente studio sulla presenza di plastica negli oceani – spiega il Post – ha inoltre rivelato che nemmeno i grandi abissi sono immuni all’inquinamento prodotto dall’attività umana. I ricercatori hanno infatti trovato tracce di rifiuti plastici a una profondità di quasi 11mila metri nella fossa delle Marianne.

Una 18enne residente a Verona, ma di origine pakistana è stata portata in patria dal padre per costringerla ad abortire. Secondo quanto riporta il quotidiano L'Arena la ragazza avrebbe mandato dei messaggi disperati ad alcune compagne di classe dell'Istituto professionale Sanmicheli raccontando i fatti.

La giovane, fidanzata con un ragazzo veronese, aveva deciso di tenere il bimbo che sarebbe dovuto nascere a giugno ma la famiglia si è opposta. La Digos si è interessata al caso andando a scuola per raccogliere informazioni mentre la psicologa dell'Ufficio scolastico ha informato il Consolato.  

Ora si teme un nuovo caso Sana 

Il Comune di Verona ha fatto sapere di conoscere bene la situazione della ragazza, seguita all'interno di un percorso antiviolenza dal settembre 2017, ovvero da quando la Questura ha iniziato ad indagare a seguito di un esposto per maltrattamenti e percosse. Otto giorni dopo l'esposto era stata inserita all'interno del progetto "Petra" creato per dare aiuto e difesa alle donne maltrattate che prevede l'accoglienza presso appartamenti segreti e protetti e incontri con psicologi e assistenti.

Qui è stata ospitata fino al 9 gennaio 2018 dopo di che, visto che era maggiorenne e visto che aveva dichiarato di essersi riconciliata con la famiglia, è uscita, continuando però a frequentare gli psicologi che l'avevano seguita fino a quel momento.

Il tutto fino a quanto è partita per il Pakistan, a suo dire per una cerimonia di famiglia. Da quel momento della 19enne si è persa ogni traccia. "Sono in contatto con il fidanzato della ragazza – ha spiegato Stefano Bertacco, assessore al Sociale – a lui ho assicurato che, se riuscisse a far tornare in Italia la giovane, come Comune saremo a disposizione per qualsiasi protezione necessaria". 

 

Romana, classe 1972, Alessandra Delli Poggi è la fundraiser del 2018. Titolo attribuitole dal Festival del Fundraising in corso a Pacengo di Lazise, a due passi da Peschiera del Garda. Merito dell’impegno e della costanza che mette nel suo lavoro di responsabile partnership dell'Airc che l’ha portata nell'ultimo anno a raccogliere 8 milioni di euro. Questo lavoro, Alessandra lo ha scoperto quasi per caso: “Durante gli studi ho lavorato per 5 anni nell’ufficio sinistri di un’agenzia di assicurazioni. Poi l’illuminazione: ho visto la locandina di un master in raccolta fondi e managment del non profit dell’Angelicum di Roma. Addio assicurazioni. È stata la svolta”, ha raccontato al sito Vita.

Dalle assicurazioni al fundraising

Il suo primo impiego nel settore è stato “uno stage di sei mesi presso la Fondazione Telethon. Conclusi i quali mi hanno assunto. Ho avuto la fortuna di incominciare in un momento molto fertile, quando anche Telethon incominciava ad affacciarsi al mondo delle aziende. Ci sono stata dal 1998 al 2010. Sono arriva ad essere la responsabile di tutti i canali di raccolta fondi, esclusa la maratona televisiva. A quei tempi raccoglievamo 20-22 milioni di euro”. Poi il passaggio ad Airc dove oggi coordina l’ufficio (composto da 6 donne) che si occupa dei rapporti con le aziende”.

Per Delli Poggi, la difficoltà più grande è una: “Dove semini cento per raccogliere uno. In particolare se lavori in una realtà come Airc che sostiene la ricerca scientifica. Un tema centrale per il Paese, ma che dà frutti solo nel lungo periodo. Per fare un esempio: non abbiamo pozzi d’acqua da far vedere ai nostri donatori. Quello che facciamo è costruire narrazioni legate al lavoro dei ricercatori finanziati grazie alle nostre borse di studio o inerenti agli esiti della ricerca. Abbiamo però bisogno di partner che capiscano e accettino questa sfida, che però, ripeto, è decisiva per l’intero sistema-Paese”.

Cosa fa esattamente un fundraiser

Chi è? Di cosa si occupa? Quali competenze deve avere? Molti sono ancora gli interrogativi sulla figura del fundraiser. Nell'articolo 1 del Regolamento di ASSIF (l’Associazione italiana fundraiser) è definito come colui che opera in modo professionale ed etico, remunerato o a titolo gratuito, nella definizione e realizzazione delle strategie di comunicazione socialemarketing sociale e raccolta fondi per organizzazioni del non profit. 

Non c’è un solo fundraiser. L’ASSIF ne conta almeno 4:

  1. Fundraiser professionista: è il manager della raccolta fondi; si occupa della pianificazione strategica e coordina l’intera attività di raccolta fondi.
  2. Professionista del fundraising: si occupa della pianificazione (talvolta anche della realizzazione concreta) di aspetti tecnici del fundraising, come il direct marketing, il database dei donatori, ecc..
  3. Operatore del fundraising: si occupa solo della realizzazione concreta della raccolta fondi, all’interno di uno o più settori specifici del fundraising
  4. Consulente di fundraising: come il fundraiser professionista accompagna, anche se dall'esterno, l'organizzazione nella pianificazione strategica dell'attività di fundraising, di alcuni particolari ambiti (corporate, lasciti testamentari ecc.) o di specifici progetti; solitamente non si occupa di operatività

Valerio Melandri e Giorgio Vittadini nel libro "Fundraiser: professionista o missionario?" hanno riassunto 16 mansioni tipiche di un fundraiser italiano:

  1. assiste il personale dell’organizzazione in campo amministrativo e direttivo per tutte le sue attività di fundraising;
  2. crea e gestisce appositi sistemi di archivio per trattare i dati relativi alla partecipazione e all’identificazione dei donatori, nonché alla ricerca di potenziali nuovi donatori e all’impegno profuso dai volontari nei programmi;
  3. svolge funzioni di formazione e supervisione del personale di supporto retribuito e volontario, per quanto riguarda la creazione e il mantenimento dei sistemi di archivio dei donatori;
  4. analizza l’esigenza e l’opportunità di realizzare programmi generali di relazioni pubbliche, in collaborazione con gruppi di supporto formati da personale volontario e retribuito;
  5. suggerisce e implementa programmi per la promozione della mission, degli obiettivi strategici e degli obiettivi operativi dell’organizzazione;
  6. si occupa della messa in atto di gran parte dei programmi di relazioni pubbliche fin dal momento della loro approvazione, con annesse funzioni di coordinamento con consulenti/fornitori di servizi esterni nella creazione di specifici progetti;
  7. di concerto con le commissioni competenti, prepara i contenuti e i materiali necessari per i programmi di fundraising o di relazioni pubbliche, comprese richieste di donazione da rivolgersi a donatori effettivi o potenziali, lettere e kit di ringraziamento ai donatori, lettere di invito alla donazione, ecc.;
  8. effettua ricerche sui dati di potenziali donatori, siano essi persone, imprese o fondazioni, individuati dai consiglieri di amministrazione, dal personale retribuito o volontario, oppure in virtù di donazioni da essi effettuate in passato per altre organizzazioni o per altre attività simili;
  9. si tiene aggiornato sui programmi, sulle pratiche e sulle procedure di fundraising e di relazioni pubbliche utilizzati nel settore non profit ed informa il Consiglio direttivo, i volontari ed altri leader, delle innovazioni che potrebbero rivelarsi di utilità e di interesse per l’organizzazione non profit;
  10. prepara e implementa i piani di azione dettagliati per tutti i programmi di fundraising e di relazioni con la comunità di riferimento, compreso il relativo budget;
  11. lavora con i gruppi di supporto volontari (ad esempio “gli amici di…”) nell’analisi dei programmi di fundraising e nella pianificazione delle attività future;
  12. lavora con il personale retribuito e volontario per garantire che tutti i programmi di fundraising e di relazioni con la comunità di riferimento siano coerenti con la mission, con la filosofia e con i concetti alla base di ciascun programma e servizio;
  13. svolge attività di supervisione sul personale retribuito amministrativo dell’organizzazione non profit;
  14. svolge attività di supervisione sui volontari part-time che svolgono regolarmente mansioni di assistenza nella gestione dell’archivio e funzioni di aggiornamento/manutenzione, più altri volontari che lavorano a particolari progetti di fundraising o di pubbliche relazioni;
  15. svolge la funzione di coordinatore dei volontari, lavorando fianco a fianco con l’organo direttivo e con i gruppi impegnati nel fundraising e nelle relazioni con la comunità di riferimento, per coordinare le attività di promozione dell’organizzazione non profit;
  16. svolge la funzione di portavoce dell’organizzazione non profit e tiene i rapporti con la stampa.

Quali competenze deve avere?

Secondo il sito Digital Coach, il fundraiser deve possedere competenze nel campo della comunicazione e del marketing. Il professionista del fundraising deve avere una buona conoscenza dei mercati e di come reagisce la domanda rispetto ad un certo tipo di offerta. Deve saper analizzare i bilanci e deve poter intervenire a favore della propria struttura. Un’altra competenza fondamentale è la padronanza delle nuove tecnologie di comunicazione. In particolare, i fundraiser deve avere una particolare passione per il web, monitorando la reputazione della propria organizzazione ed entrando in contatto con i donatori. In caso di risorse economiche limitate, deve sfruttare a pieno le potenzialità della rete che permettono di migliorare le performance senza incidere pesantemente sui conti economici.

In Italia il numero delle donne straniere che ha subito una mutilazione genitale oscilla tra 60-80 mila. È la stima di un'indagine, riferita all'anno 2016, condotta dall'Università Bicocca di Milano. In Europa – in base al Rapporto Eige 2012 del Parlamento europeo – si stimano in totale 500 mila donne e ogni anno sono 180 mila le bambine a rischio e 30 milioni nei prossimi 10 anni in tutto il mondo. Numeri allarmanti dei quali si è parlato questa mattina a Roma in occasione di un confronto al Senato tra istituzioni, società civile e imprese.

Il fenomeno, benché illegale, non sembra arrestarsi e consiste nella rimozione parziale o totale dei genitali femminili esterni o altre lesioni agli organi genitali femminili per ragioni non mediche su bambine e ragazze di età inferiore a 15 anni. "La buona notizia – ha sottolineato Patrizia Farina, docente di Demografia all'Università di Milano Bicocca e coordinatrice dell'indagine sulle mutilazioni in Italia – è che nei Paesi dove si praticano le mutilazioni genitali femminili il fenomeno è in diminuzione. Le generazioni più giovani sono meno a rischio di quelle delle madri. La situazione sta quindi cambiando e da ciò si può dedurre che le azioni fatte in questi anni dai Paesi da cui la pratica ha origine hanno raggiunto buoni risultati. Il rischio c'è ancora, ma sicuramente è diminuito".

Ancora troppe donne sono favorevoli

Dall'indagine dell'Università Bicocca, fatta su un campione di 1.400 donne, emerge che per il 72,7% delle intervistate la pratica non dovrebbe continuare, per l'8,3% andrebbe medicalizzata, il 4,3% non ha un'opinione, l'1,2% si è rifiutato di rispondere, invece il 13,5% è convinto che debba continuare. "Questo 13,5% – ha detto ancora Farina – rappresenta ancora lo zoccolo duro, le risposte naturalmente variano in base al Paese di provenienza. La percentuale delle donne favorevoli alla pratica supera il 45% in Nigeria, il 34% nelle donne provenienti dal Burkina Faso. Scende invece notevolmente nelle donne che provengono dal Senegal (2,2%), dalla Somalia (2,5%) e dall'Egitto (4,5%).

Le percentuali di quelle che vorrebbero abolire la mutilazione genitale femminile – ha continuato Farina – salgono molto nelle donne che provengono dall'Eritrea (98,3%), dal Ghana (93,9%), dall'Etiopia (87,5%) e dal Camerun (87,5%). Per il 94,4% delle donne nate in Italia la pratica dovrebbe essere abolita, ma continua ad esserci una percentuale, seppur bassa, di chi vorrebbe medicalizzarla (4,2%)". L'indagine ha cercato di capire anche le motivazioni che sono alla base delle donne che ancora oggi si mostrano favorevoli.

Per il 17% di queste la mutilazione preserva la verginità, per il 15,8% è un modo per mantenere le tradizioni, per l'11,8% mostra migliori prospettive matrimoniali. Tra gli altri moti ci sono anche il riconoscimento sociale, motivi igienici, l'approvazione religiosa, un maggiore piacere per gli uomini e un modo per trasferire disciplina e valori. L'appuntamento è stato promosso da Fondazione 'L'Albero della Vita' a conclusione di CHAT (Changing Attitude. Fostering dialogue to prevent FGM), un progetto di sensibilizzazione e prevenzione per contrastare la pratica delle mutilazioni genitali femminili in Italia e in Europa.

Un fenomeno complesso che si intreccia con le migrazioni

"La scommessa dei diritti dei bambini non la si vince mai da soli – dichiara Ivano Abbruzzi, presidente della Fondazione 'L'Albero della Vita' – e questo è ancora più vero per un fenomeno così complesso come quello delle mutilazioni genitali femminili. Storia, religione, cultura di popolazioni si intrecciano con i fenomeni migratori che hanno investito l'Europa negli ultimi decenni e con le tematiche di interazione e integrazione culturale che viviamo con grande intensità. I risultati del progetto europeo confermano la necessità di intraprendere azioni condivise dai diversi attori coinvolti nella prevenzione del fenomeno".

Per Clara Caldera, vice presidente di End FGM European Network e membro di Aidos è necessario affrontare il problema "cercando di impegnarsi non solo per i Paesi africani, ma anche per tutti gli altri Stati in cui il fenomeno è diffuso, come ad esempio in Indonesia. Bisogna uscire da questa prospettiva e organizzare strategie di sensibilizzazione diverse in base a chi ci si rivolge. Sono necessarie azioni specifiche per tutte quelle bambine e ragazze nate in Europa ma che provengono da Paesi in cui la pratica è diffusa. Sicuramente queste giovani donne vivono la pratica in maniera completamente diversa e quindi è giusto utilizzare per loro strategie adeguate". 

Francesco Greco, all'epoca capo del pool reati economici della Procura di Milano, entra nell'ufficio dove il suo collega Luigi Orsi ha convocato Salvatore Ligresti. E' l'estate del 2012. 

"Ma io non ho sentito niente", dice Greco, pensando che l'interrogatorio sia in corso da un po'. "Ho già detto troppo", lo gela l'immobiliarista. In questo aneddoto, rimasto finora inedito, c'è tutto il carattere del personaggio, nato in una famiglia borghese della Sicilia degli anni '30 e diventato "mister 5%" negli anni '80 a Milano, scomparso martedì a 86 anni.

Ligresti e la giustizia, una relazione segnata da 3 arresti e lunga 30 anni, quasi quanto le fortune della famiglia originaria di Paternò. Quella fu una delle ultime volte che l'ingegnere salì al quarto piano del Tribunale di Milano, già anziano ed acciaccato, ma risoluto come sempre nel difendersi dalle 'curiosità' dei magistrati.

In quell'estate del 2012, l'uomo che ha disegnato col cemento il profilo di mezza città è nei guai per un aggiotaggio sui titoli della holding di casa, la Premafin. A questa accusa è legata anche la sua condanna più recente a 5 anni di carcere pronunciata dal Tribunale di Milano. L'epitaffio a un un lungo cammino giudiziario che si intreccia con la storia del Paese.  

Le inchieste nella Milano da bere

Alberghi, cliniche, palazzi. Nella città regno dell'amico Bettino Craxi guidata dalla giunta Psi-Pci, l'ascesa dei Ligresti è irresistibile fino al cataclisma di Mani Pulite. L'ingegnere siciliano viene arrestato il 16 luglio del 1992, quattro mesi dopo che è finito in carcere Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio, l'episodio che segna la  bandierina d'avvio di Tangentopoli.

E' proprio lui ad accusare il costruttore di avere pagato tangenti al Psi e alla Dc per ottenere appalti dalla Metropolitana Milanese  per una sua società. Per oltre 100 giorni, Ligresti tace, e solo il 25 novembre, così allo stremo da essere ricoverato, ottiene i domiciliari.

Un anno dopo, il 30 giugno del 1993 arriva un secondo mandato d'arresto. Questa volta gli viene contestato di avere versato mazzette al Psi e alla Dc per far avere alla Sai l'esclusiva per le polizze di assicurazione sulla vita dei 140 mila dipendenti dell'Eni.

Per questo capitolo, nel dicembre del 1996 viene condannato dalla Cassazione a due anni e quattro mesi assieme all'ormai ex segretario socialista Craxi (cinque anni e sei mesi). Ligresti non fa un giorno di prigione perché sconta la sua pena in libertà, con un affidamento in prova ai servizi sociali presso la Caritas ambrosiana. Ma la punizione più severa per lui è la perdita dei requisiti di onorabilità richiesti per ricoprire incarichi nella sue compagnie di assicurazione Premafin e Fonsai. Al suo posto subentrano i figli.        

Il papello 

Nonostante il sostegno delle banche, i conti del gruppo Ligresti franano. Nel 2012, Ligresti ha debiti di due miliardi di euro verso Mediobanca, Unicredit, Intesa e altri istituti di credito. L'immobiliarista campione del 'capitalismo di relazione' cerca una sponda estrema in Unipol ma l'operazione presenta sin da subito aspetti disperati e Mediobanca è costretta a chiedere alla famiglia un passo indietro.

Un passaggio di mano che porterà all'iscrizione nel registro degli indagati dell'ad di piazzetta Cuccia Alberto Nagel e dello stesso Savatore Ligresti per ostacolo ali organi di vigilanza. E' la vicenda del presunto 'papello', il patto segreto che avrebbe assicurato una buonuscita ai Ligresti di circa 45 milioni di euro per le quote Prenafin più una serie di benefit per l'ingegnere e i figli nell'ambito del piano di salvataggio. Nel 2015, su richiesta della stessa Procura, l'indagine viene archiviata. 

Il giorno più buio 

Il 17 luglio del 2013 Salvatore Ligresti viene svegliato all'alba dalla Guardia di Finanza, con tutti i riguardi per i suoi 81 anni. Ma è il giorno più triste della vita da imprenditore perché questa volta non c'è più un orizzonte data l'età e il declino delle sue società. E in più in galera finiscono tutti i suoi figli: Giulia, Jonella e Paolo. Un'intera dinastia annichilita dalla Procura di Torino che mette ai domiciliari Salvatore con l'accusa di avere truccato i bilanci, dilapidato a vantaggio proprio e della sua famiglia i beni dell'azienda, ingannato mercati e risparmiatori. L'inchiesta corre parallela a quella di Milano sui fallimenti societari. Dalle carte torinesi sbuca anche una telefonata che costringerà alle dimissioni il Ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri (mai indagata) per un suo presunto interessamento alle vicende giudiziarie dei Ligresti espresso a Gabriella Fragni, compagna del capostipite.

 

Omicidio, lesioni in merito e disastro colposo: sono le accuse mosse nei confronti dell'attuale presidente della Regione Abruzzo, Luciano D'Alfonso, e gli ex presidenti Ottaviano Del Turco e Gianni Chiodi, per la tragedia dell'hotel Rigopiano dove, nel gennaio 2017, una valanga travolse e distrusse l'albergo provocando 29 vittime.

L'inchiesta si allarga

I provvedimenti sono conseguenza di un allargamento dell'inchiesta sulle responsabilità del disastro. A tutti i nuovi indagati  – spiega il Fatto Quotidiano – il procuratore Massimiliano Serpi e il sostituto Andrea Papalia contestano proprio la mancata realizzazione della Carta di localizzazione dei pericoli da valanga, che – sostiene l’accusa – è stata decisiva nella costruzione dell’hotel di lusso in quel punto. Già nel 1999 fu lanciato il primo di una lunga serie di allarmi sul pericolo della zona, senza che venisse mai redatta la “carta valanghe”.


Che cosa è la carta valanga

La giunta regionale abruzzese avrebbe dovuto stanziare dei fondi per la carta valanga. Si tratta di una documentazione – obbligatoria dal 1992 – che individua le aree in cui il rischio di valanghe dovrebbe vietare la costruzione di edifici o comunque la loro frequentazione durante l'inverno. Solo il 1 febbraio 2017 (12 giorni dopo la tragedia di Rigopiano) sono stati trovati i soldi per metterla a punto. La società che ha costruito l'hotel, la Del Rosso Srl, avrebbe, in teoria, anche la possibilità di chiedere danni alla Regione, che era tenuta a segnalare la pericolosità del sito fin dal 1992, sostiene il legale dell'impresa.


Assieme ai vertici politici regionali, sono indagati anche gli assessori con le deleghe alla Protezione civile dalla giunta Del Turco in poi, ossia dal 2007 ad oggi, cioè Tommmaso Ginoble, Daniela Stati, Gianfranco Giuliante e Mario Mazzocca, oltre ai funzionari regionali.

Gli altri indagati 

Le prime indagini della Procura hanno portato all'iscrizione sul registro degli indagati tra gli altri l'ex prefetto Francesco Provolo e il presidente della Provincia Antonio Di Marco. Questo ulteriore sviluppo delle indagini  – si legge su La Repubblica – ha portato all'iscrizione sul registro degli indagati dei vertici politici regionali e degli assessori con le deleghe alla protezione civile dalla giunta Del Turco in poi, ossia dal 2007 ad oggi, cioè Tommmaso Ginoble, Daniela Stati, Gianfranco Giuliante e Mario Mazzocca.

La tragedia 

Mancano pochi minuti alle 17 di mercoledì 18 gennaio 2017 quando una valanga di neve e detriti si stacca dal Monte Siella e travolge l'hotel Rigopiano, a Farindola, un resort di lusso con spa a 1200 metri sul versante pescarese del Gran Sasso. Un impatto devastante che svelle l'intera struttura, la trascina e la sposta 10 metri più a valle.

Solo alle 19 i primi soccorsi si mettono in moto e, dopo molte ore e dopo aver affrontato la tormenta e scalato muri di neve, la colonna dei soccorritori arriva nella zona. I primi sono gli uomini del soccorso alpino del Cai e della Guardia di finanza, che raggiungono il resort sugli sci nella notte e salvano Giampiero Parete e Fabio Salzetta, che erano fuori dall'hotel in stato di ipotermia. Alla fine delle 40 persone presenti nell'albergo (28 ospiti, di cui 4 bambini, e 12 dipendenti): 29 perderanno la vita, solo in 11 sopravviveranno.

"La sindaca Virginia Raggi mi ha sollecitato all'utilizzo delle pecore, degli animali, come tosaerba. Un modo semplice adottato già in grandi città come Berlino che è semplice e interessante”. L’annuncio, in diretta su Facebook, è stato fatto dall’assessore comunale all’Ambiente di Roma, Pinuccia Montanari.

Ma a cosa si riferisce esattamente il Sindaco citando la capitale tedesca? Probabilmente alla misura introdotta all’interno del Schlosspark, raccontata qui da Bild con una certa ironia, e che riguarda l’arrivo di 40 pecore all’interno di uno dei parchi più suggestivi: “Le nuove cittadine berlinesi, da maggio fino a novembre, avranno un contratto di locazione con pensione completa: una riserva di erba di prima qualità e la possibilità di usare la formula “all you can eat”.  

Costano meno e rispettano la natura

Se il lavoro del tosaerba può apparire più preciso e accurato, quello delle pecore conferisce al parco un aspetto più vicino a quello che avrebbe senza l’intervento dell’uomo. Le pecore assunte appartengono alla specie Gotland: sono originarie del nord Europa, hanno una folta vello e una particolare resistenza alla fatica. Il loro pastore, Björn Hogge, 59 anni, proprietario di una fattoria nei dintorni di Berlino, le descrive come curiose e dal carattere forte e autoritario. Alla famiglia appartiene anche un cane, Julie, che avrà il compito di controllare lo svolgimento del lavoro.

Quella tedesca non è una misura così originale e innovativa. In Francia, ad esempio, il comune di Saint-Quentin-Fallavier ha stretto una collaborazione con l'associazione Naturama per ripulire l'area verde abbandonata attorno alla prigione del paese e, contemporaneamente, per sensibilizzare l’opinione pubblica sull'estinzione di una particolare specie di pecora.

La grigliata “berlinese”

Questa, però, non è l’unica notizia che ha coinvolto questi animali e i parchi di Berlino. La polizia della città tedesca, sui suoi canali social, ha pubblicato la notizia di una chiamata, ricevuta il 7 maggio intorno alle 13.30, che denunciava “persone che stanno arrostendo delle pecore intere, senza pelle, vicino alla loro auto”. Una maxi grigliata di 12 esemplari, all’interno del Volkspark Friedrichshain, organizzata senza autorizzazione e senza misure di sicurezza da parte di un gruppo di oltre 150 persone che si sono giustificate così: “stiamo celebrando la Pasqua”. Di certo, non si vedranno, speriamo, scene del genere a Roma. 

Sabato 19 maggio per la Notte del Musei sarà aperta anche la Casa Museo Accademia Musumeci Greco, a due passi dal Pantheon, la sala di scherma più antica del mondo e l’unico museo al mondo in cui si svolge regolarmente attività sportiva.

Il maestro Renzo Musumeci Greco racconterà la storia dell’Accademia e della sua collaborazione con Cinema e Teatro e mostrerà i più interessanti pezzi in esposizione, insieme con Novella Calligaris. Interverrano attori-allievi dell'Accademia come Alessio Boni, Pino Quartullo, Francesco Meoni, mentre il soprano Virna Sforza canterà arie da opere caratterizzate da duelli.

Ci saranno inoltre spettacolari assalti fra schermidori normodotati e l'azzurro paralimpico Pietro Miele, reduce dai Campionati del Mondo, per valorizzare l’attività sociale dell’Accademia con il progetto Scherma Senza Limiti, realizzato pro bono in collaborazione con scuole, ospedali e onlus romani grazie al sostegno della fondazione Terzo Pilastro.

Saranno inoltre proiettate scene dei più famosi film di Cappa&Spada, con le stelle del cinema internazionale addestrate dal Maestro Enzo Musumeci Greco. L'Accademia si trova in via del Seminario 187 (Apertura al pubblico dalle 21,00 alle 24,00. Si entrerà a gruppi di 40 persone per visite di 30 minuti)

Manifesti giganti con l’immagine in bianco e nero di un pancione di una donna in gravidanza inoltrata campeggiano da qualche giorno in via Salaria, a Roma. Sotto la foto, uno slogan shock: “L’aborto è la prima causa di femminicidio nel mondo”. E poi l’hashtag per condividerlo sui social: #stopaborto. L’iniziativa ha suscitato moltissime polemiche e ora, una parte del Web, associazioni di femministe, dem, Sinistra per Roma e Cgil fanno appello al sindaco Virginia Raggi per la rimozione dei manifesti.

Chi è CitizenGO e perché parla ora

Dietro la campagna c’è CitizenGO, associazione spagnola di estremisti prolife già autrice di altri manifesti contro le unioni civili. Il tempismo non è casuale: sabato l’associazione terrà proprio a Roma una Marcia per la Vita. La prossima settimana, invece, ricorrerà il quarantesimo anniversario dall’approvazione della legge 194 che permette alle donne di interrompere la gravidanza fino al terzo mese per motivi personali e fino al quinto in caso di patologie del bambino. Negli stessi giorni, inoltre, i cattolicissimi irlandesi saranno chiamati alle urne per votare il referendum che modifica l’attuale legge sull’aborto che consente l’interruzione di gravidanza solo in caso di rischio di morte per la mamma.

Cosa sostiene l’associazione

“Negli ultimi anni le istituzioni hanno denunciato con sempre maggior forza il fenomeno dei femminicidi e della violenza sulle donne, – spiega Filippo Savarese, direttore delle Campagne di CitizenGO Italia – ma ci si dimentica di dire che la prima causa di morte per milioni di bambine (così come di bambini) nel mondo è l'aborto, che provoca anche gravissime conseguenze psicologiche e fisiche per le donne che lo praticano”.

In un post su Facebook, l’associazione spiega che le vittime sono sia i feti mai nati che le loro mamme. I primi perché “in gran parte del mondo è utilizzato come metodo di soppressione mirata delle donne, nel silenzio del femminismo radical-chic”. I secondi perché “le stesse donne che lo praticano, o meglio che lo subiscono, sono anch'esse 'uccise' nella loro intimità psichica e fisica. Più passano gli anni e più le ricerche scientifiche rendono nota l'entità drammatica dei traumi post-abortivi”.

Poi la stoccata alla legge sull’aborto: “Dopo 40 anni dobbiamo certificare il fallimento totale della Legge 194, che avrebbe dovuto aiutare le donne nella gravidanza e tutelare la maternità, e invece combatte la maternità, incentiva l'aborto e lascia dietro di sé milioni di bimbi soppressi e milioni di donne ferite”.

Da lunedì mattina il post ha finora generato oltre 1.300 commenti perlopiù contrari cui CitizenGO ha replicato così: “Tutti quelli che nelle ultime ore hanno potuto ricoprirci di insulti e offese, possono farlo perché non sono stati abortiti. Grazie per essere, anche nella vostra volgarità, la prova concreta che abbiamo ragione”. Intanto l’associazione Rebel Network, che si è fatta promotrice tra altre dell’appello alla Raggi per la rimozione dei manifesti, ha lanciato una contro-campagna via social in cui, utilizzando la stessa foto, afferma che “Il patriarcato è la prima causa di femminicidio nel mondo” con tanto di hashtag #stopmedioevo.

È davvero la prima causa di femminicidio?

Wired ha fatto due calcoli e la risposta è no. Ci sono Paesi come l’India e la Cina, che dopo oltre 30 anni ha abolito la politica del figlio unico, in cui gli aborti selettivi sono stati o sono tutt’ora un dramma sociale. La preferenza verso il figlio maschio è secolare e ha ‘motivazioni’ culturali e – a loro occhi – pratiche: se posso avere un solo figlio allora è meglio che sia maschio così mi aiuterà nei campi e non andrà va di casa. Ma la Cina e l’India non sono tutto il mondo, e accostare concetti come l’aborto e il femminicidio considerando come vittime sia i feti che le mamme significa fare di tutta l’erba un fascio.

“Anzitutto va detto che la morte di una donna in seguito a un’interruzione di gravidanza non è – ovviamente – conteggiata tra i casi di femminicidio, a parte semmai quei rari casi in cui l’aborto fa da motivo scatenante per un omicidio volontario o preterintenzionale”, osserva Wired. “Accostare il termine femminicidio con l’aborto, in altri termini, significa confondere una gravissima forma di prevaricazione subita da una donna con una libertà che l’ordinamento giuridico italiano riconosce da quattro decennni”. Non solo: l’associazione ha detto che “considera come femminicidi anche le donne “uccise nella loro intimità psichica e fisica“, ossia include (non si sa secondo quali dati, visto che il tema è scientificamente controverso) anche tutte coloro che hanno sofferto di “traumi post-abortivi” non meglio specificati”.

Quanti sono i decessi per aborto?

In Italia si praticano ogni anno tra le 80mila e le 90mila interruzioni di gravidanza. Un numero in calo rispetto alle 100mila nel 2012, e il trend è di progressiva diminuzione. Secondo queste cifre presto si registrerà meno di una morte all’anno dovuta a complicanze. Ogni anno nel mondo perdono la vita in seguito all’interruzione di gravidanza circa 70mila donne (68mila secondo il National Institute of Health), a cui si aggiungono quasi 5 milioni di donne che sviluppano disabilità temporanee o permanenti.

Numeri così raccapriccianti trovano però spiegazione nelle angoscianti pratiche degli aborti clandestini eseguiti con tecniche frettolose o obsolete e in quelli praticati da personale non adeguatamente preparato, a cui sono da imputare la quasi totalità degli eventi avversi. “Anche in questo caso – osserva Wired – la tesi di Citizen Go non regge, poiché non si può certo far rientrare nel dibattito sulla legge sull’aborto in Italia la questione delle operazioni chirurgiche fuorilegge, nonostante in taluni casi siano effettivamente associate a forme di abuso di genere”. Si stima che “globalmente quasi la metà degli aborti (20 milioni su 42 milioni all’anno) sia praticata senza le condizioni minime di sicurezza sanitaria, ma si tratta di una questione totalmente diversa rispetto alla legge 194”.

Gli abbagli di CitizenGO

Su cosa prendono un abbaglio i fondamentalisti di CitizenGO? Se lo è chiesta su il Fatto Quotidiano Monica Lanfranco, giornalista, femminista e formatrice su temi della diversità di genere. L’errore più grande dell’associazione sta nella cura proposta: “Non è certo attaccando una legge che ha funzionato come deterrente alla piaga dell’aborto clandestino (quello sì, causa di morte per le donne in Italia che vi si sottoponevano prima della 194) che si migliora la vita delle bambine e delle donne”.

La cura contro la sparizione di oltre 63 milioni di bambine “non è l’abolizione di una legge che riconosce l’autodeterminazione delle donne, bensì l’attivazione di campagne sociali, economiche e culturali per cambiare la mentalità collettiva: non a caso le Ong attive nei paesi dove vige l’aborto selettivo o l’infanticidio femminile lavorano con pratiche di valorizzazione delle bambine presso le famiglie e le donne in attesa”. Come? “Si costruiscono scuole dove le bambine possano studiare, si aprono progetti di microcredito per le madri. Si portano in dono alberi da frutta e animali da latte, come a dire che la nascita di una bambina non è l’arrivo soltanto di una bocca da sfamare, ma una ricchezza. Lo sanno tutto questo gli aggressivi promoter di Citizengo?”

La risposta del Campidoglio

Intanto, riporta Repubblica, il Campidoglio M5S fa sapere che "il messaggio è stato affisso in impianti che non sono nella diretta gestione di Roma Capitale. A quanto si apprende dalle prime verifiche, tuttora in corso da parte della Polizia Locale, alcune copie sono apposte su impianti in concessione a privati, altre in spazi del circuito Spqr gestiti da privati in affidamento. In entrambi i casi l'affissione non è soggetta ad un'autorizzazione da parte del Comune". Poi, dopo aver spiegato di aver le mani legate, è arrivata la condanna della giunta grillina: "È brutale accomunare il tema del femminicidio a quello dell’aborto che è regolato per legge. Temi così delicati meritano una particolare attenzione e sensibilità e non possono ridursi a slogan. Il rispetto delle donne consiste anche nell’evitare strumentalizzazioni mediatiche".

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