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La Polizia di Stato di Pordenone sta eseguendo arresti e perquisizioni, nei confronti dei componenti, tutti giovani richiedenti asilo, di un pericoloso gruppo criminale dedito allo spaccio di eroina, cocaina ed hashish nel centro della città e a ridosso dei parchi. Le indagini dei poliziotti della squadra mobile e coordinate dal Servizio Centrale Operativo hanno accertato centinaia e centinaia di episodi di spaccio in pieno giorno e nelle centralissime piazze cittadine, droga ceduta anche a giovanissimi assuntori.

I provvedimenti restrittivi, disposti dall’autorità giudiziaria pordenonese, sono a carico di cittadini pakistani, un bengalese, e altri due provvedimenti cautelari riguardano un nigeriano ed una ragazza italiana. Gli indagati, alcuni gravati da precedenti specifici, tutti disoccupati e traenti il necessario per le loro esigenze di vita, esclusivamente dallo spaccio di stupefacenti, avevano altresì due canali di rifornimento di eroina e cocaina “fidelizzati”, a Milano e Venezia-Mestre. Decine di migliaia di euro gli introiti che il gruppo criminale si assicurava dallo spaccio della droga. 

Un albero è caduto la notte scorsa all’altezza del civico 11 in via dei Tizii, nel quartiere San Lorenzo a Roma, provocando danni a tre auto in sosta e ad un balcone al primo piano. Nessun ferito. Sul posto sono intervenuti i Carabinieri della Stazione di Roma San Lorenzo, la Polizia locale e i vigili del fuoco. 

I rinvii, le proroghe, le autocertificazioni sono finite: domenica era l’ultimo giorno per mettersi in regola con i vaccini obbligatori, portando il certificato vaccinale a scuola, altrimenti domani, al suono della campanella, i bambini da 0 a 6 anni rimasti con la sola autocertificazione rimarranno fuori dall’aula, finché non saranno in regola.

La legge Lorenzin, che prevede dieci vaccini obbligatori e, appunto, l’esclusione dalla scuola dell’infanzia per i bambini non in regola (per quelli di elementari e medie invece scattano le multe ai genitori) diventa dunque pienamente operativa, dopo una serie di rinvii, ultimo proprio quello del Milleproroghe che spostava la scadenza dal settembre 2018 al 10 marzo 2019, per evitare il caos alla riapertura delle scuole dopo le vacanze, anche alla luce del fatto che l’anagrafe vaccinale, uno dei capisaldi della legge Lorenzin che consentirebbe di avere un quadro preciso di quanti bambini sono vaccinati, ancora non è pronta.

Ma ormai il tempo è scaduto, ed è esclusa l’ipotesi di una nuova dilazione, malgrado l’uscita a sorpresa del ministro dell’Interno Matteo Salvini, che mercoledì scorso aveva lanciato un appello alla collega Giulia Grillo, titolare della Salute: sarebbe opportuno, scriveva il vicepremier, “evitare traumi ai più piccoli” e pertanto bisogna “prevedere il differimento degli obblighi in scadenza al 10 marzo contenuti nella legge Lorenzin”.

La risposta della ministra, seppure felpata, è stata di fatto un secco no: obiettivo comune è superare la legge Lorenzin, spiegava Grillo, ma non con un decreto urgente: se la vedrà il Parlamento, dove in Commissione Sanità del Senato giace da mesi la proposta di legge M5s-Lega che prevede l’obbligo “flessibile”, ossia stabilito vaccino per vaccino sulla scorta dei dati epidemiologici.

In attesa della nuova legge (la presentazione degli emendamenti scade in questi giorni, poi dovrà andare in aula e infine passare alla Camera: tempi non brevissimi insomma) vale la norma firmata dalla ministra Lorenzin, forte anche del sostegno della grandissima parte del mondo medico-scientifico, nonché dei presidi, che anche nel giorno dello scambio di battute Salvini-Grillo hanno ribadito chiaramente che “è vero che bisogna tener conto delle esigenze di tutti – afferma il presidente dell’Associazione nazionale presidi, Antonello Giannelli – ma non ci si può dimenticare dei bambini più deboli e con problemi di salute che non si possono difendere e soprattutto non hanno scelta. Non ci possono essere bambini di serie A e di serie B. Le leggi devono essere rispettate. Quella sui vaccini è una legge e non può essere soggetta a continui differimenti”.

Cosa succederà lunedì 11 marzo 

Perché il problema, che i medici continuano a sollevare, è che basta un solo bambino non vaccinato in una classe per far venire meno “l’immunità di gregge”, cioè la protezione indiretta per coloro che, per gravi problemi di salute, non possono vaccinarsi. Come nel caso del bambino di Roma immunodepresso affetto da leucemia che per alcuni giorni è stato costretto a saltare le lezioni Perché alcuni compagni non erano vaccinati.

Tutti, salvo appunto casi eccezionali come questo, dovranno dunque dimostrare di essere coperti dalle dieci vaccinazioni obbligatorie a norma di legge: anti-poliomelitica, anti-difterica, anti-tetanica, anti-epatite B, anti-pertosse, anti Haemophilusinfluenzae tipo B, anti-morbillo, anti-rosolia, anti-parotite, anti-varicella.

Ma lunedì 11 marzo, nel concreto, cosa succederà? Intanto non sono noti i numeri esatti, in assenza per l’appunto di un’anagrafe vaccinale centrale, ma i dati dalle Regioni e gli stessi medici dicono che ormai i bambini non in regola dovrebbero essere pochissimi, probabilmente appena poche centinaia (o anche meno) in tutta Italia.

Per loro scatterà l’esclusione dalla scuola, che però è a tempo: basterà ai genitori provvedere a far vaccinare i figli e produrre il relativo certificato per garantire di nuovo la frequenza scolastica dei loro bambini. Per la fascia di età da 6 a 16 anni, invece, scatteranno le multe ai genitori: da 100 a 500 euro. In questi mesi sono stati scoperti alcuni episodi di falsificazione delle autocertificazioni, con tanto, in alcuni casi, di pubblicazione via Facebook dell'”impresa”, costata ovviamente una denuncia agli autori.

È prevedibile che lo zoccolo duro ‘No-vax’, che intanto non manca di seguire gli spettacoli di Beppe Grillo in giro per l’Italia per prodursi in rumorose contestazioni, non cederà, e come già successo a settembre potremmo attenderci nuovi casi di Carabinieri chiamati dalle scuole, ma anche dagli stessi genitori i cui figli sono stati respinti.

Non poteva accettare di essere stata lasciata e ha covato per un anno e oltre la vendetta”. Ha spiegato così le motivazioni dell’omicidio dell’albanese 42enne Astrit Lamaj, il procuratore capo di Monza, Maria Luisa Zanetti parlando della mandante, una donna di 64 anni siciliana ma residente a Genova.

Un ‘cold case’, rimasto irrisolto per cinque anni, dal 15 gennaio del 2013, anno della sparizione, fino all’autunno scorso, quando le ossa della vittima sono state ritrovate.

Erano in un pozzo artesiano di una villa in ristrutturazione a Senago, in Brianza.

I carabinieri sono arrivati a trovarle grazie alle dichiarazioni di un pentito di mafia, in Sicilia: un’indagine più ampia della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta, che ha consentito di risolvere anche questo caso collaterale.

Esecuzione spietata

Proprio nel capoluogo ligure la vittima e la mandante dell’omicidio, si erano incontrati e avevano avuto una relazione. Ma lui l’avrebbe poi lasciata e avrebbe sottratto anche dei gioielli dal negozio di sua proprietà.

Un episodio simile a un altro emerso nella vita della 64enne due anni prima.

Nel 2010 – stando a quanto ricostruito dagli investigatori dei carabinieri di Monza, Enna e Genova – la donna aveva comandato di picchiare un suo ex per averla lasciata e per averle rubato dei preziosi.

Il pestaggio che era stato eseguito con brutalità ma non era arrivato alla spietatezza con cui si è vendicata nei confronti dell’albanese. Dell’episodio gli investigatori hanno trovato le prove: un referto in pronto soccorso.

Oltre un anno di premeditazione, il consenso del boss di Riesi, paese di origine della donna in provincia di Caltanissetta, e un commando composto da sei persone per finire la vittima.

Il 42enne fu attirato con una scusa a Muggiò, in provincia di Monza: avrebbe dovuto comprare una partita di droga. Ma giunto da Genova in Brianza venne ucciso brutalmente: accerchiato, preso a botte in testa, immobilizzato da più uomini, e soffocato con un nastro di nylon.

Chi lo ha ucciso però sapeva che sarebbe stato facile sbarazzarsi del cadavere: alcuni degli esecutori stavano infatti effettuando dei lavori di ristrutturazione nella villa di Senago, sapevano dell’esistenza del pozzo e avevano il telecomando per entrare nella proprietà attraverso un cancello.

Dopo averlo trasportato in auto in un garage lo hanno quindi calato nella cavità per poi coprirla con dei calcinacci.

Si tratta di emissari della mafia nissena – Riesi ha un suo mandamento capitanato dalla famiglia Cammarata – in Brianza, pratici del territorio e con tutta probabilità pagati per portare a termine l’esecuzione.

Una freddezza incredibile

Un ambiente, quello dei killer, che gli inquirenti sanno essere contiguo a Cosa Nostra anche se non direttamente legato: due dei fermati hanno precedenti per associazione a delinquere di stampo mafioso.

La donna, commerciante d’oro e pietre, non è invece pregiudicata ma gode di “un potere e conoscenze nel suo comune d’origine nonostante abiti da 30 anni a Genova”. In queste ore è arrivato il fermo per 4 persone, l’indagine per altre 3, visto il “concreto pericolo di fuga” dei presunti colpevoli, accusati di omicidio premeditato e distruzione di cadavere. Uno degli indagati ha partecipato soltanto all’occultamento.

Incredibile secondo il procuratore Zanetti la freddezza con la quale la donna si era comportata in questi anni: “Nonostante conoscesse il fratello della vittima che non si era mai arreso alla scomparsa e continuava a cercare il congiunto non si è mai fatta sfuggire una parola”.

Rispetto all’anno pre-crisi, segnala l’Ufficio studi della Cgia, le famiglie italiane spendono meno. E preferiscono farlo nei centri commerciali piuttosto che nei piccoli. Se nel 2007 le uscite mensili medie erano pari a 2.649 euro, 10 anni dopo, sebbene dal 2013 sia in corso una lenta ripresa, la soglia si è attestata a 2.564 euro (-3%, pari in valore assoluto a -85 euro). Se al Nord (-47 euro) e al Centro (-75) le contrazioni registrate sono al di sotto della media nazionale, preoccupa, invece, la situazione del Sud, dove negli ultimi 10 anni la spesa delle famiglie e’ crollata di 170 euro (-7,7%). Era pari a 2.212 euro nel 2007 ed è scesa a 2.042 euro un decennio dopo.

Il calo dei consumi ha provocato effetti molto negativi anche sui fatturati delle piccole attività commerciali e artigianali. “I negozi di prossimità e le botteghe artigiane – afferma il coordinatore dell’Ufficio studi, Paolo Zabeo – vivono quasi esclusivamente dei consumi delle famiglie e sebbene negli ultimi anni i consumi siano tornati lentamente a salire, i benefici di questa ripresa hanno interessato quasi esclusivamente la grande distribuzione organizzata. Dal 2007 al 2018, ad esempio, il valore delle vendite al dettaglio nell’artigianato e i nei piccoli negozi di vicinato è crollato del 14,5%; nella grande distribuzione, invece, è aumentato del 6,5%”.

E ha continuato: “Nonostante la diffusione sempre più massiccia dell’e-commerce, questo trend è proseguito anche nel 2018: mentre nei supermercati, nei discount e nei grandi magazzini le vendite sono aumentate dello 0,9%, nei piccoli negozi la diminuzione è stata dell’ 1,3”. 

Un uomo è stato ucciso, la scorsa notte, in pieno centro a Crotone. Secondo i primi riscontri, la vittima sarebbe Stefano D’Arca, crotonese, già noto alle forze dell’ordine. L’omicidio è avvenuto nella zona dei portici, nei pressi di un esercizio commerciale.

La Polizia, che conduce le indagini, ha ricostruito in poco tempo la dinamica ed ha fermato due persone con l’accusa di omicidio. Si tratterebbe di due persone legate tra loro da vincoli di parentela. I due avrebbero sparato dopo avere sorpreso D’Arca mentre danneggiava la vetrina di un locale. Le persone coinvolte sono, comunque, in Questura, sottoposte ad un lungo interrogatorio che possa permettere di ricostruire la dinamica dei fatti.
 

Lo sancisce l’articolo 36 della Convenzione di Istanbul, un documento che l’Italia ha approvato con voto pressoché unanime entrando in vigore il 2 luglio 2013: “I responsabili di atti sessuali non consensuali con penetrazione vanno perseguiti penalmente”. Cinque anni e mezzo dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale di quella legge, però, il nostro Paese continua a non avere una normativa adeguata a soddisfare quanto sottoscritto.

Il problema, denuncia Amnesty International, è proprio l’assenza del “consenso” tra le condizioni previste dal codice penale italiano che invece considera altre tre situazioni per parlare di violenze sessuali: la violenza, la minaccia e l’abuso di autorità. “I trattati internazionali si ratificano per attuarli, non per bellezza”, l’affondo del portavoce nazionale Riccardo Nuri.

Consenso: il termine attorno cui ruota l’intera questione

Il documento di Istanbul, chiamato ufficialmente “Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica”, risale all’11 maggio 2011. All’Agi Nuri spiega che il testo “prevede che laddove non vi sia consenso esplicito il rapporto sessuale sia da considerarsi stupro”. Ma che cosa s’intende per consenso esplicito? “Un’espressione di accordo e consenso che deve precedere in maniera manifesta e evidente ogni relazione sessuale”, chiarisce Nuri.

Parlare di consenso è importante perché, in alcuni casi di violenza, può capitare che la persona offesa si protegga “con uno stato di alienazione”. Situazioni in cui chi subisce l’atto non oppone resistenza; se non vengono ravvisati neppure segni di violenza, quell’episodio rischia di essere impunito. Cosa che può capitare anche all’interno delle mura domestiche, come rivelato da una ricerca dell’Istat del 2015: “Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner”, osservava l’istituto di statistica.

“È ora di adeguarsi, c’è il rischio di stupratori impuniti”

Come detto, il codice penale italiano, che tratta le violenze sessuali negli articoli 609-bis e seguenti, parla di “compiere o subire atti sessuali con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità”. Le pene previste vanno da 5 a 10 anni, ma sono diminuite “fino a due terzi in caso di forme meno gravi di violenza”. Dell’assenza di consenso non c’è traccia.

“Chiediamo che l’Italia modernizzi la normativa in materia di stupro per tre ragioni – prosegue Nuri – Innanzitutto perché quella attuale rischia di farsi sfuggire casi gravi, di lasciare stupratori impuniti. In secondo luogo perché siamo di fronte a un obbligo giuridico, cioè la convenzione di Istanbul; e poi perché la giurisprudenza, con alcune sentenze negli ultimi anni, ha dimostrato la necessità di aggiornare la legislazione”.

“Quando ti fanno pressioni in tribunale è come riprovare tutto di nuovo. Alla fine ti senti ancora peggio perché pensi che sia stata tu ad aver fatto qualcosa di male”.
Denunciare lo #stupro in #Danimarca è estremamente difficile, qui il nostro report:https://t.co/Cv2xBbCc2i

— Amnesty Italia (@amnestyitalia)
5 marzo 2019

“Il diritto sta evolvendo grazie alla giurisprudenza e non alla legislazione – spiega Nuri – Occorrono strumenti di legge”.

L’Italia non è però l’unico Paese ad aver ratificato la Convenzione di Istanbul senza però aver poi adottato gli opportuni passi legislativi: “Soltanto in 8 definiscono lo stupro sulla base dell’assenza di consenso”. Sono Irlanda, Inghilterra e Galles (che hanno un’unica giurisdizione), Scozia, Irlanda del Nord, Belgio, Cipro, Germania, Svezia e Lussemburgo. Tra gli assenti c’è anche la Danimarca che, stando ad Amnesty, avrebbe un particolare problema con gli stupri.

Il caso danese: il governo promette di modificare la legge

La denuncia, in questo caso, arriva da un rapporto appena pubblicato e intitolato “La terrificante cultura dello stupro in Danimarca”. Non soltanto manca “l’assenza di consenso” come condizione per parlare di stupro; Copenaghen avrebbe anche a che fare con enormi difficoltà a perseguire e condannare gli aggressori: “Per il ministero della Giustizia – si legge – nel 2017 sono state stuprate o soggette a un tentato stupro 5.100 donne” (secondo la University of Southern Denmark sarebbero cinque volte di più, 24 mila). In ogni caso, soltanto in “890 si sono presentate alla polizia: le denunce, 535, hanno portato ad appena 94 a condanne”.

Dal rapporto sulla Danimarca emerge anche che le vittime di stupro trovino “immensamente traumatizzanti la denuncia e le sue conseguenze, in particolare per via di domande inappropriate, indagini inadeguate e scarsa comunicazione”. La paura, raccontano le 18 testimoni sentite da Amnesty, è quella “di non essere credute o addirittura venire incolpate e svergognata dalla polizia e dai funzionari della giustizia”. Accuse gravi, che hanno convinto il ministro della Giustizia danese Søren Pape Poulsen a promettere l’impegno del governo a rivedere la legge sullo stupro prendendo in considerazione il tema del consenso.

Tre stupratori italiani, latitanti nella Repubblica Dominicana, sono stati arrestati dalla Polizia e rientreranno in Italia grazie ad un’operazione condotta dagli agenti del Servizio centrale operativo, della Squadra mobile di Brescia e del Servizio per la cooperazione internazionale di polizia, con la collaborazione della polizia locale.

Il viaggio nella Repubblica Dominicana ha consentito ai poliziotti italiani di catturare anche altri due latitanti destinatari di condanne per reati contro il patrimonio.

Gli arresti rientrano nel progetto “Wanted 3”, promosso dalla Direzione centrale anticrimine per rintracciare latitati sia in Italia che all’estero

Chi sono gli arrestati

Salvatore Buonanno, 42 anni, di Caserta, era ricercato dal 2014 per una condanna a 8 anni e 6 mesi di reclusione per lesioni personali, violenza sessuale e violenza sessuale di gruppo in concorso, commessi nella sua provincia. L’uomo, che gestiva una pizzeria nella città di Santiago, è stato catturato per strada a Costanza, a circa 30 Km da Santo Domingo, senza opporre alcuna resistenza: probabilmente era convinto che la Polizia italiana non l’avrebbe cercato fin là.

Lucio Galli, 72 anni, di Brescia, ricercato dal 2014 perché deve espiare una pena di 8 anni e 10 mesi di reclusione per reati sessuali su minori, è stato catturato in località Valle Verde a La Romana. L’indagine è stata coordinata dalla procura di Brescia e il latitante è stato rintracciato grazie ad una donna dominicana che aveva ricevuto una somma di denaro proveniente dall’Italia per cinti di Galli. Nonostante le disponibilità economiche, Galli conduceva uno stile di vita molto riservato, cambiando spesso casa e affittando appartamenti in zone degradate per non dare nell’occhio e accompagnandosi sempre con giovani donne.

Massimo Ferrari, 53 anni, di Milano, ricercato dal 2017 per una condanna a 6 anni e 6 mesi di reclusione per violenza sessuale, è stato catturato per strada, in Plaza Milano di Las Terrenas, nei pressi della pizzeria dove lavorava. Decisive per i poliziotti italiani le analisi sui social network usati dall’uomo che ha anche precedenti per rapina, lesioni personali, sequestro di persona ed estorsione.

Mauro Nadalin, 56 anni, di Pordenone, imprenditore ricercato dal 2016 per una condanna a 10 anni di reclusione per bancarotta fraudolenta, truffa ed appropriazione indebita, è stato catturato a Santo Domingo, dove lavorava come imbianchino, mostrando i suoi lavori sui profili Instagram e Facebook. I poliziotti hanno organizzato un incontro con la scusa di eseguire lavori edili e l’hanno arrestato. Nadalin, in qualità di amministratore della Nadalin Colors, dichiarata fallita dal Tribunale di Pordenone, aveva distratto beni della società, non pagando i contributi dei dipendenti.

Abele Chiarolini, 78 anni, di Brescia, condannato a 10 anni di reclusione per bancarotta fraudolenta, imprenditore nel settore alberghiero, è stato catturato a Boca Chica, dove gestiva un hotel. Chiarolini,ha precedenti per reati di falso, ricettazione, riciclaggio e abuso d’ufficio.

La soddisfazione di Salvini

“Complimenti alla Polizia di Stato: la missione a Santo Domingo doveva riportare nelle galere italiane tre criminali condannati per reati sessuali ma i nostri poliziotti hanno scovato due delinquenti in più. E’ un’ottima notizia” ha detto il ministro dell’Interno Matteo Salvini. “Pochi giorni fa – ricorda – la Polizia aveva arrestato quattro latitanti a Tenerife: erano scappati in Spagna dopo essere stati condannati per droga. Questi successi, oltre al caso di Cesare Battisti, confermano la nostra determinazione: nessun delinquente può sentirsi tranquillo, in Italia o nel resto del mondo. E non ci fermiamo qui”. 

Intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, violenza sessuale, estorsione e istigazione alla corruzione. Questi i reati contestati a vario titolo a cinque persone nei cui confronti i carabinieri di Reggio Calabria, coordinati dalla Procura della Repubblica di Palmi (Rc), hanno eseguito altrettante ordinanze di custodia cautelare.

Gli indagati, negli ultimi due anni, avrebbero impiegato cittadini romeni e un maliano come braccianti in due aziende agricole dell’area pre-aspromontana, con paghe irrisorie (in media, meno di un euro per ora di lavoro) e in totale e continuata violazione della normativa in materia. Nel corso delle indagini sono stati accertati anche due episodi di violenza sessuale ai danni di braccianti romene.

In anticipo di 12 ore rispetto al cronoprogramma, si è concluso nella notte lo smontaggio della trave tampone numero 6. L’Ati dei demolitori – Omini, Fagioli, Ipe Progetti e Ireos – per questioni legate al meteo (era previsto vento forte con pioggia) aveva anticipato il taglio con la fune diamantata alle 13:10 di ieri. L’operazione di calo della trave tampone, iniziata poco dopo le 18, è continuata senza intoppi fino alla conclusione alle 00:35. L’impalcato, della lunghezza di 36 metri, pesava 916 tonnellate ed era largo 18 metri.