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"Vi penso, voi tutti, oggi e ogni giorno, vi voglio bene con tutta me stessa e vi mando la luce e il calore che ho da offrire in questo giorno difficile". Con queste parole, Ariana Grande, idolo pop dei giovanissimi, ha commemorato su Twitter il primo anniversario dell'attentato a Manchester.

Un anno fa, alle 22,31, un giovane kamikaze di origini libiche, Salman Abedi, si fece esplodere nel foyer della Manchester Arena, al termine dell'affollatissimo concerto della pop star americana, mentre i giovani stavano cominciando a uscire. Fece 22 morti e circa 800 di feriti, un bilancio che fa di quello di Manchester l’attentato più sanguinoso in Gran Bretagna dopo gli attacchi terroristici di Londra del 7 luglio 2005 su metropolitane e autobus. 

 

Per Manchester, dunque, oggi è il giorno del ricordo. Diverse le iniziative, cui hanno preso parte anche il duca di Cambridge, il principe William, e la premier Theresa May che al Manchester Evening News ha parlato di "vigliaccheria nauseante". Tra queste una messa nella cattedrale alle 2 del pomeriggio (le 15 ora italiana) e una veglia cantata nel centro città con oltre 3mila cantori di cori locali.  

Al concerto di Ariana Grande erano presenti soprattutto adolescenti e bambini. Dei 22 morti totali, hanno perso la vita dieci persone sotto i vent’anni, tra cui una ragazza di 15 anni e tre di 14. La prima vittima confermata si chiamava Georgina Callander, una diciottenne britannica. Appena qualche ora la ragazza aveva anche pubblicato su Instagram una foto del 2015 che la ritraeva con l’artista. Non poteva sentirsi più fortunata. La più piccola ad aver perso la vita si chiamava Saffie Rose Roussos e aveva otto anni: era al concerto con la madre e la sorella che sono rimaste ferite. I

L’attentato nelle storie di chi c’era

I dottori impreparati a tutte quelle ferite. Vicky Wijeratne, David Dolan e Matthew Burrows erano all’Arena di Manchester quella sera. Stavano per andare via quando all’improvviso sentirono una detonazione, ma non si preoccuparono finché non videro le prime persone ferite. A quel punto i tre giovani dottori chiesero a un poliziotto se potevano rendersi utili. “Ci avvisò: ‘E’ bene che sappiate che c’è stata un’esplosione. Se entrate, lo fate a vostro rischio e pericolo, non c’è una zona sicura”, ha raccontato Burrows al Guardian. La scena fu agghiacciante: “Ricordo di aver pensato: come è possibile che ci siano così tante ferite? Cosa è a caduto esattamente?”.

Adam che a 16 ha quasi perso tutto. Adam Lawler era andato al concerto con la sua amica Olivia Campbell Hardy. Non poteva sapere che quella sarebbe stata la loro ultima serata insieme. Olivia ha perso la vita nell’attentato, lui ha riportato numerose ferite e a quasi perso tutto. Ho riportato fratture ad entrambe le gambe, ho perso 7 denti e ho quasi perso il mio occhio destro e la lingua. “Se potessi tornare indietro cambierei tutto, ma non poso. L’unica cosa che posso fare è vivere la mia vita al meglio”, ha detto alla BBC.

Daren che è morto 200 volte. Quella maledetta sera la vita di Daren Buckley è cambiata per sempre. Era li con suo figlio quando il kamikaze si è fatto esplodere a pochi metri da loro che so no rimasti miracolosamente illesi. Daren, padre di 4 figli, non ci ha pensato due volte e si è buttato a capofitto ad aiutare i feriti. “Quella scena non si può descrivere. Era come un incubo”. E un anno dopo i traumi restano: “Ho continui flashback. Sono morto 200 volte nei miei incubi”.

Freya che raccoglie soldi per restituirli all’ospedale. Ytra i superstiti c’è anche Freya Lewis, 15 anni. Nello scorso anno l’adolescente ha passato oltre 60 ore in sala operatoria e ha dovuto imparare di nuovo a camminare. Ora sta bene e vuole ringraziare l’ospedale per le meravigliose cure che le ha offerto. Come? Prendendo parte alla Junior Great Manchester Run. Anche suo padre ha corso alla gara nella categoria adulti. Insieme hanno raccolto 50mila sterline che devolveranno all’ospedale pediatrico di Manchester.

I vigili del fuoco che “si vergognano” per quello che non è stato fatto. Da un anno a questa parte, i pompieri che erano presenti all’arena di Manchester hanno un solo rimorso: non essere riusciti a soccorrere le vittime più velocemente. La folla era fuori controllo e ci sono volute due ore per iniziare a gestire l’emergenza, ha fatto sapere il sindacato Fire Brigades, chiedendo scusa per i fallimenti.

Lee che ha scritto una canzone per sua sorella. “Il dolore non svanisce mai” e così Lee Hunter, 37 anni, musicista di Shaw, Oldham, ha deciso di tradurlo in parole e musica. "Volevo scrivere una canzone di cui mia sorella potesse essere orgogliosa. Volevo mantenere viva la sua memoria. Mi manca moltissimo”, ha detto al Manchester Evening Standard. Il suo gesto è stato molto apprezzato e il brano ha registrato oltre 6mila visualizzazioni.

Luigi Pirandello, i 70 anni dalla Costituzione italiana, il quarantennale del delitto Moro. Sono le tracce più accreditate per il tema della maturità 2018. Almeno così la pensano i 3.500 maturandi che hanno partecipato al totoesame di Skuola.net, a quattro settimane dalla prima prova. Qualsiasi sia la domanda o l'ambito i ragazzi sembrano essere abbastanza d'accordo su massimo 3-4 opzioni. Con alcune che spiccano più di altre. Già a partire dall'autore che vedono più papabile. Crescono ulteriormente le quotazioni di Luigi Pirandello: se già un mese fa il 15% lo metteva in pole position, ora la schiera dei sostenitori del drammaturgo siciliano sale al 18%. Ipotesi, tra l'altro, assolutamente realistica, visto che Pirandello non fa capolino all'esame dal 2003. Il secondo gradino del podio, invece, perde un pezzo e ne acquista un altro: rispetto alla rilevazione d'aprile resiste Italo Svevo (confermando l'11% dei voti) mentre scende in terza posizione Dante Alighieri (10%). Ad affiancare Svevo, stavolta, è Giuseppe Ungaretti – uscito già nel 2001 e nel 2006 – anche lui con l'11% dei consensi.

In pochi scommettono su un nome al femminile

Poco credito, per l'ennesima volta, viene dato alle donne: tra le autrici proposte dal sondaggio – Alda Merini, Elsa Morante, Grazia Deledda e Oriana Fallaci – nessuna supera la quota del 4%. Stessa cosa per gli altri poeti del '900 che a cadenza periodica escono alla maturità: Eugenio Montale è all'8%, Salvatore Quasimodo e Umberto Saba al 4%. Più facile, per i maturandi, che si riaffacci un nome poco noto ai più come avvenuto con Giorgio Caproni nel 2017 e Claudio Magris nel 2013: il 50% dei votanti lo ritiene più che probabile e un altro 38% come uno scenario possibile; solo il 12% pensa che il Ministero dell'Istruzione tornerà a un autore 'classico'.

Il dilemma degli anniversari

Dietro la classifica degli anniversari legati a personaggi famosi, che potrebbero entrare in qualche modo nelle tracce di maturità, sembra invece esserci lo zampino dei mezzi di comunicazione. Durante la prima parte del mese di maggio in Tv e sui giornali si è parlato spesso dei 40 anni dal 'Caso Moro'. Così, se ad aprile gli studenti non lo prendevano in considerazione, oggi quasi 1 maturando su 4 (il 24%) lo mette in cima agli argomenti più probabili. Distaccando notevolmente i 200 anni dall'Infinito di Giacomo Leopardi (14%) – che solo un mese fa erano in testa – e i 200 anni dalla nascita di Karl Marx (13%). Ancora più indietro i 50 anni dalla morte di Martin Luther King (12%) e i 100 anni dalla nascita di Nelson Mandela (11%). 

Tutto invariato per quel che riguarda le ricorrenze storiche. I 70 anni dall'entrata in vigore della Costituzione Italiana continuano a convincere i ragazzi: per il 21% – 1 su 5 – è quasi una certezza. Evidentemente la campagna di comunicazione messa in campo dal Miur, con la consegna di una copia della nostra Carta Fondamentale a tutti gli studenti, ha dato i suoi frutti. Conferma il secondo posto, con il 13% dei voti, il 100esimo anniversario della battaglia di Caporetto, durante la Prima Guerra Mondiale (in realtà è dell'ottobre 1917 ma ha fatto molto discutere durante quest'anno scolastico). Anche in terza posizione troviamo (come a fine aprile) lo stesso argomento: i 20 anni dal lancio di Google, con il 12% di preferenze.

La traccia sulle elezioni, quasi non pervenuta

E per il tema di attualità, una delle tracce tradizionalmente più amate dai maturandi? Se un mese fa regnava la confusione, ora la rosa delle scelte si è ristretta a quattro opzioni: la morte di Stephen Hawking, bullismo e cyberbullismo, la Violenza sulle donne, l'Immigrazione, nella mente degli studenti partono alla pari (10%). Quasi tutti spunti con cui abbiamo imparato a familiarizzare ormai da qualche anno a questa parte. La strettissima attualità, al contrario, non fa breccia nel cuore dei ragazzi. Un esempio? Il dibattito sulle elezioni politiche in Italia e sulla difficile formazione del Governo è diventato la 'colonna sonora' delle nostre giornate, ma in prima prova se lo immagina solamente il 7% dei maturandi.

La storia di Paolo Borrometi è sul New York Times. Il quotidiano racconta la quotidianità del giornalista, collaboratore dell'Agi, minacciato dalla mafia per i reportage realizzati sul suo sito 'La Spia'.

Il giornale lo ha intervistato in una corrispondenza da Roma al termine di un suo intervento in un liceo della Capitale, uno dei tanti in cui è impegnato quando non è al lavoro sulle inchieste per svelare i legami tra Cosa Nostra e il mondo degli affari. Proprio i suoi reportage sul business ortofrutticolo della Sicilia Orientale nelle mani della mafia ha innescato la spirale di ritorsioni e violenze che lo ha costretto a lasciare la Sicilia per trasferirsi a Roma, dove hanno continuato a raggiungerlo le minacce di morte.

La più recente è stata svelata da una intercettazione ambientale in cui un boss del Ragusano lamenta che Borrometi sia ancora libero di scrivere e suggerisce di fare "un fuoco d'artificio" come quelli degli anni '90 (il riferimento è alle stragi di Capaci e via D'Amelio del 1992 e agli attentati di Roma e Firenze del 1993).

L'articolo del New York Times parla anche di Lirio Abbate, giornalista dell'Espresso scampato miracolosamente a un attentato a Palermo di Federica Angeli, impegnata a portare alla luce gli interessi dei clan nelle periferie della capitale. Ma anche di Roberto Saviano, noto negli Stati Uniti per i suoi romanzi e la fortunata serie tratta da 'Gomorra'. E sottolinea che sono decine i giornalisti minacciati dalla criminalità nel nostro Paese.

Ad arricchire il reportage anche la testimonianza del magistrato della Procura di Palermo, Nino di Matteo, e di Pauline Adès-Mével, responsabile per l'Europa di Reporters Senza Frontiere. 

Dopo anni di monopolio della moka, a guidare oggi il consumo del caffè in casa o negli uffici pubblici sono le capsule. Sono circa 10 miliardi quelle vendute ogni anno nel mondo, che generano 120 mila tonnellate di rifiuti. I volumi di vendita crescono vertiginosamente, ma resta aperto il nodo dello smaltimento (le capsule, realizzate in plastica e in alluminio, possono richiedere fino a 500 anni per essere smaltite e a riciclarle sono in pochi). Una soluzione arriva dal nostro Paese.

Si chiama WayCap ed è una capsula riciclabile, 100% ecologica e compatibile con le macchine Nespresso. La cialda di ultima generazione punta a risolvere il problema dello smaltimento delle capsule con un risparmio stimato intorno all’85% sul costo delle cialde per espresso tradizionali. Ad oggi le cialde di alluminio non sono considerate come rifiuto riciclabile, in quanto, la capsula andrebbe pulita dopo l’uso, il caffè rimasto dovrebbe essere buttato nell’organico e l’alluminio nel contenitore ad esso dedicato. Il consumatore tende quindi gettare le capsule direttamente nell'indifferenziato. 

Solo le capsule generano 120 mila tonnellate di rifiuti l'anno

Secondo i dati di Life Pla4coffee — progetto europeo che mira alla sostituzione delle vecchie cialde da caffè (attualmente in Pe, Pet o alluminio) con un nuovo modello compostabile — sono circa 10 miliardi quelle vendute ogni anno nel mondo, che generano 120 mila tonnellate di rifiuti, di cui 70 mila nella sola Europa. Secondo alcune stime – si legge su Internazionale – il numero di cialde venduto ogni anno potrebbero essere sufficiente a fare 12 volte il giro del mondo. In Italia su circa 1 miliardo di capsule vendute all’anno, a finire in discariche e inceneritori è l’equivalente 12 mila tonnellate. 

​Amburgo mette al bando le capsule

E in attesa che si affermi la produzione di capsule ecologiche biodegradabili c’è chi, come la città/regione Amburgo ha vietato una lista di prodotti inquinanti dagli edifici dell’amministrazione comunale. Tra questi ci sono le capsule del caffè (pari a circa un ottavo dei caffè venduti nel Paese), perché sono difficili da riciclare. Insieme al caffè, Amburgo ha bandito le bottiglie e tutti i contenitori di plastica, a partire da fine gennaio. I divieti sono contenuti nella "Guida per l’approvvigionamento verde", un documento di 150 pagine dove sono indicati ai cittadini gli standard ambientali da adottare anche negli acquisti: gli utenti sono invitati a verificare se nell’acquistare un bene o un servizio può essere limitato l’impatto sull’ambiente.

L'oro verde

Nel commercio mondiale, il caffè è ai primi posti come valore e pesa sul volume d’affari come il petrolio e l’acciaio. L’economia di molti Paesi – secondo il Corriere della Sera – dipende interamente dalle esportazioni di questo autentico "oro verde" che dà lavoro a 25 milioni di persone, per lo più in aziende a conduzione familiare.  

Boom delle capsule in Italia

Nell'arco di tre anni, nel nostro Paese, il numero di famiglie che usa il caffè in cialde è quasi raddoppiato: dal 2011 al 2014 è passato da 1,5 a 2,6 milioni (circa l’11% delle famiglie italiane). E se il caffè macinato ha ancora nel supermercato il suo principale canale distributivo, le capsule hanno portato una seconda novità: l’e-commerce che sta diventando un canale sempre più importante.

Si è suicidato Fausto Filippone, l'uomo che aveva lanciato la figlioletta dal viadotto della A4 a Francavilla al Mare, in provincia di Chieti, uccidendola. Dopo essere rimasto per ore in bilico sul viadotto, minacciando di lanciarsi nel vuoto, il quarantanovenne si è lasciato cadere ed è precipitato, morendo sul colpo. Circa un'ora prima erano giunti sul posto i suoi familiari, che non sono riusciti a convincerlo a desistere al suicidio. La tragedia sembra legata alla caduta della compagna dell'uomo, e madre della ragazzina, avvenuta stamane dal quarto piano di una palazzina di Chieti. Soccorsa dai sanitari del 118, la donna è morta in ospedale. Non sono ancora chiare le ragioni della caduta.

Filippone e la figlia, intorno alle 13,30, erano stati visti scavalcare il parapetto. La bambina è stata gettata da un'altezza di 40 metri, dopo che il padre aveva minacciato di lanciarsi nel vuoto insieme alla bambina. Inutile l'intervento dei negoziatori e della famiglia del deceduto. "Fermi, fermi. Andatevene con quell'affare, non gonfiatelo", aveva detto l'uomo mentre i vigili del fuoco stavano allestendo un gonfiabile da posizionare sotto il ponte. Poi si è lanciato.

Hanno presentato per iscritto a Papa Francesco le proprie dimissioni. I 34 vescovi cileni (31 in servizio e 3 emeriti) cercano di riparare allo scandalo pedofilia che ha travolto il Paese sudamericano. Ora sarà il Pontefice a decidere (ha già annunciato rimozioni). È un vero e proprio terremoto per la Chiesa cilena. Il mea culpa dei vescovi e l'ovvio passo indietro – anche se non risulta che in passato sia mai accaduta una cosa del genere – arriva al termine del vertice straordinario a porte chiuse voluto in Vaticano da Papa Francesco.

In una dichiarazione letta ai giornalisti da monsignor Fernando Ramos, segretario generale della Conferenza episcopale cilena e da monsignor Juan Ignacio Gonzales, vescovo di San Bernardo, i presuli chiedono "perdono per il dolore causato alle vittime, al Papa, al popolo di Dio" e al Cile per "i gravi errori e omissioni" da loro commessi. I vescovi ringraziano anche le vittime "per la loro perseveranza e il loro coraggio nonostante le enormi difficoltà personali, spirituali, sociali e famigliari che hanno dovuto affrontare unite spesso alle incomprensioni e agli attacchi della stessa comunità ecclesiale".

"Ancora una volta – scrivono – imploriamo il loro perdono e aiuto per continuare ad avanzare sul cammino della guarigione per cicatrizzare le ferite affinchè possano rimarginarsi".

Infine, i vescovi sottolineano il "dialogo onesto" nei giorni del vertice in Vaticano, che rappresenta "una pietra miliare di un profondo cammino di cambiamento guidato da Papa Francesco". Lo scandalo che ha devastato la credibilità della Chiesa cilena parte dalla figura carismatica del sacerdote Fernando Karadima, oggi ultra ottantenne, responsabile della parrocchia El Bosque di Santiago, condannato nel 2011 dalla Congregazione vaticana per la Dottrina della Fede per abusi sessuali sui minori. Alcune vittime di Karadima però accusano il clero di aver coperto e insabbiato gli abusi per anni. Puntano il dito contro monsignor Juan Barros, nominato vescovo da Papa Francesco e uno dei più stretti collaboratori di Karadima.

E anche il Pontefice viene contestato durante la sua visita in Cile, soprattutto dopo che difende Barros, affermando che occorrono "prove" o "evidenze" per accusare qualcuno. Ma di ritorno dal paese sudamericano, Francesco cambia idea e invia sul posto Charles Scicluna, arcivescovo di Malta e presidente del Collegio per l'esame di ricorsi in materia di delicta graviora alla Sessione Ordinaria della Congregazione per la Dottrina della Fede, per ascoltare le vittime e raccogliere un dossier sulla dolorosa vicenda.

Dopo il report di monsignor Scicluna (2.300 pagine in cui sono raccolte 64 testimonianze) Bergoglio chiede scusa alle vittime e in una lettera ai vescovi cileni riconosce i "gravi errori di valutazione e percezione". Non solo: invita in Vaticano, a Casa Santa Marta, a fine aprile, tre vittime di Karadima (Josè Andres Murillo, Juan Carlos Cruz e James Hamilton) per chiedere loro perdono.

Nello scandalo sono coinvolti anche altri tre vescovi e due cardinali cileni, l'arcivescovo di Santiago Riccardo Ezzati Andrello e il suo predecessore Francisco Javier Errazuriz Ossa, nominato nel Consiglio dei Cardinali, il cosiddetto "C9" che aiuta Francesco nella riforma della Curia romana. E proprio il cardinale Errazuriz Ossa è accusato di essere uno dei responsabili della "mancanza di informazione veritiera ed equilibrata" denunciata dal Papa.

Nella missiva inoltre il pontefice chiama in Vaticano i vescovi cileni per collaborare "nel discernimento delle misure che nel breve, medio e lungo termine – scriveva – dovranno essere adottate per ristabilire la comunione ecclesiale in Cile, con l'obiettivo di riparare il più possibile lo scandalo e ripristinare la giustizia". Il telegiornale della televisione cilena Antena 13, T13, oggi pubblica la meditazione riservata che il Papa aveva consegnato martedì sera ai vescovi.

Dieci pagine, nelle quali il Pontefice parla di "gravi indizi" e critica il modo in cui sono state condotte le indagini sugli abusi: le denunce ricevute "sono state qualificate come inverosimili", le inchieste "non sono state realizzate e si sono verificate negligenze nella protezione dei bambini" da parte dei vescovi e dei superiori religiosi.

C'è stata anche la "distruzione dei documenti", denuncia il Papa e pressioni su coloro che dovevano fare i processi. Inoltre si sottolinea che alcuni religiosi, espulsi dai loro rispettivi ordini per gli abusi commessi, sono stati accolti da altre diocesi e hanno ricevuto incarichi che li hanno portati a contatto con bambini e ragazzi e vescovi e superiori religiosi hanno affidato la guida dei seminari a sacerdoti sospettati di praticare l'omosessualità. Il problema, scrive il Papa, non si risolve "solo con la rimozione di persone, che pure bisogna fare", ma "non è sufficiente".

Occorre "andare alla radice" di una crisi "di sistema". Nel documento Bergoglio sottolinea che la Chiesa cilena "è stata assorbita in modo tale che le conseguenze di tutto questo processo hanno avuto un prezzo molto alto: il suo peccato è diventato il centro dell'attenzione. La dolorosa e vergognosa constatazione di abusi sessuali su minori, abusi di potere e coscienza da parte dei ministri della Chiesa, così come il modo in cui sono state affrontate queste situazioni, mostra questo cambiamento di centro". "Mai – continua il Papa – un individuo o un gruppo illuminato può pretendere di essere la totalità del Popolo di Dio e ancor meno credere di essere la voce autentica della sua interpretazione".

E ora le dimissioni "in blocco" dei vescovi. La prossima settimana si aspettano le decisioni di Francesco. Su Twitter le vittime di Karadima hanno commentato la scelta dei vescovi. "Per dignità, giustizia e verità: lasciano tutti i vescovi. Delinquenti. Non hanno saputo proteggere i più deboli, li hanno esposti agli abusi e invece hanno impedito la giustizia. Per questo, meritano semplicemente di andarsene", ha scritto Josè Andres Murillo. "I vescovi cileni hanno rinunciato TUTTI. È inedito ed è un bene. Questo cambia le cose per sempre", ha scritto invece Juan Carlos Cruz. 

Portare il figlio piccolo al nido, poi andare di corsa al lavoro, parcheggiare, chiudere l'auto e tuffarsi nella routine quotidiana. Solo che c'è stato un piccolo, orribile buco nero: il bimbo non è stato portato a scuola, è ancora in auto, legato al seggiolino. Il dramma dei bambini dimenticati in macchina, spesso con esiti mortali come il caso nel Pisano, non è certo attribuibile a mancanza di amore o trascuratezza: chi vive un'esperienza così atroce parla di un vero e proprio black-out, da cui ci si riprende solo al momento dell'agghiacciante scoperta.

Gli esperti lo definiscono amnesia dissociativa: una sorta di vuoto di memoria transitorio che porta a una sconnessione delle funzioni della coscienza dalla memoria; un'amnesia temporanea che porta a dimenticare totalmente un pezzo di esistenza, di vita e di tempo per un dato lasso temporale. Generalmente può essere scatenato da momenti di intenso stress, traumi o situazioni di particolare tensione e stanchezza fisica e mentale. L'amnesia dissociativa, avvisano gli esperti, può infatti capitare a chiunque ed è bene conoscerne caratteristiche, sintomi e possibili strategie preventive per evitare di arrivare a livelli ingestibili di stress.

I numeri, seppur parziali, parlano chiaro: si stima che nel mondo in 20 anni siano stati almeno 600 i bambini chiusi in auto e morti per colpo di calore. Lo sa bene Andrea Albanese, che ha perso così il figlio di due anni ed ha aperto la pagina Facebook 'Mai più morti come Luca', battendosi per varare una legge sugli allarmi collegati ai seggiolini: dei sensori appositi sarebbero infatti in grado di rilevare la presenza del piccolo sul seggiolone una volta spento il motore della macchina, e fare scattare un immediato allarme in grado di avvisare il genitore. Lui fu assolto da una perizia che lo definì "completamente incapace d'intendere e di volere per il verificarsi di una transitoria amnesia dissociativa".

I segnali da non sottovalutare

Ma come si arriva al punto di dimenticarsi il proprio figlio in macchina? I segnali sono svariati: intenso stress, stanchezza fisica e mentale, difficoltà a concentrarsi e a ricordare le cose, difficoltà a dormire, irritabilità, tendenza ad "agire in automatico". Se ci si sente così, è bene consultare un medico. E intanto prendere dei piccoli accorgimenti che potrebbero fare la differenza: parlare con il bimbo durante il tragitto, per esempio, per tenere sempre a mente quando si sta con lui e quando lo si è salutato. Chiamare il coniuge, o il nonno, o chiunque sia deputato a portare il bambino a scuola, per ricordarsi a vicenda del bimbo. Lasciare qualche oggetto indispensabile (un portafoglio, le chiavi) vicino al seggiolino. E guardare sempre l'auto prima di allontanarsi.

Al principio fu un’agenda, un librettino con la copertina nera sequestrato a casa di un camorrista napoletano, Giuseppe Puca, noto come 'o giappone. Una serie di fogli vergati a penna con grafia confusa, nella quale compariva un nome e un numero di telefono. Non l'unico nome di spicco di quel maxi blitz che alle prime luci dell'alba del 17 giugno 1983 segnò una svolta nella storia della Giustizia italiana, con 856 arresti in 33 province da Bolzano a Palermo. Ma quello di Enzo Tortora, di cui oggi ricorrono i 30 anni dalla morte dopo una malattia devastante, era senza dubbio il nome più popolare, tanto che il suo calvario giudiziario divise l'Italia della politica, dello spettacolo e del giornalismo.

Trovata l’agenda, l’Italia si divide

Innocentisti e colpevolisti, con nomi illustri schierati dall'una e dall'altra parte, da quello di Camilla Cederna, sicura che si trattasse di un arresto eccellente, a quelli più prudenti di Enzo Biagi e Indro Montanelli, che, dopo un'iniziale tentennamento, presero posizione nettamente a favore del giornalista, autore e conduttore televisivo. In aiuto del quale intervenne con una campagna mediatica con pochi precedenti il partito radicale di Marco Pannella.

Tortora, sembrava essere scritto su quella agenda, accanto a un recapito telefonico che però ad un controllo risulta subito essere quello della di una sartoria e non quello di una abitazione o luogo di lavoro del presentatore di Portobello.

La gogna delle manette in tv

È proprio la trasmissione più seguita d'Italia è stata in qualche modo il fulcro di un caso clamoroso di errore giudiziario cominciato quando il giudice istruttore Giorgio Fontana firma gli arresti, contestando a Enzo Tortora i reati di associazione a delinquere di stampo camorristico e traffico di droga. Sono le 4 del mattino quando i carabinieri portano in carcere il presentatore, esibendo a favore di telecamere l'uomo ammanettato.

Le false accuse della Nuova Camorra Organizzata

Tortora già il pomeriggio precedente era stato raggiunto da una serie di telefonate di colleghi che avevano approfittato di una fuga di notizie e che gli facevano strane domande. Contro di lui parla innanzitutto Pasquale Barra, già detenuto nel carcere di Pianosa, sicario di camorra che morirà nel 2015 e rimarrà negli annali della criminalità italiana come colui che ha ucciso il boss Francis Turatello in carcere con 40 coltellate. Ma anche Giovanni Pandico, il 'segretario' del boss della Nco Raffaele Cutolo, e poi Giovanni Melluso detto Gianni il bello, quest'ultimo pronto a verbalizzare solo qualche mese dopo l'arresto di Tortora.

Sette mesi di carcere

Complessivamente, in quei movimentati sette mesi passati da Tortora in carcere e poi durante gli anni dei tre gradi di giudizio del processo, saranno 19 le persone che diranno di averlo visto spacciare droga, tra le quali il pittore Giuseppe Margutti, già con precedenti per truffa e calunnia, e la moglie Rosalba Castellini, che raccontano agli inquirenti di averlo visto cedere sostanze stupefacenti già negli studi di Antenna Tre.

Condannato in primo grado, poi l’assoluzione

L'assoluzione, dopo una condanna in primo grado a 10 anni di carcere, in Corte d'Appello, arriverà con formula piena il 15 settembre 1986 e poi il sigillo della Cassazione il 1987. Il 15 maggio di un anno dopo Tortora muore. Muore senza sentire le scuse di Gianni Melluso, che le porgerà alle figlie in una intervista rilasciata all'Espresso nel 2010. Ma scuse non arriveranno da nessuno dei magistrati che contribuirono a quella incriminazione e carcerazione ingiusta.

Non tutti chiedono scusa

"Con gli elementi a nostra disposizione, non potevamo fare altrimenti. L’arresto era obbligatorio, non esistevano i domiciliari. La famosa telefonata al numero dell’agendina di Puca, come è scritto negli atti, fu fatta subito e rispose una sartoria. C’erano, in quel momento, altri elementi d’accusa. Vanno sempre rispettati sentenze e processi. Da pm, ho solo fatto il mio lavoro in onestà e buona fede", disse a Repubblica nel 2015 Felice Di Persia, insieme a Lucio Di Pietro pm nell'inchiesta Tortora. Che del processo mai aveva parlato prima perché "assistevo a strumentalizzazioni, spesso in cattiva fede, e disinformazione giudiziaria. Ho atteso l’assoluzione piena del Csm, che riconobbe l’onestà e la limpidezza professionale del nostro lavoro". Quell'istruttoria comunque "fu importante nella lotta alla camorra, in anni di tremenda emergenza criminale".

Solo ora un altro dei magistrati che accusarono il presentatore, Diego Marmo, ha ammesso di aver avuto torto e ha chiesto scusa.  

Il centrino del camorrista detenuto

Eppure una perizia grafica aveva mostrato che quel nome sull' agendina di Puca era Tortona e non Tortora, un indizio che insieme al fatto che il numero telefonico corrispondeva a quello di una sartoria avrebbe dovuto mettere sull'avviso gli inquirenti. E poi c'era la faccenda dei centrini, quei centrini inviati da Pandico e altri detenuti a Pianosa alla redazione di Portobello perché fossero messi all'asta, per raggranellare denaro.

Nel caos della redazione, i centrini si persero e Tortora, venuto a conoscenza del problema, invio a Pandico una lettera di scuse e ottocentomila lire al risarcimento. 

Sempre secondo la ricostruzione corrente di quel caso, Pandico sviluppò una forma di odio persecutorio nei confronti del presentatore e diede il via alla stura di dichiarazioni di pentiti che lo incastravano.

“Lui però era antipatico”

Proprio quelle dichiarazioni che Michele Morello, il giudice che ha riabilitato Tortora e permesso la sua assoluzione, ha passato ai raggi-x. Il suo racconto dell'inchiesta viene da una intervista a 'La storia siamo noi' trasmissione Rai. "Per capire bene come era andata la faccenda, ricostruimmo il processo in ordine cronologico – spiega – partimmo dalla prima dichiarazione fino all'ultima e ci rendemmo conto che queste dichiarazioni arrivavano in maniera un po' sospetta. In base a ciò che aveva detto quello di prima, si accodava poi la dichiarazione dell'altro, che stava insieme alla caserma di Napoli. Andammo a caccia di altri riscontri in Appello, facemmo circa un centinaio di accertamenti. Di alcuni non trovammo riscontri, di altri trovammo addirittura riscontri a favore dell'imputato. Anche i giudici, del resto, soffrono di simpatie e antipatie… E Tortora, in aula, fece di tutto per dimostrarsi antipatico, ricusando i giudici napoletani perché non si fidava di loro e concludendo la sua difesa con una frase pungente: 'Io grido: “Sono innocente”. Lo grido da tre anni, lo gridano le carte, lo gridano i fatti che sono emersi da questo dibattimento! Io sono innocente, spero dal profondo del cuore che lo siate anche voi'". 

 

Una bimba di poco meno di un anno di età è morta dopo che è stata lasciata in auto dal padre. È accaduto a San Piero a Grado, nel pisano. La scoperta è avvenuta intorno alle 16. Personale del 118 intervenuto, non ha potuto che constatarne il decesso. A confermare la notizia i carabinieri. Sul posto sono intervenuti anche polizia e vigili del fuoco. L'auto con a bordo la bimba era stata parcheggiata fin dal mattino lungo una strada che costeggia una zona alberata non lontano dallo stabilimento industriale dove l'uomo lavora. La piccola era sistemata sopra un seggiolino montato su un sedile della macchina e con ogni probabilità è morta in seguito alla temperatura elevata provocata dal sole che ha battuto per ore sopra la vettura. Quando i soccorritori l'hanno estratta dall'abitacolo della macchina, la piccola era già deceduta.

Secondo una prima ricostruzione, scrive Repubblica, sarebbe stato un collega di lavoro dell'uomo a notare la bimba nell'auto parcheggiata sotto il sole nel posteggio dello stabilimento. Quando la piccola, che avrebbe compiuto un anno proprio tra qualche giorno, è stata estratta dall'abitacolo, ormai era morta. La macchina è rimasta parcheggiata per ore e il padre potrebbe essersi "dimenticato" della bimba dopo esser andato regolarmente al lavoro. L'uomo, che ora è sotto choc, è un ingegnere ed è attivo da anni nel Pd locale dove ha anche ricoperto l'incarico di segretario di circolo. Vive a Pisa con la famiglia, anche se è originario del Grossetano e la piccola che ha perso la vita era la sua secondogenita.

I precedenti  

Incidenti di questo tipo sono capitati anche negli ultimi anni. Lo ricorda il quotidiano La Stampa: Il più recente nel giugno 2017 a Castelfranco di Sopra, in provincia di Arezzo, a una bambina di 18 mesi che è stata dimenticata in auto dalla madre mentre quest’ultima stava andando al lavoro. Poi nel luglio 2016 un’altra neonata, anche lei di 18 mesi, morta dopo il ricovero all’ospedale Meyer di Firenze per essere stata lasciata diverse ore sul seggiolino dell’auto a Vada (Livorno) dalla propria mamma. Nel 2013 e nel 2015 altri due casi. Il primo a Piacenza, riguardante un bambino di due anni deceduto per una dimenticanza del padre. Il secondo a una neonata di 17 mesi a Vicenza, per via di entrambi i genitori. 

 

Una bimba di poco meno di un anno di età è morta dopo che è stata lasciata in auto dal padre. È accaduto a San Piero a Grado, nel pisano. La scoperta è avvenuta intorno alle 16. Personale del 118 intervenuto, non ha potuto che constatarne il decesso. A confermare la notizia i carabinieri. Sul posto sono intervenuti anche polizia e vigili del fuoco. L'auto con a bordo la bimba era stata parcheggiata fin dal mattino lungo una strada che costeggia una zona alberata non lontano dallo stabilimento industriale dove l'uomo lavora. La piccola era sistemata sopra un seggiolino montato su un sedile della macchina e con ogni probabilità è morta in seguito alla temperatura elevata provocata dal sole che ha battuto per ore sopra la vettura. Quando i soccorritori l'hanno estratta dall'abitacolo della macchina, la piccola era già deceduta.

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