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"Siamo ancora sotto il tunnel ma vedo la luce". Così il ministro dell'Interno Marco Minniti, nel corso della tradizionale conferenza stampa di ferragosto che si è svolta al Viminale. Gli sbarchi dei migranti nel mese di luglio si sono più che dimezzati, passando dai 23.552 del 2016 agli 11.459 del 2017. Il trend sembra confermarsi anche ad agosto – ha detto il ministro. Come è stato per i Balcani, anche nel «Mediterraneo centrale e occidentale l’Europa deve affrontare la sfida unita e mettendo in campo risorse adeguate perché si è dimostrato che attraverso una azione coordinata è difficilissimo ma non impossibile» risolvere i flussi dei migranti. Secondo Minniti «siamo ancora sotto il tunnel, è lungo, ma per la prima volta io incomincio a vedere la luce alla fine del tunnel. Non so se sono troppo ottimista» ma l’auspicio è che si possa affrontare i flussi con "l'impegno, il coordinamento, la passione civile di un grande paese".

Il ritorno dell'ambasciatore italiano al Cairo segna una distensione importante tra due Paesi troppo vicini e con troppi interessi in comune per mantenere congelate a tempo indefinito le proprie relazioni diplomatiche, entrate in crisi in seguito all'omicidio, rimasto senza colpevoli, di Giulio Regeni. Ancora non si sa chi fossero e quali informazioni cercassero coloro che, il 3 febbraio del 2015, abbandonarono, in un fosso nella periferia della capitale egiziana. il cadavere del giovane ricercatore italiano, martoriato da giorni di torture. La decisione della Farnesina giunge però in risposta a un atteggiamento più collaborativo degli inquirenti del Cairo, che hanno inviato nuovi atti alla Procura di Roma. E la vicenda non smette di far discutere il Paese. C'è chi, soprattutto alla sinistra dello spettro politico, ritiene l'invio al Cairo di Giampaolo Cantini, nominato ma mai insediatosi, come un'offesa alla famiglia di Regeni, che non ha mai smesso di chiedere "tutta la verità". E c'è invece chi plaude a una ritrovata "realpolitik", al necessario riavvicinamento a un Paese che gioca un ruolo fondamentale nello scacchiere libico (il presidente al-Sisi è uno dei principali sostenitori di Khalifa Haftar, l'uomo forte di Tobruk). Un dibattito che si riflette nei commenti, di segno assai differente, pubblicati dai principali quotidiani.

Repubblica: "Il governo non si è assunto la responsabilità politica"

Sul fronte di chi critica la scelta del ministero degli Esteri troviamo La Repubblica che, in un articolo firmato dal direttore Mario Calabresi, parla di una decisione che "non può che lasciare stupiti e provocare amarezza". "Perché dalla verità siamo ancora distanti ma soprattutto siamo lontanissimi dalla possibilità di avere giustizia", prosegue Calabresi, "la sensazione è che ora tutto possa passare in secondo piano, che la morte di Giulio Regeni sia diventata di intralcio agli interessi nazionali.

"Tenere l’ambasciatore a Roma era considerato come il modo più efficace per fare pressione sul regime di Al Sisi. Il governo ha cambiato idea. Si può comprendere il perché", osserva ancora Calabresi," E qui entra in ballo l’interesse nazionale, che ancora una volta porta in Libia. Cercare di gestire la situazione libica e i flussi migratori senza avere rapporti diretti con l’Egitto — che è il principale sostenitore del generale Haftar e delle sue milizie — è come giocare con un braccio legato. La nostra assenza al Cairo è stata sfruttata a fondo dai francesi e si capisce l’urgenza di porre rimedio. Ma allora perché non chiamare le cose con il loro nome? Perché non avere il coraggio di assumersi la responsabilità politica del gesto? Dire con chiarezza: abbiamo bisogno di un ambasciatore in Egitto che agisca nel pieno delle funzioni per gestire la situazione libica. Spiegarlo alla famiglia e agli italiani. Non venderlo come un modo per accelerare la verità".

Per Il Fatto è "sfregio a ferragosto"

Ancora più duro Il Fatto Quotidiano che parla di "sfregio a ferragosto" e si concede come 'lead' "pagare moneta, vedere cammello". La testata diretta da Marco Travaglio ricorda la netta contrarietà della famiglia Regeni, che ha parlato di "resa incondizionata", afferma che "a oggi, dopo 18 mesi, non c'è stata alcuna vera svolta e parla di un "procedimento preso sulla fiducia". Il Fatto riconosce comunque che "rispetto all'8 aprile, quando il governo Renzi decise di ritirare l'allora ambasciatore al Cairo, Maurizio Massari, di strada ne è stata fatta parecchia. Sembrano lontani i tempi in cui sembrava di sbattere contro un muro di gomma, con i vertici istituzionali, al-Sisi compreso, impegnati a creare una serie di assurde spiegazioni, dal banale incidente stradale alla pista omosessuale".

La Stampa: "Un atto di responsabilità, era ora"

"C'è una sola vera spiegazione alla decisione del governo italiano di inviare l'ambasciatore al Cairo: l'Italia fa sul serio in Libia", sostiene invece Stefano Stefanini su La Stampa, in un editoriale intitolato "Realpolitik in versione mediterranea". "Era ora", scrive Stefanini, "la decisione, coraggiosa sul piano interno, è soprattutto un atto di responsabilità di politica estera. Stiamo imparando la lezione della realpolitik – ed è un valore aggiunto alla nostra credibilità internazionale ed europea". Sul caso Regeni "non facciamoci troppe illusioni", avverte La Stampa, è probabile che la controversia continui. Dovremo riuscire a gestirla separatamente dal resto dei nostri rapporti con l'Egitto – come fanno tutti i Paesi che fanno politica estera seria". Un punto di vista condiviso dal Messaggero che titola "Cairo, torna l'ambasciatore. Mossa per trattare in Libia" e sottolinea come l'invio di Cantini sia funzionale soprattutto a "riavviare il dialogo con Khalifa Haftar nel tentativo di normalizzare la situazione libica".

Sul fronte della Realpolitik anche il Corriere della Sera. "L'Egitto è troppo importante perché il nostro Paese potesse ancora rinunciarce ad avervi rapporti anche a livello di ambasciatori", osserva Maurizio Caprara, "il governo di Paolo Gentiloni ha deciso di allontanarsi da una rotta di collisione che non avrebbe dato risultati positivi, se mai ci saranno, neppure sull'jnquietante buco nero del caso Regeni".

"Non criminalizziamo la solidarietà. Questa campagna di accuse contro le Ong non porta lustro". Lo dice all'AGI Regina Catrambone, l'imprenditrice italo-americana co-fondatrice di Moas, Ong che in queste ore, è salpata nuovamente per dirigersi verso le aree Sar del Mediterraneo e continuare la sua missione umanitaria di salvataggio dei migranti. Una missione che intende continuare con la determinazione che l'ha sempre caratterizzata, da quando ha iniziato l'attività di soccorso nel 2014.

'Non siamo amati, non lo siamo mai stati'

"All'epoca – ricorda Regina Catrambone – c'erano solo la Guardia Costiera e Mare Nostrum, la più importante missione militare umanitaria svolta. E l'ha fatta l'Italia. L'Italia che per me, meriterebbe il Nobel per la pace per tutto quello che ha fatto nel soccorso ai migranti". Non avete paura, dopo che altre Ong, come Medici senza frontiere e Save the children, hanno sospeso le loro operazioni per timore di azioni ostili della Libia? "E perchè? Non c'è motivo", risponde Regina Catrambone, che spiega: "Lo sappiamo bene che quell'area di mare è difficile e abbastanza pericolosa. Non prendiamoci in giro. Lo abbiamo sempre saputo. Quello è un mare di conflitto, la sicurezza non c'è mai stata. Non capisco ora dove sia il problema. è scontato che è difficile lavorare lì. Noi del Moas siamo sempre stati attenti, abbiamo lavorato con disciplina e ordine e con moralità. Il nostro personale ha sempre saputo che ci sono dei rischi. Noi non siamo armati, non lo siamo mai stati e siamo apolitici. Per noi il clima non è cambiato".

'Il nostro motto sarà sempre: nessuno merita di morire in mare'

E Moas, sottolinea Catrambone, "ora, a maggior ragione, deve continuare ad assistere le persone perchè se qualcuno volesse partire, non ci sarebbe nessuno pronto a soccorrere e le persone morirebbero tutte. Il nostro motto è e sempre sarà: nessuno merita di morire in mare".

Scheda: Navi Triton al posto delle Ong, l'idea del Viminale

 La co-fondatrice di Moas ricorda che l'organizzazione "è stata la prima a firmare il Codice di condotta. Perchè – rimarca – abbiamo dato piena fiducia all'Italia, porta dell'Europa. E questo, per noi è un principio apolitico. Continuiamo ad andare avanti nello spirito iniziale della nostra missione, ovvero, tenere alta l'attenzione dell'Europa su quanto accade nel Mediterraneo. Quando parliamo della questione migranti, non dobbiamo parlare solo dell'Italia ma dell'Europa tutta. Altrimenti resterebbe solo un caso italiano. Ricordiamoci invece che l'Italia è una frontiera dell'Europa".

'Se venissero date loro vie alternative non morirebbero in mare'

Regina Catrambone sottolinea che Moas "non ha mai puntato il dito contro altri, ha sempre cooperato con tutti. Francamente – dice – non capisco tutto questo turbine mediatico che si è creato. I veri attori di tutto non siamo noi Ong, non siamo noi ad aver bisogno di attenzione ma le persone, quelle che rischiano di morire in mare. Se a loro venissero date vie alternative al mare, non morirebbero. Se ci fossero altre vie, ovviamente legali, tutto questo non accadrebbe.

Noi abbiamo accolto l'appello di Papa Francesco e dell'Italia che non voleva essere lasciata sola". Regina Catrambone ribadisce quindi che la "solidarietà non deve essere criminalizzata: sulle Ong è stato detto di tutto. Ma c'è un vento xenofobo che non mi piace, che soffia negli Usa e in Europa. La solidarietà non va fatta morire insieme alla misericordia. Oggi più che mai abbiamo bisogno di sostegno e – conclude – dobbiamo fermare fermare questa campagna di criminalizzazione contro le Ong e questo vento xenofobo che non ci rappresenta". 

Tre persone sono morte carbonizzate, questa notte intorno alle 2, dopo un tamponamento sulla statale 16, direzione Sud, all'altezza dell'uscita Boccadoro tra Barletta e Trani. Cinque in tutto le persone coinvolte nell'incidente tra una Toyota Aygo e una Fiat Stilo. Ad avere la peggio gli occupanti della Toyota, che ha preso fuoco non lasciando loro scampo. Sono rimasti feriti i due occupanti, entrambi di origine albanese ma residenti a Barletta, della Fiat Stilo. Ancora da chiarire le cause dell'incidente sul quale indaga la polizia stradale. Al vaglio la posizione dei due albanesi ricoverati nell'ospedale Dimiccoli di Barletta e sottoposti all'alcol test.

Città e panorami italiani a misura di ciclista: procede il progetto di realizzazione di nuove piste ciclabili, fruibili dai cicloturisti. Entro il 2024 l'Italia avrà un sistema di piste ciclabili di 5.000 chilometri destinati a salire a 20.000 chilometri nel 2030: firmati mercoledì 9 i protocolli d'intesa fra i ministeri dei trasporti e dei Beni artistici e Turismo e le Regioni, che riguardano tre delle sei nuove ciclovie previste dalla legge di Stabilità 2017 e dalla manovra di aprile. La ciclovia del Garda, la ciclovia della Magna Grecia e la ciclovia della Sardegna. Le risorse messe a disposizione dal ministero di Porta Pia sono 372 milioni, "con cofinanziamento possibili risorse per 750 milioni". E' prevista anche la possibile partecipazione di investimenti privati, oltre che pubblici.

Ecco i requisiti

I protocolli per le tre nuove ciclovie prevedono la progettazione e realizzazione dei percorsi turistici nazionali a due ruote, con specifici compiti dei ministeri e delle Regioni e Province autonome, le quali hanno inserito le infrastrutture dolci nella propria programmazione. Si tratta di percorsi in parte realizzati a tratti che dovranno essere completati o realizzati e comunque ricondotti a standard comuni, quanto ad accessibilità, sicurezza, e qualità, sia per l'aspetto trasportistico che per quello dell'intermodalità oltre che sotto il punta di vista dello sviluppo economico e della valorizzazione paesaggistico – culturale. Per ogni ciclovia viene definito un soggetto capofila, in questo caso Provincia autonoma di Trento, Regione Sardegna e Regione Calabria, che dovrà coordinare i lavori degli enti coinvolti e presentare entro 90 giorni al ministero dei Trasporti la stima economica del progetto di fattibilità tecnica ed economica e del fabbisogno per la realizzazione, indicando le priorità. Ricevuti l'ok alla stima e le risorse per la progettazione, i coordinatori dovranno inviare entro i successivi 180 giorni i progetti che saranno finanziati con decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti di concerto con il Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo. I progetti dovranno essere redatti sulla base del rapporto costo/benefici, della maggiore ed immediata fruibilità e, soprattutto, dell'intermodalità con le altre reti di trasporto. Inoltre, dovranno dare la possibilità ai ciclisti inesperti, ai disabili e ai nuclei familiari di percorrere la ciclovia al pari degli altri utenti della ciclabilità.

La ciclabile del Garda

Si connette con l'itinerario 7 della rete europea ciclabile EuroVelo e consiste in un itinerario ad anello di 140 chilometri lungo le sponde del lago di Garda. Interessa il territorio della provincia autonoma di Trento e delle regioni del Veneto e della Lombardia. Toccando 19 comuni rivieraschi tra cui Peschiera del Garda a Salò, Limone del Garda, Torbole, Riva del Garda, Malcesine, Torri del Benaco, Lazise, per citarne alcuni, dovrà rispondere a requisiti turistici generando un nuovo indotto economico. Sarà un percorso in sicurezza per il ciclismo sportivo non in alta stagione e rispetto alla viabilità ordinaria; un percorso di mobilità sostenibile per i centri abitati; favorirà la multimodalità, con l'intermodalità auto-treno-bici-autobus-battello a tutti i cittadini.

La ciclovia della Magna Grecia

Ha un'estensione di circa 1.000 chilometri e abbraccia i territori di Basilicata, Calabria e Sicilia. Sarà da realizzarsi prevalentemente sulle strade di servizio che corrono partendo da Metaponto, sino alla Città di Reggio Calabria, per poi risalire sulla dorsale Tirrenica giungendo in Basilicata nella città di Maratea. Il tratto siciliano si muove lungo l'itinerario di Eurovelo 7: da Messina si collega con Catania, con Siracusa e Pachino, per poi concludersi a Pozzallo. Il percorso risponde ai requisiti di intermodalità con altri sistemi di trasporto, in particolare con il sistema ferroviario e marittimo, interconnessione con altri itinerari cicloturistici, valorizzazione del patrimonio storico artistico e naturalistico, valorizzazione del patrimonio agricolo, enogastronomico e delle tradizioni popolari, sviluppo di ricettività turistica ecosostenibile, generazione di occupazione a partire dalle aree interne.

La ciclovia della Sardegna

E' lunga circa 1.230 chilometri e può essere articolata in direttrici geografiche che comprendono una direttrice da Alghero a Cagliari (538 chilometri) lungo il versante occidentale, ed una da Santa Teresa di Gallura a Cagliari che si sviluppa sul versante orientale (508 chilometri). La ciclovia si completa con due itinerari trasversali, dei quali uno da Porto Torres a Santa Teresa di Gallura (120 chilometri) lungo la costa settentrionale e l'altro da Dorgali a Macomer, attraverso Nuoro, al centro dell'isola (70 chilometri circa). Risponde a requisiti di tipo trasportistico, in chiave sostenibile, rendendo possibile l'accessibilità diretta ed indiretta diffusa; di tipo turistico, economico, di valorizzazione del patrimonio paesaggistico e culturale, di integrazione europea, nazionale e locale, di integrazione intermodale treno+ bici e bus+bici; salutistico-ricreativo, promozionale-educativo e di miglioramento ed incremento della sicurezza degli itinerari ciclabili.

Alla fine è arrivata. La tanto attesa sentenza del Tribunale delle Acque sul contenzioso tra il Comune di Roma e la Regione Lazio in merito all’uso dell’acqua del Lago di Bracciano è stata resa nota. Acea potrà continuare a captare acqua dal bacino lacustre anche se in un quantitativo molto ridotto rispetto al solito: 400 litri al secondo contro i 1.200 dichiarati in media nei primi sette mesi dell’anno.

Cosa è cambiato rispetto alla prima ordinanza

In molti, alla vigilia, ritenevano che il Tribunale che si occupa di dirimere contenziosi legati ai servizi idrici, stavolta assumesse una decisione diversa da quella assunta in occasione del precedente ricorso di Acea contro la prima Ordinanza della Regione Lazio. In quella occasione la scelta del Tribunale fu di respingere il ricorso presentato da Acea. Rispetto a quella occasione però è cambiato il quadro generale e gli attori. Intanto a muoversi non è stata l’Acea, la concessionaria del servizio idrico, ma il Comune di Roma, suo principale azionista. Poi è cambiata la strategia. Il Comune infatti ha fatto pesare il diritto dei cittadini e della città ad avere un approvvigionamento idrico sufficiente a non mandare in crisi i servizi essenziali, come per esempio ospedali e vigili del fuoco e anche per garantire i servizi igienici essenziali alle strutture ricettive della città. Si è trattato di una scelta essenziale che è stata possibile anche dal nuovo dispositivo adottato dalla stessa Regione Lazio. La nuova ordinanza infatti, mitigava la precedente, proprio perché riconosceva le priorità di ordine igienico e sanitario avanzate dal Comune di Roma e dava ad Acea più tempo per provvedere a correre ai ripari senza lasciare a secco Roma e i romani. 

Il principio che il giudice ha ritenuto prioritario

Il giudice Stefania Santoleri ha espressamente riconosciuto questo passaggio. A prevalere, secondo il giudice, è l’interesse diretto a “scongiurare il rischio di compromissione della salute pubblica, atteso che – si legge nella sentenza – si tratta di un danno certo, imminente ed irreparabile”. Al contrario invece del danno ambientale “derivante dalla sola captazione dell’acqua da parte di Acea Ato, si appalesa incerto e non imminente’’. Da qui la decisione di sospendere l’ordinanza della Regione nella parte in cui riduce a solo due moduli la captazione da parte di Acea e di fermarla entro il primo settembre. Acea potrà dunque continuare ad emungere dal lago una quantitativo pari a circa 400 litri al secondo, e questo indipendentemente dai livelli del lago, o dai limiti imposti dalla precedente concessione che imponeva di rispettare le oscillazioni naturali del bacino lacustre. Il giudice ha ritenuto che la quantità di acqua concessa sia al limite del fabbisogno minimo indicato dalla stessa Acea a mantenere in attività i servizi essenziali che sarebbe pari a circa 500 litri al secondo.

Livello del lago mai così basso

Nel frattempo, e nonostante la riduzione dei consumi, il livello del lago di Bracciano, continua a scendere. Oggi le aste idrometriche del Parco Regionale misurano meno 174 centimetri. Si tratta di un livello record. Nei prossimi giorni e fino alla ripresa delle piogge il lago continuerà a scendere per effetto non solo della captazione, ma anche della evaporazione che in questo periodo dell’anno è al suo massimo livello. A fine stagione il livello sarà sceso presumibilmente intorno alla quota di meno 200 centimetri. A quel punto secondo le rilevazioni del Consiglio Nazionale delle Ricerche, oltre un quinto della sua capacità di auto-rinnovamento sarà definitivamente compromessa. Già oggi in molte aree emergono fondali e con loro gli habitat necessari alla ossigenazione delle acque. Gli effetti dell’abbassamento delle acque sono ovunque macroscopici.

 

Borgo Retrosi, sezione di Amatrice. Città fantasma. Qui non è morto nessuno. Grazie – si dice – al commerciante perugino Angelo Zaroli il quale aveva realizzato un albergo diffuso, Villa Retrosi, che inglobava l’intero borgo, prendendosi carico della restaurazione di circa 90 dei 114 edifici. Che quella notte hanno resistito al sisma. Tutti salvi i ventotto ospiti. Nessuna vittima tra i trentuno abitanti.

di Alessandra Spalletta

Barche arenate e documenti d'identità in arabo sulla sabbia testimoniano il fenomeno degli sbarchi 'fantasma' sulla coste della provincia di Agrigento, dove i migranti arrivano senza essere avvistati e si disperdono nell'entroterra prima dell'arrivo delle forze dell'ordine. La Procura di Agrigento ha avviato un'indagine. L'ultimo ritrovamento è quello del documento di un cittadino tunisino nei pressi di un'imbarcazioni spiaggiata nella Riserva naturale di Torre Salsa. Piccoli natanti eludono i controlli dei dispositivi Frontex e EunavforMed, e il monitoraggio del nucleo Ricerca e Soccorso della Guardia Costiera. Gli inquirenti cercheranno di capire come, chi stabilisca le rotte e si vi siano complicità da terra.

Sono sei i pescherecci, di diverse dimensioni, al momento si trovano arenati sul bagnasciuga delle coste agrigentine. Per uno di loro è stata già disposta la demolizione. Le imbarcazioni vengono utilizzate da migranti dell'area del Maghreb e in alcuni casi gli arrivi sono stati filmati e fotografati da bagnanti presenti in spiaggia. Buona parte degli sbarchi però avviene di notte.

"Dalla mia veranda ho visto questi arrivi notturni – dice Antonella, una donna che abita a poche centinaia di metri dalla battigia – a volte vengono lasciati da alcuni barconi, che poi ritornano indietro, altre volte lasciano il peschereccio e si avventurano nella Riserva naturale orientandosi con le luci dei loro telefonini". Su questi sbarchi "fantasma" sta indagando la Procura di Agrigento. Durante l'ultimo sopralluogo degli investigatori è stato ritrovato un documento di identità di un ragazzo tunisino, classe 1994 su cui si stanno svolgendo i necessari approfondimenti. "Queste barche restano qui per alcuni giorni, anche mesi – dice Claudio Lombardo dell'associazione Mare Amico – si distruggono a causa delle mareggiate e dietro le dune ritroviamo gli indumenti che si cambiano all'arrivo".

Il direttore dell'ufficio delle Dogane di Porto Empedocle, Roberto D'Arminio, ha disposto per il prossimo 17 agosto la demolizione di un peschereccio utilizzato per le traversate, affidando il compito a una ditta esterna. "Ci chiediamo perché non poter affidare queste barche a cooperative di pescatori o associazioni del terzo settore che potrebbero utilizzarle per diversi scopi", commenta Lombardo. 

di Marco Bova

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