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“Nei giorni di inaugurazione della Biennale Arte 2019 a Venezia, ho incontrato la mia omologa tedesca Michelle Muntefering. Confermata la disponibilità  a far rientrare in Italia il “Vaso di Fiori” di Van Huysum, rubato dai nazisti agli Uffizi, e collaborazione per #Raffaello2020″. Così in un tweet il ministro dei Beni Culturali Alberto Bonisoli al termine di un appuntamento legato alle premiazioni della Biennale di Venezia. 

Il ministro Bonisoli, in occasione dell’inaugurazione della Biennale d’Arte Venezia 2019, ha partecipato infatti ad alcuni incontri bilaterali con omologhi stranieri: tra questi, la ministra di Stato tedesca per le politica estera culturale, Michelle Muntefering, con la quale, Bonisoli ha colto l’occasione per riaffermare l’auspicio italiano che il quadro ‘Il vaso di fiori’ del pittore olandese Jan van Huysum, illecitamente sottratto durante il secondo conflitto bellico dalla Wehrmacht tedesca, possa far ritorno agli Uffizi a Firenze. 

La ministra tedesca ha ribadito, da parte del governo tedesco, la “massima collaborazione affinché il dipinto possa tornare, nel più breve tempo possibile” nel nostro Paese. Nel corso del “cordiale colloquio”, si legge ancora in una nota del ministero, sono state passate in rassegna le diverse modalità di cooperazione bilaterale in ambito culturale nonché le sue possibili linee di sviluppo future. 

“‘Il vaso di fiori’ appartiene all’Italia, dobbiamo riportarlo agli Uffizi”, ha rincarato la dose su Twitter il Guardasigilli Alfonso Bonafede, ringraziando il ministro per i Beni culturali Alberto Bonisoli “per l’impegno”. Il ministero della Giustizia, conclude Bonafede, “è ovviamente a disposizione per fare qualsiasi cosa in nostra potere”. 

Breve storia del “Vaso di Fiori” di van Huysum

La questione del dipinto di van Huysum era stata sollevata il primo gennaio dal direttore tedesco degli Uffizi, Eike Schmidt, che in un video aveva detto: “Un appello alla Germania, per il 2019: Ci auguriamo che nel corso di quest’anno possa essere finalmente restituito alle Gallerie degli Uffizi di Firenze il celebre Vaso di Fiori del pittore olandese Jan van Huysum, rubato da soldati nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale e, attualmente, nella disponibilità di una famiglia tedesca che, dopo tutto questo tempo, non l’ha ancora reso al museo, nonostante le numerose richieste da parte dello Stato italiano”.

Il dipinto in questione, ricorda il sito degli Uffizi di Firenze, è un capolavoro di Jan van Huysum (Amsterdam 1682-1749), pittore di nature morte di grandissima fama: “si tratta di un olio su tela, cm 47 x 35, appartenente alle collezioni di Palazzo Pitti fin dal 1824, quando fu acquistato dal granduca lorenese Leopoldo II per la Galleria Palatina appena fondata”.

Il furto durante la seconda guerra mondiale

Nel 1940, quando all’inizio della guerra la reggia fu evacuata, il quadro venne portato nella villa medicea di Poggio a Caiano. “Nel 1943 fu spostato nella villa Bossi Pucci, sempre a Firenze, fino a quando militi dell’esercito tedesco in ritirata lo prelevarono insieme ad altre opere per trasferirlo a Castel Giovio, in provincia di Bolzano. La cassa in cui si trovava il Vaso di Fiori di Palazzo Pitti venne aperta: l’opera trafugata finì in Germania, dove se ne persero le tracce”.

Ricomparve però nel 1991, poco dopo la riunificazione tedesca: “da allora, vari intermediari hanno tentato più volte di mettersi in contatto con le autorità in Italia chiedendone un riscatto. Una richiesta di tale assurdità che recentemente, dopo l’ultima oltraggiosa offerta, la procura di Firenze ha aperto un’indagine: il quadro infatti è già di proprietà dello Stato Italiano, e pertanto non è alienabile né acquistabile”.

Il pistacchio di Bronte non può contare lo chef Rubio tra i suoi estimatori. Al contrario, per Gabriele Rubini – questo il vero nome del cuoco di Frascati – il celebre “oro verde” della cittadina della provincia di Catania è una leggenda. “Il pistacchio di Bronte: ci siete mai stati lì? È un buco di paese, come può soddisfare le esigenze di tutto il mondo?”, ha dichiarato in un’intervista al Fatto Quotidiano. “C’è una qualità turca, e altre del Medioriente, che sono stupende, ma tutti appresso a quella leggenda di Bronte”, ha continuato.

Ma allora come fa Bronte, un paese di meno di 19 mila anime, a soddisfare le esigenze di tutto il mondo? Semplicemente, non lo fa. Come si legge sul sito del Consorzio di tutela del pistacchio verde di Bronte D.O.P: “Le piante di pistacchio iniziano a fruttare nei primi cinque e sette anni di età. Tra la fine di agosto e gli inizi di settembre, a Bronte, si producono (un anno sì e uno no) fino a 3.000 tonnellate di pistacchi, che corrispondono all’1% della produzione mondiale”.

Il 2017 (l’ultimo raccolto) però non è stata quella che si dice un’ottima annata: “Abbiamo prodotto 1.270 tonnellate di pistacchio certificato DOP in guscio”, spiegano all’Agi dal Consorzio. Circa l’ottanta per cento del prodotto brontese è esportato all’estero, soprattutto in Europa (nell’ordine Francia, Germania, Svizzera, Stati Uniti, Giappone), il restante 20% trova impiego nell’industria nazionale (il 55% industria delle carni insaccate, il 30% nell’industria dolciaria ed il 15% nell’industria gelatiera, con un rapporto gela­teria industriale/artigianale che potrebbe essere del 60/40%).

Dove e come si coltiva

La zona di produzione del Pistacchio Verde di Bronte DOP interessa i territori comunali di Bronte, Adrano e Biancavilla in provincia di Catania, nella regione Sicilia. Di tutto il territorio brontese (25.000 ettari), sono coltivati a pistacchieti quasi 4.000 ettari di terreno lavico, “con limitatissimo strato arabile e con pendenze scoscese ed accidentate, poco sfruttabile per altre colture”.

La coltivazione dell’Oro Verde è molto faticosa a causa del terreno impervio e scosceso. La raccolta, eseguita rigorosamente a mano per via della natura delicata della pianta, avviene ogni 2 anni, generalmente nel periodo compreso tra il 20 agosto e il 10 ottobre. Il riposo consente agli arbusti del pistacchio di crescere traendo nutrimento dalla terra arricchita dalla cenere dell’Etna.

“Entro 24 ore dalla raccolta – si legge sul sito Ismea – si effettua la “smallatura”, deve cioè essere eliminato l’involucro coriaceo che ricopre il frutto. Successivamente, i frutti in guscio vengono essiccati al sole o in ambienti dove la temperatura è mantenuta intorno ai 40-50°C, fino ad ottenere semi con umidità residua compresa tra il 4 e il 6%. Parte del prodotto viene inoltre sgusciato e pelato, rimuovendo la pellicola viola-rossastro mediante immersione in acqua bollente, a cui segue l’asciugatura. L’eventuale sgusciatura o pelatura dei pistacchi può essere effettuata meccanicamente. La fase di stoccaggio può durare fino a 24 mesi dopo la raccolta e deve avvenire riponendo i frutti essiccati in sacchi di juta, carta o polietilene.

Perché un prezzo così alto

Il pistacchio sgusciato certificato DOP dell’ultima raccolta viene venduto a 50 euro al chilo.“Purtroppo – spiega il Consorzio – la tipologia del terreno lavico ha sempre impedito l’introduzione di qualsivoglia tipo di meccanizzazione non consentendo di conseguenza l’abbassamento degli elevati costi di produzione. Ancora oggi, le uniche macchine utilizzate in qualche azienda sono il decespugliatore, la motozappa e qualche motopompa di ridotta potenza”. La sporadica raccolta e le avversità atmosferiche possono influire negativamente sul ricavo dei produttori. Nel 2000, ad esempio, per il cattivo tempo è andato perso il 60 per cento del prodotto.

Aggiornato alle ore 9,53 del 10 maggio 2019.

Svolta nelle indagini per il ferimento di N.S., la bimba di 4 anni colpita a Napoli d a un pallottola vagante durante la sparatoria in piazza Nazionale venerdì scorso nella quale è stato ferito anche il pregiudicato Salvatore Nurcaro, 33 anni, bersaglio del raid. Preso il sicario che ha sparato e il fratello, considerato dagli inquirenti suo complice. L’uomo si chiama Armando Del Re ed è residente nel quartiere di Montesanto, a ridosso della centralissima via Toledo

Già ieri sera la sensazione che la cattura dell’uomo che ha sparato in piazza Nazionale a Napoli venerdì scorso tra la folla ferendo la bambina di 4 anni fosse molto vicina era netta. La polizia e i sostituti procuratori sono rimasti al lavoro senza sosta per dare un volto e un nome al pistolero.

Dal telefono cellulare della vittima predestinata del raid, il 32enne Salvatore Nurcaro, sono emersi elementi importanti e con le ore si è rafforzata l’ipotesi che il movente dell’agguato fosse di natura personale legato a una truffa di cui il sicario sarebbe stato a sua volta vittima.

Le telecamere ‘catturatarghe’ sono state setacciate alla ricerca dello scooter con l’uomo vestito di nero e con il casco e il passamontagna immortalato dai sistemi di videosorveglianza ma nel quartiere Arenaccia i punti sono pochissimi.

Si è cercato nei quartieri limitrofi alla zona dell’agguato, in particolare nella zona Est di Napoli dalla quale proviene anche Nurcaro, che è di San Giovanni a Teduccio ed è ritenuto vicino al clan Rinaldi. Nurcaro è ancora in gravi condizioni all’ospedale del Mare intubato.

“Abbiamo avviato l’istruttoria, necessaria ad accertare le relative responsabilità e a prescrivere le misure opportune per limitare i danni suscettibili di derivarne agli interessati: in particolare avvocati e loro assistiti”. Il presidente dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali, Antonello Soro, risponde così all’Agi in relazione al caso dell’hackeraggio delle email di migliaia di avvocati romani ad opera di Anonymous. “Sin da ora – sottolinea Soro – emerge l’assoluta inadeguatezza delle misure di sicurezza correlate alla gestione di un servizio, quale la pec, che dovrebbe garantire la massima riservatezza e su cui, peraltro, si basa l’intera architettura del processo telematico”. 

 La Procura di Milano ha inviato un invito a comparire al presidente della Regione Attilio Fontana in relazione all’accusa di abuso d’ufficio che gli viene contestata nell’ambito dell’indagine su una presunta rete di corruzione in Lombardia.

Il presidente della Regione potrebbe ricevere già oggi l’invito a comparire con l’accusa di abuso d’ufficio e la data per l’interrogatorio. Fontana non è obbligato a presentarsi davanti ai pm, valuterà assieme al suo avvocato Jacopo Pensa quale sia la migliore strategia processuale da adottare. 

Nuovo terremoto tangenti nel nord Italia. 43 persone sono state arrestate per corruzione e turbativa d’asta dalla procura di Milano. La vasta operazione coinvolge le province di Milano, Varese, Monza e della Brianza, Pavia, Novara, Alessandria, Torino e Asti.

Tra i politici coinvolti anche il consigliere comunale di Milano Pietro Tatarella, candidato di FI alle Europee, e il sottosegretario azzurro della Regione Lombardia Fabio Altitonante, anche lui di Forza Italia. Fra i nomi emersi anche quello di un esponente influente di Forza Italia a Varese, Gioacchino Caianiello. Considerato il “plenipotenziario” del partito varesino, Caianiello era già stato accusato nel 2005 e poi condannato definitivamente nel 2017 a 3 anni per concussione, a seguito del rigetto del suo ricorso in Cassazione.

I militari dei Comandi Provinciali della Guardia di Finanza di Varese e dei Carabinieri di Monza Brianza hanno eseguito 12 misure di custodia in carcere, 16 agli arresti domiciliari, 3 all’obbligo di dimora e 12 all’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.

Secondo gli inquirenti sono due i sodalizi criminali, attivi nelle province di Milano e Varese e coinvolgono esponenti politici, amministratori pubblici e imprenditori. Ad alcuni viene anche imputata l’associazione a delinquere di stampo mafioso. L’indagine ipotizza i reati di corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio e turbata libertà degli incanti, con lo scopo di spartirsi gli appalti pubblici.

L’associazione mafiosa – sempre finalizzata a corruzione, finanziamento illecito ai partiti, false fatturazione, autoriciclaggio e abuso d’ufficio – è stata contestata a 9 delle 95 persone  indagate.

I provvedimenti sono stati emessi dal gip del Tribunale di Milano Raffaella Mascarino su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia diretta da Alessandra Dolci e dai sostituti Procuratori Silvia Bonardi, Adriano Scudieri e Luigi Furno al termine dele indagini condotte  dalla Compagnia della Guardia di Finanza di Busto Arsizio (Varese) e dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Monza.

Diminuiscono inesorabilmente le copie dei quotidiani in edicola. E non è certo una notizia fresca di giornata. In 26 anni hanno lasciato sul terreno circa 5 milioni di copie complessive. Copie non vendute. Circa i tre quarti dal 1992, anno di massima espansione delle vendite: 6.800.000 copie giornaliere, anche grazie alla curiosità intorno all’inchiesta giudiziaria su Tangentopoli. A febbraio 2018 erano invece 1.832.868 (Fonte Fieg). Va da sé, che ne hanno risentito anche le edicole, che un po’ alla volta hanno iniziato a tirare i remi in barca e ad una ad una a chiudere i battenti.

Così se “nel 2001 le edicole vere e proprie, per capirci i chioschi e i negozi che vendevano quasi soltanto giornali, riviste e prodotti editoriali, erano più di 36 mila” si legge in un’inchiesta in due puntate realizzata per l’edizione cartacea de la Repubblica in due puntate il 30 aprile e il 3 maggio a firma Sergio Rizzo, “nel 2017, dicono i dati delle Camere di commercio, ne erano rimaste appena 15.876, ma alla fine dello scorso anno quel numero era sceso ancora a 15.126”. Passando così da una ogni 1.550 abitanti a una ogni 4 mila residenti. Una debàcle. Dati che confermano che “la frana partita una decina d’anni fa con la crisi economica viene giù a precipizio. Settecentocinquanta chiusure in un anno significa che l’ecatombe procede al ritmo di due decessi al giorno”.

Tanto che secondo la Federazione dei giornali oggi le edicole “non sarebbero più di 11 mila”. “Vero è che i giornali non si vendono più soltanto lì, come ricorda il responsabile della Confesercenti Ermanno Anselmi, un tempo edicolante a Livorno: ‘Con la riforma voluta da Pierluigi Bersani a fine anni Novanta si sono aggiunti i bar, i supermercati, le pompe di benzina, gli autogrill. Eravamo arrivati a 41 mila punti vendita. Ma adesso, con la crisi, se ne contano sì e no 27 mila. E per capire la situazione, basti sapere che già nel 2013 il 52 per cento della rete di vendita dei giornali era a rischio chiusura’”.

Eppure era un mestiere ricco quello dell’edicolante. Anche di soddisfazioni. Faticoso per orari, con sveglie all’alba e chiusure ritardate. Alcune edicole restavano aperte anche nel cuore della notte e sfornavano dopo la mezzanotte o più oltre copie di giornale ancora calde di tipografia per lettori curiosi e frementi di notizie e aggiornamenti. Erano anche gli anni degli allegati, delle videocassette abbinate a l’Unità diretta da Walter Veltroni, dei libri, dei gadget, delle copie abbinate ai biglietti della lotteria, del Bingo e dei Replay, dei giochi. “Si sgobbava, ma alla fine del mese portavo a casa tre milioni. Di lire, ovvio». Un buono stipendio da funzionario di banca. Altri tempi” ricorda Anselmi.

I numeri di un tracollo

E oggi? “Oggi – si legge ancora nell’inchiesta di la Repubblica – il fatturato della vendita di giornali e altri prodotti editoriali nelle edicole tocca a malapena 1,8 miliardi l’anno, contro i 5 miliardi e mezzo del 2005: un terzo. Se si divide la somma per i 27 mila presunti punti vendita, si arriva alla misera cifra di circa 200 euro al giorno di fatturato pro capite, che rapportata al 18,70 per cento di aggio sul prezzo di copertina spettante all’edicolante, fa poco più di 35 euro al giorno. Al lordo delle spese, e per alzarsi ogni mattina alle quattro e mezza. Un margine di guadagno ridicolo. E senza buonuscita”.

Perché una volta, spiega Diego Averna della Cisl, c’era anche quella: ‘Chi decideva di smettere vendeva l’edicola e ci faceva una discreta somma. Era una specie di liquidazione’. Le quotazioni erano di tutto rispetto: si arrivava anche a duecento, trecentomila euro. ‘Oggi, e anche a Milano’, continua Averna, ‘le edicole non si vendono perché chiudono. Per chi riesce a incassare tre, quattro o cinquemila euro è tutto grasso che cola’. Per non parlare di chi alla liquidazione preferiva una bella pensione, semplicemente affittando l’edicola”.

Possedere un’edicola era una vera fortuna e, potremmo aggiungere noi, che non mancano i ricordi di qualche direttore che negli anni d’oro dei giornali, arrivato a fine rapporto di lavoro s’è sentito proporre dal proprio editore di ottenere parte della liquidazione direttamente in denaro e l’altra sotto la forma della proprietà di un’edicola o della sua licenza.

Certo, poi ci sono i piccoli centri, i borghi inerpicati sulle montagne di cui l’Italia è costellata. E aggiunge Rizzo: “La desertificazione ha investito la parte più debole e anziana della popolazione, quella dei paesi e dei centri isolati. In Italia i comuni con meno di 5 mila abitanti sono 5.497, ovvero il 69,5 per cento del totale. E quasi 2 mila, per l’esattezza 1.934, non arrivano a mille residenti. Tanto basta per spiegare quanto l’impatto della crisi sia stato devastante”.

“In quei paesi l’edicola era uno dei pilastri della vita civile, insieme all’ufficio postale, alla caserma dei carabinieri e alla chiesa”, prosegue, “rappresentava il presidio dell’informazione, considerando che la popolazione dei piccoli comuni è più anziana e non ha facile accesso a Internet come nelle città. Qui la televisione e i giornali sono le fonti principali, e quando scompare l’edicola è come se sparisse anche un pezzo di democrazia. Non sappiamo esattamente quanti centri abitati, magari inerpicati sulle montagne, siano rimasti senza giornali. Non c’è una statistica, ma per farsi un’idea è sufficiente confrontare il numero delle presunte edicole aperte ancora nel 2017 per provincia con il numero dei comuni di quella provincia”.

“’In alcune aree del Paese ne scompaiono anche al ritmo di quattro o cinque al giorno’, lamenta Andrea Innocenti, il presidente del sindacato autonomo Snag legato alla Confcommercio. ‘Una decina d’anni fa la mia edicola di Firenze’, ricorda, ‘vendeva mille quotidiani al giorno. Oggi quando va bene sono 170, forse 180′. E una situazione nella quale si lotta anche per la singola copia presenta anche aspetti da guerra fra poveri”.

E così, rileva la seconda parte della puntata dell’inchiesta, le edicole, bene o male, si stanno trasformando. Perché “le edicole che vendono solo giornali e riviste”, dice Giuseppe Marchica, il segretario del sindacato giornalai della Cgil, ‘hanno ormai in media un utile inferiore alle mille euro al mese. Ditemi voi se è una cosa sostenibile’. Da una parte i monopolisti della distribuzione. Dall’altra i prezzi di vendita sempre più bassi di talune pubblicazioni comprimono i ricavi” si legge.

Una seconda vita è possibile?

“Il fatto è che oggi le edicole sono allo stremo, nonostante la miriade di tentativi fatti per allargare il giro d’affari. Si cominciò addirittura nel 2001, quando i giornali ancora tiravano, con la proposta di fargli vendere anche le sigarette. Affondata dalla protesta dei tabaccai. Intanto il sindaco di Roma Walter Veltroni consentiva di vendere biglietti del teatro e dello stadio, giocattoli, pellicole fotografiche. Mentre già ovunque si vendevano i biglietti dell’autobus, e qualcuno anche i biglietti della lotteria. Dieci anni più tardi, a Milano, pensarono di trasformarle in infopoint. Poi un accordo per fargli smistare pacchi e corrispondenza. Fino all’idea, in Liguria, di farle diventare quasi pasticcerie. Oppure, ancora a Milano, luoghi per degustare i cibi tradizionali. Senza arrestare la morìa”.

C’era anche chi aveva pensato di digitalizzarle, le edicole, per evidenziare la tracciabilità delle vendite e delle rese dei giornali con l’introduzione di un sistema informatico che avrebbe di conseguenza messo in rete tutta la filiera, edicole e rivendite comprese. Ma poi della legge non se ne fece più nulla. Interverrà ora il governo a sostegno del settore? “O si mettono sul tavolo le risorse per affrontare questa fase difficile sperando che le misure di cui si parla la possano far superare, o non ci saranno prospettive. Nemmeno per gli editori e i distributori. Teniamo presente che quando chiude una edicola, le copie che si sono perdute non vengono recuperate”, avverte Marchica. Qui si tocca con mano quanto c’entri la democrazia.

Eppure qualche piccolo tentativo di rinascita non manca. Come l’Edicola 518 di Perugia, che in appena 4 metri quadrati ha tentato di fare una sua rivoluzione culturale, specializzandosi in editoria di qualità e facendola diventare un chiosco 2.0. O come Erno, sorta di recente nel cuore di Roma, nel rione di Borgo Pio, animatori quattro giovani ragazzi, con giornali di qualità, vino e sfizi da consumare in piazzetta. Oppure le nuove nove edicole inaugurate a Firenze e raccontate dall’edizione cartacea de la Repubblica di Firenze lo scorso 24 aprile. Un’inversione di tendenza? Piccoli segnali. Da studiare e coltivare. 

 

Un appello all’accoglienza dei migranti e affinché le religioni promuovano “armonia e concordia”: sono questi i due messaggi centrali del discorso pronunciato da Papa Francesco davanti alle autorità e alla società civile bulgare, a Sofia, alla presenza del presidente della Repubblica Rumen Radev

“A voi, che conoscete il dramma dell’emigrazione, mi permetto di suggerire di non chiudere gli occhi, non chiudere il cuore e non chiudere la mano, come è nella vostra tradizione, a chi bussa alle vostre porte”, ha detto Francesco. Poi il Papa ha chiesto che “ogni religione, chiamata a promuovere armonia e concordia, aiuti la crescita di una cultura e di un ambiente permeati dal pieno rispetto per la persona umana e la sua dignità, instaurando vitali collegamenti fra civiltà, sensibilità e tradizioni diverse e rifiutando ogni violenza e coercizione. In tal modo si sconfiggeranno coloro che cercano con ogni mezzo di manipolarla e strumentalizzarla”.

“Valorizzare i canali digitali proprietari per garantire un dialogo riservato e di alta qualità. In linea con questo impegno, Unicredit annuncia che a partire dal 1 giugno non sarà più su Facebook, Messenger e Instagram”. Quattro righe sulla pagina Facebook dell’Istituto per un annuncio che fa notizia. La prima banca italiana per attivi totali (25 milioni di clienti e attività in 18 Paesi del mondo) rinuncia completamente a due social network e alla piattaforma di messaggistica Messenger (tutti canali che fanno capo al gruppo di Menlo Park) per concentrare la comunicazione della propria attività sui propri mezzi digitali, il sito Internet, in primo luogo, ma anche email, telefono e chat.

 

 

Alcuni mesi fa l’ad di Unicredit Jean Pierre Mustier aveva preso già le distanze dal social di Mark Zuckerberg, colpito nell’inverno 2018 dallo scandalo Cambridge Analytica. “Prendiamo le questioni di business ed etica molto seriamente”, aveva dichiarato allora Mustier, “e abbiamo interrotto ogni interazione con Facebook perché non riteniamo che Facebook si stia comportando in modo appropriato ed etico. Unicredit come gruppo non sta utilizzando Facebook per ordine del Ceo e non lo utilizzerà fino a quando non avra’ un comportamento etico appropriato”.

Un disamore profondo e meditato per il social più utilizzato al mondo che produsse già a marzo 2018 una interruzione degli investimenti pubblicitari di Unicredit su questa piattaforma (Facebook in Italia conta 31 milioni di iscritti). E che ora, dopo poco più di un anno, ha convinto i vertici a rinunciare definitivamente (e in tutti i Paesi dove la banca opera) alla pagina e al profilo Instagram. Al momento non si hanno notizie di un disimpegno su Twitter e Linkedin. 

Carenti sotto il profilo della sicurezza per l’incolumità pubblica. Così la procura di Avellino ritiene 12 viadotti del tratto irpino dell’autostrada A16 Napoli – Canosa, tra le uscite di Baiano e Benevento. Sequestro quindi nell’ambito dell’inchiesta bis sulla manutenzione dell’arteria autostradale scaturita dal processo per la strage di Acqualonga del 28 luglio 2013, quando 40 persone a bordo di un bus turistico malandato e con il sistema frenante guasto morirono dopo essere precipitate dal viadotto con quel nome.

I sigilli giudiziari sono stati disposti nuovamente per il viadotto Acqualonga, e anche per altri 11 ponti, in particolare Pietra Gemma, Carafone, Vallonato I e II, F.Lenza Pezze, Scofeta Vergine, Sabato, Boscogrande, Francia, Vallone del Duca e Del Varco. Tre dirigenti di Autostrade per l’Italia risultano indagati per una serie di omissioni. Si tratta di Michele Renzi, ex direttore di tronco di Cassino, Massimo Giulio Fornaci e Costantino Ivoi. 

Renzi è stato già condannato in primo grado a cinque anni di reclusione nel processo per l’incidente di Acqualonga. Fornaci è stato invece assolto. Il terzo dirigente ha invece testimoniato nel processo. L’inchiesta avviata sul finire del processo parte proprio da alcuni atti processuali.  Il traffico lungo il tratto irpino della A16 resta aperto ma potrebbero esserci disposizioni per la limitazione della velocità per sopperire alle presunte carenze di materiali e sistemi di protezione.