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Nel Lazio sono "attivi" (dunque, citati in indagini o atti istituzionali negli ultimi 4 anni) 93 fra gruppi, clan, famiglie, tradizionali, autoctone e narcotrafficanti che usano il metodo mafioso.

Circa 50 operano nel solo territorio della capitale e, secondo il III Rapporto "Mafie nel Lazio" realizzato dall'Osservatorio Sicurezze e Legalità della Regione Lazio, il numero complessivo dei gruppi criminali storicamente presenti nella regione dagli anni '70 ad oggi è 154.

Di questi, 62 sono stati tracciati da indagini e processi per molti anni ma – dalla documentazione consultata – non sono più citati in indagini giudiziarie o rapporti istituzionali da almeno 4 anni. Il fatto che queste consorterie criminali non siano state più colpite negli ultimi 4 anni non significa che non siano più operative: in alcuni casi, in base ad elementi scaturiti da indagini e sentenze, gruppi criminali pesantemente colpiti dalla repressione giudiziaria, hanno continuato ad operare appoggiandosi a personaggi della criminalità di secondo piano.

A Roma sono presenti clan di mafia tradizionale, come Cosa nostra, 'ndrangheta e camorra, gruppi di derivazione mafiosa che son diventati "autonomi" sul territorio romano, clan autoctoni ovvero generati dal tessuto socio-economico romano che nel tempo hanno "mutuato" per effetto contagio "il metodo mafioso" che oggi esercitano sul territorio, come già confermato in alcune sentenze.

Il sistema criminale complesso romano vede anche l'azione di gruppi flessibili e autonomi che entrano in azione con i gruppi e con i narcotrafficanti che a Roma 'controllano' alcuni quartieri. E non mancano le mafie straniere.

È la gestione delle piazze di spaccio a Roma a destare maggiori preoccupazioni perché rappresentano il luogo in cui maggiore è il contagio delle mafie tradizionali con i gruppi della criminalità romana che si evolvono nel metodo mafioso. A Roma funzionano contemporaneamente un centinaio di piazze di spaccio, operative h24 e caratterizzate dall'uso di sentinelle, ostacoli mobili e fissi (come inferriate), l'utilizzo di telecamere e l'esistenza di edifici che – da un punto di vista urbanistico – garantiscono un controllo delle aree.

I gruppi organizzati, in gran parte romani, gestiscono le piazze di spaccio con una rigidissima suddivisione del territorio, spesso nella stessa strada, e hanno rapporti e relazioni con soggetti componenti appartenenti ai casalesi, gruppi di camorra e soprattutto calabresi, che sono i grandi fornitori delle piazze di stupefacenti.

E' la 'ndrangheta che può essere considerata l'organizzazione leader nel settore del narcotraffico romano e non solo. Queste organizzazioni oltre alla gestione del traffico degli stupefacenti si occupano anche di usura, estorsione ed altre attività illegali. Queste organizzazioni – spiega il Rapporto – originariamente non sono mafiose, non hanno una derivazione di matrice mafiosa, non sono organizzate in termini mafiosi, di mafioso non avevano nulla eppure stanno cominciando ad acquisire tutti i connotati e gli ingredienti tipici dell'esercizio del metodo mafioso. 

Dal primo gennaio al 31 marzo del 2018 già 76 giornalisti italiani hanno subito minacce. E’ la stima di “Ossigeno per l’informazione”, l’osservatorio il cui acronimo sta per “OSservatorio Su Informazioni Giornalistiche E Notizie Oscurate” che si pone “l’obiettivo di accrescere la consapevolezza pubblica di questo grave fenomeno che limita la libertà di informazione e la circolazione delle notizie”. Secondo il “Contatore” dell’organizzazione nei primi tre mesi dell’anno si è registrato un incremento di 95 unità e il totale di giornalisti minacciati dal 2006 ha raggiunto quota 3.603.

Ma secondo le stime di Ossigeno esposte nel Rapporto 2011, dietro ogni intimidazione documentata dall’Osservatorio almeno altre dieci restano ignote perché le vittime non hanno la forza di renderle pubbliche. Tra gli ultimi casi di minacce gravi c’è quello di Paolo Borrometi, giornalista dell’agenzia Agi e direttore del sito La Spia che nelle ultime settimane è stato al centro delle cronache giudiziarie per alcune intercettazioni ambientali tra boss siciliani che parlavano di ammazzarlo. 

Come è andata nel 2017

Nel 2017 il monitoraggio delle violazioni della libertà di stampa e di espressione ha assorbito gran parte delle energie dell’Osservatorio. Sono stati 423 i giornalisti, i blogger, i fotoreporter e i video operatori contro i quali nel 2017, in Italia. Ossigeno per l’Informazione ha accertato gravi violazioni della libertà d’informazione attuate con intimidazioni, minacce, ritorsioni. Sono stati 11 più del 2016, e per il 25% donne.

Come vengono minacciati

La tipologia di attacco prevalente è stata l’avvertimento (37%) seguita dalle querele infondate e altre azioni legali pretestuose (32%). Altre tipologie prevalenti sono state:

  • Le aggressioni fisiche (20%)
  • Le azioni per ostacolare la libertà di informazione con modalità non perseguibili per legge (7%)
  • I danneggiamenti di beni personali o aziendali (4%)

Il Lazio, la regione più colpita

Il Lazio è stata la regione italiana in cui sono state accertate più intimidazioni e ritorsioni, con un incremento di 8 punti percentuali rispetto al 2016. A Roma e dintorni sono stati 141 giornalisti e blogger colpiti, il 33% dei 423 riscontrati nell’intero territorio nazionale. È il primo anno, dal 2013, che la percentuale degli avvertimenti supera quella delle azioni legali pretestuose.

Migliaia di palloncini sono stati liberati nel cielo dell'Eur dal palazzo della direzione generale della Siae. E' il modo con cui la Società Italiana degli Autori ed Editori ha scelto di celebrare la Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d'Autore, che coincide con la data di nascita della Siae, che compie 136 anni.

"Abbiamo scelto il palloncino come simbolo perché vola alto, come le emozioni – ha commentato Filippo Sugar, presidente della società – E' un oggetto semplice, eppure capace di evocare la spensieratezza e la creatività. Ma anche un simbolo di fragilità, perché basta uno spillo per renderlo un involucro privo di vita. Così il diritto d'autore, che tutela tutti coloro che ogni giorno ci regalano emozioni, è messo a rischio dagli 'spilli' di chi non riconosce il lavoro degli autori".

"Oggi come non mai – sottolinea la Siae – è di importanza cruciale celebrare la Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d'Autore. Il rischio, infatti, è di assistere alla incredibile affermazione del paradosso per cui corrispondendo meno diritti agli autori e agli editori si otterrebbe un aumento della produzione culturale".

 

Hanno ricordato l'importanza della creatività con la loro presenza premi Oscar come Ennio Morricone e Nicola Piovani, autori che hanno fatto la storia della canzone italiana come Mogol, e tanti autori e artisti tra i più amati, da Luca Barbarossa a Dori Ghezzi, da Paolo Fresu a Paolo Damiani, Mario Lavezzi, Riccardo Sinigallia, Franco Mussida, Piero Cassano in rappresentanza degli oltre 85 mila associati Siae.

Durante un incontro con la stampa Sugar ha sottolineato i tre punti chiave dell'attività Siae: difendere e remunerare il diritto d'autore, fare promozione culturale, assicurare solidarietà agli autori in difficoltà. Riguardo quest'ultimo aspetto, Sugar ha sottolineato che "l'autore non ha una pensione, è costretto a stare sulle montagne russe per tutta la vita e l'unica garanzia è che il suo lavoro sia tutelato come diritto d'autore".

A proposito di impegno Siae per la promozione culturale, specie nelle scuole, il dg Blandini ha ricordato la proposta inviata al Miur di ridurre del 50% il diritto d'autore sulle web radio nelle scuole ed università e il sostegno alle zone terremotate, citando i casi di Amatrice e Norcia, ma anche le iniziative nelle carceri, con impegnato in prima fila Franco Mussida (uno dei fondatori della PFM), e l'apertura di una biblioteca a Scampia, "in uno spazio strappato alla camorra".

Se gli episodi di bullismo nelle scuole si moltiplicano, la responsabilità è soprattutto dei genitori che hanno smesso di educarli. Questa in estrema sintesi la tesi argomentata su La Stampa da Antonio Scurati che si inserisce così nel dibattito sul fenomeno del bullismo e sul botta e risposta scaturito da un ‘Amaca’ di qualche giorno fa di Michele Serra. L’esercizio che secondo lo scrittore, tutti i genitori dovrebbero fare è semplice e consiste nel chiedersi “in quale momento non meglio precisato della seconda metà del secolo scorso, una generazione che aveva ricevuto una severa educazione dai propri padri l’ha rigettata senza sostituirla con un’altra”.

Non si è interrotta la catena di trasmissione di uno specifico modello educativo ma “si è abdicato all’idea stessa che i figli dell’uomo debbano ricevere una qualche educazione”. Da quando il Secondo Dopoguerra europeo si è sbarazzato di tutte le tradizionali istituzioni pedagogiche (esercito, scuola, famiglia, istituzioni politiche, grandi partiti politici di massa), “i genitori non si rispecchiano più nella superficie cristallina della buona educazione ricevuta dai figli ma ritrovano se stessi nello specchio deformante della loro maleducazione sistematica. La sempre più frequente aberrazione di padri che si alleano ai figli nel contrastare o aggredire gli insegnanti è solo la manifestazione più estrema di un’abdicazione vasta”.

A questa scena Scurati contrappone un ricordo personale ma comune alla maggior parte dei genitori di oggi: la vergogna sul volto di sua madre nel momento in cui, decenni fa, la maestra scandì la frase “suo figlio è maleducato”. “Non ricordo nemmeno se lo stigma gettato su di me fosse giustificati, eccessivo o del tutto infondato”. Ma non aveva importanza. 

Chi ha prenotato una minivacanza in Italia può tirare può sospiro di sollievo: il ponte del 25 aprile sarà all'insegna del caldo estivo. Queste le previsioni degli esperti per la settimana in corso che vedrà uno stop per la Festa della Liberazione per la stragrande maggioranza degli italiani. Nei prossimi giorni si registreranno temperature tipiche di inizio giugno (e in alcuni casi di luglio) sulla maggior parte delle regioni. Merito di un vasto e potente anticiclone dal cuore molto caldo che stazione sull'Europa centrale mantenendo le perturbazioni atlantiche lontane dal Mediterraneo. 

Quest'anno il 25 aprile cade di mercoledì e molti italiani allungheranno il week end appena concluso oppure si prenderanno giovedì e venerdì per allungare il prossimo. Altri ancora tireranno fino a martedì, mettendoci dentro anche la festa dei lavoratori di lunedì prossimo. Calcoli e piani ferie che trovano quest’anno l’invito del meteo: un anticiclone assicurerà condizioni stabili su tutta la penisola e temperature oltre la media stagionale, salvo un piccolo e non influente passaggio di pioggia tra giovedì e lunedì. Niente che possa fare desistere dallo sfruttare uno dei 3 ponti possibile per un interessante anticipo di estate.

Al momento, al Nord, il caldo anomalo ha toccato l'apice e gradualmente le temperature inizieranno a calare di qualche grado. In buona parte della Liguria, fa sapere Meteo Giornale, la temperatura è scesa di 10°C rispetto ai giorni precedenti, ma ciò solo per l'intervento delle brezze di mare. All'opposto, nelle regioni adriatiche e al Sud Italia la colonnina di mercurio salirà ancora, in alcuni casi fino a 30 gradi, anche per effetto delle correnti africane.

Nei giorni a seguire, quindi il periodo 26-30 aprile, fa sapere 3b Meteo , una saccatura dal Nord Europa proverà a forzare il muro anticiclonico. Se con tutta probabilità il progetto andrà in porto sull'Europa centrale, dove il tempo tornerà instabile e più fresco, in Italia l'alta pressione potrebbe opporre resistenza. Ma non è detto.

Dal 26 Aprile, avverte IlMeteo.it, lo scenario meteo è destinato a cambiare: i temporali saranno via via più frequenti lungo l'arco alpino, l'anticiclone viene indebolito da correnti umide atlantiche, più fresche, che scorrono a Nord delle Alpi. 

Fenomeni instabili entro sera potranno raggiungere le zone di pianura del Nordest: a rischio temporali le province di Belluno, Treviso, Vicenza, Padova, con possibile interessamento anche della Lombardia orientale.

Venerdì 27, una blanda circolazione instabile poi, in risalita dal Nord Africa, porterà diffusa instabilità pomeridiana lungo i rilievi appenninici centrali, sulla Sardegna e al Nordovest, soprattutto su Piemonte, Valle d'Aosta, Lombardia. Qualche pioggia al mattino anche al Nordest; valori termici in calo al Nord: a Bolzano si prevedono 18°C, 21° a Milano.

Per i meteorologi è troppo presto per stabilire che tempo farà nel ponte del primo maggio. Il Meteo.it, però anticipa che per quella data "un insidioso centro depressivo farà rotta sul nostro Paese". Intanto, considerando che l'anticiclone proverà a resistere sin verso fine mese, questa potrebbe essere solo l'inizio di una lunga fase con temperature sopra media. Nonostante le inevitabili pause temporalesche.

E' stata trovata la traccia di un terzo Dna sconosciuto agli inquirenti su uno dei resti di Pamela Mastropietro, la 18enne romana fuggita il 29 gennaio dalla comunità di recupero di Corridonia e poi uccisa a coltellate e fatta a pezzi. L'hanno scovata i carabinieri del Ris di Roma. Dalle prime notizie, però, a quanto risulta all'AGI, si tratterebbe di una traccia 'da contaminazione', ovvero dovuta al possibile contatto del resto umano su cui è stata trovata con una superficie o comunque qualcosa su cui già c'era quel Dna.

La traccia non sembrerebbe dunque ricondurre ad una nuova pista nell'inchiesta sul delitto che per ora vede in carcere, accusati di concorso in omicidio volontario e vilipendio e occultamento di cadavere i nigeriani Desmond Lucky, 22 anni, e Lucky Awelima, 29 anni. Mentre l'affittuario dell'appartamento-mattatoio, Innocent Oseghale, 29 anni, è in carcere con la sola accusa – allo stato delle indagini – di vilipendio e occultamento di cadavere: sarebbe stato lui a trasportare i due trolley contenenti i resti umani di Pamela e poi abbandonarli in un tratto della provinciale di Pollenza, sempre nel Maceratese. Resti umani ritrovati il 31 gennaio. 

Mancano ancora tracce genetiche dei due sospetti

Finora i profili genetici di cui si sapeva sono quelli di Oseghale, e di un tassista, non indagato, che il 29 gennaio aveva accompagnato la ragazza dalla stazione ferroviaria, dov'era arrivata da Corridonia per cercare droga, fino ai giardini Diaz, e che si era intrattenuto sessualmente con lei. Ora spunta il terzo, di persona non identificata. Mentre non sarebbero state rilevate – al momento – tracce dei due nigeriani accusati di omicidio e neppure del 38enne che avrebbe fatto da autista il giorno in cui i due trolley sono stati abbandonati sul ciglio della strada e per il quale c'e' la sola denuncia a piede libero.

Il Ris alla ricerca di risposte

Ora gli investigatori del Comando provinciale dei carabinieri di Macerata sono al lavoro, con gli esperti del Ris e del reparto operativo, per riuscire a dare un nome e un volto alla persona il cui profilo genetico è stato individuato. Non è neppure da escludere che questa 'contaminazione' sia avvenuta nelle fasi immediatamente successive al ritrovamento dei resti umani nei due trolley: per quanto infatti sia stata usata tutta l'accortezza possibile, non è da escludere che comunque possa essere rimasta 'impressa' una traccia di persona estranea al caso.
Come pure non è da escludere che la 'contaminazione' sia frutto del contatto dei resti di Pamela con qualcosa all'interno di quell'appartamento su cui era rimasta traccia di qualcuno che era passato per l'appartamento. E quindi il lavoro di analisi e scrematura da parte dei carabinieri, sia scientifici che operativi, è abbastanza complesso e non è detto che l'esito si abbia a breve.

I carabinieri del Ris hanno per le mani anche la scatola dei guanti in lattice trovata nell'appartamento di via Spalato. S'ipotizza che la confezione sia stata acquistata per procedere poi all'orrendo sezionamento del corpo di Pamela, al passarne i resti, quasi lavarli, con abbondanti dosi di candeggina – un modo per ripulire da tracce – e poi infilarli nei due trolley, uno dei quali – di colore rosso e blu – appartenente alla stessa vittima. E su quella confezione potrebbe anche esservi rimasta qualche impronta, una traccia genetica. Una confezione da 100 paia di guanti che però al momento del sequestro ne aveva 47, e si sospetta che buona parte di quelli che mancano siano stati utilizzati durante la dissezione e quindi buttati via nei cassonetti dei rifiuti indifferenziati. 

I risultati delle prime perizie

Nelle prime fasi dell'inchiesta Oseghale era stato accusato di omicidio, poi però la prima perizia autoptica aveva parlato di morte per overdose e questo aveva fatto cadere l'accusa più pesante. È quindi intervenuta una seconda e più approfondita perizia medico-legale, condotta dal professor Mariano Cingolani, dell'università di Macerata, che in passato ha seguito anche i casi di Eluana Englaro, Marco Pantani e Meredith Kercher. E ha accertato la presenza di tracce di due coltellate al basso torace destro, all'altezza del fegato, fissando nella conseguente emorragia la causa della morte, oltre ad aver riscontrato un'ecchimosi – non mortale – a una tempia, dovuta forse all'impatto contro uno stipite o mobile durante la caduta a terra oppure perché la ragazza era stata spintonata con forza e aveva battuto contro l'ostacolo mentre le venivano inferte le coltellate.

L'anatomopatologo ha individuato, nel corso dell'esame condotto nella sala settoria dell'ospedale maceratese Santa Lucia, la presenza sui resti di Pamela di "segni di applicazione di violenza sicuramente in condizioni di vitalità", cioè la ragazza romana era viva quando ha battuto la testa. La morte è avvenuta tra il pomeriggio del 29 e la tarda mattinata del 30 gennaio, l'autopsia non ha potuto stabilire esattamente se sia stato lo stesso giorno dell'incontro con Oseghale oppure l'indomani. E ancora non è detto che l'overdose non possa aver comunque compromesso una situazione, ovvero al di là delle coltellate avrebbe più tardi condotto al decesso.

Nulla osta per i funerali

Intanto si attende di conoscere la data dei funerali di Pamela, la Procura di Macerata ha infatti concesso nei giorni scorsi il nulla osta e messo la salma a disposizione della famiglia della ragazza. Salma che però è ancora nell'obitorio maceratese, la famiglia non ha deciso la data dei funerali. Si sa solo che le esequie saranno celebrate nella Chiesa di Ognissanti a Roma, in via Appia Nuova, zona piazza Re di Roma. A poche decine di metri dalla casa dove Pamela viveva e da cui era 'fuggita' inseguendo un futuro che, come 'postava' sui social, immaginava ben diverso e che invece si è trasformato in orrore. In una morsa mortale. 

Il loro debutto, ancora in fase progettuale, era stato un disastro. Questi sedili da 'low-cost delle low-cost' facevano venire il mal di schiena e stancavano le gambe anche solo a guardarli e così la società che li aveva disegnati si era affrettata a farli sparire proprio mentre la battuta di Richard O'Leary slkla prospettiva di far viaggiare i passeggeri di Ryanair in piedi sollevava un'ondata di indignazione.

Calato, anzi dimenticato il polverone, però, quei disegni sono usciti dai cassetti e la società italiana Aviointeriors che disegna interni per aerei è tornata a proporli, questa volta in forma di prototipo, alle compagnie aree interessate più alla capacità di carico che della comodità del viaggio. Resta da capire se viaggiare in piedi sulle 'selle' della Aviointeriors sia – come dicono – più comodo che in sedili stretti.

Cos’è lo SkyRider 2.0

Presentato alla Aircraft Interiors Expo 2018 di Amburgo, lo SkyRider 2.0 – questo il nome del progetto – punta a offrire una alternativa a bordo di voli ad alta densità, riducendo gli spazi tra le file. Il nuovo progetto è la versione aggiornata e rivisitata di quello del 2010 che tuttavia non ebbe successo. Il primo SkyRider non ottenne l’approvazione della US Federal Aviation Administration. La nuova versione presenta una maggiore imbottitura e pali per collegare ogni fila di sedili dal soffitto al pavimento della cabina.

 

 

“Comodo e pratico”

Secondo Aviointeriors, lo SkyRider 2.0 "garantisce una maggiore posizione verticale del passeggero mantenendo un comfort adeguato”. Mentre resta da verificare se la definizione di "comfort adeguato" di Aviointeriors corrisponda a quella della persona media, sottolinea la CNN. L'azienda assicura che i sedili, progettati per i voli a corto raggio, hanno molti vantaggi. "Il design di questo sedile consente di aumentare il numero di passeggeri del 20% consentendo di aumentare i profitti per le compagnie aeree", afferma un portavoce di Aviointeriors. "Inoltre, Sky Rider 2.0 pesa il 50% in meno rispetto ai sedili standard in classe economica e il ridotto numero di componenti consente costi di manutenzione minimi."


Lo spazio a bordo delle low-cost

  • EasyJet e Vueling – 73,4 centimetri
  • Ryanair e Wizz Air – 76,2 centimetri
  • Prototipo SkyRider – 58,4 centimetri

I nuovi sedili, secondo il Corriere, abbasserebbero le spese per le compagnie del 23-24%. "L’obiettivo è avere una Super Economy integrale entro un paio d’anni", sostiene l’ad di Aviointeriors, Ermanno De Vecchi. Intanto bisogna ottenere le certificazioni di sicurezza. Una su tutte: i sedili devono garantire l’evacuazione in 90 secondi. De Vecchi, rispondendo alle critiche sulla comodità, chiarisce che questi sedili sono pensati per i voli "di massimo 75 minuti, anche se saranno le compagnie a decidere". E rivela che è dall’Asia che ha ricevuto più manifestazioni d’interesse: "SkyRider si adatta alla loro conformazione fisica, sono meno robusti. L’esperienza è simile a quella dei cowboy americani". Il brevetto prevede l’installazione anche sui treni regionali.

​I sedili verticali che stentano a prendere il volo

L’idea di sedili verticali circola da circa due decenni. Airbus aveva proposto l'idea di voli in piedi già nel 2003 e nel 2010, il CEO di Ryanair, Michael O'Leary, ha annunciato che stava prendendo in considerazione l'introduzione di speciali aree riservate a bordo dei suoi aerei. Ma la compagnia aerea sembra aver abbandonato l'idea per il momento. Tra le maggiori criticità ci sono i potenziali ritardi di evacuazione dovuti allo spazio limitato e il fatto che non c'è spazio sotto i sedili per gli effetti personali.

Sarà una giornata particolare, quella di martedì 24 aprile all’Agenzia Italia. Dalle 9 si parlerà di mafia, di giornalismo e mafia. Di giornalisti che facendo il proprio lavoro combattono la mafia, offrendo ai magistrati e ai cittadini un servizio straordinario per la difesa della legalità.

Sarà una puntata unica di Viva l’Italia, in diretta streaming sul sito dell’Agi e su Facebook, condotta dal direttore Riccardo Luna insieme a Paolo Borrometi, giornalista dell’agenzia e direttore del sito La Spia che nelle ultime settimane è stato al centro delle cronache giudiziarie per alcune intercettazioni telefoniche tra boss siciliani che parlavano di ammazzarlo.

Non è la prima volta che succede. Borrometi è un giornalista che da anni vive in trincea e sotto scorta, per aver denunciato i traffici e le infiltrazioni di alcune famiglie mafiose del catanese e delle province di Ragusa e Siracusa. Ha subito un’aggressione nel 2014. È oggi uno dei giornalisti italiani più nel mirino della mafia siciliana.

Con Luna e Borrometi ci saranno Federica Angeli (la Repubblica) e don Luigi Ciotti (Libera), ci sarà Giuseppe Giulietti, presidente della Federazione Nazionale della Stampa, e tanti leader politici che in questi giorni hanno espresso la propria solidarietà a Borrometi per le minacce subite dal clan Giuliano di Pachino.

La trasmissione si intitola ‘#Vival’Italia #abbassolamafia’ e sarà anche l’occasione per tornare sulla storica sentenza della Corte d’Assise di Palermo che venerdì 20 aprile ha condannato dopo 5 anni di processo alcuni boss e diversi pezzi delle istituzioni per la ‘trattativa stato-mafia’ dopo le stragi e gli attentati all’inizio degli anni Novanta.

 

Michele Serra parte al contrattacco. Dopo l'ondata di polemiche che ha travolto la sua 'Amaca' che il 20 aprile ha dedicato all'episodio di bullismo da parte di uno studente su un professore di Lucca e agli altri emersi in questi giorni,  l'editorialista di Repubblica torna sul tema con un lungo intervento in cui risponde a haters, detrattori e polemisti. Per rivendicare le sue radici di sinistra e mettere in chiaro cosa intendeva dire. Ma soprattutto per "non replicare" a chi gli ha dato addosso.

Ma per capire perchè si parli tanto di questa polemica, occorre andare per ordine. 

Come tutto è cominciato

Il 20 aprile Serra pubblica il suo intervento che solleva un vespaio di reazioni che coinvolge firme sulla carta stampata e lettori sui social. A scatenare la polemica è una frase: 

Il livello di educazione, di padronanza dei gesti e delle parole, di rispetto delle regole è direttamente proporzionale al ceto sociale di provenienza.

In pochissimi si dicono d'accordo con l'editorialista e autore del best seller 'Gli Sdraiati', ma c'è chi sottolinea che la chiave per comprendere le sue parole è in un altro passaggio, in cui denuncia "la struttura fortemente classista e conservatrice della nostra società".  

Ecco alcune prese di posizione sulle parole di Serra:

"Ma la domanda che pone l’Amaca di Serra è diversa: sono davvero “brutti sporchi e cattivi” i responsabili della crisi, della goliardia, della messa in scena della violenza rituale dell’umiliazione dei professori? Sono davvero così perché figli di genitori ignoranti e marginali? Io non lo credo affatto. Ho visto piuttosto molti padri e madri eccellenti difendere cause indifendibili, un anno fa discutevano di una così di bullismo atroce in una scuola bene di Milano, senza che nessuno pensasse di fare sociologia. La demenza e la stupidità – come direbbe Carlo Cipolla – sono malattie assolutamente trasversali".

Luca Telese – Tiscali 

Forse ciò che invece dimostra l’articolo di Serra è che le vicende di Lucca de te fabula narratur: della incapacità, cioè, degli adulti, dei vecchi, della classe dirigente, degli educati e dei capaci, del ceto medio riflessivo, di guidare i giovani, il popolo, le masse, verso le magnifiche sorti e progressive di cui essi sono i (self-appointed) cantori. E allora l’inganno non è nell’aver convinto le persone chesiamo tutti uguali, l’inganno consiste nell’aver detto che quelle sorti non solo erano vere, ma che erano a portata di mano di tutti. E se il populismo, come lo chiama Serra con orrore, dilaga, è per la consapevolezza dell’irraggiungibilità dei livelli di benessere, ricchezza, disponibilità, possibilità di prendere l’ascensore sociale dei genitori.

Francescomaria Tedesco, filosofo del diritto e della politica – Il Fatto Quotidiano

No, non sono le condizioni che determinano come sono i ragazzi. Pensiamo all’acqua calda: ammorbidisce la patata ma indurisce l’uovo. Quello che importa è cosa hai dentro, in cosa consisti, di cosa sei fatto. Il degrado economico non produce disagio. È il degrado valoriare che lo produce. I giovani hanno bisogno di fare esperienze educative. Servono adulti significativi, credibili, appassionati e coerenti. Allora i ragazzi seguono e sono in grado di stupire.

Simone Feder, coordinatore Casa del Giovane di Pavia e giudice onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Milano – Vita

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La risposta di Serra

Nell'Amaca di domenica 22 aprile, Serra torna con un intervento molto più corposo per mettere in chiaro alcune cose. Ecco cosa scrive:

Di cosa ha scritto

"Ho attribuito alla 'struttura fortemente classista e conservatrice della nostra società' il maggiore tasso di aggressività e di indisciplina che si registra (stando alle cronache) nelle scuole tecnico-professionali e nelle medie inferiori rispetto ai licei, frequentati quasi solo 'dai figli di quelli che hanno fatto il liceo'. Mi interessava dire del macro-fenomeno, e in buona sostanza, non citandolo, di ripetere l’antica lezione di don Milani sulla “scuola di classe”.

La 'non replica'

"Fino a che sono i social a chiamarmi in causa, sono costretto a replicare che non posso replicare. Non certo per alterigia, ma per una ragione oggettiva sulla quale sarebbe importantissimo, e liberatorio, che tutti riflettessimo, dal prestigioso intellettuale allo hater seriale: la moltitudine dei commenti (non tutti, ovviamente) NON riguarda quello che ho scritto, riguarda la sua eco, i commenti ai commenti, voci relate, fonti in brevissimo tempo vaghe e remote. Il testo quasi non vale più. Quasi nessuno lo legge fino in fondo e lo analizza. Vale il caotico, per certi versi mostruoso contesto del “chattismo” compulsivo, così compulsivo che perde il filo del discorso già in partenza. 

La risposta a Telese

"Molto più rilevante è che l’accusa di “classismo” mi arrivi da un giornalista, Luca Telese, che conosce a fondo la storia della sinistra italiana. Se Telese considera “classista” che qualcuno indichi la differenza di classe e l’ignoranza come cause, o perlomeno concause, della violenza e della devianza sociale, allora significa che davvero il paradigma è totalmente ribaltato. È diventato “contro il popolo” ciò che a quelli come me, lungo una intera vita, è sempre sembrato il più potente argomento “a favore del popolo”: denunciarne la subalternità economica e culturale, dire il prezzo che paga, il popolo, alla sua mancanza di mezzi materiali (i quattrini) e immateriali (la conoscenza, l’educazione).

Quello che al popolo non si dice

"La contraffazione oramai è perfetta: non dire mai che il popolo 'sta sotto', non dire che è messo male, non dire che ha meno e che sa di meno, non dire che ieri era carne da cannone e oggi carne da pubblicità, non dire che al popolo cinquant’anni fa si dava in prima serata l’Odissea di Franco Rossi e oggi gli si danno filmacci americani con sparatoria e squartamento, perché vuol dire che lo consideri inferiore… 

Lo sdoganamento dell'ignoranza

"Lo sdoganamento dell’ignoranza è uno dei più atroci inganni perpetuati ai danni del popolo, e io penso (e lo scrivo da decenni) che faccia perfettamente parte dello sdoganamento dell’ignoranza l’idea che sia “classista” indicare con il dito proprio la luna: ovvero la differenza di classe. È quello che ho cercato di fare in quella famigerata Amaca; nel caso non mi fossi spiegato a sufficienza, spero di averlo fatto meglio adesso".

State organizzando una party in casa con decine di amici. La cena – indubbiamente –  è a buffet. Per un momento immaginate sulla tavola solo bicchieri di vetro, posate di acciaio, piatti di porcellana e acqua e bibite servite nelle caraffe. Basta un’istante e l’idea viene subito rimossa e sepolta nella parte più remota del vostro cervello.

Chi si occuperà di riempire continuamente le caraffe? Come fare con le forchette sporche? E soprattutto, chi laverà le stoviglie? Il lavoro del dopo-festa si moltiplicherebbe all’infinito. Di sicuro però la Terra ve ne sarebbe riconoscente. Soprattutto se il cambio di stile non si limiterà al singolo evento ma coinvolgerà l’intera sfera quotidiana.ù

Perché non ce ne accorgiamo – o non vogliamo farlo – ma se invece dei pesci nei fiumi e nei mari ‘nuotano’ sempre più bottiglie e sacchetti di plastica, la colpa è di tutti noi.

Beviamo troppa acqua (in bottiglie di plastica)

Dal 1950 al 2009 la produzione di plastica è aumentata da 5,5 milioni a 100 milioni di tonnellate. E le bottiglie sono quelle che incidono maggiormente: secondo i dati di Euromonitor International, oggi se ne acquistano nel mondo un milione ogni minuto, 20mila al secondo.

E l’Italia non sta a guardare: ognuno di noi, in media, ogni anno beve 208 litri di acqua in bottiglia. Siamo i primi in Europa (dove la media è di 106 litri a testa) e i secondi al mondo, dietro ai messicani (244 litri).

Un trend che la Commissione europea vorrebbe frenare – o quantomeno rallentare – con una nuova direttiva appena rivisitata sulle acque potabili, con l’obiettivo di ridurre il consumo di acqua in bottiglia.

Ma è davvero così dannoso?

Esaminiamo il caso delle bottiglie d’acqua: secondo quanto afferma un articolo del 2009 pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters, e ripreso da Il Post, per fabbricare una bottiglia di polietilene tereftalato (più noto con la sigla PET, è il tipo di plastica con cui si fanno normalmente i contenitori per l’acqua), imbottigliare l’acqua, trasportare e tenere al fresco una bottiglia serve un’energia pari a circa duemila volte quella necessaria per ottenere la stessa quantità d’acqua da un rubinetto collegato all’acquedotto. La quantità di energia necessaria per produrre e consegnare acqua in bottiglia può variare a seconda del luogo in cui avviene l’imbottigliamento, della fonte dell’acqua (in Italia l’acqua minerale proviene quasi tutta da sorgenti naturali, ma si trova anche acqua purificata), della distanza tra il luogo di imbottigliamento e il consumatore, e del tipo di materiale e di imballaggio utilizzati per le bottiglie. Negli ultimi anni le aziende produttrici ai bevande in bottiglia hanno cominciato a produrre bottiglie più sottili per ridurre il consumo di plastica.

In generale, la plastica non riciclabile diventa subito un rifiuto che se non gestito in modo opportuno finisce nell’acqua che beviamo, che usiamo per innaffiare piante che mangeremo o che utilizziamo per cucinare. Finisce negli stomaco degli animali e inquina i terreni.

La ‘sportina’ faremmo meglio a portarla da casa

Non siamo più virtuosi con i sacchetti di plastica. Secondo i dati di Assobioplastica, consumiamo tra 9 e 10 miliardi di sacchetti di plastica e circa 150 a testa all’anno. I dati dell’Unione europea (gli ultimi disponibili) ci ponevano nel 2010 in una posizione intermedia tra i Paesi Ue, calcolando circa 190 sacchetti a testa per ogni cittadino europeo, con l’Italia poco sopra i 200. Fanno peggio i greci, che viaggiavano con circa 250 buste di plastica a testa all’anno, fino ad arrivare a un plotone di testa fatto di ungheresi, polacchi, portoghesi, ma anche estoni, lettoni e lituani, nonché slovacchi e sloveni tutti abituati a utilizzare 500 e più sacchetti all’anno, cioè due volte e mezzo quello che facciamo noi. 

In questi Paesi il sacchetto di plastica non è benvenuto

Alcuni Paesi del mondo, dove il problema è particolarmente serio, hanno deciso di mettere al bando o tassare l’utilizzo di sacchetti di plastica. Ecco quali sono:

Africa

  • Kenya
  • Mali
  • Camerun
  • Tanzania
  • Uganda
  • Etiopia
  • Malawi
  • Marocco
  • Sudafrica
  • Rwanda
  • Botswana

Nonostante il mercato nero e l’uso illegale dei sacchetti di plastica, nel solo Sudafrica l’utilizzo è diminuito del 90%.

Asia

Tra divieti (pochi) e tassazioni, ecco i Paesi dell’Asia in cui i sacchetti di plastica sono visti come il fumo negli occhi:

  • Bangladesh
  • Cambogia
  • Cina
  • Hong Kong
  • India
  • Indonesia
  • Malesia
  • Taiwan

Australia

In Australia non vige un divieto unico ma alcune zone hanno messo fuori legge l’utilizzo di buste di plastica:

  • Territorio del Nord
  • Sud Australia
  • Tasmania

Europa

L’Europa è da tempo molto attiva nella lotta alla ‘sportina' di plastica. Nel 1994 la Danimarca fu il primo Paese al mondo a tassarla, ottenendo una riduzione del 50% del suo utilizzo. Nel 2002 l’Irlanda fece lo stesso con risultati ancora migliori: -90%. Di recente l’Ue si è posta l’obiettivo di ridurre dell’80% l’uso di sacchetti d plastica. E in questo senso si sta muovendo anche l’Italia con l’introduzione della discussa legge sui sacchetti biodegradabili a pagamento per frutta e verdura. Ma non è la sola ad aver introdotto misure contenitive. Ecco le altre:

  • Inghilterra
  • Galles
  • Scozia
  • Germania

Il caso dei lavoratori di Mumbai

Ma c’è anche un rovescio della medaglia, come insegna il caso della regione di Mumbai: Maharashtra. Oltre 1.200 tonnellate: questa la quantità di plastica che Mumbai produce ogni giorno, una gran parte della quale finisce nei canali, nei fiumi e nei mari. E così il governo ha imposto un divieto sui prodotti in plastica. Ma cosa significa ciò per le persone che lavorano nel settore della plastica? “Ci ho messo 28 anni per ottenere questo ruolo e all’improvviso finisce tutto per colpa di una legge”, dice alla BBC Mandar Dalvi, produttore di sacchetti di plastica. “MI irrita molto. Non mi sta bene. E’ il mio pane quotidiano”. In molte zone della regione la plastica rappresenta la prima fonte di guadagno per migliaia di fabbriche che hanno dovuto stoppare la produzione. Secondo le stime, i lavoratori che potrebbero perdere il loro posto a seguito di questa nuova legge sono mezzo milione. 500mila persone pronte a battersi nelle aule dei tribunali per difendere la loro fonte di sussistenza. “In questo momento ho 28 operai e negli ultimi 15 giorni non abbiamo avuto lavoro”, spiega Dalvi. “Ho spiegato loro la situazione, ma non so cosa accadrà in futuro”. “La plastica non è il male, sono le nostre abitudini a essere sbagliate. Parliamo di un materiale fenomenale, potremmo riciclarla fino a 10 volte”. Per il governo il divieto è stato necessario per far fronte alla seria minaccia per l’ambiente che la plastica rappresenta.

Cosa possiamo fare noi?

Si può vivere senza plastica? O almeno provare a consumarne meno? Sì, se si seguono alcune accortezze. Ecco alcune buone abitudini raccolte dal New York Times e dal Guardian.

  1. Il primo consiglio è quello di usare una bottiglia di plastica riutilizzabile e di riempirla di volta in volta con l’acqua del rubinetto.
  2. Non dimenticate di portarvela dietro in modo tale da non comprare nuove bottigliette. Se poi la vostra paura è che l’acqua del rubinetto non sia di buona qualità (cosa davvero rara in molte zone d’Italia), esistono degli appositi filtri per rubinetti oppure brocche che filtrano sia il calcare che il cloro e alcuni metalli – come piombo e rame – che potrebbero arrivare dai tubi domestici.
  3. Dalle buone e semplici pratiche a quelle più complesse, non fosse altro per la reperibilità.
  4. Rinunciate alle cannucce o, se proprio non riuscite a farne a meno, usate quelle di carta o di acciaio inossidabile. 
  5. Lavate e riutilizzate i sacchetti freezer.
  6. Scegliete spazzolini per i denti in bambù e preferite dentifrici in contenitori di vetro.
  7. Non acquistate frutta e verdura già imballata.
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