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AGI – “Oggi abbiamo registrato un boom di prenotazioni che vanno dal +15 al +200% in base alle Regioni” ha detto il commissario straordinario per l’emergenza Covid, Francesco Paolo Figliuolo, mentre la soglia di dosi somministrate ha superato i 64 milioni.

Le persone che hanno completato il ciclo vaccinale sono 29.198.814, il 54,06% della popolazione over 12, ma sono oltre 4,8 milioni (per l’esattezza 4.829.491) gli italiani con più di 50 anni che non hanno ancora fatto nemmeno una dose.

Secondo il report settimanale del commissario Figliuolo, non hanno ricevuto la prima dose o dose unica:

  • nella fascia 50-59 anni, 2.469.692 (il 25,59%);
  • nella fascia 60-69, 1.327.306 (il 17,57%);
  • nella fascia 70-79, 713.124 (l’11,85%)
  • tra gli over 80, 319.369 (il 7,01%).

Il 69,63% di chi è tra i 60 e 69 anni  stato vaccinato con la doppia dose. Mentre il 17,57% risulta in attesa della seconda dose. Sono 222.132 (il 15,17%) i docenti e gli altri rappresentanti del personale scolastico a non aver ancora ricevuto nemmeno la prima dose o dose unica di vaccino. Mentre il 78,78% (1.153.573) del personale scolastico risulta immunizzato con la doppia dose.

 

AGI – Monsignor Jeffrey D. Burrill, segretario generale della Conferenza Episcopale Statunitense dallo scorso 20 novembre, ha presentato le dimissioni dall’incarico dopo che “la Conferenza ha avuto conoscenza delle notizie circolanti sui media secondo cui si sarebbe reso responsabile di comportamenti inidonei” al suo stato.

L’annuncio è stato dato dall’arcivescovo di Los Angeles José H. Gomez, che della Conferenza Episcopale è presidente.

Il sospetto è che frequentasse locali di incontri per omosessuali anche quando in trasferta per conto dei Vescovi Usa.

In un documento presentato due giorni fa agli altri titolari delle diocesi americane, Gomez ha spiegato che le dimissioni sono state accettate e che l’effetto è immediato.

“Ciò che Burrill ha messo a nostra conoscenza non include alcun tipo di sospetto di condotte inappropriate con minori”, ha voluto precisare il prelato, “ad ogni modo, allo scopo di evitare di essere motivo di distrazione rispetto al lavoro in corso nella conferenza, ha rassegnato le proprie dimissioni”.

L’organo assembleare dei vertici della chiesa statunitense comunque ha fatto sapere che “tutti i sospetti riguardanti possibili condotte non appropriate sono presi sul serio e verranno adottai i passi più consoni per affrontarli”.

In un lungo articolo dedicato alla vicenda il sito The Pillar afferma che la decisione annunciata da Gomez giunge dopo che lo stesso sito avrebbe contattato tanto Burril quanto la stessa Conferenza Episcopale, sottoponendo loro le prove di “una serie di condotte inappropriate da parte dello stesso Burrill”.

In particolare “l’analisi dei dati di una app correlata al telefono cellulare di Burrill dimostra che il religioso avrebbe frequentato locali per omosessuali in diverse città tra il 2018 ed il 2020, anche nel corso di viaggi per conto della Conferenza Episcopale”.

Si tratta di dati che “non identificano chi abbia usato l’app, ma mettono in correlazione un’unica utenza ad ogni strumento mobile che usa un particolare tipo di applicazione”.

Infatti “i dati del segnale, raccolto dalla app dopo che chi la usa acconsente alla loro raccolta, vengono aggregati e rivenduti”. A questo punto possono essere analizzati “allo scopo di ricostruire la posizione e le informazioni attinenti ogni apparato”.

L’incarico fino ad ora ricoperto da Burrill verrà temporaneamente affidato al suo sostituto, Padre Michael J.K. Fuller, sacerdote incardinato nella diocesi di Rockford nell’Illinois.

Fino ad oggi quella di Burrill era stata una carriera molto promettente all’interno della Chiesa americana. Incardinato nella diocesi di La Crosse, nel Wisconsin, era giunto ad essere segretario generale della Conferenza Episcopale statunitense dopo esserne stati nei quattro anni precedenti il sostituto.

Il passaggio a Roma

Studi in seminario negli Usa, periodi a Roma alla Gregoriana e all’Angelicum, parroco nel Wisconsin centrale e poi di nuovo a Roma, al North American College. 

Adesso la sua diocesi di provenienza si dice “rattristata dall’udire cosa riferiscono i media” e promette piena collaborazione con le indagini.

AGI –  Youns El Boussetai, il 39enne marocchino ucciso con un colpo di pistola dall’Assessore alla Sicurezza Massimo Adriatici sarebbe stato sottoposto a un Tso (trattamento sanitario obbligatorio) tre settimane fa.

Lo apprende l’AGI da fonti vicine alla famiglia. I problemi psichici di cui l’uomo soffriva si erano acuiti in seguito al lockdown. El Boussetai aveva contatti frequenti coi suoi familiari, tutti cittadini italiani, che vivevano in altre città. Il padre a Vercelli, la sorella, che ieri sera è arrivata a Voghera, in Francia, un altro fratello in Svizzera. La moglie e i due figli vivono in Marocco.

Ai familiari El Boussetai, che aveva manifestato problemi psichici negli ultimi mesi, aveva detto che si sentiva ‘a casa’ in piazza Meardo, a Voghera, dove è morto. Qui, diceva ai congiunti, aveva la ‘sua panchina’ e i suoi punti di riferimento ed era conosciuto da tutti. 

Sul fronte delle indagini, giovedì 22 luglio è prevista la richiesta di convalida della Procura di Pavia dell’arresto di Adriatici, accusato di ‘eccesso colposo di legittima difesa’. Che potrebbe però non essere accompagnata anche dalla richiesta di convalida della misura cautelare dei domiciliari. Questo significa che i pm potrebbero dare l’ok per il ritorno alla libertà dell’uomo, parere non vincolante per il gip che sarà chiamata a decidere dopo avere sentito Adriatici. Il nuovo interrogatorio, dopo il primo subito dopo il fatto, dovrebbe essere fissato per venerdì 23 luglio. 

L’avvocato Debora Piazza, che assiste padre, fratello e sorella del 39enne di origine marocchina, ha affermato che “l’autopsia di Youns El Boussetaoui è stata effettuata senza avvisare, come sarebbe dovuto avvenire, i suoi familiari, tutti cittadini italiani e con una residenza”.

AGI – “Dagli atti di indagine sembra che non si sia trattato di una reazione a rivolte, ma di violenza a freddo“. La Guardasigilli Marta Cartabia, ha riferito con una informativa alla Camera sui fatti avvenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, dove dei video relativi al 6 aprile del 2020 hanno documentato delle violenze a carico dei detenuti. La ministra della Giustizia ha parlato di un “uso smisurato e insensato della forza”

Per la Cartabia “i fatti reclamano indagini ampie, affinché si conosca quanto accaduto in tutti i penitenziari nell’ultimo anno dove la pandemia ha esasperato tutti”. Al Dipartimento dell’Amministrazione Pentitenziaria, ha sottolineato la ministra, “abbiamo costituito una Commissione ispettiva interna che visiterà tutti gli istituti che sono stati interessati dalle proteste”. Perché l’uso della forza da parte di chi legittimamente lo detiene,” sia sempre strumento di difesa dei più deboli, mai aggressione, violenza o sopruso”.

La ministra ha ricordato la vista della scorsa settimana nell’istituto di pena assieme al premier. “Quanto siamo arrivati a Santa Maria Capua Vetere – ha aggiunto – il presidente Draghi ha detto ‘questa è una sconfitta per tutti’: è così, al di là delle singole responsabilità penali, è qualcosa che ci interessa tutti”. Poi la Guardasigilli ha ammonito: “Il carcere è lo specchio della nostra società. Ed è un pezzo di Repubblica, che non possiamo rimuovere dallo sguardo e dalle coscienze”.

Per questo motivo, a suo giudizio: “Le violenze e le umiliazioni inflitte ai detenuti a Santa Maria Capua Vetere recano una ferita gravissima alla dignità della persona, pietra angolare della nostra convivenza civile, come chiede la Costituzione, nata dalla storia di un popolo che ha conosciuto il disprezzo del valore della persona e si pone a scudo e difesa di tutti, specie di chi si trova in posizione di maggiore vulnerabilità”.

  

AGI – “Quando ho visto il ‘suo’ riflesso sull’acqua….sono rimasto senza parole per un’ora. Ho avuto bisogno di tempo per riuscire a mettere a fuoco tutto”. Mitja Borkert, head of design di automobili Lamborghini dal 2016, è nato 47 anni fa a Berlino, quando la capitale della Germania era divisa in Est e Ovest. E lui è cresciuto nell’Est della città. Mjtia inizia a raccontare la storia di un proprio sogno dalla fine. La storia, è quella di Tecnomar for Lamborghini 63, il primo motor yacht firmato dalla casa automobilistica di Sant’Agata Bolognese e risultato della partnership fra due eccellenze italiane.

Il sogno, è quello di un bambino che disegnava auto sportive e motociclette, guardando al di là di quel muro che tutto chiudeva, tranne il talento di creare idee. Il luogo oggi, per Mjtia, è il porto antistante i cantieri di The Italian Sea Group, a Marina di Carrara, in cui il motoscafo dalle linee di Lamborghini e dall’esperienza ingegneristica nautica di Tecnomar è ormeggiato, e presentato al mondo per la prima volta.

“Contribuire al design dello yacht è stata un’ispirazione, e un momento inaspettato, che mi ha reso davvero entusiasta – ha dichiarato ad AGI Borkert – per me, designer di automobili, è stato come saltare in un mondo diverso: apri la porta e ti trovi davanti a un’ispirazione nuova. Un universo che richiede anche specifici requisiti. Ma era già chiaro che guidare una macchina, o uno yacht, fosse in qualche modo connesso”. 

Ed è dalla fusione di questi due ‘patrimoni genetici’ che nasce un progetto che, dalla strada, dominata da una super car, prosegue in mare. Con un motoscafo, 63 piedi di lunghezza, che tocca i 60 nodi, equivalenti a più di 120 chilometri orari su strada. Una sintesi, quindi, del piacere di guida, della qualità e della cura dei dettagli, in primis il volante, le sedute e i fanali a ‘Y’, caratteristiche connotanti della casa automobilistica fondata nel 1963, anno di fondazione di Lamborghini, a cui proprio il nome del motor yacht rende omaggio. 

Questo natante dal cuore meccanico Tecnomar, si ispira al design di Lamborghini Sián FKP 37, una supersportiva ibrida. “Presentiamo” oggi “Tecnomar for Lamborghini 63, che sono certo diventerà un’icona futuristica come la vettura a cui si ispira – ha dichiarato Giovanni Costantino, Ceo di The Italian Sea Group – e armatori in tutto il mondo non solo possederanno il motor yacht Tecnomar più veloce della flotta, ma anche un Tecnomar for Lamborghini 63 unico”. 

La speed boat, pur avendo propri dettagli come l’aerodinamicità necessaria sull’acqua, non perde l”anima’ della super car che ne è modello e che, sulla strada, per sua essenza, ‘vola’. Così come fa il motor yacht, quando cavalca il mare. Simili il suono del motore, simili le linee, simili le possibilità di personalizzazione. Ma unici, l’uno e l’altra, quando si muovono sui rispettivi elementi: la terra e l’acqua. 

Per Mitja Borkert, ideare per la prima volta un super motoscafo, è stato, all’inizio, “come tuffarsi in una piscina con l’acqua fredda. Ed ho sperimentato qualcosa di nuovo. Mi sentivo come un bambino – ha dichiarato Borkert ad AGI – ero affascinato da tutto, a partire dal team di Gian Marco Campanino (Art Director di Tecnomar che ha progettato congiuntamente con Borkert il motor yacht, ndr). A lui ho aperto la porta sul mio universo, i materiali, il design e lo stile Lamborghini”. 

E la sintesi è stata una creazione fatta “assieme. Che ti fa esclamare, quando la vedi: ‘Wow!’”. Il senso di un’infanzia caratterizzata dalle restrizioni imposte dal vivere nella zona Est di Berlino, oggi è un ricordo per Mjtia. “Ho trascorso la mia giovinezza chiuso dietro al muro. Ed ho capito, allora, che ero bravo a dar vita, da solo, alle mie idee. Non sapevo cosa facesse un designer. Ma sapevo che, un giorno, sarebbe stato il mio destino”.

AGI – La polizia francese ha arrestato questa mattina a Parigi – secondo fonti di via Arenula – anche l’ultimo ex terrorista per cui l ‘Italia chiede l’estradizione, Maurizio Di Marzio, sfuggito all’operazione di fine aprile. Il provvedimento depositato l’8 luglio dalla Corte d’Assise di Roma ha stabilito infatti che non è ancora prescritta la sua pena. 

(AGI) – Il Cts spinge per un utilizzo più esteso per il green pass, perché “servono scelte per contrastare la ripresa della circolazione virale” ed è quindi necessario limitare determinate attività a chi è vaccinato o comunque ha il certificato verde. La strategia sarà necessaria finché la copertura vaccinale non sarà più ampia e non verranno coperte alcune sacche di resistenza all’unico strumento disponibile per contrastare il Covid-19 e i nuovi casi legati alla variante Delta, sottolineano anche oggi gli esperti del Comitato tecnico-scientifico.

Grandi eventi, stadi e ristoranti (al chiuso)

“Credo che vadano fatte scelte per contrastare la ripresa della circolazione virale. Dare accesso a determinate attività a chi è stato vaccinato, o comunque ha il certificato verde, è una strategia inevitabile. Penso a concerti, grandi eventi, stadi, cinema, teatri, piscine palestre. In questi casi è fuori discussione la necessità del documento”, ha indicato il coordinatore del Cts e presidente dell’Istituto superiore di sanità Franco Locatelli in una intervista a Repubblica.

“Premesso che la scelta spetta al decisore politico – sottolinea Locatelli – a titolo personale, dico che va considerato seriamente anche il Green Pass per mangiare al chiuso nei ristoranti. Peraltro, chi esita a tornare nei ristoranti credo che lo farebbe con più tranquillità sapendo che vi hanno accesso persone con il certificato”.

La ripresa del virus

“I dati indicano una ripresa netta della circolazione virale nel Paese. Anche nelle ultime 24 ore abbiamo avuto un incremento, di circa 300 casi. Come ha documentato la Cabina di regia, l’età mediana dei contagiati è 28 anni, dato che dimostra come i contagi siano legati in buona parte alla popolazione giovane in ragione della maggior socializzazione del periodo estivo, un po’ come è successo l’anno scorso”, ha aggiunto Locatelli.

Il coordinatore del Cts ha portato l’esempio dell’aumento dei casi covid legato ai campionati europei di calcio. “Si cominciano a osservare e probabilmente ne vedremo di più. Del resto, è ben noto che l’incubazione del virus dura tra i 5 e i 7 giorni. Gli assembramenti e gli affollamenti hanno favorito la circolazione virale. Basta pensare anche ai focolai legati ai quarti e semifinali a Roma”, ha spiegato.

La corsa al vaccino

“L’esperienza di Paesi dove la variante Delta ha preso a diffondersi un mese prima dell’Italia ci indica che il Covid potrebbe essere declassato a un’influenza con un semplice gesto. Se tutta la popolazione si sbrigasse a vaccinarsi il rischio di piangere altri morti diventerebbe insignificante“, spiega invece l’immunologo Sergio Abrignani, che ha parlato al Corriere della Sera.

Su chi non ha ancora fatto e non ha intenzione ei fare il vaccino. Abrignani sottolinea che “sono sempre 2,4 milioni gli over 60 scoperti, il 15%. Sono un grande problema in effetti. Il 98% dei decessi riguardano queste fasce d’età. Guardiamo il bicchiere mezzo pieno. In Italia i no-vax sono sensibilmente meno rispetto alla Francia e all’Inghilterra. Credono più al preparatore atletico che alla scienza. Non ci sono giustificazioni. Purtroppo i social fanno da amplificatori”. 

AGI – Un uomo di 69 anni, Giovanni Caramuscio, ex direttore di banca in pensione, è stato ucciso a colpi di pistola nella tarda serata di ieri. a Lequile, piccolo comune a sud di Lecce. L’uomo si era recato allo sportello bancomat della filiale del Banco di Napoli, in via San Pietro in Lama, dove sarebbe stato raggiunto da due persone, forse per un tentativo di rapina. Dalla pistola impugnata da uno dei due sconosciuti sarebbero partiti diversi colpi calibro 7.65. I due sono poi fuggiti a piedi facendo perdere le loro tracce.

Caramuscio era giunto nei pressi dello sportello bancomat in macchina insieme alla moglie che è rimasta nell’abitacolo. Sul posto sono arrivati i carabinieri della stazione di San Pietro in Lama che hanno avviato le indagini che potrebbero avvalersi delle immagini eventualmente riprese dalla telecamere di videosorveglianza della zona.

AGI – Sviluppare degli indumenti in grado di prevenire le punture di zanzare Aedes Aegypti, responsabili della trasmissione di virus che causano malattie come Zika, dengue o febbre gialla. Questo l’obiettivo che ha guidato uno studio, descritto sulla rivista Insects, condotto dagli scienziati della Vector Textiles, una startup dello Stato della Carolina del Nord e della North Carolina State University, che hanno realizzato dei vestiti resistenti alle zanzare potenzialmente pericolose. Il team riferisce che i materiali sono stati in grado di prevenire il 100 per cento dei morsi degli insetti. I ricercatori pensano che il modello computazione utilizzato potrebbe essere implementato ampiamente per ridurre la trasmissione di malattie.

“Il nostro tessuto – riferisce Andre West, docente presso la North Carolina State University – ha dimostrato ottimi risultati. Credo sia rivoluzionario”. Gli scienziati hanno inizialmente studiato le dimensioni della testa, dell’antenna e della bocca delle Aedes Aegypti e le dinamiche di puntura, per poi individuare i tessuti con spessore e dimensione dei pori adeguati a impedire il morso delle zanzare. Gli studiosi hanno confrontato la capacità di prevenire le punture e respingere le zanzare dei tessuti oggetto di studio e di materiali trattati con insetticidi.

Un volontario ha infatti indossato le due tipologie di indumenti per 20 minuti all’interno di una gabbia con 200 zanzare. “La soluzione finale che abbiamo raggiunto era in grado di prevenire il 100 per cento delle punture – afferma Michael Roe, docente presso la North Carolina State University e altra firma dell’articolo – potremmo realizzare una linea estiva in grado di proteggere gli utenti dalle punture di zanzare. L’idea è quella di sviluppare un modello di tessuto da implementare nell’industria tessile e che possa essere utilizzato in tutti gli ambiti, dall’esercito fino all’uso privato”. 

AGI – “Sentenze di condanna a metà che restano ‘appese’. Una giustizia dimezzata che scontenta tutte le parti”. E’ questo il pericolo che Fabio Roia, presidente della sezione autonoma delle misure di prevenzione del Tribunale di Milano, intravvede come conseguenza dell’improcedibilità dei processi qualora non si riesca entro due anni a celebrare l’appello, una delle innovazioni più importanti della riforma della giustizia firmata dal Ministro Marta Cartabia.

“Il rischio di appesantire ancora di più la giustizia civile”

Il tema è che fine faccia un’ipotetica sentenza di condanna se la giustizia non si dovesse velocizzare come auspicato dal governo Draghi per mettersi al passo coi Paesi più virtuosi dell’Europa.

“Siamo di fronte a una scommessa dell’ignoto – spiega all’AGI l’esperto magistrato, già pubblico ministero e componente del Csm – poniamo che una persona venga condannata in primo grado e le Corti non riescano a smaltire l’appello in due anni, tenendo presente che, soprattutto al sud dove ci sono grandi processi di criminalità organizzata, il ‘collo di bottiglia’ è rappresentato proprio dall’appello. La pena non è eseguibile perché non c’è stato il giudizio d’appello ed è come se quell’appello non sia mai stato celebrato se non per gli effetti civili sui quali però se la deve vedere il giudice civile con un appesantimento della giustizia civile”.

Una ipotetica vittima dovrebbe rivolgersi, secondo la riforma, al giudice civile al quale il giudice penale dovrebbe trasmettere gli atti. “E’ vero che questo accade già – osserva Roia – quando il giudice non può determinare l’ammontare del danno da macrolesione e si devono valutare dei parametri che sono di competenza del giudice civile. In quei casi, il giudice penale stabilisce una provvisionale e trasmette al giudice civile. Ma qui si aggiungerebbe un nuovo ‘peso’ su un settore già gravato”.

“Aumenterebbero anche le impugnazioni in appello”

Al di là del tema degli effetti civili, Roia insiste sul concetto di “mezza giustizia e condanna appesa”. “E’ vero che il condannato può rinunciare all’improcedibilità ma chi lo farà? Finirà che avremo un condannato che lo è anche dal punto di vista morale e una vittima che vede l’imputato condannato ma non in modo definitivo e si chiederà perché non lo veda espiare la pena”.

“Questo tipo di riforma presuppone uno ‘smaltimento’ dei reati da parte delle Corti d’Appello che dubito possa avvenire solo immettendo delle risorse nella giustizia perché il problema degli appelli è che sono una duplicazione esatta delle sentenze di primo grado – prosegue il giudice -. Servirebbero dei limiti alla possibilità di fare appello, piuttosto”.

Roia propone un paragone ‘sanitario’: “Se non riusciamo a curare cento persone e ne ammazziamo ottanta i conti tornano ma non può essere questa una soluzione valida”.

Un altro effetto ‘paradosso’ che individua Roia è che “potrebbero aumentare le impugnazioni in appello fatte da chi spera che non si arrivi entro due anni alla sentenza confidando nell’improcedibilità”.