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Spogliata, derubata e violentata a Villa Borghese. Una donna di 57 anni, tedesca, è stata soccorsa nella notte (intorno all'una)  da un tassista che stava percorrendo viale Washington, a Villa Borghese: la donna aveva le mani legate con una corda ed era in evidente stato di choc. Ha raccontato in un italiano stentato di essere stata aggredita "da un ragazzo", che l'avrebbe legata, derubata di 40 euro e costretta a un rapporto sessuale. Il tassista ha immediatamente chiamato i soccorsi e la donna è stata trasportata al Santo Spirito per le cure del caso. Sull'episodio indaga la polizia.  Nel nostro Paese da circa sei mesi, la donna non avrebbe una fissa dimora. 

Il racconto della violenza

La donna avrebbe raccontato che l'aggressore sarebbe un giovane di circa 20 anni probabilmente straniero, forse dell'est europeo, ma che parlava italiano. Secondo quanto si è appreso, gli accertamenti medici avrebbero confermato la violenza. Scrive il quotidiano Repubblica: "Mi ha afferrato per i capelli, picchiato e violentato. A un certo punto sono riuscita a scappare, ma lui mi ha raggiunto, mi ha legato i polsi per non farmi muovere e sono continuati gli abusi".

Le indagini sono in corso e gli inquirenti avrebbero anche uno o più filmati che potrebbero essere utili all'individuazione del presunto stupratore. Guarda qui il video realizzato dalla Stampa sul luogo dell'accaduto. Molte le dichiarazioni di politici che hanno espresso sdegno per la violenza. Ha scritto la sindaca Virginia Raggi su Twitter: "Ancora violenza sulle donne. L'ennesimo atto mostruoso, ignobile e inaccettabile che non deve restare impunito".

Poco più di una settimana fa una giovane turista finlandese è stata stuprata da un ragazzo di 23 anni di origine bengalese. In settimana si terrà un comitato per l'ordine e la sicurezza presso la Prefettura di Roma per affrontare anche il tema delle misure da prendere per rendere la città più sicura per le donne. Al vaglio, anche l'uso di telecamere e l'illuminazione in alcune zone della città.

 

L’Italia è il Paese europeo dove l’inquinamento delle auto uccide di più. Lo rivela un nuovo studio realizzato da una squadra internazionale di ricercatori e anticipato dal Fatto Quotidiano. Ogni anno, in Europa circa 10.000 persone muoiono prematuramente a causa dell’ossido di azoto (NOx), un gas nocivo abbondantemente emesso dai motori diesel: quasi un terzo delle vittime risiede in Italia.

E ancora: metà del totale di questi decessi è da imputare alle emissioni che sforano i limiti Ue. È cioè il macabro bilancio degli abusi commessi nella verifica delle prestazioni ambientali delle automobili: l’eco-scandalo, venuto alla luce nel 2015 col caso Volkswagen (il dieselgate), continua a far pagare il suo prezzo in vite umane.

La ricerca interessa i 28 stati membri più Norvegia e Svizzera, è stata svolta dall’Istituto Meteorologico Norvegese (MetNorway), in collaborazione con l’International Institute for Applied Systems Analysis (IIASA) con sede in Austria e lo Space, Earth & Environment Department della Chalmers University of Technology in Svezia.

Cosa dice lo studio, in sintesi

I Paesi in cui il diesel uccide di più (secondo lo studio)

  • Italia 2.810 morti
  • Germania 2.070 
  • Francia 1.430 
  • Regno Unito 640

 Questi quattro paesi totalizzano, da soli, il 70% dei decessi registrati in Europa pur avendo il 50% della popolazione: ciò si spiega col loro elevato numero di auto diesel. Seppur meno popolata degli altri tre Paesi più colpiti, l’Italia li supera per numero di morti per via dell’elevata densità di residenti nelle aree industrializzate del Settentrione, dove è concentrato il trasporto su strada.

Perché la situazione è così critica

L’eccesso di emissioni delle auto diesel è il risultato delle falle annidate nel sistema di sorveglianza ambientale Ue. Per legge, i produttori di automobili hanno l’obbligo di dimostrare alle agenzie di controllo nazionali che rispettano le soglie di emissione prescritte: si tratta dei cosiddetti standard “Euro”, che l’Ue ha via via reso sempre più stringenti (quello più restrittivo oggi è l’Euro6) per rendere il trasporto gommato progressivamente più pulito. Tuttavia, questo meccanismo di certificazione si è basato, finora, su obsoleti test compiuti in laboratorio. La bufera Volkswagen ha costretto governi e industria ad ammettere la verità: le emissioni reali su strada risultano più alte dei valori dichiarati dai costruttori, raggiungendo picchi del 400% superiori ai limiti previsti.

Un documento sarebbe "uscito dal Vaticano" e ha riacceso il dibattito sul caso di Emanuela Orlandi, la giovane scomparsa il 22 giugno del 1983 all'età di 15 anni. Il dossier è stato consegnato da una fonte vaticana al giornalista Emiliano Fittipaldi. Per la Santa Sede, si tratta di una documentazione "falsa e ridicola".

Il Vaticano avrebbe sborsato mezzo miliardo per Emanuela Orlandi fino al 1997

Fittipaldi in un articolo su L’Espresso in edicola racconta di alcuni incontri con la fonte che gli ha passato un documento che testimonierebbe che il Vaticano avrebbe sborsato 483 milioni per allontanare Orlandi dall’Italia. “Te li do solo perché credo che sia venuto il momento di far luce sulla storia”, dice la fonte al giornalista. Che scrive nel suo articolo: “Al quarto incontro, avvenuto in un bar del centro di Roma, mi consegnò una cartellina verde. Me ne tornai a casa di corsa senza neanche guardarci dentro. Appena varcata la porta del mio studio, la aprii. C’erano dei fogli: una lettera di cinque pagine, datata marzo 1998. È scritta al computer o, forse, con una telescrivente, ed è inviata (così leggo in calce) dal cardinale Lorenzo Antonetti, allora capo dell’Apsa (l’Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica), ai monsignori Giovanni Battista Re e Jean-Louis Taura”. Giovanni Battista Re al tempo era il sostituto per gli Affari generali della segreteria di Stato della Santa Sede; Jean-Louis Tauran era il numero uno dei Rapporti con gli stati. “Re e Tauran erano nei vertici della Curia e, secondo l'estensore del documento, si sarebbero occupati direttamente della vicenda Orlandi”, scrive il giornalista. 

"Rette vitto e alloggio pagati a Londra"

Una lettera che “sembra, o vuole sembrare, un documento di accompagnamento a una serie di fatture e materiali allegati di quasi duecento pagine che comproverebbero alla segreteria di Stato le spese sostenute per Emanuela Orlandi in un arco di tempo che va dal 1983 al 1997” per un totale di quasi mezzo miliardo di lire. "Leggendo il resoconto – aveva sintetizzato Fittipaldi in un post su Facebook – e seguendo le tracce delle uscite della nota […] sembra che il Vaticano abbia trovato la piccola rapita chissà da chi, e che abbia deciso di 'trasferirla' in Inghilterra, a Londra. In ostelli femminili. Per 14 anni le avrebbe pagato 'rette, vitto e alloggio', 'spese mediche', 'spostamenti'. Almeno fino al 1997, quando l'ultima voce parla di un ultimo trasferimento in Vaticano e 'il disbrigo delle pratiche finali'". 

"Squarci impensabili e clamorosi"

Dunque delle due l'una: “O è vero, e allora apre per la prima volta squarci impensabili e clamorosi su una delle vicende più oscure della Santa Sede. O è un falso, un documento apocrifo, che mischia con grande abilità tra loro elementi veritieri che inducono il lettore ad arrivare a conclusioni errate”. Il motivo dell’importanza di questo documento, dando per buona la sua veridicità, è che “dimostrerebbe, in primis, l’esistenza di un dossier sulla Orlandi mandato alla segreteria di Stato, mai consegnato né discusso con le autorità italiane che hanno investigato per decenni senza successo sulla scomparsa della ragazzina”. Ma anche perché evidenzierebbe come la chiesa di Giovanni Paolo II abbia fatto investimenti economici importanti su un’attività investigativa propria, sia in Italia sia all’estero, i cui risultati sono a oggi del tutto sconosciuti”. E riapre una antica questione, mai del tutto chiarita: “Possibile che Emanuela Orlandi sia stata ritrovata viva dal Vaticano e poi nascosta in gran segreto nella capitale inglese?”. Possibile che abbia vissuto in un istituto pagato dal Vaticano al 176 Chapman Road di Londra?

"In Vaticano sono tornati i corvi". Il caso non può essere chiuso

Sulla vicenda ha scritto anche Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera: tutto questo confermerebbe l'ipotesi che i "corvi" siano tornati in Vaticano. "L'esame del carteggio non fornisce alcun riscontro che si tratti di un documento originale perché non contiene timbri ufficiali, ma appare verosimile che venga utilizzato nell'ambito dei ricatti incrociati che hanno segnato la vicenda Vatileaks ed evidentemente non sono ancora terminati. Per questo la famiglia Orlandi torna a chiedere alla Segreteria di Stato di ”sgomberare il campo da ogni dubbio" e attraverso le avvocatesse Annamaria Bernardini De Pace e Laura Sgrò insiste "per avere accesso a tutti i documenti e comunque poter incontrare il segretario di Stato Pietro Parolin: il caso non è e non può essere chiuso".

 
 
 
 

Lo hanno accusato di essere razzista. Addirittura terrorista, perché ha chiesto di chiudere il centro di accoglienza migranti più famoso del mondo, quello di Lampedusa. Si tratta del sindaco dell'isola siciliana, Totò Martello, che ha suscitato infinite polemiche denunciando una situazione ingestibile. Come si legge su Rai News, ha chiesto di chiudere l'hotspot perché gli ospiti sono diventati ingestibili: "I bar sono pieni di tunisini che si ubriacano e molestano le donne. Ricevo decine di messaggi di turisti impauriti, gli albergatori, i commercianti e i ristoratori subiscono quotidianamente, non ce la fanno più". 

"Io terrorista? Chiedo solo rispetto"

"Purtroppo devo constatare che chiedere che anche i migranti rispettino le stesse regole che valgono per i lampedusani e per gli altri cittadini italiani, secondo qualcuno significa essere "razzista" se non addirittura "terrorista" – spiega il sindaco allundendo all'ex prima cittadina di Lampedusa, Giusi Nicolini (leggi articolo su Repubblica) -. Chi parla così vive in un mondo capovolto: un terrorista è colui il quale sovverte l'ordine pubblico, non chi chiede che venga rispettato".

Una richiesta reale o una provocazione?

In una lettera aperta il sindaco Martello chiarisce il suo intento: "Sapevo che pronunciando queste parole avrei creato un "caso", che mi sarei attirato critiche e apprezzamenti, sguardi di indignazione e messaggi di incoraggiamento" (leggi le reazioni sul Fatto Quotidiano). "Ma era l'unico modo per accendere i riflettori su quello che da alcune settimane sta avvenendo nella nostra isola – prosegue, come si legge su Tgcom24 – in troppe occasioni i migranti sbarcano, vengono soccorsi ed accolti, e subito dopo vengono lasciati liberi di muoversi come vogliono senza che nessuno intervenga per verificare se soggiornano o meno all'interno del Centro. Se qualcuno vuole speculare sulle mie parole è libero di farlo, ma qui il tema non è né il razzismo neé 'intolleranza: il punto è il rispetto dell'ordine pubblico e delle regole".

"Un rispetto – aggiunge – che non può valere solo per i lampedusani, mentre chiunque altro viene lasciato libero di agire come vuole. Se un cittadino italiano avesse fatto quello che ho visto fare a molti migranti giunti sull'isola in queste settimane (vagabondare e ubriacarsi per il centro cittadino, importunare passanti, utilizzare le strade come fossero toilette a cielo aperto) e avessi chiesto l'intervento delle forze dell'ordine, nessuno avrebbe avuto nulla da obiettare".

Lampedusa è l'isola dell'accoglienza

Per Martello, "Lampedusa è stata, è, ed intende continuare ad essere un'isola di accoglienza: è mio dovere però – conclude – chiedere che l'accoglienza sia organizzata all'interno di un contesto di regole di ordine pubblico e di decoro. E' quello che un sindaco deve fare, anche a costo di risultare "scomodo" e di vedere utilizzate e strumentalizzate le proprie affermazioni da parte di chi, in malafede, non ha a cuore né il bene dei migranti né il bene di Lampedusa".

A volte è necessario alzare la voce

Le parole del sindaco di Lampedusa e Linosa,  amplificate dai media, hanno avuto l'effetto sperato da Martello. "Dopo il clamore mediatico determinato dalle mie dichiarazioni, la situazione a Lampedusa è tornata alla normalità, ha assicurato il primo cittadino gettando acqua sul fuoco delle polemiche nate dopo le sue dichiarazioni sui migranti. "Sono aumentati i controlli sui migranti e il Centro di accoglienza ha ripreso le sue funzioni – ha spiegato come si legge sul Giornale di Sicilia -. Purtroppo a volte nel nostro Paese è necessario 'alzare la voce' per ottenere il rispetto dei diritti e delle regole: questo è un aspetto che da cittadino mi dispiace e mi fa riflettere, perché quello che dovrebbe essere 'normale' spesso viene considerato pretestuoso".

Non voglio alimentare polemiche

"Ringrazio le forze dell'ordine e le istituzioni per il loro impegno che, ne sono certo, da adesso in poi resterà costante e permetterà il regolare funzionamento delle procedura di accoglienza. Non intendo alimentare altre polemiche – aggiunge Martello – né commentare prese di posizione da parte di chi cerca solo di ritagliarsi piccoli spazi di visibilità: il mio unico interesse è il bene di Lampedusa e dei lampedusani. I veleni e gli insulti non mi intimidiscono e non mi fanno paura. Continuerò a lavorare, come ho sempre fatto, per tutelare i miei concittadini e per fare in modo che il meccanismo di soccorso ed accoglienza dei migranti nell'isola proceda regolarmente e nel miglior modo possibile".

Minniti, solo 187 migranti a Lampedusa

"A Lampedusa oggi ci sono 187 migranti, uno dei numeri più bassi degli ultimi anni. Se il sindaco vuole discutere con me dei problemi sull'isola lo incontrerò".  A parlare è il ministro dell'Interno Marco Minniti, presente al 'Cortile di Francesco' ad Assisi, riferebdosi alle parole di ieri del sindaco del suo partito e sottolineando che quanto ai numeri la situazione appare sotto controllo. Anche la presidente della Camera, Laura Boldrini, a margine della presentazione del suo libro sull'Europa alla Festa di Avvenire, a Terrasini nel Palermitano, ha commentato le dichiarazioni di Totò Martello. "Penso che Lampedusa sia un'isola molto capace di rispondere agli arrivi via mare. Ci sono stati anni, come nel 2011, dove c'erano migliaia di migranti sull'isola: ora mi risulta che ce ne siano 180. E, dunque, penso che Lampedusa abbia tutti gli anticorpi per gestire questa presenza", ha detto.

Innanzitutto un dato statistico: a Firenze gli studenti americani "compongono un decimo dell'intera popolazione studentesca e aiutano a alimentare l'economia". Poi un dato sociale:  molti fiorentini si stanno trasferendo fuori dal centro città e coloro che rimangono sono "sempre più disturbati dalla proliferazione di persone che parlano inglese e disgustate dal comportamento 'alcolico' nelle loro strade". E' il quadro dipinto dal New York Times che in un lungo articolo fa il punto non solo sulle indagini sulle violenze su due studentesse di cui sono accusati due carabinieri, ma anche sulle conseguenze che possono avere sull'economia della città e sulla reazione degli abitanti. 

Il confine tra consenso e violenza

"Nei campus americani dominano i dibattiti sulla differenza che corre tra rapporto consensuale e violenza, soprattutto quando sono in gioco grandi quantità di alcool, ma queste delicate discussioni, però, non sono state portate in Italia" scrive il giornale, e le questioni spinose della vittimizzazione, e in cui il giudizio malvagio finisce e la malizia comincia, è stato eclissato dal disgusto nazionale sul coinvolgimento dei membri dei Carabinieri"
Il consiglio della scuola è: 'Non fidatevi di nessuno' 
"Ho ritenuto di poter sempre fidare della polizia o dei carabinieri", ha detto al quodtidiano Katie Burns, una 19enne di Boston che sta studiando  all'Istituto Lorenzo de' Medici, la scuola che le due ragazze americane frequentano a Firenze. "Che siano stati loro a fare questo è sconvolgente. Il consiglio della scuola è 'Non fidatevi di nessuno'. "
 
E ora, nonostante dopo l'incontro con il console generale americano, Benjamin V. Wohlauer, il sindaco assicuri che Firenze, una Mecca per gli studenti in visita dall'estero, rimane sicura, Dario Nardella ha a che fare con un incubo: che la sua città viva "il sensazionalismo che inondava Perugia durante il lungo processo ad Amanda Knox". 

Oltre cinque tonnellate tra sabbia, rocce e conchiglie, poi stelle marine, occhi di santa lucia e, addirittura stalattiti. Questa è solo una ricostruzione approssimativa di quanto è stato sequestrato dalla sicurezza aeroportuale dello scalo di Cagliari alla fine della stagione turistica appena trascorsa. Il bottino, raccolto da turisti francesi, inglesi e tedeschi, ma anche da italiani e sardi, è stato sottratto al patrimonio naturale della Sardegna, che ogni anno paga pegno cedendo piccoli pezzi di sé, che finiscono esposti nei salotti dei turisti o in vendita su Internet.

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Cala Mariolu, Baunei, Penisola del Sinis. Carta alla mano, i reperti rinvenuti provengono da tutta l’isola. Le spiagge più quotate sono quelle di Is Arutas, Mari Ermi e Maimoni, che fanno sfoggio di un manto di granuli di quarzo bianco, prodotto dell’erosione delle rocce granitiche dell’isola di Mal di Ventre, che nel tempo sono state levigate dal mare e trasportate a valle. Un altro souvenir ricorrente è la pinna nobilis, il bivalve più grande del mediterraneo, che può arrivare fino a un metro di altezza e a cui si deve il bisso, rarissima “seta del mare”, che ovviamente è in via d’estinzione. 

Chi ruba pezzi di natura non sa di commettere un reato

“Richiamami tra un quarto d’ora, sto piantando l’ombrellone”, risponde il responsabile della pagina Facebook ‘Sardegna rubata e depredata’, che da due anni denuncia la sottrazione delle preziose sabbie sarde sui social network postando le foto del materiale raccolto. “Purtroppo il fenomeno rimane ancora molto presente”, spiega all’Agi, una volta risolte le complicanze balneari. “Noi amiamo questa terra e siamo felici di contribuire a proteggerla, ma sono ormai vent’anni che ce ne occupiamo”. Nell’aeroporto pare che ci sia un magazzino, dove vengono conservati tutti i beni sequestrati: un caveau che contiene più di cinque tonnellate di materiale trovato nei bagagli dei turisti da aprile a oggi. Ed è la squadra degli addetti ai controlli di sicurezza che si è occupata per vent’anni di raccogliere il materiale sottratto all’arenile per riportarlo – nel tempo libero – alle legittime località, dopo averlo identificato, catalogato, e fotografato. “Abbiamo creato la pagina perché vogliamo sensibilizzare sul problema. La gran parte delle persone che fermiamo non sono neanche consapevoli che, oltre ad aver compiuto un reato, stanno distruggendo ciò che la natura ha impiegato millenni a creare”.

La nuova normativa

Dopo vent’anni di lavoro passato sostanzialmente inosservato dalle istituzioni, grazie alla pagina Facebook i dipendenti della sicurezza dello scalo cagliaritano hanno potuto attirare anche l’attenzione della politica isolana. I poteri dei dipendenti dell’aeroporto infatti sono estremamente limitati, e per sanzionare i ladri di sabbia serviva una legge. Così è intervenuta a inizio agosto la Regione Sardegna, approvando una norma che stabilisce sulla materia l’autorità del Corpo delle Guardie Forestali e che si integra con la normativa nazionale, che vieta la sottrazione di materiale dagli arenili ma che indica come responsabile la Guardia Costiera.

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Il problema è che i forestali non hanno un presidio fisso in aeroporto e quindi molte volte la sicurezza è costretta a sequestrare la sabbia e lasciar andare quelli che l’hanno sottratta. “A noi non interessa l’illecito in sé, ma il fatto che la gente capisca. Quando non c’è la forestale ci limitiamo ad ammonire verbalmente i turisti, cercando di spiegare quali conseguenze comporta questo sciacallaggio della nostra natura”. Da quando è stata approvata la nuova normativa, se non altro, la restituzione dei materiali sottratti viene coordinata dalle autorità, che contattano le amministrazioni locali per riportare ogni granello nella sua spiaggia di origine.

La gente nasconde i reperti nel bagaglio a mano

I controlli da parte della sicurezza aeroportuale avvengono sia sui bagagli a mano che su quelli imbarcati, dove i turisti nascondono preziose conchiglie convinti di farla franca. Ma un caso particolarmente eclatante risale a questa estate, quando dentro la valigia di una coppia tedesca sono state rinvenute due stalattiti, della lunghezza complessiva di 35 centimetri. Probabilmente provenienti da qualche grotta della zona di Masua, le preziose testimonianze di secoli di stratificazioni calcaree sono costate ai due turisti una multa di 1700 euro e un’incriminazione per furto e ricettazione. Secondo un testimone, anche in questa occasione “non erano particolarmente consapevoli di ciò che avevano fatto”. 

Da qui alla fine di ottobre Ryanair cancellerà oltre 2000 voli, con una media di circa 50 voli al giorno. Lo scopo, ha spiegato la compagnia low cost irlandese in una nota, è quello di migliorare la puntualità, passata nelle prime due settimane di settembre dal 90% a meno dell’80%. Il calo è dovuto “agli scioperi dei controllori di volo, al maltempo e all’impatto crescente delle ferie di piloti e personale di cabina”. “Si tratta di performance inaccettabili per Ryanair e i suoi clienti”, spiega la nota da Dublino. Corriere della Sera, la società – che nel 2016 ha visto salire sui suoi aerei con il simbolo dell’arpa 116,8 milioni di passeggeri – dovrà annullare poco meno del 2% dei suoi 2.500 collegamenti quotidiani (quindi tra 1.680 e 2.100 in tutto). 

La rabbia dei clienti

"Ci scusiamo con sincerità con i pochi utenti che saranno coinvolti dalle cancellazioni – ha affermato Robin Kiely, capo della comunicazione – faremo del nostro meglio per trovare voli alternativi a tutti o risarcirli". Tuttavia, osserva Repubblica, ciò non è bastato a “calmare la rabbia dei clienti colpiti dalla misura che hanno scelto Twitter per manifestare la propria indignazione”. E in molti si chiedono se dietro le cancellazioni ci siano questioni operative più che scioperi e maltempo, il che aprirebbe uno spazio per chiedere il rimborso. 

Rimborso o cambio volo, non è così semplice

Chi riceve un messaggio di cancellazione del volo potrà richiedere un cambio volo o un rimborso attraverso la pagina dedicata del sito internet, compilando una scheda. Facile, a patto che si riesca a trovare posto su altri aerei e che il volo non comprenda scali. È andata così per Ermanno, lettore dell’Eco di Bergamo che ha raccontato al quotidiano la sua disavventura: “Ryan Air ha annunciato la cancellazione di un volo da Brindisi a Bergamo che sarebbe dovuto decollare giovedì 14 settembre delle 19.35. La comunicazione della compagnia aerea è arrivata con un messaggio sul telefonino la mattina stessa del volo. Nell’sms si indica anche la possibilità di un rimborso o di un cambio volo gratuito, peccato che la prima disponibilità per Orio al Serio sia solo dopo il 19 di settembre. Ecco che allora Ermanno decide come altri compagni di viaggio bergamaschi di acquistare un biglietto per il treno, spendendo 130 euro e arrivando a destinazione a Milano Centrale alle 22.40”. Nel mirino dei clienti, lo scarso preavviso (sms poche ore prima) e la mancanza totale di una reale alternativa per raggiungere nelle ore e nei giorni successivi la destinazione.

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Come essere sicuri di decollare

Venerdì 15 settembre Ryanair ha cancellato 82 voli (compresi diversi da e per gli scali italiani), mentre per sabato 16 settembre ha annunciato l’annullamento di altri 80. “I voli della nostra compagnia sono da intendersi come regolari a meno che il viaggiatore non riceva una mail di cancellazione del viaggio”, chiarisce al Corriere della Sera Robin Kiely. “Per questo consigliamo ai nostri passeggeri di controllare il loro indirizzo di posta elettronica fornito al momento della prenotazione”. Quanto alle tempistiche Kiely spiega che “sono stati avvisati i viaggiatori dei voli annullati fino al 20 settembre compreso”.

Il cambio di calendario tra le ragioni 

Secondo quanto appreso dal Corriere, “quello che sta succedendo negli ultimi giorni è che la compagnia aerea irlandese di fatto sarebbe a corto di equipaggi anche a causa di un passaggio burocratico importante. Ryanair starebbe chiedendo ai piloti in ferie di riprendere servizio per attenuare gli effetti della transizione dal calendario “Flight Time Limitations” (dove i dodici mesi partono il 1° aprile e finiscono il 31 marzo dell’anno successivo) a quello gregoriano (1° gennaio – 31 dicembre) a partire dal 2018. Il cambio di calendario è stato imposto dalla Irish Aviation Authority, l’ente irlandese dell’aviazione, ma ha finito così per lasciare al vettore low cost un periodo di nove mesi (dal 1° aprile 2017 al 31 dicembre 2017) e non più di dodici per far smaltire le ferie ai suoi dipendenti. Comandanti e primi ufficiali, per esempio, hanno 28 giorni di congedo in un anno. La cancellazione dei voli avrà conseguenze dirette su un numero di passeggeri tra i 7 mila e 9 mila al giorno”.

 

La Puglia è pronta ad avviare la produzione di cannabis medica per la terapia del dolore. Lo ha annunciato il governatore della Puglia, Michele Emiliano, intervenendo a Bari al simposio Medical Cannabis European Conference (MCEC). Il convegno sull'efficacia della cannabis medica nella terapia del dolore ha visto confrontarsi medici anestesisti, ricercatori di industrie farmaceutiche e terapeuti. Sono stati affrontati anche aspetti legislativi e soprattutto riguardanti la formazione del personale medico per la messa a punto dei protocolli terapeutici più adeguati. L'utilizzo della cannabis a scopo terapeutico è un tema su cui la politica si scontra spesso e spesso a prescindere dai dati scientifici. E non ha mancato di ricordarlo Emiliano, nel suo discorso di apertura del simposio. È stata necessaria una dose di "coraggio politico", ha detto, "ogni volta che tentiamo di ragionare a mente fredda su alcuni argomenti l'Italia si spacca subito in due e la discussione viene stroncata dalle polemiche, dai luoghi comuni e anche dalla superficialità, senza alcuna considerazione per lo specifico umano, che per noi ha invece una grande importanza".

La rivolta delle Regioni
 

Il governatore Emiliano guida una mini rivolta delle regioni. Il tema, infatti, è molto sentito e, come si legge su La Stampa, anche altri due governatori di centrosinistra, Enrico Rossi, della Toscana, e Stefano Bonaccini, dell’Emilia Romagna, si uniscono all’appello sull’esigenza di aumentare la distribuzione in Italia della canapa medicinale. Come scrive Ilario Lombardo sul quotidiano torinese, come ultima speranza resterebbe la legge di iniziativa popolare dei Radicali italiani, un testo valido anche nella prossima legislatura e che accanto alla legalizzazione prevede un ampio accesso alla cannabis terapeutica, finora garantita solo da dieci regioni.

Tra queste c’è la Toscana del presidente Rossi, ex Pd, oggi in Mdp, che si dice pronto a fare "una battaglia comune con medici e pazienti" e concorda con Emiliano su un punto: "Bisogna arrivare a un livello di produzione adeguato alla domanda dei malati. Abbiamo una struttura di eccellenza a Firenze ma servono più investimenti".

Anche Bonaccini, governatore dell’Emilia Romagna e presidente della Conferenza delle Regioni è favorevole: "La quantità va aumentata, per garantire i diritti di tutti i cittadini, da Nord a Sud. Per questo sarebbe meglio – spiega – non mettere in competizione i livelli territoriali e che ci fosse un impegno del governo". 

Marijuana a uso medico

La canadese MCEC e associazioni come 'Grow It' e la pugliese 'LaPiantiAmo' da anni sono impegnate nella diffusione dei risultati di studi scientifici sull'uso della marijuana medica – a basso contenuto di Thc, il principio attivo responsabile degli effetti psicotropici – nel trattamento del dolore e di altre patologie come ansia e depressione. "In un percorso di malattia che vivo in prima persona e nel ruolo di medico di me stesso non posso che comprendere ed essere vicino alla sofferenza di ciascuno dei miei pazienti", ha detto il dottor Bill Code, anestesista canadese affetto da sclerosi multipla, e considerato un luminare negli studi sulla terapia del dolore, "immedesimandomi totalmente in ognuno dei miei assistiti, so che posso accompagnarli in un percorso che li porti da vittime a vincitorì".

Le regioni che la producono in Italia sono 13

Le regioni in Italia che hanno aperto all'uso terapeutico della cannabis medica sono 13. Tuttavia non sono molti i medici disposti a prescriverla – o per mancanza di un'adeguata formazione o per pregiudizio – e nelle farmacie e negli ospedali autorizzati dal Sistema sanitario nazionale l'approvvigionamento della 'medical cannabis' è lento perché legato a stoccaggi limitati e a rapporti discontinui tra il produttore olandese del preparato e l'unico italiano autorizzato che ha sede a Firenze. L'associazione 'LaPiantiAmo', che si avvale di un team di esperti internazionali, ha offerto il proprio bagaglio di conoscenze e si è messo a disposizione del ministero della Salute per un programma di produzione autonoma nazionale della cannabis medica.

E ha trovato un alleato nel presidente Emiliano: "La Puglia vuole mettersi concretamente dalla parte del paziente, anche dando il via a una produzione autonoma regionale del medicinale", ha spiegato, "e portare avanti il progetto con l'Associazione Grow It e LaPiantiAmo. Sono per noi partner indissolubili" perchè queste associazioni nascono dall'iniziativa di pazienti. "Se il governo non darà le necessarie certezze siamo pronti a partire autonomamente e produrci il farmaco sul territorio pugliese. È una battaglia che decido di portare avanti personalmente", ha assicurato. Il simposio di Bari è il primo di un ciclo di appuntamenti che proseguirà nei prossimi mesi a Firenze, Rotterdam e Montecarlo. 

Il pubblico ministero napoletano Henry John Woodcock indagato dalla procura di Roma per falso  in concorso con l’ex capitano del Noe Gianpaolo Scafarto. Come scrive Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera, si tratta di una nuova indagine sul pm oltre a quella per violazione di segreto. Il pubblico ministero è indagato per falso, in concorso con Scafarto, autore di comunicazioni su una presunta auto dei servizi segreti che avrebbe spiato le mosse dei suoi carabinieri impegnati negli accertamenti sull’imprenditore Alfredo Romeo. Secondo l’accusa, scrive il quotidiano, quando inserì questo dato nell’informativa trasmessa agli inquirenti, Scafarto già sapeva che i Servizi non c’entravano, ma poi è stato lo stesso ufficiale a chiamare in causa il magistrato; quella scelta non fu sua, ma «indotta» dal pm, avrebbe detto in un interrogatorio, prima di trincerarsi nel silenzio tenuto negli ultimi mesi. 

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​Le accuse a Woodcock

Il procuratore aggiunto Paolo Ielo e il pm Mario Palazzi, scrive il Mattino di Napoli, non accusano Woodcock soltanto di rivelazione del segreto istruttorio in concorso con la giornalista Federica Sciarelli, sostenendo che sia stato il regista della fuga di notizie di dicembre, ma anche di falso in concorso con l'ex capitano del Noe (da pochi giorni maggiore) Gianpaolo Scafarto. L'ipotesi è che la manipolazione dell'informativa chiave dell'indagine, quella che aggravava la posizione di Tiziano Renzi, padre dell'ex premier, e nella quale un'intera sezione era dedicata al coinvolgimento dei servizi segreti (risultata del tutto falsa), sia stata anche opera del magistrato. Alla base dell'accusa, però, ci sono proprio le dichiarazioni del militare che, davanti ai pm di Roma, cercava di difendersi.

La testimonianza di Scafarto

"La necessità di compilare un capitolo specifico – ha detto Scafaro il giorno dell'interrogatorio, come riporta il quotidiano partenopeo – fu a me rappresentata come utile direttamente dal dottor Woodcock che mi disse testualmente: Al posto vostro farei un capitolo autonomo su queste vicende, che io condivisi", ha raccontato l'11 maggio Scafarto, interrogato dai pm della Capitale, Paolo Ielo e Mario Palazzi, scaricando parte della responsabilità sul magistrato. Erano stati i carabinieri del Nucleo investigativo di Roma a dimostrare che proprio in quel capitolo, il numero 17, si susseguivano le imprecisioni più gravi. Alcune incongruenze contenute nell'informativa, secondo i pm capitolini, sarebbero state messe nero su bianco intenzionalmente.

​Pm Musti: "Questi sono matti"

Intanto vengono pubblicate dalla stampa le accuse del procuratore di Modena Lucia Musti che il 17 luglio, davanti alla prima commissione del Csm, al colonnello del Noe Sergio De Caprio e al capitano Gianpaolo Scafarto. La pm, scrive Repubblica,  lamentan le continue pressioni di Scafarto per incontrarla. "Quei due sono veramente dei matti. Abbiamo fatto bene a liberarcene subito". "Le loro intercettazioni? Fatte coi piedi". Le informative? "Roba da marziani".

Per approfondire: Com'è nata l'inchiesta Consip e chi sono i protagonisti

Renzi: "La verità viene fuori"

"Questa vicenda che era stata utilizzata per colpire me colpirà chi l’ha usata per tradire il senso dello Stato. Colpirà chi ha falsificato le prove contro il presidente del Consiglio". Così Matteo Renzi, dopo le rivelazioni sul caso Consip.

"Chi voleva utilizzare Consip per gettare fango addosso a me – scrive Il Giornale – vedrà questo fango ritorcerglisi contro. È stato così per Expo, per il jobs Act. Lo sarà anche per la vicenda Consip perchè se un carabiniere falsifica delle prove, se un agente dei servizi segreti si intrufola in vicende nelle quali non deve stare …se tu parti dal presupposto che la verità prima o poi arriva la vivi in modo semplice, non hai nulla da temere. La verità viene fuori".

I dubbi del Fatto

Molto critico il Fatto Quotidiano, il giornale che pubblicò a luglio 2015 il contenuto delle telefonate tra Matteo Renzi e il generale della guardia di Finanaza Michele Adinolfi, risalenti al gennaio 2014, nelle quali l’ex premier parlava di Letta e di come rimuoverlo da palazzo Chigi. Marco Travaglio, che titola a tutta pagina "Si inventano un golpe per insabbiare Consip", critica nel suo editoriale il procuratore di Modena, Lucia Musti: "Non si capisce perché non segnalò 30 mesi fa quelle orrende condotte ai vertici dell'Arma – scrive riferendosi al colloquio che la pm ha riferito al Csm di aver avuto con Scafarto e De Caprio – ma continuò a lavorare con i putribondo figuro e attese le controindagini e la campagna renziana per esultare ("Finalmente l'hanno preso") e vuotare il sacco a scoppio ritardato". Travaglio fa anche una considerazione sulle modalità e la tempistica della testimonianza della Musti: "il 17 luglio denuncia Scafarto e 'Ultimo' al Csm – scrive il direttore del Foglio – che non ha alcun potere su di loro: tutta acqua al mulino di chi vuole cacciare il pm Woodcock".

"Ben venga l'utilizzo dello smartphone a scuola purché rappresenti uno strumento utile alla didattica. In questo modo non solo si cattura l'interesse degli studenti ma si ottengono ottimi risultati". Il professor Mimmo Aprile parla con esperienza: la proposta del Miur di consentire l'utilizzo dello smartphone in classe non solo non lo coglie di sorpresa, ma rappresenta la conferma di quello che lui stesso fa regolarmente. Da anni ha sdoganato tra i banchi la presenza dello 'strumento del demonio' senza correre il rischio che la sua voce diventi una fastidiosa distrazione a una partita di Candy Crash. Semmai è il contrario, perché Aprile, che insegna Scienze e tecnologie informatiche al Liceo Scientifico "Vincenzo Lilla" di Oria, in provincia di Brindisi, arriva in classe, tira fuori dalla tasca lo smartphone e se ne serve per raggiungere i suoi scopi – didattici, ovviamente – che non sarebbe possibile ottenere con carta e penna. "Grazie allo smartphone, i miei ragazzi imparano a sviluppare app collegate all'internet of thing", spiega il professore in un'intervista all'Agi.

Leggi il post di Riccardo Luna: Perché in classe più che lo smartphone servirebbero ebook e banda larga

Qualche esempio? "Hanno imparato a realizzare dispositivi particolari come un dispenser di medicinali che si attiva con il QR code o una serra completamente automatizzata". L'utilizzo dello smartphone, uno strumento di uso quotidiano, risulta stimolante e, di conseguenza, vincente. "I ragazzi sono attratti dal nuovo, dimenticano di dover mandare il messaggino su Whatsapp alla fidanzata prima di entrare a scuola e si interessano alla lezione: e questo è il risultato più importante. Che poi questo avvenga con carta e penna, con la lavagna o con lo smartphone non ha importanza. Io li utilizzo tutti". Ma che sia chiaro: "Se becco uno studente a chattare o a giocare con il cellulare mentre spiego lo sanziono. Così come se lo sorprendo a giocare a "Nomi, cose, animali e città".

Anche Dante può comunicare via smartphone

Facile per un insegnante di informatica coniugare l'utile al dilettevole, diranno i professori di materie più 'tradizionali'. Nulla di più sbagliato, replica Aprile: "Conosco insegnanti di lettere che fanno utilizzare lo smartphone in classe in modo costruttivo e creativo. Ad esempio, immaginando il profilo social di un grande autore. Io stesso insieme ad altri colleghi, tra cui due di lettere, sono stato coinvolto in un progetto pilota sullo studio della Divina Commedia in modo interattivo. Gli studenti hanno risposto con entusiasmo. L'idea era quella di creare un canale su Telegram tramite il quale accedere alla Divina Commedia con testo originale. I ragazzi hanno prima approfondito in classe un canto e poi si sono sfidati a individuare collegamenti ipertestuali secondo quattro direttrici: acqua, terra, fuoco e aria". Ancora più ampi, poi, sono i margini di lavoro per gli insegnanti di Fisica, aggiunge Aprile. 

"Lo smartphone non è il cellulare. Sbagliato inibirne l'uso"

"Ad oggi vige una circolare (la 30/07) che vieta l'uso dei "cellulari". Il riferimento non è casuale: il primo smartphone ha fatto la sua comparsa sul mercato qualche mese dopo l'emanazione della circolare". Sottigliezze? Non proprio: "I cellulari avevano il solo scopo comunicativo, per cui il loro utilizzo non aveva senso in classe. Era giusto inibirlo. Oggi lo smartphone è molto di più ed eliminarlo sarebbe come tagliare il filo di un circuito", sostiene Aprile, che in questi anni ha "dovuto chiedere il permesso alla dirigente scolastica per introdurre in classe gli smartphone". E in un certo senso, tutto ciò è anacronistico. "Lo smartphone è una nuova forma di tecnologia, e le tecnologie quando arrivano sulla terra lo fanno per restare, cambiando ogni cosa". Per me – continua Aprile – "si tratta di un elemento di tecnologia che può essere applicato per un cambio di paradigma metodologia". 

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"Fondamentale la formazione dei docenti"

Per il professore il vero nodo cruciale della questione è "il cambio paradigmatico dell'insegnamento". Se l'apertura ministeriale "si rivelerà una semplice abolizione della circolare vigente, allora non ci siamo". Lo smartphone – prosegue Aprile – "è uno strumento che può, e sottolineo 'può', essere utile all'insegnamento. Se non è funzionale al mio campo di didattica devo sentirmi libero di non usarlo e di dire ai ragazzi che rappresenta un disturbo per l'ora scolastica. Ma è giusto anche conoscerne le potenzialità e le applicazioni". Ecco perché, insiste Aprile, "è fondamentale la formazione degli insegnanti". Guai però a far passare lo smartphone per un male assoluto: "Perché poi si arriva al paradosso come quando in una commissione d'esame di cui ho fatto parte è stato chiesto alla classe del V Itis di creare su carta una web community". 

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