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Le fiamme che hanno avvolto Notre Dame hanno divorato il tetto, una altissima vetrata, uno tra i più grandi organi a canne del mondo e molto altro. Ma i danni, spiega Quartz, sarebbero stati ancora maggiori se non fosse stato per i droni che i vigili del fuoco parigini hanno fatto sorvolare sulla cattedrale. I droni, presi in prestito dai ministeri della Cultura e dell’Interno, sono due modelli commerciali realizzati dal produttore cinese DJI, il Mavic 2 Enterprise Dual e il Matrice M210, entrambi dotati di telecamere termiche.

L’obiettivo principale dei vigili del fuoco era quello di capire esattamene dove aveva avuto origine l’incendio e in che modo il fuoco si stava propagando. Secondo il quotidiano francese Libération, le immagini restituite dai droni hanno permesso ai pompieri di piazzare gli estintori in modo rapido ed efficace. Al contrario, l’utilizzo di un elicottero sarebbe stato meno flessibile e più costoso. All’interno della cattedrale è stato utilizzato anche un “robot estintore” che ha permesso ai vigili del fuoco di spegnere le fiamme senza mettere a rischio la vita degli operatori.

Ma cosa fanno i due droni? Il primo è in grado di fornire dei metadati raccolti per effettuare post-analisi spazio-temporale delle riprese, e può essere equipaggiato con diversi accessori. Tra questi, di rilevante importanza è l’altoparlante che ha garantito la comunicazione con le squadre operative. Il drone è in grado di combinare immagini termiche e visive in tempo reale, e monitora le temperature. Particolarmente indicato per gli incendi, migliora la visibilità durante questo tipo di eventi, permettendo di agire con maggiore consapevolezza. Il secondo drone è molto usato dai Vigili del Fuoco di tutto il mondo. 

Per poterli utilizzare,  il governo ha sospeso le restrizioni sull’utilizzo di droni, vietata nel centro di Parigi. E la scelta è stata decisiva, soprattutto per mettere in salvo le due torri, ha spiegato a FranceInfo, il portavoce dei pompieri Gabriel Plus. “Grazie a questa tecnologia abbiamo potuto agire nel miglior modo possibile”.

Non tutti però hanno apprezzato l’intervento dei vigili del fuoco. Alcuni li accusano di essersi mossi in modo insufficiente rispetto alla dimensione dell’incendio. “E’ una falsa accusa”, ha spiegato a Repubblica Alexandre Jouassard, uno dei soccorritori. “Abbiamo deciso di sacrificare la parte centrale della guglia, che era ormai un braciere inavvicinabile. Ma eravamo pienamente mobilitati all’interno della cattedrale e anche all’esterno per difendere la facciata e le Torri. E per fortuna ci siamo riusciti”.

Il fuoco è arrivato però anche all’interno di una delle Torri. “Quello è stato il momento più drammatico, intorno alle 21.30 abbiamo davvero temuto che le fiamme potessero svilupparsi fino alla campana con il rischio di farla fondere. A quel punto la Torre sarebbe crollata con lo choc termico e probabilmente avrebbe trascinato giù anche l’altra Torre e tutta la facciata”.

“Avete sentito delle scarcerazioni?”. A Castelvetrano, nel paese di origine del latitante Matteo Messina Denaro, non si parla d’altro. In città il prossimo 28 aprile si tornerà al voto dopo 24 mesi di commissariamento per mafia e a meno di un mese dal blitz Artemisia il Tribunale del Riesame di Palermo ha annullato i 27 arresti eseguiti dai carabinieri lo scorso 21 marzo su disposizione del gip di Trapani.

Le motivazioni saranno depositate a fine maggio ma la causa sarebbe un vizio di “incompetenza territoriale”. Il fascicolo nel frattempo è tornato ai pm trapanesi che valuteranno se inviare gli atti ai colleghi palermitani o riformulare la richiesta al gip ma sulla vicenda potrebbe esprimersi anche la Procura generale di Palermo.“Abbiamo compreso che la Procura di Trapani ha delle valide ragioni già sottoposte all’attenzione del Riesame”, ha detto il presidente dell’Antimafia, Nicola Morra, al termine di una missione nel trapanese.

L’indagine è stata coordinata dalla Procura di Trapani, da un pool di magistrati composto dall’aggiunto Maurizio Agnello e i sostituti Sara Morri, Andrea Tarondo e Francesca Urbani. Le accuse vanno dall’associazione segreta in violazione della Legge Anselmi alla corruzione passando per episodi di rivelazione ed utilizzazione del segreto d’ufficio.

Al centro di tutto ci sarebbe stato l’ex deputato regionale Giovanni Lo Sciuto (Ncd) amico di gioventù del boss Messina Denaro, indicato dagli inquirenti come mente e organizzatore di una “superloggia” (nata ai margini di una loggia massonica regolare, la Hypsas) con base a Castelvetrano. Una sorta di piccola P2 accusata di “infiltrarsi nelle istituzioni e modificarne l’ordinario corso decisionale”: secondo le accuse, avrebbero creato consenso facendo ottenere delle false pensioni di invalidità in cambio del voto.

Perchè sono stati scarcerati? I legali degli indagati all’indomani degli arresti hanno presentato un ricorso al Tribunale del Riesame e uno di loro ha sollevato un presunto vizio di forma, riguardo l’incompetenza della Procura di Trapani nell’intero fascicolo. “La competenza per territorio per i procedimenti connessi”, dice il codice di procedura penale, “appartiene al giudice competente per il reato più grave”.

Nel caso dell’indagine Artemisia – secondo la teoria adottata dal Riesame – il reato più grave sarebbe quello di peculato (punito fino a 10 anni e 6 mesi di reclusione), commesso a Palermo e quindi la competenza non può essere del gip di Trapani. L’episodio riguarda un presunto accordo tra l’allora deputato Lo Sciuto e un suo “porta voti”, Giuseppe Angileri che prevedeva, in cambio di un falso contratto da portaborse per la moglie, il sostegno elettorale alle imminenti elezioni regionali del 2017.

Dopo le prime scarcerazioni la Procura di Trapani ha presentato una memoria per opporsi alla decisione del Riesame. Nel carteggio i pm hanno evidenziato che “la competenza per territorio è determinata dal luogo in cui il reato è stato consumato”. In questo caso il reato di peculato si consumerebbe al momento della consegna del denaro alla donna e non all’erogazione del denaro dalla Regione.

Nello specifico – sostengono i pm trapanesi – non è stato possibile provare l’avvenuta consegna, nonostante siano stati riscontrati numerosi incontri in diverse città. Per questo non sarebbe motivato il radicamento dell’intero fascicolo a Palermo.

Nella memoria si parla anche di un altro episodio finora inedito. Si tratta di un’estorsione (reato punito da 7 a 20 anni di carcere) non inserita nell’ordinanza sottoposta al gip di Trapani ma commessa nel territorio trapanese. Lo Sciuto si sarebbe imposto sull’allora direttore generale dell’Asp al fine di ottenere dei vantaggi. Nonostante ciò, il Tribunale del Riesame ha proseguito con le scarcerazioni e venerdì ha annullato anche gli ultimi arresti, tra cui quelli di Lo Sciuto, dell’ex sindaco Felice Errante e del candidato del “gruppo occulto” alle elezioni del prossimo 28 aprile, Luciano Perricone ritiratosi all’indomani del blitz.

Per il gip di Trapani Emanuele Cersosimo “non vi è dubbio pertanto che in occasione delle imminenti elezioni per la carica di Sindaco di Castelvetrano saranno poste in essere ulteriori condotte delittuose volte a condizionare l’esito della tornata elettorale e perpetrare l’illecita interferenza sul funzionamento del predetto organo territoriale da parte dell’associazione capeggiata da Lo Sciuto”.

Il commissario Salvartore Caccamo, presidente della commissione che ha gestito il comune negli ultimi 24 mesi, rispetto alle prossime elezioni ha detto: “In tutte le liste vedo nomi in continuità col passato”. Adesso però, a quindici giorni dal voto, tutti e 27 gli arrestati del blitz Artemisia sono tornati tutti ai loro posti.

Articolo aggiornato il 16/04/2019

Nei giorni in cui si torna a parlare di tubercolosi, il museo dei sanatori, a Sondalo apre una finestra su una malattia che nel secolo scorso era endemica e costringeva migliaia di pazienti a lunghe degenze in luoghi come questo, ancora attivo come ospedale, con i suoi lunghi padiglioni costruiti sui pendii dell’alta Valtellina ed esposti a sud.

Il museo, aperto nei mesi estivi e su appuntamento, racconta la storia di un luogo speciale, dove per decenni tante persone sono guarite dalla tubercolosi grazie all’aria alpina.  

Il complesso di Sondalo, il “Villaggio Sanatoriale Morelli” è ancora adesso impressionante per dimensioni e architettura: una decina di grandi palazzi costruiti sui ripidi pendii boscosi a mille metri di altitudine nello stile razionalista in voga negli anni ‘30, con terrazze lunghissime programmate per far stendere al sole il maggior numero di malati. Ci sono poi diversi edifici di servizio, collegati con tunnel e teleferiche, e separati da giardini che un tempo erano perfettamente curati, e oggi sono in abbandono.

Negli anni del dopoguerra ospitava centinaia di pazienti nei suoi padiglioni, anche se la storia più interessante raccontata dal museo non riguarda la sua funzione terapeutica, quanto quella di nascondiglio di opere d’arte durante la seconda guerra mondiale, prima ancora che cominciasse a funzionare da sanatorio.

“Sarebbe una bella trama di film” racconta all’Agi la fondatrice e direttrice del museo, la professoressa e “geofilosofa” Luisa Bonesio. “C’erano i bombardamenti angloamericani su Milano, che avrebbero distrutto Brera e tante altre cose. Dopo uno scambio di lettere fra il sovrintendente di Brera, lo storico dell’arte Guglielmo Pacchioni, e il direttore tecnico del sanatorio, fu organizzato il trasferimento segreto di alcune importanti opere d’arte di pittori come il Tintoretto, il Carpaccio, Gentile Bellini, ma anche di beni etnografici, da Brera ed altri musei milanesi, come quello del Castello visconteo, e lombardi, come le pinacoteche di Brescia e Bergamo”.

E se la Valtellina è stata per alcuni decenni una terra di emigrazione, soprattutto verso l’Australia, il solo comune che in quel periodo di povertà ha attratto nuovi abitanti, raddoppiandone il numero in meno di 20 anni è appunto Sondalo. Per la sua posizione, era stato individuato nel Ventennio come il luogo ideale per la cura della Tbc. L’opera venne pianificata e nel giro di qualche anno fu completato, nel 1939, il “villaggio sanatoriale Morelli”.

L’inaugurazione della struttura fu però ritardata dallo scoppio della seconda guerra mondiale. Prima ancora di aprire ai malati, non servì solo da nascondiglio per le opere d’arte ma anche da presidio ospedaliero per i tedeschi in ritirata.

Solo dopo la fine della guerra, una volta restituiti sani e salvi i quadri così scampati alle razzie naziste e alle bombe alleate, il villaggio Morelli ha finalmente cominciato a svolgere la funzione per la quale era nato, accogliendo negli anni migliaia di malati di tubercolosi, oltre a centinaia fra medici, infermiere, cuochi, operai e impiegati, che in moltissimi casi si sono trasferiti definitivamente in Valtellina provenendo da tutta Italia.

Una volta debellata la tubercolosi, grazie alla scoperta di un antibiotico mirato e al miglioramento generale delle condizioni di vita degli italiani, il Villaggio ha perso di importanza a partire dagli anni ’70 e ora solo pochi padiglioni sono ancora utilizzati come ospedale (con un buon reparto di pneumologia, unico lascito della precedente tradizione). 

Luisa Bonesio, originaria di Sondalo ma vissuta altrove per decenni e a lungo docente all’Università di Pavia, ha avuto l’idea di aprire, nell’edificio rotondo che un tempo serviva da locale “accettazione”, il Museo dei Sanatori. Vi sono esposti oggetti e documenti sul Villaggio Morelli, e rende molto bene l’intreccio fra storia dell’architettura, storia della medicina

Com’è nata l’idea del museo?

Tutto è cominciato dieci anni fa, dalla mia ossessione di valorizzare questi complessi sanatoriali incompresi: ho trovato una buona collaborazione con il Comune, e ho cominciato a fare conferenze nella provincia. Già in quell’anno abbiamo avviato un programma di visite guidate da esperti. Penso che per capirlo ci vogliano gli strumenti che i vari architetti, storici dell’arte, botanici, studiosi di paesaggio possono fornire facendo percorrere percorsi diversi all’interno del Villaggio Morelli.

Il successo di queste visite ha portato poi all’idea del museo, con il restauro dell’edificio che era la portineria centrale e accettazione. Il museo è stato inaugurato nel 2015 ma l’anno scorso abbiamo aperto la seconda parte.

Come è cambiato il comune di Sondalo con la costruzione del Sanatorio?

Non solo gli abitanti sono circa raddoppiati in 40 anni (da circa 3 mila nel 1931 a quasi 6 mila nel 1971, e ora sono 4 mila, ndr), ma il paese è cambiato dal punto di vista dell’insediamento: era una manciata di case e man mano si è ingrandito.

Il cambiamento ha riguardato soprattutto la composizione sociale e culturale, perché sono arrivate persone da varie parti d’Italia sia come ricoverandi, che venivano prevalentemente dal sud ma anche dalle aree industriali naturalmente sia come immigrazione di forza lavoro: tutti gli operai che hanno costruito il villaggio, i medici, gli infermieri ma anche la manodopera come cuochi, barellieri, impiegati. 

Questo centro medico altamente qualificato era a livelli europei e sicuramente è stato un’attrazione per  una immigrazione che ha cambiato anche la faccia del paese.  Abbiamo trovato di recente il piano regolatore che fu steso nel 1958 dall’ingegnere Luigi Ferrari, il primo direttore tecnico del villaggio, poi tornato a Milano ebbe l’incarico del piano regolatore di Sondalo. È molto interessante la relazione iniziale dove spiega il cambiamento in termini demografici ma soprattutto di esigenze della popolazione: c’è stata una modernizzazione molto repentina di un paese che era rimasto fermo in modo atavico e che invece è diventato non so quanto consapevolmente un centro di modernizzazione. 

Può raccontare che cos’è successo con i quadri di Brera durante la Guerra?

Sarebbe una bella trama di film. C’erano i bombardamenti angloamericani su Milano, che avrebbero distrutto Brera e tante altre cose. Dopo uno scambio di lettere fra il sovrintendente di Brera, lo storico dell’arte Guglielmo Pacchioni, e il direttore tecnico del sanatorio, Luigi Ferrari, organizzarono il trasferimento di alcuni importante opere d’arte, del Tintoretto, il Carpaccio, Gentile Bellini, ma anche di beni etnografici, da Brera ed altri musei milanesi, come quello del Castello visconteo, e lombardi, come le pinacoteche di Brescia e Bergamo.

Il villaggio era stato appena terminato ma la guerra ne aveva impedito l’apertura. C’era solo una guarnigione medica dell’esercito tedesco che si stava ritirando, poche persone, alcune infermiere, l’ingegner Ferrari e 4 operai per la manutenzione. 

Il mistero riguarda il trasporto: un divieto assoluto di transito sulle strade in particolare della Valtellina, tanto che lo stesso direttore Ferrari non poteva spostarsi in macchina e abbiamo trovato un permesso del maggiore tedesco per poter andare a Milano (a 200 km di distanza, ndr) in bicicletta! Dobbiamo immaginarci questo scenario lontano dal fronte di guerra e come dire immobilizzato nel tempo: i quadri e le altre opere giunsero di nascosto, trasportati dentro a filocarri che percorrevano la stessa strada per arrivare alle dighe di Cancano, sopra Bormio.

Dell’operazione erano a conoscenza solo l’ingegner Ferrari e tre operai che realizzarono un nascondiglio segreto in un’intercapedine del settimo padiglione. Noi non abbiamo delle tracce scritte dei tedeschi ma è evidente che in una Valtellina immobilizzata dove non circola niente arriva improvvisamente una sequenza di camion al villaggio, be’ credo sia passato inosservato al maggiore tedesco.

Quindi quello che si può dire, e in parte lo ha ricostruito Cecilia Ghibaudi, che questo abbia fatto finta di non vedere ma perché? Questa è la cosa interessante: perché questo maggiore era in realtà, nella vita normale, prima della guerra, un professore di storia dell’arte italiana che aveva vissuto molto in Italia studiando soprattutto l’arte toscana. Noi non sapremo mai se sapeva effettivamente ma sta di fatto che probabilmente qui c’è stata una collaborazione non dichiarata.

Dopo la guerra, scampato il pericolo che anche i partigiani, nei giorni finali, potessero danni al villaggio e alle opere nascoste (lo stesso Ferrari era un capo partigiano), con il loro inventario minuziosissimo vengono restituite indenni ai rispettivi musei. 

 

In conseguenza della situazione in Libia, “il pericolo che possano aumentare gli sbarchi è assoluto, è vero. Dobbiamo portare l’Europa dalla nostra parte, va trovata una soluzione europea”. Lo ha detto il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, a “Circo Massimo” su Radio Capital, aggiungendo che, “se si dovesse arrivare alla guerra, non avremmo migranti ma rifugiati. E i rifugiati devono essere accolti”. Il ministro ha quindi invitato a non “utilizzare certe occasioni per fare politica, in questi casi bisogna lavorare tutti nella stessa direzione per arrivare alla soluzione migliore”.

Ha destato sdegno e anche commozione l’uccisione a sangue freddo del maresciallo dei Carabinieri Vincenzo Di Gennaro, 47 anni, a Varano Cagnano in provincia di Foggia, da parte di un pregiudicato e spacciatore fermato dalla pattuglia nel corso di un controllo, che ha sparato anche “per vendetta”.

E così alcune prime pagine dei quotidiani si sono orientate a titolare con evidenza. Con letture diverse. A cominciare da la Repubblica: “Carabiniere caduto sul fronte della droga”, a cui fa seguito Il Giornale: “Spari sulla libertà”. Mentre “Vendetta del killer della cocaina” è il titolo del Messaggero sotto la foto della macchina dei Carabinieri coperta da un cellophane su cui è adagiata una bandiera tricolore. Stessa scelta del Corriere della Sera, che mette l’accento sulla reazione del genitore della vittima: “Il papà: orgoglioso”. O Libero: “Foggia capitale del crimine”.

Ma al di là dell’agguato, del suo aspetto tecnico, l’alt della pattuglia, la reazione del fermato, la cronaca de la Repubblica mette subito sull’avviso: “Ricordatevi il nome del maresciallo Vincenzo Di Gennaro. Perché, presto, lo dimenticherete. In questa terra maledetta sono trent’anni che si dimenticano eroi e malandrini, innocenti e colpevoli, buoni e cattivi. Chi sa chi erano, per esempio, Aurelio e Luigi Luciani? Erano due contadini, due persone perbene, trucidate il 9 agosto del 2017 a San Marco in Lamis, pochi chilometri da Cagnano Varano soltanto per essersi trovati nel posto sbagliato nel momento sbagliato. A pochi passi, cioè, da un’esecuzione mafiosa”. Il seguito dell’articolo racconta perciò “La nuova Gomorra del Gargano dove fa affari la mafia più feroce”.

Questo incipit offre il preteso a Carlo Bonini, sulle stesse colonne, per ragionare su “La zona rossa della nostra insicurezza” e su quel “filo dei clan” che lega Milano a Foggia, per esempio. Due città separate da ottocento chilometri ma nel cui spazio “ci sono tre o quattro Italie”. Eppure i colpi esplosi (…) raccontano la medesima catastrofe di un Paese compulsivamente prigioniero di una remunerativa parola d’ordine della Politica — sicurezza — eppure smarrito nel sentirsene regolarmente orfano”.

“La verità è che, stordito da una propaganda che semplifica con ferocia e rozzezza ciò che semplice non è, il Paese ha perso di vista quello che il sangue di Milano e di Cagnano Varano ci dicono. Che la sicurezza di una collettività, delle sue strade, delle sue piazze, delle sue case, è nella consapevolezza piena della realtà dei territori in cui vive. Nella convinzione che affidare una ordinata convivenza civile a dieci, cento, mille poliziotti, carabinieri o magistrati in più, o armare per legittima difesa i padri di famiglia con diecimila o centomila fucili in più, equivale a decidere di svuotare il mare con un secchiello. Dunque, a dichiarare bancarotta dell’intelligenza”.

Così, “chi oggi cade dal pero” per l’esecuzione del maresciallo Anghinelli, seguita Bonini, “dovrebbe fare mente locale al fiume di cocaina che ha reso Milano, non da ieri, uno dei più grandi mercati della droga d’Europa”, citando i dati contenuti nell’ultima relazione annuale del Parlamento sulle tossicodipendenze (2018), in cui si può leggere: “Sulla base di quanto rilevato nel 2017, circa 4 milioni di italiani hanno utilizzato almeno una sostanza stupefacente illegale e, di questi, mezzo milione ne fa un uso frequente”.

Tanto che “Il mercato delle sostanze stupefacenti pesa per lo 0,9% del Pil”, più o meno quattro volte la crescita stimata della nostra economia per l’anno in corso, e “il loro consumo è calcolato valere 14,4 miliardi di euro, il 40% del quale per il solo acquisto di cocaina”. Per osservare poi, che “siamo dunque il Paese che mentre si pippa 6 miliardi di euro l’anno in cocaina, inveisce contro ‘i negri che spacciano’ e immagina grottesche ‘zone rosse’ nei centri storici, confondendo, con tutta evidenza, la causa con l’effetto. Pensando che spostando la coca più in là, occhio non veda e cuore non dolga. O che ripulita una piazza di spaccio (come evidentemente è giusto ma non sufficiente fare) quella piazza, prima o poi, non torni a riempirsi. Fino a quando, appunto, una mattina come le altre, nella civile via Cadore, gli attori feroci e famelici di quel mercato da 14,4 miliardi di euro non piantano una pallottola in testa a un cristiano”.

L’editoriale de Il Giornale, a firma del direttore Alessandro Sallusti, è invece un’esortazione: “Difendete chi ci difende”. “Non mi illudo – scrive –, finito il lutto d’ordinanza temo che la sarabanda riprenderà esattamente come prima e le forze dell’ordine resteranno centrali nei cuori (elettorali) dei politici ma marginali nei decreti che stanziano soldi un po’ per tutti e mai a sufficienza per loro. Così come la burocrazia giudiziaria e un Codice penale da Azzeccagarbugli continueranno imperterriti a vanificare gli sforzi di chi pensa, come lo pensava Vincenzo Di Gennaro, che un ladro o uno spacciatore presi sono un ladro e uno spacciatore in meno a piede libero”.

 Sallusti quindi chiede “più soldi, più uomini e più mezzi alle forze dell’ordine, più severità da parte dei magistrati anche sui casi che non portano i loro nomi sulle prime pagine dei giornali: questo serve se vogliamo essere un Paese serio che non si indigna a gettone per poi passare oltre come se nulla fosse, come se il carabiniere Vincenzo Di Gennaro, 47 anni da Foggia, non fosse mai esistito”.

Su Libero, Renato Farina si chiede invece “Chi è il maresciallo dei carabinieri in Italia?” Per poi rispondere: È uno che c’è. Nelle piccole città che sono il nerbo segreto del nostro Paese, c’è sempre. Dove c’è un problema, una bega di cortile o da bar sport, la gente lo chiama, e lui prova a far da paciere, a trovare una strada per spegnere i rancori. Poche manette, molto buon senso. Autorevolezza che è un dato di umanità congiunto alla divisa, che non è mai un’armatura di ferro, ma, per le brave persone, l’uniforme rasserenante di una confraternita amica. Un litigio tra vicini, una questione di odi tra parenti, il sospetto di un commercio di droga, la voce su una vecchina tenuta prigioniera in casa. Il maresciallo c’è. Molto spesso prima di essere informato da una telefonata, sapeva già”.

Anche il focus de Il Messaggero segue la pista della “mafia foggiana” che va “Dai negozi fatti esplodere agli omicidi” in una città “dalla criminalità ‘paramilitare’”. Dove  “da metà degli anni Ottanta ad oggi sono oltre 300 i delitti di sangue. Una criminalità spietata, senza scrupoli, forse la più brutale in Italia anche se meno ‘famosa’ della Camorra o della ‘Ndrangheta (…) che gli inquirenti della Direzione antimafia paragonano per efferatezza a Cosa Nostra corleonese, quella di Totò Riina” si legge in cronaca.

E se il vicepremier leghista Salvini chiede e dice che “il killer deve restare in cella tutta la vita”, il Corriere dà invece voce al vicepremier pentastellato Luigi Di Maio, che dice: “Abbiamo parlato di legittima difesa ma la vera legittima difesa serve per le nostre forze di polizia” promettendo di parlarne a breve con il ministro della Giustizia Bonafede e con il Viminale. “Nella testa del vicepremier — si legge nel retroscena — prende corpo l’idea di inserire delle aggravanti per chi compie violenze contro le forze di polizia e militari, insomma verso chi opera nel comparto sicurezza, inclusi vigili del fuoco. Misura che potrebbe già trovare spazio in un provvedimento che Bonafede sta mettendo a punto con il ministro Grillo sulla violenza contro medici e funzionari degli ospedali”.

Un maresciallo dei carabinieri è stato ucciso in una sparatoria questa mattina a Cagnano Varano, in provincia di Foggia. Ancora pochi i dettagli di quanto avvenuto: si sa solo che un uomo è stato fermato in relazione all’accaduto, su cui stanno indagando i carabinieri del comando provinciale di Foggia.

“Una preghiera per Vincenzo, un pensiero alla sua famiglia e ai suoi colleghi, il mio impegno perché questo assassino non esca più di galera e perché le forze dell’ordine lavorino sempre più sicure, protette e rispettate” ha detto il ministro dell’Interno Matteo Salvini esprimendo il suo cordoglio per la morte del carabiniere 45enne in servizio nella caserma di Cagnano Varano.

Finti centri massaggi con un giro d’affari di oltre 70 mila euro all’anno: li gestiva la showgirl e dj di origine ungherese Kyra Kole, in Brianza. E’ quanto hanno scoperto i carabinieri della compagnia di Seregno (Monza), che questa mattina hanno dato esecuzione a un fermo di indiziato di delitto emesso dalla procura di Monza proprio nei confronti della trentenne, che in passato ha anche lavorato come attrice e ballerina in molti famosi musical.

Secondo gli inquirenti è responsabile di sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione. L’attività, iniziata nel mese di dicembre 2018, ha inoltre portato al sequestro del centro massaggi e di due conti correnti, oltre che di documentazione che provava l’attività illecita. Ulteriori dettagli verranno divulgati nel corso della conferenza stampa che si terrà alle ore 10:30 presso la Procura della Repubblica di Monza. 

Un gruppo composto da decine di olandesi appena arrivati a Milano ha dovuto ricorrere ieri durante la giornata alle cure mediche per una maxi intossicazione, evidentemente contratta prima di partire.
Il gruppo, oltre un centinaio di persone, è alloggiato in due diversi luoghi della città e hanno tutti avuto gli stessi sintomi di una intossicazione alimentare, probabilmente in seguito a un pasto consumato in un ristorante olandese. Come informa l’Areu, è stato allertato anche il consolato dei Paesi Bassi a Milano e, attraverso la Prefettura, il ministero degli Esteri all’Aja. Diciassette persone sono state ospedalizzate e 75 visitati. Secondo il servizio regionale, alle due della notte scorsa l’emergenza è rientrata. 

Certo, non poteva non creare malumori – all’interno dell’Arma dei Carabinieri – la lettera scritta dal Generale Nistri e inviata alla sorella di Stefano Cucchi, Ilaria, e a tutta la sua famiglia, per i tanti anni di omertà che hanno avvolto il caso del ragazzo arrestato e poi ucciso di botte all’interno di una caserma di Stato. “Mi creda, e se lo ritiene lo dica ai suoi genitori, abbiamo la vostra stessa impazienza che su ogni aspetto della morte di Suo fratello si faccia piena luce e che ci siano infine le condizioni per adottare i conseguenti provvedimenti verso chi ha mancato ai propri doveri e al giuramento di fedeltà”, preannunciando così la costituzione di parte civile dell’Arma al fianco della famiglia.

A due giorni dalla pubblicazione dell’epistola, il sindacato interno fa sentire la propria voce dissonante e chiede le dimissioni del generale: “Nistri si deve dimettere” titola La Stampa a pag. 14 dando così voce, peso e corpo all’”ira” finora sopita all’interno dell’organismo di rappresentanza sindacale dei militari, il Sim, che ha per suo Presidente proprio il capitano Sergio De Caprio, più famoso come Capitano Ultimo, colui il quale eseguì l’arresto di Totò Riina, il capo di Cosa Nostra, il responsabile delle morti dei magistrati Falcone e Borsellino nel 1992.

È uno scontro interno durissimo, quasi all’arma bianca. Proprio ieri, era stato lo stesso Ultimo – sempre attraverso le colonne de La Stampa, che l’ha anticipato – a dare sfogo al sentimento di disagio interno, “perché per dieci anni il vertice dell’Arma ha ignorato e negato il caso Cucchi? Ora se ne accorge. Qualcuno dirà: meglio tardi che mai. Invece no, è troppo tardi. E noi carabinieri ci sentiamo parte lesa per questo ingiustificabile ritardo». Come a dire, siamo noi che vogliamo essere risarciti per il disonore procuratoci dai vertici.

Lo si evince dal fatto, come sottolinea il giornale torinese, che “De Caprio non vuole sentirsi messo in contrapposizione con la famiglia Cucchi”, anzi, proprio il contrario: “Nessuno potrà strumentalmente allontanarci da Ilaria Cucchi e dalla sua famiglia. Siamo da sempre accanto alle vittime e per le vittime contro ogni abuso e non al servizio di altri padroni” scrive il giornale riportando la dichiarazione di Ultimo. Dichiarazione priva di equivoci in quanto lui stesso “è da sempre in rotta con le gerarchie” e in quanto tale e non solo per questo “è una leggenda vivente” come sottolineava sempre ieri il quotidiano.

Insomma, la lettera del Generale avrebbe dato ai carabinieri la sensazione di essere stati abbandonati, tanto che nel comunicato scrivono: “Il Sim Carabinieri auspica che da oggi, e per tutti i giorni a venire, il generale Giovanni Nistri senta l’impulso per chiedere all’Arma di costituirsi parte civile in ogni processo in cui ogni Carabinieri è parte lesa. Noi lo faremo, perché nessuno sarà mai più lasciato solo!”. Insomma, il problema è la gerarchia interna, sotto accusa sono proprio i vertici. In rotta con la politica ma anche con l’opinione pubblica.

E ancora: “Il Sim Carabinieri allo stesso modo non può non dichiarare con fermezza, la profonda delusione e amarezza per non aver mai sentito dagli stessi vertici dell’Arma, la possibilità di costituirsi parte civile in favore e a difesa dei Carabinieri che subiscono sputi e insulti da manifestanti nelle piazze o negli stadi, dai Carabinieri che vengono insultati solo per avere indosso una divisa, dai Carabinieri che sui social vengono posti come bersaglio di frasi di odio e nefandezze al loro indirizzo e dei loro familiari”. Insomma, “un’amara delusione. Noi di questo ci occupiamo, delle inerzie e dei ritardi, per creare un sistema migliore e non certo per sciacallaggio.

Per il quotidiano torinese, si legge oggi, si tratta di “una sventola durissima contro la gerarchia”.  Del resto, prosegue, “conoscendo la tormentata storia di De Caprio, in perenne lotta contro i superiori, non meraviglia. E il comando generale, sentita la bufera in arrivo, prova a chiarire che non è affatto vero, come il nascente sindacato aveva lamentato, che i carabinieri vengono lasciati soli nella aule di giustizia” ricordando che proprio l’Arma “ha promosso la costituzione di parte civile nel procedimento penale a carico di Luigi Preiti per il tentato omicidio del brigadiere Giuseppe Giangrande (il 28 aprile 2013 a Roma); nel procedimento a carico di Gaetano Azzinnaro e altri 24 per i disordini (a Roma il 15 ottobre 2011)quando degenerò una manifestazione; a Caserta, dove il vicebrigadiere Emanuele Reali è deceduto (il 6 novembre 2018), dopo essere stato investito da un treno nel corso di un inseguimento a piedi; e nel procedimento penale a carico di Roberto Vignozzi, imputato per l’omicidio del maresciallo Antonio Taibi (a Massa, il 27 gennaio 2016)”.

 “Anziché pensare di costituirsi parte civile nel caso di Stefano Cucchi, sarebbe stato forse più utile per la dignità dell’Arma dare le dimissioni, senza tanti equivoci e come segnale di discontinuità” diceva Ultimo ieri, incipit dell’articolo di oggi.

Su la Repubblica, Carlo Bonini, passa in rassegna “le parole dei politici” in questi anni per dimostrare come “ la difesa dell’Arma è diventata un atto d’accusa verso la vittima”: “’Morto perché drogato’, da La Russa a Salvini nove anni d’infamie” il titolo.

La mamma di Prato indagata per violenza sessuale sul 13enne, da cui ha avuto anche un figlio, ha chiesto, con proprie dichiarazioni, al tribunale del riesame “di poter intraprendere un percorso di cure psichiatriche “. Lo hanno riferito i legali della donna Mattia Alfano e Massimo Nistri all’uscita dell’udienza, lunedì 8 aprile, in cui è stata chiesta la revoca della misura.

I legali della donna  hanno spiegato che è in corso una momentanea separazione con il marito. “Il marito sostiene la donna ma disapprova la realtà processuale”, hanno dichiarato gli avvocati Mattia Alfano e Massimo Nistri, spiegando che il marito vive con il figlio piu grande della coppia e la donna con il piu piccolo, avuto dalla relazione con il minore. “Ma si vedono tutti i giorni”, hanno precisato.

La decisione del tribunale del Riesame in merito alla revoca degli arresti domiciliari chiesta dai difensori della 31enne di Prato potrebbe arrivare molto prima dei cinque giorni a disposizione dei giudici. I difensori hanno presentato anche un calendario di appuntamenti per l’inizio delle cure a cui la donna intende sottoporsi. I pm della procura di Prato, Lorenzo Gestri e Lorenzo Boscagli, hanno dato parere negativo alla revoca della misura, che potrebbe comunque essere trasformata in un provvedimento che coniugi le esigenze di cura manifestate dalla 31enne e la garanzia della parte offesa.