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AGI – Operazione dei carabinieri e della squadra mobile di Caltanissetta che hanno proceduto all’arresto di 12 persone (11 in carcere e una ai domiciliari) per caporalato, estorsioni, sequestro di persona, rapine, lesioni aggravate, minacce, violazione di domicilio, violenza o minaccia per costringere a commettere un reato. Durante le perquisizioni avvenute nella notte, nell’ambito del blitz denominato “Attila”, sono stati trovati in casa di uno degli arrestati due libri mastri, tuttora al vaglio degli inquirenti, nei quali erano descritti i nomi dei lavoratori sfruttati ed il compenso che si aggirava sui 25/30 euro al giorno. Ricercato un pakistano destinatario della misura della custodia cautelare in carcere.

L’operazione ha tratto origine dalle indagini su un pericoloso gruppo di pakistani, da tempo residenti nel centro di Caltanissetta, responsabili di delitti contro la persona ed il patrimonio, in larga parte ai danni di loro connazionali, che imperversava dall’anno scorso in città e nei centri limitrofi. Si tratta di un gruppo ristretto che, agendo con “metodo paramafioso”, sottolineano gli inquirenti, ha assoggettato la comunità di appartenenza, molto ampia a Caltanissetta, sottoponendola ad un regime di vessazione e terrore e sfruttamento. Numerosissimi gli interventi delle volanti a favore dei cittadini pakistani che richiedevano in città l’aiuto delle forze dell’ordine, così come numerose sono state le denunce presentate da altri pakistani presso le Stazioni dei carabinieri di alcuni paesi presi di mira, come Milena e Sommatino

Proprio l’analisi dei numerosi episodi di violenza riconducibili agli arrestati ha permesso di accertare l’esistenza di una vera e propria associazione per delinquere, finalizzata ad imporre la propria egemonia sul territorio, rafforzata dal costante ricorso a intimidazioni e violenze, Sono state individuate le auto e le utenze in uso agli indagati; l’esame dei tabulati ha consentito di riscontrare gli stretti legami, quasi giornalieri, tra tutti gli arrestati. Il gruppo, molto coeso e capeggiato dall’indiscusso leader Muhammad Shoaib, ha anche condizionato il settore agricolo dell’entroterra siciliano; l’indagine infatti ha consentito di rilevare che l’uomo, insieme ad Bilal Ahmed, Ali Imran, Mohsin Ali e Giada Giarratana, reclutava manodopera pakistana col metodo del caporalato.

I caporali pakistani destinavano i loro connazionali al lavoro presso titolari di aziende agricole, in condizioni di sfruttamento, approfittando dello stato di bisogno dei lavoratori, accordandosi sull’entità del compenso, che si aggirava sui 25/30 euro al giorno, direttamente con i datori di lavoro e trattenendo per sé una parte o persino la totalità del corrispettivo, già palesemente basso. Le timide rimostranze avanzate dai lavoratori per ottenere il compenso loro spettante venivano immediatamente represse dai sodali attraverso efferate spedizioni punitive. In questo desolante panorama, si inseriscono anche i titolari delle imprese dove i lavoratori pakistani venivano condotti a lavorare, poiché, dal canto loro, trovavano conveniente rivolgersi ai caporali loro connazionali perché ben consapevoli che nessuna denuncia sarebbe mai potuta intervenire a danneggiarli, proprio in relazione alle condizioni di sfruttamento dei lavoratori. 

 Nel contesto di sfruttamento dei braccianti agricoli, messo in atto dalla feroce gang di pakistani, è maturato l’omicidio del connazionale Adnan Siddique, commesso la sera del 3 giugno, che si era ribellato, denunciando i suoi caporali. Per il delitto sono stati tratti in arresto sei dei soggetti colpiti dalla misura cautelare. Già prima dell’omicidio la banda aveva commesso numerosi episodi di violenza in territorio nisseno, con un escalation di violenza davvero impressionante. Un nigeriano è stato aggredito e malmenato a colpi di bastone e spranghe di ferro per il sol fatto di aver chiesto il corrispettivo dell’attività di bracciante agricolo svolto per loro conto, riportando ferite guaribili in 20 giorni. In un altro caso dopo avere chiesto a un pakistano la somma di 300 euro quale profitto dell’intermediazione illecita finalizzata al caporalato, la banda ha sequestrato per tre ore la vittima e le ha puntato un coltello alla gola, intimando di chiamare il padre in Pakistan allo scopo di farsi mandare 5 mila euro per ottenere la sua liberazione. In un’altra occasione è stata aggredita una donna nigeriana mentre stringeva tra le braccia suo figlio di appena un anno, rapinandola di duecento euro; è seguita una violenta aggressione con calci e pugni al marito della donna. In altra circostanza, è stato minacciato un uomo mentre si trovava a passeggiare lungo questo corso Vittorio Emanuele insieme ad un suo amico cingalese. Hanno costretto un ghanese, puntandogli un coltello alla gola, a commettere un furto presso una casa di campagna e poi gli hanno tolto anche la somma di 600 euro che il ghanese aveva con sé. Armati di pistola e coltelli, hanno in un altro episodio, fatto irruzione all’interno della comunità “I Girasoli Onlus” di Milena, e malmenato due minori ospiti della struttura per il sol fatto di aver avuto un banale diverbio con un altro minorenne che aveva invocato l’intervento di boss della banda. 

AGI – “Meglio non abbassare la guardia: le libertà che ci siamo prese ad agosto ci sono costate 5 mila morti degli ultimi mesi”.

Lo ha affermato Massimo Andreoni, direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive, intervenendo ad “Agorà” su Raitre.

“A luglio avevamo poche decine di casi al giorno – ha ricordato Andreoni -, a Natale bene che vada ne avremo tra i 5 mila e i 10 mila al giorno: se lasciamo riprendere il virus, a gennaio pagheremo uno scotto gravissimo in termini di ricoveri e di mortalità.

A Natale facciamo festa dunque ma con grande attenzione”. 

AGI – “Ho la posta elettronica invasa da messaggi di genitori che mi raccontano le difficoltà e i drammi dei loro figli. Non ci rendiamo conto che la nostra incapacità di trovare soluzioni al problema della scuola sta aiutando a costruire una generazione di ragazzi fragili ed insicuri”. E’ l’analisi fatta da Agostino Miozzo, il coordinatore del Comitato tecnico scientifico, in un’intervista a La Stampa.

Per quel che riguarda il ritorno a scuola degli studenti, il responsabile del Cts afferma di non esprimere “un pensiero personale ma quello del coordinatore del Cts che riflette il pensiero di tutti i colleghi del comitato e della comunità scientifica internazionale” e che è questo: “Il diritto alla scuola dovrebbe essere un imperativo nel nostro Paese ma constatiamo ancora ritardi nell’organizzazione dei trasporti, nello scaglionamento degli orari oltre che nelle verifiche sanitarie”.

Quindi Miozzo annota: “Se dipendesse da me avrei riaperto le scuole da tempo, e oggi non posso che essere solidale con i ragazzi, fanno bene a protestare. Vorrei poter scendere anch’io in piazza con loro, convinto come sono che la didattica a distanza sia un eccellente strumento pedagogico, molto utile in situazioni di emergenza, ma non può essere l’escamotage, la scorciatoia alla nostra evidente incapacità di riorganizzare un percorso scolastico tradizionale compatibile con l’epidemia in corso”, quindi “posticipare la riapertura dei licei di un altro mese deve prevedere l’impegno serio e strutturato di tutto il sistema”.

Quanto alle responsabilià in materia, Miozzo sottotlinea: “Devo dire che è difficile accettare l’idea che si consideri la scuola solo una responsabilità del ministro dell’Istruzione. Il buon funzionamento del sistema scolastico riguarda l’intero Governo, nessun ministro escluso”.

E il coordinatore del Cts definisce una “positiva indicazione” l’ipotesi suggerita dal ministro Azzolina “di vedere mobilitati, almeno per le città metropolitane, gli Uffici Territoriali del Governo, le prefetture, che dovrebbero diventare il punto di riferimento per tutte le istituzioni e strutture territoriali competenti a disegnare uno scenario di sicurezza prima, durante e dopo l’ingresso a scuola”.

“Mi auguro – conclude Miozzo – che i prefetti sapranno dare quel necessario stimolo e una decisa accelerazione al processo di coordinamento delle istituzioni per trovare soluzioni”. E definisce “vergognoso” che nel frattempo si inaugurino centri commerciali come quello ultimo di Roma, perché “non si può fare a meno di pensare che non ci sia ancora piena consapevolezza del dramma che l’intero Paese sta vivendo”.

Pertanto, alla luce di ciò, “sembra evidente che la scuola sia la vittima sacrificale della nostra società; è molto più semplice chiudere una scuola che ritardare l’apertura di un nuovo centro commerciale, anche perché i ragazzi non votano”.

AGI – Da mesi siamo quotidianamente bombardati da bollettini, statistiche, opinioni e quant’altro sulla pandemia che ha colpito tutto il mondo e cambiato abitudini e modi di vita profondamente radicati. E anche nelle conversazioni con parenti, amici e conoscenti pronunciamo la parola covid un numero infinito di volte. Basta fare una semplice ricerca su Google per rendersi conto che si tratta di gran lunga della parola più cercata su web e dintorni. Eppure non ci siamo forse mai chiesti da dove nasca questa parola e, di conseguenza, non siamo consapevoli della confusione fra virus e malattia di cui sono protagonisti non solo gli organi di informazione ma anche le istituzioni e, in parte, anche la comunità scientifica. Confusione che ha finito per determinare una distorsione linguistica, attribuendo alla parola covid il genere maschile come e si trattasse del virus, mentre invece esso indica la malattia e per questo avrebbe dovuto prendere il genere femminile.

A provare a mettere un po’ d’ordine nella matassa linguistica creatasi, è l’Accademia della Crusca, che ricorda come COVID-19 sia il nome dato dall’Oms alla malattia l’11 febbraio 2020: si tratta dell’acronimo dell’inglese COronaVIrus Disease 19, ossia ‘malattia da coronavirus del 2019′. COVID-19, dunque, è la malattia, mentre il virus che la provoca si chiama SARS-CoV-2, acronimo dell’inglese Severe Acute Respiratory Syndrome Coronavirus 2, da tradurre come ‘Coronavirus 2 della sindrome respiratoria acuta grave’, in cui il 2 è dovuto alla stretta parentela con il virus causa della SARS, appunto denominato SARS-CoV.

 Secondo l’Accademia della Crusca, non ci sarebbero pertanto dubbi nell’attribuire alla malattia il genere femminile, quindi si dovrebbe dire la COVID-19, non il COVID-19. E però la lingua è qualcosa di vivo che a volte decide di infischiarsene delle regole grammaticale e di scegliersi la sua strada, magari per mere ragioni di musicalità o piuttosto per seguire la maggioranza delle persone o dei mezzi di comunicazione che quella parola utilizzano. E così, nel caso specifico, la sovrapposizione tra nome della malattia e nome del virus è all’origine anche del prevalente impiego al maschile di COVID-19: l’acronimo viene infatti erroneamente interpretato come il nome del virus responsabile della nuova patologia respiratoria, a cui è stato invece dato il nome di SARS-CoV-2. Tale fraintendimento è stato probabilmente determinato, oltre che dalla scarsa trasparenza dell’acronimo, di cui non sempre viene riconosciuto il referente ‘disease’ che ne è alla base, anche dallo scarso impiego nella stampa italiana del vero nome scientifico del virus (SARS-CoV-2), a cui più spesso ci si riferisce, in modo antonomastico, come “il coronavirus”. Con la diffusione del nuovo acronimo, coniato per dare un nome scientifico ufficiale alla malattia, la maggior parte ha insomma creduto che esso si riferisse al virus, anche a causa del frequente impiego improprio che in tal senso ne è stato fatto in rete e sui principali media italiani.

Alla diffusione di tale uso improprio, rivela l’Accademia della Crusca, hanno in verità contribuito non solo i giornali e gli altri mezzi di comunicazione, ma anche i testi dei decreti legge e di altri provvedimenti ufficiali emanati dal governo in merito all’emergenza sanitaria, che in molti casi i principali organi di informazione si sono limitati a citare. Lo stesso ministero della Salute, che aveva inizialmente optato per l’uso di COVID-19 al femminile, è poi ricorso pressoché costantemente al maschile nei comunicati stampa, nelle circolari e nella maggior parte dei contenuti pubblicati nel suo portale, così come costante impiego del maschile si è riscontrato nei decreti legge e nelle disposizioni attuative emanate dal governo.

A rendere ancora più confusa la situazione e meno chiara la distinzione tra la corretta denominazione del virus e quella della malattia, è poi intervenuto anche l’uso altrettanto improprio del sostantivo coronavirus a indicare per estensione non solo il virus SARS-CoV-2, ma anche la malattia respiratoria da esso provocata.

A un primo periodo di incertezza generale, in rete e sulla stampa, in merito al genere grammaticale da attribuire all’acronimo, che ha visto la frequente oscillazione tra maschile e femminile anche all’interno del medesimo articolo, è seguita la rapida affermazione dell’uso del maschile, che ha ormai quasi del tutto soppiantato il femminile.

Che fare a questo punto? La Crusca ha deciso di scegliere una posizione pragmatica. Vista l’amplissimo utilizzo del genere maschile, “risulta ormai poco plausibile una possibile inversione di tendenza a favore del femminile: il radicamento nella lingua corrente del maschile è infatti ormai tale che anche un’eventuale raccomandazione a favore del femminile da parte dei linguisti sortirebbe probabilmente scarso effetto”. Proseguono gli accademici della Crusca: “Se pure è vero che la maggior parte dei nomi italiani delle malattie sono femminili, non va dimenticato che esistono anche numerosi esempi di denominazioni maschili (il tifo, il morbillo, il vaiolo, il colera, oltre a il Parkinson).

L’uso di COVID al maschile “non può dunque considerarsi grammaticalmente scorretto”, sentenzia la Crusca, sebbene la sua origine sia per lo più da ricondurre a un uso improprio del termine nel significato di coronavirus responsabile della malattia respiratoria COVID-19.

Ma le controversie linguistiche non finiscono qui. L’Accademia della Crusca si sofferma anche sulla grafia dell’acronimo, che oscilla nell’uso tra la variante tutta maiuscola COVID-19, quella tutta minuscola covid-19 e quella con la sola iniziale maiuscola Covid-19. La più corretta sarebbe la prima, visto che è quella la grafia scelta dall’Oms. Pur tuttavia, nell’uso corrente, soprattutto sui giornali e all’interno di testi di carattere divulgativo, è attestata e ammessa anche la scrittura degli acronimi con la sola iniziale maiuscola, per cui anche la variante Covid-19 può considerarsi del tutto legittima e corretta.

Non è finita qui. Nel caso in cui l’acronimo si dovesse poi effettivamente stabilizzare in italiano come sostantivo comune, conclude la Crusca, la grafia più appropriata diventerebbe quella tutta minuscola, in quanto i nomi comuni di malattia non richiedono in italiano l’uso dell’iniziale maiuscola. Indipendentemente dalla variante grafica prescelta, anche in questo caso l’importante sarà però soprattutto mantenersi coerenti nel trattamento dell’acronimo, evitando di ricorrere alternativamente alle diverse varianti grafiche all’interno del medesimo testo.

 

AGI – “In questo momento il Cantone di Ginevra (che è uno dei cantoni francofoni) è di fatto l’epicentro europeo”. Lo ha detto Ranieri Guerra, direttore aggiunto dell’Oms e membro del Cts, intervenuto al Congresso straordinario digitale della Società italiana di Pediatria (Sip), dal titolo ‘La Pediatria Italiana e la pandemia da SARS-CoV-2’ e in programma fino a domani.

Per Guerra, il cantone di Ginevra “ha circa 3 volte la casistica italiana in questo momento con una saturazione già raggiunta di tutte le terapie intensive della città e del cantone”.

Siamo in presenza, ha continuato Guerra, “di una situazione abbastanza bizzarra in cui la Svizzera e tutto il Governo confederale non ha preso grandi decisioni di contenimento affidandosi ai singoli cantoni che stanno procedendo in maniera direi estremamente disomogenea segnalando, anche all’Italia, quanto potrebbe accadere se le Regioni non avessero una partecipazione diretta in cabina di regia, quindi – ha concluso – non fossero completamente inserite nel meccanismo decisionale che cerca di arrivare a quel minimo di coerenza e di coesione nazionale che è indispensabile in questo caso per fermare la salita della curva”. 

 

AGI – Una mobilità ferroviaria totalmente a idrogeno e a impatto zero. E’ quanto previsto da un progetto di Fnm e Trenord sulla linea Brescia-Iseo-Edolo che attraversa la Valcamonica. L’iniziativa è stata presentata oggi in conferenza stampa da Attilio Fontana, presidente di Regione Lombardia, Andrea Gibelli, presidente di Fnm, Marco Piuri, amministratore delegato di Trenord, e Michele Viale, direttore generale di Alstom Italia.

L’obiettivo è sostituire i 14 treni diesel che attualmente operano sulla linea con altrettanti a idrogeno e poi saranno realizzati degli impianti di produzione del gas in modo da avvicinare la produzione e l’utilizzo. 

Fnm e Trenord promuoveranno quindi nel Sebino e in Valcamonica la prima “Hydrogen Valley” italiana. I punti principali del progetto, denominato H2iseO, sono: l’acquisto di nuovi treni alimentati a idrogeno, che serviranno dal 2023 la linea non elettrificata – gestita da Ferrovienord (società al 100% di FNM) – Brescia-Iseo-Edolo, in sostituzione degli attuali a motore diesel; la realizzazione di centrali per la produzione di idrogeno, destinato inizialmente ai nuovi convogli ad energia pulita. 

Il Consiglio di amministrazione di Fnm ha deliberato l’acquisto di 6 elettrotreni alimentati a idrogeno, con l’opzione per la fornitura di altri 8. L’investimento è stato preliminarmente stimato in oltre 160 milioni. I primi di questi convogli, prodotti da Alstom, saranno consegnati entro il 2023 e saranno affidati, tramite locazione, a Trenord. I vecchi convogli diesel che saranno inizialmente sostituiti sono in servizio dai primi anni ’90. 

La produzione di idrogeno

Il Cda Fnm ha inoltre analizzato la fattibilità preliminare degli impianti di produzione dell’idrogeno necessari per attivare il servizio ferroviario. Il primo impianto di produzione, stoccaggio e distribuzione di idrogeno sarà realizzato da Fnm a Iseo tra il 2021 e il 2023. Sorgerà nell’area del Deposito di Trenord dove attualmente viene effettuato il rifornimento dei treni diesel, nonché l’attività manutentiva dei convogli.

Il piano di fattibilità, in corso di ultimazione, prevede il ricorso iniziale alla tecnologia Steam Methane Reforming (SMR), da metano/biometano, con cattura e stoccaggio della CO2 prodotta, per la produzione di “idrogeno blu”. Entro il 2025 saranno inoltre realizzati uno o due ulteriori impianti di produzione e distribuzione di idrogeno da elettrolisi (cosiddetto idrogeno verde) lungo il tracciato della ferrovia, in partnership con operatori energetici di primario standing con cui Fnm sta definendo un’intesa.

 Si prevede infine, sempre entro il 2025, di estendere la soluzione idrogeno al trasporto pubblico locale, a partire dai circa 40 mezzi gestiti in Valcamonica da FnmAutoservizi (società al 100% di Fnm), con la possibilità di aprire all’utilizzo da parte della logistica merci e/o privata. 

AGI –  L’economia che in tutto l’arco alpino ruota intorno al turismo invernale ha un peso economico stimato tra i 10 e i 12 miliardi di euro tra diretto, indotto e filiera e che dà lavoro a circa 120mila persone. Una cifra che la possibile chiusura degli impianti di risalita fino a oltre il periodo natalizio potrebbe intaccare fino a causare, secondo le stime, una perdita di circa 8,5 miliardi di fatturato, pari al 70% del totale.

In Italia gli impianti di risalita sono 2.200, il 95% sono associati Anef, l’Associazione nazionale degli esercenti funiviari.  Le piste di sci sono 3683, per un’estensione di 6700 km; per lo sci di fondo invece si parla di 239 anelli per una lunghezza di 1926 km. Il comprensorio più grande nello sci di discesa è quello del Dolomiti Superski, 1200 km di piste e 450 impianti di risalita, numeri che lo pongono al top nel mondo. La Vialattea in Piemonte conta 400 km di piste e 63 impianti, Breuil Cervinia 322 km di piste e 52 impianti, mentre la sola Cortina conta su 120 km di piste e 29 impianti.

Per sciare però c’è bisogno della neve, che sempre di più negli ultimi anni è stata in prevalenza artificiale, complice il mutamento climatico che ha ridotto le partecipazioni. La produzione di neve artificiale costa dai 3,4 ai 3,8 euro a metro cubo neve e la variazione è dettata dagli agenti atmosferici.

Con questi valori la produzione è di 2,5 metri di neve per metro cubo d’acqua. Il costo della neve per ettaro e’ 15.000 euro. Per innevare una pista lunga 1 chilometro, larga 40 metri con uno spessore di 40 centimetri che dura tutta la stagione bisogna investire 60.000 euro. Ad esempio, per innevare tutta la ‘Via Lattea’ servono 1,5 milioni di metri cubi di neve. In Trentino per innevare i 1.600 ettari di piste il costo si aggira sui 24 milioni di euro. Per quanto concerne l’innevamento delle piste che ospitano le gare di Coppa del mondo (Val Gardena, Alta Badia, Madonna di Campiglio e Bormio) la cifra è corrisposta dalla federazione internazionale dello sci. 

Tutte le professioni della filiera della neve

 La filiera legata al turismo invernale e’ molto ampia e va dall’aspetto puramente sportivo all’ospitalità. Sono tante le categorie che subirebbero un pesante deficit in caso di parziale o addirittura mancata apertura della stagione sciistica 2020/2021.

Comparto sportivo: lavoratori impianti a fune, personale cassa skipass e amministrazione, addetti alla pista (gattisti), maestri di sci (400 scuole in Italia, 14.000 maestri e 1,7 milione di allievi nella stagione 2019/2020), skimen, noleggiatori di attrezzatura (sci, snowboard, ciaspole), guide alpine, guide di media montagna, organizzazioni gare e manifestazioni di vario genere.

Logistica (hotel, case private, appartamenti, B&B, residence): personale reception, amministrativo e accoglienza nelle strutture alloggiative, cuochi, aiuto cuochi, camerieri, cameriere ai piani, pizzaioli, baristi, disc jockey, addetti alle pulizie delle strutture, estetiste, parrucchiere, personale che lavora nelle baite lungo le piste da sci e apres ski, addetti al trasporto dei clienti (shuttle, noleggio con conducente, skibus).

Attività commerciali: personale di negozi che vendono abbigliamento invernale, alimentari stagionali, ristoranti, bar, pub, discoteche, negozi souvenir, distributori di benzina, imprese artigiane.

Parlano gli esercenti degli impianti

“Aprire per Natale? La vedo molto dura – spiega Valeria Ghezzi, presidente dell’Associazione Nazionale Esercenti Funiviari (Anef) – anche perchè dobbiamo mettere in sicurezza le persone che sciano e garantire tranquillità nei soccorsi: impossibile con gli ospedali al collasso. Certo, se non apriremo prima di Natale, come impianti a fune e quindi a cascata tutta la filiera della montagna, la perdita sarà del 70% ma ipotizzare una cifra del comparto montagna è impossibile”.

“In caso di apertura prima di Natale bisogna auspicare almeno la mobilità tra regioni ma verrebbero a mancare gli stranieri – aggiunge Ghezzi -. Aperture regionali? Forse Veneto, Piemonte e Lombardia potrebbero aprire e limitare le forti perdite con i loro residenti ma non saprei come potrebbero fare Friuli Venezia Giulia, Trentino, Alto Adige e Valle d’Aosta che sono territori prettamente turistici”.

Parlando della stagione scorsa terminata il 9 marzo, prosegue, “è stato perso il 15% del fatturato di 1,2 miliardi di euro sull’arco alpino e almeno il 30% sugli Appennini perche’ in quelle zone la neve era arrivata tardi”. “Per ogni dipendente che lavora sugli impianti a fune – chiude – la filiera ne genera da 5 a 8 che vanno dal cameriere al maestro di sci al commesso dei negozi”. 

Ecco la situazione nelle maggiori regioni

Friuli Venezia Giulia

Le stazioni sciistiche friulane sono Tarvisio/Monte Lussari, Ravascletto/Zoncolan (notevole crescita delle presenze nella stagione scorsa), Sella Nevea che offre un collegamento con la Slovenia, Piancavallo, Forni di Sopra/Sauris e Sappada. I comprensori montani friulani rischiano di perdere importanti numeri del turismo estero che in inverno sfiorano il 50% delle presenze.

Il blocco dell’Est, a partire dalla vicina Slovenia fino ad arrivare alla Polonia, nell’inverno ormai alle porte rischia di essere il grande assente. Il turismo italiano proviene maggiormente dal Veneto ma anche dall’Emilia Romagna, Lombardia e Toscana

Veneto

In Veneto oltre il 90% del turismo invernale e’ concentrato in provincia di Belluno. Localita’ ‘Regina’ e’ sicuramente Cortina d’Ampezzo, la ‘Perla delle Dolomiti’, il centro sciistico dal sapore d’antan che nel 2026 tornera’, a distanza di 70 anni, citta’ olimpica (questa volta assieme a Milano).

In base alle statistiche del turismo, ogni persona spende durante la stagione invernale mediamente 136 euro al giorno (125 in estate). Il 60% della spesa riguarda il pernottamento, il 30% la ristorazione e il 10% servizi vari. Prima del lockdown (gennaio e febbraio) sulle Dolomiti venete e’ stato registrato un incremento pari al 17% nelle presenze (825.721) rispetto all’anno precedente.

Nel 2019 il comparto montagna in Veneto aveva fatto registrare 4,2 milioni di presenze. Il dato ad oggi e’ fino ad agosto ed e’ paria a 2,6 milioni. Nelle localita’ di montagna del Bellunese c’e’ parita’ tra presenze di ospiti italiani e stranieri”. A livello nazionale resta il Triveneto l’area con maggiori presenze seguita da Lombardia e Lazio mentre per quanto concerne il dato straniero la Nazione piu’ rappresentata e’ la Germania seguita da Polonia, Repubblica Ceca e Austria. Altro comprensorio molto frequentato e’ la Civetta Ski Area che comprende Alleghe, Zoldo (presenze crollate da 210mila del 2019 a 40mila del 2020), Selva di Cadore/Val Fiorentina e Palafavera.

Trentino

Una regione di montagna molto frequentata dal turista italiano e’ il Trentino, particolare la Val di Fassa e Madonna di Campiglio. Nella vallata ladina, culla di antiche tradizioni, pernottamenti nell’inverno scorso sono stati 2,2 milioni. Secondo una stima a livello provinciale ogni persona spende 130 euro al giorno. Il turismo nazionale e’ pari al 60% e di esso il 70% proviene da Lombardia, Emilia Romagna e Toscana. Il restante 40% riguarda flussi esteri.

Alto Adige

L’Alto Adige e’ la destinazione dove il turismo e’ storicamente piu’ straniero che italiano. Nella stagione terminata ad aprile il numero dei pernottamenti e’ stato pari a 9,7 milioni per un calo del 22% rispetto a quella precedente (da novembre a febbraio presenze erano +9,9%). Nella stagione invernale 2019/2020 il numero di ospiti tedeschi si e’ avvicinato al dato di quello degli italiani.

Dalla Germania le presenze sono state 3,6 milioni, ovvero un calo del 30% mentre quelle italiane sono state 3,5 milioni (-12,8%). Forte la riduzione degli ospiti svizzeri (-40%). L’unica nazione che ha registrato una crescita nell’inverno scorso e’ stata la Norvegia con quasi 26 mila presenze (+36%). 

Valle d’Aosta

E’ la regione di montagna piu’ piccola d’Italia ma che produce numeri molto elevati. Attualmente l’unica stazione sciistica operativa, aperta solo ai sciatori professionisti a seguito delle restrizioni, e’ quella di Cervinia. Gli altri comprensori sciistici sono a Courmayeur, La Thuile (collegamento con la Francia), Monte Rosa-Gressoney (Champoluc) e Pila. Lo scorso inverno le presenze (pernottamenti) complessive sono calate del 24,4% attestandosi su un milione e 286 mila presenze.

Restando alla precedente stagione dello sci, le presenze italiane sono state 634.411 per un calo rispetto all’anno precedente del 17%. La regione con le maggiori presenze resta la Lombardia (237.886 nel 2020). Per quanto concerne le presenze straniere – in Valle d’Aosta arrivano turisti da tutto il mondo – il Regno Unito svetta con 203.299 presenze (nel 2019 erano 295.592). Nell’estate 2020 le presenze sono crollate del 35% attestandosi su 991.561. Netto il calo dei turisti italiani, -23,8% e ancor piu’ forte quello straniero (oltre -64%). Dimezzate le presenze di svizzeri e francesi, al 66% quelle degli olandesi che da 53.193 sono scesi a 18.066.

Piemonte

Il comprensorio sciistico piu’ vasto del Piemonte e’ la ‘Via lattea’ che comprende Sestriere, Sauze d’Oulx, Oulx, Sansicario, Cesana, Pragelato e Claviere. Sulle montagne piemontesi preoccupa già la quasi certa perdita della clientela straniera che è il 45% del fatturato della stagione invernale.

Da metà gennaio a fine febbraio i turisti sono prevalentemente esteri – dal Brasile alla Cina, dagli Stati Uniti alla Scandinavia – e sono il 70-80% della clientela. A livello italiano a recitare la parte del leone sono i vacanzieri di Lombardia e Liguria (da alcuni anni e’ chiusa la stazione sciistica di Monesi di Triora). I lavoratori stagionali impegnati nel comprensorio sono oltre 4.000. Secondo i vertici del comprensorio ‘Vialattea’ il problema dei costi legati alle operazioni di sanificazione – 7.000 veicoli tra skilift, seggiovie e cabinovie – “si proietteranno sul costo del biglietto, 1-2 euro in piu'”.

AGI – E’ in corso a Roma lo sciopero del trasporto pubblico che si concluderà alle 12,30. Restano aperte le metro A e B mentre è chiusa la linea C. Il collegamento Roma-Lido è attivo ma con riduzioni di corse, come pure per la linea Termini-Centocelle. Attive invece la Roma-Viterbo urbano e la Roma-Viterbo extraurbano. Quanto al servizio bus e tram, sono possibili riduzioni di corse. 

“Le feste di Natale saranno un momento di serenità auspicabile, però è comunque un incontro a rischio, dobbiamo esserne consapevoli, il virus se ne frega dell’identità familiare”. Lo ha dichiarato Agostino Miozzo, coordinatore del Comitato tecnico-scientifico, ai microfoni di ‘Moka’, Rai Radio 1. “Se vorremo replicare quanto fatto questa estate nella logica del ‘liberi tutti'”, ha aggiunto Miozzo, “possiamo essere certi che a metà/fine gennaio saremo nel pieno della terza ondata della pandemia”.

“Credo sia necessario uno sforzo di sintesi maggiore perché il mondo della scuola non è un problema del ministero dell’istruzione, è un problema della collettività, ha aggiunto  Miozzo, “alla riflessione politica manca la consapevolezza del danno che si sta generando nella dimensione privata dei nostri ragazzi”. “Il salto di qualità che si deve fare”, ha concluso Miozzo, “è pensare che la scuola è un mondo complesso nel quale dobbiamo investire non solo risorse finanziarie, ma anche attenzione politica”.

AGI –  I primi risultati dei test clinici avanzati per il vaccino anti Covid messo a punto da AstraZeneca-Università di Oxford danno un’efficacia compresa fra il 62 e il 90 per cento, con una media pari al 70%. Lo rende noto il gruppo farmaceutico in un comunicato.

I test clinici sono stati condotti nel Regno Unito e in Brasile, e “non si sono segnalate ospedalizzazioni o casi gravi della malattia” fra i volontari che hanno ricevuto il vaccino, si legge nella nota di AstraZeneca. Il vaccino è risultato efficace al 90% quando è stato somministrato a partire da mezza dose, poi completata da una dose completa almeno un mese dopo; mentre un altro regime di dosaggio (2 dosi complete a distanza di un mese) ha avuto un’efficacia del 62%.

L’analisi combinata dei due tipi di dosaggio porta a un’efficacia media del 70%, spiega ancora il gruppo farmaceutico. Ora le indagini proseguono per accumulare dati e stabilire la durata della protezione. La protezione si verifica a partire da 14 giorni dopo la somministrazione della seconda dose e non si sono verificati gravi problemi: in entrambe le formulazioni, il vaccino è stato ben tollerato.

Secondo il responsabile dei test per l’Università di Oxford, professor Andrew Pollard, “questi risultati dimostrano che abbiamo un vaccino efficace che salverà molte vite“.  

Il vaccino Oxford-Astra-Zeneca è “altamente efficace” nella prevenzione del Covid-19 secondo i risultati preliminari dei testi clinici condotti in Regno Unito e Brasile. In particolare, un tipo di dosaggio è risultato efficace al 90% e un altro al 62%; per questo la società farmaceutica ha calcolato una media di efficacia al 70%.

Ora AstraZeneca preparerà i documenti e i dati per chiedere le autorizzazioni “in tutto il mondo alle autorità che hanno un quadro di riferimento per l’approvazione condizionale o anticipata”. L’azienda chiederà inoltre all’Organizzazione Mondiale della Sanità l’elenco delle possibilità di approvarlo per “usi di emergenza” per ottenere un percorso accelerato verso la disponibilità di vaccini nei paesi a basso reddito. 

AstraZeneca sta lavorando per ottenere una capacità di produzione fino a 3 miliardi di dosi di vaccino nel 2021 a rotazione, se rotativa, in attesa dell’approvazione normativa. Il vaccino, si legge ancora nella nota della società, può essere conservato, trasportato e manipolato in normali condizioni di refrigerazione (2-8 gradi Celsius/3646 gradi Fahrenheit) per almeno sei mesi e somministrato all’interno delle strutture sanitarie esistenti.

I volontari che hanno partecipato alla campagna di test clinici sono oltre 23 mila, dai 18 anni in su provenienti da diversi gruppi razziali e geografici sani o in condizioni mediche di base stabili. Sono in corso studi anche negli Stati Uniti, Giappone, Russia, Sudafrica, Kenya e America latina, e ne sono stati pianificati ulteriori in altri Paesi europei e asiatici. In tutto, la societa’ prevede di fare test globalmente su 60 mila volontari.