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“Stamattina pubblichiamo sul sito del Miur gli esempi della prova scritta di Italiano. Alle 8.30 sarà possibile scaricarli per utilizzarli oggi stesso per le simulazioni o nei prossimi giorni. Sono tracce coerenti con quelle che saranno date a giugno”. Lo afferma in un post su Facebook il ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti. “La pubblicazione degli esempi di prova – spiega il ministro – è una delle misure che abbiamo predisposto per accompagnare voi maturandi e i vostri docenti nella preparazione dell’Esame di Stato. Faremo una rilevazione a campione – prosegue – per raccogliere le vostre considerazioni. Ringrazio gli insegnanti per il lavoro che stanno facendo per preparare i nostri ragazzi. E agli studenti dico: quello che affronterete sarà un esame serio, naturalmente, ma molto equilibrato. Che valorizzerà il vostro percorso di studi. A tutti voi che oggi simulerete la prova auguro buon lavoro!”.

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I carabinieri del comando provinciale di Napoli hanno arrestato circa 30 indagati, affiliati al clan Sequino, attivi nel capoluogo partenopeo nel rione Sanità. In questo momento, i Sequino sono in contrasto con i Vastarella, fibrillazione resa nota anche attraverso raid armati con spari in aria, le cosiddette stese. Gli indagati sono stati raggiunti da due misure cautelari emesse dal gip partenopeo e dovranno rispondere a vario titolo di associazione a delinquere di tipo mafioso, estorsione, porto abusivo di armi e spaccio di stupefacenti. reati aggravati da finalità e metodo mafiosi. A capo del gruppo sono  sempre rimasti i boss storici, Salvatore e Nicola Sequino, che diramavano ordini anche dal carcere approfittando dei colloqui.

È di 1.398 euro l’importo minimo della sanzione accessoria per il datore di lavoro che impieghi migranti irregolari in territorio italiano. Importo commisurato al nuovo “costo medio del rimpatrio”, fissato con il decreto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale numero 39, firmato dal ministro dell’Interno di concerto con i colleghi della Giustizia, dell’Economia e del Lavoro. È una direttiva europea del 2009, la numero 52, che all’articolo 5 prevede che “le sanzioni inflitte in caso di violazioni del divieto di assunzione illegale includono almeno il pagamento dei costi medi del rimpatrio”: costi che, per il 2018, sono stati appunto stimati in 1.398 euro (con un aumento del 30%), da aggiornare entro il 30 gennaio di ogni anno.

L’ultima volta era successo appena due mesi e mezzo fa: il 2 dicembre 2018 un ragazzo di 18 anni, venuto dal Gambia, era morto in un incendio che aveva distrutto la sua baracca a San Ferdinando, nella piana di Gioia Tauro. 

Surawa Jaiteh era regolare in Italia, titolare di permesso di soggiorno per motivi umanitari, ma si era allontanato volontariamente dal centro di accoglienza di Gioiosa Jonica per vivere nella baraccopoli, dove i roghi sono così frequenti che iu vigili del fuoco vi hanno stabilito un presidio permanente.

Tre morti in un anno

Il rogo della notte del 15 febbraio ha distrutto una decina di baracche e quindici migranti rimasti senza un tetto sono stati trasferiti nella nuova tendopoli gestita dal Comune di San Ferdinando, ma sono tre le persone morte in poco più di un anno: prima di Surawa Jaiteh il 27 gennaio 2018 a morire era stata una nigeriana, Becky Moses, 26 anni. L’incendio era stato appiccato da un’altra donna, arrestata mesi dopo dalla Polizia, che avrebbe agito per gelosia. 

Nella stessa bara​ccopoli viveva Soumayla Sacko, 29 anni, immigrato del Mali, sindacalista dell’Usb, ucciso il 2 giugno del 2018 da una fucilata a San Calogero, nel Vibonese, mentre, all’interno di una fornace in disuso, cercava lamiere da utilizzare per costruire una baracca nel campo di San Ferdinando.

Diversi altri incendi divampati nel’accampamento non hanno provocato vittime. La situazione di precarietà in cui vivono i migranti della piana di San Ferdinando ha indotto le autorità, con il coordinamento della prefettura di Reggio Calabria, a trovare soluzioni alternative. La Protezione Civile regionale ha allestito una tendopoli attrezzata in un’altra area del comune del Reggino, mentre è stato approntato un piano che prevede la collocazione dei braccianti in immobili privati, attraverso incentivi a beneficio dei proprietari. 

E il problema del caporalato si somma a quello delle baraccopoli che dalla Campania alla Sicilia rischiano di diventare le nuove polveriere del Sud Italia. Eccole, una per una, in una mappa.

Calabria

 

Piana di Gioia Tauro

E’ la piana di Gioia Tauro (in provincia di Reggio Calabria) il punto “caldo” dell’immigrazione in Calabria. Vi lavorano, secondo stime della prefettura, 1.500 persone, tutte di provenienza dall’Africa, impegnate nelle aziende agricole della zona nella raccolta degli agrumi, delle olive o dei pomodori secondo la stagione, in cambio di pochi euro al giorno. Si tratta di una polveriera sempre pronta a deflagrare a causa delle condizioni in cui i lavoratori vivono, sebbene la situazione sia recentemente migliorata con l’allestimento, a San Ferdinando, di una nuova tendopoli in sostituzione della precedente, installata dopo la raccolta del 2010. 

Nella notte fra il 7 e l’8 gennaio, centinaia di immigrati devastarono Rosarno quando qualcuno sparò contro due di loro, rimasti feriti. I migranti, ospitati in una fabbrica in disuso in condizioni di estremo degrado, si riversarono per le vie del centro, armati di bastoni ed armi improvvisate, devastando centinaia di auto e incendiando cassonetti dei rifiuti. Un bambino, che si trovava nell’auto con i genitori, rimase ferito leggermente a un orecchio dalla scheggia di un vetro infranto, mentre una donna fu colpita alla testa lungo la statale 18 durante un altro assalto. La Polizia tentò di fronteggiare la protesta e si scontro con i rivoltosi che fecero partire contro gli agenti una fitta sassaiola. Diversi furono i contusi. Fu una notte di fuoco. La tensione aumentò quando un gruppo di cittadini rosarnesi scese in piazza per protestare a sua volta contro gli extracomunitari. Solo grazie alla mediazione delle istituzioni tornò la calma, con l’impegno di migliorare le condizioni dei braccianti.

L’altro episodio risale al 27 gennaio scorso. Un vasto incendio provocò la morte di una giovane donna nigeriana, Becky Moses, ed il ferimento di altre due persone. Nell’aprile scorso è stata arrestata una donna, che tentava di lasciare l’Italia: sarebbe stata lei a commissionare l’incendio a persone ancora sconosciute per consumare una vendetta dovuta motivi passionali. Due anni prima, l’8 giugno 2016, un carabiniere intervenuto per sedare una rissa nella tendopoli di San Ferdinando sparò e uccise un migrante che lo aveva aggredito con un coltello ed anche in quella circostanza la situazione fece temere di degenerare. 

Isola Capo Rizzuto

L’altro punto di aggregazione dell’immigrazione in Calabria è il Cara di Isola Capo Rizzuto (Crotone), capace di ospitare 1.000 persone. Sebbene sia sotto il controllo delle istituzioni, la struttura, di tanto in tanto, fa registrare proteste dovute al ritardo della corresponsione delle indennità riconosciute dallo Stato agli ospiti della struttura. In alcuni casi si sono verificati tafferugli con le forze dell’ordine o l’occupazione della vicina strada statale 106 ionica. Nel maggio del 2017, peraltro, la struttura, affidata in gestione alle “Misericordie”, fu al centro dell’operazione “Johnny” che portò all’arresto dei gestori per presunte infiltrazioni della ‘ndrangheta.

Sicilia

 

Si smontano e si rimontano, come degradanti ‘teorie di Lego’, indegni ‘puzzle tridimensionali’ della povertà e dello sfruttamento. Baraccopoli e tendopoli che in Sicilia danno alloggio temporaneo e auto-organizzato a migranti utilizzati come manodopera a basso costo. 

Cassibile

Qui, in provincia di Siracusa, a esempio, le forze dell’ordine sono continuamente alle prese con queste ‘architetture’ fantasma, ma ben conosciute dai nuovi schiavisti italiani. Soltanto a maggio doppio blitz anti caporalato dei carabinieri. Dopo la tendopoli di fortuna, scoperta alcuni giorni prima con all’interno 37 migranti regolari, in località Stradicò, in un terreno privato, è stato individuato un altro insediamento abusivo: oltre 50 le baracche in legno e lamiera, in grado di alloggiare nel degrado assoluto 100-120 persone. Al momento del controllo erano presenti 79 persone, in maggioranza di origine africana, tutti di sesso maschile, maggiorenni e in regola sul territorio nazionale, segnalati alla procura per invasione di terreni. L’area, in un fondo agricolo vicino lo svincolo dell’autostrada Siracusa-Gela, in pessime condizioni igienico-sanitarie, era priva di acqua corrente ed energia elettrica. Gli ‘ospiti’ avevano realizzato degli ambienti comuni: un locale ricreativo attrezzato con un bancone e utilizzato per la mescita di alimenti e bevande, con tavolini, un televisore e un vano riservato alla preghiera, una piccola Moschea improvvisata. Nella baraccopoli anche una discarica a cielo aperto in cui giornalmente venivano bruciati i rifiuti prodotti dagli occupanti. 

Vittoria

Altri invisibili si incontrano a Vittoria, grosso centro in provincia di Ragusa. Una distesa plastica di serre, uno dei più grandi poli ortofrutticoli europei, è il luogo di lavoro di uomini, ma soprattutto donne dell’Est, sfruttate lavorativamente e vessate e violentate dagli stessi proprietari delle serre. Anche qui un’area ghetto – quasi mimetizzata nel paesaggio – che appare come un grande buco nero. 

Campobello di Mazara

Una tendopoli-baraccopoli era diventata una presenza acquisita e mal digerita dai residenti di contrada Erbe Bianche a Campobello di Mazara, nel Trapanese. Nella zona da anni si radunano oltre un migliaio di migranti impegnati nelle raccolte agricole stagionali. Le ruspe a marzo sono intervenute sradicando una decina di tende e baracche adibite ad alloggio dai migranti che da ieri sera hanno abbandonato la zona. Per settimane un gruppo di associazioni (Contadinazioni, Libera, Forum Antirazzista di Palermo) ha lanciato un appello alla ricerca di abitazioni da concedere in affitto ai migranti che intendono rimanere in zona. “Abbiamo chiesto a chiunque – dice uno di loro – ma appena diciamo che si tratta di migranti, i proprietari delle case si dicono non più disponibili”. Lo sgombero del ghetto – costruito con legno di risulta, pannelli di eternit e teloni da campagna – era stato disposto dalla stessa amministrazione comunale. Nel 2013 in un incendio morì un ragazzo di originario del Senegal dal quale prese il nome “Ciao Ousmane”, un campo provvisorio organizzato e finanziato dal comune di Campobello di Mazara in un ex oleificio confiscato alla mafia. 

Caltanissetta

Analoga situazione a Caltanissetta, nei pressi del Cie di Pian del Lago. Anche qui recentemente è stata sgomberata la tendopoli di pakistani, richiedenti asilo, lungo la strada provinciale. Alcune decine erano accampate da diverse settimane sotto il cavalcavia. 

Paternò

In provincia di Catania, a Paternò, ha trovato spazio per lungo tempo una baraccopoli di circa 200 posti letto, in contrada Ciappe Bianche: baracche di fortuna costruite con teloni, pezzi di lamierini, con materiale di risulta; a bloccare le tende al suolo, per fermare vento e pioggia, grosse pietre e pezzi di gabinetti, prelevati dalla mega discarica abusiva. Rifugi miseri abitati soprattutto da nordafricani impegnati nella campagna agrumicola, tra ruspe e nuovi giacigli di (s)fortuna. Spazzati via. Almeno per ora. 

Puglia

 

Borgo Mezzanone

Sono oltre mille i migranti ospiti dal Cara di Borgo Mezzanone a una decina di chilometri da Foggia. Altri mille quelli che vivono nelle baracche o nelle masserie abbandonate in quella che viene chiamata la ex pista che si trova a ridosso della struttura di accoglienza. Si tratta per la maggior parte di nordafricani, che lavorano come braccianti nelle campagne. Moltissimi di loro da qualche mese vivono in tende e roulotte sistemate a pochi chilometri dall’ex Gran Ghetto che si trovava nelle campagne tra San Severo e Rignano Garganico e che è stato sgomberato due estati fa. Il Gran Ghetto era stato sgomberato anche dopo l’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Bari su presunte infiltrazioni criminali nella gestione del caporalato nel campo. Un campo che ora sta tornando a rinascere a pochi metri dal vecchio.

Cerignola

Ma quella dei migranti è una emergenza che investe tutto il territorio provinciale dove insistono numerosi ghetti e insediamenti abusivi di stranieri che vivono senza le minime condizioni igienico sanitarie. Oltre 800 quelli ospitati in diversi centri sparsi per la provincia di Foggia, per lo più donne e bambini. Ci sono i ghetti di Borgo Tressanti e Borgo Libertà nelle campagne di Cerignola, Cicerone a Orta Nova. Molti dei migranti sgomberati dal Gran Ghetto sono sparsi tra le varie baraccopoli della Capitanata, compresi alcuni rifugi che sarebbero stati ricostruiti proprio nelle zone dove sorgeva, come già detto, l’insediamento abusivo. Alcuni di questi sono ospiti a Casa Sankara e all’Arena, due strutture realizzate ad hoc. 

Campania

 

Storicamente il Casertano e il Salernitano sono i due territori ad alta concentrazione di immigrati clandestini sfruttati come braccianti nei campi, e nel litorale domitio e nella piana del Sele in passato si sono registrate situazioni di criticità, con sgomberi di campi abusivi, proteste tra gli extracomunitari e i residenti, e frizioni tra le due ‘parti’.

Caserta

Nonostante il territorio casertano continui a registrare una massiccia presenza di immigrati, non ci sono baraccopoli e neppure edifici occupati abusivamente. Uno di questi fabbricati è stato sequestrato e sgomberato dai carabinieri a Caserta lo scorso 15 maggio. Si tratta dell’ex Hotel Houston, una mega struttura all’uscita dell’autostrada di Caserta Nord, florida attività imprenditoriale fino agli anni ’80 e poi abbandonata e diventata un rifugio per immigrati senza tetto e piazza di spaccio. All’atto del sequestro, i militari dell’Arma trovarono all’interno decine di extracomunitari e due famiglie rom con minori. 

Castel Volturno

Situazione migliorata anche a Castel Volturno per quanto riguarda l’occupazione abusiva di edifici, anche se sempre incandescente a causa della massiccia presenza di migliaia di extracomunitari clandestini. L’ultima struttura occupata abusivamente da immigrati è stata quella di un altro albergo, l’American Palace, sgomberato nel 2010. Oggi circa il 90 per cento degli immigrati in quelle zone paga un fitto, seppur a nero, a proprietari italiani. Mentre una piccola parte, insieme anche a diversi cittadini italiani in condizioni economiche disagiate, occupa abusivamente abitazioni abbandonate nel corso degli anni sul litorale a ridosso del mare, ma si tratta di nuclei familiari in singoli appartamenti. 

Eboli

​Allo stesso modo, baraccopoli che ‘ospitano’ migranti nel Salernitano non ce ne sono più. Un tempo Eboli, nella Piana del Sele, aveva una ‘microcittà’ completamente abusiva a ridosso dei campi di pomodoro. Era il 2009, quando 800 uomini in divisa con mezzi speciali sgomberarono a San Nicola Varco di Eboli, la baraccopoli abitata da 1.000 immigrati, per lo più clandestini. Sul litorale che va da Pontecagnano a Capaccio, però, segnalano i sindacati, insistono circa 3.000 migranti che occupano abusivamente case fatiscenti, un tempo abitate ai villeggianti stagionali. Secondo fonti dei sindacati, gran parte di loro paga regolarmente le tasse. Con l’arrivo della stagione estiva, che significa raccolto, la stragrande maggioranza dei braccianti impiegati, però, sono immigrati che negli anni scorsi si sono sistemati in ripari di fortuna al di sotto degli alberi della folta pineta che costeggia il lungomare, in condizioni di degrado e senza servizi. Nel Napoletano, così come in Irpinia e nel Sannio, nessuna baraccopoli.

 

 

I finanzieri del Comando provinciale di Roma hanno confiscato beni per 9,2 milioni di euro riconducibili a Luigi Lusi, ex parlamentare e tesoriere del partito “Democrazia è Libertà – La Margherita”. Il provvedimento della Corte d’appello capitolina conclude, per quanto concerne l’aspetto patrimoniale, la vicenda giudiziaria in cui Lusi è stato coinvolto e condannato in via definitiva per appropriazione indebita nel dicembre 2017. 

“La presenza di parenti all’interno della catena di comando conferma la centralità della famiglia, quale strumento di coesione. Non di rado le alleanze sono rafforzate da matrimoni tra giovani di gruppi diversi, con le donne che assumono, sempre più spesso, ruoli di rilievo nella gerarchia dei clan, soprattutto in assenza dei mariti o dei figli detenuti”. Nel capitolo dedicato alla camorra, l’ultima Relazione semestrale della Direzione investigativa antimafia ne ribadisce “il peculiare assetto organizzativo privo di un organismo sovraordinato all’intero sistema criminale, composto, invece, da una galassia di clan dal potere consolidato e da un sottobosco di gruppi, spesso tra loro in conflitto”.

A Napoli, ad esempio, “si è assistito alla scomparsa dei capi carismatici, alcuni detenuti e altri costretti da tempo alla latitanza, il cui ruolo è stato assunto da familiari o elementi di secondo piano, che non sempre hanno mostrato pari capacità nella guida dei sodalizi” mentre “in altre zone, pregiudicati poco più che adolescenti si sono posti a capo di gruppi emergenti, tentando di assumere il predominio in particolare delle piazze di spaccio, delle attività estorsive ai danni degli esercizi commerciali e dei fiorenti mercati della contraffazione, con azioni connotate da notevole aggressività, con omicidi, attentati e sparatorie, le cosiddette ‘stese'”. Risultato: “l’assenza di una solidità gestionale è degenerata in lotte intestine, che hanno inciso sulla stabilità di un gran numero di organizzazioni camorristiche” e che “rimandano ad un contesto magmatico ed in continuo mutamento”.

Un fitto tessuto criminale è presente in particolare nei territori delle province napoletane e casertane in cui “le locali organizzazioni, benché fortemente colpite da provvedimenti cautelari personali e patrimoniali e da pesanti sentenze di condanna, mantengono salda la capacità di consenso e legittimazione su gran parte della collettività, grazie ad un’immutata forza di intimidazione ed assoggettamento”. 

Sul piano generale, il sistema criminale campano “opera in tutti i settori d’interesse delle associazioni mafiose”, con alleanze funzionali alle attività connesse al traffico di droga, alle estorsioni e alla contraffazione. Tra i business più redditizi si confermano la contraffazione (“tornata in cresciuta nell’ultimo periodo”) e la gestione delle slot machine e delle scommesse sportive online ma e’ soprattutto quello della sanità il settore “dove si ravvisa, sempre più di frequente, l’infiltrazione della criminalità organizzata.

Le evidenze investigative più ricorrenti, che danno riscontro anche a dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, riguardano le tangenti richieste alle ditte che erogano i servizi ospedalieri, soprattutto napoletani. È evidente che solo grazie alla rete di relazioni consolidate con esponenti della politica, delle istituzioni e delle professioni, i clan riescono ad aggiudicarsi importanti lavori pubblici, imponendone l’affidamento a ditte collegate o facendosi assegnare servizi di manovalanza nei sub-appalti”.

Una storia di amore e di coraggio, fino alle estreme conseguenze, quella di Caterina Morelli, morta a soli 38 anni per salvare la vita del bimbo che portava in grembo. La sua storia viene riportata oggi da La Nazione di Firenze. Attiva da sempre nel gruppo di Comunione e Liberazione, laureata in medicina e chirurgia, Caterina Morelli è diventata mamma nel 2010 della piccola Gaia, nata dall’amore con il suo Jonata, sposato il 16 giugno del 2012.

Una decina di giorni dopo le nozze, la coppia ha scoperto di aspettare il secondo figlio e solo dopo 4 ore da quella bella notizia, è arrivata per la donna la diagnosi di un nodulo al seno, una forma di tumore estesa e molto aggressiva. Da lì, il consiglio dei medici di Firenze di un aborto per potersi curare subito con la chemio e la radioterapia.

Ma la donna non ne vuole sapere, e decide di non interrompere la gravidanza. All’Istituto europeo di oncologia di Milano – scrive ancora la Nazione – le prospettano un’alternativa più blanda, seppur con maggiori rischi per lei, ma compatibile con il proseguimento della vita che porta in grembo. Caterina accetta: si sottopone a un primo intervento e nel febbraio del 2013 dà alla luce Giacomo, per poi affrontare un ciclo più importante di chemio e nuovi interventi per asportare il tumore.

Finché nel 2015 la malattia si ripresenta ancora più aggressiva, con metastasi in varie parti del corpo. Con i pesanti cicli di chemioterapia vengono intrapresi anche viaggi della fede a Lourdes e Medjugorie. Ma la salute peggiora ancora, e lo scorso 26 gennaio la donna chiede di poter anticipare la prima comunione della figlia. Solo 12 dopo entra in coma. “Tutti hanno pregato e cantato attorno a lei, in un clima di festa come lei desiderava”, racconta una sua amica. “Qui c’è veramente un angolo di paradiso sulla Terra”, hanno detto i frati della Santissima Annunziata quando sono andati a portarle la Comunione nel suo letto.

Ma non andrà mica a finire che un tweet sanremese allontanerà Maria Giovanna Maglie dal timone della striscia informativa post Tg1? Ieri in Rai si vociferava che la direttrice di Raiuno Teresa De Santis non avesse apprezzato molto il cinguettio della giornalista sulla vittoria di Mahmood e sulle responsabilità della giuria d’onore.

Quel “Un vincitore molto annunciato. Si chiama Maometto, la frasetta in arabo c’è, c’è anche il Ramadan e il narghilè, e il meticciato è assicurato. La canzone importa poco, avete guardato le facce della giuria d’onore?” . “Lo escludo, la De Santis è una donna troppo intelligente. E io sono una donna libera, un privato cittadino, non ho incarichi pubblici e rivendico il mio diritto all’uso privato dei social network. Ovvio che in una mia trasmissione avrei trattato l’argomento in modo diverso. Mi sembra che mi si voglia negare il diritto di avere un’opinione su qualunque argomento, e tutto ciò è altamente strumentale” ha commentato Maglie con l’Agi, raccontando quindi come stanno davvero le cose sulla striscia informativa della discordia.

“Siamo a carissimo amico, come si dice a Roma”. Tutto ancora fermo, insomma. Un po’ spiega, perché la Rai è stata impegnata a Sanremo la settimana scorsa, un po’ perché lei, che aveva annunciato una sua pronta risposta  alla proposta della direttrice De Santis, non ha avuto la tranquillità per poter prendere una decisione, avendo dovuto difendersi, spiega, dalle accuse di tutti i generi che le sono piovute addosso (dall’Usigrai, dal Pd, ma anche dal Movimento 5 stelle”) quando  è uscita la notizia che, con la benedizione della Lega, stava per esserle affidata la striscia. 

“Un tweet da spettatore, mica un comunicato stampa”

“Sovranista”, “raccomandata di Craxi”, “non degna di ereditare la striscia che è stata di Enzo Biagi”… Alla Maglie il cui avvocato, chiarisce, sta procedendo contro tutti quelli che hanno ritirato fuori la vecchia faccenda (“archiviata, possibile che nessuno conosca il significato di questa parola?”) delle note spese Rai, hanno detto di tutto. E lei evidentemente non dev’essersi sentita difesa a sufficienza, visto che ora dice: “ La strumentalizzazione mediatica scatenata dalla notizia del mio potenziale arrivo in Rai  ha tolto naturalezza al processo relativo alla mia decisione. Ma non vado in un posto dove non sono desiderata completamente. Adesso voglio capire fino in fondo e  meglio quali sono le condizioni della Rai”.

Mentre la Rai fa sapere all’Agi che sulla striscia post Tg1 non ci sono novità e che  la proposta della direttrice di Raiuno non è ancora arrivata all’esame dell’amministratore delegato Salini, Maglie difende strenuamente il suo diritto al tweet che ha scandalizzato un bel po’ di gente, da Fiorella Mannoia a Davide Faraone, capogruppo del Pd in Commissione di Vigilanza . La giornalista racconta all’Agi di aver scritto il suo tweet sulla “vittoria annunciata” di Mahmood subito dopo la proclamazione del primo classificato, quando ha visto il grafico con le percentuali di gradimento della giuria popolare, molto distanti da quelle espresse dalla giuria d’onore e da quella della sala stampa.

“Ho fatto un tweet da spettatore e ne rivendico il diritto. Non ho il diritto di dire che la giuria d’onore si è attaccata a quelle quattro cose politically correct citate nel brano di Mahmood? Era un tweet, mica un comunicato stampa. E poi non ho attaccato la Rai, ma la giuria, facendo da apripista ai tanti, a partire da Claudio Baglioni, che si sono espressi per un cambiamento delle modalità di voto, in favore della giuria popolare”. Il passaggio del tweet relativo al Ramadan, al narghilè e al “meticciato assicurato” chiarisce Maglie, era una battuta, mentre era molto seria quando invitava a guardare le facce della giuria popolare.

Al Festival tifava Ultimo

“Tranne il presidente Mauro Pagani erano tutti incompetenti musicalmente. Come lo sarei io, s’intende”. La giornalista sostiene che a decidere il vincitore  di un festival nazionalpopolare non possono essere demandate poche persone musicalmente poco esperte, e critica anche il comportamento della sala stampa “diventata una tifoseria che ha esultato quando Il Volo è arrivato solo terzo e ha insultato Ultimo quando lui è uscito fuori di testa per la mancata vittoria. Ultimo ha sbagliato, ma i giornalisti che lo hanno preso a male parole hanno sbagliato di più”.

Si è pure meravigliata parecchio, continua, quando domenica sera  ha visto il suo tweet al centro del dibattito de L’Arena di Massimo Giletti su La7, con Luca Telese, Vittorio Sgarbi e e Roberto D’Agostino a parlarne. “Mi sarebbe piaciuto aver potuto dire la mia, Giletti avrebbe potuto chiamarmi”. Ammette però che D’Agostino ha spiegato bene “che il mio tweet nasceva dalla mia fissazione per la contrapposizione tra elite e popolo, la stessa che ho utilizzato durante la campagna elettorale per le elezioni presidenziali Usa, prevedendo la vittoria di Donald Trump”.

Al Festival Maglie tifava per Ultimo solo al momento della finale a tre. Prima le piacevano Simone Cristicchi e Loredana Bertè: “Sarebbe stato bella vederla vincere proprio nell’anno in cui la Rai dedica una fiction alla sorella Mia Martini, e poi mi è piaciuta la sua rinascita, oltre che le sue invidiabili gambe”. Ma se fosse stata ipoteticamente stata in sella alla striscia post Tg1 durante il festival come avrebbe trattato la questione del voto sanremese? “Avrei intervistato delle persone competenti sul ruolo e sui limiti delle tre giurie. E quindi, chiarisce “avrei detto la mia”. Oggi annuncia, potrebbe essere il giorno in cui si capirà qualcosa di più sul destino della striscia post Tg1. Ma non è che dopo averci pensato tanto si sfilerà?  “Impossibilia nemo tenetur”, cita Maglie. Cioè: “Nessuno è tenuto a fare cose impossibili”. 

Sono state ritrovate in nottata, nei pressi di un torrente, la signora di 46 anni con la propria figlia di 14, che dal primo pomeriggio di ieri si erano perse nelle montagne dell’Aspromonte. A dare l’allarme il marito della signora. Le ricerche si sono rese da subito complesse per la presenza della neve, del terreno impervio oltre che dell’assenza totale di copertura telefonica. La svolta nelle ricerche è avvenuta intorno alle 22.30 quando la donna è riuscita a fare una telefonata ad un numero di emergenza e a indicare di essere con la figlia nei pressi di un torrente senza però dare ulteriori informazioni.

Concentrate le ricerche lungo uno dei torrenti lì esistenti, le due disperse sono state ritrovate con principi di ipotermia, rendendosi poi necessario per entrambe il trasporto in barella. Sono state consegnate al 118 in codice giallo. Ben sei squadre del Soccorso Alpino e Speleologico Calabria della Stazione Aspromonte hanno partecipato alle ricerche insieme a numeroso personale di carabinieri, vigili del fuoco e associazioni di Protezione civile.

“Non si trattò come qualche storico negazionista o riduzionista ha provato a insinuare, di una ritorsione contro i torti del fascismo. Perché tra le vittime italiane di un odio, comunque intollerabile, che era insieme ideologico, etnico e sociale, vi furono molte persone che nulla avevano a che fare con i fascisti e le loro persecuzioni. Tanti innocenti colpevoli solo di essere italiani”. Sergio Mattarella ha detto che celebrare la giornata del ricordo “significa rivivere una grande tragedia italiana vissuta allo snodo del passaggio tra la II guerra mondiale e l’inizio della guerra fredda. Un capitolo buio della storia nazionale e internazionale, che causò lutti, sofferenza e spargimento di sangue innocente”. 

Il 10 febbraio l’Italia celebra il Giorno del Ricordo, vengono commemorate le vittime delle foibe e la tragedia dell’esodo degli istriani, giuliani e dalmati. La giornata è stata istituita con una legge del marzo 2004; data che fa riferimento al Trattato di pace del 1947, che chiuse la vicenda dei confini orientali e col quale l’Istria passò alla Jugoslavia. Una legge che ha riconosciuto il diritto alla memoria di una intera popolazione italiana che più di altre subì le conseguenze della sconfitta nella Seconda Guerra mondiale.

Il capo dello Stato non ha esitato a ricordare quella che definisce una “ingiustificabile cortina di silenzio” che cadde sugli “orrori commessi contro gli italiani istriani, dalmati e fiumani, aumentando le sofferenze degli esuli, cui veniva così precluso perfino il conforto della memoria”.

Una storia dolorosa

Una vicenda storica che si è sviluppata in tre grandi atti. Il primo con l’irredentismo, la vittoria nella Grande guerra, il passaggio all’Italia di regioni e città sotto il dominio asburgico, seguito dalla presa del potere fascista che portò avanti politiche anti-slave e si alleò con i nazisti. La seconda ebbe inizio con le ondate di violenze dei partigiani di Tito nell’autunno del 1943 e nella primavera del 1945. Trieste, Pola e i centri dell’Istria occidentale, Fiume e Zara, divennero terre di conquista jugoslava. Una delle pagine più buie della storia italiana con il biennio del terrore, la stagione delle foibe (1943-1945), seguita da anni di paure e pressioni.

Il terzo atto, dalla firma del trattato di pace del 10 febbraio 1947, che segnò l’inizio dell’esodo durato molti anni, con partenze massicce dalle zone assegnate alla Jugoslavia, per proseguire dopo il Memorandum di Londra del 1954, che stabilì il ritorno di Trieste all’Italia.

Vittime delle foibe, attenzione ai numeri

La storiografia stabilisce un numero di vittime che va da 3 mila a 5 mila, non tutte necessariamente istriane. Le milizie di Tito hanno ucciso i nemici dell’esercito jugoslavo. I numeri tondi sono in realtà approssimazioni e aumentare la conta delle vittime risponde ad uno scopo ben preciso. Invece per quanto riguarda gli esuli, il dato condiviso dagli studiosi fa riferimento a circa 250 mila persone.

Gli storici concordano sulla barbarie delle esecuzioni sommarie compiute dalle milizie jugoslave che in “stile sovietico eliminavano tutti i nemici del popolo” durante due ondate delle foibe, nel 1943 e nella primavera del ’45. Le modalità sono state raccontate dai sopravvissuti all’orrore, ma la documentazione a disposizione (fotografie) non è tanta, anche perché tutto accadeva molto velocemente. In un clima di terrore le persone venivano prelevate a casa, sparivano e di molte di loro non si ebbero mai più notizie.

C’è chi ha raccontato di vittime legate tra di loro ai polsi con un filo di metallo – anche donne e bambini – e con l’uccisione del primo della fila a colpi d’arma da fuoco, tutti precipitavano ancora vivi nelle profonde fenditure carsiche tipiche di quella zona, che ad un certo punto si allagavano, quindi erano il posto perfetto per nascondere cadaveri oltre ad essere utilizzate come discariche. Ma in molti casi venivano buttati dentro corpi senza vita e non tutte le salme sono state riesumate, data la difficoltà di accesso alle foibe. C’è chi ha raccontato di persone buttate nei fiumi e altre fatte annegare in mare con grandi quantità di pietre che le trascinavano sotto.

Memorie e micro storie

La storia dell’Istria è stata quella con la ‘S’ maiuscola, ma è composta da un mosaico di piccole storie di persone, di famiglie, molto diverse tra di loro, da anni oggetto di varie narrazioni. C’è tutta una letteratura sulle foibe e l’esodo in quanto chi l’ha vissuto sulla propria pelle ha sentito il bisogno di raccontare storie singole e singolari. Una memorialistica di ricordi condivisi, di frammenti di verità confluiti nella grande storia, di cui da ben più di 15 anni si occupano gli storici.

Se nell’immediato dopo guerra è calata una cortina di silenzio su quell’orrore, successivamente questo dramma locale e nazionale è stato strumentalizzato dall’estrema destra e rimosso, talvolta negato, da una certa sinistra, come evidenziato dal recentissimo saggio-inchiesta “Italiani due volte. Dalle foibe all’esodo: una ferita aperta della storia italiana” di Dino Messina. Secondo l’analisi di Messina, sono italiani due volte i 300 mila che in un lungo esodo durato oltre 20 anni dopo la fine del conflitto lasciarono l’Istria, Fiume e Zara. Erano nati italiani e scelsero di rimanere tali dopo il trattato del 10 febbraio 1947.

Il presidente Mattarella ha voluto anche ricordare le colpe di chi non accolse quei “circa 250 mila profughi, che tutto avevano perduto, e che guardavano alla madrepatria con speranza e fiducia”, ma non sempre trovarono in Italia la comprensione e il sostegno dovuti. “Ci furono, è vero, grandi atti di solidarietà ma la macchina dell’accoglienza e dell’assistenza si mise in moto con lentezza, specialmente durante i primi anni, provocando agli esuli disagi e privazioni”.

Mattarella ha puntando il dito contro “certa propaganda legata al comunismo internazionale” che “dipingeva gli esuli come traditori, come nemici del popolo che rifiutavano l’avvento del regime comunista, come una massa indistinta di fascisti in fuga. Non era così, erano semplicemente italiani”, ha insistito. Il capo dello Stato ha messo in evidenza il ruolo cruciale dell’Europa, “spazio comune di integrazione, di dialogo, di promozione dei diritti, che ha eliminato al suo interno muri e guerre”, ricordando che “l’ideale di Europa e’ nata tra le tragiche macerie della guerra, tra le stragi e le persecuzioni, tra i fili spinati dei campi della morte”.

(ha collaborato Veronique Viriglio)