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AGI – L’autunno è partito con piogge diffuse anche sotto forma di nubifragi che in questi giorni stanno interessando molte Regioni. IlMeteo.it mette in evidenza che si contano già allagamenti e danni, soprattutto sulle regioni tirreniche come in Toscana, Lazio e Campania, e che le piogge colpiscono anche il Molise, la Puglia e a tratti pure il Nord e le Isole Maggiori. Da domani arriveranno altre due perturbazioni di origine artica, ci saranno venti in intensificazione e un calo termico; inoltre torna la neve sulle Alpi a quote inferiori ai 1.600 metri.

Nel dettaglio:

– Lunedì 26: Al nord: peggiora dal pomeriggio dal Nordest verso la Lombardia. Al centro: molto instabile su Toscana, Umbria e Lazio. Al sud: maltempo diffuso, fortissimo tra Campania e Calabria.

– Martedì 27. Al nord: ultime piogge sul Triveneto, sole altrove. Al centro: rovesci sparsi sulle Tirreniche. Al sud: temporali sulla Calabria tirrenica, sole altrove.

– Mercoledì 28. Al nord: nubi sparse, neve sui confini alpini. Al centro: peggiora dal pomeriggio/sera su Tirreniche e sassarese. Al sud: qualche rovescio in Calabria. Tendenza. Nuova perturbazione tra giovedì e venerdì, graduale miglioramento nel weekend. 

AGI – Quante possono essere le relazioni umane che può abbracciare un singolo individuo? Secondo la teoria incardinata nel concetto “il numero di Dunbar”, dal nome di Robin Dunbar, psicologo e antropologo dell’Università di Oxford, le relazioni “stabili e significative” che possiamo mantenere allo stesso tempo sono 150, non una di più. Questo include famiglia e amici.

Scrive il Paìs che “gli studi di Dunbar sostengono che le persone provenienti da famiglie numerose hanno meno amici perché danno la priorità ai membri della famiglia” ma la teoria dello psicologo evoluzionista dell’Università di Oxford “organizza queste 150 connessioni in cerchi concentrici segnati dalle differenze qualitative delle relazioni”. Cosicché Dunbar “limita la cerchia degli amici a 5 e la cerchia degli intimi tra una e due persone”. Il numero è tuttavia un’approssimazione ma le connessioni, secondo lo studioso, possono variare tra 100 e 250.

Il “numero di Dunbar” è in ogni caso stato messo in discussione da altri studi, tra cui quello di Johan Lind, professore dell’Università di Stoccolma, che sostiene invece che non c’è limite numerico nelle relazioni umane, ma uno studio del 2016 individua in 6 o poco più il numero di amici necessario e sufficiente per poter migliorare le nostre vite. Oltre si fa solo confusione.

Lo stesso Dunbar sostiene che fino a 1.500 amicizie i nomi ci possono solo sembrare familiari e da lì in poi, fino a 5 mila, lo sono appena i volti. In uno studio di due anni fa, invece, Suzanne Degges-White, professoressa alla Northern Illinois University, ha stabilito che le donne di mezza età devono solo avere tre o più amici per aumentare il loro livello di soddisfazione.

Nel suo libro “Amici: comprendere il potere delle nostre relazioni più importanti”, Dunbar scrive che sono 7 i fattori che determinano un’amicizia. Vale a dire: il numero di ore trascorse insieme in spazi comuni come scuola, lavoro, chiesa, o praticando uno sport o un hobby; l’attenzione a non perdere di vista chi potrebbe diventare amico; l’intenzione di prendere l’iniziativa; le idee per continuare a fare cose insieme; il coltivare l’immaginazione comune mentre, l’ultima, è la forza di saper perdonare.

Tra il dare e l’avere di un’amicizia, Dunbar calcola poi che 2 in genere sono gli amici che si perdono quando t’innamori, nella relazione di coppia “l’equivalente dell’energia dedicata, appunto, a due amici” mentre 200 ore sono il tempo che bisogna investire affinché un conoscente finisca per essere un amico.

E gli amici virtuali contano? No. Uno studio ha confermato ancora una volta che l’importanza degli amici veri risiede nelle relazioni che danno “una sensazione di benessere ma non c’è un’altrettanta equivalenza con quelle online”.

AGI – Weekend all’insegna del maltempo su gran parte dell’Italia: le precipitazioni potranno essere anche molto intense al Centro-Nord e la Protezione civile ha diramato per oggi un’allerta gialla su sette regioni, Piemonte, Liguria, Emilia-Romagna, Veneto, Toscana, Marche e Umbria.

#Meteo: imminente forte perturbazione, nelle #Prossime #Ore alcune regioni rischiano grosso https://t.co/RMb87YGtUF

— IL METEO.it (@ilmeteoit)
September 24, 2022

Una profonda saccatura con minimo sulla penisola iberica determina “l’instaurarsi sull’Italia di intense correnti umide sud-occidentali in quota, che saranno causa di spiccata instabilità, con rovesci e temporali, anche di forte intensità, ad iniziare dalle regioni settentrionali e in rapida estensione a parte di quelle centrali”.

Da questa mattina sono previste “precipitazioni sparse, anche a carattere di rovescio o temporale, su Piemonte, Liguria, Emilia-Romagna, Veneto, Toscana, in estensione a Marche ed Umbria, specie settori settentrionali di queste ultime. I fenomeni saranno accompagnati da rovesci di forte intensità, frequente attività elettrica, locali grandinate e forti raffiche di vento”.  

AGI – “Chiedete il nostro voto ma ignorate la nostra voce. Continuiamo la nostra lotta”: è lo slogan che i ragazzi hanno scelto di scrivere sul lungo striscione che apre il corteo dello sciopero globale per il clima che da Piazza della Repubblica attraverserà le vie di Roma, per questa giornata dedicata al clima. Una “coincindenza di date” come spiegava il portavoce di Friday for future, Filippo Sotgiu all’Agi e che finisce per rivolgersi ai partiti che in queste ore sono impegnati nella chiusura della campagna elettorale.

“Parlano di nucleare, di importare fonti fossili da altri paesi, per noi l’unica forma sono le energie rinnovabili e le comunità energetiche – racconta Martina, con due strisce verdi disegnate sulle guance – vogliamo i pannelli solari sulle nostre scuole. Perché nessuno ne parla?”.

“Parlano di giovani, ma ignorano sistematicamente la nostra opinione – commenta Luca, uno dei volti degli studenti romani – basta! Non ci prendano in giro”.

E sulla stessa linea anche Enrico che domenica voterà per la prima volta: sul clima “i partiti hanno tutti un’insufficienza e sono molto preoccupato per quello che accadrà da lunedì, chiunque vincerà”.

Intanto nella piazza, dove si sono radunati gli studenti provenienti da tutta la città e gli altri ragazzi che aderiscono al Friday for future, il movimento lanciato da Greta Thunberg, risuona a gran voce lo slogan “siamo tutti ambientalisti”. 

AGI – L’autunno arriva in Italia con la prima perturbazione atlantica che porta piogge persistenti e potenzialmente alluvionali.

Dalla giornata di sabato su Nord-Ovest e parte del Centro tirrenico, e ancora di più da domenica 25 settembre, il maltempo interesserà gran parte dell’Italia.

iLMeteo.it conferma la possibilità di una forte tempesta equinoziale con almeno 5 giorni di maltempo. Nelle prossime ore, infatti, l’isolamento di una depressione sulla Spagna favorirà la risalita di correnti calde e umide con possibili addensamenti sul settore occidentale.

Sabato e domenica questi flussi umidi potrebbero provocare nubifragi, dapprima in Liguria poi in estensione al versante tirrenico delle regioni centrali e alla Sardegna.

Anche il resto del Nord vivrà una fase molto perturbata, almeno fino a mercoledì, quando potrebbe nevicare a quote basse per il periodo sulle Alpi e sugli Appennini settentrionali.

Le ultime ore dell’estate 2022 saranno ancora miti durante il giorno e fresche al mattino, con la possibilità di qualche temporale forte, sulle isole maggiori dato che la temperatura del mare è ancora elevata.

Possibili dunque nubifragi, in particolare lungo le coste.

Nel dettaglio, oggi al Nord cielo poco nuvoloso; al Centro, soleggiato salvo qualche addensamento sui rilievi, rovesci intensi in Sardegna; al Sud, variabile con temporali forti in Sicilia.

Venerdì 23 settembre: al Nord soleggiato con velature in arrivo da Ovest; al Centro soleggiato, salvo acquazzoni in Sardegna; al Sud soleggiato, qualche acquazzone in Sicilia.

Sabato 24 settembre, infine, al Nord maltempo al Nord-Ovest, in serata pure al Nordest; al Centro, maltempo in Toscana e Sardegna e poi verso Lazio e Umbria; al Sud soleggiato e caldo. 

AGI – Hanno visto morire di fame e di sete sei compagni di viaggio i 26 naufraghi, siriani e afghani, arrivati a Pozzallo lo scorso 12 settembre ai quali un team di Medici senza frontiere, formato da due infermiere, una psicologa e tre mediatori interculturali, ha fornito in questi giorni supporto psicologico. Sono partiti dalla Turchia il 28 agosto e sono rimasti in mare in balia delle onde per 15 giorni a causa di un guasto al motore dell’imbarcazione sulla quale viaggiavano, senza bere né mangiare per oltre una settimana.

Sono morti tre bambini, tra cui un undicenne in viaggio senza genitori, e tre adulti. “Quando siamo arrivati nell’hotspot di Pozzallo molti dei sopravvissuti erano ancora in stato confusionale, sotto shock, altri non riuscivano ancora a realizzare di non essere più in mare” racconta Mara Tunno, psicologa di Msf. “La prima cosa che abbiamo fatto è stato fargli realizzare di essere sulla terra ferma, di essere salvi, di essere vivi. Abbiamo chiesto loro di scegliere cinque cose da toccare, quattro da vedere, tre da sentire, due da odorare e una da percepire in bocca. Ci hanno risposto che sentivano soltanto il sapore dell’acqua del motore della barca”. 

C’è ancora paura sui loro volti. “Dopo tutto questo orrore, ho il terrore che sarò respinto indietro e che tutta questa sofferenza sia stata un viaggio inutile”, ha detto un ragazzo di 17 anni. A bordo, dopo aver visto morire diverse persone, “ci chiedevamo tutti quando sarebbe arrivato il nostro turno” racconta una delle persone sopravvissute. “Abbiamo iniziato a pregare aspettando la morte. Uno di noi si è coperto il viso con quello che ha trovato. Si preparava a morire. Ci ha dato i pochi soldi che aveva in tasca, chiedendoci di donarli sulla terraferma a chi ne avesse avuto davvero bisogno. Gli abbiamo scoperto il volto e gli abbiamo detto: ‘Tu ce la farai, non moriremo’”.  

“A bordo con noi c’era un signore con due bambini molto piccoli, che erano sul punto di morire per la fame. Così ho offerto loro il mio cibo per farli rimanere in vita”, ha raccontato un altro dei superstiti.

“Nonostante il cibo, i bambini non ce l’hanno fatta. A un certo punto anche mia moglie si è sentita male ed ero convinto che sarebbe morta. Ho pensato al cibo che avevo dato a quei bambini, non aveva salvato loro e non avrebbe più potuto sfamare mia moglie. Non mi sono pentito del mio gesto, ma ho pensato che forse con quel cibo avrei potuto salvare mia moglie. Mi sono coperto il volto con una maglietta per non farmi vedere e ho iniziato a piangere”.

Completamente esposti al sole, le persone a bordo sono state trasportate dalle onde verso le coste della Libia. Già dopo qualche giorno di navigazione le scorte di cibo e di acqua stavano finendo. “A un certo punto uno di noi ha trovato una mandorla in tasca. Abbiamo deciso di dividercela ma quasi mi soffocavo per quella mezza mandorla che non riuscivo a mandare giù” racconta un ragazzo afghano.  

“Per la disperazione abbiamo iniziato a bere acqua di mare, provando a filtrarla con i vestiti. L’abbiamo mischiata con il dentifricio per addolcirla e abbiamo bevuto l’acqua del motore pur di cercare di sopravvivere” racconta un ragazzo siriano sopravvissuto. “Ero consapevole che sarei potuto morire bevendo quell’acqua, ma non avevamo altra scelta”. Lo sapeva bene perché questo ragazzo è un meccanico.

Ha deciso di andare in Europa per poter dare un futuro migliore a sua moglie e ai suoi figli dopo che le politiche migratorie in Turchia, dove ha vissuto molti anni, sono diventate più severe.  A bordo serviva acqua anche per poter deglutire medicine salvavita. “Guarda… Guarda quante pasticche avevo con me”, ha raccontato un signore che soffre di epilessia ad Alida Serrachieri, infermiera e referente medico di Msf: “Non le ho potute prendere perché avevo la gola talmente secca da non poter deglutire”.

Non si è salvata Nour, invece, una signora anziana che soffriva di ipertensione. La terapia non ha fatto effetto o probabilmente non è riuscita a deglutire le sue medicine. Il suo aspetto ha iniziato a cambiare lentamente, finché non è morta. A bordo c’era anche una ragazza siriana che viveva in Turchia da diversi anni. Lavorava come interprete in ospedale, anche se ultimamente la vita era diventata particolarmente difficile per i siriani. Il padre aveva bisogno di un intervento medico ma in Turchia non riusciva nemmeno a vedere un medico e così hanno deciso di partire. Lui è morto durante il viaggio.

“Dopo tre o quattro ore i corpi delle persone che non ce l’hanno fatta iniziavano a emanare un cattivo odore a causa del sole e del caldo. Abbiamo pregato, abbiamo lavato i loro corpi con l’acqua di mare, cercando di coprirli con quello che avevamo per seguire la tradizione e li abbiamo lasciati andare in mare” racconta un sopravvissuto.      

Alla vista di qualsiasi imbarcazione si accendeva a bordo la speranza di essere soccorsi. “Speranza che si è spenta ogni volta che persone con acqua e cibo a disposizione hanno deciso di non soccorrerci”. Solo una nave si è avvicinata per lanciare acqua e cibo, finiti purtroppo distanti dal barchino rendendo così i tentativi di recuperali vani. “Così si è spenta anche l’ennesima speranza di poter sopravvivere”.

Alla vista di una di queste, un ragazzo si è tuffato cercando di raggiungerla ma era già troppo lontana. La piccola imbarcazione è stata prima soccorsa da un mercantile e poi dalla Guardia costiera che ha portato i superstiti a Pozzallo. “Quando il mercantile era abbastanza vicino a noi mi sono tuffato”, racconta uno dei naufraghi. “Non so dove ho trovato le forze, ma mi sono buttato per cercare di raggiungere quella barca. Mentre ero in acqua ho incrociato lo sguardo di una persona a bordo e dai suoi occhi ho capito che aveva un cuore. Era dell’est Europa, credo un ucrainoEd è stato così, l’imbarcazione è tornata indietro e ci ha soccorsi. Ci hanno offerto uova, patate, verdure e acqua. Eravamo finalmente salvi”.

Dall’inizio di quest’anno, oltre mille persone sono morte o risultano disperse nel Mediterraneo e più di 15 mila sono state intercettate e respinte arbitrariamente in Libia, anche se probabilmente i numeri sono molto più alti. Questa non è solo l’ennesima tragedia che si consuma alle porte dell’Europa ma è la conseguenza concreta di decisioni politiche europee che proteggono i confini piuttosto che gli esseri umani. Tutto questo è inaccettabile. Msf chiede al governo italiano e agli stati europei di “non ignorare le loro responsabilità: è necessario ora il ripristino di un sistema di ricerca e soccorso in mare”

AGI – L’alluvione di giovedì scorso nel centro-nord delle Marche ha prodotto almeno 2 miliardi di danni: si tratta di una stima ancora molto provvisoria, che lo stesso presidente della Regione non riesce ancora a quantificare con precisione.

“Non sarà un miliardo e forse non saranno nemmeno 10”, ha risposto Francesco Acquaroli a chi gli chiedeva di dare delle cifre a cinque giorni dal disastro. Il conteggio non è facile per due ragioni: innanzitutto sono diversi gli imprenditori, specie quelli del commercio e dell’agricoltura, che ancora non riescono ad entrare nelle loro proprietà e capire cosa può essersi salvato dal fiume di acqua e fango. Inoltre, la catena delle informazioni passa attraverso comuni e associazioni di categoria e le cifre cambiano di ora in ora.

Ai 2 miliardi di presumibili danni andrebbero aggiunti altri 2 necessari per la messa in sicurezza di un territorio fragile, attraversato da 12 fiumi, che sono un pericolo costante quando si deve fare i conti con un cambiamento climatico che non à più una proiezione futura ma una realtà con la quale confrontarsi quotidianamente.

Proprio come è successo giovedì scorso, quando una gigantesca cella autorigenerante ha fatto crescere il Misa e il Nevola, i due corsi d’acqua che scorrono nell’area di Senigallia, da “una condizione di magra fino a 6 metri in poche ore”, come ha raccontato Paolo Santoni, responsabile del Centro Funzionale Multirischi delle Marche, che si occupa di fare le previsioni meteo e traduce gli effetti calamitosi sul suolo con le allerta meteo nei codici di colore giallo, arancione, rosso.

“Servono risorse e un piano nazionale per la manutenzione”, dice il governatore Acquaroli, consapevole che a cinque giorni dall’alluvione, con due persone ancora disperse, oltre un centinaio di sfollati, tanto fango ancora da spalare nei 19 comuni coinvolti e l’incubo di chiusura per diverse aziende, le risorse disponibili sono solo nell’ordine di alcuni milioni: 5 pronto cassa del governo, 1 proveniente da una linea attivata dalla camera di commercio regionale, 1 donato dalla famiglia Della Valle e poco altro. Risorse che, quando ci saranno, andranno spese bene e subito e qui torna in ballo l’irrisolto tema della burocrazia e della necessità di snellire le pratiche di ricostruzione: soldi e semplificazioni che viaggiano paralleli, esattamente come è stato negli ultimi due anni per le aree del terremoto 2016, anche se quelle 5 tonnellate di detriti ancora presenti nelle strade del Maceratese e del Piceno ancora più oggi rappresentano un simbolo funesto.

Le ricerche dei dispersi

Intanto proseguono le operazioni di soccorso dei vigili del fuoco. Le squadre sono state impegnate in decine di interventi per la rimozione di fango e detriti, alberi abbattuti e allagamenti. Ancora in corso le ricerche del piccolo Mattia e della donna dispersi nel territorio del comune di Barbara. 390 i vigili del fuoco al lavoro con rinforzi provenienti anche da Friuli Venezia Giulia, Veneto, Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania, Basilicata, Puglia e Calabria.

Nella giornata di lunedì sono stati svolti 280 interventi: 160 nella provincia di Ancona, 100 a Pesaro Urbino e 20 nel fermano. 1450 gli interventi effettuati da inizio emergenza.

L’allerta mancata

“Dal punto di vista della dinamica degli eventi quello che si riscontra in questo momento è che non c’e’ stata un’allerta da parte della regione Marche nei confronti dei Comuni” ha detto il procuratore capo di Ancona, Monica Garulli, secondo la quale “le indagini sono in una fase molto iniziale e tutte le ipotesi ricostruttive sono prese in considerazione”. In merito ai tempi dell’inchiesta, Garulli ha spiegato che essi saranno “compatibili con l’accertamento dei fatti e anche con un’esigenza di risposta, cercheremo di fare del meglio in questo senso”. 

AGI – Il ritorno alla normalità, dopo due anni di pandemia, non ha portato i miglioramenti sperati sul fronte della lotta al bullismo. Tra preadolescenti e adolescenti, nella parte finale dello scorso anno scolastico, ben il 20% è stato vittima di qualche forma di vessazione, in quasi la metà dei casi addirittura sistematica. È quanto emerge dall’Osservatorio “Bullismo e Cyberbullismo”, condotto da Skuola.net in collaborazione con Citroen Italia, nell’ambito del progetto RispettAMI, l’iniziativa che vuole contribuire a contrastare questi fenomeni attraverso campagne di comunicazione online e interventi diretti nelle scuole.

Dalla ricerca si evince che il bullismo, online e offline, continua a colpire tante ragazze e ragazzi: solo nell’ultimo trimestre dell’anno scolastico appena concluso, il 13% degli adolescenti dice di aver subito vessazioni occasionali e il 7% addirittura sistematiche.

Tra i “bersagli” preferiti dai bulli ci sono prevalentemente l’aspetto fisico ed eventuali disabilità, a seguire l’orientamento sessuale e le origini o l’etnia.

I più vessati dalle diverse forme di bullismo sono prevalentemente gli adolescenti della fascia d’età tra gli 11 e i 16 anni, le ragazze e chi si considera “non binario”. Sotto ogni punto di vista: addirittura 4 su 10 sono stati vittime di bullismo proprio per il loro orientamento sessuale, oltre un terzo (35%) è stato come minimo preso in giro per l’aspetto fisico.

E, come se non bastasse, si legge ancora nella ricerca – all’orizzonte si affacciano, soprattutto nell’ambito digitale, nuove forme di vessazione che, più o meno sottilmente, possono avere un impatto negativo sulla psiche di chi le subisce.

Una di queste è il cosiddetto “orbiting”, ovvero la pratica che vede una sorta di controllo esterno sui propri canali social da parte di un ex partner – senza alcuna comunicazione diretta ma limitandosi a commentare o lasciare reactions – dopo la conclusione della relazione sentimentale: pur essendo un comportamento codificato solo di recente, ne è già stata vittima il 35% dei giovani coinvolti nella ricerca.

Provocando conseguenze da tenere sotto osservazione, in particolare turbamento (in quasi 3 casi su 10), rabbia (per 1 su 4) e tristezza (per 1 su 5). Meno della metà (42%) sostiene invece di non esserne stata in alcun modo “toccata”.

Anche qui, nemmeno a dirlo, le “categorie” più colpite sono le ragazze e i “non binary”. A loro, ad ogni modo, è andata comunque meglio rispetto a quanti devono subire un’intromissione ancora più invasiva nella sfera privata, che si concretizza nella circolazione sul web – senza il proprio consenso – di materiali intimi, spesso estorti, da parte di un partner.

Stiamo parlando del cosiddetto “non consensual sharing”, una delle manifestazioni più fastidiose del piu’ ampio “revenge porn”: seppur ancora adolescente, ci si è imbattuto almeno una volta il 14% degli intervistati (1 su 7). Un dato che praticamente raddoppia tra coloro che si riconoscono in identità di genere non binarie: al 27% di loro è capitato almeno una volta nella vita di subire questa “aggressione” della propria intimità.

AGI – Torna, puntuale, l’usuale refrain accusatore sul vino: fa male e si torna a insistere sulle conseguenze della sua gradazione alcolica per la salute dopo la polemica in sede Ue dello scorso febbraio sul Cancer Plan, sventato all’ultimo momento.

Ma questa volta a porre l’attenzione sul tema è direttamente l’Organizzazione Mondiale della Sanità – Regione Europa, con l’iniziativa denominata “European framework for action on alcohol (2022-2025)”, un documento programmatico discusso e votato in occasione del 72esimo Comitato regionale dell’Oms Ue, dal 12 al 14 settembre a Tel Aviv. Ma come spiega e commenta l’Unione Italiana Vini “a differenza del recente documento adottato dall’Assemblea dell’Oms a maggio 2022 ‘Global Alcohol Action Plan 2022 – 2030’, il nuovo testo, proposto da Who Europe, prende di mira il consumo di alcol tout court proponendo una riduzione del 10% pro-capite entro il 2023”. Nel testo non c’è alcun riferimento o distinzione rispetto al consumo dannoso.

Si tratta dunque di una bozza che, come si osserva in una nota della newsletter del Gambero Rosso, “non tiene conto dei commenti presentati a marzo dal settore vitivinicolo e ignora il ruolo che gli operatori del settore potrebbero svolgere in merito all’informazione al consumatore” mentre, al contrario, “le proposte per ottenere l’obiettivo del -10% sono le cosiddette ‘best buys’: aumento della tassazione; divieto di pubblicità/promozione/marketing in qualsiasi forma; diminuzione della disponibilità di bevande alcoliche; obbligo di health warning in etichetta”. Il giudizio è che per il vino e il settore si tratta di un vero attacco frontale che “si inserisce in un clima di neo proibizionismo” già diffuso in Europa che nell’ultimo anno – dal Cancer Plan alle proposte di Nutriscore e Alert in etichetta – mira a puntare l’indice accusatore contro il vino.

Dichiara Al Gambero il segretario generale Uiv, Paolo Castelletti: “Nell’agenda che stiamo costruendo pensiamo che la politica antialcol, purtroppo, sarà il tema principale che ci accompagnerà nei prossimi anni”. Quanto al nuovo documento dell’Oms, Castelletti non usa giri di parole: “Ci lascia straniti il fatto che sia proprio la sezione europea dell’Oms a fare questo cambio di passo, tornando a non fare distinzione tra consumo e abuso di alcol, né tra diffusione di casi di alcolismo nei diversi Paesi. In particolare, quello che ci mette in allarme è che un documento del genere – pur non avendo una valenza giuridica, ma solo di indirizzo – possa diventare un viatico per rimettere in discussione i finanziamenti alla promozione del vino”.

Le proposte dell’Unione Italiana Vini al governo italiano

L’Unione Italiana Vini ha preso carta e penna e ha immediatamente scritto una lettera al ministro delle Politiche Agricole Stefano Patuanelli, al sottosegretario Gian Marco Centinaio, al ministro degli Affari Esteri Luigi Di Maio e a quello della Salute Andrea Costa, illustrando la situazione e chiedendo di intervenire subito in quanto le politiche suggerite dall’Oms 2indiscriminate verso tutte le bevande alcoliche, rischiano di mettere in crisi un settore che nel nostro Paese genera oltre un milione di posti lavoro”. L’Uiv sostiene che il vino “non è soltanto una bevanda alcolica, ma un ambasciatore nel mondo dell’unicità dei territori e patrimonio culturale italiano”, si legge nella missiva, nella quale si ricorda come il consumo moderato di vino durante i pasti abbia da sempre contraddistinto l’Italia.

Come se ne esce? L’Uiv propone al governo di promuovere una posizione di equilibrio, il cui obiettivo sia quello di contrastare solo l’abuso di alcol (e non i consumi pro-capite); evidenziare la differenziazione negli approcci alle politiche di lotta all’abuso di alcol nei singoli Paesi; rimarcare il coinvolgimento degli operatori economici nell’impegno alla corretta informazione al consumatore.

AGI – Crolla di oltre il 30% la produzione del riso in Italia colpita dagli effetti del meteo pazzo, tra siccità e nubifragi, in un momento in cui l’aumento record dei costi per energia e gasolio provocato dalla guerra in Ucraina sta devastando i bilanci delle aziende agricole.

È quanto emerge dall’analisi della Coldiretti in occasione dell’inizio della raccolta sui 217mila ettari coltivati in Italia con 9 risaie su 10 concentrate al nord fra la Lombardia e il Piemonte. Di fronte al clima anomalo che ha devastato le produzioni gli agricoltori si sono trovati nella drammatica situazione di dover scegliere chi far sopravvivere: una risaia piuttosto che un’altra, un campo di mais o uno di Carnaroli o Arborio.

In alcune zone fra Lombardia e Piemonte si prevedono fino al 40% di perdite, una vera e propria strage con danni per milioni di euro. In Lombardia, dove si coltiva circa la metà del riso nazionale e dove si concentrano i chicchi da risotto, si stimano 23.000 ettari di risaie dove la produzione potrebbe essere totalmente azzerata a cui si dovranno aggiungere danni parziali a coltivazioni che comunque verranno trebbiate, secondo l’Ente Risi.

L’emergenza climatica si aggiunge ai rincari delle materie prime con aumenti record che vanno dal +170% dei concimi al +129% per il gasolio. Uno shock devastante per l’economia e l’occupazione, con oltre diecimila famiglie tra dipendenti e imprenditori impegnati nell’intera filiera, ma anche per la tutela dell’ambiente e della biodiversità.

Intanto è arrivato il via libera in Conferenza Stato Regioni al decreto del Mipaaf che stanzia 15 milioni di euro fino ad esaurimento per i risicoltori italiani a parziale ristoro dei maggiori costi sostenuti a seguito della crisi causata dalla guerra in Ucraina, del livello record raggiunto dai prezzi delle materie prime energetiche e anche in considerazione della siccità che ha compromesso le produzioni.

Per sostenere il settore – sottolinea Coldiretti – bisogna anche lavorare sugli accordi di filiera come strumento indispensabile per la valorizzazione delle produzioni nazionali e per un’equa distribuzione del valore lungo la catena di produzione Ma sul riso italiano grava la concorrenza sleale delle importazioni low cost dai paesi asiatici che vengono agevolate dall’Unione Europea nonostante non garantiscano gli stessi standard di sicurezza alimentare, ambientale e dei diritti dei lavoratori. In Italia oltre il 70% del riso importato è oggi a dazio zero.

Un esempio è il Myanmar, che è tra i primi fornitori del nostro Paese con 72,5 milioni di chili nei primi sei mesi del 2022, ben 24 volte di più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente con un trend favorito dalla scadenza della clausola di salvaguardia con la quale si erano bloccate le agevolazioni tariffarie concesse al Paese asiatico e alla Cambogia che ha più che raddoppiato le sue esportazioni verso l’Italia.

Per anni i due Paesi asiatici hanno beneficiato dell’azzeramento dei dazi per esportare in Italia e in Europa nell’ambito del regime Eba (tutto tranne le armi). Il risultato è stato una vera e propria invasione di prodotto asiatico che ha messo in ginocchio i produttori nazionali. Facilitazioni che, peraltro, sono state sospese solo per la varietà di riso indica, mentre per la japonica sono rimaste attive, nonostante le violenze del golpe militare.

Mentre dal Vietnam, che con l’Unione europea ha un accordo per 80 milioni di chili esenti da dazio, sono giunti solo in Italia nel primo semestre di quest’anno quasi 11 milioni di chili di riso, 4 volte in più rispetto allo stesso periodo del 2021.

Una situazione che – continua la Coldiretti – sommata al crollo del raccolto nazionale, rappresenta un rischio in più per i produttori italiani delle 200 varietà iscritte nel registro nazionale, dal vero carnaroli, con elevati contenuto di amido e consistenza, spesso chiamato “re dei risi”, all’arborio dai chicchi grandi e perlati che aumentano di volume durante la cottura fino al vialone nano, il primo riso ad avere in Europa il riconoscimento come indicazione geografica protetta, passando per il Roma e il Baldo che hanno fatto la storia della risicoltura italiana.

Con 1,5 milioni di tonnellate all’anno – sottolinea Coldiretti – l’Italia garantisce il 50% dell’intera produzione di riso della Ue di cui è il primo fornitore, con una gamma di varietà e un livello di qualità uniche al mondo.

Gli italiani – conclude l’associazione – consumano in media fra i 5 e i 6 chili a testa, ma la corsa dell’inflazione con l’esplosione dei costi di produzione ha spinto la crescita dei prezzi al dettaglio sugli scaffali del +22,4% nell’ultimo anno ad agosto, secondo l’analisi di Coldiretti su dati Istat.