Newsletter
Ultime News
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

AGI – “Confermo che il nuove Ponte Morandi sarà gestito da Autostrade. Ho scritto io la lettera al sindaco Bucci. La gestione va al concessionario, che oggi è Aspi, ma sulla vicenda c’è ancora l’ipotesi di revoca”. Lo ha detto la ministra delle Infrastrutture, Paola De Micheli, intervistata a 24 Mattino su Radio 24.

In mattinata il presidente di Regione Liguria, Giovanni Toti, ha commentato così la notizia: “Dopo due anni di minacce, immobilismo, proclami, giustizia promessa e rimandata il ponte di Genova verrà riconsegnato proprio ad Autostrade, come ha ordinato il Governo M5S-Pd”. La lettera della De Micheli è arrivata l’altro ieri, il destinatario è la struttura commissariale per la ricostruzione guidata da Marco Bucci.

Nel testo, stringato, c’è il rimando alla convenzione, alla necessità di stipulare un protocollo di intesa per gestire il passaggio di beni e aree e si anticipa la disponibilità dei tecnici del Mit, per gestire la transizione: “Leggo – prosegue Toti – la rassegna di questa mattina e penso ai grillini che promettevano, sulle macerie del Morandi, che avrebbero tolto subito le concessioni. A chi ci accusava di essere amici di Autostrade quando predicavamo solo buon senso dicendo che la giustizia si fa nei tribunali. Ai tanti partiti di Governo che si sono riempiti la bocca di cambiamento e nuova politica senza prendere una, che sia una, decisione su questo tema.

Ad alcuni giornalisti che concionavano sulle malefatte di Autostrade, ci accusavano di difenderle e inneggiavano alla giustizia che il Governo avrebbe fatto togliendo le concessioni. A chi ha bloccato infrastrutture già finanziate da Autostrade, come la Gronda, che ora annunciano come opera strategica dopo averla stoppata (facendo risparmiare la concessionaria). A chi – aggiunge – pur conoscendo la legge, ha mentito agli italiani facendo credere loro che avrebbero potuto estromettere Autostrade con un colpo di spugna. A chi ha permesso che Autostrade non facesse lavori di messa in sicurezza in questi due anni. A chi per colpa di questo squallido balletto ha inchiodato i liguri in code interminabili in piena stagione estiva. Io – aggiunge il governatore – non dico nulla. Ma nulla di nulla.

Aspetto solo il commento di: Travaglio, Pedullà, Salvatore, Di Maio, Lunardon, alcuni giornalisti che vorrebbero fare politica, insomma tutti coloro che in questi anni hanno pontificato per i loro amici. A differenza loro, noi siamo amici solo dei liguri e vogliamo autostrade che funzionino e sicure. Ci interessa solo questo. Altri forse sono amici di altro… e altri. Sicuro non della verità. Forse perche’ la verità vi fa male: voi ridate il ponte ad Autostrade senza ottenere nulla. Noi – conclude Toti – continuiamo a lavorare per l’interesse dei liguri. E intanto per la tragedia del Morandi e per le sue 43 vittime nessuno ancora ha pagato. Mentre a Roma litigavate, noi in Liguria almeno abbiamo ricostruito il ponte. Forse abbiamo ringhiato meno di voi… ma visti i risultati…”. 

AGI – Un primario dell’azienda sanitaria Sette Laghi che in quel momento operava all’ospedale di Cittiglio, provincia di Varese, è stato sospeso perché avrebbe pronunciato insulti omofobi contro un paziente sedato e sottoposto a un intervento chirurgico.

La notizia è stata anticipata ieri sera dal tgr Lombardia. Nell’esposto presentato da una persona presente all’intervento, letto dall’AGI, si legge che il 25 marzo, in piena emergenza Covid, il primario “durante l’intervento, cominciava a innervosirsi senza motivo apparente, nonostante il paziente reggesse bene l’anestesia generale, tanto da cominciare in modo gratuito e senza motivo a insultare il paziente che in quel momento era in anestesia profonda profferendo ad alta voce le parole: “Ma guardate se io devo operare questo frocio di merda (….) Non è giusto che in questo periodo di emergenza debba perdere tempo per operare questi froci”.  

“I presenti – si legge nell’esposto inviato ai vertici della Asst Sette Laghi  di cui fa parte l’ospedale, al Tribunale per i diritti del Malato di Varese e all’Ordine dei Medici – rimanevano stupefatti, attoniti da tanta violenza verbale”. Di fronte alla reazione di uno di loro che chiedeva se avesse qualcosa contro gli omosessuali, il primario lo avrebbe invitato a lasciare la sala operatoria”. L’intervento si concludeva “con nervosismo e frettolosità”. L’Ordine dei Medici di Varese ha aperto un procedimento disciplinare, mentre non si registrano al momento commenti dall’azienda ospedaliera. 

E’ morto nella notte al Campus biomedico a Roma il maestro Ennio Morricone, uno dei più grandi compositori al mondo. Aveva 92 anni. Nei giorni scorsi era caduto e aveva riportato una frattura al femore. 

“All’alba del 6 luglio si è spento con il conforto della fede, Ennio Morricone”. Lo comunica su incarico della famiglia, il suo legale ed amico avvocato Giorgio Assumma. “Il maestro ha conservato sino all’ultimo – aggiunge il legale – piena lucidità e grande dignità. Ha salutato l’amata moglie Maria che lo ha accompagnato con dedizione in ogni istante della sua vita umana e professionale e gli è stata accanto fino all’estremo respiro. Ha ringraziato i figli e i nipoti per l’amore e la cura che gli hanno donato. Ha dedicato un commosso ricordo al suo pubblico dal cui affettuoso sostegno ha sempre tratto la forza e la propria creatività. Il funerale si svolgerà in forma privata nel rispetto del sentimento di umiltà che ha sempre ispirato gli atti della sua esistenza”.

“Ricorderemo sempre, con infinita riconoscenza, il genio artistico del Maestro Ennio Morricone. Ci ha fatto sognare, emozionare, riflettere, scrivendo note memorabili che rimarranno indelebili nella storia della musica e del cinema”. Lo scrive il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, su Twitter, in ricordo del compositore scomparso.

AGi – Non ce l’ha fatta lo speleologo di Chieti rimasto intrappolato in una grotta alle pendici della Majella: alle 3,30 del mattino gli operatori del soccorso alpino e speleologico hanno recuperato il corpo del 42enne nella grotta di Risorgenza a Roccamorice. Era rimasto bloccato dal pomeriggio a causa delle insistenti piogge che hanno allagato un passaggio a 70 metri dall’ingresso della cavità.

La vittima è il geologo Alessio Carulli di Arielli, nel Chetino. Stando alle primissime informazioni, aveva poco esperienza. Il suo corpo senza vita è stato localizzato nella notte all’interno della grotta, per raggiungerlo e recuperarlo gli uomini del Soccorso Alpino e dei vigili del fuoco hanno lavorato senza sosta.

Poche ore prima erano stati tratti in salvo altri due giovani speleologi di Ancona ed era apparsa subito disperata la situazione per il terzo disperso. Facevano tutti parte di un gruppo del locale Speleo Club.

I vigili del fuoco hanno usato le idrovore per far abbassare il livello dell’acqua permettendo così ai soccorsi di arrivare più in profondità. In azione anche i ‘disostruttori’, ossia tecnici speleo. Il corpo è stato trasportato lungo uno stretto sentiero fino alla vicina strada e consegnato alle autorità.

Il 42enne era rimasto bloccato da una piena all’interno della cavità naturale insieme ad altre due persone, un 31enne di Genga (Ancona) e un 36enne di Pianella (Pescara), che sono stati invece recuperati ieri sera e trasportati dal 118 all’ospedale di Pescara. Erano estremamente provati, ma in buone condizioni di salute.

La cavità, in fase esplorativa, presentava parti strette ed allagate. Nella grotta sarebbero entrati acqua e detriti a causa del maltempo. Il gruppo, che aveva allestito un piccolo campo all’esterno della grotta per poi procedere a turno all’esplorazione dei passaggi, era composto da cinque persone. Si tratta di alcuni marchigiani e altri abruzzesi dello Speleo Club di Chieti.

A lanciare l’allarme un uomo e una donna che erano all’esterno cavità naturale e che si erano subito accorti che c’era stata una piena. Sul posto sono presenti Soccorso Alpino, vigili del fuoco e 118. Presente durante le attivita’ di soccorso anche il sindaco di Roccamorice.

AGI – Dopo alcuni giorni di serrate indagini, i carabinieri di Pescara sono riusciti a dare un nome all’autore dell’aggressione omofoba avvenuta la scorsa settimana ai danni di un ragazzo molisano di 25 anni che passeggiava sul lungomare con il fidanzato.

Si tratta di un giovane pescarese poco più che ventenne, che è stato denunciato in stato di libertà per lesioni personali, con l’aggravante comune dell’aver agito per motivi abbietti o futili. I militari dell’Arma hanno ricostruito in maniera dettagliata la dinamica dell’aggressione, esaminato i video delle telecamere presenti nella zona e sentito le persone presenti al momento dei fatti, in particolare gli assidui frequentatori della zona ‘Nave di Cascella’. Dalle testimonianze sono risaliti all’aggressore.

I dettagli forniti dalla vittima e dal ragazzo in sua compagnia, testimone dell’accaduto, sono stati fondamentali per gli inquirenti, i quali, già dopo 48 ore dall’accaduto, avevano indirizzato le proprie indagini su un soggetto in particolare. Lo sforzo investigativo, quindi, ha portato ad un riconoscimento pieno dell’aggressore, confermato anche dai testimoni e dalle immagini estrapolate dai sistemi di videosorveglianza. Il sospettato non era solo in quel momento, ma in compagnia di altri suoi amici, tra cui una ragazza. Le indagini dei carabinieri proseguono al fine di risalire alla completa identificazione degli altri giovani presenti.

Un Paese ferito, ma non abbattuto; un’economia in difficoltà, ma capace di reinventarsi; un popolo spaventato, eppure coeso e fiducioso. L’Italia che cerca – ancora a fatica – di uscire dalla pandemia e di tentare i primi passi in quella che tutti chiamano la ‘nuova normalità’ è un Paese che sorprende prima di tutto se stesso. 

Durante la presentazione dei dati del Rapporto annuale dell’Istat vengono evidenziati gli elementi di criticità che il coronavirus ha accentuato, ma emerge con prepotenza un dato: l’esperienza vissuta non ha generato solo problemi lungi dall’essere risolti, ma ha lasciato un’eredità.

La riscoperta della famiglia

Gli italiani hanno avuto un’ottima capacità di reazione, si sono mostrati coesi e hanno recuperato alcuni valori, primo tra tutti quello della famiglia. L’economia ha subito un duro colpo, ma è stata anche capace di immaginare strategie con cui cercare di reagire, sia sul piano organizzativo che su quello tecnologico.

A metà 2020 il quadro economico e sociale italiano si presenta eccezionalmente complesso e incerto. Al rallentamento congiunturale del 2019 si è sovrapposto l’impatto della crisi sanitaria e, nel primo trimestre, il Pil ha segnato un crollo congiunturale del 5,3%; i segnali più recenti includono: inflazione negativa, calo degli occupati, marcata diminuzione della forza lavoro e caduta del tasso di attività, una prima risalita dei climi di fiducia. Le previsioni Istat stimano per il 2020 un forte calo dell’attività economica, solo in parte recuperato l’anno successivo.

La fragilità delle imprese

Nel 2019 è proseguito il riequilibrio dei saldi di finanza pubblica, ma le azioni di bilancio volte a contrastare la crisi avranno un impatto rilevantissimo sulla finanza pubblica. Una rilevazione ad hoc dell’Istat presso le imprese mostra che i fattori di fragilità sono molto diffusi ed è cruciale la questione del reperimento della liquidità, seppure emergano elementi di reazione positiva.

Il segno distintivo del Paese nella fase del lockdown è stato di forte coesione. Questa si è manifestata nell’alta fiducia che i cittadini hanno espresso nei confronti delle istituzioni impegnate nel contenimento dell’epidemia e in un elevato senso civico verso le indicazioni sui comportamenti da adottare. Nonostante l’obbligo di restare a casa, emerge l’immagine di una quotidianità ricca ed eterogenea, in cui la famiglia ha rappresentato un rifugio sicuro per molti, ma non per tutti. Le restrizioni non hanno impedito alle persone di dedicarsi alle relazioni sociali, alla lettura, all’attività fisica e ai tanti hobbies, consentendo di cogliere anche le opportunità che la maggiore disponibilità di tempo ha offerto alla gran parte della popolazione. 

La crisi sanitaria ha investito l’economia italiana in una fase caratterizzata da una prolungata debolezza del ciclo. Il blocco parziale delle attività ha determinato effetti diffusi e profondi. Nella prima fase dell’emergenza il 45% delle imprese ha sospeso l’attività, in gran parte a seguito dei decreti del Governo e circa una su sette per propria decisione. Oltre il 70% delle imprese ha dichiarato una riduzione del fatturato nel bimestre marzo-aprile 2020 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente; oltre il 40% ha riportato una caduta maggiore del 50%.

Tuttavia, si intravedono fattori di reazione positiva e di trasformazione strutturale in una componente non marginale del sistema produttivo.

La mazzata sui più deboli

A causa delle limitazioni nella possibilità di azioni di ricerca di lavoro, l’effetto della crisi ha determinato un aumento dell’inattività e un calo del tasso di disoccupazione (al 6,3% ad aprile).  È aumentata la quota di chi lavora da casa: ‘incidenza è stata del 12,6% a marzo e del 18,5% ad aprile, coinvolgendo più di 4 milioni di occupati. La politica di bilancio fortemente espansiva, necessaria per contrastare la crisi e resa possibile dalla sospensione del Patto di stabilità e crescita, avrà quest’anno un impatto rilevantissimo sui saldi di finanza pubblica e sul rapporto tra debito e Pil.

L’Italia è uno dei Paesi più precocemente e intensamente coinvolti dalla pandemia, i contagi registrati sono stati quasi 240mila e hanno causato poco meno di 35mila decessi.  L’epidemia ha colpito maggiormente le persone più vulnerabili, acuendo al contempo le significative disuguaglianze che affliggono il nostro Paese, come testimoniano i differenziali sociali riscontrabili nell’eccesso di mortalità causato dal Covid-19: sono le persone con titolo di studio più basso a sperimentare livelli di mortalità più elevati.

L’emergenza sanitaria interviene a valle di un lungo periodo in cui il Servizio sanitario nazionale è stato interessato da un forte ridimensionamento delle risorse, nonostante ciò, è riuscito a reggere, pur con difficoltà, l’impatto dell’emergenza sanitaria. Negli ospedali si è riscontrata la diminuzione dei ricoveri per malattie ischemiche di cuore e per malattie cerebrovascolari. Ma nello stesso tempo, il sistema ha mantenuto inalterata la capacità di trattamento tempestivo e appropriato di queste patologie una volta ospedalizzate. 

La scala sociale si è fatta più ripida

La pandemia da Covid-19 si è innestata su una situazione sociale caratterizzata da forti e crescenti disuguaglianze. La classe sociale di origine influisce ancora in misura rilevante sulle opportunità degli individui nonostante il livello di ereditarietà si sia progressivamente ridotto. Per la generazione più giovane però è anche diminuita la probabilità di ascesa sociale. Sul fronte del mercato del lavoro la fotografia al 2019 indica crescita di diseguaglianze territoriali, generazionali e per titolo di studio rispetto al 2008. Quelle di genere sono diminuite in termini di quantità di occupati ma aumentate sotto il profilo della qualità del lavoro.

L’elevato tasso di irregolarità dell’occupazione – più alto tra le donne, nel Mezzogiorno, tra i lavoratori molto giovani e tra quelli più anziani – nella crisi è fonte di fragilità aggiuntiva per le famiglie. Rischi di amplificazione delle diseguaglianze a svantaggio delle donne sono associati alla precarietà, al part time involontario e alla conciliazione dei tempi di vita, resa più difficile dalla chiusura delle scuole e dalla contemporanea impossibilità di affidarsi alla rete familiare.

Le disuguaglianze tra bambini crescono per il digital divide, la mancanza di attrezzature informatiche e l’affollamento abitativo. Crescono anche per la carenza strutturale dei nidi, in particolare nel Mezzogiorno. Infine, in un Paese in cui l’organizzazione del lavoro è ancora rigida, l’esperimento dello smartworking, bruscamente accelerato dall’emergenza sanitaria, ha messo in evidenza le potenzialità di questo strumento, al netto delle criticità legate all’ampio divario digitale che caratterizza il Paese e alle cautele legate agli squilibri tra lavoro e spazi privati.

La questione digitale

L’Italia ha affrontato lo shock da pandemia partendo da una situazione di consistente svantaggio in termini di digital divide e anche rispetto ai livelli di istruzione e di investimento in conoscenza. Dal lato delle imprese, i dati evidenziano i vantaggi dell’istruzione in termini di performance e prospettive occupazionali.

Sulla permanente bassa fecondità italiana è atteso un peggioramento a causa degli effetti del Covid. Inoltre, emerge una marcata discrepanza tra tassi di fecondità desiderati ed effettivi che può rappresentare una chiave per disegnare politiche orientate alla rimozione degli ostacoli che si frappongono alla realizzazione del desiderio di avere figli, ancora elevato nel Paese. 

AGI – Si sperava che quello di oggi fosse finalmente un incontro proficuo e invece nessun passo avanti c’è stato nel vertice tenutosi in videoconferenza tra i magistrati italiani e quelli egiziani sull’inchiesta per l’omicidio di Giulio Regeni. I genitori del ricercatore friuliano ucciso nel 2016 al Cairo hanno espresso in una nota la loro delusione: “Il tempo della pazienza e della fiducia è ormai scaduto. Chi sosteneva che la migliore strategia nei confronti degli egiziani per ottenere verità fosse quella della condiscendenza, chi pensava che fare affari, vendere armi e navi di guerra, stringere mani e guardare negli occhi gli interlocutori egiziani fosse funzionale ad ottenere collaborazione giudiziaria, oggi sa di aver fallito. Richiamare l’ambasciatore oggi è l’unica strada percorribile. Non solo per ottenere giustizia per Giulio e tutti gli altri Giuli, ma per salvare la dignità del nostro paese e di chi lo governa”.

Assistiti dal legale Alessandra Ballerini, Paola e Claudio Regeni hanno sottolineato che “gli egiziani non hanno fornito una sola risposta alla rogatoria italiana sebbene siano passati ormai 14 mesi dalle richieste dei nostri magistrati e addirittura si sono permessi di formulare istanze investigative sull’attività di Giulio in Egitto”.

La Procura di Roma ha fatto sapere al termine dell’incontro, durato circa un’ora di aver “insistito sulla necessità di avere riscontro concreto, in tempi brevi, alla rogatoria avanzata nell’aprile del 2019 ed in particolare in ordine all’elezione di domicilio da parte degli indagati, alla presenza e alle dichiarazioni rese da uno degli indagati in Kenya nell’agosto del 2017”.
Oggi si è appreso che i pm romani hanno chiesto alle autorità egiziane di “mettere a fuoco il ruolo di altri soggetti della National Security che risultano in stretti rapporti con gli attuali cinque indagati”.

La risposta non è stata quella auspicata. “Il procuratore generale egiziano Hamada Elsawy – spiegano i magistrati romani – ha assicurato che, sulla base del principio di reciprocità, le richieste avanzate dalla procura di Roma sono allo studio per la formulazione delle relative risposte alla luce della legislazione egiziana vigente”. Di contro il procuratore Elsawy “ha formulato alcune richieste investigative finalizzate a meglio delineare l’attività di Giulio Regeni in Egitto”.

AGI – Sembra avviata a conclusione la vicenda dell’incidente stradale che due anni fa causò la morte di Davide Artale, team manager del Siracusa calcio. Nonostante le testimonianze dei soccorritori e una consulenza tecnica abbiano alimentato dubbi su chi si trovasse effettivamente alla guida la notte del 9 settembre 2018, in questi mesi la Procura aretusea – sostituto procuratore Marco Dragonetti – ha chiesto al gip l’archiviazione per Maurice Gomis, giovane promessa della squadra, a bordo dell’auto con Artale al momento dell’incidente.

La madre della vittima – attraverso l’avvocato Baldassare Lauria – ha presentato una richiesta di opposizione. “Credo fedelmente nella giustizia e non posso rassegnarmi all’idea di non sapere la verità sulla morte di mio figlio”, dice Maria Piccolo, insegnante originaria di Alcamo, che in questi anni ha cercato di raccogliere ogni elemento su quella notte.

A partire da una consulenza tecnica disposta dal pm di Siracusa, ma quasi ignorata nella richiesta di archiviazione. “Emerge come più probabile che alla guida ci fosse Gomis Maurice, per come è stato ritrovato e viste le forze di inerzia agenti negli urti e nelle sbandate – ha scritto l’ingegnere Filadelfo Chiarenza – inoltre nella fase di ribaltamento finale il sig. Gomis Maurice ha certamente avuto una migliore tenuta con le mani sul volante”.

“L’auto c’è stata prestata dal nostro presidente del Siracusa calcio, Giovanni Ali'”, dirà ai carabinieri Gomis, che ha sempre sostenuto che “l’auto era guidata da Artale”.

Secondo la perizia, la velocità dell’auto al momento dell’impatto era “pari a 120 km/h ed era dunque tale da determinare la perdita di controllo e la successiva sbandata anche di un’automobile di medie condizioni”. Tanto che il pm Dragonetti, nella richiesta di archiviazione scrive “quindi chiunque era alla guida avrebbe comunque perso il controllo del mezzo: Gomis e Artale sarebbero stati comunque coinvolti nel sinistro”.

Anche le condizioni degli pneumatici avrebbe potuto influire ma, secondo la Procura, “in uno stato di incertezza deve necessariamente concludersi per l’assenza di un nesso di casualità” e quindi “il venir meno di una relazione materiale fra condotta (o piu precisamente, fra le condizioni dell’auto data in uso) ed evento, rende poi superflua la successiva analisi dell’elemento soggettivo”.

Quel sabato sera

Quella sera era un sabato e i due l’avevano trascorsa in uno dei locali della movida di Floridia, nel siracusano. A fine serata i due si allontanarono insieme a bordo dell’auto. “Per tutta la serata ho avuto le chiavi in tasca – raccontò Gomis ai carabinieri, nei giorni seguenti all’omicidio – all’uscita Davide ha insistito che gli consegnassi le chiavi in quanto lo stesso mi diceva che l’autovettura era stata consegnata a lui e che per tale motivazione ne aveva lui la responsabilità, pertanto era giusto che guidasse lui”.

L’incidente avvenne attorno alle 4.15 in contrada Spinagallo, quando l’auto – all’altezza di una curva – si schiantò contro un guardrail, capovolgendosi alcuni metri piu avanti. Il corpo di Artale venne venne catapultato fuori dall’auto, mentre Gomis rimase incastrato all’interno della vettura. Alle 4.35 sul luogo arrivarono i carabinieri di Floridia che sollecitarono l’intervento del 118, arrivato cinque minuti dopo, e dei vigili del fuoco, giunti alle 4.54 per tranciare l’unico portellone accessibile da cui estrapolare il corpo di Gomis, che venne trasferito all’ospedale ‘Umberto I’ di Siracusa. Artale invece venne dichiarato morto sul colpo, nonostante alcuni testimoni abbiano riferito di averlo sentito “esalare l’ultimo respiro”, nei minuti successivi all’incidente.

Soltanto alle 5.15 arrivarono i carabinieri della stazione di Cassibile, a cui da allora vennero affidate le indagini.

In quei giorni vennero interrogati diversi testimoni, i passeggeri di due auto che li hanno visti passare e dieci – tra operatori del 118, medici e vigili del fuoco – che hanno ricostruito con dovizia di particolari i primi minuti dopo l’incidente. “Il ragazzo risultava avere il bacino incastrato, non ricordo con esattezza da cosa, con i piedi piegati e rivolti verso il lato guida e la testa verso il lato passeggero”, disse il medico Daniela Nici, riferendosi a Gomis, come confermato anche da alcuni dei soccorritori.

“Lo stesso giaceva incastrato all’interno dell’autovettura in posizione orizzontale, ovvero con le gambe dal lato guida e la testa dal lato passeggero dell’autovettura dove era riverso il corpo senza vita dell’altro ragazzo”, hanno detto Christian Calafiore, Silvia Barbagallo e altri quattro soccorritori intervenuti quella notte. Uno di loro, Alessandro Romano, aggiunse perfino che “il ragazzo di colore rimasto incastrato all’interno dell’autovettura era posizionato supino con i piedi lato guida e la testa lato passeggero, difatti lo stesso veniva estratto dal lato passeggero dell’autovettura con la testa in avanti”.

La storia della patente

Casualmente mentre erano in corso questi interrogatori, i carabinieri di Floridia inviarono un’annotazione, in cui i due agenti intervenuti quella notte segnalavano che “la persona bloccata all’interno era posta obliquamente all’abitacolo, supino, con la testa rivolta verso il lato guida e le gambe verso il lato passeggero“. Un caso a parte è quello della patente. Nella prima relazione, i carabinieri di Cassibile scrissero che “non veniva rinvenuto alcun documento di riconoscimento dell’Artale” ne “sul cadavere ne tantomeno all’interno dell’autovettura o nel fondo agricolo ove giaceva il mezzo”.

Aver dimenticato la patente, poteva forse essere una delle cause per cui Artale quella notte aveva deciso di non guidare, ma due giorni dopo il documento venne ritrovato nella tasca della vittima, quando già si trovava all’obitorio. “Ma lì dentro c’era un continuo via vai, le porte erano aperte”, ricorda la madre di Davide Artale. Anche la destinazione dei due non è stata chiarita. La mattina seguente Gomis disse ai carabinieri che “ci stavamo recando a casa a Siracusa” e in un altro interrogatorio precisò di “non sapere perché eravamo lì” e “avevamo sbagliato strada”.

Due giorni dopo però un compagno di squadra riferì di averli visti uscire dal locale “verso le 03.50 circa, dopo esserci accordati su dove fare colazione, l’Artale ed il Gomis si sono avviati”. Il locale è stato individuato e il titolare ha confermato di aver visto il giovane portiere nel weekend precedente.

AGI Il coronavirus ha fatto esplodere il problema, già presente da anni, dei senzatetto nel centro di Como acuito anche da un focolaio di contagi. Quasi una trentina di persone staziona  sotto i portici di San Francesco, di fianco al Tribunale, e l’insofferenza dei residenti e dei commercianti sale ogni giorno di più, con sullo sfondo la discussione sul nuovo dormitorio che la Lega, parte della maggioranza di centrodestra guidata dal sindaco Mario Landriscina, non vuole.  

Stamattina Caritas e Polizia Locale hanno sgomberato e sanificato l’area, ma chi non ha una casa sta già recuperando la sua postazione in vista della notte. “Dopo la fine dell’emergenza sanitaria – spiega all’AGI Roberto Bernasconi, direttore della Caritas locale – i problemi sono aumentati, tenendo presente che non c’è un progetto complessivo sul tema. Quest’anno i due dormitori invernali, che possono accogliere insieme un centinaio di persone, non hanno chiuso nei tempi consueti per la pandemia e anzi il Comune ha disposto un’apertura di 24 ore perché non erano possibili gli spostamenti. Così per tre mesi abbiamo tenuto un’ottantina di persone, altre venti sono state collocate in una palestra, in luoghi adatti solo al ricovero notturno con tutte le problematiche del caso. Finita l’emergenza, abbiano riaperto perché l’ambiente stava diventando difficile, iniziava a fare caldo e si rischiavano delle rivolte. Tra l’altro, la mensa serale nei locali di una rsa che è stata chiusa e abbiamo dovuto preparare 520 pasti al giorno. Sono usciti tutti in contemporanea, mentre negli altri anni se ne andavano in tempi diversi”.

Nel frattempo, a Como si è creato un focolaio di coronavirus nel centro di accoglienza della ‘Piccola casa di Ozanam’ e le sei persone risultate positive, seppur asintomatiche, sono state collocate in alcuni locali di Ats, sempre in centro città, papabili anche come sede del nuovo dormitorio di cui si parla da anni. Uno spostamento che ha creato ulteriori tensioni con una raccolta di centinaia di firme di residenti che non vogliono ritrovarsi con la nuova struttura di accoglienza vicino a casa. D’altra parte, anche il gruppo stabile sotto gli storici portici di San Francesco, di cui fanno parte persone con problemi psichici e di dipendenze, non è per nulla gradito. Le risse tra loro sono frequenti e anche gli episodi di spaccio. “E’ normale – riflette Bernasconi –  quando queste persone vengono a giocare nel ‘mio’ giardino allora arrivano i reclami. Bisognerebbe avere il coraggio di aprire gli occhi e capire che il problema, ancor più dopo il coronavirus, tende ad aumentare e il problema non è salvare il decoro togliendole dalla vista, ma cercare di aiutarle”.

Il 13 giugno scorso, circa duecento persone, su iniziativa dei volontari di ‘Como accoglie’, si sono radunate in piazza Cavour, il  ‘salotto’ della città, ciascuna con una propria coperta prima in spalle e poi stesa per terra. “Como è una città ricca – ha detto Marta Pezzati, presidente dell’associazione, in un video visibile sul sito comozero.it – ci sono tanti edifici vuoti, un terzo settore molto attivo e pieno di benessere. Ma adesso la cosa più importante è ‘basta portici’”.

I volontari chiedono un nuovo dormitorio, una prospettiva che, secondo Bernasconi, non risolverebbe tutto perché una fetta consistente dei senzatetto sono persone senza permesso di soggiorno che, come tali, non potrebbero avervi accesso. La Lega con la ex vicesindaca e parlamentare Alessandra Locatelli ha raccolto delle firme in piazza contro la prospettiva del nuovo dormitorio.  Intanto, spiega una cittadina ed ex volontaria, “la situazione e non solo sotto i portici, ma anche per esempio nella ex dogana dove alcuni vivono tra i topi, è difficile. Quelli sotto i portici sono giovani e arrabbiati e vivono un forte disagio”.   

 

AGI – Divise su tutto, ma affratellate dall’emergenza, Brescia e Bergamo hanno combattuto insieme la battaglia contro il coronavirus. E proprio dei drammatici eventi che hanno segnato queste province lombarde in particolare si occupa il libro, una sorta di instant book, ‘La Storia del Coronavirus a Bergamo e Brescia’, che ripercorre i mesi che hanno cambiato la vita di migliaia di persone e in alcuni paesi hanno cancellato un’intera generazione di uomini, donne, nonni e nonne.

Oltre 5 mila le vittime nelle due province

È un viaggio nell’epicentro della pandemia lombarda, dove il Covid-19 si è portato via migliaia di persone, oltre 5000, e ne ha contagiate parecchie di più.

A raccontare tutto questo per Typimedia Editore è un giornalista che ha vissuto sul campo quei terribili giorni. Giuseppe Spatola, vicepresidente dei cronisti lombardi già al Corriere della Sera, inviato di Bresciaoggi e corrispondente lombardo di Agi.

La sua narrazione parte dall’abbraccio simbolico tra Bergamo e Brescia, per arrivare a raccontare il miracolo dell’ospedale da campo, costruito dagli Alpini in appena otto giorni.

Le moderne capitali del dolore

“Perdonatemi se non uso metonimie o giri di parole, ma il Coronavirus dopo mesi di trincea mi ha tolto la capacità di mediare e mentire – dice Giuseppe Spatola raccontando il lavoro fatto nel quotidiano che ha cercato di trasferire nel libro- se è vero che i numeri della pandemia disegnano scenari inimmaginabili, la realtà è oltre ed è un dramma senza fine. Brescia e Bergamo sono diventate moderne capitali del dolore dove due generazioni di uomini e donne sono state spazzate via da un morbo che per alcuni doveva essere «poco più di una influenza». Alla faccia”

“Credetemi – afferma ancora Spatola – in 25 anni di carriera giornalistica, da inviato, di cadaveri ne ho visti e raccontati a decine. Sono il classico «nerista» cresciuto sul marciapiede e davanti a un servizio di cronaca sono sempre stato il primo a partire e l’ultimo a tornare. Ho sempre detto che, una volta messomi in strada, sarei stato in grado di portare a casa sempre una riga più degli altri. Ma oggi, ogni sera che chiudo le pagine del Bresciaoggi, mi ritrovo a piangere da solo. Piango perché fare ogni giorno la macabra conta di incolpevoli morti segna il cuore e blocca la tastiera. Penso che non ci siano parole per poter rispettare tutti questi lutti. Io da un mese scrivo e conto ogni benedetta croce che non ha potuto avere un saluto, un abbraccio e una benedizione. Per tutte queste vittime innocenti il libro dovrà essere un monumento scritto della memoria che inviti a ragionare e a mai dimenticare”.

La storia della ‘nonna di ferro’

Giuseppe Spatola racconta tra l’altro la storia della nonna di ferro che, a 100 anni, ha sconfitto il virus rimanendo a casa. Ma anche delle aziende che hanno convertito la propria produzione per fornire il gel igienizzante alla popolazione, o di altre che hanno reclutato operai volontari per costruire le bombole di ossigeno salvavita. Un dramma lungo settimane, passato dalla strage delle Rsa, che ha squassato anche l’economia, provocando oltre 8 miliardi di mancato fatturato alle imprese che sono la locomotiva dell’Italia, a cui però il presidente Mattarella e Papa Francesco – più di una volta hanno fatto sentire la loro vicinanza.

Luigi Carletti, editore Typimedia:“La Storia del Coronavirus a Bergamo e Brescia è un’opera per onorare le vittime, ricordare chi ha combattuto in prima linea e capire gli errori da non ripetere mai più. Un’opera di memoria e di corale consapevolezza”.