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Il nuovo Indice di Percezione della Corruzione di Transparency International fotografa un'Italia migliore rispetto all'anno scorso: il Cpi 2017 posiziona il nostro Paese al 54 posto nel mondo (su 180 Paesi), con un guadagno di 6 posizioni, ma un punteggio tuttavia non ancora pienamente sufficiente di 50 su 100.

Le posizioni scalate dal 2012, anno dell'approvazione della legge anticorruzione, ad oggi sono 18, di cui 15 da quando è stata creata l'Autorità Nazionale Anticorruzione. Un progresso in controtendenza con l'andamento della maggior parte degli altri Paesi a livello globale che faticano a migliorarsi.

In cima all'indice di Transparency International, che ogni anno classifica i Paesi sulla base del livello di corruzione percepita nel settore pubblico, assegnando un punteggio da 0 (molto corrotto) a 100 (per niente corrotto), ritroviamo anche quest'anno Danimarca e Nuova Zelanda, che collezionano rispettivamente 89 e 88 punti. Anche in coda i Paesi sono rimasti invariati, con Sud Sudan (12 punti su 100) e Somalia (9/100). A livello continentale, l'Italia non è più fanalino di coda d'Europa: se le passate edizioni hanno visto il nostro Paese gravitare nelle ultimissime posizioni, quest'anno qualche posizione è stata risalita anche se rimane 25esimo su 31, lontano dai vertici della classifica.

Cosa abbiamo migliorato (e cosa resta da migliorare)

"Il miglioramento registrato quest'anno è frutto dell'impegno italiano in questi ultimi anni sul fronte anticorruzione: dopo la legge Severino del 2012 sono stati fatti diversi progressi, tra cui l'approvazione delle nuove norme sugli appalti, l'introduzione dell'accesso civico generalizzato e, soprattutto, la recente legge a tutela dei whistleblower​. Non va neppure trascurato l'importante lavoro svolto da Anac per prevenire il fenomeno e garantire un migliore funzionamento delle amministrazioni pubbliche", dichiara Virginio Carnevali, presidente di Transparency International Italia.

"Nonostante gli importanti passi avanti compiuti in questi ultimi anni", continua, "rimangono ancora diversi angoli bui nel settore pubblico e nella politica, a partire dai finanziamenti a quest'ultima. È vero che abbiamo una maggiore trasparenza sul fronte dei finanziamenti ai partiti rispetto al passato, ma ci sono altri soggetti che vengono usati per canalizzare le risorse e che non hanno gli stessi obblighi di trasparenza e rendicontazione, a partire dalle fondazioni e dalle associazioni politiche".

Il disastro ferroviario di Pioltello è stato anticipato da una serie di piccoli incidenti. Lo afferma la nuova puntata dell'inchiesta di Business Insider sull'incidente del 25 gennaio al convoglio Trenord 10452 Treviglio-Milano, costato la vita a tre persone e il ferimento di altre 46.

L'esito dell’audit 17.01/A.13 effettuato da Ansf, l’Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie (l’ente preposto a controllare che le società ferroviarie rispettino le procedure di sicurezza) elencati dieci rilievi che vanno dal mancato "rispetto delle scadenze manutentive non sistematicamente garantito", alle "carenze nella gestione del personale, con particolare riferimento al contesto regolamentare sul carico del lavoro", fino all’"analisi dei rischi ed il registro dei pericoli incompleti e non aggiornati al seguito di alcuni eventi pericolosi ed incidenti accorsi".

Leggi anche: Tutti i numeri (segreti) dell'inefficienza di Trenord

L’11 ottobre 2017, ad esempio, il regionale 10461 in servizio da Cremona a Treviglio – linea che ha molte fermate in comune con quella col regionale 10452 – veniva rispedito in manutenzione perché presentava "sfaccettatura grave ruota con limitazione a 80 km/h" e perché sulle ruote di alcune carrozze erano state "riscontrate sfaccettature e cavità fuori tolleranza".

O, ancora, il 22 ottobre 2016 ad Abbiategrasso il convoglio 10508 ha una porta aperta con treno in movimento; il 30 maggio 2016 il treno 20381 finisce su un binario interrato; il 30 luglio 2016 a Crema-Castelleone due passaggi a livello privati restano aperti durante il transito dei treni 10433 e 10484; il 14 febbraio 2017 a Gallarate si stacca la carenatura del treno 23049.

Inoltre all’azienda viene contestato di aver fatto circolare per almeno tre mesi 18 tra carrozze e treni privi della necessaria manutenzione. Ma se la manutenzione piange, di certo la gestione del personale non ride, visto che, come si legge nel rapporto, “Si è riscontrato che 337 agenti (condotta ed accompagnamento treni) nell’arco dell’anno 2016 hanno superato in maniera significativa il limite massimo di 250 ore di lavoro straordinario annuo”.

"Gentile Ministro, è ammissibile per buonsenso e messaggio educativo che un docente aggredito, ingiuriato, minacciato e abbandonato a se stesso debba anche difendersi dal fuoco amico? Mi chiedo come mai la parola di minorenni diseducati e le minacce di famiglie aggressive mettano in discussione la serietà di chi ogni giorno lavora per costruire conoscenza e competenza ma anche le donne e gli uomini di domani". 

Questo un passaggio della lettera che Giuseppe Falsone, il professore di matematica di una scuola media del trevigiano picchiato dai genitori di un alunno che aveva rimproverato, ha scritto al ministro dell'Istruzione, Valeria Fedeli, dopo che l'istituto dove insegna ha aperto contro di lui un procedimento disciplinare. Un atto dovuto, spiega la preside Paola Rizzo, dopo l'esposto presentato dai genitori dell'allievo, il quale, però, non è stato soggetto ad alcun provvedimento. I familiari del ragazzo, invece, sono sotto inchiesta per minacce e lesioni ai danni del docente quarantaduenne, che in quella scuola di Casteller di Paese ha trascorso gli ultimi otto dei quindici anni dedicati all'insegnamento. 

"Una storia capovolta"

Incredulo e deluso, Falsone parla di una "storia capovolta". Una storia iniziata lo scorso 21 dicembre. "Era appena cominciata la ricreazione", racconta Falsone al Corriere, "che, da regolamento, gli alunni devono trascorrere all’aperto. Un ragazzino, di origini rom, con la tendenza a non rispettare le regole, non voleva uscire. Così gli ho posato una mano sulla spalla e l’ho accompagnato fuori". Un gesto non digerito dal ragazzo, che nei giorni successivi avrebbe ripetuto ai compagni che avrebbe fatto picchiare il docente dai suoi genitori. "Ho provato a parlarci. Gli ho spiegato che tutti i suoi compagni erano fuori e lui ha detto che faceva freddo e che non ne voleva sapere", ha detto a La Stampa, "gli ho messo una mano sulla spalla, mentre lui opponeva resistenza passiva. Un gesto in cui, secondo qualcuno, ci sarebbe stata violenza. Ma ci sono i testimoni e in ogni caso non mi permetterei mai".

"Vieni fuori, ti spezziamo le gambe"

Due giorni dopo, sabato 23, Falsone si trova di fronte il padre, la madre e il fratello sedicenne del riottoso allievo. "Si sentivano le urla dall’atrio – continua il docente – 'Vieni fuori, ti spezziamo le gambe', gridavano. Mi sono rifugiato in segreteria mentre la preside teneva a bada i tre, poi sono uscito, e il padre e il figlio mi hanno preso a pugni". Una colluttazione interrotta solo dall'arrivo dei Carabinieri e preceduta da telefonate minatorie. "Sono stato colpito. Prima dal fratello del 13enne e poi dal padre. Due colpi in testa che mi hanno anche fatto volare gli occhiali", aggiunge, "per fortuna non ho reagito altrimenti mi sarei rovinato la carriera".

"Quale messaggio educativo diamo ai nostri ragazzi?"

"Quando le scuole riaprono, a gennaio, Falsone chiede all’istituto come intenda muoversi per tutelarlo e scopre che sul suo conto è stata invece aperta una contestazione di addebito, cioè un procedimento disciplinare", leggiamo ancora sul quotidiano torinese, "passano i giorni e arriva la seconda doccia fredda: nei confronti dello studente non viene preso nessun provvedimento. 'A quel punto ho avuto un crollo, mi sono chiesto: ma io per chi sto lavorando? Chi mi tutela? È possibile che venga picchiato e sia l’unico a subire un provvedimento? Il cedimento mi è costato altri 10 giorni di salute, certificati dal medico. Le parole dei miei studenti in quei giorni mi sono servite a ripartire e a rientrare a scuola. Ora però, anche per gli altri insegnanti che si possono trovare nella mia situazione ho deciso di scrivere al ministro e di chiedere aiuto. La scuola così non funziona, quale messaggio educativo diamo ai nostri ragazzi?'." 

"Le minacce di famiglie aggressive mettono in discussione la serietà di chi lavora per costruire la conoscenza e le donne e gli uomini di domani", recita un altro passaggio della lettera a Fedeli, "quando si sbaglia, si chiede scusa. Lo spieghiamo ai ragazzi. Ma cosa dobbiamo dire quando si viene calpestati per aver svolto il proprio dovere?". Una domanda che non può essere elusa: quella ai danni di Falsone non è l'unica aggressione ai danni di insegnati emersa dalle cronache in questi giorni.

È una sorta di confessore virtuale, una web app su cui denunciare le molestie subite sul posto di lavoro. Si chiama Spot ed è il chat bot, cioè l’interlocutore guidato dall’Intelligenza Artificiale messo a punto da un team di tre persone, Julia Shaw, Dylan Marriott e Daniel Nicolae, che vuole “incoraggiare i lavoratori a denunciare e le aziende a agire”.

Più facile online che faccia a faccia

Secondo l’Eeoc, la commissione statunitense sulle eguali opportunità di impiego, il 75% dei casi di molestie sul luogo di lavoro non viene denunciato. “Parlarne con una persona in carne e ossa può essere difficile per i pregiudizi e la paura che le informazioni vengano condivise con qualcuno con cui non vorresti”, ha spiegato la dottoressa Shaw, psicologa dell’University of British Columbia e dell’University College di Londra.

Per questa ragione Spot è programmato per fare domande neutre, formulate sullo stile dell’intervista cognitiva, la tecnica utilizzata dagli inquirenti per interrogare testimoni in casi particolarmente violenti. Il meccanismo è semplice: è sufficiente connettersi al sito talktospot.com e avviare il robottino con cui dialogare.

“Posso aiutarti”

Il primo messaggio è chiaro: “Ciao, se pensi che ti sia capitato qualcosa di inappropriato al lavoro, ti posso aiutare io”. L’interfaccia, particolarmente intuitiva, consente all’utente di scegliere tra cominciare subito la denuncia oppure farsi spiegare il funzionamento del servizio. E quando ci si sente pronti, ecco il messaggio che invita a scrivere: “Raccontami tutto quello che ricordi, anche i dettagli che ti sembrano banali. Ho tutto il tempo che vuoi”.

Il dialogo avviene ovviamente tutto in inglese, e non sempre il bot risponde in modo compiuto alle domande che esulano dal tema. Ma nel giro di una ventina di messaggi il sistema è pronto per stilare un rapporto su quanto accaduto, ulteriormente modificabile dall’utente.

Un Pdf sicuro

Al termine della denuncia Spot produce un documento Pdf con data e ora e la firma di Palace Inc., la società che gestisce il servizio. L’utente riceve una email all’indirizzo desiderato da cui è possibile scaricare, attraverso un link, il documento di cui rimarrà copia sui server di Spot per trenta giorni.

Il questionario è completamente anonimo, ragione per cui esiste il rischio che i rapporti possono risultare falsi. Il legale di Spot,  Paul Livingston, ha spiegato che le aziende faranno verifiche sul comportamento delle persone segnalate nel caso in cui diversi documenti le indichino come presunti colpevoli di molestie.

La start up, lanciata ufficialmente martedì 6 febbraio, ha ricevuto un finanziamento di 500 mila dollari da parte dell’incubatore All Turtles guidato dal cofondatore di Evernote, Phil Libin. “La mia prima reazione – ha ammesso Libin – è stato pensare a un noioso aumento di report non verificabili, ma poi mi sono reso conto che il vero problema non è l’eccesso di segnalazioni quanto invece il silenzio”.

Articolo aggiornato alle 16,50 del 19 febbraio per inserire la replica di Trenord 

Business Insider ha pubblicato i numeri di un report segreto su Trenord, la società ferroviaria di cui la regione Lombardia possiede la metà delle quote, dove emerge “l’istantanea di una società inefficiente, con enormi problemi di gestione”. Numeri che il sito non esita a definire una “débacle”, “frutto dell’insufficiente manutenzione su una flotta con età media assai alta, nonostante i 100 milioni di euro che ogni anno Trenord versa a Trenitalia e alla sua controllante Ferrovie Nord Milano per il noleggio di materiale rotabile”.

Il documento, arrivato a Business Insider da qualcuno interno all’azienda, racconta che solo nel mese di gennaio 2018 (quello dell’incidente di Pioltello) "su 1694 treni effettuati in media da Trenord ogni giorno, si sono verificate 59 soppressioni totali; 86 soppressioni parziali e 27 locomotori sono stati sostitutiti perché guasti”.

Non solo. Sembra che 92,46% dei convogli sia arrivato a destinazione con oltre sette minuti di ritardo, mentre quelli che hanno viaggiato con oltre 5 minuti di ritardo sono stati l’89,65%. E ancora, 29 treni hanno accumulato un ritardo maggiore ai 30 minuti, mentre 46 sono arrivati oltre i 15 minuti. “Il tutto”, calcola Trenord in questo report, “ha causato la decurtazione di 5.731 posti ogni giorno (da qui i mancati guadagni). Tutto ciò è accaduto ogni singolo giorno di gennaio 2018”.

Il report, che analizza i dati del mese nero dell’azienda, fa emergere che sui 52.514 treni effettuati, “ne sono stati soppressi totalmente 2.164, parzialmente 3.001, mentre i locomotori sostituiti sono stati 366, per una decurtazione totale di 177.655 posti, per un mancato guadagno – calcola l’azienda – di 2.086.947 euro”.

Si tratta di soldi pubblici, sottolinea Business Insider, persi per l’inefficienza del servizio offerto da Trenord. Nel 2017 l’azienda pubblica stando a questo report non avrebbe incassato oltre 40 milioni di euro, per via della soppressione di oltre  2 milioni di posti a sedere. Solo a dicembre 2017, ha perso per strada 4,5 milioni; altri 4,5 li ha polverizzati a giugno, quando i treni (anche quelli nuovi) si fermavano a causa del caldo.

“Ma l’amara ciliegina per i pendolari”, conclude il sito di inchieste, “è stato agosto 2017, quando l’azienda ha totalizzato mancati guadagni per ben 5.327.529 euro”. Un'azienda che da un lato perde 40 milioni ogni anno, dall'altro si permette di "elargire bonus ad personam ai dipendenti", che sarebbero decisi direttamente dai vertici dell'azienda. 

La replica di Trenord

​Trenord smentisce come "del tutto infondato" il report diffuso da Business Insider. La testata on line – replica l'ufficio stampa della società – "pubblica falsita'". "Non esiste alcun report segreto su Trenord e le informazioni riportate dalla testata come 'prova' della asserita inefficienza della gestione di Trenord sono in realtà del tutto infondate", aggiunge. "Con l'autore del pezzo e con la testata Business Insider affronteremo la questione nelle sedi opportune".

Sul web ha fatto molto scalpore una foto che sembra provenire direttamente dal set di Gomorra. Una foto che sembra dipingere in pieno quella “paranza dei bambini” che molti hanno imparato a conoscere grazie alla scrittura di Roberto Saviano. Una baby gang che si muove in una città pericolosa tra armi, spaccio e controllo dei quartieri.

Una baby gang che viene dai Quartieri Spagnoli, a Napoli. Ma c’è un problema: quella foto non è vera. E quella non è una baby gang. È una fake news smascherata da un servizio de Le Iene andato in onda il 18 febbraio e firmato dal giornalista Giulio Golia.

La storia di una foto “falsa”

Il tema è caldo. Sui giornali, e non solo su quelli italiani, si parla moltissimo delle baby gang napoletane. Spesso come una vera emergenza nazionale. E come ricorda il servizio de Le Iene, quella foto è diventata il simbolo di un fenomeno da arginare. Così il giornalista di Mediaset ha deciso di andare a Napoli per capire chi fossero quei ragazzini così pericolosi. E ha scoperto che di pericoloso non c’era proprio nulla. I ragazzi, i loro genitori, e gli abitanti del quartiere hanno raccontato una storia molto diversa. Una storia che sembra più allinearsi con la letteratura e con la serialità televisiva che con la realtà. Nessun arma, nessuna banda. Solo un’imitazione dei “cattivi”.

Il racconto dei bambini

La foto è stata scattata due anni fa mentre il pezzo cui a corredo è stata postata la foto, su Stylo24, parla di una banda nata molto più recentemente. “Un giornalista che teneva telecamere ci ha fermati. Ci ha detto che se facevamo la foto finivamo in televisione. Che era una foto provino per Gomorra”. E le armi? Anche quelle, secondo i ragazzi, non erano vere: “La mia non era una mazza. Sono andato a prendere un manico di scopa e ci ho messo sopra lo scotch”. I pugnali, invece, erano di plastica. Tutto artefatto. Tutto costruito ad arte come in uno sceneggiato. Poi, dopo essere stata scattata, la foto è stata consegnata alla “gang” che l’ha immediatamente postata su Facebook. In pochissimo tempo è diventata virale.

Il racconto dei genitori

Per quella che in apparenza sembrava una semplice bravata, i ragazzini sono stati sgridati e puniti. Ma quando i confini della sceneggiata si sono allargati tutto è cambiato. I genitori hanno confessato la paura che, dopo aver visto quella foto sui giornali e in televisione, avevano provato. E come, allo stesso modo, quella vicenda avesse cambiato il comportamento dei loro figli. Chi non ha mangiato o non ha dormito. Chi non capiva che tipo di guai potevano nascere da un semplice scatto. Chi, infine, ha iniziato ad avere timore della polizia, degli assistenti sociali e ha dovuto fare ricorso a uno psicologo. Tutto per una falsa, e pericolosissima, foto.

 

 

“Niente più voli per voi”. Così la compagnia aerea Transavia ha punito quattro passeggeri che durante la tratta Dubai-Amsterdam si sono messi a litigare. Il motivo? La flatulenza di uno dei passeggeri. Durante la crociera l’uomo avrebbe ripetutamente infastidito in questo modo i vicini di poltrona.

Atterraggio d’emergenza

A riportare la notizia è Fox News. I vicini di posto del rumoroso passeggero lo avrebbero ripetutamente invitato a smetterla, chiedendo anche l’intervento dei membri dell’equipaggio. Non migliorando, la situazione è presto degenerata, fino ad arrivare a un vero e proprio litigio che ha costretto il pilota ad ammonire i passeggeri. Tutto inutile, la lite è proseguita e così l’aereo ha dovuto effettuare un atterraggio d’emergenza all’aeroporto di Vienna. Una volta a terra, la polizia è salita a bordo prelevando quattro persone, due donne e altrettanti uomini, indicate dal pilota come “furiose” e presunte responsabili dell’accaduto.

Travel-ban

I quattro passeggeri sono stati rilasciati senza alcuna accusa formale, ma la compagnia olandese ha vietato loro di viaggiare nuovamente a bordo dei voli Transavia. In una nota ha spiegato di sostenere l'equipaggio per essere intervenuto in una situazione che “metteva a rischio il volo”. Ma le due ragazze espulse non sono d’accordo: “Non abbiamo fatto nulla – ha spiegato a De Telegraaf Nora Lachhab, studentessa di legge di 25 anni -, la nostra sfortuna è stata quella di essere sedute vicino a questi uomini, che non conoscevamo neppure”. Per la giovane, di origini marocchine, “l’esperienza è stata umiliante e lo staff di Transavia si è comportato in modo provocatorio, confondendo quanto successo”. Da parte sua, secondo quanto scrive la stampa olandese, la compagnia starebbe pensando di addebitare i costi dell’imprevisto scalo a Vienna ai quattro passeggeri.

Non è la prima volta che passeggeri esagitati costringono un aereo a un atterraggio d’emergenza: non più di un mese e mezzo fa, il 4 gennaio scorso, un volo United Airlines proveniente da Chicago e diretto a Hong Kong aveva dovuto planare in Alaska perché un passeggero aveva imbrattato la toilette con le sue feci.

A due settimane dalle elezioni tiene banco, anche a causa delle notizie da Oltreoceano, la questione della sicurezza del voto e di un'eventuale rischio di un'azione degli hacker russi anche nel nostro Paese. Il ministro dell'Interno italiano, Marco Minniti, si dice fiducioso che tutto procederà in maniera regolare. "C'e' massimo di attenzione da parte dell'Intelligence e della Polizia postale – spiega durante un'intervista a Lucia Annunziata a 'In 1/2 ora di piu'' su Rai3 – la questione è delicata perché i rischi sono quelli di accorgersene troppo tardi: noi cerchiamo di prevenire. Non c'è allarme nazionale – aggiunge – ma c'è forte attenzione. Per questo c'è una direttiva che stabilisce che forze armate e Intelligence lavorino insieme. La Russia potrebbe interferire con le nostre politica? Il mio compito è lavorare per impedire qualsiasi intevento esterno", risponde Minniti.

La questione della sicurezza informatica legata alla politica e alle imminenti elezioni è all'ordine del giorno. Negli ultimi mesi, prima il Movimento 5 Stelle, poi il Pd a Firenze e la scorsa settimana il sito Internet e i profili social del segretario della Lega Matteo Salvini sono stati oggetto di attacchi hacker. Le intrusioni informatiche stanno diventando una consuetudine in questa fase della campagna elettorale, e spesso a rimetterci sono le migliaia di cittadini e sostenitori dei partiti, i cui dati vengono resi pubblici e buttati in pasto alla rete.

L’ultimo attacco ha avuto luogo la notte tra l’8 e il 9 febbraio, quando il collettivo che si fa chiamare AnonPlus ha preso il controllo dei siti di Matteo Salvini e diffuso in rete tutto il materiale estratto: "Prima trance del database scaricato non sono stati filtrati o controllati a voi l'onere e l'onore di farlo", hanno scritto gli hacker sul loro profilo Twitter.

E la memoria va a martedì 6 febbraio, quando i pirati informatici avevano preso di mira il sito del Pd di Firenze, dal quale sono stati sottratti e poi pubblicati indirizzi e numeri di telefono di membri “eccellenti” del partito. A rivendicare le due azioni è lo stesso gruppo, gli hacker di AnonPlus, che già a settembre del 2016 si era reso responsabile dell’intrusione informaticanei sistemi del quotidiano Libero, dal quale aveva sottratti e reso pubblici i dati degli utenti iscritti alla pagina.

Dalla sicurezza informatica a quella reale. Anche in questo caso, pur sottolineando che "l'attenzione è elevatissima" e che "realisticamente" nessuno di noi può dire che siamo al sicuro, il ministro ritiene che la situazione sia sotto controllo. Il merito, aggiunge, sta nel fatto che "abbiamo applicato la direttiva sui rimpatri per motivi di sicurezza nazionale: se c'è radicalizzazione da parte di alcuni soggetti – spiega – noi li riportiamo dei Paesi di provenienza. In questi anni siamo riusciti a dimostrare che siamo un paese bello e sicuro aumentando la percentuale di turisti che sono venuti, in controtendenza rispetto al resto del mondo". 

 

Il sospetto – senza tanti giri di parole – è che oltre agli altri racket, il clan Spada gestisca anche quello delle case popolari a Ostia. A farlo balenare è un'equazione piuttosto semplice: se gli Spada comandano nel quartiere e molti della famiglia vivono in case del Comune, allora è verosimile che i criteri di assegnazione degli alloggi popolari siano in qualche modo controllati dalla cosca.

La pensa così la Procura della Capitale che, oltre ad aver aperto un'indagine sui criteri di assegnazione di una casa del comune al boss Giuseppe Spada, ha deciso di vederci chiaro su tutte le altre allocazioni a favore di persone vicine al clan

Chi abita in quella casa?

Sotto la lente dei magistrati, riporta il Messaggero nella sua edizione cartacea, è finito di tutto: dalle richieste, alle pratiche in corso fino alle sanatorie. E proprio una sanatoria del 2008 è al centro di uno scontro tra la X circoscrizione, il Campidoglio e la Regione. Perché, come ormai consuetudine, tutti cadono dal pero e nessuno riconosce non tanto la responsabilità quanto anche solo la competenza per far luce su questa vicenda.

Si parte da Giuliana Di Pillo, eletta a novembre alla guida di uno dei municipi più complicati della Capitale, che dice di non poter sapere cosa sia accaduto nei due anni di commissariamento della circoscrizione e ancora meno nel periodo precedente. La Di Pillo ha scritto al Campidoglio per sapere perché abbia dovuto apprendere dai giornali che il 12 febbraio due dipendenti del Comune hanno dato parere favorevole alla assegnazione di un alloggio popolare a Giuseppe Spada.

L'automatismo che non c'è più (da 10 anni)

Il Comune di Roma, anche questo a guida grillina, ha spiegato di non aver fatto altro che seguire gli 'automatismi' stabiliti nel 2008 dalla Regione Lazio (oggi guidata da Nicola Zingaretti, del Pd). Ma la Regione ha a sua volta scaricato ogni responsabilità sottolineando che quegli 'automatismi' tutto erano tranne che automatici e che si trattava di una sanatoria che, iniziata appunto nel 2008, doveva concludersi nel 2010. E che quindi, otto anni più tardi, non doveva essere applicata all'ormai famigerato 'caso Spada'.

Insomma in una storia piena di scaricabarile toccherà alla Procura stabilire qualche elemento chiave: quanti alloggi popolari siano nella disponibilità degli Spada; se il clan ne abbia in qualche modo pilotato l'assegnazione; se chi li abita ha i titoli per occuparli e chi ha omesso e perché di porsi qualche domanda sull'opportunità di distribuire case a pluripregiudicati.

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