Newsletter
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Admin

È una scuola dove non ci sono campanelle e classi. Gli insegnanti difficilmente possono programmare le attività didattiche: si vive giorno per giorno e ogni mattina di studio è diversa. Le aule sono le stanze dell’ospedale ICS Maugeri di Sciacca (Ag) dove, per più giorni a settimana, i docenti dell’Istituto Tecnico Industriale Leonardo da Vinci di Trapani si danno il cambio per fare lezione a Nicola Grizzaffi. Il ragazzo, un 17enne di Napola (Tp), è ricoverato per una lunga fase di neuroriabilitazione dopo un grave incidente stradale occorsogli nella primavera di quest’anno. 

L'incidente

Nicola, una notte di marzo, è volato dalla moto mentre tornava a casa: “Una macchina che procedeva in senso contrario, all’uscita di una curva, mi ha completamente abbagliato”, racconta.  Al Civico di Palermo, dove fu subito ricoverato, le sue condizioni apparvero subito molto serie, tanto da far temere che non potesse tornare a camminare. “Mi sentii crollare il mondo addosso”, ricorda, “e alla scuola istintivamente non ho pensato per giorni e giorni”. L'incubo era rimanere paralizzato.

La riabilitazione

“L’intervento neurochirurgico”, ricorda, “andò molto bene, ma la sensibilità nelle gambe non c’era”. I chirurghi palermitani lo rassicurarono, inviandolo alla Maugeri per una lunga riabilitazione. “Le ore di lavoro in palestra, il duro impegno coi fisioterapisti, sulle prime, mi sfiancava” spiega Nicola. La calorosa vicinanza dei compagni di classe e dei professori, “dopo pochi giorni erano già venuti a trovarmi”, finì per convincerlo dell’idea di mettersi a studiare, anche in ospedale, anche in quelle condizioni.

“Chiedemmo subito al preside Erasmo Miceli, di attivare un progetto per l’assistenza domiciliare previsti dall’Ufficio scolastico regionale della Sicilia”, ricorda il professore Giuseppe Valenti, insegnante di Matematica, e in breve, da Trapani, nei giorni liberi dall’insegnamento, i docenti del Da Vinci cominciarono a raggiungere Sciacca, due per volta. Così nei pomeriggi, dopo le intense mattinate in palestra, per Nicola sono cominciate la full immersion nei libri e la grande rincorsa per non perdere l’anno. Gli insegnanti si sobbarcano un’ora e mezzo d’auto all’andata e altrettanto tempo al ritorno al solo rimborso delle spese di viaggio.

Mohammed Zubair, 11 anni di nazionalità pakistana, è scomparso a Mirandola, paese in provincia di Modena, venerdì pomeriggio, intorno alle 17. La zia, Sobia Liaot,  ha raccontato al Resto del Carlino: “Sono tornata a casa intorno alle 17, e lui non c’era più, e neppure la sua bicicletta, così sono andata al parco giochi, dove spesso andava a giocare con i ragazzini del quartiere, ma non era neppure lì”.

Formale denuncia di scomparsa è stata presentata proprio dagli zii ai carabinieri di Mirandola venerdì sera alle 20. Da quel momento sono scattate le ricerche in paese ma anche nell’hinterland. I carabinieri hanno diffuso una foto del minore per incentivare le segnalazioni da parte della popolazione e dei media. Mohammed era in Italia con gli zii dall’età di due anni, dal 2009.

“Mio fratello, il papà del bambino, è morto tre mesi fa, e la moglie è rimasta sola con sei figli”, racconta sempre al Carlino il signor Sarwar, lo zio muratore, che faceva le veci dei genitori in Italia.

Il bambino non si era mai allontanato da casa prima di venerdì senza avvertire gli zii e i conoscenti. Alle ricerche stanno partecipando anche i vicini e della zona dove abita la famiglia di Mohammed, in via De Amicis.

Si allontanano, nella pista degli inquirenti, le ipotesi di un dissidio familiare che non hanno per ora riscontri di prove: nel quartiere invece temono che il bimbo possa aver dato troppa confidenza a uno sconosciuto di passaggio nella via.

Svolta sull'aborto in Irlanda: nel referendum per abolire l'emendamento 8 della Costituzione che finora lo proibiva, il sì ha vinto con il 66,4% contro il 33,6% di no, aprendo la strada a una legge più permissiva sull'interruzione volontaria di gravidanza nel Paese a netta maggioranza cattolica.

L'affluenza è stata del 64,5% con oltre due milioni di irlandesi che hanno votato. Finora era possibile abortire solo in caso di pericolo per la vita della madre. Il premier, Leo Varadkar, ha sottolineato la "clamorosa" affermazione del sì e ha promesso una legge entro l'anno: "E' stato il culmine di una rivoluzione tranquilla, che si è sviluppata in Irlanda negli ultimi 10 o 20 anni", ha affermato il 'taoiseach', "il popolo ha parlato e ha chiesto una Costituzione moderna per un Paese moderno".

"Ora potremo uccidere i bambini"

John McGuirk, portavoce degli anti-abortisti di 'Save the 8th', ha osservato amaramente che "i bambini non ancora nati non hanno più il riconoscimento del diritto alla vita da parte dello Stato. Presto verrà approvata una legge che permetterà di uccidere i bambini nel nostro Paese".

Il referendum chiedeva l'abolizione dell'ottavo emendamento della costituzione irlandese, che sanciva "pari diritto alla vita" per la madre e il feto. Una norma che ha finito per non tutelare la salute della madre, come accaduto per il dramma di Savita Halappanavar, l'immigrata indiana che morì nel 2012 perché i medici non vollero intervenire su un aborto spontaneo che era in corso.

Come cambiano le cose

E proprio il premier Varadkar, di madre irlandese e padre indiano, era stato tra i primi sostenitori del sì. Ora il Da'il, il Parlamento irlandese, potrà legiferare con una normativa più morbida. Il governo pensa a una legge che permetta l'aborto entro la 12ma settimana di gravidanza (e tra le 12 e le 24 in circostanze eccezionali) ed è possibile un effetto domino anche sull'Irlanda del Nord, dove l'aborto è consentito solo in caso di rischio per la vita o la salute mentale della madre e si rischia l'ergastolo se si interrompe una gravidanza in modo clandestino. Ora le donne dell'Ulster potranno recarsi ad abortire in Irlanda, visto che dal 1992 è possibile abortire all'estero.

A favore dell'abolizione dell'ottavo emendamento hanno votato soprattutto i giovani (87% tra gli Under 24), le donne (70%) e gli abitanti di Dublino, dove il Sì ha sfiorato l'80%. Delle 40 circoscrizioni, solo in quella di Donegal si è affermato il no con uno striminzito 51,9%. L'aborto rimane proibito in una ventina di Paesi nel mondo ma ora nell'Ue la cattolica Malta è rimasta l'unica a vietarlo. Per l'Irlanda un altro passo 'laico', dopo l'apertura ai matrimoni gay decisa con il referendum del 2015.

Torna l’appuntamento con la dichiarazione dei redditi e con esso anche l’opportunità di devolvere il 5X1000. Ma una parte degli italiani – circa 12 milioni – non lo prende in considerazione, forse perché su quest’ultima misura non ha ancora le idee chiare. Ecco allora una mini-guida al 5 per mille formulata dal Sole24Ore.

Cos’è il 5 per mille

Si tratta di una misura di sussidiarietà fiscale introdotta per la prima volta nella Legge Finanziaria per il 2006. In base a questo meccanismo il cittadino contribuente può devolvere il 5 per mille della propria Irpef a sostegno di enti che svolgono attività socialmente rilevanti.

Chi ne beneficia

Il 5 per mille può essere destinato a:

  • Associazione di volontariato e altre organizzazioni non lucrative di utilità sociale
  • Enti di ricerca scientifica
  • Enti di ricerca sanitaria
  • Associazioni sportive dilettantistiche riconosciute ai fini sportivi dal Coni
  • Attività sciali svolte nel comune di residenza
  • Enti esercenti attività di tutela, promozione e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici

Quanto costa?

Non costa nulla al contribuente. In ogni caso chiunque percepisca un reddito imponibile è tenuto a pagare l’Imposta sul Reddito allo Stato. Semplicemente, con questo meccanismo le finanze pubbliche “rinunciano” a una parte delle imposte per “girarle” agli enti beneficiari.

Che differenza c’è tra il 5 e l’8 per mille?

Sono diversi sia per numero sia per tipologia. Del 5 per mille beneficiano decine di migliaia di organizzazioni private, mentre dell’8 per mille godono solo lo Stato e sei confessioni religiose.

La seconda differenza sta nella destinazione della parte dei fondi non assegnati ad alcun soggetto, il cosiddetto “inoptato”. Nel caso dell’8 per mille la quota viene trattenuta dallo Stato per la spesa corrente; la parte inoptata del 5 per mille invece viene comunque distribuita tra i partecipanti.

Va considerata una donazione?

No: il 5 per mille non è una donazione, ma un’indicazione allo Stato per indirizzare una quota delle proprie tasse.

C’era bisogno di una revisione del 5X1000?

Si, per due ragioni. La prima è che questo strumento nato da oltre 10 anni non aveva mai avuto un’effettiva verifica e c’era bisogno di una messa a punto dell’efficacia e della finalizzazione. Il secondo motivo è che una volta reso strutturale il finanziamento con la legge di bilancio approvata nel 2015 per il 2016 si rendeva ancora più necessaria una verifica sull’efficienza e sulle modalità con cui utilizzare questa originale forma di sostegno finanziario delle organizzazioni non profit a favore di progetti che realizzano nel campo delle attività in cui sono nate.

Come cambia il 5X1000

In 10 anni il 5 per mille ha fatto registrare un tasso di crescita del 46%. Ma i dati segnalano uno stallo della crescita negli ultimi anni. Come risolvere il problema? Attraverso una revisione. Il rilancio del 5X1000 passava per un tagliando che tecnicamente ha preso il nome di decreto legislativo III, uno dei 4 DL che ha dato corpo alla legge delega di riforma del Terzo settore (la n. 106 del 2006). A quel decreto seguirà poi nelle prossime settimane un Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri. Quattro i target prefissati:

  • Rendere coerenti le norme sul 5X1000 rispetto al nuovo codice del Terzo settore
  • Garantire la massima trasparenza sia sul lato dell’amministrazione che di quello degli enti
  • Ridurre i tempi di erogazione del beneficio
  • Destinare in modo più efficiente le risorse

“Resta il nodo ancora aperto del limite minimo per vedersi assegnato il beneficio. Oggi è fissato a 12 euro, ma sicuramente sarà alzato”, ha spiegato al Sole Gabriele Sepio, coordinatore del tavolo tecnico-fiscale per la riforma del Terzo settore. 

Nel giro di otto anni, dal 2009 al 2017, gli occupati nelle banche italiane sono diminuiti di 44 mila unità, da 330 mila a 286 mila. È l'analisi dell'ufficio studi di First Cisl, il sindacato dei lavoratori di banche e terziario guidato dal segretario generale Giulio Romani, basato sui dati della Banca d'Italia. Nel solo 2017, rileva lo studio, il calo è stato di 13.510 unità, un taglio del 4,5%, con una punta nel Mezzogiorno (-5,3%).

Dove sono finiti i posti perduti

Anche negli otto anni il calo è stato particolarmente marcato nel Mezzogiorno (-16,9%), con un -16,2% nel Centro, mentre il Nord Ovest si 'ferma' al -10,7%. "L'emorragia prosegue con i piani di uscita dei grandi gruppi – commenta Romani – al Nord abbiamo perso un addetto ogni 10, al Sud quasi 2 su 10. È un tributo occupazionale enorme versato sull'altare della mancata riforma del sistema bancario. Il cambiamento non può più attendere. I tempi per una riforma che tuteli il risparmio e il lavoro e che rilanci l'occupazione sono maturi. Nessuno venga più a dirci che il personale costa troppo: ai 2,9 miliardi di utile realizzati dai cinque maggiori gruppi bancari italiani nei primi tre mesi del 2018 hanno dato un enorme contributo i 5 miliardi delle commissioni nette, che sono strettamente correlate al fattore lavoro e valgono il 119% del costo del personale, contro il 112% di fine 2017.

Aggiunge Romani: "L'efficienza del personale è dunque molto alta e il costo del lavoro assorbe solo il 33% dei proventi operativi. Lo straordinario apporto dei dipendenti va riconosciuto tangibilmente: il tempo dei tagli economici e occupazionali è finito, è ora di coinvolgere i lavoratori negli organi di controllo delle banche".

Non fidatevi di Bergamo e Torino

"Il rilancio occupazionale – aggiunge il responsabile dell'Ufficio Studi di First Cisl, Riccardo Colombani – è una priorità, poiché dal 2009 abbiamo avuto flessioni a doppia cifra in tutte le aree del Paese, anche se una lettura superficiale delle rilevazioni della Banca d'Italia può trarre in inganno, indicando illusori incrementi in province come Torino o Bergamo, che nell'ultimo anno sembrano cresciute l'una di 3.000 e l'altra di 500 addetti, mentre non è così".

Il problema, spiega il sindacalista, è che per il 2017 la vigilanza ha attribuito alla provincia della nuova capogruppo gli addetti delle ex direzioni delle banche che sono state oggetto di integrazione. "Per cui chi lavora nelle ex sedi delle venete è conteggiato come fosse a Torino, sede legale di Intesa Sanpaolo, chi sta negli ex uffici centrali di Banca Marche e di Etruria è sul conto di Bergamo, sede di Ubi, chi è nelle direzioni delle tre casse acquisite da Cariparma è contabilizzato a Parma. Stimando opportuni correttivi sulle varie regioni coinvolte, riteniamo realistico affermare che in otto anni il Nord Ovest ha perso poco meno dell'11% dei suoi bancari, il Nord Est il 12,5% circa, l'Italia Centrale poco più del 16% e il Mezzogiorno quasi il 17%, mentre nel solo 2017 il Sud è sceso più del 5% contro un calo di poco superiore al 4% al Nord, con il Centro anche in questo caso collocato su un valore intermedio".

Salvini al Viminale, Giorgetti sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Molteni alla Funzione Pubblica, Fontana agli Affari regionali, Centinaio al 'Made in Italy', l'assessore veneto Lanzarin alla Famiglia e un esponente della Lega alla Scuola e non più alle Infrastrutture (dove il Carroccio potrebbe esprimere un vice).

Dovrebbe essere questa la proposta sui nomi da inserire al governo che la Lega ha consegnato al premier incaricato Conte. E nella 'lista' compare in neretto anche il nome di Paolo Savona per il dicastero di via XX settembre. Nel vertice di via Bellerio si è decisi di tirare dritto. Nessuna alternativa al nome dell'economista.


Chi sale nel totoministri

  • Esteri – Luca Giansanti
  • Interno – Matteo Salvini 
  • Affari regionali – Lorenzo Fontana 
  • Famiglia – Manuela Lanzarin
  • Turismo, agricoltura e Made in Italy – Gian Marco Centinaio 
  • Sviluppo e Lavoro – Luigi Di Maio 
  • Difesa – Elisabetta Trenta
  • Giustizia – Alfonso Bonafede
  • Sanità  – Giulia Grillo
  • Rapporti con il Parlamento – Riccardo Fraccaro
  • Funzione Pubblica – Nicola Molteni

"Non voteremo la fiducia ad un governo – spiega uno dei 'big' del Carroccio – se dovessero arrivare dei veti". "Passi indietro la Lega ne ha già fatti abbastanza: abbiamo già fatto tutto quello che potevamo fare. Non ne faccio una questione di nomi e cognomi ma di rispetto del voto degli italiani", ha spiegato Salvini.

"Non ci sarà un ministro scelto dalla Germania"

Poi ha rincarato la dose: "Non tratto più. O si parte o c'è il voto". Il partito di via Bellerio ne fa una questione ormai di principio: "Non saremo servi di nessuno" è la linea. Ovvero non ci sarà' "un ministero scelto dalla Germania". Anche il Movimento 5 stelle è sulla stessa lunghezza d'onda. Di Maio non ha intenzione di smarcarsi e, secondo fonti parlamentari, neanche Conte che domani dovrebbe salire al Colle.

Non si esclude dunque che possa non accettare l'incarico qualora permanesse una situazione di stallo. A sbloccare l'impasse potrebbe essere lo stesso Savona che sta riflettendo sul da farsi. Ovvero se fare un passo indietro oppure no. "Stiamo lavorando", ha spiegato Conte che è rimasto alla Camera dei deputati dove ha incontrato l'ambasciatore Luca Giansanti (in pole per la Farnesina) e sentito il presidente francese Emmanuel Macron.

La palla nel cortile del Quirinale

Salvini ha fatto sapere di aver sentito sia il premier incaricato che Di Maio, facendo capire quindi che c'è comunanza di vedute.  La Lega quindi lascia al Colle la decisione se far partire oppure no il governo.

Dunque è ancora muro contro muro sul nome di Savona con il rischio quindi che l'esecutivo non possa avviare il suo lavoro. Anche Di Battista ha attaccato il Quirinale considerando "inaccettabili" veti politici. A sostenere la battaglia di Salvini su Savona è Giorgia Meloni che ha offerto l'aiuto per ribadire che "l'Italia è una nazione sovrana". Fdi e FI restano alla finestra ma l'ipotesi di un voto anticipato non viene più esclusa del tutto. Tanto che Berlusconi sta ragionando su come "rilanciare" la coalizione, ovvero – sempre se Salvini decidesse di rompere – vaglierà varie opzioni: dalla lista unica con Fdi e Carroccio ad un soggetto politico nuovo, da un altro nome per Forza Italia alla possibilità di lanciare un nuovo leader azzurro e ritagliarsi il ruolo di 'regista'.

La cautela di Forza Italia

Forza Italia però considera azzardato il braccio di ferro in corso e si appella alla responsabilità. Nessuna paura delle urne ma preoccupazione per la situazione economica. Con i 'big' azzurri che si interrogano sul motivo per il quale Salvini difenda l'ottantenne Savona e non abbia fatto altrettanto per Berlusconi. Nel caso di nuovo ricorso ai cittadini la coalizione si compatterebbe di nuovo, ma su nuove basi, ci tengono a far sapere i dirigenti azzurri. Ovvero non è assodato che Salvini possa essere il candidato premier. Ma per considerare scenari di questo tipo occorrerà aspettare il nuovo colloquio tra Conte e il Capo dello Stato.

L'asse M5s-Lega è convinto che il premier incaricato possa tenere il punto. C'è fiducia quindi nel giurista ma qualcuno in ogni caso si chiede quale sarà il suo margine di manovra. E soprattutto quale sarà la decisione del Colle che si è chiuso nel riserbo. Ovvero se deciderà di dare il via libera a Savona o se dovesse puntare su un piano B, ovvero se virare su un eventuale governo del Presidente. 

Nessun segnale, nessuna telefonata, solo l'ennesimo giorno di attesa. Sergio Mattarella ha messo in chiaro quel che doveva chiarire e oggi si è limitato ad aspettare che il premier incaricato facesse le sue valutazioni, mentre sui social cresceva il sostegno a suo favore: #IostoconMattarella è diventato in poche ore il primo trend topic su Twitter.

La situazione appare ancora incartata sul nome di Paolo Savona. Matteo Salvini, sostenuto da Luigi Di Maio e solo su questo anche da Giorgia Meloni, insiste lancia in resta sul nome dell'economista euroscettico capace a suo avviso di convincere l'Europa a invertire l'impostazione di rigore sui conti pubblici.

Dall'altra Sergio Mattarella, preoccupato per l'accoglienza che i mercati già stanno dando all'ipotesi di Savona al Ministero dell'Economia dopo aver mal digerito le anticipazioni sul programma di governo. Un'accoglienza che si traduce in un rialzo dello spread e quindi in un peso sui risparmi e sui mutui degli italiani.

Ma ovviamente in questo muro contro muro c'è in ballo anche il ruolo del Quirinale, la prima istituzione del Paese: non tanto la figura del suo attuale inquilino, quanto proprio le prerogative che spettano al capo dello Stato.

In mezzo c'è Giuseppe Conte, che ha cercato di rimettere in fila l'ordine delle cose, ponendosi come garante verso l'Europa, lavorando al programma e alla squadra dei ministri, ricevendo alcuni candidati tra cui il diplomatico Luca Giansanti. E soprattutto ricevendo la telefonata del presidente francese Emmanuel Macron, primo segnale di attenzione verso il possibile governo giallo-verde.

Nella lista dei ministri ricevuta da parte della Lega c'è il nome di Savona per la casella del MEF, mentre il M5s aveva ipotizzato di tenere duro sul nome senza però sclerotizzarsi sulla casella. Domenica dovrebbe essere per il premier incaricato un'altra giornata di studio, riflessione e contatti.

Tra le ipotesi in campo anche il passo indietro dello stesso Savona o la rinuncia all'incarico di Conte se permanesse il braccio di ferro. Al Quirinale ancora non sono giunte telefonate di richiesta di nuovi colloqui né informali né formali.

Questo non vuol dire che domenica sera (compatibilmente con la green zone che circonderà il Colle per il Giro d'Italia) Conte non possa salire per riferire al Presidente lo stato dell'arte. Ma al momento non si registrano segnali di ammorbidimento da parte di nessuno: Mattarella ha piantato i suoi paletti, Salvini ha già detto che se salta Savona salta tutto e si torna a votare.

Una prospettiva, questa, che al Colle è ben presente, così come lo è l'ipotesi di rinuncia di Savona, con la selva di accuse al ruolo del Presidente e il prolungamento di uno stallo che ha già fatto diventare questa la piùl unga crisi della storia della Repubblica.

Lunedì mattina i mercati finanziari riaprono; la speranza di tutti era di poter giungere a quell'appuntamento con il governo già in sella ma molti ora ipotizzano che l'effetto spread sarà uno dei nuovi, determinanti, attori in campo e che la situazione potrebbe non sbloccarsi prima di allora. 

"E' stato molto bello giocare con il Real Madrid. Nei prossimi giorni darò una risposta ai miei tifosi, che sono sempre stati dalla mia parte" ha detto Cristiano Ronaldo subito dopo la finale vinta dal Real contro il Liverpool. "Abbiamo scritto la storia", ha aggiunto CR7 a Bein Sports. 

E dopo mesi di fatiche a conquistare la vetta della Open Division e ad accaparrarsi un posto per gli Overwatch Contenders Trials sono i Samsung MorningStars Blue! Vittoria pulita e meritata quella del team italiano, che ha aperto le finali contro i connazionali QLash vincendo con un 3-1 e aggiudicandosi anche i match seguenti. Domani si terrà la sfida contro i Northern Lights. La squadra ha dimostrato ampiamente di meritarsi il posto ai Trials e sicuramente si sono confermati come il team da sconfiggere tra le fila europee.

Samsung MorningStars Blue

Peccato per i MorningStars Black che, nonostante abbiano combattuto fino all’ultima goccia di sudore, hanno perso sia nel winner’s bracket che nel loser’s bracket.

Non ci resta che tifare per i Blue, siamo sicuri che daranno vita ad un meraviglioso spettacolo e faranno sfoggio delle loro skill.

Ricordiamoci che a causa di bug pesanti con la patch 1.24-23 di Overwatch, i Contenders verranno giocati con la patch 1.22, la quale pertanto non comprende gli ultimi update, tra cui il rework di Hanzo e l’introduzione di Brigitte in game.

L’articolo Overwatch Open Division: MorningStars Blue alla vetta! proviene da GameSource.

Gli effetti psicologici provocati dalla dipendenza dalle nuove tecnologie sembrano essere allarmanti. Ma per Christopher J. Ferguson, professore di psicologia alla Stetson University, queste tesi si basano su basi deboli.

Lo scorso aprile, ad esempio, ricorda Ferguson su Quartz, il programma condotto da Katie Couric “America Inside Out” ha dedicato una puntata sugli effetti della tecnologia sul cervello delle persone.

Il cofondatore di una società che cura la dipendenza da tecnologia ha paragonato questo tipo di ossessione a quella che si innesca nei confronti della cocaina e delle droghe. Durante la trasmissione è anche stato detto implicitamente che questo problema può avere legami con la perdita della memoria provocata dall’Alzheimer, mentre uno psicologo, Jean Twenge, ha associato gli smartphone al tasso di suicidi tra gli adolescenti.

“Teorie spazzatura”

“Sono uno psicologo anche io, ho lavorato con gli adolescenti e con le loro famiglie e ho condotto ricerche sull’uso delle tecnologie e sulla dipendenza da videogame. E ritengo che la maggior parte di questi allarmi sui pericoli delle tecnologie siano pura spazzatura”, ha dichiarato Ferguson che spiega il perché, punto per punto.

La tecnologia non è una droga

“In molti sostengono che le tecnologie attivino i centri del piacere così come accade con la cocaina, l’eroina e le metanfetamine. Ciò è vero, ma in parte. Il cervello non risponde alle esperienze piacevoli solo in modo non salutare. Tutto ciò che risulta gradito, dalla nuotata alla lettura di un buon libro, dal sesso al cibo, rilascia dopamina nei ‘circuiti del piacere’. La differenza sta nel fatto che mentre la cocaina provoca un aumento della dopamina del 350%, le tecnologie producono un +50%.

La dipendenza da tecnologia non è comune

Le persone che parlano di abuso e dipendenza da tecnologia in genere lo fanno chiamando in causa le troppe ore che bambini e ragazzi trascorrono giocando con lo smartphone o sui social. Ma queste non sono delle reali dipendenze che si ripercuotono su attività importanti come la scuola e i rapporti con i compagni. Secondo le ricerche che ho condotto, solo il 3% dei giocatori sviluppano dei comportamenti patologici. Tutti gli altri adottano delle ‘brutte’ abitudini che però si modificano col tempo.

La dipendenza da tecnologia non è una malattia mentale

“Non esiste alcuna diagnosi ufficiale che metta in connessione la malattia mentale con l’abuso di tecnologie. Ma questo potrebbe cambiare: l’Organizzazione mondiale della sanità (WHO) ha annunciato di voler includere i disordini da videogame nella prossima versione del suo International Compendium of Desease. Ma la questione è controversa: io sono tra i 28 studiosi che hanno scritto al WHO per protestare. Per me – e non solo – quello è un sintomo di altre patologie più che un vero e proprio disordine”.

La dipendenza da tech non è causata dalla tecnologia

Per Ferguson questa dipendenza è in genere il sintomo di disordini meno evidenti come depressione, ansia o problemi di attenzione. Se una persona depressa dorme tutto il giorno nessuno afferma che ha un problema di dipendenza dal letto”.

L’utilizzo delle tecnologie non porta al suicidio

Secondo alcuni studiosi, l’aumento del tasso di suicidi tra i teenager è causato da un uso eccessivo di smartphone e dispositivi tecnologici. Ma “il numero – osserva lo psicologo – è in aumento in tutti i gruppi, soprattutto tra le persone di mezza età tra le quali l’attaccamento allo schermo dello smartphone è di gran lunga meno frequente”.

 

Flag Counter