Newsletter
Ultime News
Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterEmail this to someone

Admin

Il sottosegretario Giancarlo Giorgetti ha incontrato ieri l’ambasciatore Usa Lewis Eisenberg: una visita prevista da tempo, fissata dopo il viaggio negli Stati Uniti del sottosegretario alla presidenza ma fonti parlamentari del partito di via Bellerio riferiscono che sta aumentando il pressing americano nei confronti del governo. Dall’operazione Via della Seta agli F35 per finire al capitolo Huawei, con la possibilità di affidare al colosso cinese la tecnologia del 5G.

L’invito è sempre lo stesso: Roma prenda tutte le misure necessarie soprattutto legate ai dati sensibili nei confronti della Cina che sta portando avanti l’iniziativa di sviluppo infrastrutturale euro-asiatica Belt and Road (Bri). Secondo le stesse fonti l’irritazione statunitense sarebbe legata anche alla volontà dell’esecutivo di ridimensionare il programma degli F35. Responsabili della Lockheed ieri sarebbero stati a Roma mentre il presidente del Consiglio, Conte, ha visto a palazzo Chigi il ministro Trenta fornendo ulteriori rassicurazioni sul pagamento dei 389 milioni da versare all’azienda statunitense.

Fonti ministeriali M5s però sottolineano che non c’è alcuno scontro in atto con Washington, ma una interlocuzione costante. Sia sul Memorandum tra Roma e Pechino, sia sull’acquisto degli F35. L’esecutivo assicurerà l’acquisto di 28 velivoli entro il 2022, come da accordi intercorsi negli anni precedenti e darà poi indicazioni per gli anni successivi, con una contrattazione che potrà essere legata ad altri finanziamenti sulla sicurezza interna. Con la garanzia che verrà salvaguardata la spesa legata al ‘capitolo Nato’. 

“L’obiettivo – recita una nota diramata al termine dell’incontro a Palazzo Chigi tra il premier Conte e il ministro Trenta – è di garantire la massima efficacia ed efficienza operative in accordo con la collocazione euro-atlantica del nostro Paese”. L’imperativo è quello di rivedere il programma di acquisto degli F35, senza scalfire l’alleanza con gli Stati Uniti, salvaguardando il risvolto occupazionale e il supporto alle imprese che si sono impegnate nel progetto.

Non la pensa così il ministro dell’Interno Salvini: “Riterrei un danno ogni ipotesi di rallentamento o ravvedimento – ha spiegato nel corso di una conferenza stampa alla Camera – Se non lo facciamo noi, lo faranno i tedeschi o i francesi e non vedo perché fare regali ai nostri primi competitor”.

Dal Movimento 5 stelle si sottolinea come in realtà la Francia abbia una propria industria alla quale attingere mentre la Germania non ha comprato F35. L’ingerenza della Lega sugli F35 non è piaciuta all’alleato di governo. “La verità – osserva un ‘big’ M5s – è che la Lega si sta schiacciando sugli Stati Uniti, con una visione ‘trumpista’, mentre Di Maio e Conte portano avanti una linea moderata per salvaguardare i rapporti con le cancellerie europee, Parigi in primis”.

Restano diversi i fronti aperti all’interno della maggioranza. Salvini ha già fatto sapere che non sarà presente alla firma del memorandum tra Roma e Pechino, con la Lega che ha chiesto modifiche al documento, per quanto riguarda il capitolo energie, trasporti e telecomunicazioni. Il Mou in ogni caso non prevede alcun riferimento al 5G. Scontro all’interno del governo anche sulla partecipazione di Salvini al congresso mondiale delle Famiglie a Verona. M5s attacca il segretario del Carroccio, Palazzo Chigi ha aperto un’istruttoria sull’evento. Irritazione M5s anche per la cena che ieri Salvini ha avuto con Verdini.

A San Siro un’Inter spenta, prevedibile e mai seriamente pericola ha perso 1-0 contro l’Eincracht di Francoforte e ha salutato l’Europa League agli ottavi di finale. Una partita cominciata male con i tedeschi in gol dopo 5′ minuti grazie ad una papera difensiva che metteva Luka Jovic solo davanti ad Handanovic, scavalcato da un pallonetto. Da quel momento, la partita è finita, e sono stati i giocatori di Francoforte a rischiare in almeno 5 occasioni di passare di nuovo (Handanovic è stato di gran lunga il migliore in campo dei suoi).

Col caso Icardi più che mai aperto, senza Nainggolan e con un De Vrij sotto tono e forse anche con la testa al derby di domenica sera, i nerazzurri di Spalletti non sono mai sembrati in grado di prendere il sopravvento e recuperare lo svantaggio inziale. L’Inter saluta l’Europa mestamente, dopo che lo 0-0 maturato in Germania aveva illuso tifosi e ambiente. Ora resta il quarto posto come obiettivo stagionale residuo. La partita è col Milan e con la Roma che è a tre punti e dovrà giocarsi tutto nello scontro diretto a San Siro.

Il Napoli invece archivia con qualche sofferenza di troppo la pratica Salisburgo e passa ai quarti di finale di Europa League. I partenopei, forti del 3-0 inflitto in casa agli austriaci affrontano con scioltezza il ritorno, perdono 3-1 ma ai padroni di casa il miracolo di ribaltare il risultato non riesce. A facilitare il compito degli azzurri, la rete che mette subito al sicuro il risultato.

Sono infatti proprio i napoletani ad andare per primi in vantaggio al 14′: Zielinski imbuca per Mario Rui che crossa, rimpallo e Milik in mezza rovesciata insacca. Tutto sembra quindi diventare più facile ma il Salisburgo non ci sta a cedere subito le armi, tira fuori l’orgoglio e dopo 11 minuti arriva al pareggio. Errore di Allan, palla a Szoboszlai che serve in area Dabbur che non fallisce. Il Napoli riparte e si fa pericoloso ancora con Milik e Ruiz. Il primo tempo finisce cosi’ 1-1.

Nella ripresa le squadre tornano in campo con le stesse formazioni ed è ancora il Napoli a rendersi pericoloso per primo con Zielinski ma la difesa austricaca si salva in corner. Al 65′ viene premiata la caparbieta’ del Salisburgo che trova il vantaggio con Gulbrandsen. Gli austriaci si gettano quindi in avanti a testa bassa e cercano il terzo gol con Wolf, Minamino e Ramalho. I campani si limitano a controllare e quando gli avversari sfuggono alle marcature vengono salvati dal palo centrato da Dabbur all’87’. Al 92′ pero’ Meret capitola per la terza volta: punizione dalla destra, rimpallo, e Leitbeg di destro supera l’estremo difensore del Napoli. 

 

I genitori italiani, non tutti ovviamente, ritengono che un bambino di 10 anni debba mangiare le stesse cose di un adulto, per quantità e tipologia. Niente di più sbagliato. Così facendo si ottiene un unico risultato: predisporre i figli al sovrappeso e all’obesità. Ne è convinta Laura De Gara, presidente del corso di laurea magistrale in Scienze dell’alimentazione e della nutrizione dell’università Campus Bio-Medico di Roma.

“Spesso la mentalità delle mamme italiane è ancora quella del ‘meglio più che meno’ – ha spiegato all’Agi Da Gara – E quindi il bimbo che mangia di più non è un problema”. Eppure questa tendenza, unita a uno stile di vita più sedentario e alla preferenza di cibi più energetici alzano l’asticella della bilancia in modo serio e preoccupante.

Quanti sono i bambini obesi in Italia

In Italia, il Paese della data mediterranea che vanta cibi semplici e sani, ci sono troppi bambini in sovrappeso. E questo secondo diverse statistiche.  L’ultimo rapporto Unicef pubblicato a dicembre 2018, dal titolo “Diamogli peso: l’impegno dell’Unicef per combattere la malnutrizione”, afferma che  “in Italia la percentuale di bambini e adolescenti obesi è aumentata di quasi 3 volte nel 2016 rispetto al 1975.

L’obesità infantile in Italia – dice l’Unicef – non è dovuta soltanto ad una cattiva alimentazione (eccesso di consumo di zuccheri e di grassi), ma anche a uno stile di vita spesso troppo sedentario. Secondo gli ultimi dati Istat la quota dei bambini sedentari è molto alta nella fascia di età 3-5 anni (48,8%) diminuisce nelle fasce di età successive, ma inizia a risalire e a mantenersi alta a partire dalla fascia di età 18 – 19 anni (20,8%).

Per l’Oms, poi, “i bambini italiani sono tra i più grassi d’Europa”. Secondo gli ultimi dati della Childhood Obesity Surveillance initiative (2015-17) l’Europa è molto appesantita soprattutto nella sua parte meridionale: l’Italia ha il maggior tasso di obesità infantile tra i maschi (21% pari merito con Cipro) mentre il 42% dei maschi è obeso o in sovrappeso (solo Cipro fa peggio con il 43%). Anche le bambine italiane hanno uno dei tassi più alti di obesità e sovrappeso, il 38%.

“Va detto, come nota positiva – afferma De Gara – che gli studi sopracitati hanno registrato un trend di miglioramento. Anche durante la settantatreesima Assemblea Generale delle Nazioni Unite, l’Italia ha condiviso i dati più recenti che mostrano un decremento nel numero dei bambini obesi in Italia”.

Le cause principali

Ma perché questa tendenza? Sicuramente, spiega la professoressa, “la sedentarietà gioca un ruolo di primo piano. Oggi i bambini passano molto più tempo davanti alla tv, alla Playstation e si muovono poco”. Ma non è solo questo: “Sono cambiate anche le abitudini alimentari. Prima si tornava a pranzo a casa e i genitori avevano una visione completa dell’intera alimentazione giornaliera dei figli. Si mangiavano cibi preparati in casa e questo aiutava”.

Oggi “per forza di cose, non è più così, ma l’importante è sapere quali cibi preferire, avere consapevolezza di ciò che un bambino  dovrebbe mangiare e come fare per raggiungere il gusto apporto tra micro-nutrienti e macro-nutrienti. E in questo, le statistiche registrano un maggior grado di consapevolezza a Nord rispetto al Sud”

Gli errori più comuni

Nello specifico, secondo un recente sondaggio Nestlé, i genitori tendono a mettere praticamente sullo stesso piano diversi gruppi alimentari, prediligendo cioè per i figli le proteine (35%), quasi allo stesso modo dei carboidrati (34%) e delle verdure e ortaggi (31%), senza dare apparentemente peso al differente ruolo che questi alimenti svolgono nel benessere di bambini e adulti. Secondo un precedente sondaggio Nestlé, inoltre, il 31% degli intervistati è convinto che un bambino debba mangiare come un adulto, e il 28% tende addirittura a preparare per i figli porzioni uguali alle proprie.  

Un Nutripiatto per educare bimbi e genitori

Proprio per dare una mano ai genitori, prima ancora che ai bambini, Nestlé e Campus Biomedico hanno messo a punto uno strumento ad hoc: il Nutripiatto. Pensato per  bambini da 4 ai 12 anni, il Nutripiatto è un piatto dalla dimensioni normali (26x26cm), che mostra le proporzioni adeguate delle categorie di alimenti necessarie per preparare i due pasti principali: il pranzo e la cena. Nello specifico il 50% del piatto è occupato da verdura e frutta, il 25% da carne, pesce, uova e legumi, latticini, e l’altro 25% da cereali, pasta integrale e tuberi. E poi c’è la frutta, che va mangiata almeno tre volte al giorno e nel modo più variato possibile, preferendo i frutti freschi, di stagione e, se possibile, locali.

I consigli della chef stellata Bowerman​

Ma come invogliare i bambini a mangiare i cibi sani? Ecco alcuni consigli della chef stellata Cristina Bowerman:

  • “Raccomando come prima cosa di ascoltare i propri figli, capire cosa gli piace e cosa proprio non accettano, e tenerne conto”.
  • “Ci sono poi piccoli escamotage per far passare i cibi meno apprezzati ma utili ad un’alimentazione equilibrata. Per esempio mio figlio non ama per niente il riso, perché lo accetti inserisco in una porzione adeguata alcuni ingredienti che a lui piacciono, dalle verdure che ama, ai condimenti che glielo rendono più gradito”.
  • “I bambini amano mangiare con le mani e un accorgimento può essere quello di mettere nel piatto (anche al lato del piatto,  attorno ad un cibo poco apprezzato) verdure che si possano mangiare con le mani.”
  • “Consiglio soprattutto ai genitori di cominciare a ‘educare’ il palato dei bambini fin da piccoli, stimolando la loro curiosità: mi capita spesso di vedere genitori nel mio ristorante ordinare per il figlio una pasta con il sugo che è facile che mangino anche a casa. Ma perché invece non fargli provare qualcosa di nuovo, abbinamenti anche particolari e diversi?”.
  • “A scuola i bambini accedono a merendine che magari noi non vorremmo che mangiassero. Ma impedendoglielo si rischia che si senta escluso dal ‘gruppo’, meglio allora provvedere  facendogli portare anche  alimenti che vadano ad integrare quello che mangerà a scuola”.

“Non è stata tutta colpa della Raggi, non è stata colpa del Campidoglio. Ma in poche ore una raffica di accuse e di voci indignate ha iniziato ad attaccare l’amministrazione capitolina per la cancellazione della storica scritta ‘Vota Garibaldi’ nel quartiere Garbatella, senza neppure attendere una minima spiegazione. E ora che si e’ capito che la cancellazione è stata dovuta all’errore umano di un addetto della ditta appaltatrice del servizio per il decoro urbano che si fa? Chiederanno indignati la testa dell’operaio? Ne chiederanno il licenziamento? È evidente che la scritta non andava cancellata, come anche è evidente che verrà restaurata”.

Lo scrive il profilo Facebook del M5s Roma.”Ma ora che si sa che il Campidoglio – prosegue il testo – non ha mai dato disposizioni in tal senso che faranno gli accusatori di professione? Chiederanno scusa alla sindaca? Mostreranno compassione per l’uomo che ha commesso un errore? O continueranno la gogna mediatica?”.

In Italia si contano 2,5 milioni di persone affette da malattie renali. Di queste, 50 mila sono in dialisi in attesa di un trapianto che in media arriva dopo 3 anni. E l’Italia non è un anomalia. Per questo motivo, il 14 marzo si celebra la giornata mondiale del rene, per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla crescente incidenza delle patologie renali e sulla necessità di implementare specifiche misure e strategie di prevenzione. 

E per accrescere la consapevolezza sulle problematiche legate alle nefropatie di cui soffrono 850 milioni di persone, dei fattori di rischio, su come vivere con una malattia renale. Le malattie renali – si legge sul sito World Kidney Day – rappresentano l’11ima causa di mortalità nel mondo, spesso dovuta anche all’impossibilità di ricevere un rene nei tempi (e condizioni) giuste. In particolare variano da 2,1 a 7 milioni le persone che muoiono ogni anno perché impossibilitate a ricevere un trapianto o la dialisi.

 

Gli obiettivi della giornata del rene 2019

“Salute Renale per Tutti ed Ovunque” – il tema di quest’anno – richiede che la prevenzione e il trattamento precoce delle patologie renali vengano incluse nella Copertura Sanitaria Universale (CSU). L’obiettivo principale della CSU è quello di promuovere la salute pubblica provvedendo un accesso universale, sostenibile ed equo a cure mediche basilari ma di alta qualità, proteggendo gli individui dall’impoverimento e rendendo equo l’accesso alla salute a tutte le categorie sociali.

 

Tre anni per un rene nuovo, perché è troppo

Secondo quanto riporta Libero, “la prima cosa che balza all’occhio, scorrendo gli ultimi dati del Centro Nazionale Trapianti, è il calo delle liste d’attesa, soprattutto di quelle relative al trapianto di rene. Ora, non si può dire che la situazione si sia “normalizzata”: al 31 dicembre scorso le persone in attesa di trapianto erano 8.713, contro gli 8.743 di 12 mesi prima. Ma è il terzo anno consecutivo che la coda s’assottiglia, soprattutto grazie al calo della lista d’attesa per il trapianto di rene, che nell’ultimo anno è scesa da 6.683 a 6.545. Detto questo, di lavoro da fare ce n’è ancora parecchio, considerando che – restando al trapianto di rene, il più diffuso – si può restare anche per più di tre anni aspettando l’agognato intervento. Ancora troppo, considerando che un periodo così lungo porta a un’inevitabile e sostanziale peggioramento del quadro clinico del paziente”. Ecco perché la donazione da vivente, soprattutto da parte di un familiare, è spesso l’opzione migliore. Ma purtroppo non sempre percorribile in mancanza di compatibilità.

 

C’è chi il rene lo dona, e chi lo vende

Ma sulle pagine di cronaca non mancano le storie di chi – in Italia – il rene se lo è venduto per pagare strozzini o per vivere. In particolare, da un’indagine condotta nel 2002 dai pm torinesi che sequestrarono le cartelle cliniche dei trapianti dell’Umberto I, emersero dodici casi “sospetti” fra i 140 trapianti fra donatori viventi non consanguinei, storie estreme di persone che pur di permettersi auto di lusso o il vizio del gioco non hanno esitato a vendere un organo, l’ unico “bene” rimasto di loro proprietà in quei drammatici momenti. Tra questi, riporta Repubblica, c’è Vito Di Cosmo, 54 anni, di Francavilla Fontana, rappresentante sommerso dai debiti di gioco, se lo fece togliere per 35mila euro da restituire agli usurai. E c’è Antonio C., 49 anni, medico analista di Reggio Emilia finito nei guai, prima con le banche poi con i cravattari, per un’auto di grossa cilindrata. Il rene lo vendette a un suo amico d’infanzia in dialisi per 25mila euro. “Da circa 6 anni – dichiarò ai carabinieri – ho contratto debiti con le banche, che mi hanno pignorato due terzi del mio stipendio (di 3250 euro mensili), e con gli usurai. Spinto dalla disperazione e dalla necessità, mi sono recato da un amico d’ infanzia che sapevo essere in dialisi. Gli offrii il rene, gli dissi che avevo debiti complessivi per 40 mila euro. I suoi parenti mi consegnarono 25 mila euro in contanti e pagarono direttamente i debiti con gli usurai. Mia moglie sapeva tutto, ha cercato fino all’ ultimo di dissuadermi, ma invano. I miei figli, invece, non sanno nulla”. Alfredo C., era un disoccupato di Bari, s’era venduto un rene per sbarcare il lunario, peccato però che ricevette un assegno scoperto. Di Bari è anche Francesco L., che in cambio del prezioso organo donato a un suo concittadino ricevette qualche aiuto per arrivare a fine mese e una raccomandazione per un assunzione al comune.

 

Un rene per un iPhone

Tra chi ha venduto il suo rene c’è anche un giovane 25enne cinese che all’età di 17 anni vendette l’organo al mercato nero per acquistare un iPhone. Il giovane contattò alcuni malviventi su un sito web e, dopo aver preso un appuntamento, si recò ad Anhui, una delle province più povere della Cina, dove si sottopose all’intervento al termine del quale ha ricevuto la somma di circa 2.500 euro. Secondo quanto riportato dal britannico Daily Mail, l’intervento, effettuato da un medico in una struttura non abilitata, ha comportato una grave insufficienza renale che, nel corso del tempo, è peggiorata sempre più tanto da rendere invalido il giovane. La polizia cinese ha effettuato indagini sulla vicenda riuscendo a risalire ai responsabili che sono stati arrestati. La famiglia della vittima è stata risarcita per oltre 160 mila euro, ma oggi il ragazzo è invalido, soffre di insufficienza renale e campa di sussidi sociali.

 

Quanto costa il rene sul mercato nero

C’è un mercato nero di organi che parte dalla Nigeria e arriva nel litorale campano. Non è possibile stabilire quante persone spariscono dai villaggi africani per mano della mafia nera. Secondo il Messaggero, inchieste non troppo datate, risalenti al 2010, hanno stabilito alcune delle cifre che muovono il business: un rene “costa” 12 milioni di naira, la moneta nigeriana, ovvero 60mila euro. E a Lagos, più volte, la polizia ha trovato donne segregate e costrette a mettere al mondo figli poi destinati al traffico di bambini, al mercato del sesso o alla compravendita di organi. Nel mondo il prezzo del rene, l’organo più facile da espiantare, ha un prezzo variabile: parliamo di 20 mila dollari ad organo in India, mentre in Cina ne costa circa 40.000. In Israele si arrivano invece a pagare 160 mila dollari. Ma, come ricorda Sally Satel, studiosa presso la “American Enterprise Institute”, associazione che studia i prezzi pagati dai donatori legali e no, molti dei soldi pagati vengono divisi tra gli attori coinvolti così che il “proprietario” alla fine incassa una cifra che va dai 1.000 ai 10.000 dollari per il suo rene.

Il boss della famiglia mafiosa dei Gambino, Francesco “Franky Boy” Calì, è stato ucciso mercoledì sera davanti alla sua casa di Staten Island, a New York. Secondo quanto scrive il New York Post, Calì, 53 anni, è stato raggiunto da colpi d’arma da fuoco davanti alla sua villa di mattoni nel sontuoso quartiere di Todt Hill alle 21.20 (le 2.20 in Italia).

Sua moglie e i suoi bambini erano all’interno dell’abitazione.
 

Calì è il primo capo della mafia ad essere ucciso a New York da quando John Gotti, ordinò l’omicidio del boss dei Gambino, Paul Castellano, nel 1985 alla steakhouse Sparks a Midtown.

“Pamela Mastropietro aveva gravi disturbi della personalità e dipendeva dalla droga”. È quanto emerso questa mattina dalla deposizione dello psichiatra Giovanni Di Giovanni davanti alla corte d’appello di Macerata dove si celebra la terza udienza del processo a Innocent Oseghale, accusato di aver violentato, ucciso, sezionato la 18enne romana, per poi abbandonarne i resti in due trolley.

Lo specialista è consulente della comunità Pars di Corridonia, che ha ospitato la ragazza dal 17 ottobre 2017 fino al 29 gennaio dello scorso anno, il giorno prima del suo assassinio. “È arrivata da noi con una diagnosi clinica molto complessa, borderline grave, non aveva un rapporto realistico con la realtà”, ha spiegato Di Giovanni.

Dal racconto del consulente, la vita di Pamela in comunità non è stata facile, in particolare nei giorni precedenti la sua fuga: Di Giovanni ha parlato di “un periodo di crisi tra il 26 dicembre 2017 e il 7 gennaio 2018”, durante il quale si era prodotta anche delle “autolesioni e si induceva il vomito”.

E poi i rapporti sessuali “con un ragazzo di Napoli, utente della comunità”, un’overdose nel luglio del 2017 e quel desiderio di abbandonare la Pars, “anche se poi ci ripensava e noi cercavamo di trattenerla il più possibile, avviando un progetto terapeutico con i suoi familiari”. Un quotidiano complesso, caratterizzato da comportamenti devianti (“idealizzava una vita da escort) e da momenti di lucidità e generosità, come quando – è emerso oggi – salvò la vita alla compagna di stanza, che aveva tentato il suicidio.

Pamela Mastropietro rivelò allo psichiatra che l’assisteva di aver iniziato a consumare alcol a 12 anni e di essersi drogata la prima volta a 14 anni. “Mi disse di un suo fidanzato con il quale si erano introdotti nel mondo della tossicodipendenza”, ha raccontato Giovanni Di Giovanni. “I controlli per chi entra in comunità sono terribili, ci sono perquisizioni e tutto viene controllato, ma non escludo che possa entrare droga”, ha poi risposto, incalzato dall’avvocato Marco Valerio Verni, legale della famiglia Mastropietro, che si è costituita parte civile nel processo.

Risposta che ha un riscontro nelle analisi post mortem, dalle quali è risultato che Pamela avesse assunto oppiacei nei due mesi precedenti la morte, quando era ancona in comunità. Il consulente della Pars di Corridonia ha parlato anche del rapporto tra la 18enne romana e i genitori, contraddistinto da “un grandissimo affetto, soprattutto per la madre”, ma anche da “una grande conflittualità”.

Amore e rabbia, specie quando i suoi “avevano denunciato il fidanzato”, uno dei motivi che “potrebbero averla spinta ad allontanarsi”, secondo lo specialista. L’altro motivo potrebbe essere stato “il diverbio avuto a pranzo con un operatore della comunità”, ha risposto Di Giovanni a una domanda del procuratore Giovanni Giorgio, accaduto “quando Pamela ha abbandonato” volontariamente la Pars. Un passaggio della testimonianza dello psichiatra potrebbe avere un peso anche all’interno del fascicolo che la procura maceratese ha aperto su due tassisti, indagati per violenza sessuale per via dei rapporti avuti con Pamela il giorno prima della sua morte.

“Una promiscuità sessuale, che è un tratto della patologia della quale soffriva Pamela – ha spiegato Di Giovanni, rispondendo all’avvocato Verni -: una persona che soffre si butta in questo comportamento e chi si è relazionato anche per solo un’ora con Pamela non poteva non capire le difficoltà di questa ragazza”. 

Per approfondire: Il racconto ai giudici del tassista che ha ritrovato i resti di Pamela nei trolley

Sono molteplici i motivi per cui il Foia – ossia l’accesso civico generalizzato ai dati della pa – sembra non aver funzionato. Motivi che vanno dalla privacy alla frammentazione legislativa, e in particolare la mancata tutela della privacy per chi chiede l’accesso agli atti, l’eccessiva frammentazione legislativa, il numero consistente delle autorità che intervengono sulla materia, la scarsa conoscenza dello strumento da parte dei cittadini e degli uffici (per gli esperti ci vuole almeno un quinquennio per assimilarlo sul piano civico), l’assenza di un registro delle richieste agli atti.

E poi ancora, la scarsità delle risorse lamentate dagli uffici e in alcuni casi perfino l’abuso dello strumento da parte di una sorta di “stalker istituzionali“. Gli aspetti critici della normativa sono emersi nel corso di “FOIA: che cosa non ha funzionato”, convegno tenutosi al Dipartimento della Funzione Pubblica, che rientra nella serie di iniziative della Settimana dell’Amministrazione Aperta. Al centro dell’incontro i problemi di attuazione del Freedom of Information Act, normativa introdotta due anni fa con il decreto legislativo n. 97 del 2016, che nelle intenzioni del legislatore aveva l’obiettivo di garantire l’accesso civico generalizzato ai dati e ai documenti posseduti dalle Pubbliche Amministrazioni.

Obiettivo dell’appuntamento “raccogliere – ha spiegato Elio Gullo, Direttore Generale Ufficio per l’Innovazione e la Digitalizzazione del Dipartimento della Funzione Pubblica – spunti possibilmente negativi. Le best practice sono belle da raccontare ai convegni ma difficilmente replicabili”.

Per Gullo i “casi di mala applicazione” permettono di “provare a capire cosa non ha funzionato”, tutti elementi che saranno parte di “una seconda circolare sul FOIA che stiamo per rilasciare”. Per Mario Savino, Professore di Diritto Amministrativo e membro della task force sull’attuazione del FOIA istituita presso il Dipartimento, tra le difficoltà di attuazione emerse c’è “la stratificazione di diverse discipline dell’accesso: in Italia si è proceduto con un percorso di mera addizione”.

Savino ha parlato anche di una “governance frammentaria. In ordinamenti diversi da quello italiano c’è un’unica autorità che riunisce i compiti di promozione della trasparenza, di attuazione del FOIA e di garanzia dei dati personali. Una frammentazione che si ripercuote sulla uniformità delle indicazioni che vengono fornite, con la difficoltà ai armonizzare le prassi legate ad ogni Autorità”.

E anche sulla giurisdizione. “Nel Regno Unito 12 giudici sindacano le decisioni sul FOIA, da noi ci sono tutti i TAR competenti”. A mettere in evidenza le difficoltà di applicazione del FOIA sono state anche le testimonianze di associazioni presenti nei territori.

Rosy Battaglia, giornalista e presidente di Cittadini Reattivi ha parlato nel dettaglio di un “grave problema di privacy per chi richiede un certo tipo ai atti. è capitato a più di un collega che i dati privati del richiedente siano arrivati alla controparte”. Battaglia fa riferimento a inchieste giornalistiche su infiltrazioni mafiose nella PA e non solo. “Ebbene, questo crea qualche problema. Al punto che in alcuni casi abbiamo deciso di non esporci”.

Per Battaglia “in alcuni casi le richieste personali di FOIA” sono sfociate in episodi di “vessazione. A queste persone ho consigliato di non fare più richieste personali ma di rivolgersi ad associazioni riconosciute. Se si toccano certe situazioni, il cittadino e il giornalista non sono tutelati”. Un passaggio a cui Ernesto Belisario, avvocato esperto di digitale e tra i principali promotori del FOIA in Italia, ha replicato così: “La privacy è probabilmente un retaggio della legge 241, in cui l’invio all’interessato dell’istanza di accesso veniva fatto inviando il documento integrale”.

“Lì forse – ha spiegato – poteva avere un senso. Nel caso del FOIA nessun valore aggiunto dà sapere al controinteressato quale sia il soggetto che ha fatto l’istanza. Quindi una corretta applicazione dei criteri di minimizzazione del trattamento potrebbe prevedere l’oscuramento dei dati del richiedente. La necessità poi di accentrare le richieste su un unico soggetto per evitare discriminazioni – ha aggiunto – mi sembra una limitazione del diritto”.

“Ho visto la partita in tv, quindi le mie sono sensazioni dalla tv”. La premessa dell’intervista su Juventus-Atletico Madrid è l’essenza di Dino Zoff, mitico portiere della Juventus dei sei scudetti, due coppe Italia e una coppa Uefa. Oltre che, con la maglia della nazionale, degli Europei e dei Mondiali.

Come mai al super elenco dei suoi successi manca la coppa Campioni?

“Perché perdemmo due finali per 1-0. La prima volta, nel ’72-’73, incontrammo l’Ajax di Cruijff, Krol, Neskens che vinse la terza Coppa consecutiva, e la seconda, nell’82-’83, contro l’Amburgo, sbagliammo partita”.

Le pesa tanto quel trofeo?

“Ci si accontenta e non ci si accontenta mai, ma io credo nel destino, si vede che non doveva succedere. Di certo, la Coppa Campioni è importante per tutti”.

Martedì sera le sarebbe piaciuto tornare fra i pali di quella super Juventus, protetto da due difensori come Chiellini e Bonucci.

“Mah, anch’io ho avuto gente forte che mi proteggeva, a cominciare da Scirea… Mi piacerebbe tornare a giocare, vorrebbe dire che ho una cinquantina di anni di meno! Sinceramente, se potessi tornare indietro nel tempo, all’epoca, anche se in Italia eravamo l’eccellenza, avrei giocato volentieri in Inghilterra. Il portiere lì era meno protetto, ma mi piaceva l‘idea di tutto quel combattere, le ali veloci, tanti cross”.

Certo che questa Juventus che ha rimontato l’Atletico è stata una grandissima Juventus.

Ha fatto una grossa prestazione, non stupefacente, già l’avevo dichiarato alla vigilia che si poteva fare. Era nelle potenzialità di questa squadra che ha tante frecce al suo arco, dai calciatori all’allenatore Allegri”.

 Ci svela che cos’è la famosa mentalità vincente della Juventus?

“E’ una cosa banale, soprattutto per il pubblico e per chi deve riempire i giornali, ma è semplicemente il numero dei trofei che vinci. E’ quello che dà la misura nello sport, solo quello, e la Juventus punta sempre a vincere”.

Però, vincere lo scudetto con 18 punti di vantaggio, è un numero troppo facile.

“Forse è un vantaggio troppo grande, a questo punto del torneo e a questo livello, ma deve preoccupare soprattutto le altre squadre. Come i sette, quasi otto, scudetti consecutivi”.

Le dispiace un po’ per il Napoli, dov’ha lasciato un pezzetto di cuore?

“Direi che il Napoli ne esce bene, la squadra fa il suo. Se vogliamo, dopo la bella stagione passata si poteva pensare che non si sarebbe ripetuta”.

La Juventus è l’eccellenza anche come società: l’investimento di Ronaldo è stato già assorbito

“E’ stata un’operazione non solo sportiva ma anche finanziaria, che non si ferma al campo da calcio, e riguarda l’esposizione anche mondiale che dà un simile campione”.

Un campione come Ronaldo che segna una tripletta in una partita così è un campione di prima grandezza.

“Un goleador, con tecnica, forza fisica, carattere, e con un comportamento, un darsi da fare, importantissimo, che stimola i compagni. Scatena un ‘Se lo fa lui, dobbiamo farlo anche noi’”.

Così, Bernardeschi ha fatto una prestazione straordinaria.

“Certo, è stato bravo. Ma tutta la squadra è stata bravissima nel non far giocare l’Atletico, concedendogli davvero pochissimo, per tutta la partita. Che pure mi è sembrato strano, un po’ fuori, soprattutto con giocatori come Griezman che ha vinto il Mondiale. Tutto merito della Juventus”.

Chissà come se la sarebbe cavata Zoff, col pallone più leggero, dovendo giocare di più coi piedi, con un calcio diverso…

“Il pallone è solo più elastico, somiglia a quello bianco, che usavano in Inghilterra. E questo calcio non è così lontano dal mio. Si è alzata la media dei giocatori ma allora i picchi erano più alti. E i portieri… Sinceramente preferisco che il portiere prenda la palla e la tenga, piuttosto che la calci bene”.

Chi le piace di più fra i portieri giovani?

“Beh, Donnarumma, ma anche Meret, che ha giocato meno. Il portiere lo giudico non dalla parata miracolosa, ma da come sta in porta. Dalla tranquillità che trasmette, quello è fondamentale”.

Il suo idolo era Banks, che è appena deceduto.

“Prima di lui Yashin, l’unico portiere che ha vinto il pallone d’oro. E poi, sì, Banks, perché era completo”.

Come lui, contro l’Inghilterra, anche Zoff è rimasto famoso per una parata ai Mondiali.

“Contro il Brasile, certo, non fu la più bella, ma la più importante. Perciò la ricordano tutti”.

Un altro mito dello sport italiano e mondiale, Eraldo Pizzo, le ha appena dedicato il suo libro, “Caimani”.

“Pur avendo fatto discipline diverse, ci conosciamo da anni e ci siamo tenuti in contatto. Ci legano i valori dello sport, siamo due uomini di sport, che hanno stima l’uno dell’altro. Per me, far sport non equivale ad essere uomo di sport, ma condividere certe regole, certi comportamenti, certi esempi”.

Mussolini? “Fino a quando non ha dichiarato guerra al mondo intero seguendo Hitler, fino a quando non s’è fatto promotore delle leggi razziali, a parte la vicenda drammatica di Matteotti, ha fatto delle cose positive per realizzare infrastrutture nel nostro Paese, poi le bonifiche. Da un punto di vista di fatti concreti realizzati, non si può dire che non abbia realizzato nulla”.

Lo dice a La Zanzara su Radio 24 il presidente del Parlamento Europeo Antonio Tajani, vicepresidente di Forza Italia. “Poi – riprende – si può non condividere il suo metodo. Io non sono fascista, non sono mai stato fascista e – puntualizza – non condivido il suo pensiero politico però se bisogna essere onesti, ha fatto strade, ponti, edifici, impianti sportivi, ha bonificato tante parti della nostra Italia, l’istituto per la ricostruzione industriale”.

“Quando uno dà un giudizio storico – dice ancora Tajani – deve essere obiettivo. Poi, non condivido le leggi razziali che sono folli. La dichiarazione di guerra è stata un suicidio”. Qualcosa, dunque, va salvato del fascismo, chiedono i conduttori? “Certamente si’, certamente non era un campione della democrazia. Alcune cose sono state fatte, bisogna sempre dire la verità. Non bisogna essere faziosi nel giudizio. Complessivamente non giudico positiva la sua azione di governo, però alcune cose sono state fatte. Le cose sbagliate sono gravissime: Matteotti, leggi razziali, guerra. Sono tutte cose inaccettabili”.

Dopo le polemiche sulle sue parole, Tajani è intervenuto di nuovo sul tema: “Si vergogni chi strumentalizza le mie parole sul fascismo! Sono da sempre un antifascista convinto. Non permetto a nessuno di insinuare il contrario. La dittatura fascista, le sue leggi razziali, i morti che ha causato sono la pagina piu’ buia della storia italiana ed europea”. Lo scrive affidando il suo commento a Twitter.

La replica di Tajani è indirizzata al capogruppo dei Socialisti e Democratici all’Europarlamento, Udo Bullman, che aveva definito “incredibili le affermazioni di Antonio Tajani su Mussolini”. “Il Presidente del Parlamento europeo non può disconoscere la natura del regime fascista”, aveva aggiunto Bullmann in un tweet, chiedendo “chiarimenti” allo stesso Tajani.