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The Vanishing Of Ethan Carter, titolo sviluppato da The Astronauts e liberamente ispirato ai racconti macabri del novecento, arriverà su Nintendo Switch tra pochissimi giorni. Il gioco di avventura a tema horror, è uscito nel 2014 su PC e poi, successivamente, è stato rilasciato anche su PlayStation 4 e Xbox One

The Vanishing of Ethan Carter uscirà su Nintendo Switch il 15 agosto e Adrian Chmielarz, co-fondatore dello studio The Austronauts, ha voluto spendere qualche parola sull’annuncio:

Fare qualcosa per la prima volta è sempre molto emozionante e noi non vediamo l’ora di ascoltare il parere dei videogiocatori. Nintendo Switch è una piattaforma completamente diversa da quelle precedenti e sembra molto adatta a The Vanishing of Ethan Carter. Visitare la Reed Creek Valley da sotto le proprie coperte non è mai stato così comodo. E inquietante…

Vanishing Ethan Carter Switch

Anche il capo tecnico della software house ha voluto rilasciare una breve dichiarazione per commentare l’annuncio e ci tiene a far sapere che, sebbene adattare The Vanishing of Ethan Carter al nuovo Unreal Engine non sia stato affatto facile, anche perché il team ha dovuto riscrivere la maggior parte del codice, spera ne sia valsa la pena. Tutti i possessori di Nintendo Switch che avessero intenzione di giocare o, perché no, rigiocare a The Vanishing of Ethan Carter potranno quindi farlo a partire dalla giornata del 15 agosto.

L’articolo The Vanishing of Ethan Carter arriverà su Switch proviene da GameSource.

I profitti di Dr Martens’ sono aumentato del 7o% in un anno grazie soprattutto alla gamma di prodotti vegani. L’azienda di calzature britannica che produce l’iconico anfibio ha fatto sapere che anche le vendite online stanno andando molto bene e registrano una crescita di due terzi, pari al 16% del totale del fatturato della compagnia.  L’amministratore delegato della società, Kenny Wilson, ha affermato all’Independent, che gli stivali vegani rappresentano il 4% delle vendite del brand e hanno contribuito in modo massiccio a far totalizzare all’azienda gli 85 milioni di sterline di fatturato anno su anno.

Ma che prodotto dobbiamo aspettarci? Uno identico a quello tradizionale in pelle. Dr. Martens sostituisce la pelle con un materiale sintetico – poliuretano  – che l’etichetta chiama “Felix Rub Off”. Secondo la società, questo materiale si comporta “esattamente allo stesso modo” e viene realizzato utilizzando “assolutamente nessun prodotto animale”. Il veganismo – ha precisato il brand –  è “una scelta consapevole con un compromesso”.

Tra i prodotti di maggior successo del marchio ci sono gli stivali originali Dr Martens, i sandali estivi, versioni per bambini e collaborazioni con i Sex Pistols, lo stilista Marc Jacobs e il marchio streetwear Lazy Oaf. E a riprova dell’ottima annata, la casa di calzature fa sapere ddi avere da marzo 2019, 109 dei propri negozi, tra cui due nuove sedi nel Regno Unito e quattro nuovi negozi negli Stati Uniti.

Nonostante abbiano fatto il suo debutto sulla scena rock degli anni ’60, gli anfibi di Dr Martens’ sono in circolazione dagli anni ’40, quando un medico di nome Klaus Maertens ne sviluppò il design. Maertens è stato arruolato nell’esercito tedesco all’età di vent’anni, durante i quali si è rotto il piede sciando. L’ex calzolaio fu spinto a creare uno stivale utilizzando materiali riciclati e rimanenti dopo che lo stivale militare di cui era dotato era troppo scomodo.

Da allora, gli stivali sono stati adottati dalle varie ottoculture, tra cui gli skinhead, i punk e i goth. Oggi, sono un must have nei guardaroba di chi segue la moda e amati da celebrità come Pharrell Williams, la modella Gigi Hadid, la cantante Miley Cyrus e le attrici Emma Watson e Julia Roberts.

AL SENATO LA BATTAGLIA SUI TEMPI DELLA CRISI: PROVA DEL VOTO PER L’ASSE M5S-PD CON L’INCOGNITA ASSENZE
A Palazzo Madama alle 18 si vota sul calendario dei lavori: 5 stelle e dem vogliono le comunicazioni di Conte il 20 agosto, mentre sulla data del 14 si è ricompattato il centrodestra con Lega, FI e FdI. Sulla carta i numeri non sono favorevoli a Salvini, ma non si sa quanti banchi resteranno vuoti. Per accelerare, il leader della Lega pensa al ritiro della delegazione dal governo. Intanto lavoro all’alleanza elettorale con Berlusconi, attesa per l’incontro. Il Pd resta nella confusione.

CRISI ARGENTINA, L’ULTIMO TANGO DEL PESO
La vittoria dei peronisti alle primarie riapre i dubbi sulla tenuta dei conti pubblici. Crollano Borsa e valuta, i mercati del mondo reagiscono negativamente: Wall Street chiude in rosso e sulla scia del Dow Jones arretrano Asia e Europa. Milano apre a -0,37. Lo spread in discesa a 228 punti.

NON SI FERMA LA PROTESTA A HONG KONG, I MANIFESTANTI TORNANO ALL’AEROPORTO
In centinaia si sono ripresentati nello scalo occupato ieri e riaperto in mattinata. Ritardi e cancellazioni dei voli.

MORTA LA ‘IENA’ NADIA TOFFA, DA TEMPO ERA MALATA DI CANCRO
Ad annunciare la scomparsa della quarantenne giornalista, la sua redazione in un tweet: “Niente per noi sarà più come prima. Ciao Nadia”. A lungo aveva raccontato sui social la sua malattia.

NIENTE FUNERALI PER ‘DIABOLIK’, LA SALMA RESTA IN OBITORIO
La famiglia dell’ultrà della Lazio Fabrizio Piscitelli ucciso ha riconosciuto ma non ha ritirato il corpo del congiunto per condurlo al cimitero Flaminio dove era stato disposto il rito in forma privata. Chiede invece una funzione pubblica.

DUE AFFITTI SU TRE IN NERO NELLE LOCALITÀ DI VACANZA
Emerge dai controlli della Gdf che ha effettuato oltre 27 mila interventi contro l’abusivismo e l’evasione fiscale da giugno a oggi in località balneari, di montagna e città d’arte.

EPSTEIN LASCIATO SOLO IN CELLA SI È IMPICCATO CON UN LENZUOLO
Secondo il New York Times, che cita funzionari delle forze dell’ordine, ha fissato il cappio al letto a castello e si è inginocchiato lasciandosi morire. In casa foto di molti potenti di cui conosceva i segreti.

“Domani sarà una giornata importante”. Matteo Salvini durante l’assemblea con i parlamentari della Lega si è lasciato sfuggire solo questo. Ha detto di aver incontrato – ma senza specificare quando – il presidente della Repubblica, Giorgio Mattarella. Per ben tre volte. E vi assicuro – ha spiegato – che è di un altro stile, di lui ci si può fidare. È proprio domani che il vicepremier della Lega potrebbe ritirare i ministri dal governo, dando le dimissioni dal Viminale e un’accelerazione alla crisi. Lasciando inoltre la palla al Movimento 5 stelle e al Pd. “Al massimo entro 48 ore”, spiega un ‘big’ del Carroccio.

“Non voglio più perdere tempo. Avrei pagato io per l’intervista che ha fatto Renzi, non ci volevo credere”, ha sottolineato con i suoi il ‘Capitano’. “Ora bisognerà fare una campagna elettorale contro Renzi e Boschi, tanto la Trenta e Bonafede non li conosce nessuno”. Salvini, ragionando sempre con i suoi, non ha escluso di portare gli italiani in piazza qualora si concretizzasse l’inciucio Pd-M5s. “Siamo pronti a scatenare un inferno anche alle Regionali”, avrebbe detto e nvitando i suoi a non parlare di alleanze: quelle le gestisco io, il ‘refrain’.

Il ministro dell’Interno alla fine ha riunito i ministri della Lega per approntare già i temi della campagna elettorale che a suo dire si giocheranno sul taglio delle tasse e sul sì alle infrastrutture. Le elezioni – ha aggiunto – saranno un referendum, occorre prepararsi a tutto, “non allontanatevi da Roma. E in ogni caso – ha riferito – come diceva Bossi quando si prende una decisione non si torna più indietro, con M5s siamo andati fin troppo avanti, ma la pazienza era finita”.

La strada delle dimissioni in blocco

“Siamo pronti a tutto. L’unica cosa che non ci interessa è scaldare le poltrone”. Parola di Matteo Salvini. Tono teso, il segretario leghista ha così risposto ai cronisti che gli chiedevano se fosse pronto a ritirare la delegazione dei sette ministri del Carroccio dal governo Conte. 

Il tema in casa Lega è all’ordine del giorno, anche se con tutti i condizionali del caso vista la fluidità e imprevedibiltà dall’attuale situazione politica. Ma per il partito di via Bellerio e per il suo capo è fondamentale in questo momento accelerare il percorso verso un possibile voto anticipato, viene spiegato da fonti qualificate.

Salvini vede come fumo negli occhi – si spiega – tutto quello che ritarda e allontana il voto, perché teme che ogni minuto di ‘stasi’ politica possa aumentare le chance di una maggioranza alternativa davanti alla quale il capo dello Stato, Sergio Mattarella, non potrebbe che prenderne atto e affidare un incarico.

La strada delle dimissioni dei ministri potrebbe essere quindi percorsa per ‘tagliare’ i tempi istituzionali che gli altri partiti, secondo la Lega, stanno cercando di allungare. Esistono, però, precedenti sia in un senso che nell’altro di caduta e sopravvivenza di un governo dopo il ritiro di una delegazione di ministri. Dunque, Conte, davanti a un gesto di questo tipo, potrebbe sia decidere di salire immediatamente al Quirinale e rassegnare le dimissioni, sia assumere l’interim di tutti i ministeri ora occupati dalla Lega per non lasciare fino al 20, probabile giorno del passaggio parlamentare sulla crisi, il Paese senza ministri di peso.

Quest’ultima sarebbe una scelta ardita ma non impossibile. Al termine di un’assemblea coi suoi parlamentari, dai fini soprattutto motivazionali, Salvini si sarebbe riunito brevemente coi suoi ministri e si sarebbe confrontato anche su questa ipotesi, che al momento comunque rimane solo una possibilità

I casi precedenti

Ritirare la delegazione dei ministri è un chiaro segnale politico che fa venire meno la fiducia di una parte della maggioranza verso il presidente del consiglio e le sue politiche. Ma dal punto di vista puramente procedurale, e in base ad alcuni precedenti, la strada per affrontare questo passaggio, oggettivamente traumatico, non è segnata in modo univoco.

Esistono alcuni precedenti famosi e in ognuno di questi ci si è comportati in modo diverso. Pensando solo agli ultimi trent’anni, il primo caso fu il governo Andreotti VI nel 1990. La delegazione della sinistra Dc ritirò i suoi ministri per non avallare la legge Mammì; cinque esponenti, tra cui un giovane Sergio Mattarella, si dimisero. Andreotti chiese e ottenne di nuovo la fiducia dal Parlamento, senza mai aprire la crisi, e sostitui’ i ministri di cui aveva per pochissimi giorni assunto l’interim.

Tre anni dopo Carlo Azeglio Ciampi stava per chiedere la fiducia alla camera su un governo sostenuto anche dal PDS che aveva indicato tre ministri d’area ma il voto che non autorizzava la magistratura a procedere contro Bettino Craxi fece saltare l’accordo: il PDS ritirò la sua delegazione ma Ciampi ottenne subito dopo ugualmente la fiducia e nominò tre nuovi ministri. 

Nel 2005 fu Silvio Berlusconi a subire il ritiro di una delegazione, quella dell’Udc, dal suo governo. Ma tutto si risolse con un passaggio al Quirinale e una nuova fiducia al Berlusconi III.

Infine il governo di Enrico Letta: quando Berlusconi annunciò il ritiro della sua fiducia, Letta salì al Quirinale per confrontarsi con il presidente Napolitano, respinse le dimissioni dei ministri di Fi e chiese la fiducia al Senato. In una drammatica seduta Berlusconi all’ultimo minuto cambiò idea e diede il suo sì al governo. Dunque non esiste una prassi concorde su una situazione che ha variabili differenti (nei precedenti ogni volta la situazione è leggermente diversa), che vanno affrontate avendo a mente i precedenti, la Costituzione e un minimo di buon senso.

Chi ha investito nelle società di Elon Musk deve badare alle prospettive, ai fondamentali finanziari e a quelli delle proprie coronarie. “È un genio, anche se alcune sue uscite possono essere non adeguate”. Marco Valta sa cosa vuol dire perché ha puntato su Space X. Come ha fatto anche con Lime, AirBnB, la fintech Revolut, Snap prima che si quotasse.

Da BravoAvia ad AirBnB

Laureato in economia e commercio, un master a Berkeley, Valta è partito da imprenditore, fondando BravoAvia e vendendola a Bravofly. Poi è passato agli investimenti, puntando su circa 80 società e realizzato 17 exit negli ultimi sei anni. Ha creato un portafoglio fatto di early stage (cioè di investimenti su startup ai primissimi passi) e round più maturi. I primi sono più rischiosi, ma hanno ritorni potenzialmente molto maggiori. “Serve più intuito”. I secondi tendono ad avere rischio minore, ma richiedono una “quota d’ingresso” più onerosa, come quella sborsata per entrare in AirBnB quattro anni fa. In entrambi i casi, “sono fondamentali il network e il passaparola”.

Space X: investire su Elon Musk

Il miliardario americano, specie quando si è parlato di Tesla, ha regalato agli investitori gioie e sudori freddi. È stato più cauto, fino a ora, su Space X: “Se si guardano i pro e i contro di una società di Musk – spiega Valta – credo lui possa essere inserito in entrambi. È l’imprenditore più geniale del nostro tempo ma implica anche degli inconvenienti”. Non solo per le sue uscite social poco ortodosse o per le promesse che sparano in alto. Un investitore, spiega Valta, deve chiedersi: “E se succedesse qualcosa a Musk?”.

In società così legate alla figura di chi le guida, “perdere la sua vision potrebbe essere un fattore di rischio”. Meglio, allora, scavare e andare oltre Musk. “Ho puntato su Space X perché credo nel progetto. Ho avuto modo di conoscere ex founder di Paypal e altri investitori che stavano scommettendo sulla società e mi hanno fatto appassionare. I manager stanno costruendo un’azienda che si basi su diversi canali di revenue (dall’esplorazione spaziale ai satelliti) e si autosostenga”.

Lime e il futuro dei monopattini

Tra le scommesse di Valta in corso c’è quella in Lime, una delle società – assieme a Bird – che ha smosso il mercato dei monopattini elettrici in condivisione. Da Uber a Lyft fino a Ford: sono molte le società accorse per intercettare la spinta di quelli che in Usa chiamano “scooter”. Settore ad alto potenziale o bolla? “Credo che ci sarà una regolamentazione, perché i monopattini non possono essere lasciati ovunque. Dal punto di vista del business, mi spaventa il fatto che non c’è bisogno di grossi asset. Chiunque oggi raccolga capitale può lanciare una flotta con il suo software e arrivare sulle strade. Diventerà un gioco di acquisizioni. Reggerà chi si muoverà in modo più veloce, mentre chi non raccoglierà capitale sparirà”.

Da Snapchat ai nuovi social privati

Un altro investimento, più maturo, di Valta è stato quello in Snap, la società che ha portato in borsa Snapchat. Arrivata a Wall Street con promesse esorbitanti, dopo un’Ipo trionfale è colata a picco, un po’ per l’incapacità di generare profitti e un po’ perché Instagram e Facebook hanno importato la sua principale innovazione: i messaggi a scomparsa, le Storie. Valta ha evitato il tracollo post-Ipo perché ha venduto prima. “Da investitore il rischio del mercato non rientra nelle nostre competenze. Quando una società si quota o viene acquisita, creiamo liquidità”. Snap, quindi, è stato un affare: “Abbiamo realizzato un ottimo ritorno”.

Oggi il mercato è tornato a scommettere sul social guidato da Evan Spiegel, non si sa se più attratto da un conto economico non più così rosso o ingolosito dal prezzo di saldo. Snapchat è stato schiacciato da Zuckerberg, ma Valta è convinto che “ci sarà altro che farà diventare vecchio anche Instagram. Se me lo avessero chiesto quattro o cinque anni fa non avrei rinunciato a Facebook, oggi credo che potrei farlo. Zuckerberg ha detto che i social saranno sempre più ‘privati’. E questo vuol dire meno condivisione. È ancora presto per dire se diventeranno dei trend, ma negli Usa ci sono app che vogliono creare delle piccole community, costituite dai propri familiari o da un gruppo di amici”.

La presenza di un attore dominante, come Facebook nei social, non sarebbe un limite per un investitore. Tutt’altro. In un panorama in cui poche grandi società si espandono fino a includere settori lontani da quello originario (basti pensare ad Amazon con il food delivery o AirBnB con i viaggi), ci sono “grandi opportunità, perché – sottolinea Valta – se crei un servizio fatto bene e specifico che possa essere integrato, per le grandi società è meno costoso comprarlo che svilupparlo internamente. Anche perché non si acquisisce solo il servizio, ma anche le competenze, il team e gli utenti”.  

Investire è (anche) questione d’età

Metà del portafoglio di Valta è investito negli Stati Uniti e circa un terzo in Europa. Due universi che restano distanti: “In Silicon Valley c’è una propensione al rischio diversa. Il mercato statunitense è gigantesco, con una sola lingua e un marketing unico fatto per cinquanta Stati. Trovi fondi e startup che ti propongono moltissimi servizi, ci sono distretti dove trovi le professionalità capaci di farle crescere. La controparte è nei costi e nella maggiore concorrenza. Dal punto di vista delle competenze, ad esempio, l’Italia è uno dei mercati più interessanti”.

La distanza non è solo questione di risorse: “Spesso si vedono idee anche molto buone che però devono scontrarsi con la dimensione del mercato. Se è destinato solo all’Italia, quanto potrà crescere? Questo limita tantissimo gli investimenti”. Nel nostro Paese, poi, si aggiunge un altro fattore: “Credo ci sia una grossa differenza generazionale”, afferma Valta, che è un under 40. “Chi oggi ha le mani sul capitale appartiene a una generazione che, nella maggior parte dei casi, non ha propensione sufficiente a investire nel digitale. Se poi non lo fa in maniera professionale, c’è il rischio di essere attratti da chi fa un pitch migliore anche se sotto non c’è sostanza. È vero che il digital ti permette di scalare più velocemente, ma bisogna pur sempre creare un’azienda”.

Le nuove tendenze

La sfida di un investitore, come sempre, è quella di intercettare le tendenze prima che si consolidino. Quali sono quelle all’orizzonte? “Computer vision e realtà aumentata saranno un grosso trend”, afferma Valta. “Oggi se guardiamo le applicazioni di mappe, vengono fatte in 2D. Siamo ancora dei punti sulla cartina. Ci sarà una grossa innovazione con l’utilizzo della fotocamera che permetterà di collocarti in un luogo con la realtà aumentata in 3D. Oppure potrò fotografare delle scarpe e vedere subito il link per comprarle. L’altro grande trend è tutto quello che è analisi dei dati. È fondamentale per ogni azienda. Sapere cosa vuole un consumatore e cosa posso offrirgli permette di canalizzare tutto in modo vincente”.

La riuscita di un progetto passa, al di là di ogni preconcetto, per uno dei più famelici e insaziabili giudici che il mondo contemporaneo conosca: il pubblico. Che sia un videogioco, un film, un libro, per quanto ci si possa sforzare a mettere “nero su bianco” le proprie idee e condividerle così col mondo, lo scoglio più importante da superare sarà necessariamente quello dell’apprezzamento della massa, assolutamente necessario e in grado di separare il memorabile dal dimenticabile.

Nel corso degli anni, gli sviluppatori ormai veterani di Remedy – team finlandese di grandissimo talento – hanno sempre saputo fare breccia nella mente dei videogiocatori coi propri prodotti, ma con qualche eccezione. Se, infatti, Alan WakeMax Payne si sono dimostrati dei capolavori immortali e ancora oggi amati in modo viscerale, lo stesso non si può dire di Quantum Break, accolto in maniera decisamente più fredda dalla critica e dai giocatori. Per tal motivo il fascino riscosso da Control, nuova IP creata dal suddetto team di sviluppo, è stato accolto con fare molto cauto e quasi disinteressato da parte di buona parte di addetti ai lavori e appassionati, spaventati dalla possibilità di ritrovarsi nuovamente faccia a faccia con un prodotto tutto sommato mediocre e incapace di elevarsi a uno status ben più importante.

Con l’avvicinarsi della data d’uscita (prevista per il prossimo 27 agosto), per fortuna il team finlandese ha voluto mostrare più volte la bontà della propria creazione, fino a far sì che in buona parte l’opinione sul nuovo titolo cambiasse, e di parecchio. Quello che è trapelato dalle prove “con mano” della nuova IP ha modificato radicalmente l’appeal della produzione, fino a trasformarlo in uno dei videogiochi potenzialmente più interessanti di questo scoppiettante finale di stagione.

control remedy

Ma che cosa rende Control così speciale? Noi ce ne siamo fatti più di una mezza idea e, tra speranze e convinzioni, abbiamo provato a spiegarvi perché siamo convinti che il nuovo titolo dei ragazzi di Remedy Entertainment possa dire la sua e, soprattutto, possa ridare lustro alla compagnia dopo il mezzo scivolone compiuto con Quantum Break che, a onor del vero, al sottoscritto è anche piaciuto abbastanza.

Fantasia e Creatività

Uno dei maggior punti d’interesse della produzione, in pieno stile Remedy, è certamente quello rinvenibile nel fattore creativo che riveste la nuova fatica del team finlandese. Il mondo di Control è un mondo pulsante e vivo più che mai, in cui la protagonista, Jesse Faden, è chiamata a fronteggiare una minaccia tanto complessa quanto inspiegabile. Seppur catapultata all’interno di un pericolo potenzialmente ben più grande di quello che si potrebbe credere, la sua è più che altro una missione più intima, che potrebbe sfociare rapidamente nella più classica vendetta personale. L’incedere della storia però ancora è tutto da scoprire, anche per noi.

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Quel che sappiamo per certo è che il mondo di gioco, letteralmente, muta nel corso del tempo. Control infatti è interamente ambientato in un’unica struttura, che fa da location a tutta l’avventura di Jesse, la quale però, muta in continuazione, togliendo così buona parte dei punti di riferimento al giocatore. Questa è sicuramente un’idea brillante, e il suo corretto sviluppo è certamente fondamentale ai fini della valutazione complessiva del prodotto. Ciò si collega fortemente anche all’aspetto più ludico della produzione. A livello di gameplay, il nuovo titolo dei ragazzi di Remedy, pur manifestandosi come un classico actionadventure, nasconde in sé una forte componente Metroidvania, in cui appunto l’avanzare della storia e la conseguente mutazione dell’ambiente circostante, unite all’acquisizione di nuove abilità da parte della protagonista, rendono l’esplorazione e il completismo una sorta di piacevole obbligo.

Fuoco a volontà

Trattandosi di un action chiaramente, si presuppone un certo tipo di trattamento speciale dato alla parte più d’azione e vale a dire in questo caso, i vari scontri a fuoco con i numerosi nemici sparsi per la mappa di gioco. Ed è qui che, incredibilmente, Control riesce a sorprendere. Gli scontri a fuoco sembrano eccitanti e divertenti, grazie anche alla possibilità di alternare il piacere di una sana crivellata di colpi ai poteri paranormali che Jesse acquisirà durante il corso della storia.

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Ciò che ci attende, dunque, è un titolo dal gameplay che si preannuncia divertente e appagante ma, purtroppo lo sappiamo, non sempre le buone premesse portano a risultati poi effettivamente positivi. Siamo convinti che il team abbia saputo imparare dagli errori commessi con Quantum Break, ma alcuni elementi risultano ancora poco chiari e potenzialmente forieri di perplessità e incognite più o meno rilevanti. Il nostro consiglio è quello di sperimentare, combinare e alternare, per poter colmare nel modo migliore la propria sete di curiosità che, in Control, può rappresentare un’arma in più.

Una storia importante

L’abbiamo ripetuto più volte: sul fronte del gameplay e dalla struttura in generale, Control sembra avere tutte le carte in regola per risultate un prodotto unico nel suo genere. Ma sul fronte narrativo? È inutile nasconderlo: sul piano strettamente tematico il nuovo pargolo di Remedy sembra non avere quella spinta in più, mostrandosi forse un tantino derivativo e poco ispirato. Sia la protagonista (interpretata dalla splendida Courtney Hope) sia il resto del cast sembrano sprovvisti di quel fascino tipico della novità e anche la storia di fondo non sembra esattamente un tripudio di inventiva. Per tal motivo, dunque, ci sentiamo di annoverare tra le cose che più vorremmo vedere qualche sorpresa dal punto di vista dell’impianto narrativo e delle tematiche. Del resto la stessa software house ha fatto sapere che potrebbe voler fare di Control un universo più espanso, con magari dei sequel e dunque sperare non costa nulla.

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Varietà e distruttibilità

Tornando al discorso gameplay, è chiaro quanto anche l’evoluzione della protagonista, ludicamente parlando, sia di fondamentale importanza. Capire come si evolverà Jesse nel corso della storia, quali abilita riuscirà a padroneggiare e, soprattutto, come si sposeranno queste nell’economia generale del titolo è un altro snodo fondamentale. Ciò diventa anche più importante se si pensa che la bella rossa avrà a disposizione uno skill tree (in verità alquanto limitato) che potrebbe modificare in modo più o meno evidente l’incedere dell’avventura. Si prospetta un trionfo della semplicità? Parrebbe di sì, ma ci piacerebbe capire come e in che modo verrà sviluppato il tutto.

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È veramente tutto “sotto Control”?

Molte persone, diciamoci la verità, non si fidano ancora di Control. La nuova fatica di Remedy è paragonabile a un giovane atleta di gran talento, destinato a fare grandi cose, ma accompagnato da molte incognite. Se questi punti, da noi elencati come principali per valutare l’effettivo valore del titolo, verranno sistemati a dovere e rispetteranno le aspettative della vigilia, allora sì che ci troveremo di fronte a un vero e proprio capolavoro. Sarà il miglior titolo di Remedy? Lo scopriremo molto presto. Noi ci crediamo. E voi?

L’articolo Control: cosa ci aspettiamo dal titolo di Remedy proviene da GameSource.

La marina degli Stati Uniti ha deciso di rimuovere i comandi touchscreen dai cacciatorpedinieri di classe “Destroyer”, riportandoli a un sistema di guida meccanico. La decisione, che riguarderà sia i comandi di bordo sia il timone, è stata presa in seguito a due incidenti causati proprio dalle navi da guerra, che sarebbero diventate troppo difficili da manovrare per l’equipaggio.

Il primo incidente risale all’agosto del 2017, quando la Uss John S. McCain ha accidentalmente speronato una petroliera al largo di Singapore, causando dieci morti e numerosi feriti. In un episodio analogo, due mesi prima, la Uss Fitzgerald aveva colpito una nave cargo al largo del Giappone, causando sette morti.

Come riportato da Usni News, organo di stampa della marina statunitense, un’indagine interna ha accertato che i marinai a bordo delle due navi non erano stati adeguatamente formati al nuovo tipo di comandi e che, nonostante questo, il giorno dell’incidente avevano deciso di utilizzare il controllo manuale del cacciatorpediniere senza avvalersi degli strumenti di assistenza alla navigazione, dal momento che “consente una forma diretta di comunicazione tra il timone e la console della nave”.

Inoltre la modalità manuale ha disattivato, a insaputa dei marinai, anche il blocco di sicurezza che impedisce a più membri dell’equipaggio di impartire comandi alla nave dalle diverse stazioni di controllo presenti a bordo. Secondo quanto ricostruito, mentre la nave operava nel trafficato stretto di Singapore, le stazioni di poppa e prua hanno cercato di governare la nave contemporaneamente, di fatto passandosi il comando tra loro inconsapevolmente, e senza riuscire a evitare l’impatto.

Tra le considerazioni allegate all’analisi, risulta centrale quella secondo cui una risposta tattile del timone, tipica dei sistemi meccanici, avrebbe permesso a chi operava di capire che qualcun altro stava manovrando dall’altra postazione. Un sondaggio interno alle forze armate ha permesso di registrare la preferenza dei marinai per il precedente sistema meccanico rispetto alle più moderne plance elettroniche, caratterizzate anche da una migliore visibilità dei comandi.  

Il portavoce della marina, Colleen O’Rourke, ha dichiarato a USNI News che “la Marina sta progettando di installare timoni fisici su tutte le navi di classe DDG-51 dotate dell’Integrated Bridge and Navigation System (Ibns). La prima installazione è prevista per l’estate del 2020, dopo che le modifiche hardware e software saranno state sviluppate e testate per garantire che la nuova configurazione sia sicura, efficace e che abbia un addestramento in loco”.

“Il Pd è finito”, dice Carlo Calenda ai microfoni di Circo Massimo, su Radio Capital. “Così com’è è finito sicuramente. Dopodiché può decidere di andare oltre sè stesso, rilanciarsi, ricostruirsi in qualcosa di diverso”, ragiona l’europarlamentare dem, che poi delimita i confini della scissione nel partito: “Ci sono due Pd: uno ha i gruppi parlamentari e un altro ha il partito. Nell’ultima direzione ho proposto di creare una segreteria politica in cui la gente si guarda in faccia e prende una decisione comune. I primi a non volerlo sono stati i renziani. Renzi non si siede con nessuno, non prende la telefonata di nessuno e non discute con nessuno. Questa è la verità”, dice l’ex ministro.

“La scissione nel Pd già c’è Ormai è un dato di fatto. Renzi ha fatto un’intervista, non solo facendo zompare per aria il Pd ma anche facendolo diventare argomento di conversazione al posto della crisi di governo. Il tutto senza fare una telefonata a nessuno. E questo aveva detto che avrebbe fatto il senatore semplice e che non avrebbe parlato per due anni… pensa se parlava”.

Il governo istituzionale proposto da Renzi, che vedrebbe insieme i parlamentari dem e i 5 stelle, secondo Calenda “rischia di farsi, perché l’impulso all’autopreservazione del ceto politico è gigantesco. E l’ex premier ha bisogno di più tempo per fare il suo partito. Ma così offriremo un’occasione gigantesca a Salvini”. L’ideatore di Siamo Europei, però, non si arrende: “Non vuol dire che non si lotterà fino alla fine. Io cercherè di costuire un fronte repubblicano, come sto dicendo da mesi, ma insieme al Pd. Si può anestetizzare questa ferita solo rilanciando un grande progetto politico che al momento anche Zingaretti mi sembra non stia lanciando. Se vuole fare il segretario del Pd e non l’amministratore straordinario della liquidazione”, consiglia Calenda, “deve rilanciare facendo un grande progetto che coinvolga e vada oltre il Pd. Se avrà il coraggio di farlo, esisterà qualcosa che non sarà il Pd come lo conosciamo oggi. Se non lo farà, il Pd scenderà al 15% e poi ci sarà una sinistra frammentata. E questo significherà consegnare l’Italia a Salvini. Mi batterò contro questa prospettiva. Magari sarò solo come un pirla…”.

L’ex ministro vede una sola via maestra: “Il confronto democratico con le elezioni. E la costruzione del fronte democratico e repubblicano. Abbiamo una battaglia da fare contro chi ci vuole portare fuori dall’Europa, e questa battaglia si fa a viso aperto, non facendo accrocchietti per qualche mese”.

“Il caldo è torrido e la gente rumoreggia sugli spalti. Sembra che questi yankee non vedano l’ora di vedere un po’ di rottami volanti. Per fortuna sono riuscito a nascondere la pipa sotto la tuta e a trovare un posto dove fumarla. Questa carica di Tuskgee Airman non è male, tutto sommato c’è di peggio prima di rischiare l’osso del collo su un bestione da quattro tonnellate. Andiamo va… Che qualcuno mi regga la pipa, e che me la mandi buona…”

Squalo parco! Adoro il metallo!

Il menù iniziale del gioco ci accoglie con una scarica di heavy metal ed effetti sonori durante gli spostamenti tra i menù che sono decisamente “impegnativi” da sopportare in prima battuta. Nella speranza che non abbiate bambini che si sono appena addormentati, benvenuti in Monster Jam Steel Titans per PlayStation 4.

Finiti i trenta secondi obbligatori di “headbanging”, la voglia di agire sulle opzioni audio è impellente: la musica è così alta che copre qualsiasi cosa, sound del monster truck compreso. Una volta calmate le acque, inizierà un tutorial che vi presenterà la parte iniziale dell’area degli allenamenti, che altro non sarà che una sorta di canyon denominato “Monster Jam University” dove iniziare a prendere dimestichezza con i comandi e le varie tipologie di acrobazie.

Monster Jam Steel Titans

Una volta completato il tutorial, inizierete a capirci di più sulle varie modalità. Il gioco di per sé e molto statico fin dall’inizio, se pensavate di ritrovarvi nel fervore adrenalinico di uno spettacolare trionfo di lamiere divelte, gomme che volano e ambientazione da devastare, purtroppo rimarrete molto delusi.

I Monster Truck sono 25 in tutto, tutti i più celebri su licenza con relativi piloti mentre gli Stadi dove andrete a esibirvi invece sono in tutto 12. Lo scopo del gioco è iniziare da gare di minore importanza fino a diventare via via più abili e arrivare a competere alle Monster Jam Finals. Detto così sembrerebbe tutto molto avvincente e fa anche venir voglia di mettersi subito alla prova, ma purtroppo la disillusione è dietro l’angolo.

Monster Jam Steel Titans

Vorrei ma non posso

Iniziamo subito col dire che Monster Jam Steel Titans si avvale dell’Unreal Engine 4: parliamo di un motore grafico che è stato usato per Assetto Corsa Competizione e Gears of War 4, tanto per citarne qualcuno. Siamo d’accordo che il genere è diverso, ma tutto sommato è lecito aspettarsi qualcosa di più. Monster Jam Steel Titans dovrebbe essere il trionfo di fango sulle carrozzerie e ostacoli divelti, invece il fango finisce appena appena sulle gomme e molti degli ostacoli quando vengono colpiti non si rompono, semplicemente si spostano. Gli enormi pneumatici non lasciano nemmeno un’impronta a terra, I Monster Truck sono tutto sommato ben realizzati, così come il rumore del motore, tuttavia l’ambientazione lascia un po’ a desiderare: ci sono prove di demolizione in cui vince chi totalizza più punti nel distruggere le cose: casse di legno, barili, macchine, furgoni…

Solo le casse vengono distrutte, i barili vengono lanciati via, macchine e furgoni rimangono perfettamente intatti, anche se vi viene segnato il punteggio inerente all’averli colpiti. La sola cosa che si distrugge del Monster Truck è la carrozzeria, dal punto di vista meccanico si rompe solo una ruota (sempre e solo la posteriore destra). Per metterla a posto basta fermarsi e tener premuto X. A costo di sembrare severi, nel 2019 cose di questo genere sono difficilmente tollerabili.Non stiamo parlando di un progetto Indie, Rainbow Studios è uno degli studios di Rainbow Multimedia Group che negli anni si è reso celebre (con alterne fortune) per l’esserci specializzato nei videogiochi Off Road. Il loro ultimo lavoro, “MX vs. ATV Unleashed”, non raccolse i frutti sperati per via di meccaniche di gioco fallaci e un gameplay abbastanza monotono. Le stesse problematiche, purtroppo, le troviamo in Monster Jam Steel Titans. E i problemi non finiscono qui.

Monster Jam Steel Titans

Arcade… Sì, ma con moderazione

Monster Jam Steel Titans non è un simulatore di guida, è chiaro e non vuole nemmeno elevarsi a tanto, tuttavia sarebbe d’uopo rispettare almeno qualche legge della fisica, non tutte siamo d’accordo, ma meglio andarci piano con le licenze poetiche: quando parliamo di Monster Truck parliamo di veicoli realmente esistenti, con motori da quasi 2000 CV, gomme da 66 pollici e un peso complessivo che supera le 4 tonnellate. All’interno del gioco mezzi di questo genere volteggiano nell’aria dopo un salto, compiendo piroette, giravolte e ogni tipo di acrobazia, con un “effetto flipper” sempre in agguato che renderà totalmente imprevedibile il comportamento del mezzo. Come se non bastasse, nelle situazioni più concitate, improvvisi cali di frame rate rendono il tutto abbastanza complicato da gestire.

L’Intelligenza Artificiale è non pervenuta: durante i testa a testa o le prove in cui si gareggia per arrivare primi nelle gare all’aperto, gli avversari si limitano a procedere in fila indiana e non oppongono alcuna resistenza: è tutto nelle vostre mani, vi basta non fare errori per portare a casa facili vittorie e convertire il denaro vinto nell’acquisto dei Monster Truck più famosi. Negli eventi freestyle, vi basta applicare le poche combo spiegate nel tutorial per sbaragliare la concorrenza. Il sistema di evoluzione del mezzo, con denaro spendibile per migliorare elementi come motore, telaio e maneggevolezza, risulta ben poco influente nell’effettiva gestione del mezzo. Una volta fatta un po’ di pratica sui trick più redditizi e sulle manovre da fare, si possono vincere gli eventi di freestyle facendo sempre le solite due o tre cose.

Monster Jam Steel Titans

Multiplayer? No grazie.

Che ci crediate o meno, Monster Jam Steel Titans non ha una modalità multiplayer. Il gioco si basa infatti solo sul single player con modalità free roaming in cui potete esplorare la mappa della Monster Jam University, che si amplia via via che vincete le gare, una modalità carriera e la modalità “gara veloce” dove provare qualche specialità singola. Il fatto di non aver previsto la modalità multigiocatore, lascia parecchio perplessi: Monster Jam Steel Titans è un gioco concettualmente “vecchio” e il potersi confrontare con altri giocatori avrebbe reso senz’altro le cose un minimo più avvincenti. Acquistare un gioco la cui Collector’s Edition costa 80 euro circa per ritrovarsi a fare scampagnate nel bosco e acrobazie ai limiti dell’assurdo, è un’idea che potrebbe non venire a molte persone.

“… E anche stavolta è andata bene, sono tutto intero. Un po’ meno il truck, quella gomma tagliata pensava di mettermi fuori gioco, illusa. Ora me ne fumo un’altra alla svelta, prima di quelle noiosissime interviste… Sta storia dei mezzi pesanti sta iniziando a diventare gustosa, chissà che non decida di provarli più spesso.”

Monster Jam Steel Titans


Senza voler essere troppo negativi, nonostante il voto nettamente insufficiente, possiamo dire che Monster Jam Steel Titans è il classico videogame adatto a un pubblico giovane, che pensa solo a divertirsi durante le merende con gli amichetti. Se siete alla ricerca di qualcosa di interessante in merito al mondo dei Monster Truck, purtroppo è meglio lasciar perdere e sperare in qualcosa di meglio in futuro. Il gioco viene venduto intorno ai 40 euro. Se volete provarlo, il consiglio è di aspettare che scenda di prezzo, perché il rischio che finisca presto a prendere polvere sullo scaffale o in fondo alla libreria della Ps4 è molto alto.

L’articolo Monster Jam Steel Titans – Recensione proviene da GameSource.

Fanno segnare ancora il segno “più” i risultati della lotta all’evasione tariffaria condotta da Atac. A luglio 2019 l’azienda ha controllato 288.717 passeggeri (pari a 9 mila al giorno), il 57% in più rispetto allo stesso mese dell’anno scorso, ed elevato oltre 17.332 multe, il 35% in più rispetto allo stesso mese del 2018. I risultati di luglio confermano il trend di miglioramento che prosegue ormai da tempo. In particolare, nei primi sette mesi dell’anno sono stati controllati oltre 2 milioni e 200 mila passeggeri, il 36% in più rispetto allo stesso periodo del 2018, e sono state elevate oltre 134 mila multe, il 42% in più rispetto al periodo gennaio-luglio dell’anno passato.

Anche sul versante dei pagamenti dei verbali entro i primi 5 giorni si conferma il notevole miglioramento favorito dalla dotazione alle squadre di verifica di pos per il pagamento tramite carte elettroniche. A luglio 2019, gli importi derivanti dal pagamento delle sanzioni entro i cinque giorni sono più che raddoppiati (+112%) rispetto allo stesso mese del 2018. Complessivamente, nei primi sette mesi del 2019 i verbali pagati entro i primi cinque giorni sono cresciuti del 125% rispetto allo stesso periodo del 2018.