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L’Iran respinge le accuse del segretario di stato Usa Mike Pompeo che ritiene la repubblica islamica responsabile dell’attacco con i droni che ieri ha dimezzato la capacità produttiva petrolifera dell’Arabia Saudita. L’attacco è stato rivendicato dai ribelli Houthi dello Yemen. “Accuse e commenti così sterili e cieche sono incomprensibili e insensate”, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Abbas Moussavi, suggerendo che sono destinate a giustificare “azioni future” contro l’Iran. 

 

Nel criticare il presidente della Repubblica, il deputato venete Vito Comencini ha usato “toni sicuramente sbagliati” e “sono convinto che si debba mantenere il rispetto, ma è anche chiaro che la maggioranza degli italiani si sente tradita e presa in giro”: lo ha affermato il leader leghista, Matteo Salvini, in un’intervista al Corriere della Sera. “Siamo sempre lì: perché il Pd al governo”, si è chiesto l’ex vicepremier, “a una persona normale questa sembra una follia”.

L’attacco a Sergio Mattarella era venuto dall’assemblea federale della Lega. Dal palco dell’assise, a Pontida, il deputato 31enne di Bussolengo, nel Veronese, Vito Comencini aveva detto: “Mattarella mi fa schifo” perché “mi fa schifo chi non tiene conto del voto del 34 per cento degli italiani”. 

“Possono essere sbagliati i toni… bisogna sempre portare rispetto. Sicuramente sono state fatte scelte che non corrispondono alla volontà popolare nelle ultime settimane ma io non uso l’insulto e propongo agli italiani un cambiamento” ha poi detto il leader della Lega a Pontida.

Salvini ha spiegato l’idea del referendum sul maggioritario “per trasformare il nostro sistema in un sistema in cui chi prende più voti governa”. Poi ha detto di attendere il governo Conte-bis al varco: “Nessuna traversata nel deserto, questi dovranno pure cominciare a lavorare e lì vedremo: Giustizia, scuola, lavoro…”. “Poi, quando i 5 Stelle si accorgeranno di essere diventati una corrente del Pd, allora sì che ci sarà da ridere”. 

 

Un bambino e il padre hanno perso la vita in un tragico incidente sulla statale Torino-Pinerolo, dopo che l’auto su cui viaggiavano ha preso fuoco. E’ accaduto poco dopo le 8,30 vicino all’uscita di Riva, in direzione Pinerolo: stando alle prime ricostruzioni dei Vigili del fuoco, c’è stato uno scontro fra due vetture che dopo l’impatto hanno preso fuoco.

Un uomo e il figlioletto sono rimasti intrappolati nell’auto in fiamme e sono morti mentre il conducente dell’altra vettura è rimasto ferito. A dare l’allarme è stata la moglie e madre delle due vittime, che viaggiava con un altro figlio neonato, non è chiaro se a bordo della stessa vettura o di un’auto che seguiva quella del marito. La statale è stato chiusa in direzione Torino con uscita obbligatoria a Piscina. 

Borderlands 3 è uscito da pochi giorni ma si stanno già scoprendo molti easter egg, uno dei quali dedicato a One Punch Man. Ovviamente parliamo di un’arma, siamo sempre in Borderlands, no? Ecco dove trovare il fucile dedicato al supereroe pelato.

Borderlands 3 One Punch Man

Dovrete andare alla ricerca di One Punch: sì, avete letto bene, ci sarà un nemico chiamato proprio così, con un braccio enorme capace di uccidervi con un solo pugno.  Uccidetelo per avere una certa possibilità che droppi il fucile leggendario One Punch Chump. Ha il 50% di possibilità di non sprecare proiettili ad ogni sparo, 1,424 di danno bonus e il 20% circa di velocità di ricarica. Non male.

Per trovare One Punch andate a Promethea nel Meridian Metroplex. Andate verso l’uscita che porta a Lectra City. Troverete una missione a Lectra chiamata “Prova di moglie”. Questa missione inizia proprio nella stessa zona dove spawna One Punch. Scendete le scale e restate vicini ai muri a sinistra fin quando non vedrete un’apertura e una recinzione. Oltre la recinzione vi saranno degli interruttori, delle leve e delle ruote. Queste  apriranno la porta dall’altro lato, alla fine del corridoio, da dove uscirà il vostro obiettivo. Per aprire la porta dovrete seguire quest’ordine: tasto a sinistra, ruota a destra, leva a destra, leva a sinistra.

Borderlands 3 One Punch Man
Ricordate che non è certo che One Punch vi lasci il fucile una volta morto. In questo caso vi basterà uscire dall’area e riprovare, uccidendolo ancora fin quando non avrete l’arma. Inoltre in Borderlands 3 potrete far vostro anche il fucile a tema Rick e Morty, proprio nella stessa zona in cui prenderete quello di One Punch Man.

L’articolo Borderlands 3: dove trovare il fucile a tema One Punch Man proviene da GameSource.

Sempre lì – facendo lo slalom fra i tribunali – la stessa domanda: ma gli autisti di Uber e i fattorini che consegnano cibo a domicilio sono lavoratori dipendi? Una nuova legge, in California, risponde: sì, devono avere contratto, stipendio, ferie e malattie pagate. La proposta è già stata approvata e, dopo il passaggio dal Gavin Newsom (che ha già fatto sapere che firmerà), dovrebbe entrare in vigore dal prossimo primo gennaio. Tutto chiuso? Neanche per sogno. 

La linea dura di Uber

Tony West, capo degli affari legali di Uber, ha già fatto sapere la compagnia non applicherà il provvedimento: “Non siamo estranei alle battaglie legali”. Come a dire: non abbiamo problemi a tirarla per le lunghe in tribunale. Meglio qualche milione di parcelle che ricevere un duro colpo alle casse della compagnia. Lyft, tramite un portavoce, aveva già dichiarato al New York Times di essere delusa dalle legge californiana, perché rappresenta “un’occasione persa per supportare la stragrande maggioranza dei conducenti, che desiderano una soluzione bilanciata tra flessibilità, benefit e standard di guadagno”. Non un rifiuto secco, quindi, ma la richiesta di un inquadramento preciso: né dipendenti, né autonomi. L’impressione è quindi che si vada verso nuovi scontri, che dovrebbero poi evolversi in negoziazioni.

Cosa prevede la legge

Uber e la sua principale concorrente statunitense, Lyft, sono i primi nomi a cui si pensa. Ma la legge coinvolgerebbe tutte le attività che rientrano nel perimetro (sfumato) della cosiddetta gig-economy: impieghi gestiti da app e siti, che vanno dal food delivery alle corse in auto, dalle piccole commissioni ai lavori domestici.Il disegno di legge, noto come Assembly Bill 5, è stato approvato perché, di fatto, le piattaforme eserciterebbero un controllo diretto sugli autisti. Secondo le compagnie, invece, sarebbero collaboratori che possono organizzarsi in modo autonomo e flessibile.

Se alcune sentenze (contraddette da altre) hanno già indicato autisti e fattorini come “dipendenti”, adesso c’è di mezzo una legge, in uno stato importante come la California (dove Uber e Lyft hanno sede) che potrebbe ridare slancio a norme statali ma anche federali. Lo scorso anno New York ha approvato un salario minimo per i driver, ma senza classificarli come dipendenti. Il loro status è sempre stato discusso, ma fino a una manciata di anni fa le compagnie potevano permettersi un “no” secco, senza condizioni. Oggi l’aria è cambiata, anche dal punto di vista politico: tre candidati alla presidenza democratica (Kamala Harris, Bernie Sanders ed Elizabeth Warren) si sono già detti favorevoli a un regolamentazione dei gig-lavoratori a livello nazionale.  

Le possibili conseguenze

L’impatto della legge californiana potrebbe essere massiccio: i lavoratori interessati sarebbero circa un milione. Presto per definire il peso sulle casse delle piattaforme, ma secondo alcuni esperti interpellati dal New York Times, inquadrare tutti come dipendenti potrebbe gonfiare i costi del 20-30%. Uber e Lyft hanno sottolineato che sarebbero costrette a programmare i turni e limitare la flessibilità degli autisti (anche se questo punto è ancora discusso a livello giuridico). Le società potrebbero, per ragioni economiche, dosare il numero dei driver attivi: se le piattaforme dovessero pagare uno stipendio, tenderebbero a operare solo nelle zone in cui gli incassi giustifichino i costi del personale. È già così, ma i margini sarebbero molto più ristretti. Risultato: in alcune aree, potrebbero essere coinvolti meno autisti e il servizio potrebbe peggiorare.

Negoziazione e lobbying

L’avvicendamento tra il fondatore Travis Kalanick e Dara Khosrowshahi, ceo di Uber dal settembre 2017, è servita anche a dare un volto nuovo e a inaugurare una strategia meno frontale. Non solo a parole: Uber ha offerto tutele assicurative e ascoltato le richieste degli autisti su alcune funzioni che tutelassero la loro sicurezza. Ma il nuovo corso, come quello vecchio, non si è mosso di un millimetro sullo status di dipendenti. Nella gig economy, i modelli di remunerazione, negli Stati Uniti come in Italia, non sono tutti uguali.

Ma tutte le società sono d’accordo su questo punto. Con una flotta di assunti, sarebbe difficile gestire le piattaforme e i costi lieviterebbero fino – in alcuni casi – a farle collassare. Uber lo ha scritto chiaramente alla Sec al momento della quotazione: “La nostra attività sarebbe compromessa se i conducenti fossero classificati come dipendenti anziché come lavoratori autonomi”. Ecco perché, l’atteggiamento accomodante di Khosrowshahi è stato supportato da una massiccia attività di lobbying. Secondo la Ong Opensecrets, la spesa di Uber negli Stati Uniti è passata da 1,36 milioni di dollari del 2016 a 1,83 milioni del 2017. Fino ad arrivare, lo scorso anno a 2,31 milioni. Nessuna impresa nel settore trasporti ha speso di più. Anche l’esborso di Lyft è cresciuto, passando in due anni da 250.000 a 870.000 dollari. Soldi che, lecitamente, vengono utilizzati per discutere con politici e regolatori. C’è stato il tentativo di farlo anche in California, senza trovare un accordo. Per ora.

Nè dipendenti, né autonomi

Uber e Lyft, che in California hanno centinaia di migliaia di autisti, hanno affermato che il lavoro a contratto offre più flessibilità. Sarebbero quindi autonomi non solo nella forma ma anche nella sostanza. Le società hanno sottolineato che non tutti i driver sarebbero d’accordo a essere inquadrati come dipendenti e hanno invitato gli autisti a far sentire la loro voce. C’è quindi chi preferirebbe l’attuale status.

Ma c’è anche una parte della flotta che protesta da tempo. A maggio, nel giorno della quotazione, sono stati organizzati scioperi in diverse città. Motivo: l’incasso miliardario degli azionisti al suono della campanella di Wall Street non è stato in alcun modo distribuito agli autisti, che hanno definito “briciole” i bonus concessi dalla compagnia.

 

 

Domenica 15 settembre gli elettori in Tunisia saranno chiamati a eleggere il nuovo presidente che raccoglierà l’eredità lasciata da Beji Caid Essebsi. Morto a 92 anni lo scorso 25 luglio, è stato il primo capo di stato del Paese eletto democraticamente dopo la Rivoluzione dei Gelsomini del 2011.

In lizza, quest’anno, ci sono 26 candidati: tra loro una serie di pesi massimi della politica tunisina, dall’attuale primo ministro Youssef Chahed al ministro della Difesa Abdelkarim Zbidi, dall’ex presidente Moncef Marzouki (in carica ad interim per tre anni tra 2011 e 2014) all’esponente del partito islamista Ennahda, Abdelfattah Mourou. E poi ancora Abir Moussi, una delle due sole donne candidate, senza naturalmente dimenticare quello che diversi osservatori indicano come il favorito numero uno: Nabil Karoui, magnate della televisione attualmente in carcere per un caso di corruzione e riciclaggio di denaro.

La posta in gioco

In Tunisia il presidente detiene il potere decisionale in materia di politica estera, di difesa e di sicurezza nazionale, mentre del resto si occupano il governo e il parlamento. È da questo presupposto, e da un complicato intreccio di date, che conviene partire per provare a comprendere la portata del voto del prossimo fine settimana.

Il 6 ottobre, a venti giorni di distanza dalle elezioni presidenziali, i cittadini tunisini si recheranno infatti alle urne anche per rinnovare il parlamento: in un mese appena, il panorama politico a Tunisi rischia insomma di cambiare in maniera notevole. In verità non è neppure detto che lunedì prossimo, dopo il voto, la Tunisia si risvegli con un nuovo presidente: se nessun candidato dovesse ottenere la maggioranza assoluta, è previsto un ballottaggio tra i due più votati. In questa (probabile) eventualità, il secondo turno slitterebbe a dopo il voto parlamentare.

Il rimescolamento di date è dipeso dalla morte di Essebsi: originariamente, infatti, il calendario di voto prevedeva a ottobre l’elezione del parlamento e solo in un secondo momento, a novembre, quella del presidente. La necessità di nominare un nuovo capo di stato entro 90 giorni dalla morte di Essebsi, come sancito dalla costituzione tunisina, ha però ribaltato tutto, provocando una corsa alle presidenziali di tutti i partiti politici.

Secondo il Washington Post, la bagarre è “estremamente competitiva e straordinariamente imprevedibile” e l’attenzione posta sulle elezioni presidenziali, dovute all’incertezza dell’esito, rischia di relegare le elezioni parlamentari a un evento secondario.

Il quotidiano statunitense sottolinea come il risultato delle urne potrebbe incidere sul sistema semi-presidenziale attualmente in vigore in Tunisia. Un presidente senza il sostegno di un partito forte in parlamento, scrive il WP, potrebbe sostenere un sistema più presidenziale e spingere per cambiamenti costituzionali. Viceversa, un presidente con un forte sostegno parlamentare potrebbe avere interesse a rafforzare il parlamento.

La rivoluzione democratica, l’economia che stenta

Di tutti i paesi coinvolti più pesantemente dalle rivoluzioni dei primi anni Dieci del Duemila, la Tunisia è l’unico a essere considerato un esempio di successo, a differenza di stati nordafricani come Egitto e Libia o di mediorientali come Yemen e Siria. La deposizione del presidente Zine El-Abidine Ben Ali, dopo oltre 23 anni al potere, ha aperto una stagione che giunge ora alle seconde elezioni democratiche del paese.

La transizione dalla Primavera Araba, che proprio in Tunisia prese il via dopo la morte del giovane Mohamed Bouazizi nel dicembre del 2010, ha tuttavia attraversato lunghi periodi di caos e di violenze (in particolare a cavallo del 2013) e diversi episodi di terrorismo che proseguono ancora oggi.

Sicurezza da una parte, economia dall’altra: ancora oggi sono questi due delle questioni irrisolte del paese africano più vicino all’Italia. “La gente dice che le cose vanno peggio ora rispetto al 2011 a causa di problemi di sicurezza e dei costi che devono affrontare, ad esempio, per l’istruzione e la vita quotidiana”, ha raccontato al Guardian l’ingegnere tunisino Hichem el Amri. Il prezzo dei beni di prima necessità, si legge sul quotidiano britannico, dalla rivoluzione in poi è raddoppiato o addirittura triplicato.

In un’economia che stenta a ristabilirsi, un ruolo fondamentale lo ricopre il sostegno economico internazionale. Quello arrivato dagli Stati Uniti (che recentemente hanno stipulato un accordo da 335 milioni di dollari per i prossimi cinque anni) e anche dall’Unione europea, in questi anni al fianco di Tunisi con progetti bilaterali da due miliardi e mezzo tra 2011 e 2017 e altri 500 milioni in arrivo fino al 2020. Il voto di domenica, e le dinamiche politiche che ne scaturiranno, sarà importante anche in ottica internazionale.

Uno sguardo ai candidati

La lista dei candidati, come detto, è lunga. Da segnalare la presenza, per la prima volta, di un esponente di Ennhada, il cosiddetto Movimento della Rinascita, di orientamento islamista e bandito dalla scena politica fino alla rivoluzione del 2011. La presenza di Abdelfattah Mourou, 71 anni, è di spessore, considerato il consenso di cui gode Ennahda: lo scorso anno, per esempio, la sua rappresentante Souad Abderrahim è stata eletta sindaco di Tunisi.

A competere per la poltrona da presidente c’è poi l’attuale primo ministro Youssef Chahed, in carica dal 2016, fautore di una politica di tagli alla spesa pubblica nel tentativo di risanare i conti tunisini. Il premier, che la prossima settimana compirà 44 anni, è presidente del partito Long Live Tunisia (Tahya Tounes), dopo aver abbandonato Nidaa Tounes, lo schieramento dell’ex presidente Essebsi.

In lizza anche Abdelkarim Zbidi, 69 anni e ultimo ministro della Difesa tunisino, carica da cui si è dimesso dopo aver ufficializzato la propria corsa presidenziale. In campagna elettorale, Zbidi ha promesso di modificare la costituzione per porre fine alla “irragionevole” divisione del potere tra le cariche di primo ministro e di capo di stato. Sulla stessa lunghezza d’onda c’è Abir Moussa, una delle due donne candidate, che intende rivedere la legge fondamentale dello stato e rafforzare la centralità del potere. Moussi, 44 anni, è il volto del Movimento Destourian, l’erede del Raggruppamento Costituzionale Democratico fondato dall’ex presidente esiliato Ben Ali.

A tentare un’affermazione a sorpresa ci saranno anche due ex primi ministri: il 57enne Mehdi Jomaa, in carica tra 2014 e 2015, e Hamadi Jebali, al governo tra la fine del 2011 e il 2013.

Il nome più chiacchierato di tutti rimane però un altro: quello di Nabil Karoui. Il 56enne, fondatore del canale televisivo Nessma (di cui dal 2008 Mediaset detiene il 25% della proprietà), da fine agosto si trova in carcere per un’accusa di riciclaggio e frode finanziaria. La sua candidatura, fino a un’eventuale condanna, rimane comunque valida; dal canto suo, Karoui e il suo partito (Qalb Tounes, Al cuore della Tunisia) lamentano una detenzione di natura politica.

Oltre che in tribunale, la sua figura è da mesi al centro del dibattito parlamentare: nel 2017, ricorda Reuters, ha fondato un’associazione benefica per combattere la povertà, e da allora non ha perso occasione per pubblicizzare le sue attività filantropiche anche tramite il popolare canale televisivo di cui è proprietario. Una mossa che ha scatenato le opposizioni: a giugno, l’assemblea tunisina ha approvato una legge che impedisce a chi gestisce enti di beneficenza di presentarsi alle elezioni. Il testo, prima di entrare in vigore, aveva bisogno della firma del presidente: un passaggio che il defunto Essebsi non ha mai fatto, e che consentirà a Karoui di correre per ereditarne il testimone.

Gigabyte ha annunciato il suo schermo curvo 1500R, l’AORUS CV27Q Tactical Gaming Monitor, il nuovo pannello 16:9 QHD (2560x1440px) da 27″ con la tecnologia Black Equalizer 2.0.

AORUS Gigabyte

I giocatori sicuramente apprezzeranno le funzionalità e la sensazione che questo schermo offrirà al gioco. Il Black Equalizer 2.0 divide lo schermo in 1,296 sotto-aree. Questo permette di equalizzare le parti nere senza il rischio di esposizione dalle altre aree. Tutto questo a vantaggio non solo dei giochi ma anche di chi ama guardare film.

Sin dal lancio della serie Tactical Gaming Aorus, l’esclusivo ANC (Cancellazione attiva del rumore) è ciò che i gamers hanno specialmente apprezzato. L’esclusivo design IC permette infatti una comunicazione senza rumore ambientale, ottenendo così una qualità dell’immagine senza pari grazie all’ANC. L’ANC 2.0 fornisce un rapporto segnale-rumore (SNR) di 120 dB e supporta cuffie ad alta resistenza fino a 600 ohm (Ω).

Gli utenti cosi potranno usare le cuffie e apprezzare anche il suono che l’ANC 2.0 ha da offrire. La curvatura dell’Aorus CV27Q 1500R è al pari della curva dell’occhio umano. Cosi si avrà un’esperienza totalmente immersiva rispetto al pannello 1800R. AORUS

L’Aorus CV27Q ha una frequenza a 165Hz con tempo di risposta di 1ms. Per quanto riguarda l’immagine provvede un DCI-P3 al 90% ed un pannello a 8 bit per un’immagine più nitida. Nondimeno, Aorus CV27Q supporta l’AMD Radeon FreeSync 2 HDR technology. Completano la dotazione la compensazione del basso framerate (LFC) e l’HDR.

AORUS

Aorus CV27Q è dotato di una soluzione di illuminazione digitale a LED sul retro con supporto metallico regolabile in 3 dimensioni. Inoltre c’è la possibiltà di ricaricare direttamente dallo schermo, rendendo superfluo supporti esterni. Il CV27Q segue le stesse innovazioni degli altri monitor Aorus con GameAssist, AORUS Dashboard e tutte le caratteristiche di AORUS. La funzione di allineamento del display aiuta l’utente ad allineare i suoi schermi in maniera precisa.

Qui vengono riassunte le caratteristiche principali della GIGABYTE Aorus CV27Q:

  • Black Equalizer 2.0: equalizza individualmente 1.296 sotto-aree, consentendo agli utenti di vedere in modo più chiaro nelle aree scure senza sovraesporre le aree luminose.
  • ANC 2.0: utilizzando un design unico IC, ANC 2.0 blocca il rumore ambientale e fornisce un rapporto segnale/rumore di 120 dB che supporta cuffie ad alta impedenza fino a 600 ohm.
  • Aim Stabilizer: questa caratteristica riduce la sfocatura del rinculo nei giochi FPS. Inoltre, permette di  rintracciare meglio i nemici in movimento.
  • Game Assist: questo è un kit di funzioni OSD all’interno del gioco. Include un mirino personalizzabile, un contatore, un timer e linee di allineamento multischermo.
  • Aorus Dashboard: questa funzione è in grado di visualizzare direttamente sullo schermo le informazioni hardware, quali le informazioni DPI del mouse e le informazioni su GPU/CPU.
  • OSD Sidekick: controllo di tutte le funzioni e le impostazioni del monitor tramite software, mouse e tastiera.

L’articolo GIGABYTE annuncia AORUS CV27Q proviene da GameSource.

Due impianti petroliferi del gigante saudita del greggio Aramco, nell’est del Paese, sono stati attaccati dai droni. L’offensiva è stata rivendicata dai ribelli Houthi dello Yemen, sostenuti dall’Iran, che hanno parlato di 10 aerei senza pilota mentre per il ministero dell’Interno di Riad erano soltanto due. In entrambe le strutture gli incendi sono stati domati ma non è chiaro il bilancio dei danni. Si tratta del terzo attacco di questo genere contro obiettivi sauditi negli ultimi cinque mesi da parte del gruppo sciita. 

A finire nel mirino sono stati i siti di Abqaiq e Khurais. Il primo è situato a 60 chilometri a sud-ovest di Dhahran, la sede principale del gigante petrolifero, e ospita il più grande impianto di lavorazione del petrolio di Aramco.  Khurais, a 250 chilometri da Dhahran, è uno dei principali giacimenti petroliferi dell’azienda statale che sta preparando il suo sbarco da record in Borsa, inizialmente previsto per il 2018 ma rinviato a causa del calo dei prezzi del greggio sul mercato mondiale. 

“Alle 04:00 ora locale (le 3 in Italia, ndr), le squadre di sicurezza di Aramco sono intervenute per spegnere gli incendi in due strutture”, ha riferito il ministero dell’Interno del regno saudita, il più grande esportatore mondiale di oro nero. “I due incendi sono stati domati”, ha aggiunto in una dichiarazione trasmessa dall’agenzia stampa ufficiale Spa, senza specificare l’origine dei droni, se ci siano vittime né se l’attacco abbia portato alla sospensione delle operazioni. Un’indagine è stata aperta. Le autorità hanno rafforzato la sicurezza attorno ai due siti attaccato per impedire ai giornalisti di avvicinarsi e verificare l’entità dei danni. 

Gli attacchi dei ribelli yemeniti Houthi – politicamente sostenuti dall’Iran, primo nemico regionale di Riad – rappresentano una grave minaccia per l’Arabia Saudita, in particolare per le sue strutture petrolifere, soprattutto dopo aver ottenuto armi sofisticate quali droni e missili. Il 17 agosto scorso, gli Houthi rivendicarono un attacco con 10 droni, “il più grande mai lanciato in Arabia Saudita”, contro il giacimento di Shaybah (est), che causò un rogo “contenuto” secondo Aramco su un impianto a gas, senza provocare feriti.

Il 14 maggio, i ribelli yemeniti  ‘firmarono’ un altro raid di droni nella regione di Riad, contro due stazioni di pompaggio in un gasdotto est-ovest poi temporaneamente interrotto. Le aggressioni si sommano alle crescenti tensioni nella regione del Golfo, a seguito di attacchi e atti di sabotaggio contro le petroliere (a maggio e giugno) di cui Stati Uniti e Arabia Saudita incolpano l’Iran, che nega qualsiasi coinvolgimento.

Aggiornato alle ore 10,50 del 14 settembre 2019.

Nel Pd scoppia la prima grana per il Conte-bis dopo che neppure dalle nomine dei sottosegretari approda un esponente toscano nel governo e in prima linea a protestare ci sono ovviamente i renziani. Oltre a non aver ottenuto ministri, la quinta regione più grande d’Italia (la nona per popolazione), non ha espresso neppure uno tra i 10 viceministri e i 32 sottosegretari nominati oggi.

“Se questa esautorazione è una vendetta contro la vecchia maggioranza del partito o contro Renzi lo si dica con chiarezza altrimenti si dia una spiegazione seria e politica di questa decisione”, ha tuonato il sindaco di Firenze, Dario Nardella, che ha parlato di questione “serissima” e ha chiesto che il segretario Nicola Zingaretti fornisca spiegazioni. “Da toscana sono dispiaciuta che nella squadra di governo non ci siano toscani, spero che non sia semplicemente un modo per colpire Renzi ed il nostro gruppo”, ha lamentato l’eurodeputata Maria Elena Boschi.

“Il problema di una mancata rappresentanza della Toscana nel governo esiste”, ha ammesso il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi tornato nei dem dopo l’esperienza Mds, “qualche giorno fa, assieme alla giunta, avevo chiesto attenzione per la nostra Regione, soprattutto a partire dal tema delle infrastrutture che giudico prioritario per la Toscana. Tuttavia ricondurre questo problema a una vendetta contro Matteo Renzi mi pare profondamente sbagliato e divisivo”. Anche perché, ha osservato, la componente renziana è “ampiamente rappresentata” nell’esecutivo.

“Leggendo la lista dei sottosegretari e viceministri non posso negare la mia profonda delusione e amarezza per la mancanza di nomi toscani del Partito Democratico”, ha protestato l’eurodeputata Simona Bonafè, “qualcuno a livello nazionale dovrà spiegare ai tanti militanti ed elettori toscani il motivo, ad oggi incomprensibile, per il quale la Toscana non sia stata considerata degna di avere un rappresentante ai massimi livelli, o se ci sia una purga Renzi che ancora oggi la Toscana deve pagare”. 

Accolto con benevolenza dai colleghi europei, che già lo conoscevano come presidente della Commissione ‘Econ’ dell’Europarlamento, il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, ha esposto all’Eurogruppo di Helsinki le linee del governo Conte bis in materia di conti pubblici e si è impegnato a rispettare le regole di bilancio, ricevendo risposte ambivalenti sulla richieste di flessibilità.

Da un lato, per quanto riguarda quella prevista dalle norme europee, il vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, ha avvertito che sono necessarie “valutazioni più approfondite” legate anche a una considerazione sull’attuale ciclo economico. Dall’altro, sulla proposta di modificare il patto di stabilità e crescita, fra i punti del programma del nuovo governo italiano su input del Capo dello Stato, il tema non è considerato prioritario da una buona parte dei partner, a partire dalla Francia, ed è probabilmente destinato ad essere rinviato.

Quando si parla di regole europee sui conti pubblici, ha detto Dombrovskis, ci sono due aspetti da tenere a mente: “da un lato la sostenibilità dei conti pubblici, dall’altro lo sviluppo economico. Serve un equilibrio fra questi due elementi”. Non solo la flessibilità è prevista dalle norme del patto di stabilità ma, ha ricordato, “è stata usata estensivamente, e in Italia più ancora che negli altri paesi”.

Per quanto riguarda gli investimenti “verdi” che l’Italia chiede di escludere dal calcolo del deficit, “quando c’è deficit, questo deve essere finanziato, e non si può pretendere che non esista: le spese creano comunque debito. Dobbiamo piuttosto concentrarci su come trattare le spese pubbliche. Nei giorni scorsi, l’European fiscal board ha prodotto un rapporto in cui si parla della semplificazione e della modifica delle regole fiscali europee: ne parleremo sabato mattina”.

Il clima verso l’Italia è cambiato

A Helsinki è comunque apparso chiaro il cambiamento di clima nei confronti dell’Italia e più in generale della situazione economica dell’Europa, con un’accresciuta attenzione alla crescita e alla necessità di investire, e una pressione speciale nei confronti dei paesi che hanno margine di bilancio, quindi la Germania.

Il neo ministro italiano era molto atteso, diversi fra i suoi colleghi hanno espresso soddisfazione per avere a che fare con un governo “proeuropeo” anche se il ministro austriaco, Eduard Mueller, ha definito “interessante” la prospettiva di un negoziato “intraitaliano”, quello dei prossimi mesi fra Roma e il neo commissario economico Paolo Gentiloni che sarà chiamato a fare le pulci ai conti pubblici italiani.

E se Gualtieri ha fatto parte i partner dell’adesione dell’Italia alla coalizione dei 40 ministri finanziari per la lotta al cambiamento climatico, modificando cosi’ la posizione dell’Italia che fin qui aveva scelto di non partecipare all’iniziativa, nel corso di un incontro bilaterale con il ministro tedesco Olaf Scholz è emerso l’impegno comune di chiudere entro la prossima riunione di ottobre l’accordo sull’introduzione del FTT (Financial Transaction Tax), la tassa sulle transazioni finanziarie.

Con il francese Bruno Le Maire ha condiviso la necessità di riportare l’Europa su un percorso di crescita puntando sugli investimenti; ma in vista della discussione di domani sulla periodica revisione delle regole di bilancio del Fiscal Compact, il rappresentante del governo francese ha detto di essere “molto prudente quanto si parla di modificare le regole. Il tempo è prezioso, e se si aprisse una discussione su questo, passeremmo tutto il nostro tempo su un dibattito difficile e lungo. Meglio dedicarci a quanto, come e dove investire: per la crescita serve un piano europeo di investimenti in innovazione piu’ ambizioso del piano Juncker”. Secondo LeMaire, questo conviene nono solo all’economia, ma “alla stessa sovranita’ europea: senza investimenti, tutte le nuove tecnologie, che costano care, verranno da Stati Uniti e Cina”.