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Un’esplosione ha danneggiato nella notte la storica pizzeria Gino Sorbillo in via dei Tribunali, a Napoli. L’esplosione è stata provocata da una bomba carta. Sono in corso indagini della Polizia. A darne notizia, anche sui social, lo stesso pizzaiolo, uno dei più noti in città, che assicura: “Riapriremo presto”, come si legge sul cartello scritto a penna con sui si è fotografato in un post su Facebook. 

“Dopo l’incendio di 5 anni fa adesso arrivano anche le bombe” scrive il titolare su Facebook, “Mi scuso con tutta la Napoli “buona”, l’Italia “buona” e con tutte le persone che vivono onestamente perché certi avvenimenti così forti ed eclatanti fanno cadere le braccia e demoralizzano la società. Sono stato nell’Arma dei Carabinieri ed ho scelto di fare il Pizzaiolo perché amo troppo la mia città e la amerò per sempre. La Napoli “sana” è sempre nel mio cuore”.

La pizzeria di Gino Sorbillo sforna 1.200 pizze tra pranzo e cena, riporta  il sito Identità Golose e a iniziare la tradizione è stato Luigi, nonno di Gino, che ha aperto nello storico locale in via dei Tribunali 32 negli anni Trenta, e con la moglie Carolina Esposito ha messo al mondo 21 figli. La primogenita era destinata a diventare la famosa zia Esterina, che per 63 anni ha lavorato nella pizzeria di famiglia impastando e servendo anche ai tavoli e allevando contemporaneamente, lei rimasta orfana a 14 anni, nel 1942, i  20 fratelli più piccoli.

Gino Sorbillo, il nipote prediletto che ha preso in mano da alcuni anni questo locale, frequentava fin da ragazzo la pizzeria di zia Esterina. Gino ha trasformato la pizza napoletana da prodotto di massa e tradizionale, in un prodotto di qualità e a prezzi incredibili perché in via dei Tribunali si pagano  5 euro per una pizza margherita, una pizza che è preparata con le migliori farine, olio extravergine di oliva, mozzarella e pomodoro di prima qualità. 

Pranzare o cenare da Gino Sorbillo significa fare una lunga coda in strada sia all’ora di pranzo che a cena. Per chi non si accontenta della “regina” Margherita, ci sono la pizza provolone Auricchio e quella ai 4 latti. Senza dimenticare la Nonna Carolina con pesto fresco di basilico genovese, pomodorini, provola affumicata, basilico. 

Gli studi di James Watson, che l’hanno portato all’inizio degli anni ’60 alla fenomenale scoperta della struttura a doppia elica del DNA e che gli garantiranno nel 1962 la conquista del Nobel per la medicina, sono ormai messi in ombra dalle dichiarazioni rilasciate negli ultimi anni.

Le prime le aveva rilasciate al Sunday Telegraph: “Se si potesse trovare il gene che determina la sessualità, e una donna decidesse che non vuole avere un figlio omosessuale, beh, io l’appoggerei” e rincarando la dose sostenendo che “la gente pensa che sarebbe orribile se facessimo tutte le ragazze belle, io credo invece che sarebbe meraviglioso” scatenando una prevedibile bufera; poi nel 2007 il disastro: durante il tour promozionale di un suo libro, parlando con The Sunday Times Magazine dichiara si essere “intrinsecamente triste per la prospettiva dell’Africa. Tutte le nostre politiche sociali si basano sul fatto che la loro intelligenza sia uguale alla nostra, mentre tutti i test a nostra disposizione non lo dicono affatto, anzi la realtà dei fatti è completamente differente”.

La Royal Society cancella la sua conferenza, ma soprattutto il Cold Spring Harbor Laboratory, che guida dal 1968, lo sospende dalla carica di rettore e sarà riammesso solo due anni più tardi alla guida della ricerca in qualità di rettore emerito.

Due giorni dopo in una lettera al The Independent si auto celebra come un uomo coraggioso in grado di assumersi la responsabilità delle sue dichiarazioni. L’attacco infatti è il seguente: “La scienza non è estranea alle polemiche. La ricerca della scoperta, della conoscenza, è spesso scomoda e sconcertante. Non mi sono mai rifiutato di dire ciò che ritengo sia la verità, per quanto difficile possa rivelarsi”.

Il lavoro è perso e Watson cade in disgrazia, viene salvato solo da un miliardario russo, Alisher Usmanov, che decide di acquistare per la cifra record di 4,1 milioni di dollari la sua medaglia del Nobel, che poi gli verrà riconsegnata ugualmente come regalo personale. Ma nonostante le sue idee non gli abbiano causato che guai, nel 2012 ci ricasca e, ospite del Neuroscience Open Forum di Dublino, dichiara tranquillamente che “avere tutte queste donne attorno rende sicuramente il lavoro più divertente per gli uomini, ma credo anche che siano probabilmente inutili”.

Oggi, ormai novantenne, punzecchiato sull’argomento all’interno di un documentario dal titolo “Decoding Watson”, da febbraio disponibile su Amazon Prime Video, non ritratta affatto la sua teoria, dicendo che gli piacerebbe credere che le influenze ambientali contino più delle differenze biologiche, ma il divario di prestazioni intellettuali tra bianchi e neri ha basi genetiche.

Questa dichiarazione, rilasciata in realtà, come ricorda The Guardian, la scorsa estate, sancisce definitivamente la rottura con la comunità scientifica che, unanime, ha deciso non solo di smentire, ma di prendere le distanze dalle dichiarazioni e la figura stessa di Watson. Così come il Cold Spring Harbor Laboratory, che revoca qualsiasi posizione emerita assegnatogli e commenta le parole di Watson con una nota pubblicata sul sito ufficiale: “sono riprovevoli, non supportate dalla scienza e non rappresentano in alcun modo le opinioni di CSHL, dei suoi fiduciari, docenti, personale o studenti. Il Laboratorio condanna l’abuso della scienza per giustificare il pregiudizio”.

A seguito di queste dichiarazioni c’è anche chi ipotizza un intervento dell’accademia svedese per il ritiro ufficiale del Nobel.

Sei anni fa lottavano contro gli sfratti, occupando le abitazioni che sarebbero dovute essere sgomberate formando una “barriera umana”, che poi altro non è che la traduzione in italiano del loro croato: Zivi Zid. I metodi per opporsi alla polizia, a quei tempi, erano piuttosto improvvisati: in questo video, uno dei primi caricati sul loro canale YouTube, i manifestanti lanciavano palle di neve agli agenti che cercavano di avvicinarsi a un’abitazione da pignorare.

Zivi Zid è uno dei tre partiti con cui il Movimento 5 Stelle sta dialogando per fondare un gruppo europeo in vista delle elezioni del prossimo maggio. “I croati di Zivi Zid – ha spiegato il leader dei Cinquestelle Luigi Di Maio al Fatto Quotidiano – sembrano quasi noi, con un leader nato nel 1990”. Questo leader, di quattro anni più giovane dello stesso Di Maio, si chiama Ivan Vilibor Sincic e nel 2011 aveva fondato “Alleanza per il cambiamento”, un gruppo di attivisti politici che si occupavano appunto di combattere gli sfratti e che nel 2014 avrebbero assunto il nome attuale, Zivi Zid. Da attivista a politico il passo è stato breve: prima la candidatura a presidente della Repubblica croata nel 2014 (terzo con il 16,4% dei voti), poi l’approdo in Parlamento, un anno più tardi. Seggio confermato anche nelle elezioni del 2016 convocate dopo la caduta del governo di Tim Oreskovic.

M5s e Zivi Zid, simili ma non troppo

Sul profilo Facebook di Sincic piovono i like verso i Cinquestelle: apprezzamenti social per il profilo ufficiale del Movimento e per la pagina di Di Maio, per quella di Di Battista e Roberto Fico, fino al “mi piace” a Beppe Grillo. Ma che cosa accomuna il M5S con il partito croato?

Zivi Zid, nel programma elettorale del 2016, affermava di non essere catalogabile né di destra né di sinistra, ma piuttosto come “umanista”. Il superamento delle categorie politiche è anche un cavallo di battaglia di Di Maio, come ricordato più volte dal suo leader. Tra i cardini dell’offerta politica del partito croato c’era anche l’ambientalismo: “La nostra missione è preservare il nostro pianeta dall’autodistruzione ecologica”, si legge, una posizione predicata a lungo dai grillini.

In materia economica, invece, ecco l’opposizione alla moneta unica verso la quale il Paese croato sembra oramai destinato. Su questo punto, però, arriva l’alt di Di Maio: “I croati non credono nell’euro mentre per noi non si esce dalla moneta unica”. Ma non sarà questo, sostiene il leader pentastellato, a frenare il dialogo che anzi li porterà a firmare insieme un manifesto “di dieci punti che verrà presentato a Roma a febbraio”.

Gli anti-abortisti polacchi e i liberali finlandesi

“Più partecipazione e più diritti sociali”, recita lo slogan del M5S che annuncia “l’Europa della democrazia diretta” che mette “al primo posto i bisogni dei cittadini”.

Un progetto che vedrà la collaborazione, oltre che dei croati di Zivi Zid, anche di finlandesi e polacchi. Questi ultimi sono gli esponenti di Kukiz‘15, il partito di destra (così l’ha definito il report Euroscope 2015 a cura del Sussex European Institute) fondato dalla rockstar Pawel Kukiz.

Kukiz ha 55 anni e un passato da attore, oltre che da cantante. Nel suo lungo curriculum artistico ci sono quattro album pubblicati e la lunga militanza nel gruppo chiamato Piersi, per i quali ha scritto il testo di Caluj Mnie, il loro successo che su YouTube ha raccolto nove milioni di visualizzazioni.

Poi, intorno al 2005, la svolta verso la politica: prima sostenendo Donald Tusk, poi virando sempre più a destra. Dopo l’attentato del 2016 a Nizza, Kukiz arrivò a proporre un referendum per chiedere ai cittadini polacchi se volessero accettare l’arrivo di migranti, ma già l’anno prima aveva manifestato alcune posizioni di chiusura nei confronti degli stranieri nel Paese, una miscela di paura e complottismo: “C’è forse un piano per sparpagliare i polacchi in giro per il mondo, mentre qui in Polonia vengono a vivere persone di altre nazionalità?”, domandava durante un comizio. Poco dopo il suo exploit alle elezioni presidenziali del febbraio 2015, quando Kukiz raccolse il 20,8% dei voti, molti svelarono anche le posizioni contro l’aborto del politico rocker polacco.

 
 
 

 
 
 
 
 

 
 

 
 
 

Ieri sono stato a Bruxelles per incontrare alcune delle forze politiche con cui stiamo lavorando al gruppo europeo di cui farà parte il MoVimento 5 Stelle. Li vedete nella foto. Siamo io, il polacco Pawel Kukiz, il croato Ivan Sincic e la finlandese Karolina Kahonen. Sono leader di movimenti che nei loro Paesi sono alternativi a quelli tradizionali, sono nati da poco e sono giovani, ma hanno un consenso sempre maggiore. Sono le energie più fresche e belle dell’Europa. Su alcune cose non la pensiamo allo stesso modo, ma stiamo preparando un manifesto comune la cui stella polare sarà la democrazia diretta. Il nostro sogno è un’Europa con più diritti sociali, più innovazione e meno privilegi. Un’Europa che mette al primo posto i bisogni dei cittadini. Nei prossimi giorni incontrerò alcuni rappresentanti dei gilet gialli, se leggete le loro rivendicazioni, sono le nostre, speriamo si presentino alle europee. Oggi sul Fatto Quotidiano trovate una mia lunga intervista in cui racconto queste cose. Buona giornata!

Un post condiviso da Luigi Di Maio (@luigi.di.maio) in data: Gen 9, 2019 at 1:26 PST

A stringere la mano al Movimento 5 Stelle c’è anche il gruppo finlandese Liike Nyt, che significa qualcosa come “Movimento Ora”: sono “liberisti”, ha spiegato Di Maio, ma soprattutto vedono di buon occhio la democrazia partecipata sulla falsariga di quanto propone il M5S con la sua piattaforma Rousseau. “Le decisioni che riguardano tutti noi vengono prese da una piccola cerchia di persone”, si legge sul sito di Liike Nyt, che per questo motivo vuole “creare una piattaforma per consentire il miglior processo decisionale”. Obiettivo? “Ascoltare coloro che finora non si sono interessati alla politica”. Tra i sei fondatori del movimento c’è Karoliina Kähönen, la giovane ragazza, con i capelli biondi, apparsa nella foto postata da Di Maio. 

Non c’è solo la Cina. I produttori di smartphone combattono per farsi spazio in un altro, enorme, mercato: l’India. Lo scenario cambia, ma con una scostante: Apple perde terreno. Secondo un’analisi di Counterpoint Research, nel 2018 ha venduto praticamente la metà del 2017: 1,7 milioni di iPhone contro 3,2. Il classico elefante nella cristalleria si chiama OnePlus, marchio cinese che, ad appena quattro anni dal lancio in India, ha saputo imporsi come primo produttore nella fascia medio-alta.

OnePlus, il cinese d’India

Per quanto offra anche dispositivi a basso costo e la spesa media sia lontanissima da quella di Apple, OnePlus infastidisce Samsung e la Mela sul loro campo. Nel secondo trimestre 2018 ha conquistato il 40% degli smartphone oltre i 400 dollari. È vero: con iPhone e Galaxy a ridosso o oltre i mille dollari, Counterpoint inserisce nello stesso gruppo smartphone anche molto diversi e con differenze di prezzo notevoli. Ma i dati indicano comunque che il mercato indiano non è in grado di assorbire prezzi top, soprattutto se esistono alternative affidabili da 400-600 dollari.

OnePlus non è solo India, ma il suo successo nel secondo Paese più popoloso del mondo è singolare. Su scala globale, infatti, la sua quota di mercato tra i dispositivi oltre i 400 dollari è del 2%. Guida ancora Apple (43%), seguita da Samsung (24%), Oppo (10%), Huawei (9%) e Xiaomi (3%). Attenzione però: “Tra i i brand cinesi nel segmento premium – afferma l’analisi – solo Huawei e OnePlus hanno un’ampia copertura geografica”.

Cioè un fatturato che non dipende da un solo Paese. Il 95% delle vendite di Oppo, Vivo e Xiaomi arrivano dalla Cina, mentre OnePlus (oltre a correre in India) si sta facendo strada anche in Europa occidentale: nel segmento premium allargato, OnePlus (grazie soprattutto al OnePlus 6) è quarto produttore alle spalle dei “big 3” Apple, Samsung e Huawei. È terzo in Svezia, quarto in Francia, Germania, Olanda e Regno Unito, quinto in Italia.

Le mosse di Apple e Samsung

Lo scenario cambia in base al prezzo. Nella fascia tra i 600 e gli 800 dollari, Apple e Samsung valgono l’85% del mercato globale. E la Mela domina le vendite oltre questa soglia, con una quota dell’88%. L’analisi prevede una crescente competizione nel segmento 400-600 dollari, dove oggi i leader sono Oppo e Apple.

Perdere quota nei due Stati più popolosi al mondo, però, non è un buon segnale per Cupertino. Perché da India e Cina non dipendono solo le vendite attuali ma anche (e soprattutto) quelle future. La Mela potrebbe produrre in India o cercare altre soluzioni per abbassare i prezzi. Difficile pensare, però, che Cupertino possa trasformarsi di colpo in un produttore di fascia media.

Più probabile che, visto lo scenario, sacrifichi quota di mercato e acceleri la transizione in una società prevalentemente di servizi. Samsung, che in India ha perso la leadership nel trimestre a vantaggio di OnePlus, ha il vantaggio di poter puntellare più face di mercato. Proverà a riequilibrare il bilancio investendo sulla crescita tra gli smartphone economici. Il gruppo sud-coreano ha infatti confermato che la nuova linea Galaxy M sbarcherà prima in India e solo dopo altrove. Punta a conquistare gli utenti più giovani, con prezzi a partire da circa 140 dollari.  

Enrico Mentana, 64 anni compiuti oggi e non sentirli. Il direttore del Tg di La7 non ha bisogno di presentazioni, ma da qualche tempo ha voluto vedere il mondo anche da un’altra angolazione: quella dell’editore. Il 18 gennaio la sua creatura Open, affidata alle cure di un giornalista esperto, Massimo Corcione, e a una squadra di venti giovani giornalisti, compie un mese.

Enrico, cosa hai imparato nel tuo primo mese da editore?

Ho imparato ad avere pazienza con i giovani che non sono come noi e non sono ancora formati professionalmente. Ma io avevo in mente un giornale online che li facesse lavorare, che desse loro una opportunità, come il primo giorno di scuola. Se gli spieghi le cose come le vorresti tu, rischi di farli diventare come i bambini che nelle manifestazioni canore imitano i grandi. Io credo che invece debbano trovare la strada loro, senza pretendere che facciano le cose come le avremmo fatte noi.

Come è cambiata la copertura della politica nell’era dei social media? Siete alla rincorsa dell’ultimo tweet?

Open non ha bisogno di questo. Uno dei motivi per i quali l’informazione in Italia non ha acquirenti tra i giovani è proprio questo: se vuoi sapere cosa dicono Salvini o Di Maio basta seguirli sui social media, piattaforme naturali per le nuove generazioni. E questa è un’altra lezione che abbiamo imparato: è inutile e dannoso fare il pastone politico, uno degli ingredienti, del veleno che ha ucciso l’informazione agli occhi delle nuove generazioni.

Giornalismo di desk o da marciapiede?

Con il tempo faremo un giornalismo il più possibile misto. Ma andare in strada è come una maratona olimpica, non come la mia – ride. Per fare giornalismo di strada ti devi preparare, allenare, non si improvvisa, ci devi arrivare. Nel giornalismo sul campo rischi di venire investito se ci arrivi impreparato.

In Europa ci sono buoni esempi di giornalismo sostenuto dagli abbonamenti dei lettori, penso a Mediapart in Francia, perché hai scelto la formula dell’informazione free sostenuta dalla pubblicità?

Questo è un mio vizio: non ho mai cercato di copiare, che poi è anche uno dei problemi dell’informazione. Per come la vedo io, non bisogna avere modelli perché se fai qualcosa che è già stato fatto, se copi, vuol dire che hai già perso.

Ad Open lavorano venti giovani giornalisti, puoi fare un primo bilancio?

Siamo partiti da un mese e loro lavorano al progetto da un mese e mezzo, per carità, aspettiamo e diamo loro il tempo di crescere, che è poi la cosa più importante. Noi siamo nati professionalmente in un’epoca dove entravamo in redazioni dove le regole, i flussi di lavoro erano codificati e seguiti da tutti: poteva capitare che qualcuno imparasse in fretta. Oggi lo scenario è totalmente cambiato e in continua evoluzione: in questo contesto le regole, le procedure e i flussi te li devi inventare di volta in volta. E’ molto più complicato e difficile di prima.

Tuo figlio Stefano lavora per Tpi, una testata concorrente. Ti rivolgi a lui per i consigli?

Certo che mi dà consigli. Così come io li darei a lui se me li chiedesse. Non ho difficoltà ad ammettere che all’inizio certe cose non le capivo, come ad esempio il Seo (l’ottimizzazione per essere trovati dai motori di ricerca) o i Tag (che marcano le parole chiave di un articolo), e tante altre cose tecniche per capire le quali mi sono rivolto a lui, che pure è un mio competitor.

Perché hai scelto di fare un sito che fosse ottimizzato prima di tutto per gli smartphone, anche a costo di penalizzare gli utenti da postazione fissa?

Ti faccio un esempio: è chiaro che se uno dice: facciamo cibi adatti solo per la cena e non servi a pranzo sai che poi questo lo perdi. Però scegli di concentrati su quello che pensi di saper fare meglio. La maggior parte delle persone si informa attraverso lo smartphone e, se guardo avanti, penso che questo sarà sempre di più lo strumento unico per informarsi, guardare film e fare tutto quello di cui abbiamo bisogno. Certo, almeno finché non saremo superati da qualcosa di nuovo, come è già accaduto in passato. Ma adesso dallo smartphone passa tutto, per i giovani soprattutto. Mi pareva che questa fosse la scelta migliore per coniugare una informazione fatta dai giovani per i giovani, per dare un futuro a chi ci lavora, ai lettori e al giornalismo.

Open è molto attento al fact-checking. Quanto è importante la verifica dei fatti?

Moltissimo. Ciò che identifica le modalità per combattere le bufale e persegue una certificazione continua di quello che scriviamo mette in sintonia con chi cerca una informazione certificata e attendibile, contro gli avvelenatori dei pozzi.

La cosa che non rifaresti?

Francamente? Non per autoindulgenza, ma non c’è niente che non rifarei, compreso non accettare contributi economici da nessuno. Ho cercato di avere delle Colonne d’Ercole ben precise, anche nella scelta della pubblicità, tipo il poker online. Poi magari tra due anni te lo dico cosa non rifarei più. La cosa più probabile è che in questa operazione ci perda, anche tanto, certamente non ci guadagnerò, ma quello che mi ero riproposto: fare qualcosa per i giovani e per il giornalismo che mi ha dato tanto.

E di cosa sei più fiero?

Di aver fatto al meglio il mio lavoro di direttore e conduttore di telegiornale: non ho tolto una stilla di fatica, di lavoro al mestiere che faccio al Tg, che, come sai, non è una passeggiata. Ma anche di non aver lesinato nulla per dare a questi giovani giornalisti tutti gli strumenti necessari per fare al meglio questo lavoro, comprese le agenzie, cosa che non tutti i grandi editori fanno ancora.

Sornione e avveduto com’era, non poteva che nascere giocando d’anticipo, ed ecco che Giulio Andreotti venne alla luce bruciando sul tempo persino Don Luigi Sturzo. Il buon Sturzo, dopo una ventina d’anni di faticosa gestazione, lanciava il suo Appello ai Liberi e Forti il 18 gennaio 1919: un passo destinato a scrivere un bel pezzo di storia italiana del XX secolo. Non sapeva, Sturzo, che era già nato da quattro giorni chi quella storia non l’avrebbe solo scritta, ma l’avrebbe addirittura fisicamente rappresentata. Di più, l’avrebbe fatta sua, e di sé avrebbe fatto storia, o meglio quello che della storia, dai tempi di Tacito in poi, è la quintessenza. Cioè la politica.

Andreotti era, a vederlo e a parlarci, al tempo stesso consustanzialmente uomo e politica, e non c’era verso di distinguere l’una natura dall’altra. Era come intessuto di politica: negli atteggiamenti, nelle parole, nelle mani, nei capelli che una volta spedì ad un detrattore che sosteneva li tingesse.

Il Segretario di Stato

Beniamino Placido, da brillante intellettuale qual era, in un suo saggio lo paragonò al Conte Zio dei “Promessi Sposi”: un machiavello il cui scopo era quello di sopire e troncare, mantenendo uno statu quo in cui l’Italia irrimediabilmente sarebbe finita sotto il tallone delle truppe di Wallenstein.

Niente di più sbagliato. Andreotti non era un Machiavelli di terz’ordine. Tutt’altro. I palati fini lo hanno avvicinato, piuttosto, al Cardinal Consalvi, e non solo per la sua chiara impronta romana e non poco papalina (inevitabile, per chi cresce tra Via Giulia e la chiesa di San Giovanni dei Fiorentini).

Il Consalvi fu segretario di stato di Pio VII, prima e dopo Waterloo. Ohibò, inorridiscono gli animi laici e risorgimentali: l’emblema dell’oppressione delle spinte innovatrici. E invece, a guardar bene, il Consalvi fu tutto men che questo: affezionatissimo al suo papa, ma pronto a gestire con chiarezza di intenti gli interessi del suo Stato, che poi era quello della Chiesa. E di farlo anche firmando un Concordato con l’arcinemico Napoleone, o applicando con mano leggera i dettami della Restaurazione, che i sovrani europei volevano imposti con ben altra crudezza. In più – ed il particolare non è di poco conto – con un occhio allo sviluppo delle arti, ivi compresi gli stili importati dalla Francia, e all’inserimento di Roma nel grande gioco delle capitali europee. A guardar bene, in Andreotti c’era molto di questo.

Tra Venezia ed Hollywood

Criticò ad esempio il neorealismo (sbagliando) ma a Venezia ci andava per promuovere il cinema italiano, previo permesso di De Gasperi che però gli consigliava di portarsi dietro la moglie: l’ambiente era peccaminoso. Fu lui a varare una leggina, ora dimenticata, per cui Hollywood si spostò sul Tevere, dacché conveniva produrre in Italia piuttosto che in America. Questi i termini: il produttore aveva costi abbattuti per la creazione del primo film, in cambio ne doveva realizzare anche un secondo. Scattò un meccanismo virtuoso per cui tutti venivano a Roma, e fu così, grazie in fondo ad Andreotti, che Anita Eckberg finì nella Fontana di Trevi a farsi ammirare da Marcello Mastroianni, e Walter Chiari poté innamorarsi, ricambiato, di Ava Gardner, e tutti ancora lo invidiamo. Quanto al neorealismo, ci fu tempo per far la pace con De Sica.

L’astio della Thatcher

Se si pensa poi a Roma ed al gioco delle grandi potenze, non si può ignorare che Andreotti – ministro degli esteri per quasi tutti gli anni ’80 – fu uno dei grandi realizzatori del progetto europeista. Per capirne il peso, basti sapere che di lui Margaret Thatcher parlava con lo stesso astio che Henry Kissinger riservava nelle sue memorie ad Aldo Moro. Pare che tutto nascesse da un vertice europeo, ai tempi in cui l’Unione si chiamava ancora comunità economica. La Lady di Ferro si incaponiva con il suo famoso “I want my money back” per ottenere la restituzione dei fondi in eccesso che ogni anno, a suo dire, Londra versava a Bruxelles. Andreotti, che si era messo d’accordo con Helmut Kohl, tirò fuori una cartellina fitta di appunti e di cifre, e le dimostrò che semmai Londra di soldi ne doveva dare ancora. La Thatcher, poco abituata alla sconfitta, non lo perdonò mai. In compenso se Boris Johnson e Nigel Farage avessero studiato un po’ di più la storia di quegli anni forse avrebbero evitato il referendum sulla Brexit.

Il Caso Moro

Si diceva di Aldo Moro. Per uno dei tanti paradossi della Storia, fu Andreotti, non certo un esponente della sinistra democristiana, a guidare nel 1976 un governo retto dall’astensione del Pci, preavviso all’eventuale ingresso dei comunisti nella stanza dei bottoni di un paese della Nato. La democrazia italiana si apprestava a divenire matura, come proprio Moro desiderava. Due anni dopo il Pci avrebbe addirittura votato a favore di un nuovo governo Andreotti. Ma le circostanze erano eccezionali, perché poche ore prima proprio Moro era stato rapito dalla Brigate Rosse. Andreotti, notoriamente goloso, fece un fioretto: se sarà liberato rinuncerò a mangiare per tutta la vita il gelato. Ma gli occhi di Dio in quei giorni erano volti altrove, ed anche Papa Montini, che di Moro era amico, fu costretto a gridare verso l’Alto di Cieli: “Tu, Dio, non hai esaudito la nostra supplica”. E se non fu ascoltato il Papa, figuriamoci se potesse esserlo colui che sarebbe stato soprannominato, di lì a qualche anno, nientemeno che Belzebù.

Del ruolo di Andreotti in quei 55 giorni in cui la Repubblica Italiana sprofondò nel buio si è detto molto, e molto in negativo. Su di lui, come sul resto della dirigenza democristiana dell’epoca, pesa quanto il rapito scrisse nelle sue lettere dalla prigionia, o quanto Leonardo Sciascia vergò nel suo “L’Affaire Moro”. Fu fatto di tutto per salvare il presidente della Dc, oppure fu lasciato morire per una questione di ragion di Stato?  Andreotti fu tra i principali esponenti del partito della fermezza. Osservava che la Democrazia Cristiana non poteva trattare la liberazione di un proprio esponente di primo piano di fronte alle centinaia di uomini dello Stato (magistrati, poliziotti e carabinieri) che erano stati uccisi dei brigatisti. Fu, comunque, l’inizio della leggenda nera andreottiana.

Sotto processo

Una leggenda che si sarebbe nutrita soprattutto di altri due episodi. Il primo l’omicidio di un giornalista, Mino Pecorelli, direttore di una rivista giudicata da molti ambigua. Il secondo la questione della sua presunta collusione con la mafia. Va detto, ed a riguardo citeremo per dovere di terzietà l’Enciclopedia Treccani, che “nel 2004 la Cassazione ha assolto Andreotti dall'accusa di aver colluso con la mafia dopo il 1980 e ha prescritto il reato di associazione per delinquere contestatogli per fatti avvenuti prima di tale data”. Quanto al caso Pecorelli “la Cassazione nel 2003 ha annullato la sentenza della Corte d'Appello, assolvendo Andreotti per non aver commesso il fatto”.

Nel frattempo l’imputato aveva subito un processo per mafia – cui volle assistere udienza per udienza – e le vere e proprie forche caudine di una esposizione televisiva mondiale, con le immagini di lui che usciva dal suo studio il giorno dell’arrivo del primo avviso di garanzia. Se mai c’è stata rappresentazione plastica di cosa sia una caduta in disgrazia, questa fu il video di un Giulio Andreotti dall’aria, per una volta, frastornata che attraversa un portone tra due ali di telecamere e seguito – lui, fino ad allora soprannominato il Divo Giulio  – solamente da un paio d’amici, tra cui il portavoce Stefano Andreani. Se il potere rende soli, la sua perdita fa di te una voce che grida nel deserto.

L’eterno ritorno

Restano a questo punto, per definire il quadro, due elementi. Il primo la sua profonda democristianità. Nessuno, neanche i detrattori più accaniti, ha mai osati negargli di avere una fede profonda. Ancor meno quelli che gli hanno voluto negare l’essere stato profondamente democratico cristiano: probabilmente fin dalla nascita, fin da quando cioè Sturzo limava con la dovuta attenzione i 12 punti del suo Appello. Lui era già lì, pronto a calcolare cosa sarebbe venuto poi.

La stessa cosa la fece sul finire della carriera politica, dopo il tracollo della sua Dc e la dispersione dei suoi eredi, secondo una diaspora che piacque a tutti, persino alla Chiesa Cattolica. Prima aderì al Ppi – mai ebbe commercio con Forza Italia, si badi – poi fu il primo a tentare una funambolica operazione di ricostituzione unitaria del fronte cattolico. Si chiamava “Democrazia Europea”, ed andò a finire male perché probabilmente troppo in anticipo sui tempi. Ma mai dire mai, se si tratta di Andreotti: esiste anche il principio dell’eterno ritorno delle tessere (democristiane).

L’ultimo elemento da considerare è quello della continuità. Andreotti fu sette volte presidente del consiglio, sottosegretario a Palazzo Chigi, ministro di tutto il resto. Si sente ne “Gli Onorevoli”, film con Totò firmato da Sergio Corbucci nel 1963, la seguente considerazione: “Non c’è rosa senza spina, non c’è governo senza Giulio”. Insomma, Andreotti fu l’Italia nella sua versione governativa. Meglio: papalina. Vale a dire quell’Italia che, attraverso una gestione capillare del potere, alla fine si regge su di un patto tra governanti e governati che contempla, più che le grandi sfide, le piccole necessità. Le sfide sono lasciate alla politica e al Cardinal Consalvi, le piccole necessità la politica – e Consalvi – le risolvono paternamente, benignamente. Ma senza illusioni, perché se è vero che a pensar male si fa peccato però spesso ci si azzecca, è anche vero che la riconoscenza altro non è se non la speranza di futuri favori. Due delle frasi preferite da Giulio Andreotti.

"Tra la Francia e l'Italia, un lento divorzio" scrive 'Le Monde', analizzando gli ultimi 12 mesi di rapporti bilaterali tra Parigi e Roma. Emblematico del distacco è, secondo il quotidiano francese, "il sostegno dato ai 'gilet gialli' dal vice premier, Luigi Di Maio, capo politico M5s, un gesto arrivato "dopo lunghi mesi di tensioni".

Tornando indietro nel tempo, l'11 gennaio 2018, giorno della visita ufficiale a Roma del presidente Emmanuel Macron "il messaggio era limpido: la relazione franco-italiana è ottimale. Ma accadeva un anno fa, vale a dire un'eternita'", fa notare 'Le Monde', aggiungendo che "oggi rimane ben poco delle dimostrazioni di amicizia a causa del drastico deterioramento dei rapporti tra Parigi e Roma".

Una crisi ricollegata all'"arrivo al potere in Italia di un governo atipico, un'alleanza tra l'estrema destra e un partito anti-sistema", ma che si spiega anche "con l'accumularsi, per anni, di una serie di cose non dette e risentimenti", prosegue il quotidiano d'Oltralpe.
Guardando al passato, alla dinamica classica delle storiche relazioni franco-italiane, l'analista fa notare che "hanno sempre registrato picchi di tensioni, brutali quanto effimeri", citando l'offensiva della francese Lactalis sul gruppo agroalimentare Parmalat nel 2011, con relativo richiamo dell'ambasciatore Jean-Marc de La Sablie're.

"Questa volta invece il litigio sembra dover durare a lungo", analizza 'Le Monde', facendo riferimento ai negoziati per la firma de trattato del Quirinale, che avrebbe dovuto formalizzare la relazione franco-italiana, del tutto bloccati dall'insediamento del governo Conte. Inoltre nel 2018 "è saltato il tradizionale vertice annuale", tra i due paesi così come le attese commemorazioni per i 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci, spentosi in Francia, a Amboise, sotto il regno di Francesco I.

Tra gli ultimi dissapori tra Parigi e Roma, c'è anche la decisione delle autorità italiane di revocare il prestito di diverse opere d'arte per una mostra in agenda al Louvre il prossimo autunno.

Intanto, quello che si disputa dal 14 al 28 gennaio il è Major più vasto geograficamente, infatti non si accontenta della denominazione classica, Australian Open, ma la espande: The Grand Slam of Asia / Pacific. Perché Melbourne non è solo “down under”, dall’altra parte del mondo, come dicono loro, ma è la capitale di quell’immensa area oceanica, mentre le altre città del tennis, Parigi Londra e New York sono le capitali delle racchette ben più definite.

L’impianto sportivo di Melbourne Park spunta fuori all’improvviso dal 1988, traslocando dalla verde erba di Kooyong al cemento, dal servizio-volée al corri e tira da fondocampo, nel segno di una doppia rivoluzione culturale, tecnica, dai “gesti bianchi” dei maestri, ed architettonica, che prende le sembianze di una centrale aerospaziale, con tanto di astronavi, cupole d’acciaio, volte, strutture avveniristiche, ed è totalmente differente da qualsiasi altro teatro di giochi al mondo. 

Breve storia del Melbourne Park 

L’indirizzo del torneo è cambiato più volte, sin dal via, nel 1905, emigrando da stato a stato, fino a trovar casa a Melbourne nel 1972, per traslocare ancora, da Flinders a Melbourne Park, nel 1988. E’ mutata anche l’area che si affaccia sul fiume Yarra, raddoppiando nell’estensione, dai 6 agli 11.5 ettari, trasformandosi nel tempo in uno dei grandi poli d’attrazione della città, sempre brulicante di giovani, che luccica fino a notte fonda, anche per i richiami stagionali di gare di basket, partite di cricket e concerti musicali, fino ad ospitare 2.5 milioni di persone l’anno in 300 eventi.

Del resto, anche la superficie di gioco del torneo di tennis è mutata più volte, dal Rebound Ace, verde, al Plexicushion, blu, nella ricerca della miglior mescola di cemento gommoso per le particolari condizioni di caldo dell’estate che scala i 40 gradi, e brucia teste, pelle e piedi.

Il campo centrale, intitolato nel 2000 a Rod Laver, l’unico campione di questo sport – peraltro proprio australiano – capace di aggiudicarsi due volte i quattro maggiori tornei nello stesso anno (’62 e ’69), coi suoi 15 mila posti a sedere, ha fatto scuola nella storia degli stadi moderni, ed e nato direttamente con un tetto retrattile. Altra caratteristica avveniristica che gli altri Slam hanno copiato solo più avanti, nel tempo, con il Roland Garros che si sta adeguando solo adesso.

Un investimento per diminuire il tempo di chiusura del cappello 

Fino all’anno scorso l’eclatante cappello si chiudeva in 20 minuti per riparare gli atleti da sole, pioggia e vento, da quest’anno ne impiegherà appena 5, nel quadro delle costanti, e costosissime ristrutturazioni.

Che, sempre nel segno delle innovazioni più all’avanguardia, hanno garantito altri record al torneo: l’unico fra i teatri Majors con addirittura tre campi coperti – quello della Margareth Court Arena è un gioiello, con la sua chiusura a ventaglio), quello con più “show court” (extra i due principali), tre, con un quarto da 500 posti in via di definizione e “occhio elettronico” su tutti i 16 campi di gioco. 

Il business vale l’ultimo investimento da oltre 270 milioni di dollari. Per confermarsi lo Slam con più spettatori (l’anno scorso 743,667), che non si fa trovare spiazzato anche dalle modifiche regolamentari, come suggerisce il nuovo tie-break al quinto set, sul 6-6, ma a 10 punti.

F​arà confusione, così diverso dalle altre soluzioni al quinto set, a Wimbledon e Us Open? Forse, ma tutto fa spettacolo e novità, in Australia, ed equivale a gioventù. Identificandosi in un immenso paese che vive di musica, di computer, di pixel, di luci psichedeliche, di inseguimento alla modernità. Guardando costantemente al futuro. Per la felicità dei fotografi: la luce è talmente più chiara down under.

 

Una società di investimento di Investindustrial VI L.P. ha firmato un accordo definitivo per l'acquisizione di Jupiter Holding I Corp., proprietaria di diversi marchi di spa e prodotti per il bagno e per il benessere, fra i quali Jacuzzi.

Jacuzzi Brands è un produttore globale di spa di alta gamma, swim spa, vasche idromassaggio, vasche da bagno, saune, bagni turchi, docce emozionali e prodotti e accessori da bagno correlati. La società opera attraverso diversi marchi fra cui Jacuzzi, Sundance, Dimension One Spas, Hydropool, ThermoSpas e BathWraps. Il brand principale dell'azienda, Jacuzzi, è il più conosciuto al mondo nel settore delle spa e dell'idroterapia.

Fondata nel 1956 da una famiglia italiana, è leader indiscussa nel mercato europeo delle spa e co-leader in quello americano. Ha registrato un fatturato di circa 500 milioni di dollari nel 2018, opera attraverso 8 stabilimenti distribuiti in Nord America, Europa e Sud America con oltre 100.000 mq di superficie manifatturiera. La principale sede produttiva europea si trova a Valvasone in provincia di Pordenone, nel Nordest dell'Italia. 

Chi ha venduto Jacuzzi e chi l'ha comprata

A vendere alcuni fondi di investimento affiliati ad Apollo Global Management, Llc, Ares Management Corporation e Clearlake Capital Group, L.P.. Investindustrial ha invitato Nottingham Spirk Design Associates a diventare partner per l'innovazione e per il design di prodotto e a co-investire nella Società in qualità di azionista di minoranza.

Investindustrial ha esperienza nel settore dell'arredo d'interni di alta gamma, avendo investito in società come Flos, B&B Italia e Louis Poulsen. Un gruppo di investimento europeo con quasi 7 miliardi di euro di capitale raccolto, testa a Londra, uffici in varie parti del mondo, ma cuore in Italia che rappresenta il principale mercato scelto per le proprie operazioni. Questo l'identikit del gruppo guidato da Andrea C. Bonomi – nato nel 1965, tre figli, nipote di Anna Bonomi Bolchini, l'imprenditrice che lanciò Postalmarket.

Investindustrial è un gruppo leader europeo di società indipendenti di investimento, holding e di consulenza con 6,8 miliardi di euro di capitale raccolto, che offre soluzioni commerciali e capitale a imprese di media dimensione. La sua missione è "contribuire attivamente allo sviluppo delle aziende nelle quali investe, creando opportunità di crescita e offrendo soluzioni globali tramite una visione imprenditoriale".

Come è nato Investindustrial

Fondato nel 1990, con sede a Londra e uffici negli Usa, Cina, Spagna, Lussemburgo, Investindustrial opera con un team di 100 professionisti che vagliano le diverse opportunità di investimento. I settori preferiti sono quelli manifatturiero, dei servizi finanziari, consumer, retail e tempo libero. Il gruppo opera attraverso una serie di società di investimento create ad hoc, in cui confluiscono i fondi raccolti. La stessa Investindustrial è il principale investitore singolo, attorno a cui si raccolgono circa 50 investitori istituzionali provenienti da tutto il mondo (54% europei, 45% Nord America, il resto Asia); la maggior parte sono fondi pensione (35%), quindi fondazioni e family office (31%), fondi di fondi (19%), poi banche, assicurazioni e società finanziarie.

Moltissimi i 'colpi' messi a segno nel corso degli anni da Investindustrial, conclusi poi con l'uscita oppure ancora in essere. Tra i primi, da ricordare gli investimenti in BancoBpm, Snaitech, Sirti, Valtur, Coin, Gardaland, l'editore spagnolo Recoletos, i gioielli Stroili, i vini Ruffino e soprattutto la Ducati, che con la guida del gruppo di Bonomi dal 2006 al 2012 ha beneficiato di un 'turnaround' incrementando le vendite e tornando alla redditività. L'azienda è stata successivamente venduta con profitto al gruppo Audi-Volkswagen.

Un gruppo con molta Italia nel portafoglio

Molta Italia dunque per il gruppo Investindustrial, come avviene anche per le operazioni in essere. Tra queste due aziende top nel design d'interni, B&B Italia e Flos, confluite in un'iniziativa comune con Carlyle per potenziare gli investimenti nel settore. Il gruppo è presente inoltre in Artsana, Dispensa Emiliana e Sergio Rossi (calzature), ed è di pochi giorni fa l'annuncio dell'acquisizione di Italcanditi.

Sempre nel design controlla la danese Louis Poulsen. Altre iniziative in Spagna, con il parco di divertimenti Port Aventura e l'offerta sull'azienda del cioccolato Natra, e in Gran Bretagna con Aston Martin, mentre Jacuzzi ha sede negli Usa. Tra i vari colpi anche qualche affare parzialmente deludente, come l'ingresso in Banco Bpm, di cui il gruppo acquistò quasi il 9% e in cui lo stesso Bonomi fu presidente del consiglio di gestione senza però riuscire a scardinare il potere dei sindacati, prima della trasformazione in spa; l'investimento si chiuse comunque nel 2014 con una plusvalenza. E ancora la tentata Opa su Rcs, in concorrenza con quella di Urbano Cairo, conclusa però con il successo di quest'ultimo nonostante Bonomi avesse il sostegno di Mediobanca e dei soci forti del gruppo editoriale. 

 Quindici provvedimenti di arresto (6 in carcere e 9 ai domiciliari), tre obblighi di presentazione in caserma, 12 divieti di dimora nel territorio della Provincia di Roma, oltre al sequestro preventivo di 25 autocarri utilizzati per il trasporto illecito di rifiuti e di un impianto di autodemolizione. E' l'esito di un'operazione che vede impegnati da questa mattina i carabinieri della sezione di Polizia Giudiziaria della procura di Roma e i carabinieri Forestali che stanno eseguendo un'ordinanza emessa dal gip su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia. In tutto sono 57 le persone indagate per reati che vanno dal traffico illecito di rifiuti all'associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio, dalla ricettazione di veicoli e alla truffa in danno delle assicurazioni e alla simulazione di reato.