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Sabato 23 marzo 2019, tre giorni dopo l’equinozio di primavera (che, contrariamente a quanto si crede, in questi anni ricorre il 20 marzo), si celebra la giornata mondiale della meteorologia. Questo anniversario ricade nel giorno in cui, nel 1950, entrò in vigore la Convenzione che istituì l’Organizzazione Meteorologica Mondiale (World Meteorological Organization, o WMO), e viene celebrato dal 1961 scegliendo un tema diverso per ogni anno.

La WMO, che ha sede a Ginevra, ha tra i suoi obiettivi la facilitazione della cooperazione internazionale per stabilire una rete di stazioni di misura, la promozione dello scambio delle informazioni meteorologiche, la standardizzazione delle misure, l’applicazione della meteorologia a varie attività umane, la promozione delle attività e delle ricerche in idrologia e meteorologia.

Storicamente la WMO trae origine dalla storica International Meteorological Organization (IMO), fondata nel 1873, che fu la prima organizzazione avente lo scopo di scambiare informazioni meteorologiche tra i vari paesi del mondo. In quei tempi, a partire dall’intuizione del matematico e astronomo francese Urbain Jean Joseph Le Verrier (1811-1877), il primo a rendersi conto che i sistemi meteorologici si muovono sul territorio, e che quindi la conoscenza delle variabili meteorologiche (pressione, temperatura, precipitazioni, ecc.) sul territorio è necessaria per poter parlare di previsioni meteorologiche, si andavano istituendo i servizi meteorologici nazionali, e si aveva necessità, pertanto, di un’entità sovranazionale in grado di gestire e standardizzare i dati.

Il tema della giornata della meteorologia 2019 è “il sole, la terra e il tempo”. La scelta di questi tre elementi è dovuta al fatto che è il sole fornisce l’energia che alimenta tutta la vita sulla Terra, incluso il tempo (meteorologico), le correnti oceaniche e il ciclo idrologico.

In occasione di tale anniversario, anche in Italia vi sono delle iniziative che hanno lo scopo più che altro di far conoscere meglio le potenzialità ed i limiti delle previsioni meteorologiche, le interconnessioni tra meteorologia e clima, la bellezza di alcune situazioni originate da fenomeni meteorologici (come le nubi e alcuni fenomeni), e la complessità del sistema terrestre in cui i fenomeni meteorologici si manifestano.

Un’occasione da non perdere, quindi, per imparare a capire che cosa c’è dietro alle attività delle centinaia di persone che anche nel nostro Paese ogni giorno lavorano per fornire prodotti accurati e attendibili nonostante la complessità e l’estensione del territorio nazionale. E per capire che una previsione meteorologica ha un suo range temporale e spaziale di validità (quello temporale molto inferiore ai quindici giorni delle app che ognuno ha installate sul cellulare), necessita quasi sempre di una spiegazione particolareggiata e raramente è sostituibile con una singola icona.

È in corso il viaggio in Italia del presidente cinese Xi Jinping per la firma di alcuni accordi mirati a rafforzare la cooperazione tra i due Paesi: al centro del confronto è il Memorandum per l’adesione dell’Italia alla nuova “Via della Seta”. L’intesa commerciale Roma-Pechino è vista favorevolmente dalla maggioranza assoluta degli italiani. 3 su 10 non la condividono, mentre il 19 per cento non esprime un’opinione in materia. È il dato che emerge da un sondaggio condotto nelle ultime 24 ore dall’Istituto Demopolis

“L’opinione pubblica – spiega il direttore di Demopolis Pietro Vento – si divide sui rapporti con la Cina. Tra le ragioni a favore della scelta del Governo Conte, centrali appaiono due motivazioni: il 43% ricorda che il Paese ha bisogno di investimenti esteri e di una maggiore centralità nel Mediterraneo, il 35% segnala che potrebbe essere un’occasione per rafforzare l’espansione del Made in Italy in nuovi mercati. Sul fronte opposto, 4 intervistati su 10 evidenziano i rischi della concorrenza delle merci cinesi a basso costo; uno su tre teme il controllo su alcuni porti italiani, mentre il 27 per cento preferirebbe evitare tensioni con gli Usa e i partner dell’Unione Europea”. 

Interessante, nell’analisi dell’Istituto Demopolis, è la differenziazione delle posizioni degli elettori dei principali partiti. Più favorevole appare chi vota il Movimento 5 Stelle: i due terzi condividono l’adesione alla Via della Seta; un giudizio positivo arriva anche da poco più del 50% degli elettori della Lega. Più critico chi si colloca nell’area dell’opposizione: propenso all’accordo con la Cina si dichiara il 41% di chi vota il PD ed appena un elettore su tre di Forza Italia. 

Dopo i recenti anni di crisi, l’opinione pubblica manifesta un’apertura a nuovi rapporti commerciali del nostro Paese, ma sempre all’insegna di una prudenza nei delicati equilibri geo-politici. Il 54% degli italiani, intervistati da Demopolis per il programma Otto e Mezzo, ritiene auspicabile il rafforzamento delle relazioni economiche dell’Italia con la Cina e la Russia, ma nel rispetto delle relazioni euro-atlantiche e dell’alleanza con gli Stati Uniti. 

 

Nota informativa – Il sondaggio è stato effettuato dall’Istituto Demopolis, diretto da Pietro Vento, per il programma Otto e Mezzo (LA7) dal 21 al 22 marzo 2019 su un campione stratificato di 1.080 intervistati, rappresentativo dell’universo della popolazione italiana maggiorenne. Supervisione della rilevazione demoscopica di Marco E. Tabacchi. Coordinamento di Pietro Vento, con la collaborazione di Giusy Montalbano e Maria Sabrina Titone.Approfondimenti su: www.demopolis.it

L’ultima roccaforte dell’Isis in Siria, Baghuz, è stata liberata. L’annuncio è stato dato dal portavoce delle Forze democratiche siriane (Sdf), le milizie curdo-arabe appoggiate dagli Stati Uniti, e segna l’eliminazione del Califfato e la fine di quasi cinque anni di guerra contro lo Stato Islamico in Siria e in Iraq. L’offensiva finale era iniziata nelle scorse settimane su Baghuz, situata sul fiume Eufrate, nell’est della Siria e vicino al confine iracheno, dopo l’evacuazione di migliaia di civili e la resa dei combattenti jihadisti nell’area. L’Isis aveva raggiunto la sua massima espansione territoriale nell’estate del 2014, con la conquista di Mosul, nel nord dell’Iraq e la proclamazione del cosiddetto Califfato.

È attesa per oggi la convalida dell’arresto di Ousseynou Sy, l’autista che ha dirottato un bus con una scolaresca e poi gli ha dato fuoco mercoledì a San Donato Milanese. Il gip Tommaso Perna, dopo averlo ascoltato venerdì pomeriggio al carcere di San Vittore, deve depositare l’atto entro 48 ore dall’interrogatorio.

L’uomo è accusato di strage, sequestro di persona, incendio, e resistenza con l’aggravante terroristica.

“Segni di squilibrio”

“A mio giudizio ha dato seri segni di squilibrio e la maniera che ha avuto il gip di portare avanti l’interrogatorio è stata volta a verificare questo aspetto”, ha detto nel frattempo Davide Lacchini, l’avvocato difensore di Sy.

“Sentivo le voci dei bambini in mare che dicevano ‘fai qualcosa di eclatante per noi ma non fare del male a questi bambini’” avrebbe dichiarato da parte sua l’arrestato nel corso della deposizione.

Sarebbero queste dunque le “circostanze non fattuali” citate dal legale Davide Lacchini alle quali l’indagato ha fatto riferimento e che suffragherebbero, secondo la difesa, la richiesta di una perizia psichiatrica.

L’indagato ha mostrato segni di squilibrio come sostiene il suo avvocato? “Non mi è sembrato”. Così ha risposto il gip di Milano, Tommaso Perna uscendo da San Vittore. A chi gli domandava se nel rispondere agli interrogativi del gip sia stato tranquillo, il magistrato ha risposto: “Più o meno”, comunque “ha parlato”. 

Mancano pochi giorni alla data fissata per il divorzio tra Gran Bretagna e Unione Europea e ancora non si sa se Westminster si convincerà a votare l’intesa stretta dalla premier con Bruxelles o se, ed è lo scenario più temuto, si andrà verso un ‘no deal’, un’uscita senza accordo dalle conseguenze imprevedibili.

Nel dubbio, si fanno scorte dei beni di prima necessità che, in mancanza di una disciplina commerciale chiara, potrebbero scarseggiare. Come la carta igienica e i rotoli da cucina. Wepa, la ditta tedesca che è il primo fornitore di tali prodotti in Gran Bretagna, ha quindi iniziato a fare scorte, accumulando nei magazzini britannici 3,5 milioni di rotoli.

la compagnia, riporta il Guardian, ha inoltre messo da parte forniture sufficienti per sei settimane dei cilindri di cartone interni ai rotoli, che non potrebbero essere fabbricati nel Regno Unito in quantità sufficiente e vengono importati dall’Europa dell’Est e dalla Scandinavia. 

Qualora la situazione creatasi con l’eventuale ritorno delle frontiere doganali tardi a risolversi, Wepa ha un piano B: navi cargo che trasportino forniture aggiuntive da Napoli a Swansea, una rotta sostitutiva di quella da Calais a Dover, che è molto più breve ma potrebbe subire un impatto immediato difficile da stimare all’indomani di un ‘no deal’.

Wepa non è l’unica azienda che si è premunita in caso di ‘hard Brexit’. Piani simili sono stati adottati da società provenienti dai settori più disparati, dalla farmaceutica alla componentistica per auto. Ma il bene che sta andando a ruba nei supermercati britannici in questi giorni, come ha comunicato la catena Morrisons, è la carta igienica, le cui vendite sono cresciute del 7% nei mesi scorsi, insieme a quelle di antidolorifici.

“La prima adunata dei fasci di combattimento, strombazzata per settimane dal Popolo d’Italia come un appuntamento fatidico, era stata fissata al Teatro dal Verme, capace di 2000 posti. Ma la vasta platea è stata disdetta”.

“Tra la grandezza del deserto e la piccola vergogna, abbiamo preferito la seconda. Abbiamo ripiegato su questa sala riunioni del Circolo dei commercianti e degli industriali. È qui che dovrei parlare”.

“Tra quattro pareti tappezzate di un triste verde lago, affacciato sul nulla di una grigia piazzetta parrocchiale… piazza del San Sepolcro”.

“Cento persone scarse, tutti uomini che non contano niente. Siamo pochi e siamo morti. Aspettano che io parli ma io non ho nulla da dire”.

È il 23 marzo del 1919, cent’anni fa, e la voce e le parole sono quelle di Benito Mussolini per come gliele restituisce lo scrittore Antonio Scurati nel suo romanzo storico “M, il figlio del secolo” uscito per Bompiani lo scorso settembre e oggi candidato al Premio Strega.

È anche l’incipit del libro, in cui l’ardimentoso Mussolini appare come un uomo dubbioso, combattuto sulle scelte da operare.

Per prima cosa deve subito ripiegare, e rinunciare all’ampiezza della sala per evitare la brutta figura di una scena con numerose sedie vuote. Non se lo può permettere.

Eppure “sarà un un’adunata importantissima” recita il comunicato pubblicato dallo stesso giornale il 2 marzo.

Non un partito, ma un movimento

L’invito viene replicato anche il giorno 9 e questa volta viene anche motivato l’obiettivo, che è chiaro: “Il 23 marzo sarà creato l’antipartito, sorgeranno i fasci di combattimento contro due pericoli: quello misoneista di destra e quello distruttivo di sinistra”.

Due modi diversi ma al tempo stesso speculari di essere contro l’innovazione e la modernizzazione. Luddisti del presente e del futuro.

Tuttavia, l’indomani mattina di quel 23 marzo il quotidiano diretto dallo stesso Mussolini, annuncia che l’iniziativa ha riscosso un enorme successo e che le adesioni ai fasci fioccano e crescono a vista d’occhio.

In realtà, come rievocano Indro Montanelli e Mario Cervi ne “L’Italia del Novecento” (Rizzoli) e “come risulta da un rapporto della polizia, i convenuti a quella cerimonia di battesimo (…) non furono più di trecento, anche se poi l’onore di avervi partecipato fu rivendicato da parecchie migliaia di persone che in qualche modo riuscirono a farselo riconoscere”.

Un primo vezzo di trasformismo. E poi per tutti i vent’anni successivi tutta l’Italia viene costretta a festeggiare solennemente quella ricorrenza. Insomma, a dirla tutta inizialmente la vicenda dei fasci parte come un mezzo fiasco.

I fasci però non sono un partito, bensì il tentativo di dare una spinta ad un “movimento” con una chiara impronta antipartito, anche in polemica con il Partito socialista dal quale Mussolini è stato espulso cinque anni prima.

Quindi, nelle intenzioni, quello dei Fasci è per lo più uno “stato d’animo” che si prefigge di rompere gli schemi della politica tradizionale per dar vita ad una organizzazione di “ardimentosi” in grado di compiere la rivoluzione che deve portare alla nascita di una “nuova Italia”, per come la intende quel che sarà il futuro Duce del Paese.

Ma l’Italia di quel momento è una nazione appena uscita dalla guerra (novembre 1918), vincitrice ma in ginocchio, provata, con milioni di morti sulla coscienza, tanto che chi porta la divisa in quel momento viene considerato un reietto e un complice dello sfacelo del Paese. Viene evitato se non, addirittura, malmenato.

Ciò che acutizza il disagio e l’isolamento degli uomini ritornati dal fronte e che la Sinistra del tempo non sa cogliere. Acuendo la frattura tra i Paese e il suo ceto medio.

“Perché dovrei parlare a questi uomini?” dice tra sé il Mussolini cui lo scrittore Scurati restituisce la voce nelle sue pagine “stregate” e ieratiche dal forte fascino narrativo.

E lo stesso Mussolini si risponde: “È gente che prende la vita d’assalto come un commando. Ho davanti a me solo la trincea, la schiuma dei giorni, l’area dei combattenti, l’arena dei folli, il solco dei campi arati dai colpi di cannone, i facinorosi, gli spostati, i delinquenti, gli oziosi, i genialoidi, i piccolo borghesi (…), lo so, li vedo qui davanti a me, li conosco a memoria: sono gli uomini della guerra”.

In quel frangente Benito Mussolini, che il 23 marzo dà vita ai fasci di combattimento, nucleo originario e fondativo del futuro Partito Nazionale Fascista nel novembre del 21, ha dietro a sé due date uguali e al tempo stesso distanti.

La prima è il 24 novembre del ’17 – con la più grande disfatta militare di tutti i tempi che è stata Caporetto, “un esercito di un milione di soldati distrutto in una settimana”.

La seconda il 24 novembre del ’14, il giorno della sua cacciata dal Partito socialista con gli operai di cui fino al giorno prima è stato idolo e faro che si combattono a vicenda pur di prenderlo a cazzotti.

La sindrome del “piccolo borghese imbestialito”

Le elezioni politiche del 16 novembre 1919 sono per il fascismo un vero disastro. “Nella circoscrizione di Milano – ricordano Montanelli e Cervi nel loro libro – su 270 mila voti la lista capeggiata da Mussolini non ne raccolse neanche cinquemila. (…) I socialisti, che avevano riportato un clamoroso successo assicurandosi ben 156 seggi mentre 100 erano andati ai popolari di Don Sturzo, celebrarono i funerali di Mussolini portandone in giro la bara”.

Così Mussolini per allargare e rafforzare il proprio seguito apre le porte a chi più ne ha più ne metta, cioè “a tutt’altra estrazione sociale e ideologica: studenti, ex-combattenti delle ultime leve desiderosi di perpetuare ‘l’avventura’, scampoli della piccola e media borghesia benpensante e conservatrice che invece vedevano nel fascismo la ‘diga’ contro la sovversione, e una crescente falange di spostati in cerca di torbido in cui pescare”, si legge ne L’Italia del Novecento.

E nel largo quanto vago “movimento” messo su da Mussolini ognuno può starci e interpretarlo come meglio gli può convenire.

Mussolini stesso, complice e anche consapevole. Un ricambio di sangue in parte provocato e in parte accettato. Un’impalcatura che poi si fa regime.

Agli inizi del ’20, Mussolini dice di poter contare su 88 fasci e 20 mila iscritti ai suoi ordini. Una forza per lo più modesta, visto anche il tonfo elettorale dell’anno precedente. I Fasci non sono un partito né sembra desiderino diventarlo.

Si chiamano “movimento” dove ognuno si muove a modo suo “sotto la spinta propulsiva di qualche ras locale” e sotto una ferrea direzione e centralizzata popolar-populista molto buona per le adunate.

La leadership fiuta l’istinto del “piccolo borghese imbestialito” e ne fa leva contro tutto e tutti, in particolare “contro i socialisti, che di ritorno dalle trincee, lo avevano svillaneggiato e aggredito, ma anche contro i capitalisti ‘pescicani’ che avevano lucrato alle sue spalle, la Monarchia, la Chiesa, i partiti, la ‘politica’ in generale, insomma quello che oggi si chiama l’establishment”. O, se vogliamo, l’élite.

Gli italiani vengono di nuovo chiamati alle urne il 15 maggio 1921. E questa volta Mussolini registra un vistoso successo.

Sabato 23 marzo Silvia La Notte salirà sul ring di Enfusion Roma per aggiungere la cintura del titolo mondiale femminile Enfusion , categoria -50 kg, alla sua già ricchissima collezione di titoli. “Mi aspetto di potermi esprimere al meglio, nella migliore delle mie performance, per il pubblico di Enfusion, e potermi conquistare questo grandioso mondiale a Roma”.

Quello di sabato sarà l’incontro numero 100 per Silvia: la forte atleta del team Thunder-Gym Milano si presenta, infatti, con 99 incontri, 79 dei quali vinti, 16 persi, 4 pareggiati. Una serie di risultati che giustifica il suo soprannome “Little Devil”.

Sul ring incontrerà la giovane atleta scozzese Amy Pirnie, da 5 anni al primo posto nel Regno Unito, detentrice del titolo WBC internazionale e nazionale e del titolo mondiale ISKA. Con 20 vittorie da professionista, su 24 incontri, più della metà delle quali prima del limite, ha le idee ben chiare anche per il match del 23 marzo: “Sono in una forma splendida, ho battuto le migliori atlete inglesi ed europee. Sono più forte che mai e vengo per una sola cosa, la vittoria!”

L’incontro tra Amy Pirnie e Silvia La Notte, valido per il titolo mondiale femminile , è l’ultimo dei 14 incontri in programma il prossimo 23 marzo nell’ambito dell’ Enfusion Roma , l’evento che per la prima volta porta in Italia i campioni di K1 e Muay Thai del circuito olandese “Enfusion”, uno dei più prestigiosi a livello mondiale. Tra gli altri match segnaliamo quello tra Davide Armanini e Regilio van den Ent , rispettivamente 5° e 7° nel ranking mondiale Enfusion categoria -75kg, e quello tra Mattia Faraoni e Boubaker El Bakouri nella categoria -90kg.

La prima volta in cui la sigla Bpa (acronimo che indica il pericoloso Bisfenolo A) ha fatto il proprio ingresso nel dibattito pubblico sulla salute dei consumatori erano i primi anni duemila, quando è emersa la sua capacità di alterare lo sviluppo del sistema ormonale incidendo sulla fertilità.

Le interferenze endocrine di questo composto sintetico, utilizzato nella produzione della plastica, sono alla base di possibili anomalie riproduttive, cancro a seno e prostata, diabete e malattie cardiache.

Bandito dai biberon europei nel 2011, oggi è però rintracciabile in concentrazioni elevate in quasi tutti i cartoni per la pizza.

Lo dimostra un’inchiesta svolta dal Salvagente, la rivista mensile interamente dedicata ai diritti dei consumatori. Sotto esame sono finiti tre contenitori da asporto in cartone, destinati a contenere l’alimento italiano per eccellenza, la pizza. Le misurazioni hanno rilevato come il composto pericoloso sia contenuto in quantità non indifferenti in due campioni su tre.

Il rischio è la contaminazione del prodotto stesso: secondo le analisi del Salvagente nella pizza ospitata dai cartoni marchiati Garcia de Pou e Izmir la migrazione di bisfenolo è stata di 179 ppb e 331 ppb (parti per miliardo).

Questa quantità sarebbe illegale se proveniente da un contenitore di plastica, ma non ci sono norme che regolano carta e cartone; l’assenza di leggi deriva soprattutto dal fatto che nessuno, nemmeno il legislatore, si aspettava di trovare il bisfenolo in questi materiali.

Nonostante le pressioni dell’Echa (l’Agenzia europea delle sostanze chimiche) per la messa al bando di questo composto sintetico, il Parlamento europeo e la Commissione Envi Ambiente hanno semplicemente abbassato i limiti consentiti (da 600 a 50 parti per miliardo) e portato a zero la soglia negli involucri per alimenti destinati a neonati e bambini.

L’origine di questa contaminazione (tipica delle plastiche e delle resine epossidiche) che coinvolge la carta è probabilmente da attribuirsi all’inquinamento del cartone riciclato utilizzato in fase di produzione.

Secondo la Direzione generale per l’igiene e la sicurezza degli alimenti e la nutrizione, in Italia “l’uso di carta riciclata nei cartoni per pizza d’asporto è vietato. L’articolo del Salvagente evidenzia l’assenza di una norma armonizzata nell’Unione europea su questo settore che solo in alcuni Stati Membri è regolamentata da disposizioni sanitarie. Infatti a partire dal 1973 il ministero della Sanità aveva disciplinato i materiali ed oggetti destinati a venire a contatto con gli alimenti (MOCA) stabilendo per le carte e cartoni requisiti specifici e limitazioni d’uso”. “In Italia – ricordano dal ministero – l’uso di carte e cartoni di riciclo è consentito soltanto per alcuni tipi di prodotti alimentari, i cosiddetti “solidi secchi “(sale, zucchero, riso, pasta secca etc.), tra i quali non rientra la pizza”.

Nonostante il divieto formale, tuttavia, non è la prima volta che l’uso di carta riciclata per i cartoni take away finisce nell’occhio del ciclone di polemiche e inchieste.

Se ne era occupato proprio Il Salvagente già nel 2006, evidenziando come i contenitori per pizze analizzati contaminassero il cibo con almeno sei tipologie differenti di fenolici, benzeni e naftaleni e persino dietilesilftalato, una sostanza da tempo bandita da ogni oggetto di largo consumo per la sua tossicità.

Anche altri team di esperti che hanno studiato il caso sono giunti ad una conclusione simile e non meno preoccupante. Su tutti il laboratorio di Ricerche analitiche alimenti e ambiente dell’Università di Milano, diretto dal professor Fernando Tateo, che nel 2006 ha analizzato 8 cartoni per la pizza di uso comune rintracciando ftalati, sostanze non autorizzate per la fabbricazione di pellicole di cellulosa, e soprattutto di-isobutilftalato “in quantità altamente preponderante rispetto a tutti gli altri componenti della frazione volatile (…) già alla temperatura di 60°”.

Nonostante siano passati ben 13 anni dai primi test che hanno evidenziato i rischi di sostanze tossiche e contaminanti nei cartoni per la pizza, la situazione sembra quindi immutata. 

È il bene comune più prezioso e vitale, ma anche il più sottovalutato, sprecato e inquinato. Ecco perché all’acqua l’Onu ha dedicato una giornata mondiale che si celebra ogni anno il 22 marzo. L’obiettivo è quello di aumentare la consapevolezza sull’importanza dell’acqua e sulla sua tutela. Perché la percezione è che l’acqua sia una risorsa rinnovabile all’infinito, ma se non si adottano le strategie opportune la realtà sarà presto molto diversa.

Quanta ne abbiamo a disposizione?

Il 70 per cento circa del corpo umano è fatto d’acqua e il 70 per cento della superficie terreste ne è ricoperta. L’acqua crea un ambiente che sostiene e nutre piante, animali ed esseri umani, rendendo la Terra in generale perfetta per la vita.

Ma la prima cosa da mettere a fuoco – si legge in un articolo dell’Economist ripreso da Internazionale – è che il dato del 70 per cento è piuttosto irrilevante ai fini del dibattito. Fa riferimento al mare, che comprende il 97,5 per cento di tutta l’acqua sul pianeta Terra ed è salato.

Un ulteriore 1,75 per cento di acqua è ghiacciata, ai poli, sotto forma di ghiacciai o permafrost. Perciò il mondo deve contare soltanto sullo 0,75 per cento dell’acqua disponibile sul pianeta, quasi tutta in falde acquifere sotterranee, nonostante il 59 per cento circa del suo fabbisogno venga soddisfatto dallo 0,3 per cento di acqua di superficie.

Quanta ne consumiamo

L’utilizzo globale di acqua è sei volte maggiore di quanto non lo fosse un anno fa, e si prevede che entro il 2050 sarà ulteriormente aumentato del 20-50 per cento. Il volume di acqua utilizzato, circa 4.600 chilometri cubi all’anno, è già prossimo al livello limite che è possibile consumare senza che le riserve idriche si riducano drasticamente.

Un terzo dei più grandi sistemi di falde acquifere al mondo è a rischio di prosciugamento. Tre fattori, poi, continueranno a far aumentare la richiesta di acqua: la popolazione, la ricchezza e il cambiamento climatico. Nel 2050 il numero di abitanti del pianeta dovrebbe aumentare, attestandosi tra i 9,4 e i 10,2 miliardi, rispetto ai poco meno di 8 miliardi attuali.

Gran parte dell’aumento si registrerà in aree del mondo che soffrono già di carenza idrica, soprattutto Africa e Asia. Le persone avranno stili di vita che comporteranno un maggiore consumo di acqua e si sposteranno nelle città, molte delle quali si trovano in aree esposte a un grosso rischio di carenza idrica.

Chi ne soffre

Secondo l’ultimo Rapporto di sviluppo sull’acqua delle Nazioni Unite, già un quarto dell’umanità, ossia 1,9 miliardi di persone, il 73 per cento delle quali in Asia, vive in aree in cui l’acqua potrebbe raggiungere elevati livelli di scarsità (un dato da confrontare secondo altri studi con i 240 milioni di persone di un secolo fa, pari al 14 per cento della popolazione).

E il numero di persone che vivono in gravi condizioni di carenza idrica aumenterà fino a 3,2 miliardi entro il 2050, o a 5,7 miliardi se si considera la variazione stagionale. Queste persone non si troveranno solo nei Paesi poveri. Anche Australia, Italia, Spagna e persino Stati Uniti dovranno affrontare gravi carenze di acqua.

L’acqua italiana, sempre più maltrattata

In base ai monitoraggi eseguiti per la direttiva Quadro Acque – si legge sull’ultimo rapporto di Legambiente “Buone e cattive acque” –  “lo stato attuale dei corpi idrici italiani vede solo il 43% dei 7.494 fiumi in ‘buono o elevato stato ecologico’, il 41% è al di sotto dell’obiettivo di qualità previsto e ben il 16% non è stato ancora classificato. Ancora più grave la situazione dei 347 laghi, di cui solo il 20% è in regola con la normativa europea mentre il 41% non è stato ancora classificato”.

Cosa fare, allora? La tutela della risorsa idrica passa anche attraverso “una corretta depurazione dei reflui fognari e il nostro Paese sembra che non riesca ad uscire da questa persistente emergenza. I dati Istat raccontano che nel 2015 sono 1,4 i milioni di abitanti non serviti da alcun servizio di depurazione, con situazioni maggiormente critiche in Sicilia, Calabria e Campania. Ma gli impianti, ove presenti, troppo spesso non garantiscono conformità con la direttiva europea sulle Acque Reflue”.

Il 37% delle acque superficiali italiane, inoltre, non raggiunge gli obiettivi di qualità della Direttiva Acque a causa dell’inquinamento da fertilizzanti, pesticidi e sedimenti inquinanti prodotti da aziende agricole e delle criticità che derivano dalle estrazioni idriche per l’irrigazione. “I nitrati restano un problema rilevante, specie nelle regioni più critiche, come sottolinea anche la Commissione Europea con la sua lettera di costituzione in mora (procedura d’infrazione 2018/2249), così come i pesticidi, presenti nel 67% dei punti di monitoraggio delle acque superficiali e nel 34% di quelli nelle acque sotterranee”.

“Non vedo un caso Roma, vedo il caso De Vito, che non fa già più parte del Movimento, trenta secondi dopo che l’abbiamo saputo. La giunta Raggi deve andare avanti, ha una missione difficilissima mettere a posto la città di Roma”. Lo ha detto il vice premier Luigi Di Maio ad Agorà su Rai Tre, smentendo così gli articoli apparsi sui giornali secondo i quali il M5s starebbe valutando di togliere il simbolo all’amministrazione della Capitale. 

“Qui stiamo parlando di commercio estero, noi siamo alleati degli Stati Uniti, siamo nella Nato e siamo nell’Unione Europea. Non stiamo facendo nuove alleanze geopolitiche”, ha poi detto il ministro a proposito del memorandum tra Italia e Cina. “In tema di commercio estero – aggiunge – chi arriva prima aiuta per primo le proprie imprese. Ora Germania e Francia esportano in Cina molto più di noi. Noi in questo momento storico abbiamo per la prima volta l’opportunità di portare il made in Italy in Cina e il made in China in Italia. Questa e’ l’occasione che abbiamo in questi giorni con la firma di questi accordi, che sono accordi commerciali”.