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AGI Il bilancio finale a un mese dal crollo di un palazzo di 12 piani sulla Surfside di Miami, è di 97 morti e una donna dispersa non ancora identificata. È quanto emerge nel giorno in cui i soccorritori hanno dichiarato la fine delle ricerche fra le macerie, secondo quanto riferisce la Bbc.

Fin dall’inizio delle ricerche, nessuna persona è stata estratta in vita durante le operazioni di scavo; fin dal 7 luglio, non si è piu’ sperato di trovare sopravvissuti ma si è puntato solo al recupero dei corpi, mentre Miami era colpita da una tempesta tropicale: gli interventi dei vigili del fuoco, che hanno lavorato sotto pressione con turni di 12 ore al giorno, erano particolarmente rischiosi per l’instabilità di quanto rimasto in piedi dopo il crollo parziale del 24 giugno e hanno subito diverse interruzioni. Si calcola che i detriti ammontino a 13 mila tonnellate.

AGI – “Sono rimasto stupito negativamente. Ma non voglio commentare le sue parole”: è quanto afferma il leader leghista, Matteo Salvini, in merito alle parole del premier Mario Draghi sugli appelli a non vaccinarsi. In un’intervista al Corriere della Sera, Salvini, ha spiegato di non aver sentito Draghi dopo quella dichiarazione: “No, l’avevo sentito prima del Consiglio dei ministri e avevamo dialogato amabilmente su tante questioni. Se aveva qualche osservazione da muovermi poteva dirmelo al telefono e non attraverso una conferenza stampa”.

Sul Green pass Salvini ha ribadito la sua posizione: “Resto contrario, sono contento che non sia passato il cosiddetto modello francese che sarebbe stato molto più restrittivo. Abbiamo cercato di limitare i danni che sarebbero derivati nel caso di applicazione estensiva (nei bar, sui treni, nei luoghi di lavoro). Avremmo tolto i diritti civili a 30 milioni di persone. Vedremo fra 15 giorni”.

Quanto alle proteste di piazza contro il Green pass, Salvini ha osservato: “Chi manifesta non è No vax. Conosco tanta gente che è vaccinata che si oppone alle restrizioni e che invoca la libertà di scelta. Mercoledì a Roma saranno in tanti a far sentire la loro voce, non vedo che male facciano. Di certo non sarò io a ghettizzarli. E altrettanto sicuramente non voglio vivere in una nuova Unione Sovietica”. Mentre sulla vaccinazione effettuata ieri spiega: “La vaccinazione era stata prenotata per tempo, mica si può decidere dalla sera alla mattina…”.

AGI – Esordio sofferto ma vittorioso per la nazionale italiana di volley che ha battuto al tie break 3-2 il Canada (26-28, 18-25, 25-21, 25-18,15-11), rimontando due set. Partenza contratta per la squadra di Gianlorenzo Blengini che poi è stata trascinata da un ottimo Alessandro Michieletto, un esordiente capace di mettere a segno 24 punti chiudendo con il 59% in attacco. Da segnalare anche i 21 punti di Juantorena e l’efficacia di Vettori subentrato a un deludente Zaytsev alla fine del secondo set.

“Molta sofferenza, sapevamo che sarebbe stata una partita difficile, perché il Canada è una squadra di grande qualità”, ha commentato il ct Blengini, “molti di questi giocatori erano nel sestetto di Rio che ha battuto 3-0 gli Stati Uniti. Ed erano gli Stati Uniti che poi han preso un bronzo e han fatto una semifinale con noi forse quasi epica”.

Lunedì gli azzurri sono attesi da una sfida terribile contro i bicampioni del mondo della Polonia, grandi favoriti nel torneo. La speranza è che dopo un’estate in cui hanno giocato poco possano trovare la migliore condizione più avanti nel torneo.

AGI – “Oggi abbiamo registrato un boom di prenotazioni che vanno dal +15 al +200% in base alle Regioni” ha detto il commissario straordinario per l’emergenza Covid, Francesco Paolo Figliuolo, mentre la soglia di dosi somministrate ha superato i 64 milioni.

Le persone che hanno completato il ciclo vaccinale sono 29.198.814, il 54,06% della popolazione over 12, ma sono oltre 4,8 milioni (per l’esattezza 4.829.491) gli italiani con più di 50 anni che non hanno ancora fatto nemmeno una dose.

Secondo il report settimanale del commissario Figliuolo, non hanno ricevuto la prima dose o dose unica:

  • nella fascia 50-59 anni, 2.469.692 (il 25,59%);
  • nella fascia 60-69, 1.327.306 (il 17,57%);
  • nella fascia 70-79, 713.124 (l’11,85%)
  • tra gli over 80, 319.369 (il 7,01%).

Il 69,63% di chi è tra i 60 e 69 anni  stato vaccinato con la doppia dose. Mentre il 17,57% risulta in attesa della seconda dose. Sono 222.132 (il 15,17%) i docenti e gli altri rappresentanti del personale scolastico a non aver ancora ricevuto nemmeno la prima dose o dose unica di vaccino. Mentre il 78,78% (1.153.573) del personale scolastico risulta immunizzato con la doppia dose.

 

Vi siete mai ritrovati intrappolati in un loop di gioco per ore accorgendovi di non esservi ancora fermati a chiedervi perché? Questa è una sintesi meritevole di Roguebook, il deckbuilder roguelike di Richard Garfield (si, quello, il creatore di Magic: The Gathering) e gli sviluppatori di Faeria.

Roguebook

Di base, la struttura di Roguebook è quella di un tradizionale deckbuilder, con l’aggiunta però degli elementi roguelike ai quali ultimamente molti titoli si sono affidati: ormai quest’ultimo genere tende all’onnipresenza e, se da un lato non sorprende l’introduzione delle sue meccaniche anche in un contesto così stabile e costante come quello di un deckbuilder, dall’altro è davvero straordinario come l’accoppiata funzioni in modo così naturale.

Lo stile estetico è la prima cosa a meritare il nostro più sincero apprezzamento: ha una sua identità chiara e precisa, certo presa a piene mani dal già esistente universo di Faeria ma che risulta comunque immediatamente memorabile e capace di reggersi “sulle proprie gambe”.

Roguebook

Il secondo impatto è sicuramente quello con la UI, molto semplice ma che mostra il fianco di quella che ci sembra, almeno in parte, una struttura più da gioco mobile che da titolo PC.

Ovvio, Roguebook è disponibile praticamente ovunque, però avremmo gradito un lavoro di UI dedicato alle diverse piattaforme, uno sforzo che chiaramente è tutt’altro che piccolo ma che forse l’avrebbe elevato a un senso estetico leggermente più “premium”, anche solamente con l’aggiunta di shortcut di tastiera, o una miglior gestione d’ingombro visivo per le carte in gioco.

Roguebook

Veniamo però al core loop di Roguebook, il ciclo di attività che caratterizzano ogni partita; tolta la prima, sorta di tutorial sia del mondo di gioco che della costruzione del mazzo in sé, ogni sessione inizia con la scelta del proprio eroe. In totale questi sono 4 (Sharra – Sterminatrice di Draghi, Sorocco – l’Incrollabile, Seifer – Tiranno Sanguinario e Aurora – Creatrice di Miti), ognuno con un proprio skill tree, ma all’inizio solo Sharra e Sorocco saranno disponibili, arrivando, nell’endgame, a un team di 2 frutto di una qualsiasi delle 6 possibili combo fra i 4.

Una volta scelto l’eroe e attribuitoci un deck di base, si parte con l’esplorazione del Roguebook stesso: questo libro, tra le cui pagine ci ritroviamo intrappolati, è esteticamente rappresentato da una griglia a tile esagonali che potremmo svelare, poco a poco, utilizzando una sorta di pennello magico, dagli utilizzi limitati.

Roguebook

Qui entra in gioco il primo interessante aspetto del loop di gioco, ossia la spinta naturale, per la categoria di giocatore conosciuta dietro le quinte come “Achiever”, al voler scoprire ogni tile possibile, cosa che di base non risulta realizzabile e che, se da un lato fa appello al bisogno di svelare ogni singolo spazio ignoto, dall’altra, dopo una manciata di partite, risulta troppo frutto del caso e poco di un eventuale piano strategico, difetto che in parte ritroviamo nelle battaglie stesse.

Le tile che man mano scopriremo, infatti, potranno celare Cuori necessari a ricaricare la salute dei nostri eroi, Oro per poter fare acquisti presso uno dei vari mercanti, Manufatti e nuove Carte con i quali potenziare le carte a nostra disposizione (ce ne sono ben 200) o pescarne di nuove, ma soprattutto Battaglie: queste sono l’unico modo per guadagnare nuovo inchiostro per il pennello magico, ampliando quindi la nostra capacità e i perk/livelli dei nostri personaggi prima dell’inevitabile boss battle che ci aspetta sulla soglia del portale di passaggio al livello successivo.

Roguebook

Tolte le prime run, nelle quali ancora si sta prendendo confidenza con le meccaniche di gioco, le battaglie sono divertenti e molto dinamiche, coraggiose e innovative nel dare importanza a elementi interessanti come il posizionamento reciproco dei nostri eroi (al fronte o nelle retrovie) e in grado di offrire spesso una soluzione a ogni inghippo.

Come vi anticipavamo, però, non sempre questo funziona come dovrebbe: dopo aver provato diverse tecniche e “tipologie” di mazzo, anche con gli stessi nemici (presi fra i 40 disponibili in gioco), siamo arrivati alla piuttosto anomala conclusione che in realtà la strategia per abbattere un nemico sia una, e che gran parte del gioco e delle battaglie consista nell’attendere la giusta combo di carte per effettuarla. È una scelta coraggiosa e che rispettiamo, pur non condividendola appieno.

Roguebook

Questo “fattore X randomico” è tipico del roguelike, ne siamo consapevoli, però in Roguebook risulta troppo sbilanciato, tanto da rendere qualche run sfortunata più frustrante di quanto anche la peggior partita a Returnal o Enter the Gungeon siano mai stati in grado di fare.

Si sente poi la mancanza di una sorta di bestiario, proprio in funzione dell’aspetto estetico così riuscito anche nella caratterizzazione dei nemici, e di un canovaccio narrativo un po’ più strutturato, in Roguebook puro pretesto per giocare, appena accennato nella prima fase e poi relativamente abbandonato, scevro anche di qualsivoglia sforzo di lore.

Roguebook

Considerate le minimo 20 ore dichiarate per poterlo finire, è indubbio come Roguebook sia in grado di regalare più del triplo in fatto di sbloccabili, poteri, collezionabili e tanto altro, però c’è qualcosa che ci ha fatto storcere il naso e che vorremmo condividere con voi prima di chiudere le fila di questa recensione. Durante l’avventura, le Pagine necessarie a sviluppare gli unici potenziamenti costanti run dopo run sono dei drop casuali recuperabili scoprendo la mappa, però, per il loro effettivo utilizzo, dobbiamo avviare una nuova run.

Con queste premesse, voi vi aspettereste che appena morti in battaglia, il gioco riparta subito con la nuova partita, ma così non è: al game over, infatti, sarete riportati al menu principale. Lo sappiamo, è una piccolezza, ma a livello di user experience fa storcere il naso non poco, soprattutto quando lo scopo stesso di un roguelike è quello di far ripartire il giocatore subito dopo l’inevitabile fallimento.


Roguebook è un must-have, anche per i non fan del genere roguelike o deckbuilder. Lo stile estetico rimane impresso fin da subito, e ci vuole davvero poco per imparare ciò che il gioco vuole insegnarci. Certo, ci sono scelte che non condividiamo, come l’impossibilità di scegliere in qualsiasi momento quali carte scartare, o l’utilizzo di una UI che sminuisce in parte l’esperienza, però anche i difetti più letali lasciano lo spazio a un gioco divertente da giocare (e da ri-giocare), perchè in fondo è questo uno dei motivi per i quali il videogioco esiste, no?

L’articolo Roguebook – Recensione proviene da GameSource.

AGI – Un divario più lungo tra la prima e la seconda dose del vaccino Pfizer-BioNTech Covid fa sì che il sistema immunitario del corpo produca più anticorpi: lo hanno scoperto i ricercatori britannici, un lavoro finanziato dal governo e guidato dalla Newcastle University ma non ancora sottoposto a revisione paritaria.

Per lo studio, i ricercatori hanno confrontato le risposte immunitarie di 503 persone, membri del personale del servizio sanitario nazionale, l’NHS, che hanno ricevuto le due dosi a intervalli diversi tra la fine del 2020 e l’inizio del 2021, quando si stava rapidamente diffondendo la variante Alpha, identificata per la prima volta nel Kent; dopo la seconda dose del vaccino sono stati misurati a tutti i livelli di anticorpi.

I risultati dello studio suggeriscono innanzitutto che intervalli di somministrazione sia brevi che lunghi del vaccino Pfizer hanno generato complessivamente forti risposte immunitarie; poi che un intervallo di tre settimane ha generato meno anticorpi rispetto a uno di 10 settimane; inoltre che mentre i livelli di anticorpi sono diminuiti dopo la prima dose, i livelli di cellule T – un diverso tipo di cellula immunitaria – sono rimasti elevati; infine che l’intervallo più lungo ha portato a un minor numero di cellule T in generale ma a una proporzione più elevata di un tipo specifico, chiamato cellule T helper, che secondo i ricercatori supportano la memoria immunitaria.

In ogni caso i dati del Public Health England confermano che il vaccino Pfizer è efficace nel ridurre le malattie gravi, i ricoveri ospedalieri e i decessi, anche dopo una sola dose. “I risultati di questo ultimo studio PITCH sono estremamente significativi non solo per il Regno Unito ma per il mondo, perché ci aiutano a comprendere meglio i meccanismi alla base della nostra risposta immunitaria al Covid-19 e l’importanza di fare entrambe le dosi”, ha commentato il ministro per i vaccini, Nadhim Zahawi. “E fornisce ulteriori prove che un intervallo di otto settimane si traduce in una forte risposta immunitaria”. 

AGI – Negoziato in stallo al G20 a Napoli. Nella seconda giornata di lavori si cerca di trovare l’accordo su clima ed energia, i temi più difficili. Ma le trattative si sono arenate sull’accelerazione della decarbonizzazione e sulla messa a terra delle rinnovabili, obiettivi ambiziosi a cui punta la presidenza italiana con la sponda Usa.

Cingolani e Kerry mediano per sbloccare il negoziato

Il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, e l’inviato speciale Usa per il clima, John Kerry, stanno cercando di mediare per sbloccare la situazione. Il ministro ha incontrato le delegazioni proprio per spianare il terreno e provare ad arrivare a una sintesi entro la fine della giornata. Ma il cammino è in salita, così come si preannunciava. Da un lato ci sono Usa ed Europa, dall’altro i paesi emergenti, con Cina e Russia.

Italia e Stati Uniti lavorano insieme per mettere in campo una strategia comune per mantenere in questo decennio il riscaldamento globale entro 1,5 gradi dai livelli pre-industriali. Ma ci sono Paesi che non vogliono rispettare vincoli così stringenti sul contrasto al cambiamento climatico e la decarbonizzazione. 

La prima giornata di lavori ieri aveva prodotto una dichiarazione congiunta sui temi dell’ambiente, frutto del lavoro portato avanti da mesi dalle delegazioni. Ma si trattava del traguardo più facile da tagliare. L’obiettivo è di arrivare anche oggi a un documento condiviso ma non è detto che ci si riesca. Cingolani e Kerry stanno lavorando sull’ultima bozza della dichiarazione che dovrà essere approvata. 

L’Aie, città responsabili del 70% delle emissioni di carbonio globali

L’Agenzia Internazionale per l’Energia, su richiesta della presidenza italiana del G20, ha elaborato e presentato nel corso dei lavori un rapporto (‘Empowering Cities for a Net Zero Future’) che esamina proprio come le città possano essere la chiave per un futuro a zero emissioni nette, poiché la digitalizzazione apre una serie di nuove opportunità. Le città, secondo quanto emerge dal rapporto, oggi rappresentano oltre il 50% della popolazione del pianeta, l’80% della sua produzione economica, due terzi del consumo energetico globale e oltre il 70% delle emissioni globali annuali di carbonio. Entro il 2050, oltre il 70% della popolazione mondiale vivrà nelle città, con una massiccia crescita della domanda di infrastrutture energetiche urbane. 

E l’Agenzia rinnova il suo avvertimento: mentre le economie si riprendono dalla pandemia di Covid-19, le emissioni di CO2 stanno rimbalzando rapidamente. “L’aumento della CO2 globale legata all’energia nel 2021 – sottolinea l’Aie – potrebbe essere il secondo più grande nella storia registrata. Le città sono il motore economico del mondo e le soluzioni che cercano possono trasformare il panorama energetico creando nuove sinergie per ridurre le emissioni, migliorare l’efficienza energetica, migliorare la resilienza e fornire un futuro prospero più pulito per tutti noi. Una forte cooperazione e collaborazione internazionale può svolgere un ruolo cruciale in questo senso, in particolare attraverso reti emergenti di condivisione della conoscenza che abbracciano città e paesi”. 
        

AGI – Dopo più di un decennio, Xi Jinping è tornato a Lhasa, capitale del Tibet, alla guida di una delegazione ufficiale, nel 70° anniversario dell’invasione della regione da parte delle truppe comuniste, un evento celebrato a Pechino come “pacifica liberazione”. Si tratta della prima visita di Xi da presidente della Repubblica popolare: il primo e ultimo leader cinese in carica a recarvisi era stato Jiang Zemin, nel 1990. L’agenzia Xinhua ha riferito che Xi è arrivato giovedì dopo aver visitato il giorno prima Nyingchi, anche nota come la Svizzera del Tibet per le sue valli fluviali e gole alpine.

Folla in costume con le bandiere

Nel filmato diffuso dall’emittente statale Cctv, lo si vede salutare una folla con costumi etnici e con in mano bandiere cinesi mentre scende dall’aereo, accolto con un tappeto rosso e danze tradizionali.

Tutte le regioni e le genti di tutte le etnie in Tibet marceranno verso una vita felice“, ha promesso il presidente. 

Sebbene sia arrivato mercoledì all’aeroporto di Nyingchi Mainling, la sua visita inizialmente non era stata menzionata sui media ufficiali. Dopo un “caldo benvenuto da parte di quadri e folle di tutti i gruppi etnici”, racconta Cctv, Xi è andato al ponte sul fiume Nyang per valutare la situazione ecologica e ambientale di questo corso d’acqua e del fiume Yarlung Tsangpo.

La visita al museo

Il presidente ha anche visitato il locale Museo dell’urbanistica e altre aree per esaminare la pianificazione dello sviluppo urbano, la rivitalizzazione rurale e la costruzione di parchi urbani. E’ stato anche alla stazione ferroviaria di Nyingchi per conoscere la pianificazione della ferrovia Sichuan-Tibet prima di prendere un treno per Lhasa, la capitale del Tibet che è anche la città più in alto del mondo, a ben 3.656 metri sopra il livello del mare. Qui Xi è stato accompagnato dal capo del partito comunista locale, Wu Yingjie, in una passeggiata nel quartiere Bakhor, vicino al tempio Jokhang, tra una massiccia presenza di forze di sicurezza. 

Xi aveva visitato già due volte la regione autonoma dove Pechino è accusata a livello internazionale di perseguire il rafforzamento della sua presenza militare e politiche di assimilazione etnica e culturale: nel 1998, in veste di capo del partito della provincia del Fujian e nel 2011, come vicepresidente. In quest’ultima occasione, aveva commemorato a Lhasa quella che definisce “la pacifica liberazione del Tibet” e promesso di combattere le “attività separatiste” legate al Dalai Lama, il leader spirituale buddista in esilio in India dal 1959 e contro la cui influenza sul Tibet la Cina ha combattuto per anni, investendo massicciamente nella regione dopo le proteste del 2008 contro il regime comunista.

A oggi le manifestazioni sono praticamente scomparse, fatta eccezione per i tragici gesti di alcuni monaci buddisti, fedeli al Dalai Lama, che negli ultimi anni si sono dati fuoco per protesta.

Sostenibilità e sviluppo

A differenza delle precedenti visite, questa volta Xi ha spostato l’attenzione dalla questione separatismo e sicurezza interna ai dossier interni puntando sui temi della stabilità e dello sviluppo.

Secondo Junfei Wu, vice direttore del think tank Tianda Institute di Hong Kong, “l’adattamento del buddismo tibetano alla società socialista” e il rafforzamento dell’unità etnica, con la promozione di un’educazione ideologica, sono le priorità di Xi in Tibet. “La sinizzazione delle religioni è già una pietra angolare della politica religiosa del governo centrale per forgiare una identità cinese comune”, ha spiegato l’analista, citato dal South China Morning Post, aggiungendo che “è portata avanti non solo in Tibet ma anche in Xinjiang e Mongolia Interna”.

Sul fronte dello sviluppo, invece, Xi è intenzionato ad attuare grandi progetti di infrastrutture per spingere la crescita economica e l’occupazione nella regione.

I dati ufficiali mostrano che il settore pubblico impiega oltre il 40% della forza lavoro tibetana e gli analisti osservano che è necessario rivedere il modello di sviluppo per renderlo più sostenibile. 

Raphael Lacoste, art director di vari titoli della saga di Assassin’s Creed, lascia Ubisoft dopo ben sedici anni di lavoro presso la compagnia francese.

assassin's creed

A svelarlo, è stato lo stesso Lacoste tramite il suo account Twitter, in cui l’artista ha scritto che è tempo di un nuovo “salto della fede”.

Effettivamente, controllando il suo profilo LinkedIn, è possibile notare che è stato assunto presso gli Haven Studios, sempre in qualità di art director.

assassin's creed

Gli Haven Studios, ricordiamo, sono attualmente al lavoro su una nuova IP per PlayStation e sono guidati da Jade Raymond – anche lei ex-dipendente Ubisoft.

Lacoste, per la casa di sviluppo francese, aveva lavorato a otto diversi titoli della saga dell’assassino, tra cui il primo storico Assassin’s Creed, Black Flag e il più recente Valhalla.

E voi cosa ne pensate? Siete curiosi di vedere la nuova IP di PlayStation sviluppata da Haven Studios e da diversi ex membri di Ubisoft? Come sempre, vi invitiamo a dircelo nei commenti.

L’articolo Assassin’s Creed – Art Director lascia Ubisoft proviene da GameSource.

AGI – Monsignor Jeffrey D. Burrill, segretario generale della Conferenza Episcopale Statunitense dallo scorso 20 novembre, ha presentato le dimissioni dall’incarico dopo che “la Conferenza ha avuto conoscenza delle notizie circolanti sui media secondo cui si sarebbe reso responsabile di comportamenti inidonei” al suo stato.

L’annuncio è stato dato dall’arcivescovo di Los Angeles José H. Gomez, che della Conferenza Episcopale è presidente.

Il sospetto è che frequentasse locali di incontri per omosessuali anche quando in trasferta per conto dei Vescovi Usa.

In un documento presentato due giorni fa agli altri titolari delle diocesi americane, Gomez ha spiegato che le dimissioni sono state accettate e che l’effetto è immediato.

“Ciò che Burrill ha messo a nostra conoscenza non include alcun tipo di sospetto di condotte inappropriate con minori”, ha voluto precisare il prelato, “ad ogni modo, allo scopo di evitare di essere motivo di distrazione rispetto al lavoro in corso nella conferenza, ha rassegnato le proprie dimissioni”.

L’organo assembleare dei vertici della chiesa statunitense comunque ha fatto sapere che “tutti i sospetti riguardanti possibili condotte non appropriate sono presi sul serio e verranno adottai i passi più consoni per affrontarli”.

In un lungo articolo dedicato alla vicenda il sito The Pillar afferma che la decisione annunciata da Gomez giunge dopo che lo stesso sito avrebbe contattato tanto Burril quanto la stessa Conferenza Episcopale, sottoponendo loro le prove di “una serie di condotte inappropriate da parte dello stesso Burrill”.

In particolare “l’analisi dei dati di una app correlata al telefono cellulare di Burrill dimostra che il religioso avrebbe frequentato locali per omosessuali in diverse città tra il 2018 ed il 2020, anche nel corso di viaggi per conto della Conferenza Episcopale”.

Si tratta di dati che “non identificano chi abbia usato l’app, ma mettono in correlazione un’unica utenza ad ogni strumento mobile che usa un particolare tipo di applicazione”.

Infatti “i dati del segnale, raccolto dalla app dopo che chi la usa acconsente alla loro raccolta, vengono aggregati e rivenduti”. A questo punto possono essere analizzati “allo scopo di ricostruire la posizione e le informazioni attinenti ogni apparato”.

L’incarico fino ad ora ricoperto da Burrill verrà temporaneamente affidato al suo sostituto, Padre Michael J.K. Fuller, sacerdote incardinato nella diocesi di Rockford nell’Illinois.

Fino ad oggi quella di Burrill era stata una carriera molto promettente all’interno della Chiesa americana. Incardinato nella diocesi di La Crosse, nel Wisconsin, era giunto ad essere segretario generale della Conferenza Episcopale statunitense dopo esserne stati nei quattro anni precedenti il sostituto.

Il passaggio a Roma

Studi in seminario negli Usa, periodi a Roma alla Gregoriana e all’Angelicum, parroco nel Wisconsin centrale e poi di nuovo a Roma, al North American College. 

Adesso la sua diocesi di provenienza si dice “rattristata dall’udire cosa riferiscono i media” e promette piena collaborazione con le indagini.