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Una parte di una palazzina è crollata la notte scorsa nella zona tra via Castromarino e via del Plebiscito, a Catania. Sul posto al lavoro i vigili del fuoco che erano stati allertati da un residente. In particolare è andato distrutto un appartamento che, ha riferito il proprietario alla polizia, non era abitato da circa un anno. Per precauzione i vigili del fuoco hanno fatto evacuare sette nuclei familiari e stanno eseguendo controlli tra le macerie con i cani alla ricerca di eventuali dispersi.

Naughty Dog, l’azienda americana che sta sviluppando The Last of Us Part II, è alla ricerca di un programmatore grafico esperto di DirectX 12, Vulkan o altre moderne API grafiche per PC. Non solo, il candidato deve avere anche una conoscenza approfondita di entrambe le architetture AMD GCN e Nvidia CUDA. I requisiti richiesti da Naugthty Dog, dato che le console attuali e future utilizzano le schede grafiche di AMD, fanno pertanto pensare anche a una versione per PC di The Last Of Us Part II.

the last of us 2

Pochi giorni fa è stato rivelato che anche Horizon Zero Dawn vedrà la luce su PC oltre che su PlayStation 4 ed è facile a questo punto presagire che anche il secondo capitolo di The Last of Us, l’avventura horror a sfondo post apocalittico, avrà una versione per PC.

Senza dubbio un’ottima notizia per tutti i giocatori di PC anche se probabilmente dovremo attendere almeno fino a Febbraio per un’eventuale conferma ufficiale da parte di Sony. Vi terremo aggiornati su eventuali conferme ufficiali tuttavia sembra che Sony sia seriamente intenzionata a portare il suo catalogo di giochi anche sulla piattaforma PC.

L’articolo The Last Of Us 2: Possibile uscita anche su PC? proviene da GameSource.

“Sento profumo di vittoria, è tutto un crescendo”. In un intervista a Libero Quotidiano Lucia Borgonzoni, la candidata della Lega alla presidenza della Regione Emilia Romagna, dice dice di capire che la vittoria è in pugno “dalle chiamate che mi arrivano ogni giorno, il telefono è impazzito” e che per poter soddisfare le richieste di tutti quelli che la vogliono incontrare “avrei bisogno di un altro anno e mezzo di campagna elettorale”. “Molti li vedrò dopo il voto” promette.

Imprenditori, coop, associazioni di professionisti e commercianti, enti sociali, “tutti”, chiedono di incontrarla perché, a suo avviso, “la sinistra ha abbandonato questa terra. Si è chiusa nei Palazzi” e per il Pd oggi “esistono solo i centri storici dei capoluoghi emiliani”. Non è solo una questione di periferie trascurate: tutta la Romagna e l’Appennino sono stati mollati dai dem” sottolinea Borgonzoni, che attacca: “La sinistra non può permettersi di perdere a Bologna, che è la sua Stalingrado, e il fatto che sia prossima alla capitolazione l’ha mandata fuori di testa, facendole alzare i toni dello scontro”, cosicché accusa, oggi “i dem girano i salotti televisivi pontificando su quanto dobbiamo volerci bene e accusando la Lega di linguaggio violento, ma in questi due mesi mi hanno detto di tutto”.

Ovvero, il fatto che molte donne di sinistra hanno “un concetto a senso unico della solidarietà”, perciò “se sei una donna di centrodestra puoi essere insultata come se niente fosse”. Ecco, dice Borgonzoni, “questo lo trovo inaccettabile”. E aggiunge: “Sono stata raffigurata come una sorta di velina, al punto che perfino Emma Bonino ed Elisabetta Gualmini sono intervenute per fermare le bassezze nei miei confronti e contenere anche il mio rivale, Bonaccini”.

Lei non è preoccupata dall’attivismo delle Sardine e sulla questione del Movimento spontaneo nato pochi mesi fa ha un suo proprio punto di vista: “È un fenomeno tutto interno alla sinistra, che non ci toglie un voto” dichiara. “L’ho detto fin dal primo giorno, quando ho visto le facce di chi era sceso in piazza con loro” prosegue “il nuovo che avanza non può avere come padre tutelare Romano Prodi. L’unica cosa che non ho capito è se sono state studiate a tavolino da tempo o solo dopo che Bonaccini ha deciso di presentarsi nascondendo il simbolo del Pd. In ogni caso, sono il simbolo del fallimento dei dem in Regione”.

Sul giorno dopo il voto, il 27 gennaio, le aspettative di Borgonzoni sono alte: “Sarà una grande festa della democrazia. Il 25 aprile dell’Emilia-Romagna. E inizieremo subito a lavorare. Le priorità sono detassazione e sburocratizzazione”, promette.

“Io e Meghan non avevamo altra scelta”: con il cuore in mano, parlando a un evento di beneficenza per l’associazione Sentebale, domenica sera, il principe Harry per la prima volta ha raccontato in pubblico i tormenti che hanno spinto, lui e la moglie Meghan, a decidere di tirarsi indietro dagli obblighi della Casa Reale.

Harry non ha nascosto “il dolore” che ha comportato la scelta, seguita a “mesi di discussioni“, ma ha assicurato anche che lui e la moglie non avevano altra possibilità che fare un passo indietro.

“Voglio che ascoltiate la verità da me, per quanto posso condividere – non come un principe o un duca, ma come Harry, la stessa persona che molti di voi hanno visto crescere negli ultimi 35 anni – ma con una prospettiva più chiara. Il Regno Unito è la mia casa e un posto che adoro. Questo non cambierà mai”.

“È molto doloroso essere arrivati a questo. La decisione, mia e di mia moglie, di fare un passo indietro non è stata presa alla leggera. Ci sono stati mesi di discussioni dopo anni di sfide. E so di non aver sempre fatto la scelta giusta, ma per quanto riguarda questo, non c’era davvero altra scelta. Quello che voglio sia chiaro è che non stiamo andando via e certamente non ce ne andiamo via da voi”.

Harry ha anche chiarito che lui e la moglie avrebbe voluto continuare a rappresentare la Regina, sia pur saltuariamente e senza essere remunerati, ma che questo non è stato loro concesso: “La nostra speranza era di continuare a servire la Regina, il Commonwealth, le mie associazioni militari, ma senza finanziamenti pubblici. Sfortunatamente questo non è stato possibile. L’ho accettato sapendo che non cambia chi sono nè quanto sono impegnato”. 

Harry e Meghan avevano già parlato della difficoltà di reggere il peso della vita nella Casa reale e del pressing dei media, un pressing che al principe ha sempre ricordato la morte drammatica della madre e che ha visto replicare con l’attenzione spasmodica sulla moglie.

Parlando all’associazione, creata da lui stesso per perpetuare l’impegno della madre a sostegno dei malati di Hiv e Aids, Harry ha detto di essersi sentito “preso sotto un’ala protettiva” dopo la morte di Lady Diana: “Mi avete seguito così a lungo, ma i media sono una forza potente e la mia speranza è che un giorno il nostro reciproco sostegno collettivo possa essere più potente perché questo è molto più importante di quanto siamo solo noi stessi”. 

C’è un pezzo di Amazon poco visibile ma molto ricco: si chiama Fulfillment by Amazon (Fba), o “Logistica di Amazon” nella versione italiana. I rivenditori pagano per utilizzare i magazzini e la distribuzione del gruppo (che non vuol dire solo trasportare pacchi). Ci sono dei vantaggi chiari, che vanno però confrontati con i costi, non proprio lievi. Di sicuro, però, c’è che Jeff Bezos ci sta guadagnando parecchio: Logistica di Amazon fa parte di un segmento che pesa quasi un quinto del fatturato (più del cloud) e cresce a una velocità superiore rispetto all’intero gruppo.

Che cos’è Logistica di Amazon

Fba è stato avviato nel 2005, partendo da un ristretto gruppo di venditori. Permette di delegare ad Amazon la distribuzione materiale e la gestione degli ordini. In pratica, chi voglia vendere sulla piattaforma di e-commerce, può usarla solo come vetrina e occuparsi poi in prima persona della spedizione. Oppure può inviare la merce nei centri logistici di Amazon per far sì che siano sempre pronti a partire: sarà direttamente la società americana a smistare l’ordine, grazie alla sua rete logistica sempre più capillare. Il processo, però, non si esaurisce nel riempire un furgoncino e dirigerlo a destinazione: gestire un ordine vuol dire anche garantire supporto ai clienti, sia nel pre che nel post vendita, e provvedere ai resi.

Delegare la distribuzione: i vantaggi

Chiunque abbia fatto un ordine su Amazon sa, come ha sempre sottolineato Bezos, che il punto forte non è tanto nella sterminata possibilità di scelta quanto l’assistenza ai clienti. Non è qualcosa che si improvvisa: costruire, al di la della logistica “pura”, un’assistenza di livello simile è complicato per i singoli rivenditori. Per fare un esempio concreto: il supporto ai clienti è assicurato 24 o re su 24, in diverse lingue e anche all’estero. Altro vantaggio: il rivenditore non è più costretto ad avere un proprio magazzino. Affidarlo ad Amazon vuol dire anche avere la merce sempre pronta a partire. Gli articoli, infatti, possono usufruire della consegna gratuita o in giornata (rientrando quindi nell’abbonamento di Prime).

Amazon prevede poi una serie di incentivi. I prodotti che sono in magazzino vengono segnalati sulla piattaforma con il bollino “Gestito da Amazon”, che dovrebbe essere una garanzia nei confronti dei clienti. Chi usa Fba, poi, ha più probabilità di ottenere la “Buy Box”, cioè una sorta di via preferenziale che consente al rivenditore di aver più visibilità nella pagina di un prodotto. Ci si iscrive a Fba, quindi, per sbarazzarsi di qualche impiccio e ampliare la platea dei clienti. Si perde però il contatto diretto con i clienti, vedendo sfumare quei processi di fidelizzazione e raccolta di informazioni che emergono nel post-vendita.

Quanto costa spedire con Fba

Tutto questo, però, ha un costo. Il prezzo è definito da diverse variabili (tanto che Amazon mette a disposizione un calcolatore per avere una stima preventiva): dal peso alle dimensioni, dalla destinazione al tipo di inventario. In generale, però, le voci di costo sono due: gestione e stoccaggio. Si paga per ogni articolo venduto e per lo spazio che i pacchi occupano nei magazzini Amazon. Per quanto riguarda la gestione (che include la spedizione e l’assistenza clienti), la tariffa minima è quella del programma “Small and Light”: 1,7-1,85 euro per ogni articolo. Copre però una gamma di prodotti limitata: come dice il nome, devono essere piccoli e leggeri (non oltre i 225 grammi, imballaggio incluso), spedibili in buste e non in scatole e con un prezzo fino a 10 euro Iva inclusa.

Fuori da questo programma, i prezzi lievitano: per un oggetto fino a 900 grammi inviato in una scatola standard (45 x 34 x 26 centimetri), ad esempio, il rivenditore paga 4,41 euro (che diventano 6,78 euro se è stato venduto in un’altro Paese europeo). Per articoli che richiedono imballaggi più grandi si va dai 7,8 euro in su.

Quanto guadagna Amazon dalla merce ferma

Fin qui, Amazon guadagna solo se qualcuno acquista. Ma incassa anche dalla merce che sta ferma in magazzino. I clienti di Fba pagano infatti una “tariffa di stoccaggio” mensile. Per la merce “fuori misura” è di 18 euro al metro cubo da gennaio a settembre e di 25 euro tra ottobre e dicembre. Una differenza dovuta al picco di stagionale: tra Black Friday, Cyber Monday e Natale, lo spazio nei magazzini diventa più prezioso.

Per gli articoli di dimensioni standard, sono più convenienti abbigliamento, scarpe e borse: 15,6 euro a metro cubo “fuori stagione” e 21,6 euro negli ultimi tre mesi dell’anno. Per tutte le altre categorie di prodotto, si va dai 26 ai 36 euro. Non esiste un minimo obbligatorio: in teoria (anche se avrebbe poco senso), un rivenditore potrebbe spedire ai centri Amazon un solo articolo per volta e occupare poco spazio. I costi possono quindi variare molto, sia per la velocità di ricambio dello stock, sia per il volume della merce: è chiaro che un divano fermo in magazzino costi molto di più di dieci smartphone. Il rivenditore, quindi, è incentivato a ottimizzare il flusso dei propri prodotti e scoraggiato a parcheggiarli nei capannoni.

Sommando costo di gestione e di stoccaggio, Amazon fa alcuni esempi. Per una scheda SD (quindi qualcosa di molto leggero) da spedire in Italia, un venditore che usufruisce di Fba paga 2,44 euro. Per un tostapane, 5,61 euro di gestione e 29 centesimi di stoccaggio (ma si sale, in tutto, a 9,9 euro se venduto su uno dei siti esteri di Amazon). Scegliere Fba potrebbe quindi essere un rischio per chi non ha un grande traffico di acquisti online, per chi vende articoli voluminosi ma poco costosi e (soprattutto) per chi ha margini risicati, che verrebbero erosi dalle nuove spese. Anche perché le tariffe non variano in proporzione al prezzo del prodotto ma in base a peso e volume.

Il peso della logistica sul bilancio

Quanto vale Logistica di Amazon? Il bilancio del gruppo non riporta un segmento che indichi con precisione il suo fatturato. C’è però una voce che lo include. È quella dei “Third party seller services”, cioè “commissioni e tariffe legate a gestione, consegna e altri servizi destinati a rivenditori terzi”. Dentro, quindi, non c’è solo Amazon Fba, ma è questo il dato che meglio può descrivere il suo stato di salute. Nei primi nove mesi del 2019, questo segmento ha incassato 36,3 miliardi di dollari. È la seconda voce di bilancio, alle spalle di “online store” (cioè vendite e contenuti digitali sulla piattaforma di e-commerce) ma davanti ad Aws (i servizi in cloud, che valgono 25 miliardi).

Gli incassi da terze parti sono cresciuti del 24% rispetto ai primi nove mesi del 2018, quindi a un ritmo superiore rispetto all’intero gruppo (che è avanzato del 20%). Tenere in piedi questa rete costa: le spese di distribuzione sono state di 28 miliardi di dollari tra gennaio e settembre 2019. Continuano a gonfiarsi, ma più lentamente di quanto facciano le vendite. Le spese sono servite per mettere in moto centri di distribuzione, customer service, negozi fisici e processi di pagamento.

Parlare di un margine operativo di Fba non sarebbe corretto, perché il perimetro del fatturato da rivenditori terzi e quello dei costi di distribuzione non sono sovrapponibili. Ma per avere un’idea di quanto sia remunerativo questo pezzo di Amazon: sottratte le spese legate alla gestione degli ordini, al gruppo sono rimasti in tasca 8,3 miliardi sui 36,3 incassati dai rivenditori. Più di un dollaro su quattro. È uno dei motivi che sta spingendo Amazon, tra centri di distribuzione e smistamento, a rendere la propria rete più capillare anche in Italia.            

Percepisci subito lo sciabordio delle onde, poi con la coda dell’occhio, mentre ti cali nell’atmosfera intima di una stanza da letto, umile ma ordinata, cogli il balugini’o delle onde. La vista è continuamente sollecitata dai volti che emergono dal fondo seppia di vecchi documenti. Quello di Carolina ti colpisce subito, perché sorride sotto il suo civettuolo cappellino a calotta. “Era un’artista – spiega all’AGI Roxy in the box – abituata allo sguardo indiscreto della macchina fotografica. Non si irrigidisce in posa davanti a uno strumento con cui ha poca dimestichezza”.

C’è una mostra di grande impatto, collaterale a ‘Thalassa, meraviglie sommerse dal Mediterraneo’, l’omaggio all’archeologia subacquea nel Mare Nostrum, al Museo Archeologico Nazionale sino al 9 marzo prossimo. Ed è il frutto della ricerca rigorosa durata tre anni tra Fondazione Banco di Napoli e Archivio di Stato partenopeo di Rosaria Bosso, in arte Roxy in the box, affermata e poliedrica artista partenopea protagonista di operazioni internazionali (una su tutte ‘In & Out ‘ per la kunsthalle di Osnabruck) e interventi di arte urbana nel cuore di Napoli, tra Forcella e i Decumani.

‘Maresistere’, è un progetto che “non è solo del museo, anche se sono molto grata al direttore Paolo Giulierini di avermi voluto affiancare e di aver ospitato questa prima tappa dentro ‘Thalassa’ – racconta – piuttosto è un megafono per parlare di un dolore che e’ appartenuto a noi napoletani e ritrovare quei portoni aperti verso il mare” Un “lavoro di verità” basato su documenti, sul rintraccio di volti e indirizzi di 180 persone, “carne umana” che ha attraversato il mare alla ricerca di una nuova vita.

Video di Lucia Licciardi, montaggio: Gabriella Bianchi

“Parlo di Napoli verso New York – incalza Roxy – del 41esimo parallelo. È un progetto ambizioso che ho immaginato in tre tappe e che valicherà anche lui l’oceano. Di questa prima, qui all’Archeologico, ha messo in piedi altre due fasi. In una, rintracciando gli indirizzi dei migranti che ho studiato, ho apposto uno stiker su quei portoni che si sono aperti, una riproduzione di una valigia con la data della partenza. Poi, utilizzando le ‘pagine bianche’ di New York, ho inviato lettere a chi aveva un cognome napoletano, forse discendente da chi era andato via 150 anni fa”.

Alcune risposte cominciano ad arrivarle, la base di un documentario che analizzerà come quella migrazione abbia avuto riflessi nella terra di approdo dei migranti. “L’atmosfera sarà diversa – prevede l’artista – in questa stanza l’impatto è emotivo. Ma non so come camminerà il progetto, in parte ancora embrionale, ma internazionale nelle intenzioni. Avrà spero sostegni tra privati e istituzioni. E’ ambizioso, ma io non ho paura. Si può fare”.

La genesi di questa ricerca, Roxy l’ha sentita nel suo profondo: “Ho seguito una mia esigenza. Il mare per me è un elemento misterioso e affascinante. In famiglia abbiamo avuto emigranti e ho respirato il dolore della separazione che veniva da questo mare. Quindi ho deciso di raccontare un fenomeno partendo da cultura a me vicina e prendendo dati rigorosi, giusti”. La mostra non intende chiudere un cerchio, “perché l’orizzonte del mare non è chiuso, è una linea. La migrazione è qualcosa che si evolve e non bisogna chiudere il cerchio. La linea della vita e del mare continua a proporre migrazione in uno o nell’altro senso. Non volevo parlare della migrazione di oggi, perché avevo paura di sbagliare e perché, poi, se conosci il dolore in prima persona, se ne hai una esperienza personale perché ti riguarda da vicino, se ti brucia, puoi comprendere. Immaginare quel dolore non è comprenderlo”.

Dopo 150 anni da quelle partenze o arrivi, evocati da una stanza che potrebbe essere quella lasciata a Napoli o quella trovata a New York, con comò, cassettone e armadio, “volevo esplorare il positivo, volevo rendere cosa ha potuto portare in America quella carne umana che ha attraversato il mare. E ha portato cultura ed economia , mentre l’Italia si è impoverita, con paesi svuotati. Oggi quel mare è attraversato da prodotti e non più da carne umana, prodotti che alimentano una cultura italiana e napoletana radicata in America grazie a quei disperati di 150 anni fa. Si è creato un business importante e la cultura di Napoli è ora mondiale per merito di quei disgraziati”.

Così, tra una massa di documenti esplorati, Roxy in the box ha selezionato “i volti che mi avevano colpito particolarmente”. Dentro il primo cassettone il comò, “quello in cui tieni le cose che ha più care”, c’è il mare “come sogno nel cassetto, ma anche come esperienza che non dimentichi più dopo che lo solchi per giorni e giorni. Il mare a quel punto è un tuo parente perduto. Deve venire in automatico il paragone con quello che accade oggi. Solo avere la nostra sofferenza può far comprendere il dolore altrui”.

E i vestiti adagiati sulla coperta composta da altri pezzi di documenti, abiti anche loro ricavati da documenti, sono quelli che prendi o forse quelli che lasci. Tutto in questa stanza è leggibile nei due sensi. Il video nell’armadio, animato da Gianfranco Gallo e Fabiana Fazio, è un “racconto di verità. Di quella migrazione sulla rotta Napoli New York, la vera e unica letteratura è stata la canzone del ‘900. Allora, ho fatto un taglia e cuci tra le melodie più conosciute che è diventato un unico testo di monologo. Inserito nell’armadio, luogo che viene riempito o svuotato, colmato ora da ciò che veniva cantato qui e lì allo stesso modo”. ‘

Maresistere raccoglie il messaggio della grande mostra ‘Thalassa’ e ne fa un progetto che va oltre una straordinaria installazione dal forte impatto emotivo. Il nostro museo vuol proporsi sempre piu’ come un protagonista attivo della vita della città e custode della sua memoria. Per non dimenticare quando gli emigranti eravamo noi”, spiega il direttore del Mann, Paolo Giulierini.

Little Town Hero, il nuovo titolo per Nintendo Switch sviluppato dai ragazzi di Game Freak e uscito lo scorso ottobre sta per ricevere un’edizione fisica di tutto rispetto, perfetta per qualsiasi fan del gioco o chiunque debba ancora giocarci.

Nella primavera 2020 uscirà infatti la “Big Idea Edition“, già preordinabile sullo store online di NIS America.

Questa edizione includerà, oltre alla copia del gioco:

  • Un art book “Life in the Village”
  • Un poster “Izzit? Dazzit?”
  • Due spille “Defender Duo”
  • La colonna sonora ufficiale “Town Tunes”
  • Confezione da collezione

Little Town Hero Big Idea Edition

Se non vi siete ancora fatti un’idea su questo nuovo titolo dagli autori di Pokémon potete leggere la nostra recensione a questo link.

L’articolo Little Town Hero: in arrivo un’edizione speciale proviene da GameSource.

Esplode la protesta in Libano: il ‘sabato della rabbia’ a Beirut si è trasformato in un pomeriggio di caos e disordini, con centinaia di feriti e il presidente, Michel Aoun, che ha chiesto l’intervento dell’esercito.

Scene di guerriglia nel centro della capitale, dove i manifestanti hanno tentato di marciare fino al Parlamento per denunciare i ritardi della classe politica nel dar vita a un nuovo governo (più di due mesi dopo le dimissioni del premier, Rafic Hariri) e nel varare riforme che risollevino il Paese dei cedri dalla crisi economica.

I cortei si erano radunati in diverse zone della capitale e marciavano verso il centro sotto lo slogan “Non pagheremo noi il prezzo”. Ma quando i manifestanti hanno tentato di avvicinarsi al Parlamento lanciando sassi, insegne stradali, petardi e bombe molotov, sono stati fermati con idranti e gas lacrimogeni.

La violenza è scoppiata proprio davanti a una delle principali porte d’ingresso del Parlamento, quando i manifestanti, alcuni con il volto coperto, hanno attaccato i poliziotti antisommossa schierati dietro le barricate.

Nella ‘battaglia’, secondo la Croce Rossa, oltre 200 persone sono rimaste ferite, 80 delle quali hanno dovuto essere ricoverate in ospedale.

Il presidente Aoun ha chiesto all’esercito di riportare la calma. E il primo ministro dimissionario, Hariri, ha denunciato gli scontri e gli atti di sabotaggio, avvertendo che minacciano la “pace sociale” e assicurando che Beirut non tornerà ad essere un luogo di “distruzione e scontri”, chiaro riferimento alla guerra civile.

Superata la pausa natalizia, le manifestazioni in Libano – iniziate lo scorso 17 ottobre – hanno avuto una recrudescenza negli ultimi giorni. Dopo le dimissioni di Hariri, è stato nominato un nuovo premier, Hassan Diab, 60 anni, proposto dal blocco parlamentare sciita, capeggiato da Hezbollah.

Proprio il sostegno del movimento sciita ha nuovamente alimentato la rabbia dei manifestanti, in particolare della fazione sunnita del Paese (l’incarico di premier, secondo la divisione settaria in vigore in Libano, spetta a un rappresentante dell’ala sunnita). I manifestanti tra l’altro adesso chiedono tecnocrati e personalità indipendenti dai partiti tradizionali. E le manifestazioni vengono alimentate dalla crescente crisi economica, considerate le restrizioni che le banche stanno imponendo al ritiro di denaro. Il Libano ha un debito superiore a 80 miliardi di euro, oltre il 150% del suo Pil; e la Banca Mondiale ha avvertito a novembre che i tassi di povertà potrebbero raggiungere il 50% della popolazione (adesso si è a un terzo).

Dal primo luglio le buste paga di 16 milioni di lavoratori dipendenti saranno più pesanti. Con il taglio del cuneo fiscale, infatti, i dipendenti con redditi tra 8.000 e 39.000 euro incasseranno un beneficio economico che andrà dai 1.200 euro a 192 euro all’anno.

Le nuove regole sul taglio delle tasse in busta paga allo studio del governo sono state presentate ieri a Palazzo Chigi al termine del tavolo con i sindacati che hanno mostrato il loro apprezzamento. Adesso si entra nel vivo.

Il provvedimento che renderebbe operativo il tutto sarà con ogni probabilità un decreto legge che potrebbe approdare in Cdm già a fine mese. Per quanto riguarda la riforma complessiva del Fisco invece, secondo quanto riferiscono fonti di governo, si dovrà attendere e probabilmente si procederà di pari passo con la legge di bilancio 2021.

Taglio per i redditi fino a 40 mila euro

Nello specifico, a partire dal primo luglio 2020, il Bonus Irpef salirà fino a un massimo di 100 euro netti al mese e verrà corrisposto fino ad un reddito annuo complessivo pari a 40.000 euro, con un allargamento della platea dei percettori, che passa da 11,7 a 16 milioni di lavoratori (4,3 milioni di lavoratori in più).

Nel dettaglio, l’importo di 100 euro mensili (ad integrazione dell’attuale Bonus Irpef) verrà corrisposto interamente al di sotto di un reddito di 28.000 euro; al di sopra di tale soglia, l’importo decresce fino ad arrivare al valore di 80 euro in corrispondenza di un reddito di 35.000 euro. Superato tale livello, l’importo del beneficio continua a decrescere fino ad azzerarsi al raggiungimento dei 40.000 euro di reddito. Per questo obiettivo in legge di bilancio erano già stati stanziati 3 miliardi per il 2020, che aumenteranno a 5 nel 2021.

Le prossime tappe

Raggiunto l’accordo con i sindacati e tutte le forze politiche ora è tempo di stabilire la road map. Per il taglio del cuneo, si va verso un decreto legge (che andrà a modificare le norme esistenti in materia) che potrebbe approdare in consiglio dei ministri già entro la fine del mese, mentre per la riforma complessiva del fisco si pensa a una legge delega. Secondo la viceministra dell’economia, Laura Castelli, sul taglio fiscale ai lavoratori “concorderemo un testo già la prossima settimana con tutte le forze della maggioranza. Potrebbe avere la forma del decreto legge. Per la riforma fiscale invece pensiamo a una legge delega”.

Secondo quanto riferiscono all’AGI fonti di governo, la riforma complessiva “è un tema che si svilupperà nel corso del 2020, ci vorrà qualche mese perché necessita di un’ampia discussione e va coordinata con la manovra 2021 perché vanno trovate le coperture”, ci saranno poi i decreti delegati che hanno però un percorso più snello.

Il taglio del cuneo, che partirà da luglio di quest’anno, “è solo la premessa a una più generale riforma dell’Irpef che stiamo studiando da alcuni mesi e che porterà risparmi ancora più consistenti per il ceto medio, senza dimenticare i pensionati e gli incapienti (coloro che non pagano tasse perché percepiscono redditi molto bassi)”, spiega sul suo blog il M5s.

E proprio sul fronte degli incapienti, oltre 4 milioni di persone, Castelli ha assicurato che si tratta di “un tema molto importante, trascurato dalla politica per anni, a partire proprio da chi ha costruito quegli 80 euro. L’Italia non può chiudere gli occhi di fronte a queste persone, sia lavoratori che pensionati. Posso garantire che saranno al centro della nostra riforma fiscale. Magari come destinatari di un assegno ad hoc. Il taglio delle tasse che stiamo definendo e’ solo una misura spot. Per noi non c’e’ cuneo senza riforma dell’Irpef”.

Gli altri interventi allo studio

Il tema degli incapienti e’ un tema complicato, infatti, secondo quanto si apprende da fonti di governo, un intervento in merito “va coordinato con il reddito di cittadinanza”. Non potendo erogare entrambi i sostegni “bisogna fare una scelta: se riorientare il reddito di cittadinanza per i lavoratori poveri o rimanere in ambito fiscale”, una opzione quat’ultima che andrebbe “inserita nella riforma dell’Irpef”.

Il governo, inoltre, sta studiando altri interventi “come il salario minimo dando efficacia erga omnes alla parte salariale dei Ccnl comparativamente più rappresentativi eliminando la concorrenza al ribasso fra i lavoratori, il contrasto al part time involontario che colpisce soprattutto le donne, una detassazione dei rinnovi contrattuali e, ultima ma non meno importante, una riforma del sistema fiscale, soprattutto l’Irpef, da cui traggano reale beneficio anche i pensionati”, ha spiegato la ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo.

“Il 27 al ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali – ha aggiunto – continueremo il confronto con i sindacati per realizzare una riforma delle pensioni improntata su una maggiore equità e flessibilità”.

Bibbiano ancora nervo scoperto nella campagna elettorale in Emilia Romagna. Piazza della Repubblica, fino a venerdì ‘contesa’ tra Lega e Sardine, per le rispettive manifestazioni annunciate per giovedì prossimo, è stata assegnata al partito di via Bellerio.

Mentre le ‘Sardine’ hanno acconsentito di spostare il loro evento, dalla piazza di fronte al municipio, inizialmente richiesta, a uno spazio vicino, piazza Libero Grassi. La decisione è stata comunicata dal movimento anti-sovranista, dopo un incontro in Questura nel pomeriggio. La Lega in quanto partito politico ha, infatti, la precedenza.

“Noi le promesse le manteniamo”, ha scandito Matteo Salvini dal palco di Maranello, dove ha riunito il popolo leghista, nell’ultimo sabato di campagna elettorale prima del voto del 26 gennaio. “Giovedì prossimo alle ore 18, l’avevo promesso a quelle mamme e quei papà: andare, tornare, portare speranza e dignità nella piazza di Bibbiano perché Bibbiano è una vergogna che grida vendetta al mondo”.

Non c’è stato dunque “il passo indietro” del leader leghista invocato dai quattro fondatori delle ‘Sardine’, che hanno raccolto settemila adesioni per la loro manifestazione. Prima dell’incontro, in Questura, i giovani avevano diffuso un video, su Facebook, in cui chiedevano un “gesto di civiltà” a Salvini. “Chiediamo il primo gesto di civiltà da parte della Lega in questa campagna elettorale. Lasciamo stare Bibbiano – questo il messaggio di Mattia Santori – e parliamo di contenuti. Non strumentalizziamo un caso di magistratura che non ha niente a che vedere con il futuro dell’Emilia Romagna”.

Ma se davvero i due contendenti si incroceranno, giovedì a Bibbiano, è ancora presto per dirlo. Malgrado abbiano ottenuto l’autorizzazione per la manifestazione, infatti, le ‘Sardine’ decideranno lunedi’ sera se confermare l’evento, solo dopo aver incontrato i cittadini del Comune reggiano al centro dell’inchiesta ‘Angeli e Demoni’ su presunte irregolarità nell’affido di minori in Val d’Enza. “Per noi sono più importanti i cittadini di Bibbiano rispetto all’evento in piazza”, spiegano.

Bibbiano, Lega e ‘Sardine’: un mix che, a pochi giorni dal voto, aggiunge benzina ad una campagna elettorale dai toni sempre più duri in una partita ancora apertissima, dove ogni mossa può risultare decisiva.

Sabato è stato il giorno di Maranello per i leghisti. Salvini ha scelto il Comune dove è nata la Ferrari per la manifestazione di chiusura ufficiale della campagna della candidata leghista Lucia Borgonzoni, che, de facto, si chiuderà venerdì 24 a Ravenna.

In testa il cappellino con il cavallino della F1, il capo di via Bellerio ha radunato i governatori leghisti e i sindaci emiliano-romagnoli. Lui e Borgonzoni si sono detti convinti della possibilità di strappare al Pd la Regione, vincendo “bene” contro il governatore uscente Stefano Bonaccini.

Salvini ha ribadito che le vittorie in Emilia-romagna e in Calabria varranno, per lui, come avviso di “sfratto” al governo, arroccato nel Palazzo, con Giuseppe Conte e Nicola Zingaretti che ricordano Maria Antonietta e Luigi XVI.

Poi ha rivolto un nuovo appello ai colleghi senatori che, lunedì, devono decidere dell’autorizzazione a procedere avanzata nei suoi confronti dal Tribunale dei ministri di Catania che lo accusa di sequestri di persona per aver bloccato lo sbarco dei 131 migranti a bordo della nave Gregoretti. “Lo dico a quei senatori che dovranno decidere se mandarmi a processo, chiedo formalmente ‘Mandatemi a processo perché con me verrà processato il popolo italiano'”, ha detto.

Dal canto suo, il segretario del Pd, Nicola Zingaretti, ha ribadito che per il Pd gli avversari si sconfiggono con la politica e non con le manette e che non vi sono intenzioni persecutorie nei confronti del leader leghista. La critica, però, alla propaganda di via Bellerio è però netta. “Salvini racconta i problemi. Noi proviamo a risolverli”, ha scritto Zingaretti su Facebook. “L’ho detto oggi a una signora che non vota da 15 anni e che il 26 gennaio andrà a votare per il Pd e Bonaccini. Mi aveva chiesto: ‘io vado ma dimmi un motivo chiaro’. Ecco la nostra campagna elettorale. Vicino alle persone, parlando e ragionando per costruire e non per distruggere”.